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Panorama n.3 21.01.15 .pdf



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21 gennaio 2015 | Anno LIII - N. 03 (2539) | Giornale 3,00 euro

www.panorama.it

L’attacco a parigi, neL cuore deLL’europa e a due passi
daLL’itaLia, impone un cambio di rotta neLLa prevenzione
e repressione deL terrorismo. ecco che cosa fare.
con coraggio e senza perdere aLtro tempo.

ArrestiAmoli

misure speciaLi per nemici speciaLi

9 770553 109000

5 1 5 0 3>

ISSN 977-0553109000

Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Belgio 5,70 Euro; Germania 7,00 Euro; U.K. 4,40 GBP; Svizzera 7,00 CHF; Svezia 55,50 Sek; Svizzera C.T. 6,70 CHF; U.S.A. (via aerea New York) 9,50 USD, Canada 10,00 Cad - P.I. SpA - Sped. in A.P. - D.L. 353/03 art.1, comma 1, DCB Verona

edizione straordinaria

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Panorama
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Il futuro telematico dell’università

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di Panorama
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Editoriale

9

6

Scenari

ItalIa
Nuovo ambasciatore, speranza per i marò 13
Il Pd e la farsa delle primarie
14
L’anno zero dei talk-show
16
No al carcere, sì alla libertà di stampa
18
EconomIa
Le tasse sull’energia bruciano le cartiere
Le contraddizioni di Draghi
Il taglio dell’Irap è inutile per lo sviluppo
Dove il tessile rinasce grazie all’hi-tech

21
22
23
24

In copertina: Elaborazione di Stefano Carrara

mondo
Il braccio di ferro sul roaming
27
Putin-Medvedev: c’eravamo tanto amati 28
Obama alla prova del Senato repubblicano 30
FrontIErE
Il superantibiotico che nasce dalla terra
Tutti pazzi per la fisica

33
34

SocIal
L’etica laica nasce (anche) nelle aziende 35

Fuochi d’artificio
Centinaia di milioni di euro di danni
d’immagine, ma ancora poche evidenze
scientifiche. La Terra dei fuochi continua
a far discutere. L’ultimo attacco è quello
al cantante Gigi D’Alessio, reo di aver difeso
la mozzarella campana dal linciaggio
mediatico la notte di Capodanno. Mentre,
secondo le analisi effettuate, soltanto
l’1 per cento dei terreni campani potrebbe
essere inquinato.
Ma, in realtà, non lo è più
da anni. Perché i controlli
funzionano.
Per commentare #terradeifuochi

cultura
Quando Roth finanziava i dissidenti
Libri, amore e fantasia
4

Panorama | 21 gennaio 2015

36
38

76

21 gennaio 2015

iPAD

Abbonati alla versione
digitale di «Panorama»:
1 mese € 4,49
3 mesi € 11,99
1 anno € 49,99

da mercoledì
Sulle app per iPad, iPhone,
dispositivi Android, Kindle Fire
e Kobo Arc il nostro giornale
costa solo 1,99 euro e si legge un
giorno prima, arricchito da foto,
video e contenuti multimediali.

storie
E ora servono nuove leggi (straordinarie)
La censura dei buoni
La jihad sui social network
E Ahmed disse: «Ma per i morti in Libia
nessuno alza un dito»
Intervista alla sociologa Jytte Klausen
Guerra a mezzo stampa
Il lungo addio di Re Giorgio
Una ghostwriter per Matteo
Fuochi d’artificio
Gigi D’Alessio, colpevole
di anticonformismo
La versione di Daniele De Santis
Il futuro in 10 parole

42
50
52
58
64
66
68
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82
84
92

Abbonamento ricorrente:
€ 1,79 a copia

Bentornato
pied-à-terre

Sofisticato, di design,
sperimentale e con
soluzioni salva-spazio.
A dispetto della crisi
immobiliare, il monolocale
sta vivendo una seconda
giovinezza. Acquistato
per viverci, per
investimento o per
trasformarlo in una
preziosa garçonnière.
Per commentare #tendenze

98

L’eredità allargata
La famiglia allargata cambia le regole, anche
sull’eredità. Mogli, conviventi, matrimoni gay, figli
di primo e secondo letto: servono nuove norme
per far fronte a una società in evoluzione, una
riforma che anche i notai chiedono. Dal caso
di Pino Daniele a quello di Lucio Dalla, le storie
dei patrimoni contesi e i consigli per evitare
infinite guerre
legali tra eredi.
Per commentare
#famigliallargata

89

link
Kate Moss, bad girl per sempre
Bentornato pied-à-terre
Bevo, dunque dimagrisco
All’Expo un testimonial stellato
La moda la viviamo in simbiosi
Sono piccola, ma ballo alla grande
Le strade del tempo sono infinite
Jukebox senza fili (e senza dischi)
Periscopio
Incipit
21 gennaio 2015 | Panorama

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98
102
105
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110
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113
122
5

Una prima assoluta

IL futuro teLematIco
deLL’unIversItà

Panorama Academy è il primo
esperimento di formazione
a distanza nato dalla
collaborazione tra una casa
editrice e un’università
telematica. Un sistema
di apprendimento veloce
e flessibile, di qualità
e connesso al mondo del lavoro.

u

s
cerci
s
o
n
o
ni a c

Vie

Harvard e il Mit di Boston hanno fatto importanti
investimenti e il Brasile considera la formazione on line
uno dei punti cardine per garantire l’istruzione a tutti.
In Italia, i corsi di Panorama Academy partono in marzo.
Cinque aree tematiche e due percorsi distinti per formare
una nuova generazione di professionisti e imprenditori.

L

’Economist l’ha definita una delle
più importanti rivoluzioni del ventunesimo secolo. Secondo uno studio
congiunto dell’università di Harvard e
del Mit di Boston, due degli atenei che
più massicciamente hanno investito
in questa direzione, è l’unica ricetta
economica che possa consentire alle prossime generazioni di manager americani
di affrancarsi dal fardello dei prestiti studenteschi. E il Brasile ha appena gettato le
basi per trasformarla in un caposaldo della

partnership pubblico/privato e dell’istruzione garantita a tutti.
Mettete in fila questi elementi e capirete perché l’università telematica, anche
alle nostre latitudini, riscuote interessi crescenti. Sia in termini di iscritti, sia da parte
delle aziende che le stanno trasformando
nel terreno di caccia ideale per professionalità più ampie e specifiche, in maggiore
connessione con l’economia reale rispetto
alla (pur ottima) preparazione accademica
tradizionale. Nel nosto Paese, in poco più

I testimonial
dei nostri corsi

arte

Alessandro Cecchi
Paone, Vittorio Sgarbi,
Fernando Napolitano,
Michele Lupi e Alfonso
e Livia Iaccarino sono
i testimonial dei corsi
di Panorama Academy.

tUrIsmo

6

Panorama | 21 gennaio 2015

bUsIness

Tutto facile

Immatricolarsi ai corsi
di Panorama Academy è facile
e conveniente: si può fare online
o presso le sedi dell’Università
telematica Pegaso. Le rette
dei master possono essere
pagate anche in quattro rate.

my.it

e
acad
m
a
r
.pano
w
w
w

Resta in contatto

Gli studenti che completeranno
i master entreranno a far parte
di una comunità esclusiva, proprio
come accade per gli atenei
statunitensi, con l’obiettivo
di facilitare networking
e condivisione dei progetti
tra loro e le aziende, che avranno
accesso alla banca dati.

di un decennio dal suo riconoscimento,
è passata da 1.500 a 40 mila iscritti, e
continua a crescere a medie comprese
tra il 16 e il 17 per cento annuo, quasi il
doppio rispetto all’incremento mostrato
dalle università «fisiche». Ecco perché da
quest’anno, grazie alla collaborazione
tra Panorama e Pegaso, uno dei principali protagonisti di questa rivoluzione,
anche il nostro settimanale entra nel
settore dell’e-learning dando vita a Panorama Academy.
Come vi abbiamo raccontato nelle
scorse settimane attraverso le parole dei
nostri testimonial, l’offerta partirà in
marzo (ma è già possibile accedere fin
fashion

enogasTRonomia

da ora ai moduli di iscrizione su www.panoramacademy.it) e sarà articolata su cinque macroaree e due percorsi distinti: uno
più breve, pensato per chi non è in possesso di una laurea, e uno strutturato come un
vero e proprio master post-universitario.
L’obiettivo è formare nuovi professionisti,
manager e perché no imprenditori, nei
comparti chiave per il rilancio del made
in Italy, arricchire tutti quelli che vogliono
dotarsi di nuovi strumenti e metodi per
sfidare mercati e concorrenti.
Vale per chi, magari subito dopo il
diploma, è intenzionato ad acquisire ulteriori competenze, per esempio finalizzate all’avvio di un’attività in proprio o a
completare il proprio orientamento prima
di affrontare l’università: i corsi brevi assicurano un bottino di crediti formativi; vale
ancora di più per chi, dopo la laurea, intende invece dotarsi di una professionalità più
ampia e specifica, e vale anche per chi, come i lavoratori dipendenti, i non occupati
o i manager, è impossibilitato ad accedere
a una formazione di tipo tradizionale ma
non per questo intende rinunciarvi, visto
che oggi l’aggiornamento professionale e
la ricerca di nuove opportunità non sono
più un optional, ma un obbligo per restare
competitivi.
n
© rIProDUzIone rIservAtA

21 gennaio 2015 | Panorama

7

Silvia Morara (2)/ Armando Dadi

Danilo Iervolino, 36 anni, fondatore
di Pegaso: 26 mila studenti online.

editoriale
di Giorgio Mulè

Il prImo sguardo del nuovo presIdente

S

ul doppio mandato di Giorgio Napolitano che si chiude in anticipo e sulle tante sfaccettature di una presidenza della Repubblica che si presta a essere giudicata (nel bene e
nel male) da diverse e opposte angolature potrete leggere all’interno di questo numero
le analisi di quattro commentatori d’eccezione. Vale la pena, dopo questa premessa,
buttare lo sguardo in avanti. Non per perdersi nel giochetto dei nomi che va tanto per la
maggiore, quanto per concentrarsi sulle prime ed ineludibili azioni delle quali a nostro
giudizio dovrà rendersi protagonista il prossimo inquilino del Colle. Non c’è molto da
girarci intorno. Le questioni urgentissime sono due: economia e sicurezza. Sul primo
punto è oramai stucchevole snocciolare i dati, sgranare il rosario della nostra incapacità
di essere non dico al livello degli altri paesi europei per capacità di arginare e combattere
la crisi ma anche solo apparentemente in scia. Per non parlare
della piaga della disoccupazione, sulla quale l’oramai ex inquilino
La tua opinione
del Quirinale, a giudicare dai risultati disastrosi, ha speso inutili
è un fatto
Le orribili vicende di Parigi
parole e velleitari proclami. Basta ricordare che dal novembre
ci impongono di ripensare
del 2011 si sono succeduti a Palazzo Chigi tre governi fortemente
alcune scelte in tema di
libertà personali, anche se
voluti da lui e non eletti dal popolo, governi che avrebbero potuto
pensavamo che ci fossero
fare molto e non hanno fatto nulla: solo chiacchiere e distintivo,
conquiste dalle quali non
saremmo mai tornati
per dirla con Robert De Niro.
indietro. Non sarà facile,
Il nuovo presidente dovrà essere cosciente che stiamo cone putroppo non sarà
segnando l’Italia a una società che non ci appartiene, nel senso
nemmeno indolore, ma
a questo punto il rischio
che non appartiene più a chi ha superato i quarant’anni. È quella
che abbiamo davanti è
società tecnologica e tecnodipendente non nel senso renziano
così spaventoso che non
possiamo non prenderne
del termine (a proposito non perdetevi l’intervista alla sua ex
coscienza. Mi auguro che
ghost writer pentita a pag. 72) e cioè ruffianamente twittarola,
la nostra classe dirigente
sappia essere all’altezza
ma proiettata verso una società che utilizza le tecnologie come
della situazione. Generare
mezzo per produrre reddito e facilitare le azioni di ogni giorno.
allarmismo non serve, è
vero, ma neanche
Chiunque arriverà al Quirinale dovrà gestire questa transizione,
possiamo voltarci
spingere affinché non ci sia conflitto ma intelligente e matura
dall’altra parte facendo
condivisione tra queste due parti della società.
finta di non vedere. Altro
che «je suis Charlie», molti
E poi la sicurezza. Dopo l’orrore che ci ha consegnato Parigi,
pensano di non esserlo
si ripropone con tragicità il problema della prevenzione che
e di poter così schivare
il problema. Temo che si
Panorama urla come priorità massima da molti mesi nel silenzio
sbaglino.
e nell’indifferenza generale. Abbiamo ascoltato i massimi esperti
Duccio Mari , via email
dell’antiterrorismo, gli studiosi, analisti da una parte all’altra
dell’oceano (gli articoli iniziano a pag. 42). Con il loro conforto, siamo ancor più risoluti
nella nostra idea che bisogna avere il coraggio di aprire finalmente gli occhi e affrontare la
realtà con l’urgenza e l’enormità che la guerra in atto richiede. Non è distribuendo quattro
nuove scorte, magari ai soliti privilegiati della cosiddetta casta, che si fa intelligente ed
efficace prevenzione al terrore dei tagliagole. Ci vuole altro. Coraggio e determinazione.
Ma, innanzitutto, visione dello scenario che ci sta di fronte. Il prossimo presidente della
Repubblica, in questo campo, non potrà sopportare mezze parole e mezzi impegni.
Perché in questa tremenda partita sono in gioco la nostra vita e la vita dei nostri figli. n
© riproduzione riservata

21 gennaio 2015 | Panorama

9

*Prezzo rivista esclusa

© 2015 Universal Studios. Tutti i diritti riservati.

