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Focus n 38 19 novembre 2014 .pdf



Nome del file originale: Focus_n_38_19_novembre_2014.pdf
Titolo:
Autore: Banca Nazionale del Lavoro

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Banca Nazionale del Lavoro
Gruppo BNP Paribas
Via Vittorio Veneto 119
00187 Roma
Autorizzazione del Tribunale
di Roma n. 159/2002
del 9/4/2002
Le opinioni espresse
non impegnano la
responsabilità
della banca.

Dinamica del processo di deterioramento
dei prestiti alle imprese
12,0
tasso deterioramento totale

tasso decadimento

10,0
8,0
6,0
4,0
2,0
0,0

Fonte: Banca d’Italia, Rapporto di stabilità finanziaria, 2/2014
[Tasso deterioramento totale: rapporto percentuale tra nuovi
prestiti deteriorati e prestiti non deteriorati all’inizio del periodo;
Tasso decadimento: rapporto percentuale tra nuovi prestiti in
sofferenza e prestiti non in sofferenza all’inizio del periodo]

38
19 novembre
2014
Direttore responsabile:
Giovanni Ajassa
tel. 0647028414
giovanni.ajassa@bnlmail.com

Per le PMI italiane si intravede l’attenuazione di alcune dinamiche sfavorevoli, ma non
ancora la luce di una vera ripresa. La dinamica dei prestiti alle società non finanziarie
risulta meno negativa di quanto registrato nei mesi a cavallo tra 2013 e 2014. Ma la
flessione di settembre (-3,6% a/a) è la ventottesima consecutiva. Il processo di
deterioramento del portafoglio prestiti alle imprese continua a sperimentare una (lenta)
attenuazione, andamento coerente con la diminuzione delle chiusure aziendali, la
prima dal 2008. Lo scenario favorevole della raccolta bancaria si sta traducendo in una
visibile riduzione dei tassi d’interesse
La crisi apertasi nel 2008 ha messo a dura prova il sistema delle imprese italiane: è
diminuito il numero delle nuove imprese; è scesa di 8,5 punti la percentuale di quelle
che arrivano a superare i tre anni di vita; è stato cancellato un quinto circa delle PMI
attive nel 2007. Si registra però anche una significativa crescita del patrimonio netto, in
parte frutto di un intervento legislativo
Sulle prospettive delle PMI italiane due fattori possono giocare un ruolo importante. Il
primo è il processo di rimborso dei debiti della Pubblica Amministrazione. Il
secondo è invece rappresentato da un più deciso decollo del mercato dei mini-bond.

