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Storia del Comandante Gino .pdf



Nome del file originale: Storia del Comandante Gino.pdf
Autore: caravaggio editore

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1

Donato Bosca Fondatore dell’Associazione “Arvangia”
alla Canova Di Neive
I granai della memoria.
di Donato Bosca
In un recente incontro svoltosi ad Alba per iniziativa della Pia
Società San Paolo, Carlin Petrini ha richiamato l’attenzione dei
presenti sui “granai della memoria” ideati presso l’Università di
Pollenzo dal magnifico Rettore Piercarlo Grimaldi. Petrini,
nell’occasione, ha ricordato le testimonianze raccolte dagli studenti
e messe a disposizione gratuitamente di Rai Storia e di Repubblica
Tv.
Sentendolo sottolineare il valore del recupero di “vagoni” di
memorie strappate all’oblio, mi è venuto spontaneo pensare che
stesse parlando anche di noi, dell’impegno speso dal lontano 1982
per registrare aneddoti e vicende di vita vissuta che hanno come
protagonisti le classi subalterne, sul modello di interazione
sperimentato con successo da Nuto Revelli.
Ho pensato che stesse riconoscendo a personaggi come Fabio Bailo,
Romano Salvetti, Beppe Fenocchio, Fausto Cassone, Giovanna
Zanirato, Mario Proglio, Margherita Mo, Rita Vada, Piero
Berchialla, Mario Marengo, Ginetto Bovo, Enrico Bergonzoli,
2

Guido Boffa e tanti altri, la passione per un’attività che sembra non
dare profitto ma che aiuta tutti noi a ritrovare la nostra identità e il
forte legame di appartenenza al territorio in cui viviamo.
Ci sono tanti progetti analoghi a quello che ha visto gli studenti
dell’Università del Gusto riempire di memorie i granai virtuali del
mondo contadino. Che si tratti di Banche della Memoria o di Case,
come nel caso dell’Arvangia, poco interessa . Quello che ritengo
non vada dimenticato è il forte slancio, ricco di entusiasmo, che
spinge migliaia di persone a cercare i ricordi degli anziani, a
ordinarli, a dare loco voce. Tradizioni, credenze, superstizioni,
vicende di guerra, storie di emigrazione, racconti di vita, di lavoro,
di svago che hanno accompagnato l’esistenza dei nostri genitori e
dei nostri antenati per buona parte del Novecento ritrovano nei
depositi di memoria che ciascuno di noi ha creato una propria
ragion d’essere.
Il libro che il comandante “Gino” e Beppe Fenocchio hanno scelto
di pubblicare va in questa direzione, allarga gli orizzonti di
conoscenza che già sappiamo usare, aggiunge informazioni rimaste
fino ad oggi inedite, puntualizza e, soprattutto, spiega le ragioni di
una scelta non facile, quella di combattere per la libertà rischiando
la propria vita a fianco dei partigiani.
Da piemontese parco di parole, non credo sia necessario aggiungere
altro. Le parole possono avere il loro fascino e strappano applausi
quando a pronunciarle sono personaggi di alto profilo come Carlin
Petrini. Ma al di là dei discorsi che fanno presa sul pubblico, il
tratto distintivo nasce non solo dagli annunci che facciamo ma
dall’evidenza delle cose concrete che si realizzano e quando queste
iniziative non hanno costi e alimentano percorsi virtuosi di
volontariato, di
studio, di lavoro, di condivisione e di
partecipazione possiamo davvero fermarci a battere le mani, anche
restando in silenzio. Ce lo ricordava Pavese che il tacere è la nostra
virtù più preziosa e che finisce con l’essere la cornice più
appropriata quando ci pone davanti ai dati concreti dell’impegno
responsabile e della fatica.

3

……..Se della Langa, Beppe Fenoglio ne è stato il cantore con i
suoi libri, se Aldo Agnelli ne ha colto il fascino nei suoi ritratti, è
perché gente dura,testarda, capace, incrollabile di questa terra è
stata il cuore e l’anima. Tra questi Pietro Berutti, il comandante
Gino, che se la prende ora con le sue gambe che non lo assecondano
più e con il mercato che è diventato difficile, con i tempi che sono
imbarbariti. Ma se questi uomini di Langa non fossero così, sempre
incontentabili, sempre mal mostosi, come sarebbero sopravvissuti
alle fatiche immani? Come avrebbe potuto la loro terra sprigionare
tanta poesia e offrire le immagini intramontabili di Aldo? Come
sarebbero potuti essi stessi diventare gli eroi di Beppe?
Alessandro Cerrato
………….Pietro Berutti, classe 1922,è il Vigneron, partigiano
pluridecorato che, tra i primi produttori, ha puntato all’alta qualità
dei vini, un personaggio conosciutissimo, stimato, semplice, leale
che da oltre 40 anni vive con intensità e naturalezza la gioia della
vigna e del vino.
Carlo Gramaglia
……Ma la sua storia non finisce qui. Anche se ogni tanto le gambe
gli fanno male e il tempo sembra congiurare contro di lui, nel
profondo del suo animo, sappiamo che ha ancora tanti obiettivi da
raggiungere. Nel Lavoro come nella vita. Il primo fra tutti è
celebrare, il prossimo mese di Luglio(2012) i 67 anni di matrimonio
di cui va infinitamente orgoglioso. E noi siamo d’accordo con lui.
Giancarlo Montaldo
per Gazzetta d’Alba 12 Giugno 2012

