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Haruki Murakami I salici ciechi e la donna addormentata .pdf



Nome del file originale: Haruki Murakami - I salici ciechi e la donna addormentata.pdf
Titolo: I salici ciechi e la donna addormentata
Autore: Haruki Murakami

Questo documento in formato PDF 1.5 è stato generato da Microsoft® Word 2010, ed è stato inviato su file-pdf.it il 13/04/2015 alle 15:11, dall'indirizzo IP 79.10.x.x. La pagina di download del file è stata vista 4632 volte.
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Haruki Murakami

I SALICI CIECHI
E LA DONNA ADDORMENTATA
Traduzione di Antonietta Pastore

Ventiquattro racconti che ci conducono verso il nucleo più profondo
della poetica di Murakami, dove piccoli fatti, all'apparenza insignificanti, rivelano universi sconosciuti eppure stranamente, magicamente
famigliari.

I salici ciechi e la donna addormentata
Birthday Girl
La tragedia nella miniera di carbone di New York
L'aeroplano – o come lui parlasse da solo con l'aria di recitare una poesia
Lo specchio
Il folclore dei nostri tempi Preistoria del capitalismo avanzato
Coltello da caccia
La giornata giusta per vedere i canguri
Il tuffetto
I gatti antropofagi
Storia di una zia povera
Nausea 1979
Il settimo uomo
Nell'anno degli spaghetti
Tony Takitani
Splendore e decadenza delle ciambelle a cono
L'uomo di ghiaccio
Granchi
La lucciola
Percorsi del caso
Hanalei bay
In un posto dove potrei trovarlo
La pietra a forma di rene che si spostava ogni giorno
La scimmia di Shinagawa
Glossario

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160
174
180
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202
212
218
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299
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I salici ciechi e la donna addormentata

Chiudendo gli occhi, sentii l'odore del vento. Un vento di maggio gonfio
come un frutto, che aveva in sé la ruvidità della buccia, la morbidezza della
polpa e innumerevoli semi. Quando il frutto si spaccò nel cielo, i semi
vennero a mitragliarmi il braccio nudo, soffici proiettili che mi lasciarono
una leggera sensazione di dolore.
– Che ore sono? – chiese mio cugino. Essendo quasi venti centimetri più
basso di me, quando mi parlava mi guardava sempre da sotto in su.
Detti un'occhiata all'orologio.
– Le dieci e venti.
– Il tuo orologio va bene?
– Sì, penso di sì.
Mio cugino mi afferrò il polso per verificare. Aveva dita affusolate, ma
sorprendentemente forti.
– È di marca? – mi chiese.
– No, no, non vale granché, – gli dissi, voltandomi a guardare la tabella
degli orari dell'autobus.
Nessuna reazione.
Girandomi verso di lui, vidi che mi stava osservando con aria preoccupata. Tra le sue labbra si intravedevano denti bianchissimi che parevano
ossa atrofizzate.
– Non vale granché, – ripetei guardandolo in faccia e scandendo bene le
parole. – Non vale granché, ma è preciso.
Lui annuì in silenzio.
Mio cugino non sente bene dall'orecchio destro. Il suo udito è rimasto
danneggiato all'inizio della prima elementare, quando è stato colpito da una
palla da baseball. Ma è una menomazione che non gli crea particolari disagi, se non saltuariamente.
Frequenta una scuola normale, conduce una vita normale, e in classe
occupa sempre il primo banco a destra, in modo da stare con l'orecchio si5

nistro rivolto verso l'insegnante. Anche i suoi risultati scolastici sono discreti. Il problema è che il suo udito funziona a fasi alterne, come la marea:
in certi periodi ci sente relativamente bene, in altri no. E un paio di volte
all'anno gli succede di non sentire più nulla da entrambe le orecchie. Come
se il silenzio dell'orecchio destro diventasse tanto profondo da propagarsi
al sinistro. Queste crisi, che lo obbligano ad assentarsi da scuola, ovviamente scombussolano la sua vita. Per quale motivo la sordità si aggravi
tanto, nemmeno i medici sanno spiegarlo. Perché non esistono casi analoghi al mondo. Di conseguenza non si conosce la cura al suo male.
– Gli orologi, non è che più costano più sono precisi, – disse mio cugino
come per convincersi. – Quello che avevo prima era piuttosto caro, ma ritardava. Me l'avevano regalato i miei quando sono entrato alle medie, ma
dopo un anno l'ho perso, e da allora ne ho sempre fatto a meno. Perché non
me l'hanno ricomprato.
– Non dev'essere molto pratico, stare senza orologio.
– Come?
– Non ti crea problemi, stare senza orologio? – gli chiesi guardandolo in
faccia.
– No, non particolarmente, – rispose lui scuotendo la testa. – Mica vivo
su una montagna come un eremita, posso sempre chiedere l'ora a qualcuno.
– Già, è vero, – dissi.
Per un po' restammo in silenzio.
Mi rendevo conto che avrei dovuto mostrarmi più gentile con lui, parlargli. Aiutarlo a sentirsi meno teso prima di arrivare all'ospedale. Ma erano trascorsi cinque anni dall'ultima volta che ci eravamo visti. Mio cugino,
che all'epoca aveva nove anni, nel frattempo ne aveva compiuti quattordici,
e io venticinque. Quell'intervallo di tempo aveva creato fra noi una barriera
traslucida difficile da attraversare. Quando volevo dirgli qualcosa di importante, le parole non mi venivano. E ogni volta che esitavo o rinunciavo, lui
alzava sempre gli occhi e mi guardava con una certa apprensione. Tendendo un poco l'orecchio sinistro verso di me.
– Adesso che ore sono? – mi chiese.
– Le dieci e ventinove, – risposi.
L'autobus arrivò alle dieci e trentadue.
Erano cambiati, gli autobus, da quando andavo al liceo. Con quell'enorme parabrezza, sembravano dei cacciabombardieri senza le ali. Quello
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su cui salimmo era molto più affollato di quanto avessi previsto. Non c'erano passeggeri in piedi, ma quasi tutti i posti a sedere erano occupati, non
ne trovammo due liberi vicini. Decidemmo di restare in piedi davanti all'uscita posteriore, tanto il tragitto non era lungo. Però non riuscivo a spiegarmi perché a quell'ora ci fosse tanta gente. Era una linea che partiva da
una stazione ferroviaria privata, faceva il giro di una zona residenziale collinare, e tornava alla stazione. Lungo il percorso non c'erano luoghi famosi
o edifici di particolare interesse. Solo alcune scuole, ragion per cui all'inizio e alla fine delle lezioni l'autobus si riempiva di studenti, ma a quell'ora
del mattino avrebbe dovuto essere vuoto.
Mio cugino e io ci tenevamo rispettivamente a una maniglia e a una
sbarra verticale. L'autobus era nuovo fiammante, sembrava appena uscito
dalla fabbrica. Sulle superfici in metallo, lucide come specchi, non c'era un
granello di polvere, e il rivestimento dei sedili era perfetto, senza una grinza. Come tutti i macchinari nuovi, aveva un aspetto fiero e baldanzoso che
si trasmetteva persino ai bulloni, a ogni singola piccola vite.
Il fatto che l'autobus fosse nuovo, e più affollato di quanto mi aspettassi,
mi mise un po' in apprensione. Che a mia insaputa il percorso della linea
fosse cambiato? Guardai con attenzione l'interno della vettura, poi osservai
il paesaggio fuori dal finestrino. Era il solito paesaggio di una tranquilla
zona residenziale di periferia, quello di sempre.
– Siamo sull'autobus giusto, vero? – mi domandò con aria inquieta mio
cugino. Forse cominciava a preoccuparsi anche lui, vedendomi disorientato
da quando eravamo saliti.
– Tranquillo, – gli risposi, più che altro per convincere me stesso. –
Credo proprio che sia quello giusto. Anche perché da queste parti non passano altre linee.
– È l'autobus che prendevi quando andavi al liceo?
– Sì.
– Ti piaceva, la scuola?
– No, non molto, – risposi sinceramente. – Però a scuola potevo vedere i
miei amici, quindi non ci andavo malvolentieri.
Mio cugino rifletté su quanto gli avevo appena detto.
– Li vedi ancora, i tuoi amici?
– No, ormai ci siamo persi di vista, già da un bel po', – risposi scegliendo bene le parole.
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– Come mai? Perché non vi vedete più?
– Be', siamo stati lontani per tanto tempo... – Non era il motivo vero, ma
non mi veniva in mente una spiegazione migliore.
Vicino a noi sedeva un gruppo di anziani. Dovevano essere una quindicina ed erano loro a riempire l'autobus. Avevano tutti una bella abbronzatura uniforme, fin sulla nuca. E tutti, dal primo all'ultimo, un fisico asciutto.
La maggior parte degli uomini indossava spesse camicie da montagna, le
donne semplici camicette senza motivi ornamentali. Sulle ginocchia tenevano degli zainetti adatti a una breve escursione ad alta quota. Si assomigliavano in maniera sorprendente, sembravano campioni di qualche merce
esposti uno accanto all'altro e portati lì con tutto il cassetto. Però era strano:
lungo il percorso dell'autobus non partivano sentieri collinari. Dove diavolo stavano andando? Aggrappato alla maniglia mi spremevo le meningi,
ma non trovavo una spiegazione plausibile.
– Chissà se questa volta il dottore mi farà male, – mi chiese mio cugino.
– Mah, chi lo sa... – risposi. – Su questo non mi è stato detto niente.
– Sei già andato da un otorino?
Scossi la testa. A pensarci bene no, non ne avevo mai avuto bisogno in
vita mia.
– Le altre volte hai sentito dolore? – gli domandai.
– No, non proprio, – rispose con un'aria leggermente contrariata. – Certo, non è che non faccia male per niente, ogni tanto un po' di fastidio lo
sento. Però è sopportabile.
– Be', sarà la stessa cosa anche oggi. Tua mamma mi ha detto che più o
meno non sarà diverso dalle altre volte.
– Sì, ma se sarà uguale alle altre volte, non servirà di nuovo a nulla.
– Questo non si sa. Magari è anche questione di cogliere il momento
giusto.
– Cioè? Come quando si fa saltare un tappo? – chiese mio cugino. Gli
gettai un'occhiata: non sembrava voler fare dell'ironia.
– Con un nuovo medico ti sentirai più fiducioso, e poi può darsi che un
piccolo cambiamento nel modo di procedere si riveli molto significativo.
Credo che non dovresti rassegnarti con tanta facilità.
– Mica mi sto rassegnando.
– Però mi sembri stufo, no?
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– Un po', – rispose mio cugino facendo un sospiro. – La cosa più difficile da sopportare è la paura. Più che il dolore reale, quello che detesto, che
mi spaventa, è immaginare che avrò male. Riesci a capirmi?
– Sì, credo di sì, – risposi.
Nella primavera di quell'anno erano successe diverse cose. Si erano verificate circostanze che mi avevano spinto a lasciare la piccola agenzia
pubblicitaria di Tōkyō dove lavoravo da due anni. Io e la mia ragazza, con
cui stavo dai tempi dell'università, ci eravamo lasciati. Un mese dopo mia
nonna era morta di tumore all'intestino, e per essere presente al funerale
ero tornato in città, dopo cinque anni d'assenza, con una piccola valigia per
bagaglio. A casa avevo ritrovato la mia camera come l'avevo lasciata. C'erano ancora i libri allineati sugli scaffali, il mio letto, la mia scrivania, i
miei dischi... Ma ogni cosa nella stanza sembrava essiccata, aveva perso il
colore e il profumo di una volta. Solo il tempo era rimasto fermo.
Dopo il funerale della nonna, avevo intenzione di restare altri due o tre
giorni, poi me ne sarei tornato a Tōkyō. Nuove occasioni di lavoro non
mancavano e volevo tastare un po' il terreno. Mi sarebbe anche piaciuto
cambiare casa, per ricominciare da zero. Ma più passavano i giorni, più
trovavo difficile decidermi a partire. Anzi, per essere preciso, la decisione
l'avevo presa, però non riuscivo a scuotermi. Me ne stavo chiuso nella mia
stanza ad ascoltare vecchi dischi, a rileggere vecchi libri, e ogni tanto tagliavo l'erba del prato. Non vedevo nessuno, a parte i miei famigliari non
parlavo con nessuno.
Un giorno venne mia zia e mi chiese se potevo accompagnare mio cugino da un medico nuovo, presso il quale aveva prenotato una visita. In realtà
avrebbe dovuto andarci lei, mi disse, ma in quella data aveva un impegno
improrogabile. Visto che sapevo dove si trovava la clinica – vicino al mio
vecchio liceo – e non avevo nient'altro da fare, non c'era motivo di rifiutare. Mia zia allora mi dette una busta contenente dei soldi, perché portassi
mio cugino a pranzo da qualche parte.
Se aveva cambiato clinica, era perché la cura prescritta in quella precedente non aveva dato risultati. Al contrario, i periodi di sordità totale erano
diventati molto più frequenti di prima. Quando la zia se ne era lamentata
col medico, si era sentita rispondere che forse la causa non era da cercarsi
in fattori esterni, ma nell'ambiente famigliare, e ne era nata una lite. A essere sinceri, nessuno si illudeva che il problema uditivo di mio cugino po9

