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a bordo della mehari verde .pdf



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a cura del Liceo Statale Pitagora - B. Croce

A bordo della
Mehari verde
da Fortapàsc il riscatto dei
giovani torresi

1

A bordo della Mehari verde
Supplemento del periodico TorreSette
Direttore responsabile Giuseppe Chervino
Aut. Tribunale di Torre Annunziata n. 10 del 30 Luglio 2003

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A tutti i giovani di Torre Annunziata

…per cambiare il mondo, inizia con un passo.
Se pur piccolo, il primo passo
è il più difficile di tutti.
(Dave Mattews)

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PREFAZIONE
CORRADO LEMBO

procuratore della repubblica di Salerno
ex alunno del liceo B. Croce

GIUSTIZIA È VERITÀ: L’ESEMPIO DI
GIANCARLO SIANI
Quando il Preside Capossela mi ha proposto di scrivere la prefazione di
questo libro, dedicato alla memoria di Giancarlo Siani, un sentimento
di gratitudine e di orgogliosa appartenenza alle comuni radici culturali
che, da circa cinquant’anni, mi legano al liceo “Benedetto Croce” ,
mi ha profondamente pervaso. La gratitudine è legata soprattutto al
privilegio di partecipare, quale ex alunno, ad un evento importante della
storia dell’Istituto al quale, grazie alla sensibilità di quell’illuminato
dirigente scolastico, è stata restituita la sua originaria denominazione.
Ma la riconoscenza è ancora più intensa per il fatto che, anche per il
mio modesto tramite, il “nostro” liceo ha inteso onorare la memoria di
quel giovane e brillante cronista che, a prezzo della sua stessa vita, ha
testimoniato fino in fondo il suo amore per la Verità e la Giustizia.
Questi valori hanno dato e danno tuttora rilievo e continuità spirituale ad
una tradizione di formazione ed accrescimento culturale che vanta più
mezzo secolo di storia, a far tempo dal giorno in cui un corpo docente
di altissimo livello propose l’intitolazione del glorioso liceo torrese al
grande filosofo napoletano.
E non v’è dubbio che dagli scritti di quel giovane martire della Verità e
della Giustizia, barbaramente trucidato dalla camorra per avere tenuto
fede con coraggio e coerenza alla sua missione, e dalle testimonianze,
appassionate e commoventi, di tutti coloro che hanno incrociato il suo
destino e il suo esempio luminoso un dato, sopra tutti, emerge con
nitida chiarezza: non v’è - né vi sarà mai - Giustizia senza Verità, al
punto che può senz’altro affermarsi, come Giancarlo Siani nella sua

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vita ha testimoniato con commovente semplicità e tenacia, che la stessa
Giustizia si fonda soprattutto, se non esclusivamente, sulla Verità.
Giancarlo Siani, al pari di altri giornalisti che hanno consapevolmente
dedicato la propria vita alla coraggiosa testimonianza del Vero e del
Giusto, ha pienamente attuato, sul campo del dovere, i principi che
regolano il proprio statuto professionale, riuscendo a coniugare in
modo davvero esemplare il “diritto insopprimibile” alla “libertà
d’informazione e di critica” con l’“obbligo inderogabile” del “rispetto
della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla
lealtà e dalla buona fede” (art. 2 L. 3 febbraio 1963, n. 69). Egli ha
dimostrato di possedere una fede incrollabile nei valori della cultura
che su tali principi hanno edificato una parte cospicua delle loro
fondamenta.
Cultura, giustizia e verità: ecco il trinomio valoriale sul quale dovrebbe
fondarsi ogni consorzio civile, come Giancarlo ci ha insegnato.
Ma, oggi, qual è l’idea di cultura cui si ispira la società contemporanea
e quale il suo significato profondo?
In via di prima approssimazione, seguendo le indicazioni dei migliori
dizionari enciclopedici, possiamo ancora oggi affermare che essa
si identifica nel concetto racchiuso nella parola greca paideia e nel
corrispondente termine latino humanitas. Con tali espressioni si
soleva indicare la conoscenza che l’uomo deve avere di se stesso e del
mondo che lo circonda e “la ricerca della verità in tutti i domini che lo
interessano”. Tale ricerca “non può realizzarsi come tale se non nella
vita della comunità, della polis”.
Nel secolo scorso, Benedetto Croce, nel criticare il processo di
evoluzione culturale culminato nell’enciclopedismo, ebbe modo di
notare che, già nella seconda metà dell’Ottocento, era prevalso “il tipo
d’uomo che ha conoscenze non poche, ma non ha la conoscenza; che
è ristretto a una piccola cerchia di fatti o dissipato tra fatti della più
varia sorta, ma che, così ristretto o così dissipato, è privo sempre di un
orientamento o, come si dice, di una fede”.
La cultura, dunque, è anche una questione di fede.
Tuttavia, nella società contemporanea, dopo la perdita di capacità
trainante delle grandi narrazioni metafisiche, ideologiche e religiose

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dell’occidente (dal cristianesimo all’illuminismo raziocinante, dal
marxismo all’«etica» capitalistica di weberiana memoria) nelle quali
questo atteggiamento culturale si esprimeva, sia pure con accenti e
intonazioni diverse, vi è ancora una fede che sorregge la cultura − la
vera cultura − e, se questa fede esiste tuttora, quali sono i suoi punti di
riferimento ideale?
Per rispondere a tale quesito, va segnalato che il pericolo maggiore
che la cultura contemporanea deve affrontare è quello di una deriva
culturale sempre più orientata verso il permissivismo ed il nichilismo
tecnocratico e sempre meno attenta al soggetto-persona, inteso come
centro d’imputazione di dignità e valori universali che quelle grandi
narrazioni avevano per tanti secoli alimentato col soffio della cultura
umanistica.
Un insigne Maestro della Scienza dell’Educazione, originario della
nostra terra1, ha osservato che, a voler cogliere l’atmosfera culturale
del nostro tempo, deve riconoscersi che i processi di globalizzazione
tecnologica e tecnocratica hanno progressivamente eroso le fondamenta
dell’umanesimo teocentrico ed antropocentrico che, per diversi millenni,
aveva dato un senso ed uno scopo al cammino dell’uomo sulla Terra.
Su questo sfondo va ritrovata e rifondata l’identità culturale del nostro
tempo attraverso un serrato confronto dialettico sia con i teorici del
moderno pensiero permissivista/nichilista, sia con i fautori di un
umanesimo tecnocratico, scientista e nichilista, nel quale l’uomo, privato
di un orizzonte di senso, finisce con l’essere abbandonato a se stesso,
disorientato nell’infinita complessità dei processi di globalizzazione e
modernizzazione.
Oggi si combattono aspramente due opposte concezioni del mondo e
del destino dell’Uomo sulla terra: l’una, alimentata dal pensiero forte
della metafisica, dall’ansia della ricerca della verità e del fondamento
di senso dell’agire umano, caratterizzata da un’opzione trascendentale,
metastorica e metafisica della persona umana, consapevole della sua
ontologica discontinuità rispetto al resto del creato (animali e natura);
l’altra, nutrita di pensiero debole, caratterizzata dall’assenza di verità
assolute e di ragioni fondanti, dominata dalla Galassia informatica

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e tecnocratica in un mondo globalizzato, nel quale l’abbassamento
della soglia della violenza è il frutto di una larga tolleranza che finisce
inevitabilmente per tradursi nell’indifferenza verso il prossimo, nel
disimpegno sociale, nello smarrimento delle ragioni stesse della
convivenza civile.
A nessuno può sfuggire che dalla vittoria dell’uno o dell’altro
schieramento dipenderà il destino dell’uomo nell’universo e il futuro
delle giovani generazioni. Queste ormai si trovano, oggi, di fronte ad
un bivio da cui si dipartono due strade nettamente distinte e separate.
La prima è caratterizzata da un clima culturale che alimenta il
permissivismo nichilista, fondato sostanzialmente sul nulla e privo
di un qualsiasi orizzonte di senso; essa conduce inevitabilmente al
disimpegno sociale ed alla giustificazione di un’etica della neutralità
anche di fronte alla questione criminale.
La seconda va incontro ad una rifondazione culturale che punta alla
costruzione di un nuovo umanesimo, in grado di coniugare il valore
fondante dell’uomo e il senso della sua presenza nel mondo e nella
storia con le nuove prospettive tecnologiche della Galassia informatica
e della biotecnologia.
Giancarlo Siani, che non aveva ancora conosciuto i vantaggi e i pericoli
connessi a queste nuove prospettive culturali, non ha partecipato a questa
sfida ma ha sostenuto, a prezzo della sua stessa vita, la concezione per
così dire classica della cultura, di cui il nostro liceo, pur senza rinnegare
i vantaggi della modernità che la Galassia elettronica esprime, è stato
per lunghi anni testimone ed interprete.
Ma, al di là dello specifico contesto nel quale si è tragicamente
consumata l’eroica vicenda di Giancarlo, sta di fatto che la memoria del
suo sacrificio rende particolarmente urgente ed attuale la ridefinizione
del rapporto tra cultura e legalità o, forse, sarebbe meglio dire tra cultura
e giustizia.
In realtà, è la cultura, intesa nel senso sopra indicato, che ci consente
di cogliere a pieno l’idea della giustizia. E non può sfuggire che
quest’ultima, se pure si accompagna e talora si contrappone alla
legge, è necessariamente il frutto di giudizi di valore storicamente
condizionati. Basti pensare alle disposizioni di legge che, direttamente

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o indirettamente, autorizzavano, in passato ma anche in tempi
relativamente recenti, negli Stati appartenenti al c.d. Occidente
civilizzato, la schiavitù, la tratta degli esseri umani, le discriminazioni
razziali ed altre simili nefandezze, poi universalmente bandite dagli
ordinamenti di tutti i Paesi civili.
Questa idea, destinata a formare o riformare quei valori e principi
fondativi dell’ordinamento, al pari del c.d. sentimento del diritto, idea
assai cara ai giuristi del XIX secolo2, può inevitabilmente formarsi
dopo che il diritto, inteso in tutte le sue concrete manifestazioni
normative, ha già percorso un tratto del suo cammino attraverso la
storia. Ed anzi, proprio dall’esperienza della concreta attuazione della
legge o delle norme giuridiche che da essa discendono, quell’idea di
giustizia si forma o si trasforma, a seconda della mutevole situazione
politica, economica e sociale del particolare momento storico che ha
caratterizzato la giuridica vigenza della legge. A voler parafrasare una
celebre metafora di Rudolf von Jering, uno dei padri del positivismo
giuridico moderno, quest’idea assimilabile alla nascita del sentimento
del diritto3, è destinata a seguire il diritto, anche e soprattutto, nella forma
normativa della legge che quest’ultimo è destinato ad assumere. In altri
termini, mentre le leggi fanno il loro corso nella storia, nasce l’idea
della giustizia che, almeno in qualche misura, inizialmente si riflette
nella legge per poi assumere la propria autonomia che può spingersi
finanche a ripudiare (per ragioni etiche, logiche, sistematiche o di altra
natura, variabili al variare della situazione storica del momento) la legge
stessa, espungendola o provocandone l’espunzione dall’ordinamento
medesimo. Anche a proposito della nascita dell’idea della giustizia
potrebbe ripetersi con Jhering: «le cose vanno […] come con l’ombra
di un viaggiatore, che si mette in strada prima dello spuntare del sole,
e va per tutto il giorno da occidente a oriente. Prima che il sole sia
sorto non fa ancora alcuna ombra; quando si è levato, la sua ombra
1 G. Acone, La paideia introvabile, ed. La Scuola, Brescia 2004, passim.
2 Tra questi giganteggia Rudolf von Jhering, il quale, nella raccolta di saggi dal titolo
La lotta per il diritto, p. 231, ha riassunto la sua posizione in merito al problema dell’
“emergenza del sentimento del diritto rispetto al diritto”.
3 V. nota precedente.

