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Parte 1 La rivelazione .pdf



Nome del file originale: Parte 1-La rivelazione.pdf
Titolo: Microsoft Word - Parte 1.doc
Autore: user

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PARTE 1- LA RIVELAZIONE
di Claudio Bastoni

CAPITOLO 1
Erano circa le sei del pomeriggio e, trovandoci in pieno
inverno, a quell’ora era già quasi buio. Mi trovavo in una
via che in genere è deserta, tranne quando i bambini che
urlano escono da scuola per riabbracciare le proprie madri e
raccontare loro le vicissitudini di un’altra giornata di
avventure. Ah, scusate, non mi sono presentato: mi chiamo
Claudio, ho 16 anni e abito a Viterbo, una città del Lazio.
Quel giorno ero andato a fare una passeggiata senza una
meta precisa, insomma, un attimo di noia nella frenesia
della routine. Poi mi ero diretto lì, in quella via oscura,
senza sapere il perché, come se le mie gambe, scollegate
dal mio cervello, avessero deciso per me che quello era il
mio destino. E pensavo... Come sapete, i luoghi deserti
sono quelli in cui si può pensare più tranquillamente senza
la presenza di qualcuno che ti assilla con i suoi problemi.
Sono sincero, è piacevole ascoltare un amico o un
conoscente parlare di sé e delle sue vicende, ma alcune
volte ognuno di noi ha bisogno di rimanere con se stesso
soltanto.
Poi capii che era ora di rientrare e ripresi la via di casa, ma
all’improvviso mi trovai di fronte una figura inquietante:
alta circa un metro e ottanta, avvolta in un mantello nero,

con un cappello in testa e gli occhi coperti da un paio di
occhiali stranissimi, perché attraverso la loro scurezza
riuscivo a capire quanto fossero profondi ed oscuri, come se
fossero essi stessi l’accesso ad un inferno in Terra. Gli
passai accanto fingendo di non curarmi di lui, quando dalla
sua mano cadde qualcosa. Per non essere scortese, anche se
con un filo di paura, mi abbassai e raccolsi lo strano oggetto
da terra. Era una sorta di bussola, con un ago rotante posto
al certo. Ciò di cui ero certo era semplicemente il fatto che
non puntava al nord. Senza pensarci troppo glielo porsi e
con una voce così profonda che mi vennero i brividi disse
“Grazie”. A quel punto, mentre lo guardavo, sollevò gli
occhiali: dai suoi occhi si sprigionò un lampo così forte che
caddi a terra. Non ricordo per quanto rimasi in quello stato,
ma quando mi rialzai era già sparito.
Riflettendo su quei pochi ma intensi secondi, tornai di corsa
a casa.
La mattina dopo, quando mi alzai, sperai che tutto ciò che
era successo la sera precedente fosse stato soltanto un
sogno: la via buia, l’uomo con gli occhiali scuri e quella
luce... Quella luce, così forte che in quella oscurità
sembrava che per pochi secondi fosse tornato a splendere il
sole. Era però tardi per pensare perché era ora di andare a
scuola.
Non potevo certo immaginare che quell’evento così strano
avrebbe cambiato per sempre la mia vita.

CAPITOLO 2
Con il mio motorino mi diressi verso scuola, il liceo
scientifico; parcheggiai come al solito vicino al cancello
d’entrata e come al solito mi diressi verso l’ingresso. Una
giornata come le altre… O almeno così pensavo…
Nell’atrio non c’era nessuno dei miei compagni e così
decisi di salire in classe; anche quella era però deserta.
Fortunatamente però dopo dieci minuti cominciarono ad
arrivare tutti quanti; i loro nomi resteranno impressi nella
vostra mente con il procedere della storia. La mattinata
trascorreva senza grossi problemi e alle dieci suonò la
campanella della ricreazione. Avevo chiesto al mio amico
Carlo, un ragazzo alto e magrolino, con i capelli scuri ed
una fronte abbastanza spaziosa, se poteva andare a prendere
la colazione anche per me e lui, come d’abitudine, accettò.
Quando tornò, gli chiesi dove era la mia colazione e lui, per
scherzare, disse che se l’era mangiata. La mia mente era
però offuscata da una rabbia fuori dal comune, non avevo
capito che stava scherzando; ero ancora preoccupato per gli
straordinari fatti avvenuti la sera precedente.
Poi, non comprendendo il mio stato, tirò fuori la pizza dalla
tasca e la alzò in aria. Non voleva che io la prendessi; un
gioco comune, ma la mia rabbia inconsapevolmente
cresceva, il mio nervosismo aumentava, le mani iniziarono
e tremare e pensai che avrei voluto tanto sbatterlo contro il
muro per fargliela pagare. All’improvviso mi ripresi dal
mio stato di torpore e sentii delle urla; solo in quel
momento mi accorsi che Carlo era finito a terra. Poi
Matteo, il mio compagno di banco (alto circa un metro e

