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bolla .pdf



Nome del file originale: bolla.pdf
Autore: Cristina Albini

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Sabato, 11.04.2015
N. 0258
Pubblicazione:
EMBARGO
FINO ALLE ORE 17.45 (ORA DI ROMA)
DELL’11.04.2015
Sommario:


“Misericordiae vultus” - Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia



“Misericordiae vultus” - Bolla di indizione del Giubileo
Straordinario della Misericordia
FRANCESCO
VESCOVO DI ROMA
SERVO DEI SERVI DI DIO
A QUANTI LEGGERANNO QUESTA LETTERA
GRAZIA, MISERICORDIA E PACE

1. Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra
trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in
Gesù di Nazareth. Il Padre, «ricco di misericordia» (Ef 2,4), dopo aver rivelato il suo nome a Mosè
come «Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6), non ha
cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella
«pienezza del tempo» (Gal 4,4), quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli
mandò suo Figlio nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi in modo definitivo il suo amore. Chi vede
Lui vede il Padre (cfr Gv 14,9). Gesù di Nazareth con la sua parola, con i suoi gesti e con tutta la sua
persona1 rivela la misericordia di Dio.
2. Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di
serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero
della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro.
Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi

1

Cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. dogm. Dei Verbum, 4.

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2

sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo,
perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato.
3. Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tenere fisso lo sguardo
sulla misericordia per diventare noi stessi segno efficace dell’agire del Padre. È per questo che ho
indetto un Giubileo Straordinario della Misericordia come tempo favorevole per la Chiesa, perché
renda più forte ed efficace la testimonianza dei credenti.
L’Anno Santo si aprirà l’8 dicembre 2015, solennità dell’Immacolata Concezione. Questa festa
liturgica indica il modo dell’agire di Dio fin dai primordi della nostra storia. Dopo il peccato di Adamo
ed Eva, Dio non ha voluto lasciare l’umanità sola e in balia del male. Per questo ha pensato e voluto
Maria santa e immacolata nell’amore (cfr Ef 1,4), perché diventasse la Madre del Redentore dell’uomo.
Dinanzi alla gravità del peccato, Dio risponde con la pienezza del perdono. La misericordia sarà
sempre più grande di ogni peccato, e nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona. Nella
festa dell’Immacolata Concezione avrò la gioia di aprire la Porta Santa. Sarà in questa occasione una
Porta della Misericordia, dove chiunque entrerà potrà sperimentare l’amore di Dio che consola, che
perdona e dona speranza.
La domenica successiva, la Terza di Avvento, si aprirà la Porta Santa nella Cattedrale di Roma,
la Basilica di San Giovanni in Laterano. Successivamente, si aprirà la Porta Santa nelle altre Basiliche
Papali. Nella stessa domenica stabilisco che in ogni Chiesa particolare, nella Cattedrale che è la Chiesa
Madre per tutti i fedeli, oppure nella Concattedrale o in una chiesa di speciale significato, si apra per
tutto l’Anno Santo una uguale Porta della Misericordia. A scelta dell’Ordinario, essa potrà essere
aperta anche nei Santuari, mete di tanti pellegrini, che in questi luoghi sacri spesso sono toccati nel
cuore dalla grazia e trovano la via della conversione. Ogni Chiesa particolare, quindi, sarà direttamente
coinvolta a vivere questo Anno Santo come un momento straordinario di grazia e di rinnovamento
spirituale. Il Giubileo, pertanto, sarà celebrato a Roma così come nelle Chiese particolari quale segno
visibile della comunione di tutta la Chiesa.
4. Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della
Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio
Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. Per lei iniziava un
nuovo percorso della sua storia. I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte, come un vero
soffio dello Spirito, l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più
comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una
cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in modo nuovo. Una nuova tappa
dell’evangelizzazione di sempre. Un nuovo impegno per tutti i cristiani per testimoniare con più
entusiasmo e convinzione la loro fede. La Chiesa sentiva la responsabilità di essere nel mondo il segno
vivo dell’amore del Padre.
Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò
all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: «Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la
medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore … La Chiesa Cattolica, mentre
con questo Concilio Ecumenico innalza la fiaccola della verità cattolica, vuole mostrarsi madre
amorevolissima di tutti, benigna, paziente, mossa da misericordia e da bontà verso i figli da lei
separati» 2. Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a
conclusione del Concilio: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata
principalmente la carità … L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del
Concilio … Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano
moderno. Riprovati gli errori, sì; perché ciò esige la carità, non meno che la verità; ma per le persone
solo richiamo, rispetto ed amore. Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi; invece di funesti
presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo contemporaneo: i suoi valori sono
2

Discorso di apertura del Conc. Ecum. Vat. II, Gaudet Mater Ecclesia, 11 ottobre 1962, 2-3.

