File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Ricerca PDF Assistenza Contattaci



Fanzine ORtica Numero 0 Novembre2014 .pdf



Nome del file originale: Fanzine_ORtica_Numero_0_Novembre2014.pdf
Titolo: Fanzine_ORtica_Numero_0_Novembre2014

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Adobe Illustrator CS6 (Macintosh) / Adobe PDF library 10.01, ed è stato inviato su file-pdf.it il 04/12/2014 alle 00:02, dall'indirizzo IP 151.77.x.x. La pagina di download del file è stata vista 1080 volte.
Dimensione del file: 5.7 MB (8 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


ORTICA
APERIODICO DI LIBERA INFO RMAZIONE

N U M ERO 0 - N O V E M B RE 2 0 14 - SEN ZA P REZZO - T IRAT URA D I 500

TROPICALISMO
G L I O R R O R I D EL T S O
C U C I N A V E GA N
NEL L E V O ST R E FA BBR I C H E O P ER A I D E C A P ITAT I
L A T R I BÙ E L A F ER R O V I A
G R E C I A : A N T O N I S S TA M B O U L O S

TROPICA

LISMO

Bahia è una regione del Brasile nordorientale, che ha per capitale Salvador. Un tempo era
il centro di smistamento degli schiavi che dall’Africa venivano deportati in Brasile, e che
hanno lasciato un’impronta culturale fortissima: dai culti sincretici e le relative pratiche, come
il candomblè, alla musica che ha assorbito molti dei ritmi provenienti dall’Africa, fino ad
una contaminazione etnica tra le popolazioni native e quelle deportate che ha dato origine
a una nuova etnia, i cafusa. Non è un caso quindi che il tropicalismo, movimento culturale che coniugava influenze solo apparentemente lontanissime e che ben presto diventerà
anche strumento di denuncia sociale così efficace da attirare su di sé l’attenzione del regime
dei militari (instauratosi nel 1964 e terminato solo nel 1985), sia nato proprio a Bahia. Il concetto che farà da perno a tutto il movimento tropicalista nelle sue diverse sfaccettature è
“l’antropofagia”, nell’accezione in cui lo intese il poeta Oswald de Andrade nel suo Manifesto antropofago (Manifesto cannibale) del 1928, ovverosia quella di un cannibalismo
culturale proprio della società che tende a fagocitare le influenze più disparate per restituire
poi qualcosa di nuovo. Musicalmente il disco-manifesto del tropicalismo è “Tropicalia: ou
panis et circenses”, del 1967, ma già a partire dal 1964 "http://www.ondarock.it/interviste/gilbertogil.htm" Gilberto Gil, "http://www.ondarock.it/recensioni/2012_caetanoveloso_abracaco.htm" Caetano Veloso, Maria Bethania, Gal Costa e Tom Zè (che diverranno poi tra i maggiori esponenti del movimento) portarono in giro per tutto il Brasile una serie
di spettacoli teatrali dove rivisitavano la musica popolare brasiliana dagli anni 30 agli anni
50. Anche se ancora lontani dal trattare in maniera esplicita tematiche sociali vennero già
guardati con sospetto dai militari per il loro continuo voler mettere in discussione la tradizione
e il loro schierarsi coi movimenti hippy.
“Tropicalia: ou panis et circenses” deve il proprio nome all’installazione omonima del 1967
di Hèlio Oiticica, che si ispirava all’architettura povera delle favelas, e fu più di un semplice
disco di musica brasiliana, assumendo i connotati di una dichiarazione d’intenti collettiva: le
canzoni erano composte di volta in volta da artisti diversi, così come diversi erano i cantanti
e i musicisti, ma la il filo conduttore era la commistione culturale e geografica che faceva
coesistere samba e funk, jazz e poliritmie afro, follie sonore che rimandavano a Zappa e
ritmi ballabili sudamericani. Il disco ebbe un successo via via crescente tra i giovani brasiliani, soffocati dalle limitazioni del regime, e nei successivi dischi dei vari esponenti del movimento (dietro i quasi c’era sempre l’arrangiatore/produttore Rogério Duprat) le denunce
sociali iniziarono a farsi mano mano più esplicite, come nella canzone Haiti, di Gilberto Gil
e Caetano Veloso, dove veniva denunciata la violenza dei metodi repressivi del regime
haitiano, la discriminazione etnica e il ruolo di copertura che la chiesa svolgeva. Questa canzone portò all’incarcerazione dei due artisti e successivamente all’esilio dal Brasile dove
ormai erano visti come una vera e proprio minaccia politica, mentre altri artisti tropicalisti
furono addirittura vittime di tortura o furono imprigionati in strutture psichiatriche dove alcuni
trovarono persino la morte. Per avere una panoramica esaustiva della discografia tropicalista: http://tropicalia.com.br/olhar-colirico/discografia.