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cade, a seconda della sua mutevole posizione, ora dietro di lui, ora di
lato, ora davanti a lui. Il viaggiatore è il diritto [noi diremmo anche:
la legge], la sua ombra è il sentimento del diritto [noi ora diremmo:
l’idea di giustizia], il sole è la storia [per noi è la prospettiva storica
che condiziona la nascita e/o l’evoluzione/involuzione di quell’idea]».
E non v’è dubbio che la testimonianza e l’esempio di Giancarlo Siani
illuminano, come il sole della storia, il sentimento di verità e giustizia
che alberga in ciascuno di noi e che nella vita di noi tutti attende d’essere
concretamente attuato.

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INtroduzione
BENITO CAPOSSELA

dirigente scolastico del liceo Pitagora - B.Croce
Ci sono esperienze nella vita che ti segnano irreversibilmente. Come
quel terribile 23 settembre del 1985. Quando fu troncata la vita ad un
giovane cronista di 26 anni, impegnato ogni giorno a costruire la libertà.
Quella libertà che la camorra non voleva. Sorda ed inconsapevole
che non sarebbe bastato neanche l’ulteriore, tragico sacrificio di un
giornalista ad affermare la legge del più forte.
Trent’anni dopo, Giancarlo Siani è l’esempio che inseguono le nuove
generazioni.
Vive nei loro cuori, come vive in noi che, ragazzi del territorio, ci
affacciavamo alla società con speranza e voglia di fare.
Quei colpi penetrarono dentro di noi. Per un attimo, sentimmo la morte.
Durò un istante. La reazione fu veemente: il lavoro di Giancarlo non
doveva andare perso, doveva continuare in tutti i giovani di Torre
Annunziata, di tutta l’area torrese-stabiese, della penisola sorrentina,
della provincia di Napoli, della Regione Campania, del Paese.
Milioni e milioni di penne, milioni e milioni di coscienze a denunciare
la criminalità, a contrastare l’illegalità, a costruire la libertà. Come
stava facendo Giancarlo.
Trent’anni dopo, questo volume costruito dai giovani studenti del liceo
che mi onoro di guidare, e coordinato dall’attuale capo ufficio stampa
della Regione Campania Luciano Buglione, addetto alla comunicazione
della Cisl quando Giancarlo muoveva i primi passi nell’Osservatorio
sulla Camorra, struttura dell’organizzazione di analisi e ricerca sui
fenomeni criminali, è una testimonianza autentica di amore verso di lui,
è la sua vittoria!
A bordo di una Mehari verde... speranza. Per continuare il riscatto dei
giovani di Torre Annunziata, di tutto il Paese.

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Per il trionfo definitivo del bene sul male, della giustizia sulle ingiustizie,
della legge sull’illegalità.
Continuando a costruire la libertà.

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LA LEGALITA’ AL CENTRO DELL’AZIONE
DELLA REGIONE CAMPANIA
CATERINA MIRAGLIA

assessore all’Istruzione della Regione Campania
La Regione Campania è da anni attivamente impegnata sul tema
dell’educazione alla legalità, e trova nel mondo della scuola l’interlocutore privilegiato. 
Normativamente la Regione ha inciso con la LR 39/85, costituendo il
Centro di Documentazione Regionale contro la camorra e la Fondazione Polis, che in uno alle politiche di sostegno alle vittime innocenti della criminalità e di aiuto alla gestione dei beni confiscati, svolge
un’intensa azione di sensibilizzazione alla cultura della legalità. 
Tornare alla  memoria di tutte le vittime innocenti della criminalità è
il primo imprescindibile passo per ottenere un concreto riscatto dalle
mafie da parte dei nostri territori. 
Quale strumento di sicura azione di riscatto si é  introdotta la giornata
del ricordo, coincidente con l’emblematica data  del 19 marzo, anniversario della morte di don Peppe Diana, durante la quale tutte le scuole
della Regione Campania (di ogni ordine e di grado) devono dedicare un
componimento in ricordo di tutte le vittime innocenti della criminalità. 
La Giunta Caldoro da sempre incoraggia nell’ambito della propria azione di Governo tutte le iniziative, così come questa del liceo Pitagora B. Croce, in linea con il forte impegno posto a ribadire il ruolo centrale
svolto sui temi delle vittime innocenti della criminalità e della legalità.
Per non dimenticare e per mostrare concretamente ai nostri giovani che
oltre alla camorra un’altra Campania esiste, è forte e vuol far sentire
la sua voce. Le persone perbene sono la stragrande maggioranza in
Campania.
In questo contesto va il nostro ringraziamento agli studenti, ai docenti
ed alla dirigenza scolastica del Pitagora - B. Croce di Torre Annunziata
che ogni giorno con tanta passione così come in questo lavoro si sono
dedicati al perseguimento di un così nobile obiettivo.

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LICEO SPORTIVO E TENDOSTRUTTURA,
LA PROVINCIA DI NAPOLI
PER IL PITAGORA - B. CROCE
MAURIZIO MOSCHETTI

assessore alla Politica scolastica della Provincia di Napoli
Notevole il contributo che abbiamo dato come Provincia di Napoli al
liceo statale Pitagora - B. Croce ed all’ intera platea scolastica dell’ Area
Torrese per quanto concerne il diritto allo studio, diritto fondamentale
della persona, specialmente in questo periodo economico così difficile,
nel quale solamente chi otterrà una adeguata preparazione avrà la possibilità di trovare un lavoro che possa garantirgli un futuro migliore.
Diritto allo studio che abbiamo rafforzato grazie all’ attivazione di uno
dei cento licei sportivi d’ Italia.
Molti sono i giovani che aspirano a realizzare un progetto di vita attraverso lo sport superando il degrado ambientale e le difficoltà sociali in
cui vivono. Il liceo sportivo dà la possibilità di poter meglio abbinare
lo studio allo sport: la pratica sportiva nelle scuole non deve essere solo
rivolta a chi già effettua sport, ma allargata anche a quei giovani che
non lo praticano, ed il liceo sportivo deve essere utile anche in questo.
Lo sport aggrega, lo sport educa alla non violenza ed al rispetto delle
regole, degli altri e quindi di se stessi.
L’altro contributo riguarda i lavori di manutenzione straordinaria della
tendostruttura dove la Provincia di Napoli, nonostante le enormi difficoltà avute in conseguenza dei forti tagli, è riuscita a stanziare la somma di 300mila euro, ridando lustro e decoro alla tendostruttura che era
stata oggetto di gravissimi atti di vandalizzazione, mettendo finalmente
i giovani in condizioni di poter svolgere l’ attività sportiva in un ambiente salubre e sicuro.
Tutto questo grazie ad un lavoro di enorme intesa e collaborazione che
c’è stato tra il mio Assessorato, il dirigente scolastico Capossela, il direttore scolastico regionale Franzese ed il direttore generale Chiappetta.

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CARI RAGAZZI
PAOLO SIANI

presidente Fondazione Polis Regione Campania
Cari ragazzi, ho letto con piacere e con dolore le pagine del vostro libro
e ho apprezzato molto il lavoro che avete realizzato con gli insegnanti
e il preside.
E ho anche apprezzato il vostro coraggio.
“Trent’anni dopo, questo volume costruito dai giovani studenti del liceo
che mi onoro di guidare è una testimonianza autentica di amore verso
Giancarlo. E’ la sua vittoria!”
Così scrive il preside, prof. Benito Capossela, e anche io la penso così,
ma la cosa che mi rattrista è che ci sono voluti 30 anni (troppi) affinché
Giancarlo vincesse. È troppo tempo, un tempo esagerato.
E io ricordo bene la sua solitudine a Torre Annunziata ma ricordo
altrettanto bene la mia solitudine nei giorni, nelle settimane, nei mesi e
negli anni successivi alla morte di Giancarlo. Nessuno sapeva, nessuno
era in grado di fare ipotesi. Se ne sono dette tante sul mio povero
Giancarlo e nessuno era capace di dire o di scrivere la sola verità.
Giancarlo aveva scritto troppo, si era interessato di affari “complicati”.
Eppure, bastava leggere i suoi articoli.
Grazie al lavoro di magistrati attenti si è riusciti dopo 11 anni a sapere
la verità, con le condanne all’ergastolo. Ma è tutta la verità?
Oggi è certamente più facile parlare di Giancarlo, salire sulla sua
Mehari, raccontare quegli anni, difficile era farlo allora, nel 1985.
La cosa che mi viene da pensare oggi leggendo il vostro lavoro è che
forse vi dovevate incontrare prima, voi, cari ragazzi, e Giancarlo. Se ci
fossero state delle “sentinelle” come voi in quegli anni, forse, chi sa....
Ma la storia voi la conoscete bene, Giancarlo era solo ed è rimasto solo
per tanti anni.
Cari ragazzi, io non verrò all’inaugurazione ma ho voluto durante le
mie ferie estive leggere il vostro libro che gentilmente il preside mi ha
inviato e scrivervi queste righe, per dirvi grazie, e spero che Giancarlo

