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Vita di Gesu Cristo giuseppe Ricciotti .pdf



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V I T A D I GESÙ C R I S T O

La vita di Gesù, sia dal punto di vista religioso che da
quello puramente storico, ha sempre attratto e messo alla
prova intelligenze di prim'ordine. Cosi se ne sono interessati, per esempio, uno Strauss, un Mauriac, un Loisy e altri, fino a Robert Aron, col recente Gli anni oscuri di Gesù.
E s'intende che ciascun autore vi ha messo implicitamente
parte della propria personalità, saggiando tradizione, storia,
leggenda e dando ai fatti e all'insieme quella che il Ricciotti
chiama "coloritura". Coloritura nella quale si manifestano
necessariamente idee e convinzioni di chi scrive. In quanto a
Ricciotti, ecco come chiarisce: « H o voluto fare opera esclusivamente storico-documentaria: ho ricercato cioè il fatto antico e non la teoria moderna, la sodezza del documento e non
la friabilità d'una interpretazione in voga; ho perfino osato
imitare la nota "impassibilità" degli evangelisti canonici...
Ho mirato, dunque, a far opera di critica». Premessa giustifìcatissima dato che con il problema della predicazione di
Gesù, si identifica quello dell'essenza stessa del Cristianesim o ; da qui la necessità del vaglio accuratissimo delie fonti
storiche, dell'abbondanza di riferimenti, di commenti a passi evangelici, delle esegesi eruditamente filologiche di cui
quest'opera abbonda. La profonda analisi del variopinto
mondo precristiano, del sincretismo religioso pagano di fronte alla mentalità assolutistico-religiosa della società ebraica
del tempo (pur cosi variamente composita), l'attenzione
dedicata a sette come quella degli Esseni (cui tanta importanza hanno dato le molteplici scoperte del Mar Morto),
fanno della Vita di Gesù Cristo un classico della cristologia.

IL BOSCO
volume 155

Giuseppe Ricciotti

VITA DI GESÙ CRISTO
con una introduzione critica

ARNOLDO MONDADORI EDITORE

VITA DI GESÙ CRISTO

Prefazione alla 1" edizione
La prima vaga idea di scrivere questo libro mi venne molti anni fa
in circostanze straordinarie. Ero stato trasportato in un ospedaletto da
campo, che stava rimpiattato sotto un bosco d'abeti in un vallone
delle Alpi : per qualche tempo rimasi là tra la vita e la morte, più
vicino a questa che a quella; notte e giorno il vallone rintronava
dello schianto delle granate, attorno a me gridavano feriti e rantolavano moribondi, il lezzo delle cancrene che ammorbava l'aria
sembrava un preannunzio del cimitero. Aspettando la mia sorte, a
un certo momento pensai che, se fossi sopravvissuto, avrei potuto
scrivere u n a Vita di Gesù Cristo ; il vangelo di- lui, infatti, stava là
sul mio pagliericcio, e le sue pagine ove le macchie di sangue si
erano sovrapposte a guisa di rubriche alle lettere greche mi parevano un simbolico intreccio di vita e di morte.
Guarito che fui e tornato alla vita normale, quell'idea della Vita
di Gesù Cristo invece di attirarmi mi sgomentava, e ogni volta che
vi ripensavo ne avevo sempre più paura : eppure non solo non mi
abbandonava giammai, ma piuttosto diventava per il mio spirito
una specie di necessità. Come si fa istintivamente di fronte alle necessità paurose, cominciai con girarle dattorno, quasi per illudere
me stesso : mi detti a pubblicare studi su testi ebraici e siriaci, quindi
u n a Storia d'Israele e poi ancora la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe, ma la vera roccaforte restava ancora là intatta nel bel mezzo
dei miei giri, risparmiata dalla mia paura. Ben poco mi scossero
esortazioni d'amici e inviti d'autorevolissime persone : rispòsi immutabilmente per molti anni che le mie forze non reggevano davanti
a una Vita di Gesù Cristo.
Invece più tardi, contro ogni previsione, ho ceduto. Ma ciò è avvenuto appunto perché l'agonia dell'ospedaletto da campo, dopo tanti
anni, si è rinnovata e in circostanze assai peggiori : quando cioè
vidi che la tempesta di una nuova guerra s'addensava sull'umanità,
e che l'Europa secondo ogni più facile previsione sarebbe stata nuo9

PREFAZIONE

vamente allagata di sangue, allora mi parve che non la mia persona ma tutta intera l'umanità, quella cosiddetta civile, giacesse
moribonda con un vangelo macchiato di sangue sul suo pagliericcio.
Quest'immagine divenne allora cosi imperiosa su di me che fui costretto ad obbedire : essendo tornato il sangue sul mondo, bisognava
pure che tornasse il vangelo. E cosi il presente libro è stato scritto
mentre l'Europa era nuovamente in preda alla guerra ossia a ciò
ch'è la negazione più integrale del vangelo.

Se faccio queste confidenze al lettore non è per parlare della mia
insignificante persona : è invece per avvertire in quale stato d'animo
è stato scritto questo libro. La quale avvertenza è, a parer mio, importantissima per giudicare ogni biografia di Gesù : il lettore che
avrà la pazienza di scorrere l'ultimo capitolo dell'Introduzione si
convincerà facilmente che le biografie di Gesù scritte dallo Strauss,
dal Renan, dal Loisy e da tanti altri ricevettero le loro particolari
coloriture soprattutto dallo stato d'animo del rispettivo autore. Altrettanto è avvenuto a me - e lo confesso onestamente - giacché lo
stato d'animo con cui ho scritto è stato quello di uscire dal presente
e raccogliermi nel passato, uscire dal sangue e raccogliermi nel
vangelo.
Ma appunto per questa ragione ho voluto fare opera esclusivamente
storico-documentaria : ho ricercato cioè il fatto antico e non la
teoria moderna, la sodezza del documento e non la friabilità d'una
sua interpretazione in voga; ho perfino osato imitare la nota « impassibilità » degli evangelisti canonici, i quali non hanno né una
esclamazione di letizia quando Gesù nasce né un accento di lamento
quando egli muore. Ho mirato, dunque, a far opera di critica.
So benissimo che quest'ultima parola, comparsa già nel titolo, sarà
giudicata usurpata da coloro per i quali la scienza, critica è soltanto
demolitrice e la sua ultima conclusione deve essere un « No » ; ma
non è affatto dimostrato che cotesti valentuomini abbiano ragione,
e tanto meno che la loro intenzione demolitrice sia risultata realmente efficace sui documenti presi di mira : anche su questo punto
l'ultimo capitolo dell'Introduzione convincerà facilmente il lettore
spassionato e imparziale. Del resto cotesti demolitori sono ormai quasi « superati » ; naturalmente essi, dopo aver imperato per parecchi
anni, rifiutano di abdicare e rimangono tenacemente attaccati ai
loro metodi; ma, come è già avvenuto per l'Antico Testamento,
anche per il Nuovo la critica programmaticamente demolitrice è
in decadenza e fra non molto rimarrà prerogativa non invidiata dei
« vecchi ». Oggi, in forza sia delle recentissime scoperte documen10

PREFAZIONE

tarie sia di tante altre ragioni, la saggia critica mira ad essere costruttrice e la sua ultima conclusione vuole essere un « Si ». Compito difficile, senza dubbio : ma la riluttanza che provavo a scrivere
questo libro era causata specialmente da questa difficoltà, di essere
nello stesso tempo critico e costruttivo.
Per amore di chiarezza, e per non costringere il lettore a ricorrere
ad altri libri, ho dovuto riassumere nell'Introduzione alcune poche
pagine del volume secondo della mia Storia d'Israele : trattavo infatti argomenti che ero costretto a trattare anche qui. Non si cerchino invece in questo libro moltissime altre cose che esso, già troppo
ampio, non doveva né poteva trattare : tale è il caso, ad esempio,
della bibliografia, che per il Nuovo Testamento forma quasi una
scienza a sé e richiederebbe un volume a parte; solo eccezionalmente
mi sono indotto a citare qua e là alcuni pochi lavori particolari,
mentre per uno sguardo generale valgono - e sono anche troppi gli autori citati nell'ultimo capitolo dell'Introduzione...
Roma, gennaio 1941

Prefazione

alla

15"

edizione

Dopo la l a edizione italiana ne sono state pubblicate altre 14, e in
più una dozzina di traduzioni in varie lingue, compresa la cinese.
In questa edizione sono state rinnovate molte illustrazioni, e accolte
anche quelle artistiche che prima erano state escluse.
Roma, aprile 1962

INTRODUZIONE

L'AMBIENTE

Il paese di Gesù
§ 1. La regione óve Gesù visse è in sostanza quel tratto della costa
mediterranea che unisce la Siria meridionale con l'Egitto. Lungo i
secoli questa regione geografica fu chiamata con vari nomi e racchiusa entro differenti limiti; oggi è chiamata, come già in Erodoto, Palestina, e i suoi limiti sono in parte naturali e in parte convenzionali.
Ai suoi due fianchi la Palestina ha limiti naturali : ad occidente è
limitata dal Mediterraneo, e ad oriente dal deserto siriaco-arabo.
In alto e in basso i limiti naturali non sono cosi precisi. Tuttavia,
a settentrione, un distacco abbastanza netto è segnato dalla catena
del Libano, che scende parallela al Mediterraneo e all'interno è
fiancheggiata dall'Antilibano, al quale fa da avanguardia l'Hermon :
la stretta fra l'Hermon e il Libano può considerarsi come il limite
settentrionale della Palestina. A mezzogiorno il limite geografico è
rappresentato genericamente dallTdumea e dalle regioni desertiche
che si estendono immediatamente sotto Beersheva e il Mar Morto.
Sono i due limiti, settentrionale e meridionale, designati frequentemente nell'Antico Testamento con l'espressione da Dan fino a Beersheva, per comprendere la Palestina abitata dagli Ebrei.
Questa striscia di costa mediterranea è dunque compresa fra i gradi
31-32,20 di latitudine nord, e 34,20-36 di longitudine Greenwich.
La sua lunghezza, daìle falde meridionali del Libano (Nahr el-Qasimijje) fino a Beersheva, è di circa 230 chilometri; la larghezza,
dal Mediterraneo fino al fiume Giordano, va da un minimo di 37
chilometri a nord, fino a un massimo di circa 150 sotto il M a r
Morto. La superficie della porzione di qua dal Giordano (Cisgiordania) è di 15.643 chilometri quadrati; quella della porzione di là
dal Giordano (Transgiordania) di 9.481. La superficie totale della
Palestina è dunque di 25.124 chilometri quadrati, cioè poco minore
di quella della Sicilia (25.461 Km 2 .) : la quale piccolezza materiale,
sproporzionata all'importanza morale, già faceva esclamare a S. Gi15

IL PAESE DI GESÙ §§ 2-3

rolamo : Pudet dicere latitudinem terra repromissionis, ne ethnicis
occasionem blasph-emandi dedisse videamur (Epist., 129, 4).
§ 2. L'intera regione è divisa, nelle due porzioni testé accennate,
dal profondo avvallamento dentro cui scorre il Giordano e che è un
fenomeno geologico unico sul globo. Questo avvallamento; prolungandosi giù dal T a u r o attraverso la Celesiria, si deprime sempre più
avanzandosi nella Palestina, raggiunge il suo punto più profondo
dentro il M a r Morto, e continuando a oriente della penisola Sinaitica raggiunge il M a r Rosso. Sopra a Dan il livello dell'avvallamento è ancora di 550 metri più alto del Mediterraneo; ma dopo
una decina di chilometri, dov'era il lago di el-Hule, il livello è
sceso a soli 2 metri sul mare, e dopo un'altra decina di chilometri,
al lago di Tiberiade, il livello d'acqua è a 208 metri sotto il mare,
mentre il fondo del lago è di 45 metri più in basso; infine, all'imboccatura del M a r Morto il livello d'acqua è a 394 metri sotto il
Mediterraneo, e dentro il M a r Morto il fondo è a 793 metri sotto il
Mediterraneo, costituendo cosi la più profonda depressione continentale conosciuta sul globo.
Questo singolare avvallamento è percorso in lungo dal solo fiume
importante della Palestina, il Giordano, che nasce dall'Hermon e,
dopo aver superato il lago di Tiberiade, si espande nel M a r Morto
e ivi muore senza sboccare nel mare grande. Il che è espresso da
Tacito con la sua solita maniera scultoria : Nec Jordanes pelago
accipitur, sed unum atque alterum lacum (el-Hule e Tiberiade) integer perfluit, tertio retinetur (Mar Morto) (Hist., v, 6).
Dalla confluenza delle sue varie sorgenti fino al lago di el-Hule il
Giordano percorre una quarantina di chilometri. Il lago di el-Hule,
ora prosciugato, aveva una lunghezza di circa 6 chilometri. Subito
dopo il Giordano, percorsa una rapida discesa di 17 chilometri, forma il lago di Tiberiade, chiamato più anticamente di Gennesareth.
Questo lago, di forma quasi ovale, ha la larghezza massima di 12
chilometri e la lunghezza di 2 1 . Dall'uscita dal lago di Tiberiade
fino all'entrata nel M a r Morto, il Giordano s'avanza per Km. 109,
mentre il suo percorso reale è più del doppio a causa della tortuosità
del letto ; a principio ha una larghezza media di 25 metri con una
profondità da 2 a 3 e si avanza tra rive coperte di lussureggiante
vegetazione selvaggia, ma ad una decina di chilometri prima del
M a r Morto la vegetazione va scemando, l'acqua diventa salmastra
e la corrente si fa meno profonda e più larga (metri 75).
§ 3. La costa mediterranea, dalle falde meridionali del Libano fino
al promontorio del monte Carmelo, ha un'ampiezza da 2 a 6 chilometri, a oriente dei quali sorgono le alture del retroterra. Questo
16