tesse migliorare solo cambiando medico. I suoi genitori sembravano quasi
rassegnati, ma ovviamente non era una cosa da dirsi.
Malgrado le nostre case fossero vicine, tra me e mio cugino non c'era
mai stata molta confidenza. Quando le nostre famiglie si incontravano lo
facevo giocare un po' e ogni tanto lo portavo da qualche parte, ma niente di
più, perché ci separavano dieci anni d'età. Ciononostante a un certo punto
tutti avevano preso a considerarci molto uniti. Cioè erano convinti che mio
cugino mi fosse particolarmente legato, e che io provassi per lui una grande tenerezza. Per molto tempo non riuscii a capirne la motivazione. Ora però, guardandolo mentre stava voltato verso di me con la testa un po' piegata
e l'orecchio sinistro teso, stranamente mi sentivo commosso. Quella sua
vaga goffaggine mi toccava il cuore, come il suono della pioggia udito in
tempi lontani. Cominciai a capire perché i nostri genitori ci tenessero tanto
a vederci affiatati.
Quando l'autobus ebbe superato la settima o l'ottava fermata, di nuovo
mio cugino alzò su di me uno sguardo inquieto.
– È ancora avanti?
– Sì, è ancora avanti. La clinica è piuttosto grande, non c'è pericolo che
non la vediamo.
Intanto guardavo distratto gli anziani: il vento che entrava dai finestrini
agitava piano le falde dei loro cappelli e le sciarpe che avevano intorno al
collo. Ma chi erano, queste persone? E dove diavolo andavano?
– Senti, verrai assunto nell'azienda di mio padre? – mi chiese mio cugino.
Lo guardai sorpreso. Suo padre, cioè mio zio, era titolare di una grossa
tipografia a Kōbe. Io però non avevo mai pensato all'eventualità di lavorare
per lui, né qualcuno me l'aveva mai suggerito.
– No, è la prima volta che sento questa cosa, – risposi. – Ma perché me
lo chiedi?
Mio cugino divenne paonazzo.
– No, ho solo pensato che magari era possibile. Però sarebbe bello, non
credi? Così staresti sempre qui. Tutti sarebbero contenti.
Una voce registrata annunciò il nome della fermata successiva, ma nessuno schiacciò il pulsante, né alla fermata c'era gente ad aspettare l'autobus.
– Sì, ma devo tornare a Tōkyō, ho delle cose da fare... – dissi. Mio cugino annuì in silenzio. Non c'era assolutamente nulla che «dovessi fare», a
Tōkyō. Però escludevo la possibilità di restare lì.
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Man mano che l'autobus saliva lungo il fianco della collina, le case si
facevano più rade e gli alberi più fitti, grossi rami proiettavano la loro ombra sulla strada. Si cominciarono a vedere delle ville con i muri intonacati e
basse recinzioni, forse erano abitate da stranieri. Soffiava un vento freddo
che rinvigoriva. A ogni curva della strada il mare in basso appariva e spariva. Noi due seguivamo con gli occhi il panorama, finché non arrivammo
alla clinica.
La visita sarebbe durata un bel po', tuttavia mio cugino mi assicurò che
se la poteva cavare da solo, preferiva che lo aspettassi da qualche altra parte. Dopo aver scambiato due parole di saluto col medico, uscii dall'ambulatorio e andai alla caffetteria. Non avevo quasi fatto colazione e avevo fame,
ma nel menu non trovai nulla che mi ispirasse. Finii per ordinare soltanto
un caffè.
Era il mattino di un giorno feriale, nel locale oltre a me c'era soltanto
una famiglia. Il padre, che doveva avere circa quarantacinque anni, indossava un pigiama a righe blu e teneva i piedi infilati in pantofole di plastica.
La moglie e le figlie – due gemelle – erano venute a trovarlo. Le bambine
avevano due vestitini bianchi uguali, e bevevano entrambe con aria assorta
un succo d'arancia, chine sul tavolo. La malattia del padre non doveva essere molto grave, perché tutti, sia i genitori che le figlie, avevano sul viso
un'espressione un po' annoiata.
Fuori dalla finestra si vedeva un giardino tenuto a prato. Qua e là degli
irrigatori a girandola ruotavano rumorosamente facendo piovere sull'erba
spruzzi luminosi. Due uccelli dalla lunga coda attraversarono lo spazio al
di sopra del prato levando un verso stridente, poi scomparvero dalla mia
visuale. Oltre il giardino si vedevano dei campi da tennis, ma erano deserti,
e mancavano le reti. Al di là dei campi da tennis c'era una fila di olmi, tra i
cui rami si scorgeva il mare. Tante piccole onde riflettevano la luce abbagliante del sole d'inizio estate. Il vento faceva fremere le foglie degli olmi e
ondeggiare leggermente gli spruzzi d'acqua.
Avevo l'impressione di aver già visto quella scena in un lontano passato:
c'era un grande prato, due bambine gemelle che bevevano un succo d'arancia, alcuni uccelli dalla lunga coda che volavano verso chissà quale meta,
dei campi da tennis senza rete e, al di là, il mare... ma la mia impressione
era illusoria. L'immagine era vivida e quasi tangibile, eppure ingannevole,
lo sapevo bene. Era la prima volta che mettevo piede in quella clinica.

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Posai le gambe sulla sedia davanti a me, inspirai a fondo e chiusi gli occhi. Nell'oscurità vidi una massa bianca. Si espandeva e si restringeva in
silenzio, come un microbo sotto la lente di un microscopio. Cambiava forma, si scomponeva, si disperdeva, si ricompattava.
Erano passati otto anni da quando ero andato in quell'altra clinica. Una
piccola casa di cura vicino al mare. Dalle finestre della caffetteria si vedevano soltanto gli oleandri. Era un edificio vetusto dove stagnava sempre un
odore di pioggia. La ragazza di un mio amico era stata operata al petto e io
ero andato a trovarla insieme a lui. Durante le vacanze estive del mio penultimo anno di liceo.
Non si trattava di un'operazione grave, la ragazza aveva una malformazione congenita, un osso del petto leggermente spostato verso l'interno che
bisognava mettere a posto. Non era un intervento urgente, ma dal momento
che prima o poi si doveva fare, tanto valeva farlo subito. L'operazione richiedeva poco tempo, ma la degenza era lunga e la ragazza era rimasta ricoverata dieci giorni. Avevamo raggiunto la clinica su una Yamaha 125.
All'andata aveva guidato il mio amico, al ritorno io. Era stato lui a chiedermi di accompagnarlo: «non ho nessuna voglia di andare in un ospedale
da solo», mi aveva detto.
Sulla moto, con una mano mi tenevo alla sua cintura, con l'altra stringevo la scatola di cioccolatini che lui aveva comprato alla pasticceria davanti
alla stazione. Faceva un caldo tremendo, le nostre camicie continuavano a
bagnarsi di sudore, ad asciugarsi al vento, e a bagnarsi di nuovo. Guidando,
lui cantava una canzone del cavolo, con una voce orrenda. Ricordo ancora
l'odore del suo sudore. Poco tempo dopo quel mio amico morì.
La sua ragazza aveva addosso i pantaloni di un pigiama blu e una specie
di leggera camicia da notte lunga fino alle ginocchia. Ci sedemmo tutti e
tre a un tavolo della caffetteria, a fumare Short Hope, bere Coca-Cola e
mangiare un gelato. Lei aveva una fame da lupi, si sbafò anche due
doughnuts con la glassa e bevve una cioccolata con un sacco di panna. Eppure non sembrava ancora sazia.
– Quando uscirai di qua, sarai grassa come un maiale, – disse il mio
amico un po' sconcertato.
– Non è il caso che ti preoccupi, – rispose lei asciugandosi con un tovagliolino di carta le dita unte, – mi devo riprendere.
Mentre parlavano, io guardavo gli oleandri fuori dalla finestra. Erano
grandi e formavano quasi un boschetto. Si sentiva anche il rumore delle
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onde. A causa del vento umido che soffiava dal mare, il telaio della finestra
era tutto arrugginito. Sul soffitto un ventilatore antiquato girava smuovendo l'aria afosa nella caffetteria. Stagnava un odore di ospedale, lì dentro.
Quell'odore impregnava tutto, persino il cibo e le bevande. La ragazza teneva una piccola biro dorata infilata in una delle due tasche sul petto della
camicia. Ogni volta che si chinava in avanti, dallo scollo a V intravedevo il
suo seno piatto e bianco, senza abbronzatura.
A quel punto i miei ricordi si fermavano bruscamente. Cercai di pensare
a quel che avevo fatto dopo. Avevo bevuto la mia Coca-Cola, guardato gli
oleandri, gettato un'occhiata al seno di lei, e poi? Cambiai posizione sulla
sedia di plastica e con la faccia appoggiata alle mani scandagliai la memoria alla ricerca di altre reminiscenze. Come quando si vuole far uscire un
tappo con la punta di un coltello.
... distolsi gli occhi e cercai di immaginare i medici che incidevano la carne
della ragazza, le infilavano in petto le dita guantate di gomma e rimettevano a
posto l'osso. Però la scena era del tutto irreale, sembrava un'allegoria.
Ecco, dopo avevamo parlato di sesso. Cioè, ne aveva parlato il mio amico. Cos'è che aveva detto? Ah sì, qualcosa su di me. Che ci avevo provato
con una ragazza ma mi era andata male, di sicuro una roba del genere. In
realtà si trattava di una storia piuttosto banale, ma lui era riuscito a gonfiarla in modo spiritoso, e lei era scoppiata a ridere. Avevo riso persino io. Era
bravo a raccontare, il mio amico.
– Non farmi ridere, – disse la ragazza con aria un po' sofferente, – se rido mi fa male il petto.
– Dov'è che ti fa male? – chiese lui.
Lei aveva posato un dito sul seno sinistro, poco al di sopra del cuore.
Subito era seguita un'altra battuta del mio amico che l'aveva fatta sghignazzare di nuovo.
Guardai l'orologio. Le undici e quarantacinque. Mio cugino ancora non
ricompariva. Era quasi l'ora di pranzo e la caffetteria cominciava a riempirsi. Rumori diversi si mescolavano alle voci delle persone, come il fumo
che circola in una stanza. Tornai nel territorio della memoria. Pensai alla
piccola biro dorata nel taschino della camicia di lei.
... ah ecco, con quella biro lei aveva scritto qualcosa sul retro del tovagliolino di carta!

