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Il Giorno degli eroi .pdf



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L’autore e la casa editrice ringraziano
la Fondazione Corriere della Sera

per l’autorizzazione all’utilizzo delle prime pagine
del Corriere della Sera in questo romanzo.

© 2014 RCS Libri S.p.A., Milano
Prima edizione Rizzoli Narrativa novembre 2014
ISBN 978-88-17-07829-0

Ai ragazzi del ’99.
E a Franco,
che ha combattuto le sue battaglie con coraggio.

Li ho visti i ragazzi del ’99, andavano in prima linea cantando.
Li ho visti tornare in esigua schiera, cantavano ancora!
Armando Diaz,
Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito.

E per te, per tutti voi
che nel pomeriggio estivo
giù nel cortile, in giulivo
crocchio, giocate agli eroi,
per quanti sarete poi
soldati, uomini, scrivo.
Aldo Valori, Al mio bambino

26 novembre 1917

«D

ov’eri te, Moretti?» chiede il Marrani, che è
di Bologna e parla con la e aperta e la essce.
Lo chiamano Rame, perché ha i capelli rossi e brillanti. «Dov’eri te quando il Ferdinando l’é andè al
creatåur? Te lo ricordi dov’eri quando l’hanno ammazzato? Io sì che me lo ricordo. Mé a lavurèva in
ufizéńna. È venuto il padrone a dircelo, el parùn, che
l’aveva sentito da un suo cugino, giornalista al
Carlino.»
Moretti è Silvio, soldato semplice, 84° reggimento fanteria, brigata Venezia. Scava la terra secca per
fare una trincea.
“Lo sai cos’è la trincea, Moretti?” gli hanno chiesto appena arrivato al fronte. “La trincea è la tua
tomba. Prima te la scavi e poi finisce che ci muori
dentro. La tua umida tomba.” Lo dicono per mette9

re paura ai nuovi arrivati, ma non sono tanto lontani dalla verità.
La trincea è una specie di fossato, stretto e profondo un paio di metri, scavato nella terra e puntellato con assi di legno, ma anziché riempirlo d’acqua, come quelli che correvano un tempo intorno ai
castelli, ci si mettono gli uomini. Nelle trincee si
mangia, si dorme, ci si racconta la vita, tutti pigiati
insieme. A volte si gioca a carte o a dadi, o si scrive
una lettera. Più spesso si spara.
Si spara a soldati che stanno in altre trincee,
uguali alla tua: i nemici. Nelle trincee, quando non
si spara si pensa a casa, anche mentre si mangia,
anche mentre si gioca ai dadi o alle carte. E qualche
volta nelle trincee, quando nessuno bada a te, di
notte, si piange.
«Dov’ero?» chiede Silvio.
«Sì, dov’eri? Te lo ricordi o no?» insiste Rame. «Il
28 giugno di tre anni fa. Sórbole, sono già passati tre
anni!» Rame ha la parlantina facile, il contrario di
Silvio.
Silvio solleva il viso; nonostante la giornata brumosa e fredda, gronda sudore per la fatica. Poi raddrizza la schiena poggiandosi il manico della vanga sul petto.
Sì, sono passati tre anni, pensa. Rame si è arruolato appena l’Italia è entrata in guerra, volontario,
perché allora aveva l’età per farlo, dal ’15, da subito,
10

da quando c’è andato Carlo. Silvio invece è in fanteria soltanto da pochi mesi. Fino a luglio stava a casa,
con i suoi. Eppure quei mesi ora gli paiono anni.
«Dov’ero?» ripete passandosi la manica ruvida
della giubba sulla fronte e sembra quasi che lo chieda a se stesso.

11

1

Silvio

E

ra una mattina di fine giugno del 1914 e Silvio,
che aveva da poco compiuto quindici anni, lavorava con la vanga nel campo dietro casa dei suoi.
Alto e ossuto, era il quarto di sette fratelli; tre di
loro, due maschi e una femmina, erano morti ancora bambini a causa di malattie dai nomi impronunciabili, diventando angioéti, piccoli angeli, così li
definiva sua madre.
Il padre di Silvio, Giovanni detto Nane, era un
uomo cupo, che negli anni aveva assunto la stessa
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tonalità spenta della terra che coltivava. Si trascinava giorno dopo giorno svigorito, ripetendosi che la
vita era un lungo calvario destinato presto o tardi
ad avere fine. Gli mancava la mano sinistra, portata
via accidentalmente da un colpo d’accetta, e il sorriso, che a quanto ricordava Silvio invece non c’era
mai stato. Pur senza una mano, Nane aveva imparato ad arrangiarsi come poteva, e il braccio ferito
era diventato più forte di quello sano. Sua moglie,
Ada Fornari, donna devota a Dio e alla famiglia,
veniva dal Friuli e a quella terra aspra somigliava
nel carattere. Aveva i capelli grigi, raccolti, il volto
di una vecchia sebbene non avesse nemmeno quarant’anni e uno scialletto nero che era come una
seconda pelle. Aveva perso tre figli e si era sposata
senza amore, ma le magre soddisfazioni che la vita
le regalava sembravano bastarle, tanto che ogni
mattina si alzava dal letto convinta di avere uno
scopo e determinata a portarlo a termine.
Nane e Ada conoscevano poco del mondo intorno a loro e nulla di politica; e così, nonostante l’ampio risalto che la stampa aveva dato alla vicenda di
Sarajevo e ai fatti che ne erano derivati, i Moretti,
come molti altri braccianti, seguitarono le loro incombenze, come facevano sempre e come sempre
avevano fatto le generazioni che li avevano preceduti. Sfamarsi non dipendeva dalla politica, ma
dall’aratro.
13

