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IL SERGENTE NELLA NEVE.pdf


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PARTE PRIMA
il caposaldo
Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie
e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento
sulle rive del Don. Ho ancora negli occhi il quadrato di
Cassiopea che mi stava sopra la testa tutte le notti e i pali di sostegno del bunker che mi stavano sopra la testa di
giorno. E quando ci ripenso provo il terrore di quella
mattina di gennaio quando la Katiuscia, per la prima
volta, ci scaraventò le sue settantadue lombarde.
Prima che i russi attaccassero e pochi giorni dopo che
si era arrivati si stava bene nel nostro caposaldo.
Il nostro caposaldo era in un villaggio di pescatori in
riva al Don nel paese dei cosacchi. Le postazioni e le
trincee erano scavate nella scarpata che precipitava sul
fiume gelato. Tanto a destra che a sinistra la scarpata declinava sino a diventare un lido coperto di erbe secche e
di canneti che spuntavano ispidi tra la neve. Al di là di
un lido, a destra, il caposaldo del Morbegno; al di là
dell’altro, quello del tenente Cenci. Tra noi e Cenci, in
una casa diroccata, la squadra del sergente Garrone con
una pesante. Di fronte a noi, a meno di cinquanta metri,
sull’altra riva del fiume, il caposaldo dei russi.
Dove eravamo noi doveva essere stato un bel paese.
Ora, invece, delle case rimanevano in piedi soltanto i camini di mattoni. La chiesa era metà; e nell’abside erano
il comando di compagnia, un osservatorio e una postazione per la pesante. Scavando i camminamenti negli orti delle case che non c’erano piú, uscivano fuori dalla
terra e dalla neve patate, cavoli, carote, zucche. Qualche
volta era roba buona e si faceva la minestra.

Letteratura italiana Einaudi

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