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Il ladro di anime Sebastian Fitzek .pdf



Nome del file originale: Il ladro di anime - Sebastian Fitzek.pdf
Titolo: Il ladro di anime
Autore: Sebastian Fitzek

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Sebastian Fitzek
IL LADRO Dl ANIME
Traduzione di Monica Pesetti
elliot

71 giorni prima della paura

Cartella clinica n. 131071/ VL pp. 1 e
segg.
Per fortuna era solo un sogno. Non era
nuda. E le sue gambe non erano legate a
quel lettino ginecologico antidiluviano,
mentre il pazzo metteva in ordine gli
strumenti su un carrello arrugginito. Poi si
voltò e sulle prime non riconobbe cosa
teneva nella mano incrostata di sangue'.
Appena lo vide, volle chiudere gli occhi,
ma non ci riuscì ..

Non poteva distogliere lo sguardo dal
saldatore incandescente che si avvicinava
lentamente al suo corpo.
Lo sconosciuto con il viso ustionato le
aveva sollevato
le palpebre fissandole alle orbite oculari
con una spara-chiodi ad aria compressa.
Pensò che non avrebbe mai provato un
dolore più grande nel poco tempo che le
restava da vivere. Tuttavia, quando il
saldato re sparì dal suo campo
visivo e avvertì un calore sempre più
intenso tra le gambe, si rese conto che il
supplizio delle ultime ore era solo un
assaggro.
Poi, nell'istante in cui credette di sentire
l'odore della carne bruciata, ogni cosa

diventò evanescente. Lo scantinato freddo
e umido in cui era stata trascinata, la luce
tremolante della lampada alogena sopra la
sua testa, gli strumenti di tortura e il
carrello di metallo scomparvero. Restò
soltanto un nero nulla.
Grazie a Dio era solo un sogno, pensò.
Aprì gli occhi. E non capì.
L'incubo di cui era stata prigioniera fino a
un attimo
prima non aveva perso consistenza ma
solamente cambiato forma.
Dove sono?
I mobili erano quelli di una fatiscente
camera d'albergo. La coperta sul letto
matrimoniale decrepito era sporca e

disseminata di bruciature di sigaretta al
pari della moquette tra il verde e il
marrone. Il contatto delle fibre ruvide con
i piedi la fece contrarre ancora di più sulla
scomoda sedia di legno.
Sono scalza. Perché non ho. le scarpe? E
perché sono in questo tugurio a fissare il
monoscopio innevato di un televisore in
bianco e nero?
Le domande sbattevano come palle da
biliardo sulle sponde della sua calotta
cranica. All'improvviso trasalì, come se
qualcuno le avesse mollato una sberla.
Guardò la sorgente del rumore. La porta.
Tremò, tremò di nuovo e infine si aprì.
Due poliziotti fecero irruzione nella
stanza. Entrambi in uniforme, entrambi
armati, questo riuscì a distinguerlo.

Le puntarono le pistole al petto, subito
dopo però lentamente le abbassarono e sui
loro volti la tensione nervosa lasciò il
posto a un orrore sbigottito.
«Che diavolo è successo qui dentro?»
sentì domandare al più basso dei due, che
aveva sfondato la porta con un calcio ed
era entrato per primo. «Infermieri» urlò
l'altro. «Un medico. Abbiamo bisogno di
aiuto, subito!».
Grazie a Dio, pensò lei per la seconda
volta nell'arco di pochi secondi. Respirava
a malapena per la paura, aveva dolori
ovunque e puzzava di escrementi e urina.
Tutto questo, unito al fatto che non sapeva
come fosse finita lì, fu sul punto di farla
impazzire, se non altro però adesso era
arrivata la polizia e avrebbe chiamato un
medico. Non era un buon segno, ma

sempre meglio del folle con il saldato re.
Passarono pochi secondi e un dottore del
pronto intervento, pelato e con
l'orecchino, si precipitò nella stanza e si
chinò accanto a lei. A quanto pareva la
squadra di soccorso era venuta
direttamente con un'ambulanza.
Nemmeno quello era un buon segno.
«Riesce a sentirmi?».
«Sì ... » rispose al medico con il viso
segnato da occhiaie simili a tatuaggi
permanenti.
«Credo non mi capisca».
«Sì, invece». Voleva sollevare il braccio,
ma i muscoli non le obbedirono.

