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2014 10 26 Viaggio in alcuni conti di sistema Partire con i migranti approdare off shore finale.pdf


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3 2014 05 19 - I MIGRANTI SONO UNA RISORSA.
Si dovrebbe cercare di pensare a come farli entrare e non a come tenerli fuori.
Io sono un privilegiato.
Alcuni migranti li ho potuti conoscere di persona. E non soltanto di sfuggita in qualche centro di accoglienza come
Lampedusa. Ma vivendoci insieme.
Ne arrivarono una ventina presso le varie sedi dell’Associazione Comunità il Gabbiano Onlus quando ero ospite
anche io. Da Burkina Faso, Bangladesh, Nigeria e non ricordo più da dove altro.
Tutti erano partiti dalla Libia, dove c’era la guerra, dopo giorni ad aspettare sulla spiaggia senza cibo ne acqua.
Molti su quella spiaggia ci erano arrivati dopo settimane di viaggi indescrivibili attraverso varie porzioni d’Africa.
Tutti avevano storie simili di povertà e di terrore.
E tutti avevano lo stesso miraggio della terra promessa, ma senza alcuna illusoria speranza. Erano tutti
rassegnatamente, eppur dignitosamente, consapevoli della loro disperazione.
Dei circa 20 che furono allocati al Gabbiano, 5 gravitarono sulla struttura dove risiedevo anche io, e ci trovammo a
vivere nello stesso appartamento per 3 o 4 mesi.
E’ stato bello. E molto istruttivo. Come per tutte le cose, un conto è la teoria e un altro conto è la pratica. Viverci
insieme è stato un bagno di umiltà e una fonte di ispirazione.
La prima cosa che mi colpì fu che nonostante fossero rimasti alcune settimane a Lampedusa, nessuno si era degnato
di insegnare loro una parola di italiano. Non sapevano dire nemmeno cose banali, come ho fame, ho sete e simili.
Nessuno aveva pensato a dedicare un soldato, un infermiere, un volontario qualsiasi ad insegnare loro i rudimenti
linguistici della terra promessa.
Voleva dire che già in partenza tutti, tutto il sistema, davano per scontato che fossero intrusi e che in un modo o
nell’altro dovevano sparire.
Mi inventai dunque un corso improvvisato di italiano. Tutti erano avidi di quelle poche parole che iniziai a spiegare
loro. Ricordo che fogli e penne sembravano un enorme dono. Ci intendevamo a gesti o in francese con alcuni di
loro. Le grottesche “lezioni” si tenevano sui prati della comunità.
Io ero anche scostante. Li guardavo e mi chiedevo cosa sperassero di trovare in Italia. Non c’è speranza per tanti
italiani figuriamoci per loro. In ogni caso per mia natura ero un insegnante “cattivo” : mi incazzavo con chi non
stava attento o con chi non imparava in fretta. Il che tutto sommato mi sembra un atteggiamento “paritario” senza
false ed ipocrite indulgenze, di per se razziste.
Comunque dopo qualche tempo, essendosi un po’ meglio adattati ed ambientati, si decise che potevano partecipare
ai lavori della comunità. Tutti lavori manuali: da pratiche agricole a manutenzioni degli immobili.
E a quel punto io, e molti altri ospiti, ricevemmo il giusto contrappasso da nemesi razziale.
Mi ricordo che un giorno stavo zappando l’orto e Nufu, dal Burkina Faso, mi guardava.
Mi accorsi che sorrideva.
Dopo un po’ mi si avvicinò e a gesti, perché avendo circa 40 anni era uno degli allievi più recalcitranti del corso di
italiano, mi spiegò che voleva fare lui. Che voleva zappare lui.
Io gli diedi la zappa e mi misi a guardare.
Gambe parecchio divaricate, ginocchia piegate e baricentro basso, prese la zappa e iniziò a “mitragliare” zappettate
ad una velocità incredibile. In 10 minuti finì quello che io avrei fatto in un’ora. Certo: io non sono un contadino, ma
garantisco che anche rispetto ai contadini italiani che ho conosciuto in vita mia, Nufu era un “fuori categoria”.
E così tutti gli altri.
Tempo dopo, quando iniziammo a capirci meglio, mi spiegò che fare il contadino era il suo mestiere.
E ne era ben fiero. Come dimostra il fatto che mi volle far vedere come si faceva.
Un sano e commovente “orgoglio zappatore”.
Mi raccontò che a casa, sua per potere coltivare, doveva scavare a mano un pozzo profondo parecchi metri ogni
settimana. Lo aiutavano i suoi bambini. Non gli pareva vero di potere innaffiare con la pompa. Il che è una bella
dimostrazione di relativismo: quello che per noi è scontato per lui era un sogno.
E mentre lui, nel suo “paradiso irriguo”, innaffiava, innaffiava, innaffiava, io iniziai a capire due cose.

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