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rottamaitalia .pdf



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Rottama
Italia
Perché il decreto Sblocca-Italia
è una minaccia per la democrazia
e per il nostro futuro

EDIZIONI

Indice
Perché questo libro

Informazione e democrazia

“Rottama Italia”
© Altra Economia Soc. Coop.
Via Vallarsa 2 - 20139 Milano
Tel. 02-89.91.98.90
e-mail: segreteria@altreconomia.it
Hanno collaborato alla realizzazione del libro con testi e vignette:
Ellekappa, Altan, Tomaso Montanari, Pietro Raitano, Giannelli, Mauro Biani,
Paolo Maddalena, Giovanni Losavio, Massimo Bray, Maramotti, Edoardo Salzano,
Bucchi, Paolo Berdini, Vezio De Lucia, Riverso, Salvatore Settis, Beduschi, Vincino,
Luca Martinelli, Anna Donati, Franzaroli, Maria Pia Guermandi, Vauro,
Pietro Dommarco, Domenico Finiguerra, Giuliano, Anna Maria Bianchi,
Antonello Caporale, Staino, Carlo Petrini.
Curatore: Tomaso Montanari
Editing: Pietro Raitano
Progetto grafico: Laura Anicio
In copertina: Ellekappa 2014
Prima edizione: ottobre 2014
Isbn: 9788865161494
Il catalogo dei libri di Altreconomia
è sul sito: www.altreconomia.it/libri

pag. 5
pag. 9

Paolo Maddalena
Fuori dalla Costituzione

pag. 13

Giovanni Losavio
Una legge illegale

pag. 19

Massimo Bray
Sblocca-regole

pag. 23

Edoardo Salzano
Il cemento: un vizio di famiglia

pag. 29

Paolo Berdini
Mani sulla città

pag. 35

Vezio De Lucia
Bagnoli negata

pag. 39

Salvatore Settis
Silenzio-assenso

pag. 45

Tomaso Montanari
Svendi-Italia

pag. 53

Luca Martinelli
Il diavolo nel comma: la Orte-Mestre

pag. 59

Anna Donati
Blocca-città

pag. 64

Maria Pia Guermandi
I predatori del territorio perduto

pag. 69

Pietro Dommarco
Come raschiare il fondo del barile

pag. 77

Domenico Finiguerra
Sblocca-inceneritori

pag. 83

Anna Maria Bianchi
Carne da mattone

pag. 89

Antonello Caporale
Sblocca-corruzione

pag. 93

Carlo Petrini
Un’altra idea di sviluppo

pag. 97

Gli autori

pag. 106

Perché questo libro

Perché vogliamo che l’Italia cambi verso. Ma davvero.
Vogliamo un Paese moderno. E cioè un Paese che guardi
avanti. Un Paese che sappia distinguere tra cemento e
futuro. E scelga il futuro.
Vogliamo un Paese in cui chiamiamo sviluppo ciò che
coincide con il bene di tutti, e non con l’interesse di pochi.
Un Paese in cui lo sviluppo sia ciò che innalza -e non ciò
che distrugge- la qualità della nostra vita.
Un Paese che cresca, e non un Paese che divori se stesso.
Un Paese capace di attuare il progetto della sua Costituzione. Una Costituzione che da troppo tempo “è ancora
un programma, un ideale, una speranza, un impegno di
lavoro da compiere”, una Costituzione in cui “è scritta
a chiare lettere la condanna dell’ordinamento sociale in
cui viviamo” (Piero Calamandrei).
Il decreto Sblocca-Italia è, invece, un doppio salto mortale
all’indietro. Un terribile ritorno a un passato che speravamo
di aver lasciato per sempre. Un passato in cui “sviluppo”
era uguale a “cemento”. In cui per “fare” era necessario
violare la legge, o aggirarla. In cui i diritti fondamentali
delle persone (come la salute) erano considerati ostacoli
superabili, e non obiettivi da raggiungere.
5

Giuseppe Dossetti avrebbe voluto che nella Costituzione ci fosse questo articolo: “La resistenza individuale
e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le
libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente
Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino”.
La prima, e più importante, resistenza allo Sblocca Italia
passa attraverso la conoscenza, l’informazione, la possibilità di farsi un’opinione e di farla valere. Discutendone
nelle piazze e nei teatri, nelle televisioni e alla radio.
Richiamando al progetto della Costituzione i nostri
rappresentanti in Parlamento. E, se necessario, anche
ricorrendo al referendum: se -alla fine e nonostante tutto- questo sciagurato decreto “Rottama-Italia” diventerà
legge dello Stato.
Perché non siamo contro lo Sblocca Italia.
Siamo per l’Italia.
Tomaso Montanari

È stato Sergio Staino a pensare per primo a questo libro.
È successo a Scandicci il 16 settembre 2014, durante un
incontro -organizzato da Slow Food- nel quale Domenico
Finiguerra e Tomaso Montanari discutevano del saccheggio del territorio italiano. Tutti gli autori (dei testi e
delle vignette) e l’editore hanno lavorato gratuitamente.
Il testo del decreto Sblocca-Italia è scaricabile all’indirizzo
www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2014/09/12/14G00149/sg
6

7

Informazione
e democrazia
Questa è l’epoca delle larghe intese, anche in tema di
informazione. È l’epoca della comunicazione -anche
politica, anche economica- fatta di hashtag e tweet:
molta forma e scarsa sostanza.
“Chiama le cose come le vedi, e al diavolo tutto il resto”,
diceva Ernest Hemingway. Ecco perché è lecito chiedersi
che cosa succede se nel misurare il valore di qualcosa
prevale la visibilità, al posto dell’evidenza. Succede che
all’evidenza si sostituisce un “brodo” di incertezza e
chiacchiere che consola tutti e ammorba noi cittadini,
spingendoci (frenandoci) nell’inazione. È per questo
che ci siamo abituati a realtà incredibili: il modo in cui
trattiamo i migranti, la precarietà del lavoro, la devastazione del territorio.
Nel primo secolo dopo Cristo, Seneca scriveva a Lucilius:
“Sarebbe una consolazione per la nostra debolezza e
per i nostri beni se tutto andasse in rovina con la stessa
lentezza con cui si produce, e invece l’incremento è
graduale, la rovina precipitosa”.
Temo il giorno in cui qualcuno ci chiederà: ma voi dove
eravate? Perché un conto sono i servi del potere: stanno
dalla parte giusta, ma solo temporaneamente, e sempre
servi rimangono; spacciano incoerenza -che vuol dire
9

non mantenere gli impegni, magari quelli per cui sei stato
votato- per autocritica -che invece è ammettere onestamente di essersi sbagliati-. (Ma qui nessuno ammette gli
errori, nessuno chiede scusa, nessuno pensa di dover dare
spiegazioni rispetto a comportamenti incoerenti, negati
fino a un attimo prima.)
E un conto siamo noi. Noi abbiamo bisogno di parole
chiare, certe, non fumose. Di prese di posizioni nette,
ragionate, ragionevoli. Radicalità, non incertezza, non
mediazione, non annacquamento.
È questo il cuore dell’informazione indipendente, è questo
il sale della democrazia: e l’una non può esistere senza
l’altra. L’informazione indipendente è un bene tutelato
dal lavoro di chi se ne assume la responsabilità e dal controllo di chi ne usufruisce, a vantaggio della democrazia.
Il volume che state leggendo è un -raro- esempio di informazione indipendente, che ha ragione d’essere nelle
azioni che genera. Ogni contributo vale per sé, e al tempo
stesso costituisce la voce di una composizione corale.
C’è voluto coraggio per pensarlo, scriverlo e pubblicarlo.
C’è voluto tempo per capire, spiegare (una vera rivoluzione, nell’epoca dei tweet).
Ma ci vorrà coraggio anche a leggerlo con attenzione e
farne un manifesto di azione.
Pietro Raitano, Altreconomia

10

11

Paolo Maddalena

Fuori dalla Costituzione

Il decreto legge 12 settembre 2014, n. 133, dedicato alla
ripresa delle attività produttive, poggia su un equivoco di
fondo. Sull’idea, cioè, che l’interesse all’esecuzione delle
opere possa addirittura prevalere su fondamentali interessi direttamente tutelati della Costituzione, ritenendo,
ad esempio, che si possa anche prescindere da quanto
rappresentato da “una amministrazione preposta alla
tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico artistico o alla tutela della salute e della
pubblica incolumità” (art. 1, comma 4), rimettendosi
alle valutazioni del “Commissario, che si pronuncia
entro quindici giorni”.
Questo vizio di impostazione si rivela particolarmente
nella preoccupazione, che percorre tutto il decreto, di
assicurare in ogni caso una piena e incondizionata “libertà
d’azione delle imprese”, senza minimamente preoccuparsi del fatto che le imprese non garantiscono affatto
il perseguimento di interessi generali. Basti ricordare
come si sono comportate la Fiat e tante altre aziende,
che, per conseguire maggiori profitti, non hanno esitato
a licenziare masse di operai e a delocalizzare, oppure
come si sono comportate le banche quando hanno ricevuto dall’Unione europea ingenti somme di euro per
12

13

fare prestiti alle imprese e alle famiglie e hanno invece
trattenuto tali somme presso di loro o addirittura presso
la stessa Bce, per lucrarne gli interessi.
La verità è che non si esce dalla recessione e dalla deflazione aiutando le imprese, ma, come insegna Keynes,
mediante un poderoso intervento statale che ponga in
essere una grande opera pubblica, che non produca merci
da collocare sul mercato, ma utilità di carattere generale,
come potrebbe essere per noi un’opera di ricostituzione
dell’equilibrio idrogeologico d’Italia, la cui compromissione provoca immensi disastri ambientali e economici.
Infatti è solo la distribuzione di ricchezza su una grande
platea di lavoratori che assicura un aumento della domanda, agendo come volano dell’economia.
E questo è possibile anche dal punto di vista giuridico,
poiché le “prescrizioni” recessive che ci impone l’Europa, si scontrano con i “contro limiti” della tutela dei
diritti umani, salvaguardati dalla nostra giurisprudenza
costituzionale.
E non è tutto. Questo decreto, infatti, sbaglia di grosso
quando ignora che il vero nemico della nostra economia
è costituito dal vigente “sistema economico finanziario”,
il quale ha “deviato” dai suoi fini originari, poiché non
investe più in attività produttive, secondo il principio
“finanza-prodotto-finanza”, ma investe in “debiti” ed
in “prodotti finanziari”, secondo il principio “finanzafinanza”, che “raschia” e non crea “beni reali”. Si è
verificata, infatti la “finanziarizzazione dell’economia”,
che consiste nel ritenere “beni reali” veri e propri “disvalori”, e cioè i “debiti”, i quali, equivocamente considerati nel loro rovescio di “diritti di credito”, sono
14

“cartolarizzati” secondo le disposizioni della legge 30
aprile 1999 n. 130 (che non solo è contro la Costituzione, ma collide altresì con gli articoli 2008, 2011 e
2021 del Codice civile) e trasformati, per fictio iuris, in
“titoli commerciabili”, valutabili in Borsa e suscettibili
pertanto di incrementi di valore per semplici decisioni
degli speculatori finanziari, sovente in combutta tra loro.
Una, per così dire, “copertura legislativa”, che, non solo
influenza negativamente i mercati con la costruzione di
fallaci “prodotti finanziari”, come i “derivati” e i “derivati dal credito”, ma concede altresì agli speculatori
finanziari di appropriarsi indebitamente di beni reali,
qualora questi cosiddetti “diritti di credito” non siano
pagati alla loro scadenza.
Né si dimentichi che gli stessi speculatori finanziari non
hanno esitato ad attaccare persino il nostro “debito sovrano”, producendo l’innalzamento dei tassi di interesse
sul debito pubblico e rarefacendo la liquidità necessaria
per la sopravvivenza dello Stato sociale di diritto.
La conseguenza è che ora tutto viene “svenduto” o “privatizzato” in modo da alimentare il trasferimento dei
beni dalla collettività agli speculatori, mentre gli italiani
rischiano di perdere l’intero territorio, diventando come
gli ebrei sotto la schiavitù di Babilonia.
Incredibilmente, il decreto in esame non difende affatto
il territorio, né dalla devastazione ambientale provocata
dall’edilizia, dalle cementificazioni e dalle impermeabilizzazioni stradali, che addirittura vengono incoraggiate, né
tanto meno dalle privatizzazioni ed alienazioni a privati
(che spesso sono stranieri).
Va perciò affermato con forza che il “territorio”, ele15

mento costitutivo della comunità politica, non è un
bene liberamente disponibile da parte del governo o di
amministratori locali, ma è nella “proprietà collettiva
demaniale” o nella “superproprietà” del popolo, a titolo
di sovranità.
Lo insegna la Storia, dalla quale emerge che la “proprietà
collettiva” del territorio spetta, originariamente, al popolo
a titolo di “sovranità” ed ha sempre preceduto quella
privata, e lo insegna la nostra Costituzione.
La Carta, all’articolo 42, non solo afferma che “la proprietà
è pubblica o privata”, facendo intendere che nell’aggettivo
“pubblica” è compresa, come diceva Massimo Severo
Giannini, “la proprietà collettiva demaniale” dei beni
che naturalmente appartengono a tutti e sono perciò
“fuori commercio”, e, quindi, inalienabili, inusucapibili
ed inespropriabili; ma sottolinea altresì che sui beni
privati permane comunque la “superproprietà” del popolo, che si estrinseca nei “limiti” posti alla proprietà
privata, e cioè nei poteri pubblici di “pianificazione del
territorio”, di “conformazione della proprietà privata”,
di concessione dei “permessi di costruire” (il “diritto di
costruire” spetta al popolo e non è affatto “insito” nel
diritto di proprietà privata) e nella necessità di perseguire
la “funzione sociale”.

Lo afferma chiaramente ancora l’articolo 42 della Costituzione, secondo il quale “la proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge… allo scopo di assicurarne
la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti”.
Il che è come dire che se vien meno la “funzione sociale”,
vien meno anche il diritto di proprietà privata e il bene
di cui si tratta torna nella disponibilità di tutti, cioè del
popolo, senza bisogno di espropriazione e di corresponsione di indennità di esproprio.
Tutto quanto si è detto, come si leggerà nelle pagine
seguenti, è ignorato dal decreto legge in esame e da
ciò dipende la sua quasi totale contrarietà ai principi
fondamentali della nostra Costituzione democratica e
repubblicana.