IL PAESE DI GESÙ § 4

tratto di costa, salvo Tiro al nord che anticamente era un'isola, non
ha che due mediocri porti naturali sotto il Carmelo, cioè Akka
(Tolemaide) e Haifa (Gaifa), quest'ultimo recentemente ampliato
dagl'Inglesi. La costa più in basso, dal Carmelo fin sotto Gaza, è
uniforme e rettilinea con un'ampiezza che nella parte meridionale
raggiunge anche i 20 chilometri; ricoperto dalle sabbie del Nilo,
questo lido era per gli antichi un litus importuosum giacché non
ha altri porti che quello assai scadente di Giaffa. Solo la tenacia e
]è ricchezze di Erode il Grande gli permisero di costruirvi l'eccellente porto di Cesarea marittima, ampiamente descritto da Flavio
Giuseppe (Guerra giud., i, 408-415) e oggi ridotto a un grandioso
ammasso di rovine. Il lido dal Carmelo a Giaffa era la pianura di
Saron, celebrata dalla Bibbia per la sua amenità; il tratto da Giaffa
in giù era propriamente la Filistea, o paese dei Pelishtim (Filistei),
il cui nome si estese poi a tutta la Palestina.
La Cisgiordania è divisa geologicamente in due parti dalla vallata
di Esdrelon, che da sopra il Carmelo s'inoltra obliquamente verso
il sud-est. Il territorio a settentrione di questa vallata è la Galilea,
montagnosa a nord e un po' meno a sud; essa fu la patria di Gesù
e la prima culla del cristianesimo, ma nella storia ebraica antica
ebbe scarsa importanza perché la popolazione ebraica vi era piuttosto rarefatta e troppo lontana dai centri importanti di vita nazionale
che stavano a sud. Più in basso della vallata di Esdrelon si estendono prima la Samaria e poi la Giudea; ambedue collinose, declinano
verso oriente in zone pianeggianti e deserte. Tutte e tre le regioni
- Galilea, Samaria e Giudea — sono descritte da Flavio Giuseppe
(Guerra giud., va, 35-58) secondo le condizioni in cui si trovavano
appunto verso i tempi di Gesù.
§ 4. A quei tempi però, mentre la Giudea con la sua capitale Gerusalemme formava la vera roccaforte del giudaismo, la sovrastante
Samaria rappresentava uno stridente contrasto etnicamente e religiosamente. I Samaritani, infatti, discendevano dai coloni asiatici
importati in quella regione dagli Assiri sullo scorcip del secolo vin
av. Cr., e mescolatisi con i proletari israeliti lasciati ivi; la loro religione, che dapprima era stata una sostanziale idolatria con u n a
semplice coloritura di jahvismo, più tardi si purificò di grossolanità
idolatriche e sullo scorcio del secolo iv av. Cr. ebbe anche un suo
proprio tempio costruito sul monte Garizim. Naturalmente per i
Samaritani il Garizim era il luogo del legittimo culto al Dio Jahvè,
in contrapposto al tempio giudaico di Gerusalemme, e soltanto essi
erano i genuini discendenti degli antichi patriarchi ebrei e i depositari della loro fede religiosa. Di qui, ostilità continue e rabbiose fra
Samaritani e Giudei, tanto più che la Samaria era un transito
17

IL PAESE DI GESÙ § 5

obbligatorio fra la sovrastante Galilea e la sottostante Giudea : le
quali ostilità, mentre sono largamente attestate dagli antichi documenti, non sono ancora oggi cessate da parte dei miserabili avanzi
di Samaritani dimoranti ai piedi del Garizim.
La Transgiordania, generalmente collinosa e in antico ricca di boschi e ben irrigata, non fu occupata mai interamente dall'elemento
ebraico. Prima dell'ellenismo vi erano numerosi insediamenti aramaici, specialmente nella parte settentrionale; con la colonizzazione
ellenistica vi si impiantò saldamente l'elemento greco, il quale ai
tempi di Gesù era rappresentato specialmente dalla cosiddetta Decapoli.
Era questo un gruppo di città ellenistiche o ellenizzate, forse collegate tra loro da una specie di confederazione, e di numero vario secondo i tempi ma aggirantesi sul dieci : di qui il nome convenzionale
del gruppo. Di queste città la sola Scitopoli (l'antica Bethshan, oggi
Beisan) era situata di qua dal Giordano; tutte le altre erano in
Transgiordania, e tra esse le più celebri erano Damasco a nord,
Hippos sulla sponda orientale del lago di Tiberiade, Gadara, Gerasa,
Pella, Filadelfia, ecc. Alcune di queste città erano state assoggettate
dall'asmoneo Alessandro Janneo, ma Pompeo Magno verso il 63
av. Cr. le aveva nuovamente liberate. Ognuna di esse aveva attorno
a sé un territorio autonomo più o meno grande, cosicché costituivano degli isolotti ellenistici su un territorio abitato in gran parte da
Giudei e sottoposto a monarchi giudei.
§ 5. La Palestina è una regione subtropicale, e ha praticamente due
sole stagioni : quella delle piogge o invernale, che va dal novembre
.all'aprile, e quella della siccità o estiva, che va dal maggio all'ottobre. Le piogge estive sono rarissime; quelle invernali superano quasi
dovunque la media di 600 millimetri.
La temperatura varia a seconda dei luoghi. Nell'avvallamento del
Giordano, chiuso e depresso, è sempre più elevata che nelle altre
zone, e talvolta si avvicina anche ai 50 centigradi; lungo la costa
mediterranea la media invernale è di 12 e, la primaverile di 18 e,
- l'estiva di 25 e, l'autunno di 22 e. ; nelle regioni collinose dell'interno è alquanto più bassa. Gerusalemme, che è a circa 740 metri sul
mare, ha una temperatura media di circa 16 e; la media del gennaio è di circa 10 e, e quella dell'agosto di circa 26 e, le temperature massime segnalatevi raggiungono raramente i 40 e, ma non
di rado le minime scendono sotto zero. Nazareth, che è a circa
300 metri sul mare, ha una temperatura media annuale di circa
18 e; la media del gennaio è di circa 11 e, e quella dell'agosto di
circa 27 e. ; le temperature massime segnalatevi superano spesso
i 40 e, ma raramente scendono sotto zero.
18

ERODE IL GRANDE § 6

La neve è sempre rara e scarsa, e cade per lo più nel gennaio; rare
anche le notti di brina.
Frequenti nella primavera e in autunno il vento caldo dell'est, lo
sherqijje o scirocco, e quello del sud-est, il khamsin, o « simun » ;
grandemente dannosi all'agricoltura e anche alla sanità degli abitanti, questi venti erano stati raffigurati dagli Assiri come orridi mostri.
Grandi differenze nel clima palestinese fra l'antichità e oggi, pare
che non vi siano. L'abbandono dell'agricoltura e il sistematico diboscamento infierirono a lungo sotto il dominio musulmano. Oggi
rinasce l'antica ubertosità, ad esempio attorno a Cafarnao e a Tiberiade, lungo la sponda nord-ovest del lago, che è la regione descritta con tanta e giustificata ammirazione da Flavio Giuseppe
(Guerra giud., ni, 516-521). Anche in altri luoghi, ove sono stati promossi con mezzi razionali i lavori agricoli e di rimboschimento,
riappare la fecondità dell'antica Terra Promessa, che fu già liricamente descritta come terra fluente di latte e di miele.

Erode

il

Grande

§ 6. Gesù, morto per l'imputazione di essersi proclamato re dei Giudei, nacque sotto un re dei Giudei che non era per sangue né re né
giudeo.
Erode il Grande, 1 di cui Gesù nacque suddito, non era giudeo di
sangue : sua madre Kypros era araba, suo padre Antipatro era idumeo, e nessuno dei due era di stirpe regia. Figlio di tali genitori,
Erode è giustamente chiamato da un suo contemporaneo un privato
qualunque e idumeo, cioè semigiudeo (Antichità giud., xiv, 403).
Quel poco di giudaico che Erode aveva non era più che una vernice
esteriore, già applicata ai suoi antenati con la violenza; infatti la
razza degli Idumei, insediata a sud della Giudea, era rimasta pagana
fin verso il 110 av. Cr., allorché Giovanni Ircano la giudaizzò a
forza obbligandola ad accettare la circoncisione : ma, pur incorporati
ufficialmente alla nazione giudaica, gli Idumei erano considerati come bastardi dai Giudei genuini ed erano disprezzati come razza turbolenta e disordinata, sempre proclive a sommosse e lieta di sconvolgimenti (Guerra giud., iv, 231); del resto, anche il contegno tenuto dagli Idumei verso i cittadini di Gerusalemme durante la guer1

Quasi tutte le notizie di Erode ci pervengono da Flavio Giuseppe che, a
sua volta, le attinge dagli scritti perduti di Nicola di Damasco, ministro di
Erode. Secondo Antichità giud., xv, 174, Erode scrisse le proprie Memorie,
ma è assai incerto che Flavio Giuseppe le abbia consultate direttamente.
'9

ERODE IL GRANDE § 7

ra contro Roma (cfr. Guerra giud., rv, 224-352) fu di una crudeltà
tale, che non poteva essere alimentata se non da un odio inveterato.
Lo stesso nome di Erode (da 'Hpa)tSy)<; « discendente da eroi »)
mostra quanto poco lo spirito del giudaismo fosse penetrato nel
padre, che metteva quel nome della mitologia greca al suo circonciso figlio. E il figlio, in realtà, avverò in più maniere l'auspicio
espresso dal padre col nome. Erode fu veramente un eroe d'operosità
e di tenacia, un eroe di suntuosità e di magnificenza, e soprattutto un
eroe di crudeltà e di brutalità : ma tutti questi suoi eroismi affondavano le loro radici in una smisurata ambizione, in una vera frenesia di dominio, che fu il primo movente di tutte le azioni di
Erode.
§ 7. Venendo su dal nulla e ostacolato da difficoltà enormi, egli riusci a fabbricarsi un trono a Gerusalemme, basandolo anzi sui rottami di un altro trono, quello che i Maccabei, gli eroi della religione
e della nazionalità giudaica, avevano fabbricato per i loro discendenti Asmonei; ma questo trono giudaico, già sconquassato dagli intrighi dell'idumeo Antipatro, fu abbattuto definitivamente dall'astuzia e dall'energia del figlio Erode. Se poi costui nella sua impresa
riusci a trionfare degli Asmonei, e del popolo giudaico, e di Cleopatra, e di tanti altri ostacoli frappostigli dalla sua condizione e
dalla fortuna, lo dovette al sostegno morale e materiale ricevuto da
Roma.
Di Roma Erode fu sempre partigiano, perché essa era la più forte
anche in Oriente, e tra i rappresentanti di R o m a egli fu sempre partigiano del più forte : la sua realistica politica non seguiva ideologie astratte ma solo il tornaconto pratico, ch'era rappresentato dallo
Stato più forte e dagli uomini più forti in quello Stato. Da principio egli parteggiò per Giulio Cesare, ma senza essere cesariano;
tant'è vero che, ucciso il dittatore, parteggiò subito per l'uccisore di
lui Cassio, ma senza essere repubblicano; da Cassio passò al nemico
di lui Antonio, e sconfitto Antonio si buttò col rivale di lui Otta., viano; da Ottaviano però non si staccò più, perché questi divenne
l'onnipotente Augusto, cioè l'inconcusso rappresentante dell'onnipotente Roma. La politica romanofila di Erode e la ragione del suo
trionfo è tutta qui : R o m a equivale per lui al trono di Gerusalemme, ed Erode sta sempre con R o m a e col più forte dei Romani, perché gl'importa, non già Roma, ma il suo proprio trono.
Re, almeno nominale, fu egli proclamato a R o m a nell'autunno del
40 av. Cr., sotto i consoli Domizio Calvinio e Asinio Pollione, per
volere - di Antonio e di Ottaviano; il suo primo atto, dopo questa
proclamazione, fu di salire in mezzo ad Antonio ed Ottaviano sul

ERODE IL GRANDE § 8

Campidoglio per offrire a Giove Capitolino il rituale sacrifizio di
ringraziamento. L'atto svela la religiosità dell'idumeo re dei Giudei
ed è quasi un adombramento della successiva politica religiosa del
suo lungo regno. Egli dovette salire al tempio di Giove in R o m a
con gli stessi sentimenti con cui più tardi salirà al tempio di Jahvè
in Gerusalemme, giacché per lui personalmente l'un Dio valeva
l'altro : intimamente scettico, egli tutt'al più considerava la religione come un fenomeno sociale di cui bisognava tener conto nel campo politico.
§ 8. E appunto da astuto politico egli non urtò quasi mai il sentimento religioso dei Giudei, anzi si procurò di fronte ad essi il grande
merito di aver ricostruito totalmente il Tempio di Gerusalemme,
rendendolo uno dei più famosi edifici dell'Impero romano (§ 46).
Questa sua impresa fu però motivata sia del desiderio di sedare alquanto l'irritazione che i suoi sudditi avevano contro di lui, sia da
quella passione per le grandi e suntuose costruzioni ch'era allora
comune ai personaggi più potenti dell'Impero : ma un vero sentimento di religiosità giudaica fu del tutto alieno dalla sua impresa,
come appare anche dal fatto che, mentre la portava avanti, egli costruiva templi pagani in onore della dea Roma e del divino Augusto a Samaria, a Cesarea, al Panion e altrove. Né mostrò maggior
riguardo verso le persone più venerate dalla religiosità giudaica:
egli a suo arbitrio eleggeva i sommi sacerdoti e li faceva saltar via
dal loro ufficio, come pure faceva saltar via la testa dalle spalle
ad autorevoli Sinedristi, a Farisei e a dottori della Legge, quando quelle teste mostravano di pensare diversamente dal dispotico
monarca.
In questioni puramente religiose del giudaismo Erode non entrava
né voleva entrare; ma le seguiva attentamente dal di fuori, sia per
le ripercussioni che potevano avere nel campo politico, sia talvolta
per un vago sentimento superstizioso, comune allora in tutto l'Impero e tanto più naturale in chi era stato educato ai margini del
giudaismo. Cosi pure, per una accondiscendenza da scettico che ceda davanti ad esigenze sociali, non si rifiutava di seguire certe prescrizioni d'indole religiosa che non gli fossero troppo pesanti : ad
esempio, nella ricostruzione del Tempio fece osservare puntualmente le complicate norme della Legge ebraica, ed egli stesso non si
permise mai d'entrare nelle parti più interne dell'edificio, pur costruito a sue spese, perché non era sacerdote e quindi non aveva il
permesso d'entrarvi : inoltre, quasi tutte le monete da lui battute
sono prive di raffigurazioni di esseri viventi in ossequio alla norma
giudaica che le proibiva; giunse perfino a non acconsentire al masi

