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TESI Master GESLOPAN Eugenio Casanovi 600 DPI .pdf



Nome del file originale: TESI Master GESLOPAN- Eugenio Casanovi- 600 DPI.pdf
Titolo: TESI Master GESLOPAN- Eugenio Casanovi
Autore: Eugenio

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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TERAMO
FACOLTÀ DI MEDICINA VETERINARIA –
BIOSCIENZE E TECNOLOGIE AGROALIMENTARI
ED AMBIENTALI – SCIENZE POLITICHE

Master
GESLOPAN

MASTER UNIVERSITARIO DI PRIMO LIVELLO IN
GESTIONE DELLO SVILUPPO LOCALE NEI PARCHI E NELLE
AREE NATURALI

IL CASO STUDIO DELL’ANTICO PODERE
DE STEFANI IN GARFAGNANA: UN
PROGETTO DI SVILUPPO DEL TURISMO
CULTURALE E SOSTENIBILE CHE TROVA
ORIGINE NEI VALORI MATERIALI ED
IMMATERIALI DEL TERRITORIO

CANDIDATO

RELATORE

Dott. Eugenio Casanovi

Prof. Pietro Giorgio Tiscar

ANNO ACCADEMICO 2013/2014

Ci sono due modi di viaggiare
Nel primo si percorrono grandi distanze in poco tempo
ci si muove, ci si sposta…
Nell’altro si sosta…
si mettono un poco le radici e
si cerca di suggere della terra l’invisibile linfa spirituale
di cui si nutrono gli abitanti del posto.
Fosco Maraini
Segreto Tibet

A Graziana
che nella vita ha reso possibili
varie avventure, tra cui questa

-3-

Indice
Introduzione............................................................. - 5 1. Il luogo e la sua storia .......................................... - 7 1.1 La Garfagnana .................................................... - 7 1.2 Il podere “Pradaccio di Sopra” di Pieve Fosciana .....- 14 1.3 La figura di Carlo De Stefani ................................- 28 2. Il Turismo Culturale............................................ - 39 2.1 Definizione e modelli ...........................................- 39 2.2 Origine del Turismo Culturale ...............................- 41 2.3 Analisi delle potenzialità del Turismo Culturale .......- 43 2.4 Progettare Turismo Culturale ...............................- 46 2.5 Buone pratiche e esempi .....................................- 48 2.5.1. Il modello Albergo Diffuso ................................- 48 2.5.2. Il consorzio “Gallo Rosso” in Alto Adige/Suedtirol - 51 2.5.3. Il modello “Francigena” ...................................- 53 2.6 Sintesi...............................................................- 55 3. Conclusioni:
Un modello replicabile sul territorio? ................. - 56 3.1 Turismo rurale di seconda generazione..................- 56 3.2 Da turismo rurale a
turismo rurale, culturale e sostenibile?..................- 58 4. Bibliografia ......................................................... - 61 5. Appendice ........................................................... - 66 5.1 Bibliografia di Carlo De Stefani .............................- 66 5.2 Sunto cronologico delle pubblicazioni originali
e delle ristampe anastatiche dei libri di Carlo
De Stefani inerenti la Garfagnana, le Alpi
Apuane e l’Appennino Tosco-Emiliano ...................- 91 -

-4-

Introduzione
Aumentare la consapevolezza che le risorse culturali di un
territorio possano contribuire, più di ogni altra operazione di
marketing turistico, a valorizzare quelle qualità capaci di
attirare

un

particolare

target

di

turisti

verso

specifiche

destinazioni è l’obiettivo di questa tesi, che vuole indagare le
possibilità di sviluppo del Turismo Culturale e del Turismo
Sostenibile sul territorio della Garfagnana (Toscana, Italia).
Il caso studio prende in esame una specifica azienda agricola
ed agrituristica della Garfagnana, comprensorio già oggetto
negli ultimi decenni di uno sviluppo del turismo verde, basato
prima su un’offerta di montagna-natura e parchi-trekking,
successivamente diversificata verso paesaggio e buon vivere in
valle

(gastronomia,

prodotti

tipici,

agriturismo)

dove

la

presenza di una vivace imprenditorialità turistico-rurale ha
permesso un buon adattamento alle richieste di mercato ma
con scarsa attenzione alle relazioni dinamiche con il luogo e
poca

consapevolezza

dell’importanza

della

conservazione

ambientale, identitaria, paesaggistica e socio-culturale.
La bellezza e l’integrità del paesaggio rurale, plasmato da un
millenario

processo

di costante

utilizzo

agrario

e silvo-

pastorale del territorio - in contrasto al disordinato sviluppo
turistico ed edilizio della vicina costa Apuo-Versiliese e delle
stazioni sciistiche dell’Appennino Tosco-Emiliano – rappresenta
attualmente

l’attrattiva

principale

della

Garfagnana,

ben

conosciuta ed apprezzata particolarmente dagli operatori e dal
mercato turistico nordeuropeo. Salvaguardare e curare il
paesaggio sarà perciò una delle necessità primarie dei prossimi
anni per poter continuare ad avvalersi dell’immagine turistica

-5-

di una vallata che presenta un mix armonioso di wilderness e
paesaggio

antropico,

storia,

cultura,

tradizioni

e

valori

immateriali legati all’identità dei luoghi e della popolazione.
Il caso studio di questa ricerca si pone come emblematico
della ricchezza culturale e ambientale del territorio della
Garfagnana

e

dell’interconnessione

esistente

tra

storia,

cultura, paesaggio e produzioni tipiche locali e, al contempo,
ben rappresenta anche la recente trasformazione agrituristica
della valle - degli ultimi venticinque-trenta anni - con i suoi
punti di forza e le sue contraddizioni. Nell’insieme un buon
prototipo da studiare e sul quale sperimentare la possibilità di
applicare localmente un modello di Turismo Culturale, rivolto
ad un target maggiormente attento alla qualità, alla storia e
cultura dei luoghi visitati, alla ricerca di una vacanza non solo
svago e riposo ma piuttosto autenticità dei luoghi, conoscenza
e arricchimento personale.
Metodologie applicate allo studio sono l’interdisciplinarietà e la
rivalutazione del micro patrimonio storico-culturale locale che
è strettamente legato alle emergenze ambientali del territorio,
al paesaggio naturale ed antropizzato, alle produzioni agricole
e ai prodotti tipici.
La conclusione valuta anche l’ipotesi di utilizzare e applicare un
simile

modello

all’intera

Garfagnana

per

eventualmente

riqualificarne e rimodularne l’offerta turistica, progettando una
riconversione verso schemi che, portando consapevolezza alla
popolazione locale del valore materiale ed immateriale del
territorio

e,

contribuiscano

nel

contempo,

alla

insegnando

conservazione

ad

interpretarlo,

ambientale,

identitaria,

paesaggistica, socio-culturale e delle tipicità locali, innescando
un circolo virtuoso di trasformazione e transizione verso un
modello diffuso di Turismo Culturale e Turismo Sostenibile.

-6-

1. Il luogo e la sua storia
1.1

La Garfagnana
“L’alta valle del Serchio,
storicamente conosciuta
come

Garfagnana,

dispiega la sua identità
di

raccolto

fluviale

bacino

entro

complessa

una

morfologia,

nella

varietà

delle

quinte

montane

che,

intervallate

da

conche

prossimità

della

in
piana

ampie

lucchese,

s’irrigidiscono a nord, addossandosi ai fianchi della nuda roccia
dell’Alpe Apuana. La presenza umana vi si è consolidata
costruendo un paesaggio che porta evidenti i segni di una lotta
secolare. La prima lotta, quotidiana e instancabile, si è svolta
tra uomo e ambiente, ed è attraverso di essa che le comunità
contadine, in un adattamento umile, sono riuscite a modellare
le aspre forme naturali e ricavarvi spazi che consentissero
l’esercizio di un’agricoltura poverissima per tecniche e prodotti.
I terrazzi, disegnati da ripari di terra o muretti a secco,
recuperavano terra coltivabile dalla pendenza della montagna,
aprendo varchi nel bosco. Tuttavia un’esasperata fame di
coltivazione in alcuni periodi ha rischiato di alterare l’equilibrio
precario tra i diversi spazi, ugualmente indispensabili in
un’economia familiare di sopravvivenza, in cui il territorio era
suddiviso: gli spazi riservati all’insediamento (ricovero di

-7-

uomini e animali, locali per la lavorazione dei prodotti agricoli),
quelli per l’agricoltura (orti, campi e castagneti o boschi
coltivabili), quelli per il bestiame (boschi e pascoli comuni).
Emergenti nel paesaggio e sull’insediamento sono invece i
ruderi architettonici di rocche e fortezze, a protezione di punti
strategici, segni di una lotta militare sempre accesa per il
controllo politico della regione.
(Da “Garfagnana”, Guida d’Italia. Toscana,
Touring Club Italiano, Milano, 1997)

La Garfagnana è una valle interna del nord della Toscana,
delimitata

da

due

catene

montuose,

le

Alpi

Apuane

e

l'Appennino, che si fronteggiano parallelamente delineando un
fondovalle principale diretto da nord-ovest verso sud-est,
percorso dal fiume Serchio. È un territorio interamente altocollinare e montano, caratterizzato dal contrasto tra il declivio
dolce e arrotondato dell'Appennino e il frastagliato ambiente di
picchi calcarei delle Alpi Apuane. Dalle due lunghe catene
montuose laterali partono numerosissime valli secondarie
percorse da innumerevoli torrenti, tutti affluenti del Serchio,
alcuni dei quali sbarrati da dighe formano bacini idroelettrici
artificiali anche di notevoli dimensioni. Gli insediamenti umani
sono

sia

di

fondovalle

(come

Castelnuovo

Garfagnana,

capoluogo e centro amministrativo, ubicato alla confluenza tra
il fiume Serchio e il torrente Turrite Secca) sia di mezza costa,
localizzati su entrambi i versanti. La popolazione residente,
poco più di 25.000 abitanti, è suddivisa amministrativamente
in 16 piccoli comuni riuniti nell’Unione dei Comuni della
Garfagnana (solo il capoluogo Castelnuovo supera di poco i
6.000 abitanti). Caratteristica peculiare della Garfagnana è la
particolare orografia del suo territorio, rispetto alle altre aree

-8-

appenniniche.

