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Lettura.All.Il.Corriere.della.Sera.14.06.2015.By.PdS .pdf



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Anno 5 - N. 24 (#185) Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano - Supplemento culturale del Corriere della Sera del 14 giugno 2015, non può essere distribuito separatamente

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#185

Domenica
14 giugno 2015

Cory Arcangel

per il Corriere della Sera

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2 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Sommario

Il dibattito delle idee
corriere.it/lalettura
L'inserto continua online
con il «Club della Lettura»:
una community esclusiva
per condividere idee e opinioni

4

Il dibattito delle idee
L’economia on demand
Così internet e app
cambiano il lavoro. E la società
di MASSIMO GAGGI

5

Migrazioni sul web
Un algoritmo svela
la nostra cittadinanza digitale
Attenti alla privacy
di PIETRO MINTO

Orizzonti

6

Dieci anni di celebrazioni
Siamo tutti kantiani,
anche senza saperlo
di DONATELLA DI CESARE

9

Visual data
Perse in un secolo
152 specie di vertebrati

Biologia In teoria la selezione naturale dovrebbe privilegiare gli egoisti. Non è così

L’altruismo
(ma non troppo)
fa bene

di LEONARDO CAFFO

Caratteri

10

Il tiranno e l’eretico
Stalin curava i dettagli
(in casa come nel Gulag)
di TOMMASO PIFFER

11

Il sorriso ingannatore di Tito
marxista con gusti da arciduca

La solidarietà ha favorito l’evoluzione
Gli eccessi però rendono integralisti
di TELMO PIEVANI

di PATRICK KARLSEN

12

Narrativa italiana
L’esordio di Cristina Battocletti
in un paese popolato
da incubi e assassini
di DANIELE GIGLIOLI

13 L’intervista
Lupita, poliziotta e resistente:
il nuovo libro di Laura Esquivel
di ELISABETTA ROSASPINA

14

Le classifiche dei libri
La pagella
di ANTONIO D’ORRICO

Sguardi

16

Mercato
La Fiera insegue il mercato
E il mercato insegue la Fiera
Al via «Art Basel»
di STEFANO BUCCI con un articolo di
PAOLO MANAZZA

18 Personaggi
Lo skateboarder Ed Templeton
«Racconto la vita
da un ponte in California»
di MARIA EGIZIA FIASCHETTI

19

A Ferrara e Barcellona
Picasso, Dalì e Gaudì:
l’avanguardia
una, trina e spagnola
di VINCENZO TRIONE

Percorsi

21

Scienze
Bella come un parallelogramma
Il fascino dei numeri
ha conquistato le librerie
di GIULIO GIORELLO

22 Il racconto
«L’inferno esiste»
Siete disposti a svelare
questo tremendo segreto?
di GLENN COOPER

I

l rompicapo dell’altruismo angustiava già Charles Darwin. La selezione naturale, infatti, favorisce tratti che portano un individuo a sopravvivere e a riprodursi meglio dei suoi simili. Siamo di
fronte a un processo individualistico e non preveggente: la variazione vantaggiosa deve premiare il singolo individuo nel corso della sua vita ed
essere trasmissibile alla generazione successiva. Eppure
Darwin, da buon osservatore, si accorse che la natura
trabocca di comportamenti altruistici, di animali che sacrificano la loro vita (come l’ape che si suicida emettendo il pungiglione) e di milioni di individui (come le operaie e le soldatesse sterili in api, vespe e formiche) che
addirittura rinunciano a riprodursi per servire la loro
comunità. Un altruista non dovrebbe già essere estinto?
Come si spiega il successo evolutivo di tutti quei gesti
che aumentano le probabilità di sopravvivenza e riproduzione degli altri a scapito di quelle dell’altruista?
Il naturalista inglese abbozzò un’ipotesi esplicativa. In
alcuni casi l’individuo preferisce cooperare con gli altri
perché in questo modo il suo gruppo diventa più forte e
coeso, vincendo la competizione con altri gruppi. Il singolo rinuncia ai propri interessi a favore del gruppo, che
in cambio lo proteggerà insieme ai suoi parenti e ai suoi
figli. L’idea è ingegnosa, ma si espone a un altro rompicapo non meno insidioso: se in un gruppo di cooperatori compare un egoista che inizia a fare gli affari propri,
costui godrà di un doppio vantaggio darwiniano perché
difende egoisticamente se stesso e al contempo beneficia dei comportamenti altruistici di chi lo circonda (un
ottimo esempio è l’evasore fiscale). Si tratta del noto argomento del free rider, il battitore libero che dovrebbe
sempre ribaltare la situazione e sbaragliare i cooperatori, disgregando qualsiasi gruppo di altruisti. Come mai,
invece, in natura la cooperazione di gruppo vince così
spesso sull’egoismo individuale e i free rider restano tutto sommato (fatta eccezione per gli evasori fiscali in alcuni Paesi) una piccola minoranza sotto controllo?
Evidentemente esiste qualche meccanismo che impedisce la sovversione interna da parte del free rider e fa
prevalere l’altruismo. Alcuni grandi evoluzionisti del secolo scorso, come William Hamilton, pensarono di
averlo trovato al livello della trasmissione dei geni. Nel
gruppo, infatti, è probabile che vivano anche i nostri parenti stretti: fratelli e sorelle, figli, cugini, ognuno dei
quali condivide con noi una certa percentuale degli stessi geni. Ciò significa che, se io sono altruista verso il mio
gruppo, sacrifico sì i geni di cui sono portatore diretto,
ma favorisco la sopravvivenza e la riproduzione di chi
porta con sé una parte dei miei stessi geni. In altri termini: puoi anche rinunciare a trasmettere i tuoi geni se così facendo garantisci il successo di due o più fratelli, di
quattro figli o di otto cugini. Si chiama «selezione di parentela» e sul piano strettamente darwiniano funziona.
Se questa è la chiave di lettura, significa che l’altruismo — termine coniato nel 1851 dal sociologo Auguste
Comte e posto al centro della sua positivistica «religione
dell’umanità» — in realtà non esiste. È soltanto una for-

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i
DAVID SLOAN WILSON
L’altruismo
La cultura, la genetica
e il benessere degli altri
Traduzione
di Andrea Migliori
BOLLATI BORINGHIERI
Pagine 162, 19,50
In libreria dal 18 giugno
L’autore
Nato nel 1949, lo scienziato
americano David Sloan
Wilson insegna Biologia e
antropologia presso la
Binghamton University,
incorporata nella State
University of New York
Bibliografia
Alcuni testi dedicati allo
stesso tema: Matthieu
Ricard, Il gusto di essere
altruisti (Sperling & Kupfer,
2015); Michael Tomasello,
Altruisti nati (Bollati
Boringhieri, 2010); Martin A.
Nowak con Roger Highfield,
Supercooperatori (Codice
Edizioni, 2012); Silvia
Bonino, Altruisti per natura
(Laterza, 2012)

ma indiretta di egoismo genetico e in natura l’individuo
risponde comunque e sempre ai propri interessi particolari. Non tutti gli evoluzionisti condividono però questa visione cruda. Molte ricerche mostrano che l’altruismo si manifesta spesso in gruppi in cui le probabilità di
favorire un proprio parente stretto sono basse. Lo troviamo anche in situazioni in cui l’individuo agisce da altruista senza aspettarsi una ricompensa, cioè un atto reciproco di restituzione del favore. Essere altruisti conferisce autorevolezza sociale e reputazione. I battitori liberi, al contrario, vengono sanzionati. Qualcosa di
nascosto nella logica stessa del gruppo, e non soltanto
l’egoismo genetico, spiega l’evoluzione dell’altruismo.

Questa è la tesi del biologo statunitense della Binghamton University, David Sloan Wilson, esposta nel libro L’altruismo. La cultura, la genetica e il benessere
degli altri (Bollati Boringhieri). Tutto nasce da un calcolo matematico. Se una popolazione biologica è uniforme e ognuno gioca per sé, allora prevale l’egoismo individuale. Se invece una popolazione è divisa in gruppi
che competono fra loro, può avvenire un fenomeno particolare: di generazione in generazione, all’interno di
ciascun gruppo, gli egoisti tenderanno a prevalere (secondo il principio del free rider), ma un gruppo pieno di
cooperatori avrà successo sugli altri gruppi e crescerà di
dimensioni, facendo aumentare quindi anche il numero dei cooperatori. Mettendo sulla bilancia egoisti e altruisti, alla fine i secondi saranno di più, nonostante la
continua minaccia dei battitori liberi all’interno di ciascun gruppo.
Il segreto sta in un continuo bilanciamento fra la selezione a livello individuale all’interno dei gruppi (che favorisce gli egoisti) e la selezione fra gruppi, che premia
la cooperazione. La selezione opera quindi a più livelli.
Quando prevale la forza del gruppo, come nelle specie
sociali quali la nostra, l’altruismo diventa una strategia
vincente. I gruppi, diversi uno dall’altro per numero di
egoisti e altruisti, competono fra loro e la cooperazione
si diffonde.
L’altruismo quindi non è un esito accidentale dell’evoluzione. Il lavoro di squadra rappresenta l’adattamento distintivo della nostra specie, il che mostra peraltro quanto sia fuorviante la metafora della «sopravvi-

La selezione darwiniana opera a più livelli,
individuale e collettivo. Se prevale la forza del
gruppo, come nelle specie sociali quali la nostra,
l’altruismo diventa una strategia vincente
e la cooperazione si diffonde sempre di più

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Risate al buio
di Francesco Cevasco

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 3
L’Inno di Moroder
L’hanno snobbato tutti. Da Berlusconi a
Ciampi (che pure nel 2005 lo nominò
commendatore) a Renzi (che forse non ha
ancora ricevuto la sua nuova proposta). Ma
quello che noi chiamiamo semplicemente

Moroder (Oscar, Grammy, Dischi di platino)
s’è messo in testa da decenni di riscrivere
l’inno d’Italia. Pensate che gioia — che inno!
–— se a rifare Fratelli d’Italia fosse uno che si
chiama Hansjörg e che è nato a St. Ulrich.

Zhu Weibing (1971, provincia dell’Heilongjiang,
Cina) e Ji Wenyu (1959, Shanghai, Cina),
People holdingflowers (2007, tessuto,
filo, gesso, colori acrilici, particolare), Brisbane,
Australia, Queensland Art Gallery

Si può essere altruisti per le motivazioni più diverse
(alcune delle quali, peraltro, egoistiche), ma ciò che
conta secondo Wilson non sono le ragioni o i sentimenti che portano all’altruismo, bensì le azioni stesse che favoriscono gli altri. È il loro successo evolutivo antico che
dobbiamo spiegare, tanto nell’evoluzione biologica
quanto in quella culturale umana. Quando i componenti di un gruppo coeso e ben organizzato coordinano in
modo funzionale le loro attività in vista di uno scopo comune, diventano più potenti di qualsiasi individuo (e
anche più efficienti nel gestire i beni comuni, secondo
le teorie di Elinor Ostrom, Nobel per l’economia nel
2009). Altruismo significa dunque diventare parte di
qualcosa di più grande.

venza del più forte» (del tutto assente nell’Origine delle
specie di Darwin). In natura l’adattamento è sempre relativo a un contesto di relazioni: qualche volta sopravvive il più abile, il più flessibile, talvolta il più forte, talaltra
il più opportunista, il più fortunato, e spesso il più altruista. Se visto nel contesto del singolo gruppo, l’altruismo
è costoso, ma se alziamo lo sguardo alle dinamiche fra
più gruppi che competono fra loro diventa molto remunerativo. In sintesi: all’interno di un gruppo l’egoismo
batte l’altruismo, ma i gruppi altruisti battono i gruppi
egoisti. Darwin, tutto sommato, c’era andato vicino.

Le società umane, secondo Wilson, devono
ora avviarsi verso un «altruismo planetario»
che consideri come obiettivo il benessere
del mondo. Forse non tutti però gradirebbero
far parte di una società alveare su larga scala

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L’agile introduzione di Wilson a questi temi propone
anche un’educazione sociale all’altruismo nella scuola e
nella vita, sperimentata nei quartieri di Binghamton.
L’obiettivo è favorire ambienti sociali che permettano
all’altruismo di imporsi in un mondo competitivo. Non
manca un duro attacco ai «fondamentalisti del mercato» e a coloro che considerano egoismo e avidità come
spinte propulsive dell’economia. Il libro è un inno alla
potenza dei gruppi organizzati, ritenuti persino capaci
di esibire un’«intelligenza collettiva», concetto controverso in campo scientifico. Talvolta l’associarsi in gruppo ha un tale successo da trasformarsi in un tutt’uno,
cioè in un «super organismo» che si comporta come se
fosse un singolo anche se in realtà è composto da milioni di individui. La selezione egoistica all’interno del
gruppo in questi casi recede (ma non scompare mai, come nel caso delle cellule tumorali che proliferano a scapito dell’organismo a cui appartengono) e così emerge
un nuovo livello di cooperazione. Le società umane, secondo l’ottimistica visione di Wilson, rappresentano un
nuovo stadio dell’evoluzione e devono ora avviarsi verso
un «altruismo planetario» che consideri come suo
obiettivo il benessere di tutto il mondo.
Forse non tutti però gradirebbero far parte di una società alveare su larga scala, o di un super organismo policentrico come quello prefigurato dall’autore. I gruppi
umani (cementati secondo Wilson da una selezione culturale di gruppo, in cui le religioni hanno svolto un ruolo cruciale di collante) presentano anche patologie ed
eccessi, come il tribalismo, il conformismo sociale e
l’integralismo. Un altruista troppo zelante e mal indirizzato può fare disastri. Benché Wilson non ne parli, è una
diretta conseguenza della sua teoria: la cooperazione
che ha reso così forti i nostri gruppi non sarebbe stata
possibile senza il conflitto tra i gruppi stessi. L’altruismo
è una strategia vincente per il nostro «noi» (il gruppo
dei nostri simili), ma trova in chi è «altro da noi» il suo
potenziale nemico. La specie umana sarebbe cioè socialmente ambivalente: cooperazione e aggressività nascono da una matrice comune, ovvero la nostra evoluzione in piccoli gruppi in competizione. Così il conflitto,
paradossalmente, potrebbe aver nutrito il nostro altruismo. L’impressione è che solo una lunga evoluzione culturale e sociale potrà liberarci da questo retaggio ambiguo e insegnarci a considerare come nostro gruppo di
appartenenza l’intera specie umana.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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4 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Il dibattito delle idee
Tendenze All’inizio fu Uber. Oggi
il fenomeno della «sharing economy»,
partito dall’America nel 2009, sta
prendendo una forma profondamente
nuova. In molte città degli Stati Uniti
internet e app modificano
comportamenti e attitudini.
Costringendo a riscrivere le regole

Graham Caldwell (Filadelfia,
1973), Compound Eye (2008,
specchi, acciaio, materiali
vari), Knoxville
Museum of Art, Usa

dal nostro inviato a New York
MASSIMO GAGGI

D

a Berlino a Milano passando per
San Francisco — la città nella
quale la società è nata e ha la sua
sede — continuano ovunque le
contestazioni dei tassisti contro
Uber. Le amministrazioni locali corrono ai
ripari cercando di regolamentare e, in
qualche caso, vietare il servizio di auto
pubblica esercitato saltuariamente da privati affiliati alla sua rete digitale. Protestano i tassisti spiazzati, ma cominciano a farsi sentire anche gli autisti di queste vetture,
i cui guadagni dipendono dalle politiche
tariffarie decise, area per area, dalla società
fondata nel 2009 da Travis Kalanick: strategie che possono cambiare repentinamente
e senza preavviso né spiegazione. E comincia a serpeggiare un certo malessere anche
tra gli utenti: per l’incertezza delle tariffe,
che salgono vertiginosamente nelle ore di
punta o se, ad esempio, nevica, ma anche
perché molti cominciano solo ora a rendersi conto che, oltre all’autista, anche il
passeggero è assoggettato a un sistema di
rating, di valutazione. Se non piaci agli autisti, molti di loro ti eviteranno, con conseguenze negative sui tuoi tempi d’attesa.
Sembra il ritratto di un’azienda magari
vitale, ma in piena crisi. E invece Uber continua a espandersi: è ormai arrivata in quasi 250 città di 55 Paesi, sta entrando perfino
nell’Africa equatoriale e nel business dei risciò di Nuova Delhi e, a giudicare dalle cifre
pagate dagli investitori che hanno comprato quote della società (che non è in Borsa),
il valore di Uber continua a crescere: 17 miliardi di dollari un anno fa, 40 a fine 2014,
50 in base alle transazioni di poche settimane fa.
Bolla? Forse sì, ma se fosse confermato
in un collocamento, questo sarebbe il valore più alto di una start up in tutta la storia
del capitalismo (attualmente il record è

L’economia
i on demand
Bibliografia
Sui temi della nuova
economia basata su
condivisione, internet e
sostenibilità è appena stata
pubblicata la guida
Crowdsourcing: Uber, Airbnb,
Kickstarter, & the Distributed
Economy (Lightning Guides,
pagine 118, $ 8,99). Tra le
uscite recenti c’è Mi fido di te.
Lavorare, viaggiare, mangiare,
divertirsi di Gea Scancarello
(Chiarelettere, pagine 235,
13,90). Segnaliamo
inoltre Collaboriamo!
Come i social media ci aiutano
a lavorare e a vivere bene
in tempo di crisi
di Marta Mainieri (Hoepli,
pagine 240, 18). Lo studio
di Alan Krueger citato
nell’articolo, An Analysis
of the Labor Market
for Uber’s Driver-Partners
in the United States,
è disponibile
online all’indirizzo
https://goo.gl/v4DNL9

Panni sporchi? C’è Washio. Frigo vuoto? C’è Instacart
I «servizi su richiesta» cambiano il lavoro. E la società
della cinese Xiaomi, valutata 46 miliardi alla vigilia dell’Ipo). Uber, comunque, è solo
la punta di un iceberg: continuano, infatti,
a moltiplicarsi nei settori più disparati i
servizi che imitano il suo modello di business. Tutto cambia rapidamente e Ubernomics, neologismo fortunato fino a qualche
mese fa, rischia già di diventare un termine
quasi obsoleto: scavalcato dall’introduzione del verbo Uberize, che per Nassim Taleb
(il teorico del «cigno nero») significa soppressione della figura dell’intermediario, e
dai sempre più frequenti riferimenti all’uberizzazione dell’ufficio ma anche di
tante altre cose: perfino della cucina, rifornita e attivata da vari servizi on demand.
Così Ubernomics diventa sinonimo di
qualcosa di più ampio: quello che il Center
for Global Enterprise dell’Ibm e l’Università
di Stanford hanno definito «The Emerging

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Platform Economy» in studi che, peraltro,
sono ancora in corso.
La filosofia di base è quella dell’economia della condivisione, ma si va molto più
in là. Gli esempi — o, se volete, i cloni di
Uber in altri campi — sono ormai un’infinità, almeno in termini di servizi su domanda attivabili via smartphone e app in
varie città americane. Problemi di lavanderia? C’è Washio. Casa da pulire? Ci si rivolge
a Handy, a My-Clean o a Homejoy. Hai dimenticato di fare un regalo? TaskRabbit
manda qualcuno a comprarlo. A impacchettarlo e consegnarlo ci pensa Shyp. In
cucina, poi, c’è solo l’imbarazzo della scelta: Instacart e Blue Apron per riempire il
frigorifero, SpoonRocket per i pasti consegnati a domicilio, mentre KitchenSurfing ti
manda il cuoco a casa. Tutto più o meno
garantito da un sistema di rating.

