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remare news n.4 .pdf



Nome del file originale: remare news n.4.pdf
Titolo: remare news 28 dic14
Autore: MelisPriamo

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REMARE NEWS 2014

REMARE NEWS
Il periodico dei cittadini

N. 4 – Dicembre 2014

Editoriale

In questo numero:
Editoriale di Mimmo Melis
Libri – Serge Latouche
e la decrescita oggi
Partecipare alla cura
del
territorio di Daniela De
Murtas
E’necessaria una
rivoluzione civico culturale
di Nicola Cocco
Commercio fra passato e
presente di Piero Perra
Riprendiamoci la
Democrazia di Francesco
Mameli
Una generazione allo
sbando di Graziano Cois
Dibattito sulla riforma della
scuola di Luca Cogoni

Periodico di informazione –
Iscrizione Registro della stampa
Tribunale di Cagliari n. 35/4 del
20 novembre 2004 - Direttore
responsabile: Mimmo Melis
Redazione : via Mercurio n.2 09045 Quartu S.E. Tel. 340.
7066260

Il disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare promosso dal
Movimento 5 stelle (per l”indizione di un referendum consultivo di indirizzo
sull’adozione di una nuova moneta nell’ordinamento nazionale) in sostituzione
dell’euro, stimola alcune considerazioni legate al rapporto finanza
pubblica/principi costituzionali.
A nessuno Stato dovrebbe essere richiesto di adempiere, parzialmente o
pienamente, alle sue obbligazioni pecuniarie se queste mettono in pericolo il
funzionamento dei servizi pubblici. Nel caso in cui il pagamento metta in
pericolo la vita economica o comprometta il funzionamento
dell’amministrazione un Governo deve avere il potere di sospendere o ridurre il
pagamento del debito. Lo Stato non può smettere di fare lo Stato per pagare un
debito. E le richieste di pagamento lamentate dagli investitori internazionali
non possono in nessun caso andare a ledere la sfera dei diritti fondamentali
presenti in Costituzione e garantiti dal diritto internazionale.
L’austerità imposta dall’euro vuole sopprimere proprio quella parte della Carta
costituzionale che contiene i diritti fondamentali e che non possono essere
compressi né snaturati da nessuna norma. Poiché la Costituzione nella
gerarchia delle fonti è ancora la fonte primaria del nostro ordinamento. Perciò
dobbiamo necessariamente osservare che i trattati europei insufficienti a
raggiungere gli obbiettivi dello Stato sociale quali la piena occupazione, il diritto
alla salute, il diritto all’istruzione e i diritti fondamentali, siano illegittimi e
inesistenti da un punto di vista giuridico. Questo conflitto è insanabile e
reclama la necessità di chiedere il recesso o la denuncia dei trattati europei che
.
allo stato attuale stanno compromettendo la somministrazione dei servizi
pubblici essenziali. Precedenti storici mostrano come i mercati non possono e
non debbono disporre della vita degli stati sovrani.Rispetto a un mondo che si
sta rifeudalizzando, ci sarebbe bisogno di una democrazia avanzata come Il
federalismo che non deve essere inteso come un rapporto tra Stati, ma come
una rivalutazione radicale dei poteri e delle autonomie locali; innanzitutto
quelle dei Comuni o delle unioni o associazioni di piccoli Comuni (di ciò che
chiamiamo il “territorio”), che sono la componente dell’ordinamento statuale
più vicino ai cittadini e in cui è più facile – o meglio, meno difficile – dare vita a
forme concrete di democrazia partecipativa.