4

Franco Piccinelli alla Canova di Neive

5

CIAO Franco Piccinelli

Volevamo chiederti di scrivere qualche riga di presentazione
da inserire nella storia di Gino, ma sei andato avanti. Io,
Beppe di Michelino, voglio ringraziarti per gli insegnamenti
che mi hai dato con tutti i tuoi scritti ed in particolare con il
racconto “Il partigiano dagli occhi d’oro” della raccolta”
Lettere dalle Langhe”ed. Cinque Lune del 1971 e ristampa
Editrice Il Punto To 1997. Mi aiutò a comprendere la poesia
dell’Epopea Partigiana e a rispettare donne e uomini che
avevano dedicato la loro gioventù per la costruzione di una
società più giusta, combattendo veramente la guerra, e non
giocando come avevano fatto gli infanti della mia
generazione, rischiando la vita e in molti casi perdendola. Il
Partigiano dagli occhi d’oro mi permise di non dimenticare le
persone che si radunavano al Saccello della Canova di Neive
e ascoltavano le tue parole che senza retorica celebravano
l’epoca della Resistenza e sinceramente ringraziavano per un
lavoro “sporco”(la guerra) che qualcuno(fortunatamente) si
sentì in dovere di svolgere. Ancora grazie Franco, poiché il
tuo esempio mi ha permesso di raccogliere il Racconto di
Gino e trascriverlo affinchè non si perda, mi insegnato a
saper ascoltare chi ha creduto nel vero valore de “la vita
umana” fornendomi forza e rigore morale, mi ha reso capace
di guardare al passato senza malinconia e proiettato nel
futuro.
Anche Gino vuole ringraziarti per l’amicizia e la simpatia che
gli hai offerto e per i momenti che sapesti allietare con la tua
ironia trasparente e affettuosa anche in situazioni delicate, ad
esempio su di un aereo che sembrava voler atterrare sul
Fiume Hudson!
Inviaci uno dei sorrisi che ricordavano quelli della tua cara
mamma, La Maestra Piccinelli, e noi comprenderemo che ci
stai aspettando con i nostri cari.

6

Gino e Beppe

Nuto Revelli: «Dovevo guarire dal male dell’ignoranza, cioè
mi imposi di voler capire. Decisi di tenere un diario, pensate,
tenere un diario!

Piero Berutti “Gino” non ha tenuto un diario, ma ha molti ricordi che possono essere utili ed aiutare a Conoscere.

7

DEDICO QUESTA TESTIMONIANZA AI CADUTI DI TUTTE LE
GUERRE E AI MIEI GIOVANI ALLIEVI CHE ANDARONO AVANTI
LASCIANDOMI COME PERPETUO RICORDO “IL LORO SORRISO”.
A TAMARA PAOLO ROBERTO FABIO

BEPPE

Foto Federico Nannerini Neive

NEIVE

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MONUMENTO AI CADUTI

SOMMARIO
Pag. 5 RINGRAZIAMENTO AI PARTIGIANI
Pag. 6 INTRODUZIONE DI BEPPE FENOCCHIO
Pag.11 PIETRO BERUTTI COMANDANTE GINO “ALBA D’ALTRI TEMPI”
Pag.22 DA MILITARE A PARTIGIANO
Pag.24 L’OTTO SETTEMBRE A NIZZA
Pag.27 DAL ROERO ALLE LANGHE
Pag.36 A MOMBARCARO FUI RICONOSCIUTO DA “Lulù”
Pag.41 SACCELLO DELLA CANOVA DI NEIVE
Pag.42 COME HO CONOSCIUTO MIA MOGLIE
Pag.44 IL SENTIERO IN SALITA
Pag.46 15 APRILE 1945
Pag.47 ATTACCO SU ALBA
Pag.49 BOELLA VALERIO E MONTERSINO MARCELLO
Pag.55 A SAN DONATO
Pag.56 A TREZZO TINELLA
Pag.57 A BARBARESCO
Pag.58 ANCORA A BARBARESCO
Pag.59 A GUARENE
Pag.61 A MADONNA DEGLI ANGELI DI ALBA
Pag.65 ASSALTO ALLA CASERMA DEL Rondò di ALBA
Pag.66 ASSALTO AD UN CAMION A MUSSOTTO
Pag.67 UNA CATTURA
Pag.68 RICCARDO TERZOLO”Bleki”
Pag.69 BINDELLO LUIGI “Pitros”
Pag.71 ROMANA QUASSOLO
Pag.72 EMILIA MUSSO QUASSOLO
Pag.73 A TREZZO TINELLA “MAMMA PIERINA”
Pag.76 ANDAMMO A ROMA
Pag.81 LA TERRA DEI MIEI SUOCERI
Pag 82 ANGELO CARMINE “JOHN”
Pag.85 A VALDIVILLA CON POLI
Pag.86 ROSSELLO RENZO “FOCO”
Pag.89 ATTESTATI E BENEMERENZE
Pag.95 I MIEI RAGAZZI
Pag.114 CONSIDERAZIONI DI GINO
Pag.115 MESSAGGIO DI POLI
Pag.116 RICEVUTE
PAG.119 IL PARTIGIANO canzone di Leonard COHEN