La “funzione sociale”, peraltro, non riguarda i beni che
esprimono “utilità” idonee a soddisfare le strette necessità
personali o familiari, ma i beni “socialmente rilevanti”,
quelli cioè che esprimono utilità eccedenti le strette necessità personali o familiari, come la grande industria o
le grandi aziende. È per questo che essa “condiziona”
la stessa esistenza del diritto di proprietà.
16

17

Giovanni Losavio

Una legge illegale

Insuperabile la pregiudiziale di legittimità costituzionale
Stupisce che il Presidente della Repubblica non abbia
colto, nella congerie di eterogenei provvedimenti in cui si
articola (sono 45 articoli) il decreto che ambisce a “sbloccare” il Paese, la palese violazione del principio per cui il
contenuto dei decreti legge deve essere “specifico, omogeneo e corrispondente al titolo”. È vero che il principio
è dettato da una norma ordinaria, priva dunque di rango
costituzionale (l’art. 15, comma 3, della legge 23 agosto
1988, n. 400, che disciplina l’attività di governo), ma la
Corte Costituzionale nella sua costante giurisprudenza lo
ha assunto come “esplicitazione della ratio implicita nel
secondo comma dell’art. 77 Cost. il quale impone il collegamento dell’intero decreto legge al caso straordinario di
necessità e urgenza che ha indotto il governo ad avvalersi
dell’eccezionale potere di esercitare la funzione legislativa
senza previa delegazione del Parlamento”.
Vediamo subito il “titolo” del decreto che annuncia “misure
urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere
pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione
burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per
la ripresa delle attività produttive” e constatiamo che è
una generica proclamata esigenza di urgenza il comune
19

denominatore delle disparate categorie di intervento (designate anche con espressioni non tecniche e suggestive).
Mentre il preambolo, che implica la responsabilità istituzionale del Presidente della Repubblica e ripetutamente
afferma la ritenuta “straordinaria necessità e urgenza”
della emanazione conforme alla proposta del presidente
del Consiglio, elude la indispensabile identificazione del
“caso” o dei “casi”, “straordinari” essi, che necessitano e
perciò legittimano la decretazione di urgenza, in luogo della
“iniziativa delle leggi” che appartiene anche al Governo
(stando all’articolo 71 della Costituzione), essendo il relativo esercizio, nella forma del disegno di legge presentato
alle camere, autorizzato dal Presidente della Repubblica
(articolo 88, comma 4).
A ben vedere questo decreto “Sblocca-Italia” riflette dunque l’iniziativa di un estemporaneo progetto di eterogenee,
puntuali e perfino minute riforme legislative cui il governo attribuisce il carattere dell’urgenza in rapporto alle
esigenze poste dalla attualità politica del Paese. Neppure
là dove il decreto dispone su specifiche opere (come, con
il primo articolo, su quelle relative alla tratta ferroviaria
Napoli-Bari, per fare un solo esempio delle molteplici opere
considerate), provvedendo a deviazioni dalla disciplina
comune, può dirsi a rigore che siano enunciati e comunque
ravvisabili i profili straordinari di situazioni sopravvenute
che necessitano l’intervento legislativo di urgenza.
Se è vero che la potestà di decretazione di urgenza si fonda,
come è generalmente riconosciuto, su un’ampia discrezionalità politica, il suo esercizio non può tuttavia prescindere
dall’obiettivo presupposto in fatto del caso straordinario
che senza alcun dubbio fa difetto là dove questo decreto
20

mette mano su corpi normativi di organica disciplina di
speciali materie, come il testo unico dell’edilizia, introducendo (art. 17) modifiche destinate a operare nella definitiva
disciplina a regime.
Sono modifiche indotte dalla asserita esigenza di semplificazione amministrativa secondo un apprezzamento di
corriva funzionalità tecnica sulla linea non certo nuova
della “liberalizzazione” della attività edilizia, sciolta da
lacci e laccioli, sottratta cioè a regole stringenti (necessarie ad assicurare la coerenza con i contesti urbani) e a
rigorosi controlli. Un’innovazione dunque che prescinde
da contingenze straordinarie e a legittimare il consiglio dei
ministri ad autoassumere la potestà legislativa non basta
certo la valutazione politica (in rapporto al complessivo
programma di governo) dell’urgenza di provvedere allo
specifico riguardo. E sono considerazioni che valgono
per le modifiche introdotte così nel testo del “codice dei
contratti pubblici” (con gli articoli 2, 9, 13 e 34) come nel
testo delle “norme in materia ambientale” (con l’articolo
7). Insomma non può essere dato di imporre per decreti
legge il programma governativo.
Né (per qualche riscontro qui necessariamente episodico)
il requisito del “caso straordinario” legittima il singolare
inserto introdotto (dall’articolo 25) nell’articolo 14-quater, comma 3, nella legge 241/1990 (“Nuove norme del
procedimento amministrativo”), che attribuisce “natura
di atto di alta amministrazione” alla deliberazione del
Consiglio dei ministri cui è rimessa la decisione nella ipotesi di dissenso espresso nella Conferenza di servizi da un
rappresentante delle più amministrazioni interessate. E nella
constatata prassi amministrativa il dissenso in Conferenza
di servizi, quando c’è, è pressoché generalmente espresso
21

da chi rappresenta la tutela istituzionale di patrimonio e
paesaggio. Quell’inserto rende in pratica inattaccabile la
determinazione del Consiglio dei ministri che, se espressione di alta amministrazione, è soggetta a un limitatissimo
vaglio di legittimità, riservato a manifeste illogicità formali
e procedurali, sicché è spianata la strada al sacrificio di
patrimonio e paesaggio rispetto a contrapposti interessi
anche pubblici ma politicamente prevalenti. Travolto così
il primato che nella gerarchia dei valori costituzionalmente
protetti l’articolo 9 riserva alla “tutela”.
E a confermare che questo decreto disordinatamente procede fuori dalla sollecitazione dei “casi straordinari”, con
lo stesso articolo 25 (con misure di “accelerazione delle
procedure in materia di patrimonio culturale”) ancora
interviene sulla disciplina della autorizzazione paesaggistica
dettata dall’articolo 146 del Codice dei beni culturali e
del paesaggio per riproporre la stessa modifica (in realtà
marginale) che, introdotta lo scorso anno dal “decreto del
fare”, era stata soppressa in sede di conversione. Sicché,
quando il soprintendente non abbia reso nel previsto
termine il suo vincolante parere sull’intervento che incide
sul paesaggio protetto, risulterebbe caduta la facoltà data
a Comune/Regione di indire la conferenza di servizi, per
procedere direttamente -scaduto il termine di sessanta
giorni- alla determinazione sulla richiesta autorizzazione
paesaggistica pur nel silenzio della soprintendenza, che
dunque vale assenso. Travolto il disposto dell’articolo
20, comma 4, della legge 241/1990 (nei procedimenti
riguardanti il patrimonio culturale e paesaggistico il silenzio non equivale ad accoglimento della domanda), diretta
applicazione del principio di indefettibilità della “tutela”
posto dall’articolo 9 della Costituzione.
22

Massimo Bray

Sblocca-regole

“Accelerare e semplificare la realizzazione di opere infrastrutturali strategiche, indifferibili e urgenti, nonché
per favorire il potenziamento delle reti autostradali
e di telecomunicazioni e migliorare la funzionalità aeroportuale; […] la mitigazione del rischio idrogeologico,
la salvaguardia degli ecosistemi, l’adeguamento delle
infrastrutture idriche e il superamento di eccezionali
situazioni di crisi connesse alla gestione dei rifiuti,
nonché di introdurre misure per garantire l’approvvigionamento energetico e favorire la valorizzazione
delle risorse energetiche nazionali; [...] la semplificazione burocratica, il rilancio dei settori dell’edilizia
e immobiliare, il sostegno alle produzioni nazionali
attraverso misure di attrazione degli investimenti esteri
e di promozione del made in Italy, nonché per il rifinanziamento e la concessione degli ammortizzatori sociali
in deroga alla normativa vigente al fine di assicurare
un’adeguata tutela del reddito dei lavoratori e sostenere
la coesione sociale”.
Queste le circostanze straordinarie di necessità e urgenza
riportate nel preambolo del decreto legge n. 133 del
2014 che ne giustificherebbero l’adozione. Un provve23

dimento vasto e complesso, composto da 45 articoli,
per “sbloccare” l’Italia.
Sbloccare l’Italia. Abbiamo tutti la necessità di un forte
cambiamento che ridia competitività al nostro Paese
e crei occupazione, ma siamo perplessi sulle soluzioni
proposte in questo provvedimento perché siamo di fronte
all’ennesimo intervento emergenziale, derogatorio ed
eterogeneo con cui si bypassa il dibattito parlamentare.
La mia convinzione, basata anche sull’esperienza di dieci
mesi di responsabilità istituzionale, è che se vogliamo
realmente cambiare il Paese ingessato da una burocrazia
che non risponde alle aspettative dei cittadini sia opportuno rivedere le procedure e le responsabilità. Ma sono
convinto che occorra fare questo all’interno delle norme
e non adottando come strumento di governo procedure
d’urgenza, che se da una parte possono accelerare i processi decisionali, troppe volte hanno dimostrato la loro
fragilità e il pericolo di favorire la corruzione.
Negli ultimi anni assistiamo a una crescita sempre maggiore del ruolo del governo nella legislazione con conseguente erosione delle competenze parlamentari. I dati
sulla legislazione, in particolare la somma degli atti con
forza di legge e dei disegni di legge di iniziativa governativa, mostrano un governo dominus incontrastato
della produzione normativa. Non è certo questa la sede
opportuna per analizzare le conseguenze che il cambio
di legislatore, a Costituzione invariata, produce nel
nostro ordinamento, ma è certamente un dato da non
sottovalutare in un’analisi delle caratteristiche tipiche
della normazione governativa, che sempre più appare
insensibile alle regole di better regulation.
24

Lo Sblocca-Italia risulta per molti aspetti un tipico esempio di cattiva legislazione. La carenza dell’istruttoria è
testimoniata dall’assenza sia dell’analisi d’impatto della
regolamentazione, relazione richiesta a corredo degli
atti normativi del governo e volta a valutare ex ante
l’impatto che le norme introdotte avranno sulle attività
dei cittadini e delle imprese e sull’organizzazione e sul
funzionamento delle pubbliche amministrazioni, mediante comparazione di opzioni alternative; che dell’analisi
tecnico normativa, ulteriore relazione che valuta l’impatto delle norme proposte sull’ordinamento giuridico
vigente, in particolare la conformità a Costituzione, la
compatibilità con l’ordinamento europeo e l’incidenza
su leggi e regolamenti.
Il mancato rispetto delle corrette procedure d’istruttoria
può apparire un rilievo formale ma nella formazione
delle leggi dello Stato la procedura è la garanzia del
bilanciamento di interessi opposti, di democraticità e
trasparenza delle scelte.
Il decreto Sblocca-Italia non solo è stato approvato con
un procedimento largamente derogatorio alle norme di
better regulation ma dispone deroghe, talvolta rilevanti,
al diritto vigente.
L’urgenza non ha solo giustificato l’adozione di un decreto legge ma giustifica anche una serie di procedure
abbreviate, di deroghe particolari e di nuove discipline
da applicarsi in casi di urgenza.
Voglio ribadire che è necessario cambiare e tradurre in
scelte concrete le richieste diffuse di accelerare i procedimenti e le procedure che concorrono a rallentare
la crescita del Paese. Consapevole dell’incapacità della
25

burocrazia di rispondere prontamente alle esigenze dei
cittadini non posso fare a meno di chiedere, a me stesso
e al sistema politico, se siamo certi che la strada migliore
per superare l’impasse sia aggirare, caso per caso, procedure nate per assicurare la ponderazione delle scelte.
Perché non lavoriamo invece con coraggio per costruire un sistema semplificato, ragionato? Procedimenti
certi, nei tempi e nei risultati, che possano applicarsi
alla generalità degli interventi di cui il Paese necessita.
Al contrario l’instabilità delle scelte fatte sull’onda dei
casi singoli è testimoniata dalla continua modifica delle
norme che spesso vigono solo per pochi mesi.
Preoccupazioni di analogo tenore sono peraltro pervenute
dalla Banca d’Italia il cui vicecapo del servizio di struttura
economica ha segnalato come già in passato il ricorso
a meccanismi derogatori si sia rivelato non pienamente
efficace “con ripercussioni negative sui tempi e sui costi
nella successiva fase di esecuzione dell’opera” e abbia
aumentato la vulnerabilità ai rischi di corruzione.
Del pari, i presidenti di Antitrust e Autorità Nazionale
Anticorruzione hanno mostrato perplessità con riferimento alle deroghe introdotte, alla concentrazione di
poteri nelle mani di un commissario straordinario da
nominare per il collegamento ferroviario Napoli-Bari,
e alle stesse norme in materia di concessioni delle tratte
autostradali già criticate dal Presidente dell’Autorità di
Regolazione dei Trasporti nel corso dell’audizione alla
Camera.
Sono convinto che se iniziassimo in Parlamento una discussione ampia e completa riusciremmo a dare risposte
concrete in tempi brevi. Potremmo garantire la celerità dei
26

procedimenti ma anche la certezza del diritto costruendo
un sistema di regole che non ci costringerà più a disporre
singole deroghe per raggiungere l’obiettivo più vicino.
È in questo spirito che non condivido la natura e le finalità dello Sblocca-Italia, un provvedimento legislativo
incautamente complesso, che deroga ma non chiarisce,
tenta di semplificare ma produce stratificazioni normative
e non tutela l’ordinamento e tutti gli interessi opposti
all’urgenza.
Quanto costa alla democrazia italiana una politica che
interviene con un decreto legge di 45 articoli, relativi ad
una pluralità di materie? In un bilanciamento di valori
l’urgenza di intervenire può davvero prevalere sulla
certezza del diritto e sulle procedure a tutela dei vincoli
paesaggistici? È davvero necessario per “sbloccare”
l’Italia travolgere e stravolgere l’ordinamento con un
provvedimento legislativo urgente di cui non si è valutato l’impatto e che il Parlamento è stato chiamato a
discutere in 60 giorni?
Queste perplessità diventano dissenso se penso che molte
delle norme riguardano il paesaggio. La storia del nostro
Paese ci insegna che quando si è abbassata la guardia
o quando, grazie e norme d’urgenza, è stata aggirata,
il nostro paesaggio e con esso la nostra vita, sono stati
violati da una giungla di ecomostri di brutture.
È necessario, a mio giudizio, legiferare per costruire un
ordinamento stabile per il futuro, mentre è controproducente e miope regolare spinti dalla sola urgenza. Urgenza
di intervenire che non può negarsi ma che deve essere
affrontata con lungimiranza affinché il nostro Paese torni
ad avere una visione di quello che sarà il nostro futuro.
27