19 novembre 2014

Le PMI in un difficile purgatorio
S. Carletti  06-47028440 – silvano.carletti@bnlmail.com
La debolezza degli investimenti è in questi anni problema comune a tutti i
principali paesi europei. Tra le molte cause all’origine del fenomeno non ultima è
la condizione non brillante delle imprese.
In Italia si intravede l’attenuazione di alcune dinamiche sfavorevoli, non ancora
delle vere luci. La dinamica dei prestiti alle società non finanziarie risulta meno
negativa di quanto registrato nei mesi a cavallo tra 2013 e 2014. Ma la flessione
di settembre (-3,6% a/a) è la ventottesima consecutiva. Di analoga lunghezza è la
sequenza negativa rilevabile per l’intera eurozona. Il processo di deterioramento
del portafoglio prestiti alle imprese continua a sperimentare una (lenta)
attenuazione, andamento coerente con la diminuzione delle chiusure aziendali, la
prima dal 2008. Lo scenario favorevole della raccolta bancaria si sta traducendo
in una visibile riduzione dei tassi d’interesse.
La crisi apertasi nel 2008 ha messo a dura prova il sistema delle imprese italiane:
è diminuito il numero delle nuove imprese; è scesa di 8,5 punti la percentuale di
quelle che arrivano a superare i tre anni di vita; è stato cancellato un quinto circa
delle PMI attive nel 2007. Tra le non frequenti indicazioni di segno positivo da
segnalare la significativa crescita del patrimonio netto (+31,7% tra il 2007 e il
2013) dovuta sia all’impegno degli azionisti sia ad un intervento legislativo.
Sulle prospettive delle PMI italiane due fattori possono giocare un ruolo
importante. Il primo è il processo di rimborso dei debiti della Pubblica
Amministrazione. Se le strutture periferiche dello stato riuscissero a trasformare
in effettivi rimborsi tutte le risorse già messe a loro disposizione ne
deriverebbero ampi effetti positivi per le imprese, come l’esperienza del recente
passato ha dimostrato.
Un secondo sostegno alle imprese italiane può venire dal mercato dei mini-bond.
Il mercato sta crescendo, sta uscendo dalla fase più iniziale (finora 80 emissioni
per un controvalore di poco inferiore a 4,5 miliardi) ma presenta anche aspetti di
evidente fragilità.
La debolezza degli investimenti
L’Italia si avvia a chiudere il 2014 con un risultato economico nuovamente negativo:
cinque degli ultimi sette anni sono stati di recessione. L’indebolimento della crescita
dell’area euro evidenziata anche dall’ultimo rapporto di previsione della Commissione
Europea 1 rende inoltre più difficile lo scenario futuro del nostro Paese. Nel prossimo
anno la dinamica economica dell’eurozona dovrebbe fermarsi al +1,1% (+1,7% nella
previsione di primavera), quella italiana risultare solo debolmente positiva (+0,6%, la
metà di quanto ipotizzato sei mesi fa).
La crisi continua ad esprimersi nel nostro Paese con un’intensità ben maggiore rispetto
ai principali partner europei, che da tempo (Germania e Francia) o più recentemente
(Regno Unito) hanno recuperato i livelli del Pil pre-crisi. L’Italia è invece circa 10 punti
percentuali al di sotto del dato di sei anni fa. In occasione degli altri due periodi di
grave difficoltà sperimentati dal nostro Paese negli ultimi sessanta anni (la crisi
petrolifera del 1974 e la crisi della lira con l’uscita dallo SME nel 1992) il recupero fu
molto più rapido: sei anni dopo l’inizio della crisi, infatti, il Pil risultava, rispettivamente,
superiore di 25 e 8 punti percentuali.
1

Commissione Europea, European Economic Forecast, Autumn 2014.

