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Corriere della Sera Giovedì 5 Marzo 2015

Sky-VR46

Manager e talent scout, è l’altra faccia di Valentino. L’anno
scorso il suo team Sky-VR46 di Moto3 ha funzionato, ora torna
più ambizioso con un nuovo team manager (Pablo Nieto) e
persino un inno scritto dall’amico Cesare Cremonini. «Il team è
nato per gioco ma è un impegno molto importante», racconta
Rossi. « L’obiettivo è dare la possibilità ai piloti italiani di correre
ai massimi livelli». Gli alfieri del 2015, presentati ieri nell’azienda
di Rossi, la VR46, a Tavullia, sono il confermato Romano Fenati
(4° stagione in Moto3) e Andrea Migno, all’esordio. Il primo
punta al titolo, il secondo a crescere. Per entrambi Rossi riveste

Le due sfide di Rossi
Titolo mondiale
e il suo team di Moto3
sempre più veloce

«un ruolo tecnico: mostro le traiettorie giuste e seguo la loro
gara al box. Aiuta anche me a rilassarmi per la mia gara di
MotoGp». Che naturalmente rimane il suo primo pensiero:
«Marquez è l’uomo da battere, noi ci proveremo». Il «noi»
significa un’alleanza tattica con Lorenzo e Pedrosa: «Nel 2014
coi suoi primi 10 Gp vinti Marc ha chiuso subito il Mondiale. In
tre dobbiamo cercare di evitare che succeda ancora». Per il
decimo titolo ogni mezzo è buono. Anche farsi amici i nemici.

al. p.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Alonso, la F1 non esclude la scossa
I team: la verità o non corriamo

● Il commento
La svolta di Brunel
ci vuole coraggio
per tagliare Castro
di Domenico Calcagno

Il fantasma dell’«elettroshock» aleggia tra le squadre e i piloti: regna l’omertà

20
i giorni
che separano
l’incidente
accaduto ad
Alonso dal via
al primo Gp
della stagione

150
Km orari
è la velocità
della McLaren
di Alonso al
momento
dell’incidente
a Barcellona

32
gli anni
di Fernando
Alonso, di
Oviedo nelle
Asturie, ne
compirà 33
il 29 luglio

236
I Gp di Alonso
su Minardi,
Renault,
McLaren,
Ferrari; 32
successi, 2 titoli
mondiali vinti

Il caso Alonso? È diventato la
grande paura della F1. Soprattutto perché il mondo dei motori non è ancora riuscito a
scacciare con prove solide il
fantasma dell incidente scaturito da uno shock elettrico. La
Sport Bild fa sapere che diversi
team, se non ci saranno sufficienti garanzie sulla sicurezza
dei piloti, sarebbero intenzionati a non schierarsi sulla griglia di partenza del Gp d’Australia. Siamo i primi a non credere a uno sciopero, questa forma di protesta non esiste nel
vocabolario della F1. Ma torniamo al fantasma dell’elettroshock. Dopo l’incidente di
Alonso, non basta più sostenere «non è andata così», oppure
che «è impossibile che una cosa del genere accada». Abbiamo contattato alcuni tecnici di
aziende che conoscono a fondo
il mondo delle corse e il loro
parere converge su un punto:
su un piano strettamente ingegneristico, è una fesseria sostenere che un evento come quello
descritto non possa in assoluto
accadere. Il perché è semplice:
o si è capito il problema e si ha
in mano la soluzione, oppure
non si può escludere nulla.
Molti degli interpellati hanno commentato: «Non scommetteremmo un centesimo sulla tesi della scossa, anche perché la McLaren è un team di
primo piano». Però hanno anche aggiunto: «Nelle corse può
capitare di tutto...»
La dizione più corretta per
accompagnare l’idea che sia
stata una botta elettrica a impedire ad Alonso di governare la
McLaren, facendolo sbattere ad
appena 150 orari, è la seguente:
«Altamente improbabile». Le
monoposto di oggi hanno un

