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Articolo ARCHEO 351 portonovo .pdf



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2014

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Mens. Anno XXX numero 5 (351) Maggio 2014 € 5,90 Prezzi di vendita all’estero: Austria € 9,90; Belgio € 9,90; Grecia € 9,40; Lussemburgo € 9,00; Portogallo Cont. € 8,70; Spagna € 8,40; Canton Ticino Chf 14,00 Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004, art. 1, c. 1, LO/MI.

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Cristianesimo
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A MONTALE
l’età delle
terramare

CORTONA

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scoperte • portonovo

il profumo
del grano

tostato S
oltre settemila anni fa, gruppi di
agricoltori stanziati ai piedi del monte
conero diedero vita a un impianto
«industriale» per la lavorazione dei
cereali. costruirono decine di forni,
il cui scavo sta scrivendo una pagina
inedita e affascinante della
preistoria italiana

38 a r c h e o

di Cecilia Conati Barbaro

iamo nelle Marche, ai piedi
del Monte Conero e a meno
di 1 km dal mare, che però da
qui non si vede: sono queste le
coordinate essenziali del sito neolitico di Portonovo-Fosso Fontanaccia. Un insediamento che, come si dice in questi casi, rappresenta a tutt’oggi un unicum nel panorama della preistoria italiana. Gli
scavi condotti nel corso degli ultimi anni hanno infatti portato alla

Portonovo (Ancona). Una veduta
dell’area collinare in cui, in località
Fosso Fontanaccia, è stato scoperto
un sito del Neolitico antico
caratterizzato dalla presenza di
strutture identificabili come forni,
forse destinati alla tostatura dei
cereali e comunque connessi alle
attività agricole. L’uso di questi
impianti si colloca intorno
alla metà del VI mill. a.C.

luce i resti di un impianto finora
sconosciuto nella Penisola, caratterizzato dalla presenza di numerosi
forni – a oggi ne sono stati localizzati 18 –, la cui funzione possiamo
al momento solo ipotizzare, ma
che sembra comunque riferibile
alla produzione e al consumo dei
cereali e di altri alimenti.
Ma facciamo un passo indietro. La
scoperta del sito ebbe luogo negli
anni Novanta del secolo scorso per

opera di appassionati cultori della
preistoria locale, i quali segnalarono una ricca concentrazione di
materiali litici e ceramici alla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche.

le prime ricerche
e le ultime scoperte
Per accertare la consistenza del deposito archeologico vennero, quindi, condotti alcuni sondaggi nel
1999, successivamente ampliati nel
2006 sotto la direzione di Mara
Silvestrini. Le ricerche furono poi
sospese fino al 2011, quando si è
deciso di avviare nuove campagne
di scavo, che vengono svolte ogni
anno da una missione della Sapienza Università di Roma, diretta prima da Alessandra Manfredini e attualmente da chi scrive.
Come già accennato, le indagini
hanno finora portato alla localizza-

zione di 18 strutture a base circolare con rivestimento di argilla cotta.
L’eccezionale rinvenimento di 6
esemplari intatti ha permesso di
comprenderne le modalità di costruzione: i forni venivano scavati
lungo il pendio collinare, a diverse
quote, all’interno di un deposito
colluviale. La loro disposizione – le
strutture sono allineate a piccoli
gruppi su ampi avvallamenti – indica una precisa sequenza di operazioni: dapprima veniva realizzata
una fossa e poi, lungo la parete a
monte, si scavavano i forni veri e
propri, secondo un modulo costruttivo abbastanza standardizzato.
Infatti, il diametro alla base varia tra
1,80 e 2 m, la volta è a cupola fortemente schiacciata, tanto che l’altezza al centro del forno è tra i 40 e
i 50 cm, e l’imboccatura raggiunge
gli 80 cm di larghezza.
Il rivestimento interno è costituito
a r c h e o 39

scoperte • portonovo

in parte dalla cottura del sedimento
naturale, in parte da aggiunte di un
impasto argilloso applicato sulle
pareti e sul piano di base, dove appare sempre accuratamente lisciato.
In qualche caso, durante la fase di
costruzione doveva essere utilizzata
un’intelaiatura di rami per sostenere la volta, poiché sono state riconosciute impronte di elementi vegetali sull’argilla.
Nel tempo, l’erosione naturale e
l’attività agricola hanno, influito
sulla conservazione del sito archeologico: per questo motivo i forni
che si trovano nella parte piú a
monte sono conservati solo parzialmente, mentre quelli a valle, protetti da una coltre piú spessa di terreno, sono integri.
I materiali archeologici associati ai
forni sono assai scarsi, ma permettono di inquadrare il sito nel contesto del Neolitico antico (vedi