ERODE IL GRANDE § 9

trimonio di sua sorella Salome con l'arabo Silleo, perché costui
rifiutò d'accettare per tale scopo la circoncisione.
Ma queste ed altre piccole parvenze di religiosità giudaica erano soltanto effetto di accomodamenti pratici, non già di sentimenti interni. La corte di Erode in Gerusalemme era in pratica una corte pagana, che per corruzione ed oscenità triviale superava di gran lunga
molte altre corti orientali; il fasto poi di tale corte fu alimentato,
fra altro, dai tesori della tomba di David in Gerusalemme, ove Erode penetrò segretamente di notte per dirigere in persona i lavori di
rapina, si scarsa era la venerazione ch'egli sentiva per il veneratissimo fondatore del regno di Gerusalemme.
Il popolo giudaico, ch'era in massima parte sotto l'influenza dei tradizionalisti Farisei, non poteva in nessun modo gradire un sovrano
di tal genere, idumeo di razza e praticamente pagano; tanto più che
la mano di lui era pesantissima in fatto' di balzelli, con i quali dovevano pagarsi la magnificenza delle sue scandalose costruzioni e
il fasto della sua depravata corte. Erode sapeva benissimo che i sudditi l'odiavano, e che puntualmente godevano quando qualche disgrazia di famiglia si rovesciava sulla corte; ma al mancato affetto
dei sudditi egli suppliva con la coscienza della propria forza, e ad
ogni manifestazione di rancore popolare rispondeva affilando sempre
più la propria spada.
§ 9. E qui appare la vera caratteristica di Erode, sia come uomo,
sia come monarca. La frenesia di dominio, che già dicemmo essere
il movente di tutte le sue azioni, fu egregiamente favorita dalla sua
inaudita crudeltà, con la quale soprattutto egli avverò l'« eroismo »
annunziato dal suo nome personale. Rigorosamente esatta è la definizione di Flavio Giuseppe, che lo chiama uomo crudele verso tutti
indistintamente, dominato dalla collera (Antichità giud., xvn, 191);
si immagina perciò facilmente a quali eccessi di brutalità potesse
trascendere un uomo siffatto, ossessionato dall'idea di congiure e di
minacce contro il suo trono. Senza punto esagerare si può affermare
che Erode è uno degli uomini più sanguinari che la storia conosca,
come si potrà concludere dal seguente incompleto florilegio.
Nel 37 av. Cr., appena conquistata Gerusalemme con l'aiuto delle
legioni romane, Erode vi mise a morte quarantacinque partigiani del
suo rivale, l'asmoneo Antigono, e molti membri del Sinedrio.
Nel 35 fece affogare in una piscina di Gerico suo cognato Aristobulo, ch'egli stesso aveva eletto poco prima sommo sacerdote — sebbene fosse sedicenne — e che era fratello della sua prediletta moglie
Mariamme. Nel 34 fece uccidere Giuseppe, che era insieme suo zio
e suo cognato avendo sposato Salome sorella di Erode.
Nel 29 commise il suo delitto più tragico, che ricorda sotto vari

ERODE IL GRANDE § 10

aspetti l'uxoricidio di Otello. In quest'anno Erode, per semplici calunnie ordite in corte, uccide l'asmonea Mariamme sua moglie, di
cui è perdutamente innamorato. Appena eseguita la sentenza, Erode
sta per impazzire dal dolore e ordina ai servi di palazzo di chiamare
ad alta voce la morta, come se fosse ancora viva.
Pochi mesi dopo fa uccidere anche la suocera Alessandra, madre
della morta Mariamme.
Verso il 25 fece uccidere suo cognato Kostobar, nuovo marito di sua
sorella Salome, e alcuni partigiani degli Asmonei.
Dalla prediletta Mariamme erano nati ad Erode alcuni figli, da lui
prediletti in ricordo della loro madre, e due di essi, Alessandro ed
Aristobulo, furono inviati da lui per educazione a Roma, ove trovarono benevola accoglienza nella corte di Augusto. Ma, tornati che
furono a Gerusalemme, Erode uccise anche costoro, sebbene Augusto da R o m a facesse di tutto per salvarli. Probabilmente questa fu
l'occasione in cui l'arguto imperatore espresse quel suo parere, pronunziato certamente in greco e riportato da Macrobio {Saturnal., n,
4, 11), secondo cui era meglio essere un porco (5<;) di Erode che un
suo figlio (\>16Q). Erode infatti, come giudaizzato, non poteva mangiare porco e perciò non l'ammazzava; mentre di fatto ammazzava
i propri figli. 1
Insieme con Alessandro ed Aristobulo, Erode fece uccidere a furia
di popolo trecento ufficiali, accusati di parteggiare per i due giovani.
Nel 4 av. Cr., soltanto cinque giorni prima della morte, fece uccidere
un altro suo figlio, il primogenito Antipatro, ch'egli già aveva designato erede al trono : di questa morte fu cosi soddisfatto che, sebbene si trovasse in condizioni disperate di salute, sembrò riaversi e
migliorare.
§ 10. Q u a n d o poi fu proprio agli estremi, volle concludere la propria vita con un atto che ne fu un degno riassunto. Egli prevedeva
che la sua morte avrebbe prodotto vivissimo giubilo fra i suoi sudditi, mentre desiderava molto d'essere accompagnato alla tomba fra
abbondanti lacrime. A tale scopo chiamò da tutte le parti del regno
1
II detto di Augusto ha tutte le probabilità di essere autentico, e non ultima
prova ne è la sua fine arguzia concettuale e verbale. Tuttavia Macrobio, che
l'ha preso non si sa dove scrivendo egli al secolo v, lo ha collegato falsamente
con la strage degli innocenti (§ 257) nella quale fa morire un figlio di Erode
di soli due anni di età : questo figlio invece dev'essere Antipatro, ucciso di
fatto dal padre poco dopo gl'innocenti. Ecco il passo di Macrobio: (Augustus)
cum audisset inter pueros quos in Syria Herodes rex Judceorum intra bimatum
iussit interfici filium quoque eius occisum, ait: Melius est Herodis porcum esse
quam filium.

23

ERODE IL GRANDE § 11

a Gerico, ove giaceva ammalato, molti insigni Giudei, e giunti che
furono li fece rinchiudere nell'ippodromo, raccomandando ansiosamente ai suoi familiari che subito dopo la sua morte se ne facesse
macello là dentro all'ippodromo : cosi le desiderate lacrime per i
suoi funerali sarebbero state assicurate, almeno da parte delle famiglie degli uccisi. Veramente qualche studioso moderno ha sospettato falsa questa notizia, ma in favore della sua esattezza sta la perfetta corrispondenza tra l'abituale « eroismo » di crudeltà dimostrato
dall'uomo in tutta la sua vita, e questo straordinario « eroismo » riserbato per il punto di morte.
Del resto, proprio poco tempo prima, lo stesso Erode aveva fatto
scannare nella vicina Beth-lehem alcune decine di bambini minori
di due anni, da cui vedeva come al solito minacciato il suo trono
(§ 256). Questo fatto, che corrisponde anch'esso in maniera perfetta
al carattere dell'uomo, è narrato dal solo Matteo (2, 16), mentre
il biografo di Erode, cioè Flavio Giuseppe, non he dice nulla. Ma
questo silenzio è spiegabilissimo : anche se il biografo ha trovato nei
suoi documenti qualche notizia della strage di Beth-lehem (cosa tutt'altro che certa), poteva egli forse intrattenersi presso a un mucchio
di oscure vittime, figli di poveri pastori, quando vedeva tutta la
lunga vita del suo biografato disseminata di mucchi molto più alti
e formati da vittime molto più illustri? In realtà Matteo e Flavio
Giuseppe, se dal punto di vista psicologico concordano mirabilmente,
nel campo aneddotico si integrano a vicenda.
§ 11. Un'ultima considerazione merita la precisa condizione politica di Erode di fronte a Roma, o più esattamente di fronte ad Augusto, giacché dopo la battaglia di Azio (2 settembre del 31 av.
Cr.) Roma e l'Impero furono in sostanza la persona di Augusto.
Giuridicamente, di fronte a Roma, Erode era equiparato a un re
« amico ed alleato », benché a rigore egli non si trovasse in questa
vera condizione; ma all'atto pratico, di fronte ad Augusto, egli non
fu nulla più che un umile subalterno e un servile cliente. Questo
suo contegno corrispondeva, del resto, al carattere di Augusto, minuzioso amministratore che contava sulla devota cooperazione altrui :
ed era un contegno ben ripagato, perché nel córso degli anni fruttò
ad Erode accrescimenti di territorio e altri favori concessigli dall'arbitro dell'Impero.
Il reame di Erode era esente da tributi verso l'Impero, e immune
da albergare guarnigioni romane. Il re, nel suo territorio, godeva di
pieni diritti nell'amministrazione delle finanze e della giustizia; aveva anche il suo proprio esercito, formato in massima parte da mercenari non Giudei, cioè da Siri, Traci, Germani e Galli. Tuttavia questo esercito poteva sempre essere impiegato dall'imperatore, quando
24

w

ERODE IL GRANDE § 11

ne avesse avuto bisogno. Nelle relazioni con altri Stati fuori dell'Impero, Erode era obbligato a seguire le direttive di Roma, e particolarmente ' non poteva muover guerra ad alcuno senza il permesso
dell'imperatore. Anche più limitata era la sua potestà dinastica :
egli possedeva il trono soltanto per concessione ad personam fatagli da Augusto a Rodi, pochi mesi dopo la vittoria di Azio, ma
lon poteva disporne per dopo la sua morte, assegnandolo a qualche
suo discendente, senza l'approvazione esplicita dell'imperatore. Con
questa limitazione Erode, in sostanza, era un fiduciario ad nutum
di Augusto, il quale poteva entrare come e quando volesse negli
affari del regno. E in realtà troviamo che, verso gli anni 7-6 av. Cr.,
Erode chiese ai suoi sudditi il giuramento di fedeltà all'imperatore
romano; ora, questa richiesta fu certamente effetto di ordini venuti da Roma, perché altrettanto si stava facendo verso quegli anni
in altre province dell'Impero.
Erode non mancò di adulare il suo padrone di R o m a in molte maniere, sia dedicando al nome dell'imperatore o di parenti di lui città
intere create dalla sua passione di costruttore, quali Cesarea (§ 21),
Sebaste, Agrippeion, ecc., sia tenendolo informato degli affari più
minuti della propria famiglia, oppure aspettando da lui il permesso d'ammazzare i propri figli (Alessandro, Aristobulo, Antipatro).
Da parte sua Augusto in genere trattò Erode bene, ma sempre
dall'alto in basso e senza lasciarsi incantare dalle sue adulazioni :
soprattutto in fatto di dipendenza politica l'imperatore non transigeva, ed il seguente episodio dimostra l'assoluta padronanza che
egli intendeva esercitare su Erode e il suo regno..
Verso l'8 av. Cr. Erode, disturbato da certe razzie di beduini alle
sue frontiere, fece u n a breve campagna contro i Nabatei che favorivano i razziatori; la campagna fu condotta con l'approvazione
di Senzio Saturnino, legato romano in Siria, ma senza che Augusto a Roma ne fosse stato preavvertito e avesse concesso quell'autorizzazione ch'era necessaria ad Erode - come già vedemmo — per
muover guerra. Quel fatto d'armi, in realtà, fu di scarsissima importanza, eppure la sua irregolarità bastò per accendere uno sdegno
violentissimo in Augusto, quando ne ebbe notizia : scrisse egli ad
Erode una lettera severissima in proposito, dicendogli fra l'altro che
se nel passato lo aveva trattato da amico, adesso lo tratterebbe da
suddito (Antichità giud., xvi, 290). Né fu uno sdegno passeggero,
giacché un'ambasceria inviata premurosamente a R o m a da Erode
per discolpa non fu neppure ricevuta al Palatino; solo più tardi,
dopo altre ambascerie e grazie a nuove circostanze favorevoli, Erode, che già s'era visto perduto, riottenne il favore d'Augusto e potè
risdraiarsi tranquillamente sul suo trono.

5

25

I SUCCESSORI DI ERODE § 13

§ 12. Dopo una malattia durata alcuni mesi con sofferenze atroci,
Erode il Grande mori a Gerico in età di circa settant'anni, trentasette anni dopo ch'era stato proclamato re a Roma. Era l'anno 750
di Roma, 4 av. Cr., in un imprecisato giorno tra gli ultimi di marzo
e i primi di aprile. La sua salma, con solennissima pompa, fu trasportata da Gerico all'Herodium, l'odierno Gebel Fureidis (« monte del Paradiso »), ch'era una collina dove Erode già da tempo
s'era preparata la tomba.
Dall'alto di quella collina si scorgeva, a 6 chilometri di distanza in
direzione di nord-ovest, la borgata di Beth-lehem, ove un paio d'anni prima era nato Gesù.