LA TRIBÙ E LA FERROVIA:
STORIE DI RESISTENZA IN VAL SUSA
Il 10 maggio 1869, a Promontory Point nello
Utah, si compiva il “Destino Manifesto” di una
nazione: grazie ai lavori della compagnia Union
Pacific, si concludeva la realizzazione della linea
ferroviaria che univa le infrastrutture della costa
atlantica all’Ovest più remoto, ai suoi deserti
desolati e alle sue lande incontaminate: il capitalismo statunitense aveva costruito i suoi sentieri,
stabilito la sua logistica, espandendo i suoi miti di
progresso ai danni delle arretrate e selvagge
popolazioni native, soprattutto ai danni delle
tribù Apache e Mohave, nonostante gli accordi
precedentemente stabiliti, i quali sostenevano che
i pellerossa avrebbero dovuto controllare quelle
terre <<fino a che l'erba continuerà a crescere e
l'acqua a scorrere>>. In Italia, da vent’anni
ormai, succede la stessa cosa: una tribù autoctona, quella della Val Susa, vede il proprio territorio
usurpato, distrutto, inquinato e devastato dalla
logistica del capitalismo, dalle sue esigenze di
produttività e dalla violenza repressiva di uno
stato che difende militarmente ed economicamente l’egoismo della classe industriale.
Da anni si succedono manifestazioni ed atti di
sabotaggio da parte di una popolazione che
resiste all’impatto devastante di un cantiere imposto dall’alto dai grandi poteri economici, politici
e dall’Unione Europea, un cantiere protetto con il
manganello dai magistrati della procura di
Torino, che non sembrano avere remore nell’utilizzare pesanti capi d’accusa come associazione
sovversiva, terrorismo, devastazione e saccheggio. In realtà, chi devasta e saccheggia è chi
vuole a tutti i costi speculare su un territorio
ameno ed incontaminato, prodigandosi per la
costruzione di un’opera per lo più inutile (la tratta
Torino-Lione esiste già e viene utilizzata solo in
minima parte).
Tuttavia, non bisogna giustificare o criticare l’Alta
Velocità basandosi sul suo utilizzo, come invece
fanno anche i movimenti No Tav: il profitto del
capitale, il suo imperativo di progresso e la sua
natura violenta e distruttrice vanno sempre contrastati, a partire dall’idea che ad essere marcio non
è il frutto, ma l’albero da cui deriva. Non è
dunque l’utilità della TAV a dover essere contestata, ma la sua stessa essenza: il bisogno del capitale di espandersi ai danni degli esseri viventi a
lui sottomessi, dell’ambiente e del libero sviluppo
di una società orizzontale.

La militarizzazione della Val Susa, l’utilizzo di
ingenti forze di polizia, di lacrimogeni altamente
tossici sparati ad altezza uomo, la sorveglianza
speciale per chi si batte contro il cantiere di Chiomonte, le pesanti accuse di associazione sovversiva a scopo terroristico per Claudio Alberto,
Chiara Zenobi, Graziano Mazzarelli, Niccolò
Blasi, Mattia Zanotti, Lucio Alberti e Francesco
Sala (gli imputati sono stati accusati di terrorismo
per essere entrati nel cantiere ed aver sabotato un
compressore!) sono la dimostrazione che il monopolio legittimo della violenza da parte dello stato
è ciò che rende possibile che un’intera popolazione venga sopraffatta e intimorita senza avere
alcuna possibilità di resistere attivamente e di
lottare contro un’opera che è voluta solo dai
grandi interessi e dall’avidità degli industriali.
Come l’espansione della logistica mercantile
determinò lo sterminio e la deportazione degli
Apache e delle altre tribù native, senza che questi
popoli potessero far nulla, così la tribù della Val
Susa è da considerarsi impotente e priva di ogni
possibilità di determinare ciò che accade nelle
loro terre: selvaggi ostili al benessere, al progresso, all’espansione geografica, al miglioramento
delle condizioni di vita, all’espansione produttiva, alle potenti infrastrutture fatte di acciaio e
cemento; essi non hanno alcuna voce in capitolo
per lo stato e per la grande borghesia. A partire
da ciò, i valsusini possono benissimo essere paragonati ai nativi che cercarono di resistere con
tutte le loro forze mentre le terre da loro abitate, i
fiumi, i prati e le loro case venivano devastati da
chi cercava continuamente di speculare sulle vite
degli altri esseri viventi, avendo come unica ideologia il denaro, l’accumulazione e il profitto, non
curandosi affatto della violenza, del dominio e
della sopraffazione che imponevano allora e che
continuano ad imporre a chi, nella società che ci
hanno imposto, non ha mai contato nulla.
http://it.contrainfo.espiv.net/