ottanta, capelli castani e occhi scuri) mi tirò fuori dalla
calca che si era formata e mi chiese con aria impaurita: “Ma
come cavolo hai fatto?”. Io che però non avevo capito cosa
fosse successo, visto che non avevo fatto nulla, non
riuscivo a capire. Lui continuò ad incalzarmi: “Non hai
visto che Carlo è andato a sbattere contro il muro?”. Che
cosa? Non era possibile, non avevo fatto nulla, avevo solo
pensato di farlo, ma non avevo mai alzato un dito contro di
lui! Facendomi largo tra gli studenti, fuggii senza dire una
parola. Per la prima volta in vita mia avevo paura di me
stesso.

CAPITOLO 3
La sera stessa ero di nuovo in quella via buia e pensavo a
tutti gli strani avvenimenti che erano accaduti: l’uomo
misterioso, i suoi occhi che si illuminavano e Carlo che era
finito contro il muro solo perché io lo avevo pensato. Era
un incubo, non poteva essere altro, stavo sognando..
Svegliati, Claudio, svegliati!!
Improvvisamente in fondo alla via riconobbi quel mantello
e quel cappello: erano inconfondibili. Il mio cuore cominciò
a battere all’impazzata; chiunque egli fosse, mi doveva
delle risposte. Gli corsi incontro e con uno scatto gli fui
davanti; lui rimase immobile di fronte a me, senza fiatare.
Non mi avrebbe detto nulla, sarebbe sparito di nuovo, ne
ero certo. Dovevo agire. Allora gli urlai: “Ma che diavolo
mi hai fatto ieri sera? Lo sai che stamattina a scuola ho
sbattuto un mio compagno contro il muro con la sola forza
del pensiero? Allora, che dici? Cosa mi hai fatto? Parla!”.
Dopo alcuni secondi abbassò gli occhiali, mi guardò fisso e
scoppiò a ridere, una risata così gaia e gioiosa che non la
scorderò mai più: “Veramente hai sbattuto un ragazzo
contro il muro in quel modo? Significa che stai già facendo
progressi con i tuoi poteri!!”. “Ma quali poteri?” dissi “Io
non ho alcun potere. Che diavolo stai dicendo?! Tu sei
pazzo, sei veramente pazzo!! Chi è che mi ha organizzato
questo brutto scherzo? Chi ti ha mandato? DIMMELO”.
Allora fece un lungo sospirò e, sostenendosi la schiena con
una mano, si mise seduto sul marciapiede. Poi cominciò a
parlare: “Ora ascoltami molto attentamente e ricordati ciò
che ti dico. Questo non è uno scherzo ma è la realtà, anche

se è difficile crederlo. Io e i miei compagni stiamo
radunando tutti gli uomini e i ragazzi con un animo buono
che possano diventare alleati nella lotta contro Irez”. Più
continuava a parlare, più la mia testa mi diceva di fuggire,
fuggire lontano da qualcosa che era molto più grande di me.
“Ma come fai a dire che ho un animo buono? E chi è Irez?”,
la mia testa stava per esplodere. “Una domanda alla volta”
disse “Quando ho gettato a terra quell’oggetto tu lo hai
raccolto e mi hai fatto un favore. E’ stato poi il
Riveloscopio a dirmi se tu sei puro di cuore o meno. I suoi
impulsi mi hanno detto che lo eri e allora io ti ho reclutato.
Sappi che se non lo fossi stato avrei dovuto ucciderti” e mi
fece l’occhiolino. Ma dentro di me sentii che non stava
scherzando. “Ora risponderò alla seconda domanda.
Inizialmente, quando la Terra ancora non esisteva,
nell’Universo le forze del Male e quelle del Bene si
fronteggiarono in una battaglia senza tempo. Le stelle erano
i nostri avamposti di difesa, le galassie i nostri campi di
battaglia. La guerra però sembrava non avere mai fine. Il
capo degli stregoni del Bene, Tark, capì quindi che l’unico
modo per distruggere il Male era quello di intrappolare il
suo padrone supremo, Irez, in un remoto luogo
dell’Universo. Fabbricarono la Terra, una prigione di
massima sicurezza dalla quale nessuno, neanche Irez,
sarebbe potuto fuggire. Così fece e con una trappola
confinò Irez nelle viscere del vostro futuro pianeta,
incatenandolo per l’eternità. I secoli passarono e la Terra si
popolò di nuove creature, gli uomini, che cominciarono a
renderla abitabile. Ma sfortunatamente successe qualcosa;
durante alcuni scavi archeologici, degli uomini trovarono
una gigantesca pietra di un materiale sconosciuto e la