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3

stati non solo rispettati, ma onorati, i suoi sforzi sostenuti, le sue aspirazioni purificate e benedette …
Un’altra cosa dovremo rilevare: tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire
l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità» 3.
Con questi sentimenti di gratitudine per quanto la Chiesa ha ricevuto e di responsabilità per il
compito che ci attende, attraverseremo la Porta Santa con piena fiducia di essere accompagnati dalla
forza del Signore Risorto che continua a sostenere il nostro pellegrinaggio. Lo Spirito Santo che
conduce i passi dei credenti per cooperare all’opera di salvezza operata da Cristo, sia guida e sostegno
del Popolo di Dio per aiutarlo a contemplare il volto della misericordia 4.
5. L’Anno giubilare si concluderà nella solennità liturgica di Gesù Cristo Signore dell’universo,
il 20 novembre 2016. In quel giorno, chiudendo la Porta Santa avremo anzitutto sentimenti di
gratitudine e di ringraziamento verso la SS. Trinità per averci concesso questo tempo straordinario di
grazia. Affideremo la vita della Chiesa, l’umanità intera e il cosmo immenso alla Signoria di Cristo,
perché effonda la sua misericordia come la rugiada del mattino per una feconda storia da costruire con
l’impegno di tutti nel prossimo futuro. Come desidero che gli anni a venire siano intrisi di misericordia
per andare incontro ad ogni persona portando la bontà e la tenerezza di Dio! A tutti, credenti e lontani,
possa giungere il balsamo della misericordia come segno del Regno di Dio già presente in mezzo a noi.
6. «È proprio di Dio usare misericordia e specialmente in questo si manifesta la sua
onnipotenza» 5. Le parole di san Tommaso d’Aquino mostrano quanto la misericordia divina non sia
affatto un segno di debolezza, ma piuttosto la qualità dell’onnipotenza di Dio. È per questo che la
liturgia, in una delle collette più antiche, fa pregare dicendo: «O Dio che riveli la tua onnipotenza
soprattutto con la misericordia e il perdono» 6. Dio sarà per sempre nella storia dell’umanità come
Colui che è presente, vicino, provvidente, santo e misericordioso.
“Paziente e misericordioso” è il binomio che ricorre spesso nell’Antico Testamento per
descrivere la natura di Dio. Il suo essere misericordioso trova riscontro concreto in tante azioni della
storia della salvezza dove la sua bontà prevale sulla punizione e la distruzione. I Salmi, in modo
particolare, fanno emergere questa grandezza dell’agire divino: «Egli perdona tutte le tue colpe,
guarisce tutte le tue infermità, salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia» (103,34). In modo ancora più esplicito, un altro Salmo attesta i segni concreti della misericordia: «Il Signore
libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i
giusti, il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei
malvagi» (146,7-9). E da ultimo, ecco altre espressioni del Salmista: «[Il Signore] risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite. … Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi» (147,3.6).
Insomma, la misericordia di Dio non è un’idea astratta, ma una realtà concreta con cui Egli rivela il suo
amore come quello di un padre e di una madre che si commuovono fino dal profondo delle viscere per
il proprio figlio. È veramente il caso di dire che è un amore “viscerale”. Proviene dall’intimo come un
sentimento profondo, naturale, fatto di tenerezza e di compassione, di indulgenza e di perdono.
7. “Eterna è la sua misericordia”: è il ritornello che viene riportato ad ogni versetto del Salmo
136 mentre si narra la storia della rivelazione di Dio. In forza della misericordia, tutte le vicende
dell’antico testamento sono cariche di un profondo valore salvifico. La misericordia rende la storia di
Dio con Israele una storia di salvezza. Ripetere continuamente: “Eterna è la sua misericordia”, come fa
il Salmo, sembra voler spezzare il cerchio dello spazio e del tempo per inserire tutto nel mistero eterno
dell’amore. È come se si volesse dire che non solo nella storia, ma per l’eternità l’uomo sarà sempre

3

Allocuzione nell’ultima sessione pubblica, 7 dicembre 1965.
Cfr CONC. ECUM. VAT. II, Cost. dogm. Lumen Gentium, 16; Cost. past. Gaudium et spes, 15.
5
TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, II-II, q. 30, a. 4.
6
XXVI Domenica del Tempo Ordinario. Questa colletta appare già, nell’VIII secolo, tra i testi eucologici del
Sacramentario Gelasiano (1198).
4

