File PDF .it

Condividi facilmente i tuoi documenti PDF con i tuoi contatti, il Web e i Social network.

Inviare un file File manager Cassetta degli attrezzi Assistenza Contattaci



Alejandro Jodorowsky La danza della realtà ( 2006) biografico .pdf



Nome del file originale: Alejandro Jodorowsky - La danza della realtà ( 2006) biografico.pdf
Titolo: La danza della realtà
Autore: Alejandro Jodorowsky

Questo documento in formato PDF 1.4 è stato generato da calibre 1.43.0 [http://calibre-ebook.com], ed è stato inviato su file-pdf.it il 06/06/2015 alle 14:35, dall'indirizzo IP 79.54.x.x. La pagina di download del file è stata vista 6164 volte.
Dimensione del file: 1.3 MB (280 pagine).
Privacy: file pubblico




Scarica il file PDF









Anteprima del documento


Alejandro Jodorowsky
LA DANZA DELLA REALTÀ
Feltrinelli

Traduzione di Michela Finassi Parolo
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione nella collana “Varia” gennaio 2004
Prima edizione nella collana “Universale Economica” febbraio 2006
ISBN edizione cartacea: 9788807818868

Vi sono problemi che la conoscenza
non risolve. Un giorno riusciremo a
capire che la scienza è soltanto una
sorta di variazione della fantasia,
una sua specialità, con tutti i
vantaggi e i pericoli che la specialità
comporta.
Il libro dell’Es, GEORGGRODDECK

Infanzia

Sono nato nel 1929 nel nord del Cile, in terre conquistate al Perù e alla
Bolivia. Tocopilla è il nome del mio paese natale. Un piccolo porto ubicato, forse
non per caso, all’altezza del ventiduesimo parallelo. Nei tarocchi ci sono
ventidue arcani maggiori. Ciascuno dei ventidue arcani dei Tarocchi marsigliesi
è disegnato all’interno di un rettangolo composto da due quadrati. Il quadrato
superiore può simboleggiare il cielo, la vita spirituale, mentre quello inferiore la
terra, la vita materiale. Al centro del rettangolo s’iscrive un terzo quadrato che
simboleggia l’essere umano, unione tra la luce e l’ombra, ricettivo verso l’alto,
attivo verso la terra. Questa simbologia che si ritrova nei miti cinesi o egiziani –
il dio Shu, “essere vuoto”, separa il padre terra, Geb, dalla madre cielo, Nuth –
compare anche nella mitologia mapuche: al principio il cielo e la terra erano
talmente stretti l’uno contro l’altra che non lasciavano nessuno spazio tra essi,
fino all’arrivo dell’essere cosciente che liberò l’uomo sollevando il firmamento.
Vale a dire, stabilendo la differenza tra umanità e bestialità.
In lingua quechua Toco significa “doppio quadrato sacro” e Pilla “diavolo”. Qui
il diavolo non è l’incarnazione del male ma un essere della dimensione
sotterranea che si affaccia da una finestra fatta di spirito e materia, il corpo, per
osservare il mondo e apportarvi la propria conoscenza. Presso i mapuche, Pillán
significa “anima, spirito umano giunto allo stadio definitivo”.
A volte mi domando se mi sia lasciato coinvolgere dai tarocchi per la maggior
parte della mia vita a causa dell’influenza che esercitava su di me l’essere nato
all’altezza del ventiduesimo parallelo, in un paese chiamato doppio quadrato
sacro – finestra da dove sorge la coscienza –, o forse sono nato lì perché
semplicemente ero predestinato a fare quello che ho fatto sessant’anni più tardi:
ripristinare i Tarocchi marsigliesi e inventare la psicomagia. Esiste il destino?
Può la nostra vita venire orientata verso finalità che oltrepassano gli interessi
individuali?
È forse una casualità se il mio buon maestro della scuola pubblica si chiamava
Toro? Fra “Toro” e “tarot” – tarocchi – esiste una similitudine evidente. Lui mi
insegnò a leggere con un metodo tutto personale: mi mostrò un mazzo di carte
su ciascuna delle quali era stampata una lettera. Mi chiese di mescolarle,
prenderne qualcuna a caso e cercare di formare delle parole. La prima parola
che uscì – non avevo ancora compiuto quattro anni – era OJO , occhio. Quando la
pronunciai ad alta voce, fu come se qualcosa mi esplodesse all’improvviso nel
cervello, e imparai a leggere così, di colpo. Il signor Toro, con un gran sorriso

disegnato sul volto brunito, si congratulò con me: “Non mi meraviglio che tu
impari così in fretta, perché in mezzo al nome hai un occhio d’oro”. E dispose le
carte in questo modo: “alejandr OJO D ORO wsky”. Quel momento mi segnò per
sempre. In primo luogo perché esaltò il mio sguardo offrendomi il paradiso della
lettura, e poi perché mi separò dal mondo. Non ero più come gli altri bambini.
Mi iscrissero a un corso avanzato, tra bambini più grandi che, non sapendo
leggere con la mia disinvoltura, divennero miei nemici. Tutti quei bambini, per la
maggior parte figli di minatori disoccupati – il crollo della borsa americana del
1929 aveva gettato nella miseria il 70% dei cileni –, avevano la pelle scura e il
naso piccolo. Io, discendente da emigranti ebrei russi, avevo un ingombrante
naso ricurvo e la carnagione bianchissima. Il che fu sufficiente a farmi
soprannominare Pinocchio e a impedirmi per sempre, con le loro battute, di
indossare i calzoni corti. “Gambe di mozzarella!” Forse proprio perché
possedevo un occhio d’oro, per alleviare la drammatica mancanza di amichetti
mi rinchiusi nella Biblioteca municipale, inaugurata di recente. A quel tempo non
prestavo attenzione all’emblema che troneggiava sulla porta, un compasso
incrociato con una squadra: era stata fondata dai massoni. Lì, nella fresca
penombra, passavo ore a leggere i libri che il gentile bibliotecario mi lasciava
prendere dagli scaffali. Favole, avventure, adattamenti di classici per bambini,
dizionari di simbologia. Un giorno, rovistando tra le file di pubblicazioni, trovai
un volume giallognolo, Les Tarots, par Etteilla. Ma per quanto mi sforzassi di
leggerlo, non ci riuscivo. Le lettere avevano una strana forma e le parole erano
incomprensibili. Ebbi paura di non essere più capace di leggere. Il bibliotecario,
quando gli raccontai la mia angoscia, scoppiò a ridere: “Ma come fai a capirlo, è
scritto in francese, amico mio! Nemmeno io capisco che cosa c’è scritto!”. Ah,
quanto mi sentivo attratto da quelle pagine! Le sfogliavo una per una, vedevo
sovente numeri, somme, ritornava più volte la parola “Thot”, alcune forme
geometriche... ma più di tutto mi affascinava un rettangolo nel cui interno,
seduta in trono, una principessa con una corona a tre punte accarezzava un
leone che le posava la testa sulle ginocchia. L’animale aveva un’espressione di
profonda intelligenza, unita a un’estrema dolcezza. Era una fiera mansueta!
Quell’immagine mi piaceva tanto da farmi commettere un reato di cui non mi
sono mai pentito: ho strappato la pagina e me la sono portata a letto. Nascosta
sotto una piastrella del pavimento, “LA FORCE” divenne il mio tesoro segreto. Con
la forza dell’innocenza mi ero innamorato della principessa.
A forza di pensare, sognare, immaginare l’amicizia con una belva pacifica, la
realtà mi mise in contatto con un leone vero. Jaime, mio padre, prima di calmarsi
e aprire il negozio Casa Ukrania, aveva lavorato come artista da circo. Il suo
numero consisteva nell’effettuare esercizi al trapezio e alla fine appendersi per i
capelli. In quel di Tocopilla, luogo incollato alle colline del deserto di Tarapacá
dove non aveva piovuto per tre secoli di fila, l’inverno torrido era un’attrazione
irresistibile per ogni genere di spettacoli. Tra questi arrivò il grande circo Las

Aguilas Humanas, Le Aquile Umane. Mio padre, dopo lo spettacolo, mi portò a
conoscere gli artisti che non lo avevano dimenticato. Avevo sei anni quando due
pagliacci, uno vestito di verde con il naso e la parrucca dello stesso colore, il
toni Lechuga – Insalata –, e l’altro completamente arancione, il toni Zanahoria –
Carota –, mi misero fra la braccia un leoncino che aveva pochi giorni di vita.
Accarezzare un leone, piccolo eppure più forte e più pesante di un gatto, con
quelle zampotte larghe, il muso grande, il pelo morbido e gli occhi di
un’innocenza incommensurabile, fu un piacere sublime. Posai la bestiola sulla
pista ricoperta di segatura e mi misi a giocare con lui. Mi ero semplicemente
trasformato in un altro cucciolo di leone. Assorbivo la sua essenza animale, la
sua energia. Dopo, mi sedetti a gambe incrociate sul bordo della pista e il
leoncino smise di scorrazzare su e giù e venne a posarmi la testa sulle
ginocchia. Rimasi così un’eternità, o almeno così mi parve. Quando me lo
portarono via scoppiai in un pianto sconsolato. Né i pagliacci, né gli altri artisti
né mio padre riuscirono a calmarmi. Scocciato, Jaime mi prese per mano e mi
accompagnò in negozio. I miei lamenti durarono ancora un paio d’ore.
Ma dopo essere riuscito a calmarmi, sentii che i miei pugni avevano la forza
delle grosse zampe del leoncino. Scesi alla spiaggia, che si trovava a duecento
metri dalla via del centro dove c’era il negozio, e lì, sentendo di avere il potere
del re degli animali, sfidai l’oceano. Le onde che giungevano a lambirmi i piedi
erano molto basse. Iniziai a lanciare dei sassi per farlo arrabbiare. Dopo dieci
minuti di sassate, le onde aumentarono di volume. Credevo di avere fatto
infuriare il mostro azzurro. Continuai a scagliare i sassi con tutta la forza che
avevo in corpo. Le ondate si fecero violente, sempre più grandi. Una mano
ruvida mi bloccò il braccio. “Basta, piccolo imprudente!” Era una mendicante
che viveva accanto a una discarica. La chiamavano Regina di Coppe – come il
seme delle carte spagnole – perché andava sempre in giro ubriaca, con in testa
una corona di latta arrugginita. “Una piccola fiamma incendia un bosco, una sola
sassata può uccidere tutti i pesci!”
Mi liberai da quell’artiglio e dall’alto del mio trono immaginario le gridai in
tono sprezzante: “Lasciami, vecchiaccia puzzolente! Non sfidarmi, altrimenti
prendo a sassate anche te!”. Indietreggiò spaventata. Stavo per ricominciare a
tirare sassi quando la Regina di Coppe, lanciando uno strillo che pareva un
miagolio, puntò il dito verso il mare. Una macchia argentea, enorme, si stava
avvicinando alla spiaggia... e sopra di essa incombeva una densa nube scura!
Con questo non voglio dire che il mio atto infantile fosse la causa di quello che
stava per avvenire, eppure è strano che tutti quegli eventi si verificassero
contemporaneamente, concretizzandosi in una lezione che non avrei mai
dimenticato. Per una ragione misteriosa, migliaia di sardine erano venute ad
arenarsi sulla spiaggia. Le onde le scaraventavano, moribonde, sulla sabbia
scura che piano piano si ricopriva dell’argento delle loro squame. Uno sfavillio
che ben presto scomparve perché il cielo, ricoprendosi di gabbiani voraci, era
diventato nero. La mendicante ubriaca, fuggendo verso la sua tana, mi gridò:

“Piccolo assassino: per tormentare l’oceano hai ammazzato tutte le sardine!”.
Sentii che ogni pesce, nei dolorosi rantoli dell’agonia, mi guardava come per
accusarmi. Raccolsi bracciate di sardine e le rigettai in acqua. L’oceano mi
rispose vomitando un altro esercito moribondo. Ricominciai a raccogliere i
pesci. I gabbiani, con i loro gracchi assordanti, me li strappavano dalle mani. Mi
lasciai cadere sulla sabbia. Il mondo mi offriva due possibilità: o soffrire per
l’angoscia delle sardine, oppure rallegrarmi per l’euforia dei gabbiani. La
bilancia s’inclinò verso l’allegria quando vidi arrivare una folla di povera gente,
uomini, donne, bambini che in preda a un entusiasmo frenetico, scacciando gli
uccelli, raccolsero fino all’ultima carogna. La bilancia s’inclinò verso la tristezza
quando vidi i gabbiani, rimasti a bocca asciutta, becchettare delusi sulla sabbia
qualche squama.
Sebbene in modo ingenuo, mi ero reso conto che in quella realtà dove io,
Pinocchio, mi sentivo un estraneo, tutto si collegava con tutto attraverso una
fitta rete di sofferenza e di piacere. Non esistevano cause insignificanti,
qualunque azione provocava effetti che si estendevano fino ai confini dello
spazio e del tempo.
Ero rimasto talmente impressionato dal tappeto di pesci moribondi, che iniziai
a vedere la moltitudine di poveri che affollavano La Manchurria – un ghetto
pieno di baracche costruite con lamiere di zinco arrugginite, pezzi di cartone e
sacchi di patate – come sardine arenate sulla spiaggia, mentre noi, il ceto medio
costituito da commercianti e funzionari della Compagnia dell’elettricità,
eravamo gli avidi gabbiani. Avevo scoperto la carità.
Accanto alla porta della Casa Ukrania c’era un paletto su cui era fissata una
manovella che serviva ad alzare e abbassare la saracinesca. E lì contro, ogni
tanto veniva a grattarsi la schiena il Moscone. L’avevano soprannominato così
perché al posto delle braccia aveva due moncherini e secondo i mattacchioni li
agitava come le ali di un insetto. Quel poveretto era uno dei tanti minatori che
nelle fabbriche di salnitro erano stati vittime di una esplosione di dinamite. I
padroni yankee scacciavano senza pietà, e con le tasche vuote, chiunque subisse
un incidente. Si contavano a decine i mutilati che si sbronzavano con l’alcol
etilico fino a perdere il senno in un sordido capannone del porto. Dissi al
Moscone: “Vuoi che ti gratti la schiena?”. Mi guardò con due occhi da angelo
bastonato. “Be’... Se non le faccio schifo, signorino.” Mi misi a grattarlo con
entrambe le mani. Emetteva rauchi sospiri, simili alle fusa di un gatto. Sul suo
volto bruciato dal sole implacabile del deserto si disegnò un sorriso di piacere e
di gratitudine. Mi sentii liberato dalla colpa di avere ammazzato le sardine.
Improvvisamente uscì dal negozio mio padre e si mise a prendere a calci il
monco. “Roto1degenerato: non farti mai più vedere qui, o ti faccio sbattere in
prigione!” Tentai di spiegare a Jaime che ero stato io a proporre a quel
disgraziato di dargli il sollievo di cui aveva tanto bisogno. Non mi lasciò neppure
parlare. “Stai zitto e impara a non farti fregare da questi rotos profittatori! Non

avvicinarti mai più a uno di loro, sono pieni di pidocchi che trasmettono il tifo!”
Sì, il mondo era intessuto di sofferenze e di piacere; in ogni azione il male e il
bene danzavano come una coppia di amanti.
Non ho ancora capito come mai mi fosse venuto quel capriccio: una mattina mi
alzai dicendo che se non mi compravano le scarpe rosse non uscivo di casa. I
miei genitori, abituati a quel figlio un po’ strano, mi chiesero di avere pazienza.
Impossibile trovare delle scarpe del genere nello sfornito negozio di Tocopilla. A
Iquique, a cento chilometri di distanza, era più probabile che ci fossero. Un
commesso viaggiatore accettò di accompagnare in automobile Sara, mia madre,
fino al grande porto. Lei fece ritorno tutta sorridente portando una scatola di
cartone con dentro un bel paio di stivaletti rossi con la suola di gomma. Non
appena li ebbi infilati, sentii di avere le ali ai piedi. Mi allontanai di corsa,
spiccando agili salti fino alla scuola. Non m’importava dover subire la valanga di
battutacce dei miei compagni di scuola, intanto ci ero abituato. L’unico a
plaudire il mio gusto fu il buon signor Toro. (Forse il desiderio delle scarpe
rosse arrivava diritto dai tarocchi? Nei tarocchi sfoggiano scarpe rosse il Matto,
l’Imperatore, l’Appeso e l’Innamorato). Carlitos, il mio compagno di banco, era il
più povero di tutti noi. Dopo la scuola doveva sedersi davanti alle panchine della
piazza e, munito di una cassetta, offrire i suoi servizi come lustrascarpe.
Provavo vergogna vedendo Carlitos accovacciato ai miei piedi che spazzolava e
passava il colore e il lucido per far risplendere il pellame sporco delle mie
scarpe. Eppure glielo lasciavo fare ogni giorno per dargli l’opportunità di
guadagnare qualche monetina. Quando appoggiai sulla cassetta gli stivaletti
rossi, lanciò un grido di gioiosa ammirazione. “Oh, come sono belli! Per fortuna
ho il colore rosso e il lucido neutro. Te li farò diventare come di vernice.” E per
quasi un’ora, lentamente, profondamente, accuratamente, accarezzò quei due
oggetti che per lui erano sacri. Quando gli offrii le monete non le volle
accettare. “Sono talmente lucide che stanotte potrai andare in giro senza
torcia!” In preda all’entusiasmo, correvo intorno al gazebo ammirando i miei
stivaletti lucenti. Carlitos si asciugò di nascosto due lacrimucce. Mormorò: “Sei
fortunato, Pinocchio... Io non potrò mai averne un paio così”.
Avvertii un dolore in mezzo al petto, non potei più muovere un passo. Mi tolsi
le scarpe e gliele regalai. Il bambino, dimentico della mia presenza, le infilò in
fretta e furia e si precipitò verso la spiaggia. E non dimenticò soltanto me ma
anche la sua cassettina. La presi io pensando di restituirgliela il giorno dopo, a
scuola.
Quando mio padre mi vide arrivare scalzo andò su tutte le furie. “Che cosa?
Le hai regalate al lustrascarpe? Ma sei impazzito? Tua madre ha fatto cento
chilometri alla andata e cento al ritorno per comprartele! Quel moccioso dovrà
ritornare in piazza a recuperare la sua cassetta. Tu rimarrai lì ad aspettarlo per
tutto il tempo che sarà necessario, e quando sarà ritornato ti riprenderai le tue
scarpe, usando la forza se ce ne sarà bisogno.”