Edoardo Salzano

Il cemento:
un vizio di famiglia
Craxi, Berlusconi, Renzi. Tre autori del disastro.
Tutti gli elementi nefasti della controriforma iniziata
trent’anni fa sono presenti nel decreto Sblocca-Italia.
Ho parlato di una controriforma iniziata trent’anni
fa: Matteo Renzi è il prolungatore e completatore un
processo iniziato in Italia tra la fine degli anni Settanta
e l’inizio degli Ottanta. Non è casuale la coincidenza
temporale tra quel processo e l’affermazione del dominio
di quello che chiamiamo “neoliberismo”, e che Luciano
Gallino ha definito “Finanzcapitalismo”. Mentre in
Gran Bretagna e negli Usa trionfano Margaret Thatcher
e Ronald Reagan, mentre Milton Friedman e i Chicago
boys diventano, dopo l’esperienza cilena, i consiglieri
dei governi del Primo mondo, in Italia sale al potere
Bettino Craxi.
È l’inizio dell’affermazione di un’ ideologia e una prassi
che si riveleranno vincenti. “Meno Stato e più mercato”, “via lacci e lacciuoli” , “privato è bello” ne sono
gli slogan, proclamati non solo dai “modernizzatori”
craxiani ma anche nella sinistra.
Tra gli strumenti principali della prassi craxiana ecco
apparire, e presto dominare, l’“urbanistica contrattata”
(cioè l’assunzione degli interessi immobiliari come motori
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29

delle scelte sull’uso del territorio), e la deroga sempre
più ampia degli interventi sul territorio dalla logica e
dalle regole della pianificazione. La benemerita azione
del pool Mani Pulite svela il pauroso intreccio di reati
contro l’interesse collettivo che quella prassi ha generato,
nel quadro di un più ampio asservimento delle funzioni
pubbliche agli interessi privati di persone, partiti, fazioni.
Ma l’Italia politica non è pronta a raccogliere il messaggio
tacitamente lanciato da quell’ indagine.
Ecco invece “scendere in campo” Silvio Berlusconi.
Meglio di Craxi ha saputo forgiare il cervello degli
italiani, con l’uso sapiente del suo potere mediatico e
la capacità di cogliere, nelle pieghe del carattere degli
italiani, i lati peggiori e più utili all’affermazione della
sua strategia di potere: l’insofferenza alle regole valide
per tutti, il clientelismo familistico, il dolore nel pagare
le tasse. (A metà del ventennio berlusconiano un uomo
che, come Tommaso Padoa-Schioppa, affermava “Le
tasse? Bellissime. Un modo civile di contribuire ai servizi”
appariva del tutto fuori dal mondo.)
È inutile dilungarsi troppo sulla concezione e sulle pratiche della fase berlusconiana nel governo del territorio:
lo hanno criticato in molti, compresa una buona parte di
quelli che oggi applaudono al suo successore. Un’immagine
e due slogan sono sufficienti a sintetizzarle. L’immagine
è quella che espose nello studio televisivo del suo scudiero Bruno Vespa: l’Italia delle mille autostrade e del
trionfo delle Grandi opere. Gli slogan sono: “Ciascuno
è padrone a casa sua” e “È giusto non pagare le tasse”.
Un atto amministrativo (che ha avuto e continua ad
avere un effetto dirompente quanto lo Sblocca-Italia) è
30

il cosiddetto “Piano casa”. Un provvedimento mai tradotto in legge nazionale ma che ha condotto le Regioni
di tutte le latitudini politiche a legiferare conferendo
“premialità” a moltissimi proprietari di immobili che
volessero “valorizzare” i propri edifici aumentandone
la cubatura e modificandone l’utilizzazione. In deroga,
salvo in pochi casi virtuosi, alle regole urbanistiche e
di edilizia vigenti (e perfino, in Sardegna, ai precetti di
tutela paesaggistica). L’accodarsi dei governi regionali
agli indirizzi berlusconiani testimoniano il carattere quasi
egemonico della strategia craxiano-berlusconiana. Il fatto
che nel Lazio, oggi governato dal centrosinistra, si voglia
prorogare (ultra legem) il “Piano casa” della precedente
giunta di destra è una delle molte prove della continuità
della politica del Pd con quella dei due precedenti leader.
Renzi rappresenta certamente la piena continuità con la
strategia d’uso del territorio espressa e praticata da Craxi
e Berlusconi. A quella dei due antenati Matteo aggiunge
però qualcosa di suo: al di là del linguaggio, dell’appeal
giovanilistico e scanzonato, dell’uso di strumenti comunicativi idonei alla percezione della “società liquida”,
egli coglie -come rafforzativo delle sua linea- l’occasione
offerta dell’austerity della troika europea. “L’Europa lo
chiede” è uno slogan che supera la necessità, per Matteo,
di ricorrere alle diverse, occasionali “emergenze” utilizzate
(e spesso artatamente provocate) da Bettino e da Silvio.
È facile individuare nello Sblocca-Italia le idee forza
della strategia renziana. Il primato dell’economia sulla
politica (e di un’economia che premia i ricchi e punisce
i poveri). La riduzione della politica a strumento del
potere dell’“asso pigliatutto”, dove l’asso può essere
31

bicipite (Matteo+Silvio). La demonizzazione della storia, come strumento per far apparire migliore tutto ciò
che è “innovativo” solo perché è diverso da quel che è
stato prima.
Ecco alcune delle conseguenze nei precetti del decreto.
La sua visione cancella la molteplicità e la ricchezza delle
sue dimensioni del territorio: l’essere la pelle del pianeta
e l’habitat della società. Il territorio non è un patrimonio
delle cui qualità possano godere tutti e da accrescere nel
succedersi delle generazioni: è una risorsa da sfruttare per
accrescere il Pil (quel totem contro cui Robert Kennedy
pronunciò nel 1968 il famoso anatema), per costruire
autostrade e altre infrastrutture per il trasporto, centri
commerciali, e direzionali, grandi opere spesso inutili,
o addirittura dannose per gli stessi fini per cui vengono
proposte, ma utili per i gruppi finanziari che ne raccolgono le rendite, spesso prodotte dal danaro pubblico
(cioè dalle tasse versate da chi non le evade). L’abitare
non è un diritto di tutti gli abitanti, quale che sia il livello di reddito: è lo strumento per accrescere lo spreco
del territorio, e soprattutto il valore commerciale della
proprietà immobiliare. Gli spazi e i servizi pubblici (a
partire dall’acqua, fino all’università) non sono elementi
spaziali e funzionali ai quali chiunque può accedere per
soddisfare le esigenze, personali e sociali, non soddisfacibili nell’ambito della propria abitazione, ma diventano
prestazioni erogabili da operatori interessati non alla
qualità del servizio reso all’“utente”, ma dal vantaggio
economico che possono trarre dal “cliente”.
È del tutto evidente che questa visione comporta la
necessità di indebolire, o meglio scardinare, qualsiasi
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ostacolo che si opponga al libero arbitrio dei saccheggiatori del territorio. Ed ecco spazzare via le regole che
limitavano, e ancora tentano di limitare, il potere dei
proprietari immobiliari di modificare a loro piacimento il suolo. Ecco la generalizzazione delle deroghe, dei
“silenzi assensi”, degli altri strumenti di deregolazione
inventati agli albori del craxismo e rafforzati negli anni
successivi. Ecco, con Renzi, riprendere quota e vigore
quella perversa invenzione del centrosinistra pre-renziano
che è il riconoscimento di “diritti edificatori”, spettanti
a ciascun proprietario fondiario.
Ma per eliminare le regole sull’uso del territorio occorre
abbattere i due baluardi che sorreggono la loro efficacia:
la pianificazione urbana e territoriale come metodo e
strumento dell’azione pubblica, e la burocrazia delle
istituzioni (quella privata si moltiplica a dismisura).
Quella burocrazia pubblica che è essenziale perché le
regole stabilite nell’interesse pubblico siano effettivamente rispettate.
Tutto ciò è chiaramente leggibile negli atti e nelle parole
di Matteo Renzi, fino al monstrum dello Sblocca-Italia.
Ma il sigillo finale, dovrebbe fornirlo la proposta di
legge urbanistica di Maurizio Lupi. Quest’ultima non è
solo la ciliegina sulla torta: è la sintesi, e insieme la traduzione in sistema permanente (al di là dell’emergenza)
di un nuovo regolazione del rapporto tra gli attori nel
processo di governo delle trasformazioni del territorio.
Una regolazione che rovescia il rapporto tra privato e
pubblico elaborato nel corso di oltre due secoli.
Bravo Matteo, sei un gigante; ma noi aspettiamo un
Davide, possibilmente collettivo.
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Paolo Berdini

Mani sulla città

Il decreto legge Sblocca-Italia interviene sul territorio
con tre linee di azione. Con il capo IV, “Misure per
la semplificazione burocratica”, amplia e perfeziona il
dominio del sistema finanziario sulle grandi opere e sulle
città. Con l’articolo 17 cancella il principio di civiltà che
obbligava i costruttori ad eseguire in forma unitaria le
opere di urbanizzazione. Con gli articoli 16, 17 e 31
completa la distruzione delle regole urbanistiche.
Per chiarire la prima azione è utile ragionare sul caso
Brebemi, autostrada costruita in project financing. Tutti i
quotidiani (tra gli altri il Corriere della Sera e Il Giornale
del 24 luglio 2014) hanno titolato che veniva aperta
“un’autostrada che non costa ai contribuenti”. Non è
la realtà. Lo stesso giorno, Il Sole 24 Ore titolava infatti: “Senza sgravi per 430 milioni pronta la rescissione
dell’intesa”. I conti della concessionaria (controllata dal
gruppo Gavio e Intesa Sanpaolo) non erano in buona
salute ed era indispensabile un intervento dello Stato.
Il project financing è dunque uno strumento che indebita
lo Stato.
Non è la prima volta che il legislatore viene in soccorso
del cartello delle grandi imprese. L’8 luglio 2013 Il Sole
24 Ore titolava “per salvare i project financing servono
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35

fondi pubblici”. Un caso paradigmatico riguarda la
Quadrilatero tra l’Umbria e le Marche, una grande opera
che si basava sul sistema della “cattura di valore”, e cioè
aree dove si poteva edificare per finanziare l’opera con
la rendita fondiaria generata. Nella relazione del decreto
del “Fare” del governo di Enrico Letta (n. 69/2013, ministro Lupi) si dichiarava che il meccanismo non aveva
funzionato ed era necessario individuare risorse pubbliche
per completare l’opera. Lo Sblocca-Italia (art. 3) stanzia
120 milioni per un’opera che ha devastato l’Appennino.
Gli scandali del Mose e dell’Expo hanno svelato i facili
meccanismi utilizzati dai concessionari per far lievitare i
costi delle opere. Con l’articolo 11 si defiscalizzano quegli
investimenti perpetuando il trasferimento di risorse dal
pubblico al privato. Il governo Renzi poteva almeno
tagliare l’elenco delle grandi opere che stanno vuotando
le casse dello Stato, ma nessuna delle 504 opere è stata
cancellata per non inimicarsi le lobby che controllano
quei finanziamenti.
Ma non basta. L’assemblea di Confindustria del 25
maggio 2012 chiedeva di aiutare le imprese in crisi
introducendo i “project bond”, e cioè la possibilità per
il concessionario di emettere obbligazioni sull’opera
da eseguire per trovare risorse sul mercato finanziario.
La richiesta fu accolta dal governo presieduto da Monti:
era ministro Corrado Passera, già amministratore delegato
di Intesa Sanpaolo. Il suo vice era Mario Ciaccia che in
qualità di presidente della Biis (società per le infrastrutture
di Intesa Sanpaolo) sedeva nel 2011 al tavolo tecnico
ministeriale che doveva riformare il finanziamento per le
imprese. Nonostante questo imponente aiuto, i project
bond sono stati un clamoroso flop.
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Con l’articolo 13 il governo Renzi regala sconti fiscali
(l’imposizione è al 12,5% invece del 26%: per riequilibrare i conti basterà aumentare la Tasi a tutti gli italiani)
e amplia le categorie di soggetti che possono emettere
obbligazioni. Il governo Monti nel 2012 consentiva di
derogare dall’obbligo di garantire le obbligazioni tramite
ipoteca soltanto agli “investitori qualificati”, previsti
dalla Consob nel 1999. Lo Sblocca-Italia estende questa possibilità anche “alle società e ai soggetti giuridici
controllati da investitori qualificati”.
Del resto, di reintrodurre il reato di falso in bilancio non
si parla più e la festa continua.
La follia della finanziarizzazione si estende anche alle
città e alla vendita del patrimonio pubblico. L’articolo
10 fornisce un ruolo centrale a Cassa depositi e prestiti.
Non è un caso. Matteo Del Fante, direttore generale
di Cdp afferma da anni di essere pronto a sostenere il
mercato con i project bond (Il Sole 24 Ore del 23 luglio
2012). La finanza creativa si impadronisce delle città e
Cdp -attraverso la controllata Cdp Investimenti Sgr- sta
diventando lo snodo che venderà il patrimonio immobiliare dello Stato. Nei mesi scorsi Cdp-I ha concluso
con l’inaspettato aiuto del Comune di Roma la prima
preziosa “valorizzazione” delle caserme del quartiere
Flaminio. Il modello Roma-Cdp-I dilagherà in tutta Italia.
Con l’articolo 17 dello Sblocca-Italia si permette a chi
costruisce un nuovo quartiere di realizzare stralci funzionali invece dell’intera urbanizzazione. In questo modo
gli operatori si limiteranno a investimenti minimi e non
sarà più garantito il diritto a città decorose. Lo stesso
articolo prevede anche che potranno essere pagati a rate
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gli oneri di urbanizzazione da versare. Mentre i Comuni
sono sommersi dai debiti, la speculazione risparmia.
Non poteva infine mancare la ulteriore cancellazione
delle regole urbanistiche. Con l’articolo 31 si permette
ai proprietari di alberghi, o meglio dei “Condhotel”,
un insieme di alloggi e strutture ricettive inventati dallo
stesso decreto, di ottenere il cambio di destinazione urbanistica automatico anche per le strutture ricadenti in
zona agricola. Con l’articolo 17 chi aumenta il numero
degli alloggi non deve chiedere permessi e pagare i dovuti
oneri. Con l’articolo 16 si deroga dalle leggi sanitarie
nazionali per favorire, per ora, un progetto a Olbia.
Se funzionerà il meccanismo verrà esteso a tutta Italia.
È stata come noto la finanza di rapina a provocare la
crisi che sta minando il futuro delle giovani generazioni:
lo Sblocca-Italia perpetua questo fallimento e affida
addirittura al mondo finanziario le città e il patrimonio
immobiliare pubblico.
Il primo ministro Renzi si dice nemico dei poteri forti.
A scorrere gli articoli del decreto si vede che è stato scritto
proprio dal mondo della finanza liberista, dal cartello di
imprese che controlla le grandi opere e dalla speculazione
immobiliare, e cioè le lobby che hanno portato l’Italia
nella drammatica crisi che viviamo.