2

19 novembre 2014

La debolezza degli investimenti è in questi anni circostanza comune a tutti i principali
paesi europei. Nel confronto con la prima parte del 2008 la flessione di questo
aggregato si avvicina al 30% in Italia, si ferma sotto il 10% in Francia; in Germania si
registra una crescita ma comunque molto limitata. Al netto delle costruzioni, le
differenze tra Germania e Francia si riducono notevolmente mentre al contrario cresce
il ritardo dell’Italia.
Questa insoddisfacente dinamica degli investimenti viene valutata in modo
parzialmente diverso dalle principali istituzioni internazionali. Nella sua relazione
annuale la Bri (Banca dei Regolamenti Internazionali) indica alcune circostanze (tra
loro spesso legate) all’origine della più debole propensione ad investire rilevata nei
paesi avanzati: una ricomposizione del prodotto a scapito del settore manifatturiero e a
favore di quello dei servizi (caratterizzato da un uso meno intenso di capitale rispetto al
primo); una ricomposizione geografica, con una flessione degli investimenti nelle
economie avanzate e una crescita nei paesi emergenti. Ne deriva nei paesi sviluppati
una diminuzione della quota degli investimenti sul Pil, tendenza emersa già prima della
crisi del 2008-09. La Bri aggiunge, tuttavia, che il fenomeno potrebbe essere
sovrastimato per effetto di una flessione dei prezzi relativi del capitale produttivo. In
definitiva, quindi, secondo la Bri il ridimensionamento degli investimenti nei paesi
avanzati è in larga misura un fenomeno irreversibile.
Anche per la Commissione Europea la caduta degli investimenti ha una natura
strutturale ma confinabile a questa fase storica e quindi superabile seppure in una
prospettiva di medio-lungo termine. La prima evidenza richiamata dalla Ce è che gli
investimenti sono crollati nei paesi europei più vulnerabili ma si sono indeboliti anche
nei paesi Ue più forti. In secondo luogo, lo sforzo del settore privato (imprese e
famiglie) per ridurre l’eccessivo indebitamento (deleveraging) indebolisce la
propensione ad investire. Per una parte, infine, il fenomeno ha un carattere virtuoso
perché realizza una migliore ricomposizione degli investimenti dopo la crescita distorta
registrata negli anni precedenti la crisi quando ad essere premiati non furono i settori
più produttivi ma piuttosto quelli con la redditività più alta (oltre a quello dell’edilizia
residenziale anche altre articolazioni del terziario).
La condizione delle imprese in un’ottica congiunturale
La debolezza degli investimenti è evidentemente anche il riflesso della condizione non
brillante delle imprese. Secondo le statistiche dell'eurosistema, i prestiti alle società
non finanziarie hanno registrato nel settembre scorso in Italia la ventottesima flessione
consecutiva (-3,6% a/a), seppure più contenuta di quella registrata nel bimestre
precedente (-4,1%). Il corrispondente dato per l’area euro è ugualmente negativo (-2%
a/a) e analoga è la lunghezza della sequenza negativa. Francia e Germania sono tra i
sette paesi dell’eurozona che registrano una dinamica positiva. 2
La più recente indagine sull’andamento del credito condotta dalla Bce segnala per
l’insieme dell’eurozona una positiva domanda di prestiti da parte delle imprese
riconducibile tuttavia ad “altre esigenze di finanziamento” (fusioni e acquisizioni,
ristrutturazioni del debito) a fronte di una domanda per finanziamento di investimenti
nuovamente in flessione; non diverso il capitolo Italia della stessa indagine ove gli unici

2

Le statistiche dell’eurosistema prendono in considerazione i prestiti ai residenti nell’intera area euro,
senza operare correzioni per tener conto dei prestiti cartolarizzati. In Moneta e Banche, la pubblicazione
della Banca d’Italia, si considerano invece i prestiti alla sola clientela residente in Italia e si escludono i
prestiti oggetto di cartolarizzazione: la tendenza delle due serie è simile ma l’entità delle variazioni
leggermente diversa (a settembre -3,3% a/a, -3,8% il mese precedente).

3

19 novembre 2014

fattori propulsivi della domanda di prestiti sono le operazioni di ristrutturazione del
debito e il finanziamento delle scorte e del capitale circolante 3.
La riduzione dei prestiti alle imprese, pur ininterrotta, è in Italia visibilmente meno
intensa di quanto registrato a inizio anno (-5,4% nel semestre a cavallo tra 2013 e
2014). Potrebbe essere questo un primo riflesso del lento attenuarsi del processo di
deterioramento del portafoglio prestiti alle imprese. Il tasso annuo di decadimento,
dopo aver raggiunto il 4,8% nel terzo trimestre del 2013, è sceso all’attuale 4,1%
(giugno 2014), livello comunque ancora storicamente molto elevato. Se si guarda alla
dimensione del flusso di nuove sofferenze si percepisce la permanente gravità del
problema: nei quattro trimestri terminanti a giugno 2014 le nuove sofferenze generate
dalle imprese sono ammontate a quasi 13,5 miliardi (+1,6 miliardi rispetto al
corrispondente dato 2013). Il fenomeno sembra entrato in una fase di
ridimensionamento nel caso delle imprese industriali (2,3 mld a giugno 2014 rispetto ai
2,6 mld rilevati a giugno 2013) mentre è ancora in crescita per le imprese di
costruzione (4,4 mld rispetto ai precedenti 3,9 mld) e per quelle di servizi (a 6,6 mld da
5,1 mld). Considerando anche le altre forme di irregolarità, la consistenza dei crediti
problematici riconducibili alle società non finanziarie italiane ha raggiunto a metà 2014 i
205 miliardi (116 mld sofferenze, 78 mld incagli, 10 mld prestiti scaduti o sconfinanti).
Dinamica del processo di deterioramento
dei prestiti alle imprese
12,0
tasso deterioramento totale

