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lo shaman .pdf



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1

Lo shaman o il tecnico dell’anima visionaria
Paolo Aldo Rossi
Professore Universitario Ordinario del settore scientifico disciplinare M-STO/05 - Storia
della scienza e delle tecniche. Titolare della Cattedra di Storia del Pensiero Scientifico, di
Storia del Pensiero Medico e Biologico
L’idea originaria di una vita dopo la morte in cui l’anima, resa libera dal corpo, e svincolata
dai confini dello spazio e del tempo, trova la propria esistenza - senza principio né fine -,
deriva forse dalla scoperta (casuale e fortuita) delle piante allucinogene che danno l’estasi,
spostano il centro della coscienza e distorcono il tempo e lo spazio, allargandoli su paesaggi
ben più vasti? Inizialmente tutti provarono l’ebrezza e l’esaltazione, ma solo in pochi ebbero
le visioni, la trance, l’entusiasmo; con il tempo lo ‘saman’ riesce a fare a meno (del tutto o in
parte) delle sostanze allucinogene, ma agli inizi furono proprio queste a renderlo simile al dio.
Il viaggio estatico che l’anima compie al di fuori del corpo per approdare ad un diverso modo
di vedere (trance) e, quindi, di concepire il mondo (mistica), l’idea di una conoscenza non
mediata attraverso il corpo, della ‘realtà ultima’ e delle sue caratteristiche essenziali, nasce
col sorgere della nozione di anima non più intesa come alito vitale, sede dei sentimenti, eterea
misteriosa trama intessuta di umani istinti, appetiti, emozioni, intuizioni ..., ma come
principio costituente un’entità a sé, come un “io occulto”, sostanziale, separato e contrapposto
al corpo.
Tra il II e il I millennio a.C. il popolo degli Arii emigrò dal nord (la loro patria era prima la
steppa dei Kirghisi in Kazachistan - attorno al lago d’Aral - e quindi Europa nord-orientale)
verso l’Iran e la valle dell’Indo e verso la Grecia (dando adito alle migrazioni degli
indoeuropei.
Tutti questi popoli facevano uso di bevande allucinogene che procurano l’estasi: il soma
(ossia lo “spremuto”) per gli indiani, l’haoma (come il soma) per gli iranici, il ciceone (la
bevanda che dà l’epopteia, il più alto grado della visione eleusina) per gli ellenici, il
pharmakos (che dà l’entheos e l’extasi) per gli iperborei della zona uralico-altaica, l’ambrosia
e il nettare per i greci-olimpici sono tutti estratti acquosi e tutti contenenti, come agente
principale, un fungo.
Gli skiapodes (il piede che fa ombra) o monopodi (un solo piede) per i Greci, gli ombripedi
per i Latini, i chattra (i parasole), am’sû (un solo gambo), Aja Ekapad (un solo piede non
generato) in sanscrito sono tutti pseudonimi e epiteti per designare il vegetale che nasce
improvvisamente, senza seme (non generato), con il gambo che fa ombra (parasole).
D’altra parte gli “indoeuropei” non possono stabilire da quale fungo (o pianta) sia formata la
bevanda allucinogena (3-4000 anni di storia sono passati!), ma i loro vicini (le popolazioni
siberiane) che ne fanno uso ancora oggi, possono precisarlo certamente: essa è l’Amanita
muscaria.
Dal Mare Glaciale Artico fino ai confini con la Cina, in una regione solcata da grandi fiumi,
in cui alla tundra desolata si alternano grandi boschi (la taiga), popolazioni come i Tungusi,
gli Iacuti, i Buriati, i Samoiedi, gli Altaici, i Mongoli … hanno conservato lo stile di vita
legato alle tradizioni ancestrali e principalmente lo sciamanesimo. La tecnica arcaica
dell’instasi-estasi: L’ebbrezza, le allucinazioni, la trance, le visioni … dovute all’amanita
muscaria, è nota in Siberia dove la coppia fungo-betulla rappresenta l’origine della religione.
Lo saman per poter salire e scendere sull’albero del mondo (la betulla è l’asse del mondo) e
visitare le tre regioni cosmiche, Terra, Cielo, Inferi, ha bisogno della musica e,
principalmente, del fungo (che con la betulla micorizza). Il collegamento fra le zone cosmiche
avviene attraverso questi tre piani collegati da un asse centrale che passa per una fenditura,
cioè per un foro, usando il quale gli spiriti celesti scendono sulla Terra e i morti salgono dalle

2
regioni sotterranee; ed è sempre attraverso quest’apertura che l’anima dello sciamano in estasi
può innalzarsi in volo o discendere negli Inferi. La Stella Polare sostiene la volta celeste come
fa la tenda (yurta) che attraverso l’asse centrale costituisce il pilastro centrale dell’axis mundi
(un’altra immagine per l’albero del mondo, secondo altre culture, è la Montagna Cosmica).
Al centro delle religione sciamanica si staglia la personalità dello sciamano che vive
esperienze estatiche che sono unicamente sue, e che di volta in volta assume il ruolo del mago
officiante, dell’indovino, del veggente, del poeta, del cantore, dell’artista, profeta della caccia
e dei cicli climatici, custode delle tradizioni e guaritore delle malattie del corpo e dell’anima.
Con la sua scorta di spiriti aiutanti, lo sciamano sovrintende in particolar modo all’equilibrio
psichico e fisico del gruppo, per il quale intercede confrontandosi personalmente con le forze
del Soprannaturale e dell’Oltretomba, mondi dei quali è venuto a conoscenza attraverso crisi
iniziatiche, esperienze e trance estatiche. Spesso, anche se non sempre e dovunque, il sogno
estatico dello sciamano sottintende l’uso di piante sacre allucinogene cui si attribuisce un
potere soprannaturale.
Forse vi fu un tempo in cui esistettero nella terra ellenica i sapienti, uomini che, godendo di
un diretto rapporto con il divino, avevano accesso alla casa di Aletheia, la Verità. Un uomo,
che il giovane Socrate diceva di aver conosciuto, aveva raccontato di un suo viaggio fino
all’abitazione della Verità, e ne aveva riportato le parole: “La dea mi accolse benevolmente e
con la mano mi prese la mano destra e mi rivolse le seguenti parole: ‘O giovane, che insieme
a immortali guide giungi alla nostra sacra casa con le cavalle che ti trasportano, salute a te!
Non è un potere maligno quello che qui ti ha condotto per questa via (perché questa è, in
realtà, fuori dagli itinerari degli uomini), ma un divino comando e la giustizia”1.
Nell’opera platonica spesso si sente quell’infinito senso di nostalgia delle origini, un dolore
per la lontananza che allude al tempo in cui la Sapienza, figlia della Follia, abitava ancora fra
gli uomini2. E’ sempre Platone a ricordare come l’uscir fuori di sé sia una delle condizioni
basilari per il contatto con la divinità: “Vi è un segno sufficiente che il dio abbia dato la
divinazione alla follia dell’uomo; infatti nessuno che sia padrone dei propri pensieri
raggiunge una divinazione ispirata e veridica. Occorre piuttosto che la forza della sua
intelligenza sia impedita dal sonno o dalla malattia, oppure che egli l’abbia deviata essendo
posseduto da un dio”3.
Quindi malattia4, sonno o, meglio, stato onirico5, ed entusiasmo (l’ispirazione che proviene
dall’aver il dio in sé) rappresentano i tre momenti significativi del contatto diretto con il
1