GRECIA: SULL’ARRESTO DEL COMPAGNO ANTONIS STAMBOULOS
Mercoledì 1° ottobre a Vyronas, quartiere di Atene, è stato arrestato il compagno anarchico Antonis Stamboulos.
La polizia ha fatto irruzione in un garage – a loro dire un covo – e poi a casa dei suoi genitori a Maroussi, sua
sorella a Thissio e in una casa a Kypseli affittata con un altro nome. In tutte le case non hanno trovato niente.
Dicono che al momento dell’arresto Antonis Stamboulos aveva uno zaino all’interno del quale c’era un’agenda
in cui, sempre a loro dire, c’era la mappa e il piano per un attacco a Marinakis (presidente dell’Olympiakos e
ricco imprenditore). Su questo fatto i media hanno creato il solito spauracchio del terrorismo. Consensualmente il
PM e procuratore hanno deciso il suo arresto. Il compagno si è rifiutato di parlare e, come ha detto l’avvocato,
probabilmente lo farà quando avrà a disposizione tutti i documenti che lo riguardano e, nello specifico, di cosa
esattamente è accusato dal momento che nell’accusa in realtà non compaiono neanche le cose menzionate dai
media. Ad Antonis Stamboulos è stata formalizzata l’accusa di partecipazione a un’organizzazione terroristica
e, secondo i documenti del caso redatti dall’antiterrorismo, figurerebbe come un membro di Lotta Rivoluzionaria
(in stretto rapporto con Nikos Maziotis). Domenica 5 ottobre, giorno della convalida dell’arresto, anarchici e
antiautoritari si sono radunati fuori dal tribunale. Inoltre, alcuni compagni hanno fatto due volantinaggi, uno a
Vyronas dove è stato arrestato, e uno a Marousi fuori dalla casa dei genitori per rompere il clima di terrorismo
creato dalla polizia e dai media.
Di seguito pubblichiamo il primo comunicato del compagno, che dal 6 ottobre ha iniziato uno sciopero della fame
e della sete per protestare contro il suo trasferimento nel carcere di Larissa. Il 11 ottobre Antonis Stamboulos ha
sospeso lo sciopero.
Sono stato arrestato il 1° ottobre, incappucciato e portato in una stanza per gli interrogatori dell’unità antiterrorismo. Dalle 5 del pomeriggio all’1 di notte, un gruppo di sbirri incappucciati – mentre ero ammanettato dietro la
schiena – hanno preso con la forza campioni del mio DNA, le mie impronte digitali e (hanno provato) a farmi
delle foto, mentre venivo deriso, soffocato, picchiato e minacciato di essere sottoposto a elettroshock, con la
speranza che ciò mi avrebbe fatto collaborare. All’una di note ho visto per la prima volta gli sbirri senza cappuccino, che mi hanno comunicato di essere accusato di terrorismo. Fino alle 5 e mezza della mattina sono rimasto
in una cella di un metro per tre, sempre ammanettato dietro la schiena. Il giorno dopo hanno provato a fotografarmi di nuovo.
Da parte mia non ho toccato né cibo né acqua dal primo momento e ho chiesto di vedere un avvocato. Dopo 24
ore di detenzione mi hanno permesso di nominare un avvocato e ho deciso di incontrarla solo per pochi minuti
prima di essere portato dal pubblico ministero.
Ho condiviso questo con i compagni combattenti come una piccola esperienza di lotta.
Se l’atteggiamento dello stato nei nostri confronti è o non è tenero o duro – questo dipende sempre dalle circostanze – non può mai piegarci se siamo consapevoli della responsabilità che deriva dalla nostra posizione di anarchici nei momenti di avversità.
I tempi duri della lotta sono quelli che temprano la nostra coscienza con forza. In queste circostanze ciascuno di
noi innalza gli ideali della società che stiamo lottando per costruire. Molto sangue è stato versato nella lotta per
l’emancipazione dalla società classista, e tuttavia solo gli stupidi possono credere che piegheremo la testa di
fronte agli abusi della polizia. Continuo ad essere contrario a fornire i miei dati personali agli scagnozzi dello
stato per due ragioni. Il primo motivo è per coerenza ai mie valori, in quanto credo che ogni anarchico rivoluzionario non dovrebbe mai cedere di un centimetro al nemico di classe. In secondo luogo perchè sono consapevole
della gravità del caso in cui sono implicato, quindi voglio proteggere i miei compagni e amici da i corvi che continuano a tenermi in prigione.
Mentre i Clouseau di turno non erano in grado di scoprire il mio nome, non ero per niente disposto a darglielo.
Nel momento in cui sto scrivendo, due giorni dopo l’arresto, la polizia mi ha “finalmente” identificato.
È chiaro che gli ufficiali della squadra antiterrorismo e specialmente i loro superiori politici speravano di fare uno
scoop col mio arresto, perciò la fuga di notizie alla stampa che riguardava l’agenda contenente gli “orari precisi
degli spostamenti”, gli obiettivi e cazzi vari. Ricamano la loro storia per rendere credibile il loro scenario; uno
scenario in cui, alla fine, risultano sempre vincitori.
La polizia e i pubblici ministeri non hanno alcun diritto a sapere cosa ho fatto, chi sono e perché ero nel luogo
dove sono stato preso; non è realmente la loro preoccupazione, ma la mia. Pertanto, non ho bisogno di difendermi di fronte ai guardiani della legalità borghese, ma solo di fronte al movimento rivoluzionario, i compagni e le
persone che hanno scelto di non vivere come schiavi.
Credo che il primo comunicato con il mondo esterno sia necessario, dal momento che non mi illudo di non essere
incarcerato preventivamente.
Per adesso, sono ancora nelle mani dei servi del capitale, ma il mio cuore batte ancora per la rivoluzione.
La lotta continua. Lunga vita alla rivoluzione. Lunga vita all’Anarchia.
http://it.contrainfo.espiv.net/

