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Domenico Savio Il ragazzo santo .pdf



Nome del file originale: Domenico_Savio_Il_ragazzo_santo.pdf

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† SAN DOMENICO SAVIO †
IL FIGLIO DELLA SARTA
2 ottobre 1854. Nel cortile, davanti alla sua casetta dei Becchi, Don Bosco vide
arrivare Minot con suo papà. Quell’ incontro (uno dei più importanti della sua vita)
Don Bosco lo narrò come se l’avesse filmato con una cinepresa.
<<Era… di buon mattino, allorché vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si
avvicina per parlarmi. Il volto era ridente, l’aria rispettosa. Conobbi in quel giovane un
animo tutto secondo lo spirito del Signore>>.
Al termine dell’incontro, Don Bosco, sapendo che al mamma di Domenico era sarta,
disse: Mi pare che in te ci sia della buona stoffa.
- A che può servire questa stoffa?
- A fare un bell’abito da regalare al Signore.
- Dunque io sono la stoffa, ella ne sia il sarto;
dunque mi prenda con lei e farà un bell’abito per il Signore.
5 PAROLE MISTERIOSE
Domenico e suo padre arrivarono a Torino il 29 ottobre 1854. Scesero all’ Oratorio
attraversando il quartiere di Borgo Dora. Entrarono in un cortile dove giocavano molti
ragazzi, e salirono all’ufficio di Don Bosco. Domenico notò subito un grosso cartello
alla parete, con cinque parole misteriose: Da mihi animas, coetera tolle.
Quando suo padre ripartì, superata la prima esitazione, Domenico domandò a Don
Bosco cosa significassero quelle parole. E Don Bosco, sorridendo, lo aiutò a fare la sua
prima traduzione dal latino: <<Dammi le anime e prenditi tutto il resto>>. Era la
parola d’ordine che Don Bosco aveva preso diventando sacerdote.
<<Quand’ebbe capito, Domenico – è Don Bosco che lo racconta – si fece per un
istante pensieroso.
Poi disse: “Ho compreso. Quindi non si cerca denaro. Qui si cercano anime per il
Signore. Spero che anche la mia sia del Signore”>>.
UN BIGLIETTO PER LA MADONNA
Alla domenica e nel pomeriggio dei giorni feriali, i prati dell’ Oratorio erano invasi da
centinaia di ragazzi di ogni genere: venivano a giocare, a imparare qualcosa, a stare
con Don Bosco, pronti a divorare la pagnotta della merenda e magari a scappare
quando era l’ ora di andare in chiesa. Tra quei ragazzi, sovente sporchi e maleducati,
Domenico fu subito un amico. Ricordava Giovanni Bonetti: <<Faceva il catechismo ai
più piccoli nella chiesa dell’Oratorio, e tutti lo ascoltavano volentieri>>.
8 dicembre 1854, una giornata di grande entusiasmo: il Papa proclama il dogma
dell’Immacolata Concessione di Maria. Domenico, nel pomeriggio di quel giorno, andò
in chiesa, si inginocchiò all’altare della Madonna e si consacrò a Lei con queste parole
che aveva scritto sopra un biglietto: <<Maria, vi dono il mio cuore, fate che sia
sempre vostro. Gesù e Maria, siate voi sempre gli amici miei; ma per pietà fatemi
morire piuttosto che mi accada la disgrazia di commettere un solo peccato>>.
PRESTO VENGA CON ME’
Dicembre 1856, L’aria è fredda perché è già scesa la notte. Don Bosco, nel suo ufficio,
sta rispondendo alle lettere arrivate in giornata, di benefattori, di gente che chiede
preghiere, di ragazzi che sono stati suoi amici all’Oratorio e voglio continuare a parlere
con lui.
Qualcuno bussa alla porta.
- Avanti, chi è?