In pista Fernando Alonso sulla McLaren durante le prove nel circuito di Montmeló prima dell’incidente (Afp)

sacco di apparati elettrici, anche per l’avvento dell’unità per
il recupero dell’energia cinetica
(Mgu-K) e di quella che sfrutta
il calore sviluppato dal motore
turbo (Mgu-H). Per maneggiare
queste auto occorre molta cautela da parte dei meccanici; e
chi le guida deve lasciarle saltando a pie’ pari e non uscendo
prima con una gamba e poi con
l’altra. Ma nell’abitacolo, un pilota è isolato. Per dare l’idea, è
come l’uccello che si posiziona
sulla catenaria della ferrovia:
non subisce la scossa perché
sta con entrambe le zampe su
un solo filo. Il pilota può subire
una scossa solo se entra nel
percorso della corrente, scaricandola a terra. In tal caso si ripresenterebbe quanto successo
a un meccanico della Red Bull:
toccò l’auto prima del dovuto e

beccò una sberla memorabile.
Per Alonso potrebbe essere accaduto se il sistema di sicurezza
della McLaren fosse andato in
tilt e lo spagnolo avesse toccato
un elemento in grado di chiudere un circuito.
Alcuni tecnici hanno cercato
di capire se la scossa avrebbe
potuto verificarsi in altro modo: non è stata trovata una buona spiegazione. E tanti hanno
pure analizzato l’ipotesi che dopo l’incidente la McLaren abbia
montato il kers del 2014 so-

Isolato sì, non troppo
Nell’abitacolo il pilota
è isolato, ma «in caso
di guasto tecnico»
può accadere di tutto

spendendo quello del 2015, di
produzione Honda: non è andata così, è impensabile che si
ricorra a un dispositivo da 60
Kw quando le F1 oggi ne montano da 120 kw; è semmai verosimile che i tecnici McLaren abbiano aiutato quelli della Honda a risolvere i guai intervenuti
sul loro pezzo. Ma questo rientra nel calderone degli errori di
comunicazione (anche grotteschi) di questa storia: tutti i nostri interlocutori hanno infatti
concluso con una riflessione
(«Serve al più presto una spiegazione seria») e con un interrogativo: perché la McLaren
non comunica i dati della telemetria? In quel modo potrebbe
escludere vari scenari, incluso
quello dell’«elettroshock».
Flavio Vanetti

Il calendario
Questi i 20
Gran premi
della stagione
2015
15/3
Gp Australia
29/3
Gp Malesia
12/4
Gp Cina
19/4
Gp Bahrein
10/5
Gp Spagna
24/5
Gp Monaco
7/6
Gp Canada
21/6
Gp Austria
5/7
Gp G. Bretagna
19/7
Gp Germania
26/7
Gp Ungheria
23/8
Gp Belgio
6/9
Gp Italia
20/9
Gp Singapore
27/9
Gp Giappone
11/10
Gp Russia
25/10
Gp Usa
1/11
Gp Messico
15/11
Gp Brasile
29/11
Gp Abu Dhabi

Vanni quinto uomo contro il Kazakistan: «Piangevo dopo gli infortuni, oggi sono felice»

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Sono domande da porsi?
«Mi spiego meglio. Grazie
all’exploit in Brasile, sono n.110
dell’Atp. Se passo nei top-100
entro diretto in tabellone al Roland Garros. Un dettaglio che, a
me, cambia la vita. Ma poi ho
pensato: è la Davis, è la Nazionale. Quando mi sono messo la
tuta dell’Italia mi sono emozionato. Se ho aspettato 29 anni
per far punti, posso aspettare
ancora un po’. Ed eccomi ad
Astana».
Bel posto, il Kazakistan?
«C’ero già stato nel 2014 dopo un challenger a Taiwan...».
La sua vita precedente.
«In Davis, in effetti, si sta da
pascià. Camera d’hotel pazzesca. Dottore, fisioterapista e
osteopata solo per noi. Servito
e riverito. E Corrado Barazzutti,
il c.t., è fantastico: sono la riserva ma mi ha fatto subito sentire
parte del gruppo».
Racconti.
«Allo scambio dei regali alla

Favola Luca Vanni, 29 anni, toscano, n. 113 del mondo (Epa)