Jaime usava l’intimidazione come metodo educativo. La paura che mi
picchiasse con quelle braccia muscolose da trapezista mi faceva venire i sudori
freddi. Obbedii. Andai in piazza e mi sedetti su una panchina. Passarono cinque
interminabili ore. Stava calando la sera quando un gruppetto di curiosi arrivò
correndo attorno a un ciclista. L’uomo, pedalando lentamente come se un
enorme peso gli spezzasse la schiena, portava sul manubrio, piegato in due
simile a una marionetta con i fili tagliati, il cadavere di Carlitos. Tra i vestiti
ridotti a brandelli occhieggiava la sua pelle, prima bruna, ora bianca come la
mia. A ogni colpo di pedale, le gambette prive di vita dondolavano disegnando
archi rossi con i miei stivali. Dietro alla bicicletta e al gruppetto di curiosi
costernati riecheggiava, quasi impercettibile, lo strascico di una voce: “È andato
a giocare sugli scogli bagnati. Le suole di gomma l’hanno fatto scivolare. È finito
nel mare, che lo ha sbattuto contro gli scogli. E così quel piccolo imprudente è
annegato”. La sua imprudenza, sì, ma soprattutto la mia bontà lo avevano
ucciso. Il giorno dopo l’intera scuola andò a posare dei fiori sul luogo
dell’incidente. Sulle rocce ripide, mani pietose avevano costruito una cappella di
cemento in miniatura. All’interno si vedevano una fotografia di Carlitos e gli
stivaletti rossi. Il mio compagno di scuola, essendo partito troppo presto da
questo mondo senza portare a termine la missione che Dio affida a ogni anima
che s’incarna, era diventato un’ “animetta”. E sarebbe rimasto lì, prigioniero, a
compiere i miracoli che il popolo credente gli avrebbe implorato. Tante candele
sarebbero state accese davanti alle scarpe magiche, ieri portatrici di morte,
oggi dispensatrici di salute e prosperità... Sofferenza, consolazione...
Consolazione, sofferenza... Una catena che non aveva mai fine. Quando
consegnai la cassetta da lustrascarpe ai suoi genitori, questi si affrettarono a
metterla fra le mani di Luciano, il fratellino minore. Quello stesso pomeriggio il
bambino iniziò a lustrare le scarpe in piazza.
In realtà a quel tempo, quando ero un bambino diverso, di una razza
sconosciuta – Jaime non diceva di essere ebreo, ma cileno figlio di russi –
nessuno parlava con me tranne i libri. Mio padre e mia madre, bloccati in
negozio dalle otto di mattina alle dieci di sera, confidando nelle mie capacità
letterarie lasciavano che mi educassi da solo. E quando si accorgevano che non
ero in grado di fare qualcosa, chiamavano in causa il Rebe.
Jaime sapeva perfettamente che suo padre, il nonno Alejandro – espulso dalla
Russia per mano dei cosacchi – era venuto in Cile non per sua scelta ma soltanto
perché una società di mutuo soccorso lo aveva imbarcato su una nave dove c’era
posto per lui e per la sua famiglia: quel pover’uomo, che parlava soltanto yiddish
e un russo elementare, ritrovandosi completamente privo di radici, impazzì.
Nella sua schizofrenia aveva creato il personaggio di un sapiente cabalista il cui
corpo era stato divorato dagli orsi durante uno dei suoi viaggi in un’altra
dimensione. Il nonno, mentre confezionava laboriosamente scarpe senza l’aiuto
di macchinari, non aveva mai smesso di chiacchierare con il suo amico e maestro

immaginario. Alla morte lo lasciò in eredità a Jaime. E questi, pur sapendo che il
Rebe era un’allucinazione, subì il contagio. Il fantasma andava a trovarlo ogni
notte, in sogno. Mio padre, un ateo fanatico, visse l’invasione di quel
personaggio come una tortura e non appena gli fu possibile cercò di disfarsene
introducendolo con forza nella mia mente come se fosse reale. Ma io non ci ero
cascato. Ho sempre saputo che il Rebe era un personaggio immaginario, eppure
Jaime, forse convinto che chiamandomi anch’io Alejandro fossi matto come il
nonno, diceva: “Non ho tempo di aiutarti a fare questo compito, chiedilo al
Rebe”, oppure, il più delle volte, “Va’ a giocare con il Rebe!”. Per lui era molto
conveniente fare così, perché fraintendendo le idee marxiste aveva deciso di non
comprarmi giocattoli. “Questi oggetti sono il prodotto maligno di un’economia
basata sul consumismo. Ti insegnano a fare il soldato, a trasformare la vita in
una guerra, a pensare che tutte le cose costruite, per il semplice fatto di
possederle in miniatura, siano fonte di piacere. I giocattoli trasformano il
bambino in un futuro assassino, in uno sfruttatore, insomma, in un compratore
compulsivo.” Gli altri bambini avevano spade, carri armati, soldatini di piombo,
trenini, pupazzi, animaletti di pezza, io niente. Usavo il Rebe come giocattolo, gli
prestavo la mia voce, immaginavo i suoi consigli, lasciavo che guidasse le mie
azioni. In seguito, perfezionando la mia fantasia, iniziai ad allargare le mie
conversazioni animate. Davo voce alle nuvole, al mare, agli scogli, ai pochi
alberi della piazza, all’antico cannone che adornava il portale del municipio, ai
mobili, agli insetti, alle colline, agli orologi, ai vecchi che ormai non aspettavano
più nulla seduti come sculture di cera sulle panchine della piazza. Potevo parlare
con tutto e ogni cosa sapeva che cosa dirmi. Mettendomi nei panni di tutto ciò
che non ero io, sentivo che tutto era cosciente, tutto era dotato di vita: quello
che credevo fosse inanimato era un’entità più lenta, e quello che credevo fosse
invisibile era un’entità più rapida. Ogni coscienza possedeva una velocità
diversa. Se sapevo adattarmi a tali velocità potevo stringere rapporti che mi
avrebbero arricchito.
L’ombrello che giaceva in un angolo, tutto coperto di polvere, si lamentava
amaramente: “Perché mi hanno portato fin qui se non piove mai? Sono nato per
proteggerti dall’acqua, senza di lei non ho senso”. “Ti sbagli,” rispondevo io, “hai
ancora senso; se non nel momento presente, almeno in futuro. Insegnami la
pazienza, la fede. Un giorno pioverà, te lo giuro.” Dopo questa conversazione,
per la prima volta dopo molti anni si scatenò una tempesta e per l’intera
giornata venne giù un vero e proprio diluvio. La pioggia era così sferzante che
mentre andavo a scuola, con l’ombrello finalmente aperto, le gocce non
tardarono a sforacchiare il tessuto. Un vento impetuoso me lo strappò di mano
e, così lacerato, lo fece volare via in alto nel cielo. Immaginavo i mormorii di
piacere dell’ombrello dopo avere attraversato i nuvoloni, trasformato in barca,
navigando felice verso le stelle...
Disperatamente affamato di parole affettuose da parte di mio padre, mi misi a
osservare le sue azioni, come un viaggiatore che appartiene a un altro mondo.

Lui, rimasto orfano all’età di dieci anni e dovendo mantenere sua madre, il
fratello e due sorelle più piccoli di lui, dovette lasciare gli studi e mettersi a
lavorare sodo. Sapeva a malapena scrivere, leggeva con difficoltà e parlava uno
spagnolo quasi gutturale. La sua vera lingua era l’azione. Il suo territorio, la
strada. Fervente ammiratore di Stalin, si fece tagliare i baffi come lui e si
confezionò con le proprie mani una casacca identica alla sua, con il colletto alla
coreana, e imitava gli stessi gesti bonaccioni dietro cui si celava un’aggressività
infinita. Per fortuna, il mio “nonnastro” materno Moishe, che aveva perduto la
propria fortuna per colpa della crisi, gestiva una minuscola compravendita
d’oro; per la sua scarsezza di denti e capelli, compensata da due orecchie
gigantesche, assomigliava a Gandhi, il che riequilibrava tutta la faccenda. Per
fuggire dalla severità del dittatore mi rifugiavo sulle ginocchia del santo.
“Alejandrito, la bocca non è fatta per dire frasi aggressive, a ogni parola dura ti
si secca un poco l’anima. T’insegnerò a raddolcire quello che dici.” E dopo
avermi colorato la lingua con un inchiostro vegetale azzurro, prendendo un
pennellino dalle setole morbide largo un centimetro, lo intingeva nel miele e
faceva finta di dipingermi l’interno della bocca. “Adesso quello che dici avrà il
colore del cielo sereno e la dolcezza del miele.”
Al contrario, per Jaime-Stalin la vita era una lotta implacabile. Non potendo
ammazzare i concorrenti, li rovinava. La Casa Ukrania era un carro da
combattimento. La via centrale 21 de Mayo – data di una storica battaglia
navale, dove l’eroe Arturo Prat fece della propria sconfitta per opera dei
peruviani un trionfo morale – era piena di negozi che offrivano gli stessi articoli
che offriva lui, per cui adottò una tecnica aggressiva di vendita.
Si disse: “L’abbondanza attira il compratore: se il venditore prospera, vuol
dire che offre gli articoli migliori”. Riempì gli scaffali di scatole di cartone da cui
faceva capolino un campione di quello che contenevano, la punta di un calzino,
una calza piegata, l’estremità di una manica, la bretella di un reggiseno, e così
via. Il negozio sembrava pieno di merce ma non era vero, perché le scatole,
vuote, contenevano soltanto il pezzo che si vedeva.
Per eccitare l’avidità dei clienti, invece di vendere gli articoli separatamente li
organizzava in lotti diversi. Su vassoi di cartone metteva in mostra diverse
composizioni: per esempio un paio di pantaloni, sei bicchieri di vetro, un
orologio, un paio di forbici e una statuetta della Madonna del Carmine. Oppure
un gilè di lana, un salvadanaio a forma di porcellino, giarrettiere di pizzo, una
canottiera e una bandiera comunista, e così via. Tutti i lotti avevano il medesimo
prezzo. Come me, mio padre aveva scoperto che tutto era collegato.
Teneva davanti alla porta, in mezzo al marciapiede, personaggi esotici che gli
facevano pubblicità. Li cambiava ogni settimana. Ciascuno di loro, a modo suo,
elogiava a squarciagola la qualità degli articoli e la loro convenienza, invitando i
curiosi a visitare senza impegno la Casa Ukrania. C’erano tra gli altri un nano
vestito da tirolese, uno spilungone truccato da negra ninfomane, una Carmen
Miranda sui trampoli, un finto automa di cera che batteva con un bastone il

cristallo dall’interno della vetrina, una mummia terrificante e anche uno
“stentore” con un vocione talmente forte che lo si sentiva a chilometri di
distanza. La fame genera artisti: i minatori licenziati s’inventavano
ingegnosamente ogni sorta di travestimenti. Con sacchi da farina tinti di nero si
confezionavano un costume da Dracula e da Zorro; con ritagli di stoffa riesumati
dai bidoni della spazzatura si facevano maschere e mantelli da lottatori; ce ne fu
uno che arrivò con un cane rognoso che indossava il costume tradizionale da
contadino cileno e sapeva ballare la cueca ritto sulle zampe posteriori; un altro
esibiva un neonato che strillava come un gabbiano.
A quell’epoca non c’era la televisione e il cinema apriva le porte soltanto il
sabato e la domenica, per cui qualunque novità attirava la gente. Se a questo si
aggiunge la bellezza di mia madre, alta, bianca, con due seni enormi, che quando
parlava sembrava che cantasse, vestita con il costume tipico della contadina
russa, si può capire come mai Jaime continuasse a portare via clienti ai suoi
concorrenti sonnacchiosi.
Il proprietario del negozio vicino, Il Cedro del Libano, era per noi un “turco”.
Invece di banconi trasparenti, usava tavolacci di legno, non aveva nessuna
vetrina sulla strada e illuminava il locale con una lampadina da sessanta watt
piena di cacche di mosca. Dal retrobottega arrivava un intenso odore di fritto.
La moglie del signor Omar, un uomo di bassa statura, era una signora minuta
come lui ma dalle gambe elefantiache, talmente gonfie che sebbene se le
fasciasse con bende nere, sembravano sempre sul punto di esplodere ricoprendo
con uno strato di carne il pavimento di legno ingrigito da anni di polvere. Lì, la
penuria di clienti era sostituita da un’invasione di ragni.
Un giorno, mentre me ne stavo seduto in un angolo del nostro minuscolo
cortile a leggere I figli del capitano Grant, sentii delle urla strazianti provenire
dal cortile del turco, separato dal nostro da un muro di mattoni. Erano grida
talmente sconsolate, seguite invano dal tentativo di zittirle con lunghi ssssst
femminili, che la curiosità mi diede la forza di scalare il muro. Vidi la donna dalle
gambe grosse che con un ventaglio di paglia scacciava le mosche dal corpo di un
bambino quasi interamente ricoperto di croste.
“Che cos’ha suo figlio, signora?”
“Oh, sembrerebbe un’infezione, mio piccolo vicino, e invece no. Il suo
problema è che si è ammalato.”
“Si è ammalato?”
“Mio marito, per colpa degli affari che vanno male, è molto triste. Il piccolo ha
scambiato la sua tristezza per il vento. Si è ricoperto di croste per impedire
all’aria maligna di toccargli la pelle, così si è ammalato. Per lui il tempo non
passa. Vive in un secondo lungo come la coda del diavolo.”
Mi venne voglia di piangere. Mi sentivo in colpa per mio padre. Con la sua
crudeltà staliniana aveva rovinato il turco, rendendolo triste. Suo figlio adesso
stava pagando lo scotto doloroso.
Ritornai in camera mia, spalancai la finestra che dava sulla strada e mi buttai

giù dal secondo piano. Le mie ossa ressero all’impatto, mi sbucciai soltanto le
ginocchia. Si formò un assembramento di gente. Il sangue mi colava dalle
ginocchia. Arrivò Jaime, allontanò rabbiosamente i curiosi, si congratulò con me
perché non piangevo e mi portò nella Casa Ukrania per disinfettarmi le ferite.
Sebbene l’alcol bruciasse, non gridai. Jaime, nel suo ruolo di guerriero marxista,
vedendo in me quella che lui riteneva essere una sensibilità femminile, aveva
deciso di educarmi secondo il metodo duro. “Gli uomini non piangono mai e con
la loro volontà dominano il dolore...” I primi esercizi non erano stati difficili.
Aveva iniziato facendomi il solletico sotto i piedi con una piuma d’avvoltoio. Ero
riuscito non soltanto a controllare il solletico sotto i piedi, ma anche sotto le
ascelle e infine, trionfo totale, ero riuscito a rimanere serio quando mi frugava
con la piuma nelle fosse nasali. Dopo il controllo del riso mi disse: “Sei molto
bravo... Comincio a essere orgoglioso di te. Aspetta, ho detto che comincio, non
che lo sono! Per guadagnarti la mia ammirazione devi dimostrare che non sei un
vigliacco e che sai sopportare il dolore e le umiliazioni. Ti prenderò a schiaffi.
Tu mi offrirai le guance. Ti picchierò piano piano. Tu mi chiederai di aumentare
l’intensità dei colpi. E io lo farò sempre più forte, ma sarai tu a chiederlo. Voglio
vedere fin dove arrivi”. Io, affamato d’amore, pur di ottenere l’ammirazione di
Jaime continuavo a chiedere schiaffi sempre più forti. A mano a mano che nei
suoi occhi splendeva quella che io interpretavo come ammirazione, una sorta di
ebbrezza mi annebbiava lo spirito. L’affetto di mio padre era più importante del
dolore. Resistevo, resistevo. Alla fine sputai sangue e un pezzetto di dente.
Jaime lanciò un’esclamazione ammirata di sorpresa, mi prese fra le braccia
muscolose e corse insieme a me dal dentista.
Il nervo scoperto del premolare, a contatto con l’aria e la saliva, mi faceva
soffrire atrocemente. Il signor Julio, il cavadenti, preparò un’iniezione di
sedativo. Jaime mi disse all’orecchio (non lo avevo mai sentito parlare in un
modo così gentile): “Ti sei comportato come me, sei un coraggioso, un uomo.
Quello che sto per chiederti non sei obbligato a farlo, ma se lo farai ti riterrò
degno di essere mio figlio: rifiuta l’iniezione. Fatti curare senza anestesia.
Controlla il dolore con la tua forza di volontà. Puoi farlo, sei come me!”. Non mi
è mai più capitato di sentire un dolore così atroce. (No, è una bugia ho sentito
qualcosa del genere quando la maga Pachita, con un coltello da caccia, mi ha
estirpato un tumore dal fegato.) Il signor Julio, convinto da mio padre con la
promessa di sei bottiglie di pisco – il liquore nazionale – non disse niente. Mi
frugò in bocca, mi applicò la macchinetta di tortura, introdusse un amalgama a
base di mercurio e alla fine fece l’otturazione. Con un sorriso da scimpanzé
esclamò: “Fatto, ragazzino! Sei un eroe!”. Catastrofe: io, che avevo resistito a
quella tortura senza un gemito, senza un tremore, senza una lacrima, interruppi
a metà il gesto di mio padre che spalancava le braccia come le ali di un condor
trionfante, e svenni! Sì, sono svenuto come una femminuccia!
Jaime, senza neanche darmi la mano, mi accompagnò a casa. Io, umiliato, con
le guance gonfie, m’infilai nel letto e dormii venti ore di seguito.