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Vezio De Lucia

Bagnoli negata

Giusto venti anni fa, nell’estate del 1994, il nuovo sindaco
di Napoli Antonio Bassolino ed io -che ero assessore
all’Urbanistica- presentammo un documento d’indirizzi
che, tra l’altro, disegnava la strategia per il recupero
delle aree di Bagnoli, dove pochi mesi prima erano stati
spenti gli altiforni e si era conclusa l’attività dell’Italsider.
Il documento proponeva di utilizzare l’area dismessa per
dotare la città, almeno in parte, degli spazi e delle funzioni
che le erano stati negati dal criminale sviluppo edilizio
del Dopoguerra: in primo luogo una grande spiaggia
liberata dai ogni manufatto e un gran parco pubblico, di
circa 120 ettari (che si propose di intestare ad Antonio
Cederna). E poi attività ricettive, per il tempo libero e lo
studio, e tre fermate di un nuovo tracciato della ferrovia
Cumana che avrebbero reso Bagnoli accessibile da ogni
angolo della città e dell’hinterland.
Gli indirizzi urbanistici furono salutati molto favorevolmente dalla stampa nazionale e da molti giornali
stranieri. Talvolta con entusismo. Contrari furono solo
alcuni nostalgici della “vocazione industriale” di Bagnoli, anche se, allora come oggi, a Napoli e dintorni
restano inutilizzati migliaia di ettari di vecchie e nuove
aree destinate ad attività produttive. Il progetto per il
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recupero di Bagnoli -luogo di antica e mitica bellezza,
sotto le falesie di Posillipo, affacciato su Nisida e sulle
isole del Golfo- fu in seguito perfezionato nel nuovo
piano regolatore e nel piano attuativo che fecero seguito
agli indirizzi del 1994. Ed è bene ricordare che, seppure
fondate su previsioni a bassa densità e di minima nuova
edificazione, fu anche autorevolmente verificata la redditività e la convenienza delle trasformazioni previste.
Nel 1999 un vincolo di tutela del ministero dei Beni
culturali, molto circostanziato (mirabilmente scritto da
Antonio Iannello, uno dei fondatori dell’ambientalismo
italiano), confermò, consacrandole, se così posso dire,
le previsioni urbanistiche comunali.
Ma intanto si era messo mano a un’estenuante e sconclusionata operazione di bonifica comandata dal ministero
dell’Ambiente. Cominciò così ad appannarsi e poi, a
mano a mano, a dissolversi il sogno della nuova Bagnoli.
Fra ritardi nei finanziamenti, inettitudini e peggio, la
bonifica non è mai finita. Altrettanto deplorevole la
storia della BagnoliFutura, la società ad hoc formata dal
Comune che però ha operato come un corpo separato,
in parte sinecura, in parte serpe in seno, fino al maggio
scorso quando il tribunale di Napoli ne ha dichiarato
il fallimento.
Diciamoci la verità, il progetto Bagnoli degli anni Novanta non è mai piaciuto a chi conta davvero a Napoli
e in Italia, e cioè al mondo della finanza e degli interessi
immobiliari. Il parco di oltre cento ettari, in una città
nota in letteratura per la quasi totale assenza di verde
pubblico, è stato considerato uno spreco e una follia:
architetti da passeggio, economisti e giornalisti con il
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cervello intriso di cemento e di asfalto, e con essi la Destra di ogni sfumatura, hanno fatto a gara per diffamare
la nuova Bagnoli.
Se n’è avuta prova nel 2003, quando Napoli si candidò a ospitare nel mare di Bagnoli la 32esima edizione
dell’American’s Cup, dichiarandosi disponibile a ogni
modifica del progetto. Per fortuna vinse Valencia.
Alla fine, a far piazza pulita di una politica pasticciata
e inconcludente, ma anche del sogno napoletano di
un grande spazio pubblico sul mare, ci hanno pensato
Matteo Renzi, Maurizio Lupi e gli altri autori del decreto Sblocca-Italia, il cui articolo 33 riguarda proprio la
bonifica ambientale e la rigenerazione urbana di Bagnoli
e Coroglio. Gli interventi sono affidati a un Commissario straordinario del governo e a un Soggetto attuatore
dotati di enormi poteri (che altri valuteranno dal punto
di vista della legittimità).
In particolare, all’incognito Soggetto attuatore sono assegnate le aree della BagnoliFutura e le funzioni proprie
del Comune in materia di formazione dei progetti e di
gestione degli interventi.
Qui interessa mettere in chiaro che l’abbinamento di
bonifica e rigenerazione urbana in capo al governo
nazionale è subdolo, e tutt’altro che scontato.
Perché il governo deve occuparsi di “opere di urbanizzazione primaria e secondaria” (comma 3 dell’articolo 33),
“di demolizione e ricostruzione e di nuova edificazione
e mutamento di destinazione d’uso dei beni immobili
comprensivi di eventuali premialità edificatorie”, nonché di “modelli privatistici consensuali” (comma 8)? Se
l’obiettivo fosse stato, come sarebbe logico, di accelerare
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il completamento del progetto Bagnoli, il decreto doveva
limitarsi a fissare precetti per mettere fine alla bonifica e
agli interventi di trasformazione senza bisogno di un nuovo
piano d’assetto, reso invece obbligatorio dal comma 3.
Che il Comune di Napoli disponga di un progetto urbanistico regolarmente approvato e vigente il decreto lo
ignora, accredita anzi il convincimento che si sia all’anno
zero e si debba cominciare daccapo. Determinando così
le condizioni per una grande abbuffata, restituendo il
comando agli energumeni del cemento armato -comunque
vestiti- affossando per sempre le speranze dei napoletani.
La natura eversiva dell’operazione Bagnoli è confermata
dalle procedure per l’approvazione dei programmi e
dei progetti per la bonifica e la rigenerazione urbana
(commi 9 e 10). Le decisioni sono accentrate nelle mani
del presidente del Consiglio dei ministri e del presidente
della Regione Campania Stefano Caldoro -ennesima
dimostrazione dell’alleanza Renzi-Berlusconi-, mentre
è perfidamente escluso il sindaco di Napoli che, piaccia
o non piaccia, è il garante dell’urbanistica cittadina.
Anche qui, altri valuteranno la rispondenza delle norme
alla Costituzione. Per quanto mi riguarda non si tratta
di difendere Luigi de Magistris, o chiunque sia al suo
posto, ma di chiedersi se è democraticamente concepibile
l’esclusione di un sindaco dalle decisioni riguardanti il
futuro della città che lo ha eletto.

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Salvatore Settis

Silenzio-assenso

Il principio del “silenzio-assenso”, surrettiziamente introdotto dal decreto Sblocca-Italia nella materia urbanistica e
paesaggistica, è contrario alla Costituzione e a un’affermata
e costante giurisprudenza della Corte Costituzionale. Non
è la prima volta che un colpo di mano come questo viene
tentato da ministri e governi d’ogni segno politico: perciò
è utile, prima di esaminare nel dettaglio qualche articolo
di questo neo-decreto renziano imperniato sulla “somma
urgenza” di devastare l’Italia, un piccolo flashback.
Cominciamo con il dire che l’istituto del silenzio-assenso
è stato introdotto nell’ordinamento italiano allo scopo
di tutelare il cittadino contro la possibile inefficacia della
pubblica amministrazione (legge 241/90). Nel caso che un
pubblico ufficiale non risponda alla richiesta di un cittadino entro determinate scadenze, il suo silenzio -questa è
l’idea-base- significa in pratica un assenso.
In tal modo si intendeva difendere il cittadino, ma anche
stimolare le amministrazioni pubbliche ad esprimersi per
tempo, anche per evitare che un irragionevole ritardo nel
rispondere “sì” o “no” possa diventare automaticamente
un “sì”. Ma questo principio è applicabile all’ambito dei
beni culturali e del paesaggio?
La risposta è no, e infatti la legge 241/90 espressamente
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45

escludeva che il silenzio-assenso potesse applicarsi “agli
atti e procedimenti riguardanti il patrimonio culturale e
paesaggistico”: lo stesso concetto è stato poi ribadito più
volte, dalla legge 537 del 1993 alla legge 80 del 2005 (governo Berlusconi). Non è, questa, un’esclusione stravagante
né un privilegio arbitrario, ma il rispetto di un interesse
generale che viene dal cuore della nostra Costituzione,
da quell’articolo 9 che si iscrive tra i suoi principi fondamentali: “La Repubblica promuove la cultura e la ricerca
scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio
storico e artistico della Nazione”.
Questa limpida formulazione comporta una conseguenza,
resa esplicita dalla Corte Costituzionale in numerose sentenze, a cominciare dalla 151 del 1986: “La primarietà
del valore estetico-culturale”, sancita dalla Costituzione, non può in nessun caso essere “subordinata ad altri
valori, ivi compresi quelli economici”, e anzi dev’essere
essa stessa “capace di influire profondamente sull’ordine
economico-sociale”.
Se il valore estetico-culturale del patrimonio e la sua centralità nell’ordine degli interessi nazionali vanno intesi come
«primari e assoluti» di fronte a qualsiasi tornaconto privato,
l’eventuale silenzio di un pubblico ufficio non può mai e
poi mai valere come assenso; semmai, qualsiasi temporanea
alterazione della naturale gerarchia dev’essere il frutto di
un’accurata meditazione e di un’esplicita formulazione, e
non di un casuale silenzio.
Ne ha scritto con grande chiarezza un ottimo giurista,
Silvio Martuccelli: “La massima secondo la quale ‘chi tace
acconsente’ non trova cittadinanza nel sistema giuridico
italiano. Nel mondo del diritto non vi sono fatti che di
per sé abbiano la caratteristica della giuridicità. Un fatto
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non è giuridico per sua natura, ma in quanto un legislatore
decida di regolarlo. Il silenzio è, dunque, di per sé preso,
neutro, adiaforo, indifferente, non significa nulla. Esso non
ha alcun significato giuridico. È la legge che dà al silenzio,
come fatto, uno specifico significato. È il legislatore che
di volta in volta sceglie se e quale significato attribuire al
silenzio; e, nel caso di silenzio cosiddetto ‘significativo’, può
scegliere tra significati tra loro diversi, anzi diametralmente
opposti: tra un significato positivo (c.d. silenzio-assenso)
e un significato negativo (c.d. silenzio-diniego o rigetto).
Ma la scelta fra differenti, anzi opposte, formulazioni della
norma è legata a una differente valutazione degli interessi
in conflitto: la norma risolve un conflitto di interessi,
ritenendo in astratto, tra gli interessi in conflitto, uno
più meritevole di tutela dell’altro. È chiaro dunque che
nel primo caso (quello del silenzio-assenso) il legislatore,
dinanzi al silenzio della pubblica amministrazione, ritiene
più meritevole di tutela l’interesse ad una risposta positiva,
mentre nel secondo caso (quello del silenzio-rigetto) ritiene
più importanti le ragioni del diniego (id est, l’interesse a
conservare il bene culturale)”.
L’assoluta prevalenza del pubblico interesse su quello dei
privati cittadini, sancita dalla Costituzione, rende chiaro
dunque come mai l’eventuale conflitto fra il desiderio del
cittadino di ottenere una risposta positiva alle proprie
istanze (per esempio, alla richiesta di un permesso di
fabbricazione) e il ritardo nella risposta della pubblica
amministrazione non possa mai essere risolto mediante
il silenzio-assenso. La funzione nazionale del patrimonio
culturale evidenziata dalla Costituzione risponde al “modello
Italia” della tutela, secondo cui il territorio nazionale è un
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inseparabile continuum che include paesaggi, monumenti,
città, musei, edifici, quadri, manoscritti, archivi... Questo
patrimonio nazionale appartiene alla comunità dei cittadini a titolo di sovranità, proprio come lo stesso territorio
dello Stato: per salvaguardarlo degnamente si richiedono
dunque speciali garanzie, ed è impensabile che su una
materia tanto delicata l’eventuale silenzio o inerzia delle
pubbliche amministrazioni possano mai sostituire l’attivo
esercizio della tutela. Lo ha espressamente affermato la
Corte Costituzionale, tornando ripetutamente sul tema in
almeno cinque sentenze: in materia di beni culturali e di
paesaggio “il silenzio dell’Amministrazione preposta non
può avere valore di assenso” (sentenze numero 26/1996
e 404 del 1997, poi ulteriormente richiamate e ribadite).
Il tentativo di violare la Costituzione estendendo il silenzioassenso alla materia dei beni culturali e del paesaggio ha
una lunga storia. Con riferimento al meccanismo delle
possibili alienazioni di beni culturali per le cartolarizzazioni “alla Tremonti”, ci provò nell’ottobre 2003 in fase di
redazione del Codice dei Beni Culturali un emendamento
presentato dal senatore Tarolli (Udc), ma allora, pur con un
governo Berlusconi, il ministro dei Beni Culturali Giuliano
Urbani giudicò quell’idea “controproducente e goffa, un
autentico autogoal per la maggioranza”, e riuscì a farla
cadere. Invano, perché il silenzio-assenso si reinsediò nel
Codice nel Consiglio dei ministri del 16 gennaio 2004
(articolo 12, comma 10). Era una vittoria per Tremonti,
ma durò poco, perché dopo grandi proteste della Sinistra e
dell’opinione pubblica quel comma fu cassato da un altro
governo Berlusconi (ministro Buttiglione) con un decreto
legislativo di fine legislatura (156/2006).
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Nasceva però intanto un’altra applicazione del silenzioassenso, stavolta in beneficio di chi voglia edificare presentando una Dia (“dichiarazione di inizio attività”),
e cioè un’autocertificazione che sostituisce il nullaosta
amministrativo. Come si è visto, la legge 537/1993, in
ossequio alla Costituzione, escludeva espressamente i beni
culturali dall’ambito di applicazione, ma nel febbraio 2005
il ministro della Funzione pubblica del governo Berlusconi, Mario Baccini, contrabbandando il provvedimento
come “semplificazione della regolamentazione”, provò a
sopprimere l’eccezione: in tal modo, l’intero sistema della
tutela non sarebbe stato governato né dalla Costituzione
né dalle apposite leggi, bensì da autocertificazioni e dal
silenzio-assenso. Anche allora, grande mobilitazione della
Sinistra, delle associazioni, dell’opinione pubblica contro
quella proposta. E anche allora il governo dovette fare
marcia indietro e la legge 80/2005 escluse dal silenzioassenso “gli atti e i procedimenti riguardanti il patrimonio
culturale e paesaggistico e l’ambiente”, oltre a quelli sulla
sicurezza nazionale, la difesa, la sanità.
Ma i mostri sono duri a morire: cambia il governo e il colore
politico, ed ecco che nel 2006, nel pieno del II governo
Prodi, un altro ministro della Funzione pubblica, Luigi
Nicolais, ripresenta tal quale il disegno di legge Baccini:
per l’uno e per l’altro, “silenzio-assenso” vuol dire che se la
risposta all’autocertificazione di un costruttore non giunge
“entro il termine perentorio di 90 giorni dal ricevimento
della richiesta”, la richiesta si intende accolta. Anche se
comporta la distruzione irreversibile di un’area archeologica
o di un paesaggio, lo sventramento di un palazzo barocco,
la riconversione di una chiesa medievale in discoteca, l’edi49

ficazione di un condominio su una spiaggia protetta. Ma
ancora una volta la mobilitazione dell’opinione pubblica
indusse il governo a ritirare la norma nefasta.
Con questi precedenti (e non sono nemmeno tutti), che
cosa fa il cosiddetto Sblocca-Italia? Rimette in circolo il
silenzio-assenso in un contesto ben più aggressivo, quello
delineato da Maurizio Lupi (berlusconiano doc ora truccato
da Nuovo Centrodestra e approdato al Ministero delle
Infrastrutture) per un governo del territorio inteso come
“rovesciamento dell’urbanistica, trasferimento di poteri
dal pubblico al privato, ingresso formale della rendita
immobiliare al tavolo dove si decide, rendendo permanenti
le regole della distruzione del Paese avviate con i condoni”
(Edoardo Salzano).
L’articolo 6 dello Sblocca-Italia cancella del tutto l’autorizzazione paesaggistica prescritta dal Codice dei Beni
Culturali per ogni posa di cavi (sottoterra o aerei) per
telecomunicazioni. L’articolo 25 “semplifica”, cioè di fatto
rimuove, ogni autorizzazione per “interventi minori privi
di rilevanza paesaggistica”, governati ormai dal silenzioassenso. L’articolo 17, poi, è un inno alla “semplificazione
edilizia”, di stampo paleo-berlusconiano: scompare la “denuncia di inizio attività”, sostituita da una “dichiarazione
certificata”, di fatto un’autocertificazione insindacabile; e
si inventa un “permesso di costruire convenzionato”, vera
e propria “licenza di uccidere” che affida al negoziato fra
costruttore e Comune l’intero processo, dalla cessione di
aree di proprietà pubblica alle opere di urbanizzazione,
peraltro eseguibili per “stralci”, cioè di fatto opzionali.
È il trionfo dei “diritti edificatori generati dalla perequazione
urbanistica” e delle “quote di edificabilità” commerciabili,
50

che Lupi persegue da anni. Ma lo Sblocca-Italia non si
ferma qui, e introduce un meccanismo ancor più radicale,
sperimentandolo (per cominciare) con la costruzione di
nuove linee ferroviarie: l’Ad delle Ferrovie è Commissario straordinario unico, e ogni eventuale dissenso di una
Soprintendenza può essere espresso solo aggiungendo
“specifiche indicazioni necessarie ai fini dell’assenso”: si
afferma così implicitamente che qualsiasi progetto, pur con
qualche aggiustamento, deve sempre e comunque passare. E,
qualora un Soprintendente particolarmente ostinato dovesse
insistere, non tacendo ma anzi esprimendo a tutte lettere il
proprio “motivato dissenso per ragioni di tutela ambientale,
paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico
o della tutela della salute e della pubblica incolumità”, la
decisione finale è rimessa all’arbitrio inappellabile dello
stesso Commissario (articolo 1). Una sorta di “dissensoassenso”, insomma, che vanifica il dettato costituzionale,
le sentenze della Consulta e lo spirito delle leggi.
A quel che pare, dunque, sarà un governo nominalmente
di Centro-sinistra a celebrare, dopo vari tentativi andati
a vuoto, il trionfo del silenzio-assenso, trasformandolo da tutela del cittadino contro l’inerzia della pubblica
amministrazione in un trucco che cestina un principio
fondamentale della Costituzione. C’è ancora tempo per
evitare il baratro: ma intanto le eccezioni di incostituzionalità sollevate da alcuni parlamentari (Atti Camera, nr.
2629) sono state respinte dalla maggioranza di governo.
Dobbiamo perdonare loro perché non sanno quello che
fanno, o sperare che si ravvedano?