Sono io – dice Domenico Savio entrando rapido. Ha il volto serio e pensieroso -.
Presto venga con me. C’è una cosa importante da fare. Faccia presto, Don
Bosco, Faccia presto.
Don Bosco esita. Ma guardando Domenico vede che il suo volto, di solito così
sereno, è molto serio. Anche le sue parole sono decise come un comando. Don
Bosco(<<avendo già provato altre volte l’importanza contro questi inviti>>,
scrive) si alza, prende il capello e lo segue.
Domenico scende velocemente le scale. Scrive Don Bosco: <<Lo seguo. Esce di
casa, passa per una via poi in’altra, ed un’altra ancora, non si arresta né fa parola;
prende in fine un’altra via, io l’accompagno di porta in porta, finché si ferma. Sale
una scala, raggiunge il terzo piano e suona una forte scampanellata.
- E’ qua che deve entrare – mi dice. E subito se ne và>>.
La porta si apre. Si afaccia una donna scarmigliata. Vede Don Bosco e alza le
braccia al cielo: E’ il signore che la manda. Presto, presto, altrimenti non farà più in tempo. Mio marito
ha avuto la disgrazia tanti anni fa di abbandonare la fede e di iscriversi a una setta
anti-cristiana. Adesso sta morendo, e chiede pietà di potersi confessare, perché ha
paura di presentarsi al tribunale di Dio. Don Bosco si reca al letto dell’ammalato, e
trova un pover’uomo spaventato e sull’ orlo della disperazione. Lo confessa. Gli dà
l’assoluzione a nome di Dio. Poche ore dopo quell’ uomo muore. Il giorno dopo, Don
Bosco è impressionato a ciò che è accaduto. Come ha potuto sapere quel ragazzo di
14 anni di quel malato e della sua urgenza di mettersi in pace con Dio? Avvicina
Domenico in un momento in cui nessuno gli ascolta.
- Ieri sera, quando sei venuto a chiamarmi, chi ti aveva parlato di quella povera
persona?
Allora succede una cosa che Don Bosco non si aspettava. Domenico lo guarda con
aria mesta e si mette a piangere. <<Non ho più osato fargli altre domande>>
scrive. Don Bosco capisce che nel suo Oratorio c’è un ragazzo a cui Dio parla.
-

LA STUFA DI DON CUGLIERO
L’incontro di Don Bosco con Domenico Savio era stato provocato (oltre che dal
Signore) da una grossa stufa: una di quelle stufe di campagna che ingoiano legna e in
cambio diffondono un calore onesto e buono.
Don Giuseppe Cugliero era l’insegnante della scuola elementare di Mondonio.
Domenico, da Morialdo, era arrivato in quel paese con la sua famiglia nel febbraio
1853, e si era subto iscritto alla scuola per finire le elementari. All’inizio dell’inverno
1853-1854, Don Cugliero aveva detto ai suoi trenta scolaretti: - Venire a scuola al
freddo è impossibile. Quindi d’ora inanzi ogni mattina, porterete un pezzo di legno. Li
metteremo nella stufa, e così staremo al caldo fino a mezzogiorno.
Una mattina del febbraio 1854 nevicava forte. Due alunni arrivarono senza il pezzo di
legno. Don Cugliero non c’era ancora, e uno osò dire: - E voi perché non avete portato
la legna? Quei due ridacchiarono, parlarono tra loro, e uscirono. Pigiarono della neve
fino a farne due grosse pallottole, poi rientrarono portandole sulle braccia. Dissero: Ecco la nostra legna! Aprirono il coperchio della stufa e buttarono dentro la neve e se
la ridevano, mentre quasi tutti gli altri guardavano in silenzio. La stufa fumò, lasciò
filtrare un po’ d’acqua e si spense. Quando arrivò, Don Cugliero domandò inviperito: Chi è stato?
Nessuno fiatò, perché i due colpevoli avrebbero picchiato chi parlava. Alla ripetizione
della domanda, si alzarono proprio quei due e dissero: - E’ stato Domenico.
Domenico si alzò stupito. Si guardò intorno come per dire: <<Ditegli che non è
vero>>. Ma nessuno alzò gli occhi dai libri. Tanti piccoli vigliacchi. Don Cugliero disse
stupito a Domenico: - Proprio tu! Non me lo sarei mai aspettato. E adesso riprendi il