REMARE NEWS –2014
LIBRI

Serge Latouche e la decrescita oggi
Oggi serve una conversione culturale. La tanto
acclamata crescita in occidente non crea più
occupazione ed esportarla a tutti i Paesi genererà
altri conflitti per accaparrarsi le risorse. La realtà è
che viviamo la fine di un’epoca storica iniziata con
la rivoluzione industriale e che sta terminando con
la finanziarizzazione dell’economia. Purtroppo di
questo non c’è consapevolezza sia da parte della
maggioranza degli economisti che dai politici che
continuano a proporre vecchie ricette per scenari
inediti.
Critica al capitalismo. Non si tratta di una critica
qualunque, come potrebbe essere la critica veteromarxista. Il no al capitalismo è qui giustificata non
da elementi ideologici o di rivendicazione classista,
ma da evidenze logiche. Il capitalismo si basa sul
concetto che la ricchezza produce ricchezza,
all’infinto. Ma la crescita illimitata è un’utopia o in
alternativa un’idea che porta dritto a un muro.
Latouche fa un esempio estremamente
convincente: “Con un aumento del PIL pro capite
del 3,5 per cento annuo (che corrisponde alla media
francese tra il 1949 e il 1959), si ha un fattore di
moltiplicazione 31 in un secolo e di 961 in due
secoli! E con un tasso di crescita del 10 per cento,
che è quello attuale della Cina, si ottiene un fattore
di moltiplicazione 736! A un tasso di crescita del 3
per cento, si moltiplica il PIL di venti volte in un
secolo, di 400 in due secoli, di 8000 in tre secoli”.
Decremento selettivo del Pil. Decrescere vuol dire
produrre e consumare di meno, e questo vale sia
per le merci che per i servizi. Recessione, dunque?
No, perché la decrescita prevede un taglio selettivo
del Pil, la recessione è invece discesa incontrollata,
dunque anche di quei parametri che sono
indispensabili al mantenimento di un tenore di vita
decente (istruzione, sanità, occupazione). Dunque,
questo concetto va di pari passo con la riduzione
degli sprechi.Tutto quello che non è necessario
consumare, semplicemente non va prodotto. In
quest’ottica, la produzione è una voce che procede

dalla domanda, e non viceversa.
Autonomia energetica e alimentare. Qui subentra
il concetto di località. Nella visione della decrescita,
le comunità sono autonome. Escluse le merci che
realmente non sono producibili in loco, niente va
importato. Una città consuma solo gli alimenti che
produce, consuma solo l’energia che produce e
utilizza solo gli strumenti che crea. Qui assume
un’importanza essenziale la questione delle
rinnovabili, in grado di rendere autonomo anche un
paese che non possiede giacimenti di carbone, di
gas etc. Assume un’importanza particolare anche il
riciclo: se l’import è considerato una cosa da
evitare, allora è indispensabile non sprecare gli
strumenti, le merci, gli oggetti; dunque è
indispensabile riciclare.
Senso di comunità. Se la comunità è
autosufficiente (per quanto possibile) allora è
inevitabile che si instauri un rapporto più intenso
tra una popolazione e la propria terra. Rapporto
che va coltivato mantenendo, ed eventualmente
recuperando, le tradizioni tipiche del territorio. In
questo senso la decrescita non è solo una teoria
economica, ma anche filosofia e antropologica,
quindi culturale per una società capace di non
creare bisogni inutili, ma di soddisfarli. E per
soddisfarli, bisogna limitarli.
In una società sana non esiste la patologia
dell'insoddisfazione. Ci può essere una forma di
seduzione, ma non un'insoddisfazione permanente.
Questo fenomeno è esacerbato dalla pubblicità.
Essa ci convince che siamo insoddisfatti di ciò che
abbiamo, per farci desiderare ciò che non abbiamo.
Una delle prime misure della società della
decrescita riguarda la pubblicità: non si tratta di
cancellarla - perché non siamo terroristi - ma di
tassarla fortemente, questo sì.
La grande distribuzione oggi ha effetti distruttivi
per l'ambiente e alimenta un alto tasso di spreco
alimentare, pari a circa il 40% della produzione.
Cancellarla significa essere pronti a ripensare tutto
il sistema della città e soprattutto delle periferie.
Perché la gente ha bisogno di piccoli negozi. Di fare
la spesa più spesso, con più tempo a disposizione.
Quando si comincia a cambiare un anello, come in