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Aveva voluto fare un disegno. Ma il tovagliolino era troppo morbido e
la punta della biro si impigliava nella carta. Comunque era riuscita a disegnare una collina. E in cima alla collina una casetta. All'interno, una donna
addormentata. Tutt'intorno alla casa crescevano dei salici ciechi. Erano stati i salici a far sprofondare la donna nel sonno.
– I salici ciechi? Che roba sono? – domandò il mio amico.
– Sono delle piante che si chiamano così, esistono.
– Mai sentite.
– Le ho create io, – continuò la ragazza ridacchiando. – I salici ciechi
hanno un polline molto forte, i moscerini carichi di polline si introducono
nell'orecchio della donna e la fanno addormentare –. Poi prese un altro tovagliolino e disegnò anche i salici ciechi, alti più o meno quanto le azalee.
Erano tutti fioriti, ma i fiori erano completamente avvolti da spesse foglie
verdi, come fossero circondati da code di lucertola. Non assomigliavano
affatto agli alberi di cui portavano il nome, quei salici ciechi.
– Mi dai una sigaretta? – mi chiese il mio amico. Attraverso il tavolo
spinsi verso di lui il pacchetto di Short Hope e la scatola di fiammiferi
umidi di sudore.
– I salici sono piccoli, ma hanno radici profondissime, – ci spiegò la ragazza. – Perché a partire da una certa età smettono di crescere verso l'alto e
cominciano a espandersi verso il basso, sempre più in fondo. Come se volessero nutrirsi del buio.
– E i moscerini si caricano di polline, si intrufolano nell'orecchio della
donna e la fanno addormentare... – continuò per lei il mio amico che cercava di accendersi la sigaretta con i fiammiferi umidi. – E poi? Cos'altro fanno questi moscerini?
– Stanno nel suo corpo e lo mangiano dall'interno, è ovvio, – disse la
ragazza.
– Pazzi di gioia, – concluse lui.
Quell'estate lei aveva composto una lirica sui salici ciechi, ce ne raccontò il contenuto per intero. Era l'unico compito delle vacanze che avesse fatto. Si era inventata una storia ispirata a un sogno e in una settimana, seduta
sul letto, l'aveva messa per iscritto in quella lunga poesia. Il mio amico
avrebbe voluto leggerla, ma lei non glielo permise, disse che ancora non
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aveva messo a punto i dettagli; in compenso ce ne raccontò la trama, facendo anche quel disegno.
Per salvare la donna, sprofondata nel sonno a causa del polline dei salici
ciechi, un giovane era salito in cima alla collina.
– Quello sono io, di sicuro, – intervenne il mio amico.
– No, non sei tu, – fece lei scuotendo la testa.
– Come fai a saperlo?
– Lo so e basta, – disse la ragazza con un'espressione molto seria. – Il
perché lo ignoro, ma è così. Ti senti ferito?
– Naturalmente, – rispose il mio amico, con una smorfia scherzosa
solo a metà.
Il giovane, scostando i fitti rami che gli sbarravano la strada, saliva lentamente lungo il fianco della collina. Era il primo essere umano ad arrampicarsi lassù da quando i salici ciechi avevano invaso il terreno. Col berretto in testa, avanzava scacciando con una mano le mosche che gli ronzavano
intorno. Per incontrare la fanciulla addormentata. Per svegliarla dal suo
lungo e profondo sonno.
– Peccato che arrivato in cima, ne trovi il corpo roso all'interno dai moscerini, – disse il mio amico.
– In un certo senso, – rispose lei.
– Se in un certo senso la fanciulla è stata mangiata dai moscerini, in un
certo senso la storia è ben triste.
– Sì, in effetti... – ammise la ragazza dopo averci pensato un po' su. –
Tu cosa ne pensi? – mi chiese.
– Be', sembra piuttosto triste anche a me, – risposi.
Mio cugino finì alle dodici e venti. Sul viso aveva un'espressione disorientata, come se non mettesse a fuoco le cose. Teneva in mano una busta
con le medicine. Dopo essere apparso sulla soglia della caffetteria, prima
di dirigersi verso il mio tavolo impiegò un po' di tempo per vedermi. Dal
modo legnoso di camminare, sembrava che non riuscisse a trovare l'equilibrio. Si sedette di fronte a me e fece un profondo sospiro, quasi fosse stato
troppo occupato per ricordarsi di respirare.
– Com'è andata? – gli chiesi.
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– Mmh, – fece lui. Rimasi in attesa che aggiungesse qualcosa, ma niente, non si decideva a parlare.
– Hai fame?
Annuì in silenzio.
– Vuoi che mangiamo qui? O preferisci prendere l'autobus e andare da
qualche parte in centro?
Mio cugino si guardò attorno con aria perplessa, poi disse che andava
bene lì. Andai alla cassa a ordinare due menu a prezzo fisso e feci lo scontrino. Fino a quando non ci portarono i nostri vassoi, lui restò in silenzio a
contemplare il paesaggio fuori dalla finestra – il mare, gli alberi in fila, gli
irrigatori, tutto quello che fino a poco prima stavo guardando io.
Al tavolo accanto al nostro erano seduti un uomo e una donna di mezza
età vestiti in maniera formale – probabilmente marito e moglie –, che mangiavano dei sandwich e intanto parlavano di un amico malato di tumore ai
polmoni. Cinque anni prima aveva smesso di fumare, stavano dicendo, ma
evidentemente troppo tardi, perché una mattina quando si era alzato aveva
sputato sangue. La moglie faceva le domande, il marito rispondeva. Un
tumore, sosteneva, in un certo senso è il condensato di tutto il modo di vivere di una persona.
Il pranzo consisteva in pesce bianco fritto, hamburger con contorno di
insalata e una pagnottina. Uno di fronte all'altro, mangiammo in silenzio.
Nel frattempo i due di fianco a noi parlavano infervorati di tumori: come si
sviluppavano, perché negli ultimi tempi erano in aumento, perché i farmaci
erano inefficaci...
– Più o meno, è sempre la stessa solfa, – disse mio cugino in tono vagamente apatico, guardandosi le mani. – Mi domandano tutti le stesse cose,
mi fanno gli stessi test...
Eravamo seduti su una panchina davanti al cancello della clinica e
aspettavamo l'autobus. La brezza ogni tanto faceva muovere le foglie sopra
la nostra testa.
– Qualche volta ti capita di perdere completamente l'udito, vero? – chiesi.
– Sì, appunto. Non sento più niente.
– E che effetto ti fa?

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Mio cugino piegò la testa di lato con aria pensosa. – A un certo punto
mi accorgo che i rumori, tutti i rumori, sono scomparsi. Prima che me ne
accorga però passa un sacco di tempo. Quando me ne rendo conto, ormai
non sento più nulla. Come se fossi sul fondo del mare con dei paraorecchie. Questo stato dura per un po'. Per tutto il tempo le mie orecchie non
sentono, è vero, ma non si tratta soltanto di questo. Essere sordo è soltanto
una piccola parte del disturbo.
– È molto fastidioso?
Mio cugino scosse forte la testa due volte.
– No. Non so perché, ma non mi dà fastidio. È solo scomodo quando
faccio certe cose. Non sentire i rumori, cioè.
Ci pensai su. Ma non riuscivo a figurarmi bene la situazione.
– Hai visto Fort Apache, di John Ford? – mi chiese mio cugino.
– Sì, tanto tempo fa, – risposi.
– L'ho di nuovo visto l'altro giorno, alla televisione. È proprio un bel film.
– Già, – convenni.
– All'inizio c'è un colonnello che sta raggiungendo un fortino nel West,
e c'è un capitano – John Wayne – che gli è andato incontro: è un veterano,
mentre il colonnello non conosce ancora bene la situazione da quelle parti.
In tutto il territorio gli indiani sono in rivolta.
Mio cugino prese dalla tasca un fazzoletto bianco piegato e si asciugò
gli angoli della bocca.
– Quando arrivano al forte, il colonnello si volta verso John Wayne e gli
dice: «Ho visto diversi indiani, lungo la strada». Allora John Wayne, con
aria distaccata, gli risponde: «Non si preoccupi, signore. Se ha visto degli
indiani, è segno che lì non ce ne sono». Le parole esatte le ho dimenticate,
ma più o meno il succo era questo. Tu capisci cosa vuol dire?
Non ricordavo quelle battute in Fort Apache, mi sembravano un po'
troppo sibilline per un'opera di John Ford. Ma erano passati tanti anni da
quando l'avevo visto.
– Forse significa che quello che è sotto gli occhi di tutti non è molto importante... Credo, non so, – dissi.
Mio cugino aggrottò la fronte.

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– Neanch'io so bene cosa voglia dire, ma ogni volta che qualcuno mostra di preoccuparsi per le mie orecchie, mi viene sempre in mente quella
frase: «Se ha visto degli indiani, è segno che lì non ce ne sono».
Risi.
– È buffo? – mi domandò mio cugino.
– Sì, è buffo, – gli risposi. Rise anche lui. Era da molto tempo che non
lo vedevo ridere.
Dopo un breve silenzio, finalmente sembrò lasciarsi andare, perché mi
chiese: – Senti, hai voglia di guardarmi un momento dentro l'orecchio?
– Guardarti dentro l'orecchio? – ripetei stupito.
– Sì, basta che guardi dall'esterno.
– Va bene, ma perché vuoi che lo faccia?
– Così, – rispose mio cugino arrossendo, – tanto per sapere che aspetto ha.
– D'accordo, – dissi, – allora ci guardo.
Mio cugino si sedette voltandomi le spalle e tese verso di me l'orecchio
destro: era molto ben fatto, piuttosto piccolo, col lobo paffuto come una
madeleine appena sfornata. Era la prima volta che osservavo con tanta attenzione l'orecchio di qualcuno. A guardarlo bene, in confronto agli altri
organi del corpo umano l'orecchio ha qualcosa di misterioso. Per la sua
forma strana, tutta circonvoluzioni tortuose, avvallamenti e rilievi. Forse
nel corso dell'evoluzione, lo sviluppo ottimale delle funzioni di ascolto e
protezione l'ha portato a prendere questo aspetto singolare. Il foro, circondato da una barriera asimmetrica, si apre buio come l'ingresso di una caverna segreta.
Pensai ai microscopici moscerini annidati nell'orecchio della donna. Alle sei zampette cariche di dolce polline che si intrufolavano nella calda
oscurità del suo corpo, ne rosicchiavano le morbide carni rosa e ne succhiavano gli umori, deponendo minuscole uova nel suo cervello. Però non
si vedevano. Non si sentiva nemmeno il rumore delle loro ali.
– Fatto, – dissi.
Mio cugino si risedette nel verso giusto.
– Allora? Ha qualcosa di strano?
– Be', visto dall'esterno si direbbe di no.
– Neanche una vaga impressione, un dettaglio?
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– No, è un orecchio normalissimo.
Sembrava deluso. Forse avevo detto la cosa sbagliata.
– Il medico ti ha fatto male? – chiesi.
– Non particolarmente. Come le altre volte, cioè. Mi frugano sempre
nello stesso punto allo stesso modo, come se dovessero raschiarmi via
quella parte. Non mi sembra nemmeno più il mio orecchio.
– Ecco il 28, – disse dopo un po', voltandosi per guardarmi. – Dobbiamo
prendere il 28, vero?
Io ero immerso nei miei pensieri. A quelle parole alzai il viso, vidi l'autobus sbucare dalla curva in cima alla salita e rallentare. Non era un autobus nuovo di zecca come quello di prima, ma una delle solite vecchie vetture. Sul parabrezza era attaccato un cartello col numero 28. Feci per alzarmi. Ma non ci riuscii. Non riuscivo a muovere mani e piedi come volevo, quasi fossi trascinato nel vortice di una corrente.
Stavo pensando alla scatola di cioccolatini che avevamo portato in regalo quel pomeriggio d'estate. Quando aveva sollevato il coperchio tutta contenta, la ragazza aveva visto i dodici cioccolatini completamente sciolti e
spiaccicati contro la carta della confezione. Prima di andare all'ospedale io
e il mio amico eravamo passati dalla spiaggia, avevamo parcheggiato lì la
moto e ci eravamo sdraiati sulla sabbia a parlare di tante cose. Lasciando
per tutto il tempo la scatola sotto il sole rovente di agosto. Per nostra arroganza e mancanza di attenzione avevamo rovinato quei cioccolatini, ormai
senza forma, da buttare. Avremmo dovuto provare a scusarci, al riguardo.
Uno di noi, non aveva importanza chi, avrebbe dovuto dire qualcosa che
avesse almeno un po' di senso. Invece quel pomeriggio eravamo rimasti indifferenti, poi ci eravamo separati scambiandoci le solite battute idiote. E
lasciando quella collina invasa dai salici ciechi.
Mio cugino mi afferrò con forza il braccio destro.
– Tutto bene? – mi chiese.
La mia coscienza tornò alla realtà, mi alzai dalla panchina. Questa volta
ci riuscii senza problemi. Sentivo di nuovo sulla pelle il dolce vento di
maggio. Poi, per qualche secondo, mi ritrovai in uno strano luogo. Un luogo buio dove le cose visibili non esistevano, e quelle invisibili sì. Ma alla
fine davanti a me si fermò, ben reale, l'autobus numero 28, le sue porte ben
reali si aprirono. Dovevo salirci, per andare altrove.
– Tutto a posto, – dissi posando una mano sulla spalla di mio cugino.
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Birthday Girl