Non so se mio padre si fosse reso conto che buttandomi giù dalla finestra
avevo tentato di suicidarmi. Non so nemmeno se si fosse reso conto che cadendo
“casualmente” in ginocchio davanti a Il Cedro del Libano (noi abitavamo al
secondo piano, proprio sopra di loro) stavo chiedendo perdono al turco. Disse
soltanto: “Moccioso, sei caduto. Guarda che cosa succede a passare tanto
tempo sui libri”. È vero, io ero sempre sui libri, talmente concentrato che
quando leggevo e qualcuno mi parlava non ascoltavo neanche una parola; lui non
appena arrivava a casa, con una sordità simile alla mia si precipitava sulla sua
collezione di francobolli; immergeva nell’acqua calda le buste che gli regalavano
i clienti, staccava con grande cura i francobolli con le pinzette – se perdevano un
dentino del bordo perdevano anche valore – li asciugava tra due fogli di carta
assorbente, li classificava e li metteva in un album che nessuno aveva il diritto di
aprire.
Si erano formate due grandi croste, quasi circolari, una su ogni ginocchio, mio
padre me le bagnò con un batuffolo di cotone imbevuto di acqua calda e, quando
la materia si ammorbidì me le staccò intere con le pinzette, proprio come faceva
con i francobolli. Naturalmente trattenni le grida. Soddisfatto, mi disinfettò con
l’alcol la carne rossa, spellata, viva. La mattina dopo si formavano già due nuove
croste. Lasciarmele staccare senza lamentarmi era divenuto un rito che mi
avvicinava a un dio lontano. Quando iniziai a sentirmi meglio e una nuova pelle
annunciò con il colorito roseo la fine del trattamento, trovai il coraggio di
prendere per mano Jaime, lo portai in cortile, gli chiesi di arrampicarsi con me
in cima al muro, gli feci vedere il bambino ammalato e gli indicai le mie
ginocchia. Lui, senza bisogno di altri gesti, comprese. In quegli anni a Tocopilla
non c’era l’ospedale. L’unico medico era un grasso bonaccione di nome Angel
Romero. Mio padre congedò lo strillone di turno – in quel caso era un pugile che
pigliava a pugni un manichino decorato con un grande $ –, chiese al signor Omar
il permesso di entrare per assistere il dottor Romero nella visita al malato, pagò
il consulto, con la ricetta in mano si sciroppò i cento chilometri che lo
separavano da Iquique, acquistò le medicine, ritornò indietro e, dopo essersi
munito di disinfettanti, pinzette e del catino pieno di acqua calda dove
immergeva le sue buste, prese a inzuppare e ammorbidire le croste di quel
povero bambino e, con delicatezza infinita, gliele staccò una per una. Dopo due
mesi di visite assidue, il piccolo turco riacquistò un aspetto normale.
Occorre tenere presente che tutte queste azioni ebbero luogo nell’arco di
dieci anni. Raccontandole così, in blocco, sembrerebbe che la mia infanzia sia
stata piena zeppa di eventi insoliti, ma non fu così. Quelle erano piccole oasi in
un deserto infinito. Il clima era torrido, secco. Di giorno, un silenzio implacabile
scendeva dal cielo, scivolava lungo la muraglia di sterili colline che ci spingeva
verso il mare, scaturiva da un terreno pietroso senza un briciolo di terra. Al
tramonto non c’erano uccelli che cinguettavano, né alberi con le foglie che
stormivano al vento, né il metallico canto dei grilli. Un avvoltoio ogni tanto, il

raglio lontano di un asino, ululati di cani che avvertono la morte, lotte di
gabbiani e il costante sciabordio delle onde del mare, che per la loro ipnotica
ripetitività alla fine non si sentivano più. E nella notte fredda un silenzio ancora
più grande: occultando le stelle il cui fulgore poteva divenire sinonimo di musica,
la camanchaca, una nebbiolina spessa, si addensava sulla cima delle colline
formando un muro lattiginoso, impenetrabile. Tocopilla pareva un carcere pieno
di morti. Jaime e Sara erano andati al cinema. Io mi ero appena svegliato e
sudavo in preda al terrore. Il silenzio, rettile invisibile, s’infilava sotto la porta e
veniva a lambire i piedi della mia brandina. Io sapevo di essere in pericolo, il
silenzio voleva entrarmi dentro attraverso le fosse nasali per annidarsi nei
polmoni, prosciugandomi il sangue nelle vene. Per scacciarlo mi mettevo a
urlare. Erano grida talmente forti che i vetri della finestra iniziavano a vibrare
con un ronzio da vespa, il che ingigantiva la mia paura. Allora arrivava il Rebe.
Sapevo che era soltanto un’immagine, ma non c’era niente da fare, la sua
comparsa non bastava a eliminare il mutismo universale. Avevo bisogno della
presenza di amici. Ma quali? Pinocchio, per avere un nasone, per essere bianco
e circonciso non aveva amici. (In quel clima torrido la sessualità era precoce. A
fianco del nostro negozio si ergeva la caserma dei vigili del fuoco. Nel grande
cortile, spenzolanti da un alto muro come le corde di un’arpa gigantesca, si
allungavano le funi che servivano a reggere le maniche, lavate e distese ad
asciugare dopo gli incendi. I figli del custode più i loro amici, una banda di otto
ragazzini, mi avevano invitato ad arrampicarmi insieme a loro lungo venti metri
di corda. Una volta in cima, al riparo dagli sguardi degli adulti, seduti in circolo
iniziarono a masturbarsi, sebbene l’emissione dello sperma fosse ancora una
cosa leggendaria per loro. Con la mia ansia di comunicare, li avevo imitati. I loro
falli infantili, con il prepuzio sigillato, si ergevano come ogive brune. Il mio,
pallido, mostrava apertamente l’ampia testa. Tutti notarono la differenza e si
misero a ridere a crepapelle. “Ha un fungo!” Umiliato, rosso di vergogna, mi
lasciai scivolare lungo la fune scorticandomi il palmo delle mani. La notizia si
diffuse in tutta la scuola. Io ero un bambino anormale, avevo una pichula
diversa. “Gliene manca un pezzo, non ha la punta!” La consapevolezza della
mutilazione mi fece sentire ancora più distaccato dagli altri esseri umani. Non
appartenevo a quel mondo. Non avevo nessun posto dove stare. Meritavo
soltanto di venire divorato dal silenzio.) “Non ti preoccupare” mi disse il Rebe,
vale a dire mi dissi da solo usando l’immagine del vecchio ebreo vestito da
rabbino. “Solitudine è non saper stare con se stessi.” Be’, non voglio far credere
che un bambino di sette anni potesse esprimersi così. Io capivo le cose, sì, ma
non in un modo razionale. Il Rebe, essendo un’immagine interna, riversava nel
mio spirito contenuti che non erano intellettuali. Quello che lui mi faceva sentire,
io lo inghiottivo come l’aquilotto che, con gli occhi ancora chiusi, inghiotte il
verme che gli viene posato nel becco. In seguito, divenuto adulto, ho iniziato a
tradurre in parole quelle che a quel tempo erano – come spiegarlo? – aperture
su altri piani della realtà.

“Tu non sei solo. Ti ricordi quando la scorsa settimana hai avuto la sorpresa di
veder crescere in cortile un girasole? Eri giunto alla conclusione che fosse stato
il vento a trasportare il seme. Un seme, apparentemente insignificante,
conteneva in se stesso il fiore futuro. Quel granellino in qualche modo sapeva
quale pianta sarebbe diventata; e tale pianta non era nel futuro: per quanto
immateriale, per quanto solo un progetto, il girasole esisteva, aleggiava nel
vento per centinaia di chilometri. E non soltanto la pianta era già lì, ma c’era
anche l’adorazione della luce, il ruotare alla ricerca del sole, la misteriosa
unione con la stella polare e – perché no? – una forma di coscienza. Tu non sei
diverso. Tutto quello che diventerai, lo sei già. Tutto quello che conoscerai, lo
sai già. Quello che cercherai, ti sta già cercando, è in te. Magari io non sono
vero, ma il vecchio che stai per vedere, pur avendo la mia stessa inconsistenza,
è reale perché sei tu, vale a dire, è colui che sarai.”
Tutto questo non lo pensai e non lo udii, ma l’ho sentito. E davanti a me,
accanto al letto, la mia fantasia fece apparire un signore anziano, con la barba e
i capelli argentei e gli occhi colmi di dolcezza. Ero io trasformato nel mio
fratello maggiore, in mio padre, nel mio nonno, nel mio maestro. “Non ti
preoccupare, sono stato con te e starò sempre con te. Ogni volta che hai
sofferto credendo di essere solo, io ero con te. Vuoi un esempio? Bene, ti ricordi
quando hai fatto l’elefante di moccoli?”
Non mi sono mai sentito così abbandonato, incompreso, ingiustamente punito
come in quella occasione. Moishe, dal sorriso sdentato e il cuore da santo, aveva
proposto ai miei genitori di portarmi in vacanza nella capitale, a Santiago del
Cile, per un mese, così che la mia nonna materna potesse conoscermi. La
vecchia non mi aveva mai visto, separata com’era dalla figlia da duemila
chilometri di distanza. Io, per non deludere Jaime, celai l’angoscia che provavo
all’idea di lasciare la nostra casa. Facendo mostra di una tranquillità che era
falsa, m’imbarcai a bordo della Horacio: il piroscafo ballava talmente che arrivai
al porto di Valparaíso con lo stomaco vuoto. Quindi, dopo quattro ore di scossoni
nella terza classe di un treno a carbone, mi presentai tutto timido e verdognolo
davanti a donna Jashe, una signora che non sapeva sorridere né tantomeno
trattare con bambini dalla sensibilità quasi patologica come la mia. Il
fratellastro di Sara, Isidoro, un ragazzone grasso, effeminato, sadico, prese a
inseguirmi travestito da infermiere, minacciandomi con una bomboletta
d’insetticida. “Adesso ti faccio una puntura nel sedere!”
Di notte, nella stanza buia, sopra un lettino durissimo accostato alla parete,
senza nemmeno una lampada per leggere, alla luce della luna che filtrava dal
piccolo lucernario, m’infilavo il dito nel naso, fabbricavo palline e le appiccicavo
al muro tappezzato di carta celeste. Nel corso di quel mese, piano piano, con i
miei moccoli, disegnai un elefante. Non se ne accorsero perché non venivano
mai a fare le pulizie o a rifarmi il letto. Nel giro di un mese il pachiderma era
quasi terminato. Al momento dei saluti – Moishe sarebbe ritornato con me a

Tocopilla – la nonna entrò nella mia stanza per recuperare le lenzuola che mi
aveva prestato. Non vide un bell’elefante che volava nel cielo infinito, bensì una
orribile collezione di moccoli appiccicati sulla sua preziosa tappezzeria. Le sue
rughe assunsero una colorazione violacea, la schiena ingobbita si raddrizzò, la
vocetta gentile divenne il ruggito di una leonessa, gli occhi vitrei lanciavano
lampi. “Bambino schifoso, maiale, ingrato! Dobbiamo ritappezzare tutto!
Dovresti morire di vergogna! Non voglio un nipote così!” “Ma nonnina, io non
volevo sporcare niente, volevo soltanto fare un bell’elefante. Mi manca soltanto
una zanna per finirlo.” Le mie parole la fecero infuriare ancora di più. Credeva
che volessi prenderla in giro. Mi afferrò una ciocca di capelli e iniziò a tirarmeli
come se volesse strapparli. Gandhi s’intromise fra noi bloccandola con ferma
gentilezza. Quell’odioso Isidoro, in vena di scherzi, dietro alle spalle di Jashe
agitava verso di me, avanti e indietro, la bomboletta di insetticida come se fosse
un fallo stupratore. Mi costrinsero ad assistere alla rimozione della tappezzeria,
che portarono a termine proteggendosi le mani con guanti di gomma. Poi
buttarono i brandelli in mezzo al cortile comune di quel conglomerato di casette,
li cosparsero di alcol e mi costrinsero a buttarvi fiammiferi accesi finché presero
fuoco. Vidi consumarsi il mio caro elefante. Una folla di vicini era affacciata alle
finestre. Jashe mi cosparse il naso e le dita di cenere, e così conciato mi
accompagnarono alla stazione. Quando la locomotiva era ormai lontana da
Santiago, Moishe, con il suo fazzoletto bianco bagnato di saliva, mi ripulì la
faccia e le mani. Era meravigliato: “Sembri insensibile, figliolo. Non ti lamenti e
non piangi”. Salii a bordo della Horacio, viaggiai per tre giorni e sbarcai a
Tocopilla senza dire una parola. Quando comparve mia madre mi precipitai
verso di lei piangendo convulsamente, il viso affondato fra i suoi enormi seni.
“Cattiva! Perché mi hai fatto andare là?” Appena vidi giungere mio padre, un
quarto d’ora dopo, trattenni le lacrime, mi asciugai gli occhi e mostrai un falso
sorriso.
“Io ero lì e mi rendevo conto dei limiti mentali di quella gente” mi disse il
vecchio Alejandro. “Vedevano il mondo materiale, i moccoli, ma l’arte, la
bellezza, l’elefante magico sfuggivano alla loro mente. E comunque devi
rallegrarti per questa sofferenza: grazie a essa giungerai fino a me.
L’Ecclesiaste recita: Chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore. Ma io ti
dico, soltanto chi conosce il dolore può avvicinarsi alla sapienza. Non posso dire
di averla conseguita, sono soltanto una tappa nel cammino dello spirito che
viaggia verso la fine del tempo. Chi sarò fra tre secoli? Che cosa? Da quali
forme sarò veicolato? Fra dieci milioni di anni la mia coscienza avrà ancora
bisogno di un corpo? Dovrò ancora usare i miei organi di senso? Fra centinaia di
milioni di anni dividerò ancora l’unità del mondo in visioni, suoni, odori, sapori,
immagini tattili? Sarò un individuo? Un essere collettivo? Quando avrò
conosciuto l’universo intero, o gli universi, quando sarò giunto alla fine di tutti i
tempi, quando l’espansione della materia si sarà fermata e insieme a lei avrò

intrapreso la via del ritorno al punto di origine, mi dissolverò in esso? Mi
trasformerò nel mistero che giace fuori dal tempo e dallo spazio? Scoprirò che il
Creatore è una memoria senza presente e senza futuro? Tu bambino, io
anziano, saremo soltanto ricordi, immagini astratte che non hanno mai sfiorato
la realtà? Per te non esisto ancora, per me non esisti più, e quando si racconterà
la nostra storia, chi la racconterà sarà soltanto una collana di parole che
scivolano via da un mucchietto di cenere.”
Divenne di fondamentale importanza per me, di notte, quando mi svegliavo da
solo nella casa buia, immaginare il mio doppio che proveniva dal futuro.
Standolo a sentire, piano piano mi calmavo e un sonno profondo mi regalava il
meraviglioso oblio di me stesso.
Durante il giorno, l’angoscia per non essere mai apprezzato – Robinson
Crusoe nella mia isola interiore – non mi faceva disperare. Chiuso in biblioteca,
gli amici libri con i loro eroi e le loro avventure mascheravano il silenzio. Un
altro che aveva smesso di ascoltare il silenzio per colpa dei libri era Morgan, lo
yankee. Lavorava, come tutti gli inglesi, nella Compagnia elettrica che forniva
l’energia alle fabbriche di salnitro e alle miniere di rame e di argento. A forza di
bere gin gli era venuta la gotta. Quando gli proibirono di ingerire alcol, per
ammazzare la noia si tuffò nella biblioteca, sezione “esoterismo”. I massoni
avevano lasciato in eredità interi scaffali pieni zeppi di libri in inglese che
trattavano argomenti misteriosi. The Secret Doctrine di Helena Blavatsky,
secondo Jaime, gli aveva perturbato il cervello. Mio padre diceva sempre: “Ha
un sacco di grilli per la testa!”. Lo yankee accettò l’esistenza di alcuni invisibili
Maestri cosmici e iniziò a credere con fervore nella reincarnazione dell’anima.
D’accordo con la scrittrice che idolatrava, dichiarò a chiunque lo ascoltasse che
era un’abitudine da trogloditi venerare e seppellire i cadaveri, in quanto
infettavano il pianeta. Bisognava cremarli, come fanno in India. Vendette tutto
ciò che possedeva, e con il ricavato, più i suoi risparmi, aprì un’agenzia di pompe
funebri che chiamò “Rive del Gange, crematorio sacro”. Il luogo, ornato con
ghirlande di fiori artificiali, dolcetti di pasta di mandorle che imitavano frutti, ed
esotici dèi di gesso, alcuni con la testa di elefante, sfociava in un lungo cortile
rivestito di piastrelle arancione al centro del quale si innalzava un forno, simile a
quello per cuocervi il pane, ma dove poteva starci una persona intera. Il prete,
lanciando le sue diatribe contro una tale mostruosità sacrilega, sfondava una
porta aperta: la gente di Tocopilla avrebbe forse accettato di mettere sulla
griglia i propri defunti? Naturalmente nessuno desiderava che le spoglie carnali
dei cari scomparsi si riducessero a una manciata di polvere grigia. Morgan, che
ora veniva chiamato “il Teosofo”, scrollava le spalle. “Non c’è niente di nuovo, è
successo anche alla signora Blavatsky e al suo socio Olcott a New York; le
tradizioni ancestrali hanno radici profonde.” Modificò il suo giro d’affari: se il
prete sosteneva che, secondo la teologia cristiana, gli animali non hanno l’anima,
allora sarebbe stato consigliabile bruciare i loro resti. Il forno iniziò a

funzionare: dapprima erano cani, in seguito, grazie al modico prezzo, gatti; ogni
tanto un topo bianco e qualche pappagallo spennacchiato. Le ceneri venivano
consegnate ai legittimi proprietari dentro a bottiglie del latte dipinte di nero,
con un tappo dorato. Attirati dalle nuvole di fumo nauseabondo, una moltitudine
di avvoltoi iniziò a posarsi sulle piastrelle arancione, insozzandole di escrementi
biancastri. Nonostante il Teosofo tentasse di allontanarli a scopate, quelli si
ostinavano a volare disegnando cerchi che divenivano spirali discendenti e
atterravano di nuovo, gracidando e defecando. Il fetore divenne insopportabile.
Il Teosofo chiuse le pompe funebri e decise di trascorrere la maggior parte del
tempo seduto sulla spalliera di una panchina nella piazza, promettendo la
reincarnazione a chi volesse accettarlo come maestro. E fu proprio lì che strinsi
amicizia con lui, perché mi faceva pena vedere che era diventato lo zimbello del
paese.
A me non sembrava un pazzo scatenato, come diceva mio padre. Mi piacevano
le sue idee. “Ragazzino, è evidente che siamo stati qualcosa prima di nascere e
saremo qualcosa dopo la nostra morte. Mi sai dire che cosa?” Mi sfregai le mani
balbettando, poi rimasi senza parole. Lui si mise a ridere: “Vieni con me sulla
spiaggia!”. Lo seguii e, giunti sulla costa, lui puntò il dito verso una fila di
torrette collegate da cavi lungo i quali scorrevano dei carrelli d’acciaio, forse
pieni. Arrivavano dalle colline, attraversavano la spiaggia in tutta la sua
lunghezza e sparivano in mezzo ad altre colline. Vidi cadere da uno di essi un
ciottolo, in parte grigio e in parte ramato. “Da dove vengono? Dove vanno?”
“Non lo so, Teosofo.” “Be’, non sai da dove vengono né dove vanno, però saresti
capace di raccogliere uno dei sassolini che trasportano e conservarlo come un
tesoro... Vedi, ragazzino, io lo so da quale miniera provengono e a quale mulino
sono diretti, ma che cosa ottengo se te lo dico? I nomi di quei luoghi non ti
direbbero niente perché non li hai mai visti. E così è l’anima che trasporta il
nostro corpo, non sappiamo da dove viene né dove va, ma adesso, qui, le
vogliamo bene e non desideriamo perderla, è un tesoro. Una coscienza
misteriosa, infinitamente più grande della nostra, conosce l’origine e la fine ma
non ce le può rivelare perché il nostro cervello non è abbastanza evoluto da
comprenderlo.” Lo yankee s’infilò in tasca la mano lentigginosa e tirò fuori
quattro medagliette dorate. Su una era raffigurato un Cristo, sull’altra due
triangoli intrecciati, sulla terza una falce di luna con all’interno una stella e sulla
quarta due gocce unite, una bianca e l’altra nera, che formavano un cerchio.
“Prendile, sono per te. Sono tutte diverse e si chiamano religione cattolica,
ebraica, islamica e taoista. Credono di simbolizzare verità diverse, ma se le
metti in un crogiolo e le fai fondere, formeranno un unico seme dello stesso
metallo. L’anima è una goccia dell’oceano divino di cui siamo, per un brevissimo
tempo, l’umile vettore. È stata emanata da Dio e viaggia per ritornare e
dissolversi in Dio, che è godimento eterno. Prendi questo spago, amico mio, e
fatti una collana con queste quattro medagliette. Portala sempre per ricordarti
che un unico filo, la coscienza immortale, le unisce tutte.”