Vale anche per i professionisti della sanità o dell’amministrazione: con l’applicazione Medicast puoi avere la visita a domicilio
di un medico entro due ore, mentre se hai
bisogno di un avvocato c’è Axiom. Eden
McCallum procura consulenti aziendali,
Appirio esperti di coding alle società che
hanno bisogno di sviluppare un nuovo software.
In cosa tutto questo è diverso dal lavoro
dei freelance che, almeno negli Stati Uniti,
è già diffuso da una decina d’anni? Intanto
l’accelerazione. Sara Horowitz ha creato la
Freelancers Union (più una società di servizi per i lavoratori indipendenti che un vero
sindacato) nel 2001 negoziando ad esempio polizze sanitarie per qualche decina di
migliaia di prestatori d’opera indipendenti. Oggi, grazie soprattutto all’accelerazione
resa possibile dall’economia delle app, i

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Sopra le righe
di Giuseppe Remuzzi

freelancer americani sono 53 milioni: il che
significa che un lavoratore su tre svolge, almeno in parte, un’attività indipendente.
Con la crescita dell’economia on demand
cambia il mercato del lavoro, ma ne risente
anche la struttura delle imprese.
L’economia della condivisione è stata
spesso percepita negli anni come un sistema di nicchie non necessariamente destinate a consolidarsi. Mercati efficienti ma limitati come Craiglist o eBay che consentono di riutilizzare e restituire valore a cose
altrimenti destinate a essere accantonate.
Per qualcuno servizi utili, per altri mode
transitorie. Con un significato sociale rilevante che non veniva studiato a fondo, visto
il limitato impatto del fenomeno. Ora le cose cambiano rapidamente: secondo uno
studio di PricewaterhouseCoopers la sharing economy, che ancora nel 2013 in America non valeva più di 15 miliardi di dollari,
cresce rapidamente, a un ritmo superiore
al 25 per cento l’anno: entro il 2025 arriverà
a valere più di 335 miliardi.
Insomma, il fenomeno sta diventando
imponente e attira analisi sempre più approfondite: chi sono i vincitori e i perdenti
della condivisione? Quella veicolata attraverso le app è un’offerta aggiuntiva che aumenta il volume dell’attività economica e
l’efficienza e la qualità dei servizi? O si rischia di frammentare l’esistente e di cannibalizzare meccanismi che fin qui hanno
funzionato abbastanza bene?
Non mancano i critici, non solo tra chi
diffida dell’innovazione, ma anche tra gli
animatori dei siti di tecnologia: gente convinta che i servizi di autotrasporto via app
(quindi in primo luogo Uber, ma anche
Lyft, Sidecar e altri) rischino, se non regolati, di demolire gli altri sistemi di trasporto
pubblico. Non parliamo solo di taxi, ma anche delle reti di bus che potrebbero non sopravvivere a una concorrenza concentrata
solo sulle linee più remunerative. Chi domina questi mercati, poi, può sbattere fuori i concorrenti abbassando artificialmente
i prezzi e poi, conquistato un semi monopolio, può improvvisamente rialzare le tariffe.
Ma lo studio più autorevole sull’attività
degli autisti di Uber, quello condotto dal
docente di Princeton Alan Krueger, l’ex capo dei consiglieri economici di Barack
Obama alla Casa Bianca, giunge a conclusioni più confortanti: problemi ce ne sono,
ma il servizio della società di Kalanick contribuisce ad aumentare l’occupazione, consente a molti di integrare uno stipendio
troppo magro con un secondo lavoro part
time e mette a disposizione dei clienti un
sistema di trasporto alternativo che è aggiuntivo e non sostitutivo rispetto a quello
tradizionale.
Una discussione potenzialmente senza
fine che ricorda quella sull’introduzione di
servizi di autobus privati low cost tra le Chinatown di New York e Washington sui quali si pagano 15 o 20 dollari, molto meno rispetto al treno e anche al bus di linea: c’è
chi vorrebbe bloccarli ritenendo questi veicoli poco sicuri, anche perché spesso affidati ad autisti poco esperti o costretti a turni molto faticosi. Per altri, invece, l’enorme
convenienza prevale su tutto. A ben vedere,
poi, nella sharing economy, Uber e i suoi
fratelli sono destinati a seguire un percorso

»»»

Glossario
Economia on demand
L’economia «su richiesta»
si basa sul principio di
connettere — tramite
internet — i clienti
direttamente
ai professionisti freelance,
che offrono il servizio
richiesto in tempi rapidi e a
costi ragionevoli
Sharing economy
Modello economico basato
sulla condivisione di beni e
servizi, legato al concetto di
utilizzo e di accesso in
contrapposizione a quello di
proprietà. Sono messi in
condivisione su piattaforme
tecnologiche servizi che
possono essere usati da
molti: automobile, musica,
appartamenti, libri. Il
processo tra il cliente e il
servizio è agevolato da app
o siti che trattengono una
percentuale
Caring economy
Sostenibilità,
consapevolezza e
cooperazione globale sono i
pilastri della caring economy,
un modello economico che si
basa su un approccio più
etico ai consumi e alla
produzione. Le neuroscienze
hanno dimostrato che la
cura degli altri e
dell’ambiente può motivare
le persone nel loro agire, al
pari del desiderio e del
potere. La caring economy si
propone dunque di fare leva
su questa attitudine verso
il bene comune per creare
un capitalismo migliore
Economia della fiducia
I nuovi modelli economici
nati grazie alle tecnologie
digitali ruotano intorno al
concetto di fiducia: i servizi,
gli appartamenti, i padroni
di casa, le automobili come
i guidatori, vengono votati e
giudicati dagli utenti.
Più alto sarà il giudizio,
più visibilità verrà data al
prodotto e/o servizio.
Il business stesso dipende
da un patto implicito di
collaborazione tra gli utenti

{

diverso: Kalanick non nasconde di puntare
a un servizio totalmente automatizzato
senza più autisti, a mano a mano che la tecnologia dell’auto che si guida da sola, ormai pienamente disponibile, diventerà più
affidabile e socialmente accettata. Non è
solo una questione di redditività del business: le vetture robot che, in città, servono
un cliente dopo l’altro senza girare a vuoto
e senza intasare i parcheggi, promettono di
essere anche la soluzione al problema del
traffico che soffoca le grandi metropoli.
Altri settori nei quali, pure, l’automazione non sarà così radicale, cresceranno a un
ritmo superiore ai servizi di car sharing:
questi ultimi sono accreditati di un più 23%
l’anno, mentre la ricerca di personale via
online staffing dovrebbe crescere del 37%
medio e la ricerca di alloggi per soggiorni
brevi con AirBnb e similari dovrebbe, secondo l’indagine PwC, attestarsi su un più
31%.
Qui si presentano grossi problemi regolamentari e la necessità di ripensare le tutele per il lavoro e gli ammortizzatori sociali,
se si vuole provare ad arrestare lo scollamento già visibile in molte società avanzate. Col timore di tornare all’era degli impieghi a cottimo con i lavoratori seduti in piazza — una piazza non più fisica ma virtuale
— in attesa che qualcuno li chiami per la
giornata.
I fan dell’economia on demand sostengono che la flessibilità dei nuovi servizi, oltre a essere vantaggiosa per il consumatore, migliorerà anche la qualità della vita del
prestatore d’opera. Che sarà meno garantito, ma, come avviene oggi per gli autisti di
Uber, potrà scegliere in quali ore lavorare e
in quali no.

E qui spunta un’altra etichetta: quella caring economy nella quale la generazione
dei Millennial, i trentenni che non hanno
conosciuto l’era del lavoro garantito a vita,
accettano di buon grado di lavorare on demand non solo nei servizi appena citati, ma
anche in ambiti professionali più sofisticati, grazie alla nascita di reti specifiche o alla
ridefinizione delle mansioni: uno dei casi
più citati è quello di Blisslawyers.com, una
rete di oltre diecimila avvocati disponibili
in tutti gli Stati Uniti, ai quali ci si può rivolgere «su richiesta» per una tariffa di 200
dollari l’ora.
Reti simili stanno nascendo anche in altri ambiti professionali, come quello dei
medici, mentre un recente studio di due
docenti di Harvard, Claudia Goldin e
Lawrence Katz, giunge alla conclusione
che, grazie alle innovazioni tecnologiche,
anche il lavoro dei farmacisti è diventato
facilmente divisibile in blocchi indipendenti che possono essere svolti, di volta in
volta, da professionisti diversi.
Insomma, massima flessibilità, ma anche massima incertezza. Meccanismi che
non potranno mai essere accettati da un lavoratore di mezza età con il mutuo da pagare e i figli che frequentano scuole costose.
Si tratta di capire se davvero chi è più giovane e magari ha meno bisogno di accumulare capitale perché ha avuto una casa in eredità dai genitori e non deve comprare
un’auto perché, quando ne ha bisogno, usa
la formula del car sharing, si sente più felice e vive una vita migliore facendo «l’imprenditore di se stesso»: meno certezze ma
anche fine degli orari rigidi e, quindi, una
migliore coesistenza tra attività professionali ed esigenze familiari. Dipenderà da vari fattori: dalla redditività di questi nuovi
modi di lavorare (se è bassa e per far quadrare i conti devi saltare da un servizio all’altro, magari anche di notte, addio libertà)
alle garanzie giuridiche quando la retribuzione non viene versata nei tempi pattuiti.
Sfide sociali, politiche, perfino giuridiche, enormi, come si vede. Del resto secondo molti, la «Platform Economy» è una
grossa sfida anche per la struttura attuale
del capitalismo, che in America e in altri
Paesi si fonda su grandi corporation create
nel secolo scorso perché le aziende dei singoli settori faticavano a fronteggiare gli alti
costi di transazione quando dovevano realizzare prodotti e sistemi complessi come
l’auto o una rete ferroviaria. Ma oggi con internet che ha pressoché azzerato questi costi di transazione e che consente all’azienda di raggiungere direttamente il lavoratore, molti pensano che le strutture societarie più complesse (e costose) siano ormai
superate.

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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA

5

Il robot si ripara il «braccio» rotto
Gli animali (e l’uomo) quando si fanno male
sanno come porvi rimedio, i robot no. Se si
rompono sono rotti e basta. Studiosi di Parigi
hanno creato un algoritmo intelligente —
«Nature», 28 maggio — per contrastare la

fragilità dei robot e consentire loro, se c’è un
danno, di capire qual è il problema e provare
a risolverlo. I primi risultati sono
incoraggianti: un robot con un braccio rotto in
14 punti ha imparato a ripararlo da solo.

Denunce Un software di James Bridle permette di tracciare
il flusso dei dati sui server: siamo tutti americani o irlandesi

Le migrazioni sul web
Un algoritmo svela
la nostra cittadinanza
di PIETRO MINTO

O

gni giorno, in pochi clic, i
nostri dati viaggiano da una
parte all’altra del mondo,
grazie a internet, e sono sottoposti a minacce non molto diverse da quelle svelate da Edward
Snowden due anni fa con le rivelazioni
sulla National Security Agency americana. Se visiti il sito del Louvre il segnale arriverà a Montlhéry, nel Nord della
Francia; se clicchi sul «New York Times» rimbalzerai a Newark, non molto
lontano dalla metropoli; se provi a navigare nel sito della Cia sarai localizzato
semplicemente negli Usa; se apri Facebook ti ritroverai in Irlanda; se cerchi
una camera d’albergo della catena Hilton finirai a Cambridge, Massachusetts; se visiti vatican.va, il sito del papato,
starai proprio dentro le Mura vaticane.
Cosa ne è quindi dei nostri dati,
quelli che seminiamo in rete, superando confini e frontiere invisibili? Cosa ne
è delle nostre informazioni sensibili?
Che fine fa online la nostra vita privata?
Secondo l’artista britannico James
Bridle (qui sotto nella foto), 35 anni, è
proprio monitorando i nostri comportamenti sul web che possiamo ridefinire il concetto di cittadinanza, conoscendo meglio la sua evoluzione e imparando a proteggere i nostri diritti dai
nuovi pericoli. Per questo ha creato Algorithmic Citizenship («Cittadinanza
Algoritmica»; sito: http://citizenex.com), un po’ performance artistica,
ma soprattutto un piccolo programma
da installare sul computer per determinare la nostra attività online.
Il programma
è semplice: una
volta installato,
registra gli spostamenti di dati
da un server all’altro, seguendo le
connessioni tra i
nostri computer
e i mega-computer in cui risiedono siti
internet, da Facebook e Google al blog
personale del collega d’ufficio. È possibile poi cliccare sull’icona di Algorithmic Citizenship per avere un dossier
personale sugli spostamenti invisibili
che avete causato.
James Bridle non è nuovo all’analisi
della convergenza tra il mondo online e
quello offline: nel 2012 coniò il termine
«New Aestethic», un concetto che definisce questa strana fusione tra digitale
e concreto che va a confluire in una realtà nuova e stramba. Un chiaro esempio di «New Aestethic» sono le geografie di Google Maps, in cui fotografie e
panorami convivono con elementi sovrapposti digitali, portando una fetta di
internet nel mondo reale. Come ha raccontato Guido Olimpio (C’è un drone
nella valigetta, «la Lettura», 30 giugno
2013), James Bridle è stato autore di
Drone Shadow, una serie di installazioni sull’onnipresenza inquietante di
questi apparecchi, in cui sagome colorate a forma di drone a dimensione naturale riempivano le strade di città come Londra. «Algorithmic Citizenship è
un modo per comprendere che il problema della sicurezza dei dati personali
— ha spiegato Bridle a “la Lettura” —
riguarda tutti quanti, ma proprio tutti.
Così come riguardano tutti noi le rivelazioni di Snowden».
Utilizzando il programma per qualche giorno, abbiamo avuto modo di notare come la «cittadinanza algoritmica» sia per lo più statunitense (fino all’84%) e, con sorpresa, irlandese (8%).
C’è poca Italia e il motivo è semplice: vi-

sitiamo perlopiù siti con database e
server oltreoceano (gli Stati Uniti) e
usiamo Google e i suoi servizi, la cui sede europea è appunto in Irlanda. Ciò
non deve stupire: è, anzi, la nuova normalità del mondo di internet. «Quasi
tutti quelli che hanno usato il servizio
mi hanno detto di essere perlopiù americani — spiega Bridle — ma è comunque sbalorditivo notare la quantità di
informazioni raccolte dalle aziende statunitensi, anche quando i siti sono registrati nel Regno Unito. Ancora più interessante è notare come i dati siano
poi gestiti da network in altri Paesi, dimostrando con chiarezza lampante che
i dati non dipendono, ovviamente, dai
confini nazionali esistenti».
Quello della cittadinanza è un tema
caro all’artista. Lo ha incrociato anni fa,
avvicinandosi al mondo della guerra
via drone per le opere di cui abbiamo
parlato e investigando il caso di Mohamed Sakr, cittadino britannico che nel
2010 si vide tolta la cittadinanza dal governo locale. «La prima persona in tempi moderni nata britannica e vistasi
strappare la propria nazionalità dal governo», come la definì Bridle, morì in
Somalia nel 2011, ucciso da un drone
statunitense.

Nacque così una nuova ossessione
artistica che portò James Bridle a occuparsi di frontiere calde come quelle del
Mediterraneo, altro collegamento con
la tragica attualità delle migrazioni di
popoli, quella tra Messico e Stati Uniti e
altri posti che l’artista definisce «senza
legge», come alcuni isolotti nel mezzo
dell’Oceano Atlantico appartenenti a ex
potenze coloniali come Spagna e Regno
Unito. Poi è arrivato Snowden a ricordarci un’altra serie di frontiere davvero
invisibili eppure sempre più trafficate.
Ora che il tema dell’immigrazione è
drammaticamente presente a causa dei
traffici di profughi nel Mediterraneo, ci
siamo abituati a discussioni sul diritto
di cittadinanza e i suoi limiti. Qui però
si accenna a una giurisprudenza diversa, ancora da scrivere, in grado di tutelare i cittadini da minacce — molto reali per quanto virtuali — figlie della rivoluzione informatica del XXI secolo. E
ovviamente la «cittadinanza algoritmica» nasce anche dallo scandalo Nsa svelato dall’informatico americano che,
assieme al giornalista Glenn Greenwald, ha rivelato al mondo come gli
Stati Uniti e altri Paesi trattino da tempo la rete internet come una parte del
mondo concreto, controllandola come
fosse una regione sempre più importante.
Il software di Bridle si inoltra proprio
in questi traffici di dati e, pur non essendo il primo programma a farlo, ha
un valore personale e politico particolare: mostra una mappa del mondo e i
nostri spostamenti, mostrandoci come
quei dati siano nostri e contengano informazioni personali della cui importanza è facile dimenticarsi.
Se, come scrisse Hannah Arendt, «la
cittadinanza è il diritto di avere diritti»,
c’è molto da lavorare per proteggere la
nostra vita digitale. Come farlo? Un
buon inizio, secondo James Bridle, è
«cominciare a pensare diversamente
alla politica e alla geografia dei dati che
generiamo, dei servizi che usiamo e
delle azioni che compiamo ogni giorno». Da oggi c’è un programmino che
ci aiuta a farlo.
@pietrominto
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6 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Orizzonti

Mauro Bonazzi è il #twitterguest
Mauro Bonazzi (Milano, 1973) insegna Storia
della filosofia antica presso l’Università degli
Studi di Milano. È stato professore invitato
all’École Pratique des Hautes Études di Parigi
e nelle università di Lovanio, Lille e Bordeaux.
I suoi interessi principali riguardano Platone e
il pensiero politico. Tra le sue pubblicazioni: Il
platonismo (Einaudi, 2015) e I sofisti (Carocci,
2010). Da oggi consiglia un libro al giorno ai
follower dell’account @La_Lettura.