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Scenari

italia_ economia_mondo_frontiere _cultura

Nuovo ambasciatore
speranza per i marò
Mancini da Nuova Delhi alla Santa Sede. Intanto, prima
di Natale il ministro Pinotti voleva andare da Girone: il no
dell’India motivato con la scusa della richiesta tardiva.

AP Photo

S

ono giorni di diplomazia sotterranea riguardo
alla ormai triennale vicenda dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Latorre,
operato il 5 gennaio per una malformazione
cardiaca, difficilmente potrà tornare in India a
prescindere dalla decisione della Corte suprema indiana sulla richiesta di proroga.
Nel frattempo, però, l’Italia ha deciso di
sarÀ
cambiare l’ambasciatore a Nuova Delhi.
lorenzo
Daniele Mancini, che sostituì Giuseppe
angeloni
il titolare
Sanfelice nel gennaio 2013, dal 2 marlui. È vero che la decisione fu dell’ultimo
della sede
zo sarà il nuovo ambasciatore presso la
minuto e quindi c’era poco tempo per
diplomatica
Santa Sede: il suo sostituto sarà Lorenzo
ottenere l’autorizzazione al sorvolo dello
Angeloni, oggi in Vietnam. Un cambio di
spazio aereo indiano, ma è anche vero che
passo, evidentemente, per cercare di aprire
le autorità di Nuova Delhi negarono il sorvolo
una nuova pagina nelle relazioni bilaterali: non è
non solo per motivi di tempo, ma anche (dissero)
certo normale che una vicenda di tale delicatezza
a causa dell’assenza dell’ambasciatore italiano.
passi attraverso ben tre diplomatici.
Mancini, infatti, aveva lasciato l’India appena
La conferma della difficoltà dei rapporti arriva
due giorni prima perché era stato richiamato dal
da un episodio solo all’apparenza marginale. Il 22
ministero degli Esteri per consultazioni dopo che
dicembre scorso il ministro della Difesa, Roberta
il 16 dicembre la Corte suprema aveva negato il
Pinotti, andò in Afghanistan per gli auguri di Natale
prolungamento della convalescenza per Latorre e
al contingente italiano di stanza a Kabul e a Herat.
una licenza natalizia per Girone. Per quale motivo
Da lì si collegò con Roma dove il presidente della
un ministro non può andare in visita in uno Stato se
Repubblica, Giorgio Napolitano, stava salutando i
in quel momento è assente il proprio ambasciatore?
militari impegnati nelle varie missioni internazionali.
Il sospetto che fosse una piccola ripicca dopo la
Pinotti ribadì la vicinanza a Latorre «che è in Italia per
reazione italiana è lecito. Anche da questi dettagli
si capisce come si resta sul ciglio di un burrone. Tre
curarsi e soprattutto a Salvatore Girone che si trova
anni dopo.
(Stefano Vespa)
ancora in India». Già, perché la sua intenzione era
di proseguire il viaggio per Nuova Delhi e andare da
© RIPRODUZIONE RISERVATA
21 gennaio 2015 | Panorama

13

scenari_iTaLia

Il Pd e la farsa delle primarie

Il voto multietnico ha appena falsato le consultazioni per la Regione Liguria,
accusa lo sconfitto Cofferati. Ma succede così dovunque da quasi quattro anni.

A

sergio cofferati,
66 anni, è pronto
a presentare
ricorso.

h, se non ci fossero i cinesi. E i marocchini. E i rom. Come
farebbe nel Pd a scannarsi alle primarie, se gli immigrati non
avessero diritto di voto? La sfida per la Regione Liguria tra
Raffaella Paita, neorenziana, e Sergio Cofferati, ex segretario
Cgil, è finita come da copione: in rissa. Tutta colpa dei cinesi
che, denuncia lo sconfitto Cofferati (pronto a far ricorso alla
commissione di garanzia), hanno votato «in gruppi non piccoli» a La Spezia; e dei rom spuntati a Bolzaneto; e «dei marocchini
a Imperia». Insomma, di quel «voto organizzato di intere etnie» che
ormai falsa sistematicamente le primarie democratiche fin dal 2011,
con la vittoria (annullata) di Andrea Cozzolino a Napoli e le prime,
stupefacenti file di cinesi ai seggi per il candidato sindaco. Replay
alle primarie 2013 per il Campidoglio, con centinaia di rom arruolati,
come si scoprirà poi, da Mafia Capitale. Già allora la dirigente pd
Cristiana Alicata non aveva dubbi: «Sono tutti voti comprati». È stata
liquidata con l’accusa di razzismo.
E avanti così. Le elezioni per i segretari regionali? Un circo.
«File di immigrati» in coda a Empoli, secondo il bersaniano Vannino
Chiti. Troppi «migranti, extracomunitari e rifugiati» ad Arpino, in
Ciociaria, come da segnalazione dei militanti. A Torino, al circolo del
Lingotto, ecco la deputata renziana Silvia Fregolent denunciare l’arrivo di «15 cinesi che non parlavano l’italiano, ma avevano un foglietto
con il nome da votare». Ad Asti il record: 341 sconosciuti tesserati in
quattro ore, di cui due terzi
albanesi «disoccupati, migranti, famiglie in difficoltà, gli stessi che la nostra
storia politica ci impone di
tutelare e che invece abbiamo scelto di sfruttare come
“carne da congresso”», denunciavano 16 iscritti al Pd
astigiano. Pronti a strappare
la tessera di fronte «a questa
pagina indegna della nostra
storia politica», invocavano
dai dirigenti nazionali un
sussulto di dignità: «Quando si scavalcano i militanti
il partito cessa di avere un
senso». E chissà cosa dicono, oggi, i militanti liguri.
(Laura Maragnani)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

14

Panorama | 21 gennaio 2015

travaglio in vetta
al fatto si cambia:
padellaro lascia
tra tagli e polemiche

Come Repubblica con
Eugenio Scalfari, a breve
pure il Fatto quotidiano
avrà il suo Fondatore in
gerenza: già prima della
primavera Antonio
Padellaro lascerà la guida
del giornale in favore del
suo condirettore, Marco
Travaglio. Nella redazione
sono infatti partite le prove
generali e Travaglio si sta
testando sulle competenze
che meno gli
appartengono, come titoli
e impaginazione. Tutto
questo in attesa di
rinfrescare il Fatto e di
aumentarne probabilmente
la foliazione, ipotesi alla
quale Padellaro si è sempre
opposto con fermezza.
Nelle intenzioni degli
azionisti, il cambio serve
anche per esaltare la
quotazione in Borsa,
rinviata all’inizio del 2016.
Prima, infatti, vanno messi
in ordine i conti. Non a
caso, l’amministratore
delegato Cinzia Monteverdi
sta effettuando una seria
razionalizzazione dei costi.
Tra cartaceo, sito e web-tv
(alla quale nel medio
termine dovrebbe
approdare Michele
Santoro), il gruppo conta
circa 90 giornalisti, tra
tempo indeterminato,
precari e collaboratori. Un
numero considerato
eccessivo, a maggior
ragione in tempo di crisi.
Monteverdi ha stretto la
cinghia anzitutto sui
collaboratori, innescando
qualche polemica: Fulvio
Abbate minaccia di
ricorrere a vie legali a
differenza di altre firme
(come Massimo Fini e Furio
Colombo) disponibili a
rinunciare alla pecunia pur
di mantenere visibilità. Una
scelta comunque non priva
di Travaglio, la loro.
(Carlo Puca)

FREDPERRY.COM
SOCREP.IT

scenari_iTaLia

L’anno zero
dei talk-show

Dal 12,8 per cento della Rai
al 4,4 della pur piccola La 7:
è stato un flop, anzi un
«Flopis» (da Dagospia).

4,4%

-5,2%

+0,5%

Panorama | 21 gennaio 2015

-0,3%

Il più visto della prima
serata con un misero 7,6
per cento: lontano da Floris,
predecessore (e doppione).

Tra politica e attualità
resiste. Anzi, migliora,
toccando la media del 4,8
per cento di share.

16

Dal talk meno visto (l’anno
scorso era al 3,2 per cento
di share) l’editore ora vuole
più servizi e meno parole.

L’assenza dal video l’ha
un po’ penalizzata. Lilli
si affaccia al 2015 con
il 4,8 per cento di share.

-1,1%

La critica lo premia,
gli ascolti decisamente
meno. L’anno scorso era
al 5 per cento di share.

-0,6%

Non disdegna la cronaca,
anche nera. E gli ascolti
lo stanno premiando, con
il 10,9 per cento di share.

+3,3%

Il mix politica, cronaca
e spettacolo paga. Il
signore del talk era al 12,8
di media e migliora.

+1,1%

Il secondo talk più visto
(5,6 per cento ) ha fatto
1,5 milioni di spettatori
quando ha parlato di tasse.

+0,5%

Gli ascolti li raccoglieva con
l’antiberlusconismo. Senza
quel bersaglio sprofonda.
E potrebbe lasciare il video.

-4%

La santorina segue la
parabola discendente del
suo pigmalione. La scorsa
stagione era al 7 per cento.

-3,3%

Elaborazione Stefano Carrara

Sarà colpa dell’offerta esagerata,
della solita politica o dei conduttori
(il direttore di Raitre, Andrea
Vianello, è sotto accusa), ma l’avvio
di stagione di Santoro & Co. è stato
moscio. Rispetto al 2014 ha migliorato
gli ascolti solo chi ha puntato
sulla cronaca.
(Antonella Piperno)

scenari_iTaLia

No al carcere, sì alla libertà di stampa

Mobilitazione contro la riforma della diffamazione, ma la galera per i giornalisti va abolita. Come ci chiede l’Europa.

Agf

Del sette,
un manager
al vertice
Dell’arma

18

Panorama | 21 gennaio 2015

aDDio Foresta,
cronista e genio

Imagoeconomica

B

uttare via il bambino con l’acqua
sporca? È la domanda che resta
in sospeso mentre il 12 gennaio è
scaduto in Commissione giustizia
della Camera il termine per la presentazione degli emendamenti al
disegno di legge 925b sulla diffamazione a mezzo stampa. Il testo, giunto
in seconda lettura a Montecitorio dopo
l’approvazione del Senato il 28 ottobre,
abolisce la pena del carcere per i giornalisti
condannati per diffamazione ma introduce
pene pecuniarie più severe (fino a 50 mila
euro). Punite le «querele temerarie» (usate
per intimidire le testate) ma si prevede
l’obbligo di rettifica senza possibilità di
replica. Luci e tante ombre in un testo
che ha visto una gestazione lunghissima
da quando è stato presentato per la prima
volta alla Camera il 13 maggio 2013, nonostante l’Organizzazione per la sicurezza
e la cooperazione in Europa e la Corte dei
diritti dell’uomo abbiano raccomandato di
fare presto e depenalizzare totalmente la
diffamazione. Federazione della stampa,
Usigrai, Articolo 21 e altre associazioni di

la presidente della commissione
giustizia della camera Donatella Ferranti

giornalisti hanno chiesto di non approvare
questa legge e lanciato l’hashtag #meglio
il carcere. Ma la galera è un rischio reale
già per diversi colleghi, come il direttore di
Panorama, Giorgio Mulè, con due condanne per un totale di 16 mesi di reclusione
senza condizionale, Andrea Marcenaro
(un anno senza condizionale) e Riccardo
Arena (un anno con pena sospesa). Senza
pregiudicare la libertà di stampa, è ora di
abolire il carcere, come chiede l’Europa,
e rinviare il resto a una discussione più
ampia.
(Ignazio Ingrao)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il complimento più lusinghiero
arriva da chi ha lavorato con lui
e lo descrive come un ufficiale
«serio e giusto, con una spiccata
capacità di cogliere subito
l’aspetto nevralgico di un
problema». Dal 16 gennaio, quando
esordirà come comandante
dei Carabinieri al posto
di Leonardo Gallitelli, il generale
Tullio Del Sette (foto) di problemi
ne troverà: dal taglio delle spese
chiesto dal Governo alla
riorganizzazione delle forze
di polizia. 63 anni, dal carattere
riservato, Del Sette è soprattutto
un organizzatore. Abituato
a trovare soluzioni in accordo
con i suoi collaboratori,
non sembra «un uomo solo

