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VENERDÌ 31 OT TOBRE 2014

LA SICILIA

.11
Speciale

MUSSOMELI

A CURA DELLA PKSud

La storia dell’antico maniero sulla rupe.

Edificò tanti castelli in Sicilia.

Grande festa per ospitare Federico III.

Manfredi III di Chiaramonte era un
guerrafondaio e nel 1352 si ribellò anche
contro il suo re, Ludovico, con incendi e lotte

Si narra che mentre percorreva in sella al suo
cavallo le terre che gli avevano donato gli
Aragonesi rimase impressionato dalla rupe

Era il 1374 quando nel castello parato a festa
arrivarono il re di Sicilia con la regina
Antonia che alloggiarono nelle sale nobiliari

Il ribelle volle il castello sulla roccia
MUSSOMELI. Manfredi III di Chiaramonte, a cui si deve il castello di
Mussomeli, fu il più insigne rappresentante della nobile e potente famiglia siciliana dei Chiaramonte che alcuni studiosi ritengono discendesse
direttamente da Carlo Magno.
Figlio naturale di Giovanni II (che
morì senza prole maschile legittima),
Manfredi III fu, come ricorda il Sorge:
“Valoroso in armi, fiero ed ambizioso, geloso dell’altrui potenza, senza
ritegni, senza riguardi, senza scrupoli, pareva riunire in sé tutte le virtù e
i difetti della sua razza; ed in tempi in
cui la feudalità imperava nell’isola,
usurpando l’esercizio del potere monarchico, era proprio destinato ad
esercitare grande influenza negli avvenimenti del secolo”.
Manfredi III fin dalla sua prima gioventù fu governatore per la Camera
Reginale di Lentini e Siracusa. A Lentini sposò Margherita Passeneto, figlia di Ruggero, Conte di Garsiliato, e
di Costanza, figlia di Blasco d’Alagona. Alla sua morte, sposò in seconde
nozze Eufemia Ventimiglia, figlia del
conte Francesco Ventimiglia. Ebbe
tre figlie femmine: Elisabetta, Eleonora e Costanza.
In Sicilia, in quel tempo, fervevano le
lotte tra latini e catalani e tutta l’isola era travagliata da lotte di ogni genere. Ogni signorotto lottava per
mantenere i suoi privilegi, alleandosi ora con questo ora con quell’altro
potente.
Manfredi era di suo un guerrafondaio, schierato coi latini, nel 1350
portò aiuto ai catanesi e catturò nel
porto di Siracusa tremila salme di
frumento, nel 1351 accorse a Palermo
per liberare il congiunto Manfreduccio imprigionato nella fortezza di Castellammare, nel 1352 catturò una
galea catalana nel mare di Siracusa,
carica di ricca mercanzia.
Era uno spirito inquieto e si ribellò
anche contro il suo re, Ludovico, alimentando la ribellione con incendi e
devastazioni. Fu dichiarato ribelle,
chiamò quindi in aiuto il re di Napoli, al quale consegnò la città di Palermo e molte altre battaglie ancora
combatté, tramò coi potenti, fu tiranno e opportunista, cambiando più
volte atteggiamento con re Federico
III che, nel 1366, lo nominò signore
di Malta e di Gozzo. In quei tempi ottenne anche la signoria di Castronovo
e le terre di Mussomeli.
Nella sua vita avventurosa, di cui
queste essenziali notizie non sono
altro che un brevissimo sunto, Manfredi edificò tanti castelli nell’isola
che presero il nome di chiaramontani per la sopraffina arte usata e per la
caratteristica imprendibilità. Tra questi il castello di Mussomeli.
La leggenda narra che mentre egli
percorreva in sella al suo magnifico
purosangue le contrade di quelle terre donategli dagli Aragonesi, rimase
impressionato dalla rupe che si in-