Arrivai tutto baldanzoso alla Casa Ukrania sfoggiando la mia collana. Jaime,
più Stalin che mai, fremeva di rabbia. “Teosofo cretino, che mitighi con le
illusioni la paura di morire! Vieni in bagno con me!” Mi strappò le medagliette.
Una per una le buttò nella tazza. “Dio non esiste, Dio non esiste, Dio non esiste,
Dio non esiste! Muori e marcisci! Dopo non c’è più niente!” E tirò lo sciacquone.
Il fragore dell’acqua si portò via le medagliette e insieme a esse le mie illusioni.
“Il papà non dice mai bugie! A chi credi, a me o a quel tarato mentale?” E chi dei
due avrei potuto scegliere io, che tenevo tanto all’ammirazione di mio padre?
Jaime sorrise per un attimo, poi mi guardò severo come al solito. “Sono stufo
delle tue lagne! Non sei mica una femminuccia!”
Sara era orfana di padre. Jashe si era innamorata di un ballerino russo non
ebreo, un goy, dal corpo magnifico e la chioma dorata. Mentre era incinta di
otto mesi, il nonno, per accendere una lampada, era salito sopra un barile pieno
di alcol. Il coperchio cedette, lui cadde nel liquido infiammabile e iniziò ad
ardere. Le leggende famigliari narrano che uscì di casa correndo e che spiccava
salti di due metri avvolto dalle fiamme: morì danzando. Quando sono nato avevo
i capelli folti e dorati come quelli del ballerino tanto idolatrato. Sara non mi
accarezzava mai, però passava ore e ore a pettinarmi i capelli, ad arricciarmeli,
rifiutandosi di tagliarmeli. Io ero la reincarnazione di suo padre. Poiché a quei
tempi nessun maschio portava i capelli lunghi, continuavano a gridarmi dietro
“frocetto”.
Mio padre, un giorno che Sara faceva la siesta, mi portò dal parrucchiere. Si
chiamava Osamu ed era giapponese. In pochi minuti, recitando continuamente
“Gate, Gate, Paragate, Parasamgate, Bodhi Svaha”2, mi rasò a zero spazzando
via, senza scomporsi, i riccioli d’oro. Smisi immediatamente di essere il morto
arso vivo e divenni me stesso. Non riuscii a trattenere le lacrime, attirandomi di
nuovo il disprezzo di mio padre. “Smidollato, impara a essere un macho
rivoluzionario e piantala di menarla con i tuoi capelli da puttana borghese!”
Jaime non aveva capito niente: venire liberato dalla chioma che mi attirava tante
battutacce era un sollievo per me... però piangevo perché perdendo i riccioli
perdevo anche l’amore di mia madre.
Ritornato in negozio buttai nel water il mio sassolino ramato, tirai lo
sciacquone e corsi orgoglioso in piazza a prendere in giro il Teosofo: per tutta
risposta alle sue parole infervorate premevo l’indice contro la tempia.
Si potrebbe credere che durante l’infanzia abbia subito l’influenza di Jaime più
di quella di Sara. Eppure non è così. Lei, abbagliata dal carisma di mio padre,
era diventata il cagnolino fedele della sua mente. Approvava e ripeteva tutto
quello che lui diceva. Se la severità era alla base dell’educazione che dovevo
ricevere, essendo un maschio e non una femmina, dal giorno in cui il giapponese
mi tagliò i capelli mia madre fece di tutto per applicarla. Tutto il giorno
prigioniera in negozio, poteva occuparsi di me poco o niente. I miei calzini erano

sforacchiati nei talloni e si vedeva spuntare un pezzetto di piede. Per la loro
forma tondeggiante e il colore, i bambini paragonavano i miei talloni alle patate
sbucciate. Durante la ricreazione, se volevo correre in cortile, i miei compagni
crudeli puntavano il dito verso i miei calcagni gridando maliziosamente: “Ti si
vedono le patate!”. Il che mi umiliava e mi obbligava a rimanere fermo, con i
piedi nascosti nell’ombra. Quando dissi a Sara di comprarmi dei calzini nuovi,
brontolò:
“È una spesa inutile, il primo giorno che li metti li buchi”.
“Mamma, tutta la scuola si prende gioco di me. Se mi vuoi bene rammendali, ti
prego.”
“Va bene, se hai bisogno che ti dimostri che ti voglio bene, lo farò.”
Afferrò il cestino del cucito, infilò un ago e, con grande attenzione, rammendò
i buchi e poi me li mostrò: erano perfettamente cuciti.
“Ma mamma, hai usato il filo rosa carne! Guarda, me li metto e sembra che mi
si vedano ancora le patate! Continueranno a prendermi in giro!”
“L’ho fatto apposta. Compiendo il lavoro inutile che mi chiedevi ti ho
dimostrato di volerti bene. Adesso tu devi dimostrarmi di possedere uno spirito
guerriero. La cattiveria di quei bambini non deve farti soffrire. Mostra
orgoglioso i tuoi talloni e ringrazia i tuoi compagni per i loro scherzi perché ti
costringono a rafforzare l’anima.”
È incredibile la ricchezza culturale che c’era in quella cittadina sperduta
nell’arido nord del Cile. Prima della crisi del ’29 e dell’invenzione del salnitro
artificiale per opera dei tedeschi, tutta la regione, comprese Antofagasta e
Iquique, veniva considerata la culla felice dell’oro bianco. L’inesauribile nitrato
di potassio, ideale per fabbricare concimi e soprattutto esplosivi, attirò una
moltitudine di emigranti. A Tocopilla vivevano italiani, inglesi, americani, cinesi,
jugoslavi, giapponesi, greci, spagnoli, tedeschi. Ciascuna etnia viveva rinchiusa
fra le pareti mentali piene di superbia che si era costruita. Eppure anche se in
modo frammentario, ho potuto approfittare di quelle culture così variegate. Gli
spagnoli rifornirono la biblioteca di minuscoli e magici racconti di Calleja, gli
inglesi furono prodighi di trattati massonici e rosacrociani; Pampino Brontis, il
panettiere greco, per reclamizzare i suoi pasticcini ripieni di marmellata di rose,
ogni domenica mattina invitava i bambini ad andare da lui per ascoltare la sua
traduzione in versi dell’Odissea. I giapponesi si esercitavano sulla spiaggia nel
tiro con l’arco, instillandoci la passione per le arti marziali. Ogni tanto, nel
salone municipale le signore americane mostravano la loro generosità offrendo
salsicce e bibite ai figli di coloro che venivano ridotti in miseria dai mariti.
Grazie a esse divenni consapevole dell’ingiustizia sociale.
Il giorno in cui mio padre annunciò a bruciapelo: “Domani partiamo. Andremo
a vivere a Santiago”, mi sentii morire. La mattina dopo mi svegliai con una
terribile orticaria. Tutta la pelle mi si era ricoperta di croste, la febbre mi

faceva delirare e la nave sarebbe partita di lì a tre ore! Jaime, cocciuto, non
voleva rimandare il viaggio, sebbene il dottor Romero gli avesse assicurato che
dovevo restare a letto almeno una settimana. Sbraitando contro la medicina
occidentale, mio padre corse al ristorante cinese e, grazie alle sue doti di
venditore, riuscì a farsi dare dai proprietari il nome e l’indirizzo del medico che
li curava. Non ce n’era soltanto uno, ma erano tre anziani fratelli a dominare la
scienza dello yin e lo yang. Sereni come le montagne, con occhi da gatto in
agguato e la carnagione del colore della mia febbre, riscaldarono del sale
grosso, ne fecero tanti mucchietti che avvolsero in stracci di cotonaccio e con
quelli mi sfregarono tutto il corpo quasi bruciandomi la pelle e sussurrando: “Te
ne vai però rimani qui. Se i rami crescono tentando di occupare il cielo intero, le
radici non abbandonano mai la terra dove sono nate”. Nel giro di mezz’ora i
cinesi mi avevano guarito la pelle, la febbre e la tristezza, iniziandomi al
taoismo.
Vedendo che mi ero ripreso, i miei genitori mi lasciarono salutare i compagni
di scuola. Nessuno rimase sorpreso quando annunciai che me ne andavo per
sempre. Dopotutto io ero il bambino che poteva sparire in un secondo. Tale
leggenda aveva avuto origine da uno spettacolo cui avevo assistito al Teatro
Municipal. In quel locale in genere proiettavano dei film (lì ho avuto il supremo
piacere di vedere Charles Laughton in Il gobbo di Notre-Dame, Boris Karloff in
Frankenstein, Buster Crabbe in Flash Gordon e mille altre meraviglie), ma a
volte sul palcoscenico che si celava dietro al telone bianco si avvicendavano
delle compagnie straniere. Una volta venne Fu Manchú, un mago messicano.
Chiese agli adulti di dire ai bambini di tenere gli occhi chiusi e, con una sega
gigantesca, cominciò a tagliare in due una donna. Quando l’ebbe rimessa
insieme e il sangue venne ripulito, ci fu permesso di vedere il resto dello
spettacolo. Trasformò i rospi in colombe, tirò fuori dalla bocca un cordino che
non finiva mai cui erano appese lampadine elettriche scintillanti, fece cambiare
colore per dieci volte a un fazzoletto di seta, scese in platea e da una grande
teiera che aveva riempito d’acqua versò in bicchierini trasparenti il liquore che
gli spettatori gli chiedevano. Al nonno diede della vodka, a Jaime l’aguardiente,
ad altri whisky, vino, birra, pisco. Alla fine mostrò al pubblico un armadio rosso
con l’interno nero, e chiese la collaborazione di un bambino. Io, spinto da un
desiderio irrefrenabile, salii sul palcoscenico. Non appena ebbi posato il piede
sull’impiantito, per la prima volta mi sono sentito al mio posto. Avevo capito che
ero cittadino del mondo dei miracoli. Il prestigiatore mi disse in tono solenne:
“Bambino, ti farò sparire. Giura che non racconterai mai il segreto a nessuno”.
Io giurai, ebbro di felicità. Se fosse riuscito a sradicarmi di lì avrei saputo
finalmente che cosa c’era oltre la dolorosa realtà. Mi fece entrare dentro
all’armadio, sollevò la tenda foderata di satin rosso e mi nascose per un
secondo, poi la abbassò. Ero sparito! Alzò di nuovo la tenda e la riabbassò. Ero
di nuovo lì! Grandi applausi. Ritornai al mio posto e sebbene i miei genitori, il
nonno e moltissimi spettatori venissero a chiedermi qual era il trucco, risposi

con grande dignità: “Ho giurato di mantenere per sempre il segreto e lo farò”. E
ho mantenuto così gelosamente quel segreto che soltanto oggi, per la prima
volta, dopo più di sessant’anni, mi sono deciso a rivelarlo. Non ero entrato in
un’altra dimensione: quando la tenda mi aveva nascosto, due mani guantate mi
avevano fatto ruotare su me stesso cacciandomi in un angolino. Una persona
tutta vestita di nero, in quella specie di scatola nera, non si vedeva. Le era
bastato coprirmi con il suo corpo per farmi scomparire. Profonda delusione!
Non esisteva un aldilà. I miracoli erano semplici trucchi... Eppure avevo
imparato una cosa estremamente importante: mantenere un segreto, anche di
nessun valore, dava potere. A scuola dichiarai che ero stato in un altro mondo,
che conoscevo la chiave per andarci e possedevo la facoltà di sparire quando ne
avevo voglia. E insinuai anche l’idea che avevo il potere di far sparire chiunque e
di non lasciarlo mai ritornare. Il numero dei miei amici non aumentò, ma le
battutacce diminuirono sensibilmente. Avevano applicato la legge del gelo: non
mi rivolsero mai più la parola. Ero passato dagli insulti al silenzio. Erano meno
dolorosi i primi.
La nave emise un rauco sospiro e abbandonò il porto. A Tocopilla lasciavo il
mio cuore di bambino. Di colpo venni abbandonato dal Rebe, dall’anziano
Alejandro, e dall’allegria. Entrai bruscamente nell’angolo buio. Ero sparito.

1

In Cile, persona generalmente analfabeta e appartenente alle classi più povere. [N.d.A.]

2

Mantra del Sutra del Cuore. [N.d.A.]

Gli anni bui

I nomi racchiudono un destino? Certi quartieri attirano persone i cui stati
emozionali corrispondono al significato occulto di tali nomi? La piazza Diego de
Almagro, dove andammo a vivere a Santiago del Cile, divenne un luogo nefasto
per colpa del nome che le avevano assegnato, il nome di un conquistatore
spagnolo, oppure il luogo era neutro ma io lo sentivo oscuro, triste, abbandonato
perché ne avevo fatto lo specchio della mia malinconia? A Tocopilla, pur
detestando il mio naso per la sua curvatura, gli ero grato perché mi portava
l’odore dell’Oceano Pacifico, copiose fragranze che si sprigionavano dalle acque
gelide per mescolarsi al leggero profumo dell’aria in un cielo sempre azzurro.
Laggiù, veder passare una nuvola era un evento straordinario. Per il loro
candore, i cirri mi parevano caravelle che trasportavano angeli colonizzatori
verso foreste incantate in cui crescevano gigantesche canne da zucchero. L’aria
di Santiago, sotto una volta giallognola, odorava di fili elettrici, benzina, fritto,
alito cancerogeno. L’inebriante fragore delle onde veniva sostituito dal cigolio di
tram malaticci, clacson taglienti, motori spudorati, voci inclementi. Diego de
Almagro fu un conquistatore frustrato. Per colpa degli ingannevoli consigli del
suo complice Pizarro, era partito da Cuzco per dirigersi verso le terre
inesplorate del Sud dove credeva di trovare templi pieni di favolose ricchezze.
Assetato d’oro, avanzò per quattromila chilometri incendiando le baracche in cui
vivevano aborigeni che pensavano soltanto a farsi la guerra e non a costruire
piramidi, fino a raggiungere il desolato Stretto di Magellano. Il freddo estremo e
la ferocia degli indio mapuche s’incaricarono di decimare il piccolo esercito.
Ritornò a Cuzco vagando come un’anima in pena, e il suo socio traditore che non
voleva dividere con lui le ricchezze sottratte agli inca, lo fece giustiziare.
Jaime affittò due stanze in una pensione di fronte alla tristemente nota piazza.
L’albergo era un edificio buio, con camere da letto simili a gabbie, dove in una
squallida sala da pranzo ci servivano, a pranzo e a cena, foglie d’insalata
anemica, minestra piena di nostalgia di pollo, purè sabbiosa di patate, una
sfoglia di caucciù che chiamavano bistecca e, per dessert, del pandispagna
invalido ricoperto di amido. La mattina, caffè senza latte e una barretta dolce a
testa. Cambio delle lenzuola e degli asciugamani ogni quindici giorni. Eppure né
mia madre né mio padre si lamentavano. Lui perché ritrovandosi libero dagli
impegni domestici poteva dedicarsi alla ricerca del locale dove avrebbe
ricominciato a combattere – il nuovo negozio lo chiamò proprio così, El

Combate, Il Combattimento, e lo decorò con una insegna in cui due bulldog
tiravano le gambe di un paio di pantaloni da donna per dimostrare che l’articolo
in questione era resistentissimo – e lei perché Jashe, la sua cara madre, abitava
a pochi metri da piazza Almagro... Nell’attesa di iscrivermi alla scuola pubblica,
rimasi prigioniero di quel luogo inospitale affidato alle cure della padrona, una
vedova rinsecchita come il purè che serviva ogni giorno e che entrava in camera
mia senza bussare soltanto per rendermi partecipe degli improperi che lanciava
contro il governo del Frente Popular. Mentre Jaime mangiava empanadas per
strada e Sara beveva il mate a casa di sua madre, io inghiottivo faticosamente il
menù della Gran-Pensión El Edén de Creso. Timido com’ero, nascondevo la
faccia fra le pagine delle avventure di John Carter su Marte. Di fronte a me
sedeva una vecchia con la schiena a forma di gancio che aveva perduto tutti i
denti tranne un canino della mandibola inferiore. Ogni volta che le servivano la
minestra, rovistava nella sua borsetta pidocchiosa, tirava fuori un uovo con
noncuranza e lo rompeva contro il dente orfano con le mani tremanti per
versarlo nel liquido insipido, schizzando la tovaglia e il mio libro. Io
m’immaginavo la vecchia accovacciata in camera sua come una gigantesca
gallina spennacchiata, che invece di defecare ogni giorno faceva l’uovo. Così
come avevo imparato a vincere il dolore, dovetti imparare a controllare il senso
di schifo. Alla fine del pranzo e della cena, mi salutava baciandomi sulle guance.
Io mi obbligavo a sorridere.
Finalmente la scuola aprì le porte. Mi svegliai alle sei di mattina e riordinai
con cura i miei quaderni, le matite e i libri. Tremando per il freddo e il
nervosismo, a digiuno, scesi in piazza e mi sedetti ad aspettare che arrivasse
l’ora di correre in un posto dove ci fossero dei bambini della mia età, che non
avrebbero mai saputo che mi avevano soprannominato Pinocchio, e che non
sarebbero mai venuti a conoscenza del mio fungo né delle patate bianche come
il latte che si celavano sotto i lunghi calzoni della mia tuta. All’improvviso
riecheggiarono le sirene e si videro dei lampi di luce. La piazza deserta si riempì
di curiosi. I carabinieri, neanche fossi un bambino invisibile, trascinarono fino
alla mia panchina un mendicante morto. I cani randagi gli avevano squarciato la
gola e divorato parte di una gamba, le braccia e l’ano. A giudicare dalla bottiglia
vuota di pisco che avevano trovato accanto a lui, si era addormentato sbronzo,
ignaro della fame nera dei cani. Quando vomitai, infermieri, poliziotti e ghiottoni
oculari parvero vedermi per la prima volta. Scoppiarono a ridere. Uno
particolarmente grezzo mi apostrofò agitando un moncherino del cadavere:
“Vuoi mangiarne un pezzetto, bambino bello?”. Gli scherzi si dissolsero nell’aria
e l’aria mi bruciò i polmoni. Arrivai a scuola ormai privo di speranze: il mondo
era crudele. Davanti a me si aprivano soltanto due alternative: o diventavo un
assassino di sogni come gli altri, oppure mi rinchiudevo nella mia mente
trasformandola in una fortezza. Optai per la seconda scelta.