Nuovi linguaggi, scienze, religioni, filosofie

Lezioni Fino al 2024, un decennio di celebrazioni per i tre secoli dalla nascita del genio che ha trasformato il pensiero

Tuttikantiani,ancheanostrainsaputa
di DONATELLA DI CESARE

S

i apre in Germania la «decade
kantiana». Durerà fino al 22 aprile 2024, data in cui ricorre l’anniversario della nascita del grande
filosofo di Königsberg (17241804). Numerosissime sono le iniziative
previste in tutto il mondo. È andato infatti
crescendo ovunque l’interesse per il suo
pensiero, anche nelle università cinesi.
Grazie all’Accademia delle Scienze di Berlino dovrebbe, fra l’altro, essere portata a
termine l’edizione critica di tutta l’opera
postuma. Per la prima volta si è mobilitato
anche il mondo della politica, che promuoverà dibattiti e convegni.
Ma che cosa resta di Immanuel Kant a
quasi trecento anni dalla nascita? Occorrerebbe congedarsi una volta per tutte dalle
sue idee? Perché la sua «rivoluzione copernicana» divide ancora i filosofi? E che
cosa ne è oggi della riflessione sulla «pace
perpetua»?
Fu durante la consueta passeggiata per
le vie di Königsberg che un giorno, distratto dalle speculazioni metafisiche, gli ven-

Il filosofo umiliò la ragione, ma solo per salvarla e liberarla:
perché siamo noi a dar forma al mondo (senza crearlo)

i

Bibliografia
Il tedesco Immanuel Kant
(1724-1804) è una figura
centrale nella storia della
filosofia. Tra le sue opere:
Critica della ragion pura
(1781), Critica della ragion
pratica (1788) e Critica del
giudizio (1790). Kant nacque
e visse a Königsberg, città che
oggi si chiama Kaliningrad e
fa parte della Russia. Al suo
pensiero sono dedicati i
recenti libri Il fenomeno e il
rimando di Giulio Goria (Ets,
pp. 214, 18) e The Powers
of Pure Reason di Alfredo
Ferrarin (University of
Chicago Press, pp. 352, $ 55)

ne in mente il progetto del suo capolavoro:
la Critica della ragion pura. Per anni si dedicò alla scrittura con quella costanza ossessiva e quella dedizione quasi maniacale
così rispondenti ai ritmi ferrei della sua vita quotidiana. Quando l’opera uscì — nel
1781 — fu una rivoluzione per la filosofia.
Il nome di Kant non indica solo un’epoca, segna uno spartiacque nella storia del
pensiero. C’è un prima e un dopo Kant.
Pur senza saperlo, siamo tutti kantiani.
Anzitutto perché leggiamo la filosofia, o
meglio, la metafisica precedente, da Aristotele a Cartesio, già avvertiti e messi in
guardia dalla critica implacabile di Kant. È
possibile discettare sull’esistenza di Dio,
sull’immortalità dell’anima, insomma su
tutto quel che va al di là della nostra esperienza? O non si tratta di vacue visioni, castelli in aria, contrabbandati per filosofia?
Kant comprese quel che stava accadendo nel suo secolo. Mentre i suoi colleghi si
arrovellavano intorno a illusorie costruzioni, e si compiacevano di sterili analisi,
le scienze sperimentali, saldamente anco-

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rate all’esperienza, avevano raggiunto risultati epocali. Al punto che, non solo si
erano emancipate dalla filosofia, ma l’avevano lasciata in una posizione di retroguardia. Cominciò, anzi, a diffondersi
scetticismo, se non ostilità: a che cosa
avrebbe mai dovuto servire la filosofia? Se
non voleva trasformarsi in scienza sperimentale, era destinata a restare nella ridondanza analitica. Da un canto, dunque,
il torpido sonno dei dogmatici, dall’altro il
borioso trionfo del sapere sperimentale.
L’avvenire della filosofia sembrava ormai
pregiudicato.

Non sarà un caso che Heinrich Heine,
forse esagerando, abbia chiamato Kant il
Robespierre della filosofia. Ma il tribunale
istituito dal mite professore di Königsberg
era quello dove aveva deciso di chiamare
in causa la ragione. Si trattò, certo, di una
circostanza tragica. Kant parlò di un «malinteso» della ragione con se stessa: quan-

do abbandonava l’esperienza, avventurandosi nella metafisica, la ragione si ingannava, finiva per credere che fossero realtà
le proprie chimere. Il tribunale di Kant dichiarò illegittime, una volta per tutte, le
pretese della ragione umana incapace di
accettare i propri limiti.
Il processo alla ragione non fu allora del
tutto tragico, perché Kant riuscì, anzi, a rilanciare la filosofia. Ne ridisegnò, però, i
confini; richiamò i filosofi alla modestia, li
rinviò al senso comune. Solo su quel fondamento avrebbero potuto costruire un
solido edificio.
Quell’ascesi del limite, a cui aveva improntato la sua esistenza, schiva e austera,
diventò un modello filosofico. Se umiliò la
ragione, fu solo per evitare che inseguisse
ancora il sogno metafisico di un sapere totalizzante. La ragione umana doveva finalmente riconoscere di essere finita.
Questa grande lezione di Kant ebbe
enormi ripercussioni. La più celebre è forse la rivoluzione copernicana nella conoscenza. Crediamo che sia il mondo a ruo-

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA

tare intorno a noi, che lo contempliamo
immobili per scoprirne il segreto ordinamento; invece siamo noi, con il nostro
moto ordinatore, a dar forma al mondo. Il
che non vuol dire che il pensiero crei il
mondo — come alcuni vogliono fraintendere. Kant non nega che il mondo abbia la
sua realtà. Dice solo che noi non possiamo
conoscerla in sé, nella sua interezza. Perché questa sarebbe di nuovo una presunzione metafisica. Conosciamo le cose solo
attraverso i nostri schemi e solo nel modo
in cui ci appaiono, in cui sono per noi.
Se la ragione deve ammettere i propri limiti, già nell’ambito della conoscenza, allora non è astratta, ma è situata nel tempo.
Ecco che per la prima volta, nella sua storia, la ragione umana si accorge di avere
una storia. È questa idea sovversiva di una
ragione storica, cioè esposta all’errore,
consegnata all’erranza, a inaugurare la
modernità. Cartesio aveva preteso di dare
inizio a una nuova epoca con il suo dubbio
metodico; ma a ben guardare aspirava ancora a una filosofia perenne, definitiva, in
grado di ergersi oltre il tempo e oltre la
storia. Un abisso lo separa perciò da Kant
che, con audacia senza precedenti, riconosce invece il carattere storico della propria riflessione. In tal senso Kant è il nome
della nostra modernità.
«Sapere aude! — abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza!». In questo
motto Kant sintetizza la sua epoca. Ma il
suo saggio Che cos’è l’Illuminismo? non è
solo il tentativo di delineare filosoficamente il proprio secolo. Come ha sottolineato Michel Foucault, è la prima riflessione critica sul proprio presente, è quella
che, nella filosofia contemporanea, si
chiama una «ontologia dell’attualità». Che
cosa accade oggi? E che cos’è questo oggi,
in cui siamo immersi, rispetto alle altre
epoche, passate e future? Sta qui la preoccupazione della modernità.
Mentre la filosofia si immerge nel vortice della storia, e nei suoi avvincenti interrogativi, la ragione umana, rinviata al proprio limite, scopre la sua destinazione morale, guarda alla sua vocazione cosmopolitica. L’agire assume un rilievo che prima
non aveva. Sarà allora la ragione pratica a
guidare ogni essere libero, chiamato a rispondere di sé e delle proprie azioni. Con
la rivoluzione di Kant l’etica diventa filosofia prima.
Non ci sembra oggi irrealizzabile il suo
imperativo categorico? L’obbligo di agire
in modo che la propria azione sia d’esempio, divenga anzi legge universale, è incondizionato, irriducibile, non può essere
piegato a nessun calcolo. Perché ne va dell’umanità. Agire moralmente significa
trattare l’umanità propria e quella altrui
sempre come fine, mai come mezzo. Servirsi dell’altro come strumento vuol dire
asservire anche se stessi, mancare quell’attimo in cui, con il rispetto dell’umano, irrompe la libertà. Non è un caso che Kant
sia stato il pioniere dei diritti umani, che
abbia delineato un ordinamento cosmopolitico, imperniato sull’ospitalità, e con il
celebre saggio Per la pace perpetua abbia
lanciato un monito volutamente ambiguo:
se una «società delle nazioni» non avesse
amministrato la pace tra gli Stati, a prevalere sarebbe stata una pace ben diversa,
quella eterna della morte.

ILLUSTRAZIONE DI BEPPE GIACOBBE

7

Mente Schemi cognitivi e metafisica

Se il tuo cervello
vede doppio
la realtà diventa
simmetrica
di SANDRO MODEO

U

In un mondo segnato da due guerre
mondiali e dai genocidi di massa, dominato dalle armi nucleari, attraversato da
conflitti diffusi e imponderabili, il limpido universo di Kant, retto da una ferma fiducia nel progresso, appare incommensurabilmente lontano. Non si può rievocare,
senza una inquieta nostalgia, il cielo stellato a cui il filosofo guardava con ammirazione. D’altronde la sua Königsberg non
esiste più. Fu cancellata in pochi giorni,
nella primavera del 1945; oggi si chiama
Kaliningrad e non fa parte della Germania.
Eppure Königsberg resta un luogo irrinunciabile della filosofia.
Le riflessioni di Kant sono pietre miliari, le sue idee sono insieme richiami e promesse all’umanità, da cui è impossibile retrocedere. Dopo Kant nulla è più stato come prima. Il congedo dalla metafisica res t a i l g r a n d e te m a d e l l a f i l o s of i a
contemporanea. E se c’è chi si fa tentare
dall’illusione di conoscere la realtà in sé,
c’è invece chi ha radicalizzato la sua critica,
mostrando che la ragione è sempre già
impura, perché non può fare a meno del
linguaggio, anzi delle lingue, e perciò è
estranea a se stessa, segnata dall’alterità,
consegnata all’altro. Da Hannah Arendt a
Emmanuel Lévinas: non si comprenderebbe, nella filosofia degli ultimi decenni,
il primato dell’agire etico senza Kant. La
sua rivoluzione non è ancora compiuta.

n libro già classico del saggista Michael
Shermer (Homo Credens, appena tradotto
per l’editore Nessun Dogma) inquadra il
nostro cervello come una potente macchina di bias (auto-inganni) adattativi. Pervasivo a ogni livello (dall’ideologia politica a quella economica, di ogni orientamento), quel ventaglio di
schemi predefiniti si coagula in pregiudizi marmorei
soprattutto nell’ambito religioso: tanto che Shermer
apre il libro con l’esito di un sondaggio Harris Poll del
2009, in cui gli americani delle tre principali religioniconfessioni (cattolici, protestanti, ebrei) rivelano la
loro credenza, tra l’altro, nella sopravvivenza dell’anima e quindi nell’aldilà (71%,), nel paradiso e nell’inferno (75 e 61%) e persino nella reincarnazione (20%,),
con l’evoluzione darwiniana relegata, per la cronaca,
al 45%.
In un capitolo specifico, Shermer riconduce il permanere della credenza nell’«altro mondo» al mix di
diversi pattern emotivo-cognitivi radicati, da quello
dualista (la separazione mente-corpo), a quello «intenzionista» (l’estensione indefinita nel tempo del
nostro Sé e del relativo schema corporeo come «agenti» intenzionali). A rigore, andrebbe aggiunta la propensione a proiettare l’assetto simmetrico del nostro
organismo nella rappresentazione del mondo esterno: proiezione avvertibile, nel caso specifico, non solo
nella polarità di base aldiquà/aldilà, ma anche nella
topografia dell’oltretomba (paradiso/inferno, col purgatorio come tarda «mediazione» medievale) e nelle
antitesi teologiche (Dio/
Satana e Cristo/Anticristo, quest’ultima oggetto
del nuovo libro di Marco
Vannini, Mondadori).
La simmetria — nella
variante del doppio e
Bibliografia della copia — spiega del
Questi i libri citati resto anche uno dei connell’articolo: Michael notati profondi del rapShermer, Homo Credens porto aldiquà/aldilà: il
(traduzione di Michele riverberarsi, trasfigurato,
Piumini, Nessun Dogma, del primo nel secondo,
pp. 440, 22); Il mondo che con una proiezione che
verrà (introduzione di Marina conferisce ai vari aldilà i
Sozzi, a cura di Vincenzo caratteri delle culture e
Jacomuzzi, con contributi dei contesti che li hanno
di Elena Lea Bartolini De prodotti. Per verificarlo,
Angeli, Pierpaolo Fornaro, basta leggere un eccelGiovanni Lapis, Beatrice lente libro collettivo (Il
Nuti, Gabriella Olivero, mondo che verrà, Sei
Dominic Vella, Sei, pp. 326, editrice, introduzione di
15); Marco Vannini, Marina Sozzi) esteso a
L’Anticristo (Mondadori, tutte le religioni, da cui
pp. 206, 20) emergono tante rifrazioni e specularità: quelle
ebraiche (con la Gheenna infernale ispirata alla valle
di Hinnom, area di Gerusalemme gremita di lebbrosi
e di fuochi per bruciare i rifiuti); quelle islamiche
(con la poligamia-misoginia estesa a un paradiso con
le famose vergini «dai grandi occhi neri»); e quelle
cinesi di influenza buddhista (dove inferno e paradiso
sono «burocrazie» gestite da demoni-giudici e da
«impiegati» d’ufficio). Anche qui, si potrebbe integrare il quadro con la Cerveteri etrusca, dove la planimetria della necropoli riflette quella della polis, e i vani
delle tombe ricalcano quelli delle case.
Ma il libro della Sei va oltre. Seguendo lo sviluppo
dall’ambivalenza dolorosa dell’Ade omerico (tra
un’oscurità depressiva e il chiarore del Prato degli
Asfodeli) alle visioni dei grandi monoteismi (tra la
radiance dei paradisi-giardini e l’horror-splatter degli
inferi), mostra come l’aldilà abbia sommato nel tempo alla riflessione psicologica sulla mortalità la «compensazione» etico-morale, con punizioni e premi
come deterrenti/incentivi per la condotta nell’aldiquà. Mentre ripercorrendo il tracciato «scettico» dal
disincanto antico (vedi gli epicurei o il sarcasmo di
Luciano) a quello scientifico-illuminista, evidenzia
come la dimensione ultraterrena si sia ormai ripiegata in una lettura allegorico-interiore, la stessa che
emerge dall’indagine riportata da Shermer, dove la
pulsione più all’angelico che al demoniaco tradisce
uno slancio insieme poetico e patetico, tra Frank Capra e Ghost.
Non tutti gli aldilà immaginati oggi, però, sono così
privati e socialmente neutrali, come mostra l’islam
radicale con i suoi terroristi suicidi. Qui la promessa
paradisiaca è l’architrave di una visione non tanto
arcaica, quanto — con la sua accecante coerenza psicotica e nonostante il tecnomarketing che la avvolge
— fuori dal tempo e dalla storia.Una visione che — a
lungo alimentata dai calcoli sbagliati e dall’arroganza
dell’Occidente — ha eletto proprio nell’ideologia oltretombale una forma quasi invincibile di «concorrenza sleale».

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8 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA

(

Orizzonti Visual data

9

L’elefante dei Savoia a Stupinigi e quello di Napoleone a Pavia
Con la mostra Fritz. Un elefante a corte (fino al
13 settembre) riapre alla Palazzina di Caccia di
Stupinigi (Torino) il serraglio di animali esotici
che aveva animato il parco della residenza dei
Savoia. Al centro della mostra è Fritz (a fianco) ,

l’elefante indiano donato dal viceré d’Egitto
Mohamed Ali al re Carlo Felice nel 1827. A Pavia,
fino al 31 ottobre, è invece esposto l’elefante —
il più antico imbalsamato — che fu donato da
Napoleone nel 1812 al museo di Storia naturale.

Il censimento dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura
documenta la strage degli animali. Migliaia sono quelli a rischio. E nella
maggior parte dei casi la colpa è dell’uomo. Che minaccia pure se stesso

Etica e biologia

Perse in un secolo 152 specie di vertebrati
Come si legge
Specie estinte
decennio
di estinzione

continente

Specie a rischio

1900
-1909

2000
ad oggi

Nord
America Europa Asia
Sud
America

Africa

Oceania

<=5.000
<=1.000
<=500
<=250
<=100
<=50
<=5

colore =
tipologia

minacce

dimensione = numero stimato

numero
non disponibile

cambiamento dell’habitat
selezione
conseguenza
naturale
dell’attività
dell’uomo
predazione
di altri
malattia
endemiche
animali
piante invasive

Nord America

Europa
20

56 numero totale

anfibi
mammiferi
pesci

La visualizzazione mostra, al centro, i vertebrati che si sono estinti nel corso
del Novecento e, in alto e in basso, quelli a rischio estinzione. Per ogni specie estinta
vengono indicati: il continente, il decennio in cui è avvenuta l’estinzione
e la categoria di animale. Per le specie a rischio vengono indicati: il continente,
le principali minacce e la categoria. I continenti sono sei perché l’America è stata
divisa nei due subcontinenti, del Nord e del Sud

rettili
uccelli

Asia
27

di specie estinte
nella regione

1900
-1909

1910
-1919

1920
-1929

1930
-1939

1940
-1949

1950
-1959

1960
-1969

1970
-1979

1980
-1989

1990
-1999

2000
ad oggi

14

Sud America

18

17

Africa

Oceania

Lo vedete chiaramente come causa
primaria dell’estinzione di una specie
sia il mutamento improvviso dell’ambiente in cui si vive, a causa della capacità di adattamento degli esemplari. Si
vede altrettanto bene, tuttavia, che il
mutamento improvviso spesso si pronuncia «umano»: come se non fossimo anche noi parte di quello schema,
che poi si chiama «entropia», dato
che ne è una sua esemplificazione,
continuiamo a edificare strutture che
tendono a invadere l’ambiente violando ogni possibile equilibrio.
Noi non lo sappiamo ancora, ma in

questo stesso schema, soltanto riproposto e osservato nel (prossimo) futuro, entrerà tra le specie a rischio anche
colui che chiamiamo Homo sapiens: e
allora forse non sarà troppo tardi per
capire che «specie» non è un termine
biologico ma etico — significa «co-

Fonti: Unione Internazionale per la Conservazione
della Natura (iucn.org); wikipedia.org

di LEONARDO CAFFO

C’

è una differenza non sottile tra le specie estinte
attraverso i diversi meccanismi esemplificati da
questa visualizzazione e
le specie che avrebbero potuto esserci,
attraverso possibili speciazioni, e invece non sono mai nate.
Questa differenza possiamo chiamarla — la scienza perdoni ancora
una volta la filosofia — «scomparsa
dalla sfera dell’apparire»: un qualcosa
che è stato, ha provato a continuare a

essere, e invece si è arrestato, ovvero
estinto. L’estinzione è una morte doppia: muori tu e tutti coloro che, testimoni della forma del tuo essere stato
al mondo («compagni di specie»),
avrebbero potuto ricordare cosa sei
stato. Lo schema del grafico è esplicativo della quantità, ma non della qualità: a ogni specie estinta corrispondono, de facto, milioni di individui e
dunque di micro-mondi come i nostri, scomparsi e ormai ancorati alla
speranza che da un qualche punto dello spazio-tempo sia ancora possibile
essere osservati.