REMARE NEWS
una catena cambia tutto. Sui trasporti dobbiamo
pensare che il 99% dell'umanità ha passato la
propria vita senza allontanarsi più di 30 chilometri
dal proprio luogo di nascita. Quelli che si sono
spostati di più, cioè noi, sono solo l'1%. Anche
questo è un fenomeno molto recente e la
maggioranza delle persone non ne soffrirà, poi ci
saranno sempre i grandi viaggiatori alla Marco Polo.
È stata la pubblicità a creare il turismo di massa. In
ogni modo, con la fine del petrolio, non ci sarà il
traffico aereo di oggi, i trasporti costeranno sempre
di più, andranno meno veloce. Muoversi sarà
sempre più difficile.

Bibliografia:


Conferenza del 20 novembre 2013
(obsolescenza programmata - un futuro
possibile solo ritrovando il senso del limite)
Scuola di Lettere e Filosofia Università Roma
Tre http://www.youtube.com/watch?v=H4YpTI
Vwd9k



Conferenza del 7 novembre 2012 presso la
Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre



Interlinea... con Serge Latouche: Economia e
Mondializzazione, a cura di Nadia Scardeoni



La ligne d'horizon



La Revue du Mauss




Serge Latouche, Scheda libro di La fine del
sogno occidentale
Serge Latouche, Prefazione alla seconda
edizione italiana de La fine del sogno
occidentale



Serge Latouche, Far fronte ai pericoli del
mercato mondiale (relazione al convegno di
Reggio Emilia, 3 maggio 1998)



Serge Latouche, Suite et fin, requiem per lo
sviluppo, sul Dizionario dello Sviluppo



Serge Latouche, La sfida della ragione
mediterranea (relazione al convegno di Pistoia,
17 ottobre 1998)



Intervista a Serge Latouche di Nadia
Scardeoni



EcoFilosofia,decrescita, Latouche



Intervista su Avvenire a Serge Latouche di
Vincenzo R. Spagnolo



Diamo un nome al futuro: Sviluppo o
Decrescita? Intervista a Serge Latouche



Una critica alle posizioni di Latouche



Serge Latouche, tra economia globale e
contratto sociale



"Serge Latouche, definizione di economia
della decrescita"

REMARE NEWS –2014
Partecipare alla cura del territorio
Se un giorno dovessimo fare delle osservazioni a
coloro che ci rappresentano in qualità di
amministratori del Comune di Selargius, dovremmo
prima riconsiderare il nostro stile di vita e il nostro
approccio ai beni pubblici per poi poter sindacare
su quelle che sono le scelte effettuate
dall’amministrazione. Certo è, che viviamo in una
società in cui l’attenzione verso la persona e le
fragilità sociali, sono relegate agli ultimi posti,
dando come priorità alla nostra vita obiettivi
individuali e materiali, che ci allontanano da quel
senso di Comunità che garantisce la partecipazione
delle parti sociali alla vita del Comune, garantendo
trasparenza e controllo sulle attività dello stesso.
Abituati a criticare le scelte fatte da un
amministratore piuttosto che da un altro, molte
volte anche solo per questione di appartenenza a
quel partito politico, non ci accorgiamo nel nostro
piccolo del nostro modo di agire che legittima chi
ha in mano il potere a fare, disfare e rifare tante
scelte sbagliate, che si potevano benissimo evitare
se non ci fosse stata tanta indifferenza. Se
guardiamo poi alle realtà familiari potremmo
rimanere scioccati dalle scelte fatte nel bilancio
familiare di una famiglia piuttosto che un’altra. La
realtà in cui viviamo è paradossale, bimbi che
organizzano feste di compleanno costringendo i
genitori più indigenti a sostenere spese non
necessarie per non far emarginare i loro figli.
Famiglie che, per la comunione o la cresima, fanno
regali costosissimi che non si possono permettere
per assecondare un desiderio dei figli, i quali non
essendo educati al risparmio ma all’ostentazione,