Il sole dai raggi rugginosi provocava un calore insopportabile. La
professoressa non ci diede neanche il tempo di disfarci dei nostri pesanti
borsoni. Fece salire tutti quanti sul pullmino della scuola. “Domani cominceremo
le lezioni, oggi andiamo a fare una gita per prendere dell’aria buona!” Grida di
entusiasmo e applausi. I bambini si conoscevano tutti. Mi sedetti in un angolino,
sul sedile in fondo, senza staccare il naso dal finestrino per tutto il viaggio. Le
vie della capitale avevano un’aria ostile. Attraversammo strade oscure. Avevo
perduto il senso del tempo. Tutt’a un tratto mi resi conto che il pullmino
viaggiava lungo una strada sterrata lasciando dietro di sé una scia di polvere
rossiccia. Il mio cuore accelerò le pulsazioni. Dovunque c’erano macchie verdi!
Io ero abituato al terra di Siena opaco delle aride colline del Nord. Era la prima
volta che vedevo campi coltivati, chilometriche file di alberi sul ciglio della
strada, e sopra tutto quanto un intenso coro di insetti e uccelli. Quando
arrivammo a destinazione e ci fecero scendere, i miei compagni di scuola
presero a spogliarsi con strilli d’allegria per tuffarsi nudi in un fiumiciattolo dalle
acque cristalline, mentre io non sapevo che cosa fare. La professoressa e
l’autista mi dimenticarono sul sedile in fondo. Ci misi una buona mezz’ora per
decidermi a scendere. Sopra una roccia piatta c’erano delle uova sode.
Sentendomi pervadere dalla stessa solitudine della vecchia dal dente orfano, ne
afferrai uno e mi arrampicai sopra un albero. Fui irremovibile: non risposi ai
ripetuti inviti della professoressa a scendere dal ramo su cui stavo immobile,
appollaiato, non ci fu verso di farmi spogliare e nuotare con i miei compagni di
scuola. Che cosa ne sapeva lei? Come facevo a dirle che era la prima volta che
vedevo un torrente di acqua dolce, la prima volta che mi arrampicavo sopra un
albero, la prima volta che sentivo la fragranza della vita vegetale, la prima volta
che vedevo le zanzare che disegnavano con le zampette leggiadri arabeschi
sulla superficie dell’acqua, la prima volta che udivo il sacerdotale gracidare dei
rospi che benedicevano il mondo? Lo sapeva lei che il mio sesso privo di
prepuzio assomigliava a un fungo bianco? Per me non c’era niente di meglio che
venire lasciato tranquillo in quel mondo estraneo, umido, balsamico, dove
nessuno mi conosceva e quindi nessuno poteva notare la differenza. Sì, prima di
venire rifiutato, era meglio che fossi io a rifiutarli, isolandomi!
Mi lasciarono in pace sussurrando “è scemo” e si dimenticarono subito di me,
presi com’erano dai loro giochetti acquatici. Masticai lentamente l’uovo sodo e
mi paragonai a lui. Troncare ogni rapporto con l’esterno era più conveniente per
me, mi dava forza ma nello stesso tempo mi rendeva sterile. Avevo la sensazione
di essere di troppo nel mondo. All’improvviso una farfalla con le ali iridescenti
venne a posarsi sulla mia fronte. Non lo so che cosa avvenisse in quel momento,
eppure la mia visione parve allargarsi, penetrando nel tempo. Mi sentivo come
la polena, il presente, sulla prua di una nave che era tutto il passato. Io non
stavo seduto solamente su quell’albero materiale, ma anche sull’albero
genealogico. Ora mi spiego meglio: ignoravo il termine “genealogico”, così come
la metafora “famiglia-albero”; eppure, appollaiato sopra quell’entità vegetale,

immaginavo l’umanità come un immenso transatlantico su cui era stato caricato
un bosco spettrale, che viaggiava verso un futuro ineluttabile. Preoccupato,
lasciai venire il Rebe. “Un giorno ti renderai conto che le coppie non
s’incontrano per caso: una coscienza sovrumana le unisce secondo disegni
prestabiliti. Pensa alle strane coincidenze che ti hanno fatto venire al mondo.
Sara è orfana di padre. Anche a Jaime muore il padre. La tua nonna materna,
Jashe, perde José, il figlio di quattordici anni, morto per avere mangiato insalata
irrigata con acqua infetta, il che la perturba mentalmente per tutta la vita. La
tua nonna paterna, Teresa, perde anche lei il figlio prediletto, annegato nel
Dnepr durante una piena, e impazzisce. La sorellastra di tua madre, Fanny,
sposa il cugino José, benzinaio. La sorella di tuo padre, si chiama Fanny anche
lei, sposa un meccanico. L’altro fratellastro di Sara, Isidoro, effeminato, crudele,
solitario, resterà scapolo e continuerà a vivere con la madre nella casa che lui,
architetto, ha progettato. Benjamín, omosessuale, crudele, solitario, vivrà in
coppia con sua madre, dormendo nello stesso letto, fino alla morte di lei e
morirà un anno dopo il suo funerale. Tanto Jaime quanto Sara sono bambini
abbandonati che inseguono senza sosta l’inesistente amore dei loro genitori.
Quello che hanno subito loro, lo stanno facendo a te. A meno che non ti ribelli,
farai anche tu lo stesso ai figli che avrai. Le sofferenze famigliari, come gli anelli
di una catena, si ripetono di generazione in generazione finché un discendente,
in questo caso forse tu, acquista consapevolezza e trasforma la sua maledizione
in una benedizione.” All’età di dieci anni avevo già capito che per me la famiglia
era una trappola da cui dovevo liberarmi, o morire.
Passò molto tempo prima che trovassi l’energia di ribellarmi. Quando la
professoressa disse a Jaime che suo figlio era gravemente depresso, che forse
aveva un tumore al cervello oppure subiva gli effetti di un forte trauma dovuto a
una perdita del territorio o a un abbandono famigliare, mio padre invece di
preoccuparsi per la mia salute mentale si offese. Ma come, quella mingherlina
deficiente, isterica, borghese, osava accusarlo – accusare lui! – di essere un
padre negligente e il suo rampollo un frocetto smidollato? Mi proibì
immediatamente di andare a scuola e, approfittando del fatto che aveva trovato
un locale, se ne andò dall’Edén de Creso senza pagare l’ultima settimana.
Sara, per essere ben vista dalla propria famiglia, voleva un negozio in centro
ma Jaime, mosso dagli ideali comunisti, aveva deciso di affittare un locale in un
quartiere popolare. Sprofondammo in calle Matucana.
L’area commerciale occupava soltanto tre isolati e in giro si vedeva tantissima
gente povera, domestiche, operai e ricettatori, soprattutto di sabato, il giorno
della paga. Accanto ai passaggi a livello, file di venditori di conigli accovacciati
per terra. I cadaveri che spenzolavano dai bordi delle ceste, ancora con la pelle
ma con lo stomaco squarciato, nel cui interno luccicava il fegato nero grande
come un’oliva, formavano ghirlande prese d’assedio dalle mosche. I venditori

ambulanti reclamizzavano saponi che eliminavano tutte le macchie, sciroppi per
la tosse, la diarrea e l’impotenza, forbici talmente potenti che tagliavano i
chiodi... Ragazzi mingherlini, con la maschera giallastra della tubercolosi, si
offrivano come lustrascarpe. Non sto esagerando. Di sabato mi riusciva difficile
respirare, tanto era intenso il fetore che si sprigionava dai vestiti lerci della
folla. Lungo quei quattrocento metri, come enormi ragni insonnoliti, aprivano le
loro porte tre negozi di abiti confezionati, un calzaturificio, una farmacia, un
grande magazzino, una gelateria, un meccanico, una chiesa. Inoltre,
sprigionando effluvi avvinazzati c’erano sette osterie rumorose e piene zeppe di
clienti. Il Cile era un paese di ubriaconi. Tutte le attività ruotavano intorno
all’alcol. A partire dal presidente, Pedro Aguirre Cerda, che per il gran bere e il
nasone chiamavano “don Tinto” – “signor Vino Rosso” – giù giù fino al povero
operaio che ogni fine settimana, dopo avere comprato biancheria intima nuova
per la moglie e camicie e calzini per la prole, si beveva il resto dello stipendio e
poi si piazzava in mezzo ai binari della ferrovia – in calle Matucana passavano,
tra la strada e il marciapiede, lunghi treni merci – sfidando a pugni nudi la
locomotiva. L’orgoglio virile degli ubriaconi non aveva limiti. Una volta mi capitò
di passare per strada nel momento in cui il treno aveva appena maciullato uno di
quegli arroganti. I curiosi giocavano a lanciarsi un brandello di carne umana,
prendendolo a calci tra le risate.
Mio padre, ben deciso a divenire il re del quartiere, per attirare quella
plebaglia ricominciò a piazzare davanti alla porta strilloni sempre più
stravaganti, pagliacci chirurghi che riparavano un pupazzo insanguinato con il
segno $ sulla fronte, “El Combate ha i prezzi migliori!”, oppure una ghigliottina
dove un mago decapitava i grassoni che impersonavano i commercianti
sfruttatori, o un nano con un vocione incredibile travestito da Hitler: “Guerra
alla carestia!”, e così via. Nonostante ci fossero moltissimi ladri teneva la merce
ammucchiata sui tavoli, sempre per dare l’idea dell’abbondanza. Fece installare
un bancone di legno con al centro una fessura e lui, davanti ai clienti, munito di
un coltello affilatissimo e di cartamodelli che ricalcavano lo stile americano,
tagliava spessi strati di cotonaccio con le sue mani: le pezze di stoffa venivano
cucite sul momento da giovani operaie, confezionando così vestiti a buon
mercato che passavano direttamente dal produttore al consumatore. Fece
installare degli altoparlanti che urlavano a tutto volume allegre melodie
spagnole dai testi sempre lascivi. “Echale guindas al pavo... que yo le echaré a
la pava... azucar, canela y clavo.”3Gli operai, abbagliati, affollavano il negozio.
Parecchi di loro entravano armati di ceste. Io, che subito dopo i compiti avevo
l’obbligo di correre al Combate per tenere d’occhio i clienti, non appena vedevo
un poveraccio nascondere in fondo alla cesta un gilè di lana, una sottoveste o
qualunque altro vestito, facevo un segno a mio padre. Jaime con un balzo
oltrepassava il bancone, si slanciava contro il ladruncolo e lo riempiva di botte.
Il pover’uomo, sentendosi in colpa, non si difendeva e accettava servilmente la

punizione. Se invece si trattava di una ladra, la prendeva a schiaffi e le
strappava di dosso la gonna, sbattendola in mezzo alla strada con un calcio nel
sedere e le mutande abbassate fino alle caviglie.
Non approvavo assolutamente la violenza di mio padre. Mi si aggrovigliavano
le viscere e mi sentivo bruciare il petto ogni volta che vedevo i volti insanguinati
accettare la punizione come se i pugni provenissero da Dio in persona. Per gli
uomini un dente spaccato o un naso rotto erano meno gravi del fatto, per le
donne, di mostrare le natiche nude con le mutande abbassate, a volte piene di
buchi, davanti agli occhi di una folla che le prendeva in giro. Quelle poverine
rimanevano paralizzate, sopraffatte dalla vergogna, con le mani incollate sul
pube, assolutamente incapaci di chinarsi e tirare su l’indumento intimo. Doveva
intervenire qualcuno, un amico, una parente, a coprire la colpevole con una
giacca o uno scialle per trascinarla fuori da quella cerchia di ostilità. Ogni volta
che puntavo il dito contro la cesta incriminata, un gusto amaro mi pervadeva la
bocca: non volevo ferire quella gente che rubava per fame, ma neppure
desideravo tradire mio padre. Il sacro padrone mi aveva dato un ordine e io, pur
sentendo che l’umiliazione si ritorceva contro di me ed era la mia carne a
esserne ferita, dovevo obbedire. Dopo ogni delazione, mi chiudevo in bagno e
vomitavo.
Il mio corpo, ricettacolo di tante colpe, tante lacrime proibite, tanta nostalgia
di Tocopilla, iniziò a trasformare la pena in grasso. A undici anni pesavo poco più
di cento chili. Oppresso, mi costava fatica staccare i piedi dal suolo, camminavo
raschiando la strada con la suola delle scarpe quasi venissi seguito da due lunghi
lamenti, respiravo con la bocca semiaperta sforzandomi di inghiottire un’aria
che mi rifiutava, i capelli un tempo ondulati mi ricadevano sulla fronte sfibrati e
opachi. Avendo dimenticato che esisteva un cielo infinito, vivevo a testa bassa e
il mio unico orizzonte era il rozzo marciapiede di cemento.
Sara parve rendersi conto della mia tristezza. Arrivò dalla casa di sua madre
portando fra le braccia una cassetta di legno verniciata di nero. “Alejandro,
presto finiranno le vacanze. Fra un mese potrai andare al liceo e lì ti farai degli
amici, ma adesso devi ingannare il tempo. Jashe mi ha regalato il violino di suo
figlio José, buonanima. Lei sarebbe contentissima se imparassi a suonarlo, così
con questo sacro strumento potrai fare quello che il mio povero fratello non ha
potuto: suonare per noi Sul bel Danubio blu durante le cene di famiglia.”
Mi costrinsero a prendere lezioni all’Accademia musicale, tenute da una
fanatica socialista nel seminterrato della sede della Croce rossa. Per arrivare
fin lì dovevo percorrere tutta calle Matucana. La custodia nera, invece di avere i
fianchi sagomati che seguivano le curve del violino, era squadrata come una
bara. Vedendomi passare, i lustrascarpe esplodevano in risate sarcastiche.
“Porta in giro un morto! Beccamorto!” Io, paonazzo di vergogna, incassando la
testa fra le spalle, non potevo nascondere quella cassetta funeraria. E loro
avevano ragione. Il violino che c’era lì dentro erano i resti di José. Rifiutandosi

di seppellirlo, la nonna aveva fatto di me il suo tramite. Io ero un guscio vuoto
che veniva usato per trasportare un’anima in pena. A pensarci bene, ero il
becchino della mia anima. La portavo in giro, defunta, dentro quell’orribile
custodia. Dopo un mese di lezioni piene di note cupe che mi parevano funeree,
mi fermai davanti ai lustrascarpe e li guardai senza dire una parola. Le loro
battute sarcastiche aumentarono fino a divenire un coro assordante.
Lentamente, il sibilo di un enorme scarafaggio che aveva lo stesso colore della
mia custodia iniziò a sovrastare il frastuono. Lanciai la bara sui binari della
ferrovia, e la locomotiva la ridusse a un cumulo di schegge. Gli straccioni,
sorridendo, raccolsero i frammenti di legno per farne un falò, senza occuparsi di
me che stavo ancora in piedi davanti a loro scosso da singhiozzi antichi. Un
vecchio ubriacone uscì dall’osteria, mi posò una mano sulla testa e con voce
roca sussurrò: “Non ti preoccupare, ragazzino, una vergine nuda illuminerà il
tuo cammino con una farfalla ardente”. Quindi andò a orinare nell’ombra
nascosta di un palo della luce.
Quel vecchio, che il vino aveva trasformato in profeta, con una sola frase mi
aveva aiutato a uscire dal baratro. Anche se ero ancora immerso nel pantano,
qualcuno mi indicava che di lì poteva scaturire la poesia. Jaime, così come si era
preso gioco di tutte le religioni, si scagliava anche contro i poeti. “Dicono di
amare le donne, come quel García Lorca, ma sono tutti froci.” In seguito estese
il proprio disprezzo a qualunque forma di arte, letteratura, pittura, teatro, canto
e così via. Erano soltanto buffoni spregevoli, parassiti della società, narcisisti
perversi, morti di fame. In un angolo del nostro appartamento vegetava, piena di
polvere, una macchina da scrivere marca Royal. La ripulii con cura, mi sedetti
davanti a lei e iniziai a combattere contro il volto di mio padre che, gigantesco,
invadeva la mia mente. Mi guardava con disprezzo. “Frocio!” Trasformando la
mia sottomissione in rivolta, disgregai con rabbia quel dio sarcastico per
scrivere la mia prima poesia. La ricordo ancora:
La flor canta y desaparece,
¿cómo podemos quejarnos?
Lluvia nocturna, casa vacía.
Mis huellas en el camino
Se van disolviendo...4