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L’autrice
La visualizzazione e l’analisi di dati
è a cura di Federica Fragapane,
information e communication
designer. Il suo portfolio su:
www.behance.net/FedericaFragapane

munità». Se si vive nella consapevolezza che ogni esistenza dipende dalle
altre, e che questi altri spesso hanno
più di due zampe, allora specie diventa sinonimo di «comunità dei viventi»
— e ogni mondo che scompare, come
una cicatrice, lascia il segno nei nostri
corpi come una traccia: ma forse è ancora troppo presto per capirlo fino in
fondo.
Prepariamoci allora, carta e penna
alla mano, a fare spazio nello schema
per coloro che sono, ma che già molto
presto non saranno mai stati.
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10 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Caratteri
Narrativa, saggistica, poesia, classifiche

Il tiranno

Dinastie all’asta

di ETTORE CINNELLA

Gli zar Romanov
non furono dispotici
come i bolscevichi

Nel febbraio 1613 l’assemblea della
terra russa (zemskij sobor) elesse zar
il sedicenne Michele Romanov. Si
chiudeva così il «periodo dei torbidi»,
iniziato dopo l’estinzione della quasi
millenaria dinastia dei Rjurikidi. Lotte

Una nuova biograf
afia
del leader comunissta
che sottoponeva i suoi
collaboratori a ogn
ni
sorta di umiliazion
ni,
tenendoli svegli fino a
notte fonda. Conosceva
poco l’economia, che
trattava come una
fortezza da espugnare.
E giustificava i suoi
crimini come un frutto
della legge della storia

Il meticoloso Stalin:
a casa, nell’orto, nel Gulag
di TOMMASO PIFFER

G

estiva direttamente e con pugno
di ferro ogni aspetto della vita della sua dacia, la casa di campagna
alle porte di Mosca, dove soggiornava sempre più di frequente.
Controllava tutto, senza lasciare niente nelle
mani dei subordinati, inviando quasi ogni
giorno ordini dettagliati che spaziavano dalla
coltivazione delle piante all’amministrazione
della dispensa. Lo stesso «approccio patriarcale» lo avrebbe applicato, con esiti tragici, a
una proprietà ben più grande: l’Unione Sovietica. È uno Stalin inedito quello che emerge
dalla nuova biografia da poco uscita in Russia
e negli Stati Uniti (Yale University Press) a firma di Oleg Chlevnjuk, già autore di una importante Storia del Gulag (Einaudi, 2006).
Uno Stalin che è il centro della vita politica sovietica fino al 1953 e la chiave di volta per
comprendere i cardini del sistema politico
che porta il suo nome, lo stalinismo.
Il primo aspetto è la concentrazione assoluta del potere, che Stalin esercitava delegando di volta in volta compiti specifici, ma mantenendo un controllo diretto sui lavori di ripavimentazione di una strada di Mosca così come sui livelli della produzione industriale o
sulle trattative con la Germania di Hitler. I
membri del governo sopravvissuti alle purghe degli anni Trenta erano tenuti sotto stretta sorveglianza e sottoposti a ogni genere di
umiliazione da parte di Stalin, che spesso li
costringeva a intrattenersi fino a notte inoltrata nella speciale sala di 155 metri quadrati
approntata a questo scopo nella sua abitazione privata.
Le decisioni si riversavano sul Paese sotto
forma di «campagne»: l’intera popolazione
veniva mobilitata per il raggiungimento di
obiettivi per lo più irrealizzabili, che venivano
perseguiti con metodi straordinari e la sospensione di ogni procedura legale. Seguivano inevitabilmente un periodo di crisi e una
«ritirata», che assumeva la forma di una contro campagna, spesso di pari intensità, che
non di rado eliminava i responsabili della prima iniziativa e stabilizzava la situazione. Ogni
passo di questo processo, che comportava la
perdita di molte migliaia di vite umane e di
ingenti risorse, era seguito direttamente da
Stalin. Solo durante la Seconda guerra mondiale, con il dittatore impegnato altrove nella
conduzione delle operazioni militari, il sistema conobbe un certo allentamento, per essere rapidamente ripristinato dopo la vittoria
del 1945.
Il secondo cardine del sistema era la paura,
esercitata attraverso l’imponente sistema di
sicurezza sottoposto direttamente al dittatore. Davanti al terrore, il singolo cittadino era
impotente, così come lo era il più alto funzionario del partito, la cui esistenza poteva essere spazzata via da un minuto all’altro. Chle-

i
Il libro
Uscirà in Italia presso
l’editore Mondadori all’inizio
del 2016 il saggio di Oleg
Chlevnjuk Stalin. New
Biography of a Dictator (Yale
University Press, pagine 408,
$ 30), che ricostruisce la vita
del tiranno sovietico sulla
base di documenti inediti
Il despota
Iosif V. Džugašvili, noto come
Stalin, nacque in Georgia,
allora parte dell’Impero
zarista, nel 1878. Dirigente
della frazione bolscevica,
fondata da Lenin, del Partito
socialdemocratico russo,
dopo la Rivoluzione
d’ottobre del 1917 acquisì
un ruolo di crescente rilievo,
fino ad affermarsi come
capo supremo del regime
sovietico dopo la morte di
Lenin. Governò l’Urss con il
pugno di ferro, eliminando i
rivali e imponendo il terrore
all’intera società.
Collettivizzò l’agricoltura con
la forza e sviluppò l’industria
bellica. La vittoria contro
Hitler nella Seconda guerra
mondiale portò al culmine il
suo potere, che si estese ai
Paesi satelliti dell’Est
Europa. Morì nel 1953
Lo studioso
Oleg Chlevnjuk, nato nel
1956, è uno degli esponenti
più in vista della nuova
storiografia russa. La sua
opera più importante
pubblicata in italiano è Storia
del Gulag (traduzione di
Emanuela Guercetti, Einaudi,
2006)

vnjuk calcola che tra il 1930 e il 1952 furono
fucilate oltre 800 mila persone, e che almeno
60 milioni furono soggette a una qualche forma di repressione, dall’arresto all’invio al Gulag, da lunghi periodi di detenzione ingiustificata alla perdita del lavoro perché parenti di
un «nemico del popolo». A questi vanno aggiunte le oltre 5 milioni di vittime della carestia indotta da Stalin per piegare la resistenza
dei contadini alla collettivizzazione tra il 1932
e il 1933.
Nello Stalin di Chlevnjuk, invece, c’è meno
spazio per l’ideologia. La concezione del
mondo del dittatore georgiano era certamente improntata agli insegnamenti di Marx e di
Lenin, e in particolare a un violento anticapitalismo. Stalin si nutriva di una concezione
estremamente semplificata della realtà, ridotta alla lotta tra classi, tra socialismo e capitalismo, che gli permetteva non solo di ignorare
ogni complessità, ma anche di presentare i
suoi crimini come frutto ineludibile della legge della storia. Aveva inoltre una conoscenza
solo approssimativa del funzionamento dell’economia, che trattava come «una fortezza
da espugnare».

Ma sono soprattutto altri, secondo Chlevnjuk, gli elementi ai quali guardare per comprendere come l’Unione Sovietica scivolò nell’incubo totalitario. Uno è indubbiamente la
competizione per il potere, che Stalin condusse in modo spietato attraverso l’eliminazione di tutti i suoi avversari. A questa dinamica, per esempio, va ricondotta in parte la
prima fase del Grande terrore del 1937, che,
prima di colpire indiscriminatamente la popolazione, prese di mira quanto era rimasto
delle opposizioni interne e della leadership
collettiva emersa dopo la morte di Lenin. Vi
era poi indubbiamente una componente patologica, che portava Stalin a vedere ovunque
nemici pronti ad attaccare alle spalle lo Stato
socialista. Più di un indizio fa inoltre pensare
che negli ultimi anni prima della sua morte il
deteriorarsi delle condizioni di salute di Stalin ne abbia offuscato ulteriormente la capacità di giudizio, aumentando i sospetti verso
chi lo circondava e spingendolo verso una
nuova ondata repressiva che fu interrotta solo
dalla sua morte, il 5 marzo 1953.
Il volume di Chlevnjuk ha il fascino della
biografia, dove i grandi movimenti della storia, le ubriacature ideologiche, la lotta per il
potere e le meschinità personali si mischiano
fino a diventare indistinguibili, per poi dar
forma concreta alla storia e alle decisioni degli uomini. Su quanto ciascuno di questi ingredienti abbia contribuito a determinare il
risultato finale, il dibattito è aperto.

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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 11

DOMENICA 14 GIUGNO 2015
intestine, falsi pretendenti al trono,
un’invasione straniera e gravi
carestie avevano prostrato il Paese,
che agognava alla stabilità. La nuova
dinastia avrebbe regnato fino al
marzo 1917 (nelle foto: lo zar Nicola II
e la sciabola di suo cugino il granduca
Nicola, uno dei cimeli che la casa

Bonino manda all’asta domani, 15
giugno, a Roma). L’elezione di Michele
non significò l’immediata nascita di
un regime autocratico, perché lo
zemskij sobor seguitò a essere
convocato durante il suo regno e
nella fase iniziale del suo successore
Alessio. L’assolutismo russo era

ancora in via di formazione e sarebbe
stato perfezionato in seguito. Ma
Michele non reiterò la solenne
promessa che nessuno sarebbe finito
al patibolo senza regolare processo,
strappata dai nobili per ben due volte,
nel 1606 e nel 1610, ai precedenti
sovrani. La dinastia dei Romanov fu,

per circa un secolo, di sangue russo.
Ma la seconda moglie di Pietro il
Grande era una contadina lituana
che, con il nome di Caterina I, salì sul
trono nel 1725 alla morte del marito.
E Caterina II la Grande era tedesca.
L’apogeo dell’assolutismo si ebbe con
il regno di Nicola I. Sarebbe tuttavia

errato accostare l’autocrazia zarista al
selvaggio dispotismo di Stalin. La
monarchia dei Romanov, basata sul
potere illimitato del sovrano, nell’800
promosse una vasta codificazione e,
con le riforme di Alessandro II, garantì
una certa indipendenza ai magistrati.
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ILLUSTRAZIONE DI GUIDO ROSA

L’eretico

Oggi nelle repubbliche
ex jugoslave c’è
nostalgia del maresciallo
che combatté i nazisti e
si ribellò all’Urss. È visto
come un padre severo
ma giusto. Gioca a suo
favore l’immagine da
raffinato dandy, amico
di attrici come Liz
Taylor e Sophia Loren.
Ma in realtà fu
un dittatore spietato

Tito,marxistacongustidaarciduca
ancheatavolaeincameradaletto
di PATRICK KARLSEN

L

a Tito-nostalgia è una variante,
distinta e ben riconoscibile, di
quell’attitudine al rigetto e al rimpianto diffusa nelle società postcomuniste dell’Europa centrorientale, bloccate dentro una transizione
irrisolta verso la democrazia e l’economia
di mercato. Da Lubiana a Belgrado una
messe di studi, sondaggi, mostre, romanzi, film ci raccontano il sentimento benevolo nei confronti del dittatore e delle due
illusioni a lui associate: l’unità dei popoli
slavi del Sud, cioè la Jugoslavia, combinata
a un socialismo dal volto umano, non oppressivo come quello sovietico. Nei Paesi
in cui ha «regnato», Tito è ricordato spesso come un padre severo ma giusto, rispettato in ugual misura da tutti i figli del
suo Stato multinazionale. Inoltre continua
ad affascinare l’immagine del dandy in
completo bianco, amante del lusso e della
dolce vita, a passeggio con Sophia Loren o
Liz Taylor sui moli dell’isola di Brioni. Praticamente, una sorta di Francesco Giuseppe in versione patinata e glam.
In Italia, che pure ha intessuto con il vicino comunista relazioni intense e talora
critiche, di questi umori filtra poco o nulla. E neppure sono state tradotte le opere
di quegli storici (due nomi per tutti: Geoffrey Swain e il compianto William Klinger) che hanno iniziato ad approfondire la
biografia del discusso leader jugoslavo. A
partire dai capitoli da sempre più oscuri e
temuti dagli agiografi, quelli della giovinezza e della prima maturità negli anni
Venti e Trenta. Quando Tito non era ancora Tito, ma «Walter»: un funzionario del
Comintern in rampa di lancio sospettato
di collaborare con l’Nkvd, la polizia politica del futuro arcinemico Stalin.

Pertanto, giova sicuramente al pubblico
italiano l’uscita del monumentale Tito e i
suoi compagni dello storico sloveno triestino Jože Pirjevec (Einaudi). Tanto più se
il volume è il risultato di una ricerca seria e
documentata, fondata su un estesissimo
apparato di fonti secondarie e d’archivio
ex jugoslave e sovietiche, statunitensi, britanniche e italiane. E se l’intento è quello
dichiarato nell’asciutta introduzione, cioè
restituire il profilo di Tito «alla maniera di
Rembrandt»: senza sconti, vale a dire, con
le ombre a dominare su sporadici chiarori, come Marx ed Engels invitavano a ritrarre gli uomini di potere.
Alla fine è quanto il lettore si trova in
mano, perché Pirjevec non risparmia le
tinte forti nell’abbozzare il suo soggetto. E
non potrebbe essere altrimenti. Nato sud-

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i
Il saggio
S’intitola Tito e i suoi
compagni (Einaudi, pagine
620, 42) l’ampia biografia
che lo storico sloveno
triestino Jože Pirjevec ha
dedicato al dittatore
comunista jugoslavo e al
gruppo dirigente che con lui
fu artefice della lotta
partigiana e della
rivoluzione socialista nel
Paese balcanico
Il protagonista
Nato nel 1892 in Croazia,
allora parte dell’Impero
asburgico, Josip Broz fu tra i
fondatori del Partito
comunista jugoslavo nel
1920 e dal 1941, con il
nome di battaglia Tito,
divenne il capo delle forze
partigiane marxiste che si
battevano contro gli invasori
italotedeschi e i
collaborazionisti, ma anche
contro i resistenti serbi
monarchici. Nel dopoguerra
Tito instaurò un regime
totalitario, ma nel 1948
ruppe con Stalin e in seguito
ammorbidì la dittatura. Fu
anche tra i creatori del
movimento dei Paesi non
allineati. Morì nel 1980
L’autore
Jože Pirjevec è docente di
Storia all’Università del
Litorale Koper/Capodistria.
È autore di diversi libri, tra
cui Il giorno di San Vito
(Nuova Eri, 1993), Serbi
croati sloveni (il Mulino,
1995), Le guerre jugoslave
(Einaudi, 2001), Foibe
(Einaudi, 2009)

dito asburgico nel 1892 a Kumrovec, sulla
frontiera tra il regno di Croazia e il principato di Stiria, molto presto Josip Broz «si
compromise a livello morale». Precisamente quando, sopravvissuto alla Grande
guerra nella Galizia ucraina e risucchiato
nelle maglie del sistema bolscevico, fissò a
sua norma di vita l’inesorabile «meccanismo di rivoluzione e potere» che è il
marxismo-leninismo, convincendosi che
il male serve al bene e confondendo così
l’uno con l’altro. Ma adottò senza remore
anche la logica e la prassi dello stalinismo,
non rinnegando l’arma del terrore e anzi
adoperandola «con gioia» per sistemare
le faide interne al piccolo, rissosissimo
Partito comunista jugoslavo prima della
Seconda guerra mondiale. «Eravamo orgogliosi di essere fedeli al tiranno sovietico» avrebbe ricordato Milovan Gilas: uno
dei «compagni» del titolo «più stalinisti
di Stalin», il gruppo dirigente decimato
nel tempo dalle lotte fratricide del quale
erano membri anche Edvard Kardelj,
Aleksandar Rankovic e Andrija Hebrang.
La spaccatura del 1948 con l’Unione Sovietica non ebbe dunque fondamento ideologico, ma piuttosto derivò dalla «superba arroganza» della politica estera jugoslava. Lungi dal segnare un allontanamento d a i c o n te n u t i c r i m i n a l i d e l l o
stalinismo, avrebbe coinciso almeno sul
breve periodo con un loro soprassalto. Così accadde nell’«inferno» del lager di Goli
Otok: l’Isola Calva sull’Adriatico dove più
di 30 mila comunisti leali a Mosca, o presunti tali, sperimentarono, secondo alcuni testimoni, supplizi peggiori di quelli inflitti nel Gulag siberiano. Oppure quando
fu varata la collettivizzazione forzata della
terra, con la distruzione della classe sociale degli agricoltori decisa nell’autunno
1948 per dimostrare a Stalin quanto fossero infondate le accuse di lassismo verso i
kulaki (contadini ricchi) indirizzate a Tito
e compagni nella scomunica.
Tuttavia lo stesso Stalin si era compiaciuto per come quel «ragazzo in gamba»
avesse eliminato tutti gli avversari, collaborazionisti e generici «controrivoluzionari», nel grande massacro dopo la vittoria del 1945. Un «terribile spargimento di
sangue» lo definisce Pirjevec, rimasto a
lungo tabù e costato la vita a un numero
imprecisato di persone, tra le 70 e le 100
mila. Le politiche repressive e di epurazione preventiva colpirono in diverse fasi e
modalità anche gli italiani della Venezia
Giulia, di Fiume e della Dalmazia contrari
all’annessione alla Jugoslavia o giudicati
ostili al comunismo. Ma di «foibe» e di
«esodo», nell’edizione italiana del ritratto
di Tito firmato da Pirjevec, purtroppo non

si parla, neppure in chiave problematica: il
che appare un incongruo vuoto sullo sfondo di un’opera equilibrata.
In ogni caso, il tasso di violenza politica
connaturato al nuovo regime decrebbe in
maniera significativa dalla metà degli anni Cinquanta. La stagione che avrà per capolinea la lunga agonia e infine la morte
del dittatore nel 1980, inaugurata alla conferenza dei Paesi non allineati a Bandung
(Indonesia) 25 anni prima, è quella che
più ha contribuito a forgiarne il mito in
patria e all’estero. Specie nel Terzo mondo, agli occhi del quale Tito potè presentarsi come il paladino dei Paesi oppressi
dalle superpotenze e penalizzati dallo
schema bipolare della guerra fredda. Ma
la sua popolarità salì alle stelle anche nel
movimento comunista internazionale,
dove il socialismo autogestito degli jugoslavi parve un faro a quei partiti (il Pci soprattutto) interessati a un riequilibrio policentrico dei rapporti di forza contro il
monolitismo dell’Urss.