tasso decadimento

10,0
8,0
6,0
4,0
2,0
0,0

Fonte: Banca d’Italia, Rapporto di stabilità finanziaria, 2/2014
[Tasso deterioramento totale: rapporto percentuale tra nuovi
prestiti deteriorati e prestiti non deteriorati all’inizio del periodo;
Tasso decadimento: rapporto percentuale tra nuovi prestiti in
sofferenza e prestiti non in sofferenza all’inizio del periodo]

La contenuta attenuazione del processo di deterioramento del portafoglio prestiti alle
imprese è coerente con le informazioni raccolte dal Cerved: nei primi sei mesi del 2014
il numero delle chiusure aziendali (42 mila) è risultato del 6,9% inferiore rispetto allo
stesso periodo del 2013, il primo calo dal 2008. Aumentano i fallimenti, diminuiscono le
procedure non fallimentari (soprattutto per effetto dei correttivi legislativi alla procedura
dei concordati in bianco) e le liquidazioni volontarie (sotto il profilo numerico la
componente più numerosa dell’aggregato).

3

Bce, indagine sul credito bancario nell’area euro. 3° trimestre del 2014 e prospettive per il 4° trimestre.

4

19 novembre 2014

Lo scenario favorevole della raccolta bancaria si sta traducendo in una consistente
riduzione dei tassi d’interesse: quelli applicati alle nuove operazioni fino a 1 milione di
euro risultano a settembre 2014 inferiori di 71 centesimi rispetto ad un anno prima (a
3,60%); per i nuovi finanziamenti di importo superiore a 1 milione di euro la flessione è
di 55 centesimi (a 2,43%). Il “vantaggio” dei prenditori di maggiore importo si è quindi
ridotto a 117 punti base (era 133 pb un anno prima). Anche i nuovi prestiti fino a
250mila euro beneficiano del trend al ribasso (-70 centesimi rispetto ad un anno prima)
rimanendo comunque ancora al di sopra del 4,1%.
Diversamente dal passato, la riduzione dello stock dei prestiti si è accompagnata negli
ultimi mesi ad un più debole ricorso al mercato obbligazionario: dopo sette trimestri di
raccolta netta positiva, tra aprile e giugno le imprese italiane sono tornate a effettuare
rimborsi netti di obbligazioni (per 1,6 miliardi), tendenza che sembrerebbe confermata
anche nel successivo trimestre. Si allunga però ulteriormente l’elenco dei nuovi
emittenti.
Analogamente a quanto avviene negli altri principali paesi europei, le imprese italiane
continuano ad accumulare liquidità: rispetto a dodici mesi prima lo stock dei loro
depositi bancari risultava ad agosto 2014 incrementato del 6,9% (+14 mld, a 213
miliardi), +6,8% per l’insieme dell’eurozona, +9,1% in Francia, +5% in Germania. Se si
guarda invece all’ultimo biennio la crescita in Italia (+21%) si presenta più intensa di
quanto rilevabile negli altri principali paesi dell’eurozona (+18,2% in Francia, +8,3% in
Germania). Questa crescita dei depositi non coinvolge le imprese nella stessa misura,
concentrandosi nelle imprese di medie e soprattutto grande dimensione.
Nell’insieme quindi la condizione congiunturale delle imprese italiane propone se non
vere luci almeno l’attenuazione di alcune dinamiche sfavorevoli.
Consuntivo di sei anni di crisi
La crisi apertasi nel 2008 ha messo a dura prova il sistema delle imprese italiane. In
occasione di un convegno organizzato recentemente dal Cerved (Osservitalia 2014,
Milano 29 ottobre) sono state presentate alcune ricerche che forniscono importanti
indicazioni in proposito. Le informazioni elaborate sono state tratte dai bilanci di quasi
144mila società di capitale, delle quali 119mila piccole e 25mila medie (definizione
della Commissione Europea 4). Nell’insieme queste PMI realizzano 851mld di fatturato,
un valore aggiunto di 183mld, hanno 3,9 milioni di addetti e hanno contratto 271mld di
debiti finanziari.
Tra il 2008 e il 2013 l’esposizione finanziaria complessiva di queste PMI è rimasta
invariata (+0,3%). Il debito bancario è aumentato per le imprese classificate nella parte
alta della scala del rating (+9,1%, area sicurezza e solvibilità) e in minor misura per
quelle posizionate a livello intermedio (+3%, area vulnerabilità); è invece fortemente
diminuito (-9,9%) per imprese nell’area a rischio. Le imprese hanno adottato criteri di
selezione delle controparti anche più severi di quelli delle banche. Se si guarda
l’andamento del credito commerciale tra il 2012 e 2013 si rileva, infatti, che a fronte di
una contrazione media del 2,7%, i fidi commerciali aumentano (+4,5%) per le imprese
con il rating massimo (area sicurezza) mentre si contraggono sensibilmente per il resto
delle società (-16% per le imprese inserite nell’area rischio).