E anche quando, un mese più tardi, l’AustriaUngheria dichiarò guerra alla Serbia provocando
una reazione a catena che portò la Germania a fare
altrettanto nei confronti della Russia e della Francia
sua alleata, in quel pezzetto di Veneto orientale si
continuò a vivere come se nulla fosse accaduto.
Capitò, anzi, che uno dei fratelli di Silvio, Aldo,
il secondogenito, cadendo dal tetto mentre cercava
di ripararlo, si ruppe un piede, e l’incidente occupò
per diverso tempo i pensieri della famiglia: due
braccia robuste in meno non erano un aiuto a cui si
poteva facilmente rinunciare in un periodo dell’anno importante come quello della mietitura.
«Bisognerebbe portarlo dal dottore, in città» aveva ripetuto Ada più volte.
«Passerà» rispondeva Nane.
«Passerà» ripeteva Aldo, che intanto si arrangiava appoggiandosi ad un bastone. Si era fasciato il
piede con una striscia di tessuto vecchio, legandolo
così stretto che dopo qualche giorno il piede gli era
diventato rosso e gonfio.
Passerà, dicevano, come sarebbero dovute passare le malattie che avevano colpito i fratelli di Silvio,
anni prima. E invece le malattie se li erano portati
via, uno dopo l’altro, senza pietà, due addirittura
nello stesso anno. Silvio ricordava bene le piccole
bare di legno grezzo in cortile e quel senso di sollievo provato non senza vergogna dopo la loro mor14