«Archeo» n. 347, gennaio 2014). Si
tratta di frammenti ceramici – alcuni decorati a impressioni nello
stile tipico dell’Italia centrale
adriatica – riconducibili a forme
molto semplici, come ciotole, scodelle, vasi a collo, olle, e di manufatti in pietra.

to alla selce era impiegata, se pur
raramente, anche l’ossidiana, della
quale sono stati rinvenuti pochi
elementi: le analisi chimiche hanno
determinato la loro fonte nell’isola
di Lipari. Numerosi sono invece i
manufatti in calcare e arenaria non
scheggiata, come macine e pestelli,
strumenti che ben si collegano alla
connotazione produttiva del sito.
Mancano del tutto gli oggetti in
materiale organico (per esempio
legno, pelli, intrecci vegetali), che si
conservano solo in condizioni particolari, ma che presumiamo abbia-

strumenti da taglio
Le caratteristiche tecniche di questi
ultimi testimoniano la scheggiatura
in loco della selce, che si trova in
abbondanza sia sul Monte Conero
che lungo i corsi d’acqua delle valli limitrofe. L’obiettivo
era quello di realizzare
San Marino
Pesaro
Mare
lame e lamelle che poFano
Adriatico
tevano essere inserite in
Fossombrone
Senigallia
manici (di legno o altro
materiale organico), inAncona
Marche
tere o frammentate, e
Portonovo-Fosso Fontanaccia
utilizzate come strumenti da taglio. AccanFabriano
Macerata Civitanova
Marche

Lago
Perugia
Trasimeno

Tev
e

re

Umbria

San Severino
Marche
San Benedetto
del Tronto
Ascoli Piceno

Teramo

40 a r c h e o

no costituito una parte consistente
dell’attrezzatura quotidiana delle
popolazioni preistoriche.
Altra particolarità è l’assenza, a
tutt’oggi, di tracce riferibili a un
abitato: i forni, cosí numerosi in
un’area limitata (finora sono
stati indagati circa 300 mq)
sembrerebbero costituire un impianto esclusivamente «industriale», forse utilizzato solo in
alcuni periodi dell’anno da una
o piú comunità di agricoltori. E,
di conseguenza, uno degli obiettivi
futuri della ricerca è proprio la localizzazione del villaggio (o dei
villaggi) lungo la valle.

Dallo scavo
al laboratorio
Molte indicazioni importanti sono
fin qui venute dalle datazioni al
14C, che hanno permesso di collocare la frequentazione del sito alla

In alto: il frammento di un contenitore in
ceramica la cui superficie è decorata con
motivi a impressione tipici delle culture
neolitiche dell’Italia centrale adriatica.
In generale, i materiali associati ai forni sono
molto scarsi, segno che l’abitato dei loro
utilizzatori doveva trovarsi altrove.

A sinistra e qui sopra: alcuni dei forni scoperti a Portonovo in corso di scavo.
Ricavate nel banco argilloso della collina, le strutture venivano con ogni
probabilità realizzate in occasione del loro utilizzo stagionale, in quanto la loro
deperibilità rendeva piú conveniente e veloce la costruzione ex novo
dell’eventuale restauro. È questa una delle possibili ragioni della loro elevata
concentrazione: a oggi ne sono state scoperte 18, impiegate, in momenti diversi,
intorno alla metà del VI mill. a.C.

a r c h e o 41

scoperte • portonovo

In alto: foto zenitale dell’area di scavo, che evidenzia la concentrazione
dei forni, ben riconoscibili per la loro conformazione circolare.
In basso: frammento di intonaco in argilla, con tracce dell’incannucciato
che ne costituiva lo scheletro.