pretendono a pugni chiusi. Altre famiglie invece
non fanno altro che chiedere finanziamenti, anche
solo per acquistare cellulari o televisioni dell’ultima
generazione per poi fare la fame o rinunciare ad
altri beni o servizi più importanti. Ci sono poi i casi
estremi, laddove famiglie che un tempo potevano
permettersi certi stili di vita le quali non si
rassegnano alla diversa situazione economica in cui
si ritrovano e continuano a spendere più di quanto
hanno, indebitandosi all’inverosimile fino ad
arrivare ad ipotecare beni mobili e immobili. In
questa società così alterata quasi lobotomizzata
dove ci si pone davanti agli amministratori come a
dei giudici siamo sicuri che non stiamo sbagliando
atteggiamento? Che il problema non dipenda da
loro ma da noi?
Nella situazione attuale di crisi economica che ha
radicalmente cambiato la struttura del sistema
economico locale e la vita delle famiglie, il Comune
non viene più visto come soggetto erogatore dei
servizi essenziali per la Comunità ma come
esattore. Invece di sentenziare, vogliamo
partecipare attivamente alla cura del territorio e
dell’ambiente, a valorizzare il patrimonio artistico e
culturale, a contribuire ad uno sviluppo
economico-produttivo sostenibile e soprattutto
vogliamo ricordarci che esistono delle categorie di
soggetti più deboli ( donne, bambini, anziani,
immigrati, disabili) che non devono essere
dimenticate da nessuno.
Daniela Demurtas

REMARE NEWS

E’ necessaria una rivoluzione civicoculturale.
Dopo 52 anni di Democrazia Cristiana, e ancora
peggio 20 anni di partito unico e larghe intese più o
meno palesi, ci ritroviamo a vivere in una
democrazia sempre più saccheggiata dalle sue
prerogative, con la complicità degli occhi distratti
del cittadino elettore.
Gli ultimi venti anni sono stati caratterizzati
dall’alternarsi di governi di destra e sinistra, senza
una reale opposizione, che hanno fatto finta di
essere antagonisti, contrapponendo gli elettori tra
loro nella migliore tradizione, di eredità romana,
del dividi et impera….e di squallidi accordi
sottobanco, con la complicità di un sistema di
informazione corrotto e colluso con i meccanismi
della politica (finanziamento pubblico dei giornali,
lottizzazione della RAI e monopolio delle TV
private).
Dopo tutti questi anni ci hanno consegnato un
tessuto sociale ed economico completamente
distrutto da scelte scellerate mirate all’interesse di
pochi e all’accentramento del potere in lobby
sempre più potenti.
Tutto ciò è andato di pari passo, in un terribile
effetto domino, con i tagli alla cultura e
all’istruzione che hanno impoverito i cittadini degli
strumenti culturali per fare scelte consapevoli,
rendendoli sempre più succubi delle dinamiche
distorte di una finta democrazia.
Le tv e i giornali con i loro programmi di livello
sempre più infimo hanno costruito pessimi esempi
da imitare, falsi valori e finti ideali.
Tutto ciò ha prodotto un cortocircuito culturale che
ci ha portato a perdere tutti quei valori attraverso i
quali i nostri genitori o i nostri nonni hanno
combattuto durante la Resistenza.
Le coscienze sono state talmente tanto inaridite
che ormai è luogo comune chiedere un aiuto al
politico di turno per avere un posto di lavoro o per
ottenere quanto ci spetti di diritto.
In questo modo si è consolidato un circolo vizioso
di clientele, alla cui base c’è, ovviamente, la
corruzione, madre del voto di scambio che porta