te, perché li aveva visti soffrire e ne era rimasto
sconvolto.
Dopo quasi due mesi dall’incidente, fu chiaro
che il piede di Aldo non sarebbe più tornato a posto. Le dita erano storte e nodose come quelle dei
vecchi. Nane imprecò, maledicendo la sorte avversa
che continuava ad accanirsi su di lui e sulla sua
famiglia, anziché biasimare se stesso per la propria
ignoranza e faciloneria. E Aldo, che aveva imparato
dalla madre a far buon viso a cattivo gioco e ad
accettare quello che Dio riservava agli uomini, accolse con rassegnazione il suo destino. In fondo, a
suo padre, senza una mano, era andata peggio.
«Posso lavorare lo stesso» diceva mostrando di
sapersi reggere anche senza il bastone. Ma il sorriso
che ostentava era fiacco e non ingannava nessuno,
se non forse Lina, che aveva solo nove anni e che a
certe cose ancora non prestava la dovuta attenzione.
La vita di Silvio e dei suoi familiari era semplice:
lavoro dall’alba al tramonto. Silvio non aveva fatto
altro da che era venuto al mondo, a parte una breve
parentesi tra i banchi della piccola scuola che distava tre quarti d’ora di cammino dalla casa. E anche
in quel periodo non aveva smesso di svolgere le
proprie mansioni. Dopo mesi di aste, sullo stesso
libro usato dai fratelli maggiori che ormai perdeva
le pagine, aveva imparato i rudimenti della lettura
e del far di conto, quel poco che bastava a non farsi
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imbrogliare. E come già era accaduto agli altri,
quel­le nozioni erano sbiadite presto, per disabitudine. Della scuola ricordava anche le punizioni, che il
maestro impartiva alla minima disobbedienza o al
più piccolo errore nei compiti assegnati, come rimanere inginocchiato sui chicchi di sorgo dietro la lavagna o ricevere dieci colpi di canna sul dorso delle
mani.
Oltre ad aiutare il padre nei campi e la madre in
casa, Silvio e i suoi fratelli si occupavano del punér,
il pollaio, di un cavallo da tiro ormai anziano e di
una vacca. Il cavallo e la vacca dividevano la stessa
piccola stalla.
La casa dei Moretti era fatta di pietre d’argilla
seccata al sole e tenute insieme grazie a terra, sterco,
paglia e calce viva, secondo la secolare tradizione di
quella parte d’Italia, e sorgeva in una immensa pianura delimitata a nord dalla catena dalle Prealpi
venete e a est dal fiume Piave. Il tetto era di segale
e canne, e sotto c’era uno spazio per il fieno che
doveva sfamare gli animali; soltanto da qualche
anno le piatte pietre di fiume avevano sostituito il
pavimento in terra battuta. Le finestre erano poche
e minuscole per non disperdere calore, e così la casa
era buia anche di giorno. Una costruzione adiacente, simile alla casa ma più piccola, ospitava la stalletta e il punér, e un’altra, grande appena quanto un
uomo, era adibita a latrina: sopra un buco scavato
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nella terra, c’erano un sedile di mattoni e un coperchio di legno.
Ogni sera al calare del sole, estate o inverno che
fosse, la famiglia si riuniva per la cena, con la fatica
a segnare volti e corpi. Il grande focolare in pietra
dominava la stanza principale, dove trovavano spazio anche una cucina economica, l’acquaio sopra il
quale venivano appesi i secchi di rame con l’acqua
attinta dalla fontana, e una tavola bislunga ricavata
da un vecchio ciliegio a cui Nane sedeva solamente
all’ora dei pasti. La cena era povera, frugale, perché
i cibi più ricchi, come i polli, le uova o le verdure
fresche colte dall’orto, erano riservati al mercato. La
polenta era il piatto base, cotta nel paiolo di rame e
tagliata con il filo di cotone. Una volta Silvio si era
messo a lavorarla con un coltello.
«Cossa fátu, mona?» gli aveva gridato Nane. «Così
la assassini!»
I quattro figli di Nane e Ada animavano quelle
semplici serate più di quanto lo stesso Nane, avverso alle risa e al canto, avrebbe desiderato. Quando
Carlo, il primogenito, si ficcava in bocca la vecchia
armonica appartenuta al nonno, le mani degli altri
cominciavano a battere il tempo e la voce strana,
quasi stridula, della piccola Lina intonava canzoni
leggere e briose che imparava andando dietro ai
sonacái, i cantastorie ambulanti, quando venivano
in città per la sagra.
17

Me compare Giacometo
el gaveva un bel gaeto
quando el canta el verxe el beco
ch’el fa proprio inamorar.
A quel punto Nane, a disagio, bofonchiava
qualcosa e tirandosi giù le tiracche, le bretelle, se ne
andava fuori nella latrina, per poi chiudersi in camera a dormire, non prima di aver sbattuto rumorosamente la porta in faccia a quelle scemenze.
Ada, invece, sorrideva – di suo marito brontolone
e dell’allegria di Silvio e gli altri – e ascoltava i suoi
ragazzi, risciacquando i piatti della cena e ringraziando Dio che le restassero ancora dei figli da
crescere.
L’estate del ’14 era scivolata via come le altre, con i
fioretti di maggio, il profumo dei ligustri, i grilli, la
mietitura fatta coi falcetti, i campi di erba spagna,
gli àmoli selvatici, le ortiche e i temporali.
Quando Nane o Carlo e Aldo, che erano i maggiori, andavano alla Cáneva da Neri per un bicchiere, ne sentivano di tutti i colori sulla guerra che si
stava combattendo. E le chiacchiere degli avventori
di Neri erano come il fumo, che quando si dissolve
non lo vedi più ma ne senti ancora l’odore: a quelle
voci, infatti, anche se non le sentivano più, ci pensavano. Ci pensavano di continuo.
18

Altre volte, qualcuno della famiglia scendeva in
città per una commissione o per vendere le uova e
gli ortaggi, e ne approfittava per dare una rapida
sbirciata ai giornali che riportavano gli spostamenti delle truppe e gli esiti delle battaglie. Spesso, però, quei titoli erano difficili da interpretare. I giornali erano per chi li sapeva leggere, non per la
gente comune, eppure Carlo si sforzava, mettendo
insieme lettera per lettera, ma c’era sempre qualche
parola che non aveva mai sentito e che non riusciva
a comprendere.