Nell’opinione prevalente tra i «suoi»
popoli, Tito restò lo stratega che, dopo
avere sconfitto Hitler e Mussolini, osò ribellarsi a Stalin senza cedere alle sirene
occidentali, guadagnando alla Jugoslavia
prestigio nel mondo grazie a un’accorta
politica multilaterale. Le efferatezze dell’immediato dopoguerra furono avvolte in
un tacito oblio. I relativi progressi nella
qualità della vita, frutto in gran parte di
un’economia drogata dai prestiti internazionali, occultarono il completo fallimento dell’autogestione. La grandeur, le frontiere aperte e le seconde case che «crescevano come funghi» resero sopportabili
anche gli aspetti illiberali del regime, allentati ma mai cancellati del tutto, così come gli eccessi di un uomo bramoso e ingordo che non rinunciava a uno «stile di
vita da arciduca austriaco». Sia a tavola
che in camera da letto, come riferisce Pirjevec nei capitoli dedicati al Broz privato.
Solo il suo carisma, solo il magnetismo
sfuggente dei suoi occhi azzurro pallido,
riuscirono a tenere in piedi l’edificio fatiscente dello Stato jugoslavo, dentro il quale covavano i conflitti etnici che l’avrebbero dilaniato pochi anni dopo la sua morte.
Occhi da vecchio cospiratore, «che non
sempre sorridevano insieme con il suo
volto» secondo Henry Kissinger. Da Stalin,
l’antico maestro poi ripudiato e odiato,
aveva imparato questa lezione tra le altre:
«Devi ridere con gli occhi. E poi piantare il
coltello nella schiena».
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12 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Greche

Caratteri Recensioni
Narrativa italiana

di Alice Patrioli

{

DOMENICA 14 GIUGNO 2015
Il viaggio di Arianna
La sua storia è nota. Figlia di Minosse e sorella
del Minotauro, Arianna tradisce il padre e la
patria per amore di Teseo. Ma dopo l’abbandono
sull’isola di Nasso, per la principessa cretese si
apre un destino luminoso: il dio Dioniso la fa sua

«La mantella del diavolo» è l’esordio di Cristina Battocletti:
creature notturne e storie irrisolte al confine tra Friuli e Slovenia

Sogno o son desta? Irma torna a casa
ma in paese girano incubi e assassini
di DANIELE GIGLIOLI

I

AlefBet
di Daria Gorodisky

I TRADITORI
TRADITI
DI BEZMOZGIS

I

l passato è una terra che uccide. Uccide quelli che abbiamo conosciuto,
amato e odiato, quelli che sono morti
e quelli che sono ancora vivi, come
un parassita che si nutre della vita che
ha messo al mondo solo per riprendersela
a usura, a poco a poco. Di questo fa esperienza Irma Saldutti, 23 anni e una bellezza
ispida, studentessa universitaria a Bologna
richiamata a Cividale del Friuli dalla morte
improvvisa del suo migliore amico nonché
amore mai vissuto. La breve visita diventa
un lungo incubo: una scia di misteriose
morti violente le impedisce di ripartire
dalla cittadina in cui ha trascorso l’infanzia, forse felice un tempo, poi funestata
dalla tragedia familiare — la madre alcolista morta durante un’escursione in montagna insieme al marito, Loris, fragile e taciturno padre della protagonista.

Di loro e del paese Irma sapeva poco o
nulla, e sarebbe stato meglio così: imparerà molto, e tutto con dolore. Segreti vergognosi, conti in sospeso, odi e amori mai sopiti, maldicenze e reticenze avvolgono come una rete di superstizioni quella terra di
confine tra Italia e mondo slavo, attraversata dal Ponte del diavolo, architetto gabbato
come in tante leggende, e dove è ancora viva la credenza nelle krivapete, streghe sue
adepte che disturbano i sonni e sussurrano
all’orecchio pensieri cattivi. Sono casuali
quelle morti? O hanno invece a che vedere,
Irma sospetta, con gli intrallazzi dei maggiorenti del paese, il notaio, il medico, il
farmacista, che forse per vezzo forse no girano tutti avvolti da stregonesche mantelle
nere? E se fosse invece lei stessa la ragione
del male abbattutosi su una città che solo
grazie all’ipocrisia era riuscita a tenere nascosti i suoi demoni?
Ruota intorno a questo enigma La mantella del diavolo, primo romanzo di Cristina Battocletti, all’attivo una biografia di Boris Pahor scritta a quattro mani con lui. Ma
di tutto si tratta tranne che di un giallo.
Piuttosto di un’allucinazione continuata,
una notte di Valpurga in cui la barriera tra il
visibile e l’invisibile è venuta meno. I ricordi, personali e collettivi, ricostruiti da Irma
attraverso una ragnatela di indizi e agnizioni, percorrono la terra come morti insepolti assetati di vendetta. Non portano verità
ma perdizione. Non li si può affrontare con
le armi del coraggio e della ragione, come
aveva fatto Ulisse sceso agli inferi per interrogare il suo destino. Rievocare il passato è

sposa. In Il mito di Arianna. Immagini e racconti
dalla Grecia a oggi (Einaudi, pp. 278, 30)
Maurizio Bettini e Silvia Romani ricostruiscono
l’affascinante viaggio di Arianna nella letteratura
e nell’arte dall’antichità ai nostri giorni.

i
CRISTINA BATTOCLETTI
La mantella del diavolo
BOMPIANI
Pagine 176, 17

Shendra Stucki (1987),
The Tree (2012, installazione
tecnica mista, tondini di ferro,
fascette, cavi elettrici), Ptuj,
Slovenia, Festival Art Stays

un gioco a perdere in cui la ragione non
può che smarrirsi, l’unico coraggio è scappare. Vattene, Irma: glielo chiedono gli
amici del padre, glielo insinuano minacciosi i portatori di mantelle, glielo ingiungono le scritte e i disegni che compaiono
sui muri di casa sua e poi di tutto il paese:
vattene, krivapeta, è tua la colpa di ciò che
succede, la vera strega sei tu. La diffidenza
trascolora in ostilità e sfiora il linciaggio.
Succede tutto nella mente di Irma? Può
darsi, non fa gran differenza. Ci sia o no a
Cividale una setta satanica, la sua colpa, come quella di Edipo, è voler vedere. Nessuno scioglimento, nessuna rivelazione: unica salvezza la fuga, l’espulsione del capro
espiatorio. Il passato è una terra dove non è
lecito tornare, pena la complicità in omicidio. Krivapeta significa in sloveno «piede
ritorto», tallone davanti e dita dietro (così
come Edipo è «piede gonfio» in greco antico). Chi ce l’ha è condannato a camminare
a ritroso, fissando ciò da cui fugge.
Non si legge spesso roba del genere, e
quando accade è di solito nella modalità
del vorrei ma non posso. L’ossessione non
si materializza a comando, alzi la mano chi
davvero rabbrividisce leggendo gialli e
noir. Nel romanzo di Battocletti è il contrario: la sensazione è che abbia detto più di
quanto lei stessa sapeva, dando voce a un
mondo che è saggia abitudine tenere nascosto. Romanzo e inconscio hanno da

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sempre rapporti indiretti, filtrati dalla tecnica narrativa, dalle esigenze di razionalità
della trama, dalle convenzioni non scritte
tra autori e lettori. Qui siamo scaraventati
in piena «altra scena», complice forse
qualche ingenuità nella costruzione e nella
lingua, intessuta di metafore e aggettivi a
tratti splendenti, qualche volta incerti, attoniti, spaesati. Ma una maggiore scaltrezza avrebbe nuociuto all’autrice, saldando le
crepe attraverso cui sono penetrate le sue
creature notturne, i demoni meschini
spietati come rimorsi e micidiali come pettegolezzi. Si vede ciò che non si doveva vedere, si dice ciò che non si poteva dire, ciò
che il linguaggio non è fatto per dire se
non nei sogni e nelle visioni: il dolore più
abbietto, la solitudine più disperata, il tradimento più universale, quando il male
che guasta la terra è la cosa stessa che ti ha
dato la vita, la tua storia e il tuo nome.
Forse è pietoso il diavolo a coprirsi di
mantella, e non c’è niente di più empio e
pericoloso che cercare di strappargliela.
L’autrice lo ha fatto, e il miracolo è che sia
tornata a raccontarlo.
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Stile
Storia
Copertina

l «New York Times» lo ha
paragonato alle spy story di Tom
Clancy. E il «Los Angeles Times»
ha definito il suo autore «erede
letterario di Philip Roth». Fatto sta che
leggere The Betrayers, ultimo titolo
del canadese David Bezmozgis,
produce lo stesso effetto che guardare
attraverso un taumascopio: la realtà si
riflette negli specchi interni allo
strumento, restituendo all’occhio
immagini simmetriche
costantemente confluenti l’una
nell’altra. E, trattandosi di un thriller
psicologico, la vittima diventa
carnefice e il carnefice vittima; i
princìpi trasmutano nel loro opposto;
punizione e perdono si inseguono
senza fine. Neppure la sorte può
restare uguale a se stessa. Però la
storia è ben concreta: le 24 ore che il
rigoroso ministro israeliano di origine
russa Baruch Kotler trascorre in una
località balneare della Crimea con la
giovane amante, Leora. Il caso li porta
a Vladimir Tankilevich, l’ex agente del
Kgb che in gioventù aveva condannato
Kotler ad anni di Gulag. Nella resa dei
conti che segue entrano in gioco
mogli, figli, coloni, governo,
religione, disciplina militare, ricatti
politici, false identità, appartenenza,
persecuzioni nei Paesi comunisti.
L’emigrazione ebraica dall’Europa
dell’Est, del resto, è tema ricorrente
nelle opere di Bezmozgis. Lui stesso è
nato a Riga nel 1973, poi a 7 anni ha
lasciato la Lettonia per trasferirsi con
la famiglia a Toronto. E lì vive tuttora.
Scrittore di fama internazionale e
filmaker, adesso sta lavorando alla
trasposizione in pellicola di Natasha,
uno dei racconti del suo libro
d’esordio (nel 2005 in italiano per
Guanda): la saga dei Berman,
fuoriusciti dalla Russia. Il film, così è
annunciato, sarà nelle sale canadesi
entro l’anno, con la regia dello stesso
David Bezmozgis e un cast composto
quasi interamente — ça va sans dire
— di nordamericani ex refusnik. Ma,
per tornare a The Betrayers, l’anno
scorso ha ricevuto importanti
riconoscimenti in patria e nel mondo
anglofono. È già tradotto in 12 lingue.
In originale è reperibile fra i Penguin
Books; mentre in settembre uscirà
anche in italiano come I traditori, e
ancora presso Guanda.
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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

In punta di piedi

Caratteri La protagonista

di Giovanna Scalzo

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 13
La guerra di Nini
Cento le candeline domani, lunedì 15, per Nini
Theilade. Ballerina danese, si fece notare a
soli 14 anni per il suo fisico longilineo, una
novità per l’epoca. Girò l’Europa in tournée
durante la Seconda guerra mondiale, con

interpretazioni moderne, piene di coraggio e
ottimismo, che racconta in un documentario
del 2005, insieme ai colleghi del Balletto russo
di Montecarlo: una preziosa testimonianza
(www.balletsrussesmovie.com).

L’intervista La storia di una resistente, «piena di debolezze, ma capace di osare e di godere la normalità della casa»

LastiratricevuolecambiareilMessico
di ELISABETTA ROSASPINA

«A

nch’io sono Lupita»
dicono le sue lettrici,
fermandola per strada; e nessun altro
commento potrebbe
rendere più orgogliosa l’autrice, Laura
Esquivel. Perché, a differenza di Tita de
La Garza, sublime protagonista di Dolce
come il cioccolato, Lupita non fa miracoli
culinari, non è bella, non è alta nè sottile,
non ha un innamorato devoto come Pedro, non ha mai avuto fortuna nella vita,
ma incarna la vittoria della fede sul destino. Fede nel cosmo, più che nei santi o
negli dei. Fede nell’energia amorosa, più
che nelle relazioni d’amore. Quella stessa
energia che incendia il gran finale del romanzo e del film più celebrati, internazionalmente, della scrittrice messicana.
Con le elezioni di domenica scorsa, 7
giugno, Esquivel ha iniziato anche la sua
avventura in politica, dopo aver accettato
la candidatura plurinominale al Parlamento messicano nelle liste di Morena, il
giovane Movimento Rigenerazione Sociale cui hanno aderito, tra molti intellettuali di sinistra, anche Paco Ignacio Taibo
II e filosofi, economisti, docenti. Al suo
debutto, Morena ha ottenuto due milioni
e mezzo di voti, l’8% alla Camera, ed è diventato il quarto partito nazionale: «Tutto indica che sarò deputata — afferma a
caldo Esquivel — ma per la conferma ufficiale ci vuole ancora qualche giorno».
Con in cantiere già un nuovo libro e
l’imminente lancio di un’edizione speciale della sua opera maestra, Come l’acqua
per il cioccolato (tradotto in Italia con il
titolo Dolce come il cioccolato), più di sette milioni di copie vendute in 25 anni, alla scrittrice non restava molto tempo da
dedicare alla campagna elettorale. Ma
pure Laura è una Lupita. Tenace.
L’ottavo romanzo di Esquivel, A Lupita
piaceva stirare, in uscita da Garzanti, è la
storia di una resistente, piena di difetti e
di debolezze, ma anche di capacità di
sopportare il dolore, di osare, di indignarsi e, soprattutto, di godersi rigeneranti pause di normalità nella sua dura
vita di poliziotta: ama stirare, ballare, osservare il cielo, correre, lavorare a maglia
e ricamare. Ogni capitolo inizia così, aggiungendo un nuovo tassello al mosaico
di gusti eterogenei e non sempre edificanti che contraddistinguono Lupita,
compreso il «trincare» e l’«attaccare briga», in un mondo senz’altro molto più
spregevole di lei.
«Tutto quello che le piace fare — spiega l’autrice — permette di esaminare le
sue malattie emotive».
È una lupa ferita e isolata, Lupita?
«Una loba, oh sì, certo! L’idea mi piace
— risponde Laura Esquivel dalla sua casa
di Coyoacán, sobborgo di Città del Messico, a sette fusi orari dall’Italia —. Una piccola lupa che ama il silenzio e la solitudine. Vero, ha i suoi lati oscuri, Lupita. Ma
l’origine del suo nome è un’altra: si deve
al culto della Virgen de Guadalupe, una
figura immensa qui da noi. Lupita rappresenta le donne messicane per la sua
grande forza: non la piegano la violenza
subita da ragazzina, la mancanza di opportunità e di studi. Riesce ad andare
avanti, nonostante tutto, convivendo con
le sue debolezze, le sue difficoltà, le sue
assuefazioni. Per questo sono contenta

L’impegno
«Mi sono candidata con il
movimento Morena.
Sento l’enorme
responsabilità
di aiutare il mio Paese»

Torna Laura Esquivel, l’autrice di «Dolce come il cioccolato»
La scrittrice entra in politica, la sua nuova eroina in polizia

i

Il Messico sembra non essere un
Paese per donne: a
Ciudad Juárez sono scomparse a
migliaia in questi
anni. Che vita fanno le poliziotte, come Lupita?
«Ne ho intervistate molte, per
scrivere il romanzo. Sono meravigliose,
ammirevoli. Molto più oneste, nel loro lavoro, dei colleghi uomini. Ma molto meno rispettate all’interno della loro stessa
corporazione. È vero, a Ciudad Juárez,
nello stato di Chihuahua, è un rischio essere donna. Ma anche giornalista. È lo
Stato messicano con il maggior numero
di omicidi, soprattutto ai danni delle
donne. Tuttavia non è un fenomeno locale. Ruota intorno all’industria della pornografia, che produce, compra e vende
video. Però non se ne parla».
Si parla un po’ di più del traffico di
esseri umani verso il confine settentrionale, verso gli Stati Uniti.
«Certo. Quegli esseri umani sono manodopera a buon mercato al Nord. È una
decomposizione brutale della società,
una crisi globale provocata da un modello economico sbagliato. Che riduce gli
esseri umani a merce. E non solo: a causa
di questo modello economico, sostenuto
dalla legge della giungla, ci sono milioni
di persone che muoiono di fame, l’industria più grande divora la più piccola.
Prospera il narcotraffico. Muoiono i negozi, le librerie. Dobbiamo cambiare. Per
questo mi interessano i personaggi che si
danno da fare e riescono a smettere di essere vittime. Perché c’è sempre una via
d’uscita. Mi sono sentita vittima anch’io,
ma sono stata salvata dalla creatività, dall’arte. Bisogna mettere mano all’immaginazione, come ho scritto un paio d’anni
fa nel mio Manuale di drammaturgia
personale: come smettere di essere una
vittima in dodici sessioni».
Prima lezione?
«Visualizzare se stessi in azione è già
l’inizio della trasformazione. Lasciare andare la fantasia. Non sempre nelle scuole
si incoraggia l’attività artistica perché gli
artisti rappresentano un rischio. Qualcuno può cominciare a pensare che non
servano tanti deputati o tanti soldi ai partiti».
Come mai ha deciso di entrare anche
lei in Parlamento?
«Già da alcuni anni faccio parte di un
comitato di intellettuali messicani attorno a Morena, il movimento fondato da
Andrés Manuel López Obrador, un politico nel quale ho molta fiducia. E che ha insistito per candidarmi. Ho accettato, perché lo considero un dovere, non un piacere. Sento l’enorme responsabilità di fare qualcosa per il mio Paese, di portare la
voce di una cittadina alla Camera dei deputati. In Messico c’è molta delusione
verso la politica. Non sono un’ingenua,
so come vanno le cose in Parlamento e so
che non sarà facile. Ma penso che l’atteggiamento peggiore al mondo sia la rassegnazione, dirsi che tanto è tutto lo stesso
e che non c’è più speranza. Se ci organizziamo, invece possiamo ancora farcela».
Ana Teresa Fernández
(1980); performance
Borrando la Frontera
(2011). L’artista
messicana ha dipinto
di azzurro la frontiera
tra Usa e Messico sulla
spiaggia di Tijuana,
creando un’illusione
ottica di libertà

LAURA ESQUIVEL
A Lupita piaceva stirare
Traduzione di Enrica Budetta
GARZANTI
Pagine 195, 16,90
In uscita giovedì 18 giugno
L’autrice
Laura Esquivel (qui sotto)
è nata a Città del Messico
e compirà 65 anni
il prossimo 30 settembre.
Insegnante, sceneggiatrice
cinematografica,
è considerata
una delle più importanti
autrici latinoamericane
I libri
In italiano sono usciti
per Garzanti
Dolce come il cioccolato
(il suo primo romanzo,
del 1989: traduzione
di Silvia Benso), La voce
dell’acqua e Veloce
come il desiderio (tutt’e due
tradotti da Stefania Cherchi.
Da Dolce come il cioccolato
nel 1992 è stato tratto
un film, Come l’acqua per il
cioccolato per la regia di
Alfonso Arau (Como agua
para chocolate è il titolo
originale in spagnolo
del libro), ambientato
durante la rivoluzione
messicana all’inizio
del Novecento e diviso
in dodici parti, ciascuna
legata a un mese
e introdotta da una ricetta
della tradizione
gastronomica del Paese.
Il regista Alfonso Arau
è il marito della scrittrice,
che ha invece realizzato
la sceneggiatura. La pellicola
è interpretata da Lumi
Cavazos e Marco Leonardi
quando incontro una lettrice che mi confida: anch’io sono Lupita. Vuole dire che
si è identificata nella sua storia e, forse,
nella sua visione».
Di che visione si tratta?
«Prima dell’arrivo degli spagnoli, qui
c’era un altro modo di connetterci, attraverso un pensiero comune, una cosmovisione, che non ha nulla a che fare con il
sistema di competitività, di individualismo e di profitto che domina adesso e
che è all’origine della corruzione e dello
scambio di favori. Lupita torna a quell’ancestrale interconnessione, per questo ha un potere speciale».
Sì, ma come ci torna?
«Attraverso la droga dello spirito.
Una sostanza estratta dalle ghiandole
di un rospo che le viene fatta inalare
nel corso di una cerimonia di sciamani autorizzati».
E poi che succede?
«È un potente neurotrasmettitore
che produce interconnessione tra
tutte le molecole dell’universo.
Così avviene il risanamento».