scambiarono per un meteorite. Così venne portata in uno
studio di ricerca americano a New York, in modo da
effettuare dei test per capire da dove provenisse. Ma ci fu
un’esplosione e il laboratorio venne distrutto”. Allora
cominciai a capire; l’anno precedente infatti avevo sentito
dire alla televisione che un famoso centro scientifico negli
Stati Uniti era andato distrutto. “Ma si diceva fosse stato
distrutto da una fuga di gas!” dissi. Ma lui subito mi
riprese: “In realtà nessuno sapeva quale fosse stata la causa
dell’esplosione. Noi del Consiglio però lo sappiamo. Quella
pietra non era un meteorite, ma la prigione di Irez, dove
sarebbe dovuto restare rinchiuso per sempre. Una volta
tirato fuori dalla Terra dagli ignari scavatori, la sua magia
era di nuovo viva; così Irez fuggì dal laboratorio e si rifugiò
in un luogo segreto, per riprendere le forze. Ora però è
tornato ed è più potente di prima. Ciò che è peggio, sta
radunando un’armata con la quale cercherà di conquistare
l’Universo. Noi siamo qui per impedirglielo”. Le mani
tremavano, le gambe non sostenevano più il mio peso, o
forse, non sostenevano più il peso della responsabilità che
mi era stata affidata. Quando riuscii nuovamente a parlare
gli chiesi: “Ma cosa devo fare io? Perché hai scelto me?
Sono solo un ragazzo”. “Per ora non devi fare nulla”
rispose “non puoi attaccare per primo, perché sei ancora
troppo debole. Ma saranno i servi del Male a cercarti. Se sei
destinato a proseguire nel tuo cammino, vincerai. Ma
ricordati, non devi attendere il Destino, nonostante molti
siano convinti del contrario. Sei tu che puoi cambiarlo da
Sfavorevole in Favorevole, ma naturalmente anche il
contrario. Ora ti dirò alcune cose e poi ti lascerò a te stesso.
Ricorda: noi siamo i Cavalieri del Bene e non uccidiamo.

Ogni volta che sconfiggerai un nemico toglili i suoi poteri
attraverso il suo stesso sangue, ma non ucciderlo MAI.
Diventeresti uno di loro e non farai altro che aiutare il
Maligno. Ora me ne vado, ma ci rivedremo. E che la
Fortuna ti assista sempre”. Poi aggiunse: “Prenditi una
camomilla, ragazzo, ti vedo agitato”. E detto questo, svanì.

CAPITOLO 4
Ma che cosa stava succedendo? Solo due giorni prima ero
un ragazzo normale ed ora in un attimo ero diventato un
Cavaliere del Bene e dovevo salvare non la Terra, no,
sarebbe stato eccessivamente riduttivo, ma addirittura
l’Universo. Cosa dovevo fare? Il vecchio mi aveva detto di
attendere il nemico. Ma fino a quel momento, che cosa
avrei dovuto fare? Avrei dovuto aspettare qualche essere
alieno e dirgli “sì, vieni, sono proprio io l’idiota che stai
cercando, vieni qua e uccidimi”. La mia vita era appesa ad
un filo ed io non potevo comportarmi come se niente fosse.
Una cosa era certa: non potevo continuare a sbattere contro
il muro i miei compagni di classe!
La mattina dopo tornai a scuola, ma vidi che tutti i miei
compagni mi guardavano in modo strano, con uno sguardo
quasi di terrore. Non potevo certo biasimarli, fossi stato uno
di loro avrei probabilmente contattato un esorcista. Poi vidi
Carlo, fortunatamente tutto intero, ma, quando mi guardò,
capii subito che non aveva voglia di parlare. Poi mi si
avvicinò con aria minacciosa: era ormai a tre passi da me e
avrei accettato qualsiasi cosa avesse voluto farmi… quando
in classe entrò la professoressa di italiano. Ero salvo,
almeno per il momento.
Pian piano però la ricreazione si avvicinava e avevo sempre
più paura. Cosa avrebbe fatto Carlo? Forse stava solo
scherzando in fondo, non voleva farmi del male. Potevo
sempre sbatterlo di nuovo contro il muro se fosse stato
necessario. Ero avvolto nei miei pensieri, quando vidi la
porta della classe saltare in aria ed entrare quattro esseri dal

