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Renato Salvetti racconta .pdf



Nome del file originale: Renato Salvetti racconta.pdf
Autore: Utente

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RENATO SALVETTI 1924 DOGLIANI
Documentare e ricordare diviene quindi un dovere. E’ un debito
d’onore che hanno tutti quelli che possono fare testimonianza.
Incitamento all’odio? Dio mio! Lo faremmo noi, proprio noi che
fummo vittime dell’odio eretto a sistema e a strumento di
potere? Nessuno più di noi può sapere a cosa può condurre
l’odio. Pertanto, finchè ho voce voglio gridare “pace” e ricordare
ai giovani che solo l’amore e la fratellanza sono i mezzi per il
benessere e per il futuro.
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Renato Salvetti operò per tre mesi in una formazione di Partigiani Garibaldini di Savona. Nel Gruppo erano
solo in due piemontesi,lui e un giovane di Marsaglia detto “Ciapabeu” che fu poi ucciso in uno scontro con i
nazifascisti.

L’8 Settembre mi trovavo nella Caserma Porporata di Pinerolo Gruppo
Cavalleria Corazzata 3° squadrone marconisti. Premetto che stavo svolgendo
il servizio militare ma non ero mai salito su un cavallo, né sapevo cosa voleva
dire “marconista”, come altri ignoravo cosa stava succedendo, figurati che
ci istruivano facendoci marciare e per farci capire qual era la destra e la
sinistra ci mettevano un nastro bianco al braccio! Quando arrivarono i
tedeschi scappammo e io presi il treno, venni a Dogliani, a casa, ma dopo
qualche giorno vennero a cercarmi i carabinieri per riportarmi in caserma.
Nuovamente riuscìi a fuggire e mi rifugiai in Valle Bormida a Levice presso i
miei nonni e mio zio. Dopo qualche giorno, su consiglio di mio zio, mi recai a
San Benedetto Belbo per unirmi al gruppo di “Ribelli Garibaldini” di Savona.
Mi accettarono e per alcuni mesi ci nascondemmo e”operammo” in Alta
Langa ma senza sparare un colpo. Si andava a mangiare a Feisoglio in una
Trattoria vicino alla fontana, era di una signora di nome Ida. Lei ci aiutava ma
non voleva che portassimo dentro le armi, pertanto le lasciavamo fuori.
Durante il giorno e la notte ci nascondevamo in una baracca, ma qualcuno
fece la spia e arrivarono i fascisti e i nazisti. Noi nuovamente fuggimmo,
senza sparare, salimmo ancora verso Niella Belbo. Con noi c’era un inglese
che era alto due metri e due tedeschi fatti prigionieri presso Camerana.
Braccati inseguiti riuscimmo a far perdere le tracce e scendemmo per
raggiungere Bonvicino.
“braccati dai nazifascisti il 10 dicembre del 1943, scendemmo dall’alta Langa
e attraversando il torrente Rea raggiungemmo Bonvicino. Faceva un freddo
terribile e a fatica risalimmo la rupe che porta alla frazione di Bonvicino. Qui
trovammo una famiglia che ci ospitò. Non dimenticherò mai la bontà di
quella famiglia che ci aiutò in modo stupendo. Noi eravamo bagnati fradici e
ci fece asciugare i vestiti intanto che noi ci scaldammo nella stalla su due
balòt di paglia. Ci diedero anche da mangiare, nonostante ci fosse la tessera
annonaria che prevedeva cinquanta grammi di pane nero a testa. Questo
contadino ci portò un cesto di pane bianco delizioso cotto nel loro forno e
salame e formaggio. Sembrava incredibile che ci fosse gente disposta ad
aiutarci rischiando moltissimo. Ci fermammo alcuni giorni e poi dopo aver
ringraziato, ci recammo a San Giacomo di Roburent presso Mondovì.
Marciammo per trenta chilometri riuscendo a sfuggire ai fascisti e fummo
ospitati in una piola di campagna che esiste tuttora. Era la vigilia di Natale
del 1943, stavamo cuocendo le castagne bianche sulla stufa quando a un
certo punto il cane che era accucciato sotto la stufa iniziò a ringhiare e andò
verso la porta d’entrata. Noi lo seguimmo,per vedere chi ci fosse. Era una
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serata incredibile, io ho 89 anni ma ho mai più visto una cosa del genere:
nevicava alla grande ma c’era una luna che illuminava tutta la valle.
Vedemmo che vi erano delle persone che stavano salendo e avvisammo i
nostri compagni che dormivano. Eravamo giovani, e non pensammo fossero
fascisti. Arrivarono e prima di entrare buttarono delle bombe dalle finestre e
non avemmo il tempo di reagire. Ci catturarono tutti, trentaquattro! Ci fecero
calpestare la neve fresca che era ormai alta più di un metro dandoci delle
scudisciate con dei frustini. Ci portarono a Mondovì e fummo ricevuti dal
“famoso” colonnello Rossi, rinomato per la sua crudeltà, che comandava la
Piazza di Mondovì. Questi ci fece la proposta di passare con loro oppure ci
avrebbero messi nelle mani della Polizia Segreta Tedesca la S.D. Parlò per
tutti il comandante della Brigata Sambolino Mario. Ci caricarono, disarmati,
su dei camion con le sentinelle fasciste ai quattro angoli. Fummo trasferiti
alla Questura Centrale di Cuneo e lì ci fu “l’aperitivo” botte a non finire e poi
condotti in Piazza Vittorio, che diventerà Piazza Duccio Galimberti l’avvocato
Comandante Partigiano fucilato alle spalle nei pressi di Centallo.