/ successori

di Erode:

Archelao

- Antipa - Filippo

§ 13. Morto Erode, bisognava eseguire l'ultimo dei suoi tre testamenti, che aveva provveduto alla successione dinastica nella maniera
seguente : Archelao, figlio di Erode e della samaritana Malthake,
era designato come erede al trono con dominio diretto sulla Giudea,
Samaria e I d u m e a ; l'altro figlio Antipa, fratello di Archelao anche
per parte di madre, era designato come tetrarca della Galilea e Perca; infine Filippo, figlio di Erode e della gerosolimitana Cleopatra,
era designato come tetrarca delle regioni settentrionali, la Traconitide, Gaulanitide, Batanea, Hauranitide (e Iturea).
Ma questo testamento non poteva essere eseguito senza l'approvazione di Augusto; d'altra parte, alla sua esecuzione si opponevano
varie persone, e in primo luogo Antipa, che nel precedente testamento era stato designato, non già tetrarca, ma addirittura erede
al trono : inoltre si opponevano anche molti autorevoli Giudei, che
erano stanchi delle vessazioni del morto Erode e ne prevedevano
delle peggiori dai successori suoi consanguinei, e perciò avrebbero
preferito passare sotto il diretto governo di Roma.
Per perorare la propria causa, partirono alla volta di Roma dapprima Archelao e poco dopo anche il suo rivale fratello Antipa : ambedue, ma specialmente il primo, si ripromettevano di ottenere da
Augusto l'investitura e di ritornare dalla lontana R o m a con l'effettivo potere regale. A questo curioso viaggio per accaparrarsi un
regno sembra alludere la nota parabola evangelica : Homo quidam
nobilis abiit in regionem longinquam accipere sibi regnum et reverti
(Luca, 19, 12 segg.). Ma i Giudei avversi in genere alla dinastia
erodiana non rimasero inoperosi; sedate che furono dalle truppe
romane alcune rivolte scoppiate a Gerusalemme, inviarono anch'essi a Roma una delegazione di cinquanta membri, per chiedere che
26

I SUCCESSORI DI ERODE §§ 14-15

la monarchia erodiana fosse destituita e che i suoi territori fossero
incorporati alla provincia della Siria, onde poter vivere tranquillamente secondo le tradizionali costumanze giudaiche sotto la protezione di Roma. Anche a questa delegazione ostile sembra alludere
la parabola evangelica quando prosegue : Cives autem eius oderant
eum: et miserunt legationem post illum, dicentes: Nolumus hunc
regnare super nos (ivi, 19, 14) (§ 499).
Fra tanti contendenti, l'accorto Augusto prese una decisione che
sembrò andare contro il vantaggio diretto di Roma, pur mirando
a conciliare i desideri dei principi rivali. Respinse egli senz'altro la
richiesta dei cinquanta delegati giudei, che proponevano l'annessone all'Impero. Ad Archelao conferi il governo dei territori assegnatigli dal padre, senza però attribuirgli l'ambito titolo di re : per
allora lo nominò soltanto etnarca, facendogli sperare di proclamarlo
re più tardi se avesse dato buona prova di sé. Agli altri due eredi
testamentari, Antipa e Filippo, concesse i rispettivi territori assegnati nel testamento col titolo di tetrarca. T u t t o ciò- avvenne nell'anno stesso della morte di Erode, 4 av. Cr.
I peggio trattati nella decisione di Augusto furono dunque i delegati
giudei, mentre essi chiedevano precisamente l'ampliamento dell'Impero. Ma Augusto era un uomo politico che sapeva prevedere ed
attendere. Egli confermò in sostanza il testamento di Erode, respingendo la richiesta dei delegati, perché con i tre successori del suo
defunto servitore egli voleva fare un esperimento : o essi si sarebbero mostrati abili governanti e soprattutto obbedienti verso R o m a
come il loro padre, ed allora Augusto avrebbe continuato ad imperare praticamente in Palestina come prima; oppure avrebbero tenuto un contegno diverso, ed allora l'arbitro di Roma si sarebbe
sbarazzato di loro accogliendo generosamente la richiesta dei Giudei
d'essere incorporati all'Impero.
§ 14. Gli avvenimenti successivi mostrarono che Augusto aveva visto
giusto e aveva preso u n a decisione sagace. Archelao resse poco alla
prova : col suo governo, crudele e tirannico, invece di ottenere l'aspettato titolo di re, ottenne la destituzione totale. Nel 6 dopo Gr. una
nuova delegazione, composta questa volta di Giudei e Samaritani
insieme, andò a R o m a ad accusare l'etnarca presso l'imperatore. Augusto fece venire l'accusato per udirne le ragioni; ma, non soddisfatto di esse, applicò semplicemente il suo antico progetto, inviando Archelao in esilio a Vienna nelle Gallie e annettendo all'Impero
i territori di lui.
§ 15. Il tetrarca Antipa, ossia Erode Antipa, si resse più a lungo, ma
per fare anch'esso la fine del fratello Archelao; quando sali al potere,
27

I SUCCESSORI DI ERODE § 16

nel 4 av. Cr., poteva avere un diciassette anni, e si mantenne in carica fino al 40 dopo Cr. Era stato educato probabilmente a Roma, e
dei figli di Erode fu quello che rispecchiò meglio il carattere del
padre quanto a imperiosità ed amore al fasto, senza però averne
l'operosità e l'energia fattiva. Verso l'imperatore usò, come suo padre, l'adulazione di dedicare a lui o a suoi familiari le varie costruzioni che andava innalzando nei propri territori : nella Perea meridionale, di fronte a Gerico, ricostruì totalmente una vecchia città a cui
dette il nome della moglie di Augusto, Livia (che più tardi fu chiamata anche Giulia, come la città); in Galilea costruì di sana pianta
un'altra città sulla riva occidentale del lago di Gennesareth, e dal nome del nuovo imperatore la chiamò Tiberiade; anche Sefforis in Galilea, vicina a Nazareth, fu da lui rafforzata ed abbellita, e ne ricevette un nome ufficiale che ricordava l'imperatore romano, forse quello
di Cesarea divenuto poi Diocesarea. Ma, con Augusto, Antipa dovette incontrare poca fortuna; ne incontrò invece molta con Tiberio,
giacché avendo capito dov'era il lato debole del nuovo imperatore,
sospettoso e ombroso, sembra che si mettesse a fare la spia presso di
lui a danno dei magistrati romani d'Oriente, mandando da laggiù
informazioni: naturalmente la spia era odiata dai magistrati (§§ 26,
583), ma al delatore stava più a cuore il Tiberio lontano che questo
o quel magistrato vicino. La cosa potè continuare finché continuò
Tiberio, ma la fine di costui segnò naturalmente anche la fine di
Antipa.
§ 16. Chi veramente scavò la fossa ad Antipa fu u n a donna, la famosa Erodiade. Poco prima dell'anno 28 Antipa fece un viaggio a
Roma, probabilmente attiratovi dal suo ufficio d'informatore segreto, e ivi fu ospitato da un suo fratello, per parte di padre soltanto,
che da Flavio Giuseppe è chiamato Erode, mentre è chiamato Filippo in Marco, 6, 17; questo Erode Filippo, che menava a R o m a vita
privata, aveva in moglie Erodiade la quale gli era anche nepote,
essendo figlia di quell'Aristobulo figlio di Erode il Grande ch'era
stato ucciso dal padre. La donna era ambiziosissima, e non riusciva
a rassegnarsi a quella vita privata che menava a fianco a suo marito
Erode Filippo; l'arrivo dell'ospite Antipa confermò un precedente
progetto, perché l'autorevole fiduciario di Tiberio si era già mostrato molto tenero per la donna. Veramente gli ostacoli per una stabile unione erano parecchi e gravi : in primo luogo l'ospite non era
più un giovincello, giacché doveva essere sulla cinquantina, e inoltre
aveva per legittima moglie la figlia di Areta IV re degli arabi Nabatei; eppoi la donna era maritata — bene o male secondo la legge
giudaica - con un suo zio, e nessuna interpretazione cavillosa le
avrebbe permesso di passare ad un altro zio, vivente ancora il pri28

I SUCCESSORI DI ERODE § 17

mo marito. M a , la passione da parte di lui e l'ambizione da parte
di lei superarono tutti gli ostacoli : si promisero che egli ritornato
nei suoi territori avrebbe ripudiato sua moglie, e che ella avrebbe
abbandonato il vecchio marito a R o m a per convolare presso il nuovo che l'aspettava assiso sul trono. Ma la legittima moglie di Antipa
ebbe notizia in Palestina di quanto si era confermato a R o m a ; perciò, onde evitare l'umiliazione di un ripudio, si fece inviare da suo
marito con un pretesto nella suntuosa fortezza di Macheronte, situata sui confini tra il territorio di suo marito e quello di suo'padre,
e da li fuggi presso il padre. Rimosso questo ostacolo, Erodiade
venne da R o m a presso Antipa trascinandosi appresso la figlia che
aveva avuto dal suo primo marito, certa Salome, u n a ragazzetta
di pochi anni ma che a Roma aveva imparato a ballare assai bene.
§ 17. Compiuto il misfatto, il re Areta non pensò che a vendicare
l'oltraggio fatto alla propria figlia, mentre i sudditi di Antipa non
fecero che mormorare sdegnati per la sfacciata violazione delle leggi nazionali e religiose : ma, sebbene cordiali e diffuse, le mormorazioni erano soltanto segrete, perché nessuno ardiva affrontare direttamente la tracotanza del monarca e specialmente il geloso furore
della sua adultera e incestuosa concubina. U n a sola persona ebbe
questo ardimento, e fu Giovanni il Battista, che godeva d'altissima
autorità presso il popolo (Antichità giud., xvm, 116 segg.) e anche
d'una certa venerazione superstiziosa da parte d'Antipa. Giovanni
fu messo in prigione a Macheronte : questo provvedimento fu causato sia dalla sua franca riprovazione dello scandalo di corte, come
apprendiamo dai vangeli, sia dalla sua autorità popolare che aveva
destato sospetti in corte, come apprendiamo da Flavio Giuseppe;
ma non è escluso che una spinta venisse anche da parte dei gelosi
Farisei (§ 292).
Giovanni rimase in prigione parecchi mesi, circa una decina. Questa
prolungata permanenza non poteva esser gradita ad Erodiade, che
avrebbe voluto disfarsi subito dell'austero e inflessibile censore : ma
Antipa, avendolo ormai in catene, non era propenso a macchiarsi
del suo sangue, sia per quel timore reverenziale ch'egli personalmente ne aveva, sia per paura che il popolo insorgesse alla notizia
che quell'uomo venerato era stato ucciso cosi ingiustamente e vigliaccamente. Ma Erodiade spiava l'occasione per ottenere il suo
desiderio : l'occasione venne, la ballerina sua figlia le ottenne la testa
mozzata del prigioniero, e quando l'incestuosa e adultera madre potè
afferrare e palpeggiare quella testa si giudicò vendicata e vittoriosa (§ 355).
E invece cominciava la sua disfatta, giacché anche il re Areta spiava l'occasione per vendicarsi. Nel 36 una contestazione di frontiere
29

I SUCCESSORI DI ERODE § 18

fra i due monarchi portò alla guerra, e Antipa rimase totalmente
sconfitto. Allora il burbanzoso tetrarca supplicò umilmente il lontano Tiberio che l'aiutasse, e l'imperatore ch'era molto sensibile
verso la sua spia di Galilea ordinò al legato di Siria, Vitellio, di
muovere contro Areta e di mandare a Roma o l'audace arabo incatenato vivo, oppure la testa di lui morto (Antichità giud., xvm, 115).
Ma Areta non era Giovanni, né Vitellio era disposto a far la parte
già fatta dalla figlia ballerina. Vitellio, che aveva vecchi rancori
contro Antipa per le sue delazioni a Roma, si mosse a malincuore
cercando tutti i pretesti per mandare la spedizione per le lunghe; la
fortuna poi l'aiutò, perché quando giunse con l'esercito a Gerusalemme gli pervenne la notizia che Tiberio era morto (16 marzo del
37). Naturalmente la spedizione fini li, Areta non fu disturbato, e
la sconfitta di Antipa rimase invendicata.
§ 18. Il tracollo definitivo del tetrarca avvenne due anni dopo, e fu
causato direttamente da Erodiade. La smaniosa donna s'arrovellò
d'invidia quando, nel 38, si presentò in Palestina suo fratello Erode
Agrippa I : costui, che fino a pochi mesi prima era stato un avventuriero carico di debiti ed esperto anche di catene romane, aveva
fatto a Roma una sbalorditiva fortuna con l'elezione del suo amico
Caio Caligola, che oltre a colmarlo di favori d'ogni sorta l'aveva
anche creato re, assegnandogli territori che confinavano a settentrione con quelli di Antipa; e adesso il potente amico del nuovo
imperatore veniva a prender possesso dei suoi dominii. Al vederlo
salito a tanta altezza, Erodiade ripensò che il suo Antipa dopo tanti
anni di servile operosità in prò della lontana R o m a si trovava ancora nella bassezza d'un semplice tetrarca, ed era tanto poco apprezzato che i suoi nemici potevano sconfiggerlo senza che Roma venisse in suo aiuto : indubbiamente, per far fortuna come Agrippa,
bisognava come lui presentarsi nella capitale dell'Impero, e là ingegnarsi e brigare personalmente. Convintasi di ciò, la fremente donna
tanto insistette presso il riluttante Antipa che lo indusse a recarsi a
Roma, per ottenervi il titolo di re e altri eventuali favori.
Accompagnato da Erodiade, Antipa si presentò a Caligola in Baia.
Ma Agrippa, sospettoso dei due viaggiatori, li aveva fatti seguire da
un suo liberto che recava lettere, a quanto pare calunniose, contro
Antipa. Trovandosi inaspettatamente di fronte ad un'accusa di tradimento, invece che alla sperata proclamazione a re, Antipa non seppe dare chiare spiegazioni; perciò Caligola lo giudicò colpevole, lo
destituì ed inviò in esilio a Lione nelle Gallie, ed assegnò i territori
della sua tetrarchia all'accusatore Agrippa. Erodiade, che con la sua
ambizione aveva causato questa rovina, segui spontaneamente nell'esilio lo spodestato tetrarca, sebbene Caligola avesse lasciato a lei,
3o

I PROCURATORI ROMANI § 20

come sorella dell'amico Agrippa, ampia libertà e il pieno godimento
dei suoi beni.
Ciò avvenne fra gli anni 30 e 40 dopo Cr.
§ 19. Il terzo degli eredi diretti di Erode il Grande, cioè il tetrarca
Filippo, non figura direttamente nella storia di Gesù. Governò i suoi
territori fino alla sua morte, avvenuta nel 34 dopo Cr., e pare che
fosse un principe equanime e d'indole tranquilla : ma ad un certo
tempo dovette rammollirsi alquanto di cervello, perché nella sua
maturità d'anni sposò la ballerina figlia di Erodiade, cioè Salome,
che gli era pronepote ed aveva almeno trent'anni meno di lui.
A Panion, presso le sorgenti del Giordano, egli ricostruì totalmente la
precedente città e in onore di Augusto la chiamò Cesarea : ma comunemente fu chiamata Cesarea di Filippo, per distinguerla dalla
Cesarea sul mare edificata da Erode il Grande. L'antico nome di
Panion (oggi Banias) proveniva da una grotta consacrata al dio
Pan presso le sorgenti; ma alla ricostruzione totale della città un
magnifico tempio marmoreo dedicato ad Augusto sorse presso la
grotta, e troneggiando sulla cima d'una maestosa roccia era il primo oggetto che attirasse lo sguardo di chi si avvicinava alla città (§ 396).
Sulla riva settentrionale del lago di Gennesareth, poco ad oriente
dallo sbocco del Giordano nel lago, Filippo ricostruì totalmente anche la borgata di Bethsaida, e la chiamò Giulia in onore della figlia di Augusto.