NELLE VOSTRE FABBRICHE

OPERAI DECAPITATI

Lo scorso 16 settembre, alla Thyssenkrupp Ast
(acciai speciali Terni), Enrico Pezzanera, operaio di 62 anni, viene decapitato dal ragno meccanico della gru guidata dal figlio ventenne.
Pezzanera , col figlio, lavora come autotrasportatore esterno degli scarti di produzione; è a
terra, quando la macchina, ad opera involontaria del ragazzo, lo inchioda al muro e lo costringe all'esecuzione. Poche ore dopo, lo sciopero
degli operai della fabbrica. Indagato per omicidio colposo è il figlio; l'azienda non è stata
toccata dall'inchiesta e comunica che "l'incidente è avvenuto durante le consuete operazioni di
evacuazione". Non è la prima volta che il
nababbo gruppo tedesco si lega alla morte;
impresso nella memoria di tutti rimane il rogo del
dicembre 2007 che, stavolta nella filiale torinese, ridusse in cenere la vita di sette operai.
Allora l’impresa fu toccata e come dalle indagini
e oggi è in attesa di un nuovo processo che ne
stabilisca il grado di responsabilità (l’Ad era
stato accusato di omicidio volontario fino alla
delibera della Cassazione dello scorso aprile).
Allora le sette buche da scavare per gli uomini
impegnati, il giorno prima, in 12 “straordinarie”ore di lavoro, i mezzi antinfortunistici di base
inservibili ed i corsi di formazione accantonati,
erano troppi anche per i limiti di civiltà imposti
dallo stesso sistema di poteri: stato, proprietà e
capitale, che le buche le prepara ogni giorno.
I media ufficiali, da buone "fabbriche del
consenso”, seppur sotto il mantello protettore
della crisi economica e della colpa personale,
discussero, allora, di omicidio e non di morti
bianche; ma una vita di abitudine all’ingiustizia
e alla disuguaglianza non basta per negare che,
non solo, il bianco del rogo della Thyssen e della
strage silenziosa dell’Ilva, ma anche quello della
decapitazione di Pezzanera e dei 556 decessi
documentati dall’inizio dell’anno ad oggi (relativi solo agli iscritti all’Inail), è un “bianco ipocrita
che copre sangue rosso e nero sporco”. Dati
statistici del genere non lasciano considerare
nessuna di queste morti un ghiotto bottino di un
caso avverso o di un animo sprezzante, si parli
di decapitazione, incendio colpo-