In carcere
Ci fecero calpestare la neve e ci portarono nelle Carceri di Cuneo . Qui ci
interrogarono e ci rinchiusero in 15 per cella. Ci passavano una ciotola di
brodaglia da sotto la porta, ma era proprio poco per me, giovane che avevo
sempre una fame della “malora”! Escogitai un sistema per farmene dare più
di una volta: versavo la brodaglia nel catino dove ci lavavamo e la feci franca
per alcune volte, poi se ne accorsero. Venne una guardia e disse che
qualcuno aveva fatto il furbo. Si trattava, se scoperto, di esser ucciso poiché
non scherzavano e ogni occasione era buona per massacrarti. Non sapendo
dove metterla la nascosi nel”Bojeu” (il secchio di legno che serviva da
cesso) e che aveva un coperchio. Vennero a controllare e non la scovarono,
così la scampai, ma non lo feci più, meglio soffrire un po’ di fame che
rischiare la morte! Tuttavia quella ciotola che galleggiava negli escrementi la
presi e ne mangiai il contenuto tanta era la fame. E questa fu solo la prima
esperienza di grande fame vissuta.
In seguito fummo messi al muro in uno stanzone e quattro fascisti bendati
scelsero quattro di noi,( Mario Sambolino, lo studente Luciano Graziano,
Gustavo Rizzoglio e Andrea Bottaro verranno fucilati a Cairo Montenotte il 16
gennaio 1944.Un quinto patriota, Attilio Gori, catturato e deportato in
Germania, morirà a Mathausen)
seppi in seguito che furono condotti a Cairo Montenotte e fucilati. Poteva
toccare anche a me, la sorte mi risparmiò.
Caricati su dei camion ci trasferirono alla stazione di Cuneo e poi a Torino
alle Carceri Nuove. Qui ogni giorno subimmo interrogatori e fummo
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malmenati. Fu atroce poiché dalle celle si sentivano urla e pianti di persone
che venivano torturate. Si seppe che avevano preso quaranta Partigiani in un
rastrellamento in val di Susa. A Febbraio ci condussero a Porta Nuova, al
binario 19 salimmo su dei vagoni , ci rinchiusero e ci portarono alla stazione
di Bergamo, da qui salimmo in una Caserma di Bergamo alta. Dopo quattro
o cinque giorni ci riportarono alla stazione e, caricati su dei vagoni
destinazione Mauthausen, su 563 tornammo in 48 gli altri morirono tutti. Non
so se furono le preghiere di mia madre e Santa Rita che mi ha fatto la grazia
di sopravvivere, perché fu veramente atroce. Quando tornai pesavo 29 chili.
La mia mamma Caterina,a 38 anni, è rimasta uccisa nei bombardamenti
avvenuti qui a Dogliani.