La poesia operò un cambiamento fondamentale nel mio modo di agire. Smisi di
vedere il mondo attraverso gli occhi di mio padre. Mi era consentito tentare di
essere me stesso. Eppure, per mantenere il segreto, ogni giorno bruciavo le mie
poesie. L’anima, vergine nuda, illuminava il mio cammino con una farfalla
ardente.
Quando riuscii a scrivere senza provare vergogna e senza pensare di
commettere un crimine, decisi di conservare i miei versi e di trovare qualcuno
che li leggesse. Però il potere di mio padre, il suo culto per il coraggio, il
disprezzo per la debolezza e la vigliaccheria mi terrorizzavano. Come
annunciargli che aveva un figlio poeta? A sera inoltrata, attesi che facesse

ritorno da El Combate, deciso ad affrontare la sua stanchezza e il malumore.
Arrivò, come al solito, con un fascio di bigliettoni avvolti in un foglio di giornale.
La prima frase che mi disse fu un acido: “Portami l’alcol! Occorre disinfettare
questa porcheria!”. Rovesciò sulla scrivania un pacco di soldi stropicciati,
sporchi, maleodoranti. Vaporizzò una nuvola di disinfettante e dopo essersi
infilato i guanti da chirurgo cominciò a metterli in ordine e a contarli. A volte,
lanciando insulti, lisciava banconote verdognole. Per me erano come i cadaveri
di insetti marini. “Mettiti i guanti, Alejandro, non vorrei che prendessi qualche
schifezza, e aiutami a contarli.” Trovai il coraggio di dare inizio alla mia
confessione. “Papà, ho una cosa importante da dirti.” “Qualcosa di importante,
tu?” “Sì, io!” E in quell’“io” cercai di mettere tutta la mia indipendenza: “Non
sono te, non vedo il mondo come lo vedi tu, devi rispettarmi!”. Ma trovandosi
davanti a una banconota piena di croste, di fango, di sangue o di vomito, Jaime si
dimenticò di me e, lanciando maledizioni, iniziò a staccare quelle sozzure con
una limetta per le unghie. Per la prima volta in vita mia stavo per urlargli:
“Imbecille, vuoi renderti conto che esisto? Non sono tuo fratello Benjamín, il
frocio, sono io, sono tuo figlio! Tu non mi hai mai visto! Ecco perché continuo a
ingrassare, se non ti accorgi della mia anima vorrei che ti accorgessi almeno del
mio corpo! Non chiedermi di essere un guerriero, sono un bambino! No, non un
bambino, perché tu lo hai ammazzato! Sono un fantasma che vuole fuggire dal
cadavere obeso che lo imprigiona per incarnarsi in un corpo vivo, libero dai tuoi
preconcetti e dai tuoi giudizi!”. Non riuscii a pronunciare nemmeno la prima
sillaba perché, annunciato da un tremendo ruggito sotterraneo, iniziò un
tremore che minacciava di trasformarsi in terremoto. Quando il pavimento e le
pareti vibrano si può pensare che stia passando in strada un camion molto
pesante, ma quando i lampadari diventano pendoli, le sedie vanno a passeggio da
un muro all’altro, crolla un armadio e una nuvola di polvere viene giù dal soffitto,
ci convinciamo che la terra è montata in collera. Stavolta la sua furia sembrava
trasformarsi in odio mortale. Dovevamo aggrapparci alle inferriate della
finestra per non cadere, i muri si crepavano, la stanza era una nave scossa dal
mare in burrasca. Dalla strada giungevano le urla di una folla impazzita. Jaime
mi prese per mano e barcollando mi condusse sul balcone. Rideva a crepapelle.
“Guarda quei baciapile, ah, ah, ah, cadono in ginocchio, si battono il petto, si
pisciano e si cagano addosso, sono vigliacchi come i loro cani!” E in effetti i cani,
in preda alla diarrea, ululavano con i peli ritti. Un palo della luce si schiantò al
suolo. I cavi si agitavano per terra sferzando scariche elettriche. La folla corse
a rifugiarsi in chiesa, il cui unico campanile oscillava pericolosamente da una
parte all’altra. Jaime, sempre più allegro sul balcone che minacciava di crollare,
mi fece restare al suo fianco impedendomi di correre giù in strada. “Lasciami
andare, papà, la casa potrebbe crollare! Là fuori staremo più al sicuro!” Mi
diede una sberla. “Fermo, tu rimani qui, vicino a me! Devi avere fiducia in me!
Non accetterò mai che diventi un vigliacco come quelli lì! Non diventare
complice del terremoto. La paura accresce il male. Se le dai retta, la terra

prende coraggio. Ignorala. Non sta succedendo niente. La tua mente è più forte
di uno stupido terremoto.” Per fortuna le scosse stavano diminuendo d’intensità.
Piano piano il suolo riacquistò la calma abituale. Con un sorriso di soddisfazione
e dandosi arie da eroe mi guardò come da una torre inaccessibile. “Che cosa
volevi dirmi, Pinocchio?” “Oh, papà, doveva essere qualcosa che non aveva
importanza, il terremoto me l’ha fatta dimenticare!” Si sedette alla scrivania, si
mise i tappi nelle orecchie e, come se io avessi smesso di esistere, si rimise a
contare le sue luride banconote operaie, lanciando le solite imprecazioni.
Ritornai in camera mia sentendo che sulla mia anima era passato un rullo
compressore. Il coraggio di mio padre era invincibile, la sua autorità assoluta.
Lui era il padrone e io il suo schiavo. Incapace di ribellarmi non potevo fare
altro che obbedire, abbandonare la mia attività di creazione, non potevo
esistere senza la sua guida: l’impossibile senso della vita era adorare il Padre
onnipotente... Provai di nuovo il desiderio di buttarmi dalla finestra, stavolta per
venire travolto dal treno che a ogni ora della notte passava di sotto lanciando
sibili che trafiggevano come spilloni immensi la libellula dei miei sogni. Un
pensiero m’impedì di passare all’azione. “Non posso morire senza prima avere
visto il sesso di mio padre. Deve avere un fallo grande come quello di un asino.”
Attesi fino alle quattro di mattina, l’ora in cui il russare dei miei genitori,
possente come quello delle locomotive, invadeva la casa. Camminavo in punta di
piedi sforzandomi di non pensare: temevo che la parola facesse vibrare la mia
mente fuori dalla scatola cranica provocando scricchiolii nei muri, sul pavimento
e nei mobili. Mi parve lungo un’ora il minuto che impiegai per aprire la porta
della camera da letto. Un’oscurità rancida mi bloccò. Nel timore di inciampare
in una scarpa o nel vaso da notte pieno di piscio che mia madre svuotava ogni
mattina mentre io e Jaime facevamo colazione, rimasi immobile come una statua
fino a che gli occhi si abituarono alle tenebre. Iniziai ad avvicinarmi al letto.
Trovai il coraggio di accendere la mia torcia. Facendo attenzione a che nessun
fascio di luce illuminasse i loro volti, passai in esame il suo corpo. Era il periodo
più caldo dell’anno. Entrambi dormivano nudi. Inebriate dall’odore penetrante,
alcune mosche ronzavano libando fra i peli delle ascelle. La carnagione pallida
di mia madre conservava ancora le tracce rossastre del corsetto che la
comprimeva dall’alba al tramonto. I seni, due banane immense, giacevano sereni
vicino ai suoi fianchi. Dormiva, paffuta dea dell’abbondanza, con la minuscola
mano d’avorio posata sul folto vello pubico di mio padre. E fu tale la sorpresa
che la mia lingua gonfia iniziò a palpitare come se si fosse trasformata in un
cuore. Mi veniva da ridere. Non di allegria ma di nervosismo. Quello che stavo
vedendo dava un colpo demolitore alla torre mentale in cui l’autorità di Jaime mi
aveva imprigionato. Il calore delle dita di Sara, così vicine, gli provocavano
un’erezione. Naturalmente il membro circonciso era a forma di fungo ma,
incredibile! Era molto più piccolo del mio. Più che un fallo sembrava un dito
mignolo.

Di colpo compresi la ragione dell’aggressività di Jaime, il suo orgoglio
vendicativo, l’eterno rancore nei confronti del mondo. Mi aveva fatto precipitare
nella debolezza costruendomi subdolamente un carattere vigliacco, da vittima
impotente, per sentirsi lui più forte. Mi prendeva in giro per il naso lungo perché
tra le gambe sapeva di essere corto. Aveva bisogno di mettersi alla prova
seducendo le clienti, dominando la mia enorme madre, picchiando a sangue i
ladri. La sua possente volontà era complementare al suo minuscolo uccello. Il
gigante era crollato. E, insieme a lui, era crollato il mondo intero. Nessuno dei
sentimenti che mi avevano inculcato erano veri. Tutti i poteri erano artificiali. Il
gran teatro del mondo, un guscio vuoto. Dio era caduto dal trono. L’unica
autentica forza su cui potevo contare era quella poca che avevo. Mi sentivo
come un’entità priva di scheletro cui erano state levate le stampelle. Eppure una
verità minuscola valeva più di una menzogna immensa.
Mi avevano iscritto al Liceo de Aplicación, scuola magnifica in un nobile
edificio, con professori capaci e un ottimo programma di studi, ma c’era un
problema inatteso: gli allievi erano simpatizzanti della Germania nazista.
Durante la guerra, forse a causa della forte immigrazione tedesca o per
l’influenza di Carlos Ibáñez, dittatore uscito da un esercito formato da istruttori
teutonici, più del cinquanta per cento dei cileni erano germanofili e antisemiti.
Fu sufficiente che dopo l’ora di ginnastica facessi la doccia collettiva
obbligatoria... e il mio fungo mi tradì. Al grido di “Ebreo errante!” venni
scacciato da tutti i giochi che gli studenti organizzavano nei momenti di riposo.
Durante le lezioni mi venne concesso il privilegio di sedermi nel banco da solo:
nessuno voleva dividere lo spazio doppio con me. All’inizio non capivo
quell’isolamento. Jaime non mi aveva mai detto che appartenevo alla razza
ebraica. Secondo lui, i miei nonni erano russi purosangue, comunisti, fuggiti
dalle ire zariste. Gli ebrei così come i cristiani, i buddhisti, i maomettani e gli
altri religiosi erano dei pazzi che credevano nelle favole! Piano piano, a forza di
sentirmi insultare, capii che il mio corpo era composto di una materia
spregevole, diversa da quella dei miei compagni. Nel primo trimestre mi
vendicai divenendo l’alunno modello. Non fu difficile: senza che i miei genitori
dicessero una parola – una frase di troppo trasformava la loro stanchezza in
esasperazione – e avvolto dal silenzio cui venivo condannato dai ragazzi, l’unico
diversivo che mi era rimasto era studiare per ore e ore, giorno e notte, non per
piacere o per dovere ma come una droga che mi aiutava a non affrontare
l’angoscia. Per fortuna laggiù, in quella palude senza fondo, sbocciavano
all’improvviso come fiori di loto alcune brevi poesie.
Esto de sentirme cuerdo hasta el aburrimiento
viendo pasar los enloquecidos carnavales
agitando banderas procaces por las calles
como si todos fueran muertos vestidos de dorado
mientras yo hago de mi rincón un templo vacío...5

Stanco di vivere come una vittima, tentai di partecipare alla gara di salto in
alto. In mezzo al cortile c’era uno scavo quadrangolare pieno di sabbia. Una
sbarra orizzontale poggiata su due paletti misurava l’altezza dei salti. Non
appena squillava la campanella della ricreazione, i ragazzi si precipitavano lì
formando una lunga coda. Uno dopo l’altro tentavano di spiccare salti che
superassero quelli dei compagni. Erano bravi. La sbarra a volte raggiungeva il
metro e settanta. Quando cercavo di mettermi in coda, tutti insieme mi
spingevano via, mormorando senza guardarmi: “Grassone fetente”.
Se da piccolo avevo accettato ogni umiliazione vivendo la mia differenza come
una castrazione, adesso, che sapevo di possedere un sesso più grande di quello
di mio padre, volevo dimostrare ai miei nemici che non mi potevano sconfiggere.
Entrai nell’ufficio del rettore, sacro luogo in cui nessun alunno osava mettere
piede, esposi il mio problema e gli chiesi di aiutarmi a sopravvivere accettando
quello che intendevo proporgli. Acconsentì! Allo squillo della campanella, gli
alunni di ogni classe si schieravano lungo i corridoi del primo e del secondo
piano, davanti alla porta delle aule, per aspettare l’arrivo del professore. Il
cortile quadrangolare con la sabbia per il salto in alto si trovava proprio al
centro dell’edificio. Durante i cinque minuti dell’attesa, il rettore mi diede il
permesso di provare a saltare. A causa del peso eccessivo ero tutt’altro che un
atleta. Mi proposi di iniziare da un metro e mezzo. All’inizio non ero in grado di
superarlo. Tra le beffe generali – c’erano almeno cinquecento alunni – io
correvo verso la sbarra, spiccavo un salto mettendoci tutta l’energia che avevo
in corpo come se fosse una questione di vita o di morte, arrivavo a mezz’aria,
buttavo giù il paletto e mi spiaccicavo sulla sabbia. Esplodeva un chiasso
beffardo. Senza badare alle risate assordanti, ricominciavo daccapo. E andavo
avanti così, senza mai smettere, cinque minuti sei volte al giorno, una volta e poi
un’altra e un’altra ancora, fallimento dopo fallimento, per quattro mesi. Piano
piano iniziavo a dimagrire, da cento chili passai a ottanta; anche se continuavo a
vedermi obeso, grazie alla nuova muscolatura riuscii a superare il metro e
sessanta. Negli ultimi due mesi riuscii a perdere altri dieci chili e, come il
migliore degli atleti, superai la sbarra all’altezza di un metro e settanta. Un
silenzio rabbioso coronò il mio successo.
L’anno scolastico era terminato. In piedi nel cortile, formando un gruppo
compatto, gli alunni aspettavano che il portone si spalancasse per riversarsi in
strada, in una fuga precipitosa verso l’estate. Io, che ero stato relegato in fondo,
sentivo che prima di andarmene dovevo ringraziare il rettore per il favore che
mi aveva fatto, e iniziai a farmi strada fra gli studenti. Per arrivare al rettorato
dovevo attraversare tutto il gruppo. Si compattarono ancora di più, creando un
muro umano. Iniziai a spintonare. Nessuno lanciava un grido o faceva un gesto
violento. Tutto avveniva in un silenzio ipocrita, perché dai corridoi al primo
piano i professori ci stavano controllando. Ero arrivato al centro del cortile
quando sollevando il braccio sinistro per allontanare le spalle di due rivali, mi

parve di sentire un pugno che mi colpiva il bicipite. Non mi lamentai. Continuavo
ad avanzare. Il sangue prese a sgocciolarmi sulle dita. La manica della camicia
bianca stava diventando color granata. Uno squarcio nella stoffa indicava il
punto in cui avevo ricevuto la pugnalata. Spalancarono il portone. La massa,
lanciando un ululato, corse all’esterno e nel giro di due minuti ero rimasto da
solo in mezzo al quadrato di sabbia. Vedendo la macchia rossa, i professori
corsero verso di me. Pallido, ma senza piangere né lamentarmi, mostrai loro la
ferita. “È stato un incidente. Due compagni stavano giocando con un temperino,
sono passato vicino a loro proprio nel momento in cui uno faceva un gesto
brusco. Per fortuna ho sollevato il braccio, altrimenti la lama mi sarebbe
affondata nel cuore.”
Chiamarono la Croce rossa. L’ambulanza mi portò in clinica. Nessuno dei
professori, ansiosi di partire per le vacanze, mi accompagnò. Dietro di me si
richiusero le porte del liceo deserto. Un rozzo infermiere mi disinfettò la ferita e
mi diede tre punti. “Non è niente, ragazzo. Va’ a casa, prendi queste pastiglie e
fatti un pisolino.” A sopportare il dolore ero già abituato; così com’ero abituato
al disinteresse degli altri per quello che mi poteva succedere. A parte
l’immaginario Rebe e il non meno immaginario Alejandro anziano, nessuno mi
aveva mai accompagnato da qualche parte. La solitudine mi stringeva tutto il
corpo, come la benda di una mummia. All’interno di quel bozzolo di tela corrosa
io, sterile bruco, stavo agonizzando. E se non avessi sollevato il braccio e la
pugnalata mi avesse trafitto il cuore? Sarebbe morto qualcuno? Chi? Qualcuno
che non ero io! Il mio vero essere non era mai germinato. Sul quadrilatero di
sabbia si sarebbe accasciata soltanto un’ombra. Eppure il caso aveva ordinato
alla mia anima morta di non sparire. Se quei disegni misteriosi chiamati destino
desideravano che io vivessi, per farlo prima dovevo nascere.
Mi rinchiusi nella stanza che mi avevano assegnato in fondo al buio
appartamento. Poiché d’inverno i giorni di freddo intenso erano pochi, avevamo
eliminato le stufette elettriche e a gas e ci riscaldavamo con i bracieri. Radunai
tutti le mie fotografie e su quei pezzi di carbone tramutati in rubini le vidi
divenire cenere. Nessuno, nessuno mi avrebbe identificato, mai più, con le
immagini di colui che avevo smesso di essere. Io, bambino triste, seduto sulla
panchina della piazza di Tocopilla, mascherato da Pierrot, rassegnato a usare
una vecchia calza nera per cappello mentre Sara mi aveva promesso di
confezionarmi un cappellino a punta, bianco, con i pompon di tulle. In un’altra
foto, io che andavo sempre in giro spettinato, con le espadrillas ai piedi e i
calzoni lunghi della tuta, venivo ritratto vestito all’inglese, calzoni corti grigi,
giacca sale e pepe, scarpe bianche e nere e capelli imbrillantinati: posavo rigido,
corrucciato, con le gambe nude (nessuno era riuscito a farmi indossare i
calzettoni di cotone), per mandare alla nonna una immagine che non era la mia.
“Che vergogna: Jashe ci guarderà con disprezzo!...” Anni dopo, affogato nel
gruppo del liceo, in mezzo a quei ragazzi crudeli, ricordo ancora il cognome di

due di loro con brividi di rabbia, Squella e Ubeda, spilungoni prepotenti che
avevano inventato un gioco umiliante: approfittando di un nostro momento di
distrazione, si avvicinavano da dietro e dandoci un colpo di reni contro il sedere
esclamavano: “Inculato!”. Avevo dovuto trascorrere i primi tre anni con il
fondoschiena incollato al muro. Alla fine, attirati dalle mie urla, li sorpresero
mentre cercavano di violentarmi nei gabinetti e vennero espulsi dalla scuola.
Invece di essermene grati, i compagni spezzarono il silenzio che mi circondava
con una sola parola ingiuriosa: “Spione!”. Continuavo a bruciare fotografie,
credevo di averle liquidate tutte e invece no: in fondo alla scatola delle scarpe
dove conservavo la mia collezione ne rimaneva ancora una. Mi vidi in posa
accanto a una ragazza dalle labbra carnose e i grandi occhi chiari pervasi da
un’arrogante malinconia. La scaraventai nel braciere. Guardandola ardere
tutt’a un tratto mi resi conto di avere una sorella.
Può sembrare inverosimile che qualcuno, fin dalla nascita, si ritrovi a
convivere con una sorella più grande di lui di due anni crescendo insieme nella
stessa casa, mangiando alla stessa tavola, eppure si senta figlio unico. Esiste
una realtà concreta, costruita dai corpi, che se non viene accompagnata da una
realtà psichica diventa invisibile. E non perché avessi preso il posto di mia
sorella, lei non era una colomba sacrificale e io non ero al centro dell’attenzione
in quanto maschio. Al contrario, anche se fino ad allora non me n’ero reso conto,
sono stato io a essere cancellato. In genere il figlio maschio, l’atteso, colui che
deve assicurare la continuità del cognome paterno, è il prediletto. La femmina
viene relegata al mondo della seduzione e del servizio. Nel mio caso era
avvenuto l’esatto opposto. Quando lei nacque, occupò ogni spazio. Io, fin dal
primo vagito, ero un intruso. Perché? Ancora oggi non riesco a spiegarmelo con
certezza. Ho formulato diverse ipotesi tutte plausibili ma nessuna riesce a
soddisfarmi. Non ho mai visto mio padre fare uso del proprio cognome. La sua
firma in banca era un semplice Jaime. Anzi, sulla tessera del Partito comunista
figurava come Juan Araucano. A volte mi diceva: “Leggi troppo, magari un
giorno commetterai la stupidità di voler fare lo scrittore. Se ti firmi Jodorowsky
non avrai mai successo, usa uno pseudonimo cileno”. Forse il nonno Alejandro lo
aveva deluso. Per un segreto rancore non lo nominava quasi mai, non raccontò
mai nessun aneddoto su di lui e ci fece soltanto sapere che era un ciabattino che
credeva di essere un santo. Su consiglio del suo Rebe, la maggior parte dei
guadagni – che erano minimi perché non indicava mai il prezzo per le scarpe e le
riparazioni che faceva, il cliente pagava quello che gli suggeriva la buona
volontà, quasi sempre taccagna – finivano in elemosina per i poveri. A forza di
soffrire per loro morì relativamente giovane, con il cuore logoro. “Che razza di
santo è uno che leva il pane di bocca alla sua famiglia per offrirlo agli estranei?”
Alla morte lasciò una moglie e quattro bambini in miseria. La comunità ebraica,
anch’essa composta da emigranti preoccupati per la sopravvivenza, gli sbatté la
porta in faccia. Mio padre, sacrificando le proprie ambizioni – avrebbe voluto