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4

sotto lo sguardo misericordioso del Padre. Non è un caso che il popolo di Israele abbia voluto inserire
questo Salmo, il “Grande hallel” come viene chiamato, nelle feste liturgiche più importanti.
Prima della Passione Gesù ha pregato con questo Salmo della misericordia. Lo attesta
l’evangelista Matteo quando dice che «dopo aver cantato l’inno» (26,30), Gesù con i discepoli uscirono
verso il monte degli ulivi. Mentre Egli istituiva l’Eucaristia, quale memoriale perenne di Lui e della sua
Pasqua, poneva simbolicamente questo atto supremo della Rivelazione alla luce della misericordia.
Nello stesso orizzonte della misericordia, Gesù viveva la sua passione e morte, cosciente del grande
mistero di amore che si sarebbe compiuto sulla croce. Sapere che Gesù stesso ha pregato con questo
Salmo, lo rende per noi cristiani ancora più importante e ci impegna ad assumerne il ritornello nella
nostra quotidiana preghiera di lode: “Eterna è la sua misericordia”.
8. Con lo sguardo fisso su Gesù e il suo volto misericordioso possiamo cogliere l’amore della
SS. Trinità. La missione che Gesù ha ricevuto dal Padre è stata quella di rivelare il mistero dell’amore
divino nella sua pienezza. «Dio è amore» (1 Gv 4,8.16), afferma per la prima e unica volta in tutta la
Sacra Scrittura l’evangelista Giovanni. Questo amore è ormai reso visibile e tangibile in tutta la vita di
Gesù. La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con
le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie,
soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono
all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione.
Gesù, dinanzi alla moltitudine di persone che lo seguivano, vedendo che erano stanche e sfinite,
smarrite e senza guida, sentì fin dal profondo del cuore una forte compassione per loro (cfr Mt 9,36). In
forza di questo amore compassionevole guarì i malati che gli venivano presentati (cfr Mt 14,14), e con
pochi pani e pesci sfamò grandi folle (cfr Mt 15,37). Ciò che muoveva Gesù in tutte le circostanze non
era altro che la misericordia, con la quale leggeva nel cuore dei suoi interlocutori e rispondeva al loro
bisogno più vero. Quando incontrò la vedova di Naim che portava il suo unico figlio al sepolcro, provò
grande compassione per quel dolore immenso della madre in pianto, e le riconsegnò il figlio
risuscitandolo dalla morte (cfr Lc 7,15). Dopo aver liberato l’indemoniato di Gerasa, gli affida questa
missione: «Annuncia ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te» (Mc 5,19).
Anche la vocazione di Matteo è inserita nell’orizzonte della misericordia. Passando dinanzi al banco
delle imposte gli occhi di Gesù fissarono quelli di Matteo. Era uno sguardo carico di misericordia che
perdonava i peccati di quell’uomo e, vincendo le resistenze degli altri discepoli, scelse lui, il peccatore
e pubblicano, per diventare uno dei Dodici. San Beda il Venerabile, commentando questa scena del
Vangelo, ha scritto che Gesù guardò Matteo con amore misericordioso e lo scelse: miserando atque
eligendo7. Mi ha sempre impressionato questa espressione, tanto da farla diventare il mio motto.
9. Nelle parabole dedicate alla misericordia, Gesù rivela la natura di Dio come quella di un
Padre che non si dà mai per vinto fino a quando non ha dissolto il peccato e vinto il rifiuto, con la
compassione e la misericordia. Conosciamo queste parabole, tre in particolare: quelle della pecora
smarrita e della moneta perduta, e quella del padre e i due figli (cfr Lc 15,1-32). In queste parabole, Dio
viene sempre presentato come colmo di gioia, soprattutto quando perdona. In esse troviamo il nucleo
del Vangelo e della nostra fede, perché la misericordia è presentata come la forza che tutto vince, che
riempie il cuore di amore e che consola con il perdono.
Da un’altra parabola, inoltre, ricaviamo un insegnamento per il nostro stile di vita cristiano.
Provocato dalla domanda di Pietro su quante volte fosse necessario perdonare, Gesù rispose: «Non ti
dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22), e raccontò la parabola del “servo
spietato”. Costui, chiamato dal padrone a restituire una grande somma, lo supplica in ginocchio e il
padrone gli condona il debito. Ma subito dopo incontra un altro servo come lui che gli era debitore di
pochi centesimi, il quale lo supplica in ginocchio di avere pietà, ma lui si rifiuta e lo fa imprigionare.
Allora il padrone, venuto a conoscenza del fatto, si adira molto e richiamato quel servo gli dice: «Non
7

Cfr Om. 21: CCL 122, 149-151.

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5

dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,33). E Gesù
concluse: «Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al
proprio fratello» (Mt 18,35).
La parabola contiene un profondo insegnamento per ciascuno di noi. Gesù afferma che la
misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli.
Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il
perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è
un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure,
il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore. Lasciar
cadere il rancore, la rabbia, la violenza e la vendetta sono condizioni necessarie per vivere felici.
Accogliamo quindi l’esortazione dell’apostolo: «Non tramonti il sole sopra la vostra ira» (Ef 4,26). E
soprattutto ascoltiamo la parola di Gesù che ha posto la misericordia come un ideale di vita e come
criterio di credibilità per la nostra fede: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt
5,7) è la beatitudine a cui ispirarsi con particolare impegno in questo Anno Santo.
Come si nota, la misericordia nella Sacra Scrittura è la parola-chiave per indicare l’agire di Dio
verso di noi. Egli non si limita ad affermare il suo amore, ma lo rende visibile e tangibile. L’amore,
d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni,
atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua
responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici,
colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso
dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli. Come è misericordioso Lui, così siamo chiamati ad
essere misericordiosi noi, gli uni verso gli altri.
10. L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione
pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo
annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della
Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa «vive un
desiderio inesauribile di offrire misericordia»8. Forse per tanto tempo abbiamo dimenticato di indicare
e di vivere la via della misericordia. La tentazione, da una parte, di pretendere sempre e solo la
giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo, necessario e indispensabile, ma la Chiesa ha
bisogno di andare oltre per raggiungere una meta più alta e più significativa. Dall’altra parte, è triste
dover vedere come l’esperienza del perdono nella nostra cultura si faccia sempre più diradata. Perfino
la parola stessa in alcuni momenti sembra svanire. Senza la testimonianza del perdono, tuttavia, rimane
solo una vita infeconda e sterile, come se si vivesse in un deserto desolato. È giunto di nuovo per la
Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale
per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a
vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza.
11. Non possiamo dimenticare il grande insegnamento che san Giovanni Paolo II ha offerto con
la sua seconda Enciclica Dives in misericordia, che all’epoca giunse inaspettata e colse molti di
sorpresa per il tema che veniva affrontato. Due espressioni in particolare desidero ricordare. Anzitutto,
il santo Papa rilevava la dimenticanza del tema della misericordia nella cultura dei nostri giorni: «La
mentalità contemporanea, forse più di quella dell’uomo del passato, sembra opporsi al Dio di
misericordia e tende altresì ad emarginare dalla vita e a distogliere dal cuore umano l’idea stessa della
misericordia. La parola e il concetto di misericordia sembrano porre a disagio l’uomo, il quale, grazie
all’enorme sviluppo della scienza e della tecnica, non mai prima conosciuto nella storia, è diventato
padrone ed ha soggiogato e dominato la terra (cfr Gen 1,28). Tale dominio sulla terra, inteso talvolta
unilateralmente e superficialmente, sembra che non lasci spazio alla misericordia … Ed è per questo