/

procuratori

romani:

Ponzio

Pilato

§ 20. Quando l'etnarca Archelao fu deposto ed esiliato, Augusto
annesse all'Impero i territori a lui sottoposti, cioè la Giudea, Samaria
e Idumea : in tal modo egli appagò allora, che si era presentata l'occasione buona, il desiderio di quella delegazione di Giudei che dieci
anni prima era venuta appositamente a R o m a a chiedergli l'annessione della Palestina all'Impero ( § 1 3 ) .
Q u a n d o una regione passava sotto la diretta amministrazione di
Roma, veniva eretta in provincia oppure veniva unita ad una delle
province già esistenti. Nel 27 av. Cr. Augusto aveva spartito fra sé
e il Senato le province : quelle di frontiera e meno sicure, presidiate
da forti guarnigioni, le aveva tenute per sé; mentre quelle interne,
tranquille e debolmente presidiate, le aveva lasciate al Senato. Di
qui la divisione in province senatorie ed imperiali. Le senatorie erano governate, come in antico, da proconsoli (legati prò consule) eletti
di solito annualmente; per quelle imperiali, invece, fungeva da pro3i

I PROCURATORI ROMANI § 21

console comune a tutte Augusto stesso, il quale però le governava
inviandovi i suoi legati Augusti prò pretore designati da lui. Il
legatus di provincia (7)YSU.&>V) apparteneva sempre all'ordine dei senatori. Ma in alcune province che esigevano particolare delicatezza
di governo (ad esempio l'Egitto) Augusto spediva, non un legatus,
ma un praefectus : cosi pure in altre regioni annesse recentemente
all'Impero, e che offrivano speciali difficoltà, era spedito un procurator il quale però apparteneva all'ordine dei cavalieri. Veramente la carica di procurator (hiirpo-Koii) fu dapprima di natura finanziaria, ed esisteva anche nelle province senatorie; ma in pratica,
specialmente dopo Augusto, il titolo di procurator sostituì quello di
prafectus nelle regioni recentemente annesse (salvo che in Egitto).
I territori lasciati da Archelao furono annessi alla sovrastante provincia della Siria, la quale era imperiale e fra le più importanti a
causa della sua posizione geografica. Tuttavia non fu una annessione
piena e totale, ma piuttosto una subordinazione di poteri; nei nuovi territori, cioè, fu inviato un procurator dell'ordine dei cavalieri,
che doveva esserne il governatore diretto e ordinario; egli tuttavia
era invigilato nel suo ufficio dal legatus della provincia di Siria, il
quale aveva pure facoltà nei casi più gravi d'intervenire nei territori del procurator. La notoria difficoltà di governare i Giudei aveva
indotto il prudente Augusto a questa subordinazione di poteri, in
maniera che la giurisdizione ordinaria del procuratore fosse coadiuvata ed eventualmente rettificata dalla giurisdizione superiore del
vicino legato.
§ 21. Il procuratore romano della Giudea risiedeva abitualmente a
Cesarea marittima, la città recentemente costruita con suntuosità da
Erode il Grande, l'unica fornita di porto e giustamente chiamata da
Tacito (Hìst., II, 79) « capitale della Giudea » sotto l'aspetto politico;
tuttavia spesso il procuratore si trasferiva a Gerusalemme, capitale
religiosa e nazionale, specialmente in occasione di feste (ad es.. la
Pasqua), trovandosi ivi in miglior centro di vigilanza. T a n t o a Cesarea quanto a Gerusalemme, i due rispettivi palazzi di Erode servivano da pratorium, com'era chiamata la residenza del procuratore :
ma in Gerusalemme egli si serviva per il disbrigo di affari anche
della potentissima e comoda fortezza Antonia, che sovrastava al Tempio (§ 49). Nell'Antonia aveva anche il proprio quartiere la guarnigione militare di Gerusalemme.
Quale comandante militare della regione, il procuratore aveva alle
sue dipendenze non legioni romane, ch'erano composte di cives
romani e stazionavano nella provincia della Siria, bensì truppe ausiliarie reclutate di solito fra Samaritani, Siri e Greci, godendo i
Giudei dell'antico privilegio di esenzione dal servizio miliare. Que3a

I PROCURATORI ROMANI § 22

ste truppe erano di solito divise in « coorti » per la fanteria, e in
« ali » per la cavalleria. Le truppe della Giudea, a quanto sembra,
erano costituite da cinque « coorti » e da una « ala », raggiungendo
complessivamente la forza di poco più di tremila uomini : una coorte
era di stanza permanente a Gerusalemme.
Quale capo amministrativo, il procuratore presiedeva alla esazione
delle imposte e gabelle varie. Le imposte, di natura o fondiaria o
personale o di reddito, erano dovute dalla regione in quanto tributaria di Augusto e perciò finivano nel fiscus o cassa imperiale (mentre le imposte delle province senatorie finivano n&Wmrarium o cassa
del Senato) : nel riscuotere queste imposte il procuratore si serviva
di agenti statali, coadiuvati tuttavia dalle autorità locali. Le gabelle
poi comprendevano diritti diversi, quali dazi, pedaggi, affitti di luoghi pubblici, mercati e altri; la loro riscossione, come nel resto
dell'Impero, era data in appalto a ricchi imprenditori — i publicani
o TsXSvat - che pagavano al procuratore una certa somma, di cui
si rifacevano con la riscossione di una determinata partita di gabelle : gli impiegati dipendenti da questi appaltatori generali erano
gli exactores o portitores.
È superfluo dire quanto fossero odiati dal popolo tutti costoro, sia
publicani sia exactores, e quanti soprusi ed estorsioni avvenissero,
specialmente se gli appaltatori subaffittavano il loro appalto come
spesso accadeva : tutto il peso di questo complicato bagarinaggio
finiva col gravare sul contribuente.
§ 22. Quale amministratore della giustizia il procuratore aveva il suo
. tribunale, in cui esercitava il ius gladii con potestà di pronunziare
sentenze capitali; chi godeva della cittadinanza romana poteva appellare dal suo tribunale a quello dell'imperatore a Roma, mentre
per gli altri non esisteva appello. Ma per i casi ordinari continuarono ad esistere e a funzionare liberamente in Giudea i tribunali locali della nazione, e in primo luogo quello del Sinedrio a Gerusalemme (§ 57 segg.) : esso aveva conservato anche autorità legislativa,
sia in materia religiosa sia parzialmente in quella civile e tributaria,
che si estendeva ai membri della nazione. Tuttavia al Sinedrio era
stata tolta la potestà di pronunziare sentenze capitali (§ 59).
In sostanza, sotto i procuratori, l'antico ordinamento nazionale del
giudaismo era stato conservato. Il vero capo della nazione restava
sempre il sommo sacerdote : in realtà la sua elezione e deposizione
spettavano al procuratore e al legato di Siria, ma costoro procedevano ad esse accordandosi con le più autorevoli famiglie sacerdotali,
finché dall'anno 50 in poi rinunziarono anche a questi diritti cedendoli ai principi della dinastia erodiana. A fianco al sommo sacerdote,

I PROCURATORI ROMANI § 23

dopo l'annessione all'Impero, stette il procuratore quale sorvegliante
politico e rappresentante del fisco imperiale.
Nel campo religioso le autorità romane, conforme alla loro antica
tradizione, seguirono costantemente la norma del rispetto assoluto,
non solo alle autorevoli istituzioni della nazione, ma spesso anche a
pregiudizi e stravaganze; alcune volte, è vero, questa norma ebbe
eccezioni più o meno gravi per colpa di singoli magistrati, ma presto
queste imprudenze furono sconfessate con atti opposti. Si cercò anche di associarsi in certi casi alle costumanze tradizionali, per mostrare verso di esse non soltanto rispetto ma anche simpatia; ad
esempio, giunsero più volte dalla famiglia imperiale di Roma offerte
per il Tempio di Gerusalemme, e Augusto stesso volle che vi fossero
sacrificati ogni giorno un bove e due agnelli per Cesare e per il
popolo romano (cfr. Guerra giud., il, 197) sostenendone la spesa a quanto sembra - l'imperatore stesso (cfr. Filone, Legai, ad Caium,
23, 40).
§ 23. Molti furono i privilegi mantenuti o concessi da R o m a alla
nazione giudaica, anche sotto il regime dei procuratori. Per riguardo
al riposo del sabbato i Giudei erano esenti dal servizio militare e
non potevano essere citati in giudizio in quel giorno. Per riguardo
alla norma giuridica che proibiva qualsiasi raffigurazione di esseri
animati viventi, i soldati romani che entravano di presidio a Gerusalemme avevano ordine di non portare con sé i vessilli su cui era
effigiato l'imperatore; per lo stesso motivo le monete romane coniate in Giudea — le quali erano soltanto di bronzo - non avevano
l'effigie dell'imperatore, ma solo il suo nome con simboli ammessi
dal giudaismo : vi circolavano tuttavia anche monete d'oro e d'argento che recavano la riprovata immagine, ma perché erano state
coniate fuori della Giudea ( § 5 1 4 ) .
T a n t o meno fu imposto nella Giudea il culto per la persona dell'imperatore, che pure nelle altre province dell'Impero era un atto
fondamentale d'ordinario governo : la sola eccezione a questo privilegio fu tentata da Caligola nel 40, allorché lo squilibrato imperatore si mise in testa di avere una propria statua eretta dentro il
Tempio di Gerusalemme, ma il tentativo non riusci per la fermezza
dei Giudei e per la prudenza di Petronio legato di Siria.
In conclusione, la Giudea governata da procuratori romani non si
trovò affatto in condizioni peggiori della Giudea governata da Erode il Grande o anche da taluni dei precedenti Asmonei. Naturalmente molto dipendeva dal senno e dalla rettitudine dei singoli procuratori : e qui in verità le deficienze furono numerose e gravi specialmente negli ultimi anni avanti alla guerra e alla catastrofe dell'an34

I PROCURATORI ROMANI §§ 24-25

no 70, allorché a governare un popolo sempre più intollerante e farneticante erano inviati procuratori sempre più venali e brutali.
§ 24. Dai primi procuratori della Giudea sappiamo poco o nulla che
abbia diretta relazione con Gesù. Il primo fu Coponio che entrò in
carica nell'anno 6 dopo Cr., cioè appena deposto Archelao; giunto
sul luogo, egli insieme col legato di Siria, Sulpicio Quirinio, esegui
il censimento (§ 183 segg.) della regione nuovamente annessa, giacché secondo i principii romani soltanto un regolare censimento delle
persone e dei beni poteva fornire la base della futura amministrazione : nonostante gravi difficoltà, il censimento fu portato a termine. Coponio rimase in carica tre anni (6-9), e altrettanto i suoi successori Marco Ambivio (o Ambibulo) (9-12) e Annio Rufo (12-15),
che fu l'ultimo eletto da Augusto.
Il primo eletto da Tiberio fu Valerio Grato (15-26). Costui da principio ebbe difficoltà a trovare un sommo sacerdote con cui andasse
d'accordo, giacché depose subito quello trovato in carica, cioè Anano
(Anna), e in quattro anni gli dette quattro successori, cioè Ismaele,
Eleazaro, Simone e Giuseppe detto Qajapha (Caifa) : con quest'ultimo pare che andasse d'accordo. A Valerio Grato successe Ponzio
Pilato nell'anno 26.
§ 25. Di Pilato parlano, oltre ai vangeli, anche Filone (Legat. ad
Caium, 38) e Flavio Giuseppe, e da tutte e tre le fonti il minimo
che risulti è che Pilato era uno scontroso e un ostinato; ma il re
Erode Agrippa I, che ne sapeva parecchie cose per esperienza personale, lo dipinge anche come venale, violento, rapinatore, angariatore e tirannico nel suo governo (in Filone, ivi). Forse queste accuse addotte dal re giudeo sono esagerate; ad ogni modo è certo
che Pilato, come procuratore, dette cattiva prova nell'interesse stesso di Roma. Per i suoi governati egli ebbe un cordiale disprezzo,
non fece nulla per guadagnarsene l'animo, cercando piuttosto ogni
occasione per stuzzicarli ed offenderli, e non soltanto li odiava, ma
sentiva anche un prepotente bisogno di mostrare loro questo suo
odio. Se fosse dipeso da lui, li avrebbe mandati volentieri tutti a lavorare negli ergastula e ad metalla; ma c'era di mezzo l'imperatore
di Roma, e anche il legato di Siria che sorvegliava e riferiva all'imperatore, e perciò il cavaliere Ponzio Pilato doveva frenarsi e imporre dei limiti agli sfoghi del suo astio. Tuttavia anche questo timore servile ebbe il suo contrapposto; infatti già nel 19 dopo Cr.
Tiberio, avendo scacciato i Giudei da Roma, sembrava essere entrato in un periodo d'ostilità contro il giudaismo in genere, e proprio durante questo periodo Pilato era stato inviato a governare la
Giudea : egli quindi, specialmente nei primi anni, potè stimare che
35