Parmenide, fr. 1 et Sesto Empirico, Adv. Math. VII, 11 sgg.
cfr. Platone, Fedro 244 a-c: “Ora invece i più grandi fra i beni giungono a noi attraverso la
follia, che è concessa per un dono divino. Infatti proprio la profetessa di Delfi e le
sacerdotesse di Dodona, in quanto possedute dalla follia, hanno procurato alla Grecia molte e
belle cose, sia agli individui sia alla comunità ... Ecco davvero quanto è degno di essere
addotto a testimonianza, che cioè tra gli antichi la mania [follia] non fu ritenuta cosa
vergognosa né oggetto di biasimo neppure da coloro che stabilivano i nomi: altrimenti infatti
non avrebbero connesso questo stesso nome alla più bella delle arti, con cui si discerne il
futuro, e non l'avrebbero chiamata maniké [arte folle]. Ma poiché ritenevano che la follia sia
una cosa bella, quando nasce per una sorte divina, stabilirono questo nome. Gli uomini di
oggi invece, con ignoranza del bello, hanno inserito una t e l'hanno chiamata manthiké [arte
divinatoria]”. Si noti che Platone si affretta a mettere in chiaro che la follia di cui parla è
quella “che è concessa per un dono divino” e che non si tratta della dissennatezza
obbrobriosa del pazzo.
3
Platone, Timeo, 71 e.
4
Che l’epilessia fosse considerata, dalla medicina greca, una malattia sacra è noto. Eraclito:
“la visione allucinatoria è una malattia sacra” (Diogene Laertio, 9,7). Ma lo stesso accade
2

3
divino. L’idea che la malattia sia, assieme al sogno ed al delirio ispirato, un indicatore di stato
altro di coscienza e quindi elementi basilari del viaggio estatico, è diffusa in tutte le culture
sciamaniche. Solitamente lo sciamano riceve la chiamata (essenziale anche nei più frequenti
casi di trasmissione ereditaria) nel corso di una malattia che lo porta ad attivare la propria
condizione potenziale di “individuo particolare”; la “malattia-vocazione” ha, infatti, un vero e
proprio valore di iniziazione (un periodo di rigorosa disciplina nella quale prevalgono il
controllo del dolore, un rigido isolamento ed un severo digiuno). Lo schema cerimoniale:
passione-morte-resurrezione corrisponde sostanzialmente alle sofferenze della malattia fino al
delirio dello stato agonico, quindi, alla morte rituale (dall’incoscienza al distacco dell’anima
dal corpo ed al viaggio nel mondo dei morti) per terminare con il ritorno dell’anima nel
corpo. Plutarco, nel frammento 178, scrive: “ E giunta alla morte l’anima prova una emozione
come quella degli iniziati ai grandi misteri. Perciò riguardo al morire e all’essere iniziato la
parola assomiglia alla parola e la cosa alla cosa. Anzitutto i vagabondaggi, i rigiri logoranti, e
certi cammini senza fine e inquietanti attraverso le tenebre. In seguito, proprio prima della
fine, tutte quelle cose terribili, i brividi e i tremiti e i sudori e gli sbigottimenti. Ma dopo di
ciò, ecco viene incontro una luce mirabile, ad accogliere sono lì i luoghi puri e le praterie, con
le voci e le danze e la solennità di suoni sacri e di sante apparizioni”.
Lo stato di estasi presenta quasi sempre i seguenti contenuti: il corpo viene tagliato a pezzi,
svuotato dai liquidi; la carne, smembrata e separata dalle ossa, viene divorata dagli spiriti
delle malattie; quindi lo scheletro è ricoperto di carne e sangue fresco, ricomposto e pronto
per ricevere nuovamente l’anima, la quale è ascesa al cielo ed ha avuto diverse visioni e
insegnamenti religiosi dagli dei, quindi è discesa agli Inferi dove ha ottenuto ulteriori
insegnamenti tecnici da sciamani morti. La malattia iniziatica (che come ogni altro “male” è
un’entità aggressiva inviata dall’esterno) può essere un autentico stato fisiopatogeno, che si
riflette pesantemente sulla mente, o direttamente psicopatogeno. Lo sciamano presenta,
dunque, una personalità psichicamente disturbata, esibisce fenomeni di trance epilettoide,
sdoppiamento della personalità, paranoie mistiche, soffre di stati allucinatori, neuropatie e
nevrastenie, psicosi catatoniche, ma ne guarisce e così impara a guarire gli altri. La cerimonia
di iniziazione, e la susseguente disciplina di vita, corrisponde quasi sempre al momento della
guarigione. Da questo momento in poi l’esperienza della malattia mentale ha per lo sciamano
solo un valore teorico o meglio rappresenta la teoria che sta alla base della terapeutica, ma
non solo: la sua esperienza patologica nella follia (intesa come dono divino) lo porta a saper
padroneggiare le tecniche oniriche ed estatiche, a viaggiare in dimensioni altre, a intrattenere
rapporti mistici con la divinità, a sviluppare capacità particolari come la bilocazione, la
telecinesi, la tramissione del pensiero; in definitiva egli diventa un autentico “sapiente”, un
“cantore, musico, poeta, indovino, sacerdote e medico, e sembra essere il custode delle
anche nel delirio della febbre o negli stati di sospensione e alterazione di coscienza indotti da
eventi morbosi. Si veda al riguardo il trattato ippocratico Sulla Dieta (VI, 640 L) dove si dice
che, durante il sonno, l’anima possiede una chiaroveggenza medica, dato che osserva il corpo
“senza essere distratta”.
5
Nella letteratura arcaica il sogno è solitamente considerato come una visita che una
immagine, indipendente dal sognatore, fa ad un dormiente per scopi diversi, ma quasi sempre
per predire un evento futuro (a volte la predizione è chiara, altre è enigmatica, altre ancora
abbisogna di un vero e proprio interprete. I sogni possono dipendere da una naturale
chiaroveggenza del sognatore, oppure essere inviati dagli dei. La pratica dell’incubazione
sembra essere stata coltivata sia a Dodona che a Delo. Per la spiegazione razionale del come
si produca l’attività onirica, valga per tutti Senofonte: “Nel sonno l’anima mostra meglio la
sua natura divina, nel sonno gode di una certa intuizione circa l’avvenire, perché nel sonno
essa gode della massima libertà” [Ciropedia, 8,7,21).