8

Esort. ap. Evangelii gaudium, 24.

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che, nell’odierna situazione della Chiesa e del mondo, molti uomini e molti ambienti guidati da un vivo
senso di fede si rivolgono, direi, quasi spontaneamente alla misericordia di Dio» 9.
Inoltre, san Giovanni Paolo II così motivava l’urgenza di annunciare e testimoniare la
misericordia nel mondo contemporaneo: «Essa è dettata dall’amore verso l’uomo, verso tutto ciò che è
umano e che, secondo l’intuizione di gran parte dei contemporanei, è minacciato da un pericolo
immenso. Il mistero di Cristo … mi obbliga a proclamare la misericordia quale amore misericordioso
di Dio, rivelato nello stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a tale misericordia
e ad implorarla in questa difficile, critica fase della storia della Chiesa e del mondo» 10. Tale suo
insegnamento è più che mai attuale e merita di essere ripreso in questo Anno Santo. Accogliamo
nuovamente le sue parole: «La Chiesa vive una vita autentica quando professa e proclama la
misericordia – il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore – e quando accosta gli uomini alle
fonti della misericordia del Salvatore di cui essa è depositaria e dispensatrice» 11.
12. La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo,
che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona. La Sposa di Cristo fa suo il
comportamento del Figlio di Dio che a tutti va incontro senza escludere nessuno. Nel nostro tempo, in
cui la Chiesa è impegnata nella nuova evangelizzazione, il tema della misericordia esige di essere
riproposto con nuovo entusiasmo e con una rinnovata azione pastorale. È determinante per la Chiesa e
per la credibilità del suo annuncio che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia. Il suo
linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e
provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre.
La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e
al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente,
là deve essere evidente la misericordia del Padre. Nelle nostre parrocchie, nelle comunità, nelle
associazioni e nei movimenti, insomma, dovunque vi sono dei cristiani, chiunque deve poter trovare
un’oasi di misericordia.
13. Vogliamo vivere questo Anno Giubilare alla luce della parola del Signore: Misericordiosi
come il Padre. L’evangelista riporta l’insegnamento di Gesù che dice: «Siate misericordiosi, come il
Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). È un programma di vita tanto impegnativo quanto ricco di
gioia e di pace. L’imperativo di Gesù è rivolto a quanti ascoltano la sua voce (cfr Lc 6,27). Per essere
capaci di misericordia, quindi, dobbiamo in primo luogo porci in ascolto della Parola di Dio. Ciò
significa recuperare il valore del silenzio per meditare la Parola che ci viene rivolta. In questo modo è
possibile contemplare la misericordia di Dio e assumerlo come proprio stile di vita.
14. Il pellegrinaggio è un segno peculiare nell’Anno Santo, perché è icona del cammino che
ogni persona compie nella sua esistenza. La vita è un pellegrinaggio e l’essere umano è viator, un
pellegrino che percorre una strada fino alla meta agognata. Anche per raggiungere la Porta Santa a
Roma e in ogni altro luogo, ognuno dovrà compiere, secondo le proprie forze, un pellegrinaggio. Esso
sarà un segno del fatto che anche la misericordia è una meta da raggiungere e che richiede impegno e
sacrificio. Il pellegrinaggio, quindi, sia stimolo alla conversione: attraversando la Porta Santa ci
lasceremo abbracciare dalla misericordia di Dio e ci impegneremo ad essere misericordiosi con gli altri
come il Padre lo è con noi.
Il Signore Gesù indica le tappe del pellegrinaggio attraverso cui è possibile raggiungere questa
meta: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e
sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel
grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,37-38). Dice
anzitutto di non giudicare e di non condannare. Se non si vuole incorrere nel giudizio di Dio, nessuno
9