libro e vieni a inginocchiarti in mezzo alla classe, vicino alla stufa. Sentirai come si sta
bene accanto a una stufa spenta!
Domenico s’inginocchiò dove diceva il maestro e la lezione fù chiusa prima del solito,
perché faceva troppo freddo nella scuola. Uscendo dalla scuola, però, qualcuno fu
preso dal rimorso, e sussurrò a Don Cugliero: - Guardi che non è stato Domenico.
Sono stati quei due là. Don Cugliero cadde dalle nuvole. Richiamò a gran voce
Domenico, che era appena partito con i suoi libri.
- Ma perché sei stato zitto? Così ho compiuto un’ingiustizia. Bastava che mi
dicessi <<Non sono stato io!>>.
Domenico rispose tranquillo:
- Anche il Signore è stato calunniato ingiustamente. E non si è mica ribellato. Don
Cuugliero rimase così colpito da quelle parole, che pensò tra sé: <<Questo è un
ragazzo buono sul serio. Gli farò un grosso regalo>>.
Alcuni mesi dopo prese la carrozza, e si recò a Torino, dove abitava il suo
compagno di seminario Don Giovanni Bosco. Lo trovò in un cortile affollato da tanti
centinaia di ragazzi.
- Tu di ragazzi ne hai davvero più di me – sorrise Don Cugliero guardando quella
splendida baraonda -. Ma io ne ho uno che vale tutti messi in fila. E sono
venuto per regalarlo al tuo Oratorio. Si chiama Domenico Savio, e noi lo
chiamiamo <<Minot>>. Se sai tirarlo su come si deve, ne verrà fuori
un’sacerdote di prim’ordine!
- Anche tra questi che vedi correre e giocare come diavoletti scatenati, ci sono
dei veri angeli, sai?
Comunque, per me va bene. Io verrò ai Becchi per la festa del Rosario. Fammi
incontrare questo tuo piccolo campione con suo padre.
LA RICETTA DELLA SANTITA’
Il 24 giugno all’Oratorio si faceva festa: era l’onomastico di Don Bosco. Ognuno
cercava da manifestarli il suo affetto, e Don Bosco ricambiava con cuore grande. La
sera del 23 giugno 1855 disse ai suoi ragazzi: <<Domani volete farmi la festa, e io
vi ringrazio. Da parte mia, voglio farvi il regalo che più desiderate. Perciò ognuno
prenda un biglietto e vi scriva sopra il regalo che desidera. Non sono ricco, ma se
non mi chiedete il palazzo reale, farò di tutto per accontentarvi>>.
Quando lesse i biglietti, trovò domande serie e bizzarre. Chi gli chiedeva <<cento
chili di torrone per averne tutto l’anno>>, chi un cucciolo <<al posto di quello che
ho lasciato a casa>>.
Giovanni Roda, un amico di Domenico, gli chiese <<una tromba come quella dei
bersaglieri, perché voglio entrare nelle banda musicale>>. Sul biglietto di
Domenico vi trovò 5 parole: <<Mi aiuti a farmi santo>>.
Don Bosco chiamò Domenico e gli disse: <<Quando tua mamma fa una torta, usa
una ricetta che indica i vari ingredienti da mescolare: lo zucchero, la farina, le
uova, il lievito… Anche per farsi santi ci vuole una ricetta, e io te la voglio regalare.
E’ formate da tre ingredienti che bisogne mescolare insieme.
Primo:allegria. Ciò che ti turba e ti toglie la pace non piace al Signore. Caccialo via.
Secondo: i tuoi doveri di studio e di preghiera.
Attenzione a scuola, impegno nello studio, pregare volentieri quando sei invitato a
farlo.
Terzo: far del bene agli altri. Aiuta i tuoi compagni quando ne hanno bisogno,
anche se ti costa un po’ di disturbo e di fatica. La ricetta della santità è tutta
qui>>.
Domenico ci pensò su. I primi due <<ingredienti>>, gli pareva di averli. Nel far del
bene agli altri, invece, qualcosa di più poteva fare, pensare, inventare. E’da quel
giorno ci provò.