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Tomaso Montanari

Svendi-Italia

Firmando lo Sblocca-Italia, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ritenuto che l’accelerazione
parossistica imposta dal governo Renzi-Berlusconi all’alienazione, alla privatizzazione, alla trasformazione in
senso commerciale del patrimonio immobiliare pubblico
degli italiani sia di “straordinaria necessità e urgenza”.
Noi, al contrario, crediamo che sarebbe straordinariamente necessario e urgente restituire questi immobili alla
loro funzione sociale e costituzionale.
L’articolo 26 del decreto stabilisce che ciascuno degli
8.057 comuni italiani possa presentare un proprio progetto
per cambiare destinazione agli immobili non utilizzati
appartenenti al demanio dello Stato. Così una caserma
potrà diventare un centro commerciale, una biblioteca
trasformarsi un albergo, una vecchia manifattura tramutarsi in un condominio di lusso. E non basta: questa
variante urbanistica dà diritto all’Agenzia del Demanio
di vendere, dare in concessione o cedere il diritto di
superficie di quell’immobile, o complesso immobiliare.
E allora, che cos’hanno da guadagnarci, i Comuni? Una
taglia. Proprio così: il comma 8 prevede un compenso
per i sensali della svendita del patrimonio pubblico.
52

53

Una vera e propria taglia sul patrimonio degli italiani: “Gli
enti territoriali che hanno contribuito... alla conclusione
del procedimento” di “valorizzazione o alienazione”
possono accedere a “una quota parte dei proventi”.
Lo Sblocca-Italia, insomma, getta la maschera: “valorizzazione” e “alienazione” sono ormai sinonimi,
interscambiabili, equivalenti. E quando si legge che l’articolo 10 dispone il potenziamento dell’operatività della
Cassa depositi e prestiti, ampliandone gli ambiti fino ad
includere la “tutela e la valorizzazione del patrimonio
culturale”, un brivido corre lungo la schiena: ecco la
nuova frontiera della distruzione materiale e morale del
“paesaggio e del patrimonio della nazione” (articolo 9
della Costituzione).
Non è una novità: anche in questo Matteo Renzi è solo
un efficiente megafono del peggio degli ultimi vent’anni.
L’alienazione del patrimonio culturale è una sottospecie, particolarmente grave e dolorosa, dell’alienazione
del patrimonio immobiliare pubblico, che a sua volta
rappresenta la fase finale del gigantesco processo di
privatizzazione del sistema delle partecipazioni statali,
intrapreso dal 1992 in poi.
Praticamente nessuno ha privatizzato più di noi: l’Italia
è al secondo posto nel mondo, dopo il Regno Unito e
prima di Francia, Germania e Spagna. E abbiamo venduto per l’enorme controvalore di circa 205 miliardi
di euro, ai valori correnti. Nonostante tutto questo il
debito pubblico è aumentato, e i vantaggi per i cittadini
sono stati assenti, o minimi. Il che ha spinto 27 milioni
di italiani a votare (per il 95,5%) contro la privatizzazione dell’acqua, nell’unica occasione (il referendum
del 2011) in cui siamo stati chiamati a pronunciarci
54

su questo processo che ha cambiato profondamente le
nostro vite. Sul piano sociale i risultati sono stati anche
peggiori: le privatizzazioni si sono accompagnate a un
brusco aumento della diseguaglianza, e gli indicatori
di povertà assoluta mostrano una dinamica del tutto
simile. E bisogna rammentare che, in Italia come in tutto
l’Occidente, “la stessa agenda della privatizzazione e
liberalizzazione è stata profondamente corrotta: ha fatto
confluire rendite elevate nelle mani di chi usava la propria
influenza politica per portarla avanti” (Joseph Stiglitz).
Quando, dopo un decennio di fuoco, la forza propulsiva
della privatizzazione delle imprese statali iniziava ad
affievolirsi (anche perché la materia prima cominciava a
scarseggiare), è stata la volta della svendita del patrimonio
immobiliare, che decollò davvero con la creazione della
Agenzia del Demanio (1999), arrivando a cedere immobili
pubblici per un controvalore di circa 25 miliardi di euro.
Dopo una serie di tappe di avvicinamento, tutte dovute
a governi di Centro-sinistra, l’apice della privatizzazione
del patrimonio si toccò, grazie a Giulio Tremonti, con
la Patrimonio dello Stato spa (2002), una società per
azioni che, almeno teoricamente, avrebbe potuto gestire e
alienare qualunque bene della proprietà pubblica. Come
scrisse allora Salvatore Settis, “il patrimonio culturale
italiano non è mai stato tanto minacciato quanto oggi,
nemmeno durante guerre e invasioni: perché oggi la minaccia viene dall’interno dello Stato, le cannonate dalle
pagine della Gazzetta Ufficiale”. Anche grazie a quella
resistenza, il progetto megalomane della Patrimonio
dello Stato spa si arenò, ma in questi dodici anni il suo
spirito distruttivo è risorto molte volte.
55

Tra le reincarnazioni più recenti si possono segnalare
la legge 248 del 2005, per la quale “nell’ambito delle
azioni di perseguimento degli obiettivi di finanza pubblica attraverso la dismissione di beni immobili pubblici,
l’alienazione di tali immobili è considerata urgente con
prioritario riferimento a quelli il cui prezzo di vendita
sia determinato secondo criteri e valori di mercato”.
E ancora la legge 133 del 6 agosto 2008, che dispone la
ricognizione del patrimonio immobiliare degli enti locali
(il cespite oggi più succoso), al fine “della redazione
del piano delle alienazioni”. E poi soprattutto la 85
del 2010 sul cosiddetto “federalismo demaniale”, che
prevede il conferimento agli enti locali, e la possibile,
successiva alienazione di beni demaniali, ivi compresi
quelli storici e artistici: com’è avvenuto, per esempio, a
Venezia per Cà Corner della Regina sul Canal Grande,
venduta dal Comune a Prada per far tornare i conti del
bilancio ordinario.
Come ha scritto Paolo Maddalena, “si tratta di provvedimenti legislativi di una gravità eccezionale, che vanno
contro la lettera e lo spirito della Costituzione. Questa
mira ad un’equa ripartizione dei beni tra tutti i cittadini,
ispirandosi al principio di eguaglianza sostanziale e ai
criteri dell’utilità generale e del preminente interesse
pubblico. Queste leggi, invece, tolgono a tutti i cittadini
per favorire, in un primo momento, i residenti di ogni
singola regione, e in un secondo momento, addirittura
singoli privati cittadini”. L’ormai fitta legislazione che
lo Sblocca-Italia viene a coronare, consegna ai manuali
di storia del diritto le differenze tra beni disponibili, beni
indisponibili e demanio inalienabile dello Stato, e cancella l’idea stessa di un demanio inteso come una riserva
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inattingibile rivolta al domani: in un presentismo senza
futuro, tutto quello che oggi non riusciamo a utilizzare
è, nei fatti, alienabile. Tutto è anzi potenzialmente già
in vendita, e le differenze di stato giuridico tra i beni
comportano solo qualche differenza tra le trafile burocratiche che preludono alla alienazione.
E questo produce un gravissimo danno patrimoniale:
avremo trasformato beni pubblici secolari in “liquidità”
destinata ad evaporare nella prima tempesta finanziaria,
e non avremo più un demanio su cui fondare le politiche
sociali dello Stato. Che, d’altra parte, non esistono: il
governo “Renzusconi” non ha nessun progetto sociale
per lo spazio pubblico inutilizzato, spesso di notevole
qualità architettonica e artistica. L’unico progetto è
alienare, favorendo la speculazione e vanificando il
progetto della Costituzione. Avevamo sperato di vedere
le caserme trasformate in scuole, musei, biblioteche,
asili pubblici, centri culturali per i bambini, i giovani e
gli anziani. E invece no: saranno outlet, resort di lusso,
supermercati, sale giochi.
Il punto non è (solo) tutelare quelle “cose”, il punto è
conservare la funzione civile, immateriale, costituzionale
dello spazio pubblico: che è uno dei pochi polmoni di
libertà dalla tirannia del mercato che opprime le nostre
esistenze. E invece lo Sblocca-Italia blocca le nostre vite
dentro un cubo di cemento e di alienazione. Quando ad
essere messo in gioco è lo spazio pubblico, a rischio è la
democrazia stessa. Anche per questo lo Sblocca-Italia è
una legge eversiva.

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Luca Martinelli

Il diavolo nel comma:
la Orte-Mestre
C’è un comma, nel decreto Sblocca-Italia, che pare un
abito di sartoria cucito su misura per un cliente le cui
misure sono troppo abbondanti.
Il comma è il secondo dell’articolo 4, e Maurizio Lupi,
il sarto lombardo di scuola CL impiegato al ministero
delle Infrastrutture, lo ha realizzato appositamente per
la Orte-Mestre, la più insensata tra le grandi opere da
realizzare su territorio italiano, tra le più dannose per
l’ambiente naturale (attraverserebbe una fetta di territorio
di circa 400 chilometri, dal Lazio al Veneto), senz’altro
-con un costo stimato di circa 10 miliardi di euro- la più
cara tra quelle di cui abbiamo contezza.
Più volte, nel dibattito pubblico sorto intorno a fine agosto, alla data del Consiglio dei ministri che ha approvato
il decreto, Lupi ha sottolineato l’importanza del decreto
perché ci sarebbe una esigenza di “sburocratizzare”.
In questo caso, intervenendo a modificare il “decreto
del Fare” del 2013, lo Sblocca-Italia arriva a rimuovere,
letteralmente, dal testo di una legge una frase che aveva
portato la Corte dei Conti, nel luglio del 2014, a bocciare
il progetto dell’autostrada tra Orte e Mestre.
Non un laccio, perciò, e nemmeno burocrazia, ma una
norma che -legittimamente- escludeva quest’investimento
58

59

dalla possibilità di accedere a un “finanziamento pubblico
indiretto”, mediante il meccanismo della “defiscalizzazione”. Lo Stato, cioè, non avrebbe potuto farsi carico
di una parte dei costi di realizzazione dell’intervento
“scontando” al concessionario l’IVA, l’IRES e l’IRAP.
Nei fatti, come spiegano le Schede di lettura elaborate
dall’Ufficio studi della Camera dei Deputati, “la norma
in commento (il comma 2 dell’articolo 4 dello “Sblocca
Italia”, ndr) sembra venire incontro alle richieste della
Corte dei conti contenute nella deliberazione n. SCCLEG/16/2014/PREV, con cui è stato ricusato il visto e
la registrazione della delibera n. 73 dell’8 novembre 2013
avente ad oggetto l’approvazione del progetto preliminare
del collegamento autostradale E45-E55 Orte-Mestre”.
Cancellato il burocratese, e ricordando che la magistratura
contabile dello Stato non avanza richieste d’intervento
legislativo, ma valuta la congruità degli atti che le vengono
sottoposti, il giudizio qui riportato conferma l’intuizione
di un comma scritto ad hoc, volto a fomentare un progetto
nel quale il ministro Lupi ha investito molto, tanto da
annunciare -nel novembre del 2013- che la Orte-Mestre
era considerato un progetto prioritario dalla Commissione
europea, nell’ambito dei corridoi infrastrutturali delle
Reti TEN-T, prontamente smentito dalla Commissione
stessa, che ad esplicita domanda di Altreconomia rispose
che “the more direct itinerary between Orte and Mestre
does not belong to any Corridor but to the TEN-T Comprehensive Network” (“Il collegamento diretto tra Orte
e Mestre non fa parte di alcun Corridoio ma della rete
di interventi complementari alla rete TEN-T”).
Prima dello Sblocca-Italia, la norma in vigore in materia
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di defiscalizzazione sanciva almeno che le misure previste non fossero applicabili “agli interventi da realizzare
mediante finanza di progetto le cui proposte sono state
già dichiarate di pubblico interesse alla data di entrata in
vigore del presente decreto”. È questo, appunto, il caso
della Orte-Mestre, un’opera inserita in Legge Obiettivo
(2001) e dichiarata di pubblica utilità nel lontano 2003.
Da sabato 13 settembre, però, tutto è cambiato, grazie
appunto all’articolo 4 comma 2 dello Sblocca-Italia,
che ha soppresso la frase incriminata. La conversione in
legge del decreto cristallizzerebbe questa situazione: la
defiscalizzazione è per tutti, anche per un vecchio progetto, che è stato pensato in un altro momento storico
ed economico, come la Orte-Mestre.
“Relativamente al collegamento Orte Mestre, le misure
di defiscalizzazione -secondo quanto si evince dalla
deliberazione della Corte dei Conti- ammonterebbero
a circa 9.237 milioni da intendere come limite massimo
riconoscibile che non potrà essere superato durante
l’intera durata della concessione”.
Oltre 9 miliardi di euro spalmati lungo tutta la durata
della concessione, che corrispondono a un beneficio
netto (leggasi contributo pubblico) di quasi 2 miliardi
di euro, pari al 20 per cento circa del costo totale di
realizzazione dell’opera.
L’idea di costruire un’autostrada tra Orte-Mestre non è
un progetto ANAS, ma un’iniziativa privata promossa
-tra gli altri- da Management Engineering Consulting
(MEC), una società controllata da Vito Bonsignore, già
europarlamentare del PDL, oggi elemento di spicco del
Nuovo Centrodestra (NCD), lo stesso partito del ministro
Maurizio Lupi. Da Nord a Sud, l’autostrada potrebbe
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attraversare luoghi di pregio paesaggistico, dalla Riviera
del Brenta al primo tratto del corso del fiume Tevere,
andando a “sconvolgere” numerose aree protette -dalle
valli di Comacchio a quelle del Mezzano, nel ferrarese- e
lambendo il Parco nazionale delle Foreste casentinesi.
Il “comma Orte-Mestre”, però, non è l’unico (pericoloso)
provvedimento autostradale contenuto nello SbloccaItalia, perché c’è un articolo intero -il quinto- dedicato
a “Norme in materia di concessioni autostradali”.
Esso stabilisce che “entro il 31 dicembre 2014, il concessionario possa avanzare una proposta di modifica del
rapporto concessorio anche mediante l’unificazione di
tratte interconnesse, contigue, ovvero tra loro complementari, ai fini della loro gestione unitaria”.
È una norma che interessa, in particolare, coloro che
gestiscono autostrade con concessioni in scadenza o già
scadute (come la Brescia-Padova, di A4 Holding, società
controllata da Intesa Sanpaolo), ma ad intervenire per
primo sul tema è stato -dalle colonne bresciane del Corriere della Sera- Francesco Bettoni, che è il presidente di
Brebemi (A35), paradossalmente la più nuova tra le autostrade italiane, inaugurata in pompa magna il 23 luglio
scorso dal presidente del Consiglio Matteo Renzi. Sarà
che Intesa Sanpaolo è anche primo azionista di Brebemi,
ed forse per questo Bettoni paventa un’aggregazione tra
A35 e A4 (tratta Brescia-Padova), allargato se possibile
anche all’A21 di Centropadane spa.
L’obiettivo dell’articolo inserito nello Sblocca-Italia,
però, pare solo uno: fare in modo che il rinnovo delle
concessioni non sia mai messo a gara, una gara europea. Il privato che si è trasformato in monopolista sulla
62

rete autostradale italiana, insomma, si riempe la bocca
parlando di “mercato” ma vuole evitare ogni forma di
possibile “concorrenza”.
C’è, infine, un altro articolo che potrebbe avere conseguenze in ambito autostradale, ovvero il 13, relativo
alla disciplina dei project bond, ovvero alle emissioni
obbligazionarie “legate” a un progetto infrastrutturale
da parte del concessionario. Secondo Il Sole 24 Ore (26
settembre 2014), sarebbe in rampa di lancio un’emissione
da 800 milioni per il Passante di Mestre, che non è una
nuova opera ma un’autostrada inaugurata oltre cinque
anni fa che tra il 2009 e il 2014 ha visto il gestore (CAV
spa, società partecipata da ANAS e Regione Veneto)
incapace di restituire ad ANAS (cioè allo Stato italiano)
il finanziamento ottenuto per realizzare l’investimento,
pari a circa un miliardo di euro. Che oggi è conteggiato
come debito pubblico.
Si troverebbe così il modo, l’espediente, per non affrontare
compiutamente un dibattito sull’inefficacia e l’inutilità
di un modello di sviluppo fondato sulle Grandi Opere.
Tra le altre semplificazione introdotte dallo Sblocca
Italia per quanto riguarda i project bond c’è inoltre l’eliminazione “[del]l’obbligo di riportare anche sul titolo
l’avvertimento circa l’elevato profilo di rischio associato
all’operazione”.
L’imperativo, del resto, è uno solo: qua l’importante
è fare; fare per fare; fare tanto per fare. Senza pensare
che un giorno, a qualcuno, toccherà di pagare il conto.