I PROCURATORI ROMANI § 26

la sua avversione contro i propri governati ricopiasse con opportuna
cortigianeria gli esempi che venivano dall'Italia.
§ 26. Probabilmente fin dal principio del suo procuratorato, egli,
accoppiando i due sentimenti di cortigianeria verso l'imperatore e
di disprezzo verso i Giudei, dette ordine ai soldati che da Cesarea
salivano a presidiare Gerusalemme di entrarvi portando con sé, per
la prima volta, i vessilli con l'effigie dell'imperatore; tuttavia, astutamente, fece introdurre i vessilli di notte, per non suscitare resistenze e per metter la città davanti al fatto compiuto. Il giorno
appresso, costernati da tanta profanazione, molti Giudei corsero a
Cesarea e per cinque giorni e cinque notti di seguito rimasero a
supplicare il procuratore di rimuovere i vessilli dalla città santa. Pilato non cedette; anzi al sesto giorno, seccato dall'insistenza, li fece
circondare in pubblica udienza dalle sue truppe, minacciando di
ucciderli se non tornavano subito alle loro case. Ma qui, quei magnifici tradizionalisti, vinsero il cinico romano; quando si videro
circondati dai soldati, essi si prostesero a terra, si denudarono il collo,
e si dichiararono pronti a farsi scannare piuttosto che rinunciare ai
propri principii. Pilato, che non si aspettava tanto, cedette e fece rimuovere i vessilli.
Più tardi ci fu la questione dell'acquedotto. Per portar acqua a Gerusalemme, che ne aveva molto bisogno anche per i servizi del Tempio, Pilato decise la costruzione di un acquedotto che convogliasse
le acque delle ampie riserve situate a sud-est di Beth-lehem (le cosiddette « vasche di Salomone » odierne), e a pagare tale lavoro
destinò alcuni fondi del tesoro del Tempio. Questo impiego del denaro sacro provocò dimostrazioni e tumulti da parte dei Giudei. Pilato allora fece sparpagliare fra i tumultuanti molti suoi soldati travestiti da Giudei; al momento stabilito i travestiti estrassero i randelli che tenevano nascosti e si dettero a malmenare la folla, lasciando sul terreno parecchi morti e feriti.
In seguito il litigioso procuratore ripetè un tentativo analogo a quello
dei vessilli militari, facendo appendere al palazzo di Erode in Gerusalemme certi scudi dorati recanti il nome dell'imperatore. Si è pensato che questo nuovo tentativo - di cui abbiamo notizia solo da
Filone - possa essere uno sdoppiamento del precedente fatto dei
vessilli : ma il dubbio non sembra fondato, sia per il carattere puntiglioso di Pilato, sia perché questo nuovo tentativo dovette avvenire
molto più tardi dell'altro. Questa volta una delegazione inviata a
Pilato, di cui facevano parte anche quattro figli di Erode il Grande,
non ottenne la desiderata rimozione degli scudi; allora i Giudei si
rivolsero a Tiberio stesso, e l'imperatore spedi l'ordine di trasportare
i contrastati scudi nel tempio d'Augusto a Cesarea. Questa arrende36

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 28

volezza di Tiberio induce a credere che il fatto sia accaduto dopo
la morte di Seiano (31 dopo Cr.), ch'era stato onnipotente ministro
di Tiberio e gran nemico dei Giudei.
Del tutto occasionale è la notizia di fonte evangelica (Luca, 13, 1)
secondo cui Pilato fece uccidere certi Galilei - che perciò erano sudditi di Erode Antipa - mentre offrivano sacrifizi nel Tempio di Gerusalemme; ma non abbiamo particolari su questo fatto. Possiamo
invece sospettare che l'ostilità fra Pilato e Antipa, attestata dalla
fonte evangelica (Luca, 23, 12), avesse come parziale motivo questa
strage di sudditi di Antipa; ma un altro motivo fu, probabilmente,
la parte di spia che Antipa faceva presso Tiberio a carico dei magistrati romani (§ 15).
§ 27. Alla fine Pilato fu vittima del suo modo di governare. Nel 35
un falso profeta, che aveva acquistato gran nome in Samaria, promise ai suoi seguaci di mostrare gli arredi sacri dei tempi di Mosè
che si credevano nascosti nel monte Garizim, vicino a Samaria. M a ,
il giorno fissato, Pilato fece occupare dai soldati la sommità del monte : egli infatti voleva impedire l'assembramento, non tanto perché
desse importanza alla vana promessa del falso profeta, quanto perché sapeva che i Samaritani erano stanchi delle oppressioni del
procuratore e sospettava in essi propositi di rivolta. Formatosi ugualmente un numeroso assembramento, i soldati lo assalirono : molti
Samaritani rimasero uccisi, molti furono fatti prigionieri, e i più
insigni di costoro furono poi messi a morte da Pilato. Di questa irragionevole strage la comunità dei Samaritani presentò formale accusa contro Pilato presso Vitellio, ch'era legato di Siria e munito di
pieni poteri in Oriente; l'accusa fu accolta con premura, perché i
Samaritani erano noti per la loro fedeltà a Roma, e Vitellio senz'altro destituì Pilato e l'inviò a R o m a a rispondere del suo operato
davanti all'imperatore. Era lo scorcio dell'anno 36.
Q u a n d o Pilato giunse a Roma, trovò che Tiberio era morto (16 marzo del 37). In che maniera finisse il condannatore di Gesù, non è
noto alla vera storia : è invece noto alla leggenda, che gli attribuì
mirabili avventure in questo e nell'altro mondo, e lo destinò talvolta al fondo dell'inferno e talvolta invece al paradiso come vero
santo.

Sadducei,

Farisei,

Scribi

e

altri

gruppi

giudaici

§ 28. Ai tempi di Gesù i Sadducei e i Farisei formavano, dentro il
popolo giudaico, i suoi due principali raggruppamenti. I quali però
non erano delle « sette » nel senso rigoroso della parola, perché non

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 29

erano staccati dalla compagine morale della nazione; neppure er,ano
confraternite religiose come gli Esseni (§ 44), quantunque i loro principii fondamentali fossero religiosi; e nemmeno mostravano quale
prima nota caratteristica un dato atteggiamento politico come gli
Erodiani (§ 45), sebbene avessero grande importanza anche nel campo politico e sociale. Erano invece due correnti o tendenze che partivano ambedue da principii solenni nella nazione giudaica, pur essendo fra loro in assoluto contrasto. Esaminandole contemporaneamente, il loro stesso contrasto giova a definirle con precisione.
Si crede di solito che i Farisei rappresentassero la corrente conservatrice, e i Sadducei quella liberale e innovatrice : ciò potrà esser
vero nel campo pratico, ma in quello giuridico-religioso la designazione dovrebb'essere inversa, perché i Sadducei dal loro punto di vista si presentavano quali conservatori del vero patrimonio morale del
giudaismo, e respingevano come innovazioni le dottrine particolari
ai Farisei.
Le due correnti, infatti, sorsero dal diverso atteggiamento che i vari
ceti della nazione presero di fronte all'ellenismo, quando questo
venne in urto col giudaismo, cioè dall'epoca dei Maccabei (16 av.
Cr.) in poi.
§ 29. L'insurrezione dei Maccabei, diretta contro la politica ellenizzatrice dei monarchi Seleucidi, fu sostenuta specialmente da quei popolani di basso ceto, cordialmente avversi a istituzioni straniere, che si
chiamarono gli Asidei (in ebraico Hàsidlm, « pii ») ; al contrario, in
seno alla nazione stessa, si mostrarono favorevoli all'ellenismo parecchi altri Giudei ch'erano rimasti abbarbagliati dallo splendore di quella civiltà straniera, ed appartenevano specialmente a classi sacerdotali
e facoltose. Rimasta però vincitrice l'insurrezione nazionale-religiosa,
gli aristocratici fautori dell'ellenismo entro la nazione giudaica scomparvero o tacquero. Tuttavia poco dopo, stabilitasi la dinastia nazionale degli Asmonei discendenti dai Maccabei, le due correnti ricomparvero apertamente, sebbene con provenienza alquanto m u t a t a ;
avvenne, cioè, che proprio quei sovrani Asmonei che dovevano il
loro trono ai popolani Asidei, si mettessero in contrasto con questi,
e si appoggiassero invece sulle classi sacerdotali ed aristocratiche.
La ragione del mutamento è chiara. L'ellenismo premeva dall'esterno
cosi gravemente sullo Stato giudaico ricostituito, che i governanti
Asmonei non potevano praticamente evitare ogni relazione politica
con esso, né impedire numerose infiltrazioni di quella civiltà pagana
nei loro territori; senonché quelle relazioni e infiltrazioni parvero
sconfitte politiche e soprattutto apostasie religiose agli Asidei, che
perciò si alienarono man mano dai già favoriti Asmonei e divennero
ad essi ostili.
38

\
SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI §§ 30-31

Passando all'opposizione, essi si chiamarono i « Separati » : in ebraico Perushìm, in aramaico Perishajjà, donde Farisei. I loro avversari,
in maggioranza di stirpe sacerdotale, si chiamarono Sadducèi, dal
nome di Sadoq antico capostipite d'un insigne casato sacerdotale.
§ 30. Ma da chi, o da che cosa, i Farisei si consideravano « separati » ? Il criterio della loro separazione era soprattutto nazionalereligioso, e solo conseguentemente civile e politico : essi si tenevano
separati da tutto ciò che non era giudaico e che per tal ragione era
anche irreligioso ed impuro, giacché giudaismo, religione e purità
legale erano concetti che praticamente non si potevano staccare
l'uno dall'altro. Ma qui sorgeva il contrasto, anche dottrinale, con
i Sadducei : qual era la vera norma fondamentale del giudaismo?
quale il supremo e inappellabile statuto che doveva governare la
nazione eletta?
A questa domanda i Sadducei rispondevano che era la Torah, cioè
la « Legge » per eccellenza, la « Legge scritta » consegnata da Mosè
alla nazione come statuto fondamentale e unico. I Farisei invece
rispondevano che la Torah, la « Legge scritta », era soltanto una
parte, e neppure la principale, dello statuto nazionale-religioso : insieme con essa, e più ampia di essa, esisteva la « Legge orale », costituita dagl'innumerevoli precetti della « tradizione » (rcapàSoaK;).
Questa Legge orale era costituita da un materiale immenso : essa
comprendeva, oltre ad elementi narrativi e di altro genere (haggadàh), anche tutto un elaborato sistema di precetti pratici (halakàh),
che si estendeva alle più svariate azioni della vita civile e religiosa, e
andava perciò dalle complicate norme per i sacrifizi del culto fino alla
lavanda delle stoviglie prima dei pasti, dalla minuziosa procedura
dei pubblici tribunali fino a decidere se era lecito o no mangiare un
frutto caduto spontaneamente dall'albero durante il riposo del sabbato. T u t t a questa congerie di credenze e di costumanze tradizionali non aveva quasi mai un vero collegamento con la Torah scritta;
ma i Farisei scoprivano spesso siffatto collegamento sottoponendo
a un'esegesi arbitraria il testo della Toràh : e anche quando non ricorrevano a tale metodo, si richiamavano al loro principio fondamentale, che Dio aveva dato a Mosè sul Sinai la Torah scritta contenente solo 613 precetti, e inoltre la Legge orale molto più ampia
ma non meno obbligatoria.
§ 31. Anzi, anche più obbligatoria. Troviamo infatti che con l'andar del tempo, m a n mano che i dottori della Legge o Scribi elaboravano sistematicamente l'immenso materiale della tradizione, questo veniva ad assumere un'importanza pratica, se non teoretica, maggiore della Toràh scritta. Nel Talmud, che è in sostanza la tradizione
39

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 32

codificata, sono contenute sentenze come queste : Maggior forza hanno le parole degli Scribi che le parole della Toràh; perciò anche è
peggior cosa andar contro alle parole degli Scribi che alle parole
della Toràh (Sanhedrin, xi, 3); infatti le parole della Toràh contengono cose proibite e cose permesse; precetti leggieri e precetti gravi:
ma le parole degli Scribi sono tutte gravi (Berakdth pai., i, 3 b).
È chiaro che, stabilito questo principio fondamentale, i Farisei erano
in regola, e potevano legiferare quanto volevano estraendo ogni decisione dalla loro Legge orale. Ma appunto questo principio era respinto dai Sadducei, i quali non riconoscevano altro che la Legge
scritta, la Toràh, non accettando punto la Legge orale e la « tradizione » dei Farisei. Codeste cose - dicevano i Sadducei - erano tutte
innovazioni, tutte deformazioni dell'antico e semplice spirito ebraico; essi, i Sadducei, erano i fedeli custodi di quello spirito, i veri
« conservatori », e perciò si opponevano agli arbitrari e interessati
sofismi messi fuori da quei modernisti di Farisei.
La risposta dei Sadducei era abile senza dubbio; tanto più che con
quella parvenza di conservatorismo si evitavano legalmente i carichi
pesanti (Matteo, 23, 4) imposti dai Farisei, e si lasciava una porta
aperta per intendersi con l'ellenismo e la civiltà greco-romana. Perciò i Sadducei si appoggiarono sui ceti della nobiltà e di governo,
che necessariamente dovevano mantenere relazioni con la civiltà
straniera; i Farisei al contrario si appoggiarono sulla plebe, avversa
a tutto ciò ch'era forestiero ed invece attaccatissima a quelle costumanze tradizionali da cui i Farisei estraevano la loro Legge orale.
Di qui anche il paradosso per cui i Sadducei erano giuridicamente
conservatori ma praticamente lassisti; i Farisei invece apparivano
come innovatori riguardo alla Torah scritta, mentre la loro innovazione voleva essere una salvaguardia e una protezione dell'antico.
§ 32. Le due correnti di Farisei e di Sadducei compaiono per la
prima volta, già ben definite e in contrasto, al tempo del primo degli
Asmonei, Giovanni Ircano (134-104 av. Cr.), ch'era anche figlio di
Simone ultimo dei Maccabei : benché tale, egli era già in aperta
ostilità con i Farisei. L'ostilità divenne furibonda sotto Alessandro
Janneo (103-76 av. Cr.), e fra monarca e Farisei si ebbe una guerra
di sei anni che fece cinquantamila vittime (Antichità gitid., xm, 376).
Al contrario sotto il regno di Alessandra Salome (76-67 av. Cr.) i
Farisei ebbero il loro periodo d'oro, poiché la regina lasciò fare ogni
cosa ai Farisei, e comandò che anche il popolo obbedisse a loro...;
ella quindi aveva il nome di regina, ma i Farisei avevano il potere
(ivi, 408). Seguirono, naturalmente, le intemperanze della vittoria :
gli sconfitti Sadducei, che avevano avuto fino allora la maggioranza
40