Voi cos'avete fatto il giorno del vostro ventesimo compleanno? Lo ricordate? Io sì. Il 12 gennaio 1969 – una giornata buia e fredda – per guadagnare qualcosina lavoravo come cameriere in un caffè. Non avendo trovato nessuno che mi sostituisse, finii col passare una giornata squallida,
dall'inizio alla fine, una giornata che in quel momento mi parve un presagio di tutta la mia vita futura.
Anche la protagonista di questo racconto, quando era ragazza, ha trascorso il suo ventesimo compleanno in modo poco entusiasmante. Era piovuto dal mattino alla sera. Ma chissà, forse all'ultimo momento l'aspettava
una sorpresa.
Il giorno in cui compì vent'anni, come ogni venerdì era di turno al ristorante, ma aveva chiesto alla collega di fare uno scambio e in teoria era libera. Desiderio comprensibile. Portare ai tavoli gnocchi alla zucca e fritto
misto di pesce sotto gli improperi del cuoco non si poteva certo considerare
un bel modo di festeggiare il raggiungimento della maggiore età. Peccato
che la ragazza che doveva sostituirla, a letto con l'influenza, si fosse aggravata. Con la febbre a 40° e la diarrea, non era certo in condizioni di lavorare. Così all'ultimo momento lei aveva dovuto precipitarsi al ristorante.
– Non ti preoccupare, non fa niente, – aveva detto al telefono, quasi per
consolarla, all'amica che si scusava. – È vero che oggi compio vent'anni,
ma non avevo in programma nulla di speciale.
Diceva la verità, non si sentiva particolarmente delusa. Una delle ragioni era che qualche giorno prima aveva avuto un terribile litigio con il suo
ragazzo, col quale avrebbe dovuto passare quella serata. Stavano insieme
dai tempi del liceo, e la lite era nata da un futile motivo, ma prima che se
ne rendessero conto era degenerata. Avevano continuato a scambiarsi accuse pesanti, con la sensazione che il legame che li aveva uniti fino ad allora si fosse fatalmente spezzato. Lei sentiva che qualcosa dentro di sé era
diventato duro come una pietra, era morto. Dopo la lite lui non le aveva telefonato, né lei aveva voglia di chiamarlo.
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Il locale dove lavorava era un ristorante italiano abbastanza noto nel
quartiere di Roppongi. Esisteva fin dalla metà degli anni Sessanta, e la sua
cucina, se non raffinatissima, era semplice e gustosa, e non stancava.
Quanto all'atmosfera, era tranquilla e rilassante, senza quella formalità che
può essere oppressiva. La clientela in genere non era formata da giovani,
ma da persone di una certa età, fra cui capitava di vedere attori famosi o
scrittori.
I due camerieri a tempo pieno lavoravano sei giorni alla settimana, lei e
l'altra studentessa part-time a giorni alterni. Oltre a loro, in sala c'era il direttore. Alla cassa sedeva una donna magra avanti negli anni che era lì – si
diceva – da quando il ristorante aveva aperto, e ricordava una di quelle tristi figure di vecchie che compaiono in Little Dorrit. Perennemente seduta
alla cassa, si occupava dei clienti che andavano a pagare il conto e rispondeva al telefono. Non faceva nient'altro. Sempre vestita di nero, parlava
soltanto quando era strettamente necessario. Tutto in lei evocava qualcosa
di duro e secco, messa a galleggiare sul mare, di notte, avrebbe fatto affondare qualunque nave l'avesse urtata.
Quanto al direttore di sala, doveva andare per i cinquanta. Alto, spalle
larghe, in gioventù aveva di sicuro vantato un fisico da sportivo, ma ora
cominciava a mettere su pancia e un po' di doppio mento. I capelli corti e
neri si stavano diradando in cima alla testa. Si portava addosso l'odore inequivocabile dello scapolo che invecchia da solo. Un odore di pasticche per
la tosse e giornali dimenticati in un cassetto, lo stesso che aveva sempre
uno zio della protagonista di questa storia.
La tenuta invariabile del direttore di sala era un completo nero con camicia bianca e farfallino. Una vera cravatta a farfalla, non una di quelle finte che si attaccano con una spilla da balia. Riusciva a fare il nodo alla perfezione senza bisogno di guardarsi allo specchio. Cosa di cui andava molto
fiero. Il suo lavoro consisteva nel controllare il viavai dei clienti, tenere a
mente le prenotazioni, ricordare il nome degli avventori abituali, accoglierli – quando venivano – con espressione sorridente, ascoltare con rispetto le
eventuali lamentele, rispondere nella maniera più esaustiva e professionale
possibile alle domande riguardanti il vino, tener d'occhio camerieri e cameriere. Tutte queste mansioni lui le svolgeva in modo eccellente giorno dopo
giorno. Inoltre portava la cena al titolare nel suo alloggio.
– Il titolare aveva un appartamento al sesto piano del palazzo dove si
trovava il ristorante. Non so se fosse la sua abitazione o il suo ufficio, – mi
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disse la mia amica. In riferimento a non so più cosa, avevamo finito per
parlare del nostro ventesimo compleanno, del modo in cui l'avevamo trascorso. È un anniversario che la maggior parte delle persone ricorda bene.
Il suo era già passato da più di dieci anni.
– Il titolare, non so per quale motivo, non compariva mai. Nessuno del
personale l'aveva mai visto in faccia. Soltanto il direttore era ammesso alla
sua presenza.
– Insomma, ogni giorno si faceva portare la cena a domicilio dal proprio
ristorante, – dissi io.
– Praticamente sì. Ogni sera, alle otto, il direttore gliela doveva portare
nel suo alloggio. Per noi era seccante che si assentasse proprio a quell'ora,
nel momento di maggior lavoro, ma la cosa funzionava così da molti anni e
non ci si poteva fare niente. Il cibo veniva messo su un carrello come quelli
che si usano negli alberghi per il servizio in camera, il direttore lo spingeva
con espressione molto compunta dentro l'ascensore, saliva al sesto piano e
dopo un quarto d'ora tornava a mani vuote. Passata un'ora andava di nuovo
su e riportava giù il carrello con piatti e bicchieri sporchi. Quest'operazione
si ripeteva ogni giorno, sempre uguale. All'inizio mi era parso davvero
strano, quasi fosse una sorta di rito religioso. Poi ci ho fatto l'abitudine e
non ci ho più pensato.
Il titolare mangiava sempre pollo. Il modo di cucinarlo e il contorno variavano un poco ogni sera, ma il cibo principale doveva per forza essere
pollo. Un cuoco giovane aveva raccontato alla mia amica, in confidenza,
che una volta per fare una prova gli aveva mandato su pollo arrosto per una
settimana di fila, ma non c'erano state lamentele. I cuochi tuttavia amavano
inventare ricette originali e ogni nuovo chef, cambiando ora gli ingredienti
ora la preparazione, si ingegnava a cucinare il pollo in tutti i modi possibili
e immaginabili. Lo serviva con salse raffinate. Provava fornitori diversi.
Ma era tutta fatica sprecata, come buttare pietruzze nel vuoto. Non si otteneva la minima reazione. Di conseguenza tutti i cuochi, prima o poi, finivano per gettare la spugna e gli servivano giorno dopo giorno piatti di pollo del tutto banali. Dal momento che non veniva chiesto loro altro...
Il compleanno della mia amica cadeva il 17 novembre e anche quel
giorno aveva iniziato a lavorare al solito orario. Poco dopo le dodici era
cominciata a venir giù una pioggerellina che nel tardo pomeriggio si era
trasformata in un vero e proprio diluvio. Alle cinque il personale si era riunito e il direttore aveva annunciato il menu di quella sera. I camerieri e le
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cameriere dovevano impararlo a memoria nell'ordine stabilito, voce per
voce. Senza scrivere nulla. Cotoletta di vitello alla milanese, pasta con
sarde e cavolo, mousse di castagne... A volte il direttore fingeva di essere
un cliente e ordinava qualcosa, e loro dovevano rispondere alle sue domande. Poi al personale veniva servita la cena, offerta dall'azienda. Non
fosse mai che a qualcuno si mettesse a gorgogliare lo stomaco mentre
prendeva le ordinazioni ai tavoli!
Il ristorante apriva alle sei, ma a causa della pioggia violenta i clienti
tardavano ad arrivare. Alcune prenotazioni vennero annullate. Con tutta
quell'acqua, era probabile che le signore non avessero voglia di inzupparsi i
vestiti. Il direttore di sala stringeva le labbra con aria contrariata e i camerieri ammazzavano il tempo lucidando le saliere, parlando di cucina con i
cuochi. La mia amica, guardandosi attorno nella sala dove c'era soltanto un
gruppo di clienti, ascoltava le note di un clavicembalo che gli altoparlanti
sul soffitto diffondevano a basso volume. In quella sera d'autunno, l'odore
intenso della pioggia arrivava fin dentro il locale.
Il direttore aveva cominciato a sentirsi male poco dopo le sette e mezza.
Gli erano mancate le forze e si era accasciato su una sedia, le mani sulla
pancia. Come se fosse stato colpito da una pallottola. Aveva la fronte imperlata di sudore. Con voce grave, aveva chiesto di essere portato all'ospedale. Era rarissimo che il direttore si sentisse poco bene. In dieci anni di lavoro in quel ristorante, non si era mai assentato una volta. Non era mai stato malato né si era mai fatto male. Anche di questo andava molto fiero. Ma
la sua faccia contorta dal dolore dimostrava che la situazione era seria.
La mia amica era uscita in strada con l'ombrello e aveva fermato un taxi. Un cameriere aveva aiutato il direttore a salire in macchina, sostenendolo, e l'aveva accompagnato all'ospedale più vicino. Prima di salire sul taxi
il direttore, con voce rotta, le aveva detto:
– Alle otto porta la cena all'appartamento numero 604. Suona il campanello, di' che hai portato la cena e lasciala lì. Non devi fare altro.
– Al numero 604? – aveva ripetuto lei.
– Sì, alle otto in punto, – le aveva risposto preoccupato. Poi di nuovo
una smorfia gli aveva contratto il viso. Il tassista aveva azionato la chiusura automatica della portiera e l'auto si era messa in moto.