«Come si chiama?». Il medico prese la
penna luminosa dal taschino della camicia
e gliela puntò negli occhi. «Vanessa»
rispose lei con voce roca, e aggiunse:
«Vanessa Strassmann».
«È morta?» sentì chiedere a uno dei
poliziotti alle spalle del medico.
«Dannazione, le pupille non reagiscono
alla luce. E sembra che non possa né
sentirei né vederci. È in stato catatonico,
forse è in coma». «Ma è un'idiozia» gridò Vanessa e fece
per alzarsi, ma non riuscì neppure a
sollevare il braccio.
Cosa sta succedendo?
Ripeté il pensiero a voce alta, sforzandosi

di articolare le parole nel modo più chiaro
possibile. Nessuno sembrò vo
lerla ascoltare. Anzi, le voltarono tutti le
spalle, e si misero a parlare con qualcuno
che fino a quel momento non aveva
notato.
«E da quanto non usciva da questa
stanza?».
La testa del medico le ostruiva la visuale
impedendole di vedere la porta. Udì la
voce di una donna giovane: «Di sicuro tre
giorni, forse anche di più. Ho avuto subito
l'impressione che qualcosa non andasse,
ma aveva detto che non voleva essere
disturbata».
Che cavolo sta dicendo? Vanessa scosse
la testa. Non mi sarei mai fermata qui di

mia spontanea volontà) neanche per una
notte!
«Non vi avrei chiamati, ma questo rantolo
terribile diventava sempre più forte e ... ».
«Guardi!». Era la voce del poliziotto più
basso, che stava proprio accanto al suo
orecchio.
«Cosa?».
«C'è qualcosa. LÌ».
Vanessa sentì il medico allargarle le dita e
toglierle cautamente qualcosa dalla mano
sinistra con la pinzetta.
«Cos' è?» chiese il poliziotto.
Vanessa era sorpresa quanto gli altri. Non

si era accorta di stringere qualcosa.
«Un biglietto».
Il medico aprì il pezzo di carta piegato a
metà. Vanessa spalancò gli occhi in modo
da gettargli un' occhiata, ma vide solo
geroglifici incomprensibili. Il testo era in
una lingua a lei completamente
sconosciuta.
«Cosa c'è scritto?» chiese l'agente sulla
porta.
«Strano». Il dottore aggrottò la fronte e
lesse: «'Si compra solo per buttarlo via
subito"».
Santo cielo. Il fatto che il medico avesse
letto quelle poche parole senza la minima
esitazione le fece capire la portata

dell'incubo di cui era prigioniera. Per
qualche motivo aveva perso la capacità di
comunicare. In quel momento non era in
grado di parlare né di leggere, e temeva
che non sarebbe riuscita nemmeno a
scrivere.
Il medico le illuminò di nuovo le pupille e
a un tratto anche gli altri sensi
sembrarono anestetizzati: non sentiva più
il puzzo del proprio corpo, non percepiva
più la moquette sotto i piedi nudi,
avvertiva soltanto che dentro di lei la
paura diventava sempre più grande e il
brusio delle voci che aveva intorno
sempre più attutito. Non appena il dottore
aveva letto il testo del biglietto, una forza
invisibile si era impossessata di lei.
Si compra solo per buttarlo via subito

Una forza che allungava la sua mano
fredda verso di lei e la trascinava giù. Di
nuovo in quel posto che non voleva più
rivedere in vita sua e che aveva lasciato
solo da pochi minuti.
Non era un sogno. O invece sì?
Provò a fare un cenno al medico, ma
quando la sua sagoma a poco a poco svanì,
cominciò a capire, e un orrore senza fine
la travolse. Era vero, non l'avevano
sentita. Il medico, la donna e i poliziotti
non potevano parlare con lei. Perché non
si era mai svegliata in quel tugurio. Tutt'
altro. Quando la lampada alogena riprese
a tremolare sopra la sua testa, ricordò:
erano iniziate le sevizie e lei era svenuta.
La camera d'albergo, non il pazzo, faceva
parte di un sogno che adesso fuggiva di
fronte alla terribile realtà.