N. 2.
GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Dives in misericordia,15.
11
Ibid., 13.
10

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7

può diventare giudice del proprio fratello. Gli uomini, infatti, con il loro giudizio si fermano alla
superficie, mentre il Padre guarda nell’intimo. Quanto male fanno le parole quando sono mosse da
sentimenti di gelosia e invidia! Parlare male del fratello in sua assenza equivale a porlo in cattiva luce,
a compromettere la sua reputazione e lasciarlo in balia della chiacchiera. Non giudicare e non
condannare significa, in positivo, saper cogliere ciò che di buono c’è in ogni persona e non permettere
che abbia a soffrire per il nostro giudizio parziale e la nostra presunzione di sapere tutto. Ma questo
non è ancora sufficiente per esprimere la misericordia. Gesù chiede anche di perdonare e di donare.
Essere strumenti del perdono, perché noi per primi lo abbiamo ottenuto da Dio. Essere generosi nei
confronti di tutti, sapendo che anche Dio elargisce la sua benevolenza su di noi con grande
magnanimità.
Misericordiosi come il Padre, dunque, è il “motto” dell’Anno Santo. Nella misericordia
abbiamo la prova di come Dio ama. Egli dà tutto se stesso, per sempre, gratuitamente, e senza nulla
chiedere in cambio. Viene in nostro aiuto quando lo invochiamo. È bello che la preghiera quotidiana
della Chiesa inizi con queste parole: «O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto» (Sal
70,2). L’aiuto che invochiamo è già il primo passo della misericordia di Dio verso di noi. Egli viene a
salvarci dalla condizione di debolezza in cui viviamo. E il suo aiuto consiste nel farci cogliere la sua
presenza e la sua vicinanza. Giorno per giorno, toccati dalla sua compassione, possiamo anche noi
diventare compassionevoli verso tutti.
15. In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più
disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante
situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella
carne di tanti che non hanno più voce perché il loro grido si è affievolito e spento a causa
dell’indifferenza dei popoli ricchi. In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare
queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la
solidarietà e l’attenzione dovuta. Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che
anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi
per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci
provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi
perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternità. Che il loro grido diventi
il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera di indifferenza che spesso regna sovrana per
nascondere l’ipocrisia e l’egoismo.
È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di
misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita
davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i
privilegiati della misericordia divina. La predicazione di Gesù ci presenta queste opere di misericordia
perché possiamo capire se viviamo o no come suoi discepoli. Riscopriamo le opere di misericordia
corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i
forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di
misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori,
consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per
i vivi e per i morti.
Non possiamo sfuggire alle parole del Signore: e in base ad esse saremo giudicati: se avremo
dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è
nudo. Se avremo avuto tempo per stare con chi è malato e prigioniero (cfr Mt 25,31-45). Ugualmente,
ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di
solitudine; se saremo stati capaci di vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto i
bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà; se saremo stati vicini a chi è
solo e afflitto; se avremo perdonato chi ci offende e respinto ogni forma di rancore e di odio che porta
alla violenza; se avremo avuto pazienza sull’esempio di Dio che è tanto paziente con noi; se, infine,
avremo affidato al Signore nella preghiera i nostri fratelli e sorelle. In ognuno di questi “più piccoli” è

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presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato,
flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non
dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: «Alla sera della vita, saremo giudicati
sull’amore» 12.
16. Nel Vangelo di Luca troviamo un altro aspetto importante per vivere con fede il Giubileo.
Racconta l’evangelista che Gesù, un sabato, ritornò a Nazaret e, come era solito fare, entrò nella
Sinagoga. Lo chiamarono a leggere la Scrittura e commentarla. Il passo era quello del profeta Isaia
dove sta scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi
ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la
vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di misericordia del Signore» (61,1-2). “Un
anno di misericordia”: è questo quanto viene annunciato dal Signore e che noi desideriamo vivere.
Questo Anno Santo porta con sé la ricchezza della missione di Gesù che risuona nelle parole del
Profeta: portare una parola e un gesto di consolazione ai poveri, annunciare la liberazione a quanti sono
prigionieri delle nuove schiavitù della società moderna, restituire la vista a chi non riesce più a vedere
perché curvo su sé stesso, e restituire dignità a quanti ne sono stati privati. La predicazione di Gesù si
rende di nuovo visibile nelle risposte di fede che la testimonianza dei cristiani è chiamata ad offrire. Ci
accompagnino le parole dell’Apostolo: «Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia» (Rm 12,8).
17. La Quaresima di questo Anno Giubilare sia vissuta più intensamente come momento forte
per celebrare e sperimentare la misericordia di Dio. Quante pagine della Sacra Scrittura possono essere
meditate nelle settimane della Quaresima per riscoprire il volto misericordioso del Padre! Con le parole
del profeta Michea possiamo anche noi ripetere: Tu, o Signore, sei un Dio che toglie l’iniquità e
perdona il peccato, che non serbi per sempre la tua ira, ma ti compiaci di usare misericordia. Tu,
Signore, ritornerai a noi e avrai pietà del tuo popolo. Calpesterai le nostre colpe e getterai in fondo al
mare tutti i nostri peccati (cfr 7,18-19).
Le pagine del profeta Isaia potranno essere meditate più concretamente in questo tempo di
preghiera, digiuno e carità: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel
dividere il pane con l'affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi
nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si
rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora
invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te
l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai
l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. Ti
guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino
irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono» (58,6-11).
L’iniziativa “24 ore per il Signore”, da celebrarsi nel venerdì e sabato che precedono la IV
Domenica di Quaresima, è da incrementare nelle Diocesi. Tante persone si stanno riavvicinando al
sacramento della Riconciliazione e tra questi molti giovani, che in tale esperienza ritrovano spesso il
cammino per ritornare al Signore, per vivere un momento di intensa preghiera e riscoprire il senso
della propria vita. Poniamo di nuovo al centro con convinzione il sacramento della Riconciliazione,
perché permette di toccare con mano la grandezza della misericordia. Sarà per ogni penitente fonte di
vera pace interiore.
Non mi stancherò mai di insistere perché i confessori siano un vero segno della misericordia del
Padre. Non ci si improvvisa confessori. Lo si diventa quando, anzitutto, ci facciamo noi per primi
penitenti in cerca di perdono. Non dimentichiamo mai che essere confessori significa partecipare della
stessa missione di Gesù ed essere segno concreto della continuità di un amore divino che perdona e che
salva. Ognuno di noi ha ricevuto il dono dello Spirito Santo per il perdono dei peccati, di questo siamo
12