l’elettore a votare chi gli conviene e non chi è
giusto votare.
Si è arrivati addirittura a promettere durante una
campagna elettorale 80 € di aumento di stipendio,
senza peraltro la presenza di adeguate coperture
economiche.
Tutto ciò ha portato ad una mercificazione del voto,
ad attribuirgli un valore che, per quanto mi
riguarda, dovrebbe essere inestimabile, e che
invece varrà sempre meno.
I nostri cari politici ci stanno costringendo, a causa
della loro inettitudine e disonestà, ad accontentarci
delle briciole, a vivere con mille difficoltà e sacrifici
con una burocrazia prevaricatrice, in città sporche e
disordinate.
Soltanto con una vera rivoluzione civico-culturale
potremmo essere cittadini informati e quindi
veramente liberi.
Soltanto un’evoluzione civico-culturale potrà
restituire a noi cittadini gli strumenti per non
sottostare a leggi vessatorie ed esercitare con
coscienza il diritto di voto, legandolo a nobili e
lungimiranti logiche di buon senso che portino a
selezionare la migliore classe politica possibile.
Soltanto con la cultura e la condivisione dal basso
di idee e informazioni si riuscirà a discernere cosa è
veramente giusto da quello che, con un giro di belle
parole quanto mai false, viene presentato come la
panacea di tutti i mali del nostro Paese.
È dovere di ogni cittadino informarsi, selezionando
le fonti, attivare l’interesse per le sorti della cosa
pubblica.
Non fermiamoci alle apparenze, non pensiamo che
solo perché un partito nel suo nome ha la parola
“democratico” o solo perché storicamente sia stato
dalla parte dei lavoratori sia sufficiente a renderlo
campione di democrazia!
Soltanto la libertà di un cittadino colto e informato
può spezzare le catene dalla schiavitù del voto di
scambio, delle ideologie, del partito preso e del
tengo famiglia a favore di idee logiche per una
politica vera e lungimirante.
Nicola Cocco

REMARE NEWS –2014
COMMERCIO fra passato e presente
Il commercio della piccola e media distribuzione è
morto, ed è stato ucciso da politiche miopi che non
hanno fatto i conti con la realtà locale.

Una soluzione ci sarebbe, se si imponesse ai grossi
centri commerciali di :
-

Rifornirsi di prodotti locali almeno per il 70
% e per il 30% delle loro esigenze
coinvolgere i giovani a specializzarsi nel
produrre ciò che manca;

-

Pagare le tasse nel posto dove sono locati i
centri commerciali;

-

Pagare rispetto al piccolo commerciante
tasse di IMU, TASI etc. per dar modo ai
piccoli di confrontarsi con i prezzi di vendita,
tra grosso centro e piccolo commercio.

Tutto ciò che si è detto e proposto è stato
assolutamente inutile.
In questi ultimi dieci anni abbiamo continuato ad
abituare i nostri figli a recarsi alla grande
distribuzione per fargli trovare tutto. Ora è
impossibile pretendere che un giovane faccia la
spesa nella sua città recandosi dal panettiere, dal
macellaio, in farmacia, dal calzolaio e trovare un
parcheggio per prendersi un caffè e poi fare la fila
alle poste.
Al centro commerciale parcheggia gratis, d’inverno
trova il caldo, d’estate trova il fresco e con una
comoda passeggiata trascorre una giornata di relax.
Il piccolo commerciante autonomo di anno in anno
ha sempre meno forza d'acquisto e quindi non può
proporre le novità che si trovano nei grossi centri.
In questo modo i centri storici si svuotano, non gira
l'economia locale, vengono svalutati i locali
commerciali, causando delle difficoltà a chi di quel
piccolo guadagno d'affitto poteva reinvestire: nello
studio del figlio o nella ristrutturazione e
manutenzione del negozio.

Altre soluzioni non ne vedo … so soltanto che
tutti i piccoli commercianti stanno producendo
debiti e le amministrazioni comunali non hanno
il coraggio o non vogliono prendere in mano la
situazione.
Sembra la nave di “Schettino”che sta
affondando e i politici scappano… mentre noi
anneghiamo con i nostri ricordi, le nostre storie
e i nostri debiti.
Piero Perra