MAUTHAUSEN

1313 Salvetti Renato Dogliani 1924, si legge nella lista in appendice al libro
“Tu passerai per il camino” di Vincenzo e Antonio Pappalettera(padre e figlio
entrambi deportati a Mauthausen)

Gli italiani deportati sono stati circa 41.000 dei quali 8.869 erano ebrei.
I
morti
sono
stati
37.000
di
cui
7.860
erano
ebrei.
Quindi, su un totale di circa 41.000 deportati, dei quali 37.000 sono morti, ci
sono stati 4.000 superstiti e cioè meno del 10 per cento.

Un mio caro amico, mancato poco tempo fa, era René Mattalia lui fu
internato nel campo di Linz III. Anche lui tornò e siamo andati per
tanto tempo a far conoscere le nostre storie nelle scuole. Io ancora
adesso sento il dovere di portare la storia di questa grande tragedia ai
giovani e per questo andrò finchè ne avrò la forza.
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I sottocampi di Mauthausen erano 27, ma regnava anche qui il terrore
e la morte.
La vita nei Campi era terribile, e non vi era differenza tra Mauthausen e I sottocampi di
Ghusen I II e III. Io ero giovane e non capivo cosa succedeva, speravo solo di
sopravvivere e mi sembrava di vivere un incubo che si rivelò più grande
dell’immaginabile. Si doveva lavorare, prendere le botte dei Kapo che erano crudeli e
sadici, non ti lasciavano scambiare una parola né uno sguardo con qualcuno. Anche di
notte subivamo le loro angherie, venivano a prenderci e ci portavano nei loro alloggi per
frustarci e violentarci. Quando tornai e mi sposai, nella notte avevo gli incubi e sognavo
quelle torture. Mia moglie, alla quale avevo raccontato le mie sofferenze, mi accarezzava
e mi aiutava come poteva. Fu una grande donna che mi volle bene fino all’ultimo.
Ancora adesso,che è mancata da molti anni, mi protegge. Io non so pregare, ma la
invoco nelle mie preghiere perché la sento vicina, come anche mia madre. Nei mesi della
prigionia, come ho già detto, mi feci forza pensando a mia madre e pregandola e sentivo
che lei mi proteggeva. Tornai per abbracciarla ma non la trovai perché morì sotto i
bombardamenti qui a Dogliani.
(Renato mi fa andare sul balconcino e mi mostra dove fu uccisa la sua mamma, con le
lacrime agli occhi mi racconta che fece sacrifici per acquistare la casa in cui vive, solo
perché da qui si vede il punto dove cadde mamma Caterina.)