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rimanga nel vostro cuore.
Noi sappiamo che c’è una grande parte del territorio della nostra regione
che ha delle risorse incredibili, ed è spesso la parte più giovane, quella
che ha sogni, aspirazioni, ambizioni che nessuno è riuscito ancora a
distruggere, vi chiedo di continuare a sognare e vi chiedo di battervi per
cambiare il nostro sud. Voi ce la potrete fare.
La Mehari che tutti ricordano a Torre Annunziata come a Napoli e
che pochi giorni prima dell’inizio delle riprese del film di Marco
Risi “Fortapàsc”, è stata ritrovata e che io custodisco gelosamente, è
un simbolo di riscatto, di legalità e di giustizia e sarebbe stato bello
esporla lì a Torre Annunziata. Ma ancora non sappiamo cosa fare di
quella spiaggina, come scrive Roberto Saviano.
Ho voluto, però, con la Fondazione Polis e insieme a Regione Campania,
Comune di Napoli e un vasto partenariato istituzionale e sociale,
promuovere un concorso internazionale di idee per la realizzazione di
un’installazione artistica della Mehari, che sarà collocata al Vomero,
presso la rotatoria di via Caldieri.
Ma prima ancora che ciò accada e che l’opera vincitrice dell’architetto
Vincenzo De Luce sia installata a imperitura memoria nel quartiere dove
io e Giancarlo abbiamo sempre vissuto, ho pensato che fosse giusto far
compiere alla Mehari il tragitto che la camorra le ha impedito di fare
insieme a mio fratello il 24 settembre 1985, dal Vomero alla sede de “Il
Mattino” in via Chiatamone.
E sì, questa rivincita Giancarlo la meritava e pure quella macchina, che
non si è arresa sotto i colpi dei killer della camorra, la meritava.
Quel giorno la Mehari di Giancarlo ha voluto dire a tutti “io sono ancora
qui”, nonostante tutto e simbolicamente seduto lì al suo posto c’era
anche Giancarlo, non piegato su un lato e senza vita ma bello diritto,
vivo e forte.
E’ nato così il progetto “In viaggio con la Mehari”, che ha avuto inizio
il 23 settembre 2013, 28 anni dopo l’omicidio di Giancarlo, un percorso
partito dal Vomero e che ha toccato la sede de “Il Mattino”, il Palazzo
delle Arti di Napoli, il Duomo di Napoli, dove la Mehari è stata accolta
dal cardinale Crescenzio Sepe, la Camera dei Deputati e il Senato della
Repubblica alla presenza dei presidenti Laura Boldrini e Pietro Grasso,

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il Comando generale dell’Arma dei Carabinieri grazie all’impegno del
generale Leonardo Gallitelli e il Parlamento Europeo a Bruxelles, dove
abbiamo incontrato il presidente Martin Schulz.
Ricordo le parole di Schulz: «Sono qui con voi per dire che non siete
soli. La lotta alle mafie è sostenuta al cento per cento dall’istituzione
che rappresento. Contate su di me come io conto su di voi».
Il “viaggio” della Mehari ha portato con sé non solo la storia di
Giancarlo ma anche quelle di tutte le vittime innocenti di criminalità e
dei giornalisti uccisi dalle mafie e dal terrorismo e nei territori colpiti
dalle guerre, e ancora quelle dei tanti cronisti sottoposti a minacce e
intimidazioni.
La Mehari è simbolo di legalità perché portavoce delle sacrosante
istanze delle vittime di criminalità, dal desiderio di memoria e giustizia
all’applicazione di norme che tutelino realmente chi ha pagato con
il sacrificio estremo l’aver semplicemente svolto il proprio mestiere
o l’essersi opposto con fierezza alla prepotenza del crimine o ancora
l’essersi trovato per un maledetto caso lungo la traiettoria di un proiettile
vagante.
La Mehari rappresenta e racconta anche il vostro impegno a Torre
Annunziata, la vostra determinazione nel voler sapere, voler raccontare
voler affermare la legalità.
E infatti, come in tutti i progetti sui temi della legalità, un ruolo
fondamentale è stato ricoperto dalle scuole. Al Palazzo delle Arti
abbiamo accolto tante delegazioni di studenti ed è stato veramente
commovente constatare come l’esempio di Giancarlo continui ad essere
vivo anche in chi non l’ha mai conosciuto.
Ai ragazzi, a tutti i ragazzi della nostra regione e in modo particolare
a voi ragazzi di Torre Annunziata voglio lanciare un appello: salite
tutti idealmente a bordo di quella Mehari verde, respirate il profumo
di legalità e di giustizia che emana, scegliete di stare dalla parte giusta,
quella delle vittime innocenti di criminalità e di chi non si arrende al
crimine. Fate camminare quella vecchia spiaggina, con la forza della
vostra volontà, delle vostre idee. Qui é in gioco il vostro futuro, il futuro
della nostra terra.
Lo dobbiamo a Giancarlo, alle oltre 1000 vittime innocenti di criminalità

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del nostro Paese e a chi continua a sognare una Napoli, una Campania
e un’Italia migliori e libere dalla mafia. Trasformiamo insieme questo
sogno in realtà. Ce la possiamo fare.
Pensate che il futuro è nelle vostre mani e non permettete a nessuno di
rubarvelo, meno che mai a chi fa della violenza la sola ragione di vita.
Voi siete più forti e siete la maggioranza.

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GIANCARLO, GIORNALISTA TENACE
E ATTIVO
FRANCESCO CIRILLO

vice direttore generale P.S., direttore centrale Polizia Criminale
ex alunno del Liceo B. Croce
Il ricordo di Giancarlo ed il suo sacrificio rimangono, al di fuori di ogni
retorica, vivi in tutti gli uomini onesti.
Da cittadino, Giancarlo costituì un fulcro dei primi e temerari movimenti
del fronte anticamorra che sorgevano allora nell’area di Torre
Annunziata: promotore inesauribile di iniziative, firmatario di manifesti
d’impegno civile e democratico, rappresentava un ostacolo reale per
chi viveva di e all’ombra del crimine organizzato ma soprattutto un
punto di riferimento ideale per coloro che coraggiosamente rifiutavano
di arrendersi al potere invasivo dell’illegalità.
Da giovane giornalista, Giancarlo Siani fu tenace ed attivo. Nella
sua collaborazione a Il Mattino e ad altri giornali e riviste, riuscì a
comprendere, con sempre maggiore lucidità, lo sviluppo delle attività
della camorra e le complicità con la politica, svelando ai propri lettori
le connivenze che si erano instaurate stabilmente in particolare dopo il
terremoto del 1980.
Più di ogni altro, denunciò gli intrecci tra le malavite organizzate
torrese-stabiese con alcuni politici del tempo.
Le sue inchieste giornalistiche - soprattutto quella pubblicata in un
famoso articolo pubblicato il 10 giugno 1985 - indussero la camorra a
soffocare quella voce libera, forte e pulita.
Ripensando alla mia pluriennale ed articolata esperienza professionale
nella Polizia di Stato, ricordo ancora oggi con grande emozione i
mesi dedicati alle indagini - alle quali ebbi occasione di fornire il mio
contributo - per diradare la nebbia che sembrava circondare quella
tragica sera del 23 settembre 1985 ed affidare alla giustizia i mandanti
e gli esecutori di quel tremendo delitto.
Cosa è rimasto da allora?

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E’ rimasto l’esempio; è rimasto il grido delle persone oneste contro ogni
forma di violenza e di criminalità; è rimasta la certezza che, a distanza
di questi trent’anni, la figura di Giancarlo Siani si rafforza ogni giorno
sempre di più.
La lotta ad ogni forma di criminalità ed alla subcultura in cui essa
si sviluppa, permeate di rassegnazione, di indifferenza ed anche di
complicità, continua senza sosta per affermare i valori della legalità.
Lo scrivo perché ne sono profondamente convinto, da cittadino prima
ancora che da uomo delle Istituzioni di questa Repubblica.
Il compito dei giornalisti valorosi - come certamente era Giancarlo - è
di svelare la verità; a noi, come cittadini e come rappresentanti dello
Stato, quello di difendere quella verità e proteggere tutti coloro che
tentano di diffonderla.
Iniziative come questa pubblicazione - che raccoglie testimonianze
di coloro che furono vicini al giornalista nella sua, purtroppo breve,
esistenza nonché riflessioni di giovani che lo hanno conosciuto soltanto
attraverso i suoi articoli - contribuiscono, da una parte, a recuperare il
senso di vicinanza e di appartenenza collettiva allo Stato e, nel renderci
fiduciosi nel futuro, costituiscono uno dei modi migliori per onorare la
figura di Giancarlo Siani.

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I GIOVANI SONO IL PRESENTE
LUISA FRANZESE

direttore Ufficio Scolastico della Campania
Ricordare e parlare, nelle nostre scuole, di Giancarlo Siani, ucciso dalla
camorra a soli ventisei anni, rappresenta, sicuramente, un modo per
fornire ai giovani un grossissimo esempio di chi combatte contro l’illegalità, un esempio che fa comprendere come l’educazione alla legalità
non sia un argomento da studiare sui libri di testo, ma un’idea che deve
nascere nel cuore di ognuno, fin da piccoli, e crescere pian piano. Se
ciò non accade sarà molto difficile avere rispetto per le regole e, quindi,
rispetto per gli altri.
Essendo impegnata in prima linea per la scuola, mi sento molto vicina
ai giovani. Spesse volte, in questi anni, ho avuto modo di confrontarmi
con gli studenti ed ho potuto constatare come molti di loro si sentano
fragili e disorientati, senza certezze, ma, tuttavia, con un forte desiderio
di lottare per costruire un futuro migliore e “vivere” nel presente e con
partecipazione la società di cui si sentono, fortemente, parte integrante.
La legalità si coltiva “costruendo” una società viva, accogliente, eterogenea, formata da persone che sappiano vedere negli altri non un potenziale nemico ma un possibile amico. Una società ospitale, aperta alle
differenze e cementata da diritti e doveri condivisi. Per questo motivo
ritengo che i nostri giovani siano il futuro della nostra società, ma ne
rappresentino, soprattutto, il presente.
Don Bosco diceva: “I giovani li ami e poi li capisci perché l’educazione è una cosa del cuore (…), amando quello che i giovani amano, essi
ameranno quello che noi amiamo”.
Per questo il compito di un’istituzione educativa come la scuola è quella di affiancare i giovani, mettendo in evidenza tutto ciò che di buono
c’è in loro e proponendosi come un ambiente familiare capace di fornire quelle competenze atte a garantire loro un futuro professionale,
senza perdere di vista la loro realizzazione personale, i loro desideri, i
loro sogni.

20

È compito degli educatori, dei docenti e di quanti, a vario titolo, lavorano nell’istituzione scuola, creare le condizioni di apprendimento
necessarie ad assicurare agli allievi una crescita equilibrata, volta non
solo al potenziamento del bagaglio culturale e delle conoscenze umanistiche, scientifiche e sociali, ma anche e soprattutto all’affermazione, in
ciascuna coscienza individuale, dei grandi valori per i quali vale la pena
impegnare se stessi e la propria esistenza.
La legalità, la giustizia, il rispetto verso gli altri, il contrasto alla delinquenza ed alla criminalità sono tra questi. E si traducono in tante
azioni: una tra queste è quella di lavorare alla riutilizzazione di un bene
pubblico rovinato ed inutilizzato e riportarlo al servizio degli studenti.
Desidero, pertanto, ringraziare tutti gli studenti dell’Istituto Pitagora
- B. Croce che hanno speso parte del loro tempo, anche quello libero,
per vincere questa battaglia e, con essi, tutti gli operatori, dal dirigente
scolastico ai docenti a tutto il personale che, ciascuno per la sua parte,
si sono prodigati per sostenerli nello sforzo.
Sì, ha ragione Dave Mattews: “per cambiare il mondo, inizia con un
passo. Se pur piccolo, il primo passo è il più difficile di tutti”.
Ragazzi, ci siete riusciti. Torre Annunziata, la Direzione Scolastica Regionale, la comunità sono fieri di voi. E, sono certa, da lassù Giancarlo
continuerà ad accompagnarvi con il suo dolce sorriso!