4
tradizioni religiose del suo popolo, il conservatore delle leggende e dei miti antichi di molti
secoli” 6.
Intorno al VII secolo, quando i Greci dettero inizio ai commerci e alla colonizzazione
dell’area del Mar Nero, si affacciò sul mondo ellenico una nuova figura di sapiente o, forse,
incominciò a riaffiorare alla memoria il ricordo di un tempo in cui gli sciamani avevano
percorso le regioni della Grecia. I primi “sciamani greci” provengono dalla Scizia (Abari),
oppure hanno soggiornato in quelle terre (Aristea). “Abari, - dice Licurgo - allorché fu
posseduto dal dio incominciò a viaggiare con una freccia (meta; bevlou") per tutta
l’Ellade, pronunciando responsi oracolari “7. La possibilità che Abari girasse per la Grecia
“cavalcando una freccia” (il testo, sicuramente, permette tale interpretazione8) è sostenuta da
E.R. Dodds9 in maniera del tutto convincente rifacendosi al fatto che gli sciamani buriati
adoperano frecce per richiamare le anime, alla dottrina dei tartari per cui l’anima abita in una
freccia ed, infine, all’abitudine tipicamente sciamanica di cavalcare bastoni o armi da lancio.
Si tratta, comunque, di un personaggio singolare: esperto nelle tecniche del digiuno, nell’arte
dell’autocontrollo, seguace e apostolo di Apollo Iperboreo e in grado di rendere responsi
oracolari circa terremoti, malattie e pestilenze. Le testimonianze più interessanti circa
Aristea del Proconneso (un’isola della Propontide o mar di Marmara) ci provengono da
Erodoto, da Apollonio Paradossografo, da Suda e da Massimo di Tiro. Erodoto, nel parlare
degli Sciti, gli dedica alcune illuminanti pagine10 da cui se ne ricavano le seguenti notizie: a)
che “ispirato da Febo” avesse visitato le terre dei turco-mongoli raccontando la sua vicenda in
un poema epico, i Versi Arimaspei; b) che morì in una lavanderia e, mentre “il lavandaio,
chiusa a chiave la bottega, si recò a darne notizia ai parenti del morto”, un uomo di Cizico
testimoniò che poco prima (quando già lo si credeva morto) Aristea si era intrattenuto, in
tutt’altra città, a disputare con lui; aperta, quindi, la stanza non si trovò alcun cadavere; c)
riappare a sei anni di distanza nel Proconneso, vi compone il già citato poema e scompare per
la seconda volta; d) a distanza di 240 anni si presenta a Metaponto, città italiota, dove
dichiara di esservi già stato al seguito di Apollo, ma in forma di corvo; i Metapontini, sentita
la Pizia, gli dedicano una statua sulla piazza del mercato. Da ciò si ricava quantomeno che
Aristea avesse il dono dell’ubiquità, che andasse in trance, che la sua anima, in forma di
uccello, abbandonasse il corpo visitando luoghi remoti. La citazione di Apollonio
Paradossografo11 ribadisce sostanzialmente le facoltà di trance e di bilocazione, mentre quella
6

Castagné J. , Magie et exorcisme chez les Kazak Kirghizes et autres peuples turcs orientaux,
in “Revue des Etudes islamiques”, 1930, p. 60.
7
Licurgo, fr. 5 a. Abari, di cui Erodoto dice: “Non racconto circa Abari, di cui si dice esser
stato un Iperboreo, la leggenda secondo la quale portò in giro per tutta la terra una freccia,
sottoponendosi al digiuno” [Hist. 4.36) visse fra il VI e il VII secolo a.C. Pindaro, riguardo
l’arrivo in Grecia di questo personaggio dal paese degli Iperborei, afferma: “ ... Abari arrivò
ai tempi di Creso re di Lidia [fr. 270]. Questi - come Apollo Iperboreo - fa parte di quelle
genti “che vivono al di là del vento del nord” [Alceo fr. 142] e, posseduto dal dio, possiede
a sua volta la “sapienza”, ossia la conoscenza delle cose del presente, del passato e del
futuro, nascoste e manifeste. Per Platone [Carmide, 158 b] Abari, come Zalmossi, è
semplicemente un incantatore, esperto nell’arte autocontrollo.
8
Il prefisso può benissino essere tradotto con “grazie a” o “per mezzo di”. In ogni caso
l’aggiunta di Erodoto “portò in giro una freccia per tutta la Grecia” è incomprensibile, dato
che non si capisce per quale ragione un personaggio di tal fatta (mago, incantatore,
pronosticatore di oracoli ...) dovesse rendersi ridicolo. Licurgo, invece, dice “avendo una
freccia simbolo di Apollo”.
9
Dodds E.R. , I Greci e l’irrazionale, Firenze, 1978, p. 171-72.
10
Erodoto, Storie, IV, 13-15.
11
Apollonio Paradossografo, Storia miracolosa, 2, 44.

5
di Suida conferma che “... l’anima di costui, quando voleva, usciva fuori dal corpo e tornava
nuovamente indietro”12. L’ultima testimonianza è di Massimo di Tiro: “L’anima sua, uscita
dal corpo vagava nell’etere come un uccello ... egli asseriva che la sua anima, abbandonando
il corpo e volando via direttamente verso l’etere, attraversava la terra”13.
Al contrario dei due personaggi appena citati, Epimenide, vissuto fra il VII e il VI secolo,
appartiene alla storia più che alla leggenda. Era un cretese di Cnosso il quale poteva ben
porsi come portatore dell’antichissima sapienza minoica (non a caso Plutarco e Clemente
Alessandrino lo pongono fra i Sette Savi), tanto che Solone lo chiama ad Atene in funzione di
“purificatore”: “Mandato a chiamare da loro, era giunto da Creta Epimenide di Festio,
annoverato come settimo dei Sette Sapienti... La sua reputazione era di un uomo caro agli dei
e sapiente intorno alle cose divine, rispetto sia alla sapienza iniziatica che a quella
entusiastica”14. Al riguardo, Suida si esprime nei medesimi termini usati per Aristea: “Su di
lui esiste la leggenda che la sua anima uscisse dal corpo tutte le volte che lo volesse, per il
tempo opportuno, e poi nel corpo di nuovo rientrava; quando morì il suo corpo venne trovato
tutto punteggiato di segni grafici”15. A parte la caratteristica tipicamente sciamanica delle
peregrinazioni dell’anima fuori dal corpo, l’altro indizio interessante è quello del tatuaggio
(to; devrma euJrh'sqai gravmmasi katavstikton) che i Greci hanno
sempre considerato “marchio di infamia e di obbrobrio”16, ma che sapevano, invece, essere
fra i Traci segno di nobiltà17 e fra gli Egizi segno protettivo di consacrazione al dio18. Lo
stesso sapiente di Tracia, Zalmossi - che Strabone afferma esser stato il primo dei filosofi non
greci - portava un tatuaggio19, così come era uso presso le popolazioni di Tracia, Dacia, Illiria
e Sarmazia. La più nota storia che si racconta a proposito di Epimenide è la seguente: “Una
volta fu mandato dal padre in un campo alla ricerca di una pecora, ma verso mezzogiorno, si
allontanò dalla strada ed entrato in una caverna, si addormentò: dormì 57 anni”20. E ancora,
secondo Massimo di Tiro: “Giunse allora ad Atene un uomo di Creta, di nome Epimenide,
con un racconto difficile da credersi; narrava infatti che a mezzogiorno, sdraiatosi nell’antro
di Zeus Dicteo, durante un sonno profondo, durato moltissimi anni, fosse venuto in contatto
con gli dei e con i loro discorsi e con la Verità e la giustizia”21. Per quanto si possa pensare al
prototipo della fortunata leggenda popolare del “lungo sonno”, l’esperienza di Epimenide,
specie se contestualizzata rispetto alle caratteristiche sciamaniche del personaggio, non può
che far pensare ad un lungo ritiro iniziatico, vissuto nell’isolamento e nel digiuno: “... alcuni
raccontano che Epimenide avesse ricevuto dalle Ninfe un cibo particolare e che lo
12