Arrivammo alla stazione di Mauthausen e ci fecero scendere, quindi
incolonnati salimmo per questa strada malandata e ripida che
conduceva al campo il cui nome significa “Pietra-ardesia” e infatti ci
sono solo pietre. Con me vi erano molte persone anziane(
professionisti e antifascisti convinti).
Quando fummo in cima, un mio carissimo amico, Marchio di Dronero
del 1882 mi disse.<Renato, andiamo verso il buio questo è un campo
di sterminio, ci sono i forni crematori!> Lui aveva subito capito di
cosa si trattava, io non sapevo neppure cosa fosse Mauthausen, ma
ben presto lo avrei capito.
Entrammo passando sotto un portale stupendo e vedemmo una
piscina per i militari tedeschi, faceva un freddo “bolscevico” e
nevicava. Chi aveva valigie o borse le dovette lasciare, ci fecero
spogliare nudi sotto la neve e scendere nella Wasseroom dove
barbieri improvvisati ci depilarono ferendoci nel fisico e nel morale.
Ancora ci rasarono in testa e ci fecero “l’autoblank” (l’autostrada) con
il rasoio facendoci sanguinare.
Nella Wasseroom ci costrinsero alle docce fredde e calde e tra urla di
“schnell” svelti e avanti ci fornirono le dosi di botte con i calcio dei
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fucili. Ci diedero una pennellata di petrolio al pube e sotto le ascelle e
quindi ci mandarono a correre, nudi, nella neve. Ci tennero tre giorni
in quarantena in una “stube” dove dormivamo per terra e affiancati, se
ti alzavi per qualche bisogno fisiologico perdevi il posto e stavi in
piedi. Il quarto giorno ci consegnarono la divisa “zebra”, il mio
numero era 59138 e ho dovuto subito imparare a pronunciarlo in
tedesco perché altrimenti erano 25 scudisciate sulla schiena! Ti
facevano morire! Ci facevano lavorare 12-14 ore nella cava di pietra e
dovevamo portare le pietre su per una scalinata di 187 scalini. Ai due
lati c’erano i kapo che erano dei delinquenti comuni senza scrupoli e
promossi guardiani. Mentre salivamo questa scalinata i kapo ci
picchiavano continuamente, per loro uccidere era come fumare una
sigaretta. Le pietre che portavamo in cima alla scalinata le versavamo
dentro a dei vagoni e venivano vendute, vendevano tutto persino le
ceneri dei morti! Quella vita per me durò 15 mesi, rimasi sette mesi
nelle cave poi uscì un proclama che ricercava chi fosse in grado di
lavorare al tornio. Io raccontai una “balla” (frottola) poiché non
sapevo neppur cos’era un tornio, ma pur di cambiare vita , rischiai.
Fui così portato a Everdhuzen alla Stajèr a costruire dei pezzi per i
“moschetti” ne realizzavo 400 al giorno. Erano sottocampi dove la vita
era dura come a Mauthausen. Ad esempio a Ebhezen ci fu Tibaldi del
1928 e il dottor Gallo di Cherasco. Nel campi di Gusen I II e III
morirono più di 5000 italiani!
La prigionia era terribile, soprattutto perché eri soggetto a una
sorveglianza strettissima e continuamente le guardie ti dicevano
“arbheit, schnell” lavora, svelto “still” silenzio e non potevi
assolutamente parlare, altrimenti ti colpivano. I Kapo erano
delinquenti e peggio delle SS!

Le donne di Mauthausen
Nel campo vi erano anche circa 600 donne, tenute segregate e a
disposizione dei nazisti. Quando rimanevano incinta venivano uccise
con i loro figli!
Erano tenute in una grande Haus(casa) posta sul percorso di ritorno
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dalla cava. Ricordo che quando si tornava la sera, ci buttavano un po’
di pane che a noi serviva per sopravvivere.

Matteo Marchiò 1882 Dronero
Negli ultimi 5 mesi di prigionia mi fecero andare a costruire il campo
di Gusen III. Ebbi modo di conoscere Matteo Marchiò di Dronero, era
del 1882, una persona stupenda, deportato perché convinto Liberale,
antifascista e antinazista. Per questo fu perseguitato, incarcerato e
deportato. Lui era falegname ed io lo aiutavo, quello fu un periodo
con un po’ di sollievo poiché potevamo parlarci. Mi affezionai molto a
Marchiò e lui a me, tanto che mi diceva: - tu sei come un figlio per
me. Se torniamo a casa vieni a vivere da me a Dronero e ti do lavoro.
Purtroppo, quindici giorni prima della fine della guerra, a causa delle
pene sofferte in prigionia, morì. Piansi tanto e mi disperai. Quando
tornai, andai ad avvisare la famiglia e sono sempre stato accolto
come un famigliare. Dronero e Saluzzo furono le città da cui
proveniva il maggior numero di deportati di tutto il Piemonte.