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Sembra una via di mezzo tra gli straordinari effetti della cioccolata, descritti nel suo primo romanzo, e quelli
di un fungo allucinogeno.
«Già. Anche con il cioccolato si raggiungeva lo stesso risultato. Abbiamo a
portata di mano, nella natura, la chiave
per non dimenticare che siamo qualcosa
di più di un corpo, di un consumatore, di
un piccolo ingranaggio dentro una gigantesca macchina di consumo e sfruttamento dell’ambiente. Esiste una cosmogonia differente. Quando Lupita lo capisce, finalmente guarisce».
Che cosa si direbbero Tita, la protagonista di «Come l’acqua per il cioccolato», e Lupita, se si incontrassero?
«Simpatizzerebbero, sicuramente. Diventerebbero buone amiche. Hanno
molto in comune. Sono due sopravvissute. Entrambe hanno rifiutato la condizione di vittime. Tita smette di essere un oggetto nelle mani della madre. E Lupita
smette di essere un oggetto svalutato.
Riesce così a recuperare perfino la sua
bellezza».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La droga
«La protagonista assume
una sostanza estratta dalle
ghiandole di rospo, che ci
riporta a una cosmovisione
precolombiana»

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14 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Legenda

Caratteri Le classifiche dei libri

{

DOMENICA 14 GIUGNO 2015
A parità di percentuale di vendita, la
posizione è determinata dal valore
in discesa
novità
decimale non indi100 titolo più venduto (gli altri in proporzione) cato in classifica

(2) posizione precedente

1
5

in salita

S
R
N

stabile

rientro

Arriva lo youtuber Favij, il ragazzo nato dalla rete che spopola in libreria
Trionfa la «trilogia della casualità» di Jamie McGuire. Sale Cottarelli
La pagella
di Antonio D’Orrico
Gianni Mura
Non c’è gusto
minimum fax

Top 10

ebook
di Alessia Rastelli

voto

7 1
(1)

Spuntini indigesti
S
e spunti per romanzi 2

100

(2)

G

ianni Mura detesta la carne
servita sul letto d’insalata che
considera una vera sciatteria.
Diffida del tiramisù scomposto e
della tartare di tonno (specie
quando sul menù scrivono tartar). E qui fa
tornare in mente l’indimenticabile sfogo di
Tony Pagoda, l’eroe di Hanno tutti ragione, il
romanzo di Paolo Sorrentino: «Eppoi,
diciamocelo, non ce la facciamo più con la
tartare di tonno. Ovunque si vada, essa c’è.
Come Alba Parietti. Ha rotto i coglioni la
tartare di tonno». Gianni Mura sospetta che
l’insalatona dello chef nasconda, spesso,
un’attività di riciclaggio. E rimpiange (quasi
incredulo) i menù delle trattorie di una volta,
quelle preferite dai camionisti: «Salame
crudo e cotto, pancetta, lardo, cotechino,
lingua salmistrata, insalata russa», per
cominciare. A seguire, tris di primi, carrello
degli arrosti o dei bolliti,
formaggio, dolce e
frutta. A chiudere, caffè e
ammazzacaffè («Un
amarino, un grappino,
un whiskino, un
cognacchino, una
sambuchina»). A
raccontarlo così,
sembrerebbe un libro di
critica gastronomica.
Gianni Mura
Invece, è una guida a
(1945), giornalista tutto quello che
di «Repubblica»
conviene sapere per
evitare brutte sorprese
nella scelta di un ristorante. Un manuale di
legittima difesa in questo mondo di master
chef e TripAdvisor. Il libro contiene spunti e
pezzi di altri libri possibili. Una biografia di
Gino Veronelli, per esempio, uno dei più
grandi intellettuali italiani del secolo scorso,
il Gianni Brera della critica enogastronomica.
Oppure un’autobiografia dello stesso Mura
provocata (come accadde con la madeleine a
Proust) dalle cose che ha mangiato nella sua
vita. Compreso il foie gras di pipistrello. Un
terzo libro possibile sarebbe un libro di
anagrammi. Mura è un campione nel ramo
(guida = Giuda; osteria = è storia). E poi c’è il
doppio anagramma di dieta. Il primo è Taide
(la escort finita nell’Inferno di Dante). Il
secondo è deità. Quale sia l’ipotesi preferita
dall’autore (visto anche il talebanismo
montante in cucina) è facile da indovinare.

S

90

3
S

47

44

Carlo Rovelli
Sette brevi lezioni
di fisica
Adelphi, € 10

40

Luca Bianchini
Dimmi che credi
al destino
Mondadori, € 17

37

Camilla Läckberg
Il segreto
degli angeli
Marsilio, € 19

4
(6)

1

5
(4)

5

6
(5)

5

7

Stefano Benni
Cari mostri

(8)

1

33

Feltrinelli, € 17

28

Daria Bignardi
Santa
degli impossibili
Mondadori, € 12

8
(7)

5

9

Glenn Cooper
Dannati

(9)

S

26

10

Tea, € 5
Favij
Sotto le cuffie

(-)

N

Baldini & Castoldi, € 13
Sveva Casati
Modignani
La vigna di Angelica
Sperling & Kupfer, € 19,90

(3)

24

1

Andrea Camilleri
La giostra
degli scambi
Sellerio, € 14
Giorgio Faletti
La piuma

Sentimenti
ed erotismo
(per giovani)
In Italia le fan del pornosoft dovranno attendere il
3 luglio per poter
acquistare, anche nella
nostra lingua, Grey
(Mondadori): il nuovo libro
di E. L. James in cui la storia
delle Cinquanta sfumature
viene raccontata dal punto
di vista di lui. Nel frattempo,
altre saghe a base di
sentimenti ed erotismo
conquistano i lettori più
giovani. New adult è il
genere, in cui i protagonisti
hanno tra i 18 e i 25 anni.
Va forte la serie Fighting for
Love dell’americana Gina L.
Maxwell. Ultimo volume,
uscito il 29 maggio solo in
digitale, Vicini di letto.
Ovvero la tormentata
storia tra l’ex pugile Aiden e
la bellissima Kat, al terzo
posto nella classifica di
Libri su Google Play (che
non rende note le
proporzioni tra i titoli).
L’ebook trascina le puntate
precedenti: Nemici di letto,
quinto, e Amici di letto,
decimo. Nella Top Five, altre
due storie dedicate ai
ventenni: in seconda
posizione, Tutto in una sola
notte, primo capitolo della
Lick Series, ambienta nel
mondo delle rock band e
firmata dalla scrittrice del
Queensland, Kylie Scott; al
quarto posto, Un’incredibile
follia, ultimo volume della
trilogia dell’americana
Jamie McGuire dedicata a
Erin e Weston, alle prese
con la separazione dopo il
liceo. Il primo posto va
invece ad Anna Premoli
con il romantico Un giorno
perfetto per innamorarsi.

@al_rastelli
ehibook.corriere.it

Mondadori Electa, € 12,90

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La classifica
1

Anna Premoli
Un giorno perfetto...
Newton Compton, 4,99
ePub con Adobe Drm

2

Kylie Scott
Tutto in una sola notte
Newton Compton, 4,99
ePub con Adobe Drm

3

Gina L. Maxwell
Vicini di letto
Fabbri Editori Life, 6,99
ePub con Adobe Drm

4

Jamie McGuire
Un’incredibile follia
Garzanti, 5,99
ePub con Adobe Drm

5

Gina L. Maxwell
Nemici di letto
Fabbri Editori Life, 6,99
ePub con Adobe Drm
(1-7 giugno 2015)

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Narrativa italiana
(1) S 100

Andrea Camilleri
La giostra
degli scambi
Sellerio, € 14

Camilleri, Faletti, Casati Modignani: non cambia il
podio italiano della top ten. Nella classifica di
categoria è stabile quarto Bianchini e sale Benni.
Tutte al femminile le novità: Concita De Gregorio
sul dramma di una madre privata dei figli, poi la
love story di Anna Premoli, le memorie di Marella
Agnelli e l’avventura spirituale di Susanna Tamaro.

(2) S 90
2
Giorgio Faletti
La piuma
Baldini & Castoldi, € 13

(3) S 47
3
Sveva Casati
Modignani
La vigna di Angelica
Sperling & Kupfer, € 19,90

Narrativa straniera

1

(1) S 37

Camilla Läckberg
Il segreto degli angeli
Marsilio, € 19

Camilla Läckberg e Glenn Cooper sono i due autori
stranieri da top ten. La miglior new entry nella
classifica di settore è Jamie McGuire che arriva sul
terzo gradino con l’ultimo atto della «trilogia della
casualità» (gli altri due sono al quinto e sesto posto)
che ha per protagonisti i liceali Erin e Weston. Sale
anche il bestseller adolescenziale di John Green.

(2) S 26
2
Glenn Cooper
Dannati
Tea, € 5

(-) N 19
3
Jamie McGuire
Un’incredibile
follia
Garzanti, € 10

Saggistica

1

(1) S 44

Carlo Rovelli
Sette brevi lezioni
di fisica
Adelphi, € 10

Il fisico Carlo Rovelli primo nei Saggi scala due posti
in top ten dove la novità, proveniente dalla Varia, è
Favij, al secolo il 19enne Lorenzo Ostuni, star del web
con oltre un milione di fan su YouTube. Nella
Saggistica sale la ricetta dell’economista Cottarelli
per tagliare la spesa pubblica. Nei Ragazzi comanda
R. J. Palacio con una storia nata dal bestseller Wonder.

(3) 1 23
2
Massimo Recalcati
Le mani
della madre
Feltrinelli, € 16

(5) 1 14
3
Carlo Cottarelli
La lista
della spesa
Feltrinelli, € 15

Varia

1

(2)1 24

Favij
Sotto le cuffie
Mondadori Electa, € 12,90

(1)5 23
2
Marie Kondo
Il magico potere
del riordino
Vallardi, € 13,90

Ragazzi

1

(3) 1 18

R. J. Palacio
Il libro di Julian.
A Wonder Story
Giunti, € 7,90

(2) S 13
2
AA.VV.
Masha e Orso.
Cosa farò
da grande
Liscianigiochi, € 4,90

Stati Uniti
1
Nelson DeMille

2
Paula Hawkins

3
Anthony Doerr

Radiant
Angel

The Girl
on the Train

All the Light
We Cannot See

Grand Central, $ 28

Riverhead, $ 26.95

Scribner, $ 27

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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 15

DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Il podio del critico
di Enrico Schirò

Il numero
di Giuliano Vigini

16

Enrico Schirò (Roma, 1985) è dottorando in Filosofia
all’Università di Bologna. Laurea in Estetica, lavora sulla
filosofia contemporanea, si interessa di femminismo,
psicoanalisi, autobiografia e ontologia del non-umano.
Ha pubblicato su «Elephant & Castle», «Dwf», «Carte di
Cinema», «Genesis» e «Politica & Società».

1
Carla Lonzi

2
Felice Cimatti

3
Jean Baudrillard

Vai pure. Dialogo
con Pietro Consagra
et al., € 12

Filosofia
dell’animalità
Laterza, € 12

È l’oggetto
che vi pensa
Pagine d’Arte, € 25

Non solo latino: le encicliche che parlano altre lingue
Può sorprendere o apparire singolare che l’enciclica
attesa per i prossimi giorni abbia un titolo non latino, visto
che il Papa, dopo essersi ispirato a Francesco d’Assisi nel
nome, ha voluto privilegiare il Laudato si’ del Cantico delle
creature come incipit della sua nuova enciclica sul creato.

Non è però il primo caso. Ci sono infatti 16 encicliche che
recano un titolo non latino, di cui 11 sono in italiano, 4 in
francese e 1 in tedesco. Il maggior numero di queste
encicliche spetta a Leone XIII (7), di cui 5 in italiano e 2 in
francese. La prima enciclica non in latino è nella nostra

lingua: Il trionfo (1814) di Pio VII; l’ultima, prima di
Francesco, è in francese: Le pèlerinage de Lourdes (1957)
di Pio XII. La più celebre resta però quella in tedesco di Pio
XI: Mit brennender Sorge (1937) indirizzata «con viva
ansia» a tutto l’episcopato della Germania.

(Elaborazione a cura di GfK. Dati relativi alla settimana dal 1° giugno al 7 giugno 2015)

(4) S 40
4
Luca Bianchini

(5) 5 28
6
Daria Bignardi

(7) 5 17
8
Fabrizio Santi

(10) S 15
(-) N 13
10
12
Elena Ferrante
Anna Premoli

(-) N 10
14
Marella Agnelli

(-) N 9
16
Susanna Tamaro

(-) R 9
(15) 5 9
18
20
Vinicio Capossela
Lavinia Petti

Dimmi che credi
al destino

Santa
degli impossibili

Il quadro
maledetto

L’amica geniale

La signora Gocà

Un cuore
pensante

Il paese
dei Coppoloni

Il ladro di nebbia

Mondadori, € 17

Mondadori, € 12

Newton Compton, € 9,90

e/o, € 18

Adelphi, € 12

Bompiani, € 14

Feltrinelli, € 18

Longanesi, € 14,90

(6) 1 33
5
Stefano Benni

(-) N 18
(11) 5 12
(12) 5 10
(16) 5 9
7
9 (9) S 17 11 (8) 5 14 13
15
17
Concita De Gregorio Alessandro Baricco Francesco Piccolo
Mauro Corona
M. Gramellini
Elena Ferrante

(14) 5 9
19
Francesco Piccolo

Cari mostri

Mi sa che fuori
è primavera

La sposa giovane

Feltrinelli, € 17

Feltrinelli, € 13

Feltrinelli, € 17

(8) 1 17
4
John Green

(5) 514
6
Jamie McGuire

Città di carta

Un giorno
perfetto
per innamorarsi
Newton Compton, € 9,90

I misteri
della montagna

C. Gamberale
Avrò cura di te

Storia del nuovo
cognome

Mondadori, € 19

Longanesi, € 16

e/o, € 19,50

Momenti
di trascurabile
felicità
Einaudi, € 10

(4) 5 14
(9) 5 10
8
10 (11) 1 12 12
Vanessa Diffenbaugh Danielle Steel
Albert Espinosa

(14) S 9
14
E. L. James

(15) 5 8
16
Molly McAdams

(-) N 8
18
Jane Shemilt

(16) 5 7
20
Elizabeth Little

Una meravigliosa
bugia

Le ali della vita

Tradita

Una famiglia
quasi perfetta

Finché sarò
tua figlia

Garzanti, € 10

Garzanti, € 18,60

Sperling & Kupfer, € 14,90

Cinquanta
sfumature
di rosso
Mondadori, € 10

Ti lascio
ma restiamo amici

Rizzoli, € 16

Braccialetti
azzurri.
Ama il tuo caos
Salani, € 14,90

Newton Compton, € 9,90

Newton Compton, € 9,90

Garzanti, € 16,40

(3) 5 15
5
Jamie McGuire

(7) S 14
7
E. L. James

(6) 5 12
9
Markus Zusak

(-) N 10
11
Nicholas Sparks

(13) S 9
13
E. L. James

(10) 5 9
15
Catherine Dunne

(12) 5 8
17
Jo Nesbø

(17) 5 7
19
Donna Tartt

Un magnifico
equivoco

Storia di una ladra
di libri

La risposta
è nelle stelle

Sangue e neve

Il cardellino

Frassinelli, € 16,90

Sperling & Kupfer, € 16,90

Cinquanta
sfumature
di nero
Mondadori, € 10

Un terribile amore

Garzanti, € 10

Cinquanta
sfumature
di grigio
Mondadori, € 10

Guanda, € 18

Einaudi, € 17

Rizzoli, € 16

(2) 5 14
4
Aldo Cazzullo

(20) 1 12
6
N. Di Matteo

(6) 5 8
8
Piero Angela

(-) N 5
(10) 5 5
10
12
14 (16) 1 5
Z. Bauman, E. Mauro AA.VV.
José «Pepe» Mujica

(12) 5 4
(15) 5 4
18
20
Comandante Alfa
Giuseppe Cloza

S. Palazzolo
Collusi

Tredici miliardi
di anni

La felicità al
potere

Babel

(-) N 4
16
Massimo Fagioli

Possa il mio
sangue servire

La memoria
di Elvira

L‘idea della
nascita umana

Cuore di rondine

Felicità
in questo mondo

Rizzoli, € 19

Bur, € 16,50

Mondadori, € 19

EIR, € 16

Laterza, € 16

Sellerio, € 10

L’asino d’oro, € 24

Longanesi, €14,90

Soka Gakkai, € 2,75

(9) S 7
9
Vittorio Feltri

(-) N 5
11
Enrico Deaglio

(14) 1 5
13
Chris Kyle

(11) 5 4
15
Aldo Cazzullo

(13) 5 4
17
Vito Mancuso

(19) S 4
19
Enzo Bianchi

(con S. McEwan
e J. DeFelice)
American Sniper
Mondadori, € 18

La guerra
dei nostri nonni

Questa vita

Raccontare
l’amore

Mondadori, € 17

Garzanti, € 14,90

Rizzoli, € 16

(4) 5 13
5
7
C. Morvillo, B. Vespa

(8) 1 12

Marco Travaglio
Slurp

Non abbiamo
abbastanza paura

Momenti
di trascurabile
infelicità
Einaudi, € 13

Rizzoli, € 20

Chiarelettere, € 18

Mondadori, € 17

Storia vera e
terribile tra Sicilia
e America
Sellerio, € 14

3

(5)1 13
4
Philippe Daverio

(4)5 11
5
Ferzan Ozpetek

(6) S 7
6
Marco Bianchi

(-) N 7
7
Laura Rangoni

(7)5 5
8
U. Veronesi

(8)5 5
9
Amy Morin

(-) N 5
10
Massimo Ferrero

La buona strada

Sei la mia vita

Io mi voglio bene

1000 ricette
di mare

Sonzogno, € 16,50

Rizzoli, € 11,50

Mondadori, € 17

Mondadori, € 18,50

Newton Compton, € 4,90

M. Pappagallo
I segreti
della lunga vita
Giunti, € 16,50

I 13 segreti
per potenziare
la tua mente
Sperling & Kupfer, € 12,90

(con A. Alciato)
Una vita
al massimo
Rizzoli, € 17

(5)1 12
3
AA.VV.

(1) 5 12
4
AA.VV.

(-) N 11
5
Rita Coco

(-) R 11
6
R. J. Palacio

(4) 5 10
7
AA.VV.

(6) 5 10
8
AA.VV.

(7) 5 10
9
AA.VV.