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Anche dopo la partenza del direttore, la pioggia non aveva accennato a
diminuire e i clienti scarseggiavano. Per tutta la serata i tavoli occupati furono solo uno o due alla volta, così l'assenza del direttore e di uno dei camerieri non costituì un problema. Era una fortuna nella disgrazia, perché
spesso lo staff al completo riusciva a stento a star dietro al servizio.
Alle otto la cena del titolare era pronta. La mia amica spinse il carrello
nell'ascensore e salì al sesto piano. Sul carrello c'erano le solite cose: una
mezza bottiglia di vino già stappata, un bricco di caffè, un piatto di pollo
con contorno caldo di verdura, delle pagnottine servite con del burro. Lo
stretto ascensore fu subito saturo dell'odore greve della carne, cui si mescolava quello della pioggia. Qualcuno doveva esserci entrato con un ombrello
grondante perché sul pavimento c'erano pozze d'acqua.
La mia amica avanzò lungo il corridoio e si fermò davanti alla porta
604, ripetendo mentalmente il numero che il direttore le aveva detto. Poi si
schiarì la gola e schiacciò il campanello.
Non ottenendo risposta, aspettò una ventina di secondi ferma dove si
trovava. Si stava chiedendo se suonare un'altra volta, quando all'improvviso la porta si aprì e apparve un vecchietto mingherlino. Doveva essere quasi una ventina di centimetri più basso di lei. Indossava un completo scuro,
una camicia bianca e una cravatta color foglia secca. Ogni capo era pulitissimo e perfettamente stirato. Con i suoi capelli candidi pettinati con cura, il
vecchio pareva sul punto di recarsi a un ricevimento o qualcosa del genere.
La fronte solcata da rughe profonde faceva venire in mente delle gole fra i
monti fotografate da un aereo.
– Le ho portato la cena, – disse lei con voce roca. Poi si schiarì leggermente la gola. Quando era tesa, la voce le si velava sempre un po'.
– La cena?
– Sì. Il direttore all'improvviso si è sentito male, allora stasera gliel'ho
portata su io.
– Capisco, – fece il titolare, sempre con la mano sul pomo della porta,
come se cercasse di convincersi. – Mmh. Quindi si è sentito male?
– Sì. Di colpo gli sono venuti dei dolori al ventre. Così è andato all'ospedale. Può darsi che si tratti di appendicite, lo ha detto lui stesso.
– Oh, mi dispiace, – disse il vecchio. – È un bel guaio, – ripeté accarezzandosi adagio le rughe sulla fronte.
Di nuovo la mia amica si schiarì la gola.
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– Allora... posso entrare, posso portare il carrello dentro casa?
– Sì, certo, – rispose il vecchio. – Certo. Per me va bene. Se è questo
che desidera.
«Se è questo che desidero? – pensò lei. – Che modo strano di esprimersi. Chissà perché dovrei essere io a desiderarlo?»
Il vecchio spalancò la porta, lei entrò spingendo il carrello davanti a sé.
All'interno dell'appartamento il pavimento era coperto da una sottile moquette grigia su cui si poteva camminare con le scarpe, non era necessario
toglierle prima di entrare: più che di un'abitazione doveva trattarsi di un ufficio. Infatti subito oltre la porta si apriva un vasto studio. Al di là dei vetri
si vedeva, vicinissima, la Tōkyō Tower illuminata. Davanti alla finestra
c'era una grande scrivania, e su un lato un piccolo divano con due poltrone.
Il vecchio indicò il tavolino davanti al divano, un tavolino basso in stile art
déco, lungo e stretto. Lei vi dispose sopra la cena: prima una tovaglietta di
cotone bianco, poi le posate, il bricco del caffè con la sua tazza, la bottiglia
e un calice da vino, pane e burro, infine il piatto col pollo arrosto e il contorno di verdure bollite.
– Fra un'ora passo a ritirare. Può lasciare i piatti nel corridoio come fa
sempre, per favore? – chiese.
Il vecchio osservò con molto interesse il cibo disposto sul tavolino, poi,
come se si ricordasse finalmente di rispondere, disse:
– Ah, sì, certo. Le lascio tutto in corridoio. Sopra il carrello. Fra un'ora.
Se è questo che desidera.
«Sì, adesso è questo che desidero», ripeté lei in cuor suo.
– Ha bisogno di qualche altra cosa? – chiese poi.
– No, nient'altro, va bene così, – rispose il vecchio dopo averci pensato
un po' su. Aveva ai piedi delle scarpe nere tirate a lucido. Scarpe piccole e
molto chic. Era un uomo elegante. E con un bel portamento, per la sua età.
– In tal caso mi permetta di ritirarmi, – disse lei.
– No, aspetti un momento, – la fermò il vecchio.
– Sì? Prego?
– Le dispiace dedicarmi cinque minuti del suo tempo, signorina? – chiese lui. – Vorrei dirle due parole.
«Signorina?» Sentendosi chiamare in modo così riguardoso, la mia amica divenne rossa.
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– Sì, uhm... va bene. Cioè, se si tratta di cinque minuti... – Insomma,
quell'uomo era il datore di lavoro che la pagava un tanto all'ora. Non era
questione di dedicargli del tempo, o di farselo rubare da lui. Inoltre non
sembrava il tipo d'uomo capace di molestarla.
– A proposito, quanti anni ha? – chiese il vecchio, che in piedi accanto
alla scrivania, con le braccia conserte, la guardava diritto negli occhi.
– Ho compiuto vent'anni.
– Ha compiuto vent'anni? – ripeté lui. Poi socchiuse le palpebre come se
volesse sbirciare attraverso una fessura. – Questo significa che non è passato molto tempo da quando li ha compiuti?
Lei esitò un poco.
– Proprio così, – disse poi. – A dire la verità, oggi è il mio compleanno.
– Ah, ecco! – fece il vecchio con aria convinta, accarezzandosi il mento.
– Ah, ecco, ecco... Oggi è il suo ventesimo compleanno, insomma.
Lei annuì in silenzio.
– Esattamente vent'anni fa veniva al mondo.
– Sì. È così.
– Ecco, ecco. Molto bene. Allora tanti auguri, – disse il vecchio.
– La ringrazio, – rispose la mia amica. A pensarci bene, il titolare era la
prima persona che le faceva gli auguri, quel giorno. Anche se tornando a
casa, nella sua stanza, probabilmente avrebbe trovato sulla segreteria telefonica un lungo messaggio dei genitori.
– Le faccio davvero i miei più sentiti auguri, – ripeté il vecchio. – È
proprio una bella cosa. Propongo un brindisi col vino rosso, signorina, è
d'accordo?
– La ringrazio, ma non posso. Sono in orario di lavoro.
– Solo un sorso, cosa vuole che importi? Se glielo permetto io, nessuno
le può rimproverare nulla. Giusto un sorso per celebrare.
Il vecchio tolse il tappo dalla bottiglia e versò un po' di vino per lei nel
calice. Poi da una vetrinetta prese un comune bicchiere di vetro e ci versò
del vino per sé.
– Tanti auguri di buon compleanno, – disse. – Signorina, che la sua vita
sia piena di sincerità e di abbondanza. Che nulla vi getti la sua ombra oscura.
Sollevarono i bicchieri.
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«Che nulla vi getti la sua ombra oscura». Mentalmente lei ripeté le parole del vecchio. Perché si era espresso in quella maniera inusuale?
– Il ventesimo compleanno viene una volta sola nella vita. Ed è il giorno
più importante di tutti, signorina, senza paragone.
– Sì, – rispose lei. Poi bevve solennemente un sorso di vino.
– E in questo giorno così importante, lei è venuta fin qui a portarmi la
cena. Come una fata gentile.
– Ho soltanto eseguito un ordine.
– Sì, ma questo non importa, – disse il vecchio. Dopo qualche istante,
con un lieve oscillare del capo, ripeté: – Questo non importa. Mia bella signorina.
Si sedette sulla sedia in pelle dietro alla scrivania e la invitò ad accomodarsi sul divano. Lei, sempre col calice in mano, si sedette sul bordo e si
tirò bene la gonna sulle ginocchia. Poi si schiarì di nuovo la gola. Guardò
le righe tracciate dalla pioggia sul lato esterno dei vetri. Nella stanza c'era
una calma quasi allarmante.
– Oggi si dà il caso che sia il suo ventesimo compleanno, e che lei mi
abbia fatto la cortesia di portarmi fin qui un ottimo pasto caldo, – disse
nuovamente il vecchio come se verificasse i fatti. Quindi posò il bicchiere
sul vetro della scrivania, con un urto leggero. – È una fortunata combinazione di circostanze. Non trova?
Ancora una volta lei annuì senza convinzione.
– Di conseguenza, signorina, – proseguì il vecchio portando la mano al
nodo della cravatta, – è mia intenzione offrirle un regalo. Si dica quello che
si vuole, ma di un giorno particolare come questo, è bene che lei conservi
un ricordo particolare.
La mia amica scosse precipitosamente la testa.
– No, la prego, non si preoccupi per questo. Io ho solo eseguito gli ordini del direttore, portandole qui la cena.
Il vecchio alzò le mani con i palmi rivolti verso di lei.
– No, no, è lei che non deve preoccuparsi. Quando dico regalo, non intendo qualcosa di concreto, qualcosa che ha un prezzo. Io vorrei, – proseguì posando entrambe le mani sulla scrivania e facendo un profondo respiro, – insomma, vorrei esaudire un suo desiderio, mia bella fata. Qualunque
cosa sia. Quello che vuole. Se c'è qualcosa che desidera, ovviamente.
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– Qualcosa che desidero? – ripeté la mia amica con voce secca.
– Qualcosa che vorrebbe fosse diverso, signorina. Che spera si verifichi.
Se ha un desiderio, uno soltanto, io lo voglio esaudire per lei. Questo è il
regalo che posso farle per il suo compleanno. Ma gliene è concesso uno solo, quindi ci rifletta bene –. Il vecchio sollevò in aria un dito. – Uno soltanto. Una volta espresso il suo desiderio, non potrà tornare indietro.
Lei era senza parole. Un desiderio? A tratti si sentiva il rumore della
pioggia, che spinta dal vento picchiava contro il vetro delle finestre. Il silenzio durava, e intanto il vecchio la guardava negli occhi senza dire nulla.
Nelle sue orecchie il tempo pulsava con un ritmo irregolare.
– Se io esprimo un desiderio, lei lo esaudirà?
Il vecchio non rispose. Le mani posate una accanto all'altra sulla scrivania, si limitò a sorridere. Un sorriso estremamente naturale e benevolo.
– Lei ce l'ha un desiderio, signorina? Oppure no? – chiese in tono pacato.
La mia amica mi guardò in faccia.
– È successo veramente, sai? Non mi sto inventando tutto.
– Lo so, – dissi. Non era il tipo da inventarsi una storia di sana pianta. –
Allora che desiderio hai espresso, quella volta?
Lei continuò a fissarmi per un po'. Poi fece un piccolo sospiro.
– Be', non è che abbia preso le parole di quel vecchio signore troppo sul
serio. Avevo già vent'anni e non credevo più alle favole. Ma se la sua era
una manifestazione estemporanea di umorismo, la trovavo piuttosto divertente. Aveva eleganza, quell'uomo, e mi venne voglia di assecondarlo. Se il
giorno del mio ventesimo compleanno mi capitava qualcosa di insolito,
non c'era niente di male. Questo pensai. Non si trattava di crederci o meno.
Io annuii in silenzio.
– Capisci cosa provavo? Mi preparavo a finire quella giornata vuota così, servendo tortellini al sugo di acciughe, senza che succedesse niente di
speciale, senza che nessuno mi facesse gli auguri. Il giorno in cui compivo
vent'anni.
Di nuovo annuii.
– Ti capisco benissimo, – dissi.
– Quindi feci quello che mi chiedeva, espressi un desiderio.
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Il vecchio per un po' restò a guardarla senza dire nulla. Sempre con le
mani posate sulla scrivania. Sul ripiano c'erano dei registri molto spessi che
sembravano libri di conti. Oltre a penne, matite, un calendario, una lampada con un abat-jour verde... Fra quella roba anche le sue piccole mani sembravano degli articoli di cartoleria. Gocce di pioggia continuavano a colpire i vetri della finestra, oltre la quale brillavano le luci della Tōkyō Tower.
Le rughe del vecchio si fecero un poco più profonde.
– Allora questo è il suo desiderio, vero?
– Sì. Esatto.
– Un desiderio piuttosto strano, per una ragazza della sua età, – disse
lui. – A dir la verità, mi aspettavo qualcosa di molto diverso.
– Se non va bene, posso cambiarlo, – rispose lei. Poi si schiarì la gola. –
Per me è indifferente, posso trovarne un altro.
– No, no, – fece il vecchio alzando le mani e agitandole in aria come
bandierine. – Non ha nulla che non vada, il suo desiderio. Affatto. Semplicemente sono rimasto sorpreso. Voglio dire... siamo sicuri che non sogna
qualcos'altro? Per esempio, che ne so, non vorrebbe diventare più bella, più
intelligente, avere più soldi, insomma questo genere di cose? Le cose che
desiderano di solito le ragazze?
La mia amica prese tutto il tempo necessario per trovare le parole giuste. Nel frattempo il vecchio non parlava, aspettava in silenzio, le mani
poggiate tranquillamente sulla scrivania.
– È ovvio che vorrei diventare più bella, più intelligente, più ricca. Però
se questo genere di desiderio si avverasse, chi può dire quali conseguenze
porterebbe, alla fine? Magari per me si muterebbe in un danno. Per il momento io non ho ancora afferrato il senso della vita. Sul serio. Non capisco
bene come funzioni.
– Ah, ecco, – disse il vecchio incrociando le dita delle mani, poi separandole di nuovo. – Ecco.
– Allora il mio desiderio può andare?
– Certamente. Certamente. Da parte mia non ci sono obiezioni.
Tutt'a un tratto il vecchio prese a fissare un punto nell'aria. Le rughe sulla fronte gli si fecero più profonde, quasi fossero le circonvoluzioni del suo
cervello concentrato a riflettere. Sembrava osservare qualcosa che fluttuava
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nell'aria, come minuscole, invisibili piume. Poi spalancò le braccia, si sollevò un poco dalla sedia e giunse le mani con vigore. Producendo un breve
schiocco secco. Quindi si risedette. Si accarezzò lentamente la fronte come
per lisciare le rughe e sorrise tranquillo.
– Ecco fatto, – disse. – Il suo desiderio è esaudito.
– L'ha già esaudito?
– Sì, l'ho esaudito. È stato facilissimo. Bella signorina, oggi è il suo
compleanno, ancora tanti auguri. Le lascerò il carrello nel corridoio non si
preoccupi. Torni pure al suo lavoro.
La mia amica prese l'ascensore e scese al ristorante. Adesso che era a
mani vuote, provava una sgradevole impressione di leggerezza, di instabilità, come se camminasse su un terreno infido.
– È successo qualcosa? – le chiese il cameriere più giovane. – Hai un'aria così frastornata...
Lei scosse la testa con un sorriso ambiguo.
– Davvero ho un'aria frastornata? No, non è successo nulla.
– Di', che tipo è il capo?
– Boh! Non l'ho nemmeno visto bene, – tagliò corto la mia amica.
Un'ora e mezza dopo andò a prendere il carrello. Lo trovò nel corridoio.
Nel piatto non restava più nulla. Anche la bottiglia e il bricco di caffè erano vuoti. La porta dell'appartamento 604 era chiusa e muta. La contemplò
in silenzio per qualche secondo. Sembrava doversi aprire da un momento
all'altro. Ma non si aprì. Allora lei spinse il carrello nell'ascensore, scese, lo
portò in cucina. Lo chef guardò il piatto, vuoto come ogni sera, e annuì con
indifferenza.
– Da quella volta non ho mai più incontrato il titolare, – mi disse la mia
amica. – Il direttore in realtà aveva avuto un semplice mal di pancia, dal
giorno successivo ricominciò a portargli i pasti di persona, e io con l'anno
nuovo lasciai quel lavoro. Da allora non sono più andata in quel ristorante.
Non so perché, ma avevo l'impressione che mi convenisse starne alla larga.
Così, una sorta di presentimento.
Assorta nei suoi pensieri, giocherellava con una barchetta di carta.
– A volte ho l'impressione che tutto quello che è successo la sera del
mio ventesimo compleanno sia stata un'illusione. Come se per qualche ragione credessi reali cose che non sono accadute veramente. Ma non è così,
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ne sono sicura. Ancora adesso ricordo alla perfezione, come se li vedessi,
ogni mobile, ogni oggetto di quell'appartamento 604. È una cosa successa
davvero, e che forse ha un significato profondo.
Per un po' non parlammo, bevevamo ognuno dal proprio bicchiere, forse
pensando a cose diverse.
– Posso farti una domanda? – dissi. – Anzi, a dir la verità le domande
sarebbero due.
– Prego, – mi incoraggiò lei. – Ma lo immagino cosa vuoi sapere. Prima
di tutto, che desiderio ho espresso quel giorno.
– Però mi è parso che tu non avessi voglia di dirlo.
– Ti ho dato quest'impressione?
Annuii.
Lei posò la barchetta di carta e strinse gli occhi, come se volesse guardare lontano.
– Quando si esprime un desiderio, non bisogna rivelarlo a nessuno.
– Non ho intenzione di obbligarti a farlo. Quello che vorrei sapere, innanzi tutto, è se sia stato esaudito o meno. E poi, se ti sei mai pentita di
aver scelto, quella volta, quel desiderio lì. Qualunque cosa fosse. Non hai
mai pensato che avresti fatto meglio a trovarne un altro?
– Alla prima domanda rispondo sì, ma anche no. Ho ancora un bel
po' di anni da vivere davanti a me, e non posso sapere come andranno a
finire le cose.
– Era un desiderio che richiedeva del tempo?
– Già, – disse la mia amica, – era una cosa in cui il tempo aveva un ruolo essenziale.
– Come cucinare un piatto importante?
Lei annuì.
Riflettei un poco su quell'informazione. Ma nella mia mente appariva
soltanto l'immagine di una gigantesca torta che cuoceva a bassa temperatura nel forno.
– E riguardo alla seconda domanda? – chiesi.
– Qual era la seconda domanda?
– Se ti sei mai pentita di aver scelto quel desiderio.
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Un breve silenzio. Lei mi rivolse uno sguardo distratto. Sulla bocca le
affiorò l'ombra di un sorriso spento. Che mi fece capire che a un certo punto c'era stata una rinuncia.
– Adesso io sono sposata con un commercialista che ha tre anni più di
me, – disse. – Ho due bambini, un maschio e una femmina. Un setter irlandese. Posseggo un'Audi e due volte alla settimana vado a giocare a tennis
con le amiche. Questa è attualmente la mia vita.
– Niente male, mi sembra, – risposi.
– Anche se sul paraurti dell'Audi ci sono due ammaccature?
– Be', i paraurti servono proprio a questo, a prendersi le ammaccature.
– Dovrebbero creare uno sticker con questo motto: «I paraurti servono a
prendersi le ammaccature».
Io guardavo la sua bocca.
– Ciò che voglio dire... – prosegui in tono pacato, strofinandosi il lobo
dell'orecchio, un lobo molto ben fatto, – ciò che voglio dire è questo: che
una persona, qualunque cosa desideri, per quanto faccia, non potrà mai diventare altro che se stessa. Tutto qui.
– Anche uno sticker così non suonerebbe male: «Una persona, per quanto faccia, non potrà mai diventare altro che se stessa».
Lei scoppiò in una risata. E quell'ombra stentata di un sorriso che aveva
sulle labbra di colpo si dileguò.
Appoggiò i gomiti al bancone e mi guardò.
– Dimmi, se ti fossi trovato al mio posto, che desiderio avresti espresso?
– Cioè io, la sera del mio ventesimo compleanno?
– Sì.
Riflettei a lungo su quella domanda. Eppure non mi venne in mente nulla.
– No, non riesco a immaginarlo, – risposi con sincerità. – Ormai è passato troppo tempo dal mio ventesimo compleanno.
– Non c'è proprio niente, davvero?
Feci cenno di no con la testa.
– Nemmeno una cosa?
– Nemmeno una cosa.
Di nuovo lei mi guardò negli occhi. Uno sguardo molto diretto, molto
franco.
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– Allora significa che lo hai già realizzato, il tuo desiderio, – disse.
«Solo uno, badi, quindi ci rifletta bene. Mia bella fata». Da qualche parte nell'oscurità, un vecchietto con una cravatta del colore delle foglie secche alzava un dito nell'aria. «Soltanto uno. Dopo non potrà più tornare indietro».