9

PIETRO BERUTTI
IL COMANDANTE GINO
Racconta a Beppe Fenocchio

10

Oreste Nano – il Comandante Gino con la moglie Romana

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Ringraziamento ai Partigiani e ai giovani caduti in guerra:
Quante vite spazzate dal vento
Quante lacrime versate per la morte
Quanti sacrifici fatti per difendere i propri cari
Quanto odio provato per chi aveva un’ uniforme diversa
Ma dov’è l’amore?
Dov’è quel sentimento di gioia e pace che accomuna gli
esseri umani?
Ebbene c’è!
Per tutti quelli che hanno donato la loro vita per amore,
per tutti quelli che hanno combattuto per la difesa della terra
su cui camminiamo,
per tutti quelli che ci hanno regalato un futuro migliore,
per tutti quelli che hanno lottato per la giustizia,
noi vi ringraziamo, cercheremo di difendere la nostra patria
come avete fatto voi,
seguiremo i vostri passi costruendo il nostro futuro sui saldi
principi che ci avete insegnato.
Impareremo ad amare e lo faremo grazie al vivo ricordo che
abbiamo di voi.
Angelica Domenicale
Canova di Neive Marcia della Pace
Giugno 2010

12

Introduzione di Beppe Fenocchio
Sono felice di poter presentare la storia di Pietro Berutti il
comandante Gino, soprattutto perché credo siano fatti da
non dimenticare e perché Gino ha voluto darmi fiducia
raccontandomi della sua vita nella Guerra Partigiana.
Prima non ne aveva mai voluto parlare. Rispettando la sua
convinzione che raccontare oggi “chi son tuti mort” (che son
tutti morti) si può far dire: “semplice, parlare oggi, non c’è più
nessuno né a confermare né a contestare!”, sono riuscito a
convincerlo che la sua storia può essere ancora molto utile ai
ragazzi e giovani, proprio perché non sono mai troppi quelli
che ci ricordano di quei periodi così importanti per la Libertà
conquistata di cui godiamo oggi.
Con Gino ci siamo incontrati parecchie volte e sempre
abbiamo parlato della situazione sociale e politica odierna,
poi lui andava ai ricordi della sua infanzia e giovinezza
chiarendomi i dubbi che lo preoccupavano circa il raccontare
di eventi tanto lontani. Devo aggiungere che Gino ha sempre
rivelato la sua grande onestà morale e pur essendo
orgoglioso della sua Azienda”La Spinona”, creata con grandi
sacrifici, temeva di apparire auto incensante e in più
occasioni mi ha ricordato i giovani partigiani che sono caduti.
<Io sono qui a raccontare, dopo settant’anni da quegli
eventi, quei ragazzi di vent’anni o poco più non hanno avuto
né gioia né vita, sono morti e se non li ricordiamo sono morti
per niente!>
Mi auguro di riuscire a riportare correttamente i fatti della vita
di Gino e a dimostrare che persone che hanno vissuto
momenti molto pericolosi possono renderci note le loro
emozioni e aiutarci a comprendere che vivere nella Pace è
un bene immenso da confrontare sempre con i periodi di
guerra.

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Pietro Berutti del 1922 di Barbaresco, titolare della Cantina
“La Spinona”, nato ad Alba con il papà Carlo originario di
Neviglie, mi chiese chi ero e mi presentai come il figlio di
Michelino Fenocchio originario dei Tuninetti di Neviglie e
“meccanico ciclista di Neive”, Pietro mi disse di aver
conosciuto mio padre non solo come “riparatore della sua
bicicletta” ma ancora prima, nel lontano 1932 quando con il
fratello Vigin venivano ad Alba dai parenti Bocchino suoi
vicini di casa. Il giorno dell’incontro ebbi la soluzione
dell’evento e mi chiarii che nella vita terrena si possono
realizzare sogni che “il grande Burattinaio” dirige e rende
possibili.
Ho ascoltato tantissime persone e molte le ho perse ma
Pietro è uno di quelli che era definito dovessi ritrovare qui
sulle colline di Barbaresco con il palcoscenico sul fiume
Tanaro. Il fiume di Michelino mio padre, di Michelino èr
Postin, dei Portoné Mighin, Aurelio, Gidio, Gino e Rico Agnelli
ma soprattutto il fiume di Pietro Berutti, il “Comandante
“Gino” e di Romana, la sua compagna da sessantotto anni.
“Gino ha una voce chiara e sicura, un fluire dei ricordi che è
la sceneggiatura di un film che avrò la fortuna di visionare
per primo. Un grande onore e un dovere da assolvere con
umiltà e rispetto per “Gino” e quei giovani che andarono
avanti.
Ascoltando il racconto di vita di “Gino” mi ritornano alla
mente le parole dei tanti amici che ho avuto la fortuna di
conoscere e che giunti al”patatrac”(come molti hanno
denominato l’Armistizio), il 9 settembre 1943, mi hanno
trasmesso le sensazioni di disorientamento che provarono.
Oreste Francone 1921, Giacosa Gino 1924, Rivetti Dario
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1921, Bosio Guido, Pace Dario 1921, Bressano Alfredo 1921,
Fenocchio Ernesto 1922 e molti altri mi hanno espresso da
un lato la gioia nel sapere che qualcosa sarebbe cambiato
ma anche la preoccupazione per come sarebbe andata.
Tutti, seppur molto giovani, nel marasma del momento
compresero che dovevano organizzarsi da soli e prendere
decisioni che potevano costare la vita. Quelli che riuscirono
ad evitare la prigionia o che riuscirono a fuggire scelsero sia
pure a fatica, poiché non avrebbero mai voluto imbracciare
un fucile, di opporsi alla dittatura fascista e all’invasione
nazista. Queste sono le storie di Angelo Carmine “John”, di
Edoardo Grimaldi, di Giovanni Negro”Negrito”di Neive, di
Rossello Renzo”Foco” di Rocchetta Belbo, di Salvetti Renato
di Dogliani, di Oreste Nano,Viglino Dante”Balilla”1931 e
anche di giovani ragazze come Margherita Mo” Meghi” di
Lequio Berria, Vincenzina Ruffino”Mary”di Neive, di Tersilla
Fenoglio Oppedisano, “Trottolina” di Cerretto Langhe.
E ancora, “Gino” mi ha confermato quanto disse Don
Michele Balocco mio collega insegnante alla Media Macrino
di Alba e grande maestro di vita:” …..loro(i
partigiani)sapevano, senza tanti studi e senza tanti
programmi, che la vita non è mai uno scherzo e che con la
parola – Libertà - non si imbrattano i muri e le pagine dei
giornali ma si formano delle salde coscienze, dei forti
convincimenti, degli indistruttibili ideali, lontani da ipocriti
alibi e da sporchi baratti.
Lo sapevano. E morivano così. Senza chiedere nulla.
Lasciando che il fulmine si avventasse sulle loro bestie, ma
non che distruggesse le loro anime……..Non c’è altra strada
da seguire per non morire. Occorre tornare alle sorgenti.
Solo così saranno definitivamente rifiutati tutti i pagliacci e
tutti i ciarlatani, ricacciati nelle fogne i mille approfittatori e
avventurieri di ogni tempo. E i martiri di tutte le bandiere
potranno finalmente riposare in pace.”
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Don Michele Balocco celebra la S.Messa ad Arguello