DAL BANDITO TERMINI A DON MINNELLA

Storie di sangue e di uccisioni
nel luogo oggi più venerato

nalzava superba ed austera sulla natura circostante, quasi a gemellarsi
con la vicina Rocca di Sutera. Lo assalì imperiosa la brama di possesso,
la smania di conquistare anche ciò
che la stessa natura aveva reso impervio.
Manfredi III di Chiaramonte era un
uomo ambizioso e molto potente, ma
evidentemente non gli bastava, doveva dimostrare agli altri e forse anche
a se stesso, che il suo potere non aveva limiti, da qui la sfida lanciata alla
rupe su cui, nei decenni successivi,
edificò le possenti mura.
Al di là di questo alone leggendario
che narra della nascita del castello
manfredonico che svetta sulle vallate
circostanti, si rivelò assai strategica e
lungimirante la decisione del tetragono signore, che si può a ragione definire il fondatore di Mussomeli. Infatti,
nonostante siano trascorsi diversi secoli, il castello manfredonico-chiaramontano, restaurato dalla Sovrintendenza ai Beni culturali dal 2000 al
2003, si innalza superbo a ricordare al
mondo che un uomo sfidò e vinse la
natura, costruendo sull’impervia roccia la propria principesca dimora che
ospitò nobili e perfino regnanti.

Manfredi III
era un uomo
ambizioso
e molto
potente, ma
non gli
bastava,
perché
voleva
dimostrare
agli altri che
il suo potere
non aveva
limiti. E
decise di far
costruire le
possenti
mura in
cima alla
roccia

Era il 1374 quando il castello di
Mussomeli, parato a festa, ospitò Federico III, re di Sicilia (1355-1377),
detto il Semplice, membro del ramo
siciliano della casa d’Aragona, e la
sua regina Antonia del Balzo, figlia
di Francesco, duca di Andria, e di
Margherita d’Angiò Taranto, nipote,
per parte di madre, della regina Giovanna I di Napoli. E proprio con la
regina Giovanna, che aveva il suo
bel da fare per mantenere l’indipendenza del suo regno, minacciata all’esterno dagli Angioini di Napoli e
all’interno dalla nobile famiglia dei
Chiaramonte, nel 1372, re Federico
III riuscì a firmare una pace che gli
consentì di mantenere il controllo
della Sicilia fino alla morte. Come si
usava a quei tempi, la tregua fu sancita dal matrimonio con Antonia. Lo
sposalizio tra Antonia e Federico III
(rimasto vedovo nel 1363 di Costanza d’Aragona), avvenne il 26 novembre 1373 a Messina. Le nozze furono
celebrate dal vescovo di Sarlat, Giovanni Rivellone, legato della sede
apostolica. Grazie a quella tregua,
Manfredi III rientrò nelle grazie del
re e rinsaldò la sua amicizia col regnante, in viaggio lungo la Sicilia
per riconquistare terre e castelli
usurpati dai baroni siciliani, accogliendolo con tutti gli onori quel lontano 16 novembre del 1374.
Il castello si presentò ai visitatori
come un titano di pietra animato da
stendardi e vessilli gonfi di vento,
rullarono i tamburi e squillarono le
trombe. Il re era arrivato. I regnanti
alloggiarono nelle sale nobiliari riscaldate dal grandioso camino che
tutt’ora si può ammirare, gli armigeri sostarono nella parte più bassa del
castello, a protezione del re e della
regina e della principessa Maria, dodici anni, figlia di primo letto di re
Federico.
ROBERTO MISTRETTA

MUSSOMELI. Tra le sanguinarie storie del passato, un posto di primo piano spetta alla figura
del bandito Peppe Termini e all’ex cancelliere
del Giudicato, don Carmelo Minnella inteso
Dareno, barbaramente assassinato nel luogo
oggi più venerato di Mussomeli: il santuario
della Madonna dei Miracoli.
Una morte atroce, col malcapitato che in un rito collettivo dionisiaco che sembra tratto dal
celebre romanzo “Il signore delle mosche” del
Premio Nobel William Golding, fu bruciato e le
viscere vennero addentate dai suoi stessi compaesani. Gesta di inaudita ferocia per un popolo storicamente pacifico come quello di Mussomeli. Gesta che trovano qualche spiegazione
se inquadrate nel particolare contesto in cui tali fatti maturarono e che legarono indissolubilmente, in vita come nella morte, i due protagonisti di questa storia: il bandito Peppe Termini e l’ex cancelliere Carmelo Minnella “Dareno”, entrambi morti ammazzati a distanza di dieci anni uno dall’altro,
uno per mano dell’altro.
Siamo nel 1838. In quegli
anni non si era ancora
spenta l’eco delle gesta
del famigerato bandito
Antonino Di Blasi Testalonga, quand’ecco che un
altro feroce criminale comincia a terrorizzare la
popolazione. Il suo nome
è Giuseppe Termini, nato a Campofranco da un
artigiano. A soli ventitre anni, statuario ed audace, dotato di furbizia istintiva, quasi animale, Peppe Termini aveva compiuto diversi delitti. Di lui già si parlava con timore e rispetto,
ma il suo mito nacque con la rocambolesca
evasione che mise in atto nel luglio del 1838.
Catturato dalla Giustizia, Peppe Termini evase
con un gran balzo spiccato dal balcone dal
Giudicato di Agrigento. Da allora un crescendo. Non si contano i delitti veri e presunti, anche contro donne e bambini, attribuiti a Peppe
Termini.
Il bandito, giovanissimo e sempre più spregiudicato fa breccia nel cuore delle donne e tra le
numerose amicizie e protezione, fa affidamento soprattutto sulla fedeltà di molte amanti.
Sembrava imprendibile. L’otto aprile del 1839
venne pubblicata la “Lista di fuoribando”. Per
l’arresto o l’uccisione di Peppe Termini e del
suo complice Vincenzo Amico, si prometteva
un premio di 200 ducati. Una fortuna.
L’allora Giudice di Mussomeli, accusato da
più parti di negligenza, voleva riscattarsi dalle accuse e così, in cambio di munifiche prebende, convinse Paola Di Pasquale in Lo Presti, una delle amanti del bandito intesa “la barcellonisa”, ad attirarlo in trappola.
Il Giudice si mise d’accordo proprio con “Dareno” e col caporonda Domenico Castiglione.
La sera del 22 aprile, il bandito andò a dormi-