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GLI SCRITTI DI UNA VITA
ERMANNO CORSI

ex presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania
Le parole di una vita sono quelle che Giancarlo Siani non ha pronunciato,
ma scritto in 651 articoli e brevi saggi pubblicati su varie testate (dal
Lavoro nel sud all’Osservatorio sulla camorra, dal quotidiano Il Mattino
al periodico Scuola-Informazione). E’ un percorso giornalistico vissuto
molto intensamente da parte di chi, ancora molto giovane, aveva già
un’idea ben precisa di quello che voleva fare: non essere soltanto un
osservatore dei fenomeni sociali, ma uno che sapesse raccontarli per
creare, intorno ad essi, una diversa coscienza collettiva e fare in modo
che le istituzioni non ne rimanessero indifferenti. I due volumi curati
da Raffaele Giglio sono una testimonianza di grande valore riguardo ai
temi trattati e al modo coraggioso di rappresentarli.
Compito del giornalista non è forse stato sempre quello di togliere il
velo ai fatti e le veline alle idee? Giancarlo Siani ne era fermamente
convinto. Giornalismo di denuncia, di critica e di azione, quindi. Ne
discutevamo spesso, in assemblee di categoria e di corrente, al Circolo
della Stampa che aveva ancora sede nella Casina del Boschetto in Villa
comunale. Il suo primo articolo è del 1979 (lui aveva vent’anni). Molto
significativo il titolo: “Da grande voglio fare il giornalista”. Parlava
di sé, ma il suo pensiero era rivolto ai tanti giovani, culturalmente
e professionalmente dotati come lui, che non trovavano modo di
collaborare con qualche testata e incominciare a farsi valere. Giancarlo
pensava ad una Scuola regionale di giornalismo che fosse un concreto
avvio per la liberalizzazione dell’accesso alla professione. Allora si
trattava di un’idea tanto innovativa da apparire troppo in anticipo sui
tempi. Ci sono voluti diversi anni, ma la sua idea ha trovato realizzazione.
Anche in Campania sono sorte, in ambito universitario, due Scuole di
formazione: a Suor Orsola Benincasa e a Salerno-Fisciano.
Giancarlo non si perse d’animo, non era nella sua natura. Continuò a
confrontarsi con le generazioni di giornalisti che lo avevano preceduto.

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Vivaci e determinati i suoi interventi nelle riunioni di Rinnovamento
Sindacale che lui considerava la parte più “sensibile del giornalismo
napoletano verso un processo di democratizzazione”. Rinnovamento era,
infatti, la corrente nata, a Napoli, dopo la costituzione del Movimento
dei Giornalisti democratici, a Salerno, un paio d’anni prima. Il vento
della contestazione del ’68 si era fatto sentire anche in Campania.
Giancarlo studiava. Dopo il liceo al Vico si era iscritto a Sociologia
presso la facoltà di lettere. Ma il suo desiderio vivissimo era di mettersi
alla prova e dimostrare che la Sociologia diventava rappresentazione
accurata e coraggiosa della società: non una qualsiasi, ma quella
napoletana dove la quotidianità era un dramma per i meno abbienti, per
i non garantiti, per le fasce più deboli. Questo il terreno e l’ambito della
sua osservazione e del suo impegno civile.
Riuscito a farsi notare e apprezzare dalla Redazione di Cronaca de Il
Mattino, si rese subito conto che, in quella fase editoriale, non c’erano
possibilità per l’assunzione come Giornalista Praticante. Poiché,
però, era già iscritto all’elenco dei Pubblicisti, gli venne offerta la
corrispondenza da Torre Annunziata. Positivo l’incontro con l’allora
direttore del quotidiano di via Chiatamone, Roberto Ciuni. Senza
minimamente sottovalutare l’opportunità che gli si presenta, Giancarlo
si trasferisce anima e corpo nel territorio torrese, facendo ogni giorno
il pendolare fra Napoli e Torre Annunziata. Di questo comune impara
a conoscere subito la storia, i personaggi, la geografia politica e la
“fauna” umana. La sua prima idea è che si tratta di un territorio ricco
di risorse che vengono però divorate da una “ragnatela” di complicità
e di affarismi di vario genere: una cappa immonda che soffoca ogni
respiro e che pregiudica qualsiasi prospettiva di progresso. Si getta sulla
cronaca non solo per raccontare compiutamente i fatti che accadono,
ma soprattutto per centrarne le cause in un contesto sociale largamente
segnato da omertà e paura di parlare. Ogni giorno si muove tra il
Comune, il Tribunale, le Scuole, i Circoli giovanili e le Associazioni
che svolgono attività sociale. La lezione che aveva imparato ora la
metteva in pratica: il giornalismo deve essere l’occhio e l’orecchio
dell’opinione pubblica e il cane da guardia della democrazia. Principi
validi sulla carta ma di non facile applicazione in un contesto dove il

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rapporto omertoso prevale nettamente sull’obbligo della verità.
L’idea iniziale si fa sempre più precisa. A Torre Annunziata la legalità
non è un valore, è un non senso. L’illegalità è la vera pratica di vita. La
sopraffazione annulla ogni diritto, la camorra – con i suoi clan locali,
ma anche con i rapporti con la mafia, è un vero “potere criminale”.
Al giornalismo tocca un compito di denuncia costante e documentata:
tocca dare voce a chi vuole denunciare, rendere protagonisti coloro che,
anche se minoritari, non accettano di rassegnarsi rinunciando ad ogni
possibilità di cambiamento.
All’inizio sono pochi, ma via via – grazie alle corrispondenze di Giancarlo
- si comincia a prendere coraggio. Si forma una coscienza anticamorra,
i boss avvertono un primo, espressivo isolamento. Reazioni di cittadini
che rifiutano la violenza, non mancano. La malavita organizzata, che
in certi momenti era diventata stragista pur di mantenere il predominio
sui traffici più lucrosi, comincia a dare segni di insofferenza. Siani è un
giornalista troppo pericoloso. Non mancano episodi di intimidazione.
Ma lui aveva assimilato in profondità la lezione della resistenza. Del
resto, mai come in quel periodo, tutta la Redazione de Il Mattino che
sovrintendeva al vasto territorio fra Castellammare e Torre Annunziata
(con il micidiale quadrilatero delle carceri), fra Torre del Greco ed
Ercolano, aveva un comportamento univoco: essere una barriera contro
tutte le forme di illegalità. L’unica legge che doveva valere era quella
dello Stato. Il responsabile della Redazione, Mino Jouakim, proveniva
da tante prove di coraggio date nei lunghi anni di lavoro come cronista,
inviato del giornale e come autore di libri sulle più impressionanti
vicende napoletane.
Con il suo sostegno e la sua condivisione, Giancarlo scopre tutte le
carte della “ragnatela” torrese e vesuviana. Va al cuore della trama
affaristica (una tangentopoli ante litteram). Traffici di droga a livello
internazionale, estorsioni, fiume di denaro sporco, speculazioni sul post
terremoto, complicità e connivenze con alcuni ambienti del Comune: la
rete degli interessi è tanto forte che scoppiano rivalità e contraddizioni
all’interno stesso dei clan e dei loro referenti napoletani. Gionta,
Nuvoletta, Bardellino: il triangolo dell’economia criminale, degli
agguati sanguinari e dei tanti morti-ammazzati. La “cupola” malefica

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che intossica la vita di un’intera comunità e che viene attraversata da
spietati regolamenti di conti.
Per recuperare terreno, la cupola maledetta ordina l’eliminazione fisica
di Giancarlo Siani visto che tutta la serie di minacce e di intimidazioni
non ha sortito alcun effetto. L’assassinio suscita un’ondata di sdegno
che va oltre i confini del nostro Paese. Non c’è ambiente che non
comprenda la drammaticità dell’episodio. Giancarlo diventa subito
un simbolo e la mobilitazione in difesa del coraggioso cronista che
aveva fatto della libertà di cronaca, di critica e di opinione un dovere
etico - morale, diventa generale. Era il tempo in cui chi combatteva
nel Vietnam veniva considerato un patriota della democrazia. Miriam
Mafai, allora presidente della Federazione nazionale della Stampa, non
esitò a dire che Torre Annunziata doveva essere considerata “il nostro
Vietnam” e Giancarlo Siani un difensore della democrazia.
Sì, Giancarlo che voleva diventare a tutti i costi un Giornalista
Professionista per poter agire in ambiti più vasti e dare prove ancora
più significative della sua passione civile, della sua professionalità e
della sua cultura. L’esperienza tragica di Torre Annunziata aveva già
messo in luce, tuttavia, le sue grandi qualità e la sua spiccata sensibilità
sociale. Il titolo di Giornalista Professionista gli arriverà, purtroppo, ad
assassinio compiuto: sarà l’Ordine nazionale a conferirglielo durante
una solenne e commossa manifestazione a Roma. A Napoli la proposta
era stata avanzata dal direttore Il Mattino Pasquale Nonno. Da allora
non si sono contate le iniziative anticamorra in tutta Italia: i cortei, le
scuole intitolate a Giancarlo Siani come esempio da indicare soprattutto
agli studenti e alle nuove generazioni. Nasce anche un Premio che, in
una delle prime edizioni, viene assegnato a Roberto Saviano per il libro
Gomorra. Nel nome di Siani diventava più facile far comprendere
l’urgenza di isolare i clan e impegnarsi nell’affermazione dei valori di
libertà e di giustizia. Appariva tuttavia insufficiente “commemorare”.
Occorreva dare un nome a mandanti e killer. Era crescente la voglia
di giustizia. Invece le indagini camminano al rallentatore e, a un certo
punto, sembrano scomparire nel porto delle nebbie.
Si deve a un magistrato molto scrupoloso se si arriva a una svolta
decisiva. Armando D’Alterio, pubblico ministero antimafia,