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Michelino Vacca Postino e Pescatore di Neive

Partigiani al Traghetto sul Tanaro

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PIETRO BERUTTI Comandante Gino
ALBA D’ALTRI TEMPI

Sovente nella vita mi son tornate alla mente le parole che
diceva mia nonna. Abitava nella Cascina an Rombon di
Neviglie, eravamo nel 1929-30 e lei, mentre preparava i
“sobrich”(frittelle di patate) mi chiamava e mi chiedeva: “
cosa vuoi fare da grande?” io le rispondevo che volevo fare il
contadino come papà e il nonno. Lei, scrollando la testa:
“arda matot, se stai solo a lavorare la terra sarai solo un
poveraccio, invece se impari un altro lavoro qualche soldo te
lo procuri e sei un gran signore. Io, allora non capivo ma col
tempo compresi che la nonna aveva visto troppi contadini
fare la fame lavorando come dannati. A quei tempi, in
campagna, la sopravvivenza era veramente dura!

La semina negli anni trenta
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Mercato dell’uva in Piazza Savona

Quando mancò mio padre io avevo dieci anni e si viveva in
vicolo del Pozzo dove c’era “èr casin”(la casa di tolleranza),
la mamma lavorava come “lavandéra”(lavandaia). Io uscivo
di casa e incontravo i fratelli Bocchino che erano cugini di
tuo padre. All’angolo c’era un “caglié”( Calzolaio-Ciabattino)
era uno grosso e zoppo che scherzava volentieri anche con
noi bambini.

19

Èr caglié

Un po’ più su c’era la lattaia, con un grande bidone, vendeva
il latte misurandolo con il recipiente di alluminio bollato da un
quarto-mezzo litro o litro. Vi era Cichin “èr Botalé “ (il
bottaio) costruiva le botti, lo ricordo perché suonava la
tromba e attirava noi bambini, si esercitava e suonava nelle
serate danzanti al Corino, sembrava “Fol”(sciocco) ma era in
gamba! E ancora c’era Marello che comprava “Feramenta,
strasse e rotam”(ferro vecchio,stracci e rottami). Mi ricordo
dei bagni pubblici e del ”Moléta”(l’arrotino) anche lui attirava
la nostra attenzione col rumore della mola, i gesti per farla
girare e “ ré spluve”!( le scintille). Nell’alloggio sopra
l’arrotino abitava “Monsù Carbon” era il fattorino della Banca
San Paolo, la prima Banca in Alba. Ho un bel ricordo della
Guardia Municipale il Sig. Vacca Teresio e di sua moglie
Amalia, ci accompagnavano, a Settembre, a Bossolasco per
“la cura del Dolcetto”. Erano i genitori di Vico, anche lui
preso prigioniero in Francia seppure fosse del 1925.
Quando mancò mio padre fui ospitato a mangiare e dormire
da Monsù Ferrero Gioanin che era del 1905 e sua moglie
Ottavia, abitavano in via Pierino Belli. Andava a vendere il
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lievito e prodotti “Wamar” prima con la bicicletta poi con una
vettura 509 Fiat e io lo accompagnavo in tutti i paesi della
Langa.
Il sabato e domenica andavo ad aiutare nella Pasticceria che
Pietro Ferrero, suo fratello del 1898, il padre del signor
Michele, aveva in Via Maestra. Ricordo la mamma, la signora
Clara che dal mattino alla sera era sempre “an brando”(in
movimento) con la scopa o indaffarata col grembiule che
non era altro che una sacco di juta legato in vita. Svolgevo
piccoli lavori, adatti alla mia età, come pulire sui banconi o
mettere in ordine i vassoi ma fu un periodo importante che
mi aiutò a superare la perdita del papà e formarmi le idee e
valori che avrebbero segnato la lunga e complessa vita che il
Signore mi ha concesso.
La mamma viveva con mia sorella in vicolo del Pozzo e per
guadagnare qualcosa faceva la lavandaia. In quel tempo i
soldi erano veramente pochi e per vivere“jera da strilé!”(c’era
da strillare).
In seguito, dovendo ancora frequentare la classe quinta, fui
inserito al Collegio presieduto dal Dott. Sacerdote della
Farmacia sita in Corso Langhe dove anche il nipote Guido
(noto Regista alla R.A.I..) esercitò la professione prima di
diventare artista.
La guerra e le leggi razziali colpirono anche la famiglia
Sacerdote, impedendo a Guido di scegliere liberamente la
sua strada.
«Per molti mesi», ricorda Walter Agnese di Alba, «i miei
genitori avevano coraggiosamente protetto Guido. Era
confinato in soffitta, proprio sopra la nostra abitazione in via
Maestra. Quelli erano momenti difficili e pericolosi per
tutti...». Sacerdote si rifugiò poi presso la famiglia
Bongiovanni a Mango, nel biennio ’44-’45.
«Conobbi Clelia Sacerdote nel 1929», confida Olga Marasso
21