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Anna Donati

Blocca-città

Nel decreto Sblocca-Italia ci sono molte autostrade,
qualche ferrovia, poche reti tramviarie e metropolitane,
niente per l’acquisto di autobus e treni per i pendolari.
La solita lunga lista di grandi opere che vengono direttamente dal passato a base di asfalto, cemento, petrolio,
consumo di suolo. Dunque la politica del governo Renzi
sulla mobilità e le infrastrutture non “cambia verso”.
Per le grandi opere sono destinati 3,9 miliardi, spalmati
dal 2014 al 2020. Sommando le previsioni tra i diversi
progetti, si ottiene che ben il 47% andrà a strade e autostrade, il 25% a ferrovie e solo l’8,8% a reti tramviarie
e metropolitane. Il resto sarà destinato alle opere idriche,
aeroporti ed opere dei Comuni. Quindi lo Sblocca-Italia
continua a sostenere lo sviluppo dell’asfalto, mentre per
muoversi in città e nelle aree urbane, il vero dramma
italiano, quasi nulla.
Inoltre, anche dei 989 milioni destinati alle ferrovie, ben
520 milioni sono per tre nuove tratte ad alta velocità,
Terzo Valico Milano-Genova, Tunnel del Brennero, AV
Brescia Padova e solo la restante parte per le ferrovie
ordinarie.
Il Terzo Valico AV è un’opera inutile da 6 miliardi
di euro, di cui è in costruzione il primo lotto da 700
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milioni di euro, avviato il secondo da 800 milioni. Con
lo Sblocca-Italia arriveranno altri 200 milioni di euro.
Un’opera che avanza “a pezzi” nonostante la retorica delle
infrastrutture strategiche dai “tempi certi e costi certi”,
che adesso è diventata quella dei “lotti costruttivi”, cioè
si sa da dove si comincia ma non dove e quando si finisce.
Altre due tratte ferroviarie, la Napoli-Bari e la PalermoCatania-Messina, sono inserite nello Sblocca-Italia per
accelerare le procedure, di cui l’amministratore delegato
di FS viene nominato Commissario straordinario. In
deroga alle norme, in caso di “dissenso di un’amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico
territoriale, del patrimonio storico artistico, tutela della
salute e pubblica incolumità” decide il commissario con
l’intesa delle regioni interessate. E questo è davvero un
pessimo modo di progettare le infrastrutture ed il loro
inserimento ambientale.
Da questa lista “sembrano mancare” le grandi autostrade,
invocate ogni giorno come la soluzione ai problemi di
mobilità ed occupazione del paese. Alcune in effetti sono
sparite dall’elenco, come l’Autostrada della Maremma
e la Valdastico Nord, che il Governo rassicura saranno
nel prossimo “ddl Stabilità”.
Le altre in realtà ci sono. C’è l’autostrada Orte-Mestre,
opera promessa in autofinanziamento del valore di oltre
10 miliardi di euro, con una norma retroattiva per superare le obiezioni della Corte dei Conti, ed assicurare 2
miliardi di aiuti pubblici al promotore privato. Risorse
pubbliche che invece si dovrebbero usare per mettere in
sicurezza la E45 e la Romea, invece di inutili e devastanti
400 chilometri di nuova autostrada.
65

Ma ci sono anche le altre autostrade, attraverso un articolo (il 5) che consente ulteriori proroghe della scadenza
delle concessioni per realizzare nuove opere ed evitare
gare europee. Vuole la proroga AutoCisa per realizzare
il Tibre Parma-Verona, la società Autovie Venete per
la terza corsia Venezia-Trieste, l’Asti Cuneo, nuova
autostrada in parte realizzata, che per il completamento
deve investire 1,5 miliardi di euro.
C’è il caso dell’Autobrennero, la cui concessione è scaduta
il 30 aprile 2014, sui cui era stata avviata una gara poi
annullata da un ricorso e che adesso chiederebbe 30 anni
di proroga per allargare la sua rete e per i lavori delle
autostrade Cispadana, Ferrara-Mare e CampogallianoSassuolo. Anche per Centropadane e A21 si fa l’ipotesi
una proroga, magari per costruire la nuova autostrada
Mantova Cremona. Infine anche Autostrade per l’Italia
fa ventilare la necessità di una proroga per realizzare la
Gronda di Genova, nonostante la concessione scada al
2038 ed abbia 750 milioni di euro di utile netto all’anno.
Un diluvio di nuove autostrade, che oltre a cementificare
il territorio, faranno crescere traffico e inquinamento,
come ha enunciato Daniel Goudevert, ex presidente
della Ford Germania: “Chi semina strade e parcheggi,
raccoglie traffico e code”.
Con lo Sblocca-Italia si insiste dunque con le distorsioni
della Legge Obiettivo, che prevede 2.000 chilometri di
nuove autostrade, lunghi pezzi di alta velocità ferroviaria a partire dalla Torino-Lione alla Milano-Genova, e
qualche risorsa per le metropolitane. Una lunga lista di
403 grandi opere da 375 miliardi, di cui ben 178 miliardi
di euro sono strade ed autostrade, 146 miliardi di euro
66

sono ferrovie e circa 24 miliardi sono metropolitane. Ma
questi sono numeri “impossibili” per risorse pubbliche
e private, ed anche da questo deriva il fallimento della
Legge Obiettivo.
Dal confronto con altri Paesi europei, si comprende che
il vero deficit in Italia è nelle città e nelle aree urbane,
dove mancano davvero chilometri e chilometri di reti
metropolitane, tranviarie, ferrovie locali e servizi per
i pendolari, piste ciclabili, per essere allineati alle più
competitive ed efficaci esperienze delle città europee.
Non dimentichiamo che ogni giorno si spostano sull’Alta
Velocità poco più di 130.000 persone e che ben tre milioni
sono i pendolari che utilizzano i treni locali. Ma non
servono solo infrastrutture urbane, ma autobus, tram
e treni per aumentare la qualità dei servizi di trasporto
collettivo, oggi davvero scarsa.
Qui dovrebbero concentrarsi le scarse risorse pubbliche
e tutte le garanzie e protezioni pensate per il sistema
autostradale italiano, per migliorare la mobilità urbana,
dove si spostano due terzi della popolazione, per aprire
cantieri utili, per dare occupazione e sostegno ad un
green new deal utile al Belpaese. Ma di questo non vi è
traccia nello Sblocca-Italia.
A volte le grandi opere ritornano. Speriamo non sia il
caso del Ponte sullo Stretto, che già si profila all’orizzonte.

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Maria Pia Guermandi

I predatori
del territorio perduto
Lo Sblocca-Italia fu annunciato dal premier una prima
volta a inizio giugno, durante il Festival dell’Economia
a Trento: un provvedimento anti-burocrazia, laddove
per esemplificare quest’ultima il premier citò le Soprintendenze e la loro fastidiosa propensione a bloccare
ogni opera utile allo sviluppo. Ad agosto, a Napoli, per
il nuovo annuncio, Renzi si avvalse, a testimonianza
della necessità del provvedimento di lì a poco approvato
dal Consiglio dei ministri, e come esempio di ostacolo
alle impellenti ragioni di rilancio economico, proprio
dell’archeologia preventiva: “Mai più cantieri fermi per
ritrovamenti archeologici” (la Repubblica, 15/8/2014).
Il 90% dell’archeologia di scavo è oggi archeologia d’emergenza o preventiva. Ormai da molti anni, lo scavo
archeologico non è più, se non in minima percentuale,
lo strumento di un progetto di ricerca, deciso a priori nel
luogo, nei tempi, nella metodologia, bensì un “effetto
collaterale” di attività sul territorio che hanno altre
finalità rispetto alla ricerca storico scientifica.
In Paesi di straordinaria stratificazione storica come il
nostro, si tratta di un “incidente di percorso” frequentissimo: secondo il ministero dei Beni e delle Attività
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69

Culturali e del Turismo, cui compete in sede esclusiva
la gestione/coordinamento di tali operazioni, gli scavi di
questo tipo ammontano a circa 6-7.000 l’anno.
Parlare di archeologia preventiva (o d’emergenza) significa
quindi parlare di archeologia, tout court, della situazione
del precariato giovanile, del legame -inscindibile e tuttora largamente incompiuto- fra tutela del patrimonio
e pianificazione territoriale.
Nata alla fine degli anni 70, l’archeologia preventiva ha
di fatto provocato, almeno in gran parte degli altri Paesi
europei, un radicale ripensamento metodologico della
disciplina, introducendo nuove pratiche e la nascita di
nuove figure professionali che sono chiamate a gestire i
cantieri archeologici, coordinate in Italia dal personale del
ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo
che, anche a causa delle note carenze di personale, non
riesce a condurre direttamente gli scavi.
Nel 1992, in concomitanza con l’avvio dei grandi progetti
continentali di infrastrutturazione -i corridoi transnazionali tuttora in costruzione- il Consiglio d’Europa,
con grande tempismo, emanò un innovativo documento
mirato alla tutela del patrimonio archeologico, noto come
Convenzione di Malta. La ratifica ed introduzione della
Convenzione di Malta in quasi tutti i Paesi europei ha
contribuito, almeno fino allo scoppio dell’attuale crisi
economica, all’evoluzione decisiva, in termini metodologici e di opportunità lavorative, di questo settore
professionale per migliaia di archeologi e ricercatori di
discipline correlate.
A distanza di 22 anni l’Italia non ha ancora ratificato la
Convenzione di Malta e purtroppo, neppure il nostro
70

Codice dei Beni culturali ha saputo adeguare le normative
di tutela all’evoluzione della disciplina: l’archeologia
del Codice è ancora quasi esclusivamente una disciplina accademica di matrice ottocentesca. Ma, elemento
ancor più grave, le procedure di archeologia preventiva
previste (articolo 28, comma 4), caso unico in Europa,
sono circoscritte alle sole opere pubbliche, mentre la
proprietà privata ne rimane a tutt’oggi esente. L’accenno fugace del Codice ha reso necessarie poi ulteriori
precisazioni normative (legge 109/2005 e articoli 95 e
96 del d.lgs 163/2006) che però hanno lasciato pesanti
lacune interpretative tuttora non risolte.
Ambiguità e incertezze normative hanno favorito un
rapporto squilibrato (per usare un eufemismo) fra università e cooperative di scavo o ditte specializzate, ma
soprattutto un contesto che non assicura condizioni di
lavoro sufficientemente dignitose (si parla ormai, per
ricercatori plurispecializzati, di tariffe orarie di 5 euro)
agli archeologi professionisti, e, sul piano della tutela
del patrimonio archeologico lascia irrisolti i problemi
legati alla valorizzazione del patrimonio emerso e alla
gestione dei depositi del materiale scavato.
Su questa situazione non certo ottimale si sono abbattuti
in rapida successione gli innumerevoli provvedimenti
legislativi che, dall’inizio della crisi economica, con
l’obiettivo (pretesto?) di far ripartire l’economia (ma
si legge edilizia), hanno di fatto eroso mano mano gli
spazi d’azione degli organismi di tutela in particolare
per quanto riguarda le attività sul territorio.
Quasi inevitabile che proprio l’archeologia preventiva,
in grado di bloccare i lavori per tempi spesso anche lunghi e non sempre circoscrivibili, sia nel mirino di chi sta
71

conducendo una campagna volta alla delegittimazione
delle pratiche di tutela.
Lo Sblocca-Italia rischia di essere il colpo definitivo che
annichilisce una disciplina in Italia mai compiutamente
decollata: innanzi tutto perché, come ben spiegato da
altri interventi qui raccolti, procede ad un sistematico
ribaltamento delle gerarchie costituzionali. Le esigenze del
patrimonio devono cedere il passo sempre e comunque alle
opere infrastrutturali, di cui il patrimonio archeologico
rappresenta uno degli ostacoli più insidiosi.
D’altro canto, nella farraginosa congerie di opere più o
meno “grandi” indicate nel decreto, la quasi totalità, dalle
tratte ferroviarie a quelle autostradali, dagli impianti di
reti, agli aeroporti e alle metropolitane (oltre a Roma,
Napoli e Torino si parla di Palermo e Cagliari) sarebbe appunto interessata dalle procedure di archeologia
preventiva che, proprio per questo, occorre delimitare
accuratamente.
Oltre alla compressione del dissenso nelle conferenze
di servizio (nella grande maggioranza dei casi espresso
proprio dagli organismi di tutela, articolo 1 comma 4,
articolo 4 comma 1), quindi, si generalizza il ricorso al
silenzio-assenso e si attribuisce un carattere di “atto di
alta amministrazione” alla deliberazione del consiglio
dei ministri (articolo 25).
Stricto sensu, e al contrario di come è stata spesso interpretata in Italia dal ministero dei Beni e delle Attività
Culturali e del Turismo, fare archeologia preventiva non
significa scavare tutto ciò che di valore archeologico
emerge nel corso di interventi sul territorio, ma, piuttosto,
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attraverso metodi e strumentazioni adeguate, riuscire a
definire in anticipo il “rischio” (o meglio potenzialità)
archeologico di un’area interessata da un progetto in
modo da modificarlo, nel tracciato, nelle dimensioni,
nelle modalità d’impatto e da tutelare così il patrimonio
archeologico “radicalmente”, senza ricorrere a scavi
estensivi che sono in ogni caso episodi distruttivi e che,
come sottolineò per prima la raccomandazione UNESCO del 1956, abbiamo il dovere di ridurre al massimo,
soprattutto nell’incertezza sulla loro gestione successiva.
Ciò non sempre è possibile, ma è certamente un obiettivo
che può essere perseguito, innanzitutto attraverso la pianificazione territoriale: è solo a questo livello, infatti, così
come segnalava già la Convenzione di Malta nel 1992
(articolo 5) che possono essere definite strategie di tutela
del patrimonio archeologico efficaci perché intraprese
“a monte” e quindi realmente preventive.
Lo Sblocca-Italia, al contrario, rappresenta la negazione
in radice delle pratiche di pianificazione, comunque intese,
giungendo a sospendere la valenza di piani urbanistici
e paesistici (articoli 7 e 33), e per conseguenza le loro
garanzie di tutela. Oltre a ciò, l’intervento degli organismi
di tutela è rigidamente e sistematicamente compresso
sia in termini temporali, sia negli ambiti decisionali:
trattati come ospiti indesiderati, i rappresentanti della
tutela subentrano -quando è loro concesso- solo a “cose
fatte”: negata loro qualsiasi possibilità di intervento a
livello progettuale, anche in fase di verifica la loro azione
è predefinita nelle finalità e al più può essere quindi di
“mitigazione del danno”, mai di opposizione radicale
(articolo 1 comma 4).
73

Invece che inserire, come vorrebbe la Convenzione di
Malta, gli organismi di tutela fin nelle prime fasi progettuali, lo Sblocca-Italia li espelle dai tavoli decisionali,
confinandoli ad un ruolo marginale e mai inappellabile e
sancendo, a livello legislativo, la sudditanza delle ragioni
del patrimonio rispetto ad esigenze “altre”.
Così, quando nel decreto troviamo l’ingiunzione secondo la quale entro dicembre prossimo, dovranno essere
emanate quelle linee guida di regolamentazione delle
procedure “di verifica preventiva dell’interesse archeologico” (articolo 25 comma 4), previste già dal d. lgs 163
del 2006 (dopo 8 anni di inutili tentativi si pretenderebbe
quindi di emanarle in qualche settimana), i sospetti si
fanno fortissimi: secondo voi nella discussione fra i due
ministeri coinvolti -Infrastrutture e trasporti versus Beni
culturali- quali ragioni prevarranno?