Suida, Aristea, I, 353, 15-16.
Massimo di Tiro, 10, 2e; 38, 3 d.
14
Plutarco, Solone, 12. Si veda anche la continuazione della storia: “... dopo aver santificato e
iniziata ai riti segreti la città ... con purificazioni e fondazioni sacre, la rese obbediente alla
giustizia e disponibile alla concordia ... e allorché gli Ateniesi vollero donargli molte
ricchezze e rendergli grandi onori, non volle altro che un ramoscello di ulivo, e ricevutolo
partì”.
15
Suida, Epimenide, A 2.
16
cfr. Sesto Empirico, Pyrrh. Hyp., 3, 202.
17
Erodoto, Storie, V, 6, 2 “Portare sulla pelle dei tatuaggi è segno di nobiltà, non averne è
prova di ignobiltà”.
18
Erodoto, Storie, II, 113 “ ... chi vi si rifugia [nel tempio di Eracle alle foci del Nilo]
facendosi imprimere i sacri segni della consacrazione al dio, non può essere toccato da
alcuno”.
19
Porfirio, Vita Pith., 15. Alcuni autori, fra i quali anche Erodoto, scambiando tale tatuaggio
per un segno di schiavitù lo considerarono schiavo di Pitagora a Samo.
20
Diogene Laerzio, I, 115.
21
Massimo di Tiro, X 1.
13

6
conservasse nello zoccolo di un bue. Ne prendeva poco alla volta, né mai evacuava; non fu
mai visto mangiare”22. Plutarco scrive al riguardo: “[Epimenide] ... portando alla bocca solo
una piccola quantità di un medicamento che ha il potere di togliere la fame e che lui stesso
aveva composto, passava ogni giorno senza pranzo e senza cena”23. Sappiamo, sempre da
Plutarco24, che la bevanda era composta di due erbe: la malva e l’asfodelo; è noto che la
prima è la pianta sacra dei pitagorici e che la seconda veniva considerata l’erba che mette in
contatto con le anime dei trapassati. Non si dimentichi, da ultimo, che il saggio cretese
sosteneva “di essere tornato a vivere più volte”, godendo del privilegio sciamanico della
scelta nella reincarnazione, nelle vesti prima di Eaco (il mago divenuto Custode della Porta
d’Averno), e quindi di Ermotino di Clazomene (che viaggiò per tutta la terra mentre il suo
corpo restava esanime in patria)25; e lo stesso Aristotele sembra credergli quando afferma che
“vaticinava non riguardo il futuro, ma delle cose oscure del passato”26.
Dopo aver lasciata la leggenda per la storia e l’Asia per la Grecia non è più possibile fare a
meno di annoverare fra questi “sapienti” colui che si dice avere per primo usato il temine
“filosofia”:27 Pitagora di Samo. Se, infatti, lo colleghiamo (come d’altronde fanno la maggior
parte delle fonti) alla discussa figura del daimon-dio-sciamano Zalmoxis di Tracia, la cosa
apparirà addirittura lampante.
La nostra prima fonte è Erodoto: “Essi [i Geti] si ritengono immortali in questo senso:
sono convinti di non morire, ma colui che scompare se ne va da Zalmoxis che è un dio ... A
quel che ho sentito dire dai Greci che abitano il Ponto e l’Ellesponto, questo Zalmoxis, che
era un uomo, sarebbe stato schiavo in Samo e, precisamente di Pitagora, figlio di Mnesarco;
di poi, divenuto libero, si sarebbe procurato molti beni e, ricco, se ne sarebbe tornato al
proprio paese. Ora, siccome i Traci vivevano miseramente ed erano piuttosto rozzi, egli che,
per aver avuto rapporti con i Greci e con il saggio Pitagora, che per saggezza era il più
eminente dei Greci, conosceva il modo di vivere e costumi ben più progrediti di quelli dei
Traci, fece costruire una grande sala dove accoglieva e convitava i più ragguardevoli fra i
cittadini cui insegnava che né lui, né i suoi commensali, né i loro discendenti, per tutti i tempi
sarebbero morti, ma sarebbero andati in un luogo tale in cui sarebbero sopravvissuti per
l’eternità godendo ogni bene ... fece quindi costruire una dimora sotterranea e quando fu
terminata scomparve dalla vista dei Traci e sceso sottoterra, colà visse tre anni. I Traci ne
sentivano la mancanza e lo piangevano come morto, ma allo scadere del quarto anno
riapparve e tutto quel che Zalmoxis diceva veniva creduto ... Io, per quanto riguarda la
dimora sotterranea, né presto eccessiva credenza, né mi rifiuto di credere; e credo che sia
vissuto molti anni prima di Pitagora. Se poi sia stato un uomo o una divinità o un daimon dei
Geti, basti quel che s’è detto”28. Lasciando da parte, o dandole il peso che le dà Erodoto, la
leggenda che Zalmoxis sia stato uno schiavo29 di Pitagora si noti invece la lunga serie di
22

ibidem, 114.
Plutarco, Convivium septem sapientium, 14, p. 157 d. Si veda anche Teafrasto che nella
Historia Plantarum, VII, 12, 1 cita un bulbo commestibile: “la radice dell’asfodelo e quella
della scilla: non tutta però, ma solo quella che per l’uso vien detta di Epimenide”. Michele
Psello aggiunge, agli ingredienti citati da Plutarco e da Teofrasto (malva, scilla e asfodelo)
anche il sesamo e il papavero.
24
ibidem.
25
Diogene Laerzio, I, 114 et 8, 4.
26
Aristotele, Reth. G 17, 1418, a 21.
27
cfr. Eraclide Pontico fr. 88 (Diogene Laertio, Proemium 12) = Cicerone, Tusculanae V,3,
8-9 e ancora Giamblico,Vita Pitagorica, 199 e Aristotele, Protrettico, B 44.
28
Erodoto, Storie, IV, 94-95.
29
Già s’è visto peraltro come presso i Greci di Jonia il fatto che Zalmoxis (o un Tracio suo
fedele) fosse tatuato potesse dar adito al sospetto che fosse uno schiavo. Si aggiunga che
23