Parole di luce e di amore, 57.

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responsabili. Nessuno di noi è padrone del Sacramento, ma un fedele servitore del perdono di Dio.
Ogni confessore dovrà accogliere i fedeli come il padre nella parabola del figlio prodigo: un padre che
corre incontro al figlio nonostante avesse dissipato i suoi beni. I confessori sono chiamati a stringere a
sé quel figlio pentito che ritorna a casa e ad esprimere la gioia per averlo ritrovato. Non si stancheranno
di andare anche verso l’altro figlio rimasto fuori e incapace di gioire, per spiegargli che il suo giudizio
severo è ingiusto, e non ha senso dinanzi alla misericordia del Padre che non ha confini. Non porranno
domande impertinenti, ma come il padre della parabola interromperanno il discorso preparato dal figlio
prodigo, perché sapranno cogliere nel cuore di ogni penitente l’invocazione di aiuto e la richiesta di
perdono. Insomma, i confessori sono chiamati ad essere sempre, dovunque, in ogni situazione e
nonostante tutto, il segno del primato della misericordia.
18. Nella Quaresima di questo Anno Santo ho l’intenzione di inviare i Missionari della
Misericordia. Saranno un segno della sollecitudine materna della Chiesa per il Popolo di Dio, perché
entri in profondità nella ricchezza di questo mistero così fondamentale per la fede. Saranno sacerdoti a
cui darò l’autorità di perdonare anche i peccati che sono riservati alla Sede Apostolica, perché sia resa
evidente l’ampiezza del loro mandato. Saranno, soprattutto, segno vivo di come il Padre accoglie
quanti sono in ricerca del suo perdono. Saranno dei missionari della misericordia perché si faranno
artefici presso tutti di un incontro carico di umanità, sorgente di liberazione, ricco di responsabilità per
superare gli ostacoli e riprendere la vita nuova del Battesimo. Si lasceranno condurre nella loro
missione dalle parole dell’Apostolo: «Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere
misericordioso verso tutti» (Rm 11,32). Tutti infatti, nessuno escluso, sono chiamati a cogliere
l’appello alla misericordia. I missionari vivano questa chiamata sapendo di poter fissare lo sguardo su
Gesù, «sommo sacerdote misericordioso e degno di fede» (Eb 2,17).
Chiedo ai confratelli Vescovi di invitare e di accogliere questi Missionari, perché siano
anzitutto predicatori convincenti della misericordia. Si organizzino nelle Diocesi delle “missioni al
popolo”, in modo che questi Missionari siano annunciatori della gioia del perdono. Si chieda loro di
celebrare il sacramento della Riconciliazione per il popolo, perché il tempo di grazia donato nell’Anno
Giubilare permetta a tanti figli lontani di ritrovare il cammino verso la casa paterna. I Pastori,
specialmente durante il tempo forte della Quaresima, siano solleciti nel richiamare i fedeli ad accostarsi
«al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia» (Eb 4,16).
19. La parola del perdono possa giungere a tutti e la chiamata a sperimentare la misericordia
non lasci nessuno indifferente. Il mio invito alla conversione si rivolge con ancora più insistenza verso
quelle persone che si trovano lontane dalla grazia di Dio per la loro condotta di vita. Penso in modo
particolare agli uomini e alle donne che appartengono a un gruppo criminale, qualunque esso sia. Per il
vostro bene, vi chiedo di cambiare vita. Ve lo chiedo nel nome del Figlio di Dio che, pur combattendo
il peccato, non ha mai rifiutato nessun peccatore. Non cadete nella terribile trappola di pensare che la
vita dipende dal denaro e che di fronte ad esso tutto il resto diventa privo di valore e di dignità. È solo
un’illusione. Non portiamo il denaro con noi nell’al di là. Il denaro non ci dà la vera felicità. La
violenza usata per ammassare soldi che grondano sangue non rende potenti né immortali. Per tutti,
presto o tardi, viene il giudizio di Dio a cui nessuno potrà sfuggire.
Lo stesso invito giunga anche alle persone fautrici o complici di corruzione. Questa piaga
putrefatta della società è un grave peccato che grida verso il cielo, perché mina fin dalle fondamenta la
vita personale e sociale. La corruzione impedisce di guardare al futuro con speranza, perché con la sua
prepotenza e avidità distrugge i progetti dei deboli e schiaccia i più poveri. E’ un male che si annida nei
gesti quotidiani per estendersi poi negli scandali pubblici. La corruzione è un accanimento nel peccato,
che intende sostituire Dio con l’illusione del denaro come forma di potenza. È un’opera delle tenebre,
sostenuta dal sospetto e dall’intrigo. Corruptio optimi pessima, diceva con ragione san Gregorio
Magno, per indicare che nessuno può sentirsi immune da questa tentazione. Per debellarla dalla vita
personale e sociale sono necessarie prudenza, vigilanza, lealtà, trasparenza, unite al coraggio della
denuncia. Se non la si combatte apertamente, presto o tardi rende complici e distrugge l’esistenza.