<<CONTI SU Dì ME>>
Le classi, in quel tempo, non erano composte da 25 scolari, ma da 70. Era facile,
per i più timidi smarrirsi, non riuscire a seguire la lezione. Il professore ripeteva,
ma non poteva ripetere dieci volte mentre gli altri si agitavano, sbuffavano. Finiva
per dire: <<Voi due dopo studierete con Domenico>>. Domenico gli aveva detto:
<<Se posso aiutare qualcuno, conti su di me>>.
Poco per volta Domenico si accorse che per fare del bene, bisogna anche impedire
il male, e che questo era meno simpatico e più pericoloso. Ma ci provò lo stesso.
Un ragazzo aveva portato all’Oratorio un giornale con figure poco pulite, che non
avrebbe guardato alla presenza di sua madre. Gli si radunarono inoltre tre o
quattro. Guardavano, ridacchiavano. Domenico si avvicinò anche lui, vide il
giornale e divenne triste. Lo prese di scatto dalle mani del proprietario e lo
strappò. Il ragazzo si mise a protestare, ma protestò anche Domenico, a voce più
alta: <<Ma bravo! Don Bosco ti tiene in casa sua, e tu gli porti in casa questa
roba! I giornali che offendono il Signore non devono entrare qui dentro>>.
LE LITANIE DEL CARRETTIERE
Nel maggio del 1855 Torino formicolava di eccitazione. Cavour aveva deciso che il
Piemonte mandasse un <<corpo di spedizione militare>> contro la Russia, a
fianco dei Francesi e Inglesi. Si radunavano in Piazza Castello e sfilavano per via
Dora Grossa i battaglioni in partenza per la Crimea. Anche i ragazzi dell’Oratorio
andarono a vedere la sfilata. Domenico vide passare di corsa i bersaglieri con le
piume al vento, tra il grandinare degli applausi. Vide rotolare sul selciato i cannoni
affiancanti dagli artiglieri in uniforme campale. Ma vide anche altro. Il traffico da
via Dora Grossa era stato deviato dalle sette vie laterali. Un cavallo che tirava un
carro con cestoni di mele, era scivolato sulle pietre, e cadono aveva rovesciato il
carro. Le mele rosse e gialle rotolavano trai piedi dei passanti. Il carrettiere,
imbestialito, percuoteva il cavallo si tirò su, le ceste di mele si rimesse in ordine,
ma il carrettiere continuava la sua litania di bestemmie. Allora Domenico gli andò
vicino: <<Scusi, mi potrebbe dire dov’è l’Oratorio di Don Bosco?>>. Davanti a
quella faccetta pulita, l’omone smise di bestemmiare, e rispose: <<Non conosco
nessun Oratorio>>. A Domenico il cuore batteva forte mentre disse: <<Allora,
potreste farmi un altro favore?>>. <<Sicuro. Vuoi due mele?>>. <<No. Vorrei
che quando siete arrabbiato non diceste bestemmie>>. L’omone lo guardò
sorpreso, poi scoppiò a ridere: <<Bravo! Hai ragione. Quando mi arrabbio sono più
bestia del mio cavallo. Devo mordermi la lingua>>.
VENTI PASSI E LE PIETRE
Un giorno due compagni di scuola di Domenico si scambiarono titoli pesanti, si
pestarono. Pui uno gridò: <<Ti sfido a duello!>>.
In quel tempo, il duello era una triste abitudine tra i militari. Una grave offesa
veniva <<lavata>> con la sciabola, o con la pistola a venti passi. I ragazzi,
affascinati come sempre dalla violenza, li imitavano con il <<duello delle pietre>>.
Anche quella volta fu così. In un prato vicino alla scuola, due amici misurarono
vanti passi, tracciarono due cerchi, collocarono 5 pietre in ognuno dei cerchi. I
duellanti – si prepararono al lancio. Domenico passava di lì per tornare all’Oratorio,
vide una piccola folla di spettatori e capì. Si trattava di una faccenda pericolosa:
una pietra ben mirata poteva spaccare una testa. L’Oratorio era lontano. Non
sapeva cosa fare. Quei due erano suoi amici, ma come farli smettere quella sfida
stupida e pericolosa? Entrò nello spazio lasciato libero per i due duellanti, si tolse al
collo il piccolo Crocifisso che portava sempre, si avvicinò ai due sfidanti.
<<Guardate il Crocifisso! – ordinò con fermezza – E adesso ripetete queste parole:

“Gesù è morto perdonando i suoi crocifissori. Io invece non voglio perdonare,
voglio fare una tremenda vendetta!”>>. Erano due bravi ragazzi, e rimasero senza
fiato. Allora Domenico con voce triste continuò: <<Perché volete farvi del male?
Perche volete dare un dispiacere al Signore e alle vostre famiglie? Gesù a
perdonato chi lo uccideva, e voi non siete capaci di perdonarvi un insulto, uno
schiaffo dato in un momento di rabbia>>. Il duello non si fece.
Al <<processo di beatificazione>>, cinque testimoni hanno giurato di aver assistito
a quella scena drammatica.
IL CAPOLAVORO DI DOMENICO
All’inizio del 1856 i ragazzi che vivevano giorno e notte all’Oratorio erano 153:63
studenti e 90 giovani lavoratori.
Nella primavera di quell’anno, Domenico ebbe un’idea. Perché non unirsi, tutti i
giovani più volentierosi, in una <<società segreta>> per diventare un grupo
compatto di piccoli apostoli nella massa degli altri? Ne parlò con alcuni. L’idea
piacque. Si decise di chiamare la società <<Compagnia dell’Immacolata>>. Don
Bosco l’approvò. Nella prima <<adunanza>> si ecise chi invitare a iscriversi:
pochi, fidati, capaci di tenere il segreto. I soci si impegnavano a diventare migliori
con l’aiuto della Madonna e di Gesù; ad aiutare Don Bosco diventando con
prudenza e delicatezza dei piccoli apostoli tra i compagni; a diffondere la gioia e la
serenità attorno a sé.
La Compagnia fu inaugurata l’8 giugno 1856, davanti all’altare della Madonna nella
chiesa di San Francesco. Don Bosco ricorda che l’entrata in azione della Compagnia
migliorò decisamente al vita dell’Oratorio. La sua attività principale fu quella di
curare i clienti>>. I ragazzi indisciplinati, dallo schiaffo e dall’insulto facile,
venivano assegnati ai singoli soci perché funzionassero nei loro riguardi come
<<angeli custodi>>.
Una seconda categoria di <<clienti>> che la Compagnia adottò furono i nuovi
arrivati. Venivano aiutati a trascorrere in allegria i primi giorni, quando non
conoscevano nessuno, non sapevano giocare, parlavano solo il dialetto del loro
paese, e avevano tanta nostalgia.
Con la <<Compagnia dell’Immacolata>>, Domenico aveva realizzato il suo
capolavoro. Gli rimanevano da vivere soltanto 9 mesi, ma la sua <<Compagnia>>
sarebbe durata più di cent’anni. In tutte le opere fondate dai Salesiani sarebbe
diventata un manipolo di ragazzi impegnati e di vocazioni salesiane. Dio premiò
Domenico anche con delle grazie speciali. Un giorno tutti notarono la sua assenza a
scuola e all’ora del pranzo. Anche Don Bosco si mise a cercarlo. Entrato in chiesa.
Lo trovò davanti al tabernacolo, in estasi. Una mano appoggiata al leggìo, l’altra
sul petto, gli occhi rivolti al tabernacolo, in estasi. Don Bosco lo chiamò, lo scosse
e, finalmente, Domenico lo guardò e gli chiese: - E’ già finita la Messa? – Guarda
che sono le due del pomeriggio!
Quell’attimo, per Domenico era durato sette ore!
<<COSA POSSO FARE PER IL SIGNORE?>>
La salute di Domenico deteriorò rapidamente.
Domenico riprese l’anno scolastico regolare nell’ottobre 1856. Ma presto comparve
una febbre ostinata, e uno sfinimento di forze che gli faceva passare frequenti
giornate nel lettuccio dell’infermeria. Nel febbraio del 1857 la tosse cominciò a
tormentare Domenico, e Don Bosco decise di mandarlo dai suoi.
Domenico lo fissò con quegli occhi grandi e scosse la testa: - Io me ne vado e non
tornerò più.
Don Bosco, è l’ultima volta che possiamo parlarci. Mi dica: cosa posso pare per il
Signore?

-Offrigli le tue sofferenze.
-E cos’altro ancora?
-Offrigli anche la tua vita. Il tono di Don Bosco si era fatto grave: sapeva che
quell’offerta sarebbe stata accettata.
Il saluto più accordato, Domenico le diede agli amici della <<Compagnia>>. Poi
arrivò papà, e insieme si avvicinarono verso Porta Palazzo, dove partiva la carrozza
per Mondonio. All’angolo della via agitò ancora la mano a salutare il suo Oratorio,
gli amici. Don Bosco rimase a guardare, con un dolore profondo, quel ragazzo che
partiva. Era stato il suo alunno migliore, il santino che la Madonna aveva regalato
all’Oratorio per tre anni.
IL SANGUE DIECI VOLTE
A Mondino, il medico diagnostico <<infiammazione polmonare>> (=polmonite).
Ricorse al rimedio allora universale: levare sangue dalle vene. Per dieci volte, da
quel corpo fragile, la lancetta del chirurgo fece sgorgare sangue. Domenico fu
letteralmente dissanguato. Si spense quasi all’improvviso il 9 marzo 1857.
Don Bosco scrive che morì dicendo: <<Che bella cosa io vedo>. La signora
Anastasia Molino, vicina di casa dei Savio, afferma: <<Ho veduto sovente il
giovanetto durante la sua ultima malattia. Negli ultimi giorni, aggravandosi il male
e vedendo sua madre afflitta, egli le faceva coraggio dicendole: “Mamma, non
piangere, io vado in Paradiso”. Diceva ancora di vedere la Madonna e i Santi. Io fui
presente agli ultimi momenti, e ricordo che mentre un buon vecchio gli
raccomandava l’anima, egli lo fissava e accompagnava col cuore le sue preghiere.
Erano pure presenti suo padre e sua madre. Spirò placidamente>>.
Don Bosco scrisse e ristampò tante volte la vita di Domenico, e ogni volta che
rileggeva quelle pagine non riusciva a frenarne le lacrime.
Papa Pio XII lo dichiarò <<Santo>> il 12 giugno 1954. Il primo santo di 15 anni.
Teresio Bosco