S

e il rugby italiano ha
una faccia è quella di
Martin Castrogiovanni,
e la notizia della sua
mancata convocazione per
le ultime due partite del Sei
Nazioni è un piccolo caso.
Castro è il recordman di
comparsate tv (ha pure
condotto un paio di
programmi), il più richiesto
dai pubblicitari, il più
conosciuto dai tifosi e
anche da chi tifoso non è.
Castro è il terzo azzurro più
presente di sempre (109
cap, 2 in meno di Parisse e
Bortolami) e fino a sabato
mattina nessuno si sognava
di mettere in discussione il
suo diritto di proprietà
sulla maglia numero 3. Poi,
sabato pomeriggio, l’Italia
ha battuto la Scozia a
Edimburgo. Castro, messo
k.o. dall’ormai famoso
morso (al naso) del cane,
non c’era e i due piloni
chiamati a sostituirlo
(Chistolini e Cittadini)
hanno fatto un partitone.
Normale che il c.t. Jacques
Brunel abbia deciso di
premiarli. Castro,
ovviamente, non l’ha presa
benissimo, ma poi ha
scritto sul suo profilo
Facebook i versi di
«Invictus», la poesia più
amata da Mandela, e
l’augurio «forza azzurri,
forza Jacques & tutto lo
staff». Che un titolare, e
non uno qualsiasi, perda il
posto per meriti altrui è
una bella notizia per il
rugby italiano. Se poi
questo titolare evita le
polemiche e decide di
riconquistare il posto sul
campo la notizia è ancora
più bella. © RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lucone, il principe ranocchio baciato dalla Davis
Quando stamane ad Astana
poserà per le foto al sorteggio
di Kazakistan-Italia, primo turno di Coppa Davis, Luca Vanni
da Foiano della Chiana, Arezzo,
sarà un (quinto) uomo felice.
Riconoscerlo nel gruppo con
la tuta della Nazionale non sarà
difficile: «Sono quello alto 198
cm con i pantaloni a bracaloni,
come diciamo noi in Toscana...». Zero presenze in azzurro. Un anno fa era oltre il n.700.
Né gli avversari né la Federtennis gli avevano preso le misure.
«Lorenzi è amico da sempre.
Fognini mi ha mandato un sms
dopo la finale di San Paolo.
Seppi e Bolelli li ho conosciuti
qui». Benvenuto, Luca.
C’è qualcuno al mondo più
felice di lei, oggi?
«È un bel momento. Quando
Sergio Palmieri mi ha telefonato per anticiparmi la convocazione, mi ha assalito il dubbio:
andare a Indian Wells a far
punti nelle quali o dire di sì?».

53

SPORT

cena di gala, io stavo in disparte. Corrado mi ha chiamato e
mi ha dato il suo».
Artigianato kazako?
«Il simbolo della città: sembra oro, ma non credo sia zecchino... Comunque mi sento
ancora più motivato: la prossima volta cercherò di essere tra i
titolari».
Tanti infortuni, la gavetta
infinita, il lavoro da maestro
al Tc Giotto. Come ha fatto
clic tra i professionisti, Luca?
«Il mio coach, Fabio Gorietti, dice sempre che il 90% dei risultati di un tennista è merito
suo. Dico grazie a me stesso,
innanzitutto. Sono sempre stato avaro di elogi: finalmente mi
sento orgoglioso di me».
La svolta quando?
«A 28 anni. Ero reduce dall’ennesima operazione, al tendine. Come spettatore pagante
sono andato al Foro a vedere gli
Internazionali. Mi ha fatto male. Lì, sugli spalti, come tante

Coppa Davis
KazakistanItalia,
ad Astana,
è il primo turno
del gruppo
mondiale di
Davis 2015. Chi
passa affronta
la vincente
di Rep. CecaAustralia.
L’Italia
riparte dalla
semifinale
del 2014
Il programma
Oggi sorteggio,
domani i primi
due singolari.
Tra Italia
e Kazakistan
non ci sono
precedenti

altre volte dopo un infortunio,
mi è venuto da piangere. Però
ho sentito scattare dentro una
motivazione in più».
Le persone più importanti?
«Il babbo e la mamma. E
Francesca: studia economia a
Siena. Raramente può seguirmi però mi ha sempre spronato: sii felice, Luca».
Adesso l’obiettivo qual è?
«Ho molto da dare: voglio
esprimere il massimo dei cavalli che ho nel motore».
Crede nel destino?
«Credo che uno si merita le
cose per quello che è e quello
che fa. Continuerò a essere
gentile e onesto come mi hanno insegnato i miei genitori».
Senza tennis, cosa fa?
«Vado a spasso con Francesca. Vedo i nonni. Mi godo gli
amici al bar. Social? Zero».
Col calcio che rapporto ha?
«Troppo business. Non mi
piace, non fa per me».
E se il principe tornasse ranocchio?
«Mai stato principe, né ranocchio. Puoi chiamarmi Lucone. Sono un esempio di resilienza: non conoscevo il termine, mi è piaciuto».
Gaia Piccardi
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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