volto orrendamente sfigurato. Erano una sorta di troll, alti
circa un metro e sessanta, dalla pelle verde e rugosa, con
occhi grandi da rettile ed una bocca da lupo. Veramente
terrificanti. Tutti noi avemmo un sussulto quando questi,
con una voce sibilante che faceva venire i brividi,
cominciarono a parlare: “Il Padrone vuole sapere chi di voi
è il Cavaliere. Vuole sfidarlo in duello”. Io ero rimasto in
silenzio, senza riuscire a dire una parola. Mi sembrava che
le forze mi stessero abbandonando: sapevo che non sarei
riuscito a sostenere un duello con uno stregone più potente
di me, il vecchio mi aveva avvertito. Ma sapevo anche che
quello era il momento in cui dovevo agire, il momento in
cui il vecchio diceva che avrei mostrato le mie qualità. Ma
alla fine cedetti e feci ciò che loro ci ordinavano, senza dire
una parola. Ci fecero mettere in fondo alla classe e
minacciarono di ucciderci tutti se il vero Cavaliere non si
fosse fatto avanti. Una delle mie compagne, Veronica, alta
circa un metro e sessanta e magrolina, con capelli lunghi
neri e occhi scuri, cominciava a non poterne più e disse:
“Ma che cosa volete da noi, brutti mostri! Esseri spregevoli,
lasciateci andare!”. Non sapevo nulla di loro, ma una cosa
era certa: quello non era il modo per attirarsi la loro
benevolenza. Uno degli esseri che aveva una lancia in mano
le si avvicinò e gliela puntò al petto. La situazione stava
diventando veramente critica: dovevo agire, ne andava della
vita dei miei compagni. Presi tutto il mio coraggio… Urlai
e mi lanciai contro il mostro. Cominciò così un lungo
combattimento nella classe e io mi accorsi di saper
combattere abbastanza bene, benché non lo avessi mai fatto
prima. A mani nude riuscivo rapidamente a tenere testa ai
troll che, per mia fortuna, non erano neanche molto rapidi

nei movimenti. Poi, con una forza che neanche io sapevo di
avere, sollevai uno degli esseri che portava un’ascia e lo
gettai dalla finestra giù nel cortile della scuola. Rinfrancato
da ciò che avevo fatto, presi l’ascia che il mostro aveva
lasciato cadere e infilzai ad uno ad uno gli altri mostri,
sorpresi quanto me dalla mia reazione. Ok, capisco che
potrebbe sembrare una reazione spropositata la mia, ma
dovete capire che ero assolutamente terrorizzato.
Correndo uscii dalla mia classe e, vedendo che anche nelle
altre aule erano entrati dei mostri, cominciai a chiamarli
dicendo: “Ehi brutti mostri, sono io il Cavaliere, venite a
prendermi!”. I mostri si diressero subito vero di me:
saranno stati una ventina. Ma grazie ai miei poderosi pugni
e all’ascia che avevo in mano riuscii a metterli tutti al
tappeto: era stato fin troppo facile, devo ammetterlo. Quale
sarebbe stata la mia forza alla fine di questa avventura?
Sempre se fossi rimasto in vita fino in fondo, ovviamente.
Per precauzione però raccolsi alcune delle armi che i mostri
avevano portato con sé e che erano cadute durante i
combattimenti: una spada, una balestra e un arco con le
frecce. Mentre dicevo ai miei compagni di fuggire, due
esseri entrarono nell’atrio con un individuo che li
precedeva. Scesi di sotto correndo e mi trovai davanti i due
mostri: erano alti circa due metri e mezzo, simili a dei
coccodrilli, e avevano una pelle che sembrava una corazza.
L’individuo che li precedeva era invece era un ragazzo
poco più alto di me, con i capelli scuri e gli occhi che
ardevano di fiamme lucenti. Quando aprì la bocca per
parlare, sentii una sferzata di vento gelido che mi fece
venire i brividi: “Salve Cavaliere. Io sono Sir. Morris.
Come te sono stato convocato dal mio Padrone, ma a

