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Genova per noi … di Spazio comune .pdf



Nome del file originale: Genova per noi … di Spazio comune.pdf
Autore: Gino Mazzoli

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Word 2010, ed è stato inviato su file-pdf.it il 23/09/2014 alle 20:04, dall'indirizzo IP 90.147.x.x. La pagina di download del file è stata vista 893 volte.
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GENOVA PER NOI … DI SPAZIO COMUNE

1. IL PRE
L’avventura di spazio comune nasce 4 anni fa da un preoccupazione sulla crisi della
prossimità e da una scommessa sulla possibilità di riallestirla in forma nuove.

1.1 LA PREOCCUPAZIONE
Crisi dei legami sociali e sussidiarietà
Da circa 20 anni la nostra società vede l’evaporazione progressiva dei legami sociali
(familiari e di vicinato). Ad esempio nelle province italiane la media del turnover
annuale della popolazione è del 10%, con inevitabili effetti sulla coesione sociale. Lo
sbriciolamento di queste tessiture relazionali ha creato una nuova scena in cui si
svolge la vita dei cittadini e i rapporti tra questi, le istituzioni e i corpi intermedi. Se
fino a 20 anni fa Pubblica amministrazione, terzo settore, partiti politici e sindacati
operavano fruendo “naturalmente” di un fitto tessuto di relazioni, oggi quegli stessi
soggetti si trovano ad avere un "intorno" circoscritto di persone con cui sono in
stretta relazione (anche se spesso le esperienze di solidarietà promosse dalla società
civile finiscono per perimetrarsi all'interno del loro ambito), mentre aumenta (anzi è
ormai maggioritaria) un’area di cittadini che non ha rapporti con nessuno di questi
soggetti, che vive relazioni sociali esigue, entro le quali sviluppa solitudine e
individualismo. In questa nuova situazione è necessario per tutti gli attori sociali che
popolavano la scena precedente ‘farsi soglia’ verso queste nuove aree a legami sociali
evaporati, attualizzando in senso nuovo gli articoli della Costituzione che sanciscono
il principio di sussidiarietà (artt. 2 e 118). La Costituzione è stata pensata in un
momento in cui erano forti i legami sociali e dunque giustamente segnala l'esigenza
che lo Stato non si intrometta nelle attività che formazioni minori sono in grado di
svolgere. La nuova situazione impone però di accompagnare la generazione di nuovi
legami sociali. È una scommessa su cui istituzioni pubbliche e terzo settore sono
chiamati ad un impegno congiunto.
I nuovi vulnerabili
Il tema dell’evaporazione dei legami sociali e della prossimità è posto con forza dalla
diffusione endemica della vulnerabilità all’interno di ceti sociali che mai prima d’ora
avevano conosciuto la difficoltò di arrivare a fine mese. L’infragilimento del ceto
medio precede la crisi finanziaria del 2008-2009 (quest’ultima l’ha solo evidenziato-

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amplificato) e ha le sue radici nella cultura bulimica e iperprestativa dominante che
ci induce a comprare, agire, desiderare (beni, diritti, servizi, …) in misura molto
maggiore rispetto a ciò che è possibile a noi come singoli e come consorzio umano.
Lo slogan di quest’epoca (che dopo il ’68 è succeduta a un tempo gravido di
costrizioni) è su per giù il seguente: “finalmente sei libero, ma devi arrangiarti da solo nel
mare di opportunità che ti circonda; se non riesci a realizzarti con tutto questo ben di Dio a
disposizione , sei un fallito” . Si genera così uno stigma sotterraneo per chi non è
“all’altezza” e una diffusa vergogna nel chiedere aiuto quando ci si trova in
condizioni di bisogno; ma anche un’esistenza trafelata, dopata e una percezione di
costante inadeguatezza rispetto alla perfezione dei modelli proposti. Non a caso
depressione e indebitamento nelle famiglie sono in crescita esponenziale.
I nuovi vulnerabili sono persone in genere proprietarie di un’abitazione, con un
titolo di studio che va oltre la scuola dell’obbligo, con un reddito da lavoro e tuttavia
spesso con una condizione economica traballante dovuta al combinato disposto di
una vita vissuta al di sopra delle proprie possibilità e della debolezza delle reti
parentali e sociali. Ciò produce uno scivolamento silenzioso verso la povertà a
motivo di eventi che negli anni ’60 e ’70 appartenevano alla “naturalità” delle
svolgimento della vita di una famiglia (perdita temporanea del lavoro, separazioni
coniugali, nonni che da caregiver dei nipoti si trasformano in persone dementi da
assistere) e che oggi la penuria di legami trasforma in fattori di impoverimento.
A questo esodo silente verso la povertà si aggiunge un ri-sentimento verso le
istituzioni (che, investite di attese illimitate come si conviene alla cultura dominante,
diventano per definizione inadeguate) e un “auto-esodamento” (di recente meno
silenzioso) dalla cittadinanza
Se negli anni ‘80 la società era composta da 2/3 di cittadini benestanti, oggi abbiamo
una nuova società di 2/3 di persone vulnerabili.
È questo oggi il principale problema del welfare, ma anche della democrazia.
L’addensarsi intorno alla soglia della povertà di una massa di penultimi e terzultimi,
nel caso precipitasse verso la marginalità, costituirebbe una quantità di nuovi ultimi
ingestibile sia per i servizi pubblici che per il volontariato, con le conseguenze che si
possono immaginare rispetto alla percezione collettiva della povertà e al consenso
verso le amministrazioni locali.
Intercettare i vulnerabili oggi, quando hanno ancora una dotazione ragguardevole di
risorse per gestire i problemi che li attraversano, significa dedicare tempo per
ascoltare ri-orientare lo stile di vita. Intercettarli domani, quando saranno necessari
soprattutto soldi, renderà impossibile l'intervento.
Questi cittadini vanno aiutati a trasformare una posizione meramente rivendicativa
in un’altra capace di co-generare, insieme a istituzioni e terzo settore, nuove risposte
(nuovi servizi) da progettare e gestire in modo partecipato.
Ciò non significa dimenticare gli ultimi, ma rappresentarsi che, lavorare per
generare nuove risorse tra i vulnerabili significa creare un contesto sociale più
ospitale anche per gli ultimi