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ripercorre tutte le fasi del processo, rilegge una quantità di documenti,
interrogatori, verbali di udienza. Sottopone a nuovi controlli i molti
indagati, riverifica le testimonianze di collaboratori di giustizia. Dopo
dodici anni, mandanti ed esecutori hanno finalmente nomi e volti. La
sentenza definitiva arriva nel 2003. Ci sono voluti 18 anni.
Se la pagina giudiziaria può ritenersi formalmente chiusa, la vicenda
di Giancarlo resta aperta per tutto quello che continua a rappresentare
in termini di valori, messaggi, simboli. Anche il cinema se ne occupa
con il film Fortapàsc di Marco Risi. Qui qualche obiezione è doverosa.
E’ pur vero che un film non è un documentario, ma se ci si riferisce a
quello che realmente è accaduto, il rispetto dei fatti è doveroso. La scena
iniziale del film è quanto di più lontano si poteva immaginare rispetto
agli interessi e allo stile di vita di Giancarlo. Non una scena con lui nudo
che esita a buttarsi a mare resistendo ai richiami (erotici?) di alcuni
compagni. Meglio sarebbe stato dare la prima immagine di Giancarlo
alla testa di un corteo di persone che protestano perché abbandonate
dalle amministrazioni pubbliche. Sarebbe stata un’immagine di verità
perché davvero lui, militante in un Sindacato oltre che assiduo nelle
iniziative contro la malavita organizzata, non si risparmiava quando
si trattava di sostenere le ragioni degli emarginati e delle fasce più
deboli. Sbagliata anche l’idea che il responsabile della Redazione da
cui Giancarlo dipendeva, avesse cercato di rallentare il suo lavoro
scrupoloso di indagatore, esortandolo magari, a un giornalismo del
“quieto vivere” e della ufficialità. Niente di più distante dalla realtà.
Lo stesso magistrato che ha riaperto e fatto giungere a conclusione il
processo, il pm D’Alterio, ha avuto modo di affermare: “Non riconosco,
nel Siani del film, la timidezza che gli è stata attribuita”. Niente
timidezza, dunque, proprio perché, in Redazione, nessuno gli aveva mai
posto limiti e condizioni. Quando è stato ucciso, nel pomeriggio del 23
settembre 1985, Giancarlo aveva compiuto 26 anni pochi giorni prima.
Ora il fratello Paolo parla della Mehari verde, la strana auto dell’agguato,
e annuncia: “E’ stata riparata e tornerà presto in funzione. Vede come
è strano il destino! Mio fratello non c’è più e la sua auto la rivedremo
in circolazione!”. Nel 2015 saranno trent’anni dal feroce agguato.
Tutte le manifestazioni che si svolgeranno non saranno soltanto delle

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“commemorazioni”. Trent’anni, pur nella grande prospettiva del
tempo, sono già di per sé un passato. Ma sempre valida e attuale resta la
lezione di Benedetto Croce quando afferma che il passato va rivissuto
nel presente e deve tenere viva la memoria dei nostri doveri.
Significativo che l’ultimo articolo dei 651 contenuti nei due volumi,
scritto da Giancarlo Siani il giorno prima della morte, racconti di una
nonna che manda il nipote, su commissione dei clan, a vendere l’eroina.
Un monito per le famiglie, per la scuola, per la società: fermare in tempo
la mala pianta della micro criminalità che, quando arruola i giovani,
non li lascia più. E’ doveroso intervenire quando ancora c’è prospettiva
di recupero e di salvezza.

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COMINCIO’ COSI’…

LE TESTIMONIANZE DEI PROTAGONISTI
I DOCENTI DEL LICEO PITAGORA - B. CROCE
Tutto ebbe inizio quel 23 settembre 2011, quando il Liceo Statale
Pitagora - B. Croce ospitò un convegno, organizzato dall’assessore alla
cultura di Torre Annunziata, prof.ssa Maria Elefante, in memoria di
Giancarlo Siani.
La manifestazione del 23 settembre fu preceduta da una preparazione
con la scelta degli scritti di Giancarlo da assegnare alle varie scuole,
scritti estrapolati da Le Parole di una vita, opera in due volumi a cura
di Raffaele Giglio, professore di letteratura italiana presso la facoltà
di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Napoli, per i tipi di
Phoebus Edizione (2007). Gli articoli sono esattamente 651 e denunciano
fatti e misfatti avvenuti a Torre Annunziata tra il 1979 ed il 1985.
Giancarlo era il corrispondente di cronaca da Torre Annunziata e
ogni giorno scriveva di atti, di criminalità, agguati, omertà, omicidi,
collusioni. Era ancora molto giovane, tuttavia aveva le idee molto chiare
su quello che fosse il suo mestiere e lo mise in atto nella nostra città: non
solo osservare e raccontare i fatti, ma farlo in modo tale da sollecitare
e smuovere concretamente la coscienza collettiva e le istituzioni di un
paese che languiva sotto l’oppressione della longa manus maledetta e
corrosiva della camorra, che si era infiltrata e radicata anche a “Palazzo
Criscuolo”.
Giancarlo nella sua missione quotidiana si convinceva ogni giorno di
più che la legalità a Torre Annunziata non fosse un valore, un diritto
inviolabile ed inalienabile di ogni cittadino; a Torre Annunziata “la
legalità era un non senso”. L’illegalità a tutti i livelli era l’unica legge,
la “vera pratica di vita”!
Fu convinto assertore e lo si è visto nei fatti, che compito del giornalismo
fosse non solo quello di osservare, denunciare, testimoniare in modo
documentato ciò che va contro legge, ma soprattutto quello di dar

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voce a coloro che, in realtà così tanto degradate, diventano voci fioche,
isolate, emarginate, prima o poi destinate a soccombere.
Non si fermò nel suo giornalismo di denuncia, Siani, nonostante le
intimidazioni...
Sotto l’urgere di forti sentimenti di libertà e giustizia si convinse sempre
più che bisognava “seminare”, per cominciare ad ergere baluardi,
seppur sparuti, contro tutte le forme di illegalità, in una città divenuta
un putrido pantano contagioso, dove, tuttavia, anche se sommersi dal
fango, sani germogli cercavano di espandere radici.
E nel suo ultimo articolo, scritto il giorno prima che venisse messo
a tacere per sempre, Giancarlo così scriveva: “[...] Un monito per le
famiglie, per la scuola, per la società: fermare la mala pianta della
criminalità che quando arruola i giovani non li lascia più”. - E non
ci lascia più! - “E’ impegno morale intervenire quando ancora c’è
prospettiva di recupero e di salvezza”.
E allora? Il messaggio di Siani era chiaro: puntare sulle giovani
generazioni, sulla loro formazione morale e culturale, grazie ad
istituzioni fondamentali come la famiglia, e ancor più la scuola.
E dal 23 settembre 2011 è cominciato quel percorso di recupero
e formazione dei giovani torresi divenuto un impegno non solo
istituzionale, ma soprattutto morale per il Liceo Pitagora, guidato dal
Dirigente Scolastico Benito Capossela.
L’impegno morale della scuola assunto come dovere educativo
imprescindibile nella formazione degli studenti alla legalità, è stato il
motore che ha acceso gli animi e ha dato avvio a quella marcia che ha
visto un incalzare di iniziative, che sembrano inarrestabili.
Il 23 settembre 2011, con il convegno tenutosi in memoria di Giancarlo
Siani, ebbe inizio il percorso. All’iniziativa intervennero il Presidente
del Tribunale Vincenzo Albano, il referente della legalità dell’Ufficio
Scolastico Regionale dott. Rosario d’Uonno, il direttore di Metropolis
dott. Giovanni Taranto, il Sindaco di Torre Annunziata avv. Giosuè
Starita, il dott. Pietro Gargano, collega e amico di Siani. Non mancarono
in quella circostanza momenti di profonda commozione.
Il convegno fu un’esperienza sicuramente stimolante ed interessante,
grazie al quale i giovani vennero a conoscenza di cosa fosse stato e

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forse era ancora il loro paese e quanto coraggio occorreva per poter
operare in tale realtà.
A questo primo incontro, tuttavia, gli alunni erano apparsi “meri
spettatori”; infatti abbandonarono la sala, ma l’input era stato dato, il
messaggio lanciato dal giornalista era stato raccolto.
Scintille ardenti, ora covavano nel cuore dei giovani studenti…! Non più
parole o lagrimevoli commemorazioni, ma fatti! Necessitava tradurre il
suo esempio, le sue denunce sull’illegalità torrese, sui diritti rubati, sul
futuro negato… in azioni concrete.
L’istituzione scolastica era alle loro spalle, era già scesa in campo,
aveva fornito “l’occasione”.
Il 10 ottobre 2011, gli alunni decisero di scrivere una lettera aperta alle
Istituzioni e al Presidente della Repubblica, nella quale si scusavano
del loro comportamento e sottolineavano l’esigenza di dialogare
con i rappresentanti delle Istituzioni, nel tentativo di dare un segnale
di rinascita alla città, di veicolare l’idea che i giovani, più di tutti,
potessero essere i veri protagonisti di un sostanziale cambiamento. Gli
studenti, indirizzati dal dirigente scolastico, chiesero il recupero e la
riattivazione della tendo-struttura, adiacente all’istituto, edificata anni
addietro per attività sportive, ma mai inaugurata e abbandonata ad ogni
tipo di degrado. L’intento era quello di creare centri di aggregazione per
i giovani torresi. Era il primo passo che l’Istituto intendeva muovere
come esempio di impegno costante e capillare, finalizzato a rafforzare
il senso civico di ciascuno. Tale struttura sarebbe stata dedicata a
Giancarlo Siani.
Alla lettera il 25 ottobre 2011, seguì un incontro-dibattito sul tema “Il
coraggio di essere giovani cittadini” al quale parteciparono Vincenzo
Albano, Presidente del Tribunale di Torre Annunziata, il giornalista
de Il Mattino Gargano, il direttore di Metropolis Taranto, il segretario
generale della Fondazione Polis Tedesco, l’editore di Phoebus, Testa.
Finalità dell’incontro era quello di sensibilizzare le Istituzioni sulla
necessità dei giovani studenti di riappropriarsi del proprio territorio e
sottrarlo ad ogni tipo di degrado e illiceità.
Sempre nell’ottica del recupero del territorio, il 25 novembre 2011
venne organizzata presso il nostro Istituto una simbolica e significativa

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manifestazione. La giornata si aprì con la proiezione del video
del convegno del 25 ottobre 2011, a cui seguì l’intervento dell’ex
Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale Alberto Bottino, che
aveva sottolineato l’importanza di questa iniziativa, per il rilancio del
territorio torrese. Tuttavia il momento di più alto spessore simbolico si
ebbe quando gli alunni, forniti di guanti, scope e mascherine “invasero”
la tendostruttura e cominciarono a “ripulirla”.
Il 24 settembre 2012 ancora una manifestazione, questa volta diversa.
C’è stata, infatti, l’approvazione in bilancio da parte della Provincia di
fondi stanziati per il recupero della tendostruttura.
Il 23 settembre 2013, finalmente, è stata posta la prima pietra per la
ristrutturazione e il recupero della tendostruttura. I lavori hanno avuto
inizio proprio quel giorno.
Il 23 settembre 2014 l’impianto sportivo sarà inaugurato, restituito agli
studenti e all’intera comunità torrese.
Dunque questo percorso è nato dall’esigenza di assumere un impegno
comune, nel riaffermare la speranza, il desiderio di legalità, nella
convinzione che la lotta contro la mafia, la camorra, contro il silenzio,
le connivenze, le clientele, i favoritismi, possano consentire l’inizio di
una nuova “primavera torrese”.
La “primavera” del riscatto e della rinascita, dunque, affonda le sue
radici nella cultura! E di essa ne fa lo strumento più valido.
Geniale intuizione puntare sulla “cultura”, forza dirompente, unico
baluardo a difesa di principi etici e morali inviolabili, quali la libertà,
la giustizia, la legalità, da cui solo può discendere l’armonica e serena
convivenza civile.
Sì! La cultura, la vera cultura, la sola che ha la vis di forgiare la mente,
l’animo e soprattutto la coscienza.
Speculari alla cultura e non meno importanti in tale prospettiva dovranno
essere il ruolo delle Istituzioni e l’esempio di uomini che al loro interno
ricoprono posizioni nevralgiche.
Il loro agire democratico, incorrotto, edificante, dà al giovane certezza,
che i diritti inviolabili, di cui raggiungono piena consapevolezza,
possano essere in questa società, non solo garantiti, altresì esercitati in
concreto.