differenza di te, sono molto più potente. Quindi mi basta
toglierti di mezzo per evitare dei futuri guai al mio Signore.
Ora però non ho voglia di combattere”. Un bel colpo alla
mia ritrovata autostima. “Lascerò ai miei servi il compito di
metterti ko”. Poi rivolgendosi ai due giganti: “Portatemelo
vivo perché voglio i suoi poteri, per quanto insulsi essi
siano. Dopodiché potrete farci quello che vorrete, il suo
corpo non mi serve”. Detto questo ordinò ad altri piccoli
esseri simili a goblin striscianti di prendere tutti gli studenti
della scuola e di seguirlo. Avrebbe fatto un bel sacrificio
per il suo Padrone, o almeno queste furono le parole che
riuscii ad udire. Non potevo certo permetterglielo. Cercai
quindi di fermare i piccoli esseri che stavano già salendo le
scale per andare a prendere i miei compagni. Ma un
dolorosissimo pugno in faccia di uno di due giganti mi fece
capire che per salvarli avrei dovuto prima combattere.

CAPITOLO 5
Così presi la spada, mentre vedevo i miei compagni uscire
uno dopo l’altro senza che io potessi fare nulla. Ero
veramente disperato. Colpii uno dei due giganti, ma la sua
corazza era impenetrabile e la spada vibrò per il colpo.
Correvo intorno all’atrio per guadagnare tempo, cercando
di trovare il punto debole, un modo per far fuori quei due
mostri. Poi entrambi, forse stanchi di giocare a nascondino
mentre io mi riparavo dietro le colonne della struttura,
estrassero due spade gigantesche e cominciarono ad
avanzare verso di me. Benché fossero molto forti, mi
accorsi che si limitavano soltanto a cercare di colpirmi,
come se il loro cervello non fosse in grado di fare altro che
obbedire agli ordini del loro Signore. Così mi venne
un’idea. Corsi in mezzo a loro, cercando di attirare la loro
attenzione. Quando entrambi alzarono la lama per colpirmi,
mi accorsi che erano abbastanza vicini tra loro per poter
attuare il mio piano. Con una mossa fulminea, mi spostai e i
due mostri si colpirono a vicenda. I loro grugniti si fecero
più cupi ed era ormai troppo tardi per capire che avevano
sacrificato la loro vita per un Male che li aveva costretti a
combattere fino alla morte. Sentivo quasi pietà per loro.
Non c’era però più tempo: dovevo solo sapere dove era
andato Sir Morris con tutti gli studenti. Così mi avvicinai
ad uno dei due mostri ormai agonizzante e gli chiesi: “Dove
è andato lo stregone con tutti i miei compagni? Parla!”. Con
una voce che sapeva ormai di morte mi disse: “Li ha portati
nella palestra utilizzata dalla vostra scuola. Noi non siamo
riusciti a farti fuori, ma sono sicuro che il nostro capo ce la

farà e che cospargerà tutta la città con il tuo sangue.
Naturalmente dopo aver squartato i tuoi compagni”. E detto
questo morì. Quanta lealtà verso un essere che ha preferito
non sporcarsi le mani, usando i suoi tirapiedi come carne da
macello!
Salii di nuovo nella mia classe a prendere lo zaino. Gettai a
terra tutti i libri e misi all’interno tutte le armi che mi
sarebbero servite nello scontro con lo stregone. Poi me lo
misi in spalla e saltai in sella al mio scooter per dirigermi
verso la palestra.
Mentre mi lanciavo sulla strada alla massima velocità,
pensavo se i miei compagni fossero ancora vivi e,
soprattutto, se sarei riuscito a sopravvivere allo scontro.
Cosa ne sarebbe stato di loro? Era ormai troppo tardi per
salvarli?
Finalmente riuscii a raggiungere la palestra. Fuori c’erano
due troll di guardia: dovevo riuscire ad entrare senza però
rischiare che essi dessero l’allarme. Così impugnai l’arco e
due frecce, presi la mira e vibrai il colpo, senza sapere se
sarei riuscito a colpirli. Non avevo mai impugnato un arco,
ma qualcosa mi disse che potevo farcela. Chiusi gli occhi e
lanciai. Quando ebbi nuovamente il coraggio di guardare, i
due esseri giacevano a terra morti, trafitti dalle due frecce.
Ora era il momento di entrare nella palestra. Mi fermai
nell’ingresso per ascoltare cosa stesse succedendo
all’interno. Sentii lo stregone dire: “ Tocca a te l’onore di
morire per prima”. Aprii di uno spiraglio la porta e vidi che
due mostri stavano portando la mia amica Cristina, una
ragazza alta poco meno di me, con capelli e occhi scuri,
verso la ghigliottina.
Senza pensarci due volte, impugnai di nuovo l’arco e lasciai