O mi sto sbagliando un' altra volta? Aiuto.
Aiutatemi! Cosa è reale e cosa non lo è?
Non riesco più a distinguere
E tutto fu come prima. Lo scantinato
umido, il lettino
ginecologico a cui era legata. Nuda. Così
nuda da avvertire il respiro del pazzo tra
le gambe. Alitò proprio là dove lei era più
sensibile. Poi le balenò davanti agli occhi
un viso coperto di cicatrici, e una bocca
senza labbra disse: «Ho marcato di nuovo
la zona. Ora possiamo cominciare».
E prese il saldatore.

Oggi, ore 10:14 -

Molto dopo, molti anni dopo la paura
«Bene, signore e signori, che ne dite di
questa introduzione? Una donna si sveglia
da un incubo per piombare
immediatamente in un altro. Interessante,
vero?».
Il professore si alzò dalla lunga tavola in
legno di quercia e guardò le facce
sconvolte degli studenti.
Solo allora notò che quella mattina i suoi
ascoltatori si erano impegnati più di lui
nello scegliere i vestiti. Come sempre,
aveva pescato alla cieca nell' armadio il
primo completo sgualcito che gli era
capitato sottomano. All'epoca il
commesso lo aveva convinto ad acquistare
quell' abito assurdamente caro perché, a
quanto pareva, il doppiopetto scuro si

intonava magnificamente ai suoi capelli
neri, che a quel tempo, in un ridicolo
attacco di ribellione post-adolescenziale,
portava ancora un po' più lunghi.
Se oggi, molti anni dopo, avesse voluto
comprare qualcosa che si adattasse alla
sua pettinatura, l'abito sarebbe dovuto
essere grigio cenere, avere zone più rade e
dietro un buco 'simile a una chierica.
«Cosa ne pensate?».
Nel fare incautamente un passo di lato
avvertì una fitta lancinante al menisco. Si
erano presentati solo in sei. Quattro
ragazze e due ragazzi. Tipico. Nei test di
questo
genere le donne erano sempre in
maggioranza. Perché erano più

coraggiose, oppure perché avevano ancor
più bisogno dei soldi che nell' annuncio
affisso in bacheca venivano offerti a chi
partecipava a quell'esperimento
psichiatrico.
«Mi scusi, ho capito bene?».
Secondo posto a sinistra. Il professore
guardò l'elenco davanti a sé per trovare il
nome del ragazzo che aveva parlato:
Florian Wessel terzo semestre.
Durante la lettura lo studente aveva tenuto
sospesa . sulle righe una matita dalla
punta perfetta. Una piccola cicatrice a
forma di mezzaluna sotto l'occhio destro
indicava la sua appartenenza a un'
associazione studentesca. Posò la matita
sui fogli e chiuse la cartella clinica. «E
questo dovrebbe essere un protocollo di

valutazione?».
«Infatti». Con un sorriso bonario il
professore fece capire al ragazzo che
comprendeva il suo stupore. Faceva parte
dell' esperimento, per così dire.
«Saldatore? Sevizie? Polizia? Con
permesso, ma sembra più l'inizio di un
thriller».
Con permesso? Era da tanto che il
professore non sentiva quell' espressione
antiquata. Si chiese se lo studente con la
scriminatura dritta come un fuso usasse
sempre quel linguaggio o se fosse la
patina di malinconia dell'insolito luogo in
cui si trovavano a influenzare il suo modo
di parlare. Sapeva che la terribile storia
dell' edificio aveva scoraggiato alcuni
degli aspiranti partecipanti. Saranno stati

anche duecento euro, ma forse non ne
valeva la pena.
Il bello però era proprio quello. Condurre
l'esperimento lì e da nessun'altra parte.
Non c'era posto migliore, anche se l'intero
complesso puzzava di muffa e faceva così
freddo che avevano riflettuto sull'
opportunità di ripulire il camino
dall'immondizia e accenderlo. Dopotutto
era il ventitre dicembre e la temperatura
era notevolmente sotto lo zero. Alla fine
avevano noleggiato due radiatori elettrici,
che tuttavia non riscaldavano abbastanza
quella stanza dai soffitti alti.
«Sembra un thriller, dice?» ripeté il
professore. «Be', non è del tutto fuori
strada».
Unì i palmi e si annusò le dita raggrinzite.