(-) R 10
10
Jeff Kinney

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azioni.
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e la verdura!
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incontrati.
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con me?
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Schiappa.
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La signora
dei segreti

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Giulia Enders
L’intestino felice

Disney, € 3,50

Inghilterra

Giunti, € 9,90

Fabbri, € 6,90

Francia

Germania

1
Chris Kyle

2
Victoria Hislop

3
David Nicholls

1
Anna Gavalda

2
3
Christophe Galfard
C. Wilson, F. Giroud

1
Donna Leon

2
Dörte Hansen

3
Jussi Adler-Olsen

(con S. McEwan
e J. DeFelice)
American Sniper
William Morrow, £ 7.99

The Sunrise

Us

Des vies en mieux

L’Univers à portée
de main

Martha Shoebridge
Tome 8

Tod zwischen
den Zeilen

Altes Land

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Headline Review, £ 7.99

Hodder Paperbacks, £ 7.99

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Flammarion, € 19,90

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Diogenes, € 23,90

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16 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Sguardi

Sulla strada
di Davide Francioli

Pittura, scultura, fotografia, design, mercato

{

DOMENICA 14 GIUGNO 2015
Tutti a Coney Island!
Zucchero filato, musica ad alto volume, il
profilo delle montagne russe sullo sfondo. A
Coney Island, penisola a sud di Brooklyn (New
York), si uniscono cibo e arte, grazie alla
presenza contemporanea di due festival. Nel
primo, Smorgasburg, alcuni noti rivenditori di
pietanze offrono i loro prodotti da strutture a
forma di container; l’altro, Coney Art Walls,
vede esibirsi fino al 22 giugno diversi street
artist, tra cui Miss Van, Daze e Shepard Fairey.

Globalizzazione Al via il 18 in Svizzera la 46ª edizione dell’appuntamento che riunisce grandi nomi e grandi capitali

BasileainsegueilmercatocheinsegueBasilea
di STEFANO BUCCI

S

ono fiere come musei. O, in alternativa, come vetrine o come
passerelle da esibizione, molto
ben frequentate e molto glamour, dove le tendenze di mercato sembrano venire più inseguite che
anticipate, magari sull’onda dell’ultima
Biennale di Venezia o dell’ultima retrospettiva dedicata, tanto per fare un nome, a Takashi Murakami. Ancora pochi
giorni e prenderà forma «Art Basel», edizione 2015 (la 46esima), fiera nata nel
1970 con l’idea «di stabilire un contatto
dinamico tra gallerie, artisti, collezionisti, musei, fondazioni e istituzioni», ma
diventata con il tempo (a seconda dell’immaginazione del cronista) l’«Olimpiade dell’arte contemporanea», la «Mecca
del moderno», il «più bel museo temporaneo del mondo».
Oltretutto sorprende che «Art Basel»
arrivi solo poco dopo la consorella «Art
Basel Hong Kong» (15-17 marzo) dove tra
i compratori sono sfilati celebrities come
Susan Sarandon, Gwyneth Paltrow, Dita
Von Teese e il multimiliardario cinese
Zeng Fanzhi (60 mila presenze contro le
65 mila annunciate, ma con un giorno di
apertura in meno rispetto all’edizione
2014). Cosa si è venduto di più? I soliti noti: Damien Hirst, Chris Ofili, Richard Serra, Keith Haring, Ai Weiwei. Più qualche
emergente (soprattutto locale): Xu Bing,
Samson Young, Atsuko Tanaka, ma anche il tedesco Neo Rauch. «Quest’anno
— ha spiegato Larkin Erdmann, direttore della Galleria Massimo de Carlo di Milano-Londra — abbiamo visto crescere
l’attenzione dei collezionisti orientali nei
confronti di nomi meno istituzionali».
Gli orientali, dunque, crescono.

Nuovi percorsi
Forte dei suoi 90 mila visitatori per
edizione, «Art Basel» propone un calendario come al solito ricchissimo e scintillante (con tanto di una doppia giornata,
quella di martedì 16 e mercoledì 17 dedicata esclusivamente ai grandi collezionisti), proprio come deve essere una vetrina: per ora, oltre l’installazione dedicata
«al tema dell’accoglienza» (Do We Dream Under the Same Sky del gruppo guidato da Rirkrit Tiravanija) collocata nella
Messeplatz, proprio davanti alla fiera
(con tanto di erba e giardino), sono annunciate trecento gallerie, quattromila
artisti da tutto il mondo, otto sezioni a tema (Galleries, Feature, Statements, Edition, Unlimited, Parcours, Film, Magazines).
Il tutto con un allestimento rinnovato:
«La nuova disposizione è più coerente, il
pubblico non ha più tanto tempo e non
vogliamo che lo passi a capire come
muoversi tra gli stand», chiarisce il direttore Marc Spiegler. Anche se può rischiare di sembrare più un parco di divertimenti che una fiera d’arte contemporanea. Un parco per i divertimenti che evidentemente fa comunque molta gola a
collezionisti e galleristi: considerato che
non è ancora iniziata, già si parla della
prossima edizione della consociata «Art
Basel Miami» (dal 3 al 6 dicembre) e vengono annunciati i rispettivi programmi
di «Frieze London» (dal 14 al 17 ottobre) e
di «Artissima Torino» (dal 6 all’8 novembre), fiere forse più creative e trasgressive
ma con un pubblico economicamente
interessante, lo stesso a cui si rivolgono
quei saloni «satelliti» di «Art Basel» come «Volta 11», «Liste» e «Scope».

Effetto museo
Se un tempo in una fiera d’arte contemporanea si cercava la novità, oggi le
gallerie sembrano piuttosto voler capitalizzare il risultato delle retrospettive che i
musei hanno dedicato ai loro stessi artisti. «Art Basel» non fa eccezione: Blum &

Apre «Art Basel», a metà tra mostra e parco di divertimenti
Accoglie star e collezionisti ma s’interroga sul proprio ruolo

i

L’appuntamento
«Art Basel 2015»,
Basilea, Messe Basel
(Halle 1 e 2),
da giovedì 18
a domenica 21 giugno;
vernissage: mercoledì 17;
preview (solo a inviti):
martedì 16 e mercoledì 17
Biglietto giornaliero intero:
48 CHF; biglietto due giorni
(intero): 80 CHF; biglietto
completo (intero): 110 CHF
(Info: www.artbasel.com).
Le sezioni
Oltre trecento le gallerie
e oltre quattromila gli artisti
presenti a questa edizione,
suddivisi in otto sezioni:
Galleries (dedicata alle
gallerie d’arte moderna
e contemporanea), Feature
(dedicata a una serie di
mostre monografiche
su grandi personalità),
Statements (per giovani
ed emergenti), Edition
(per stampe e multipli),
Unlimited (per opere su
grande scala), Parcours (per
opere site-specific realizzate
nel tessuto cittadino
di Basilea), Film (su
lungometraggi e video
d’artista), Magazines
(per riviste d’arte).
In programma anche
conversazioni d’autore
e laboratori per bambini
L’installazione
Do We Dream Under
the Same Sky è il titolo
dell’installazione (dedicata al
tema dell’accoglienza) firmata
da Rirkrit Tiravanija, Nikolaus
Hirsch, Michel Müller, Antto
Melasniemi collocata davanti
all’ingresso di «Art Basel»

Poe Gallery (con sedi a Los Angeles, New
York e Tokyo) propone per questo una
serie di tele di Jim Shaw (classe 1952,
quindi non certo un esordiente) proprio
in contemporanea con la mostra che gli
sta dedicando il Massachusetts Museum
of Contemporary Art (Entertaining Doubts, fino a gennaio).
E ancora: le grandi tele di Mary Weatherford arrivano sull’onda del successo
della mostra che vede protagonista l’artista al Moma di New York; The Refusal of
Time al Met sembra aver fatto da traino
(se mai ce ne fosse stato bisogno) al lavoro di William Kentridge che figura nel
pacchetto della Marian Goodman Gallery. E sempre sull’onda di grandi retrospettive sembrano arrivare le proposte di
Pierre Huyghe, Mike Kelley, David Hammons, Bruce Nauman.

Effetto Biennale
Ci si può persino spingere oltre e parlare, giustamente, di effetto «Biennale
Venezia», un effetto che quest’anno sembra essere stato utilizzato anche dai galleristi presenti a «Frieze New York» (che
si è tenuta dal 14 al 17 maggio proprio a
ridosso dell’apertura, anticipata, della
Biennale) oltre che, come da tradizione,
da quelli di «Art Basel», che hanno portato qui molti degli artisti presenti in Laguna: da Joan Jonas a Isaac Julien (che
per la Biennale ha curato la lettura pubblica del Capitale di Marx), da Katharina
Grosse a Olaf Nicolai.
Sempre sull’onda della Biennale arrivano dalla Galleria dello Scudo (una delle quindici italiane) anche nella sezione
Unlimited, votata alle opere monumentali, 109 dipinti di Emilio Vedova esposti
per la prima volta in tutta la loro interezza, «l’unica installazione di pittura esistente di un artista del XX secolo».

Effetto aste

Alcune delle opere presenti ad «Art Basel 2015». Sopra: Sarah Sze (1969), Model for a
Second Chance (2015, tecnica mista). In alto, da sinistra: Erkka Nissinen (1975), Name me
Me Man, red negative Evita Gender (2014, performance); Egon Schiele (1890-1918), Donna
che si nasconde la faccia (1912, gouache, particolare) e, sotto, Katie Armstrong (1988),
Once More, Once More (2011, lungometraggio); Mark Flood (1957), Billy (1983, collage)

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Alcune delle opere in fiera a Basilea arrivano sull’onda dei grandi risultati ottenuti (soprattutto nelle evening sales
newyorkesi) in questa fase della stagione. Ulteriore dimostrazione di quello che
Giuseppe Berta e Luca Beatrice hanno teorizzato in un saggio dal titolo Money!
(Corraini): la loro teoria? Che il mercato

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Documenta
di Chiara Campara

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 17
Il colore dei polmoni è nero
È conosciuta come la malattia dei «polmoni neri»
ed è causata dalla prolungata esposizione alle
polveri del carbone. La famiglia He, da due
generazioni minatori, ha visto ammalarsi o
morire tutti i suoi uomini. La Cina deve affrontare
livelli altissimi di inquinamento, desertificazione,
esodi dei «rifugiati ambientali». The coal boom
choking China è l’ultimo approfondimento multimediale del «Guardian» e fa parte di una serie su
sfruttamento energetico e inquinamento.

Classici Dal Quattrocento al Novecento, schizzi e abbozzi a confronto
a Brera. Spesso un modo per entrare nel lavoro delle botteghe antiche

i

L’esposizione
Il primato del Disegno:
Milano, Pinacoteca di Brera,
fino al 19 luglio,
a cura di Sandrina Bandera
(Info Tel 02 928 00 361;
www.brera.beniculturali,it).
Catalogo Skira,
pagine 208, 37
Le immagini
A fianco: Giorgio Morandi
(1890-1964),
Natura morta (1962, recto
e verso, matita su carta).
Sotto: Raffaello Sanzio
(1483-1520),
Studio per un volto
e busto femminile
(recto, 1503-1504);
Antonio d’Enrico
detto Tanzio da Varallo
(1580 circa- 1635), Ritratto
d’artista (post 1628, matita
rossa su carta bianca)

Fatto per ozio o da copiare:
la vita molteplice del disegno
di ARTURO CARLO QUINTAVALLE

Top list

Nauman,Ernst
eFontana:
iprezzisalgono
di PAOLO MANAZZA

Q

uest’anno ad «Art Basel» sarà
difficile scegliere un solo topprice. Le aste newyorchesi di
maggio hanno scolpito nella pietra una
grande verità: i capolavori della prima
metà del secolo scorso sono sempre
più rari. E quindi costosi. Per questo,
nelle gallerie storiche, l’osmosi tra
moderno e contemporaneo si allarga.
La zona sensibile dei lavori offerti a cifre
con sei o sette zeri va dal 1900 al 1960.
E i prezzi di alcuni contemporanei
seguono con l’elastico quello dei nonni.
Il Max Ernst (Horse and Cows) del 1919,
esposto da Richard Nagy, dovrà
confrontarsi con il grande Pablo Picasso
del 1965 (Les Dormeuses) presentato,
qui come al Tefaf di Maastricht, da
Landau Fine Art. Se prima del recente
prezzo stellare (180 milioni di dollari)
delle Femmes d’Alger, dipinto da
Picasso nel 1955, le sue opere del 1965
valevano oltre 7 milioni di dollari, ora
quanto possono costare? Mentre un
esemplare del magico neon Eat Death
di Bruce Nauman campeggia nella
Biennale del curatore Okwui Enwezor,
la galleria Sperone Westwater ne
presenta altri. Il prezzo sarà ben più alto
dei 440 mila euro raggiunti in un’asta
del 2004 per un altro esempio di questo
lavoro che mette in cortocircuito
luminoso le parole «eat e death». Per
non parlare del Lucio Fontana con buchi
e pietre su fondo oro del 1961, sempre
da Sperone. Insomma ad «Art Basel» è
probabile che l’asticella dei prezzi sia in
forte rialzo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

dell’arte sia ormai un mercato più che
globalizzato dove i ruoli di artisti, galleristi, battitori d’asta, curatori di biennali e
di musei sono ormai imprecisati e imprecisabili. Tra le opere che arrivano sull’onda delle aste: Les Dormeuses (1965) di
Picasso, un busto di Giacometti (recentissimi detentori del record assoluto di
vendita per dipinti e sculture), classici
come Schiele. Ma anche dell’altro: sull’onda del milione e seicentomila euro
clamorosamente ottenuti da Christie’s
Londra con la sua Intersuperficie curva
bianca (1967) arriva ad «Art Basel» per la
Galleria Tornabuoni, con quattro opere,
il fiorentino Paolo Scheggi (1940-1971),
giovane talento del gruppo di Fontana,
Alviani, Bonalumi, Castellani, Manzoni.
E sull’onda degli eccellenti risultati (sei
milioni di dollari per una sua Torsione
del 1968) la galleria Tucci Russo porta
l’Arte Povera di Giovanni Anselmo: Verso
Oriente 300 milioni di anni (1978).

Meno cocktail
Basilea non è Miami: quindi meno
cocktail e meno feste, eppure «la fiera
riesce a rendere molto frizzante persino
una città così tranquilla». Più intellettuale e meno mondana rispetto alla Florida,
anche se, secondo Max Hollein, direttore
dello Stadel Museum di Francoforte,
«l’infinita quantità di ricevimenti e cene
fa sembrare ormai molto simili le Biennali e le fiere d’arte e non c’è poi molta
differenza tra passare da qui o dall’Arsenale» (considerato che oltretutto i mercanti tendono a finanziare la produzione, il costo e il trasporto delle opere per
la Biennale).
Altrettanto fluido è anche il percorso
che dalle fiere porta ai musei che, almeno in questo caso, sfruttano l’«effetto fiera»: alla Beyeler, tanto per fare un esempio, attualmente sono in corso due mostre, una su Gauguin e un’altra su Marlene Dumas. Sarà un caso che si tratti
ancora una volta di artisti super quotati:
Gauguin e il quadro più caro del mondo,
Dumas e una delle donne artiste viventi
più pagate? O non sarà l’ennesima dimostrazione di quanto sia ormai fluido e indefinibile il mercato dell’arte?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Q

uando Raffaello disegna i
volti delle figure dello
Sposalizio di Brera (15031504) fa la stessa operazione del Maestro della
Pala Sforzesca che memorizza come
in una medaglia il profilo di un bambino (1495)? E le figure attorte, piegate nei manti, di Stefano da Zevio
sono davvero confrontabili con lo
schizzo di Giorgio Morandi posto accanto alla Natura morta metafisica
del 1919 o allo studio di Carlo Carrà
per il dipinto Madre e figlio del 1917?
Insomma il disegno mantiene la
stessa funzione nei secoli dal Quattrocento al Novecento oppure cambia significato nel tempo, si trasforma?
È questo il problema che pone
quest’importante mostra a Brera dove si mettono a confronto opere della Pinacoteca milanese con rari disegni prestati da mezzo mondo. Il disegno ha avuto, in età antica, funzioni
diverse; si può trattare di schizzi, appunti, per un insieme o un dettaglio,
ma a volte siamo davanti a veri modelli, magari per una pala, fatti per
essere approvati dal committente. E
ancora ci si può trovare davanti a disegni in scala 1 a 1, ma anche a fogli
con sopra una specie di griglia che
serve a riportarli a scala più grande.
I fogli stessi ci rivelano a volte tracce del loro uso: se forati lungo i contorni sono stati usati per far passare
carbone o altre polveri sulla superficie del dipinto, se invece, sul disegno, trovi tracce di incisione dei contorni, questa è la prova che è servito
per definire un contorno su un intonaco o un supporto morbido per poi
passare alla pittura, all’affresco. Così
dunque i disegni ci fanno entrare
nella realtà concreta delle botteghe;
anche per questo i pezzi in mostra
devono essere osservati molto da vicino.
Torniamo ai volti di Raffaello per
lo Sposalizio. Prima di tutto, sono ripresi da una stessa modella che torna più volte anche nel dipinto e sono
ridotti a un vibrante contorno: dise-

gno come «idea», allusione a una
bellezza sublime, la stessa, assoluta,
del tempio a pianta centrale che organizza l’immagine. Se si osservano
invece i disegni di Stefano da Zevio,
di un secolo precedenti, si scopre il
piacere della scrittura insieme all’attenzione per la scultura gotica in Ile
de France: drappeggi imponenti,
volti convenzionali senza dialogo
con il reale.
A fine Quattrocento o poco oltre le
strade per scoprire il vero sono diverse: così è ancora un ritratto il disegno per il San Sigismondo nella
pala di Bartolomeo Montagna
(1499), un disegno particolare, un
«cartone» si dice in gergo, in scala 1 a
1, che ci fa capire come il pittore qui
lavorasse dal vero. Molte volte poi le
figure sono pensate come architetture: così nel «cartone», segnato da fo-

rellini nei contorni, di Vittore Carpaccio per una donna della Presentazione al tempio (1502-04). Ma si disegna, si «scrive» in molti modi, così
è morbidamente segnato dalla luce il
«modello» di Paolo Veronese (1570),
o ancora la testa di santo di Savoldo
(1533).
Ma disegno è anche meditazione,
durata: come il carboncino col Volto
di Cristo del Cenacolo, «scritto» da
un artista destrorso e dunque non di
Leonardo, o come lo splendido Ritratto maschile di Boltraffio (1500
circa) dal lungo, intenso sguardo
morbidamente segnato dal chiaroscuro. Dunque il disegno, come
quello di Vincenzo Campi segnato
dalla griglia dei quadrati, il disegno
nei secoli dal Quattrocento all’Ottocento, è sempre stato progetto, ricerca per l’opera, da Francesco Francia a
Timoteo Viti, da Piazzetta a Canaletto, a Guardi, ad Hayez. Ma, nel Novecento, il senso del disegno cambia:
Carrà pensa un dipinto metafisico
ma il disegno è un testo autonomo,
come lo è, ancora di più, per Giorgio
Morandi in una sublime, sfatta matita del 1962.
Dunque diverse sono le ideologie,
le funzioni e le tecniche del disegno,
come suggerisce Carmen C. Bambach in catalogo: da una parte i diversi
realismi della pittura dal Quattrocento all’Ottocento, dall’altra il disegno come «sublime», come idea, da
Raffaello ai Neoclassici. Oggi il moderno disegno appare invenzione distante da un preciso progetto di immagine e pensiamo ai bei pezzi
esposti al Museo di Salò, da Sironi a
Licini, da de Pisis a Morlotti, da Vedova a Francese, da Forgioli a Padova. E pensiamo, soprattutto, qui a
Brera, al tremulo tratto dell’ultimo
Morandi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Allestimento
Rigore scientifico
Catalogo

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18 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Soglie

Sguardi Personaggi

di Franco Manzoni

{

DOMENICA 14 GIUGNO 2015
L’Atlantide americana
La California come luogo non solo reale, ma
anche metafisico e mitico. In un viaggio senza
fine verso occidente Stefano Bortolussi
descrive la propria Atlantide americana nel
poema Califia (Jaca Book, pp. 80, 12). Questo

è il nome con cui Cortés chiamò la California
per onorare la regina guerriera di un’isola
immaginaria. Nato a Milano nel 1959, l’autore
elabora i suoi versi sulle orme di Ovidio, Dante,
Milton, Ritsos, Whitman e Walcott.