Un grande
giornalista, una voce
critica e mai scontata
che ci la lasciati
troppo presto.
Questo era
Francesco Foresta
(foto), scomparso
a Palermo a 49 anni.
Aveva fondato «S»,
il mensile più odiato
dalla mafia e dalla
criminalità, ma
anche un altro
mensile, I Love
Sicilia, e nel 2008
il quotidiano
online www.
livesicilia.it,
divenuto punto
di riferimento
dell’informazione
nell’isola. Geniale
e irriverente, Foresta
aveva formato una
redazione agguerrita
che ha affidato
a un fuoriclasse,
il suo «maestro»
Giuseppe Sottile.

al comando». Tutt’altro. Si apre
una nuova fase per l’Arma: dai più
viene descritto come un manager
che responsabilizza gli ufficiali
senza snaturarli, non sostituendosi
a loro nelle decisioni, piuttosto
indirizzandoli. Motivando la truppa
con un rapporto di vicinanza,
mai di facciata, Del Sette approda
alla poltrona più alta dopo avere
retto vari comandi territoriali
e coordinato uffici chiave
del Comando generale e del
ministero della Difesa. Operatività,
quindi, ma anche capacità
nella «governance» dell’Arma.
Con l’obbligo di razionalizzare,
dovrà anche mantenere alta,
come ha sempre fatto, la qualità
dei risultati.
(Enrico Fedocci)

economia
gettyimages

scenari_

5%

l’aliquota
su quanto
viene
autoprodotto
e consumato

Le tasse sull’energia bruciano le cartiere
Per risparmiare, le società «energivore» producono elettricità in proprio. Ma un nuovo balzello le penalizza.

Q

ual è il modo in cui molte imprese hanno cercato di ridurre i costi dell’energia? Costruire
impianti per prodursela da soli. E qual è il
modo escogitato dal governo per aumentare le
sue entrate? Tassare del 5 per cento l’energia
prodotta dagli impianti di cogenerazione e
consumata direttamente. Anche se sembra
assurdo è così: le industrie investono per risparmiare
e inquinare meno. E per questo vengono tassate.
Il provvedimento (il decreto legge 91/2014) va
a colpire soprattutto l’industria cartaria e quei settori, ad esempio quello delle piastrelle, che ormai
utilizzano propri impianti di cogenerazione. «Noi
produciamo energia in proprio, pagando gli oneri di
rete (per la distribuzione) quando compriamo energia
o quando ne produciamo in eccesso e la vendiamo»
spiega il direttore generale di Assocarta Massimo
Medugno. «Adesso però, pagheremo il 5 per cento su
quanto autoprodotto e consumato in sito».
Facendo due calcoli, vengono 12-15 milioni di
euro di esborsi aggiuntivi, che vanno ad aggiungersi
a 230 milioni di oneri parafiscali già pagati ogni anno

dalle cartiere. Un po’ troppo per un settore che oggi
fattura a stento sette miliardi con appena 14 milioni di
utili nel 2013 (studio Mediobanca). «L’industria della
carta in Italia conta 130 siti per 18 mila dipendenti, che
diventano 220 mila se estendiamo il concetto all’intera filiera. Per vivere abbiamo imparato a esportare:
vendiamo all’estero ormai circa la metà della produzione. Aumentare i costi dell’energia significa fiaccare
ulteriormente la competitività dalle fondamenta».
Soprattutto in un paese, l’Italia, dove il costo dell’energia è tra i più alti d’Europa (in Francia e Germania
è 65 euro per megawattora contro i 135 italiani).
«L’impennarsi dei costi energetici potrebbe portare anche i grandi gruppi a ridurre gli investimenti
o la loro presenza in Italia, cosa che non possiamo
certo permetterci» avverte Medugno. Per questo nel
2015 inizierà un’azione informativa e di lobbying,
«per non fiaccare ulteriormente un settore già in
affanno e trovare misure alternative, come ad esempio facilitazioni per i cosiddetti grandi energivori».
(Antonella Bersani)

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21 gennaio 2015 | Panorama

21

scenari_economia

Il dilemma di Draghi

I ribassi del petrolio e dell’euro da soli dovrebbero favorire
la ripresa. Allora perché varare il «quantitative easing»?
Il dubbio è che serva ad alleggerire il debito dell’Italia.

I

Agf

il presidente
della Banca
centrale europea
Mario Draghi:
giovedì 22
gennaio potrebbe
varare
il «quantitative
easing».

di Ester Faia*
dati che mostrano una deflazione nell’area dell’euro hanno rafforzato le richieste che la Bce vari il
cosiddetto «quantitative easing», ossia immissione
di liquidità nel sistema. La Bce ha attuato negli anni
varie forme diverse di quantitative easing come
il Securities markets programme (Smp) e gli Ltro
(liquidità direttamente alle banche). Ora si chiede
che la Bce compri titoli di Stato dei paesi in difficoltà.
Ma quali sono le ragioni per farlo? La deflazione fa
pensare a un avvitamento della domanda così come è
avvenuto per il Giappone. Da questo punto di vista il
quantitative easing dovrebbe aiutare la ripresa.
Tuttavia la caduta dei prezzi è in larga parte dovuta alla discesa del petrolio, che dovrebbe invece
facilitare la ripresa. Anche il deprezzamento dell’euro
dovrebbe aiutare le esportazioni a ripartire. Se la
ripresa dovesse arrivare per la ragioni di cui sopra,
il quantitative easing diventa meno necessario.
In realtà quello che alcuni paesi come l’Italia
invocano è un alleggerimento del debito: la caduta
dei prezzi tipicamente aumenta il valore reale del
debito avvicinando paesi con alto debito al pericolo
di default. Questo di fatto corrisponde alla monetizzazione del debito; insomma una contraddizione
per la Bce che era stata creata anche per rimanere
indipendente rispetto alla possibile indisciplina delle
autorità fiscali. Il rischio che l’insostenibilità del
debito italiano metta in pericolo l’area renderebbe
obbligatorio un acquisto di titoli da parte della Bce;
bisogna però essere consapevoli che si tratterebbe
di un allegerimento temporaneo che sposta in avanti
il problema. I problemi strutturali rimarranno fino
a quando non si deciderà di razionalizzare la spesa
pubblica. Inoltre, ulteriori manovre di quantitative
easing portano con sè altri costi che potrebbero
soffocare la ripresa. Si pensi ad esempio al fatto che
immissioni di liquidità tipicamente riducono i margini di intermediazione delle banche. Questo dovrebbe
preoccupare l’Italia dove nove banche non hanno
passato gli stress test dell’autorità di supervisione.
*Goethe university di Francoforte
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Panorama | 21 gennaio 2015

Class aCtion?
no grazie
Uno per uno, in ordine
sparso: dovranno
comportarsi così
i cittadini che puntano
a riavere indietro l’Iva
pagata sulla tariffa
per la raccolta
dei rifiuti. La strada
dell’azione di classe,
tentata da diverse
associazioni dei
consumatori è stata
per il momento
sbarrata. Non ha
avuto successo
a Firenze, non ha
portato a risultati
concreti a Roma dove
l’Ama, difesa dallo
Studio Lipani &
Partners, ha incassato
tre decisioni
favorevoli
e soprattutto
un principio
importante sancito
dalla Corte d’Appello :
se la tariffa sui rifiuti
ha natura
sostanzialmente
tributaria, la class
action per riavere
indietro l’Iva non può
essere azionata.
In sostanza per potere
utilizzare l’azione
di classe bisogna
essere utenti
e vantare
collettivamente diritti
contrattuali. Ma se
si gioca la partita
da contribuenti
ognuno deve andare
per sé.

scenari_economia

l’analisi

Il taglio dell’Irap è inutile per lo sviluppo

Larga parte delle imprese italiane occupa fino a tre dipendenti. Questo significa che una riduzione delle tasse
sul lavoro ha un impatto limitato. Ma per fare ripartire l’economia sarebbe meglio concentrare i benefici
solamente su chi effettivamente investe nell’innovazione, nelle ristrutturazioni e amplia la propria attività.

I
imprenditore, presidente
del centro studi
ImpresaLavoro

do beneficiari della misura unicamente coloro
che effettivamente investono in innovazione,
ristrutturazioni e ampliamento delle aziende.
Certo si ridurrebbe la platea dei beneficiari ma
si otterrebbero effetti reali sulla crescita. L’intervento pubblico (anche se in forma di riduzione
delle imposte) va indirizzato con certezza allo
sviluppo, altrimenti si rivela soltanto un inutile
dispendio di risorse: gli effetti degli 80 euro, al di
là di ogni teoria economica, sono lì a dimostrare
proprio questo.
C’è un ultimo aspetto: lo sgravio Irap produrrà
effetti sul bilancio delle aziende solo nel 2015,
dunque sulle imposte pagate a giugno e novembre
2016. Gli interventi in economia hanno un senso
soltanto se immediati e invece da qui al 2016 potrebbe ricambiare tutto: anche le regole del gioco.
Non sarebbe purtroppo la prima volta. L’attuale
abbattimento Irap assorbe e cancella la riduzione
del 10 per cento già prevista dal cosiddetto «decreto legge Irpef» di aprile 2014. Un provvedimento,
quest’ultimo, che come molti altri è stato solo un
annuncio: prima approvato e poi eliminato senza
che nessuno avesse la possibilità di beneficiarne. n
© riproduzione riservata

e100

al mese.
risparmio
per azienda

e400

all’anno.
beneficio fiscale
per dipendente

Imagoeconomica

di Massimo Blasoni

n Italia non mancano le imprese virtuose, che
ottengono ottimi risultati e incrementano l’occupazione. Quello che manca sono semmai il
sostegno della politica e la fiducia nella loro
capacità di far ripartire il paese. Per rendersene
conto è sufficiente analizzare uno dei principali
provvedimenti contenuti nella Legge di stabilità: il taglio dell’Irap. Una misura sostanzialmente
lineare che si applica a tutte le imprese con dipendenti a tempo indeterminato: certamente utile per
le aziende «labor intensive» ma che sconta l’errore
di non finalizzare l’intervento a beneficio di chi ha
il coraggio di fare investimenti.
Per capire quanto questa misura rischi di
essere debole basta analizzare il suo impatto
concreto sulle nostre imprese. Il beneficio fiscale
sarà nell’ordine di 400 euro annui a lavoratore.
Larga parte delle imprese italiane occupa oggi
fino a tre dipendenti (fonte Istat): ciò significa
una minore pressione fiscale annua di 1.200 euro
ad azienda, circa 100 euro al mese. È evidente
che si tratta di una cifra né in grado di stimolare
investimenti né di salvare aziende in difficoltà.
Da imprenditore rimango convinto che una vera
spinta alla crescita si otterrebbe soltanto renden-

e1.200

vantaggio annuo
per le micro-imprese
21 gennaio 2015 | Panorama

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scenari_economia

Dove il tessile
rinasce grazie
all’hi-tech
Viaggio dentro la piemontese Miroglio Textile, diventata
la più grande stamperia di tessuti d’Europa grazie
all’introduzione delle tecnologie digitali. Che fanno
risparmiare costi e ridurre anche l’inquinamento.