Gli ricordavano le mani ruvide di suo
nonno. Contrariamente a lui, però, suo
nonno aveva lavorato per una vita intera
all'aria aperta.
«li documento che avete davanti a voi è
stato ritrovato tra le pratiche di un mio
collega, uno psichiatra. Viktor Larenz. Nel
corso dei vostri studi dovreste esservi
imbattuti in questo nome».
«Larenz? Non è morto?» si informò un
ragazzo che si era iscritto all' esperimento
solo il giorno prima.
Il professore guardò di nuovo la lista e
identificò lo studente con i capelli neri
come Patrick Hayden. Lui e la sua
ragazza, Lydia, sedevano vicinissimi l'uno
all'altra. Lo spazio tra i loro corpi era
talmente esiguo che sarebbe stato difficile

farvi passare anche un filo interdentale,
soprattutto per iniziativa di Patrick. Ogni
volta che Lydia cercava di conquistare
maggiore libertà di movimento, infatti, lui
le posava con decisione il braccio sulle
spalle e la attirava a sé con fare
possessivo. Patrick indossava una felpa
con la scritta "Gesù ti ama". E sotto, a
malapena leggibile: "Tutti gli altri
pensano che tu sia uno stronzo". La
portava anche quando era andato da lui
per lamentarsi del brutto voto preso in un
compito.
«Qui Viktor Larenz non c'entra» disse il
professore liquidando l'argomento con un
cenno della mano. «La sua storia non è
rilevante per il test di oggi».
«Allora di cosa si tratta?» volle sapere
Patrick. Ripiegò le gambe sotto il tavolo.

Gli stivali di pelle non erano allacciati, in
modo che i jeans strappati ad arte non
coprissero la linguetta tirata in avanti.
Altrimenti nessuno avrebbe visto la marca
sulla caviglia.
Il professore non riuscì a trattenere un
sorriso. Scarpe slacciate, pantaloni
strappati, felpe blasfeme. Qualcuno
nell'industria della moda doveva aver
deciso di convertire in denaro gli incubi
dei genitori all' antica.
«Bene, dovete sapere una cosa ... ». Si
sedette di nuovo al suo posto a capotavola
e aprì la borsa di cuoio piena di graffi su
cui sembrava si fosse affilato le unghie un
gatto.
«Quanto avete appena letto è realmente
accaduto. La cartella clinica che vi ho

consegnato è la copia di un documento
autentico». Prese un vecchio tascabile.
«L'originale è questo». Posò sul tavolo un
volume sottile.
Sulla copertina si leggeva il titolo, Il
Ladro di anime L'illustrazione mostrava la
sagoma indistinta di un uomo in mezzo
alla neve mentre correva verso una villa
che si scorgeva in lontananza.
«Non lasciatevi ingannare dall' apparenza.
A prima vista sembra un romanzo come
tanti altri, ma è molto di più».
Fece scorrere di taglio sotto il pollice le
circa trecento pagine, partendo
dall'ultima.
«Molti credono che il protocollo nasca
dalla penna di uno dei pazienti di Larenz.