Convenzione di Malta
Articolo 5
Ogni Parte si impegna:
i. a cercare di conciliare e articolare i bisogni dell’archeologia
e della pianifi­ca­zione, facendo in modo che degli archeologi
partecipino:
a. alle politiche di pianificazione volte a definire delle strategie
equilibrate di protezione, conservazione e valorizzazione dei
siti di interesse ar­cheolo­gico;
b. allo svolgimento delle diverse fasi dei programmi di pianificazione;
ii. a garantire una consultazione sistematica tra archeologi, urbanisti
e pianifi­ca­tori del territorio, al fine di permettere:
a. la modifica dei progetti di pianificazione che rischiano di
alterare il pa­tri­monio archeologico [...]

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75

Pietro Dommarco

Come raschiare
il fondo del barile
Con la stesura dello Sblocca-Italia (decreto legge n.
133 del 12 settembre 2014) il governo di Matteo Renzi
ha deciso di tendere una grande mano alle compagnie
petrolifere, attribuendo a tutti i progetti di prospezione,
ricerca ed estrazione di idrocarburi in terraferma ed in
mare (compresi il Golfo di Venezia, il Golfo di Napoli,
il Golfo di Salerno e le Isole Egadi) -così come alle infrastrutture dedicate al trasporto, alla rigassificazione
ed allo stoccaggio sotterraneo del gas in programma in
Italia, comprese quelle di “servitù” per l’Europa che
attraverserebbero il nostro Paese- “carattere di interesse
strategico […] di pubblica utilità, urgenti e indifferibili”.
In parole povere, sono state risolte tutte le paure delle
multinazionali del petrolio e del gas: tempi lunghi per
l’approvazione dei progetti, impedimenti e opposizioni
dei territori, lentissimo ritorno degli investimenti, insostenibilità di infrastrutture dai costi elevati e scarsamente
redditizi, aumento delle royalty e dell’imposta sul reddito
delle società. È stato servito il passepartout per entrare
nei territori senza “piede di porco”. Compresa la chiave
della cintura di castità che finora ha protetto aree inviolabili del Belpaese, tratteggiando uno scenario fondato
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su un nuovo rapporto tra colonizzatori e colonizzati.
Proprio a questo porteranno -così come concepiti- gli
articoli 36, 37 e 38 del capo IX riguardante “Misure
urgenti in materia di energia”. Tre articoli e 16 commi
che più di ogni altra norma del settore upstream sono
stati scritti in maniera stringente per favorire la categoria. L’obiettivo è il raddoppio delle estrazioni nazionali
di idrocarburi sulla falsa riga della Strategia energetica
nazionale (Sen) varata dal governo Monti e della modifica dell’articolo 117 della Costituzione (contenuto nel
Titolo V), oggi arenatosi nelle sabbie mobili delle contrattazioni politiche e della possibile incostituzionalità
del testo approvato in Senato il 6 agosto 2014, nonché
l’aumento delle entrate fiscali dello Stato. Un aspetto,
quest’ultimo, fondamentale: in tempo di crisi le casse
statali vanno rimpinguate a scapito degli enti locali,
prima imbrigliati e dopo ingannati dai vincoli del Patto
di Stabilità interno.

dustriale e miglioramento ambientale nelle aree in cui si
svolgono le ricerche e le coltivazioni di idrocarburi, per gli
importi stabiliti con decreto del ministro dello Sviluppo
economico, di concerto con il ministro dell’Economia e
delle finanze da emanare entro il 31 luglio di ciascuno
anno. In sostanza un impegno di “autofinanziamento”
deducibile dalle somme del Patto di Stabilità, ma solo
relativo a trasferimenti in royalty riguardanti l’aumento
delle produzioni di idrocarburi e per soli 4 anni (dal
2015 al 2018), comunque vincolati a successivi decreti
dei ministeri competenti e da investire anche nel settore petrolifero. La Basilicata otterrebbe -in deroga- 50
milioni di euro sulle produzioni dell’anno corrente. Per
i successivi anni, invece, dovrà attendere un apposito
decreto, ma solo in caso di aumento delle produzioni
di greggio, da quello che è considerato il giacimento in
terraferma più grande d’Europa, e compatibilmente con
gli obiettivi di finanza pubblica.

I contenuti dell’articolo 36 prendono spunto, sottotraccia,
dalla Regione Basilicata. Tutto ha inizio l’11 luglio 2014,
allorquando il governatore lucano si è fatto promotore della Legge regionale n.17 recante “Misure urgenti
concernenti il Patto di Stabilità interno”. L’obiettivo
era quello di perseguire la strada della “sussistenza”
cercando di utilizzare per la spesa corrente -e senza
vincoli- gli introiti petroliferi. Una legge che lo Stato
ha deciso di impugnare il 10 settembre 2014 e che l’esecutivo ha riportato nell’impianto dello Sblocca-Italia
regolamentandola a proprio vantaggio. L’articolo 36
prevede l’esclusione dal Patto di Stabilità delle sole spese
destinate ad interventi di sviluppo dell’occupazione, in-

Mentre l’articolo 37 dispone misure urgenti per l’approvvigionamento e il trasporto del gas naturale, attribuendo
carattere strategico a tutti gasdotti nazionali ed internazionali, come il Tap (Trans adriatic pipeline) che potrebbe
approdare in Puglia -nonché ai porti interessati da opere
strettamente collegate allo sviluppo di progetti energetici
strategici, come potrebbe essere Taranto con il progetto
Tempa Rossa, strettamente legato al giacimento che la
Total è in procinto di sfruttare in Basilicata-, l’articolo 38
è una vera e propria rivoluzione, accolta positivamente
sia dalla Federazione internazionale del settore petrolifero
(Federpetroli), sia dall’Associazione mineraria italiana
per l’industria mineraria e petrolifera (Assomineraria),

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79

ovvero il braccio “fossile” di Confindustria. E non poteva
essere altrimenti perché vengono riportate nelle strette
competenze dei ministeri competenti le autorizzazioni
ambientali per le concessioni offshore (in mare), mentre
per quelle in terraferma si fa riferimento a generiche
“intese” con le Regioni interessate, tutte in seno ad un
titolo concessorio unico (concesso dal ministero dello
Sviluppo economico), ed in odore di illegittimità ed incompatibilità con il diritto dell’Unione Europea, come
più volte sottolineato dal costituzionalista Enzo Di Salvatore. Sul banco degli imputati sia l’estromissione degli
enti locali dal procedimento amministrativo che porta
al rilascio del “titolo concessorio unico”, sia la possibile
violazione del “diritto di proprietà dei privati”, come
sancito dall’articolo 42 della Costituzione.
Il sottosuolo appartiene al proprietario del fondo fino
a quando il giacimento minerario non sia scoperto,
e ne sia dichiarata la coltivabilità. Solo a partire da
questo momento si ha l’acquisizione del giacimento al
patrimonio indisponibile dello Stato. Per le procedure
di Valutazione d’impatto ambientale (Via) relative ad
istanze di ricerca, permessi di ricerca e concessioni di
coltivazione, invece, la competenza passa al ministero
dell’Ambiente e non più alle Regioni. L’obiettivo è snellire
il tempo delle autorizzazioni ed evitare impedimenti dai
territori. Una modifica che potrebbe sconvolgere in breve
tempo l’elenco delle istruttorie in corso perché -da una
parte- lo Sblocca-Italia fissa la data del 31 dicembre 2014
come termine ultimo entro il quale gli enti locali devono
chiudere i procedimenti Via aperti, pena il trasferimento
degli stessi al ministero dell’Ambiente, e -dall’altra- offre
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la possibilità alle compagnie di richiedere l’assoggettamento al titolo concessorio unico delle istruttorie in
corso. Sullo sfondo, agevolazioni economiche per nuovi
investimenti -come quelli nel settore degli stoccaggi- e
possibilità di porre il vincolo preordinato all’esproprio
dei beni e dare effetto di variante urbanistica, dove necessario, alle autorizzazioni.
Lo Sblocca-Italia potrebbe avere effetti immediati sui
progetti in corso di valutazione presso le Regioni, per
la terraferma e per il mare.
Tutte, nessuna esclusa, con la Basilicata al primo posto,
seguita dalla Sicilia e, pertanto, dal possibile coinvolgimento delle Regioni a Statuto speciale. Attualmente,
sono circa un centinaio i progetti in corso di valutazione ambientale, tra permessi di ricerca, concessioni e
stoccaggi. Se dovessero andare tutti in porto, magari in
deroga ai poteri statali, la terra ed il mare delle regioni
italiane potrebbero veder aumentare l’incidenza delle
attività petrolifere sul proprio territorio, con percentuali
preoccupanti: la Basilicata passerebbe da un 35% di
territorio interessato ad un 64%, l’Abruzzo dal 26%
all’86%, l’Emilia Romagna dal 44% al 70%, per citare
le più significative. In termini di consumo del territorio
potremmo tradurre quest’aumento di percentuali, in un
salto dagli oltre 43mila chilometri quadrati interessati di
terraferma a quasi 80mila chilometri quadrati.
Trentasette mila chilometri quadrati in più. Per il mare
potremmo raggiungere la quota di 70.000 chilometri
quadrati, ed oltre.
Al momento, si attende un cenno da quelle Regioni maggiormente coinvolte che potrebbero impugnare il decreto,
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come da loro poteri. In questo senso, la Conferenza dei
Presidenti delle Assemblee legislative delle Regioni e delle
Province autonome -riunitasi a Roma il 19 settembre
2014- ha solo invitato il governo a rivedere il decreto,
riconoscere e valorizzare gli elementi conoscitivi della
realtà socio-economica che deriveranno dalle attività
di ascolto partecipato dei territori rispetto alle proprie
risorse ambientali e produttive, attivare un confronto
con le Regioni.

Domenico Finiguerra

Sblocca-inceneritori

Ad un conduttore televisivo che le chiedeva di dire qualcosa di positivo sugli inceneritori, Patrizia Gentilini, nota
oncologa dell’ISDE (Associazione medici per l’ambiente)
rispondeva: “Mi procura troppi malati”.
Con un guizzo e magistrale padronanza del mezzo televisivo, Matteo Renzi, all’epoca presidente della Provincia di
Firenze, investiva il medico con una raffica di tweet: “una
signora che fa l’oncologa non può dire mi procura troppi
#malati; lei non può dire che il #termovalorizzatore fa venire
il #tumore; lei sta facendo del #terrorismo; ci vedono le
persone #malate; che in questo momento hanno un tumore
e che arrivano a #immaginare che sia per colpa di #scelte
#infrastrutturali; questa è una gigantesca #baggianata.”
Lo scambio animato lo si trova in rete facilmente scrivendo
“Renzi accusa Gentilini”.
Per commentare il capitolo rifiuti dello Sblocca-Italia,
questa premessa è indispensabile, perché in quello scambio
verbale si ritrova tutta l’arroganza e la violenza verbale
del potere (che talvolta diventa anche fisica, basti pensare
alla repressione del movimento NoTav in Val di Susa)
oggi incarnato dal governo di Renzi. Arroganza che lo
Sblocca-Italia traduce in un testo di legge.
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83