Fava, «quando andavo a scuola. La signora Sacerdote era la
proprietaria della libreria e cartoleria in via Maestra. Clelia era
una persona deliziosa».
Franco A. Fava, Alba-Broadway:solo andata. Guido
Sacerdote (Alba 1920-Roma 1988) un albese nel mondo
dell’etere. Produttore televisivo, pioniere dell’intrattenimento
musicale del sabato sera in Tv, Rota Grafica editore,
Beinasco (To), 2004.
Il dottor Sacerdote mi faceva salire in casa e indossando i
guantoni giocava con me a boxare. A causa delle leggi
razziali dovette lasciare la presidenza del Collegio che fu
affidata al Rag. Tuninetti della Cassa di Risparmio di Cuneo,
che aveva sede di fronte al Liceo “Govone”oggi intitolato a
L.Cocito.
Il Collegio era nel cortile del Vescovado che a quei tempi
comprendeva quasi tutta Piazza Monsignor Grassi. Il
direttore fu Don Taliano e mi ricordo che veniva anche Don
Balocco a farci giocare, noi ragazzi lo chiamavamo
amichevolmente “Balochin”. Era un atleta, energico e
sempre attivo, divenne il segretario di Monsignor Luigi Maria
Grassi.
Rimasi molto legato anche al direttore Don Antonio Taliano di
Montà, il quale venne a celebrare il nostro matrimonio.
Entrai in collegio a 11 anni e ne uscìi a 16. Anche dopo la
scuola frequentai il collegio, andando a lavorare prima nella
falegnameria Carbone dove fabbricavano i coperchi per le
cassette di legno, guadagnavo una lira alla settimana, ma
almeno “iera ardrissà” (ero sistemato) e mia mamma era
tranquilla. In seguito lavorai alla segheria Corino e poi mi
impiegai da un “Mèi da bosch”Falegname (Giordano) dove
“son fame j’oss” ( imparai il mestiere), e prima di andare a
Torino lavorai ancora da un “mobiliere” Gioelli.
Prima che iniziasse la guerra, un giorno, con Carlo Sala, mio
amico, andai fino a Carmagnola in bicicletta e poi presi il
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Tramvai per Torino, andai dalla sorella di mia mamma che
abitava alle case popolari in via Tripoli,

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DA MILITARE A PARTIGIANO

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Riconosco di aver commesso tanti errori, però mi rammarico
soprattutto di non aver tenuto un diario di cosa feci e cosa
vidi durante la vita Partigiana. A raccontare oggi non è più la
stessa cosa, “èr mond o rè sèmpre stà mès da vènde e mès
da caté” (il mondo è sempre stato mezzo da vendere e
mezzo da comprare!) , jè dèr bon e jè dèr gram!(c’è del
buono e del cattivo!)
Partìi militare che avevo 19 anni, noi del ’22 fummo chiamati
prima alle armi. Avevo 10 lire in tasca, arruolato nel Genio
andai a Casale Monferrato, mi diedero la divisa e si doveva
andare in Russia. Arrivammo fino a Trento con la tradotta poi
ci riportarono a Candiolo dove restammo un mese ,
avremmo dovuto andare in Africa. Saremmo andati in Africa
vestiti come per la Russia! Andai invece a svolgere attività di
Treno-ape in Francia, con la IV Armata, cioè a distribuire
viveri alle truppe dislocate nelle valli.

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L’otto Settembre a Nizza

Alle 19.45 dell’otto Settembre ora del giornale radio, ora in
cui si sarebbe dovuto trasmettere il “bollettino di guerra n°
1202”, gli italiani ascoltarono questo proclama.
"Il governo italiano – diceva Badoglio dai microfoni dell'allora
EIAR – riconosciuta la impossibilità di continuare la impari
lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell'intento di
risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla nazione, ha
chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in
capo delle Forze Alleate Angloamericane. La richiesta è stata
accolta.
Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le Forze
Angloamericane deve cessare da parte delle Forze Italiane in
ogniluogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra
provenienza"
Appena fummo a conoscenza dell’Armistizio, da Nizza, dove
eravamo andati per la libera uscita in autobus, rientrammo
velocemente a Beaulieu su Mèr, sede dell’Autocolonna, dove
stavano già sbaraccando e recuperati gli zaini con le nostre
poche cose, partimmo con i camion e raggiungemmo
Cuneo. Dalla Caserma, io e altri ci fermammo in un cascinale
sul lungo Stura dove chiedemmo degli abiti borghesi. Era
una casa posta lungo il fiume e abitata da povera gente che
ci diede cosa aveva. Seppi in seguito che i nazi-fascisti
uccisero i loro figli per rappresaglia. Da Cuneo prendemmo il
treno per Torino. A Nichelino ci avvisarono del posto di
blocco e scendemmo. Eravamo molti militari, tra i quali
anche degli ufficiali e imboccammo una via stretta. Nella
calca mi sentìi afferrare per un braccio e trascinare dentro
una casa sulla via. Era un conoscente con il quale avevamo
abitato come vicini di casa in corso Tripoli a Torino. Mi
spiegarono che era pericoloso poiché vi erano i Tedeschi
che cercavano i giovani per catturarli e inviarli in Germania.
31