In passato ha avuto in cura numerosi
artisti, scrittori compresi». Il professore
socchiuse gli occhi. E abbassando la voce
aggiunse: «Ma esiste anche un' altra
teoria».
Gli studenti lo guardarono con attenzione.
«Una minoranza è dell' opinione che lo
abbia scritto Viktor Larenz».
«A che scopo?».
Questa volta era stata Lydia a parlare. La
ragazza con i capelli biondo scuro e il
maglione a collo alto grigio topo era la
sua migliore studentessa. Cosa ci trovasse
di affascinante nello studente fuori corso
seduto accanto a lei, il professore non
riusciva a spiegarselo. E capiva altrettanto
poco come mai, malgrado si fosse

diplomata a pieni voti, non le avessero
assegnato una borsa di studio.
«Larenz avrebbe riscritto i suoi appunti
trasformandoli in un thriller? Perché fare
tutta questa fatica?».
«È ciò che scopriremo oggi. È l'obiettivo
dell'esperimento».
Il professore segnò qualcosa vicino alla
lista dei partecipanti sul taccuino e si
rivolse al gruppo di studentesse alla sua
destra, che non avevano ancora detto una
parola. «Se avete qualche esitazione,
comprendo perfettamente, signorine».
Una ragazza con i capelli rossi alzò la
testa, le altre due continuarono a fissare la
cartella clinica.

«Siete tutti liberi di ripensarci. Il vero
esperimento non è ancora cominciato.
Potete ritirarvi e tornare a casa. Siete
ancora in tempo».
Le ragazze annuirono indecise.
Florian si piegò in avanti e passò
nervosamente l'indice sulla riga che gli
divideva i capelli di lato come una
cicatrice.
«Ma come funziona con i duecento euro?»
chiese. «Quelli sono per chi partecipa
attivamente. E anche in quel caso, solo se
si attiene al regolamento riportato nell'
annuncio. Dovete leggere l'intera cartella
clinica interrompendovi soltanto per
poche e brevi pause».
«E poi? Che succede quando abbiamo

finito?».
«Anche questo fa parte dell' esperimento».
Lo psichiatra si abbassò e ricomparve con
una piccola pila di moduli decorati con lo
stemma dell'università privata.
. «Quelli che rimangono sono pregati di
firmare questo».
Distribuì la dichiarazione con cui i
partecipanti sollevavano l'istituto da ogni
responsabilità per eventuali danni
psicosomatici che potevano insorgere in
seguito alla partecipazione volontaria all'
esperimento.
Florian Wessel sollevò il foglio
controluce e, vedendo la filigrana della
facoltà di Medicina, scosse energicamente

la testa. «Per me è una faccenda troppo
delicata».
Sfilò la matita dalla cartella clinica,
afferrò lo zaino e si alzò.
«Credo di sapere come andrà a finire. E se
è come penso, ho troppa paura».
«La sua sincerità le fa onore». Il
professore prese il modulo e la cartella
clinica di Florian, poi guardò le tre
studentesse che stavano confabulando tra
di loro.
«Non sappiamo di cosa si tratta, ma se
Florian rinuncia, allora preferiamo lasciar
perdere anche noi».
Ancora una volta la rossa fu l'unica a
parlare.

«Come volete. Nessun problema».
Raccolse anche i loro fascicoli, mentre le
ragazze prendevano i cappotti dalla
spalliera delle sedie. Florian, già con il
giaccone e i guanti, aspettava sulla porta.
«E voi?».
Abbassò lo sguardo su Lydia e Patrick,
che continuavano a sfogliare la cartella
clinica, esitanti.
Alla fine si strinsero contemporaneamente
nelle spalle, quasi fossero sincronizzati.
«Per me è uguale. Basta che non debba
togliermi il sangue» disse Patrick.
«Sì, anche per me». Lydia riuscì
finalmente a staccarsi dal fidanzata.

«Lei resterà sempre con noi, vero?».
«Sì».
«E dobbiamo solo leggere? Nient' altro?».
, «Esatto».
Alle loro spalle la porta si chiuse. Gli altri
studenti se ne erano andati senza salutare.
«Allora ci sto. I soldi mi fanno comodo».
Lydia gettò al professore uno sguardo che
sigillò il voto di silenzio mai espresso
apertamente.
Lo so, pensò lui, e annuì. Appena. Senza
dare nell'occhio. Ti fanno comodo, sì.
Era un fine settimana di aprile troppo
caldo quando un' onda di