R

itorno alla fabbrica sì, ma in
versione 3.0. La Miroglio Textile, braccio tessile dello storico
gruppo fondato nel 1947 ad Alba,
profondo Piemonte, ha investito negli ultimi anni 15 milioni di
euro in innovazione tecnologica,
comprese tre macchine di ultimissima
generazione per la stampa digitale dei
tessuti. Simili alle stampanti del computer di casa, ma lunghe da 25 a 30 metri
ciascuna, sono arrivate una dopo l’altra
nei due stabilimenti italiani della Textile
e ora sono in grado di sfornare 25 milioni
di metri di tessuto all’anno, in una varietà pressoché senza limiti di disegni e di
colori. Siamo nella più grande stamperia
tessile d’Europa. Fuori, ci sono i vigneti
pregiati e le dolci colline delle Langhe e
del Roero. Dentro, più che in una fabbrica
vecchio stampo sembra di stare in un sofisticato laboratorio di ricerca, con i camici
bianchi che hanno preso il posto delle tute
blu e pilotano le nuove macchine con gli
iPad, secondo le informazioni contenute
in un file elettronico di partenza.
«Credo che l’innovazione tecnologia
sia la via per reindustrializzare il nostro
paese» esordisce l’amministratore delegato
della Miroglio Textile Andrea Ferrero, sia
pure con una cautela tutta piemontese. E
spiega che «la manifattura italiana non può
giocarsi la competitività sul prezzo. Il costo
del lavoro e quello dell’energia sono troppo
24

Panorama | 21 gennaio 2014

Due modelli
realizzati
dalla Miroglio.
La Miroglio
Textile
è il braccio
tessile del
gruppo di Alba
e lavora anche
per società
esterne, come
Calzedonia
e Zara.

alti. La Cina, l’India, la stessa Turchia su questo sono imbattibili».
L’unica carta per aggiudicarsi la
partita è l’hi-tech: «Cavalcare la
tecnologia nascente, una cosa
che noi italiani sappiamo fare
molto bene». La rivoluzione digitale «ci rende più produttivi, più
veloci, ci consente di fare più disegni in
tempi più brevi, con la massima aderenza
alle esigenze dei nostri clienti» sostiene
Ferrero. Ma a conti fatti significa anche un
modo di produrre ecologicamente molto
più corretto: «Il rinascimento del manifatturiero made in Italy può passare soltanto
da questo». Pezzi unici, co-progettati dagli
stessi tecnici della Miroglio e realizzati dalla
comasca Ms, i tre macchinari digitali nuovi
stampano con una definizione altissima a
una velocità impressionante, ma divorano
una quantità di energia sorprendentemente più bassa e necessitano di molta meno

Textile ha
acquistato
tre macchine
di ultimissima
generazione
per la stampa
digitale dei
tessuti. Simili
alle stampanti
del computer
di casa, ma lunghe
da 25 a 30 metri,
sono in grado
di sfornare 25
milioni di metri
di tessuto all’anno.

acqua. «Il risparmio energetico va dal 30 al
40 per cento» tira le somme Ferrero. L’inchiostro ad hoc «costa ancora cinque volte
tanto, anche se i prezzi si stanno abbassando». Però «se ne usa molto meno, con un
conseguente risparmio idrico nella fase di
lavaggio post stampa. Se per lavare 20 mila
metri di tessuto dopo la stampa a rotativa
si utilizzano 70-80 mila litri d’acqua, con il
digitale si scende a 15 mila litri, oltre il 70
per cento in meno».
Giuseppe Miroglio, il 42enne nipote
e omonimo del fondatore dell’azienda di
famiglia, ex amministratore delegato e oggi
presidente del gruppo Miroglio, ha deciso
la svolta digitale cinque anni fa e «ha avuto
un coraggio da leone» dice Ferrero. Era il
2009, la grande crisi globale era appena
esplosa e si andava a sommare alle difficoltà in cui si dibatteva il tessile made in
Italy da almeno un decennio. La miccia è
stata l’ingresso della Cina nell’Organizza-

zione mondiale del commercio. Ora che
l’investimento è arrivato a compimento
ed è stato implementato con l’arrivo del
nuovo amministratore delegato di gruppo
Daniel John Winteler, Miroglio Textile si
ritrova con due fabbriche all’avanguardia
sul fronte produttivo (Govone in provincia
di Cuneo per la stampa tessuti e la Sublitex
di Alba per la carta transfer per la decorazione tessuti) e in prima linea su quello
del rispetto per l’ambiente.
Clienti eccellenti, non a caso, sono venuti a stampare qui i tessuti per i loro capi di
abbigliamento: a cominciare da Decathlon,
Calzedonia e gruppo Inditex (il proprietario
di Zara), che dai suoi fornitori pretende la
massima velocità, quantità contenute stampate in un numero elevatissimo di varianti,
garanzie eco e addirittura la tracciabilità
completa del percorso compiuto dai prodotti. Ma c’è anche chi è arrivato alla Miroglio
dopo gli ecoscandali scoppiati nei paesi

emergenti. Nel frattempo, in questi ultimi
cinque anni il costo della manodopera del
tessile è aumentato di oltre il 50 per cento in
Cina, anche se è ancora un decimo rispetto
a quello del nostro paese: oggi ammonta a
0,05 euro al minuto, contro i 50 centesimi
di un addetto italiano.
«Greenpeace ha ragione» afferma Ferrero «quando dice che non si possono fare
profitti sulla pelle delle persone e dell’ambiente: io concordo al cento per cento. E
questo vale tanto più per chi, come noi,
vive in un territorio fantastico e ha il dovere
di rispettarlo e farlo più bello». Dalle parole
ai fatti, il gruppo Miroglio ha aderito a un
programma di Greenpeace per eliminare le
sostanze pericolose dalla produzione entro
il 2020. Ma è già a buon punto: otto sostanze sulle 11 dell’obiettivo dettato dall’organizzazione ambientalista non vengono da
tempo utilizzate.
(Alessandra Gerli)
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21 gennaio 2014 | Panorama

25

mondo

scenari_

Ue, braccio di ferro sul roaming

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L’accordo su
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questo pacchet tà
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io
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a fine del roaming nell’Unione europea? La Lettonia, che ha preso la presidenza dopo l’Italia,
ha ribadito che l’abolizione dei costi telefonici
extra applicati oltreconfine resta una priorità.
La misura, che faceva parte di un pacchetto
più ampio varato dalla Commissione europea
e approvato a grande maggioranza dagli eurodeputati, puntava a creare un mercato unico della
telefonia per aumentare concorrenza e risparmi,
come già avvenuto nel trasporto aereo. E fissava a
dicembre 2015 la fine del roaming. Un mercato in
forte espansione, per via dei più frequenti viaggi
all’estero e l’uso di tablet o smartphone.
Ma alcuni governi, le authority nazionali e
le compagnie telefoniche si oppongono. Per vari motivi. I paesi da cui partono molti viaggiatori
hanno interessi opposti a quelli che li ricevono. I
grandi operatori telefonici propongono già offerte
con roaming ai clienti, mentre i piccoli, senza quei
proventi, temono di sparire. La Germania (dove le
compagnie reinvestono nella rete gli introiti del roaming) non vorrebbe rinunciare al suo modello. Infine
c’è chi teme che il «roam like home» si traduca in un
aumento di prezzi a livello domestico. La presidenza

Stefano Carrara

Gli extracosti per telefonare dall’estero dovevano sparire a fine 2015. Ma c’è chi dice no.

italiana ha tentato una mediazione due volte, ma non
è bastato a trovare la quadra sulla data.
Dal 2007, Bruxelles ha tagliato quattro volte i
costi del roaming riducendoli dell’80 per cento. Del
resto, i margini di profitto su chiamate, sms e dati
erano altissimi. Nel 2009, un’analisi calcolò che il
mercato del roaming nell’Ue valeva circa 4,8 miliardi
di euro sul totale di 164 miliardi. Ma il prezzo pagato
per le telefonate fuori dai propri confini era, in media,
più alto del 118 per cento dei costi base effettivi e il
guadagno del 200 per cento in più rispetto a un minuto di conversazione nazionale. L’ultimo intervento,
a luglio 2014, ha riguardato soprattutto il traffico
dati (salito del 630 per cento dal 2007): la spesa per
mezz’ora al giorno su Facebook per una settimana
è scesa da 15,75 a 7 euro. (Anna Maria Angelone)
© riproduzione riservata

21 gennaio 2015 | Panorama

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scenari_mondo

Medvedev
e Putin:
s’erano
tanto amati
Il sodalizio fra il premier russo e il presidente è giunto
al termine. Il primo è troppo filo-occidentale.

C

on buona pace di Wikileaks, Batman e Robin
stanno per divorziare. Il tandem Vladimir PutinDmitri Medvedev (che i dispacci confidenziali dei
diplomatici Usa indicavano come i due supereroi)
pare giunto al capolinea. Oggetto del contendere:
l’atteggiamento da tenere con l’Occidente. Per il
presidente Putin, il primo ministro Medvedev è
troppo tenero con Barack Obama e i leader europei.
L’attualità economica è nota. Ed è stata ampiamente
superata persino la freddura russa sulla nuova regola del
63, circolata nei mesi scorsi. È vero che Putin ha ancora
63 anni, ma il barile è sceso sotto i 63 dollari e il dollaro è
andato a dicembre oltre i 63 rubli. E anche se «i cavalli non
si cambiano a metà del guado», la nuova crisi valutaria, i
problemi interni e gli strascichi della crisi ucraina potrebbero dare il colpo di grazia a Medvedev e portare il leader
del Cremlino «ad azioni più arrischiate». Lo dice, tra gli
altri, Alena Ledeneva, docente dell’University College di
Londra, che non esclude dimissioni imminenti per Medvedev. Il premier sarebbe pronto ad andarsene, «magari
non subito, ma quando la situazione si sarà un minimo
stabilizzata» precisa una fonte a Panorama.
«Stabilità» è la parola chiave per Putin (atteso al
vertice con Angela Merkel, Petro Poroshenko e François
Hollande ad Astana il 15 gennaio, dove si cercherà una
soluzione al conflitto con Kiev). Il concetto è alla base
dell’altissimo consenso popolare di Putin, che nel brindisi
di fine 2014 ha festeggiato 15 anni di potere ininterrotto.
Tre lustri in ascesa, con un intervallo di quattro anni (dal 7
maggio 2008 al 7 maggio 2012), quando cedette figurativamente le redini del Cremlino a Medvedev. Riprendendole
non appena la Costituzione russa glielo permise. Per molti
28

Panorama | 21 gennaio 2015

siloviki, gli uomini dei poteri forti, non avrebbe dovuto
mollare neppure quel tanto. Fu allora che le voci dietro le
quinte divennero un coro sul palco: Medvedev, da qualcuno
ribattezzato «l’inaffondabile», venne attaccato in un film
documentario sulla crisi libica. L’accusa? Essersi macchiato
di «tradimento» quando era alla guida del Cremlino. A puntare il dito contro di lui era una stella di prima grandezza
della politica russa, Evgeny Primakov, ex primo ministro
ed ex capo dei servizi segreti all’estero. Al suo fianco Vladimir Chamov, ambasciatore russo in Libia, licenziato dopo
essere entrato in contrasto sulla liberazione del paese da

Corbis

al cremlino
è già partito
il toto premier
e il favorito è...

vladimir putin, 63 anni,
con Dmitri medvedev, 49 anni,
al cremlino il 4 dicembre 2014,
prima del discorso alla nazione.

Muammar Gheddafi. In prima fila contro Medvedev pure
il generale in pensione Leonid Ivashov, un falco che nel
documentario diceva: «Purtroppo i presidenti russi non
possono essere perseguiti per tradimento».
Poi venne la crisi in Siria e molti gioirono del ritorno
di Putin, perché altrimenti sarebbe stato «svenduto» un
altro giardino di influenza. Seguì una serie di scandali interni
al governo Medvedev: dagli affari di letto (e corruzione)
dell’ormai ex ministro della Difesa Anatoly Serdjukov, ai
guai del ministro dell’Istruzione Dmitri Livanov, il cui siluramento è stato chiesto perfino dagli studiosi della prestigiosa

Se in Russia il capo
di governo non sarà
più Dmitri
Medvedev, chi potrà
reggere la faticosa
convivenza con
Vladimir Putin?
Da più parti viene
indicato l’ex vice
premier e ministro
delle Finanze Alksey
Kudrin, considerato
un semi-liberale.
In lizza anche il falco
Dmitry Rogozin,
attuale vice premier.
Da tenere d’occhio
è anche Andrej
Vorobiov, classe
1970, attuale
governatore della
ricchissima regione
di Mosca. Il suo
padrino politico è un
fedelissimo di Putin,
Sergey Shoigu,
ministro della
Difesa. Vedovo,
ex businessman,
appassionato di
calcio, è capace di
stare nei ranghi, ma
anche di adempiere
con successo ai
compiti assegnati.
Time lo ha già
definito «stella
nascente». Alle sue
spalle, una lunga
carriera nel partito
di governo
Russia Unita. (C.G.)

Accademia delle scienze. Più semplice ricorrere al pretesto
del ritorno dei venti di Guerra fredda, che fanno apparire
l’attuale premier «troppo liberale» e troppo legato a oligarchi
con interessi a Ovest. Secondo la fonte di Panorama, lui
stesso «ha rapporti stretti con l’Occidente. E l’Ovest ne approfitta per avanzare le sue richieste. Tutto questo non piace
agli uomini di Putin». Le eventuali dimissioni di Medvedev
potrebbero seguire un modello di «uscita alla Eltsin», come
15 anni fa. «Perché i panni sporchi a Mosca non si lavano
in pubblico».
(Cristina Giuliano - da Mosca)
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21 gennaio 2015 | Panorama

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scenari_mondo

Messico: la polizia
corrotta finalmente
nel mirino dei giudici

Anche Berlino
si è imborghesita?