vibrare altri due colpi, stavolta stando ben attento a non
colpire la mia amica. Pochi secondi dopo, i due esseri
giacevano a terra, senza vita. Tutti rivolsero gli occhi verso
di me e sulla palestra calò il silenzio. All’improvviso sentii
risuonare un ordine e tutti i mostri si diressero correndo
verso di me. Non avevo via di scampo.

CAPITOLO 6
Non mi persi d’animo e, impugnando la spada, mi diressi
verso di loro. Cominciai a colpirli, ma sapevo di essere in
minoranza: erano veramente troppi e mi avrebbero
sopraffatto in breve tempo. Poi lo sguardo di Carlo incrociò
il mio e di colpo mi balenò un’idea nella mente. Certo, era
tutto troppo scontato. Bastava crederci, bastava volerlo
davvero… Un lampo abbagliò i nostri occhi e quando la
luce si fu dileguata, gli studenti mi guardarono sorpresi:
tutti i mostri erano finiti contro le pareti della palestra ed
erano a terra privi di vita. Poi guardai di nuovo Carlo e con
un cenno del capo lo ringraziai. La sua brutta esperienza si
era rivelata la mia salvezza. Lo stregone era invece
furibondo e le sue grida echeggiarono nella palestra. “Tu!!!
Hai ucciso i miei servi e ora me la pagherai. Fino ad ora te
la sei cavata, ma ora non mi sfuggirai!”. Dalla sua mano si
sprigionarono sfere di fulmini e di fiamme che mi vennero
lanciate contro. Era veramente troppo forte per me, capivo
ora che i trionfi ottenuti fino a quel momento erano già
destinati a finire. Mi nascosi velocemente dietro la porta
degli spogliatoi, mentre il mio avversario gridava: “Dove ti
sei nascosto? Vieni fuori, tanto lo sai come andrà a finire”.
Sì, lo stregone aveva ragione. Non ce l’avrei mai fatta a
sconfiggerlo. La mia avventura era ormai finita. La vita mi
aveva dato una possibilità straordinaria, quella di essere
l’eroe della situazione almeno una volta, ma tutto stava per
finire.
No, non poteva essere vero, il vecchio del Consiglio aveva
fiducia in me, i miei compagni avevano fiducia in me ed io

non potevo deluderli. Non mi sarei mai arreso senza
combattere fino alla fine. Così uscii allo scoperto e
cominciai ad arrampicarmi su una parete della palestra:
avevo un piano e speravo con tutto il cuore che potesse
essere la scelta giusta. Lo stregone continuava a lanciarmi
le sfere infuocate, ma non sapeva che lo avrei condotto in
trappola. Mi misi in un angolo del soffitto dove era
attaccata una rete che non doveva permettere ai palloni da
pallavolo di toccare il soffitto. Ma lo stregone era troppo
impregnato della sete di vittoria che non comprese il mio
stratagemma e lanciò la sfera infuocata. Il primo attacco
della rete era distrutto, ne mancavano altri tre. Capii che un
potere ancora sconosciuto mi permetteva di muovermi
facilmente sulla parete, o forse era semplicemente
l’adrenalina nel mio corpo che mi costringeva a non
arrendermi. Urlando di rabbia, Sir Morris perseguì nel
tentativo di colpirmi e distrusse altri due lembi della rete:
ancora uno e sarebbe stato in trappola. Ad un certo punto
però si accorse di ciò che stavo facendo ma era ormai
troppo tardi: con la spada tagliai l’ultimo attacco della rete
e quest’ultima cadde sopra lo stregone e sopra tutti i miei
compagni. Sir Morris tentò di liberarsi, ma questo non fece
che peggiorare la situazione, perché rimase impigliato nei
fili della rete: non poteva più muoversi né lanciare
incantesimi, perché le sue mani erano strette nelle corde.
Così mi avvicinai a lui e vibrai un pugno che lo mandò al
tappeto. Avevo vinto e avevo sfruttato i pochi poteri che
avevo con la mia furbizia. Ora dovevo solo prendere i
poteri dello stregone per accrescere la mia magia; “usa il
suo stesso sangue” aveva detto il vecchio. Così presi la
spada e feci un piccolo taglio sul braccio dello stregone, dal