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI §§ 33-34

nel consiglio del gran Sinedrio, vi rimasero per allora in minoranza
esigua; gli antichi avversari dei Farisei o furono messi a morte o
presero la via dell'esilio; si arrivò al punto che l'intero paese stava
quieto, fatta eccezione dei Farisei (ivi, 410). Appunto da questo tempo in poi il giudaismo fu sempre improntato dalle dottrine farisaiche.
U n a certa reazione da parte dei Sadducei si ebbe sotto Aristobulo I I ,
per cui essi parteggiavano, mentre per il suo rivale fratello Ircano II
parteggiavano i Farisei : ma in seguito la massa del popolo divenne
dominio quasi assoluto dei Farisei, i quali contavano taluni seguaci anche fra i bassi ceti sacerdotali; cosicché, negli ultimi tempi
prima del 70, i Sadducei restrinsero la loro autorità al Tempio ed
alle grandi famiglie sacerdotali o facoltose accentrate attorno ad
esso.
§ 33. Con la catastrofe dell'anno 70 i Sadducei scomparvero dalla
storia, e naturalmente il giudaismo posteriore, dominato totalmente
dai Farisei, conservò un pessimo ricordo dei Sadducei. Ecco come,
sul finire del secolo i dopo Gr., si giudicavano i grandi casati sacerdotali che negli ultimi tempi prima della catastrofe erano stati
più famosi :
Guaì a me dal casato di Boeto,
guai a me dal loro scudiscio!
Guai a me dal casato di Cantharos,
guai a me dal loro calamo! 1
Guaì a me dal casato di Anna,
guai a me dal loro sibilo!
Guaì a me dal casato d'Ismael figlio di Fiabi,
guai a me dal loro pugno!
Sommi sacerdoti sono essi,
tesorieri i loro figli,
magistrati del Tempio i loro suoceri,
i loro servi vengono con mazze a randellarci!
E questo documento (Tosefta Menahòth, xm, 2 1 ; Pesahim, 57 a,
Bar.) non è solitario nei testi rabbinici : inoltre violenze e rapine
compiute dall'alto sacerdozio a danno del clero inferiore sono ricordate anche da Flavio Giuseppe (Antichità giud., xx, 179-181).
§ 34. Q u a n t o alle dottrine delle due correnti, ecco come si esprime
il loro più antico storico, Flavio Giuseppe : (J Farisei) hanno fama
1
Calamo che mette in iscritto decreti ingiusti. Poco appresso: sibilo del serpente.

4«

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 35

d'interpretare con accuratezza le leggi e dirigono la setta principale; attribuiscono ogni cosa al Destino (elfxapuiv/)) e a Dio, (ritenendo die) l'operare giustamente o no dipende in massima parte
dall'uomo, ma il Destino coopera in ciascuna (azione); ogni anima
è incorruttibile, ma soltanto quelle dei malvagi sono punite con
un castigo eterno. I Sadducei invece, che sono il secondo gruppo,
sopprimono assolutamente il Destino, e pongono Dio fuori (della
possibilità) di fare alcunché di male o (anche solo) di scorgerlo;
essi dicono che è in potere dell'uomo la scelta del bene e del male,
e che secondo la decisione di ciascuno avviene la sopravvivenza dell'anima, come pure la punizione e i premi giù nell'Ade. I Farisei
sono affezionati fra loro, e promuovono il buon accordo con la comunità; i Sadducei invece sono piuttosto rudi per abitudine anche
tra loro, e nelle relazioni con i (loro) simili sono scortesi come con
gli stranieri (Guerra giud., n, 162-166). *
Si vedono chiaramente, in questi due sistemi di dottrine, le conseguenze del criterio principale che divideva i Sadducei dai Farisei.
I primi accettavano la sola Legge scritta : e poiché in essa non trovavano chiaramente formulata una dottrina sulla resurrezione o sull'oltretomba, negavano questi p u n t i ; secondo Atti, 23, 8, essi non
ammettevano neanche l'esistenza degli angeli e degli spiriti. Q u a n t o
al Destino (elfiapuivY)), che i Sadducei negavano secondo Flavio
Giuseppe, è da vedersi piuttosto la Provvidenza o la Grazia divina.
In sostanza, i Sadducei filosoficamente si rassomigliavano agli Epicurei e teologicamente ai Pelagiani. Nel campo pratico la rudezza,
attribuita loro dallo storico, doveva essere effetto della loro arroganza aristocratica; ma ci si dice pure che essi, nei giudizi forensi,
erano rigorosissimi (Antichità giud., x x , 199; cfr. xin, 294, 297), a
differenza dei Farisei che inclinavano alla mitezza.
§ 35. I Farisei estraevano dalla « tradizione » le dottrine respinte
dai Sadducei; e poiché lo studio della Legge, specialmente di quella
orale, era il dovere più stretto e l'occupazione più nobile per ogni
Giudeo, essi si dedicavano totalmente a questo studio. Fu detto,
fra l'altro, che è maggiore lo studio della Toràh che la costruzione
del Tempio (MegUlah, 16 b), anzi che è maggiore della venerazione
per il padre e per la madre (ivi), e che l'uomo non deve ritrarsi
dalla casa di studio (della Legge) e allontanarsi dalle parole della
Toràh neppure all'ora della morte (Shabbath, 83 b); inoltre la Toràh è maggiore del sacerdozio e della regalità, perché la regalità
esige 30 requisiti, il sacerdozio 24, mentre la Toràh si acquista con
1

C f r . anche Antichità giud., xin, 171-173; 288-298; xn, 41-45; XVIII, 11-17.
42

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI §§ 40-41

48, e segue l'enumerazione dei 48 requisiti (Pirqè Abóth, vi, 5-6).
Né è da credere che queste norme rimanessero lettera morta, perché moltissimi sono gli esempi di Farisei che consacrarono tutta la
loro vita allo studio della Legge trascurando ogni altra occupazione,
salvo forse l'esercizio di un mestiere manuale per poche ore al giorno, tanto per procurarsi da vivere. Cotesti studiosi della Legge erano
consci della loro grandezza : la Legge infatti era l'armamentario
da cui doveva estrarsi ogni norma per la vita pubblica e privata,
religiosa e civile; quindi essi, custodi di quell'armamentario, erano
dappiù del sacerdozio e della regalità. In u n a nazione ove la massa
del popolo accettava pienamente l'idea teocratica, siffatto ragionamento era perfetto; e perciò i Farisei sentivano che la loro forza
poggiava, non sulle classi aristocratiche o dell'alto sacerdozio o della corte, bensì sulla massa del popolo.
§ 36. Lo studio farisaico della Legge verteva su tre argomenti principali, che erano il riposo del sabbato (§ 70), il pagamento delle decime e la purità rituale (§ 72) : ma, oltre a questi, moltissimi altri
argomenti formavano oggetto di lunghe investigazioni. Il metodo
di studio si basava in primo luogo sulla conoscenza delle sentenze
già emanate dalla tradizione, e secondariamente sull'applicazion»
estensiva e sull'ulteriore sviluppo di esse. Il contenuto del Talmud,
che fissò in iscritto ciò che per secoli avevano trasmesso a memoria
i dottori della Legge, non è in massima parte che u n a raccolta di
tali sentenze (§ 87).
Era evidente, in siffatto metodo, il pericolo del formalismo e della
casuistica, infarciti di sottigliezze ma privi di spirito; e nel pericolo
si cadde in massima parte. Chi si trasferisca nell'ambiente storico
d'allora, non rimarrà tanto meravigliato di trovare un trattato del
T a l m u d intitolato dai Nidi degli uccelli, e un altro dai Vasi, e un
altro dai Picciuoli delle frutta, e altri ancora da argomenti meno
decorosi e puliti (§ 72); si domanderà piuttosto su quale impalcatura spirituale poggiava tutto questo immenso scenario giuridico
che sembrerebbe campato in aria.
L'impalcatura, in realtà, esisteva : era costituita dal sedimento che
nell'animo della nazione aveva depositato la predicazione degli antichi profeti, tutta di altissima moralità e di intima religiosità, la
quale nei secoli passati era risonata fra il popolo ed anche allora
era riecheggiata dalle Scritture sacre lette nelle sinagoghe. Ma troppo poco si badava allora al valore spirituale di quella predicazione,
e invece troppi gingillamenti si facevano attorno alla materialità
'della sua applicazione. Il profluvio dell'ispirazione divina finiva nella morta gora della casuistica umana : alla sorgente d'acque vive
si preferivano cisterne screpolate che non serbano acqua, come già
43

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 37

aveva detto Geremia (2, 13), il quale però aveva anche gridato il
rimprovero (8, 8) :
Come potete dire: « Sapienti noi siamo,
e la Toràh di Jahvè è con noi »?
Ecco, invero, a menzogna l'ha ridotta
lo stilo menzognero degli scribi!
§ 37. Sarebbe falso ed ingiusto dire che tutta l'elaborazione della
Legge compiuta dai Farisei fosse menzogna : ma moltissimo ciarpame era certamente. In un mare di futilità e di pedanterie erano
contenute vere perle preziose, che rappresentavano l'eredità dello
spirituale insegnamento profetico : ma troppa sproporzione correva
tra l'ampiezza del mare e la scarsità delle perle, tra lo smisurato
scenario giuridico e l'esigua impalcatura spirituale, cosicché l'utile
restava affogato fra tanto disutile. Ad esempio, sentenza senza dubbio sublime è quella attribuita al celebre Hillel, anteriore a Gesù
di pochi anni, il quale ad un pagano, che gli aveva chiesto d'insegnargli tutta la Legge nel breve tempo che fosse riuscito a reggersi
su un piede solo, rispose : Ciò che non desideri per te, non fare
fll prossimo tuo. Questa è tutta la Legge; il resto è solo commento.
Va' e impara (Shabbath, 31 a). Ma sta di fatto che il commento,
qui collocato giustamente in seconda linea, in pratica passava in
prima linea, e faceva dimenticare la Legge stessa. 1
Peggio ancora : talvolta il commento contraddiceva alla Legge. È
noto che Gesù in un determinato caso rimproverò ai Farisei : Trasgredite il precetto d'Iddio per la tradizione vostra (Matteo, 15, 3,
6; Marco, 7, 9); estendendosi poi dal caso singolo all'abitudine generale, aggiunse : E cose simili di tal genere (roxpófAOia -coiaoTa) ne

1

Una conferma dell'importanza di questa distinzione è offerta dai vari estratti del Talmud, che dotti israeliti moderni hanno pubblicato recentemente.
Questi estratti o riassunti sono tutti esattissimi, senza un errore di citazione
o di traduzione: ma storicamente parlando sono falsi per deficienza, perché
non danno affatto un'idea adeguata del complesso. Il Talmud ivi presentato
è un Talmud del secolo xx, selezionato, cribrato, diminuito almeno di 90 parti
su 100, e proprio di quelle 90 parti che rappresentano il Talmud casuistico
e storicamente più vero. E se oggi le 10 parti che si offrono sono le più
apprezzate, perché moralmente più nobili e più universalmente umane, è
lecito credere che in questo apprezzamento c'entri per qualche cosa il cristianesimo; ma non è affatto certo che, anche ai tempi in cui il Talmud era
in elaborazione, le stesse 10 parti fossero le più apprezzate da ogni classe
del giudaismo, a preferenza delle altre 90 più tipiche e caratteristiche. Assai
più agevole, per chi avesse la deplorevole intenzione di denigrare il Talmud,
sarebbe farne estratti delle 90 parti su cui oggi si sorvola: ma anche in questi
casi si farebbero estratti letterariamente veri e storicamente falsi.
44