Pete Souza/The White House

Obama & il Congresso
repubblicano

30

Panorama | 21
0 mese
gennaio
20152015

Sono veri e propri arresti in massa quelli appena ordinati dalla
giustizia messicana nei confronti
di decine di esponenti delle polizie
comunali che, sempre più spesso,
agiscono per conto dei narcos, d’accordo con i politici locali. Quando,
la settimana scorsa, è stata arrestata la moglie del sindaco di Iguala,
María de los Ángeles Villa Pineda,
considerata la mandante dell’eccidio dei 43 studenti universitari

(nella foto, una manifestazione di
protesta), erano già in cella 58 poliziotti di Iguala, accusati di aver
compiuto la strage con il cartello dei
Guerreros unidos. Altri 36 poliziotti
sono stati arrestati nello stato di Veracruz perché ritenuti responsabili
della scomparsa di Moisés Sánchez
Cerezo, il giornalista scomparso il
2 gennaio dopo aver denunciato il
sindaco di Medellín de Bravo per
collusione con i cartelli della droga.

Affitti in continuo aumento (più
30,8 per cento dal 2009 al 2014);
scuole tra le peggiori, per qualità
media, di tutta la Germania; prezzi dei biglietti dei mezzi pubblici
rialzati cinque volte negli ultimi
sei anni; flop del nuovo aeroporto
(doveva aprire nel 2010, lo farà forse nel 2017) e un imborghesimento
generale: il mito della Berlino «povera, ma sexy» comincia a perdere
colpi. Lo ha scritto il settimanale
britannico The Economist, proprio
nel momento in cui arriva il nuovo

sindaco della capitale tedesca. Il
passaggio di consegne dal dimissionario Klaus Wowereit, per 13 anni
borgomastro (aveva dichiarato la
propria omosessualità durante la
prima campagna elettorale), all’anonimo Michael Müller segna forse
la fine di un’epoca. I «selvaggi» 25
anni di post-muro sono ormai alle
spalle. La città, ormai diventata un
vero e proprio brand commerciale che non accumula più debiti, è
pronta a correre per l’assegnazione
delle Olimpiadi del 2024.

Il 20 gennaio l’anatra zoppa terrà l’annuale discorso sullo stato
dell’Unione. È la prima volta che
Barack Obama parla a un Congresso interamente a maggioranza repubblicana. Contrariamente agli
scorsi anni, quando aveva tenuto
il massimo riserbo fino alla vigilia
sui temi del discorso per puntare
sull’effetto sorpresa, quest’anno
la Casa Bianca ha organizzato una
serie di discorsi minori per preparare l’uditorio e introdurre l’agenda politica per gli ultimi due anni

di governo. Innanzitutto, Obama
parlerà della proposta di dare l’accesso gratuito ad alcune categorie
di studenti ai «community college»,
le università minori. Poi affronterà
il tema della cybersicurezza e della
necessità di proteggere i dati online
per gli apparati d’intelligence e le
aziende. La Casa Bianca ha anticipato che il presidente (foto) parlerà
anche del rilancio dell’industria, in
particolare del settore automobilistico, e di un piano per l’acquisto
agevolato della casa per le famiglie.

Getty Images

che cosa è successo

che cosa hanno scritto
«La polizia municipale di Iguala era totalmente
infiltrata dalla criminalità organizzata» scrive
il quotidiano messicano Informador. E aggiunge
che il fenomeno non è un’eccezione. Non a caso
«il terzo dei dieci punti proposti dal presidente
Enrique Peña Nieto per combattere l’ondata di
violenza» scrive El Nacional, «prevede di sostituire
le polizie locali, deboli e spesso corrotte, con «poliziotti nazionali, più fidati e preparati». La Voz de
Michoacán sottolinea come «gran parte della polizia
locale si sia comportata in modo illegale, sovente
delinquenziale» portando, a fine 2013, alla creazione
delle «autodefesas ciudadanas», gruppi di cittadini
che hanno «preso le armi per farsi giustizia da sé».

Il pezzo dell’Economist ha scatenato le reazioni
dei media tedeschi. «I giorni di Berlino sono alle
spalle? Solo se si scorda che quando si parla di vita
entrano in ballo considerazioni non solo economiche
e politiche. Questa è una metropoli in cui il conducente dell’autobus ti dà il buongiorno, in cui si parla
tedesco, inglese e turco e la cordialità è di casa» scrive
Die Welt. «Berlino è ancora cool? Ma certo!» titola
Berlin1, portale dell’editore Axel Springer. «Quando i
giorni diventano sempre più corti e le notti lunghe, la
stampa internazionale si diletta ad accusare la perdita
di attrattività della capitale. Noi amiamo la “nostra”
Berlino, una città aperta in cui si può andare in giacca
e scarpe da ginnastica a un gala di Capodanno».

Secondo il New York Times, al centro del discorso
dello stato dell’Unione ci sarà il tema tecnologico,
secondo diverse declinazioni: «Furto dell’identità,
protezione della privacy, cybersicurezza per governo
e privati, accesso alla banda larga per la popolazione». Il vicepresidente, Joe Biden, dalla Virginia ha
annunciato nuovi investimenti in ambito civile e
militare per contrastare le minacce cibernetiche. Il
quotidiano Politico aggiunge che Obama estenderà il
discorso tecnologico anche al campo dell’istruzione,
per «portare più innovazione nelle aule scolastiche».
Obama parlerà, spiega il Wall Street Journal, anche
dei temi sui quali si stanno consumando le battaglie
più dure al Congresso: energia e immigrazione.

che cosa succederà

il parere di
Fernando ruiz
Canales
direttore
del Consiglio
per la Legge
e i Diritti
umani, nonché
ex sequestrato.

il parere di
elettra
de salvo
scrittrice
e regista,
«italiana
dell’anno
a Berlino»
nel 2014.

il parere di
larry sabato
direttore
del Center for
Politics della
University
of Virginia.

I commissariati di alcuni comuni
sono occupati dai sicari dei cartelli della droga, che sottomettono i poliziotti con la minaccia «o
cooperi o muori». In un contesto
del genere persino il «buon poliziotto» rinuncia ai suoi valori e
passa dalla parte dei cattivi. Il
problema si sente di più a livello
locale: nella regione di Guerrero,
ad esempio, gli agenti sono privi
di professionalità e hanno stipendi bassissimi. Però molti di loro,
pur screditati, continuano a esercitare la professione. Il vero problema sono il denaro e la paura,
due elementi chiave per la corruzione della polizia messicana.

Berlino sta diventando «adulta»,
ma non perderà l’irriverenza e la
trasgressione che la caratterizzava
già negli anni Venti. Anche se continuano a giungere i capitali di
grandi aziende e investitori immobiliari, non si trasformerà in una
Francoforte o una Stoccarda. Gli
stimoli culturali restano altissimi,
c’è sempre più commistione culturale, si respira tolleranza, come
dimostra anche il flop della manifestazione anti-islam del 6 gennaio. I media l’hanno celebrata troppo in passato, ma qui si continua a
vivere bene. Le tante start-up testimoniano uno sguardo che continua ad essere rivolto al futuro.

Obama ha scelto l’approccio al
Congresso repubblicano: bastone
e carota. Prometterà di cooperare
in ambiti dove pensa di trovare un
compromesso, come il commercio. Su tutto il resto non è propenso a cedere. In pratica, è stallo.
Irrealistica l’attesa di significative
riforme, anche perché entrambi i
partiti stanno preparando la campagna elettorale del 2016. Obama
incolperà i repubblicani per l’assenza di progressi, loro rispediranno l’accusa al mittente. Esemplare
la proposta sui «community college». Il programma non ha senso:
pure la Casa Bianca ammette che
mancano risorse per attuarlo.
21 gennaio
0 mese 2015 | Panorama

31

TerremoTo in edicola!

ArrivA il Meglio dellA tetrAlogiA dei litfibA
+ il dvd del leggendArio tour del ’93!
Un appuntamento eccezionale per tutti gli amanti del buon rock Made in Italy!
Un doppio Cd che contiene il meglio dei 4 album che i litfiba dedicarono ai 4 elementi della natura:
el diablo, terremoto, spirito e Mondi sommersi. E in più, lo straordinario dvd che raccoglie
brani live e le immagini inedite del mitico tour del ’93, con backstage diretti da piero pelù!

* Prezzo rivista esclusa

Cd 1
1. EL DIABLO
2. PROIBITO
3. SIAMO UMANI
4. WODA-WODA
5. RAGAZZO
6. RESISTI
7. DIMMI IL NOME
8. MAUDIT
9. FATA MORGANA
10. DINOSAURO
11. PRIMA GUARDIA
12. SOTTO IL VULCANO

doppio Cd

+ dvd inedito
solo e 14,90*

“tetrAlogiA degli eleMenti”, uno dei MAnifesti dellA CulturA roCk itAliAnA
firMAto litfibA, tornA A rivivere live Con tre ConCerti Ad Aprile:
il 12 aprile a roma (Atlantico live), il 20 aprile a firenze (obihall) e il 22 aprile a Milano (Alcatraz).
tutte le info su www.ticketone.it e fepgroup.it

Cd 2
1. LO SPETTACOLO
2. SPIRITO
3. NO FRONTIERE
4. DIAVOLO ILLUSO
5. LA MUSICA FA
6. LACIO DROM (LIVE 1999)
7. ANIMALE DI ZONA (LIVE 1999)
8. RITMO
9. IMPARERO’
10. REGINA DI CUORI
11. GOCCIA A GOCCIA
12. SI PUO’
13. SPARAMI (LIVE 1999)
14. RITMO 2# (LIVE 1999)
15. DOTTOR M.

dvd
RESTA
AMIGO
SOLDI
MAUDIT
FIRENZE SOGNA
BAMBINO
IL MISTERO DI GIULIA
FATA MORGANA
PRIMA GUARDIA
DIMMI IL NOME
CANE
EL DIABLO
TEX
SOTTO IL VULCANO
CI SEI SOLO TU
CANGACEIRO

in edicola con

frontiere

scenari_

Superantibiotici
coltivati in terra
Un nuovo metodo fa crescere nel loro suolo
naturale, all’interno di speciali chip, microbi
che producono sostanze antibatteriche.

Illustrazione Stefano Carrara

S

1

iamo entrati nell’era post-penicillina. Un gruppo
di ricercatori dell’università di Boston ha appena pubblicato sulla rivista Nature i risultati di
una ricerca potenzialmente rivoluzionaria: un
metodo che utilizza la terra per produrre antibiotici in grado di uccidere i batteri senza che
questi, a lungo andare, sviluppino resistenza
ai farmaci.
Uno dei problemi maggiori che i medici devono
affrontare negli ospedali è proprio il fatto che i batteri,
riproducendosi, danno origine a mutazioni genetiche
che li rendono quasi invincibili. Con la tecnica degli
scienziati americani questo problema non sussiste. Uno
dei farmaci da loro ricavati, la teixobactina, ha ucciso
nei topi un vasto spettro di specie batteriche, dagli
stafilococchi al bacillo della tubercolosi, bloccandone
la capacità di costruirsi pareti cellulari (gli antibiotici
tradizionali funzionano con un meccanismo differente,
mirato alle proteine batteriche).
Per ottenere questo risultato, i ricercatori hanno
utilizzato un sistema innovativo, creando piccoli
«hotel» sotterranei dove coltivare i microbi che vivono
nel suolo. Il 99 per cento dei batteri e funghi esistenti in
natura non possono essere fatti crescere in laboratorio;
eppure molti di loro producono composti capaci di
eliminare altri microbi dannosi per l’uomo. Il gruppo
di Boston ha realizzato un chip che, all’interno di due
strati impermeabili, ospita i microbi prelevati dal suolo.
Il chip viene inserito nel terreno dove i microbi crescono
e rilasciano i composti con funzione antibiotica, poi
testati per verificarne l’efficacia. Finora, grazie a questo
sistema, sono stati sviluppati da una compagnia americana circa 25 antibiotici nuovi. E non è da escludere
che se ne possano trovare molti di più dato l’enorme
potenziale di biodiversità in natura. (Luca Sciortino)

Nel suolo vivono milioni di microbi, ma molti
non possono essere fatti crescere in laboratorio.

ti
pos
ono
g
n
i ve chip.
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i ba llate da
o
d
i
eto ità sig
om
uov ole cav
n
l
i
Con in sing

3

2

L’intero chip viene poi
seppellito nel terreno.
In questo modo i microbi
possono riprodursi come
se fossero nel loro
ambiente naturale,
e rilasciare sostanze
antibiotiche utili all’uomo.

© riproduzione riservata

21 gennaio 2015 | Panorama

33

scenari_frontiere

Everett Collection/Contrasto

Un’immagine
del Large hadron
collider:
l’acceleratore di
particelle del Cern
di Ginevra che,
dopo una pausa
di due anni,
con i suoi 27
chilometri
di circonferenza a
marzo ricomincerà
a lavorare.

Tutti pazzi per la fisica

Nuovi esperimenti al Cern di Ginevra. E poi film, libri e festival. Le particelle e il cosmo ormai fanno tendenza.