4

Impresa di piccola dimensione: tra 10 e 50 dipendenti, fatturato tra 2 e 10 milioni di euro, attivo di bilancio
tra 2 e 10. Impresa di media dimensione: tra 50 e 250 dipendenti, fatturato tra 10 e 50 milioni di euro,
attivo di bilancio tra 10 e 43 milioni. La classificazione dell’impresa dipende dal numero degli addetti, che
deve combinarsi con almeno uno degli altri due criteri.

5

19 novembre 2014

La crisi ha avuto ricadute significative sulla natalità delle imprese: è diminuito il numero
delle nuove imprese mentre la percentuale di quelle arrivate a superare i tre anni di vita
è scesa di 8,5 punti (dal 56,8% del 2007 al 48,3% del 2012). Non meno importante
l’impatto sulle imprese già esistenti: un quinto circa delle PMI attive nel 2007 risulta a
fine giugno 2014 esclusa dal mercato (fallimento, procedura concorsuale non
fallimentare, liquidazione volontaria). Una parte non trascurabile di queste imprese era
già in difficoltà nel periodo pre-crisi ma la forte riduzione dei margini (MOL) tra il 2007 e
il 2013 ha fortemente contribuito: in termini cumulati, -37,5% per le piccole imprese,
-26,6% per le medie, -53,8% per le imprese di costruzione, -31,1% per imprese
operanti nel comparto industriale.
Tra le altre informazioni fornite dalla ricerca ne vanno segnalate due di segno positivo.
La prima riguarda la crescita del patrimonio netto: +31,7% tra il 2007 e il 2013, 13 punti
percentuali in più rispetto alle imprese grandi. Oltre che agli azionisti, questo risultato si
deve (poco meno di metà dell’aumento complessivo) ad un provvedimento legislativo
del 2008 5. Nel maggio scorso il governatore Visco aveva segnalato che nel biennio
2012-13 quasi il 40% delle aziende con più di 20 addetti aveva aumentato il patrimonio
netto. La seconda informazione di segno positivo (in parte riflesso della precedente) è
che il rapporto tra debiti finanziari e capitale netto risulta sceso al di sotto del 100%.
Nell’arco dei sei anni la flessione del rapporto, comunque ampia (25 punti percentuali
in media) è più rilevante per le medie imprese (-28 pp) che non per le piccole (-20 pp).
Rimborso debiti PA
Sulle prospettive delle PMI italiane due fattori possono giocare un ruolo importante: il
primo, più nell’immediato, è individuabile nel processo di rimborso dei debiti della
Pubblica Amministrazione, il secondo è quello dello sviluppo del mercato dei cosiddetti
mini-bond.
Secondo un recente comunicato del MEF, alla fine dello scorso ottobre 40,1 miliardi
risultavano essere stati messi a disposizione degli enti pubblici debitori e 32,5 miliardi
effettivamente pagati ai creditori. Secondo il MEF nell’arco “delle prossime settimane” il
problema del cosiddetto debito patologico potrebbe essere risolto.
Il percorso che porta a questa conclusione è il seguente. Non esiste un censimento dei
debiti commerciali delle amministrazioni pubbliche. La Banca d’Italia li ha stimati in 91
miliardi a fine 2012 e a 75 miliardi a fine 2013. Il piano messo a punto nel 2013 aveva
l’obiettivo di smaltire il cosiddetto debito patologico, il debito commerciale accumulato
fino a tutto il 2012, scadenza poi estesa al 2013. Per essere pagato il debito deve
essere contemporaneamente certo (non controverso nella sua esistenza, e quindi non
contestato), liquido (ammontare determinato o facilmente determinabile), esigibile
(termine di pagamento scaduto). Secondo le stime sul totale del debito della PA poco
più della metà è esigibile. Ne consegue che a questo punto la messa a disposizione di
ulteriori 5 miliardi in aggiunta ai 40 miliardi già erogati coprirebbe l’ammontare del
debito rimborsabile.
La previsione del MEF ha implicazioni decisamente positive. Se tradotta in realtà
significherebbe che in un contenuto arco di tempo le imprese potrebbero accrescere le
loro disponibilità liquide di 12-13 miliardi (45 – 32,5 miliardi), con un ulteriore
sostanziale passo avanti sulla via della normalizzazione dei pagamenti e una più
favorevole condizione per l’avvio di programmi d’investimento. Da un’inchiesta
realizzata nel 2013 era emerso che i rimborsi incassati avevano consentito
prevalentemente il pagamento di debiti in essere e in misura residuale l’avvio di
5