Dissi che volevo raggiungere Alba per rivedere mia mamma
e mia sorella ma mi fecero capire che era troppo pericoloso
poiché i nazifascisti ci davano una caccia spietata. Con altri
quattro, il giorno dopo, ci avviammo a piedi per raggiungere
Asti. Avevo pensato di recarmi da certi parenti che erano
mezzadri presso una cascina dei De Benedetti. Non
riuscimmo però ad arrivare al cascinale sopra Asti poiché
incappammo in un posto di blocco e fummo condotti,
insieme a tanti altri alla caserma di via Alfieri. Chi ci condusse
presso la Caserma erano dei giovani che, devo dire non ci
maltrattarono, ma semplicemente avevano ordine di
controllare tutti quelli che erano in età del servizio militare.
Fortunatamente, eravamo troppi e vi era una grande
confusione e riuscimmo ad approfittarne sgattaiolando via.
Attraverso campi e boschi impiegammo 3 o 4 giorni e
raggiungemmo Sommariva Perno dove ci aggregammo alla
banda del Tenente Marco.

Marco Lamberti”Ten.Marco” sarà ucciso con altri sette a
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Carignano. Marco e Guido Portigliatti erano del 1° Gruppo
Divisioni Alpine, Leonardo Cocito e Giorgio Porello della 12°
Divisione Bra. Con loro furono impiccati anche Cossu
Antonio di Nule, De Zardo liberale di Catania, Mancuso
Pietro di Palermo e Brugo Giorgio di Romagnano Sesia.

33

Dal Roero alle Langhe

Dopo una ventina di giorni decisi di andare verso Alba per
unirmi a qualche gruppo di quelle parti. Seguii un rio e tra
rovi e spine giunsi a Canale, da qui arrivai al ponte sul Tanaro
presso Alba. La tentazione di andare a salutare mia madre e
mia sorella fu grande, però mi resi conto che sarebbe stato
troppo pericoloso. La città era piena di fascisti e tedeschi e
pertanto scelsi di recarmi al porto di Barbaresco e attraversai
con il traghetto. Incontrai altri giovani sbandati e salimmo a
Neive Alto. All’arco di San Rocco incontrammo un partigiano
che ci accompagnò a Mango, era Carlo Alberto
Dacasto(1924 1945). Qui rimanemmo con Ugo Cerrato e
andammo ad insediarci nella cascina Bergui di Camoron . Si
trova a sinistra nella salita della Madonna degli Angeli. Pochi
giorni e via nuovamente verso Trezzo Tinella e poi a Canelli.
Si viaggiava a piedi o per qualche tratto con il pullman di
Berta. Dal Littorio di Canelli dove c’era il gruppo di “Davide”
che passerà alla storia come quello che ci vendette ai
Tedeschi, fuggimmo verso Cossano. Dopo lo scontro con i
nazi-fascisti, alle porte di Cossano, rimasi sempre con Poli.
Conobbi John(Angelo Carmine), Geraci(che sarà il
comandante del gruppo di Coazzolo), Moretto(Giuseppe
Berta) Pinco, Fodretta, Guzzi, Barba, Giacomino, Pierre(Piero
Ghiacci), a Monbarcaro feci la conoscenza del mitico Lulù
(Louis Chabas) che fu ucciso il 9 febbraio 1945 a Bene
Vagienna, in un tragico equivoco, da partigiani delle
formazioni G.L.. Incontrandolo al buio sotto i portici di quel
paese, travestito da ufficiale tedesco, quei partigiani non
esitarono a far fuoco, nonostante il suo tentativo di farsi
riconoscere. Si rimase qualche tempo alla Lodola di Castino
e allo Scorrone, poi Poli mi destinò a Barbaresco.

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Sovente mi son tornate alla mente le situazioni vissute, i confronti avuti con Mauri, con Marco con “Poli” Piero Balbo e
anche qualche scontro verbale con partigiani di altre fazioni.
Passo in rassegna i vari fatti e se da un lato mi rammarico di
non aver scritto un diario, mi convinco di aver sempre agito
con onestà e buon senso rischiando di persona ma rispettando sempre le idee degli altri e cercando di proteggere la
vita di chi si trovava immerso in un momento storico molto
difficile e senza colpa ne pagava già le conseguenze vivendo
nascosto e nella paura. Vivere senza libertà di esprimere la
propria opinione o obbligato a nascondere la propria identità
furono le idee che più mi infastidirono e mi fecero decidere di
aggregarmi ai “Ribelli” di Sommariva Perno con “Marco” e
poi con “Poli”. Dopo il 9 settembre nessuno sapeva cosa fare, nessuno dava ordini e provvedeva perché venissero eseguiti, nessuno si dimostrava capace di prendere in mano la
situazione. Si capiva che gli alti comandi erano rassegnati e
intenzionati a non prendere posizione contro i tedeschi.
Questo mi procurò delusione ma nello stesso tempo mi
spinse ad agire. Compresi che l’unica via era quella di collaborare per intervenire contro le ingiustizie a cui si stava assistendo.