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La tragedia nella miniera di carbone di New York

C'è un uomo che da dieci anni ha l'abitudine relativamente strana di recarsi allo zoo ogni volta che si annuncia l'arrivo di un tifone accompagnato
da pioggia violenta. È un mio amico. Abita a cinque minuti di cammino dal
giardino zoologico.
Quando un tifone si avvicina alla città, mentre tutte le persone ragionevoli si affrettano a chiudere le imposte, corrono a comprare acqua minerale
e verificano che le radio a transistor e le pile elettriche funzionino, lui si
avvolge in una mantella impermeabile – un residuato dell'esercito americano che si è procurato al tempo della guerra in Vietnam –, si infila una lattina di birra per tasca e se ne va allo zoo. A tal fine, all'annuncio di un tifone
prende sempre un giorno di ferie dal lavoro.
A volte non ha fortuna e trova il cancello sbarrato: «Oggi chiusura causa
cattivo tempo».
È un motivo più che accettabile. Chi può aver voglia di andare a vedere
le giraffe e le zebre durante un uragano?
Il mio amico si rassegna senza malumore, si siede su una statua a forma
di scoiattolo davanti al cancello, beve le sue birre ormai tiepide e se ne torna a casa.
Quando però la fortuna è dalla sua, il cancello è aperto.
Il mio amico paga il biglietto, entra, e fumando con difficoltà una sigaretta subito inzuppata d'acqua passa in rassegna gli animali, uno per uno,
osservandoli scrupolosamente. È l'unico visitatore. Gli animali sono tutti
rintanati in fondo alle gabbie. Alcuni guardano con occhi svagati la pioggia
che cade a secchi dal cielo, altri, resi nervosi dal vento, vanno avanti e indietro; altri ancora, spaventati dall'improvviso abbassamento della pressione atmosferica, diventano aggressivi.
La prima birra il mio amico la beve sempre seduto davanti alla gabbia
della tigre del Bengala – è l'animale che il tifone innervosisce di più –, la
seconda quando arriva al recinto del gorilla. Il gorilla sembra del tutto indifferente alle condizioni atmosferiche. Invece pare molto interessato alla
presenza del mio amico e osserva con espressione vagamente impietosita la
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figura di quell'uomo che beve da una lattina, seduto sul cemento nella posa
di una sirena.
– È come trovarsi con un estraneo in un ascensore bloccato, – mi ha detto una volta il mio amico.
A parte questa storia dei tifoni, è una persona a posto. Lavora in un'azienda di esportazioni – una società poco nota ma solida, dall'atmosfera
piacevole, – dove si occupa di investimenti all'estero, vive solo in un lindo
appartamentino e cambia ragazza ogni sei mesi. Per quale ragione senta il
bisogno di cambiarla con tanta regolarità, non l'ho mai capito. Anche perché si assomigliano tutte, quasi fossero dei cloni. Perlomeno io non ho mai
notato alcuna differenza fra loro.
Molta gente, non so come mai, si è fatta l'idea – del tutto arbitraria – che
sia un tipo banale e un po' tardo, ma lui non sembra farci caso. Possiede
un'automobile di seconda mano niente male, la raccolta completa delle
opere di Balzac, un abito nero, una cravatta nera e delle scarpe nere adatte
ai funerali.
Infatti ogni volta che devo andare a un funerale gli telefono per chiedergli in prestito vestito, cravatta e scarpe. Il vestito e le scarpe sono una misura in più della mia, ma ovviamente non posso permettermi di fare il difficile.
– Scusami, – gli dico ogni volta, – ho di nuovo un funerale in agenda.
– Prego, figurati, – risponde lui. – Immagino che tu ne abbia bisogno
subito, puoi venire a prendere la roba adesso, se vuoi.
Quando arrivo a casa sua, trovo già sul tavolo il vestito bello stirato e la
cravatta. Le scarpe sono perfettamente lucidate, della birra d'importazione
ghiacciata è al fresco nel frigorifero. Perché lui tiene sempre tutto in ordine, pronto per essere usato in qualsiasi momento. È questo tipo d'uomo.
Per forza, solo uno così può prendersi la briga di cambiare ragazza ogni sei
mesi.
– A proposito, poco tempo fa allo zoo ho visto un gatto, – mi disse facendo saltare la linguetta della lattina di birra.
– Un gatto?
– Sì. Due settimane fa sono andato nello Hokkaidō per lavoro. Nella zona c'è uno zoo e ci ho fatto un salto. C'era una piccola gabbia con attaccato
un cartello, «gatto», e dentro c'era un gatto che dormiva.
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– Che tipo di gatto?
– Un gatto normalissimo. Come se ne trovano ovunque. Marrone tigrato, con la coda corta e spaventosamente grasso. Se ne stava sdraiato sul
fianco, e dormiva tranquillo.
– Be', forse nello Hokkaidō i gatti sono rari, – dissi.
– Vuoi scherzare? – fece lui sconcertato. – Figurati, nello Hokkaidō!
Non sono né rari né niente.
– Da un altro punto di vista, perché non dovrebbero esserci dei gatti in
uno zoo? – chiesi. – Sono animali anche loro, no?
– Sì, ma ci siamo abituati. Di gatti e di cani ce ne sono anche troppi, in
giro. Non sono rarità che uno va a guardare allo zoo. Se ne vedono ovunque. Esattamente come le persone.
Bevemmo una mezza dozzina di birre in due, poi il mio amico prese un
sacchetto di carta col marchio di un grande magazzino e ci mise la cravatta,
il vestito infilato in un involucro di cellofan e le scarpe.
– Scusami se approfitto ogni volta, – gli dissi. – Penso sempre che dovrei comprarmene uno anch'io, e poi non lo faccio. Se vado a comprare un
vestito da mettere ai funerali, non so, ho l'impressione di ammettere la possibilità che qualcuno muoia.
– Non ti preoccupare. Tanto io non lo uso. E il vestito è di sicuro più
contento di venire usato che di starsene appeso inutilmente.
Lui quell'abito nero se lo era fatto fare tre anni prima, ma non l'aveva
messo nemmeno una volta.
– Da quando ce l'ho, non è mai morto nessuno di mia conoscenza, – disse.
– Già, succede sempre così.
– È proprio vero.
Manco a farlo apposta, in quell'anno ci fu un numero spaventoso di funerali. Intorno a me amici ed ex amici morivano uno dopo l'altro, come
spighe di granoturco in un campo bruciato dai raggi del solleone. All'epoca
avevo ventotto anni.
I miei amici erano tutti più o meno della mia età. Ventisette, ventotto,
ventinove anni... Di sicuro l'età sbagliata per morire. Un poeta può morire a
ventun anni, un rivoluzionario e una rock star a ventiquattro. Passata
quell'età, dai per scontato che in qualche modo le cose andranno per il ver36