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GLI ALUNNI DEL LICEO PITAGORA - B. CROCE
Chi era Giancarlo Siani?
Un ragazzo che come tanti inseguiva il proprio sogno. Non un eroe
né un missionario, semplicemente un giornalista devoto al suo dovere:
informare. Come un giovane Cristoforo Colombo ha compiuto un
viaggio in una terra sconosciuta, riscoprendone ricchezze e meraviglie
abbandonate al loro destino da troppo tempo; nei suoi giorni a Torre
Annunziata visse da vero capitano di nave, combattendo la tempesta,
provando a mettere in salvo il proprio equipaggio piuttosto che se stesso,
arrendendosi solo di fronte alla potenza del mare e alla solitudine.
Giancarlo è rimasto a bordo fino alla fine, rinunciando alla fuga per la
voglia di restare. Lasciando la paura a impolverare tra le ipocrisie di
gente troppo stanca per affrontare la realtà, lasciandosi trasportare dal
desiderio di cambiamento, dalla speranza di un futuro migliore.
Cosa ci ha insegnato Giancarlo Siani?
A sognare, provando a tracciare la nostra strada anche se all’apparenza
gli ostacoli sembrano insormontabili. Quanto sia importante sorridere,
anche nelle situazioni più difficili. Giancarlo ci ha aperto gli occhi,
mostrandoci lo splendore di Torre Annunziata, raccontandoci la storia
della vecchia Oplonti. E’ riuscito a farci comprendere la dedizione
al lavoro e di quanto sia fondamentale nello sviluppo della società e
quanto sia stato duro camminare da solo per tutti questi anni.
Noi chi siamo?
Forse i suoi figli illegittimi o semplicemente giovani che, forse, sono
ancora troppo immaturi per arrendersi. Per questo motivo, coadiuvati
dal Dirigente del nostro Istituto, in questi anni, lo abbiamo ricordato
leggendo i suoi scritti, ponendo domande a chi in vita ebbe la fortuna
di conoscerlo, strappando una promessa alle autorità locali: la
riqualificazione della tendostruttura fiancheggiante il nostro istituto. Se
oggi sono stati stanziati i fondi per i lavori nella suddetta struttura, forse
è anche merito nostro.

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FORTAPÀSC
5 SETTEMBRE 2011: MARCO RISI RISPONDE
AL SINDACO DI TORRE ANNUNZIATA
Al Quadrilatero delle Carceri ci sono ancora i segni del terremoto e le
famiglie dei camorristi continuano ad abitare in palazzi pericolanti, che
nessuno è stato mai in grado di sgomberare.
“Ci sono meno delinquenti in giro, frutto di anni di blitz e arresti. La
situazione sembra essere mutata rispetto all’era di Fortapàsc”, sostiene
il sindaco di Torre Annunziata, Giosué Starita.
Gli risponde il regista del film Marco Risi.
“Non capisco perché il sindaco voglia lanciarsi in questa polemica. Lo
fece anche durante la presentazione del film nel 2009 a Torre Annunziata.
Due anni fa non mi sembrava che le cose fossero cambiate di molto.
Starita all’epoca disse le stesse cose di oggi, che la città è cambiata e
tante altre belle parole. Pochi minuti prima della proiezione, però, era
stato insultato da un motociclista senza casco all’esterno del cinema e
nessuno intervenne, nemmeno i vigili. Nel 2008, poi, durante le riprese
vedevo le vedette della camorra che sorvegliavano la zona. Qualche
giorno dopo ci fu un omicidio.”
E’ quindi lontana anni luce la Torre Annunziata di Fortapàsc da quella
attuale?
“Del giorno della proiezione ricordo un applauso molto emozionante,
l’applauso più bello. Mi sembrava che i cittadini di Torre avessero voglia
di lanciare un messaggio: noi ci siamo, la parte buona c’è, cambiamo
questa città. Ma non bisogna aver paura del passato.”

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“SOLO LE PAROLE NON POSSONO
CAMBIARE IL DESTINO”
Recita così uno stralcio della canzone Fortapàsc dei Biscuits (Gianluca
Vitiello, Marco Villa, Claudia Di Martino), che dopo aver visto il film
di Marco Risi su Giancarlo Siani, hanno trovato l’ispirazione per un
nuovo pezzo sulla città di Torre Annunziata e sul giornalista ucciso
dalla camorra il 23 settembre 1985.
Il video-clip è stato girato proprio nella città oplontina dal regista
Giuseppe Romano che ha messo insieme immagini catturate in sella a
uno scooter di alcune delle zone più “calde” della città, fortini del crimine
organizzato: il Quadrilatero delle Carceri e il quartiere Provolera.
La base, invece, riproduce in sottofondo il suono tipico della macchina
per scrivere.
“Abbiamo deciso di chiamare il pezzo Fortapàsc, proprio come la
pellicola: purtroppo Torre Annunziata è anche la realtà difficile che ne
emerge.”
Non è dello stesso parere il sindaco della città, Giosuè Starita, il quale
ha contestato l’introduzione del film nel palinsesto della Rai: “La Rai
è un servizio pubblico e dovrebbe consentire al Paese di diffondere
un’immagine di sé il più possibile oggettiva ed imparziale: in Fortapàsc
viene diffusa un’immagine di Torre Annunziata che non aiuta il lavoro
che negli ultimi anni lo Stato sta portando avanti in questa città.”
Quanti anni luce separano la Torre Annunziata di Fortapàsc da quella
attuale? Certo ci sono ancora i delinquenti, continuano ad avvenire
omicidi e rapine, ma in numero minore grazie ai frutti di blitz e arresti.
E lo stesso regista Marco Risi controbatte dicendo: “Del giorno della
proiezione ricordo un applauso molto emozionante, l’applauso più
bello. Mi è sembrato che i cittadini di Torre avessero voglia di lanciare
un messaggio: noi ci siamo, la parte buona c’è, cambiamo questa città.
Ma non bisogna aver paura del passato.”
Cancellare la storia non serve al futuro: “Dalla storia non si scappa, ci si
confronta perché gli orrori del passato non tornino più”, continua Risi.
Contestare la messa in onda di Fortapàsc dà quasi l’impressione di

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voler nascondere scheletri nell’armadio.
Sebbene sia romanzata, la storia di Risi mette in luce un sistema corrotto
e connivente che purtroppo vigeva nella Torre Annunziata di allora. E’
indubbiamente giusto guardare al presente, è altrettanto giusto lottare
per un futuro cambiamento. E’ giusto sperare nella rinascita, ma è pur
doveroso far memoria del “buio” passato affinché non si ripeta.
La lotta dello Stato alla criminalità organizzata ha permesso ai cittadini
di ricominciare a respirare, e sicuramente l’amministrazione non ha
commesso gli errori dei tempi trascorsi, però ci sono tanti aspetti per i
quali Torre Annunziata è ancora quella descritta negli articoli di Siani.
La giustizia non riluce, oggi come ieri, a causa dell’indigenza (che
sembra aumentare giorno dopo giorno), della disoccupazione (ancora
più allarmante di quella che esisteva negli anni Ottanta) e del degrado
urbanistico e sociale (che rimane intatto come al tempo di Siani).
Questo adombra la città.
Tuttavia, resta chi ancora ha fiducia nel domani, come don Ciro
Cozzolino, parroco della Santissima Trinità, che soffermandosi sulla
figura del giornalista accende la speranza nei giovani: “Ricordiamo
Giancarlo Siani, non perché è stato un eroe, ma perché è stato un
ragazzo semplice e grandioso al tempo stesso, un giovane che amava
il suo lavoro e la vita, un giovane il cui sacrificio ha dato alla città la
possibilità di prendere coscienza di molte cose negative”.
A Torre Annunziata il tempo continua a scorrere.
Restare o fuggire.
Stato o anti-stato.
Resistere o morire.
Apache o onesto cittadino.
A Fortapàsc vivere è una questione di scelte.

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TORRE ANNUNZIATA, “CITTÀ DELLA VITA”
ANTONIO IRLANDO

neo-assessore al Comune di Torre Annunziata, già collega di Giancarlo

Non ho mai voluto partecipare a manifestazioni che ricordavano
Giancarlo Siani da quando ci siamo lasciati, oltre venticinque anni fa,
per volere di alcuni bastardi camorristi che decisero di ammazzarlo.
L’ho fatto la prima volta con gli studenti del Liceo Pitagora - B. Croce
di Torre Annunziata.
L’ho fatto perché il preside Benito Capossela mi entusiasmò nel
raccontarmi quello che faceva per i suoi studenti. Ma soprattutto mi
disse che un mio scritto era casualmente coincidente con un percorso
formativo avviato per i suoi studenti che “volevano capire senza veli”
il “loro” Giancarlo. Un progetto di crescita civile che si faceva largo
tra striscianti pensieri che volevano cancellare l’ingombrante memoria
di Giancarlo dalla storia “moderna” della città in cui aveva lavorato da
giornalista.
Ho sempre pensato che “Giancà” sarebbe rimasto nella mia vita e che il
suo inconsapevole sacrificio lo avrebbe reso “vivo” per sempre, e non
solo per me.
Era un pensiero intimo, ricorrente, che non ho mai voluto esternare o
forse non ero capace di farlo.
Accadde, però, un fatto bellissimo. Qualche tempo dopo la sua
morte, forse proprio per l’intima esigenza di ritrovare persone con
cui condividere il suo “vivo” ricordo, rivedo una ragazza che qualche
anno prima Giancarlo mi aveva presentato. Dopo qualche tempo quella
ragazza diventa mia moglie. Il Giancarlo, “vivo in mezzo a noi” aveva
certamente combinato tutto e tanto altro ancora doveva “combinare”,
ma questa volta per tanti. Tutte fantasie, cose non raccontabili, né
tantomeno da scrivere come sto facendo, se non avessi, un giorno,
ascoltato don Tonino Palmese, un prete salesiano, responsabile
regionale di “Libera”, autore di una straordinaria “Via Crucis” dedicata
alle vittime delle mafie.