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1.2 LA SCOMMESSA
Generare risorse
Mentre il confronto a livello nazionale sullo Stato sociale registra oggi una
polarizzazione del dibattito intorno a modelli che propongono da un lato una
deregulation indiscriminata (con un eventuale welfare integrativo a pagamento) e
dall’altro la gestione della decadenza in salsa accreditata di servizi eccellenti, ma
calibrati sulla società di 15 anni fa (mentre intorno crescono forme di autoorganizzazione sommersa o for profit) , sembra maggiormente fruttuosa una via che,
più che “terza” o “intermedia”, è semplicemente diversa ed è caratterizzata da alcuni
obiettivi fondamentali:
1. generare nuove risorse corresponsabilizzando cittadini e forze della società civile, con un
ruolo di regia del pubblico visto non come gestore o controllore ossessivo, ma come
broker di territorio, capace di accompagnare la crescita di nuove risposte e di
favorirne l'autonomia all'interno di un mercato sociale co-costruito e co-gestito da
pubblico, privato sociale, cittadini attivi e imprese.
2. cercare collaboratori (più che utenti) con cui gestire i problemi, (sia nel senso che
agli utenti va chiesta collaborazione , sia nel senso che nuovi attori vanno chiamati
in causa: vicini di casa, vigili urbani, gestori di esercizi commerciali, …); più che una
proliferazione infinita di operatori sociali (del resto impossibile per la diminuzione
delle risorse finanziarie) è importante sviluppare attenzioni psicosociali fra gli attori
che gestiscono quotidianamente grandi quantità di relazioni con i cittadini.
3. andare verso i nuovi vulnerabili che hanno vergogna a mostrare le loro fragilità,
anziché attenderli in qualche servizio
4. far transitare le istanze dei singoli dall’ “io” al “noi”, favorendo la costruzione di
contesti in cui sia possibile un'elaborazione collettiva dei disagi individuali, spesso
ancora non consapevolmente formulati come richieste o problemi, generando
risposte a quegli stessi problemi ;
5. individuare oggetti di intervento utili, circoscritti e non stigmatizzanti (le nuove
vulnerabilità sono timorose di mostrarsi)
6. dare nomi nuovi a problemi nuovi e dunque andare oltre le categorie tradizionali di
utenti stratificatesi nel tempo all'interno della Pubblica amministrazione per evitare
di ridursi ad erogare un welfare di nicchia, in grado di intercettare solo chi è
individuato dal mandato istituzionale o chi- per abitudine, disperazione o scaltrezza
- è in grado di chiedere/accedere ai servizi
La prossimità è il cuore del welfare
L’ottica che qui si propone implica che il lavoro di comunità (=la prossimità) diventi
il nucleo centrale dell’attività dei servizi e del terzo settore.
Non è un’evoluzione culturale semplice. D’altra parte quando un’organizzazione
vede trasformarsi profondamente il proprio oggetto di lavoro è chiamata a una
profonda modificazione del modo di operare.
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Ma quello che è richiesto non è più il lavoro di comunità degli anni 80-90 volto ad
includere una minoranza di persone marginali all'interno di una società coesa; oggi
si tratta di re-includere una maggioranza dei cittadini in esodo dalla cittadinanza, in
condizioni di infragilimento diffuso e di connettere le isole di solidarietà perimetrate
Non si tratta più di chiedere al barista di accogliere un paziente psichiatrico, ma di
chiedere allo stesso barista di avere attenzioni verso gli anziani fragili che faticano a
chiedere aiuto, o di proporre all’operatore di un’associazione di consumatori di
approfondire il colloquio con un cittadino che propone rimostranze sulla bolletta del
cellulare, per capire se ha sulle spalle sette acquisti rateali o un muto quarantennale
per l’acquisto di una casa che non riuscirà mai a pagare. Un lavoro enorme che
riguarda tutta la società e che non può essere portato avanti senza la collaborazione
di tutta la società.

Centralità del come : nuove competenze
Per promuovere una scommessa come questa servono nuove attrezzature mentali,
relative non solo alla vision (verso dove e perché), ma anche e soprattutto ai dispositivi
metodologici e organizzativi (come). In pratica servono competenze nuove su cui
viene portata ancora troppo poco l’attenzione e su cui l’università tarda a muoversi.
Di seguito descriviamo in breve quelli che ci sembrano essere i tre capisaldi di questo
novo orientamento.
Aggancio. Nel lavoro sociale capita sempre più spesso di imbattersi in frasi del tipo
"ho inviato la lettera a tutti gli abitanti del quartiere, ho sollecitato tutte le
associazioni e ci siamo ritrovati in tre". L'evaporazione dei legami sociali e la
perimetrazione autoreferenziale delle nuove forme di solidarietà, chiede modalità non
tradizionali di aggancio dei cittadini, soprattutto se ci si propone di coinvolgere persone
che non si rivolgono ai servizi pur essendo attraversate da consistenti problemi:
meglio un passaparola allestito tramite figure di riferimento del paese/quartiere o
una cena di caseggiato in cui si va a bussare alle porte cui non bussa mai nessuno
rispetto a lettere o mail (Facebook e sms sono invece utilissimi per certe fasce di
popolazione)
Un altro aspetto centrale relativo all'aggancio riguarda la scelta di oggetti di lavoro
circoscritti, utili e non stigmatizzanti: per connettersi con persone indebitate che hanno
vergogna a mostrare la loro situazione, avrà poco successo un corso di formazione
sul bilancio famigliare, mentre sembra più promettente convocare un incontro sulle
modalità attraverso le quali risparmiare sulle utenze fisse, sulle opportunità per
andare in vacanza a prezzi contenuti insieme ad altre famiglie, sull’allestimento di
uno spazio per il riuso o lo scambio di oggetti usati, ...
Ogni oggetto (ogni luogo che intercetta cittadini di vari strati sociali, ogni persona
addetta alla gestione di questi luoghi) è una “scusa”, una “porta” per intercettare i
nuovi vulnerabili (esempio di oggetto: iniezioni a domicilio per anziani fragili