L’unicità,

che

rompe

lo

schema

classico

appenninico delle grandi valli parallele che scendono dallo
spartiacque alla costa e che avvicina gli aspetti del paesaggio
a tipologie alpine, è data dalla presenza della catena delle Alpi
Apuane che sbarra la strada verso il mare e crea una valle
nascosta,

non

facilmente

accessibile,

dove

l’accentuato

declivio, le particolarità climatiche e la complessità della
conformazione orografica ed idrografica hanno sfavorito e
scoraggiato

l'insediamento

industriale

e

lo

sfruttamento

agricolo intensivo. Il bosco è stato da sempre l’elemento
dominante della valle. Non a caso - in varie pubblicazioni - il
nome Garfagnana viene spiegato etimologicamente a partire
proprio dal bosco: la radice umbra “Faniana” (grande selva)
cui successivamente i celti avrebbero aggiunto il prefisso
rafforzativo “Har” (sublime). È un’ipotesi non dimostrabile ma
suggestiva, che trasmette un’immagine poetica dei Celti che,
arrivando da nord, guardano la Garfagnana come una terra
promessa dall’alto dei passi appenninici, rammentando forse la
leggenda ricorrente, in diverse culture e popolazioni, della
mitica Shangri-La, la valle nascosta e fertile, segreta e
inaccessibile perché racchiusa da alti crinali…

Anche oggi i

castagneti ricoprono quasi uniformemente le pendici della
Garfagnana fino al limite di 1.000 metri sul livello del mare,
qui lasciano il posto a estesissime faggete che salgono
compatte fino a 1.600 metri, più in alto ci sono praterie e
pascoli in Appennino e rocce calcaree in Apuane; le cime
sfiorano i 2.000 metri in Apuane mentre li superano, di poco,
nel tratto di Appennino Tosco-Emiliano che interessa la
Garfagnana.
La storia è ricca di aneddoti e testimonianze sui luoghi e sul
carattere della popolazione originaria della valle - i Liguri

-9-

Apuani - e queste testimonianze partono dalle cronache di Tito
Livio che degli Apuani descrisse fierezza, bellicosità e orgoglio
di popolo: caratteri mai sopiti, tanto che alla fine del
medioevo, per sfuggire alle lotte comunali e all’alternanza di
dominazioni

lucchese,

pisana

e

fiorentina,

i

garfagnini

preferirono sottomettersi ad un “padrone lontano”, facendo
dedizione poco dopo il 1400 alla Casa d’Este in cambio di
estese autonomie. Il possesso estense sulla Garfagnana durerà
quasi 500 anni, fino al 1860, l’annessione al Piemonte e l’unità
d’Italia. L’illustre poeta Ludovico Ariosto, che fu il 34°
“Commissario

Ducale”,

cioè

governatore

estense

della

Garfagnana dal 1522 al 1525, nelle sue produzioni letterarie e
nelle corrispondenze col Duca, spesso accenna ai luoghi
montani e aspri che non si confacevano al suo fisico, al suo
animo e alle sue aspirazioni di letterato, come traspare da
queste rime della Satira IV, scritta allo scadere del primo anno
di vita ed esperienza come governatore della Garfagnana:

…

La nuda Pania tra l'Aurora e il Noto,
da l'altre parti il giogo mi circonda
che fa d'un Pellegrin la gloria noto.
Questa è una fossa, ove abito, profonda,
donde non muovo piè senza salire
del silvoso Apennin la fiera sponda …

L’epoca estense vive ancora oggi nella tradizione orale tanto
che tuttora si può ascoltare nei discorsi della gente un detto
popolare - incomprensibile agli estranei - adatto a bollare una
richiesta come inesaudibile … “sarebbe come menar l’orso a

- 10 -

Modena!” … oppure … “mi vorresti far portare l’orso a
Modena?”…
Il detto deriva dal ricordo, tuttora vivido nell’immaginario
collettivo, di un’antica servitù che la popolazione garfagnina
aveva col Duca in cambio dei diritti di pascolo su alcune alte
valli nel versante emiliano dell’Appennino reggiano: portare
ogni anno un orso vivo, in gabbia, fino alla corte estense.
La storia del territorio è legata strettamente alla cultura e alla
coltivazione del castagno che ha avuto un ruolo determinante
nella storia agricola della Garfagnana e nella sussistenza della
sua popolazione fino agli anni successivi alla seconda guerra
mondiale. Le particolarità climatiche di una vale appenninica
protetta verso nord dalla catena principale e l’abbondanza di
castagneti (circa il 60% della superficie boscata) hanno
rappresentato nei secoli una ricchezza inusuale rispetto ai
territori appenninici limitrofi. Retaggi di questo passato sono
una rete fittissima di sentieri e costruzioni rurali sparse nei
castagneti, gli essiccatoi o “metati” in dialetto locale, e la
presenza di alcuni boschi secolari di castagno sparsi qua e la
nella valle.
L’economia della Garfagnana è perciò ruotata per secoli su un
sistema integrato di sfruttamento totale delle risorse del
territorio:

agricoltura,

allevamento,

silvicoltura,

ecc.,

un’economia autarchica che ha permesso il sostentamento
della popolazione ed anche una certa ricchezza se si pensa
che, fino ai primi anni del ‘900, la Garfagnana veniva
considerata la vallata più agiata, fertile e produttiva tra i
territori montani confinanti delle odierne province di MassaCarrara, Reggio Emilia, Modena e Lucca.
Al giorno d’oggi molto è cambiato nella geografia economica
della valle e nell’utilizzo del territorio, resta però l’impronta del

- 11 -

passato visibile in ogni luogo, dai terrazzamenti dei campi sui
versanti della bassa valle al dedalo di sentieri connessi alla
rete di carbonaie nelle faggete d’alta quota. Un disegno
dell’uomo sul territorio che lo ha ingentilito ma che è anche
ben integrato con la wilderness totale di alcune zone,
specialmente nel versante apuano della valle, più acclive e
selvaggio. L’utilizzo del territorio negli ultimi 50-60 anni ha
visto un netto declino delle attività agricole tradizionali, agrosilvo-pastorali e zootecniche, e l’incremento del bosco che si
sta espandendo rapidamente nei terreni abbandonati.
Dalla metà degli anni ’80 del secolo scorso, la scelta di lanciare
turisticamente

la

valle

tramite

il

percorso

“Garfagnana

Trekking” ed alcuni sentieri tematici nelle Riserve naturali
statali di Lamarossa, Orecchiella e Pania di Corfino - chiamati i
“Sentieri di Airone” perché nati da una collaborazione con la
nota

rivista

“Airone”

-

ha

inserito

immediatamente

la

Garfagnana tra le mete del turismo verde, naturalistico e dei
parchi. Negli stessi anni dietro la spinta di una legge di
iniziativa popolare sostenuta dal CAI ed altre associazioni
ambientaliste, la Regione Toscana istituiva il Parco naturale
delle Alpi Apuane. Si innescava un processo irreversibile e
rapido di cambiamento che è proseguito con il recupero di
molte strutture agricole, già presenti sul territorio ma in
decadenza o abbandono, per destinarle ad uso agrituristico.
Nasceva

una

nuova

vocazione

per

la

valle

e

insieme

all’agriturismo si ridestava l’interesse per alcuni prodotti
agricoli tipici locali, sconosciuti ai più, in declino o in
scomparsa,

come

il

“farro

della

Garfagnana”

(triticum

dioccum), da sempre coltivato ma relegato ormai in pochi siti
dell’alta valle, il granturco di alcune varietà minori locali ed in
particolare il granturco da polenta “otto file di Pieve Fosciana”

- 12 -

e i prodotti della filiera della castagna principalmente la “farina
di neccio” (farina dolce di castagne). Farro e farina di neccio in
pochi anni salivano alla ribalta nazionale e internazionale
grazie alla certificazione con marchi di tutela IGP e DOP e
contemporaneamente

nella

popolazione

nascevano

forti

aspettative economiche verso lo sviluppo di un settore turistico
integrato all’agricoltura e alla manutenzione del territorio: una
nuova sfida per il futuro e forse un riscatto dalle false illusioni
di uno sviluppo industriale sempre promesso dai politici ma
mai concretizzato.
In realtà tutti i documenti di programmazione economica
rurale della Regione Toscana, in applicazione delle politiche
europee, avevano da anni recepito le istanze dei ricercatori
universitari - delle facoltà di agraria, veterinaria ed economia che

indicavano

il

sistema

economico

Garfagnana

come

fortemente vocato a uno sviluppo rurale integrato che tenesse
conto e valorizzasse le ricchezze naturali del territorio, la
biodiversità, il paesaggio e la storia. C’era tutto nei documenti
unici di programmazione regionale di qualche decina d’anni fa:
l’analisi

SWOT

delle

potenzialità

di

valle,

l’elenco

degli

attrattori e dei settori che sarebbero potuti diventare trainanti
e l’importanza del fatto che il “nome geografico Garfagnana”
era già un “marchio” nell’immaginario collettivo. Garfagnana,
infatti, era già sinonimo di “buon vivere”, di “bellezza diffusa”,
di paesaggio e panorami, di montagne dolci in Appennino,
rocciose e difficili in Apuane, di grotte, abissi e speleologia, di
castelli ed antichi borghi, di opere d’arte nascoste in luoghi
remoti, fino alla gastronomia e ai rapporti sociali con la
popolazione

che

diventano

scambio

culturale

spontaneo

specialmente nelle sagre paesane che animano le sere
d’estate.