Il nostro Paese è attraversato da molti luoghi comuni. Alcuni
veri altri no. Siamo il Paese di pizza, mafia e mandolino.
Siamo il Paese più bello del mondo. Siamo il Paese delle
emergenze. Siamo il Paese delle deroghe e dei condoni.
Siamo il Paese dove in alcune città la “monnezza” si accumula in strada. Ed è proprio attorno a quest’ultima
circostanza (vera) che si è costruita e consolidata negli
anni un’ideologia pro-termovalorizzatori. Un’ideologia
che non racconta tutta la verità rispetto ai danni provocati
alla salute e che non tiene conto delle leggi della natura.
La legge della conservazione della massa è una legge fisica
della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto
postulato fondamentale di Lavoisier: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Quindi se metti una
tonnellata di rifiuti in un forno inceneritore, una quota
(fino a un terzo) ti resta in ceneri da smaltire in discariche
di servizio, una quota (per la pulizia degli impianti) va in
liquidi e quindi nel ciclo idrico, una quota è trattenuta dai
filtri. Ed il resto? Non sparisce di certo. Non si distrugge.
Semplicemente vola via. Piccole (nano) particelle che prima
o poi te le ritrovi nell’insalata o nel latte, anche materno.
Nanopolveri di dimensioni infinitesimali e nocive che
spesso sono composte da cromo, cadmio, nichel, arsenico, mercurio. Tant’è che ormai sono decine gli studi che
indicano chiaramente l’incremento di tumori nei pressi
degli inceneritori.
Ma gli inceneritori s’hanno da fare. Ci servono per metterci
al passo. Al passo con chi? Con l’Europa? Ce lo chiede
forse l’Europa di incenerire?
Il primo comma dell’articolo 35 dello Sblocca-Italia recita:
“Entro novanta giorni dalla data di entrata  in vigore del
presente decreto, il presidente del Consiglio dei ministri,
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su proposta del ministro dell’Ambiente e della tutela del 
territorio e del mare, individua, con proprio decreto, gli
impianti di recupero di energia e di smaltimento dei rifiuti
urbani e speciali, esistenti o da realizzare per attuare un
sistema integrato e moderno di gestione di tali  rifiuti atto
a conseguire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza e
superare le procedure di infrazione per mancata attuazione
delle norme europee di settore”. Ripetiamolo: “Superare
le procedure di infrazione per mancata attuazione delle
norme europee di settore”. 
Il lettore, e immaginiamo anche gran parte dei deputati e
senatori chiamati a convertire in legge il decreto, premendo
il bottone dirà: “Ah, ok, ce lo chiede l’Europa”. Ed invece
non è vero! Perché non esiste alcuna Direttiva europea
che ci obblighi ad incenerire una quota dei nostri rifiuti.
Al di là della ricaduta sulla salute dei cittadini, gravissima
e dimostrata, e che dovrebbe far scattare il principio di
precauzione, lo Sblocca-Italia calpesta i diritti delle autonomie locali e le buone pratiche realizzate nei territori.
Innanzitutto l’accelerata sugli inceneritori viene imposta
senza alcun vincolo di bacino. Ovvero, se un inceneritore
è sottoutilizzato perché l’ambito territoriale non conferisce
più rifiuti a sufficienza (con conseguenze negative sui bilanci
delle aziende che li gestiscono), grazie allo Sblocca-Italia si
apre definitivamente all’arrivo di rifiuti da altri territori.
E la lobby degli inceneritoristi ringrazia.
Non si discute certo il principio di solidarietà in base al
quale sarebbe cosa buona e giusta aiutarsi l’un l’altro. Ma
in questo caso si produce un effetto perverso e punitivo
che vanifica tutte le politiche e le buone azioni di comuni
e cittadini cosiddetti virtuosi. Facciamo un esempio. 
Se una Provincia ha lavorato bene riducendo la quantità
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di rifiuti prodotta, portando al massimo la raccolta differenziata, investendo in impianti e tecnologie che non
inceneriscono ma valorizzano i rifiuti, rendendo di fatto
obsoleto il modello che ruota attorno al camino di un
inceneritore, con lo Sblocca-Italia viene di fatto azzerato
tutto il suo lavoro, tutte le risorse e tutto l’impegno civico
dei suoi cittadini per tutelare l’ambiente e la salute, dei
propri bambini in primis, perché l’inceneritore continuerà
comunque a bruciare la medesima quantità di rifiuti semplicemente importandoli da altri territori. 
La formulazione del citato articolo 35 presenta contraddizioni al limite dello scherzo. Basta leggere il comma
1 per restare attoniti: “Tali impianti [inceneritori], […]
concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata e
al riciclaggio […]”. Tradotto: gli inceneritori servono a
migliorare la raccolta differenziata. Un colpo ad effetto
degno della miglior agenzia pubblicitaria che però squalifica di ogni base razionale e logica l’intero impianto dello
stesso articolo 35. Ma di più. Mentre tutti i Paesi europei
approntano politiche ambientali volte al superamento dello
smaltimento dei rifiuti in forno imboccando la strada della
circolarità, del riciclo, del riuso, del recupero nel rispetto
dell’ambiente, della salute ed anche di riduzione dello spreco
attesa la scarsità delle risorse, il governo Renzi impone, in
totale controtendenza, la realizzazione di nuovi impianti.
Per mesi, migliaia di cittadini, ambientalisti e comitati
hanno lavorato in tutto il Paese per una legge di iniziativa
popolare denominata “Rifiuti Zero”. La mobilitazione ha
fatto crescere la consapevolezza di quanto sia importante
cambiare rotta, dell’urgenza di passare da un sistema
distruttivo di risorse e materiali ad uno fondato appunto
sul recupero, retto dal principio “chi inquina paga” e
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con la previsione di una responsabilità civile e penale per
il reato di danno ambientale. La proposta del comitato
“Rifiuti Zero”, che persegue la riconversione ecologica in
perfetta linea con Paesi europei considerati più moderni
rispetto al nostro, proprio sul “dossier rifiuti” (il ministro
dell’Ambiente del governo francese Ségolène Royal, pochi
mesi fa ha testualmente dichiarato: “Les incinérateurs sont
une solution dépassée. Il faut arrêter les incinérateurs”),
viene completamente ignorata dal governo italiano con lo
Sblocca-Italia arrivando addirittura a prevedere l’applicazione del potere sostitutivo nel caso in cui non venisse
rispettato il dimezzamento dei tempi previsto per il rilascio
delle Autorizzazioni integrate ambientali.
Gli interventi d’interesse strategico saranno dichiarati di
pubblica utilità, e quindi urgenti e indifferibili. Si annunciano partenze a razzo via veloci con l’esproprio, rimozione
di ogni opposizione, tacitazione di ogni contestazione, e
interventi drastici sui gruppi di cittadini e associazioni
ambientaliste che osassero mettersi di traverso. 
Lo Sblocca-Italia avrà come unico effetto positivo quello
di essere uno spartiacque. Sarà un vero e proprio banco
di prova per chi si dichiara ambientalista, per chi “si
misura” sulla tutela del territorio, del paesaggio, della
bellezza, della salute. Da una parte ci saranno i dirigenti ed
i fiancheggiatori del partito degli inceneritori, del cemento,
delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita “costi
quel che costi”; gli esecutori degli interessi di lobbies,
profittatori di ciò che appartiene a tutti. 
Dall’altra parte ci saranno le forze che non accettano né
mai accetteranno che ambiente, salute e beni comuni siano
sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l’avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere.
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Anna Maria Bianchi

Carne da mattone

Usa il solito modo disinvolto da “uno di noi”, il presidente Renzi, raccontando il nuovo decreto. E sceglie
parole semplici che arrivano a segno, come il titolo.
Sblocca-Italia.
Ma questo film l’abbiamo già visto, e non ha un lieto fine.
Comincia con il classificare una situazione di ordinaria
complessità, da affrontare ogni giorno con gli strumenti
dell’analisi e della pianificazione, come un’“emergenza”
che richiede provvedimenti “straordinari” e soprattutto
“urgenti”.
“Misure urgenti in materia di porti e aeroporti”, “Misure urgenti per le imprese”, “Misure urgenti in materia
ambientale”, “Misure urgenti in materia di energia”.
E lo slogan “tempi più rapidi” è il primo passepartout
da cui discendono tutti gli altri. Intanto perché permette
di comprimere il periodo necessario ad effettuare tutte le
verifiche preliminari per prendere decisioni circostanziate:
“da adottarsi entro sessanta giorni… deve esprimersi
improrogabilmente entro trenta giorni… entro il termine perentorio… decorsi inutilmente sessanta giorni…”,
con un crescendo di misure “punitive” per i ritardatari:
dal silenzio/assenso (una vera manna per chi non vuole
assumersi responsabilità), alla rimessa della decisione a
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89

qualcun altro. Segue il secondo “gradino”: “la semplificazione burocratica”.
“Ho ricevuto 1.617 mail dai sindaci, con tre richieste…
La terza: ‘aiutami perché ho una Sovrintendenza che mi
crea problemi’. Noi ci prendiamo un impegno, non a
dargli ragione, ma a convocare i soggetti interessati…”
(Matteo Renzi, conferenza di presentazione dello SbloccaItalia del 29 agosto 2014).
Certo dell’appoggio popolare, il presidente lancia l’offensiva
contro i soggetti pubblici preposti alla pianificazione, alla
tutela e ai controlli, che considera un ostacolo alle decisioni rapide e operative, inserendo qua e là la supplenza
di un soggetto di grado superiore o di un “commissario”, che non deve più subire i lacci e lacciuoli imposti
dalle istituzioni e che può aggirare molte regole poste a
difesa del bene e dei beni pubblici. Anziché rendere le
norme più efficaci e l’amministrazione più efficiente, si
aggirano le regole e si riduce il perimetro della gestione
democratica delle decisioni: “Qualora alla conferenza
dei servizi il rappresentante di un’amministrazione invitata sia risultato assente, o, comunque, non dotato
di adeguato potere di rappresentanza, la conferenza
delibera prescindendo dalla sua presenza…” (Decreto
Sblocca-Italia articolo 1 comma 4).
Il terzo atto è lo spostamento sul soggetto privato di tutta
una serie di prerogative che dovrebbero restare saldamente in capo all’amministrazione pubblica. Con risultati
che restano tutti da dimostrare sul piano dell’efficienza,
ma che sono già ampiamente dimostrati su quello della
totale inopportunità: l’iniziativa privata, forzatamente
“random” perché non muove da una visione organica
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generale ma dalla logica del profitto particolare, diventa
così la regola, mentre la pianificazione del territorio e la
regia pubblica delle trasformazioni, l’eccezione. Con un
ulteriore smantellamento della (già scarsa) vigilanza sui
lavori da parte di chi dovrebbe rappresentare l’interesse
collettivo, sostituita da sempre più estese “autocertificazioni”, “attestazioni di professionisti”, e addirittura
“autocontrolli”, come quello dell’archeologia preventiva.
E i privati fanno il loro ingresso perfino nelle conferenze
dei servizi, “alla pari” con gli enti che devono dare pareri
sulle loro proposte…
Completano il quadro due sciagurati “effetti collaterali”,
niente affatto casuali: la sempre più residuale partecipazione dei cittadini ai processi di trasformazione del
territorio, e la mancanza di trasparenza su quanto si va
decidendo. Avere tempi contingentati e il commissario
dietro l’angolo, è un’ottima scusa per togliersi dai piedi una
gestione allargata dei cambiamenti, basata sul confronto
tra le amministrazione locali e le realtà territoriali. E le
deroghe ad hoc e i privilegi commissariali impediscono
anche il controllo democratico delle procedure.
Come veda il presidente Renzi il ruolo e il contributo dei
cittadini alla “città pubblica”, lo si evince dall’articolo
24, chiamato pomposamente “Misure di agevolazione
della partecipazione delle comunità locali in materia di
tutela e valorizzazione del territorio”. Ebbene, la “partecipazione” consiste in un’attività di “pulizia, manutenzione, abbellimento di aree verdi”, praticamente un
modo di risparmiare sul bilancio comunale, e le “misure
di agevolazione” sono uno sconto sulle tasse.
Triste e significativa metafora di una filosofia che riduce
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la vita collettiva a una somma di esistenze individuali.
Non più una comunità che si fa carico del proprio territorio
(come invece sta accadendo spontaneamente ovunque),
in una prospettiva più ampia di proposte e soluzioni per
migliorare la vita del quartiere, ma solo “singoli” che
si occupano del decoro del proprio “habitat”, in base a
uno scambio/vantaggio meramente economico.
E questo la dice lunga su quanto questo governo sia
sideralmente lontano dalla Costituzione italiana, dalla
tradizione del “popolo della Sinistra” e anche dalla
gente comune. Perché le persone hanno a cuore il proprio territorio: anche in questo momento di difficoltà,
anche nei quartieri un tempo dignitosi dove si affaccia la
povertà, anche nelle periferie dove la povertà è sempre
più tangibile. Arrancano, ma sono ancora capaci di
reagire per impedire le speculazioni, per proteggere gli
alberi, per difendere quei “coccetti” che ostacolano il
“rilancio dell’edilizia”. Sono uomini e donne che rifiutano
“d’istinto” la visione del proprio spazio di vita come
merce da sfruttare. Perché difendere il proprio territorio
e la sua bellezza è difendere se stessi, la propria dignità.
E conservare ancora il senso di appartenenza a una
comunità.
Questa è un’Italia che esiste e resiste ancora, e che allo
“sblocca” preferisce il “prendersi cura”.

Antonello Caporale

Sblocca-corruzione

“Il Ponte sullo Stretto è indispensabile e necessario”.
Questa dichiarazione, rilasciata il 27 settembre 2014 dal
ministro delle Infrastrutture del governo Renzi, proietta
sul futuro quel che ritenevamo passato, fortunatamente
perduto.
Mettiamo da parte l’opera, se sia utile o meno, e concentriamoci per un momento su ciò che ha rappresentato
il Ponte. Totem ideologico e insieme centro di gravità
dello spreco. I tratti salienti della sua pianificazione,
fino agli esiti dell’appalto, sono stati assemblati per
garantire, al di sopra e al di fuori di ogni controllo, una
serie di interessi (politici, economici, propagandistici,
territoriali e perfino occupazionali). Alcuni di essi erano
legittimi, altri abusivi, altri addirittura criminali. Ma tutti
funzionali, connessi, pronti ad esultare davanti all’inizio
dei lavori. S’è visto poi cosa è accaduto: il nulla, costato
però qualche centinaia di milioni di euro (la penale da
pagare a Impregilo, il concessionario).
Lo Sblocca-Italia sblocca anzitutto l’idea che la velocità
sia il valore supremo. Fare qualunque cosa, ma fare e
non solo dire. Della velocità Matteo Renzi è il vate. E la
velocità, in un Paese sospeso tra congegni ostruzionistici

92

93

permanenti, è stata la chiave che gli ha permesso di costruire il successo elettorale. Intendiamoci: l’impegno alla
concretezza, dare un obiettivo al nostro agire e sostanza
alle nostre parole, e di affermarlo quotidianamente, è
condivisibile, comprensibile, augurabile.
Ma alla velocità la filosofia renziana aggiunge un altro
elemento, molto più temibile e pericoloso, che è la voracità. Fare e a prescindere. È capitato con la riforma
costituzionale: ha imposto una data finale di discussione,
l’8 agosto 2014, su un testo precario, rabberciato, balbettante, pieno di insidie. Era il punto da tenere, l’obiettivo
da conquistare, non la sua qualità, la sostenibilità costituzionale, la dote democratica di quel progetto. Ecco,
questo è il risultato della voracità, malattia endemica
del renzismo.
Lo Sblocca-Italia ha a che fare col cemento, con la cultura
del predominio del costruito sul restaurato, dell’opera
grande, grandissima, e visibile, maestosa. E l’idea che il
cemento, sotto il quale l’Italia paga il pegno dei suoi difetti
e delle sue omissioni, ritorni ad essere l’unica speranza
e anzi l’unica virtù possibile, trasforma questo tempo e
questo governo, nominalmente di Centro sinistra, nella
riedizione di antiche compagini d’assalto.
Sembra chiudersi un cerchio e purtroppo ogni cosa
tornare al punto di partenza. Dopo l’era di Giovanni
Prandini, ministro dei Lavori pubblici nei primi anni
Novanta, teorico del cemento come sol dell’avvenire,
l’avvento del berlusconismo, e dell’uomo del fare -ricordate?- permise a Pietro Lunardi, un ingegnere insieme
costruttore, progettista e ministro, di regalare all’Italia
il sogno della Grande opera come parametro di civiltà.
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Oggi siamo tornati a ieri: Maurizio Lupi -un milanese
naturalmente berlusconiano e ciellino- che progetta per
conto di Renzi.
Progettare cosa? Come? Ascoltando quali pareri? Secondo quali prudenze e quali controlli? Domande inutili,
sciocche. Bisogna fare, far girare le betoniere e impastare
i soldi che non ci sono, correre, avanzare. Ecco che la
Sinistra, almeno quella governativa, che ieri era allarmata
da una illustrazione così estrema della virtù del fatto,
oggi è silente. Stordita, non interessata più di dare alla
propria storia e alle proprie battaglie un senso logico,
una dignità e una coerenza.
Sbadigliano i parlamentari quando il rappresentante di
Bankitalia, convocato alla Camera per illustrare il giudizio sul testo, rileva l’alto rischio che il cemento produca
non opere ma corruzione. Siamo in condizione di profetizzare -oltre a probabili scempi- l’ennesima catena di
concussi, l’uguale regime di frode pubblica, l’esatto punto
di caduta di una politica che sembra, malgrado questa
meglio gioventù al governo, irriformabile, irredimibile.

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Carlo Petrini

Un’altra idea di sviluppo

C’è stato un momento in cui in molti hanno sperato che
la “rottamazione”, al di là delle persone, avrebbe finalmente riguardato un certo modo di fare della politica e
di quella parte di mondo dell’economia e delle imprese
che vive in simbiosi con essa.
C’era addirittura una timida aspettativa circa un cambio
ancora più profondo e decisivo: che ad essere rottamato
potesse essere il paradigma economico e culturale di
riferimento. Certo, nessuno si aspettava un governo
della “decrescita felice”: sembrava però prossima almeno l’apertura di una stagione politica in cui finalmente,
anche nei palazzi di governo, fosse possibile criticare
i fondamentali di un sistema che da anni non genera
più benessere e ricchezza e a causa del quale, anzi, si è
manifestata la più lunga crisi del secondo dopoguerra.
Qualcuno, evidentemente, non si era mai illuso; qualcuno,
pur scettico, aveva concesso un minimo credito a questa
paventata ondata di novità; qualcuno ci ha creduto un
po’ più a lungo. A mettere d’accordo tutti, a sgombrare
qualsiasi dubbio, a svelare la distanza abissale tra gli
auspicati buoni propositi (veri o presunti che fossero) e la
realtà, ci ha pensato lo Sblocca-Italia, in modo particolare
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