<<MI FAI FARE BRUTTA FIGURA>>
Amedeo Conti, geometra e Cavaliere della Corona d’Italia, fu compagno e intimo
amico di Domenico Savio dall’aprile del 1855 al 1° marzo 1857, quando Domenico
partì per andare a morire a Mondonio. Amedeo rese questa testimonianza, sotto
giuramento, su Domenico. <<Dovendo frequentare le scuole presso i professori
Bonzanino e Don Picco che risiedevano fuori del purgatorio che risiedevano fuori
dell’Oratorio, vi andavo in compagnia di Domenico Savio e di altri ragazzi ogni
mattina. Domenico era sempre il più pronto a trovarsi al cancello di uscita per
recarsi a scuola, e di qui chiamava ad alta voce i ritardatari. Tra di essi c’ero
sovente anch’io, e appena gli ero vicino, di sorpresa gli battevo un colpo sulle
spalle dicendo: “Cattivo! Mi fai fare brutta figura”. Ma Domenico non perse mai la
pazienza….Era il vero portatore di pace tra noi… E’ mia opinione che studiasse in
modo superiore alle sue forze. E’ pure mia convinzione che abbia sempre osservato
scrupolosamente i suoi doveri di cristiano, di buon figliolo e di studente. Nei giorni
festivi insegnava anche il catechismo ai ragazzi più piccoli dell’Oratorio…
Quando uscivamo da scuola, avevamo l’ordine di tornare a casa per la via più
breve. Ma dovendo passare vicino a Porta Palazzo, col mercato pubblico e i
divertimenti popolari, qualcuno di noi scappava. Andava a comprarsi qualche dolce
e a dare uno sguardo ai baracconi. Domenico non lo fece mai, e a volte tornava
all’Oratorio tutto solo…
Era amico di tutti, e non diede mai alcun diapiacere a nessuno>>.
(PS. 54-38)

DOMENICO SAVIO – scheda
 2 aprile 1842. Domenico nasce a San Giovanni di Riva presso Chieri
(TO) da Carlo e Brigida Gaiato. In casa viene chiemato Minòt.


Novembre 1843. La famigli Savio, per agioni di lavoro, si trasferisce
a Morialdo, a 20 minuti di cammino dalla casa di Don Bosco.



3 novembre 1848. Domenico comincia le scuole elementari avendo
come insegnante don Giovanni Zucca cappellano di Morialdo.



8 aprile 1849. Domenico fa la sua prima Comunione a Castelnuovo
d’Asti.



Ultimi mesi del 1852- primi mesi del 1853. Domenico tenta di
proseguire le scuole elementari a Castelnuovo, nella scuola di don
Alessandro Allora. La debole salute gli impedisce di continuare.



Febbraio 1853. La famiglia Savio si trasferisce a Mondino. Qui
Domenico frequenta la scuola dal febbraio 1853 al giugno 1854, e
finisce le elementari. Suo maestro e don Cugliero.



13 febbraio 1853. Domenico riceve la Cresima a Castelnuovo d’Asti
da Mons. Moreno, vescovo d’Ivrea.



2 ottobre 1854. Primo incontro tra Don Bosco e Domenico Savio ai
Becchi. Don Bosco l’accetta tra gli studenti dell’ Oratorio.



29 ottobre 1854. Domenico arriva all’Oratorio di Valdocco
accompagnato da suo papà.



8 giugno 1856. Domenico, insieme ad altri amici, fonda la
Compagnia dell’Immacolata.



1° marzo 1857. Su consiglio di Don Bosco, preoccupato della sua
salute in rapido declino, Domenico torna in famiglia.



9 marzo 1857. Dopo aver subìto 10 salassi dal medico Cafassi, che
tenta invano di far calare la febbre, Domenico muore. Don Bosco
annuncerà così questa morte ai ragazzi dell’Oratorio: <<La sera del 9
eravi un angelo in meno in terra e uno in più in cielo>>.



12 giugno 1954. Papa Pio XII proclama Domenico Savio
<<Santo>>.


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