Decreto legge 29 novembre 2008, n. 185 - Rivalutazione dei beni d’impresa.

6

19 novembre 2014

progetti d’investimento. L’esperienza dei mesi finali del 2013 ha dimostrato quanto
rilevanti possano essere le ricadute della messa a disposizione di un significativo
flusso di risorse, così come il rallentamento nei rimborsi osservato nella prima parte del
2014 ha avuto visibili effetti sfavorevoli.
Nello sviluppo di questo tema l’uso del condizionale è d’obbligo. La predisposizione
degli stanziamenti (ad oggi 57 miliardi) e l’inoltro delle risorse agli enti debitori (40,1
miliardi) non sono le uniche condizioni rilevanti per la soluzione del problema. La
distanza (quasi 8 miliardi) tra pagamenti effettivi e risorse a disposizione degli enti
debitori mette in evidenza che spesso esistono circostanze che rendono difficile il
completamento del percorso. Se nel caso dell’amministrazione centrale e delle regioni
il rapporto tra risorse a disposizione e pagamenti effettuati ai creditori si posiziona ad
un non brillante 82-86%, nel caso di province e comuni (titolari di circa il 30% del
problema) si scende a meno del 70%, peraltro con un continuo e vistoso arretramento
(81% a luglio, 77% a settembre).
Secondo il MEF “negli ultimi mesi le somme messe a disposizione degli enti vengono
da questi richieste e assorbite più lentamente, presumibilmente perché la quota
maggiore di debito patologico è stata rimossa”. Nel caso delle Regioni, titolari del 54%
dei fondi messi a disposizione si evidenzia invece che “rallentano l’assorbimento di
risorse in alcuni casi perché hanno raggiunto le soglie previste dal patto di stabilità
interno, oppure per problemi di contabilizzazione dei finanziamenti nei bilanci e in
alcuni casi perché non riescono a predisporre piani di pagamento dettagliati”.
Le imprese comunque hanno avuto anche la possibilità di cedere il proprio credito agli
intermediari finanziari a condizioni concordate e vantaggiose grazie alla garanzia dello
Stato (decreto legge 66/2014). Per usufruire di questa procedura si deve richiedere
attraverso un apposito sito internet la certificazione del proprio credito da parte
dell’ente debitore e con essa recarsi presso una banca. Alla scadenza del 31 ottobre
2014 (termine ultimo per usufruire di questa procedura) risultavano registrate alla
piattaforma di certificazione dei crediti 20.018 imprese che avevano presentato 84.608
istanze di certificazione per un controvalore di circa 9 miliardi di euro.
La stabile riduzione della patologia del ritardo dei pagamenti del committente pubblico
e l’avvicinamento al traguardo dei pagamenti entro 30 giorni è affidata al sistema della
fatturazione elettronica, prassi obbligatoria nei confronti delle amministrazioni centrali
dello Stato da giugno di quest’anno e obbligatoria per tutti gli altri enti da marzo 2015.
Questo sistema dovrebbe consentire un puntuale monitoraggio del quadro dei
pagamenti e quindi un più tempestivo intervento nei casi patologici.
Il mercato dei mini-bond
Il mercato dei mini-bond sta uscendo dalla fase più iniziale di sviluppo ma presenta
anche aspetti di evidente fragilità. Un censimento condotto all’inizio di questo mese 6 ha
contato 80 emissioni per un controvalore complessivo di poco inferiore a 4,5 miliardi. Di
esse 20 sono di ammontare compreso tra 10 e 50 milioni e 44 di ammontare non
superiore a 10 milioni 7. La durata più frequente (29 casi) è 4-5 anni, in 18 casi si è al di
6