- 13 -

1.2 Il podere “Pradaccio di Sopra” di Pieve Fosciana

Il podere Pradaccio di Sopra è situato a circa 400 metri di
quota, nel fondovalle, sul lato appenninico della Garfagnana, al
confine tra il comune di Pieve Fosciana con il comune di
Castelnuovo di Garfagnana, ed ha coordinate geografiche
44.125014 N, 10.417627 E. E’ situato su un lieve pendio al
margine del piano agricolo di Pieve Fosciana, nel passato uno
dei più fertili ed importanti della Garfagnana, con giacitura
declive in direzione ovest e sud-ovest.

E’ composto da circa 10 ettari di terreno al cui centro sorgono i
fabbricati aziendali: un casale di tipo toscano, una vecchia
stalla e alcuni annessi. La parte inferiore del podere presenta

- 14 -

sistemazioni agrarie con campi irrigui su più livelli mentre,
attorno al casale e alle sue spalle, dove il declivio si fa più
pronunciato, il terreno è in parte terrazzato e in parte boscato
sul declivio naturale.

Il podere Pradaccio di Sopra è stato creato intorno al 1875 dal
professor Carlo De Stefani (di cui si parlerà ampiamente nel

- 15 -

capitolo

seguente)

che,

frequentando

assiduamente

la

Garfagnana durante l’esplorazione geologica delle Alpi Apuane
per rilievi geologici e paleontologici, acquistò i campi detti
appunto “del Pradaccio di Sopra”, terreni impervi e poco
redditizi - come si intuisce anche dal toponimo – presso il
paese di Pieve Fosciana. Il nome prometteva poco di buono
ma le conoscenze scientifiche e la tempra del “Professore”,
nell’affrontare

con

lo

stesso

metodo

rigoroso

qualsiasi

problema, ne fecero ben presto uno dei poderi più ameni e
redditizi della zona. La sfida fu certamente con i proprietari dei
migliori poderi “del piano” che poco avrebbero scommesso
sulle possibilità di sviluppo agricolo del Pradaccio. Il professore
pianificò invece gli interventi in base alle possibilità di
irrigazione e alla giacitura dei terreni, fece dissodare i campi
bassi sul lato ovest che finivano contro il torrente

e fece lavorare quest’area con sistemazioni agricole “alla
toscana”: facendo spianare e livellare i campi, contornandoli
con canali di drenaggio che durante la stagione secca

- 16 -

potevano essere usati anche per l’irrigazione, attingendo
l’acqua con una canalizzazione, fino a una presa sul torrente
un poco più a monte. In tal modo venne annullato il declivio su
circa la metà della superficie agricola, trasformando la parte
bassa del Pradaccio in fertili campi irrigabili, analoghi a quelli
del piano anche se fisicamente fuori dal piano agricolo stesso e
in origine acclivi.

Ulteriori piani sovrapposti di campi livellati e contornati da
canali di drenaggio alla toscana salivano verso il casale nel lato
nord

del

podere,

dove

tuttora

sono

presenti

queste

sistemazioni ed è apprezzabile l’abbassamento artificiale del
piano di campagna rispetto a quello delle proprietà confinanti,
da cui li separa una scarpata di pietre a secco, probabile
residuo del lavoro di spietramento manuale e livellamento del
pendio.
Anche questi campi risultavano irrigabili con un sistema di
canalizzazioni provenienti però da monte, tramite due sorgenti
presenti nel podere ad un livello superiore, di cui quella più

- 17 -

vicina al casale presenta tuttora un cisternino di captazione ed
accumulo per l’acqua destinata, allora, all’abitazione, mentre
l’altra, più distante, era usata anche come lavatoio. Entrambe
immettevano l’acqua di risulta nelle canalizzazioni irrigue che
contornavano i campi sul lato nord per poi convergere in una
canalizzazione di drenaggio in direzione del torrente. I campi
furono probabilmente la culla delle coltivazioni di una varietà
locale e particolare di granoturco da farina, ottimo per fare la
polenta, l’attuale “Formentone otto file di Pieve Fosciana”, ma
in tal senso restano solo testimonianze indirette in quanto
poco è stato scritto sull’origine di tale varietà di mais, ma la
struttura architettonica del casale del Pradaccio di Sopra
testimonia la presenza di una grande quantità di granturco da
essiccare. Il secondo piano, infatti, ora adibito ad abitazione e
locali per agriturismo, era in origine un’enorme altana di poco
meno di 100 metri quadri, coperta, e con grandi aperture
verso sud. Un locale studiato appositamente per stoccaggio ed
essiccazione del granturco. Ci sono tuttora diversi grossi chiodi
e staffe di metallo infissi nelle travi in legno del tetto, dove
venivano legati fili e canne su cu erano poste le pannocchie di
mais “sfoiorate” ed annodate.
La parte del podere meno vocata alle coltivazioni in campo
venne

trasformata

in

vigna

mediante

vari

lavori

di

terrazzamento. Anche quest’intervento di sistemazione agraria
probabilmente non suscitò commenti ottimistici negli altri
proprietari terrieri che disponevano di luoghi meglio esposti e
terreni più adatti alla viticoltura.
Ma il professore rispose scientificamente e coi fatti, come ben
sapeva fare: spedì, infatti, o meglio portò con se a Firenze, in
quanto nel frattempo era divenuto titolare della cattedra di

- 18 -

Geologia presso l’ateneo fiorentino, il mezzadro Raffaello
Cavani per fargli frequentare un corso di viticoltura.

Questa

mossa

imprevista

ed

innovativa,

piuttosto

sorprendente per gli altri proprietari, probabilmente scosse un
po’

il

mondo

agricolo

tradizionalista

della

Pieve

e

di

Castelnuovo ma procurò al professore e a Raffaello la
soddisfazione di avere la prima vigna di “Sangiovese” in
Garfagnana. A quel tempo, infatti, tutte le altre uve della
vallata erano di varietà antiche e autoctone, molto resistenti
alle malattie e alle avversità climatiche, ma decisamente meno
pregiate e poco o affatto adatte alla vinificazione.
Non dobbiamo dimenticare che mentre creava il suo podere il
professor De Stefani stava scrivendo anche la “Monografia sul
Circondario di Castelnuovo Garfagnana, provincia di Massa
Carrara, per l’inchiesta agraria Jacini”, monografia che valse al
professore un premio di 500 lire e l’onore di entrare col suo
scritto tra i vincitori del concorso per fornire gli elaborati
destinati a formare gli “Atti della Giunta Parlamentare per

- 19 -

l’Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola” nota
anche più sinteticamente come”Inchiesta Agraria” o “Inchiesta
Iacini”, pubblicata a Roma nel 1883 negli atti del Senato,
volume 10, Province di Porto Maurizio, Genova e MassaCarrara (la Garfagnana, già provincia del Ducato di Modena
fino al 1860, con l’annessione al Regno di Sardegna venne
aggregato alla provincia di Massa-Carrara, poi nel 1923
trasferita a quella di Lucca).
La

monografia

di

Carlo

De

Stefani

sull’agricoltura

Circondario

di

nel

Castelnuovo

Garfagnana, scritta con un
rigore

scientifico

dovizia

di

assoluto,

informazioni

e

citazioni metodica delle fonti,
mise

sicuramente

condizioni

il

in

professore

comprendere

di

molto

dell’agricoltura

locale

e

di

quanto di buono veniva fatto
nella conduzione dei terreni e
degli allevamenti, ma anche di conoscere (criticandole tra
l’altro apertamente nella monografia) le pratiche agricole o
zootecniche errate e le inefficienze presenti in vari settori della
filiera agricola, superabili con l’innovazione o con l’adozione di
più corretti sistemi di coltivazione e allevamento. Da buon
economista e statistico qual’era, De Stefani, segnalò anche
l’inesistenza

del

credito

agrario

e

l’inadeguatezza

dell’istruzione agraria, aspetti deleteri per le potenzialità
economico-produttive della valle, additando i politici locali
come responsabili di queste gravi carenze.