quale fuoriuscì del sangue. Poi toccai il sangue e una
scarica elettrica invase tutto il mio corpo. Mi sentivo
rinvigorito, le forze stavano tornando, oltre alla
consapevolezza che la mia magia si stava accrescendo.
Quando terminò, mi sentivo rinato e più sicuro di me stesso
e della mia missione. Poi sentii una voce in fondo alla
palestra e la riconobbi subito. “Bravo ragazzo, ce l’hai fatta;
hai sconfitto il primo stregone e preso i suoi poteri” disse il
vecchio. “Cosa ne farete di questo ragazzo ora che non è
più pericoloso?” chiesi. “Lo porteremo al Consiglio, gli
cancelleremo tutti i suoi recenti ricordi e lo reinseriremo
nella società umana. Il tuo lavoro è compiuto. Per ora” e
detto questo sparì con Sir Morris. Gli studenti guardavano
allibiti, ancora impigliati sotto la rete. “Dai, adesso facci
uscire, poi però vogliamo delle spiegazioni” disse Matteo in
tono burbero ma con aria sollevata. Io gli sorrisi e
cominciai a slegarli uno per uno. Una volta slegati tutti gli
studenti, cominciai a raccontare loro la mia storia e tutti mi
guardavano allibiti, come se stessi raccontando un qualcosa
che da loro era distante miglia e miglia: d’altronde anche io
la prima volta ero rimasto un po’ scioccato. Quando ebbi
finito di raccontare, tutti rimasero in silenzio, come per
raccogliere le idee. Poi Matteo si alzò di nuovo e disse:
“Questa storia è veramente strana e se non l’avessimo
constatato con i nostri occhi ti avremmo sicuramente
scambiato per un pazzo. Ora però sappiamo la verità e noi ti
aiuteremo come potremo, benché siamo soltanto semplici
mortali in confronto a te e a tutti gli altri stregoni. Non
vogliamo però che la Terra venga distrutta e quindi faremo
tutto il possibile per sostenerti. Evviva il Cavaliere!”. E
dalla palestra si alzò un boato di urla e applausi: veramente

non sapevo cosa dire.
Poi però da un angolo nascosto della palestra sentii
un’implorazione di aiuto. Mi diressi vero quella zona e lì
trovai tutti i professori del liceo legati come salami. Mi ero
totalmente scordato di loro: che figura! Una volta slegati
anche loro, ci dirigemmo tutti nuovamente verso la scuola.

EPILOGO
Ormai ero diventato il ragazzo più famoso della scuola e
tutti mi trattavano con rispetto: ero ciò che avevo sempre
desiderato. Benché mi lasciassi portare sulle ali della
popolarità, raccomandai a tutti, anche ai miei genitori (ai
quali avevo già raccontato tutto l’accaduto) di non riferire a
nessuno questa storia perché sarei stato considerato da tutti
un pazzo e sarei stato sommerso dai giornalisti. Tutti mi
promisero di non farlo. Ok, non tutti si fecero convincere
facilmente, ma qualche minaccia in più ogni tanto funziona.
Quindi tutto si era concluso per il meglio e la Terra, almeno
per il momento, era salva. Non pensavo più ai duelli che mi
attendevano, non pensavo agli stregoni malvagi là fuori che
mi stavano cercando, ma soltanto a godermi la vita. Irez
aveva perso uno dei suoi servi e il Bene aveva vinto.
Questo era ciò che ripetevo a me stesso.
Ma il Maligno, nascosto nell’oscurità della sua tana, sapeva
qualcosa di cui nessuno era ancora a conoscenza: la vera
guerra non era ancora cominciata.

FINE PRIMA PARTE


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