7
parallelismi fra i due personaggi. Zalmoxis era uno sciamano eroicizzato, traferitosi
nell’Eliso di Apollo Iperboreo, divenuto un antropodaimon, e quindi un dio. Egli non insegna
solo la dottrina dell’immortalità dell’anima, ma addirittura a scampare alla morte30 (forse
essere assunti in cielo ancora viventi), diviene un fondatore di culto e, quindi, viene
divinizzato. A lui Platone attribuisce l’invenzione di carmi musicali capaci di guarire il corpo
attraverso la cura dell’anima31, dando il proprio nome ad un genere particolare di canto e di
danza di genere tipicamente sciamanico. Pitagora, in qualità di nomoteta, fonda a Crotone
una comunità religiosa, mista di maschi e femmine, retta da regole assolutamente aliene alla
mentalità dei Greci (che difatti complottano e gli si rivoltano contro, cacciando i pitagorici).
Circa il suo insegnamento: “Quello che egli dicesse ai suoi discepoli non lo si può sapere con
certezza perché su questo essi serbavano un grande segreto”32, per quanto si sapesse ch’egli
sosteneva l’immortalità dell’anima, la teoria della metempsicosi, l’attesa di vite future.
Matematico, musico, indovino, guaritore, uomo demonico ... compie miracoli e prodigi, si
rende invisibile, ha il dono della bilocazione33; Pitagora si attribuisce una lunga serie di
reincarnazioni34 e, ancora in vita, viene considerato (e spesso addirittura assimilato a ) Apollo
Iperboreo, il dio venuto dall’estremo Nord35. Una fonte tarda lo mette in rapporto con
Abari36, chiudendo così un circuito, mediato nella figura di Epimenide, fra la Magna Grecia e
questi coloni, i quali avevano sentito parlare della dottrina pitagorica della trasmigrazione
delle anime, avrebbero ben potuto confondere le cause con gli effetti, ossia che Pitagora, che
sicuramente aveva appreso la metempsicosi in Oriente, l’avesse, al contrario, insegnata ai
Traci.
30
cfr. Platone, Carmide, 156 d: “... appresi questo carme magico da uno dei medici traci di
Zalmoxis, che hanno fama di rendere gli uomini immortali”; Erodoto, Storie, IV, 93: “I Geti,
coloro che si ritengono esenti dalla morte”.
31
Ibidem d - e: “Il nostro Zalmoxis, che è un dio, vuole che non si cominci a curare gli occhi
senza curare il capo, il capo senza il corpo, e il corpo senza l’anima”.
32
Porfirio,Vita Pitagorica, 18 cfr. Giamblico, Vita Pitagorica, 20 - 31: “Anche Aristotele,
nell'opera Sulla filosofia pitagorica, dà notizia del fatto che i seguaci custodivano tra i segreti
più rigidi questa distinzione: degli esseri viventi dotati di ragione uno è dio, l’altro è l'uomo e
il terzo ha la natura di Pitagora; del resto avevano pienamente ragione a considerarlo tale,
perché grazie a lui ci è pervenuta una concezione giusta, corrispondente alla realtà e non
contraddittoria rispetto ai dati dei sensi e dell'intelletto, degli dèi, gli eroi, i demoni, il cosma,
i multiformi moti delle sfere e degli astri (le interferenze, i ritardi, le irregolarità, le
eccentricità, gli epicicli), infine tutto ciò che è nell'universo (il cielo, la terra, i corpi naturali
intermedi manifesti o invisibili)”.
33
Apollonio Paradossografo, Mirabilia, 6.
34
Eraclide Pontico fr. 37.
35
cfr. Giamblico, Vita Pitagorica, 20 31: ” ... annoverarono Pitagora tra gli esseri divini, alla
stregua di un demone benigno del tutto amico del genere umano: proclamavano che in quel
tempo aveva fatto la sua apparizione in forma umana colui che per alcuni era Apollo Pizio,
per altri l'Iperboreo ovvero il Peana, per altri ancora uno dei demoni residenti sulla luna, per
certi infine uno degli dèi dell'Olimpo, allo scopo di contribuire a correggere la vita degli
uomini e donare alla natura mortale la scintilla salvifica della felicità e della filosofia, che era
e sarebbe stato sempre il bene maggiore inviato in dono dagli dèi tramite appunto Pitagora”.
36
Giamblico,Vita Pitagorica, 19 90: “ ... quando infatti giunse da lui, venendo dal paese degli
Iperborei, lo scita Abari, che era ignaro della cultura greca, non iniziato e ormai in età
avanzata, egli non lo fece passare attraverso i diversi gradi delle dottrine scientifiche, ma
senza imporgli il quinquennio di silenzio, il corrispondente lungo periodo di audizione e tutte
le altre prove, lo mise in grado di ascoltare la sua parola e gli insegnò, in sintesi, il contenuto
delle sue opere Intorno alla natura e Intorno agli dèi. Abari, dunque, era arrivato dal paese

8
la Tracia, fra l’Estremo Occidente e l’Estremo Oriente; in definitiva una serie di intricati e
misteriosi sentieri che percorrono l’emporos fino ad affacciarsi ai suoi limitari, il luogo dal
quale si avverte l’eco della voce dell’ignoto che talvolta si riverbera per tutta l’ecumene ed è
accolto ed ascoltato da coloro il cui spirito sa udire il nascosto. “La natura primordiale - dice
Eraclito - ama occultarsi" ed ancora, in un altro frammento: “La trama nascosta è più forte di
quella manifesta”37, a indicare la diversità di livello e la profondità di indagine in cui si
muove la sapienza rispetto all’episteme. Il mondo dell’anima è misurato dall’estasi e dimora
nel sogno; esso ha, infatti, dimensioni incommensurabili e irraggiungibili che debordano oltre
i limiti dell’empiria: “Neppure se percorrerai interamente tutte le strade, nel tuo andare mai
troverai i confini dell’anima, tanto profonda è l’espressione che le appartiene”38.
Di questo genere, infatti, è il viaggio di un altro psiconauta della Magna Grecia,
Parmenide di Elea, all’inizio un cammino tramitato e veicolato dall’aistesis, ma finalizzato e
terminato nell’estasi dell’incontro con la Dea: “Le cavalle che mi conducono tanto lontano,
quanto la mia anima aveva potuto desiderare, mi fecero giungere, dopo che le dee mi
portarono sulla via molto celebrata che per ogni regione guida l’uomo che sa. Là fui
condotto, là mi portarono i saggi corsieri che trascinano il carro e le fanciulle mostrarono il
cammino. L’asse dei mozzi mandava un suono sibilante, tutto infuocato perché premuto da
due rotanti cerchi da una parte e dall’altra, allorché si slanciarono le fanciulle, figlie del Sole,
lasciate le case della Notte, a spingere il carro verso la luce, levatisi di capo i veli. Là è la
porta che divide i sentieri della Notte e del Giorno, e una architrave e una soglia di pietra le
puntellano e per tutta la sua altezza la porta è riempita di grandi battenti, di cui Giustizia che
molto punisce, ha le chiavi che aprono e chiudono. Le fanciulle, allora, rivolgendole parole
insinuanti la convinsero accortamente a togliere velocemente la sbarra dalla porta. La porta
spalancandosi aprì ampiamente il vano dell’ingresso, facendo girare i robusti bronzei assi nei
loro incavi; gli assi fissati con cavicchi e punte. Per di là subito diressero, attraverso la porta,
carro e cavalli lungo la strada. La dea mi accolse benevolmente e con la mano mi prese la
mano destra ...”39.
degli Iperborei, come sacerdote dell'Apollo lì venerato; ormai vecchio, egli era depositario
della più profonda sapienza religiosa. Stava tornando dalla Grecia nella sua terra, per
consacrare nel santuario iperboreo del dio l'oro che aveva raccolto. Ora, passando per l'Italia,
vide Pitagora, e lo trovò in tutto somigliante al dio di cui era sacerdote. Era convinto che
Pitagora, lungi dall'essere un uomo simile al dio, fosse in realtà il dio stesso. Il che desumeva
dai tratti venerabili che in lui ravvisava e dai segni distintivi che in quanto sacerdote egli già
conosceva. Così, 'restituì' a Pitagora la freccia che aveva preso con sé lasciando il tempio
perché gli fosse d'ausilio nelle difficoltà della sua lunga peregrinazione. Viaggiando a cavallo
della freccia attraversava anche i luoghi inaccessibili (fiumi, paludi, stagni, monti e simili) e
rivolgendo a questa la parola, come vuole la tradizione, compiva riti purificatori, allontanava
pestilenze e stornava i venti dalle città che gli chiedevano di venire in loro soccorso ...
Pitagora, per parte sua, accettò la freccia, senza meravigliarsi della cosa e senza domandare
per qual motivo Abari gliela consegnasse; anzi, come se fosse veramente Apollo, lo trasse da
parte e gli rivelò la sua coscia d'oro, dandogli così modo di vedere che non s'ingannava. Poi
enumerò uno per uno i doni votivi che erano nel santuario iperboreo, in questo modo
convincendolo a sufficienza che sul suo conto aveva fatto una congettura esatta e aggiunse
che era venuto tra gli uomini per prendersene cura e far loro del bene, dopo aver assunto
forma umana perché essi non fossero presi da stupore per la sua superiorità e turbati
rifuggissero dal suo insegnamento”.
37
Rispettivamente il primo: DK 1 178 et Temistio, Orazioni, 5 e il secondo: DK I, 162 et
Ippolito, Confutazioni, 9, 9, 5.
38
ibidem, DK 1 161 et Diogene Laerzio, 9,7.
39
Parmenide, DK 1 1-23.