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eseguite da infermieri volontari; esempio di luoghi: sportelli dei patronati sindacali;
esempi di persone: vigili urbani, baristi, farmacisti)
Pensare e proporre questi oggetti richiede creatività e capacità di uscire, ad esempio,
da consuetudini che oggi si propongono come iniziative innovative:
Attivazione. Agganciare dei cittadini non significa automaticamente averli a fianco
come collaboratori; la costruzione di questa disponibilità richiede particolari
attenzioni di ascolto, negoziazione, co-costruzione e allestimento di un set adeguato
(un laboratorio di progettazione e riflessione) ; se le persone non si identificano con
l’oggetto di lavoro, non si attivano, oppure lo fanno, ma in una posizione di
dipendenza rispetto a chi conduce il laboratorio; la dipendenza a nulla serve se il
nostro obiettivo è quello di costruire collaboratori in grado di fronteggiare in modo
sempre più autonomo l'aumento esponenziale di problemi che attraversano la società
Manutenzione. Una volta attivata la disponibilità di cittadini, va fatta adeguata
manutenzione del capitale sociale creato; il capitale sociale è un’energia infinitamente
rinnovabile, ma ne va fatta adeguata manutenzione altrimenti si disperde. È
importante consentire un tempo adeguato a questi gruppi perché possano diventare
luoghi generativi di progettualità in modo stabile; allo stesso tempo è decisiva la
capacità di tenuta rispetto ai movimenti entropici dei gruppi e soprattutto
l’allestimento di adeguati dispositivi di governance locale.

1.3 LA FUNZIONE DI SPAZIO COMUNE
In questo quadro Spazio comune si immagina come un soggetto che può, in più
contesti:
- evidenziare la situazione prima descritta e proporre piste di lavoro relative a
situazioni concrete
- contribuire a far nascere, intercettare, valorizzare e mettere in rete esperienze di
welfare generativo che si muovono nella direzione qui ipotizzata.

E i diritti?
L’obiezione più frequente a questa impostazione si può riassumere nel modo
seguente: nell’ottica del welfare generativo, che chiede a tutti i cittadini (inclusi gli
utenti dei servizi) di mettersi in gioco per dare un contributo a costruire nuove
risposte ai problemi che ci attraversano, che ne è dei diritti faticosamente conquistati
con lotte di movimenti? Non si rischia di scaricare i costi della crisi sui più deboli?
Il principio, permanentemente valido, dell'universalità del welfare, va re-interpretato
in ogni situazione storica alla luce del contesto che muta: come a fronte dell'aumento
dei disoccupati è lecito ricordare al sindacato di non tutelare solo gli occupati, così è
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corretto chiedersi se è giusto che il 90% del budget dei servizi vada a favore di una
ristretta cerchia di situazioni – che hanno il vantaggio di essere facilmente
identificabili attraverso i codici attuali a disposizione dei servizi o di essere
interpretate da persone che hanno più coraggio/abitudine a chiedere aiuto –, mentre
stanno crescendo innumerevoli percorsi silenziosi di scivolamento verso la povertà.
Inoltre va ricordato che il diritto è un prodotto sociale e dunque non vige solo
perché è sancito da una norma scritta sulla carta, ma soprattutto –e in particolar
modo nel caso di diritti promozionali come quelli di cittadinanza- diventa
concretamente esigibile solo c’è consenso sociale intorno al fatto che quell’oggetto
debba essere tutelato o promosso, vale a dire se esiste un ethos sociale diffuso che
veicola i valori di cui la norma giuridica vuol farsi garante. In altri termini, mentre è
cruciale continuare a battersi perché principi più avanzati vengano affermati nella
legislazione, la nuova situazione sociale esige che si ricostituiscano le condizioni di
"movimento" perché la società civile, le famiglie, gli individui, possano sentire,
comprendere e fare propri i principi per cui ci battiamo e i diritti che dovrebbero
incarnarli, principi e diritti che oggi la maggioranza dei cittadini sembra non essere
in grado di vedere, sepolta da una temperie culturale che privilegia l'individuale e il
privato rispetto al sociale e al pubblico. In sostanza, se i legami sociali evaporano, si
disperde, con essi, la possibilità di tutela e promozione dei diritti di cittadinanza
In una situazione di forte diminuzione delle risorse finanziarie a disposizione delle
istituzioni, chiedere a un cittadino di fare la propria parte nel generare risposte non
significa sottrarre posti di lavoro o far venire meno l’obbligo della pubblica
amministrazione di rispondere, ma semplicemente erogare servizi che in questo
momento non potrebbero venire erogati con le sole risorse pubbliche, dunque
significa aumentare l’offerta di welfare
Infine ingaggiare i cittadini nell’allestimento di risposte ai problemi che li
attraversano, significa restituire loro la dignità di co-costruttori del bene comune. È
in sostanza un’operazione di reinclusione nella cittadinanza di chi sta in silenzio
autoesodandosi da essa e di chi si vive come costitutivamente marginale.

Favorire una speranza non illusoria
Ci sono insomma segnali ambivalenti. Non siamo su un piano inclinato. La storia è
una sequenza di bivi dove l’energia di cambiamento che si accumula nel tempo può
essere indirizzata nel senso della civiltà o delle barbarie non dalla mano misteriosa
del fato, ma dalle azioni concrete che donne e uomini sono in grado di mettere in
campo nelle circostanze concrete.
Dunque nessun panico, ma nemmeno rappresentazioni illusorie. Fra i tifosi della
partecipazione (tra cui noi siamo senza dubbio) si distinguono numerosi illuministi
che immaginano schiere di cittadini desiderosi di prendere parte alle decisioni, di
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scendere in piazza, di occuparsi dei problemi collettivi. In realtà le forme di
oppressione (che sono forti e molto meno visibili rispetto a periodi precedenti) non
stanno bloccando energie che si libererebbero magicamente una volta che fossero
sminate. La gente è prevalentemente spaventata e tende a cedere volentieri
consistenti pezzi di libertà in cambio della sicurezza (vera o presunta che sia): la
libertà comporta responsabilità; e la responsabilità è ansiogena; in tutte le epoche. Ma
soprattutto in questa, dove siamo divenuti più consapevoli dei rischi che incombono
sul nostro pianeta. La vita sociale è una competizione di immaginari. Aiutare la
gente a sperare significa anche prefigurare scenari di vivibilità di questo tempo
attraverso esperienze che testimonino la possibilità di un altro modo di stare in
questo mondo.