I

l primo a farci innamorare è stato, nel 2012,
il bosone di Higgs: enigmatica particella
alla base dell’intero universo. E il Cern
di Ginevra, dove la «particella di dio» fu
catturata, diventò di colpo un luogo cool,
con i suoi strumenti belli come astronavi.
Fu solo l’inizio: oggi la fisica, considerata
spesso disciplina fredda e inaccessibile, ha
conquistato l’immaginario collettivo. Dopo il
film Interstellar, dove la teoria della relatività
di Einstein salva il mondo, arriva nelle sale
la biografia di Stephen Hawking, l’astrofisico
inglese che, inchiodato nella sedia a rotelle,
grazie al suo formidabile cervello viaggia dentro astri morenti e buchi neri.
Filmoni hollywoodiani, ma non solo.
Adelphi ha appena pubblicato Sette brevi lezioni di fisica dello scienziato Carlo Rovelli; se
avete letto le sue interviste sui quotidiani e sul

LA vitA Di ALAn
tURinG, StoRiA
bELLA E tRiStE
DA RiLEGGERE

34

Panorama | 21 gennaio 2015

web (e volete fare bella figura) ricordatevi che
la domanda del momento è «ma il tempo esiste
davvero o ce lo siamo inventati?».
Rovelli sarà ospite, con altri studiosi, cosmologi e filosofi, al Festival delle Scienze di
Roma, dal 22 al 25 gennaio, dedicato all’ignoto,
luogo prediletto della scienza (lo ricordava il
fisico Richard Feynman: «per fare progressi,
si deve tenere socchiusa la porta verso l’ignoto»). Lo sanno bene i fisici del Cern che, a
marzo, riaccenderanno il Large hadron collider, l’acceleratore di particelle più potente del
mondo. L’obiettivo? Mettersi a caccia di Susy,
come hanno ribattezzato la supersimmetria.
Per spiegare cos’è, non bastano queste poche
righe finali. Sappiate solo che si basa su superparticelle mai osservate prima che, come
il bosone di Higgs, faranno molto parlare di sé.
(Daniela Mattalia)

Grazie ad Alan Turing, come
disse Winston Churchill,
la seconda guerra mondiale
finì con la sconfitta dei
tedeschi. Fu questo genio
e matematico inglese, infatti,
a decriptare il codice Enigma
(le comunicazioni radio
tedesche) dando il via all’era

dell’intelligenza artificiale.
Ma fu perseguitato perché
omosessuale, fino al suicidio. La
sua vita, oltre che nel film The
imitation game, è raccontata in
Alan Turing storia di un enigma
di Hodges Andrew (rieditato
ora da Bollati Boringhieri,
762 pagine, 18 euro).

Dal 22 al 25
gennaio,
all’Auditorium
Parco della Musica
di Roma,
il Festival
delle Scienze
racconta l’ignoto:
in filosofia,
astrofisica,
matematica...
E con ospiti
eccellenti.
www.auditorium.
com/eventi/
scienza

scenari_social

l’analisi

L’ etica laica nasce (anche) nelle aziende

I conflitti bellici, oggi più violenti che mai, sono spesso il riflesso delle nostre guerre interiori. Per questo, afferma
un esperto di innovazione e marketing, la spinta verso i valori della pace deve venire da noi stessi e dalla società.
Soprattutto dal mondo del business, potenziale motore di un cambiamento che unisce competizione e solidarietà.

H

a ancora un senso assegnare un Premio
Nobel per la Pace? Sì, perché siamo in
guerra! Uno studio dello Iep, Institute for
economics and peace, rivela che oggi nel
mondo sono solo 11 i Paesi non coinvolti
in alcun conflitto bellico: Svizzera, Uruguay, Costa Rica, Qatar, Cile, Botswana,
Brasile, Vietnam, Giappone, Mauritius e Panama.
Da che cosa dipende questo quadro sconvolgente?
Sono convinto che la situazione fuori di noi, nel
di Oscar di Montigny
mondo, è un riflesso della situazione interiore
direttore marketing,
dell’essere umano, di tutti noi. Allora la risposta
comunicazione
& innovazione
al «perché» della guerra si dovrebbe defocalizzare
di Banca Mediolanum
per un istante dal problema dei conflitti bellici
per focalizzarsi sulla causa che ne è all’origine: le
guerre interiori, da che cosa dipendono?
Dal fatto che l’uomo, nel corso della vita, è
più spesso esposto alle dinamiche del conflitto
che a quelle della pace. Il principio «mors tua,
vita mea» regna ovunque: nello sport, nella politica, nelle relazioni sociali, nel business, in
ufficio, al semaforo, in famiglia, nelle assemblee
condominiali, allo stadio. E la cura e diffusione
dell’etica sono spesso relegate a mondi dove
regnano la morale e il dogmatismo.
Il Dalai Lama, in occasione del recente
Summit mondiale dei Nobel per la Pace di Roma, ha rilasciato una dichiarazione dirompente:
«Nel mondo laico di oggi la religione da sola
non è più adeguata quale base per l’etica.
Dovremmo trovare un approccio etico
degli altri
alla mancanza di valori che possa essere
è il valore
accettabile sia da chi ha fede sia da chi
fondante
non ne ha. È di un’etica laica che parlo.
della natura
umana
Valori interiori da trasmettere attraverso
(Dalai lama)
l’istruzione». In tutti i campi della nostra
vita c’è bisogno di tornare a un sistema di

il bene

valori condiviso, insegnato (soprattutto insegnato!) e poi incarnato nella società civile. E
mentre aspettiamo tutti che la Politica si adegui
e la religione si rinnovi, penso alla responsabilità
che debbo prendermi come individuo con tutti
gli abiti che indosso (cittadino, padre, marito,
amico, manager) perché credo fortemente in ciò
che Gandhi affermò: «Sii tu il cambiamento che
vuoi vedere nel mondo».
Su questa linea vorrei lanciare una provocazione circa la dimensione aziendale. Nell’ultimo
secolo il capitalismo è stato messo in pratica,
spesso, in modo tale che i suoi obiettivi hanno
trasformato l’essere umano da «fine» a «mezzo».
Le aziende hanno un compito essenziale nella
società civile: essere motore del cambiamento
divenendo, con il loro operato, modello di questo
cambiamento, motore della diffusione di una
nuova etica laica, e quindi conferma di questa
possibilità. Le aziende, piccole o grandi, sono i
luoghi di aggregazione, condivisione, orientamento e educazione più frequentati dalla popolazione.
E proprio fra aziende ci si potrebbe impegnare a
diffondere un approccio «coopetitivo» al business,
in cui il giusto mix tra competizione e cooperazione dovrebbe generare un vantaggio per il singolo
e per l’insieme. Non è più possibile perseguire il
vantaggio di uno a discapito di quello dell’altro.
Ultima istanza che ci riguarda tutti è proprio
l’istruzione, a cui andrebbe delegata in principio
la trasmissione dei valori dell’etica laica. «L’unica via per la costruzione di un mondo di pace è
l’educazione» ha detto il Dalai Lama «perché è
l’unico strumento in grado di restituire all’uomo
quei valori fondanti della sua natura che sono la
compassione e l’attitudine al bene degli altri».
© riproduzione riservata

21 gennaio 2015 | Panorama

35

scenari_cultura
FLIRT CON JACKIE KENNEDY

Fu breve e illuminante. si conobbero
a un party nel 1964, lei lo intimidì ma ne fu
interessata e lui volle rivederla
con un abito adatto.
Finirono insieme su una
Limousine guidata
da agenti dei servizi
segreti. poi lui salì a casa
di lei, mentre i bambini
dormivano, chiedendosi
tutto il tempo: «so di Lee
oswald e della crisi
a Cuba, ma dovrei
baciarla?». poi accadde.
e fu come «baciare
un manifesto».

La vita vera
di Philip Roth
in un romanzo
che è biografia

L

ei racconta che lo ha conosciuto
nel 2002 a una festa, ma lui non se
ne ricorda. Due anni dopo, lui le ha
scritto per commentare un suo articolo sul New Yorker. Lei ha risposto.
Lui ha replicato. E sono finiti in un
caffè di New York. Da quel momento
Philip Roth si è fidato ciecamente della
giornalista Claudia Roth Pierpoint (nessuna parentela, giurano): otto anni d’incontri per raccontarle segreti professionali e
retroscena privati, eleggerla a lettrice dei
suoi manoscritti e permetterle di frugare
tra i suoi file in Connecticut.
Il risultato è il resoconto letterario
autorizzato simile a una biografia (quella
ufficiale è in costruzione, a firma Blake
Bailey, sarà pubblicata tra anni) dal titolo
Roth scatenato. Uno scrittore e i suoi libri
(Einaudi, 300 pagine, 22 euro) in uscita
in Italia il 20 gennaio. Sul New York Times Martin Amis l’ha descritta così: «Una
biografia critica, stile “vecchia scuola”, in
cui un Roth 80enne, che ha chiuso con la
scrittura (o così dice), offre una sagace,
spiritosa, rilassata autocritica dei primi
libri e del primo matrimonio». E di molto
altro, aggiungiamo noi. (Stefania Vitulli)
© riproduzione riservata

36

Panorama | 21 gennaio 2015

ANTIDEPRESSIVI E TENDENZE SUICIDE

Gli antidepressivi sono stati determinanti nella vita
e nella scrittura di Philip Roth almeno quanto l’analisi, tanto
che egli stesso, nel romanzo-confessione I fatti (Einaudi),
identifica i periodi pre e post-Halcion. Pierpoint narra gli effetti
collaterali della pillola fatale in Roth: allucinazioni, attacchi
di panico, tendenze suicide, ricoveri psichiatrici. Ma anche
come ne uscì con il romanzo Operazione Shylock.

Roth scatenato.
Uno scrittore
e i suoi libri
(Einaudi)
di Claudia Roth
Pierpoint.

Sara Krulwich/The New York Times; Mondadori Portfolio (2); Chris Collins/Corbis

Dal fondo di aiuti per gli scrittori
cecoslovacchi fino ai segreti su flirt
e farmaci: il 20 gennaio la storia
del grande scrittore americano.

LE LOBBY

Tra tutte le lobby anti-Roth,
la più scatenata fu quella ebraica:
le 400 mila copie vendute in un anno
del Lamento di Portnoy furono
un colpo per gli ortodossi.
Il quotidiano Haaretz scrisse
che quel libro era «più dannoso
dei Protocolli di Sion», «un romanzo
per cui tutti gli ebrei avrebbero dovuto
pagare un prezzo».
Ma quanto a lobby, anche Roth ne creò
una: l’Ad Hoc Czech Fund, un fondo
costituito dopo il primo viaggio
a Praga nel 1973: abbinava 14 scrittori
americani ad altrettanti scrittori
cecoslovacchi, dissidenti, in difficoltà.
Per sostenerli economicamente,
con cento dollari a testa al mese.

DOV’ERA L’11 SETTEMBRE 2001

Quella mattina Roth era nella piscina
dell’Athletic club di Manhattan
(nato nel 1909 per accogliere gli ebrei esclusi
dagli altri club). Uscito dal palazzo si è avviato
con la folla lungo la Sesta Strada. Nei giorni
seguenti si sentì furioso contro «quelli come
Susan Sontag, che diceva che era
il risultato della politica americana invece
che il risultato di come quella gente è stata
allevata e abusata dai loro stessi Paesi».

IL RIVALE JOHN UPDIKE

La rivalità con John Updike (che Roth
definisce con disprezzo «l’unico
scrittore americano che competa
con Colette quanto
a sensualità innocente»)
durò tutta
la vita. Racconta
Pierpoint:
«Per rilassarsi,
Roth immagina
una serie di libri
che potrebbe
scrivere
alla maniera
di Updike: Corri,
Rabbino, Il ritorno di Rabbino,
Sei ricco, Rabbino... e si sganascia
dalle risate». (In inglese Rabbi
somiglia a rabbit, coniglio).

LA RAGAZZA DELL’ANIMALE MORENTE

La Consuela dell’Animale morente, uno dei libri più scandalosi
di Roth (sesso, vecchiaia e morte) esiste davvero. Non era
cubana e non aveva un cancro, ma era intorno ai 25 anni, oltre
il metro e 80 e bella da levare il fiato quando un Roth alla fine
dei 60 anni le chiese di sposarlo. Per la prima volta
nella sua vita si era sentito geloso di qualcuno e voleva tenerla
lontano da uomini più giovani.
21 gennaio 2015 | Panorama

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scenari_cultura

chiara trevisan
(42 anni,
a destra
nella foto)
mentre offre
una lettura
vis-à-vis
in piazza
carignano
a torino.

A Torino la poesia è un’arte di strada

Un carretto pieno di libri per offrire letture ai passanti: è l’originale salotto letterario ambulante di Chiara Trevisan.