Silvio sapeva dell’interesse di suo fratello Carlo
per le sorti della guerra. Sapeva che covava l’ambizione di andare soldato, di indossare una divisa, sempre
che l’Italia si fosse decisa a scendere in campo.
Ma l’Italia stava a guardare, incerta su quale dei
due schieramenti le convenisse appoggiare. Un patto chiamato Triplice Alleanza la legava alla
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Germania e all’Austria-Ungheria, ma se l’Intesa
anglo-franco-russa avesse vinto quella grande
guerra europea, l’Italia, in quanto alleata degli
sconfitti, sarebbe rimasta esclusa dalla spartizione
delle terre e dai compensi che ne sarebbero derivati.
E così, mentre i politici italiani incontravano segretamente i loro colleghi stranieri per stabilire quale
fosse la scelta migliore da fare, Carlo immaginava
di combattere per l’onore e l’integrità della Patria e
se taceva i suoi proponimenti di fronte ai genitori
per timore che lo rimproverassero, con i fratelli non
ne faceva mistero.
Certe volte, per metterlo alla prova, Aldo, che
aveva sedici mesi di meno e un carattere più spicciolo, gli chiedeva: «E se ci passano per le armi? Tu
ci vai?»
«La guerra, dicono che finirà entro l’anno» rispondeva Carlo in quelle occasioni, quasi dispiaciuto. Aveva ventun anni e un fisico roccioso, da combattente.
«Ma se non finisce? Se va ancora avanti?»
«Allora, se non ci vai, sei un disertore.»
«E tu sei capace di uccidere un uomo?»
«O te o lui. O vivi o muori.»
«E se quello si mette in ginocchio a chiedere
pietà? Tu cosa fai, gli spari lo stesso come a un
animale?»
A quel punto, non sapendo come ribattere, Carlo
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abbassava la testa e riprendeva a lavorare con maggior foga, accigliato come gli accadeva spesso.
In autunno l’Europa intera ormai tremava al
rombo sordo dei cannoni, ma laggiù, nel piccolo
podere che un tempo era stato parte della grande
tenuta dei conti di Collalto, regnava il silenzio e i
giorni scorrevano tutti uguali e con mille cose da
fare.
L’inverno quell’anno giunse presto, scalzando la
nebbia e portando un freddo eccezionale. Col
Visentin e il monte Pizzòc rimasero imbiancati quasi ininterrottamente, e a lungo anche l’altopiano del
Cansiglio.
Poi venne Natale.
Per quelli come i Moretti, Natale significava
tutt’al più concedersi un pezzo di carne (Nane andava in città e comprava mezza testa di vacca, lo
scarto dei benestanti). La mattina andavano alla
prima messa, tutti, senza eccezione, per ricevere la
benedizione di don Antonio. Poi tornavano a casa e
Lina lavava un pentolone, il più grande, dove Ada
metteva a cuocere nell’acqua la mezza testa di vacca. Intanto i maschi lavoravano, come gli altri giorni, mentre l’odore della carne si spargeva nell’aria
fredda. Quando le campane di San Liberale battevano mezzogiorno, ci si metteva a tavola: riso e
brodo di carne. Quel giorno il pranzo durava di
più, non perché ci fosse realmente più cibo, ma per21

ché si assaporava fino in fondo il gusto di una giornata speciale e attesa, da passare insieme. E si cercava di essere cordiali e loquaci più del solito.
Prima di attaccare i piatti, però, Ada recitava una
preghiera alla quale si univano tutti i familiari.
Quel che restava della testa di vacca lo utilizzavano
per la cena, stufato con le patate o le verdure di
campo. E se ne rimaneva per Santo Stefano, tanto
meglio, era come se la festa continuasse ancora.
Non c’erano doni da scambiare né auguri, e tantomeno abeti da abbellire. I piccoli come Lina e, fino
a un paio d’anni prima, Silvio, trovavano sul davanzale tre castagne a testa.
«È il regalo di Gesù ai bambini» spiegava Ada.
«Mamma, dove le prende le castagne Gesù?»
aveva chiesto Lina una volta.
«Dove stanno le castagne, nel bosco.»
E lo sguardo della bambina si era illuminato di
gioia, al pensiero che Gesù fosse così vicino da calpestare la terra sulla quale anche lei camminava.
Le castagne venivano arrostite sul fuoco vivo, e
anche se non erano più buone i bambini le mangiavano facendo versi esagerati, come se si trattasse di
una prelibatezza.
Il gelo quell’inverno durò a lungo, tanto a lungo
che pareva che la sua morsa non si sarebbe allentata più. Dovette passare Pasqua perché la terra tornasse morbida e si schiudesse all’aratro.
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Frattanto la guerra non si era affatto conclusa e
via via che le notizie si susseguivano e la gente,
ormai ovunque, non parlava d’altro, Ada cominciò
a prestarvi orecchio. La sua abituale, ruvida compattezza sembrò sgretolarsi. Il suo animo era agitato da una sottile e costante inquietudine: il timore
che la guerra, coinvolgendo l’Italia, si sarebbe portata via i figli che le rimanevano. Pensò che Dio non
potesse chiederle tanto, se lo augurò. E pregò più di
quanto avesse fatto mai.

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