so, intossicazione, assenza di caschi di protezione o distrazione.
La lunga lista insanguinata dei caduti sul lavoro,
così come le meno scarlatte dei feriti, dei licenziati, dei precari rappresentano una “consueta
operazione di evacuazione”, secondo metodi
consentiti di violenza, di un apparato lavorativo,
e più in generale sociale,politico ed economico,
che sottomette i reali bisogni dell’uomo alle
esigenze della produttività capitalistica; in un
sistema la cui energia vitale si individua nel capitale, la sicurezza, la preparazione , la stabilità e
la serenità del lavoratore, che non danno profitto, sono un problema da risolvere a buon mercato e non l’espressione di un naturale istinto di
sopravvivenza. I fatturati miliardari e l'indotto
sviluppo tecnologico contrapposti ai salari
minimi e all'aumento dei morti di lavoro (la Thyssen nel 2007 registrava un fatturato di 51,7
miliardi ma 116 violazioni in materia di sicurezza e sette omicidi) ne sono la prova tangibile.
Malgrado i miglioramenti, conquistati da decenni di lotta, oggi, a poco più di un mese dal caso
Pezzanera, nei campi e nelle fabbriche, in nome
del capitale, si muore ancora (un operaio sulla
gru guidata dal figlio: “mi è capitato di usare
anche quel tipo di macchine e so che quando ti
accorgi che stai per urtare qualcosa è gia
troppo tardi per poterlo evitare” ma quelle macchine si utilizzano, così come i trattori agricoli,
che uccidono attualmente la più alta percentuale
di lavoratori). Oggi la Thyssenkrupp, ancora
plurimiliardaria, con la complicità della manovra Renzi sul lavoro, spegne i forni e annuncia
550 licenziamenti immediati nella sede ternana,
quella di Torino non esiste più; la morte di Enrico
Pezzanera, Antonio Schiavone, Giuseppe
Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario
Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino non è
bastata e non è un incidente.

CRUMBLE DI MELE








2 mele
3 cucchiaini di zucchero integrale di canna
½ cucchiaino di cannella in polvere
3 cucchiai di farina integrale
2 cucchiai di margarina vegetale
Un pizzico di sale marino
Poco succo di limone

Va bene, ammetto che il crumble non è la bellezza fatta dolce… non è un piatto da rifilare
all’ospite caro che non vedete mai. A meno che non siate inglesi, forse. Però malgrado il suo
aspetto non proprio “affascinante”, mi inchino di fronte al popolo della terra d’Albione che
ha inventato uno dei dolci più semplici della storia, ed al tempo stesso geniale. Decidete voi
che tipo di mele usare, io avevo quelle classiche rosse e tutto è andato egregiamente. Sbucciate le mele, privatele del torsolo, quindi tagliatele in cubetti irregolari. Mettetele in una
ciotola, aggiungendo un cucchiaio di zucchero di canna, un mezzo cucchiaino di cannella
ed una spremutina striminzita di mezzo limone. Mescolate e versate tutto in una pirofila.
Tagliate la margarina a piccoli pezzi con il coltello. Aggiungetela alla farina ed al rimanente
zucchero. Mescolate il tutto con le mani, fino a che la margarina si sarà assottigliata e sarà
presente in piccoli gnocchetti. Con un cucchiaio, distribuite questo composto uniformemente
sulle mele, coprendo il tutto. Passate venti minuti in forno già caldo a 180°, spegnete e lasciate intiepidire a forno semiaperto. Da mangiare ancora tiepido.

Quelli che vogliono controllare le proprie vite
ed andare oltre un'esistenza come semplici clienti e consumatori,
sono gente che va in bicicletta.
Wolfgang Sachs

QUESTA FANZINE ESCE CON L’AIUTO E IL SOSTEGNO NON SOLO ECONOMICO DI:



Parole chiave correlate