studiare per divenire un teorico ancora più grande di Marx – si mise a fare tutti i
lavori che gli capitavano a tiro – scaricatore, venditore di carbone, minatore,
artista da circo – cercando di offrire una vita decorosa alle sorelle (che secondo
lui erano tutte puttane), e facendo in modo che Benjamín, il minore, prendesse il
diploma da dentista. Nessuno gli disse grazie: il fratello invece di offrirgli un
lavoro come odontotecnico (questi erano i patti: Jaime, avendo ereditato l’abilità
manuale del padre, avrebbe potuto fabbricare dentiere fantastiche) s’innamorò
di un giovinetto dalla carnagione olivastra e si mise in società con lui. Teresa, la
nonna, approvò l’infatuazione di Benjamín e accettò di vivere insieme a lui e al
suo (secondo Jaime) svergognato amante.
Credo che mio padre abbia attribuito la colpa di tutto quanto al calzolaio.
Nell’antico Egitto, quando volevano eliminare un faraone, invece di condannarlo
a morte si preoccupavano di cancellare il suo nome da ogni papiro e da ogni
stele. In tal modo, estirpandolo dalla memoria collettiva, lo condannavano alla
morte vera che è l’oblio. Quando un uomo odia il padre non si riproduce – per
impedire che il cognome si moltiplichi – oppure cambia nome. Credo che Jaime
abbia percepito mia sorella come figlia unica. Io sono arrivato due anni dopo, di
sorpresa: nessuno mi aveva desiderato, il luogo che il mio corpo occupava nel
mondo era usurpato, la mia presenza un sopruso. Nei miei geni era iscritta la
minaccia della sopravvivenza del cognome tanto odiato. Un’altra ipotesi, che
non pregiudica la prima, mi vede come la proiezione dell’odio che Jaime provava
per Benjamín: la sua oscenità, il tradimento, l’appropriarsi della madre, cose
difficili da mandare giù. Doveva vomitare tutto quel risentimento, doveva
prendersi la rivincita con qualcuno. Mi allevò come un vigliacco, un debole;
burlandosi della mia sensibilità femminile ne favorì lo sviluppo: con il suo modo
di fare violento mi fece detestare gli atteggiamenti virili. Poiché suo fratello
abitava in una casa piena zeppa di libri – in genere storie d’amore e di sessualità
ambigua –, mi fece amare la lettura iscrivendomi alla Biblioteca municipale e
poi, invece dei giocattoli, mi diede la libertà di comprare tutti i libri che volevo.
Avevo finito per vivere fra pareti rivestite di libri, come mio zio. Jaime non
memorizzò mai bene il mio nome e sovente, quando decideva di non chiamarmi
Pinocchio, mi chiamava come per sbaglio Benjamincito. Innumerevoli volte
affermò: “Sei l’ultimo Jodorowsky”, instillandomi subdolamente l’idea della
sterilità. Ipotesi... Mi ignorava per colpa del mio naso ricurvo. Gli seccava di
essere russo – era venuto in Cile all’età di cinque anni – ma ancora di più gli
seccava di essere ebreo. Voleva delle radici. Nel Cile di allora, dove i
Guggenheim si erano impossessati delle miniere di rame e di salnitro e poi delle
banche, arricchendosi grazie alla miseria operaia, l’antisemitismo era esploso
come il fuoco in un pagliaio. Al minimo scontro politico, commerciale o per un
banale litigio in strada, si poteva gridare: “Ebreo di merda! Senza patria!”. Per
lui, che aveva la fortuna di avere un naso diritto, il fatto che fossi nato con quel
promontorio ricurvo in mezzo alla faccia era una costante denuncia. Forse per
questo non ricordo di avere mai fatto una passeggiata, di essere entrato in una

pasticceria o in un cinema da solo con lui. Ogni volta che si usciva, lui
camminava sempre al centro, dando un braccio a mia madre e uno a mia sorella,
e io dietro... io nell’angolo più buio del tavolo al ristorante... e io nella galleria
del circo, lontano dal palco dove c’erano loro, vicino alla pista. In realtà la mia
famiglia era un triangolo: padre, madre, figlia, più un intruso... Ipotesi... Jaime,
rimasto orfano di padre all’età di dieci anni, per colpa del trauma rimane
bambino, non cresce mai emozionalmente, così come non gli cresce il pene.
Nessuno lo ha mai amato. Teresa, la madre ideale cui aspira da quando prende
il posto del padre, lo tradisce. Ormai non può più fidarsi delle donne adulte. La
prova: dopo la prima notte di nozze con Sara non ci sono macchie di sangue sulle
lenzuola. L’hanno fregato, la sposa non era vergine. Jaime, senza un soldo in
tasca, abbandona la giovane sposa che è rimasta incinta, e va a fare il minatore
in una fabbrica di salnitro. Un anno dopo, in quel luogo angosciante dove il sale
divora tutti i colori, Sara va a cercarlo con le chiavi di un negozio di Tocopilla e
una bimba fra le braccia. Jaime, vedendo la figlia, vede la propria anima. Per la
prima volta si sente amato. Quegli immensi occhioni verdi sono lo specchio che
corregge la percezione sminuita che ha di se stesso. Raquelita per sempre
vergine, soltanto sua, di nessun altro, potrà vederlo coraggioso, potente, bello,
trionfante... Sara, con la sua dote sotto forma di chiavi, verrà accettata di nuovo
anche se non la perdonerà mai: è una traditrice come Teresa, sposata a lui con
la forza ma innamorata di un altro, di qualche imbecille la cui unica virtù sarà
stata l’avere un pisello grande... Mia madre accettò di sottomettersi e di venire
relegata in secondo piano – seguendo l’ordine di Jashe di servire il proprio
marito e obbedirgli per quanto disprezzabile potesse essere – per non
vergognarsi di fronte alla comunità ebraica. Durante la prima notte del loro
ritrovamento, Jaime la possedette con furia come se volesse punire Teresa, con
lo stesso rancore, lo stesso odio. Lo sperma che mi generò venne lanciato come
uno sputo. Povera Sara, così bianca, così umiliata e che si sentiva, come me,
un’intrusa nella vita. Suo padre era finito arso vivo. A Moisésville, il paese
argentino dove gli emigranti sbarcavano credendo di trovare la nuova Palestina
– in realtà un luogo inospitale –, la gente, vedendo quel fascio di fiamme che
saltellava per strada ululando aiuto, aveva sprangato porte e finestre. Jashe,
incinta di otto mesi, attraverso lo spioncino della porta vide trasformarsi il
biondo marito in uno scheletro nerastro. Tre mesi dopo sposava Moisés
(venditore ambulante di cravatte), dava alla luce Sara e, nei due anni successivi,
generò Fanny e Isidoro. Fanny nacque talmente scura di pelle che la
soprannominarono La Negra. Con i capelli crespi, un labbrone inferiore
prominente e le orecchie a sventola come suo padre, crebbe miope, sgraziata,
orgogliosamente brutta. Ma era astuta e seppe impadronirsi dell’attenzione, del
potere. Piano piano apprese a brandire lo scettro della decenza, regnando con
l’apparenza casta, la morale rabbinica, la reverenza untuosa di fronte alle
dicerie della gente. Logorò la scarsa virilità di Isidoro trasformandolo in un
paggetto obbediente e si piantò al centro della famiglia, spingendo Sara verso la

periferia a forza di battute sarcastiche e critiche. La Saruca era strana, un caso
estremo, non sapeva controllarsi, livida come un cadavere non poteva non
attirare l’attenzione, roba da vergognarsi di fronte alla gente, sarebbe finita
male. La prova: mentre lei sposava un cugino primo affinché non entrassero
estranei in famiglia, Sara si era impegolata con un comunista, un poveraccio, un
assimilato, ancora un po’ ed era un goy. Mia madre, abituata fin da piccola a
lottare (perdendo sempre) per ottenere l’affetto della madre, identificò Raquel
con Fanny, Jaime con la sua Jashe e s’invischiò in una relazione triangolare in cui
l’amore era sostituito dalla gelosia. Ritardò il più possibile la maturazione della
figlia. Fino all’età di tredici anni la costrinse a tenere i capelli cortissimi, con la
nuca rasata, le proibì di usare collane, orecchini, anelli, fermagli, così come lo
smalto per le unghie, ombretti, rossetto, biancheria intima elegante. Un giorno,
aiutata ipocritamente da Jaime, Raquel proclamò la sua rivoluzione arrivando
con una gonna corta, una scollatura vertiginosa, calze di seta, la bocca rossa e
le ciglia finte. Sara, furibonda, le scaraventò addosso una piastra arroventata.
Per fortuna Raquel riuscì a schivarla perdendo soltanto un pezzetto del lobo
dell’orecchio. Vedendo scorrere il sangue, Jaime tirò un pugno nell’occhio a mia
madre. Lei si accasciò sul pavimento contorcendosi come in preda a una crisi
epilettica, gridando il nome della sua Jashe... In quel momento ebbe inizio una
nuova tappa che potei osservare solo da molto lontano, come da un altro
pianeta: la bellezza di Raquel prese a fiorire mentre Sara si rinchiudeva in un
mutismo ostinato. Jaime concesse molti capricci a mia sorella, una sorella che
non mi rivolgeva mai la parola e guardava attraverso il mio corpo come se fossi
invisibile. Io avevo diritto a un vestito, un paio di scarpe, tre camicie, tre paia di
mutande, quattro calzini, un gilè di lana e basta. Mia sorella si fece un
guardaroba con una sfilza impressionante di vestiti, dozzine di stivaletti e
cassetti colmi di ogni genere di biancheria. La chioma lucida, trattata con
shampoo d’importazione, le arrivava fino alla cintola. Truccata, era bella come
le attrici di Hollywood che aveva scelto come modello. Jaime riusciva a
malapena a dissimulare gli sguardi pieni di desiderio. Più volte in negozio,
incrociandola lungo lo stretto corridoio lasciato libero dai banconi, le sfiorava
come inavvertitamente i seni o il fondoschiena. Raquel protestava, furiosa. Sara
arrossiva. A partire dai quattordici anni, davanti alla bellezza di Raquel, i
giovanotti iniziarono ad assediarla con le telefonate. E iniziò anche la folle
gelosia di Jaime. Le proibì di rispondere al telefono (aveva perfino cambiato
numero), le proibì di partecipare alle feste, di avere amici. A me affidò
segretamente l’incarico di sorvegliarla all’uscita da scuola, seguirla quando
andava a fare compere, spiarla in ogni momento. E io nella mia ansia di venire
preso in considerazione, mi trasformai in un feroce detective. Raquel,
condannata alla solitudine, non poté fare altro che chiudersi in camera sua, la
più grande della casa, a leggere riviste femminili in mezzo ai suoi mobili bianchi,
antichizzati nello stile di non so quale re di Francia, oppure suonare Chopin sul
pianoforte a mezza coda, anch’esso bianco e antichizzato. Jaime le aveva

preparato una gabbia camuffata da palazzo. Poiché frotte di ragazzi
aspettavano le fanciulle all’uscita di scuola, mio padre decise di spendere di più
iscrivendo Raquel a un istituto privato in qualità di semiconvittrice. Le alunne
mangiavano e dormivano là dentro cinque giorni alla settimana e uscivano dalla
clausura, cariche di compiti, il venerdì, il sabato e la domenica. Così mio padre si
sentiva al sicuro, nessuno gli avrebbe rubato l’adorata figliola. Errore... La
famiglia Gross, ebrea, fin dal 1915 si era dedicata per mestiere all’istruzione.
Isaac, il padre, professore di storia, profondamente depresso, suicida, venne
sostituito dal figlio maggiore, Samuel, reso zoppo dalla poliomielite. Le lezioni
d’inglese erano impartite da Esther, la vedova, anche lei zoppa, ma di nascita.
Le due sorelle, Berta e Paulina, enormi, obese, anche loro zoppe ma per
problemi ossei, si occupavano dei corsi di ginnastica e ricamo. L’unico a
camminare correttamente era l’altro figlio, Saúl, professore di matematica,
quasi calvo, maniaco dell’ordine, quarantacinque anni... Raquel, che ne aveva
appena compiuti quindici, forse per liberarsi dell’assedio di suo padre dichiarò di
essere innamorata di Saúl Gross, il quale si accingeva a chiedere la sua mano.
Anzi, rivelò di essere incinta. Sara, temendo la vergogna dello scandalo – uno
scandalo che avrebbe causato la morte di sua madre – insisteva affinché le
nozze venissero celebrate al più presto. Jaime, annientato, accettò di ricevere il
futuro sposo. Quando Saúl venne a compiere la visita ufficiale accompagnato
dalla famiglia, le scale tremavano sotto i colpi di tanti bastoni e stampelle. Nella
riunione di famiglia si parlò soprattutto di soldi. Il professore s’impegnò ad
acquistare un appartamento nel centro di Santiago per sistemarsi con Raquel
offrendole il lusso cui era abituata. Jaime, dal canto suo, s’impegnò a farsi carico
delle spese del matrimonio. La cerimonia si sarebbe celebrata in un salone
immenso nelle vicinanze di piazza Diego de Almagro, accanto all’abitazione di
Jashe. Così all’anziana signora sarebbe stato più facile spostarsi. Una settimana
prima del fausto evento, le piccole operaie avevano già confezionato il vestito da
sposa per Raquel, con uno strascico lungo tre metri. Jaime voleva parlare in
privato con Saúl. Io, con la mia deformazione professionale da detective,
appiccicai l’orecchio al buco della serratura e udii quello che i due si dicevano.
Mio padre gli disse in tono tagliente, con la voce incrinata da un amaro rancore:
“Lei farà parte della nostra famiglia. Dobbiamo smussare le asprezze. Mi dica,
come posso nutrire fiducia nel suo decoro se lei, essendo già un uomo maturo,
un professore, ha avuto il coraggio di fornicare con un’alunna, minorenne,
vergine, nel caso specifico mia figlia?”.
“Ma che cosa sta dicendo, don Jaime? Da dove tira fuori una mostruosità del
genere? Per me Raquelita è una dea immacolata, purissima! Ancora oggi, a una
settimana dal matrimonio, non conosco il sapore delle sue labbra.”
“Ma... allora... mia figlia non è incinta?”
“Incinta? Vedere Raquel col pancione che cammina come una papera,
trasformata in una volgarissima donna? Giammai! Non ho in progetto di avere
figli. Di zoppi bastano già mia madre, mio fratello e le mie sorelle. Non tema,

don Jaime. Raquel continuerà a essere quella che era. Non sarò certo io a
umiliare una fanciulla tanto sacra.”
Jaime rimase senza parole per un lungo momento. Credo che fosse diventato
paonazzo in volto. Scacciò con uno spintone il futuro genero, si chiuse nella
stanza sbattendo la porta, urlò un frenetico “Bugiarda!” ed esplose in singhiozzi
di rabbia.
Le nozze furono grandiose. Mi comprarono un paio di calzoni gessati, una
giacca nera, una camicia con il colletto inamidato e una cravatta grigia. Così
vestito mi sentivo ridicolo, ma nessuno dei trecento invitati si accorse di me.
Sara, impegnata a sfoggiare con ogni invitato una falsa felicità, occupata a
sorvegliare che i polli arrosto non si seccassero troppo, che i pesci farciti
fossero freschi, così come il purè di fegatini e l’impasto di uova sode tritate,
intenta a saggiare il buon livello di sapidità agrodolce della minestra di
barbabietola, e infine a dare consigli all’orchestra composta da venti maestri,
non poteva pensare a me. Jaime, a disagio nello smoking preso a nolo, si era
rifugiato nel salotto per fumatori a bere una vodka dopo l’altra. Gli invitati,
ebrei commercianti che non erano legati agli sposi da nessun vincolo di amicizia
profonda, già prima della cerimonia avevano fatto fuori un intero buffet. Un
rabbino ingobbito ululò, più che cantare, il testo ebraico. Sotto il telo
cerimoniale, lui e lei pronunciarono il sì. Saúl, tutto tremante, calpestò un
bicchiere che non si frantumò né al primo, né al secondo né al terzo colpo.
Finalmente esplose al quarto pestone, consentendo all’orchestra di lanciarsi in
un freilaj, una sarabanda che faceva ballare giovani e vecchi, tutti rigidi perché
si sentivano colpevoli di sgambettare di fronte alla sinistra immobilità degli
zoppi Gross. Raquel lanciò il bouquet di rose di carta verso le due cognate in
ghingheri che, simili a ippopotami infuriati, se lo strapparono di mano
riducendolo in mille pezzi. (Berta, un mese dopo, si buttò nuda nel mare, vicino a
Valparaíso. La trovarono sulla spiaggia con le gambe aperte e con un “Brutta!”
scritto sul ventre. Aveva il sesso pieno di cicatrici da bruciature di sigaretta.)
All’improvviso, mentre le donne e i bambini divoravano enormi fette di torta, gli
uomini si precipitarono verso un angolo del salotto e, circondando Jaime in
gruppo compatto, lo trasportarono nel vestibolo. Mi avvicinai a loro: “Che cosa
succede al mio papà?”. “Non è niente, bambino, non è niente. Jaime non è
abituato a bere, e l’alcol, più la felicità, gli hanno dato alla testa.” Riuscii a
sentire la voce di mio padre: “Lasciatemi uscire, voglio spaccare la faccia a quel
farabutto! Non se la merita!”. Seguirono alcuni grugniti. Mani tese gli
tappavano la bocca. Poi il silenzio. La festa proseguiva. Sara si alzò in piedi per
fare un brindisi ma, invece di parlare, si esibì in teatrali lamenti. Jashe la strinse
fra le braccia per consolarla. Fanny batté le mani tre volte, gridò: “Basta, un
matrimonio non è un funerale!”, chiese un altro freilaj, afferrò Jashe e si mise a
ballare con lei seguita dai trecento invitati, indifferente al dolore, simulato o no,
della sorella. Ora tutti sgambettavano senza pudore perché il gruppo degli zoppi

se n’era andato. Anche Raquel e Saúl. Dopo avere saltellato per mezz’ora,
fradici di sudore, gli invitati se ne andarono. Rimase Sara, sola in fondo alla
tavola devastata, a mangiare palline di zucchero argentate, gli ultimi avanzi
della gigantesca torta degli sposi... e io all’altro capo, piegato in avanti, a far
dondolare la mia cravatta come se fosse un pendolo. Il russare di Jaime
accompagnava l’ultimo paso doble dell’orchestra.
Mio padre con quel matrimonio si rovinò. Passò mesi a dare in escandescenze,
a mendicare dilazioni di pagamento ai fornitori, a chiedere denaro in prestito
agli usurai, a risparmiare sulle spese. Per un po’ di tempo ci nutrimmo
principalmente a base di pane e formaggio e caffellatte. Ma come per miracolo,
mio padre risolse ogni problema economico nel momento in cui Raquel ritornò a
casa. Quando Saúl venne a riprendersela, mio padre, sfoderando l’energia
dell’artista da circo, lo mandò via a calci. Il matrimonio venne annullato. A
quanto pareva, lo venni a sapere da una domestica, il marito risultò essere
ancora più geloso di Jaime. Raquel era caduta dalla padella nella brace. Saúl era
talmente geloso che obbligava mia sorella a indossare gonne lunghe fino alle
caviglie, cappelli a larghe tese per nascondere il volto e una fascia che le
nascondesse i seni. Poteva uscire per brevissimi momenti, cronometrati, giusto
il tempo di fare la spesa quotidiana. Raquel, non potendo godere di una vita
sociale, si era comprata un pulcino per avere un po’ di compagnia. La bestiola la
seguiva per tutto l’appartamento, l’aveva scambiata per sua madre. Una
mattina, di ritorno dal mercato, trovò il pulcino impiccato con un laccio delle
scarpe. Un altro giorno Saúl, pensando che la moglie desse troppa importanza al
pianoforte, approfittando che era andata in farmacia a comprare l’aspirina, segò
una gamba al nobile strumento il quale cadde, rovesciandosi sul fianco. Poi
spiegò a Raquel che le formiche avevano rosicchiato quella gamba. Quattro mesi
dopo il matrimonio mia sorella conservava l’imene intatto. Saúl si giustificava
dicendo che non aveva l’erezione a causa delle emorroidi e ogni sera obbligava
la moglie a spalmargli sull’ano della polpa di banana.
Jaime riemerse dal pantano, pagò i debiti, comprò cibi squisiti e ricominciò ad
assumere strilloni per attirare la clientela. Sara invece iniziò ad appassire,
prese il vizio di chiudersi in bagno a fumare di nascosto oppure passava ore a
cucinare dolci ripieni di fragole per mandarli alla madre. Raquel, trincerata in
camera sua, aveva deciso che si sarebbe dedicata per sempre alla poesia.
Con tutto quello che stava succedendo, chi aveva tempo di preoccuparsi della
mia persona? Io non esistevo per nessuno, né per Raquel, né per Sara, né per
Jaime. Sempre dalla domestica ero venuto a sapere che Sara, dopo la mia
nascita, si era fatta legare le tube dichiarando: “Le tube non valgono un tubo!”.
Quando non rimase più nessuna fotografia da bruciare, presi una manciata di
cenere, la sciolsi in un bicchiere di vino e bevvi quel miscuglio grigiastro. I dubbi
erano finiti. Avevo seppellito il passato dentro me stesso.

