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4

LA GUERRA AL TERRORISMO

la Repubblica GIOVEDÌ 21 MAGGIO 2015

PER SAPERNE DI PIÙ
www.interno.gov.it
www.aljazeera.com

L’allarme
Lo scenario

Per ragioni geografiche, l’Italia è terra di transito di jihadisti e foreign fighters. Intelligence e polizia ricordano
che chi raggiunge le nostre coste viene subito inserito nella banche dati Europol e cessa perciò di essere invisibile

Gli sbarchi e le paure delle infiltrazioni
“Ma il pericolo non arriva via mare”
CARLO BONINI
ROMA

C

OSA racconta davvero la storia di Ab-

I DOCUMENTI DI BIN LADEN
LETTERE D’AMORE E CONSIGLI
“LO STATO ISLAMICO NON SERVE”

Resi pubblici ieri dagli Usa
i documenti trovati nel
compund pachistano dove
Osama Bin Laden fu ucciso nel
2011. Si va dalle lettere
d’amore alla moglie
ai “moduli” per diventare
jihadisti. Ai testi in cui ai suoi
Osama consigliava: “Inutile fare
lo Stato islamico, l’obiettivo
centrale deve restare uccidere
americani”

del Majid Touil? O, detta altrimenti:
cosa prova la circostanza che questo
giovane marocchino accusato di complicità nella strage del Bardo sia arrivato nel
nostro Paese su un barcone soccorso nel
canale di Sicilia da un’unità della nostra
marina militare il 17 febbraio scorso? C’è
spazio insomma perché questa vicenda
imponga una rilettura della minaccia islamista al nostro Paese e indichi nel flusso
di migranti via mare la nuova falla del nostro sistema di sicurezza nazionale, come
pure vorrebbero gli allarmi del Pentagono sulla esplosiva crisi libica e una campagna alimentata ancora negli ultimi giorni
oltre che dalla stampa inglese, da esponenti della Lega, del Movimento 5 Stelle e
della Destra?
Girate in queste ore a fonti qualificate
della nostra intelligence, dell’antiterrorismo (polizia di prevenzione e Ros dei carabinieri), del Dipartimento della Pubblica sicurezza, le domande raccolgono una
risposta tetragona. Che suona così. «Non
esiste alcun nuovo elemento in grado di
capovolgere quanto documentato appena due mesi fa dalla relazione consegnata
dai nostri Servizi al Parlamento sulla Politica dell’Informazione per la Sicurezza
per il 2014». E in quel documento questo
si leggeva: «Il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi via mare è un’ipotesi
plausibile in punto di analisi. Ma è un’ipotesi che, sulla base delle evidenze informative disponibili, non ha trovato sinora
riscontro».
Del resto, anche le evidenze statistiche
sembrano condurre a un’identica conclusione. Nei primi cinque mesi di quest’anno, le attività di prevenzione delle nostre
polizie in materia di terrorismo islamico
hanno riguardato 1.982 “obiettivi sensi-

bili” (centri di aggregazione religiosa, associazioni culturali, moschee) che hanno
portato all’identificazione di 8.045 stranieri che li frequentavano. I “sospetti” sottoposti a controllo sono stati 961 e 294 le
perquisizioni. «Ebbene — chiosa una fonte qualificata della nostra Antiterrorismo
— da nessuna di queste attività è emerso
un solo nesso in grado di collegare i flussi
di migranti via mare ad attività di generico proselitismo jihadista o, addirittura, di
pianificazione di atti violenti».
Né cambia la sostanza se si consulta l’ultimo rapporto disponibile di Europol (sugli atti di terrorismo censiti in Europa tra
il 2006 e il 2013, solo l’1 per cento è riconducibile a una matrice religiosa) o se, per
restare in Italia, si va indietro di un anno.
Nel 2014, a fronte di 170.100 migranti
(fonte ministero dell’Interno) approdati
sulle nostre coste o comunque soccorsi in
mare, gli arresti nel nostro Paese per reati connessi a una minaccia di natura terroristico-islamica sono stati sette e 36 i
provvedimenti di espulsione. E, anche in
questo caso, nelle biografie dei fermati e