42 a r c h e o

metà del VI millennio a.C. in cronologia calibrata, cioè circa 7500
anni fa. In particolare, dal forno 5
sono state ottenute le date di
6500±50 BP (= 5560-5350 a.C. cal
2 σ) e di 6418±50 BP (= 54805310 a.C. cal 2 σ); e, dal forno 14, è
stata ricavata la data del 6555±45
BP (=5620-5460 a.C. cal 2 σ).
Ma informazioni preziose sono
state acquisite anche grazie ad altre analisi specialistiche. Per esempio, le indagini PXRD (diffrattometria a raggi X su polveri) effettuate dal Dipartimento di Scienze
della Ter ra e Geoambientali
dell’Università di Bari su campioni del rivestimento interno dei
forni hanno rilevato che la tem-

In alto: nuclei, lame e lamelle in
selce; queste ultime, fissate a
manici in legno, venivano impiegate
come strumenti da taglio.
In basso: la pulitura e la prima
inventariazione dei materiali
recuperati nello scavo.

Lame e lamelle venivano ricavate da selce di provenienza
locale, sfruttando i ricchi giacimenti del Monte Conero
peratura raggiunta non superava i
500°C. Questo dato ci fa escludere l’utilizzo dei forni per cuocere
la ceramica – per la quale sono
necessari almeno 800°C –, ma
può far pensare ad altre attività,
come la cottura del pane e di altri
alimenti, l’essiccazione di carne,
pesce, vegetali, la tostatura dei cereali o il trattamento termico della selce, che, se scaldata, risulta piú
facilmente lavorabile.

legni selezionati
Un altro aspetto interessante riguarda il combustibile utilizzato:
l’analisi dei carboni prelevati all’interno dei forni (condotta da Alessandra Celant del Laboratorio di
a r c h e o 43

scoperte • portonovo

un PARCO
da scoprire
Un monte a
strapiombo
sull’Adriatico che
regala scorci
incantevoli e
itinerari escursionistici che
strizzano l’occhio al turismo
sostenibile.
Una ricca offerta di tipicità e qualità;
storia e cultura. Tutto questo è il
Parco del Conero, gemma
incastonata nelle Marche.
Istituito nel 1987, è esteso per 6011
ettari, e include gran parte di
Ancona, Camerano, Sirolo e
Numana. Quest’Area Protetta
costiera offre ambienti variegati da
cui spicca il Monte Conero, nato da
una lunga azione di sedimentazione
marina iniziata nel Giurassico,
emerso nel Pliocene, 5 milioni di
anni fa. Dall’alto dei suoi 572 m, dal
Gargano fino alla costa triestina, è
l’unico baluardo roccioso composto
da formazioni calcaree con litotipi
della maiolica e della scaglia bianca
e rossa, fin da epoca antica luogo di
estrazione di pietra.
Già approdo nel IV secolo a.C. dei
Greci che hanno risalito le coste
meridionali in cerca di città da
fondare e dove i Dori hanno gettato
le ancore e fissato la dimora,
chiamando Komaros (corbezzolo) il
promontorio e Ancon (gomito) la sua
curva settentrionale. La presenza

In alto: la chiesa
romanica di S. Maria di
Portonovo, compresa
nell’area del Parco
Naturale del Conero.
Sulle due pagine: una
delle baie del Parco, ai
piedi del promontorio.

44 a r c h e o

dell’uomo, accertata a partire da
almeno 100 000 anni fa, ha lasciato
numerose testimonianze. Relative al
popolo dei Piceni (IX-III secolo a.C.),
tra le tombe che hanno restituito
ricchi corredi funerari, è famosa
quella della Regina di Numana e
Sirolo, custodita nell’Area dei Pini di
Sirolo. I reperti sono esposti nel
museo Archeologico di Ancona e
nell’Antiquarium di Numana, mentre
una tomba picena è stata ricostruita
nel Centro Visite del Parco.
Le testimonianze spaziano inoltre
dalle incisioni rupestri alle grotte
romane, dai monasteri benedettini e
francescani, alle strutture difensive
come il Fortino Napoleonico e la
Torre Clementina a Portonovo.
Poi ci sono la chiesa romanica di
S. Maria di Portonovo e il Monastero
di S. Pietro al Conero, in cui si sono
stabiliti, fin dall’anno Mille, in