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“Vi sono tanti vivi che puzzano di morte, sono quelli che dicono: “chi
se ne frega” davanti a tutto - disse don Tonino- e morti che invece
profumano di vita; Siani è uno di questi”.
In quelle parole ho rivissuto tanti ricordi di tanti momenti in cui, io e
Giancarlo a Fortapàsc, ci confrontavamo quotidianamente sulle cose
da scrivere (ognuno per il giornale con il quale si collaborava), su
come approfondire un briciolo di notizia e come spiegare notizie che
non sempre erano fatti. In tanti, l’idea di quei nostri momenti di vita
giovanile, l’hanno avuta vedendo la trasposizione cinematografica nel
capolavoro che è Fortapàsc, ispirato alla vita e al lavoro di Giancarlo.
Giancarlo non demordeva mai, si documentava, verificava
scrupolosamente ogni fonte e non era uno sprovveduto come talvolta
qualcuno ha insinuato. L’esuberante gioia di diventare giornalista era la
ragione della sua vita che lo ispirava nel fare bene, con tenacia (non da
eroe), il suo quotidiano lavoro.
Si occupava di camorra come di cultura, servendosi unicamente dei suoi
talenti: la semplicità nella chiarezza del racconto, la buona ed onesta
educazione, la passione civile.
Non usava mai enfasi in quel che scriveva; solo tanta attenzione per
spiegare con rigore e completezza quel che accadeva con l’intimo
desiderio di contrastare la cultura della camorra che allora, come oggi,
soffoca le vite di tutti, nessuno escluso. “Bisogna educare i giovani alla
libertà, al piacere della democrazia e della condivisione - ho sentito
da don Palmese - e Giancarlo, per raggiungere questo obiettivo,
ci aiuterà tantissimo, perché la chiarezza e la passione liberano la
bellezza”. Giancarlo oggi, compagno di tanti giovani non rassegnati,
sta già aiutando il progetto di speranza di tutti coloro, e sono tanti, che
lavorano per un mondo dove si affermi la bellezza dell’etica, contro
le mafie. Ma il ricordo più forte, di quelli che ti lasciano un’impronta
indelebile, anche se razionalmente non la percepisci, porta una data: il
23 settembre del 1985. Quel giorno lo ricordo attraverso due telefonate.
La prima fu quella pomeridiana di Giancarlo. Erano circa le 15 di un
pomeriggio afoso ed ero a casa. Lo sentii, come quasi ogni giorno, da
quando era a Napoli, in redazione a Il Mattino, da “regolare abusivo”,
per coprire compiti giornalistici lasciati da redattori in ferie.

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“E’ tutto tranquillo, oggi nessuna novità?”, mi chiese sentendosi pur
sempre il corrispondente della “sua” Torre Annunziata che, ormai,
seguiva dal capoluogo. Aggiunse: “Qui mi annoio e sono stanco,
ma spero che serva a qualcosa”, dove quel “qualcosa” stava per la
possibilità di avere un contratto giornalistico stabile. Gli dissi alcune
cose che lo rincuorarono e ci lasciammo con l’impegno di vederci nei
giorni successivi.
La seconda telefonata mi raggiunse intorno alle 22. Ero in redazione
al giornale TgCooper, di cui ero il direttore: una bellissima esperienza
giovanile, di giornalismo ed impegno civile. Al telefono è il comandante
della compagnia dei Carabinieri di Torre Annunziata, l’allora “mitico”
capitano Gabriele Sensales, un ufficiale di grande valore con il quale
quotidianamente io e Giancarlo ci confrontavamo per capire e poi
raccontare quanto accadeva a Torre Annunziata.
“Ciao Antonio, sono Gabriele, tutto bene? Non muoverti che vengo
subito io, ti devo dire una cosa”. Era sempre stato di poche parole
ma quella volta esagerò. Fu un fulmine. Non ricordo cosa pensai ma
certamente ritenni che doveva anticiparmi (come era avvenuto altre
volte in virtù di una consolidata reciproca fiducia) qualche grossa
notizia per il giorno dopo. Il tempo di un istante e realizzai che quanto
doveva dirmi era “diverso” da una grande notizia. Il capitano non era
mai venuto da me, ero stato sempre io, da solo o con Giancarlo, ad
andare in caserma e poi, a quell’ora… Furono attimi particolari, quando
sentii bussare alla porta del giornale. E’ lui, in borghese, in compagnia
di due giovani brigadieri, il terrore dei delinquenti dell’area vesuviana.
Le facce erano cupe come non le avevo mai viste, la notizia che mi danno
subito le spiega: “A Napoli, sotto casa, hanno ammazzato Giancarlo”.
Per loro era tutto chiaro da subito: è stata la camorra.
Ricordo sui volti l’amarezza profonda, Giancarlo lo sentivano
umanamente uno di loro e si capiva che avrebbero fatto di tutto per
assicurare alla giustizia “quei bastardi”, come disse con grande rabbia
e con le lacrime agli occhi uno dei due giovani brigadieri. Mi dissero
altre cose riguardo al lavoro che era già partito a Torre Annunziata e che
sarebbe andato avanti per tutta la notte, con posti di blocco e perquisizioni
nelle case di molti affiliati al clan camorristico di Valentino Gionta.

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“Che fai?”, mi disse il capitano, con garbo ma anche con tanta fretta di
dare la caccia ai killer di Giancarlo. Aggiunse, “perché non vai a casa,
ti accompagniamo noi”. Ovviamente andai con loro. Prima di farmi
entrare nel viale di casa alcuni carabinieri mi precedettero, fecero un
controllo, Sensales rimase con me. Poi ci salutammo. Per loro iniziarono
notti e giorni senza tregua. Per me lo immaginate…
Dopo qualche tempo seppi che Gabriele Sensales era preoccupato per
me, per il semplice fatto che sapeva, più di ogni altro, il rapporto di
condivisione professionale e umana che legava me e Giancarlo. Per
molto tempo, con stile e discrezione, insieme a tanti straordinari militari,
non mi fece mancare la quotidiana affettuosa vicinanza dei carabinieri.
Questa è la mia personale “cronaca” di quel tristissimo giorno.
Potrei continuare, indietro negli anni e i ricordi sarebbero tutti belli,
profondamente belli, perché ricordo il Giancarlo vero, quello con
il taccuino, con la Mehari vecchiotta, scoperta e riconoscibilissima
sulla quale spesso siamo andati in giro per la città. Nel suo lavoro di
corrispondente da Torre Annunziata si relazionava con tutti, sempre con
un sorriso, vero, di condivisione, condito da un’aria disillusa, per nulla
triste e seriosa, e nemmeno da “divetto”, come qualche volta ho sentito
definirlo…
Giancarlo ti trasmetteva il piacere d’incontrarlo. Non ricordo che sia stato
mai insultato o “avvertito” da un parente di un pregiudicato finito nelle
sue precise, puntuali e mai eccessive cronache. Nelle corrispondenze
Giancarlo spiegava quanto accadeva, raccontava bene i contesti, offriva
un quadro chiaro, lucido, ricco di elementi, sempre attendibile. Era una
persona seria, un giornalista-giornalista (secondo la chiara definizione di
Marco Risi nel film Fortapàsc) per nulla un fanatico.
Anche in trenta righi spiegava, non sprecava parole. Il suo lavoro non
si esauriva nel fatto di cronaca. Voleva sempre capire e possibilmente
far capire quanto male la camorra faceva alla città, alla gente. Lo faceva
con intelligenza e prudenza, con i temi e il linguaggio della cronaca,
consapevole dei limiti di spazio che si attribuivano ad un corrispondente
di provincia e di politica editoriale che il suo giornale adottava in quel
periodo storico.
Quello che non riusciva a scrivere restava nelle nostre riflessioni,

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durante le quali capivi chiaramente che amava la gioia della vita, ed
immaginava anche per la “sua” Torre Annunziata, un futuro senza
camorra e politici corrotti e conniventi.
Le sue corrispondenze, anche se brevi e senza la prosa dell’inchiesta,
sembravano capitoli di un racconto che si svolgeva giorno dopo giorno.
Questa era una sua grande e naturale capacità. I lettori di Giancarlo erano
ben informati ed anche “formati” dalle sue cronache. Questo era il suo
modo originale di denunziare e spiegare il malaffare. Uno stile sobrio,
espresso con concetti e parole semplici, sempre riconosciuto “vero”.
La credibilità di Giancarlo è stato forse l’aspetto più sgradito ai “quei
bastardi” che hanno ordinato di ammazzarlo, ma non sono riusciti a
zittirlo. Infatti, oggi, con più voce, Giancarlo “parla” a tantissimi
giovani di legalità, di pace, di solidarietà e della necessità di iniziare ad
essere cittadini attivi e costruttori di buon futuro.
Giancarlo è morto, ma per tantissimi emana un intenso profumo di vita.
Una parte importante del Giancarlo che ho conosciuto la racconta
Fortapàsc, il film che ritengo un’opera d’arte, un bellissimo racconto
e non certamente un documentario, come qualcuno vuol far credere
per denigrarne l’attendibilità. Le “invenzioni” del regista Marco Risi
servono alla narrazione di una vita appassionata, ispirata dalla potenza
dei sentimenti, dalla forza della passione e della testimonianza.
Giancarlo era un giovane, semplicemente giornalista, che non ha scelto
di essere ammazzato dalla camorra, pensando per un momento di fare
l’eroe. Ha scelto, invece, di essere dalla parte di chi vuol far crescere
la giustizia, la non violenza, la pace, la democrazia, il rispetto e lo
sviluppo del bene comune.
Lo ha fatto come sapeva farlo, ci spiega molto bene Risi, con la scrittura,
ispirata dal racconto equilibrato, rigoroso e verificato della realtà che
incontrava ogni giorno a Torre Annunziata.
Un luogo dalla difficile quotidianità, allora come oggi, dove io sono
nato e dove Giancarlo aveva capito come vivere il quotidiano del suo
lavoro: con serenità, sempre con un sorriso di accoglienza rivolto a
tutti, distinguendo, con lucidità, chi era con tutti da chi operava contro
tutti. Mai una parola di troppo, mai accenti di fanatismo, solo racconto
di notizie, semplicemente notizie, interrotto dai killer della camorra, nel

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settembre del 1985, quando aveva solo 26 anni e voleva (finalmente da
regolare e non più da abusivo pagato poche lire al mese), poter fare il
giornalista-giornalista.
Senza alcun dubbio Giancarlo amava la “sua” Torre Annunziata. Era
nato a Napoli ed ogni sera vi faceva ritorno. Viveva gran parte delle
sue giornate a Torre Annunziata. Ancora oggi, mentre Giancarlo lavora
più di prima per indicare a tutti ma soprattutto a tanti giovani, le strade
della legalità e i comportamenti per alimentare la speranza attiva, la
“sua” Torre Annunziata, talvolta, sembra volerlo rimuovere con assurdi
comportamenti pubblici.
“E’ un estraneo, con la sua morte la città non c’entra, i guai se li è
cercati rompendo le scatole; per favore, a Torre Annunziata non
parlateci più di Siani e delle stupidaggini legate al suo nome” è un mix
di frasi dette o lasciate intendere che, periodicamente, si ascoltano. Non
è immaginazione, c’è anche questo dietro comportamenti pubblici da
retrovia. Tutto restituito ai mittenti da tantissime persone ed entusiasti
ragazzi, come quelli che ho incontrato al liceo Pitagora - B. Croce di
Torre Annunziata. Lo hanno fatto e lo fanno, per il bene della città.
Infine, vorrei ricordare un invito e una proposta che feci tempo fa.
Immaginiamo un luogo, anche fisico, un’area, un’immobile (esistono)
di Torre Annunziata da recuperare, valorizzare e chiamare proprio
“Fortapàsc”, da cui far partire un grande progetto di sviluppo e di
speranza per una città purtroppo in grave crisi identitaria ed economica,
in cui troppi continuano a far finta di nulla e pensare con una paralizzante
nostalgia, ai tramontati primati del secolo scorso.
Fortapàsc (senza più le virgolette) avrà solidi pilastri nella legalità,
nella democrazia e nella voglia incontenibile, dei giovani e di tanti, di
un buon futuro per Torre Annunziata.
Di questa “città della vita” che sarà proprio Fortapàsc, Giancarlo
sarebbe certamente felice di essere il “primo cittadino”, convinto di
“vivere” in numerosa e buona compagnia, in un luogo libero dalle
mafie. La “prima pietra” (senza anticipare la notizia di una straordinaria
iniziativa) potrebbe essere messa proprio dai ragazzi del Pitagora - B.
Croce .
Che bellezza!