degli espulsi non è saltato fuori un solo indizio che li collegasse direttamente o indirettamente a un loro ingresso via mare
in Italia per «scopi terroristici».
Dunque?
«Dunque — osserva una fonte di vertice del Dipartimento della Pubblica sicurezza — la verità è che la vicenda di Touil
è la prova che la più insicura delle rotte
eventualmente scelte per infiltrarsi nel
nostro Paese per scopi terroristici è proprio quella dei barconi della disperazione.
Chi arriva via mare viene identificato e inserito nelle banche dati di Europol, vengono prese le sue impronte digitali. Cessa
dunque di essere un invisibile appena
mette piede sulle nostre coste. E questo,
evidentemente, fa a pugni con la logica
che muove chiunque, a qualunque latitudine, pianifichi o stia per mettere a segno
un attacco terroristico».
Diversa, evidentemente, è la constatazione o, se si preferisce, la conferma che
l’Italia, per ragioni innanzitutto geografiche, sia storicamente — quantomeno a
partire dagli anni ‘90 — retrovia, hub o co-

I migranti in Italia
I flussi
ARRIVANO DA:

Bosnia
Tunisia

Corno
d’Africa

Siria

Marocco

Afghanistan

Libia

GLI SBARCHI

I FOREIGN FIGHTERS

174 mila

200

persone soccorse in mare nel 2014
(il triplo rispetto al 2013)

I reduci da campi
di addestramento
in Medio Oriente,
residenti in Italia
controllati
da Ros, Digos
e Aisi

di cui:

42.323

40.085

siriani

dal Corno d’Africa

il 20-35%

il 70%

ha lasciato l’Italia verso l’Europa e il Nord America

ha meno di 36 anni

18-25 anni
L'età media
dei reclutati,
i cosidetti
foreign fighters.
Quasi tutti
maschi

munque terra di transito di chi coltiva il sogno della jihad o dalla jihad fa ritorno (il fenomeno dei foreign fighters). E che nella
solitudine in cui è stata lasciata dall’Europa, il suo punto debole sia nella materiale
impossibilità di poter avere la certezza
che un migrante cui viene consegnato un
ordine di espulsione a quell’ordine si attenga davvero e per giunta volontariamente (è il caso di Touil e di migliaia di
stranieri come lui), visto che le nostre procedure di respingimento non consentono
in questo momento accompagnamenti
coatti oltre frontiera («Qui è un gran caos.
Il punto debole sta nella procedura di controllo delle impronte digitali. Qui si cercano innanzitutto gli scafisti. I migranti o
fuggono o vengono sparpagliati. L’Italia
ne ha fin sopra i capelli e ritengo che sia
estremamente difficile fare controlli seri
su tutti», ha detto ieri a Radio 24 il procuratore di Agrigento, Renato Di Natale).
Così come è altrettanto evidente e documentato dalle più recenti indagini antiterrorismo che nel nostro Paese le forme
di nuova radicalizzazione — e dunque la
qualità della minaccia islamista — siano
identiche a quelle conosciute (per altro in
termini numerici ben più consistenti) dalla Francia o dall’Inghilterra. «Anche noi
abbiamo i nostri “homegrown terrorist”
— osserva una fonte dell’Antiterrorismo
— Anche per noi vale una minaccia molecolare che non ha più le sembianze delle
cellule, di strutture organizzate in forma
verticale, ma quella dei cosiddetti selfstarter. Lupi solitari che si radicalizzano
con sempre maggior frequenza in Rete o
attraverso i social network, autosufficienti dal punto di vista finanziario e capaci di colpire sfruttando la prima “finestra di opportunità” disponibile. Ma, ancora una volta, tutto questo con l’immigrazione via mare non ha nulla a che vedere».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

FONTE RELAZIONE AL PARLAMENTO
DEI SERVIZI DI INTELLIGENCE

il 20%
è minorenne

I controlli in Italia per terrorismo di matrice islamica
NEL 2014

7

36

0

arresti

espulsioni

evidenze
di connessioni
a sbarchi
via mare

NEL 2015 (primi 5 mesi)