so giusto. Hai superato la curva della morte leggendaria, sei uscito dal tunnel buio. Ormai non ti resta che procedere dritto verso la meta su un'autostrada a sei corsie. Ti sei tagliato i capelli, ti fai la barba ogni mattina. Non
sei più né un poeta, né un rivoluzionario, né una rock star. Finito il tempo
in cui ti addormentavi ubriaco in una cabina telefonica, bevevi fino a perdere coscienza, ascoltavi gli Lp dei Doors a tutto volume alle quattro del
mattino. Adesso sottoscrivi l'assicurazione sulla vita che ti propone un tuo
conoscente, bevi solo nei bar degli alberghi, conservi la fattura del dentista
per poterla scalare dalle tasse. È normale, ormai hai ventotto anni...
Fu a quel punto che inaspettatamente iniziò l'ecatombe. Si potrebbe dire
che si trattò di un vero e proprio attacco a sorpresa. Mentre ci cambiavamo
i vestiti al tiepido sole primaverile. Le taglie non erano più quelle giuste, le
maniche delle camicie erano rovesciate, infilavamo la gamba destra in pantaloni reali e quella sinistra in pantaloni immaginari, insomma facevamo
un gran pasticcio.
Il massacro arrivò insieme a un sorprendente rumore di spari.
Come se qualcuno dall'alto di una collina metafisica imbracciasse una
mitragliatrice metafisica e ci inondasse di pallottole metafisiche.
Comunque, in ultima analisi, la morte è soltanto la morte. In altre parole,
che salti fuori da un cappello o da un campo di grano, un coniglio resta sempre un coniglio. Una stufa rovente è solo una stufa rovente e il fumo nero
che esce da una ciminiera è soltanto fumo nero che esce da una ciminiera.
Il primo ad attraversare il baratro oscuro tra la realtà e l'irrealtà – o forse
l'irrealtà e la realtà – fu un mio amico dei tempi dell'università, uno che insegnava inglese alle medie. Si era sposato tre anni prima e la moglie alla
fine dell'anno era tornata dalla sua famiglia, nello Shikoku, per partorire.
In gennaio, una domenica pomeriggio troppo calda per la stagione, andò
in un grande magazzino, comprò al reparto coltelleria un rasoio di fabbricazione tedesca in grado di tagliar via l'orecchio a un elefante e due flaconi
di crema da barba. Poi tornò a casa, riempì d'acqua la vasca, accese lo
scaldabagno, prese del ghiaccio dal frigorifero e si scolò una bottiglia di
whisky. Dopodiché si immerse nella vasca, si tagliò i polsi e morì. Fu sua
madre a trovare il cadavere due giorni dopo. La polizia, chiamata subito,
scattò una serie di fotografie della scena. L'acqua del bagno mista al sangue aveva preso il colore del succo di pomodoro. La polizia dichiarò che si
trattava di suicidio. Perché la porta di casa era chiusa a chiave e soprattutto
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perché era stato lui, il morto, a comprare un rasoio quello stesso giorno.
Ma come mai aveva comprato la crema da barba – addirittura due flaconi –
se non aveva alcuna intenzione di usarla? Mistero.
Può darsi che non si fosse ancora abituato all'idea che dopo qualche ora
sarebbe morto. Oppure aveva temuto che il commesso del grande magazzino intuisse le sue intenzioni.
Non aveva lasciato né un testamento né un ultimo messaggio, nulla. Sul
tavolo della cucina erano rimasti soltanto un bicchiere, la bottiglia di Haig
vuota, il contenitore del ghiaccio e i due flaconi di crema da barba. Di sicuro, mentre mandava giù un bicchiere di whisky dopo l'altro in attesa che
l'acqua del bagno fosse calda, avrà osservato per tutto il tempo quei due
flaconi sul tavolo. Probabilmente pensando: «Non avrò mai più bisogno di
farmi la barba».
La morte di un giovane di ventotto anni è triste come la pioggia in inverno.
Nei dodici mesi seguenti morirono altre quattro persone.
Una a marzo, in una riserva petrolifera in Arabia Saudita o nel Kuwait,
due a giugno. Infarto e incidenti d'auto. Da luglio a novembre ci fu una tregua, ma a metà dicembre di nuovo morì qualcuno, di nuovo in un incidente
stradale.
A eccezione di quel primo amico che si era suicidato, tutti se ne andarono in un attimo, senza nemmeno rendersi conto che stavano morendo. Così, come se stessero salendo su una scala che conoscevano bene e tutt'a un
tratto fosse venuto a mancare il gradino.
– Puoi tirare fuori il futon? – aveva chiesto uno di loro alla moglie. L'amico che era morto di infarto a giugno. Questo succedeva alle undici del
mattino. Si era alzato alle nove, aveva lavorato un po' nel suo studio – era
un designer di mobili –, poi gli era venuto un sonno tale che era andato in
cucina e si era fatto un caffè. Che non era servito però a scacciare il sonno.
– Mi stendo un momento, – aveva detto. – Non so, sento come il rumore
di qualcosa che mi pulsa dietro la testa.
Erano state le sue ultime parole. «Non so, sento come il rumore di qualcosa che mi pulsa dietro la testa». Si era infilato nel futon, si era addormentato e non si era più svegliato.
La persona che morì a dicembre era la più giovane, e l'unica donna.
Aveva ventiquattro anni. Ventiquattro anni, l'età giusta per i rivoluzionari e
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per le rock star. In una fredda sera di pioggia, poco prima di Natale, finì
nello spazio che si era tragicamente, ma banalmente creato fra un camion
che trasportava birra e un palo della luce in cemento: morì schiacciata.
Alcuni giorni dopo l'ultimo funerale, con il vestito che avevo ritirato
dalla tintoria e una bottiglia di whisky, andai a casa del mio amico.
– Non so come ringraziarti. Mi hai salvato, come al solito, – gli dissi.
Il frigorifero era pieno di birra ghiacciata e il comodo divano odorava di sole.
Sul tavolo c'erano un portacenere appena lavato e un vaso di stelle di Natale.
Lui prese il vestito con tutto l'involucro di cellofan e con molta cautela,
come se infilasse nella tana un orsacchiotto appena uscito dal letargo, lo
rimise a posto nell'armadio.
– Spero che non sia impregnato dell'odore di funerale, – dissi.
– Non fa nulla. Tanto l'ho comprato apposta. L'importante non sono gli
abiti, ma quello che c'è dentro.
– Mmh.
– Il fatto è che quest'anno hai avuto un funerale dopo l'altro, – proseguì
lui sedendosi sul divano di fronte a me e versandosi la birra in un bicchiere. – In tutto quanti sono stati?
– Cinque, – risposi mostrando le dita allargate della mano sinistra. – Ora
basta però, non ce ne saranno altri.
– Credi?
– Be', è morto un numero sufficiente di persone.
– Ehi, mi ricorda la maledizione delle piramidi, – disse lui. – Ho letto
qualcosa in proposito. La maledizione ha continuato a colpire finché non è
morto un numero sufficiente di persone. O magari finché nel cielo non è
apparsa una stella rossa o l'ombra della luna non ha nascosto il sole.
Dopo aver bevuto una mezza dozzina di birre, passammo al whisky. I
raggi del sole invernale al tramonto entravano nella stanza leggermente
obliqui.
– Di questi tempi però hai l'aria triste, – osservò il mio amico.
– Dici?
– Sono sicuro che la notte ti arrovelli in mille pensieri. Sai, io la notte
ho smesso di pensare.
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– E come hai fatto?
– Quando mi vengono le paturnie, faccio il vuoto nella mente e mi metto
a fare le pulizie. Anche se sono le due o le tre del mattino. Lavo i piatti dal
primo all'ultimo, pulisco la cucina a gas, passo lo straccio per terra, metto gli
asciugamani in candeggina, riordino i cassetti, stiro tutte le camicie che trovo nell'armadio, – disse lui facendo girare col dito il ghiaccio dentro il bicchiere. – Poi, una volta esausto, bevo qualcosa d'alcolico e vado a dormire. È
molto semplice. Al mattino quando mi alzo, il tempo di infilarmi le calze e
ho già dimenticato tutto, tutte le cose che mi preoccupavano.
Di nuovo gettai un'occhiata attorno alla stanza. Come sempre, era
straordinariamente pulita e ordinata.
– Alle tre del mattino viene in mente ogni sorta di strane idee. Ogni sorta. Succede a tutti. Quindi ognuno di noi deve trovare un modo per reagire.
– Sì, può darsi che tu abbia ragione.
– Alle tre del mattino persino gli animali riflettono, – proseguì lui, come
se all'improvviso si fosse ricordato di qualcosa. – Sei mai stato in uno zoo
alle tre del mattino?
– No, – risposi. – No, mai. È ovvio.
– Io una volta ci sono stato. Un tale che conosco lavora allo zoo, gli ho
chiesto di lasciarmi entrare quando faceva il turno di notte. Anche se in
realtà è vietato, – disse il mio amico facendo girare il liquido nel bicchiere.
– È stata un'esperienza singolare. Non so spiegarlo bene, ma ho avuto
un'impressione strana, come se la terra silenziosamente si spaccasse e ne
venisse fuori qualcosa, strisciando. Poi, nel buio della notte, quella cosa
invisibile che era sbucata dalla terra prese il sopravvento su tutto. Pareva
quasi una condensazione dell'aria. Come aria congelata. Non la vedevo. Gli
animali però la sentivano. E io potevo sentire quello che sentivano loro.
Cioè, che questo suolo sul quale camminiamo prosegue fino al nucleo centrale della terra, e quel nucleo centrale assorbe una quantità esorbitante di
tempo.
Io tacevo.
– Non ho alcuna voglia di ripetere l'esperienza. Di andare di nuovo allo
zoo di notte.
– Meglio durante un tifone?
– Sì, – disse lui. – Cento volte meglio.
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Squillò il telefono. Il mio amico si alzò e andò a rispondere in camera
da letto. Doveva essere una di quelle interminabili telefonate clonate con
una delle sue ragazze clonate. Volevo dirgli che non potevo trattenermi oltre, ma lui tardava a tornare. Rinunciai e accesi il televisore, un televisore a
colori da ventisette pollici. Il telecomando era a portata di mano, bastava
sfiorarne i tasti per cambiare canale. Grazie ai sei speaker di cui era dotato,
l'apparecchio aveva un ottimo suono. Non avevo mai visto un televisore
così bello.
Dopo aver passato in rassegna due volte i canali dal primo all'ultimo,
decisi di guardare un programma di attualità. Parlavano di un conflitto di
frontiera, dell'incendio di un palazzo, del cambio della valuta, dei limiti
sull'importazione di automobili, di un raduno di gente che nuotava in pieno
inverno, del suicidio di una famiglia intera. Ognuno di quegli eventi sembrava collegato agli altri, come ragazzi in una foto di classe.
– Qualche notizia interessante? – chiese il mio amico tornando in soggiorno.
– Più o meno... – risposi.
– Guardi spesso la televisione?
Scossi la testa.
– No, non ce l'ho.
– La televisione ha perlomeno un punto a suo favore, – disse lui dopo
qualche secondo di riflessione. – La puoi spegnere quando vuoi. Senza che
nessuno protesti.
Prese il telecomando e schiacciò OFF. In un secondo l'immagine sparì.
Nella stanza calò il silenzio. Fuori dalla finestra, nei palazzi di fronte, cominciavano ad accendersi le luci.
Per cinque minuti, non sapendo di cosa parlare, ci limitammo a bere
ogni tanto un sorso di whisky. Squillò di nuovo il telefono, ma questa volta
lui fece finta di non sentire. Quando gli squilli cessarono, schiacciò di nuovo ON, come per un impulso improvviso. In un attimo l'immagine tornò,
un presentatore stava parlando delle recenti variazioni del prezzo del petrolio e intanto indicava con una bacchetta un grafico alle sue spalle.
– To', guarda quello lì. Non si è nemmeno accorto che per cinque minuti
abbiamo spento il televisore.
– Già... – feci.
– E perché?
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Non avendo voglia di pensarci, scossi la testa.
– Nel momento in cui ho schiacciato OFF, l'esistenza di una delle due
parti è stata annullata. O noi, o quell'uomo. In entrambi i casi, basta toccare
un tasto per bloccare la comunicazione. E questo è molto rilassante.
– Sì, è un modo di pensare, – dissi.
– Di modi di pensare ce ne sono milioni. In India coltivano la palma da
cocco. In Venezuela buttano gli oppositori politici giù dagli elicotteri, –
disse spegnendo di nuovo il televisore. – Non vuole suonare come una critica, ma al mondo ci sono modi di morire che non si concludono con un
funerale, sai? E che non hanno odore.
Io annuii in silenzio. Mi pareva di comprendere quello che voleva dire.
E al tempo stesso di non comprenderlo affatto. Ero stanco, e mi annoiavo
anche un po'. Per qualche minuto giocherellai con le foglie verdi della stella di Natale.
– Senti, ho dello champagne, – fece a un certo punto lui con un'espressione seria in viso. – L'ho portato dalla Francia, ci sono stato poco tempo fa
per lavoro. Non me ne intendo, di champagne, ma questo dev'essere proprio buono. Mi fai compagnia? Dopo una serie di funerali, niente di meglio
che una coppa di champagne per tirarsi su il morale.
Andò a prendere la bottiglia gelata e due bicchieri puliti. Posò tutto con
garbo sul tavolo. Poi fece un sorriso un po' scettico.
– Non vale niente, lo champagne. Il bello è solo quando si fa saltare il
tappo, – disse.
Stappammo la bottiglia, poi parlammo dello zoo di Parigi e degli animali che aveva. Lo champagne era davvero eccellente.
Alla fine di quell'anno ci fu una piccola festa. Una festa che si teneva
sempre la sera di Capodanno in un locale affittato per l'occasione, dalle
parti di Roppongi. C'era un trio col pianoforte, un ottimo buffet, ottime bevande. A volte incontravo persone che conoscevo, e in tal caso mi intrattenevo con loro discorrendo del più e del meno. Per una ragione precisa –
una ragione legata al mio lavoro – ero tenuto a parteciparvi ogni anno. A
me i party non piacciono, ma quello era sempre piuttosto rilassante. Tanto
la sera dell'ultimo dell'anno non avevo niente da fare e mi bastava starmene
seduto in un angolo a bere e ad ascoltare la musica. Non incontravo persone invadenti, non mi veniva presentata a tutti i costi gente strampalata, né
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ero obbligato ad ascoltare per delle mezz'ore intere monologhi sui benefici
della dieta vegetariana nella cura del cancro.
Quella sera però qualcuno mi fece conoscere una signora. Dopo aver
chiacchierato per un po', come al solito mi ritirai nel mio angolo. Ma lei,
col bicchiere di whisky in mano, mi seguì fino alla sedia.
– Sono stata io a chiedere di esserle presentata, – mi disse in tono affabile.
Non era una bellezza da far voltare la gente per strada, ma aveva qualcosa di molto attraente. E indossava a meraviglia un bel vestito di seta azzurra che le era probabilmente costato un occhio della testa. Quanto all'età,
doveva avere circa trentadue o trentatré anni. Volendo, senza molti sforzi
sarebbe riuscita a dimostrarne di meno, ma sembrava non le interessasse
farlo. Alle dita aveva tre anelli in tutto e sulla bocca le aleggiava un sorriso
che ricordava un tramonto soffuso di nebbia.
– Lo sa che assomiglia moltissimo a una persona che conosco? – disse.
– I lineamenti, la corporatura, l'atmosfera, il modo di parlare... è identico,
c'è da non crederci. È da quando è arrivato che la osservo.
– Se c'è un uomo al quale somiglio tanto, prima o poi mi piacerebbe conoscerlo, – dissi. Poi tacqui, non sapendo cosa aggiungere.
– Veramente?
– Sì, certo. Mi piacerebbe sapere cosa si prova, a incontrare qualcuno
identico a sé.
Per un attimo, un attimo solo, il suo sorriso si fece più intenso.
– Purtroppo non è più possibile, – disse. – È morto cinque anni fa. Aveva giusto l'età che ha lei adesso.
– Ah, davvero?
– L'ho ucciso io.
Il trio aveva appena finito la seconda performance, ci furono applausi
distratti.
– Le piace la musica?
– Solo se è buona musica in un mondo buono, – risposi.
– In un mondo buono non esiste, la buona musica, – disse lei con l'atteggiamento di chi rivela un gran segreto. – In un mondo buono l'aria non vibra.
– In effetti, – dissi. Cos'altro potevo rispondere?
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– Ha visto quel film in cui Warren Beatty suona il piano in un night-club?
– No, non l'ho visto.
– Elizabeth Taylor è una cliente. È al verde e ha il morale a pezzi.
– Ah.
– Allora Warren Beatty le domanda se vuole che le suoni qualcosa in
particolare.
– E lei? Cosa chiede?
– Non ricordo. È un vecchio film –. Bevve un sorso dal suo bicchiere,
l'anello che aveva al dito sfavillò. – Ad ogni modo io detesto quando mi
chiedono se desidero una canzone in particolare, mi mette tristezza. È come quando in biblioteca prendo un libro in prestito. Appena lo comincio
non vedo l'ora di finirlo.
Si portò alle labbra una sigaretta, io gliela accesi con un fiammifero.
– Comunque, stavamo parlando dell'uomo che le assomiglia, – proseguì lei.
– In che modo l'ha ucciso?
– Gli ho tirato addosso un alveare.
– Non ci credo.
– Infatti non è vero.
Invece di sospirare bevvi un sorso di whisky anch'io. Il ghiaccio si era
sciolto, e non sapeva quasi più di nulla.
– È ovvio che per la legge non sono un'assassina, – disse lei. – E non lo
sono nemmeno moralmente.
– Non è un'assassina né legalmente né moralmente, – concordai con poca convinzione, – però ha ucciso un uomo.
– Sì, – fece la donna, annuendo come se niente fosse. – Ho ucciso un
uomo che le assomigliava molto.
Dall'altra parte della stanza qualcuno stava ridendo forte. In risposta,
anche altre persone risero. Si udì il suono di bicchieri che si toccavano. Un
suono al tempo stesso lontano e tremendamente chiaro. Non so perché,
sentii un'agitazione in petto. Il mio cuore si gonfiò e oscillò su e giù. Ebbi
l'impressione di camminare su un terreno galleggiante sull'acqua.
– Non ci sono voluti nemmeno cinque secondi, – proseguì la donna. –
Per ucciderlo, cioè.
Seguì un silenzio che lei sembrava gustare a fondo.
44