autocommiserazione lo aveva gettato
nella vita privata di Lydia.
Il suo unico amico gli aveva consigliato di
uscire dai soliti "schemi di vissuto
quotidiano", se voleva finalmente
dimenticare il passato. Doveva fare
qualcosa che non aveva mai fatto in vita
sua. Tre bicchieri dopo erano andati in
quel night. Nulla di eclatante. Solo uno
spettacolo innocente e noioso. Escludendo
il fatto che le ragazze ballavano in topless,
i loro movimenti non erano più provocanti
di quelli della maggior parte delle
adolescenti in qualsiasi discoteca. E, da
quanto aveva potuto vedere, non c'era
nemmeno il privé.
Eppure si sentì vecchio e solo quando a un
tratto si trovò davanti Lydia con la lista
delle bevande. Senza maglione a collo alto

e cerchietto nei capelli, ma con una gonna
da scolaretta. E nient' altro.
Pagò un cocktail che non bevve, piantò in
asso l'amica e fu contento di rivedere
Lydia seduta in prima fila alla lezione
successiva. Non avevano mai accennato a
quell' episodio, ed era sicuro che Patrick
non sapesse nulla del lavoretto extra della
fidanzata. Malgrado avesse l'aria di uno
che in locali del genere conosce i baristi
per nome, non dava l'impressione di
essere molto tollerante se ci andava di
mezzo lui.
Lydia sospirò piano e firmò la liberatoria.
«Che succederà mai?» commentò mentre
scriveva.
Il professore si schiarì la voce ma non

disse nulla. Controllò invece le due firme
e poi guardò l'orologio.
«Bene, allora siamo pronti».
Sorrise, benché non fosse in vena.
«Inizia l'esperimento. Aprite la cartella
clinica a pagina 7, per favore».

Ore 17:49, antivigilia di Natale Nove ore e quarantanove minuti prima
della paura
Cartella clinica n. 1310 71/ VL pp. 7 e
segg Da leggere solo sotto controllo
medico
«Immagini la scena ... »,

Caspar era inginocchiato ai piedi della
vecchia signora e la sua voce gli giungeva
attutita, come filtrata da una porta chiusa.
«Padre e figlio attraversano un bosco di
notte, su una strada coperta di neve. Il
padre perde il controllo della macchina,
finiscono contro un albero e l'uomo muore
sul colpo. Il figlio, gra~emente ferito,
sopravvive e viene portato in ospedale per
essere operato d'urgenza. Appena lo vede,
il chirurgo viene preso dal panico ed
esclama: "Oddio, non posso operare
questo ragazzo. È mio figlio!"».
La vecchia signora sul letto fece una breve
pausa, poi domandò in tono trionfante:
«Com' è possibile, dal momento che il
ragazzo non ha due padri?».

«Non ne ho idea».
Caspar teneva gli occhi chiusi e si
affidava completamente al tatto mentre
cercava di riparare il televisore, perciò
poté soltanto immaginare il sorriso
malizioso alle sue spalle. «Andiamo, non
è così difficile per un uomo della sua
intelligenza» .
Lui tolse la mano da dietro il massiccio
tubo catodico e si voltò verso Greta
Karninsky scuotendo la testa.
La donna, una vedova di settantanove
anni, aveva bussato alla sua porta cinque
minuti prima pregandolo di dare un'
occhiata alla "scatola chiacchierona",
come chiamava il mastodontico
televisore, sproporzionato per quella
piccola camera nella mansarda della

clinica Teufelsberg. Naturalmente le
aveva fatto quel favore, nonostante il
professor RaBfeld glielo avesse
severamente proibito. Il direttore non
voleva che Caspar uscisse dalla sua stanza
senza sorveglianza.
«Temo che gli indovinelli non siano il
mio forte, Greta». Respirò un po' della
polvere radunatasi dietro l'apparecchio e
tossì.
«In più non sono una donna. Non riesco a
fare due cose contemporaneamente» .
Appoggiò di nuovo la testa di lato contro
il televisore e tentò di trovare alla cieca la
minuscola presa per il cavo dell'antenna
sulla parte posteriore. Non ci fu verso di
spostare quel cassone dalla parete neanche
di un millimetro.