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La Liberazione

Già da qualche giorno non ci facevano più lavorare ed erano scomparsi i
nostri aguzzini, sulle garitte i giovani militari di guardia non c’erano più. Noi
non avevamo neppure la forza di alzare gli occhi per vedere che non c’erano
più, ci pareva strano che neppure portassero via i morti né li cremassero.
Il 5 Maggio 1945 ore 17,15 si apre il portale ed entrano 4 0 5 camionette con
gli americani. Ma noi non sapevamo chi fossero, tramite gli interpreti ci fu
spiegato che chi se la sentiva poteva andarsene, era libero di fare ciò che
voleva. Io uscìi e costeggiando il Danubio raggiunsi Linz, camminai per
ventisette chilometri e nel tragitto entrai in uno zuccherificio. Come un
bambino mi misi a mangiare zucchero, mi sembrava un sogno. Siccome si
faceva notte e non sapevo dove andare decisi di tornare al campo, nel
viaggio di ritorno trovai un campo degli I.M.I. Internati militari. Il comandante
era l’Ing. Rusconi della Caproni di Milano, chiesi ospitalità e mi accettò.
Mi assegnò a una baracca dove c’era un sergente maggiore di Cherasco, si
chiamava Gorzegno: Un piccolo uomo di statura ma eccezionale, a casa
svolgeva l’attività di ortolano ed era un organizzatore straordinario.
Stringemmo subito amicizia e mi disse: <Tu rimani in questa camerata e se
riesci aiuta qualcuno che è a letto, al mangiare ci penso io>. Lui andava a
lavorare in campagna e sapeva come procurarsi il necessario per il
nutrimento. Ricordo che aveva macellato un cavallo e mise la carne a pezzi
sotto sale, dentro barili di legno. Questa doveva servire per sfamarci tutti,
poiché non si pensava di rientrare presto. Rimanemmo circa due mesi in
quel campo e a Giugno del 1945 fummo rimpatriati, prendemmo il treno e
noi della provincia di Cuneo fummo portati a Moncalieri nella caserma dei
carabinieri dove ci tennero una ventina di giorni. Ci rasarono e disinfettarono
e ci inviarono a casa. Il mio amico di Cherasco avvisò suo padre che venne a
prenderci a Bra con il calesse, ero una larva umana,pesavo 29 chili,

avevo i denti spezzati e cadenti per la
malnutrizione e stavo a malapena in piedi. Fui ospitato per alcuni giorni a
casa dei Gorzegno, poi dissi che avevo piacere di tornare a casa a Dogliani
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per salutare mia madre. Il padre di Gorzegno, mi trattenne ancora un po’ di
giorni, evidentemente aveva saputo che mia madre era morta, mentre io da
due anni non avevo più notizie della famiglia. Su mia insistenza mi portò con
il calesse fino al Tanaro di Monchiero, attraversai su di un traghetto e
incontrai una mia compaesana, certa Rosina del Bar Riviera di Dogliani che
in modo brutale mi disse che mia mamma era morta. A sentire quella notizia
avrei voluto morire anch’io. Avevo superato tante pene per poter rivedere la
mamma e non la trovai. Fui proprio angosciato e faticai a superare quei
momenti, anche perché ero indebolito nel fisico e nell’animo. Da Monchiero
per venire a Dogliani, presi il tramvai. Alla stazione di Dogliani trovai mia
sorella ad aspettarmi e mi accompagnò a casa dove rimasi per alcuni giorni
debolissimo e prostrato per la perdita della mamma.
Il medico Lanza veniva tutti i giorni a curarmi e mi consigliò di ricoverarmi
nell’ospedale civico di Dogliani. Vi rimasi pochi giorni, ero talmente debilitato
che fui inviato all’Ospedale della Croce Rossa di Alessandria. Rimasi
ricoverato per quasi quattordici mesi. Con me vi era anche un amico di
Dogliani che era stato prigioniero in Africa. Divenne poi Guardia Municipale
di Dogliani. Ci curavano somministrandoci “Super-alimentazione”. Dopo
questi mesi di degenza ad Alessandria lui fu trasferito in un Ospedale di
Como ed io presso l’Ospedale dell’Ordine sovrano di Malta a Roma. Qui fui
ricoverato per ventitre mesi. Al termine di queste cure tornai a casa e pesavo
cinquanta kg. Pensai subito a trovarmi un lavoro e fortunatamente alla
fornace di Dogliani mi fornirono un lavoro abbastanza leggero che mi
permise di continuare la guarigione e la ripresa di una vita normale. Con
l’aiuto di mia moglie riuscii a superare, in parte, anche i traumi psicologici
subiti. Dico solo in parte poiché per lungo tempo ebbi terribili incubi notturni.
Gli anni trascorsero allietati da nascite e funestati dalle morti di due figli.
L’aiuto di mia moglie fu determinante per non lasciarmi cadere nella
depressione e nello sconforto. Mi ritrovai pensionato e ritenni doveroso
dedicarmi per far conoscere ai giovani l’esperienza della mia prigionia
affinchè non si dimentichi cosa fu “l’OLOCAUSTO” E COSA PATIRONO
MILIONI DI PERSONE.
Finchè avrò forze incontrerò i giovani per urlare con loro “ mai più GUERRA”
“VOGLIATE BENE ALLA MADRE E ALLE DONNE”