- 20 -

È ovvio che avere la possibilità di impiantare un’azienda
agricola

con

scientifiche

un

background

multidisciplinari,

culturale
quale

e

quello

di

conoscenze

posseduto

del

professore, fu un vantaggio. La disponibilità ad innovare e ad
applicare le migliori tecnologie conosciute trasformarono il
Pradaccio di Sopra da un pascolo impervio, acquitrinoso e poco
produttivo, in uno dei migliori poderi della zona. Forse alla
creazione del “podere modello” contribuì anche un gioco delle
parti tra il professore, uomo di scienza, acuto studioso e
curioso osservatore della realtà locale, e gli altri proprietari
terrieri della zona, meno acculturati e molto meno propensi
all’innovazione e all’applicazione di metodi di agricoltura non
codificati nella tradizione. Il De Stefani, probabilmente, volle
dimostrare che si poteva fare di più e di meglio con poche
sistemazioni agrarie e nuove tecniche, ottenendo con queste
migliorie risultati positivi sia nelle coltivazioni che negli
allevamenti.
I

fabbricati

podere
di

del

Pradaccio

Sopra

hanno

mantenuto fino ad
oggi

l’impianto

originario

del

tempo.
Il

professore

abitava la parte est del casale da cui si accedeva direttamente
dal retro e dal piano di campagna. Nella foto sopra è la parte
di casa sulla destra lasciata tuttora a pietra, come era nel
secolo scorso. Il grande casale era ovviamente suddiviso tra
“padrone” e “contadini”, lasciando la parte più ampia a
disposizione della famiglia coltivatrice e il secondo piano quasi

- 21 -

interamente dedicato allo stoccaggio ed essiccazione dei
prodotti agricoli. La casa del professore era composta da due
vani al pian terreno e due al primo piano e non era certamente
una ”villa” nell’accezione del termine, come si legge in alcune
biografie del De Stefani, ma una grande casa di campagna
ottocentesca, adatta ad una famiglia contadina numerosa,
necessaria per la coltivazione del fondo. Presumibilmente Carlo
De Stefani aveva scelto il Pradaccio per le caratteristiche di
“buen retiro” del luogo, che a lui erano necessarie per studiare
e scrivere con tranquillità, poi era vicinissimo ai centri urbani
di

Castelnuovo

e

Pieve

Fosciana,

comodo

alle

vie

di

comunicazione per Pisa e Firenze e alle Alpi Apuane, dove il De
Stefani compiva spesso le sue escursioni per le ricerche
geologiche e paleontologiche. La foto sotto, scattata all’alba
dalla porta di casa, mostra il panorama dal podere verso sud e
le Apuane, con il Gruppo delle Panie in primo piano.

Dopo la morte di Carlo De Stefani la fortuna del podere
Pradaccio di Sopra è stata quella di attraversare indenne i
decenni e i secoli, conservato così com’era, senza divisioni,

- 22 -

smembramenti, nuove costruzioni o utilizzi diversi rispetto
all’originale uso ed impianto agricolo.
Per una serie di coincidenze, poi, il podere è sempre stato di
proprietà, e frequentato, da personaggi di una certa levatura
politico-culturale o con ruoli di spicco. Primo erede del
Pradaccio fu Amalia Luciani, indicata da molti come la figlia
naturale del professore, che era moglie di Andrea Finocchiaro
Aprile, politico siciliano, che ne divenne il nuovo proprietario.
Noto

più

che

altro

come

fondatore

del

Movimento

Indipendentista Siciliano, che tra il 1943 e il 1948 sostenne la
secessione della Sicilia dall’Italia, ad uno studio approfondito
presenta una personalità, e una vicenda personale, molto più
complessa. Apparteneva a una famiglia di politici siciliani e suo
padre, Camillo, era stato deputato e ministro nei governi
Giolitti. Lo stesso Andrea, avvocato e docente universitario di
diritto, fu deputato liberale nel primo dopoguerra, fino al 1924
quando rifiutò di entrare nel listone fascista candidandosi,
senza essere eletto, con l’unione nazionale di Giovanni
Amendola.

Si

ritirò

durante

il

fascismo

a

vita

privata

dedicandosi alla professione di avvocato a Roma ma, alla fine
del 1942, in piena seconda guerra mondiale, lo troviamo a
Palermo dove entra in contatto coi servizi segreti alleati, che
preparavano sbarco e successiva gestione militare alleata del
territorio siciliano. Nel 1943 Andrea Finocchiaro Aprile fonda a
Palermo il Movimento Indipendentista Siciliano, intrattiene
rapporti diretti con generali alleati, presidenti e primi ministri
alleati e sicuramente coi servizi segreti inglesi, per cercare di
fare della Sicilia una nazione indipendente o addirittura
annessa agli USA. Organizza l’ELAS (esercito indipendentista
siciliano) che inizia una vera e propria campagna militare per
la secessione. Arrestato, e confinato per alcuni mesi a Ponza,

- 23 -

viene successivamente eletto sia all’Assemblea Costituente che
nella prima assemblea regionale siciliana col Movimento
Indipendentista Siciliano. Nel 1948, pur avendo diritto alla
nomina a senatore a vita, in quanto parlamentare con tre
legislature alle spalle, vi rinuncia e si candida alle elezioni
politiche con i Movimenti Autonomisti e Federalisti, senza
risultare eletto. Finirà la sua carriera come giudice dell’Alta
Corte per la Regione siciliana, organo costituzionale fino al
1957,

le

cui

funzioni

giuridiche

passarono

alla

Corte

Costituzionale. Personaggio emblematico, Andrea Finocchiaro
Aprile probabilmente, tra il 1942 e il 1946, ebbe un ruolo di
una certa importanza nelle operazioni dell’intelligence angloamericana che tramite lui e la sua rete di contatti coi notabili
siciliani e tramite la mafia si garantirono la possibilità di avere
un eventuale governo amico in Sicilia e nel sud Italia nel caso
che Vittorio Emanuele non decidesse, o non riuscisse, nel suo
intento di lasciare Roma e passare a Sud, riprendendo la
guerra a fianco degli alleati.
Un personaggio controverso ma in ogni caso non comune, con
eventi della vita di un livello particolare.
Andrea Finocchiaro Aprile muore nel 1964 lasciando il podere
alla figlia Giovannella, sposata con un siciliano, Pietro Frasca
Polara

industriale

della

pasta.

Avrà

tre

figli

e

uno

in

particolare, Giorgio, sarà quello che si interesserà di più al
Pradaccio risistemando la parte “padronale” e ristrutturandola
secondo i gusti della moglie svizzera, che volle trasformarne lo
stile avvicinandola un po' ad un rifugio alpino (rivestimenti di
legno alle pareti ecc.) allacciando il telefono, che però veniva
tenuto nella parte di casa dei contadini a disposizione per tutte
le

varie

necessità

del

Pradaccio,

tra

cui

telefonare

al

veterinario che curava gli animali della stalla, che dal 1981 ero

- 24 -

io. Giorgio Frasca Polara svolgeva l’attività di giornalista: oltre
quarant'anni a L'Unità, collaboratore con Radio Rai per le
questioni politico-parlamentari, portavoce della Presidente
della

Camera

Nilde

Iotti

dal

1979

al

1992,

segretario

dell'Associazione Stampa Parlamentare, nonché autore di libri
di successo.
Anche questo proprietario del Pradaccio di Sopra mostra una
spiccata personalità culturale e, una quarantina d’anni fa,
ospitò Nilde Iotti al podere per le sue nozze e il successivo
banchetto campestre, nei prati e nel frutteto retrostanti il
casale. In proposito ho raccolto confidenze di tecnici ed operai
della Comunità Montana che al tempo, per ordine del
presidente dell’Ente, Loris Biagioni che era anche deputato,
vennero ad inghiaiare l’ultimo tratto della strada sterrata di
accesso al Pradaccio, per agevolare il transito delle auto
presidenziali, poco adatte agli sterrati della Garfagnana. La
cosa strana raccontatami è che questo servizio venne ripetuto
più volte, motivato sempre dall’arrivo del presidente della
Camera che invece risulta però sia stata ufficialmente in
Garfagnana solo una volta, quella del matrimonio.
La spiegazione più probabile fornitami è che i soggiorni per
brevi vacanze di Nilde Iotti, nella tranquillità del Pradaccio di
Sopra, probabilmente continuarono in incognito.
I

fratelli

Frasca

Polara

hanno

venduto

il

Pradaccio

–

perfettamente intatto - nel 1999 anno in cui l'ultimo mezzadro
lo ha lasciato (io conoscevo bene podere e contadini essendo
uno dei veterinari libero professionisti che seguivano le stalle
della Garfagnana per la Comunità Montana).
Subentra la famiglia Rossi originaria della Garfagnana, ma
trapiantata da una generazione a Como. Il padre di Mariano, il
nuovo proprietario era, infatti, emigrato dalla Garfagnana in