C

armina non dant panem: le poesie non
danno pane. L’antica saggezza latina
non ha scoraggiato Chiara Trevisan e la
sua convinzione che gli uomini hanno
bisogno della poesia come del pane. Facile a dirsi, difficile a farsi, a meno che
non si possiedano fantasia e coraggio.
Chiara (42 anni) un giorno ha deciso che
valeva la pena di provare a campare leggendo
poesie o pagine di libri a chi incontrava per
strada. Il suo salotto letterario è un angolo di
piazza Carignano, nel cuore storico di Torino,
all’ombra dell’austero palazzo che ha ospitato
il primo Parlamento italiano e a due passi dal
celebre e stellato ristorante Il Cambio dove
Camillo Benso conte di Cavour pranzava pen-

Librerie
scacciacrisi
con L’inventiva
partenopea

38

A Napoli non resta che
l’inventiva pur di attirare nuovi
lettori tra gli scaffali. Quasi
nessuno legge più: il 71 per
cento dei campani non tocca
pagina. E le librerie
tradizionali scompaiono.
«Chiuse 27 su circa 60 dal
2013 a oggi» certifica Diego
Guida, dell’Associazione
italiana editori, che ha aperto
un nuovo spazio per i libri.

Panorama | 21 gennaio 2015

sando a come unificare l’Italia. Gli attrezzi
del mestiere sono una bicicletta e un carretto
carico di un minuscolo divanetto, una sedia
e un campanello che deve essere suonato da
chi vuole che Chiara legga vis-à-vis pezzi di
letteratura scelti tra le pagine sparse su un piccolo tavolino. Chiara si dedica a una persona
per volta e l’effetto delle sue letture è sempre
gratificante per lei e per i suoi clienti, che sanno
anche essere generosi nelle loro offerte.
Sognatrice, artista di strada o cos’altro?
Trovare una definizione per Chiara Trevisan è
impresa ardua. Ma forse è una ricerca inutile
se, come lei, si è convinti che le lettere sono
semplicemente indispensabili. (Gianni Pintus)

Marzio Alfonso Grimaldi ha
creato una libreria in una
chiesa abbandonata (foto).
Fabio Berisio ha reso la sua
anche wine bar. Lo spazio
Locisto ha aperto grazie a una
colletta tra residenti. Altri
spazi scacciacrisi sono stati
ricavati in un ex convento e in
una scuola, dai Quartieri
spagnoli a Scampia, e nei
foyer dei teatri. (Maria Pirro)

© riproduzione riservata

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Showroom Milano - Via Savona 55/A
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in edicola la prossima settimana

superanteprima

40

Panorama | 21 gennaio 2015

Lucy

Da giovedì 22 gennaio il dvd,
anche in Blue-Ray, con Panorama
e in streaming su Panorama.it

Il regista Luc Besson e Scarlett Johansson danno vita
a un thriller. Con adrenalinici effetti speciali.
nalinica. Sviluppa tratti superumani
come la telepatia, la telecinesi, una
conoscenza allargata e un incredibile
controllo sulla materia. Nella sua natura in evoluzione, però, la ragazza
perde gradualmente la sensibilità di
provare emozioni. Mentre corre a cercare l’aiuto del professor Samuel Norman (Morgan Freeman), si trasforma
in una guerriera imbattibile.
Tra verità scientifiche e iperboli
dell’immaginazione, supportato dai
consigli del celebre neurologo Yves
Agid, Besson cesella un film a cui non
mancano inseguimenti e scontri mozzafiato ed effetti speciali abbaglianti.
Intanto una somma domanda esistenziale percorre l’intero film: «La vita ci
è stata donata un miliardo di anni fa.
n
Cosa ne abbiamo fatto?».
© RIPRoDuzIone RISeRvata

A sinistra, Scarlett
Johansson interpreta Lucy.
Sotto, la protagonista
con Morgan Freeman.

Universal picture

D

a Nikita a Il quinto elemento passando per Léon, Luc Besson ha
modellato alcune delle donne
d’azione più toste della recente
storia del cinema. Ora il cineasta francese si ripete, mettendo
nei panni della sexy e letale eroina
niente meno che Scarlett Johansson.
Ne esce un binomio di talenti esplosivo per un thriller fantascientifico
audace, che esplora le affascinanti
potenzialità del cervello umano: ecco
Lucy, prossima anteprima, in dvd e
Blue-Ray, in uscita con Panorama.
Lucy è il nome attribuito all’ominide ritrovato nel 1974, probabile
anello di congiunzione tra l’uomo e i
suoi ipotetici progenitori somiglianti
alle scimmie. Ma si chiama Lucy anche il personaggio interpretato dalla
diva americana. Giovane studentessa
spensierata che vive a Taiwan, Lucy
(Johansson) si trova coinvolta con
l’inganno in loschi affari. Catturata
dallo spietato Mr. Jang (Choi Min Sik),
viene usata come «mezzo di trasporto»: nel suo ventre viene impiantato
chirurgicamente un pacchetto carico
di una potente sostanza sintetica, il
CPH4, enzima prodotto dalle madri
in gravidanza. Quando il CPH4 si libera accidentalmente al suo interno,
Lucy vive inimmaginabili cambiamenti mentali e corporali: dal 10 per
cento di normale utilizzo, la sua capacità cerebrale viene schiusa a livelli sbalorditivi, in un’escalation adre-

21 gennaio 2015 | Panorama

41

copertina

ora servono

nuove
leggi
straordinarie
di Giorgio Mulé

Caccia all’uomo

Parigi, 7 gennaio: alcuni agenti
impegnati nelle operazioni
antiterrorismo dopo l’attacco
alla redazione di Charlie Hebdo.

42

Panorama | 21 gennaio 2015

HEATHCLIFF O'MALLEY/REX

In passato lo abbiamo già fatto contro la mafia e contro le Brigate
rosse. Ora, dopo Parigi, anche l’emergenza del terrorismo
islamico suggerisce la necessità di norme speciali:
che prevedano il carcere per chi soltanto inneggia alla guerra
santa e premi per chi denuncia jiahdisti e fiancheggiatori.
Ma anche la Procura nazionale, un coordinamento europeo
dei servizi segreti, agenti infiltrati nelle cellule estremiste...
Parola dei nostri migliori magistrati ed esperti di intelligence.

xxxxxxxxxxxxx

0 mese 2015 | Panorama

43

L

copertina

Coppia infernale

Amedy Coulibaly, 33 anni,
originario del Mali, uno
dei tre uno dei tre attentatori
parigini, nel video registrato
prima dell’attacco: l’8 gennaio
ha ucciso una poliziotta
e il giorno dopo quattro clienti
di un negozio kosher.
A lato, Hayat Boumeddienne,
26 anni: legata a Coulibaly,
pare si sia rifugiata in Siria.

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Panorama | 21 gennaio 2015

a fonte che parla con Panorama è quella che si può serenamente definire una vecchia volpe
dell’intelligence. Dai tempi delle Brigate rosse ha attraversato tutte
le stagioni dell’estremismo italiano. Il suo cervello si è modellato
nel tempo e si è sempre sforzato di pensare come il «nemico»:
«Perché non ci sono poi molti segreti in questo mestiere» dice. «Per
contrastare il nemico o pensi come lui, oppure arruoli qualcuno
che pensi come lui e sia in grado di aprirti la mente».
La vecchia volpe è oggi una delle punte di diamante della
nostra intelligence, insomma uno 007 di rango elevatissimo.
«Il nemico oggi è tranquillo, questo è il problema» aggiunge,
mentre si tormenta un sopracciglio. La nostra fonte non vuole
scivolare nel disfattismo: «Però, se vogliamo raccontarci tutta
la verità, noi e con questo intendo dire i nostri apparati di
sicurezza preventiva, cioè i servizi segreti, individuiamo sia i
terroristi potenziali sia le teste calde. Li espelliamo anche. Ma
poi quelli non se ne vanno e spariscono…». E mima il gesto di
un prestigiatore che, finito il numero, allarga le mani e le mostra
vuote al pubblico, attonito.
In pratica: i meccanismi di espulsione vigenti in Italia non
garantiscono che la misura vada a buon fine. Significa, a sentire
sia la fonte di primo piano che parla con Panorama sia altri 007
operativi consultati dal nostro settimanale dopo la tragedia di
Parigi, che la farraginosità delle norme sulle espulsioni rende
pressoché inefficaci le indagini preventive. Questo perché l’espulso può impugnare i provvedimenti in via amministrativa:
prima davanti ai Tribunali amministrativi regionali e poi al
Consiglio di Stato. La percentuale di chi effettivamente segue
questa strada, a sentire gli uomini dell’intelligence, è addirittura prossima al 90 per cento dei casi. In termini pratici vuol
dire che il fiancheggiatore dell’esercito islamico, beccato grazie al meccanismo delle intercettazioni nei confronti dei soli
sospettati di avere legami con organizzazioni terroristiche, fa
perdere le sue tracce. Dopo il provvedimento di espulsione si
eclissa, sparisce. Il sospettato, infatti, non può essere arrestato
perché non ha ancora commesso alcun reato. Dopo la notifica
dell’espulsione non necessariamente rimane in Italia: magari
si sposta all’estero, ma rimane in Europa.
Ed eccoci così a un primo punto, reale, da risolvere in via prioritaria se davvero vogliamo prevenire azioni eclatanti anche in
Italia: armonizzare la legislazione europea per rendere immediate
ed efficaci le espulsioni in tutti i Paesi dell’Unione. Senza nascon-

xxxxxxxxxxxxx

Il contrattacco

Ansa/Ap/ AFP/Getty Images

Ore 17,10 di venerdì 9 gennaio:
le forze speciali della polizia
francese penetrano in forze
nel piccolo supermercato
parigino di alimentari ebraici
alla Porte de Vincennes, dove
dalle 13 si è asserragliato
Amedy Coulibaly con una
ventina di ostaggi. L’uomo,
che ha ferito a morte quattro
clienti ebrei, è stato a sua
volta ucciso dagli agenti.

dere un senso di frustrazione, i nostri 007 operativi lamentano
che a causa delle leggi sulle espulsioni abbiamo trasformato in
«fantasmi» centinaia, proprio così, centinaia di potenziali killer
e stragisti. «In breve» riassume la nostra fonte «manca l’efficacia
di trasformare un dato informativo in un’azione reale». Che poi
è quanto accaduto in Francia, dove era perfettamente conosciuta
la pericolosità dei fratelli Chérif e Said Kouachi e di Amedy Coulibaly, con il dettaglio che però giravano indisturbati per Parigi.
Ma quello delle espulsioni efficaci in Italia e in Europa è solo
il primo capitolo di un grande libro che andrebbe scritto per
dare una risposta finalmente armonica alla lotta al terrorismo
integralista di matrice islamica. Scontiamo anni di defatiganti
dibattiti, di infinite scaramucce sul grado che deve avere la nostra
risposta alle barbarie. Finora si è sempre ragionato sulla reale
consistenza della minaccia per modulare ed eventualmente
correggere la legislazione.
Abbiamo perso tempo, questa è l’amara verità. Un investigatore che mastica pane ed eversione fa un ragionamento che farà
inorridire molti ma che rende bene l’idea. Argomenta: «Nel nostro codice militare di guerra c’è un articolo, il 167, che punisce
chiunque compia atti di guerra contro lo Stato italiano “senza
avere la qualità di legittimo belligerante”. La pena prevista,
recita l’articolo, è quella della morte “mediante fucilazione nel

Come si può
combattere
il terrorismo
islamico?
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di Panorama.
21 gennaio 2015 | Panorama

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copertina

Da tre a sei anni
Di carcere
per chi si arruola
nella jihaD
Tutte le misure
sul tavolo del governo
contro il terrorismo.
Le principali novità che
il Governo si appresta
ad approvare sono queste:
➜ la creazione di una Procura
nazionale antiterrorismo;
➜ la punibilità anche
di chi viene arruolato per andare
a combattere all’estero (e non
solo per chi organizza) con pene
da tre a sei anni;
➜ la punibilità dell’autoaddestramento, quindi
di chi si procura le armi
e le istruzioni per il loro uso
anche senza appartenenza a reti
terroristiche;
➜ il ritiro del passaporto
di un sospettato da parte
del questore che può proporlo
per misure speciali con obbligo
di soggiorno;
➜ l’oscuramento dei siti internet
che inneggiano alla guerra santa.
Nascerà una «black list»,
continuamente aggiornata
dalla Polizia postale;
➜ il divieto di commercializzare
ai privati i «precursori di
esplosivi», cioè sostanze o
miscele che potrebbero essere
impiegate per fabbricare
esplosivi.
A livello europeo, l’Italia insisterà
poi con la Francia perché
il Parlamento europeo approvi
rapidamente la direttiva che
consente il cosiddetto Pnr,
il «Passenger name record»,
per il monitoraggio e lo scambio
d’informazioni sulle liste
dei passeggeri imbarcati sui voli.