2. L’OGGI
Le novità viaggiano attraverso organizzazioni e persone… e non è una passeggiata!
In questi quattro anni come Spazio comune abbiamo esposto le nostre tesi in diversi
contesti che sono diventati spesso laboratori di connessione di esperienze e di presa
di iniziativa; un fatto che ci ha rassicurato sulla concretezza delle nostre ipotesi. Col
tempo ci siamo resi conto di alcune ricorrenze rispetto alle difficoltà di
implementazione delle piste di lavoro proposte. Queste difficoltà non attengono
all’accoglienza delle prospettive strategiche, ma al funzionamento
delle
organizzazioni e alla cultura degli operatori che dovrebbero agirle. Organizzazioni e
operatori del welfare.
È su questi aspetti che ci soffermeremo in questa seconda parte che vorrebbe essere
il centro del nostro contributo alla Biennale della prossimità. Della serie: “Belle le idee ,
ma poi come facciamo se organizzazioni e operatori fanno resistenza?”
Più che tesi sono considerazioni aperte e dilemmatiche. Per favorire il confronto e la
costruzione di un pensiero collettivo.

1. Legami sociali che producono valore: come misurarlo?
I legami sociali producono valore1. Soprattutto in una direzione economica:
- riallestendo legami in un condominio può succedere che un anziano fragile trovi
un sostegno informale da un vicino di casa straniero che chiede in cambio un
sostegno scolastico al figlio per i compiti;

1

Facciamo riferimento a esperienze che abbiamo costruito o incontrato

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- organizzazioni del pubblico e del privato sociale che costruiscono alleanze con
cittadini prima non impegnati sul piano sociale, possono allestire e gestire nuovi
servizi con costi tendenti allo zero;
- un sistema di servizi per anziani fragili organizzato da un’amministrazione
comunale e gestito da volontari e cittadini consente di registrare , nelle zone in cui
sono erogati quei servizi, un calo drastico di ricoveri al ponto soccorso , di chiamate
notturne alle guardia medica e di visite al medico di base (ovvero: le reti producono
ascolto che evita prestazioni sanitarie da “codice bianco” che consistono soprattutto
in rassicurazioni psicologiche ), con un esito non solo di risparmio per l’ASL, ma
anche di maggiore salute per gli anziani.
Ma anche sanitaria: l’OMS segnala come la socializzazione delle persone anziane
ritardi il ricovero in strutture protette o in centri diurni, prevenendo o comunque
ritardando malattie neurologiche degenerative.
Misurare il prodotto del lavoro sociale non è un cedimento a codici tecnologicoperformativi, ma una necessità e al contempo un’opportunità.
Se cala il consenso intorno al lavoro dei servizi, bisogna riconquistarlo dimostrando
cosa si produce, non pretendendo semplicemente di esistere. Altrimenti chi ragiona
secondo altri parametri culturali (giuridici –gli amministrativi della pubblica
amministrazione-; economici –gli imprenditori-; politici – gli amministratori locali e
ei cittadini-) non potrà capire. Bisogna rendersi intellegibili, senza arrampicarsi (ad
esempio) sulla traduzione delle migliaia di ore di volontariato in valore economico (il
peso sul PIL, ecc): la replica sarebbe che la società ha sempre funzionato attraverso
una quota di persone che prestavano la propria attività gratuitamente e che in tempi
di carenza di lavoro non si può accettare un discorso simile.
Se il tema centrale è generare risorse, non sarà più sufficiente rispetto a un progetto
resocontare se sono stati raggiunti i risultati che quel numero di operatori e di soldi a
disposizione avrebbero dovuto garantire; si tratterà di valutare se sono state
coinvolte nel percorso persone che all'inizio non facevano parte dei promotori o degli
utenti, quante ne sono state coinvolte, se appartengono alla cerchia delle persone già
impegnate nell'associazionismo, se hanno assunto ruoli attivi (collaborazione,
coordinamento), se grazie al loro apporto il servizio che doveva attivarsi si è
ampliato-articolato e in che direzione, se le risposte erogate sono rivolte a singoli o
tendono a costruire collaborazione tra chi è in difficoltà, e così via.
È una grande opportunità offerta ai “sociali” per rendere conto (e rendersi conto) di
ciò che si produce e per offrire ai decisori la possibilità di selezionare priorità (visto
che i soldi scarseggiano) a partire più da dati di realtà che da suggestioni
ideologiche.