- 25 -

cerca

di lavoro nel dopoguerra, svolgendo vari mestieri e

riscuotendo alla fine anche un certo successo come industriale.
Il casale subisce un ottimo restauro conservativo che lo
trasforma da vecchia cascina agricola in agriturismo, con
ristorante e camere. Alcuni anni dopo viene aggiunta una
piscina, ben nascosta nel frutteto sovrastante, e recuperato un
rudere di un annesso agricolo ad uso laboratorio per prodotti
tipici, appena dietro il casale. La stalla i Rossi non riuscirono
mai restaurarla secondo i progetti ed è tuttora identica ai
tempi del professore, in cattivo stato, ma intatta.
Il

podere

interruzione

Pradaccio

di

dall’800

Sopra

ad

è

oggi

stato
con

coltivato

attività

senza

principale

l’allevamento di vacche da latte fino al 1999.
Poi la fine del mondo rurale tradizionale toscano - vigeva il
sistema

di

conduzione

a

mezzadria

che

doveva

essere

convertita per legge in affitto - l’inizio del turismo rurale e
dell’agriturismo, le politiche di sostegno alla diversificazione in
agricoltura hanno segnato un cambio epocale che al Pradaccio
è avvenuto senza grossi cambiamenti e senza alterare
sostanzialmente il podere.
Il lavoro principale da qui in avanti diventa il turismo, mentre
le attività agricole più importanti sono orticoltura, produzione
di granturco otto file di Pieve Fosciana e di farro: “prodotti
tipici” trainanti del nuovo corso agricolo della Garfagnana.
Anche il frutteto dove sono conservati alberi di mele di antiche
varietà locali, viene incrementato e certificato con l’iscrizione
tra

i

“Coltivatori

Custodi”.

L’allevamento

diminuisce

numericamente ma resta pur sempre attivo: qualche bovino in
stalla, alcuni suini semibradi, qualche pecora nei recinti e un
asino. L’esperienza del mutamento appare positiva, si crea una
rete

di

clientela,

sia

locale

- 26 -

che

estera,

che

apprezza

soprattutto

il

ristorante,

mentre

il

Bed

&

Breakfast

è

frequentato in particolare da turisti nordeuropei. L’esperienza
dura circa 14 anni poi finisce per mutate esigenze famigliari.
Il Pradaccio di Sopra viene messo in vendita di nuovo, nel
2013

e

passa,

ancora

una

volta

intatto,

alla

nuova

proprietaria: mia moglie!
Cambiamento: da agriturismo Pradaccio di Sopra l’azienda
diventa “Antico podere De Stefani” per rivalutarne anche col
nome la storia e la figura del “Professore”.
I nostri progetti per il futuro?
Tutti da inventare ma sicuramente in un ottica di:
-

mantenimento dell’identità del luogo,

-

qualità nell’attività agricola e zootecnica,

-

qualità nella recettività agrituristica,

-

qualità nella proposta turistica integrata col territorio,

-

l’Antico podere De Stefani come unica entità storicoagricolo-culturale da conservare.

- 27 -

1.3 La figura di Carlo De Stefani
Carlo De Stefani nasce a
Padova (allora nel Veneto
Austro-Ungarico) il 9 maggio
1851. Figlio del Luigi e di
Caterina

Rigon,

presto

si

trasferisce con la famiglia in
Piemonte in quanto il padre,
avvocato e patriota, aveva
attivamente

partecipato

ai

moti del 1848-49; dopo il
1860 e la costituzione del
Regno

d'Italia

la

famiglia

trova definitiva sistemazione in Toscana. Nel 1866 il giovane
Carlo termina gli studi classici a Livorno e viene ammesso al
primo anno del corso di laurea in giurisprudenza presso
l’Università di Pisa. Durante gli studi universitari, però, si
manifesta il suo interesse a tutto campo per le discipline
scientifiche, infatti, oltre alle materie giuridiche, Carlo De
Stefani segue lezioni di economia politica e di metodi statistici
applicati alla valutazione dei fenomeni economici e sociali - di
cui fu un appassionato precursore e divulgatore - nonché di
geologia, materia che sicuramente lo affascina ed interessa più
di ogni altra. A Pisa ha la fortuna di entrare in contatto con
Giuseppe Meneghini, ordinario di geologia e geografia fisica anche lui Padovano - e Paolo Savi: i due fondatori della scuola
geologica pisana e ben presto comincia ad occuparsi di
ricerche in questo settore, scegliendo quale principale campo
di indagine il territorio della Garfagnana e le Alpi Apuane in
particolare. L’incontro fra il giovane De Stefani e il Meneghini

- 28 -

fu senza dubbio decisivo per la sua formazione: a lui, infatti, in
diverse occasioni, manifestò

pubblicamente gratitudine e

venerazione “…per gli insegnamenti che mi impartì e per gli
studi che ho fatto e che a lui unico e solo debbo dopo che a
me...”.
Carlo De Stefani consegue la laurea in giurisprudenza il 27
luglio 1870 e si dedica all’economia politica. Sono, infatti,
alcuni suoi scritti di economia a farlo conoscere nel mondo
accademico e ad introdurlo alla carriera universitaria. A Pisa
viene pubblicata la sua tesi di laurea: Il fondamento del valore
nell'economia politica, dove confuta le teorie proudhoniane e
propone temi vicini alla scuola economica francese ed inglese
con ampi riferimenti a Senior, Bastiat, Say e Mac Culloch, dopo
di che riceve l’incarico di professore in statistica ed economia
politica presso l’Università di Siena. Nella prolusione al suo
primo corso universitario di statistica (che probabilmente fu
anche il primo in Italia) pubblicata nel 1877 col titolo Del
metodo statistico della ricerca del vero, il De Stefani sostiene
che “… unico è il metodo delle scienze fisiche e sociali, essendo
unico il metodo della scienza e della ricerca della verità …”
affermazione che potrebbe essere messa a corollario di tutti i
suoi libri e scritti scientifici, che spaziarono dalla statistica ed
economia, alla

geologia

e

paleontologia, all'esplorazione,

all'archeologia e antropologia, fino alla storia e all'agricoltura.
Temi

tra

i

più

disparati

ma

trattati

tutti

con

grande

competenza, dovizia di documentazione e, in effetti, tutti col
medesimo metodo scientifico.
Ben

presto

l'interesse

per

gli

studi

geologici

prende

completamente il sopravvento, infatti, è del 1878 la sua ultima
pubblicazione d'economia politica, La così detta teoria della
rendita,

dove

De

Stefani,

- 29 -

dimostrando

un’estrema

dimestichezza coi maggiori temi economici dell'ottocento,
confuta la teoria della rendita di David Ricardo negando
l'esistenza della rendita in senso classico, con una visione
vicina alle teorie dell'economista americano Henry Charles
Carey. Da 1879 in avanti il nome di Carlo De Stefani è legato
principalmente alla geologia, suo interesse primario in quanto
già da anni si sta dedicando ad un’esplorazione sistematica
delle Alpi Apuane, sia dal punto di vista geologico che
paleontologico. Le pubblicazioni di geologia si susseguono ad
un ritmo frenetico, come i suoi studi, tanto che gli arriva
richiesta, da parte del Ministero della Pubblica Istruzione, di
effettuare analoghe ricerche geologiche in altre zone d'Italia.
Nasce così la campagna di studi in Calabria che porta alla
pubblicazione della Carta geologica della Calabria meridionale
(Atti della Soc. toscana di scienze naturali 1879-1881), cui
segue nel 1882 una pubblicazione specialistica relativa ai
reperti litologici e paleontologici raccolti in Calabria e donati al
Museo di geologia dell'università di Pisa (Escursione scientifica
nella Calabria, Jejo, Montalto e Capo Vaticano, in Mem. d. R.
Acc. d. Lincei 1884).

Alle escursioni in Calabria del 1878

seguirono esplorazioni in Corsica (1893), nelle isole dell'Egeo
(1894-1895), nella penisola balcanica (1895) ed una serie di
viaggi che continuarono sino alla sua morte.
Quando il Regio Comitato Geologico fece iniziare il rilievo
geologico delle Alpi Apuane Carlo de Stefani pensò seriamente
ad un impiego presso l'Ufficio Geologico, i cui lavori erano
coordinati dal Comitato stesso presieduto dal suo maestro
Meneghini. Il Comitato e l'Ufficio geologico, però, secondo un
decreto del 1873 non potevano assumere geologi naturalisti
ma esclusivamente ispettori del regio corpo delle miniere. Il
rilievo delle Apuane viene perciò affidato a Bernardino Lotti e

- 30 -

Domenico Zaccagna, i quali nelle prime memorie vantano la
"perfezione geometrica" dei propri rilievi indicando gli errori di
dettaglio commessi dal De Stefani nei suoi vari scritti. Il De
Stefani ingaggiò subito una polemica aspra con il Comitato
Geologico e con i colleghi incaricati dello studio delle Apuane:
al primo rimproverava l'ostracismo decretato contro i “geologi
accademici e dilettanti”, e l'inefficacia del metodo topografico e
litologico adottato nei rilievi per la carta geologica del Regno;
ai colleghi contestava l'esattezza di alcune determinazioni
stratigrafiche e lo scarso conto in cui essi tenevano i dati
paleontologici, con grave danno per la corretta datazione dei
terreni e delle rocce toscane. Nella pubblicazione originale
riportata

nella

foto

sotto

il

De

Stefani

rivolgendosi

direttamente al Ministro dell'Agricoltura e del Commercio,
denunciava

la

clandestina
relativa

copia
e

la

distribuzione

di una sua carta delle
Alpi Apuane nonché lo
scarso coinvolgimento
dei

professori

universitari

da

parte

dell'Ufficio Geologico e
la

gestione

efficiente
forniti

poco

dei

per

il

fondi
lavoro,

infine ipotizzava che i
5 milioni stimati per la
realizzazione
carta

non

della
sarebbero

risultati sufficienti, ma che ne saranno occorsi almeno 15.