I jihadisti in Italia
SI NASCONDONO:

1.982
VANNO IN:

un blitz in Belgio
sgomina una cellula
di jihadisti che
preparava attentati:
due, in fuga
verso l’Italia,
presi alla frontiera

Siria
Iraq

obiettivi controllati (strutture di aggregazione islamica)

8.045

persone controllate, (961 mantenute sotto controllo)

294
perquisizioni

0

evidenze di connessione tra flussi via mare e terrorismo

LIBIA LA LETTERA MENTRE IL CONSIGLIO DI SICUREZZA DECIDE SUL PIANO

Migranti, Tobruk all’Onu: “Cooperazione con la Ue”

IN FUGA
Alcuni migranti africani
fermati dalle milizie a
Tripoli: cercavano di
partire per l’Italia

NEW YORK. Per settimane il governo libico di Tobruk aveva
lanciato avvertimenti contro la Ue, quasi minacciandola affinché non mettesse in piedi un’operazione di polizia internazionale contro il traffico di migranti. Da ieri sera qualcosa
è cambiato, perché il governo guidato dal premier Al Thinni ha comunicato all’Onu di essere pronto a collaborare. Una
lettera del governo che siede in Cirenaica ed è sostenuto dall’Egitto sostiene che «la Libia offre cooperazione con l’Unione Europea per sviluppare un piano d’azione per affrontare
la crisi degli immigrati nel Mediterraneo».
La lettera — ottenuta dall’agenzia Ansa — è stata inviata
al Consiglio di Sicurezza dell’Onu tramite la missione libica:
«Non vediamo l’ora di raggiungere un tempestivo impegno
con i leader europei per creare un dialogo positivo volto a sradicare il flusso di migliaia di persone verso la costa meridionale dell’Europa», dicono i diplomatici di Tobruk. Il premier
Al Thinni ha individuato il diplomatico Nuri Bait Almal come “inviato speciale e consulente del premier per gli affari

internazionali” delegato a portare avanti il dialogo con l’Ue.
Nella lettera Tobruk ammette «l’attuale incapacità della
Libia di ridurre le migrazioni illegali», e per questo accetta
di chiedere la cooperazione della Ue, comunicando ai paesi
del Consiglio la volontà di «svolgere un ruolo efficace nel controllare le migrazioni di massa che hanno causato la morte
di migliaia di persone al largo delle coste libiche».
Il passo libico è sicuramente un tassello importante per la
composizione del consenso politico necessario a far votare
la risoluzione chiesta dall’Europa al Consiglio di sicurezza.
Negli ultimi giorni un paese come la Russia, che ha diritto di
veto in Consiglio, ha continuato a sollevare dubbi sulla possibilità che vengano autorizzate, ad esempio, missioni per
la distruzione dei barconi dei trafficanti senza che siano state previste con assoluta chiarezza le condizioni in cui questi
affondamenti sarebbero possibili.
La risoluzione dovrebbe comunque rimanere sotto l’ombrello del capitolo 7 della Carta Onu, quello che prevede an-

che l’uso della forza. E parla della «possibilità di ispezionare,
sequestrare e neutralizzare le barche che sono sospettate di
essere utilizzate per il traffico di migranti».
Se però una missione deve intervenire militarmente per
bloccare i barconi, è necessario che il governo libico consenta non solo l’approvazione legale, ma anche la possibilità di
schierare a terra nuclei di militari che conducano operazioni magari limitate nel tempo ma inevitabili per bloccare il
traffico delle reti criminali.
Tra i cinque membri permanenti del Consiglio (Gran Bretagna, Francia, Usa, Russia e Cina) intanto nessuno ha detto “no” alla bozza proposta dalla Ue, ma c’è chi pone domande e richieste differenti, anche sulle basi legali della risoluzione. E da Mosca, il vice ministro degli Esteri, Gatilov,
precisa che le azioni autorizzabili dall’Onu per combattere i
trafficanti non devono andare oltre il sequestro delle navi
usate per il trasporto clandestino.
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