«Sciocchezze!» .
Greta batté due volte la mano sul
materasso. «Non la faccia tanto lunga,
Caspar!».
Caspar.
Erano stati gli infermieri a battezzarlo
così.
Dovevano pur chiamarlo in qualche modo
finché non scoprivano il suo vero nome.
«Provi, almeno! Magari si scopre che è un
mago degli indovinelli. Chi lo sa, in fin
dei conti non ricorda più nulla». «Falso»
la corresse lui con voce strozzata, e si
sforzò di allungare la mano nella fessura
tra il televisore e la carta da parati ruvida.

«Ricordo come si fa il nodo alla cravatta,
so leggere e andare in bicicletta. È la mia
vita che non c'è più».
"La sua conoscenza dei fatti è in gran
parte integra" gli aveva spiegato la
dottoressa Sophia Dorn, la psichiatra che
lo aveva in cura, all'inizio della prima
seduta. "Purtroppo però quello che forma
la sua sfera emozionale, vale a dire ciò
che definisce la sua personalità, è
svanito".
Amnesia retrograda. Perdita della
memoria biografica.
Non ricordava nulla del suo nome, della
sua famiglia, del suo lavoro. Non sapeva
nemmeno come fosse finito in quella
clinica privata di lusso. Il vecchio edificio

sorgeva ai margini della città, sul
Teufelsberg, il colle più alto di Berlino,
costruito con le macerie delle case rase al
suolo dai bombardamenti durante la
Seconda guerra mondiale. Adesso era
stato trasformato in uno spazio verde,
sulla cui sommità al tempo della Guerra
Fredda l'esercito americano aveva
installato i dispositivi di intercettazione
telefonica. La clinica in cui era ricoverato
Caspar, una villa di quattro piani, era stata
usata come circolo ufficiali dei servizi
segreti finché, dopo la caduta del Muro,
era stata acquistata all' asta dal professor
Samuel RaBfeld, psichiatra e
neuroradiologo di chiara fama, che l'aveva
ristrutturata in grande stile e convertita in
una delle più avanzate case di cura per
pazienti affetti da disturbi psicosomatici.
Si ergeva imponente sul Grunewald come

una fortezza protetta da ponti levatoi, alla
quale si accedeva solo tramite una stretta
strada privata, quella su cui appena dieci
giorni prima era stato ritrovato Caspar.
Privo di conoscenza, coperto da un sottile
strato di neve e mezzo assiderato.
Quella sera Dirk Bachrnann, il custode
della clinica Teu
felsberg, aveva accompagnato RaBfeld a
un appuntamento all' ospedale Westend.
Se fosse arrivato solo un' ora più tardi,
Caspar sarebbe sicuramente morto
congelato sul ciglio della strada. A volte
si chiedeva se non sarebbe stato uguale.
In fondo che differenza c'è tra la morte e
una vita senza identità?
«Non deve tormentarsi così» lo esortò

Greta con una punta di rimprovero, quasi
gli avesse letto nel pensiero. Sembrava un
medico, non una paziente che se restava
sola troppo a lungo soffriva di disturbi
d'ansia.
«Il ricordo è come una bella donna»
spiegò, mentre lui continuava a cercare
quella maledetta presa per il cavo del
l'antenna.
«Se le corre dietro la eviterà annoiata, ma
appena rivolge la sua attenzione altrove
sarà lei, gelosa, a venirla a cercare».
Ridacchiò.
«Proprio come la nostra bella terapeuta,
che si occupa di lei con tanto affetto».