Fonte: Osservatorio sui Mini-Bond; informazioni al 12 novembre 2014. Le emissioni censite
dall’osservatorio sono quelle quotate nel segmento ExtraMOT PRO di Borsa Italiana, il segmento di
mercato costituito per offrire alle società italiane un accesso ai mercati dei capitali semplice ed economico
(unici requisiti aver pubblicato il bilancio degli ultimi due esercizi, di cui l’ultimo sottoposto a revisione
contabile e l’aver messo a disposizione un documento informativo con alcune informazioni essenziali). In
questo mercato la negoziazione è riservata ai soli investitori professionali.
7
Nel settembre scorso BNL ha assistito e sottoscritto (20% del totale) attraverso il suo fondo dedicato
(BNL Paribas Bond PMI) un’emissione di mini-bond (6 milioni) di Sigit (Società Italiana Gomma Industriale
Torino).

7

19 novembre 2014

sotto dei quattro anni e nei restanti 33 al di sopra dei 5 anni. Un’emissione su quattro
prevede garanzie relativamente al rimborso del capitale e/o al pagamento degli
interessi. Se si considera il solo fatturato come discrimine, sono 13 le emissioni delle
micro imprese (fatturato fino a 2 milioni), 11 quelle delle piccole imprese (ricavi tra 2 e
10 milioni) e 25 quelle delle imprese medie (fatturato tra 10 e 50 milioni). Il mercato ha
una forte connotazione geografica: alle imprese del Nord è riconducibile il 76% delle
emissioni (61 su 80) con un controvalore pari all’82% del totale.
Distribuzione delle emissioni di mini-bond
per fatturato della società emittente

6
11

13

11
10

15

14

<2 mln
tra 2 mln e 10 mln
tra 10 mln e 25 mln
tra 25 mln e 50 mln
tra 50 mln e 100 mln
tra 100 mln e 500 mln
> 500 mln

Fonte: Osservatorio sui Mini-Bond.