46

Panorama | 21 gennaio 2015

petto”. Mi chiedo: qualcuno, dopo i fatti di Francia, può ancora
sostenere che Al Qaeda, l’Is, l’autonominato califfo Al Baghdadi
o le brigate di Boko Haram non ci hanno dichiarato guerra dal
momento che promettono di distruggerci in casa nostra? Sono
o non sono parte di vari eserciti senza divisa, cioè privi della
qualità di legittimi belligeranti, che vogliono annientare l’Italia e
la civiltà occidentale?». Continua il nostro interlocutore: «Quella
del ricorso all’articolo 167 è ovviamente una provocazione. Ciò
che voglio dire è che però in una situazione straordinaria sono
necessarie e indefettibili misure straordinarie».
Eccoci così al cuore del problema: le leggi speciali, o straordinarie che dir si voglia. Fuori dal palazzo della politica, nei
luoghi deputati cioè alla lotta e alla prevenzione di un attacco
terroristico, non si parla d’altro. Bisognerà allora mettere da parte
la retorica che vuole, nel nome del sacrosanto rispetto di culture
e religioni diverse, un approccio di tipo conservatore che si traduce in inazione. Stabilito e unanimemente accettato il principio
che l’Islam nulla ha a che spartire con l’orrore di chi impugna il
kalashnikov o semina morte con attentati nel nome del Profeta,
occorre agire di conseguenza. Con leggi speciali, esattamente.
L’esperienza di questo Paese insegna che fenomeni di deviazione
criminale si aggrediscono solo con normative straordinarie. È il
caso della mafia e del terrorismo. Per contrastare quei fenomeni

accettammo limitazioni erga omnes della libertà, come la
militarizzazione del territorio dopo le stragi di Cosa nostra
del 1992. Non solo. Abbiamo ingoiato il grande rospo della
legislazione premiale con libertà e lauti stipendi assicurati a
vita a odiosi assassini che si sono «pentiti» e hanno consegnato i loro complici alla giustizia. O il carcere duro, il famoso 41
bis paragonato a una dolce pena di morte, applicato anche
nei confronti di chi non è stato ancora riconosciuto colpevole
da un tribunale nel nome del popolo italiano. E quando
sentiamo di persone arrestate perché nei loro computer sono
state trovate immagini o video di minori che fanno sesso,
non ci sfiora il pensiero che possa trattarsi di un errore e
lodiamo l’esistenza di norme repressive.

la strana storia
del documento perso
L’attentatore che lascia
la sua carta d’identità?
Macché: una segnalazione
dei servizi statunitensi.
A poche ore di distanza dal raid
terroristico che ha decimato la
redazione del settimanale parigino
CharlieHebdo si è diffusa la notizia
che i fratelli Said e Sherif Kouachi
sarebbero stati identificati per
la «dimenticanza» di uno dei due, Said,
che avrebbe abbandonato la sua carta
d’identità nella vettura. Ma le cose
sono andate davvero così? Alla
versione ufficiale se ne accompagna
una ufficiosa, altamente accreditata,
secondo cui l’identità dei due terroristi
in realtà sarebbe stata rivelata
dai servizi segreti americani a quelli
francesi. Un ruolo preziosissimo
lo avrebbe svolto l’Fbi. Da alcuni anni
infatti i nomi dei fratelli francoalgerini
comparivano in due database di
sicurezza Usa: uno altamente riservato
(il Tide) e uno relativo alla «no-fly list»
custodita nel Terrorist screening
center. Nelle ore subito dopo
l’assalto alla sede del settimanale,
il riconoscimento biometrico a opera
dei servizi americani avrebbe fornito
agli agenti francesi le informazioni
essenziali per individuare i colpevoli.
La storia della carta d’identità
«smarrita» sarebbe servita solo
a risparmiare l’ennesima brutta figura
al sistema di sicurezza d’oltralpe, che
in questa vicenda ha mostrato più
di una falla.
(Annalisa Chirico)

AFP/Getty Images - AP

E allora: perché non agire, con la stessa determinazione, contro chi chatta sui social network inneggiando
alla guerra santa o al martirio di criminali vigliacchi? Perché
non isolarli e condannarli al carcere per questo? E perché
non arrestare e buttare la chiave della cella nei confronti
di chi si macchia di «concorso esterno» ai terroristi per
avere fornito un «contributo» di qualsiasi genere ed entità
all’organizzazione «pur non facendo parte del sodalizio»?
In Inghilterra esiste già, ad esempio, il reato di «incitement»: punisce chi incita a commettere atti di terrorismo
ed è sufficiente diffondere istruzioni su internet su come
Forze speciali
fabbricare ordigni esplosivi per finire in cella.
Agenti della Brigade
de recherche
Poniamoci allora una domanda: se ha ancora senso
et d’intervention, una
in
Italia
prevedere e perseguire penalmente l’apologia del
delle forze speciali
fascismo, perché allo stesso modo si deve aver timore d’indi polizia che nei giorni
dell’attacco sono state
trodurre una misura che ricopiando le stesse parole contro
dispiegate su Parigi.
l’apologia del fascismo non sia destinata ai movimenti terIl ministero dell’Interno
roristici? Facciamo un esempio ancora più concreto. Trovo
francese ha utilizzato
circa 90 mila agenti.
che nessuno oggi possa adontarsi o urlare a una misura
antidemocratica se oggi si mutuasse alla lettera quanto
scritto nella legge 645/1952 con l’eccezione di cambiare la parola
«fascismo» con «terrorismo radicale». Il risultato
(e ripeto sto copiando parola per parola) sarebbe
la previsione di punire chiunque «promuova od
organizza, sotto qualsiasi forma, la costituzione di
un’associazione, di un movimento o di un gruppo
avente le caratteristiche e perseguente le finalità di
organizzazione terroristica radicale, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti
o metodi oppure le sue finalità antidemocratiche».
C’è davvero qualcuno che potrebbe alzare il
ditino per contestare questa norma? O vogliamo
accettare come rispetto della libertà altrui la prospettazione e l’invito all’assassinio indiscriminato dei
Fratelli algerini Chérif e Saïd Kouachi, 32 e 34 anni,
nostri figli solo perché considerati indefeli? Oggi, sul autori del massacro nella redazione di Charlie Hebdo,
tavolo della risposta seguita agli attacchi francesi, si uccisi il 9 gennaio dalla polizia a Dammartin-en-Goele.
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47

copertina

come funziona il nostro
sistema di prevenzione
Servizi segreti, Polizia, Carabinieri
e Guardia di finanza: tutti, dal 2004,
sono riuniti nel Comitato di analisi
strategica antiterrorismo. Ma basta?
La domanda che tutti si
pongono, dopo la
manifestazione di fragilità
del sistema di prevenzione
antiterrorismo e dei servizi
segreti francesi, è: come
funzionano quelli italiani?
E sono all’altezza della
situazione? Al momento,
il sistema italiano della
prevenzione antiterroristica
funziona così. I servizi segreti
sono coordinati dal Dis,
Dipartimento informazioni
per la sicurezza, e articolati
in due agenzie: l’Aisi per
la sicurezza interna e l’Aise
per quella esterna. Sul fronte
investigativo, al ministero
dell’Interno c’è la Direzione
centrale della polizia di
prevenzione (l’ex Ucigos) che
dipende dal capo della Polizia.
I Carabinieri impiegano il Ros,
Raggruppamento operativo

48

Panorama | 21 gennaio 2015

speciale, mentre la Guardia
di finanza schiera lo Scico,
cioè il Servizio centrale
di investigazione criminalità
organizzata, articolato nei
Gico a livello territoriale.
Tutti questi organismi,
con un rappresentante
del Dap, il Dipartimento
dell’amministrazione
penitenziaria, fanno parte
del Casa, Comitato di analisi
strategica antiterrorismo,
un «tavolo permanente»
istituito a partire dal 2004
e presieduto dal direttore
centrale della Polizia
di prevenzione, nel cui ambito
vengono condivise e valutate
le informazioni sulla minaccia
terroristica interna
e internazionale.

ripropone l’istituzione di una procura antiterrorismo sul modello
della superprocura nazionale antimafia. Stefano Dambruoso,
che il terrorismo islamico l’ha combattuto per davvero a Milano,
oggi è un parlamentare e sa di che cosa parla quando insiste
nella creazione di questo organismo: «Ma occorre che la risposta sia coordinata a livello europeo. Sul piano delle espulsioni,
certo e in prima battuta. Ma anche su quello dell’intelligence
con un’integrazione reale tra i vari servizi segreti in modo che
uno 007 francese con radici maghrebine possa essere infiltrato
dai nostri servizi in una cellula o in un gruppo attivo in Italia».
Quanto alla superprocura antiterrorismo, sarà necessario che a essere impiegati siano soltanto magistrati specializzati nel terrorismo. È questo un elemento centrale, perché
le competenze specifiche sono poche e vanno indirizzate
al meglio. Indagare come oggi si fa in ogni singola città è
operazione velleitaria, perché il tema terrorismo comporta
indagini in tutto il mondo e la concentrazione in una superprocura velocizzerebbe anche eventuali rogatorie.
Le misure da adottare non sono poche. In questo pacchetto
andrebbe inclusa una norma che punisca non solo chi seleziona,
ma anche chi viene scelto per andare a combattere: oggi lo si
può fare solo provando che (dopo un eventuale reclutamento
avvenuto in Italia) il soggetto si è affiliato a un’organizzazione
terroristica, cosa ovviamente quasi impossibile. Ci sono poi
quanti, e non sono pochi, ritengono utile una sorta di «cyber
command», per coordinare anche il monitoraggio del web che
oggi viene fatto separatamente da forze dell’ordine e servizi. Su
questo punto interviene un altro 007 interpellato da Panorama,
che di lavoro fa proprio questo: «Non c’è privacy che tenga

Il caso canadese

il 12 ottobre 2009, a Milano,
Mohammed Game (foto
a sinistra), ingegnere libico
di 35 anni, disoccupato
e disadattato, si presenta
all’ingresso della caserma
santa Barbara. Grida «via
dall’afghanistan» e fa
esplodere un pacco bomba
con due chili di nitrato.
Ferisce Guido La veneziana,
un caporale di guardia
e (più gravemente) se stesso.
verrà condannato a 14 anni
di reclusione per attentato
terroristico. due suoi
complici saranno condannati
invece a 3 anni e mezzo.

il 22 ottobre 2014 a ottawa
Michael zehaf-Bibeau, 32 anni
(foto), un canadese di origini
algerine convertito alla Jihad,
con vari precedenti per furto
e droga (e già privato
del passaporto, oltre
che inserito nella lista nera
dei viaggiatori ad alto rischio),
uccide un soldato di guardia
al monumento alla guerra
e irrompe nel parlamento.
Qui si barrica per 12 ore,
ma alla fine viene ucciso
da Kevin vickers, ex giubba
rossa e responsabile
della sicurezza della Camera.

FOTOGRAMMA/ Chris Wattie / Reuters- ANSA

La bomba milanese

rispetto alla pericolosità della minaccia che dobbiamo combattere» sostiene. «So di toccare un nervo scoperto, ma questo è. Il
reclutamento passa sempre, sempre dalla rete. È un passaggio
obbligato, riscontrato nel tempo. E accanto alla parte repressiva
ci vorrebbe un’attività digitale di deradicalizzazione per lanciare
messaggi differenti e contrari rispetto la jihad e al proselitismo
radicale. Si tratta di creare e immettere nel web siti e luoghi informatici capillari, che dovrebbero essere incentivati dal Governo».
E a questo punto val la pena sentire quanto dichiarato a
Panorama da un decano dei servizi d’intelligence italiani: «Da
noi» commenta «si è portati spesso a confondere il campo della
tattica con quello della strategia. L’intelligence deve occuparsi
della tattica, ma la politica dovrebbe avere la responsabilità
della strategia. Per avere strategia ci vuole continuità. E che cosa
succede invece in Italia? Chi arriva al potere cambia i vertici e il
nuovo capo che arriva sostituisce tutta la catena di comando.
Risultato: si riparte praticamente da zero».
La parola «sicurezza» viene dall’espressione latina «sine
cura»: significa che uno Stato garantisce che un suo cittadino
possa vivere senza preoccupazioni. Il principio aveva senso
fino a quando i singoli Stati dovevano contrastare nemici interni per mantenere fede al patto sociale. Oggi non è più così. Il
serpente che aggredisce l’Occidente (e si badi bene che si parla
di Occidente, non di una singola nazione) arriva dall’esterno e
vuole avvelenare indiscriminatamente tutto e tutti. C’è qualcuno
ancora disposto a illudersi, mentre scorrono le immagini dei
fratelli Kouachi e di Amedy Coulibaly in azione, che la camomilla possa ammansire il serpente? O che, ancora peggio, ogni
singolo Stato di questo Occidente sotto attacco debba illudersi
di potersela cavare da solo?
n
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