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2. La regola del 20 - 80
Il Cergas Bocconi ha di recente imposto all’attenzione nazionale dei dati numerici che
hanno fatto sobbalzare i ‘welfaristi’ tradizionali: il 70% della spesa per il welfare è
costituita da pensioni che lo stato eroga direttamente nelle tasche degli italiani e che
vanno a finanziare in buona parte un mercato della cura che dà lavoro a 850.000
assistenti familiari in prevalenza straniere, con netta preponderanza di contratti di
lavoro irregolari; insomma un voucher de facto che serve a sostenere un mercato del
lavoro sommerso e imponente (autorganizzato dalle famiglie con consistenti
infiltrazioni malavitose) a fronte dei 600.000 dipendenti del Sistema sanitario
nazionale. Non c’è partita (come per il rischio del crollo dei vulnerabili prima
segnalato: oggi nelle nostre comunità i servizi si prendono cura del 2-5% della
popolazione; se crolla verso la povertà il 30% delle famiglie il sistema non
reggerebbe.
La composizione del welfare italico sul piano della spesa è la seguente: 70 %
pensioni, 20% sanità, 10% sociale. Se si aggiunge che all’interno del sociale la spesa
per anziani e nidi assorbe la prevalenza delle somme e che altre somme sono in capo
a fondi nazionali, si evince che ciò su cui ci accapigliano nei nostri poveri piani di
zona non è più del 4% della spesa per il welfare e che questo dipende da scelte
compiute nei decenni passati dai governi con l’accordo di tutte le parti sociali,
sindacati in primis. Come a dire: questi valori numerici dicono di scelte di valore
compiute.
Ma non è finita qui. Se alla spesa che le famiglie compiono in proprio assumendo
badanti e pagando quote consistenti delle rette di nidi e materne, aggiungiamo
quanto immettono nel mercato del welfare le fondazioni bancarie e le imprese
attraverso atti di liberalità, il totale complessivo della spesa del welfare per il sociale
risulta composto da un 20-25% di investimento pubblico e da un 75-80% di
immissione di capitale privato.
Un sano sbigottimento è d’obbligo. Ma può essere utilizzato in opposte direzioni:
come varco per smantellare quel che resta del welfare (e in alcune regioni è di
notevole valore) o come opportunità per ripensare l’ottica degli interventi in un
contesto in cui i numeri (demografici ed economici) ci impongono di generare nuove
risorse insieme ai cittadini per sviluppare il welfare insieme alla democrazia.
Il 50% della spesa mondiale per il welfare è in Europa, luogo di maggior diffusione della democrazia:
si può dire dunque che il welfare è il frutto più prezioso della democrazia e che i destini del welfare –
che si basa sull’assunto “i tuoi problemi non sono solo tuoi ma anche nostri”- e della democrazia –che
è il dispositivo costruito nei secoli dall’umanità per convertire il conflitto in fraternità anziché in
violenza- sono profondamente intrecciati).

Ripensare l’ottica degli interventi vuol dire per esempio considerare di interesse
pubblico (nel senso di tutta la comunità) il 100% della spesa per il welfare, non solo
quella erogata dal pubblico e immaginare le amministrazioni comunali, ma anche le
cooperative sociali e le fondazioni bancarie, come agenzie di sviluppo del territorio.

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Se pensiamo però alle competenze diffuse in quel 20-80% ci accorgiamo che il
deposito dei saperi relativi alla cura e alla gestione di situazioni familiari complesse è
nella stragrande maggioranza collocato nei servizi gestiti al pubblico e dal privato
sociale in convenzione.
La regola del 20-80 qui si inverte: il 20% degli investimenti della comunità nel
welfare detiene l’80% delle competenze. Ma le competenze non sempre si accoppiano
alla disponibilità a modificare il proprio modo di lavorare in ragione delle novità
avvenute nella società. Le competenze così si sposano spesso con le resistenze.
Spesso con motivazioni nobili o improntate a crudo realismo: “Se sto con gli ultimi
sono sicuro di stare nel giusto; lavorare coi penultimi è fare prevenzione; non ce lo possiamo
permettere in tempi di crisi”; “Ho la fila davanti all’ufficio; dove trovo il tempi di andare a
costruire progetti coi cittadini?”; “siamo sotto di organico e ci venite a proporre di generare
nuove risorse: ma siete impazziti?”; “Non posso mica mettere le mutande al mondo! Facciamo
il nostro pezzo che consiste già in ottimi servizi. Se la politica troverà i soldi per fare altro,
vedremo”; “Ho 90 bocche da sfamare in cooperativa; non posso mica permettermi troppe
pirotecnie progettuali”.
Si potrebbe replicare che se non si generano nuove risorse il welfare che oggi
vediamo è destinato a scomparire, che esistono esperienze di modificazione di
procedure di lavoro (ad esempio collaborazione con organizzazioni di volontariato e
cittadini per la gestione di utenti non troppo problematici) che hanno consentito agli
operatori di liberare tempo per costruire progetti di collaborazione coi nuovi poveri
(i neodisoccupati che hanno ancora un buon bagaglio di risorse), ecc…, ma se la
musica di fondo che prevale tra operatori e dirigenti dei servizi del pubblico e del
privato sociale è lo sconcerto, il timore, il freno a mano tirato, si può ben
comprendere che la strada non è breve né semplice. Non basta indicare la rotta (per
quanto giusta possa essere ) aggiungendo magari batterie di giornate di formazione
(che finiscono quasi sempre per far sentire inadeguati e perseguitati gli utenti di
questi percorsi). Bisogna valorizzare chi è disponibile a rischiare, sostenere chi è
insieme incerto e curioso, e accompagnare chi ha troppa paura per intraprendere
strade nuove. Insomma, non possiamo rottamare l’80% delle competenze del lavoro
sociale; ma non possiamo nemmeno farci paralizzare dalle loro paure. È un bel
dilemma. Proveremo di seguito ad abbozzare alcune piste di lavoro. Senza
pretendere che siano le uniche possibili.

3. Una grande trasformazione, tante differenti resistenze e lo spazio per l'utopia
Per
capire le nostre vicende locali bisogna dare uno sguardo alle macro
trasformazioni in corso; non come operazione deresponsabilizzante ma per assumere
il deposito profondo che il suono nel mondo lascia in un contesto. Servono diverse
tipologie di zoom per capire questa nostra epoca.