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Questo è il momento favorevole per cambiare vita! Questo è il tempo di lasciarsi toccare il
cuore. Davanti al male commesso, anche a crimini gravi, è il momento di ascoltare il pianto delle
persone innocenti depredate dei beni, della dignità, degli affetti, della stessa vita. Rimanere sulla via del
male è solo fonte di illusione e di tristezza. La vera vita è ben altro. Dio non si stanca di tendere la
mano. È sempre disposto ad ascoltare, e anch’io lo sono, come i miei fratelli vescovi e sacerdoti. È
sufficiente solo accogliere l’invito alla conversione e sottoporsi alla giustizia, mentre la Chiesa offre la
misericordia.
20. Non sarà inutile in questo contesto richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia. Non
sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa
progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. La giustizia è un concetto
fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico
attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò
che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice.
La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon
israelita conforme ai comandamenti dati da Dio. Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a
cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia
possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la
giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio.
Da parte sua, Gesù parla più volte dell’importanza della fede, piuttosto che dell’osservanza
della legge. È in questo senso che dobbiamo comprendere le sue parole quando, trovandosi a tavola
con Matteo e altri pubblicani e peccatori, dice ai farisei che lo contestavano: «Andate e imparate che
cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma
i peccatori» (Mt 9,13). Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che
giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della
misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza. Si comprende perché, a
causa di questa sua visione così liberatrice e fonte di rinnovamento, Gesù sia stato rifiutato dai farisei e
dai dottori della legge. Questi per essere fedeli alla legge ponevano solo pesi sulle spalle delle persone,
vanificando però la misericordia del Padre. Il richiamo all’osservanza della legge non può ostacolare
l’attenzione per le necessità che toccano la dignità delle persone.
Il richiamo che Gesù fa al testo del profeta Osea – «voglio l’amore e non il sacrificio» (6,6) – è
molto significativo in proposito. Gesù afferma che d’ora in avanti la regola di vita dei suoi discepoli
dovrà essere quella che prevede il primato della misericordia, come Lui stesso testimonia,
condividendo il pasto con i peccatori. La misericordia, ancora una volta, viene rivelata come
dimensione fondamentale della missione di Gesù. Essa è una vera sfida dinanzi ai suoi interlocutori che
si fermavano al rispetto formale della legge. Gesù, invece, va oltre la legge; la sua condivisione con
quelli che la legge considerava peccatori fa comprendere fin dove arriva la sua misericordia.
Anche l’apostolo Paolo ha fatto un percorso simile. Prima di incontrare Cristo sulla via di
Damasco, la sua vita era dedicata a perseguire in maniera irreprensibile la giustizia della legge (cfr Fil
3,6). La conversione a Cristo lo portò a ribaltare la sua visione, a tal punto che nella Lettera ai Galati
afferma: «Abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù per essere giustificati per la fede in Cristo e non
per le opere della Legge» (2,16). La sua comprensione della giustizia cambia radicalmente. Paolo ora
pone al primo posto la fede e non più la legge. Non è l’osservanza della legge che salva, ma la fede in
Gesù Cristo, che con la sua morte e resurrezione porta la salvezza con la misericordia che giustifica. La
giustizia di Dio diventa adesso la liberazione per quanti sono oppressi dalla schiavitù del peccato e di
tutte le sue conseguenze. La giustizia di Dio è il suo perdono (cfr Sal 51,11-16).
21. La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il
peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere. L’esperienza del
profeta Osea ci viene in aiuto per mostrarci il superamento della giustizia nella direzione della
misericordia. L’epoca di questo profeta è tra le più drammatiche della storia del popolo ebraico. Il