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I Comandanti Mauri - Poli – Carletto

Alba libera dal 10 Ottobre al 2 Novembre 1944
Verso le 16 Alba fu in mano ai Partigiani. Il comando della
Piazza venne assunto dal Ten. Carletto Morelli, comandante
della Brigata Belbo della II Divisione Autonoma Langhe
mentre per l’Amministrazione della città venne insediato
ufficialmente il C.L.N. che era già stato clandestinamente
costituito nella primavera con l’Avvocato Bubbio per la D.C.,l
‘Avvocato Roberto per il P.C.I., l’avvocato Chiampo per il
C.D.A.,l’Avvocato Gioelli per il P.L.I.,l’Avvocato Viglino prima e
il Sig. Favro Beltrando poi per il P.S.I.

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Piero Balbo “Poli”

37

Piero Ghiacci “Pierre”

Carmine Angelo”John”

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“Barba” di Cossano

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Pinco e Moretto

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Guzzi

41

Giacomino e John alla Lodola di Castino

Partigiani in Località Scorrone

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A Mombarcaro fui riconosciuto da Lulù

Mario Bogliolo
Mombarcaro

II

Divisione

Langhe

Com.gruppo

di

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Louis Chabas Foto Archivio Renato Salvetti (Dogliani)

Ero entrato da poco nel gruppo di Poli e fui inviato con
Carletto e altri, in missione a Mombarcaro, quando fummo
dopo Bossolasco sentimmo il rumore delle moto sidecar dei
Tedeschi. Era all’imbrunire, si fece in tempo a buttarci nei,
fortunatamente profondi fossi, che arrivarono e transitarono
ben tre sidecar. Non ci videro e si ripartì. Buttandomi nel
fosso trovai persino una pistola “Beretta” che consegnai a
Bogliolo, il Comandante del gruppo. Ci fermammo la notte e
chiacchierando si raccontavano le nostre esperienze. Intanto
che spiegavo a Bogliolo che ero stato in Francia, sentii
avvicinarsi un giovane che al termine, con cadenza francese
mi disse: < tu eri camionista a Beaulieu sur mèr, l’hai
scampata bella. Noi Maquis ti tenevamo d’occhio e se non
fosse arrivato l’armistizio ti avremmo sequestrato!> Io stupito
confermai che ero in Francia e ci scherzammo su, il giorno
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seguente, rientrammo al nostro gruppo, lasciai detto che mi
salutassero Louis Chabas detto Lulù(se mai fosse tornato!),
poiché nella notte se ne era andato. Di Lulù ne sentii parlare
molto in seguito e ad ogni sua impresa mi tornavano alla
mente quei suoi occhi intensi e il sorriso malinconico che mi
avevano colpito nell’unico incontro avuto. Diventò leggenda
e ancora oggi, quando, trovo qualche sua foto mi “sale la
malinconia”.
Anche altri hanno conosciuto e visto Lulù e ho piacere di
riportare le Testimonianze di Mario Marengo(mitico
meccanico moto di Alba) rilasciata al giovane Enrico Rivetto
e quella della Signora Clorinda Botter Arvangista e Poetessa.

Enigma Lulù di Mario Marengo Alba

Il suo mito è ancora ben vivo in Langa. Certo, occorre trovare
qualcuno con i capelli bianchi per poter argomentare su questa figura mitica della resistenza, delle sue gesta – che a volte sembrano incredibili – ma soprattutto la sua morte, che lascia ancora oggi
molti dubbi. Questa, avvenuta in modo strano, arrivata dal fuoco
amico, ha da subito fatto pensare ad un complotto, alla gelosia per
un personaggio così’ famoso, circondato da belle ragazze, con
quell’alone di leggenda palpabile che si percepiva alla sua presenza. Quasi un eroe mitologico, insomma. Ma come è morto Lulù
in quella fredda notte di Febbraio del ’45 a Benevagienna? La
storiografia ufficiale archivia la sua morte come un tragico errore,
d’altronde lui e la sua volante si erano travestiti da soldati tedeschi,
fatto che potrebbe giustificare l’errore. Vi sono però alcune circostanze poco chiare che lasciano dubbi in merito alla versione ufficiale. Analizziamo i fatti: Lulù ha un appuntamento importante alle
9 di sera in un ristorante sotto i portici. Ma lì non arriva nessuno.
Lulù si muove e sente dei passi, prende la torcia e va a vedere se
sono quelli dell’appuntamento , si fa riconoscere: “ sono Lulù”,
parte una scarica di mitra e Lulù muore con un buco sulla fronte e
un altro sul collo, L’accaduto lo si attribuisce ad una fatalità, a carico dei partigiani della montagna di Giorgio Bocca. Loro si posso-

