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Bollettino n. 4 2015.pdf


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4_2015
2_2015

P.A., LA CONSULTA NON FA SCONTI
DIRIGENTI ASSUNTI SEMPRE
PER CONCORSO
LIVIA IRTINNI

I dirigenti della pubblica amministrazione vanno selezionati
esclusivamente per concorso, anche nel caso di promozione
di dipendenti già in servizio: è stata necessaria una recente
sentenza della Corte Costituzionale, la n. 37 del 2015, per
ribadire un principio che, seppur sancito dall’art. 97 Cost., è
stato nella prassi spesso disatteso.
La predetta sentenza ha dichiarato l’illegittimità
costituzionale dell’art. 8, comma 24, del D.L. 2 marzo 2012,
n. 16 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni
tributarie, di efficientamento e potenziamento delle
procedure di accertamento), convertito dall’art. 1, comma 1,
della L. 26 aprile 2012, n. 44, che autorizzava l’Agenzia
delle Dogane, delle Entrate e del Territorio ad espletare
procedure concorsuali per la copertura delle posizioni
dirigenziali rimaste vacanti “in relazione all’esigenza
urgente e inderogabile di assicurare la funzionalità
operativa delle proprie strutture, volta a garantire una
efficace attuazione delle misure di contrasto all’evasione”,
ma autorizzava altresì tali Agenzie, nelle more
dell’espletamento di dette procedure e salvi gli incarichi già
affidati, ad “attribuire incarichi dirigenziali a propri
funzionari con la stipula di contratti di lavoro a tempo
determinato, la cui durata è fissata in relazione al tempo
necessario per la copertura del posto vacante tramite
concorso”.
In sostanza tale norma, tentando di arginare una fisiologica
carenza di dirigenti nell'amministrazione finanziaria,
consentiva di fatto l'affidamento di incarichi dirigenziali a
propri funzionari in assenza di procedure concorsuali, o
comunque selettive, pur in attesa di ricoprire i posti
dirigenziali vacanti a seguito di procedure concorsuali.
Il dubbio circa la tenuta costituzionale dell’articolo qui in
esame è sorto nel corso di un giudizio riunito davanti al
Consiglio di Stato, avente ad oggetto tre ricorsi in appello
proposti dall’Agenzia delle Entrate per la riforma di
altrettante sentenze del TAR del Lazio che avevano
annullato le nomine dei dirigenti, ritenendo che l’art. 8,
comma 24, del D.L. 2 marzo 2012, n. 16, convertito dall’art.
1, comma 1, della L. 26 aprile 2012, n. 44, attuasse un
conferimento di incarichi dirigenziali a soggetti privi della
relativa qualifica in palese violazione con le norme generali
sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle
amministrazioni pubbliche.
Sulla medesima norma i giudici amministrativi di secondo
grado hanno sollevato la questione di legittimità
costituzionale in riferimento agli artt. 3, 51 e 97 Cost. da un
lato perché, consentendo l’attribuzione di incarichi a
funzionari privi della relativa qualifica, la stessa aggirerebbe
la regola costituzionale di accesso ai pubblici uffici
mediante concorso, che rappresenta “la forma generale ed
ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, in quanto

meccanismo strumentale al canone di efficienza
dell’amministrazione”, dall’altro perché la norma censurata
consentirebbe la preposizione ad organi amministrativi di
soggetti privi dei requisiti necessari, determinando una
diminuzione delle garanzie dei cittadini che confidano in
una amministrazione competente, imparziale ed efficiente.
ISETTA BARSANTI MAUCERI
Interpellata sulla questione, la Corte costituzionale ha
affermato che “nessun dubbio può nutrirsi in ordine al fatto
che il conferimento di incarichi dirigenziali nell’ambito di
un’amministrazione pubblica debba avvenire previo
esperimento di un pubblico concorso e che il concorso sia
necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di
dipendenti già in servizio” e questo perché anche il
passaggio ad una fascia funzionale superiore comporta
“l’accesso ad un nuovo posto di lavoro corrispondente a
funzioni più elevate ed è soggetto, pertanto, quale figura di
reclutamento, alla regola del pubblico concorso” (cfr. C.
Cost. n. 217 del 2012; n. 7 del 2011; n. 150 del 2010, n. 293
del 2009).
Nel caso di specie, invece, ciò che si è verificato non è altro
che “l’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione
asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza
provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da
parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e
pubblica. Per questo, ne va dichiarata l’illegittimità
costituzionale per violazione degli artt. 3, 51 e 97 Cost.”.
L’effetto immediato della sentenza in esame è stato quello di
aver dichiarato l’illegittimità della nomina di 767 dirigenti
dell’Agenzia delle Entrate e delle altre Agenzie fiscali
pubbliche, per un totale che supera le 1000 nomine da
considerarsi non valide.
Ma una tale pronuncia porta inevitabilmente con sé il
problema dei possibili effetti sugli atti di accertamento
firmati da tale personale privo di poteri: è infatti inevitabile
chiedersi quale sarà la fine degli avvisi di accertamento
firmati dai funzionari cui era illegittimamente affidato il
ruolo di dirigenti e con essi delle conseguenti cartelle
esattoriali emesse da Equitalia.
I dirigenti “bocciati” dalla Consulta, infatti, sono in carica
da almeno tre anni e hanno firmato numerose notifiche di
accertamento, a cui hanno fatto seguito le cartelle ricevute
dai contribuenti in debito con il Fisco, per cui, se
effettivamente fosse accertata l’invalidità di tali
provvedimenti
e delle relative cartelle esattoriali, la
sentenza in esame avrebbe effetti davvero dirompenti. Il
problema non ha, in effetti, tardato a presentarsi: poco dopo
la pronuncia della Corte Costituzionale, infatti,
la Commissione Tributaria Provinciale di Gorizia con
sentenza dell’1 aprile 2015, n. 63/01/2015, nel valutare la
validità degli atti impugnati che erano stati sottoscritti da un
funzionario dell’Agenzia delle Entrate incaricato di funzioni

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