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Alla Scuola di Cortemilia
Alla Scuola di Neive

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Caro Sig. Renato,
siamo alcuni alunni della scuola di Lequio Berria , nella quale sei venuto recentemente a parlare in
merito alla tua tragica esperienza nel lager di Mauthausen.
Vorremmo ringraziarti per le emozioni che hai saputo suscitatare in noi, raccontando la tua storia .
Sarebbe impossibile provare cio’ che hai provato tu , ma possiamo immaginare cio’ che hai dovuto
sopportare nel campo di stermino: è stata messa alla prova la tua voglia di vivere, ma sei stato forte
e, pensando alla tua cara mamma, hai voluto resistere. Hai saputo tirare fuori lati positivi in
mezzo a tanta cattiveria e noi, per questo , ti ammiriamo molto.
Inoltre dopo questo incontro ci siamo resi conto di quanto l’uomo possa essere crudele nei confronti dei
suoi simili e abbiamo realizzato che solamente chi ha veramente sofferto puo’ comprendere in pieno il
significato delle parole Libertà, Fame, Miseria, Dignità, Rispetto……………………………. Persecuzione.
Grazie Renato per la tua toccante testimonianza, perché ricordare il passato serve soprattutto a migliorare il
futuro !

Un sincero Grazie anche a coloro che hanno permesso questo incontro , in particolare al prof.
Fenocchio di Arguello e ai nostri insegnanti.
Alunni della scuola di Lequio Berria

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Incontro con il sig. Renato Salvetti