- 31 -

Lo scontro tra il De Stefani da un lato, ed il Lotti e lo Zaccagna
dall'altro, animò le sedute della Società Toscana di Scienze
Naturali in Pisa negli anni tra il 1879 e il 1882, dove il De
Stefani contrapponeva i propri risultati e quelli ottenuti da altri
geologi, agli errori commessi dai rappresentanti di un apparato
burocratico dotato di mezzi incomparabilmente superiori (La
zona marmifera delle Alpi Apuane secondo gli studi dell'Ufficio
geologico e secondo i miei, in Atti d. Soc. tosc. di sc. nat. …,
Processi verbali, III, 1881-1883, p. 4).
Lotti e Zaccagna a loro volta in Seguito e chiusura, per parte
nostra, della polemica col dott. De Stefani (ibid., p. 79)
sottolineavano le carenze tecniche della geologia italiana,
troppo amante delle teorie e poco propensa ad applicare gli
insegnamenti delle più recenti scoperte mineralogiche e delle
nuove tecniche di analisi litologica.
Il De Stefani, sempre più isolato anche per aver perso
l'appoggio del maestro Meneghini, che era il responsabile
scientifico dei lavori del Lotti e dello Zaccagna, il 12 novembre
1882 si dimette dalla Società Toscana di Scienze Naturali.
Le sue critiche al Comitato vengono invece condivise da
Antonio Stoppani e Torquato Taramelli (geologi e professori
dell’Università di Firenze) nominati membri nel 1879, i quali
con toni e tattica ben più efficaci del De Stefani, avevano
subito sollevato la questione dell'inefficienza e delle cause
istituzionali

che

ritardavano

la

preparazione

della

carta

geologica del Regno. Essi invocavano l'istituzione di un Istituto
geologico indipendente dal Corpo degli ingegneri delle miniere,
diretto da geologi professionisti, o comunque da personale di
chiara fama scientifica (Relazione e progetto di legge per la
Carta geologica del Regno, Firenze 1880).

- 32 -

I loro tentativi di riforma, pur appoggiati da Igino Cocchi - che
era stato il fondatore del Comitato - ottennero un effimero
riconoscimento legislativo, ma nessun risultato concreto, con
grave danno per la carta geologica e la geologia italiana.
La ferma posizione del De Stefani per ottenere la riforma del
Comitato (vedi lettere 21 nov., 26 nov., 23 dic. 1913 in
Università di Firenze, Dip. di Geologia, fasc. Diplomi e
documenti) avrà un risultato definitivo solo molti anni dopo,
quando nel gennaio del 1920 un decreto reale lo nominerà
membro del Comitato completamente rinnovato.
Il ministro dell'Agricoltura scriveva al De Stefani: "… l'indirizzo
è mutato: le Miniere nulla hanno da vedere con la geologia …"
(Arch. De Stefani, lettera 4 genn. 1920, ibid.).
Le vivaci polemiche del 1879-1882 con il Lotti e lo Zaccagna
giovarono alla carriera scientifica e istituzionale di Carlo De
Stefani.
La competizione costrinse i contendenti a nuove esplorazioni e
a rivedere molte conclusioni.
Il Comitato geologico finì per accettare la sostanza delle tesi
sostenute dal De Stefani, e questi accettò di buon grado
alcune delle osservazioni mossigli dai rivali, che divennero
peraltro i migliori rilevatori dell'Ufficio geologico. Il De Stefani
ebbe l’onore di presentare di persona la carta geologica delle
Apuane all'esposizione internazionale di Parigi del 1878 e,
ulteriormente elaborata, al II congresso internazionale di
geologia di Bologna del 1881. La precisione delle complesse
carte geologiche e dei disegni stratigrafici, ovviamente tutti
elaborati

manuali

visti

i

tempi,

sono

elementi

che

contraddistinguono la qualità del rilievo geologico delle Alpi
Apuane.

- 33 -

Di seguito vengono riportati esempi di rilievo stratigrafico e di
mappe, il primo rappresenta il monte Sagro con i tipi di rocce

La mappa riportata sotto, sempre alla zona del monte Sagro, è
un buon esempio della complessità, ma anche della precisione

- 34 -

delle mappe geologiche delle Apuane elaborate da Zaccagna e
Lotti. Risulta strano il fatto che sia stato il De Stefani a
presentare

questi

lavori

a

manifestazioni

di

notevole

importanza quali l’expo di Parigi e il congresso internazionale
di geologia sopra citati; l’unica spiegazione plausibile potrebbe
essere

legata

all’unanime

al

prestigio

riconoscimento

personale
della

del

Professore

correttezza

delle

e

sue

intuizioni scientifiche e del suo metodo ma il vero risultato che
De Stefani ottenne, con il suo rigore e le lunghe polemiche
scientifiche, fu la qualità e la modernità della cartografia
geologica delle Apuane, fatto che pose all’avanguardia il Regio
Ufficio geologico e il Comitato che ne dirigeva i lavori e procurò
una certa fama anche a Lotti e Zaccagna.
Nel frattempo la carriera universitaria di Carlo De Stefani era
decisamente virata verso la geologia in quanto nel 1881 aveva
lasciato l’insegnamento di statistica a Siena per dedicare tutte
le sue energie e il suo tempo agli studi geologici. Nel
settembre del 1881 a Bologna durante i lavori del II°
congresso internazionale di geologia sopra citati, Carlo De
Stefani fu tra i più attivi sostenitori della proposta di Quintino
Sella di fondare la Società geologica italiana. Il 28 settembre
1881, il De Stefani venne nominato membro del comitato
ristretto (Meneghini, Capellini, Sella, De Stefani e Taramelli)
che doveva redigere lo statuto della Società, modellato sul
regolamento della consorella francese.
A partire dal 1883 inizia a frequentare assiduamente il
gabinetto di geologia dell'Istituto di studi superiori di Firenze,
diretto dall’Abate Antonio Stoppani e quando nel 1885 questi
torna a Milano, lasciando libera la cattedra fiorentina di
geologia e geografia fisica, il De Stefani concorre presentando

- 35 -

oltre 100 pubblicazioni, ricevendo l’incarico di professore con il
plauso della commissione.
Nel 1886, poi, per concorso vince anche la cattedra di geologia
a Napoli, che però fa trasferire presso l'ateneo fiorentino.
Dal 1885 sino alla morte è direttore del Museo di geologia e
dell'annessa biblioteca. Il De Stefani oltre che esploratore,
osservatore e geologo pratico è stato un conoscitore profondo
della letteratura geologica europea ed americana, ed è lui ad
arricchire la biblioteca fiorentina e il museo che, grazie alla sua
opera sono, ancor oggi, depositari di fondi librari e reperti di
grande interesse storico e scientifico.
Sanato il dissidio con il Meneghini, nel 1885 Carlo De Stefani
viene rieletto membro della Società Toscana di Scienze
Naturali, anche se ormai preferiva pubblicare i suoi lavori
presso l'Accademia dei Lincei, la Società Geografica e la
Société Géologique de Belgique - di cui era membro e socio
corrispondente. Presidente della Società Geologica nel 1896
1896

e

della

Società

italiana

di

Antropologia,

che

vigorosamente sostenne, per il biennio 1913-1914.
Carlo De Stefani ricopre anche cariche pubbliche, infatti, per
oltre 20 anni rappresenta il Mandamento di Castelnuovo di
Garfagnana al Consiglio provinciale prima di Massa-Carrara,
poi, con il cambio di provincia del 1923, di Lucca; dal 1902 al
1907 è, prima consigliere comunale, poi assessore ai Lavori
pubblici del Comune di Firenze.
Negli ultimi anni della carriera è impegnato a risolvere
questioni di geologia applicata, presiedendo o facendo parte di
diverse commissioni per lo studio delle risorse idriche toscane.
Il 21 febbraio 1920 venne nominato direttore dell'Ufficio di
studi e ricerche di olii minerali per la zona della Toscana,
incarico che tenne sino al gennaio 1922, quando l'Ufficio viene

- 36 -

sciolto (Univ. di Firenze, Dip. di Geol., Arch. De Stefani, lettere
1920-1921).
Al pari di molti colleghi geologi del suo tempo si interessa
anche

all'antropologia

fisica

e

allo

studio

delle

stazioni

preistoriche: dirige lo scavo della grotta preistorica di Equi
Terme, nelle Alpi Apuane, aiutato da Enrico Bercigli, capo
tecnico del Museo geologico di Firenze, collaboratore di tutti i
geologi della scuola fiorentina di allora (La grotta preistorica di
Equi nelle Apuane, in Arch. p. l'antr. e l'etnol., XLVI [1916],
pp. 42-82).
Carlo