– Le capita mai di pensare alla libertà? – mi chiese dopo un po'.
– Qualche volta, – risposi. – Ma perché me lo chiede?
– È in grado di disegnare una margherita?
– Forse... ma cos'è, un test psicologico?
– Ci è andato vicino, – fece la donna ridendo.
– E l'ho superato?
– Sì, – rise. – Va tutto bene, stia tranquillo. Credo che vivrà a lungo, lei,
sa? Me lo dice il mio intuito.
– La ringrazio.
Il trio iniziò a suonare Auld Lang Syne.
– Le undici e cinquantacinque, – disse la donna guardando il suo orologio d'oro impreziosito da un pendente. – Mi piace Auld Lang Syne. E a lei?
– Io preferisco Home on the Range. Con tutti quei cervi e quei bufali.
Di nuovo lei fece un sorriso cordiale.
– Allora di sicuro le piacciono gli animali.
– Sì, mi piacciono molto, – dissi. E di colpo mi venne in mente il mio
amico che amava andare allo zoo, e il suo vestito per i funerali.
Per risparmiare l'aria spensero le lampade, e vennero avvolti da tenebre
fitte come inchiostro. Nessuno fiatò. Nell'oscurità risuonava soltanto il rumore delle gocce d'acqua che cadevano dalla volta ogni cinque secondi.
– Ragazzi, cercate di respirare meno possibile. Ci resta poco ossigeno.
Così disse un minatore anziano. Lo disse a voce molto bassa, eppure le
travi sul soffitto scricchiolarono leggermente. I minatori si strinsero uno
all'altro nel buio, tesero le orecchie, in attesa di udire un rumore solo: quello dei picconi, quello della vita.
Attesero così per ore. La realtà poco a poco si dissolse nelle tenebre.
Ogni cosa sembrava loro avvenuta in un tempo remoto, da qualche parte in
un mondo dimenticato. O forse doveva ancora accadere, in un tempo e in
un mondo altrettanto lontani.
Ragazzi, cercate di respirare meno possibile. Ci resta poco ossigeno.
Fuori naturalmente si continuava a scavare. Sembrava la scena di un film.

45

L'aeroplano – o come lui parlasse da solo con l'aria
di recitare una poesia

– Di', l'abitudine di parlare da solo ce l'hai da sempre? – gli chiese lei
quel pomeriggio. Lo disse alzando gli occhi dal tavolo con tranquillità,
come se la domanda le fosse venuta in mente in quel momento. Ma di sicuro non nasceva da una curiosità improvvisa, probabile che l'avesse in testa
da molto tempo. In quelle occasioni nella sua voce si sentiva un'ombra di
vaga, appena percettibile durezza. Aveva esitato prima di pronunciare quelle parole, facendole rotolare più e più volte sulla lingua.
Erano seduti uno di fronte all'altra al tavolo della cucina. A parte il rumore del treno che passava ogni tanto sulla ferrovia vicinissima, tutt'intorno regnava la calma. Anche troppa, in certi momenti. Le ferrovie sono
qualcosa di sorprendentemente silenzioso, quando non ci passa sopra il
treno. Il pavimento della cucina era in piastrelle di plastica, piacevolmente
fredde sotto le piante dei piedi nudi di lui. Si era tolto le calze e le aveva
infilate nella tasca dei pantaloni. Era un pomeriggio di aprile un po' troppo
caldo per la stagione. Lei aveva arrotolato fino al gomito le maniche della
camicetta a quadri color pastello. E le sue dita bianche e affusolate giocherellavano con il manico del cucchiaino da caffè. Lui le guardava la punta
delle dita. A forza di osservarle, provava una strana sensazione, come se la
sua coscienza si appiattisse. Lei dava l'impressione di aver sollevato il
lembo estremo del mondo, per disfarne adesso poco a poco la trama. In
maniera metodica, senza emozione, come se fosse un compito che doveva
svolgere per forza, anche se ci voleva del tempo.
Lui osservava i suoi gesti senza fare commenti. Se taceva, era perché
non sapeva cosa dire. Nella sua tazza restava un po' di caffè, ormai freddo
e torbido.
Il ragazzo aveva appena compiuto vent'anni. Forse per lui quella donna,
che ne aveva sette di più, era sposata e aveva anche un figlio, era come la
faccia nascosta della luna.
Il marito di lei lavorava in un'agenzia di viaggi che operava soprattutto
con l'estero. Motivo per cui era assente per una buona metà del mese. An46

dava a Londra, a Roma, a Singapore... Doveva amare l'opera lirica perché
in casa c'era una serie di spessi album contenenti tre o quattro Lp, disposti
per compositore: Verdi, Puccini, Donizetti, Richard Strauss. Più che una
collezione di dischi, sembravano quasi il simbolo di una visione del mondo. Se ne stavano lì saldi e immobili. Lui, quando gli mancavano le parole
o non sapeva che atteggiamento prendere, seguiva sempre con gli occhi le
lettere sul dorso di quegli album. Da destra a sinistra e da sinistra a destra.
E mentalmente leggeva i titoli uno a uno: La Bohème, Tosca, Turandot,
Norma, Fidelio... Non aveva mai ascoltato, neanche una volta, quel genere
di musica. Non era nemmeno questione di apprezzarla o meno, semplicemente non aveva mai avuto l'occasione di sentirla. Perché nel suo ambiente
– sia in famiglia che tra gli amici – non c'era una sola persona a cui piacesse. Sapeva che al mondo esisteva qualcosa come l'opera lirica e delle persone che l'amavano. Ma era la prima volta in vita sua che posava gli occhi
su un angolo di quell'universo. Quanto a lei, l'opera non l'appassionava.
– Non mi dispiace, – gli aveva detto, – ma dura troppo.
Accanto allo scaffale dei dischi c'era un magnifico impianto stereo. Le
grandi e pesanti casse di fabbricazione straniera troneggiavano come tartarughe ubbidienti in attesa di ordini. Fra gli altri mobili, piuttosto modesti, si
notavano subito. La loro presenza si imponeva, saltava agli occhi. Il ragazzo
però non aveva mai ascoltato il suono di quell'impianto. Lei non sapeva
neanche come accenderlo, quanto a lui, non desiderava nemmeno toccarlo.
La donna sosteneva di non avere problemi nella sua vita matrimoniale.
Gliel'aveva detto e ripetuto più volte. «Mio marito è un uomo gentile e affettuoso, ho una figlia che adoro, credo di essere felice», gli aveva spiegato
in tono tranquillo e distaccato. Né dava l'impressione di trovare delle scuse
alle proprie scelte. Parlava della propria situazione con l'obiettività con cui
avrebbe parlato del regolamento stradale o dei fusi orari. «Credo di essere
felice, non ho nessun problema che si possa davvero chiamare tale».
«Allora perché viene a letto con me?» si chiedeva lui. Ma per quanto riflettesse sulla questione, non riusciva a trovare una risposta. Perché in pratica non capiva cosa significasse, avere dei problemi nella vita matrimoniale. Aveva pensato di chiederlo direttamente a lei, ma non sapeva da che
parte cominciare. Cosa doveva dirle? «Se sei tanto felice, perché vieni a
letto con me?» Così, semplicemente? Ma se le avesse chiesto una cosa del
genere, di sicuro lei si sarebbe di nuovo messa a piangere.

47

Piangeva già abbastanza senza bisogno di domande. A lungo, sommessamente. Per quali ragioni piangesse, era un mistero, ma quando attaccava
non la finiva più. Non smetteva finché non ne aveva abbastanza, malgrado
lui cercasse di consolarla. In compenso, quando era passato un tempo sufficiente, smetteva da sola senza che lui avesse bisogno di fare nulla. Chissà
perché le persone erano tutte diverse una dall'altra? In precedenza il ragazzo aveva avuto storie con altre donne, e tutte ogni tanto piangevano, ogni
tanto si arrabbiavano. Ma ognuna di loro piangeva, o rideva, o si arrabbiava per cose diverse. Per certi aspetti erano simili, sì, ma erano molte di più
le differenze. E pareva che l'età non c'entrasse nulla. Era la prima volta che
stava con una donna più grande di lui, ma la differenza d'età contava meno
di quanto avesse pensato. Sentiva invece che aveva un peso molto più profondo la diversità di carattere. Ed era convinto che quella fosse una chiave
importante per risolvere l'enigma della vita.
Quando lei aveva finito di piangere, di solito facevano l'amore. Era solo
dopo aver pianto che la donna lo cercava. Altrimenti era lui a prendere l'iniziativa. Qualche volta lei rifiutava. Scuoteva la testa senza dire nulla. In
quei momenti i suoi occhi sembravano lune bianche in un angolo del cielo
sul far dell'alba. Lune piatte e suggestive che fremevano al canto del primo
uccello. A vedere i suoi occhi così, lui non riusciva a insistere. Non si sentiva triste né irritato per il rifiuto. «È così e basta», pensava soltanto. In
fondo al cuore provava persino un senso di sollievo. In quelle occasioni si
sedevano al tavolo della cucina, bevevano un caffè e parlavano a voce bassa. Di solito si trattava di conversazioni frammentarie. Nessuno dei due era
molto loquace, né avevano tanti argomenti in comune. E in realtà adesso
lui non ricordava bene neanche di cosa parlassero di solito. Ricordava solo
che chiacchieravano distrattamente, dicendo qualcosa ogni tanto. Mentre il
treno passava e ripassava fuori dalla finestra.
Il loro rapporto fisico era sempre quieto, pacato. Non era un piacere della carne nel vero senso della parola. Sembra assurdo dire questo a proposito di un uomo e una donna che fanno l'amore, eppure c'erano, mescolati al
piacere, troppi altri pensieri, elementi, forme... Era qualcosa di diverso da
tutte le esperienze sessuali che il ragazzo aveva avuto in precedenza. Gli
faceva venire in mente una piccola stanza dove si sentiva a suo agio. Una
bella stanza pulita e ordinata, con tanti nastri colorati che pendevano dal
soffitto, ognuno di forma e lunghezza diversa. Nastri che sembravano invitarlo, facendogli vibrare il cuore. Voleva tirarne uno, era ciò che i nastri si
aspettavano da lui. Però non sapeva quale scegliere. Quale avrebbe disvela48

to un panorama meraviglioso davanti ai suoi occhi? Quale al contrario
avrebbe rovinato tutto in un secondo? Nel dubbio, si angosciava. E in quest'incertezza trascorreva la giornata.
Sopportava male l'assurdità di quella situazione. Pensava di essere vissuto fino ad allora con una propria scala di valori. Ma quando teneva fra le
braccia quella donna taciturna più vecchia di lui, in quella casa, ascoltando
il rumore del treno che passava, ogni tanto provava un opprimente senso di
smarrimento e di confusione. Si era chiesto più volte se l'amava davvero.
Ma non riusciva a trovare la risposta giusta. Tutto ciò che riusciva a comprendere erano i nastri colorati che pendevano dal soffitto di una piccola
stanza. Cioè che c'erano, che erano lì.
Una volta concluso quello strano rapporto sessuale, lei gettava sempre
un'occhiata all'orologio. Girava un attimo la testa, che teneva posata sul
suo braccio, e guardava l'orologio sul comodino. Era una radiosveglia nera.
Di quelle che si usavano all'epoca, che non avevano cifre digitali, ma cartellini che giravano regolarmente col rumore di uno scatto. Ad ogni occhiata alla sveglia, un treno passava vicino alla finestra. Era strano come il rumore si sentisse ogni volta, in modo sistematico. Pareva un riflesso condizionato voluto dal destino: lei guardava l'orologio e un treno passava.
Teneva d'occhio l'ora per sapere se la figlia di quattro anni stesse per
tornare dalla scuola materna. Lui la figlia l'aveva vista soltanto una volta,
per un caso fortuito. Gli era parsa una bambina pacata. Quanto al marito
che lavorava in un'agenzia di viaggi e amava l'opera lirica, non l'aveva mai
incontrato. Per sua fortuna.
Fu nel mese d'aprile, di primo pomeriggio, che la donna gli fece quella
domanda riguardo al fatto di parlare da solo. Anche quel giorno lei pianse,
poi fecero l'amore. Il motivo di quelle lacrime, il ragazzo non lo ricordava.
Forse era un semplice impulso. Oppure stava con lui soltanto per avere
qualcuno fra le cui braccia abbandonarsi al pianto, gli capitava persino di
pensare così: «Magari ha bisogno di me perché non riesce a piangere
quando è sola».
Chiusero la porta a chiave, tirarono le tende, portarono il telefono sul
comodino e fecero l'amore. Senza eccessi, come al solito. A un certo punto
qualcuno suonò alla porta di casa, ma lei non andò a vedere. Non si stupì
né si spaventò. Scosse soltanto la testa, come per dire: «Non ti preoccupare, non è nulla». Chiunque fosse, fece squillare il campanello più volte, poi
rinunciò e se ne andò. Aveva ragione lei, non doveva essere nessuno di
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