9
Considerato allievo di Parmenide e di Pitagora40, Empedocle di Agrigento entrò nella
storia come poeta e filosofo della natura e nella leggenda come mago e taumaturgo. Da
diverse fonti sappiamo che: “compiva riti magici”41; che fu detto “domatore dei venti”42 per
la sua capacità ad imbrigliare gli elementi; che fece resuscitare una donna rimasta “trenta
giorni senza respirare e senza battito del polso”43; che spariva dalla vista dei convitati dopo
che “s’era udita una voce fortissima che lo chiamava”, in “una luce celeste e tra un bagliore
di torce”44; che aveva convinto gli altri “a sacrificare a lui come ad uno che fosse diventato
un dio”45; che in qualità di medico-taumaturgo avesse risolto casi disperati46. In qualità di dio
incarnato, quale voleva essere considerato, riceveva onori e sacrifici ed attirava a sè grandi
folle di seguaci. La sua stessa morte è avvolta nel mito esemplare della sparizione del
sapiente divinizzato entro il cratere dell’Etna. Nelle Purificazioni è lui medesimo a
presentarsi come un dio: “Io m’aggiro tra voi come un dio immortale, non più mortale, fra
tutti onorato come si conviene, cinto di bende e di corone fiorite”47 o come un demone
vagante piu volte rinato “sotto ogni forma di creatura mortale nel corso del tempo mutando i
penosi sentieri della vita”48: “Un tempo io già fui fanciullo e fanciulla, arbusto, uccello e
muto pesce che balza fuori dal mare”49. E qualora si volessero tenere distinte le due opere
empedocleee, considerando le Purificazioni come un’opera poetico-religiosa di tenore
opposto al Sulla natura, val la pena di ascoltare le stesse parole del filosofo in chiusura del
poema fisico-naturalistico: “Dà e apprenderai quali siano i rimedi dei mali e la difesa dalla
vecchiaia e per te solo io compirò tutto questo; tu farai cessare l’impeto dei venti infaticabili
che, sulla terra sollevandosi, devastano i campi e, poi, di nuovo se lo vorrai susciterai
benefici soffi; da nera procella farai sortire opportuna siccità per gli uomini e farai sortire
dalla siccità estiva piogge che nutrono gli alberi e che nell’etere abiteranno e trarrai dall’Ade
l’anima di un uomo morto”50, dove è lo stesso filosofo agrigentino a proporsi in veste di
mago.
Dopo aver delineato, sia pur per abbozzi, alcuni degli itinerari magico-mistici (a forte tinta
sciamanica) che si sono costantemente intersecati, fra il VII e il V secolo, con il cammino
originario della “razionalità filosofica” in terra greca, è essenziale dedicare ancora qualche
riflessione su un personaggio che la leggenda ha fatto assurgere a simbolo stesso dell’estasi
misterica: il mitico cantore Orfeo51. Mago, terapeuta, guida religiosa, poeta, musico,
dispensatore di oracoli, teologo, psicopompo ..., il “figlio di Eagro, Orfeo dall’aurea lira”,
40

cfr. ad es. Timeo, fr. 81, FHG, I, 211; Diogene Laerzio, VIII, 51-77; Neante (F. Gr. Hist. 81
F 26 II; Teofrasto, Phys. Op., fr. 3, Dox, 477, 18 n.; Ermippo, fr. 27 F.H.G., III, 42; Satiro,
Vite, fr. 12, F.G.H.
41
Satiro, Vite, fr. 12, F.G.H.., ma anche Empedocle, fr. 111.
42
Timeo, fr. 94, FHG, I, 215; Diogene Laerzio, VIII, 51-77.
43
Diogene Laerzio, VIII, 61; Eraclide, Sulle malattie fr. 75.
44
Diogene Laerzio, VIII, 68.
45
ibidem.
46
Ermippo, fr. 27, F.H.G.
47
Empedocle, Purificazioni, DK 112.
48
ibidem.
49
ibidee, 117.
50
Empedocle, Sulla Natura, DK 111.
51
E’ subito necessario chiarire che il nostro attuale precipuo interesse attiene Orfeo e non gli
“orfismi”; non ci dedicheremo, dunque, né a quel che attiene le dottrine orfiche nella Grecia
classica né tantomeno a quel che concerne la fortunata ed esaltante “cultura orfica” che,
originatasi fra il II e il IV secolo d. C. con gli 87 Inni, gli Argonautici e i Litici si sviluppò in
età umanistico-rinascimentale fino a giungere a informare di sé l’età romantica e, ancor più, il
primo Novecento.