De

Stefani

muore a Firenze il
12 novembre 1924.
Il Giornale locale “La
Garfagnana”

così

annunciava la notizia
della sua morte: “…
Una viva e grande
luce si è spenta ma
non

muore

del

Maestro

l’opera
che

frugò nel mistero dei
millenni

custodito

dalla madre terra…”
Il

direttore

giornale,

del

Giuseppe

Bernardini, nel commosso necrologio, dopo aver esaltato il
valore scientifico e umano dello scomparso, ne associava la
figura a quella del poeta Giovanni Pascoli.
Esequie solenni gli furono tributate a Firenze alla presenza del
corpo accademico, e ripetute a Castelnuovo di Garfagnana il

- 37 -

giorno 16, cui parteciparono le massime autorità cittadine e la
popolazione garfagnina si strinse per l’ultima volta attorno al
“Professore” che tanto aveva fatto per la valle e che, secondo i
suoi desideri, fu tumulato nel cimitero di Pieve Fosciana dove
tuttora riposa.
L’epigrafe sulla tomba dettata dal poeta garfagnino Olinto Dini,
cui lo legava una vecchia amicizia, condensa efficacemente la
sua vita:

GEOLOGO DI FAMA UNIVERSALE PER QUARANT’ANNI RAVVIVO’
DI INSUPERABILE LUCE LA CATTEDRA DI FIRENZE DELLA
GARFAGNANA LE ORIGINI SCRUTO’ E LA STORIA VERSATO
NELLE SCIENZE ECONOMICHE NELLE CARICHE PUBBLICHE
ISPIRATO AD IDEALE FERVORE IN QUESTA TERRA CHE AMO’
PIÙ D’ OGNI ALTRA RIPOSA GRANDE E MODESTO COME VISSE

- 38 -

2. Il Turismo Culturale
2.1 Definizione e modelli
Esistono

varie

definizioni

di

Turismo

Culturale.

L'Organizzazione Mondiale per il Turismo delle Nazioni Unite,
nel 1985, ha proposto questa:
Turismo che soddisfa il bisogno umano per la diversità,
tendendo ad accrescere il livello culturale dell’individuo e
comportando nuove conoscenze, esperienze e incontri.
In

letteratura

spicca

questa

definizione,

tratta

dalla

pubblicazione Cultural Tourism and Business Opportunities for
Museums and Heritage Sites - Ted Silberberg - Toronto 1994:
Il turismo culturale appaga, “realizza” il viaggiatore che
compie uno spostamento dalla sua residenza abituale e la
cui motivazione principale - o anche solo parziale - è
l’interesse per gli aspetti storici, scientifici o stili di vita
offerti da una comunità, regione, gruppo o istituzione.
Secondo Silberberg esistono tre tipologie di turista culturale:
I. “motivato dalla cultura”, che seleziona e decide dove
viaggiare o dove andare in vacanza, preparando il
viaggio

in

funzione

della

conoscenza

del

posto

studiandolo prima.
II. “d’ispirazione culturale”, attratto da luoghi di cultura di
grande

prestigio

dell’organizzazione

e

turistico

che

dell’offerta

turistica

escludendo approfondimenti.

- 39 -

si

avvale
di

massa

III. “attratto

anche

dalla

cultura”,

ha

le

più

svariate

motivazioni di viaggio ma cerca e lascia uno spazio per
vedere, conoscere, apprendere.
Quest’ultimo segmento è quello in maggior crescita e di anno
in anno aumenta il numero dei turisti che non trascorrono
tutta la loro vacanza su una spiaggia, o ai bordi di una piscina,
ma si muovono sul territorio per vedere cose interessanti.
Ciò ha generato un forte aumento nella richiesta di mete
turistiche culturali e sta premiando quelle località capaci di
presentare offerte che, oltre la vacanza tradizionale, sono
ricche di "integrazioni culturali".
In pratica, insieme a svago e benessere, in questi luoghi si
offre al turista la possibilità di conoscere qualcosa di bello,
interessante od istruttivo, relativo al territorio in cui si trova,
alla

sua

gente,

alle

tradizioni

locali,

all’ambiente,

all’architettura, all’arte e alla storia. Il Turismo Culturale si sta
trasformando da semplice visita ai luoghi d’arte in una forma
di turismo strettamente legata al patrimonio di beni materiali
ed immateriali presenti in uno specifico territorio, che possono
essere individuati ed elencati analiticamente come:
-

natura,

-

paesaggio,

-

storia,

-

arte,

-

letteratura,

-

architettura,

-

eno-gastronomia,

-

religione,

-

popolazione locale

-

tradizioni e stile di vita.

- 40 -

2.2 Origine del Turismo Culturale
Nell'antichità, a parte l’esperienza dell’impero romano, si
cercava di viaggiare il meno possibile a causa di pericoli
oggettivi, disagi e costi, che erano insormontabili (in pratica
solo chi aveva motivazioni commerciali o politico-militari si
assumeva tali rischi) ed è solo dall’alto medioevo, con l’avvio
dei pellegrinaggi, che possiamo osservare i primi turisti della
storia muoversi sui grandi itinerari: in Europa il pellegrinaggio
Romeo, divenuto poi via Francigena, il Cammino di Santiago di
Compostela e il pellegrinaggio in Terrasanta; in Arabia e nel
mondo musulmano il pellegrinaggio alla Mecca; sull’altopiano
Tibetano il pellegrinaggio a Lahsa, o i giri rituali (Kora) attorno
al monte Kailash, ecc., tutti itinerari oggetto di riscoperta e
rivalutazione negli ultimi anni con nuove attenzioni e nuovo
interesse.
È però il Gran Tour in Italia, dei giovani aristocratici e alto
borghesi del 700 e dell’800, a segnare l’avvento di un concetto
di viaggio turistico “moderno” che non ha più motivazioni
commerciali, politiche o religiose e fa nascere una nuova
categoria: i tour-istes, da cui poi derivano i termini turista e
turismo. Per alcune classi sociali il Gran Tour non è solo un
“obbligo

formativo”

ma

diventa

anche

una

moda,

resa

possibile dalle mutate condizioni economiche del vecchio
continente e dalla nascita di una rete di infrastrutture e servizi
quali: collegamenti organizzati, strade, ospitalità, ecc.
Ma cos’era il Gran Tour?
Era un viaggio di “fine studi” con cui i giovani europei, delle
classi

sociali

più

agiate

e

culturalmente

preparate,

completavano il loro curriculum di preparazione scolastica e

- 41 -

culturale, preparandosi ad essere la nuova classe dirigente
europea.
L’espressione Grand Tour sembra cha sia stata usata per la
prima volta sulla guida The Voyage of Italy di Richard Lassels,
edita nel 1670. Il Gran
Tour aveva il duplice scopo
di

conoscere

in

prima

persona i luoghi della storia
classica e del rinascimento,
dell’arte e della cultura, e
al contempo mettere alla
prova

la

scolastica

preparazione
ricevuta:

nelle

materie umanistiche, nelle lingue, nelle capacità di relazione e
di organizzazione. Il moderno turismo di massa non è altro che
l’estensione a tutte le classi sociali delle abitudini e possibilità
riservate, allora, ai viaggiatori del Gran Tour. La differenza sta
nel fatto che i tour-istes avevano una grande preparazione
classica che usavano per orientarsi nel viaggio di ricerca e
selezionare i loro itinerari, inoltre avevano molto tempo a
disposizione. L’odierno turista ha caratteristiche culturali molto
differenti ed esigenze spesso opposte: in genere è un tecnico
privo di studi classici, si muove molto velocemente ma ha a
disposizione

tempi

enormemente

più

ristretti.

La

forte

commercializzazione del settore turistico ha poi sradicato i
contenuti e gli aspetti più gratificanti di ricerca e scoperta che
muovevano i tour-istes, tanto che oggi con il Turismo Culturale
le stesse organizzazioni del turismo di massa tentano di
recuperare

molti

dei

vecchi

contenuti

esperienziali

caratterizzavano i viaggi culturali dei tour-istes.