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no giustificare affermando che non conoscevano Lulù. Ma i partigiani della montagna arrivano a Monchiero nei primi giorni di Gennaio, Sarà mai possibile che in più di un mese non sentano parlare
di Lulù, il partigiano conosciuto da tutti per le sue gesta che alimentavano continuamente i discorsi della gente? Lo stesso Giorgio Bocca ammette di aver saputo di Lulù quando era ancora in
montagna. Ci poteva essere un buon motivo per sopprimerlo? Lulù era apolitico, un leader apolitico era poco gradito, se non addirittura ritenuto pericoloso in quella fase di politicizzazione della Resistenza. Sappiamo che le Brigate Garibaldi praticavano una scuola politica con il loro commissario. I fazzoletti blu non si manifestavano politicamente, ma non nascondevano la loro fedeltà al Re e
la loro simpatia per il partito liberale. Ciascuna formazione partigiana perseguiva un credo politico. Un mito con molta popolarità
sarebbe stato un esempio scomodo. La sua spregiudicatezza, la
sua anarchia, il suo comportamento da cane sciolto, avrebbero
potuto diventare imbarazzanti in una successiva fase di normalizzazione. Poteva questo uomo, una volta conclusa la guerra, dare
fastidio e scombinare le carte dei politici? L’ipotesi della gelosia
per la sua fama poteva bastare per ordire l’imboscata fatale? Un
fatto è certo Lulù ha sparato, ma la sua arma si è inceppata. Lulù
aveva forse conosciuto chi aveva di fronte, aveva compreso di essere caduto in un agguato. Forse è il destino di un mito incontrare
una morte tragicamente inspiegabile durante la sua giovane età e
nel momento della sua maggior fama. Sicuramente, per la gente di
Langa, la Langa di Dogliani, Lulù rimane un icona, una storia che i
nonni possono raccontare ai nipoti, una storia che affascina sempre per il suo carico di avventura e di mistero. Permettendo, in
questo modo, di far rivivere le gesta di un ragazzo francese di ventidue anni che ha tenuto in scacco l’esercito tedesco, operativo in
Langa, per più di venti mesi. Il comandate Enrico Martini “Mauri”
scrive di lui: “muore anche Lulù: l’inafferrabile, l’onnipresente,
leggendario Lulù. Ma non sono i tedeschi né i fascisti a colpirlo”.
Lulù è stato sepolto in Francia ma il suo spirito continua ad aleggiare sulle nostre Langhe e quando soffia forte il vento pare di sentire, in lontananza nell’aria, il rombo della sua motocicletta.

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Lulù in piazza Savona ad Alba di Clorinda Botter
Avevo tredici - quattordici anni. Mi conoscevano per la
bambina che scriveva poesie, ad amici, parenti,nella scuola,
era una continua richiesta.. Con la mia spontaneità e
ingenuità le scrivevo e le regalavo a chi me le chiedeva.
Fu proprio per questo motivo che mi chiesero ( non so più
chi) di scrivere una poesia per il famoso Lulù che sarebbe
arrivato ad Alba. Erano arrivate voci di gesta eroiche, contro i
tedeschi..aspettavamo
con
ansia
di
conoscerlo.
Quel giorno splendeva il sole in Piazza Savona, si formò una
piccola folla...Ecco che il rombo di una moto di grossa
cilindrata ci scuote, ci si stringe intorno alla moto per vedere
da
vicino
LULU'.
Scese,senza allontanarsi dalla moto, stette fermo,
guardingo...qualcuno gli parlava, ma i suoi bellissimi occhi
azzurri si muovevano di continuo, or di qua or di là.
Io ero affascinata nello stesso tempo timorosa per ciò che
dovevo
fare.
Ed eccomi vicinissima a lui, con il foglietto in mano, iniziai a
leggere. Ero spigliata, perchè avvezza a circostanze del
genere, orgogliosa di poter esprimere in rima la mia
ammirazione per colui che doveva scacciare il nemico
fascista.
Egli ascoltò in un silenzio attento, rispettoso per questa
adolescente che gli aveva dedicato una poesia. La folla
applaudì, nel salutarlo gli diedi il mio semplice foglietto, lo
prese
con
garbo,
lo
mise
in
tasca.
Avviò la potente moto e si allontanò come il sole che dopo
averci regalato splendidi raggi tramonta, lasciandoci nel
cuore speranze di pace. Purtroppo non ho la poesia, non mi
ricordo
cosa
gli
scrissi.
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Saccello

della

Lapidi dei Partigiani e Patrioti

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Canova

di

Neive

COME HO CONOSCIUTO MIA MOGLIE

A fine Luglio 2013 io e mia moglie abbiamo festeggiato i 68
anni di matrimonio. La conobbi al termine di un’azione per
“Déje na siassà!”(una sventagliata) a un camion dei fascisti.
Avevamo saputo che in Vaccheria sarebbe transitato un
camion, ci appostammo dopo aver attraversato Tanaro con il
Traghetto degli Agnelli. Gli demmo una “mitragliata” e
fuggimmo, conoscendo bene i sentieri del lungo Tanaro.
Ritornammo alla “chiusa” dove inizia il canale per le
irrigazioni e per risalire le rocche e rientrare a Barbaresco.
Qui trovai una donna con una ragazzina di circa quindici
anni, era Romana, la mia futura consorte. Ricordo che mi
fissò, forse perché stupita di vedermi scorticato e
sanguinante. Io le chiesi cosa avesse da guardare, ma fu di lì
che i nostri destini si unirono. Da Barbaresco non me ne
sarei più andato, non tornai a casa a Torino ma rimasi,
affascinato da queste colline e da una ragazzina di
Barbaresco. Ci sposammo il 29 luglio 1945.

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