10
conoscendo l’ineffabile lingua che fa da trama di collegamento fra i mondi, è stato mitizzato
quale incarnazione stessa della musica, la tecnica della tramitazione dell’armonico.
La poesia di Orfeo, però, nasce dalla follia dell’estasi, mentre, al contrario, l’estasi
misterica dei suoi seguaci (specie nei riti di Eleusi) era prodotta dalla poesia orfica che
costituiva uno degli elementi fondamentali dei rituali preparatori alla visione suprema. Orfeo
rappresenta nell’immaginario greco il momento di sintesi fra i due mondi contraapposti e
complementari di Apollo (il dio che possiede e trasmette “l’occhiata che conosce ogni
cosa”52, ma nello stesso tempo trasfonde anche la parola che tradisce) e di Dioniso (colui che
dal palpitare della la vita sente fremere e vibrare tutta la sapienza, ma non può fermarla
perchè egli è un dio che muore).
L’estasi, cifra del dionisiaco, è svincolarsi dall’empirico per pervenire, tramite il gioco, la
musica, la danza, la contemplazione, la trasfigurazione, ad uno stato altro di coscienza, uno
stato allucinatorio53 che induce nel devoto del dio l’epopteia, la contemplazione. Chi ha
raggiunto questo stato di beatitudine, che è il grado massimo dell’iniziazione ai Misteri di
Eleusi, si chiude misticamente in se stesso per assaporare quella che sarà definita “la piccola
morte”, la feconda contraddizione dell’immortale che muore: “Immortali mortali - dirà
Eraclito - mortali immortali, viventi nella morte di quelli, ma, nella vita di quelli, morti”54.
Apollo, diversamente, non induce l’estasi, ma la visione delle cose del presente, del
passato e del futuro, nascoste e manifeste. La follia misterica dionisiaca tende, come suo fine
ultimo, alla beatitudine (l’estasi si risolve in uno stato di stupore catatonico “come coloro che
sono presi dall’entusiasmo bacchico e giungono a vedere l’oggetto bramato”55), mentre la
follia profetica apollinea induce uno stato di incoartabile eccitazione che è, in definitiva,
quello dell’uomo che va alla scoperta dell’ignoto e, avendolo trovato, vive la mistica della
conoscenza.
“La poesia di Orfeo - scrive Giorgio Colli - è in primo luogo il canto di Apollo, cioè
espressione, apparenza, musica e parola, ma il suo contenuto è - attraverso la passione di
Dioniso - il mistero di Dioniso”56. Ed è appunto attraverso Orfeo, sintesi vivente delle due
divinità che si forma il loro ri-congiungimento attraverso la rottura e la ricostituzione
continua dell’armonia. Intorno al V secolo Apollo e Dioniso trovano una convergenza tale da
trasformarsi ben presto in identità; non è senza ragione che il fr. 86 di Eschilo suoni: “Apollo,
l’incoronato d’alloro, il Bacco, il divinatore”, cui fa eco il fr. 477 di Euripide: “O Bacco che
ami l’alloro, tu Peana Apollo esperto nella lira”57. Platone - come avverte acutamente il Colli
- “mette in evidenza l’identità di natura fra i due dei: Dioniso ‘induce negli uomini la follia’
ed è lui stesso folle; Apollo suscita la follia del divinatore, ma è ‘lontano”: in cambio, però, la
follia in senso eminente è la mantica e, in Platone, il dio della mania è soprattutto Apollo”58.
Nel Cratilo, Platone traccia l'etimologia filosofica del dio degli Iperborei, Apollo
"costruttore - distruttore" (lo Shiva dei popoli ellenici), dicendo che egli non è solo l'apollymi
(distruggere) ma è anche l'Homoupolon (ama - polein, il ruotare in modo concorde), ossia
colui che presiede al movimento armonico del cosmo.

52

Pindaro, Phyt. 3,29. Apollo è il dio che concede a Calcante: “La conoscenza di ciò che è
e ciò che sarà e ciò che è stato” (Omero, Iliade, I, 69-72).
53
cfr Eraclito: “la visione allucinatoria è una malattia sacra” (Diogene Laertio, 9,7).
54
Eraclito, DK I, 164 et Ippolito, Confutazioni, 9, 10, 6.
55
Filone Alessandrino, Della vita contemplativa, 12.
56
Giogio Colli, La Sapienza greca, Adelphi, Milano, 1977, I, 38.
57
cfr. Giorgio Colli, La Sapienza greca, I, 79 (2 A 6 e 2 A 8).
58
ibidem, p. 25.

11
Non è casuale che la lingua greca, la cui ricchezza semantica è davvero imponente, utilizzi
lo stesso termine per indicare i segni distintivi dei due dei: l’arco e la vita (biovß)59. L’arco
e la lira, che hanno medesima forma, ma diversa funzione, sono gli strumenti di Apollo, il dio
che con l’arco produce la morte e con la lira conserva la vita, creando l’armonia che regge
l’ordine del mondo. “Alcuni - dice Eraclito - non comprendono come, disgiungendosi, con se
stesso si accordi, una trama di rovesciamenti, come appunto quella dell’arco e della lira”60.
L’arco è la morte, è la materia che si agita discorde, il corpo senza vita; dalla vibrazione della
sua corda si genera il moto che spinge le frecce che portano il disordine della morte, mentre
dalle vibrazioni delle corde della lira nasce la sinfonia che mette concordia nell’inesauribile
lotta fra gli elementi. Il pensiero greco ha intuito che l’armonia si genera dalla lotta, l’ordine
dal disordine, la vita dalla morte. “L’armonia - dice Filolao - si origina dai contrari, poiché
essa è fusione del molteplice e concordia del discorde”61 .
Orfeo fa uso degli strumenti espressivi di Apollo e in particolare del canto accompagnato
dal suono della cetra, ma proviene come Dioniso dalla Tracia dove esisteva un santuario
dionisiaco in cui si praticava una mantica del tutto simile a quella delfica62 e le sacerdotesse
erano indotte alla mania dal dio che suona il flauto. I due strumenti stessi sono
sostanzialmente diversi: la cetra saetta i suoni da lontano, mentre il flauto li produce dal di
dentro, così come anche nella caccia Apollo colpisce per interposizione della freccia, mentre
Dioniso sbrana direttamente la propria vittima. Con la cetra Orfeo compone poesie capaci di
ammaliare uomini e animali, ma tali poesie sono il frutto di una follia che gli è stata indotta
dal flauto di Dioniso. In questo complesso gioco di stati d’estasi e di poesia che si rimandano
e si rispecchiano l’uno nell’altro la musica svolge un ruolo predominante, essenziale,
insostituibile: attraverso il canto di Orfeo è l’intero universo che si manifesta nel modo che
più gli è proprio: la musica. Ascoltando Eschilo non si può fare a meno di sentire il suono
che fa da sottofondo al fremere primordiale della vita: “L’uno tiene in mano flauti dal suono
profondo, lavorati col tornio, diffondendo, con una melodia strappata con le dita, un richiamo
minaccioso suscitatore di follia; un altro fa risonare cimbali cinti di bronzo ... alto si leva il
suono della cetra: da luoghi segreti mugghiano in risposta terrificanti imitatori dalla voce
taurina, e la parvenza sonora di un timpano, come di un tuono sotterraneo, si propaga un
profondo turbamento”63. Come gli sciamani che hanno imparato a riprodurre nella musica e
nel canto i suoni dell’universo e di tutto quello che lo abita, Orfeo il Tracio genera
l’incantamento che diffonde per il cosmo l’omonoia (oJmovnoia), il “sapere insieme”
grazie all’ empatia di tutti gli elementi. Ma per giungere a questo stato di empatia universale,
di comunicazione sinfonica e simpatica è necessaria la catarsi, la purificazione. Pura e
purificatrice come l’acqua che zampilla dalle gelide fonti di Mnemosine, la madre delle
Muse, la musica cancella il ricordo del carcere terreno (e di tutto ciò che a questo è collegato)
in cui l’anima si trova imprigionata e le consente di “uscirne fuori” per tendere alle più alte
sommità.
E’ proprio attraverso questo viaggio che si perviene ad una visione cosmologica d’insieme,
ad una visita dell’Universo scorto dall’alto e osservato “dal di fuori”. Il viaggio sciamanico
per eccellenza ha un percorso tipico, un itinerario che trascorre da una regione all’altra del
Cosmo: Terra, Cielo e Inferi sono, appunto, le tre regioni in cui è diviso il mondo, il quale è
retto da un asse centrale che passa per due fori che mettono rispettivamente in comunicazione
la Terra con il Cielo e la Terra con gli Inferi. Da queste aperture gli dei scendono e risalgono
59