«Che vorrebbe dire?» domandò Caspar
meravigliato.
«Be', certe cose le nota anche una vecchia
come me. Penso che lei e Sophia sareste
perfetti insieme, Caspaarrr».
Caspaarrr.
Con la sua A allungata e la R moscia, la
voce di Greta faceva venire in mente le
dive del dopoguerra. Da quando, sette anni
prima, il marito banchiere era morto
fulminato da un ictus su un campo da golf,
lei trascorreva le vacanze di Natale nella
clinica privata. Lì non era sola quando la
depressione delle feste si abbatteva su di
lei. Per questo se il televisore non
funzionava era quasi una catastrofe. Per
non

sentire troppo la solitudine, teneva la
"scatola chiacchierona" perennemente
accesa.
«Se fossi appena un po' più giovane, mi
farebbe piacere se mi portasse a ballare».
«Grazie mille» rise lui.
«Dico sul serio. Anche mio marito alla
sua età, a occhio e croce una quarantina
d'anni, aveva una ciocca di capelli ribelli
che gli ricadeva sulla fronte. E mani
eleganti proprio come le sue, Caspar. E ...
». Greta ridacchiò di nuovo, poi aggiunse:
«E condivideva la mia stessa passione per
gli indovinelli» .
Batté due volte le mani, come una
professoressa che decreta la fine
dell'intervallo.

«E ora riproviamo ... ».
Caspar sbuffò divertito mentre Greta
ripeteva l'indovinello.
«Padre e figlio hanno un incidente. Il
padre muore, il figlio sopravvive».
Caspar iniziò a sudare nonostante la
finestra aperta.
La mattina era sprofondata in una pioggia
mista a neve, e verso mezzogiorno le
temperature erano scese sotto lo zero.
Fuori, in pieno Grunewald, dovevano
esserci due gradi meno che in città. Sul
momento però Caspar non se ne accorse.
Eccola! Il suo indice sfiorò una rotella di
metallo protetta dalla plastica. Adesso
devo solo collegare il cavo qui e ..

«Il ragazzo ferito viene portato al pronto
soccorso, ma il chirurgo non vuole
operarlo perché è suo figlio».
Caspar sgusciò da sotto l'enorme schermo,
si alzò e prese il telecomando.
«Come funziona?» chiese Greta con
espressione birichina.
«Funziona così» rispose Caspar
accendendo il televisore. All'inizio lo
schermo non rispose, poi la voce sonora di
uno speaker riempì la stanza. Quando
anche l'immagine si sintonizzò, Greta
applaudì, felice come una Pasqua.
«Si vede! Fantastico, lei è un genio».
Non so cosa sono, pensò Caspar, e si pulì
la polvere dai Jeans.

«Allora torno in camera mia, prima che
l'infermiera si arrabbi ... » cominciò, ma
Greta alzò la mano e gli ordinò di fare
silenzio.
" ... nuove sconvolgenti notizie
sull'aggressore noto come il Ladro di
anime, che ormai da molte settimane
semina orrore e paura tra la popolazione
femminile ... ".
Greta prese il telecomando e alzò il
volume.

Ore 17:56
"È appena giunta la notizia che la sua
prima vittima, Vanessa Strassmann,
ventisei anni,studentessa diArte

drammatica, è deceduta oggi pomeriggio
nel reparto di rianimazione dell' ospedale
Westend. La ragazza era scomparsa senza
lasciare traccia due mesi e mezzo fa, e una
settimana dopo era stata ritrovata in un
fatiscente motel lungo l'autostrada. Nuda,
in stato di shock e paralizzata".
Come se le tragiche parole del cronista
non fossero sufficienti a chiarire l'entità
della tragedia, sullo schermo apparve il
viso di una bellissima ragazza.
L'immagine lasciò il
posto ad altre due foto. Anche in questo
caso, qualcuno si era preso la briga di
scegliere dall' album di famiglia le
migliori.
"Come le due vittime successive,
l'avvocato Doreen Brandt e la maestra

elementare Katja Adesi, anche Vanessa
Strassmann non riportava lesioni. Stando
alle dichiarazioni dei medici, non aveva
subito violenza carnale, percosse
O sevizie. Nonostante ciò, il suo
equilibrio psichico era stato
irrimediabilmente minato. Fino a oggi,
giorno della sua morte, è rimasta in una
sorta di coma vigile e reagiva soltanto a
stimoli sonori e luminosi di grande
intensità".
Le foto sparirono e furono sostituite dalla
facciata esterna di un moderno complesso
ospedali ero.
"La causa del decesso rappresenta un
ulteriore mistero,
I medici infatti non sanno spiegarsi cosa


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