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Non è difficile scorgere che è in atto una trasformazione profondissima della cultura
del mondo: un vettore veloce e possente, condotto da finanza e tecnologia, si muove
nella direzione della semplificazione estrema, figlia del codice macchinico: alla
macchina non serve troppa complessità di emozioni e di pensiero; l'umano, lo
storico, l'affettivo (dunque anche la democrazia) sono rallentatori del processo. Per
comprendere come pensa la cultura che divide il mondo non serve ragionare
secondo le categorie dell'utile (il “quanto ci guadagno”, anche se è indubitabile che le
differenze tra ricchi e poveri stiano tornando ai livelli del 1700); bisogna pensare il
mondo come lo può pensare una macchina: perfetto sul piano delle prestazioni, ma
bambino e semplificato sul piano emotivo. Sotto l'esaltazione della velocità e della
performatività, questo gigante affettivamente rozzo e poco saggio non valuta non
solo la delicatezza, la varietà e la ricchezza delle costruzioni umane, ma anche i rischi
di autodistruzione del pianeta cui va incontro questo tipo di approccio.
A livello politico generale chi si oppone a questa tendenza sembra relegato,
nell'immaginario collettivo, ai margini, nelle nicchie della Green economy, in piazze
tanto infuriate quanto ininfluenti, insomma in astronavi come quella di Morpheus
nel film Matrix. In realtà i canali attraverso i quali l'utopia percola negli anfratti del
Moloch che guida il mondo sono molti e molto promettenti. Basta saperli scorgere. E
per farlo si deve evitare di cadere nel luogo comune secondo il quale l'utopia è un
semplice contrappeso alla durezza del presente, un obiettivo lontano cui si tende e
che mai si raggiungerà. In realtà l'utopia e la ricerca inesausta di varchi per
introdurre nel sistema logiche di funzionamento diverse a partire di pratiche locali.
Le proposte che si muovono nell'ottica del welfare generativo, dell'attenzione al
locale, del lavoro di comunità (di cui Spazio comune è solo uno dei propugnatori)
vanno in questa direzione: sperimentazioni concrete che, se messe in rete, possono
raggiungere una massa critica in grado di innescare cambiamenti di grande rilievo
nella direzione sia del sostegno alle vulnerabilità di vario tipo che ci attraversano, sia
dello sviluppo dei processi democratici.
Nella stessa area del welfare si muovono, con ben maggiore possanza e persuasività
diffusa, ipotesi e pratiche che ritengono necessaria, per sopravvivere in questo
mondo performativo e veloce, la strada del gigantismo organizzativo: poche supercooperative sociali, super-aziende municipalizzate, super-ASP che assorbono i
soggetti medi e piccoli non più in grado di "reggere la sfida" (che è la stessa logica
delle fusioni tra banche).
Il quadro è ulteriormente complessificato dal fatto che la compagine di chi "resiste"
alla grande trasformazione è tutt'altro che omogenea e animata da medesime
motivazioni. Non solo innovatori della Green economy, non solo sperimentatori di
nuovi servizi di comunità, ma anche consorterie professionali legate a privilegi
medievali (ad esempio i notai), mandarini della pubblica amministrazione non
disponibili a cedere un briciolo del loro potere, sindacalisti abbarbicati a un'idea di
lavoro che non esiste più (e, così facendo, involontari propugnatori di nuove
diseguaglianze), operatori e dirigenti delle organizzazioni che producono welfare
sopraffatti dai timori descritti in precedenza.
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Basta un minimo di discernimento per capire che la compagnia dei "resistenti" alla
grande trasformazione è molto eterogenea e abitata da spinte che vanno in direzioni
contrapposte. Per questo è così difficile fare concertazione a tutti i livelli.
Ma è solo resistere il punto? O non è anche utilizzare le opportunità che le nuove
tecnologie offrono per favorire la generazione e la connessione di nuove esperienze
di welfare e di partecipazione? L'esempio di via Fondazza social street è molto parlante
in questa direzione: un gruppo Face book costituito una via di Bologna produce
capacità di cogestire problemi comuni, frequentazioni de visu tra persone che non si
conoscevano, centinaia di gruppi simili in Italia, Francia, Brasile. Il tutto in meno di
sei mesi. La tecnologia è un rischio quando non sappiamo governarla interiormente,
quando la idealizziamo supponendo che possa sostituirsi alle relazioni vis-à-vis. In
via Fondazza il back office delle persone che coordinano il gruppo Face book è
enorme. Senza cura e manutenzione tutto è volatile.
La vicenda della rete telematica di strada bolognese non è significativa soltanto
rispetto all'utilizzo delle nuove tecnologie, ma anche riguardo alle modificazioni del
rapporto tra cittadini e organizzazioni di terzo settore, in particolare volontariato e
associazionismo. Queste infatti lamentano da tempo mancanza di nuovi ingressi di
soci. Stanno diventando sempre più associazioni di terza età, ancorché competenti
sul piano della democrazia interna, della gestione delle dimensioni burocratiche e
organizzative e dell'accesso a fonti di finanziamento. Va considerato che questa
società produce movimenti in un'altra direzione, allergica regole, statuti e spesso
persino allo stare in gruppo, ma attraversata comunque dall'intenzione persone
donare una quota di tempo per il bene comune. Questa posizione non può solo
essere stigmatizzata chiedendo alle nuove forme di vita sociale, con una sorta di
imperativo categorico, di diventare adulte. Bisogna capire e accompagnare
In sostanza, uscire da visioni manichee ci può aiutare a trovare strade utili in questo
nuovo mondo che si profila da un lato guidato dalle macchine, ma anche pieno come
un groviera, come una casbah, di buchi e pertugi dove si possono infilare piccole
realizzazioni utopiche in grado di gemmare e connettersi fino a diventare massa
critica significativa.