REMARE NEWS
- Riprendiamoci la democrazia
Ho passato quasi dieci anni senza interessarmi di
politica, come reazione a delusione, rabbia e
sensazione di impossibilità di cambiamento. In
questi anni l'unico accenno di partecipazione
politica è stato criticare i politici e la politica.
Qualche anno fa, dopo una chiacchierata tra amici,
con argomento la politica, tornai a casa. Dentro di
me una domanda mi faceva eco.
Mi piace considerare quella chiacchierata tra amici
la mia prima “agorà”.
Quella domanda : Perché la politica allontana i
cittadini da essa? A quella domanda rispondo che
la politica ci allontana quanto più ci da la
sensazione di spingersi a controllare e ad insinuarsi
nella nostra vita.
Il concetto di “insinuarsi” va interpretato in due
modi distinti, che sono l'uno l'antitesi dell'altro.
La prima interpretazione è quando la politica è
praticata da tutti, nessuno escluso, come la
massima espressione della democrazia. Potrei fare
svariati esempi esempi: il referendum, la petizione,
partecipare direttamente alle decisioni
dell'amministrazione. In pratica essere noi ad
insinuarci nella politica e non lei in noi.
L'altro significato è quello che stigmatizza la
politica in Italia ovvero l'autocrazia.Quando in pochi
possono decidere su tutto, compreso chi candidare
alle cariche politiche. Governano sopprimendo il
dissenso e togliendo diritti conquistati con il sangue
dei nostri antenati. Questo accumulazione di poteri
va contro tutti quei criteri considerati fondamentali
per definire un “governo” un “buon governo”.
(l'Italia è la massima espressione “moderna” di
questo concetto).
Anche quando sembra che i governi introducono
elementi di democrazia, la introducono in una
forma che nega la sostanza. Vedi le primarie nel pd
o referendum sull'acqua.
Da notare la differenza di immagine delle due tesi,
come lo yin e lo yang. In Italia abbiamo un grande
yin e un piccolo yang, piccolo ma sta crescendo.
Quindi una visione luminosa ed una visione oscura
della politica. Una visione solare ed una visione

cupa. In Italia abbiamo un unico partito, le
assemblee sono nominate, si fa un uso
sconsideratamente ampio e monopolistico dei
mezzi di comunicazione che praticano un
indottrinamento rispetto all’informazione. Ogni
giorno sono in programma talk show, in cui
giornalisti e politici (Salvini sempre presente) si
fanno domande del tipo: perché i cittadini non
partecipano? Perché la politica è vista con
disprezzo e timore? E in queste occasioni tentano
di dare delle risposte insomma se la suonano e se la
cantano, senza mai arrivare al dunque.
Io, alcune risposte alle domande , che sembrano, a
sentir loro irrisolvibili, me le son date. Basterebbe
che i programmi dei partiti politici fossero
vincolanti per il mandato politico/amministrativo.
Basterebbe rispettare le scelte che il cittadino
esprime. Ma non credo che sia desiderio dei partiti
avvicinare il cittadino alla politica. Tutto è pensato
e programmato per far sembrare l'esercizio della
democrazia cosa sporca, cosa difficile in modo che
la maggior parte di noi stia lontano da essa. Questa
repulsione permette ai partiti di decidere e fare
quel che vogliono in completa libertà.
Dobbiamo ovviare a questa situazione, dobbiamo
assolutamente riprendere in mano le redini della
politica. Dobbiamo assolutamente iniziare a
partecipare, non curandoci delle difficoltà e delle
delusioni. All'inizio sarà dura ma dopo la politica
diventerà quello che deve essere: “esercizio di
libertà”. Se i cittadini non parteciperanno il
processo iniziato con la P2 ( e, ormai quasi
compiuto) ci riporterà indietro nel tempo e non ci
saranno macchine del tempo a riportarci nel futuro.
La cultura che è la trincea della democrazia, è stata
occupata e quasi del tutto conquistata.
Riprendiamoci la politica riprendiamoci la
democrazia, rimandiamo a casa gli autocrati.
Il Movimento Cinque Stelle è un movimento di
cittadini come voi, siamo quelli della porta accanto.
Informatevi, chiedete, “diventate giornalisti di voi
stessi”, dobbiamo essere noi ad insinuarci nella
politica.
Francesco Mameli

.