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Regno è vicino alla distruzione; il popolo non è rimasto fedele all’alleanza, si è allontanato da Dio e ha
perso la fede dei Padri. Secondo una logica umana, è giusto che Dio pensi di rifiutare il popolo
infedele: non ha osservato il patto stipulato e quindi merita la dovuta pena, cioè l’esilio. Le parole del
profeta lo attestano: «Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto
convertirsi» (Os 11,5). Eppure, dopo questa reazione che si richiama alla giustizia, il profeta modifica
radicalmente il suo linguaggio e rivela il vero volto di Dio: «Il mio cuore si commuove dentro di me, il
mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere
Èfraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò da te nella mia ira»
(11,8-9). Sant’Agostino, quasi a commentare le parole del profeta dice: «È più facile che Dio trattenga
l’ira più che la misericordia»13. È proprio così. L’ira di Dio dura un istante, mentre la sua misericordia
dura in eterno.
Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che
invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi
solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono.
Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la
pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del
perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta
l’amore che è a fondamento di una vera giustizia. Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive
Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei:
«Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di
Dio. Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede» (Rm 10,3-4).
Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione
di Gesù Cristo. La Croce di Cristo, dunque, è il giudizio di Dio su tutti noi e sul mondo, perché ci offre
la certezza dell’amore e della vita nuova.
22. Il Giubileo porta con sé anche il riferimento all’indulgenza. Nell’Anno Santo della
Misericordia essa acquista un rilievo particolare. Il perdono di Dio per i nostri peccati non conosce
confini. Nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, Dio rende evidente questo suo amore che giunge
fino a distruggere il peccato degli uomini. Lasciarsi riconciliare con Dio è possibile attraverso il
mistero pasquale e la mediazione della Chiesa. Dio quindi è sempre disponibile al perdono e non si
stanca mai di offrirlo in maniera sempre nuova e inaspettata. Noi tutti, tuttavia, facciamo esperienza del
peccato. Sappiamo di essere chiamati alla perfezione (cfr Mt 5,48), ma sentiamo forte il peso del
peccato. Mentre percepiamo la potenza della grazia che ci trasforma, sperimentiamo anche la forza del
peccato che ci condiziona. Nonostante il perdono, nella nostra vita portiamo le contraddizioni che sono
la conseguenza dei nostri peccati. Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che
sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri
comportamenti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo.
Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e
lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abilitandolo ad agire con carità, a crescere
nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato.
La Chiesa vive la comunione dei Santi. Nell’Eucaristia questa comunione, che è dono di Dio, si
attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr
Ap 7,4). La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua
preghiera e la sua vita di venire incontro alla debolezza di alcuni con la santità di altri. Vivere dunque
l’indulgenza nell’Anno Santo significa accostarsi alla misericordia del Padre con la certezza che il suo
perdono si estende su tutta la vita del credente. Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che
partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme
conseguenze a cui giunge l’amore di Dio. Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il
perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa.
13

Enarr. in Ps. 76, 11.

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12

23. La misericordia possiede una valenza che va oltre i confini della Chiesa. Essa ci relaziona
all’Ebraismo e all’Islam, che la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio. Israele per primo
ha ricevuto questa rivelazione, che permane nella storia come inizio di una ricchezza
incommensurabile da offrire all’intera umanità. Come abbiamo visto, le pagine dell’Antico Testamento
sono intrise di misericordia, perché narrano le opere che il Signore ha compiuto a favore del suo
popolo nei momenti più difficili della sua storia. L’Islam, da parte sua, tra i nomi attribuiti al Creatore
pone quello di Misericordioso e Clemente. Questa invocazione è spesso sulle labbra dei fedeli
musulmani, che si sentono accompagnati e sostenuti dalla misericordia nella loro quotidiana debolezza.
Anch’essi credono che nessuno può limitare la misericordia divina perché le sue porte sono sempre
aperte.
Questo Anno Giubilare vissuto nella misericordia possa favorire l’incontro con queste religioni
e con le altre nobili tradizioni religiose; ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e
comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di
discriminazione.
24. Il pensiero ora si volge alla Madre della Misericordia. La dolcezza del suo sguardo ci
accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio.
Nessuno come Maria ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è
stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. La Madre del Crocifisso Risorto è entrata
nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore.
Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata dall’amore del
Padre per essere Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina
misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di
Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende «di generazione in generazione» (Lc 1,50).
Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria. Questo ci sarà di conforto
e di sostegno mentre attraverseremo la Porta Santa per sperimentare i frutti della misericordia divina.
Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di
perdono che escono dalle labbra di Gesù. Il perdono supremo offerto a chi lo ha crocifisso ci mostra fin
dove può arrivare la misericordia di Dio. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non
conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno. Rivolgiamo a lei la preghiera antica e
sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi
misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù.
La nostra preghiera si estenda anche ai tanti Santi e Beati che hanno fatto della misericordia la
loro missione di vita. In particolare il pensiero è rivolto alla grande apostola della misericordia, santa
Faustina Kowalska. Lei, che fu chiamata ad entrare nelle profondità della divina misericordia,
interceda per noi e ci ottenga di vivere e camminare sempre nel perdono di Dio e nell’incrollabile
fiducia nel suo amore.
25. Un Anno Santo straordinario, dunque, per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia
che da sempre il Padre estende verso di noi. In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non
si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la
sua vita. La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio. La sua vita è
autentica e credibile quando fa della misericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo
compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è
quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo.
La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia professandola e
vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo. Dal cuore della Trinità, dall’intimo più
profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia. Questa
fonte non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano. Ogni volta che ognuno ne
avrà bisogno, potrà accedere ad essa, perché la misericordia di Dio è senza fine. Tanto è

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imperscrutabile la profondità del mistero che racchiude, tanto è inesauribile la ricchezza che da essa
proviene.
In questo Anno Giubilare la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e
convincente come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore. Non si stanchi mai
di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di
ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: «Ricordati, Signore, della tua misericordia e
del tuo amore, che è da sempre» (Sal 25,6).
Dato a Roma, presso San Pietro, l’11 aprile, Vigilia della II Domenica di Pasqua o della Divina
Misericordia, dell’Anno del Signore 2015, terzo di pontificato.

[00561-IT.01] [Testo originale: Italiano]
[B0258-XX.01]


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