4. Generosità, fiducia, paura e pagnotta: tra economico e sociale
Promuovendo, incontrando e analizzando comparativamente numerose esperienze
di welfare generativo attraverso l'attività di Spazio comune, abbiamo potuto
constatare come spesso l'idea innovativa che sta al fondo di queste esperienze non sia
il colpo di genio di un individuo isolato, ma un click di gruppo che sottende una
scommessa in grado di intercettare altre persone sul piano profondo, consentendo
loro di andare oltre i perimetri culturali e organizzativi entro i quali si erano mosse
fino a quel momento.
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Dentro quel click una dimensione costitutiva è quella della generosità: le esperienze
dimostrano che bisogna dare per generare quella fiducia in grado di costruire nuova
realtà.
Generosità: parola avulsa dalla logica dell'economia? A guardar bene non tanto:
- per una cooperativa sociale "regalare" lavoro per attivare cittadini che si occupano
dei loro problemi a costo zero, costruisce reputazione (immagine) nella comunità
(cittadini, amministratori locali, operatori sociali) con possibili ritorni in termini di
commesse di lavoro;
- far transitare le persone dall'io al noi assomiglia molto a quello che gli economisti
chiamano aggregazione della domanda;
- investire generosamente per generare fiducia nei prodotti che si erogano senza
avere la certezza matematica che questa operazione avrà un ritorno e in quali tempi,
è né più né meno che il rischio d'impresa che si assume ogni sano operatore
economico.
Le progettualità sociali di cui abbiamo parlato in queste pagine sono nuove forme di
vita di cui bisogna prendersi cura come ogni genitore dovrebbe fare per le creature
che mette al mondo. È una delicata attività insieme di tutoring (accompagnamento e
facilitazione nelle asperità dei percorsi sociali sempre meno tutelati dagli antichi
airbag dei reticoli consolidati), scouting (reperimento e valorizzazione delle risorse
sociali non viste e allo stato incoativo) e brokering (connessione tra risorse irrelate)
non molto dissimile da quanto fanno le imprese quando investono su un nuovo
prototipo (costruito nella "camera gialla" separata dal resto della produzione) o
quando cercano nuove risorse da combinare in modo innovativo.
Così le piccole-grandi scommesse sociali innovative incontrano le stesse difficoltà
delle piccole e medie imprese italiane nell'investire su ricerca e formazione, sia per
limiti culturali loro, sia per la debolezza delle strutture di sostegno a queste attività.
Somiglianze strane tra welfare ed economia? Non si tratta di sostituire una logica
(quella dell'economia) ad un’altra (quella sociale), ma semplicemente di riconoscere
la radice sociale dell’economia (cfr. J. L. Laville, L’economia solidale, Milano, 1998).
C'è però una differenza, non di poco conto. Nel sociale (nel welfare) è più
problematico il rapporto col fallimento, perché, mentre nell'economico fra
l'imprenditore e il prodotto c'è la mediazione del denaro (oltre a un’organizzazione
strutturata e a un robusto corpus disciplinare), nel lavoro sociale tra operatore e
l'utente ci sono meno membrane: l’organizzazione e il corpus disciplinare sono molto
più deboli, ma soprattutto ci sono di mezzo dei valori di giustizia sociale che
mettono in gioco le persone nella loro totalità. Per questo lo sforzo sulla costruzione
di criteri di misurazione (non algoritmici) del prodotto sociale è assolutamente
cruciale; non solo per far comprendere ad attori sociali portatori di altri codici
culturali la valenza di questo lavoro, ma anche perché gli operatori possano
visualizzarlo a se stessi.
La chiave di lettura che qui proponiamo può essere utilizzata anche per leggere le
resistenze di operatori e dirigenti a muoversi nella logica del welfare generativo (cfr.
par. 2). Spesso infatti i conflitti vertono sul piano manifesto intorno a questioni
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valoriali (tutela dei diritti dei più deboli, scarsi investimenti da parte delle istituzioni,
ecc.) quando dentro ci sono anche altri aspetti come il timore per la perdita del posto
di lavoro (la "pagnotta”), la fatica ad uscire dal perimetro dei propri utenti (l’”orto”) ,
la paura di dover modificare il sistema di competenze che ha costituito per anni, in
certi casi per decenni, un elemento essenziale di identità.
Nasce da qui la saldatura tra questa paura e il rivendicazionismo fine a se stesso che
finisce per risultare sterile e deresponsabilizzante se ad esso non segue un impegno
personale su oggetti concreti.
Nessuna persecuzione e nessuna rottamazione degli operatori sociali, dunque, ma va
riconosciuto che il sistema di welfare e l’azione sindacale, insieme a molti indubbi
meriti, non hanno favorito la valutazione del tipo di prodotto erogato dal singolo, né
l'assunzione di responsabilità.
Oggi in gioco ci sono invece questi aspetti, che nell'ottica della generatività sono
valori. Se questo coincide con codici culturali dell'economia che male c'è?

5. Alcune proposte sostenibili ( e forse anche eque …)
Nelle pagine precedenti abbiamo enucleato più problemi e dilemmi che soluzioni. In
quest'ultimo paragrafo non ci proponiamo di tirar fuori dal cilindro qualche magia,
ma semplicemente di abbozzare qualche pista operativa su cui chiamare al lavoro un
ampio e variegato arco di soggetti come’è nelle abitudini di Spazio comune.

Sostenere le figure-perno nelle organizzazioni di welfare
Siamo partiti dalle nuove vulnerabilità dei cittadini che abbiamo incontrato via via
quelle delle organizzazioni e degli operatori del welfare.
Queste fragilità vanno sostenute. In particolare nelle organizzazioni è importante
aiutare le figure-perno (dirigenti e coordinatori) su cui grava maggiormente l'onere
di tentare strade nuove misurandosi con timori su cui ci siamo più volte soffermati.
Oltre a inevitabili forme di consulenza mirata, potrebbero essere utili dei contesti
collettivi in cui confrontare prassi buone e critiche, costruendo alleanze operative
sulla realizzazione comune di prodotti innovativi.
Nel sociale vige spesso una competizione serrata sui prodotti, come se uno scrivesse
coprendo con una mano il proprio elaborato per non far copiare il vicino di banco. In
realtà le soluzioni ai problemi sociali si possono trovare solo in modo sociale, cioè
insieme. Allestire contesti che favoriscano la collaborazione potrebbe rappresentare
una pista di lavoro interessante.

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Laboratori per lo studio del DNA sociale
Serve un cambio di paradigma. Anche il sociale, come l'economico, è chiamato a
passare dal fordismo al post-fordismo. Un welfare leggero non è meno complesso o
meno competente. Ha semplicemente meno luoghi in cui attendere gli utenti e più
"punti-sosta" mobili nel territorio, in cui intercettare i cittadini, tutti i cittadini.
Ripensare un paradigma nel sociale però è più complesso che nell'economico. Non è
solo questione di procedure, ma anche di senso. Si deve andare alla radice, al modo
con cui si genera il legame sociale. La scelta di fondo da compiere è l'investimento
strategico sulla rigenerazione del legame sociale. Per questo come i biologi studiano
il DNA, così di ‘welfaristi’ devono costruire laboratori per testare e valutare cosa
consente a questo dispositivo cruciale per la sopravvivenza dell'umanità che è il
legame sociale, di conservarsi e svilupparsi. Oltre all’emergenza ecologica c'è anche
quella sociale. Senza questo plancton, senza questa quotidiana funzione clorofilliana
relazionale, la vita sul pianeta sparirà. È tempo di fare raccolte di fondi non solo per
il cancro o la SLA, ma anche per questa importante emergenza che sottende tutte le
altre.