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42

Sabato 10 SETTEMBRE 2011

L’INIZIO DEL NOSTRO PERCORSO
23 SETTEMBRE 2011: INCONTRO NELL’AULA
MAGNA DEL LICEO PITAGORA - B. CROCE
Iniziammo a parlare di Siani il 23 Settembre 2011, anniversario
della sua morte. Iniziammo a chiederci come fosse potuto succedere,
il perché della sua solitudine. Decidemmo di guardarci in faccia,
ammettere le nostre colpe, imparare dagli errori. Cambiare. Eravamo
entusiasti per l’evento organizzato dalla nostra scuola in sua memoria.
Avremmo potuto colmare i nostri dubbi, trovare le risposte ai nostri
tanti interrogativi.
Ricercammo Giancarlo tra le parole di colleghi e amici di una vita, da
coloro che conobbero quel giornalista con gli occhiali rotondi e che
tanto ha dato alla nostra città. Tracciamo il ritratto di un ragazzo sempre
sorridente, in prima linea per i diritti della sua gente. “La voce dei senza
voce”. La parola per chi non ne aveva, la luce per chi era trincerato
nell’ombra. La penna per chi non riusciva più a gridare il suo disagio.
L’iniziativa fu moderata dall’assessore alla Cultura del Comune di
Torre Annunziata, Maria Elefante.
Tutti descrissero il rapporto avuto con Giancarlo e cosa significasse
fare il giornalista in realtà così difficili. Successivamente i ragazzi delle
varie scuole torresi lessero alcuni articoli di Siani, tratti dal volume Le
parole di una vita.

43

A GIANCARLO SIANI
MARIA ELEFANTE
docente di Letteratura Latina, Università Federico II di Napoli, ex
alunna del liceo B. Croce
“Quamquam tibi immaturo et unde minime decuit vita erepta est” 1
La città natale di Giancarlo Siani è Napoli. Ma Torre Annunziata lo ha
visto nascere e crescere come giornalista, gli ha fornito la materia e gli
strumenti per la sua intensa, purtroppo breve, attività professionale. La
maggior parte dei suoi articoli, apparsi sui giornali dal 1979 al 1985,
anno della sua morte, riguardano fatti di cronaca di Torre Annunziata.
A Torre vivono ancora i suoi amici, compagni di strada di un giovane
alla ricerca delle parole di verità da affidare alla stampa. Ora testimoni
oculari di quello che può definirsi il periodo di formazione di un giovane
giornalista.
Giancarlo ormai è diventato un simbolo, un eroe. Di lui si parla
spesso. In maniera rituale. Pochi però si sono soffermati a sottolineare
il valore dei suoi scritti anche sul piano culturale. E anche formativo.
Significativo per l’obiettivo che noi ci siamo posti è l’articolo che apre
il primo volume: Da grande voglio fare il giornalista. Il pezzo, apparso
sulla rivista sindacale “Il lavoro nel Sud” nel luglio del 1979, non è il
primo in ordine cronologico, ma è stato messo qui per il suo significato
particolare. Pone il problema dell’accesso alla professione giornalistica
in relazione anche agli altri paesi europei. Le difficoltà che Gianfranco
incontrò per affermarsi in un campo, caratterizzato da scarsa democrazia
e trasparenza, sono le stesse che incontrano i giovani oggi. La proposta
di creare una scuola regionale di giornalismo collegata ad una testata
editoriale è ancora attuale.
Tutti gli articoli scaturiscono da una scrupolosa informazione. Nascono
dalla sua indagine attenta, dalla presenza continua sul territorio. I temi
trattati sono molteplici. Non solo la criminalità. Si spazia dai problemi
1 Sall. Iug. 14, 22.

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del lavoro a quelli dell’ambiente, della scuola, d ell’archeologia,
della festa padronale, del porto, della spiaggia, delle fabbriche -come
la Dalmine- allora ancora attive. Purtroppo attuali: come la palestra
fantasma dell’Istituto tecnico “Cesaro” denunciata in un articolo del
1983.
Già facendo scorrere solo i titoli degli articoli, ci si rende conto che non
si può prescindere dalla lettura di quest’opera. Offerta ai giovani del
XXI secolo, molti dei quali non erano ancora nati quando accadevano
i fatti descritti, è frutto di uno stile di vita da imitare. Per l’impegno da
cui scaturisce, lo spirito di abnegazione, l’amore per la verità.
Giancarlo, vittima della camorra, simbolo della legalità, non è un eroe
da piedistallo, ma è un giovane molto vicino per cultura e per sensibilità
ai giovani delle nostre scuole: grandi ideali, grande amore per la nostra
terra, desiderio incontenibile di spazzare via il marcio che ne offusca
la bellezza.
La manifestazione del 23 settembre 2011, La Lettura degli scritti
giornalistici di Giancarlo Siani su Torre Annunziata a cura degli
studenti torresi, fu preceduta da un’attenta preparazione con la scelta
degli scritti da assegnare alle varie scuole su temi in linea con l’indirizzo
dei vari istituti. Gli articoli sono esattamente 651:2 la maggior parte di
essi denunciano fatti e misfatti avvenuti a Torre Annunziata tra il 1979
ed il 1985. Tutti possono considerarsi pagine di storia, fondamentali
per ricostruire il quadro sociale politico e culturale di quegli anni. Ecco
perché è molto importante che i giovani li leggano. La lettura di questi
scritti è uno strumento di formazione. Una formazione continua, che va
al di là del giorno della memoria dedicata a Giancarlo Siani. Il lavoro
da me intrapreso è stato, infatti, continuato con molto zelo dai dirigenti
scolastici e dai docenti. Soprattutto dal Liceo Pitagora - B. Croce.
La chiave di lettura per una comprensione, scevra dai pregiudizi che
hanno sempre caratterizzato il rapporto tra la Stampa e Torre Annunziata,
è fornita dalla testimonianza di Pietro Gargano, collega ed amico di
Giancarlo Siani, che ha partecipato al seminario del 23 settembre 2011:
“Era un ragazzo ricco di fede e con idee progressiste” che, semplicemente,
2 Giancarlo Siani, Le Parole di una vita. Gli scritti giornalistici, a cura di Raffaele Giglio per i tipi
di Phoebus edizioni (2007).

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amava il suo lavoro. E lo faceva senza timori reverenziali, con quella
schiettezza e durezza che dovrebbero essere, almeno sulla carta, i dogmi
del vero giornalista. Risultava, quindi, un “anormale” per quei tempi e,
forse, ancora oggi. Siani, attraverso i suoi articoli, ci ha impartito non
solo una grande lezione di senso civico, ma anche di giornalismo e
professionalità lavorativa. Proprio questi ultimi elementi, evidenziano
come la sua non era semplice voglia d’emergere o mera spavalderia,
caratterizzante la giovane età. No. Siani era pienamente consapevole
dei rischi che correva e della pericolosità del suo operato. Infastidiva e
non poco. E proprio per questo motivo - ricorda con amarezza e con un
po’ di senso di colpa- è stato lasciato solo. Abbandonato a fronteggiare
un avversario troppo potente da essere sconfitto in solitudine. Persino
la società civile, che oggi lo commemora come un suo “martire”,
all’epoca lo allontanò. Nessuno, fino al tragico 23 settembre 1985,
l’aveva affiancato nella sua lotta. Gargano conclude il suo intervento,
spiegando le ragioni che hanno portato all’uccisione del suo collega. La
condanna a morte scatta quando Siani, in suo articolo, descrive il patto
con cui, le famiglie camorristiche, il clan Nuvoletta su tutti, decidono
di vendere Valentino Gionta, considerato pericoloso e prepotente nel
suo agire, alla polizia. “Giancarlo è morto, non solo per l’irritazione
provocata dalle sue inchieste, negli ambienti camorristici, ma anche
a causa di una cupola di politici misti ad affaristi, che avevano come
unico scopo l’ottenimento di favori e consensi da parte dei clan.”
A Pietro Gargano risponde Il presidente del tribunale di Torre
Annunziata, dr. Vincenzo Albano, presente al convegno, nonostante
i segni di una malattia debilitante che poi lo avrebbe stroncato pochi
mesi dopo. Una presenza importante.
Ricordo le parole di entusiasmo con cui Vincenzo Albano accolse
l’invito a partecipare all’incontro. “Il tribunale non è un ‘causificio’, cioè
un luogo in cui si fanno solo cause, ma è un luogo in cui si difendono i
diritti, anche quelli della cultura”.
Il dott. D’Uonno, rappresentante dell’Ufficio Scolastico Regionale
della Campania, ribadisce che “Siani non va ricordato come un eroe
ma, semplicemente, come un giornalista che amava il suo lavoro. Era
come Peter Pan, il quale non si faceva intimorire dalla maestosità di

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Capitan Uncino perché lui, “riusciva ad immaginarlo un mondo senza
camorra”.
Dai contributi di Giovanni Taranto e di Antonio Irlando, che leggete
in questo volume, emerge il profondo legame di Giancarlo Siani con
Torre Annunziata. Si stabilì tra i tre un rapporto speciale. Irlando
amico e collega di Giancarlo, lo mette in contatto con altri giovani,
allora ragazzi, ora affermati professionisti, come Giovanni Taranto.
Giancarlo visse a Torre Annunziata accanto ad altri giovani. Ne
condivise problemi, aspirazioni, delusioni. Sedette nei banchi del Liceo
B. Croce per ascoltare la voce degli studenti. Non da semplice cronista.
Ma da giovane, ancora fresco di studi, che aveva vissuto gli stessi
problemi. Imparò qui il mestiere di giornalista. A sua volta fu, sia pure
inconsapevolmente, maestro e modello per altri giovani, che già allora
muovevano i primi passi verso la professione di giornalista.

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Le parole di una vita
e le riflessioni
degli studenti
dEGLI ISTITUTI
DI Torre Annunziata

LICEO PITAGORA - B. CROCE
I.S.I.S. GRAZIANI
I.T.C.G. ERNESTO CESARO
LICEO ARTISTICO G. DE CHIRICO

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