alternanza, vari ordini religiosi.
Per quel che riguarda la flora e la
fauna, nei secoli, l’insediamento di
un elevato numero di specie è
cresciuto a vista d’occhio, rendendo
la ripida falesia calcarea, le colline,
i fondovalle, il fiume Musone, le
aree umide, le dune costiere e i
laghetti salmastri di Portonovo,
habitat ricchi di biodiversità.
Le pendici del Monte, in buona
parte, sono ricoperte dalla macchia
mediterranea. Grande attenzione
viene data all’agricoltura di qualità,
con l’Ente Parco promotore di
progetti, come «Terre del Conero»
(vedi box a p. 46).
Ma c’è dell’ altro: per quanti
vogliano scoprire il cuore del
Monte, una fitta rete sentieristica si
ramifica in 18 itinerari. Si può
viverla in bicicletta, a piedi e
a cavallo. Da soli o

dove e quando
Ente Parco Regionale
del Conero
via Peschiera 30,
Sirolo 60020 (AN)
Info tel. 071 9331161; e-mail:
info@parcodelconero.eu;
www.parcodelconero.eu
Centro Visite
Info tel. 071 9331879; e-mail:
infoconero@forestalp.it

accompagnati da guide esperte
della Cooperativa Forestalp. La
prima economia del territorio è il
turismo. Anche in questo caso
l’Ente Parco del Conero dà una
forte risposta alla richiesta di quel
comparto in crescita, che è il
turismo sostenibile. È attivo nel
mettere in campo azioni e progetti
importanti, come il recente
ottenimento della certificazione
CETS, Carta Europea del Turismo
Sostenibile.

Paleobotanica e Palinolog ia
dell’Università Sapienza) ha messo
in evidenza una precisa scelta di
legni duri e compatti, come quelli
di leccio e carpino, che, bruciando
piú lentamente, producono un calore prolungato. Un dettaglio, questo, non irrilevante in relazione ai
possibili utilizzi di queste strutture,
ancora in parte enigmatiche.

l’importanza
di un «incidente»
Dall’ultima campagna di scavo sono, in realtà, emersi altri indizi interessanti: da tre dei cinque forni
rinvenuti intatti nel settembre
2013 sono state raccolte decine di
cariossidi (cosí si chiamano in botanica i frutti delle graminacee,
detti nella lingua corrente «chicchi») carbonizzate di cereali, attualmente in corso di studio per
determinarne genere e specie.
Grazie a questo «incidente» avvenuto nella fase di tostatura dei grani, una pratica preliminare sia all’uso che alla conservazione dei cereali, abbiamo ottenuto una preziosa
testimonianza delle specie coltivate
e del trattamento a cui venivano
sottoposte. E naturalmente anche
un’indicazione in piú per capire a
cosa servissero tanti forni.
Non pensiamo certo che i 18 forni
finora rinvenuti fossero in uso contemporaneamente: si tratta, infatti,
di strutture fragili, facilmente soggette all’erosione degli agenti atmosferici e alterabili dalla ripetuta
esposizione al fuoco. Molto probabilmente venivano abbandonati
man mano che si rovinavano: crolli
parziali della volta, ma anche semplici fessurazioni, impedivano la
conservazione del calore e ne diminuivano l’efficienza. Doveva quindi
essere piú semplice costruirne di
nuovi, piuttosto che riparare i danni
del tempo e dell’uso.
Per comprendere meglio i tempi di
costruzione, le modalità d’uso e il
processo di abbandono dei forni
sarà di fondamentale importanza il
contributo dell’archeologia sperimentale: prevediamo, infatti, nei
prossimi mesi, di costruire una

In alto: due forni al termine dello
scavo. Seppur parzialmente
crollate, sono ben riconoscibili le
coperture a cupola delle strutture.