re dalla Di Pasquale. Gli fu teso un agguato in
piazza San Francesco (l’attuale piazza Umberto), e gli spararono. Era piena notte. Il bandito riuscì a fuggire dirigendosi a sud del paese. Nei pressi dell’Annivina, alle prime luci
del mattino fu rinvenuto il suo fucile insanguinato. Esangue e privo di forze, Peppe Termini
fu rinvenuto in contrada Cangioli dai fratelli
Piazza, pecorai, che lo riportarono in paese a
dorso di cavallo per consegnarlo alla Forza
pubblica. Morì mentre veniva trasportato in
carcere a Caltanissetta, su una barella allestita
con una scala a pioli. Il premio di 200 ducati fu
distribuito tra Minnella “Dareno” (promosso
da supplente a Cancelliere titolare), Castiglione (da caporonda, abolito il corpo dei rondieri, ottenne un posto migliore nella Guardia
urbana), “La barcellonisa”, i due pecorai ed altri due individui che avevano concorso all’arresto.
Passano dieci anni. Da
Palermo, i moti rivoluzionari indipendentisti
contro i Borboni, iniziati
il 12 gennaio 1848, si
estendono a tutta l’isola.
Il 3 agosto si doveva eleggere a Mussomeli il Consiglio civico.
Tra gli elettori c’era “Dareno”, che però risultava
iscritto tra gli elettori
esclusi per un vecchio
debito verso il Comune. Il presidente, padre
Michele Cicero, disse che non poteva votare.
Minnella “Dareno” insistette e mostrò i documenti, protestando il proprio diritto al voto.
Mentre in Commissione si discuteva “Taluni
dei presenti - ci ricorda il Sorge nelle sue Cronache - che nutrivano sentimenti di odio e
vendetta contro il Minnella per avere esso servito la tirannide con rigore e per avere cooperato alla cattura di Giuseppe Termini, insinuarono nell’animo di coloro che curiosavano
dentro e fuori dell’aula, che il Minnella avesse maltrattato il venerando sac. Cicero e ferito
di pugnale il sac. Morreale”.
La folla si inferocì e ruggì minacciosa. Gli stessi sacerdoti cercarono di riportare la calma ma
i più sediziosi gridavano morte a Minnella. Il
malcapitato cercò scampo nell’attiguo convento e si nascose nella cella di un frate. Intervenne il Maggiore della Guardia nazionale per riportare l’ordine. E la calma sembrò tornare, ma
quando si allontanò, “Dareno” fu stanato e ucciso con un colpo di pistola in un occhio. Altri
lo pugnalavano mentre veniva trascinato fuori
dalla cella. Quindi fu scaraventato da un balcone, in strada, tra la folla inferocita che ne fece
strazio, bruciandolo sopra un rogo. Come ci ricorda il Mulè Bertolo “Furono visti alcuni addentare le interiora di quel disgraziato e pieni
di gioia, sollevare la bocca al fiero pasto”.
R. M.


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