- 42 -

che

2.3 Analisi delle potenzialità del Turismo Culturale
In diverse università oggi si tengono corsi e master dedicati al
turismo per formare nuovi operatori, con preparazione tecnica
e culturale adeguata. Esiste però il rischio concreto che
l'interesse per il segmento del Turismo Culturale possa essere
solo una nuova ed effimera “moda”. Non esistono certificazioni
o strumenti specifici per essere inseriti nei circuiti di Turismo
Culturale ma è il turista stesso a selezionare l’offerta in base ai
contenuti e alle sue aspettative di Turismo Culturale e, in
sostanza, ciò può anche voler dire andare a visitare un luogo
vicino ma ricco di storia, oppure cercare territori non famosi e
rimasti ai margini della notorietà turistica ma in cui la cultura
locale ha una dimensione "diffusa".
Molte

realtà

presentano

periferiche
questi

dell’Italia

interessanti

cosiddetta

"patrimoni

“minore”

materiali

e

immateriali diffusi”, poco noti ed affatto valorizzati, che il
binomio turismo-cultura può contribuire a non disperdere e
mantenere,

facendoli

scoprire

e

valorizzandoli

in

chiave

turistica. Per far ciò è necessario, però, un “attrattore
culturale” adatto a promuovere il territorio e il suo patrimonio
che deve comprendere tutte le eccellenze presenti in loco:

Il

-

ambientali,

-

culturali,

-

umane,

-

produttive.

concetto

di

territorio

deve

essere

il

più

ampio

e

omnicomprensivo, va immaginato come un contenitore che
racchiude non solo i beni culturali in senso stretto ma tutti i
beni ambientali, i beni paesaggistici, i beni storici, la cultura
locale, le tradizioni, le produzioni artigianali tradizionali,
l’agroalimentare, l’escursionismo ed altro ancora, in una logica

- 43 -

di integrazione e interconnessione. In quest’ottica il prodotto
trainante o l’attrattore culturale può essere il più disparato,
purché sia sempre peculiare e specifico del territorio.
Un luogo potrà presentare come “attrattore” la sua produzione
eno-gastronomica, un altro il paesaggio, un altro ancora un
luogo di culto con le tradizioni popolari collegate, oppure un
castello e la sua storia, una particolare filiera produttiva, ecc.
I turisti che, consciamente od inconsciamente, sono alla
ricerca di un turismo “intelligente” e “diverso”, qui identificato
col Turismo Culturale, nel passato cominciavano a muoversi
verso un territorio per i suoi beni culturali o storico-artistici in
senso stretto, oggi sono invece più attratti da luoghi che
presentano un patrimonio immateriale diffuso che comprende:
-

qualità ambientale,

-

paesaggio,

-

cucina locale

-

prodotti agroalimentari di nicchia,

-

possibilità di escursioni.

-

tradizione,

-

folklore,

-

spettacoli,

-

benessere.

Un territorio se vuole presentarsi come meta per il Turismo
Culturale deve riuscire a parlare al turista della sua storia e
della cultura delle sue comunità, tanto più quanto il territorio
stesso è intessuto di opere e di culture ed identità locali che lo
possono rendere attraente.
In definitiva oggi il turista cerca un mix di elementi attrattivi,
piuttosto che un attrattore singolo, e sempre più spesso, una
volta individuato un luogo, lo frequenta a lungo, e ritorna.
Questo è un turista che non solo si ferma, ma compera,

- 44 -

consuma beni e servizi e non solo nell’ambito strettamente
culturale in quanto si stima che la spesa media giornaliera del
turismo culturale sia doppia rispetto al turismo ordinario.
Non è più il turismo “del vedere”, ma piuttosto è il turismo
“esperienziale” dell’esserci e del fare, e per questo scoprire e
capire è sempre più necessaria una guida o la mediazione della
popolazione locale.
Il Turismo Culturale di scoperta e interpretazione del territorio
e dei suoi beni materiali ed immateriali - per ricavarne quelle
emozioni che nascono solo dal trovarsi in certi luoghi, in certi
momenti e in certe situazioni - è in definitiva un procedimento
per creare empatia coi siti e con la popolazione locale.
È questo che il turista culturale sostanzialmente ricerca, e che
tende

a

replicare

nel

tempo,

dopo

aver

raggiunto

consciamente o inconsciamente un livello di gratificazione tale
da appagarlo e far ritenere positiva la sua esperienza.
La tabella sotto pone in relazione diretta caratteristiche,
aspettative e consumi di tre tipologie di turismo attento alla
cultura, che evidenzia l’evoluzione da prodotto di consumo a
esperienza da vivere.

Tipologia
di turista
Turista del
patrimonio

Focus
temporale

Focus culturale
principale

principale
Passato

Principale
tipologia
consumata

Cultura “alta”
e folklore

Prodotti

Turismo

Passato e

Cultura “alta”

intelligente

presente

e cultura popolare processi

Passato,

Cultura “alta”,

presente e

popolare e di

futuro

massa

Turismo
culturale

- 45 -

Prodotti e

Esperienze

2.4 Progettare Turismo Culturale
Il modello ottimale di utilizzo economico di un territorio, che
dispone

di

progettare

valori

materiali

un’offerta

ed

turistica

immateriali

di

pregio, è

innovativa,

basata

sulla

conoscenza dettagliata dei luoghi e la valorizzazione di tutte le
eccellenze diffuse e che abbia la capacità di attrarre visitatori.
Il territorio, in tal modo, diventa “il patrimonio” capace di
innescare auto-sviluppo economico e socio-culturale nelle
comunità locali, soprattutto di quelle rimaste ai margini dello
sviluppo della propria regione.
Questa visione sottintende che gli enti territoriali e gli
operatori turistici e culturali si pongano un obiettivo comune e
condiviso, a cui devono seguire progetti e programmi in
comune, che tengano conto di tutta la filiera produttiva messa
in moto dal progetto, sia come valorizzazione che come servizi
per la fruizione vera e propria.
Identificare un percorso di Turismo Culturale perciò significa
identificare attività – esistenti o da formare – per arrivare ad
un’organizzazione dei servizi strutturata prima sulle necessità
della comunità locale poi dei potenziali turisti, nell’ottica di una
fruizione sostenibile dei beni materiali ed immateriali del
territorio. I servizi essenziali necessari possono essere:
-

trasporto di persone sul territorio,

-

ospitalità,

-

svago,

-

consumi,

-

attività indoor,

-

attività outdoor,

-

guide,

- 46 -

-

informazioni,

-

spettacoli,

-

ecc.

Turismo Culturale è in sintesi il coordinamento di tutti i valori
di un territorio con l’obiettivo di rendere il territorio attraente
per una fruizione turistica e contemporaneamente conservare
l’identità locale, accrescere la qualità di vita e il benessere dei
residenti.
Un buon progetto di valorizzazione deve comprendere un
sistema di beni ed attività culturali in termini di rete territoriale
di luoghi e di itinerari ed un parallelo sistema per la fruizione
in termini di servizi logistici e funzionali. Tappa fondamentale
di questo processo è la presa di coscienza da parte dei
residenti della specificità dei valori dei propri luoghi e della
propria identità culturale, raggiungendo consapevolezza:
-

dei luoghi della memoria personale;

-

dei luoghi della memoria della comunità;

-

del territorio su cui “costruire esperienze” per altri.

Il turismo in generale, e il Turismo Culturale in particolare,
necessitano però di professionisti a livello di sistema ed a
livello di progettualità, in primis Project Manager, ma anche
progettisti di siti internet, di interventi infrastrutturali e così
via.

Tutte

queste

attività

presuppongono

un

percorso

formativo che sia in grado di preparare specialisti che possano
affrontare con competenza e professionalità compiti integrati
nell’ambito della progettazione.

- 47 -

2.5 Buone pratiche e esempi
2.5.1. Il modello Albergo Diffuso
Un Albergo Diffuso è sostanzialmente due cose:
- un sistema originale di fare ospitalità,
- un modello di sviluppo turistico
sostenibile del territorio.
In estrema sintesi si tratta di una proposta
turistica che offre agli ospiti l’esperienza di
vita di un centro storico o di un luogo, o
territorio, usufruendo in siti diversi dei
servizi decentrati per:
-

accoglienza,

-

assistenza,

-

ristorazione,

-

spazi e servizi comuni,

-

alloggio.

L’Albergo Diffuso è anche un modello di sviluppo del territorio
che non crea impatto ambientale in quanto per crearlo non è
necessario costruire niente, basta recuperare, ristrutturare, e
mettere in rete quello che esiste già.

Inoltre l’Albergo Diffuso rianima i centri storici, stimola
iniziative e coinvolge i produttori locali considerati tutti partner

- 48 -

di un’offerta che, basandosi su: autenticità, delocalizzazione
spaziale e presenza di una comunità di residenti più che un
semplice soggiorno propone uno stile di vita e, per questo
motivo, un vero Albergo Diffuso non dovrebbe poter nascere
ed

esistere

in

borghi

totalmente

abbandonati.

Altra

caratteristica è che offrendo una vacanza “diversa” più
assimilabile a uno stile di vita che alla vista ad un “luogo”, è
molto indipendente dalla stagione e dal clima. L’Albergo
Diffuso perciò avrà queste caratteristiche:
-

fortemente destagionalizzato,

-

generatore di indotto economico,

-

catalizzatore di reti locali,

-

antidoto allo spopolamento del territorio.

Il termine “albergo diffuso” ha origine in Carnia all’interno di
un gruppo di lavoro che aveva l’obiettivo di recuperare
turisticamente

case

e

borghi

ristrutturati

a

seguito

del

terremoto degli anni ‘70, ed è stato normato in modo formale
per la prima volta in Sardegna nel 1998. Al momento esistono
circa 40 strutture di Albergo Diffuso in Italia.
Nel 2008 l’idea dell’albergo diffuso è stata premiata a
Budapest in occasione del Convegno Helping new talents to
grow come migliore pratica di crescita economica da trasferire
nei paesi in sviluppo e a questo premio hanno fatto seguito
altri riconoscimenti come il WTM Global Award, assegnato a
Londra nel 2010 all’Associazione nazionale Alberghi diffusi per
aver inventato un turismo in località fuori dalle rotte consuete,
proponendo un contatto con piccole comunità di aree rurali.
Il primo documento che parla di Albergo Diffuso è il progetto
pilota post terremoto per Borgo Maranzanis di Comeglians
(UD), dell’architetto Carlo Toson, 1982, basato su un'idea di
Leonardo Zanier, poeta e scrittore. La prima esperienza di

- 49 -


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