“Dell’arco, invero, il nome è vita, ma l’opera è morte” (Eraclito, DK 22 B 48).
Eraclito, DK, 22 B 51.
61
Filolao, DK , 32 B 10.
62
Erodoto, Storie, VII, 111.
63
Eschilo, fr. 71; cfr. Colli, p. 53 (1 A 2).
60

12
ai cieli, le anime dei morti calano nelle zone sotterranee e l’anima dello sciamano va e viene
fra i tre territori.
Platone delinea una identica cosmologia tracciando la mitica storia di “Er, figlio di Armenio,
originario della Panfilia”. “Un tempo egli, morto in battaglia, fu raccolto in buono stato
mentre, dieci giorni dopo, venivano raccolti dal campo i cadaveri ormai decomposti.
Ricondotto a casa, quando già stavano per fargli il funerale, al dodicesimo giorno, già disteso
sul rogo, ritornò in vita, e allora raccontò ciò che aveva visto laggiù nell'Ade. Disse che la sua
anima, dopo essere uscita dal corpo, errò insieme a molte altre, e tutte giunsero in un luogo
meraviglioso, dove c'erano due aperture comunicanti nel terreno e due altre simili nel cielo in
corrispondenza delle prime. In mezzo ad esse erano seduti dei giudici. Essi emanavano le
sentenze e poi imponevano ai giusti di avviarsi a destra in alto, attraverso il cielo, ma prima
attaccavano loro sul petto i cartelli con il testo della sentenza. Agli ingiusti ordinavano invece
di avviarsi a sinistra in basso, e anche a loro appendevano sulla schiena un cartello su cui
stavano scritte tutte le loro colpe. Giunto il suo turno, i giudici ordinarono a Er di riferire agli
uomini ciò che avrebbe visto laggiù, e perciò di ascoltare e osservare ogni cosa. Vide dunque
le anime avviarsi, dopo il giudizio, all'una e all'altra apertura rispettivamente del cielo e della
terra, mentre le altre due aperture lasciavano l'una salire dalla terra anime polverose e
stanche, e l'altra scendere dal cielo anime pure ... Ogni gruppo, dopo avere trascorso sette
giorni su quel prato, doveva alzarsi e partire di lì l'ottavo giorno, per giungere, dopo quattro
giorni, in un luogo dove si scorgeva, in alto, un fascio di luce diffusa, dritto come una
colonna, molto simile all'arcobaleno, ma più luminoso e puro. Arrivati lì dopo un giorno di
cammino, videro le estremità delle catene che tenevano appeso al cielo quel fascio luminoso:
infatti quella luce avvolgeva il cielo, come le corde girano attorno alle triremi: allo stesso
modo esso circondava tutta la sfera celeste. A quelle estremità era appeso il fuso di Ananke,
che faceva ruotare tutte le sfere. L'asta e l'uncino di quel fuso erano d'acciaio, e il fusaiuolo
era fatto di questo e d'altri metalli. Queste erano le sue caratteristiche. La forma era simile a
quella dei nostri; ma secondo Er bisognava pensarlo composto nel modo seguente: era come
se in un grande fusaiuolo cavo e completamente vuoto ce ne fosse incastrato un altro simile
più piccolo, come le scatole infilate l'una dentro l'altra, e poi un terzo e un quarto, e ancora
altri quattro. In tutto i fusaiuoli erano dunque otto, inseriti l'uno nell'altro. In alto si vedevano
solo i loro bordi circolari, che formavano intorno al fuso il dorso continuo di un unico
fusaiuolo. E il fuso era infilato attraverso l'ottavo. Il primo, quello più esterno, aveva il bordo
circolare più largo, il sesto era al secondo posto, il quarto era al terzo posto, l'ottavo al quarto,
il settimo al quinto, il quinto al sesto, il terzo al settimo e il secondo all'ottavo. Il bordo del
fusaiuolo più grande era lavorato, quello del settimo, luminosissimo, mandava la sua luce
sull'ottavo, il secondo e il quinto avevano il medesimo colore, più giallo dell'altro, il terzo era
bianchissimo, il quarto rossastro, il sesto era il più bianco dopo il terzo. Il fuso girava tutto
quanto secondo il medesimo movimento, e nella rotazione complessiva i sette cerchi interni
si muovevano lentamente di moto contrario all'insieme: fra questi il più veloce era l'ottavo,
seguito dal settimo, dal sesto e dal quinto che procedevano insieme; in questo moto contrario
il quarto cerchio sembrava al terzo posto, il terzo al quarto posto e il secondo al quinto. Il filo
ruotava sulle ginocchia di Ananke. Sui suoi cerchi, in alto, si muoveva insieme a ciascuno
una Sirena, che emetteva un'unica nota, con un unico suono; ma tutte otto insieme formavano
un'armonia. Altre tre donne, disposte in cerchio ognuna sul suo trono a uguale distanza, erano
le figlie di Ananke, le Moire biancovestite, cinte il capo di bende: Lachesi, Cloto e Atropo; e
al suono delle Sirene Lachesi cantava il passato, Cloto il presente, Atropo l'avvenire. E Cloto,
toccando con la mano destra il cerchio esterno del fuso, lo faceva girare ad intervalli, e
Atropo faceva lo stesso toccando con la sinistra i cerchi interni; e Lachesi, con entrambe le
mani, volgeva alternativamente gli uni e gli altri”64.
64

Platone, Repubblica, 614 b - 617 d.

13
Sulle ginocchia di Ananke, la più potente delle divinità, si svolge l’intera storia cosmica e
viene ordita la trama (l’armonia)65 dell’intero universo. E’ questa la ragione per cui l’anima
dell’uomo può “pensare insieme” con l’anima dell’Universo. La musica delle Sirene,
prodotta dalla rotazione dei cerchi, che incessantemente generano quell'armonia universale
che gli imperfetti sensi umani non riescono a percepire, è così ripresa dal Poeta del Paradiso
Perduto -: "... nel cuor della notte, quando la sonnolenza ottunde i miei sensi mortali, allora
ascolto la celeste armonia delle sirene che presiedono alle nove concentrichhe sfere ... si
dolce la musica spira da cullare le figlie della Necessità, costringendo alla legge l'instabile
natura e il basso mondo segue con un moto misurato la dolce musica che nessuno può udire
d'umano stampo e rozzo e contaminato orecchio"66.

65

Il verbo ajvrmozw (armozo) sta per "accordare, comporre, connettere ...", da cui armonia
(collegamento, giuntura, connession, trama ).
66
J. Milton , Arcades, v. 61 e sgg.


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