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 38

fate molte (Marco, 7, 13). Le prove di queste trasgressioni si troverebbero facilmente negli antichi scritti rabbinici; ma è importante rilevare come, appunto riguardo allo studio della Legge, fu sentenziato : Un pagano che si occupa dello studio della Toràh è degno
di morte (Sanhedrln, 59 a), ciò che non era né nella lettera né nello spirito della Legge, ma solo nella gelosia nazionalistica dei Farisei
considerata come elemento di « tradizione ».
§ 38. Anche riguardo alla condotta pratica dei Farisei non si potrebbe dare un giudizio valevole per tutti. Oltre a maestri veramente insigni, quali Hillel, Gamaliel il Vecchio (cfr.. Atti, 5, 34 segg.)
che fu maestro di S. Paolo (ivi, 22, 3), e altri, non erano pochi gli
onesti ed i sinceri anche fra le persone oscure. Anche da parte cristiana troviamo Gesù in relazioni amichevoli con Farisei, quali Simone, Nicodemo, Giuseppe di Arimatea; perfino S. Paolo, mentre
proclama l'abolizione della Legge ebraica, si afferma Ebreo da Ebrei,
secondo la Legge Fariseo (Filipp., 3, 5). Tuttavia le invettive più
severe di Gesù sono dirette appunto contro i Farisei, non già contro i Sadducei, come appunto nei Farisei egli trovò gli oppositori
più tenaci alla sua missione. Il cap. 23 di Matteo è tutto u n a formale accusa di Gesù contro i Farisei, con allegazione di fatti ben
precisi (§ 518).
Ma se ciò non sorprende da parte di Gesù, è storicamente importante trovare che accuse simili sono rivolte ai Farisei anche da parte
rabbinica. Il Talmud enumera sette tipi diversi di Fariseo che denomina con i precisi termini seguenti : il « Fariseo-Sichem », ossia chi
è Fariseo per vantaggi materiali (allude al fatto di Sichem, narrato
in Genesi, 34) ; il « Fari&eo-niqpi », cioè quatto-quatto, che con la
maniera stentata di camminare fa mostra affettata di umiltà; il
« Fariseo-salasso », che si procura frequenti emorragie battendo la
testa contro i muri, per non guardare donne; il « Fariseo-pestello »,
che cammina tutto curvo nella persona da sembrare un pestello nel
mortaio; il « Fariseo-qual-è-il-mio-dovere-perch'io-lo-faccia? », cioè
colui che non già si esibisce pronto a compiere tutti i suoi doveri,
bensi afferma di non poterne compiere altri essendo già occupatissimo; il « Fariseo-per-amore », che opera per amore interessato della mercede, non già per devozione verso Dio ; il « Fariseo-per-tiraore », che opera per timor di Dio, ossia per vero sentimento religioso
(Sotah, 22 b, Bar.). Dei sette tipi, dunque, solamente l'ultimo merita
lode, e certamente ogni tipo era rappresentato da numerosi individui.
Questo elenco tuttavia, per quanto sarcastico, non è violento. Invece già verso il 10 dopo Cr., cioè prima ancora che Gesù pronunziasse le sue invettive contro i Farisei, potè essere scritto da un ano45

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 39

nimo Fariseo il seguente passo, la cui violenza non è certo inferiore
a quella usata da Gesù : Sorgeranno su essi (sugli Israeliti) uomini
perversi ed empi, che si proclameranno giusti. Essi ecciteranno lo
sdegno dei loro amici perché saranno uomini menzogneri, viventi
solo per piacere a se stessi, camuffati in tutte le guise, banchettanti
volentieri ad ogni ora del giorno e tracannando con la gola... ai
poveri (?) divorando i beni, asserendo d'agire per compassione... repellenti, litigiosi, ingannatori, nascondendosi per non lasciarsi conoscere, empi, colmi di delitto e d'iniquità, ripetenti da mane a sera:
« Vogliamo aver gozzoviglie ed opulenza, mangiare e bere... ed atteggiarci a principi! ». Le mani e i cuori loro tratteranno cose
impure, la bocca loro proferirà cose superbe, eppure diranno: « Non
mi toccare, che tu mi rendi impuro! » (Assunzione di Mosè, vii,
3-10). Assai probabilmente il disilluso Fariseo che dipinge questo
quadro impiega tinte più scure del giusto; ma l'amarezza d'animo,
che gli fa scegliere queste tinte, doveva ben essere stata cagionata
da fatti reali.
Ad ogni modo le invettive di Gesù si riferivano alla condotta pratica dei Farisei più che alle loro dottrine, almeno considerate genericamente ; sono chiare in tal senso le sue parole : Sulla cattedra
di Mosè si sedettero gli Scribi ed i Farisei. Perciò, tutte quante le
cose che vi dicano, fate ed osservate, ma conforme alle opere loro
non fate [Matteo, 23, 2-3).
§ 39. Quanto alla numerosità dei Farisei, da un passo di Flavio
Giuseppe (Antichità giud., xm, 383) sembra risultare che si aggirassero sugli 8000 ai tempi del re Alessandro Janneo : circa un secolo più tardi, sotto Erode il Grande, si parla di più che 6000 (ivi,
xvn, 42) che dovrebbero essere tutti i Farisei d'allora. Ma probabilmente queste cifre non sono esatte, come spesso avviene in Flavio
Giuseppe, e dovranno essere alquanto aumentate. Provenienti dalle
varie classi sociali, e in piccola parte anche da quella sacerdotale
meno alta, i Farisei erano stretti fra loro con vincoli ben saldi, che
miravano al grande scopo di osservare la purità legale e mantenersi
« separati » (§ 29) dall'impuro. T r a loro si chiamavano haberìm,
cioè etimologicamente « collegati », e l'associazione era una haberùth
ossia « colleganza ». I membri dell'associazione, poveri o ricchi che
fossero, dovevano essere di un rigore minuziosissimo nell'osservare
i tre gruppi principali di precetti, cioè il riposo del sabbato, le norme di purità legale e le leggi del culto (decime, ecc.) : chi poi aveva
anche una cultura sufficiente per discutere su questioni legali, era
un hakam, cioè un « dotto », mentre chi non l'aveva era un privato
qualsiasi, chiamato hedjót (dal greco ÌSUÓTT)?).

46

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI §§ 40-41

§ 40. Tutti gli altri Giudei, che non appartenevano alla « colleganza » dei Farisei, erano chiamati da costoro il « popolo della terra » {'am ah'ares). Il termine era dispregiativo, ma anche più dispregiativo era il contegno tenuto dai Farisei verso questi loro connazionali.
Anche qui le testimonianze, da parte tanto cristiana quanto giudaica, sono concordi. In Giovanni, 7, 49, i Farisei esclamano : Questa folla, che non conosce la Legge, sono maledetti (èmxpaTot.) ; ove
la folla designa i non Farisei, cioè il « popolo della terra », il quale
non conosce la Legge ed è tutto di maledetti. I documenti giudaici,
poi, confermano questa maledizione. È sentenza appunto del grande
Hillel che nessun tanghero (« bur ») teme il peccato, e il popolo
della terra non è pio (Pirqè Abóth, n, 5) : ove tanghero è sinonimo
di chi appartenga al popolo della terra. Quindi un vero Fariseo
non doveva avere alcun contatto col « popolo della terra », bensi
mostrarsi fariseo cioè « separato » nei riguardi di esso. Per questa
ragione un rabbino sentenziava : Partecipare ad un'assemblea del
popolo della terra produce la morte (ivi, ni, 10); il celebre Giuda
il Santo si rammaricava : Ahimè! Ho dato del pane a uno del popolo della terra! (Babà Bathra, 8 a) e Rabbi Eleazar prescriveva :
È lecito trafiggere uno del popolo della terra anche nel giorno del
Kippur che cadesse di sabbato (Pesahim, 49 b). In molti altri passi
è proibito al Fariseo di vendere frutta a uno del « popolo della terra », di dargli ospitalità o riceverne, di contrarre parentela matrimoniale con lui, e simili (Demai, n, 3; ecc.). È superfluo dire che,
agli occhi dei Farisei, poteva essere « tanghero » e « popolo della
terra » anche un Giudeo aristocratico e facoltoso, o un membro
dell'alto sacerdozio : il criterio per giudicarlo era la pratica e la
conoscenza della Legge secondo i principii farisei, e l'appartenenza
alla eletta casta dei « separati ».
Solo raramente a siffatto disprezzo di casta si rispondeva da parte
degli estranei col disprezzo e con l'ostilità. Il popolino, specialmente
nelle città e soprattutto le donne, stavano cordialmente per i Farisei tanta potenza hanno sulla folla, che pure se dicano alcunché
contro il re o contro il sommo sacerdote sono immediatamente creduti (Antichità giud., xm, 288). Siffatta base democratica era la
vera forza di cotesti aristocratici dottrinali.
§ 4 1 . Resta da esaminare il preciso concetto di Scriba, e le sue
relazioni con quello di Fariseo. I vangeli accomunano spessissimo
Scribi e Farisei, e giustamente sotto l'aspetto della realtà contemporanea; ma in teoria non tutti gli Scribi erano Farisei, come in
47

SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI § 41

pratica non ogni Fariseo era Scriba perché poteva non averne la
scienza necessaria, ossia non essere un hakam (§ 39).
Il concetto di Scriba era quello di essere per eccellenza l'uomo della Legge, astraendo dalla sua condizione sacerdotale o laica e dai
suoi principii sadducei o farisei; ma in pratica, ai tempi di Gesù,
solo pochissimi Scribi erano di condizione sacerdotale e di principii
sadducei, mentre la stragrande maggioranza era costituita da laici
di principii farisei. Di qui il pratico pareggiamento di Scribi e Farisei presso i vangeli.
Quando nell'esilio di Babilonia il popolo giudaico si trovò privato
di tutti i suoi beni materiali e morali salvo che della Legge (Toràh),
già allora — prima cioè che esistessero le due correnti di Sadducei
e Farisei - vi furono uomini che consacrarono tutta l'operosità e la
vita loro all'unico bene superstite, alla Legge, onde conservarlo con
ogni cura, trasmetterlo con tutta esattezza, investigarlo ed applicarlo con la più scrupolosa indagine. Un uomo siffatto fu per eccellenza l'uomo del libro (sepher), non soltanto perché ne era il
dligentissimo scriba (sópher, ypa^lAaTeu?, ispoYpa[X[xaTSU<;) ma soprattutto perché ne era nel più ampio senso il maestro. Egli fu dunque il legista (VOJJUXÓI;, vo[zo8i§d'crxaXo<;) e a lui fu riserbato il titolo onorifico di Rab, Rabbi (« grande », « mio grande »).
Grandissima era l'autorità dello Scriba già verso il 200 av. Cr., come
appare anche dal lirico encomio che ne fa il Siracida (Ecclesiastico,
capp. 38-39); ma più tardi essa crebbe ancora, fino a diventare un
vero trono di gloria contrapposto al trono del sacerdozio. Ai tempi
di Gesù, infatti, il sacerdozio aveva bensi conservato il suo ufficio
liturgico e il suo grado gerarchico nella costituzione teocratica del
giudaismo, tuttavia esso aveva perduto quasi ogni efficacia sulla
formazione spirituale delle masse : il vero « padre spirituale » del
popolo, il suo catechista, la sua guida morale, non era più il sacerdote ma lo Scriba. M a n mano che il sacerdozio si era disinteressato della Legge, il laicato lo aveva sostituito nella direzione spirituale del giudaismo; mano mano che il sacerdozio si era immedesimato con la corrente sadducea, il laicato legista era diventato
sempre più fariseo : cosicché a un certo tempo l'azione del sacerdozio rimase circoscritta alla liturgia del Tempio e ai maneggi della
politica, mentre lo Scriba laico s'assise quale maestro nelle scuole
della Legge, predicò quale rappresentante di Mosè nelle sinagoghe,
s'aggirò quale modello di santità nelle vie e nelle case della venerabonda plebe.
Scriba poteva divenire qualunque discendente d'Abramo, ma la via
per toccare la mèta era lunga. Spesso si cominciava fin dalla puerizia a percorrerla, istruendosi - come fece S. Paolo (Atti, 22, 3) « ai piedi » di qualche autorevole maestro (che insegnava seduto,
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SADDUCEI, FARISEI, SCRIBI E ALTRI GRUPPI GIUDAICI §§ 42-43

mentre i discepoli si accoccolavano ai suoi piedi). Difficilmente un
discepolo aveva percorso tutta la sua via ed era in grado a sua
volta d'insegnare, prima che fosse in età di quaranta anni : e in
tutto questo tempo egli, quasi sempre povero, aveva esercitato un
mestiere manuale per vivere (§ 167). Ma quando l'amore per la
conoscenza della Legge era entrato nel cuore di uno di questi uomini, non si badava a privazioni d'ogni genere, a veglie diuturne,
a tirocini laboriosi, a esercitazioni mnemoniche estenuanti, pur di
possedere la Legge. Il possessore di questo tesoro era più ricco
d'ogni ricchissimo, più glorioso d'un re e d'un sommo sacerdote,
come già vedemmo a proposito dei Farisei (§ 35).
§ 42. Della corrente dei Farisei, secondo ogni verosimiglianza, sono
derivazioni le correnti degli Zeloti e dei Sicari.
Flavio Giuseppe, troppo incline a ravvicinare il mondo giudaico a
quello greco-romano, presenta la corrente degli Zeloti come una
quarta filosofia (Antichità giud., xvm, 9), dopo le tre degli Esseni,
Farisei e Sadducei; ma in realtà gli Zeloti, oltre a non rappresentare
una filosofia, non formavano neppure una quarta corrente, perché
erano sostanzialmente Farisei. Lo stesso Flavio Giuseppe afferma
poco appresso che gli Zeloti in tutto il resto s'accordano con l'opinione dei Farisei, solo che hanno un ardentissimo amore per la libertà e ammettono come unico capo e signore Dio; non badano
punto a subire le morti più straordinarie e punizioni di parenti e
d'amici, pur di non riconoscere come signore alcun uomo (ivi, 23).
È evidente in questo atteggiamento l'adesione al principio nazionale-teocratico, ch'era essenziale nel fariseismo : ma la divergenza
avveniva nella pratica, perché i Farisei comuni non applicavano
quel principio nel campo politico, mentre gli Zeloti ve l'applicavano con rigore fino alle ultime conseguenze.
E perciò si chiamarono « Zeloti », ossia zelanti applicatori della
Legge nazionale-religiosa. Il termine era stato impiegato già dat M a t tatia, padre dei Maccabei, il quale in punto di morte aveva raccomandato ai suoi figli : « E ora, figli, siate gli zelanti della Torah.
e date le vostre vite per l'alleanza dei nostri padri » (i Macc, 2, 50).
Infatti i cinque figli del morente finirono tutti uccisi per la causa
nazionale-religiosa; e proprio dalla vittoria di questa causa uscirono
gli Asidei, dai quali discesero i Farisei (§ 29). Ora, gli Zeloti ripresero in pieno il programma del padre dei Maccabei -, vollero
essere Farisei integralisti in ogni campo, anche in quello politico.
§ 43. E in realtà fu un'occasione politica che fece sorgere gli Zeloti. Q u a n d o nell'anno 6 dopo Cr., Sulpicio Quirinio iniziò il censimento della Giudea testé annessa all'Impero romano (§ 24), il
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