Una generazione allo sbando
Nascere a Selargius, vivere a Selargius, ed essere
“cerexinu” a tutti gli effetti.
Ciò che mi spinge a questa riflessione nasce per
l’appunto dall’ essere selargino e dal vedere il mio
paese alla deriva sociale , culturale e
imprenditoriale . Dato che siamo in autunno non
posso non considerare le ancora vivide
reminiscenze olfattive del mosto che ribolliva nei
tini di molti miei concittadini che si cimentavano
alacremente nella nobile e genuina arte della
vendemmia e della produzione artigianale
vitivinicola .
Cittadini accomunati da un acceso spirito di
fratellanza che si concretizzava in un reciproco
scambio profittevole di collaborazioni e
prestazioni d’opera:ciò che in sardo è ricompreso
nel termine “s’aggiuru torrau”.Non era
infrequente già in età scolare offrirsi come
bracciante nella vigna di un amico oppure di un
parente. Si era consapevoli del fatto che tutte le
energie profuse e tutto il bagaglio di conoscenze
tecniche e umane impiegate nel prestare aiuto
sarebbero state in seguito ampiamente ripagate.
Chi fra noi delle generazioni nate nei primi anni
50 sino a quelle dei primi anni 60 non ha
conosciuto questo sistema? A quell’ epoca chi
decideva di interrompere gli studi poteva
intraprendere un valido percorso professionale
diventando garzone e apprendista in una bottega
oppure un ‘officina;le competenze così acquisite si
consolidavano in una vera e propria arte .Lo stesso
discorso si può fare per le attività edili, un
universo che ha visto l’affermazione e
l’imprescindibile presenza dei cosiddetti “Maistru
de Muru”;una consorteria di carpentieri e
costruttori detentrice di incredibili primati e
contraddistinta da un’ impareggiabile maestria.
Era un ‘epoca in cui il lavoro era realmente
tutelato e la libera iniziativa e la libertà
imprenditoriale non erano gravate da una
burocrazia pletorica e parassitaria con tutte le sue
insulse liturgie e incomprensibili lungaggini .
Oggi vengono al pettine i nodi di scellerate
politiche fiscali e sociali i cui costi si ripercuotono
sulla collettività con tutto il loro portato di
brutalità e miseria .

Le strade oggi non profumano più di mosto, in
compenso veniamo ammorbati dai fetidi miasmi
dello smog cittadino, principale vettore di malattie
cardiovascolari e respiratorie e diretto
responsabile dell’ insorgenza di vari tipi di tumore.
La miopia dei nostri amministratori ha impedito
fino ad oggi di riconsiderare l’intero assetto
urbano con annesso sistema veicolare. E’ quanto
mai opportuno predisporre nuovi tracciati urbani,
concepiti per vivere intelligentemente lo spazio e
per decongestionare i flussi del traffico.
Per limitare i danni di un inquinamento sempre più
persistente e nocivo dovrebbe essere incentivato e
agevolato il sistema di trasporto pubblico in
concomitanza del rilancio delle piste ciclabili che
vengano però realizzate con criteri razionali
avvalendosi di una fase progettuale approfondita.
Data la drammaticità dei tempi che stiamo
vivendo per iniziare una rivoluzione dovremmo
cominciare dalle piccole realtà urbane e comunali
dando spazio a tutte quelle istanze provenienti
dalla società civile che impongono ad ogni tipo di
amministrazione una seria riflessione critica sull’
attuale sistema produttivo. L’attività
imprenditoriale che possiamo concepire partendo
da un modello comunale come Selargius non
dovrà essere improntata alla semplice ricerca del
profitto ma oltre alla realizzazione di utili dovrà
puntare anche ad arricchire il territorio
implementando il patrimonio culturale locale e
razionalizzando le risorse in maniera
ecosostenibile.
Graziano Cois