struttura analoga a quelle neolitiche,
scavandola nella medesima formazione geologica, con la stessa tecnologia. Proveremo poi a utilizzarla e
successivamente ne registreremo i
modi e i tempi di deterioramento
naturale.

sacralità del fuoco
La scoperta di tre sepolture ha anche suggerito la possibilità di un
utilizzo rituale dei forni. Nel corso
dei sondaggi del 2006 erano stati
rinvenuti tre inumati, in cattivo stato di conservazione, deposti sulle
basi di due forni. L’indagine antropologica (effettuata da Paola Catalano e Stefania Di Giannantonio
della Soprintendenza Speciale per i
a r c h e o 45

scoperte • portonovo

Beni Archeologici di Roma) ha
permesso di riconoscere, in un caso
la sepoltura di due individui di circa
30 anni, e, nell’altro la deposizione
di un maschio di oltre 55 anni,
un’età considerevole per quei tempi. Inoltre, nel 2012, è venuta alla
luce una sepoltura a incinerazione
di una donna di circa 20 anni, i cui
resti erano stati raccolti in un contenitore di materiale organico che
non si è conservato.
Possiamo ipotizzare che, nel momento in cui i forni furono impiegati come strutture tombali, avessero già perso la loro funzione primaria, ma che conservassero un ruolo
simbolico per la comunità che aveva deciso di seppellirvi i propri defunti. La pratica di riutilizzare aree
o strutture domestiche è ben conosciuta durante il Neolitico e potrebbe essere legata al desiderio di
rimarcare la continuità tra il mondo
dei vivi e quello dei morti e il senso di appartenenza di una o piú
comunità al proprio territorio.

Molte domande
Le domande che emergono a questo stadio della nostra ricerca sono
molte: ad alcune cercheremo di
trovare risposte attraverso nuove
indagini e analisi di laboratorio, altre ancora rimarranno forse senza
una risposta soddisfacente, e a queste se ne aggiungeranno molte ancora, come sempre avviene nel corso di uno studio.
Chi ha costruito i forni? Dai dati
in nostro possesso possiamo essere
certi che si tratti di gruppi di agricoltori, che coltivavano cereali e,
forse, leguminose, e allevavano
animali domestici: oltre alle ca-

46 a r c h e o

In alto: una delle sepolture deposte all’interno di uno dei forni. Sono finora due i
casi accertati di reimpiego a scopo funerario delle strutture.
Qui sotto: il vaglio della terra di riempimento dei forni, che, come in questo
caso, ha permesso di recuperare numerosi chicchi di cereali carbonizzati.

riossidi carbonizzate, infatti, troviamo resti ossei di pecora, maiale
e bue, probabili residui dei pasti
consumati in prossimità dei forni.
Non erano però state abbandonate
del tutto le attività di caccia e soprattutto di pesca, favorita dalla
vicinanza del mare e del vicino
corso d’acqua, che in quel periodo
correva a una quota piú alta e con
una portata maggiore. L’adozione
di un regime alimentare basato su
uno scarso apporto di carboidrati
e su un maggiore consumo di proteine di origine acquatica è confermato dall’analisi degli isotopi
stabili del collagene delle ossa degli inumati rinvenuti nei forni
condotta dagli studiosi del Dipar-

timento di Biologia dell’Università di Roma «Tor Vergata».
Perché i forni venivano costruiti
cosí vicini gli uni agli altri? Erano,
forse, utilizzati da piú gruppi o famiglie che popolavano il territorio
circostante e che frequentavano il
sito in occasione di attività collettive, come, per esempio, la lavorazione dei cereali dopo il raccolto? I
confronti con altri siti neolitici in
Italia non ci vengono in aiuto: sono
rare le testimonianze di forni e i
pochi conosciuti, come quelli di
Ripatetta e Torre Sabea in Puglia,
Trasano in Basilicata e Favella in
Calabria, sono singoli e di dimensioni decisamente minori. Comune
è forse il ruolo di strutture comuni-

tarie e non destinate all’uso di una
singola famiglia, poiché anche queste sono collocate in spazi aperti e
non all’interno di abitazioni. La
cosa non ci stupisce poiché il forno,
soprattutto quello per cuocere il
pane, è stato fino alla metà del secolo scorso, in molte regioni non solo
italiane, un impianto condiviso da
tutta la collettività.