Serve un soggetto accompagnatore forte: espressione di un aggregato di soggetti
medi e piccoli?
Le scommesse di cui stiamo parlando non sono semplici. Difficile supporre che i
singoli attori locali possano affrontarle e sostenerle senza il supporto di un soggetto
forte che consenta di reggere oscillazioni e passi indietro, di connettere e valorizzare
le esperienze riuscite, di investire su piste di lavoro innovative.
Chi può essere questo soggetto? In certe regioni un'istituzione. In altre, come la
Lombardia, questo lavoro è stato parzialmente assunto da una fondazione bancaria.
È lecito chiedersi se dobbiamo solo attendere che qualche macro-decisore allestisca
per noi questo soggetto o se non possa partire dal basso una spinta generativa di
soggetti di piccola e media grandezza in grado di svolgere questa funzione, magari
su scala internazionale. Una sorta di azionariato popolare. Utopia? Ci risiamo.
Provare per credere.

Scegliere oggetti di lavoro fondanti il
scuola

vivere civile: casa, cibo, salute, lavoro,

Se vogliamo agganciare il cittadino quidam (quello non impegnato, ma nemmeno
utente dei servizi) dobbiamo cercare, come si è detto all'inizio, oggetti non
stigmatizzanti. Questo però non significa oggetti stravaganti. La vita sociale si svolge
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intorno ad alcune traiettorie fondanti. Sceglierle come terreno di aggancio ci offre più
probabilità di intercettazione. Intervenire sul tema della casa non significa solo offrire
abitazioni agli sfrattati, ma anche a coppie giovani con figli e con un solo stipendio, a
canoni calmierati con la richiesta di occuparsi di qualche fragilità presente tra i
condomini.
Si può intervenire sul cibo non solo per fare il banco alimentare, ma anche partendo
dal lavoro di un GAS sulle modalità ricorrenti di alimentazione per evitare allergie e
obesità,agganciano in questo modo nuove fragilità molto diffuse tra chi non osa
chiedere aiuto e tra chi ha buone risorse, ma è privo di reticoli.
La salute poi si presta particolarmente come occasione di aggancio: un ambulatorio
di quartiere gestito da qualche volontario e da un infermiere, con un medico in
reperibilità, può avere un'importante funzione nell'ascolto delle problematiche della
popolazione che vi si rivolgerebbe senza timori, perché avere un problema di salute
fisica solitamente non è fonte di vergogna.
In sostanza si tratta di costruire oggetti di lavoro innovativi intorno a problemi
tradizionali, introducendo cioè un contenuto nuovo –perciò a rischio di non essere
compreso o produrre resistenze- (la costruzione del legame sociale) attraverso un
contenitore noto –dunque rassicurante- (casa, cibo, ecc).

Riconfigurare continuamente il campo. Come i Tuareg
Costruire un welfare generativo in un contesto veloce e perturbato come quello della
nostra società, richiede alcune competenze nuove, come si è detto (tutoring,
brokering, scouting, aggancio, attivazione, manutenzione), ma una in particolare ci
sembra sottesa a tutte le altre: la capacità di riconfigurare continuamente il campo (il
set organizzativo temporaneamente allestito nel contesto: procedure, ruoli, funzioni,
sistemi di alleanze) alla stessa velocità con cui si muove e si trasforma il mondo.
Impossibile? Sicuramente sì per servizi con un'offerta rigida che attendono l'utente in
un posto. Possibile invece per chi si ponga innanzitutto il tema di un abitare un
territorio con le proprie caratteristiche storiche, sociali e antropologiche e con proprie
oscillazioni, costruendo obiettivi e problemi con la gente.
Non è facile, ma la competenza essenziale per farlo non è una check-list di funzioni
da applicare, bensì un'attrezzatura interiore in grado di leggere questo nostro tempo.
Non immaginiamo un'ascesi individuale, ma occasioni collettive di riflessione sul
fare e oltre il fare.
Sarà un caso che i Tuareg (abitatori del deserto, contesto che si riconfigura più volte
durante la giornata) sembrano essere l'unico popolo tra cui non si è sviluppato il
cancro?
"Cammina veloce chi è armato leggero" dice un antico proverbio cinese.

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Spazio comune: un link tra segmenti che non sempre si parlano
In questo contesto spazio comune si propone come un'opportunità di
- valorizzazione e connessione di prassi generative significative, ma poco note
- costruzione di link tra attori cruciali per il welfare che non sempre sono
collegati tra loro (amministrazioni locali, università, fondazioni bancarie, terzo
settore; ma anche operatori, quadri intermedi e dirigenti; tecnici e politici;
cittadini, volontari e istituzioni).
Quello che serve, ci sembra è un'energia di connessione gratuita. Una sorta di WIFI
ad accesso libero.
Si muove in questa logica il progetto principale su cui spazio comune sta lavorando:
WIKI SOCIAL , una banca dinamica interattiva dei progetti di welfare generativo,
fatta di informazioni costruite dai protagonisti di questi progetti, secondo un format
predefinito (scheda sintetica scritta, breve video, eventuale documentazione
aggiuntiva).
Un simile dispositivo ci sembra possa svolgere più funzioni:
- rendere visibili reciprocamente i progetti di lavoro, creando un’agorà in grado
di produrre collaborazioni e alleanze
- rendere visibile ai decisori la consistenza numerica e la qualità dei prodotti di
queste esperienze
- costruire cultura sul
welfare generativo collegato alla partecipazione
attraverso la visibilità erga omnes di iniziative con ricadute di utilità molto
concreta che senza questo dispositivo non verrebbero conosciute
***

Siamo partiti dalla prossimità e abbiamo fatto il giro del ‘mondo welfare’ in poche
pagine, perché essere prossimo in questo mondo in velocissima trasformazione è
diventato molto più complesso e richiede nuove attrezzature. Confidiamo che queste
pagine possano fornire un contributo utile agli obiettivi della biennale

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