Poche persone al mondo hanno avuto la fortuna di uscire vivi dai campi di
concentramento e narrare gli orrori che hanno vissuto.
Noi ragazzi della terza media di Cortemilia abbiamo avuto l’onore di
ascoltare il racconto di uno di questi sopravvissuti.
Un martedì pomeriggio di maggio, proprio nel periodo in cui a lezione
studiavamo l’olocausto, noi di terza siamo scesi nell’aula di educazione
tecnica per incontrare il signor Salvetti Renato, che è venuto da Dogliani,
accompagnato da un amico, per parlarci della sua deportazione e di come
sia sopravvissuto in uno dei peggiori campi di concentramento: Mauthausen.
Il signor Salvetti era un partigiano operante in una zona vicino a Cortemilia e
ci ha tenuto a precisare che, nonostante fosse un combattente, lui non sparò
mai un solo colpo. Per prima cosa ci ha fatto ascoltare una canzone, inno dei
ribelli, e poi ha iniziato il suo racconto.
Una sera d’inverno, nel ’43, mentre lui e i suoi compagni cuocevano le
castagne sulla stufa, il loro cane iniziò ad abbaiare…subito si nascosero in
cantina, perché avevano riconosciuto i nazisti, ma questi lanciarono delle
bombe a mano sulla casa dov’erano nascosti e li catturarono tutti.
Salvetti e i suoi compagni furono portati in una caserma, dove gli venne
proposto di unirsi ai nazisti per avere salva la vita; rifiutarono tutti e, assieme
ad altre 562 persone, furono spediti al campo.
Quando il lager venne liberato, di quelle persone erano rimasti in 42,
compreso il signor Renato.
Appena arrivati a Mauthausen i prigionieri furono spogliati e sottoposti a una
doccia, gelata o bollente, poi vennero tosati ( a tutti i deportati veniva tagliata
una striscia larga tre dita dalla fronte alla nuca, così che fossero riconoscibili
in caso di fuga) e ricoperti di petrolio; gli diedero poi un paio di ciabatte e li
obbligarono a correre nella neve.
Solo dopo quattro giorni gli consegnarono le divise, con un triangolo rosso e
la sigla IT e un numero. A questo punto del racconto il signor Salvetti ci ha
mostrato un foulard fatto con la sua divisa, con il triangolo e il numero…lui
era il deportato 59138 e ci ha ripetuto il numero in tedesco, raccontandoci
che al campo, se non sapevi il tuo, ricevevi 25 frustate sulla schiena e sulla
testa.
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Come tutti il signor Salvetti lavorava alla cava di granito, dove era costretto a
trasportare le pietre giù da una ripida scalinata tenendole a contatto con lo
stomaco. Spesso le S.S. spingevano i prigionieri in cima alla scalinata che
cadevano addosso a quelli avanti a loro, i quali a loro volta cadevano…Il
signor Salvetti ci ha anche descritto una punizione che veniva inflitta a chi
era prossimo alla morte: le persone venivano messe in fila alla cima di una
rupe, alla cui base c’era un lago.Qui ognuno doveva spingere quello che gli
stava davanti…uno dopo l’altro i prigionieri cadevano di sotto e morivano sul
colpo; chi sopravviveva veniva finito a colpi di pistola.
I deportati mangiavano pochissimo e soffrivano la fame, qualcuno provava a
saziarsi mangiando l’erba fresca. Ogni tanto nella piazza d’appello alcune
donne (che erano circa 600) passavano del pane.
Il signor Salvetti ha affermato che, ancora oggi, egli nutre un profondo
rispetto per le donne e ci ha rivelato che, nei momenti più difficili, il pensiero
di sua madre e la speranza di riabbracciarla lo hanno aiutato ad andare
avanti.
Ricorda benissimo il giorno in cui gli americani liberarono il campo:era il 5
maggio 1945, alle 17:10
Appena liberato, il signor Salvetti si mise in viaggio verso casa; lungo la
strada incontrò una conoscente da cui seppe che sua madre era morta
durante un bombardamento.
Quando tornò, il signor Renato pesava 21 chili e passo circa quaranta mesi
in ospedale per riprendersi.
Ha iniziato a raccontare la sua esperienza solo nel 1985…prima non riusciva
a parlarne, talmente terribili erano le cose che aveva visto.
Finito il racconto, abbiamo posto alcune domande al nostro ospite e quando
un alunno ha chiesto se avrebbe rifatto tutto di nuovo se fosse tornato
indietro il signor Salvetti ha risposto: “Assolutamente si!Anche ora, se
potessi, lotterei insieme a voi giovani!”
Il nostro pomeriggio si è concluso con una foto ricordo. E’ stato un incontro
molto interessante e toccante, che ci ha permesso di capire l’orrore che può
scaturire dalla mente degli uomini.
Io sono d’accordo con la scritta cucita su un pezzo di divisa del signor
Renato: “Per non dimenticare. Non dimenticare per non ripetere in futuro
l’enorme errore dell’Olocausto che ha macchiato inesorabilmente la storia
dell’umanità”.
Le ragazze e i ragazzi della scuola di Cortemilia

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