Compresi allora i soprusi che la mia famiglia mi aveva fatto subire. Vidi con
esattezza la struttura dell’inganno. Mi attribuivano la colpa di ogni ferita che mi
avevano inferto. Il boia non smette mai di proclamarsi vittima. Grazie a un abile
sistema di negazioni, privandomi di ogni genere di informazione – e non sto
parlando di informazione orale ma di esperienze per la maggior parte
extraverbali – ero stato spogliato di ogni diritto, trattato come un mendicante
senza terra al quale veniva offerto con bontà sdegnosa un frammento di vita. I
miei genitori sapevano che cosa stavano commettendo? Assolutamente no.
Senza volerlo, facevano a me quello che era stato fatto a loro. E così, reiterando
di generazione in generazione i misfatti emozionali, l’albero di famiglia
continuava ad accumulare una sofferenza che durava da parecchi secoli.
Domandai al Rebe: “Tu che sai sempre tutto, dimmi che cosa posso pretendere
da questa vita, che cosa mi è dovuto, quali sono i miei diritti fondamentali”.
Immaginai quello che il Rebe mi avrebbe risposto:
“Innanzitutto, dovresti avere il diritto di venire generato da un padre e una
madre che si amino, durante un atto sessuale coronato dal reciproco orgasmo,
affinché la tua anima e la tua carne abbiano come radice il piacere. Dovresti
avere il diritto di non essere considerato un incidente né un peso, bensì un
individuo atteso e desiderato con tutta la forza dell’amore, come un frutto che
deve dare un senso alla coppia, trasformandola in famiglia. Dovresti avere il
diritto di nascere con il sesso che la natura ti ha dato (È sbagliato dire:
‘Aspettavamo un maschietto e invece è nata una femmina’ o viceversa.) Dovresti
avere il diritto di essere preso in considerazione fin dal primo mese della tua
gestazione. Sempre, in ogni momento, la donna gravida dovrebbe accettare di
essere due organismi in via di separazione e non uno solo che si espande.
Nessuno può considerarti responsabile degli incidenti che potrebbero
intervenire durante il parto. Quello che avviene all’interno dell’utero non è mai
colpa tua: per rancore nei confronti della vita, la madre non vuole partorire, e
mediante il subconscio ti arrotola il cordone ombelicale attorno al collo e ti
espelle non ancora formato, prima del tempo. Non volendoti consegnare al
mondo, in quanto sei divenuto un tentacolo pieno di potere, vieni trattenuto più a
lungo dei nove mesi, e il liquido amniotico si sarà seccato bruciandoti la pelle; ti
si fa ruotare fino a che saranno i piedi e non la testa a scivolare verso la vulva, i
morti entrano nel loculo così, con i piedi in avanti; ti si fa ingrassare più del
dovuto così non potrai passare dalla vagina e il parto gioioso verrà sostituito da
un freddo cesareo che non è parto ma estirpazione di un tumore. Rifiutandosi di
accettare la creazione, la madre non collabora con i tuoi sforzi e chiede l’aiuto
di un medico che ti schiaccia il cervello con il forcipe; poiché soffre della nevrosi
da fallimento, ti fa nascere semiasfissiato, azzurrino, costringendoti a
rappresentare la morte emozionale di chi ti ha generato... Dovresti avere diritto
a una profonda collaborazione: la madre deve voler partorire tanto quanto il
bambino o la bambina vogliono nascere. Lo sforzo sarà reciproco e ben
equilibrato. Dal momento in cui tale universo ti produce, è tuo diritto avere un

padre protettivo che sia sempre presente durante la tua crescita. Così come a
una pianta assetata si dà l’acqua, quando manifesti un interesse hai il diritto che
ti venga data la possibilità di realizzarlo, affinché tu ti possa sviluppare sulla
strada che hai scelto. Non sei venuto qui per realizzare il progetto personale
degli adulti che ti impongono mete che non sono le tue, la principale felicità che
ti offre la vita è consentirti di arrivare a te stesso. Dovresti avere il diritto di
possedere uno spazio dove isolarti per costruire il tuo mondo immaginario, per
vedere quello che vuoi senza che i tuoi occhi vengano limitati da una moralità
effimera, per ascoltare le idee che desideri, anche se sono contrarie a quelle
della tua famiglia. Sei venuto qui soltanto per realizzare te stesso, non sei
venuto a occupare il posto di un morto, meriti di avere un nome che non sia
quello di un parente scomparso prima della tua nascita: quando porti il nome di
un defunto, è perché hanno innestato su di te un destino che non è il tuo,
rubandoti la tua essenza. Hai il pieno diritto di non venire paragonato a
nessuno, nessun fratello nessuna sorella vale più o meno di te, l’amore esiste
quando si riconoscono le differenze fondamentali. Dovresti avere il diritto di
venire escluso da ogni litigio famigliare, di non venire preso come testimone
nelle discussioni, di non essere il ricettacolo dei problemi economici degli adulti,
di crescere in un ambiente pervaso di fiducia e sicurezza. Dovresti avere il
diritto di venire educato da un padre e una madre che la pensano allo stesso
modo, avendo appianato le loro divergenze nell’intimità. Se divorziassero,
dovresti avere il diritto di non essere costretto a guardare gli uomini con gli
occhi risentiti di una madre né le donne con gli occhi risentiti di un padre.
Dovresti avere il diritto di non venire sradicato dal luogo in cui hai i tuoi amici,
la tua scuola, i tuoi professori prediletti. Dovresti avere il diritto di non venire
criticato se scegli una strada che non rientra nei piani di chi ti ha generato; il
diritto di amare chi desideri senza avere bisogno di un’approvazione; e quando ti
sentirai capace di farlo, dovresti avere il diritto di lasciare il nido e andare a
vivere la tua vita; di superare i tuoi genitori, di andare più avanti di loro, di
realizzare quello che loro non hanno potuto fare, di vivere più a lungo di loro.
Infine, dovresti avere il diritto di scegliere il momento della tua morte senza che
nessuno ti mantenga in vita contro la tua volontà”.

3

Getta le ghiande al tacchino... che io alla tacchinella getterò... zucchero, cannella e chiodi di
garofano. [N.d.T.]
4

sto sentirmi saggio fino ale, / perché lamentarci? / Pioggia notturna, casa deserta. / I miei passi
sul cammino / si stanno dissolvendo... [N.d.T.]
5

Questo sentirmi saggio fino al tedio / guardando passare il carnevale impazzito / che sventola

procaci bandiere per le strade / come se tutti fossero morti vestiti d’oro / mentre io del mio angolino
faccio un tempio deserto... [N.d.T.]

Primi atti

Se Matucana mi si presentava come un carcere soffocante, il mio corpo mi
dava la stessa sensazione. Sentendomi a disagio con me stesso, avevo deciso di
rifugiarmi nell’intelletto. Vivevo rinchiuso all’interno del mio cranio, levitando a
qualche metro di altezza da un decapitato che mi era estraneo. Mi percepivo
come una moltitudine di pensieri disordinati, pensieri che alla fine perdevano
significato trasformandosi in grovigli di parole vuote, prive di radici che si
alimentassero della mia essenza. Ero un pozzo prosciugato, per cui le frasi
galleggiavano a mezz’aria formando una rete angosciosa. Sapevo di essere da
qualche parte dietro alla mia fronte, ma mi era impossibile dire chi o che cosa
fosse quell’Io. Il freddo, il caldo, la fame, i desideri, il dolore, le pene sgorgavano
lontano da me, come nel corpo di un estraneo. A mantenermi in vita era soltanto
la capacità di fantasticare. Vivevo sognando avventure in paesi esotici, magnifici
successi, fanciulle addormentate con una perla fra le labbra, elisir che
concedevano l’immortalità. E comunque ogni desiderio si riassumeva in una sola
parola: “cambiare”. La qualità fondamentale perché potessi amarmi era
diventare quello che allora non ero. Attendevo, come il rospo attende la
principessa, che un’anima superiore e compassionevole vincesse la ripugnanza e
si avvicinasse a darmi il bacio della conoscenza. Malauguratamente potevo
contare soltanto su due amici irreali, il Rebe e Alejandro anziano. Per ciò che
volevo ottenere avevo bisogno di qualcosa di più di un paio di fantasmi. Decisi di
aiutarmi da solo.
Dopo meditazioni che mi parvero eterne non ero riuscito a dissolvere il mio
intelletto nel corpo. Avevo scoperto che uscire dalla mia testa era impossibile
come fuggire da una cassaforte. Impossibile cedere alla carne la supremazia
della mia identità. Decisi allora di percorrere il cammino opposto: visto che non
potevo scendere, avrei fatto risalire tutte le mie sensazioni! Puro intelletto,
iniziai ad assorbire la mia forma fisica, poi presi a incorporare i bisogni, i
desideri, le emozioni. Esaminavo tutto ciò che sentivo, e poi come mi sentivo a
sentirlo. Capii che la cosiddetta “realtà” era una costruzione mentale. Illusione
completa? Non ci è dato di saperlo. Ma con ogni evidenza non avrei mai
percepito nella sua interezza quello che in me c’era di reale. L’intelletto mi
avrebbe sempre fornito un fantasma incompleto, deformato da una falsa
consapevolezza di me stesso, quella che mi era stata inculcata dalla mia
famiglia. “Vivo, male, all’interno di un pazzo! La mia barca razionale naviga

nella demenza!” Quello che all’inizio mi pareva un incubo piano piano si
trasformò in speranza. Tutto ciò che avvertivo come “la mia essenza” erano
immagini illusorie, per nulla diverse da quelle di un sogno, pertanto avevo la
possibilità di cambiare la percezione di me stesso.
Ebbe inizio un lungo processo. Concentrai la mia attenzione sui piedi. Li
sentivo pesanti, insensibili, lontani, incapaci di un vero equilibrio. Cominciai a
immaginarmeli leggeri, affusolati, sensibili, sicuri, le dita tese che si
addentravano intrepide lungo i sentieri della vita. Mi immaginai con i piedi di
Cristo, trafitti dall’unico chiodo che li fa aderire al dolore del mondo, squarcio
sanguinante che offre al lamento la possibilità di salire in alto, trasformandolo in
preghiera. Immaginai che le ferite che mi facevano soffrire non fossero soltanto
mie ma dell’umanità intera e tramite esse assorbivo la sofferenza altrui per
farla circolare nel mio sangue, che era un balsamo, e la trasformava in felicità.
Quindi mi concentrai sulle mie ossa, le sentii una a una. Avevo proprio
dimenticato quell’umile struttura! Me l’ero trascinata dietro come un simbolo di
morte senza rendermi conto della sua forza vitale. Ricreai il mio scheletro
fornendogli una materia forte e flessibile come l’acciaio delle spade: ossa quasi
prive di peso e con un midollo di lava incandescente, simili a quelle che
conferiscono regalità al volo dell’aquila. All’improvviso mi resi conto di avere
creato lo scheletro di un ballerino. Lo scheletro del nonno materno. Allora,
senza intervento volontario da parte mia, intorno a quella luminosa struttura
composta da muscoli allungati e possenti sentii formarsi viscere indistruttibili e
una chioma fluente, dorata, che mi ricadeva sulle spalle come un’aureola liquida.
Capii che, durante la mia gestazione, Sara non aveva mai smesso di ricreare suo
padre, il mitico danzatore tramutato in torcia ardente. I suoi desideri mi si
erano infiltrati nelle cellule dando ordini che contrastavano il mio sviluppo
naturale e mi avevano spinto a nascere lanciando grida d’insoddisfazione. Io ero
io, che peccato! Non il gigante alto due metri e venti, Ercole solare quasi privo
di peso. Per essere amato dovevo trasformarmi in quel mito. Il morto che
ardeva era il mio ideale di perfezione... Mi venne voglia di disfare tutto quel
lavoro e immaginarmi un altro corpo ideale. Eppure, nonostante i miei sforzi,
non riuscivo a eliminarlo. Dovetti riconoscere che quel modello ce l’avevo nei
geni, ogni cellula del mio corpo anelava a essere lui. Continuare la lotta per
cambiare la mia effigie sarebbe stato come ingannare me stesso. Forse da
secoli, di antenato in antenato, la natura stava tentando di riprodurre quell’ente.
Perché non obbedire? E se farlo mi trasformava, in senso metaforico, nel padre
di mia madre, perché no? Lei sognava di essere figlia di un uomo forte ma
sensibile, un artista. Una volta Sara mi raccontò fra le lacrime che suo padre,
Alejandro Prullansky, mentre danzava per strada trasformato in una rosa di
fiamme, invece di lamentarsi urlava poesie fino a sgretolarsi in cenere.
Sentirmi vivere in un corpo immaginario così aggraziato mi conferì movimenti

che fino ad allora non avevo mai conosciuto. Lo spazio che prima mi sembrava
un terribile abisso mi avvolse come una morbida coperta indicandomi la via da
percorrere, si tramutò in tappeto e soffitto che protegge, si protese verso
l’orizzonte come un’arpa, si eresse davanti a me offrendomi infinite finestre. Per
la prima volta mi sentivo bene al mondo. Scomparve ogni sensazione di
divergenza. Innumerevoli filamenti invisibili mi univano al fondo della terra, al
paesaggio, al cielo. Il pianeta intero, lambendomi la pianta dei piedi, mi spingeva
a danzare, a saltare sempre più in alto, ad andare al di là delle stelle, fino in
fondo al firmamento.
Quello che sto raccontando potrebbe sembrare assurdo. A che mi serviva
ingannarmi da solo? In realtà a quel tempo ero un giovane che si sforzava di
fuggire dal peso opprimente della depressione, e l’idea di immaginarmi privo di
peso e pieno di forza fu un salvagente che mi impedì di affogare nelle trappole
della famiglia aiutandomi a intraprendere un’attività liberatoria. Ma senza una
guida, da dove cominciare? A volte, nella prostrazione più grande, quando ci
sentiamo completamente abbandonati, quando meno ce lo aspettiamo appare un
segno che ci indica la via da seguire. Chi osa avanzare al buio, anche se ha
perso la speranza, alla fine trova una meta luminosa. Su una pagina strappata
che il vento autunnale fece cadere ai miei piedi, lessi un testo che mi fece capire
che ero sulla buona strada: “L’iniziato che in buona fede si lancia all’assalto
della Verità per trovare soltanto, ovunque, l’inesorabile barriera che lo respinge
verso il ‘tumulto ordinario’, ascolta il Maestro che gli dice: ‘Attento, c’è un
muro!’. ‘Ma questo muro è provvisorio?’ domanda l’anima inquieta, ‘debbo
oltrepassarlo oppure abbatterlo? È un avversario? È un amico?’ ‘Non te lo
posso dire. Devi scoprirlo da solo’”.
Chi aveva scritto quelle righe che un foglio di carta trasportava fino a me,
svolazzando come una farfalla sudicia? Mi si voleva forse dire che la mia misera
persona meritava che la magica casualità si occupasse di lei? Che non ero un
ente vuoto, e dentro di me avevo il potere di attraversare o abbattere il muro
perché ero io ad averlo costruito? Dicendo “Attento, c’è un muro!” il Maestro
intendeva che il discepolo, per distrazione, non lo vedeva. Forse confondeva la
barriera con la realtà, facendo dei propri limiti mentali la natura del mondo. Mi
riconoscevo in quel ritratto: da bambino mi avevano privato della libertà, la mia
mente era limitata da un recinto che le impediva di espandersi. Chiusi gli occhi.
Mi vidi immerso in una sfera nera. Era quello il muro. Non appena chiudevo le
palpebre mi sentivo compresso all’interno di un cranio oscuro. E sentendomi
cieco perdevo ogni possibilità di essere. Perdere la visione del mondo esterno
era perdere me stesso. Se mi tappavo le orecchie con le mani, la solitudine
aumentava. Separato dalla luce e dal suono, la mia misera condizione, la
sensazione di non avere un senso, il mio nulla si manifestavano con implacabile
crudeltà. In effetti tutto quel nero è impalpabile, mi dissi. E se è impalpabile
potrebbe non essere una barriera compatta bensì uno spazio infinito. Ci siamo!


Documenti correlati


Documento PDF alejandro jodorowsky la danza della realta 2006 biografico
Documento PDF seduccion elite alvaro reyes day game
Documento PDF curr rass riccardino
Documento PDF il giardino delle ortiche 2006 14
Documento PDF operation manual primus 823 it
Documento PDF la danza delloscurita


Parole chiave correlate