prospettive
e obiettivi futuri
Tra gli obiettivi delle ricerche future, vi è, come abbiamo detto, la
realizzazione della replica sperimentale di un forno, per comprenderne meglio le fasi costruttive e il
funzionamento. Per quanto riguar-

In alto: un’immagine ravvicinata di un forno in corso di scavo.
Nella pagina accanto, in basso: un’altra veduta del settore indagato nella campagna del 2013. A oggi, i forni di
Portonovo rappresentanoun unicum nel quadro della preistoria italiana.
In basso: sezione di un settore del sito che mostra come la disposizione dei forni assecondasse il
naturale andamento del pendio collinare.

a r c h e o 47

scoperte • portonovo
Ancora un’immagine di uno dei forni
di Portonovo-Fosso Fontanaccia
in corso di scavo.

da gli scavi, la campagna del prossimo autunno avrà tra i suoi scopi
quello di rintracciare l’abitato di
riferimento, attraverso sondaggi.
Un aspetto che ci sta molto a cuore
è quello di far conoscere le nostre
ricerche a un pubblico piú ampio,
non di soli specialisti. Purtroppo le
strutture sono troppo delicate per
pensare a una loro musealizzazione
all’aperto: per questo abbiamo pensato alla realizzazione di un modello in 3D, coinvolgendo gli ingegneri del DICEA, dell’Università Politecnica delle Marche, coordinati da
Eva Malinverni.
Una volta elaborati i dati, si potrà
esplorare virtualmente il sito e scoprirne tutte le caratteristiche, altrimenti non visibili. Per il momento,
nel vicino centro visite del Parco
Naturale Regionale del Monte
Conero (vedi box alle pp. 44-45), a
Sirolo, sono a disposizione alcuni
pannelli con foto e informazioni sia
sui forni di Portonovo, sia su altri
siti archeologici dell’area. Inoltre,
nell’Antiquarium di Numana sono
esposti alcuni manufatti provenienti dalle prime raccolte di superficie degli anni Novanta del
secolo scorso.
Nel corso delle tre campagne di

Una collaborazione nel segno del pane
Lo scavo di Portonovo-Fosso Fontanaccia si avvale della generosa
collaborazione degli imprenditori di «Terre del Conero», una filiera
agroalimentare di qualità che riunisce circa 60 aziende agricole
con coltivazioni e allevamenti compresi nell’area del Conero e vuole
valorizzare le produzioni agricole locali e favorire metodi di coltivazione
piú rispettosi dell’ambiente.
Il progetto è promosso dalla Società Cooperativa Agricola Terre del Conero e
dal Parco Naturale del Conero e coinvolge anche operatori turistici e
commerciali, ristoratori, trasformatori alimentari ed enti locali.
Tra i prodotti di Terre del Conero, figura il pane, uno dei
progetti speciali promossi dalla filiera e dal Parco
Naturale del Conero e che, oggi, si è anche trasformato
nel filo rosso che lo lega alle ricerche in corso nel sito
®
di Portonovo-Fosso Fontanaccia, dalle quali è emersa,
appunto, una realtà legata alla lavorazione dei cereali.
Info: www.terredelconero.org

48 a r c h e o

scavo abbiamo registrato un crescente interesse da parte della popolazione e delle istituzioni locali,
tanto che nel 2013 abbiamo dato il
via a una fruttuosa collaborazione
con l’Ente Parco del Conero e con
gli imprenditori delle Terre del
Conero (vedi box in questa pagina),
che ci ha permesso di proseguire le
ricerche sul campo, altrimenti
messe in forse dalla scarsità di fondi. Un esempio, questo, di una possibile sinergia virtuosa tra pubblico
e privato, che nel 2014 vedrà anche la partecipazione del Comune
di Ancona, e che ha come obiettivo la conoscenza e la valorizzazione di un territorio ricco di risorse
naturali e culturali.


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