L’obiettivo di raccolta che si sono dati i fondi che hanno annunciato di volersi
focalizzare sui mini-bond sfiora i 5,5 miliardi; in 23 casi su 29 è compreso tra 100 e 200
milioni.
Rispetto all’universo delle imprese, la storia delle imprese emittenti evidenzia una
crescita più intensa, una migliore redditività, maggiori investimenti ma anche
un’esposizione debitoria significativamente più ampia.
I successivi adeguamenti normativi (dal decreto sviluppo del 2012 con cui sono nati al
recente decreto competitività) hanno contribuito a dare a questo mercato un assetto
più definito. L’ultimo passo in ordine di tempo (attivato il 7 novembre scorso) è quello
che prevede la concessione della garanzia del Fondo di Garanzia per le PMI a
intermediari finanziari su operazioni di sottoscrizione di mini-bond, singoli o all’interno
di portafogli.
Sullo sviluppo raggiunto da questo mercato le valutazioni non sono sempre concordi.
Chi ritiene non sia completamente soddisfacente mette in evidenza alcune criticità. La
prima concerne lo scambio informativo tra investitori e società emittenti: un investitore
in corporate bond è abituato a disporre di documenti aziendali dettagliati,
continuamente aggiornati, etc e a rapportarsi con personale (prevalentemente o
esclusivamente) dedicato a questa attività; nella tipica PMI il bilancio (spesso redatto
da un commercialista) è un documento molto sintetico, la reportistica aziendale scarsa,
raramente esiste personale specificamente dedicato a curare i rapporti con gli
investitori esterni e/o in grado di interloquire in inglese; poco frequente è, infine, la
disponibilità di un rating (solo un’emissione su tre, quota che scende a una su cinque
per le emissioni fino a 50 milioni).

8

19 novembre 2014

Un secondo fattore frenante potrebbe essere rappresentato dal rendimento richiesto
dal mercato. Delle 80 emissioni censite, 8 sono a tasso variabile. Le altre hanno cedole
annuali che arrivano anche al 9-10%: la media (ponderata con il numero delle
emissioni) dei rendimenti si posiziona intorno al 6%, un livello relativamente elevato
nelle attuali condizioni di mercato.
Un’ultima questione riguarda la destinazione delle risorse raccolte. Alcune ricerche
hanno messo in evidenza che con frequenza non trascurabile la finalità ultima
dell’emissione non è quella di finanziare iniziative di sviluppo ma piuttosto il rimborso di
debiti in essere. L’obiettivo di consentire una diversificazione delle risorse esterne e
quindi migliorare l’efficienza finanziaria ha un indubbio rilievo ma determina ricadute
solo indirette sulla ripresa economica del Paese.

9

19 novembre 2014

Un cruscotto della congiuntura: alcuni indicatori

Indice Itraxx Eu Financial

Indice Vix

Fonte: Thomson Reuters

I premi al rischio rimangono
storicamente bassi (68).

Fonte: Thomson Reuters

su

livelli

L’indice Vix, pur presentando un lieve
aumento, rimane intorno alla media di inizio
mese (14).

Cambio euro/dollaro e quotazioni Brent

Prezzo dell’oro

(Usd per barile)

(Usd l’oncia)

Fonte: Thomson Reuters

Fonte: Thomson Reuters

Il tasso di cambio €/$ a 1,25. Il petrolio di qualità
Brent quota $78 al barile.

Il prezzo dell’oro quota 1.185 dollari l’oncia.

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19 novembre 2014

Borsa italiana: indice Ftse Mib

Tassi dei benchmark decennali:
differenziale con la Germania
(punti base)

Fonte: Thomson Reuters

Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL su dati
Thomson Reuters

Il Ftse Mib ad inizio settimana registra un
rialzo del +1,33%.

I differenziali con il Bund sono pari a 235 pb
per il Portogallo, 76 pb per l’Irlanda, 130 pb
per la Spagna e 149 pb per l’Italia.

Indice Baltic Dry

Euribor 3 mesi
(val. %)

Fonte: Thomson Reuters

Fonte: Thomson Reuters

L’indice Baltic Dry nell’ultima settimana
scende a quota 1.264.

L’euribor 3m resta sotto lo 0,10%.

Il presente documento è stato preparato nell’ambito della propria attività di ricerca economica da BNLGruppo Bnp Paribas. Le stime e le opinioni espresse sono riferibili al Servizio Studi di BNL-Gruppo BNP
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