Dibattito sulla riforma della scuola
La proposta di riforma denominata un po’
fideisticamente, e forse presuntuosamente, “La
buona scuola”, la terza negli ultimi tre lustri
(Berlinguer, Moratti, Gelmini), ha riaperto un
dibattito che riaffiora nella società italiana.
Quantunque sarebbe proficuo riservare a essa
qualche pagina di analisi, lo scopo del presente
intervento è propedeutico a qualsivoglia iniziativa
ministeriale. Ritengo infatti che ancor prima che
sulle stampanti in 3D, vero feticcio della nascente

REMARE NEWS
riforma, sia d’uopo interrogarsi su quale sia il
compito che debba prefissarsi la scuola.
Usualmente, quando viene chiesto ciò, le risposte
si possono ricondurre sostanzialmente a due:
1)Formare gli studenti al “mondo del lavoro” (del
quale, implicitamente, non farebbe parte la
scuola).
2)Affrontare argomenti che interessino gli studenti
Ebbene, entrambi gli auspici, soltanto in parte e
all’interno di una ben definita progettualità
possono divenire proficui.
La scuola, per sua istituzione, non è un ente di
formazione al lavoro. Per questa missione esistono
realtà già definite, fino a poco tempo fa finanziate
lautamente dallo Stato, ed ancor oggi pienamente
funzionanti. Lo scopo della scuola è far maturare
negli alunni la capacità critica, la coscienza civica e
le conoscenze, teoriche e pratiche, necessarie a
diventare cittadini e lavoratori consapevoli e abili,
non tornitori, ragionieri o geometri. Ciò che manca
oggi sono le competenze di base, quelle che
permettono di spostarsi con ecletticità da un
àmbito ad un altro, non la specializzazione
circoscritta a pochi campi. Si rammenti infatti che
l’Italia riuscì a conseguire un primato
internazionale proprio negli anni nei quali le
scuole formavano solidamente gli studenti nei
saperi di base (fisica, chimica etc.), come l’esempio
dell’Olivetti dimostrò negli anni Sessanta, e non in
seguito, quando si iniziò a ritenere più proficuo
limitarsi a realizzare e sviluppare materialmente i
brevetti e le ricerche altrui.
Si osservi altresì che qualunque tentativo di tenere
il passo delle aziende tecnologicamente più
avanzate sarà sempre vano, considerata la

scarsezza di mezzi economici costantemente
destinati alla scuola.
Cui prodest una scuola che ripeta quanto gli alunni
già conoscono, poiché appreso a casa o presso
altre realtà formative? Che utilità sarebbe quella di
riservare alle Scuole secondarie di primo grado (le
“scuole medie”, per intenderci!) una delle due ore
settimanali di Tecnologia all’uso d’Internet o
l’unica ora di narrativa a Geronimo Stilton? La
scuola, in un’epoca nella quale le informazioni
invecchiano rapidamente e l’accesso alle stesse è
immediato, per conservare una ragione d’essere
deve colmare i vuoti lasciati dalla società,
affrontare gli argomenti che non trovano spazio
nei media, rendere fruibile a tutti la complessità
della realtà, salvaguardare le conoscenze che
vanno perdendosi. La scuola, per sua natura,
dovrebbe essere, in accezione etimologica,
conservativa, affinché prosegua la trasmissione di
quei saperi ora ritenuti superflui ma che un giorno
potrebbero rivelarsi indispensabili. Si pensi, per
fare un solo esempio, alle pratiche agricole di un
tempo, abbandonate per altre che in seguito si
sono rivelate insostenibili dal punto di vista
ambientale, che ora potrebbero ritornare preziose
ma delle quali si è in parte irrimediabilmente
perduta la conoscenza. Insegniamo alle nuove
generazioni a interpretare Dante, a scrivere in
corsivo, a costruire una figura geometrica con le
squadrette, ad ascoltare Monteverdi, a
contestualizzare Plauto… tutte attività che gli
alunni non farebbero mai fuori dalla scuola. Ma,
d’altronde, perché ciò che vige ovunque e sempre
nella vita non dovrebbe valere nella scuola?
Luca Cogoni


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