L’intervista Huntington Beach è il
cuore della California; la California
è il cuore del pianeta: dice
Ed Templeton (atleta e artista)
che la riprende ogni giorno

Calendario

NOVARA
Trionfi barocchi
Nel corso del XVII secolo le
terre novaresi si arricchiscono
di opere barocche;
una mostra su due sedi
racconta il periodo dalla
peste del 1630 al 1738, anno
in cui Novara passò ai Savoia
(sopra: Carlo Francesco
Nuvolone, 1609-1662,
Maddalena, 1640-60).
Arengo del Broletto
Fino al 27 settembre
Tel 0321 37 02 770

di MARIA EGIZIA FIASCHETTI

I

l circo dell’umanità, le sue contraddizioni,
visti da un ponte. Sempre lo stesso. Un po’
come Claude Monet, che trascorreva intere
giornate sulla scogliera di Étretat per catturare «l’impressione»: lo spettacolo mutevole della luce riflessa sull’acqua e interiorizzata
dalla retina. Dalla Manica al Pacifico: Ed Templeton — classe 1972, skateboarder, pittore, fotografo, tra i protagonisti del film Beautiful Losers
diretto da Aaron Rose e Joshua Leonard sulla
scena artistica indipendente negli Stati Uniti —
osserva ogni giorno la vita in spiaggia nella sua
Huntington Beach, città di 190 mila abitanti nella California del Sud. Migliaia di immagini pubblicate sul suo profilo Instagram (124 mila seguaci) con l’hashtag #dailyHBpierphoto.
Perché questa immersione quotidiana nel
paradiso della «beach life»? Cosa la colpisce?
«Sono cresciuto in guerra con la mia città, la
odiavo. Come tutti i ragazzini che si sentono prigionieri del luogo in cui sono nati, sognavo di
trasferirmi a New York o in Europa, ma dopo
aver viaggiato a lungo ho iniziato a rivalutare
Huntington Beach».
Sedotto anche lei dall’eterna primavera, dopo il rifiuto adolescenziale?
«Mi sono accorto che qui c’è una scena molto
particolare, una miniera di persone interessanti.
Gente in costume che gioca a beach volley in dicembre, homeless, musicisti di strada… Quando
osservi ogni giorno lo stesso soggetto inizi a captare anche il minimo cambiamento. Nei miei lavori cerco di trasferire queste impercettibili sottigliezze, di accentuarne le sfumature».
Huntington Beach racchiude l’essenza dello stile di vita californiano, dei suoi paesaggi:
che cosa vede oltre i soliti luoghi comuni?
«Huntington Beach è piena di stereotipi. File
di ragazze seminude, biondi muscolosi che corrono con le tavole da surf… E il nostro tipico modo di salutare, hey, dude! (hey, amico!). Mi piace
fotografare questi quadretti, ma anche guardare
oltre, al cuore della cultura: le dinamiche della
carne in mostra, il testosterone, i senza fissa dimora; o gesti banali che mi incuriosisce cogliere
in quel contesto. Il paradiso misto alla condizione umana. Gli zeloti che pregano con un gigantesco crocifisso davanti a giovani donne in bikini: sono gli aspetti surreali che più mi intrigano».
Orange County è sempre stata una fucina di
subculture giovanili: come sono cambiate?
«Nella California del Sud la subcultura è diventata di massa. Mia moglie Deanna ha documentato il fenomeno del body messaging, di
adolescenti che si fanno autografare sulla pelle il
nome di skater o surfisti famosi, le ragazze sul
décolleté o sul sedere, invece di usare un foglio
di carta. L’ultima evoluzione è quella di scriversi
sul petto il proprio numero di telefono o l’account Instagram con messaggi del tipo “chiamami, solo ragazzi bianchi” o allusioni al sesso orale. Si mostrano in spiaggia così, per loro è un
gioco, ma non si rendono conto di quanto siano
dirompenti queste immagini».
Colpa della rivoluzione digitale?
«I ragazzi sono a posto. Certo, il porno è più
accessibile rispetto agli anni della mia adolescenza, le droghe sono ancora molto diffuse, ma
con i social network è aumentata la possibilità di
connettersi, di amplificare la forza del proprio
messaggio».

Ritratti sullo skateboard,
la vita in diretta dal ponte
Paradisi
Ed Templeton, 43 anni,
nato e cresciuto
nel sud della California,
fotografa ogni giorno
la vita della sua città,
Huntington Beach.
Punto di osservazione, il
ponte (in alto a sinistra):
da qui l’artista, che è
anche skateboarder
(sotto), descrive stili
di vita, tribù giovanili
e stereotipi. In parallelo,
con la serie di dipinti
Synthetic Suburbia (in
alto e a destra),
cerca di spingersi oltre
l’apparenza

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Nella sua recente mostra «Synthetic suburbia» (la personale allestita fino al 31 maggio
scorso nelle sale della Roberts & Tilton gallery di Culver City, Los Angeles) il paesaggio che
le è più familiare appare diverso, straniante.
Come se con la pittura riuscisse ad aggredire
la realtà più che con l’obbiettivo della macchina fotografica.
«Quando da bambino andavo a trovare i miei
nonni ad Huntington Beach, urlavo ai miei genitori “siamo arrivati” alla vista dei muri di cinta
delle case, tutti uguali. Ubiqui al punto da diventare invisibili. Mi sono sempre chiesto cosa ci
fosse dietro quell’ordine artificiale, i prati curati
e le graziose ragazze della porta accanto».
E che cosa ha scoperto?
«Che, oltre l’apparenza edulcorata dei quartieri periferici, c’è la vera natura delle persone
che vi abitano. Esseri umani come in qualunque
altro posto, con gli stessi problemi. Mi piace giocare con l’immagine ripulita dei sobborghi urbani e rappresentare le persone che marciscono
in quella finzione idilliaca».
Da realtà naïf, isolata dal resto del mondo,
la California sta diventando attraente non solo per ricchi pensionati o come meta turistica:
l’arte e la moda si stanno trasferendo a Los
Angeles?
«È incredibile. Sono passato dall’essere in
mezzo al nulla a essere al centro di tutto. Non
penso che la California sia mai stata naïf, semplicemente non è mai stata presa troppo sul serio
dalle capitali internazionali dell’arte. Ma adesso
è il suo momento. Il mondo si è rimpicciolito e la
California è in un’ottima posizione, vicina a New
York ma anche alla Cina. Il territorio di Los Angeles è così esteso che un artista può ancora perdersi e isolarsi se ne sente il bisogno. Io vivo a
un’ora di distanza e sono completamente fuori
dai circuiti della cultura ufficiale».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

GENOVA
Un nobile ritratto
Dopo l’acquisto da parte del
ministero dei Beni culturali
del dipinto di Hyacinthe
Rigaud (1659-1742) forse
raffigurante il nobile Stefano
Gentile (sopra, 1709), parte
un progetto espositivo sulla
diffusione del gusto francese
nella Repubblica di Genova.
Palazzo Spinola
Fino al 13 settembre
Tel 010 27 05 300

GUALTIERI
(Reggio Emilia)
Ricordando Ligabue
A cinquant’anni dalla morte,
una mostra su Antonio
Ligabue (1899-1965) con
180 opere (sopra: Fattoria con
animali, 1943-1944) per
raccontare e valorizzare uno
degli artisti più originali del
Novecento non solo italiano.
Palazzo Bentivoglio
Fino all’8 novembre
Tel 0522 22 18 69

GALLIPOLI (Lecce)
L’arte di Pistoletto
Una mostra personale
di Michelangelo Pistoletto
(Biella, 1933) dedicata alle
terre del Salento con una
serie di installazioni site
specific (sopra) che fanno
dialogare idealmente le
persone con la storia, il
presente con la tradizione.
Castello Aragonese
Fino al 27 settembre
Tel 0833 26 27 75

a cura di
CHIARA PAGANI

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Scatti flessibili

Sguardi Itinerari

di Fabrizio Villa

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 19
Due D-Day
D-Day Remember è il progetto del fotografo
scozzese Peter Macdiarmid (visibile sul suo
canale YouTube) realizzato per l’anniversario
della liberazione dal nazismo. Macdiarmid ha
viaggiato in Normandia fotografando spiagge e

luoghi dove 71 anni fa ci fu il più imponente
sbarco bellico della storia moderna. Le immagini
attuali a colori fanno da sfondo a quelle in
bianco e nero dell’epoca. E la rappresentazione
si dispiega così su due piani temporali.

Maestri Un’esposizione a Ferrara e una nella città catalana esplorano personalità che hanno dialogato e si sono contrapposte in modo fecondo

L’avanguardia: una, trina e spagnola
di VINCENZO TRIONE

A Barcellona e naturalmente a Parigi, trasformando i linguaggi senza trascurare la storia
Molto diversi, altrettanto simili: il viaggio di Picasso, Dalí e Gaudí nel ’900, verso di noi

G

ertrude Stein ha scritto: «La
pittura nel Novecento fu fatta
in Francia, ma da spagnoli». Il
riferimento è ai tanti transplantés che, agli inizi del XX
secolo, lasciano la Spagna per trasferirsi a
Parigi, dove segneranno fortemente il
tempo delle avanguardie: da Picasso a
Gris, da Dalí a Miró. Trapiantati, ma non
solo. Da una tesi analoga muovono due
recenti mostre: La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudí, al Palazzo dei
Diamanti di Ferrara, e Picasso-Dalí, DalíPicasso, al Museo Picasso di Barcellona.
Esposizioni che sembrano integrarsi.
Prima scena: Barcellona, una città ricca
di «meraviglie a portata di mano»
(Vázquez Montalbán). Lì si forma Gaudí. E
lì trascorre l’adolescenza Picasso. Che,
nell’estate del 1910, è a Cadaqués, ospite
della famiglia Pichot. E sarà proprio grazie a Ramon Pichot che il giovane Dalí entrerà in contatto con la scandalosa pittura
del padre del Cubismo. Testimonianza di
questa fascinazione è il Ritratto di mia sorella, iniziato nel 1923 e modificato l’anno
successivo, dove appare un personaggio
di matrice picassiana.
Seconda scena: Parigi. Nel 1926 Dalí arriva nel fantasmagorico tempio della modernità. Va subito in visita all’atelier di Picasso: «Sono venuto a trovarla, ancor prima di andare al Louvre». È immensa l’ammirazione per l’autore de Les demoiselles
d’Avignon, la cui «pittura sensazionale» è
«simbolo, essenza e sostanza di tutto
quanto ci può essere di più oscuro e turbolento, nelle radici (…) dello spirito
umano». È l’inizio di un rapporto caratterizzato da stima e da rivalità, come emerge dal carteggio in cui sono radunate le
cartoline spedite da Dalí al suo amico-nemico: non riceverà mai risposta. Pagine
che lasciano intravedere arroganza, infantilismo, senso della sfida (evidente anche
nell’irridente Ritratto di Pablo Picasso).

Dagli anni Trenta, spesso, i reciproci
sentieri si lambiscono. Ad avvicinare i due
artisti sono: la predilezione per i soggetti
femminili, che vengono aggrediti, deformati e svelati nei loro turbamenti; il desiderio di misurarsi con il collage; il fiancheggiamento dell’esperienza surrealista;
l’interesse per la letteratura; la tensione
«militante» (che porta Dalí a eseguire
Premonizione della guerra civile e Picasso
a dipingere Guernica); infine, la passione
per Velázquez, scelto come modello da
sottoporre ad ardite riscritture.
Dunque, Picasso, Dalí. E Gaudí. Sono
alcuni tra i protagonisti di quella vivace
tribù che fu l’avanguardia europea. Alcuni
aspetti li allontanano. In primo luogo, gli
orientamenti politici: ad esempio, Picasso è comunista, mentre Dalí è franchista.
Forse, però, è più stimolante far affiorare
tangenze e assonanze poetiche. In particolare, soffermandosi su alcune «necessità» comuni.
Innanzitutto, l’anti-realismo. Fare arte,
per questi tre eccentrici, non è aderire a
quel che esiste, ma trasfigurarlo; ordire
depistaggi; infrangere abitudini; evitare
di addomesticare il presente. Si pensi a
Gaudí. Che, insofferente nei confronti del
pragmatismo tecnologico, ragiona come
uno scultore: plasma con libertà architetture visive dominate dalla centralità del
colore, dove i diversi materiali sono solo
armature di supporto. Il suo obiettivo:
spingersi verso i territori dell’affabulazione. E il grande anatomista? Picasso cinge
d’assedio il mondo, riducendolo a un congegno a orologeria, disponibile a subire
infinite trasformazioni morfologiche.
Moltiplica la successione tra i piani, restituendo immagini sincopate. Ritrae non
ciò che si vede, ma ciò che si pensa: sposta, cioè, l’accento dall’ambito della percezione a quello dell’ideazione, per condurre alle vette del concettuale. Dal canto suo,

i

Doppio appuntamento
La rosa di fuoco.
La Barcellona
di Picasso e Gaudí,
Ferrara, Palazzo dei Diamanti,
fino al 19 luglio,
a cura di Tomás Llorens
e Boye Llorens
(Info Tel 0532 24 49 49;
www.palazzodiamanti.it).
Catalogo Fondazione Arte
Ferrara (pp. 248, 45).
Picasso-Dalí
Dalì-Picasso,
Barcellona,
Museu Picasso,
fino al 28 giugno,
a cura di William Jeffett
e Juan José Lahuerta
(Info Tel +34 93 256 20 00;
www.museupicasso.bcn.cat)
Catalogo Fundació Museu
Picasso Barcelona
e Salvador Dalí Museum
San Pietroburgo,
pp. 246, 29,50
I tre protagonisti
Pablo Picasso
(1881-1973)
è tra i protagonisti
dell’arte del Novecento,
uno «snodo» cruciale
tra l’arte ottocentesca
e quella contemporanea.
Salvador Dalí (1904-1989)
è uno dei grandi maestri
del surrealismo, che lui ha
sempre rappresentato
in modo individualistico,
ironico e provocatorio.
Antoni Gaudí y Cornet
(1852-1926), massimo
esponente del modernismo
catalano in architettura,
definito da Le Corbusier
«plasmatore della pietra, del
laterizio e del ferro». Tra i suoi
capolavori: la chiesa della
Sagrada Familia, incompiuta

In alto (da sinistra): Salvador Dalí (1904-1989), Ritratto di Pablo Picasso (1947, olio su tela,
Fondazione Gala-Salvador Dalí, Figueras); Pablo Picasso (1881-1973), Las Meninas (1957,
olio su tela, Museu Picasso, Barcellona). Qui sopra, dall’alto: Antoni Gaudí (1852-1926),
Interno della Colònia Güell (1908-10, carboncino, Collezione María del Carmen Gómez
Navarro); Pablo Picasso, I tetti di Barcellona (1908, olio su tela, Museu Picasso, Barcellona)

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Dalí ordina geografie fantastiche, intessute di ricordi privati, fantasmi e inquietudini: i suoi sono teatri dell’assurdo abitati da
individui sottoposti ad anamorfosi, da
persistenze naturali, da architetture in bilico tra monumentalità e consunzione.
Per condursi fuori dal reale, occorre avviare una radicale ridefinizione dei media
tradizionali: Gaudí si comporta come un
artista totale, che vuole essere scultore,
pittore e artigiano; Picasso destruttura la
pittura, rimodulandone la sintassi in modo violento; Dalí conosce molto bene le
tecniche classiche, al punto da poterle
profanare.
Questo impeto decostruttivo convive
con l’urgenza di non trascurare mai il rapporto con la storia. I «nostri» tre artisti
amano guardare dietro di sé: riattraversano i sentieri della memoria. Impegnati a
offrire un saldo retroterra alle loro opere,
frequentano assiduamente le stanze del
museo. Studiano i capolavori del passato:
li citano, li saccheggiano. Agiscono come
innamorati che dapprima seducono la loro amante, per carpirne i misteri, e poi la
tradiscono. Compiono appropriazioni indebite: acquisiscono figure, immettendole in scenari ulteriori. È quel che fa Gaudí,
il quale recupera suggestioni dal Barocco,
dal Gotico e dall’Art Nouveau, ponendosi
in sintonia con le culture espressioniste. È
quel che fa lo spietato cannibale: Picasso
allestisce un personale Parnaso e — moderno Capaneo — oltraggia tutto quel che
assume: impareggiabile iconoclasta, ruba
da fonti eterogenee (Tiziano, El Greco,
Velázquez, Poussin e Courbet), rendendole irriconoscibili. Ed è quel che fa anche
Dalí, il quale si dedica a sistematiche profanazioni di Raffaello, Velázquez, Vermeer.
Dinanzi a noi, un modernista, un cubista e un surrealista. Accomunati dal bisogno di affidarsi alla strategia della dissonanza. Essi fanno parte di quella grande
orchestra che è stata l’avanguardia del XX
secolo: con maestria eseguono le sinfonie
che la loro epoca ha imposto di suonare;
ma, a un certo punto, il loro strumento
emette note che pongono in discussione
l’intera partitura. Forse, è proprio in questa non-coincidenza con l’attualità il segreto del loro essere spagnoli.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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20 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Percorsi

Voci dal mondo
di Sara Banfi

Storie, date, biografie, inchieste, reportage

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 21
La Terra è fatta a scatole
L’8 giugno la Banca Mondiale ha ospitato la
conferenza «Oltre gli open data: una nuova
sfida di Hans Rosling». Maestro nell’usare i
dati per raccontare i cambiamenti globali,
Rosling nel 2010, con alcune scatole Ikea
(ognuna rappresentava un miliardo di
persone) ha descritto la crescita della
popolazione mondiale dal 1960 al 2050 e ha
spiegato come, migliorando le condizioni di
vita dei più poveri, potremo controllarla.

Scienze esattissime Jonathan Swift aveva capito tutto quando descriveva i sapienti del regno di Laputa, nei «Viaggi
di Gulliver», che utilizzavano la matematica per apprezzare il fascino delle donne. Lo confermano gli studiosi di oggi

Sei bella come un parallelogramma
di GIULIO GIORELLO

i

I

ngordi di matematica, gli scienziati
del regno di Laputa «si aggirano
sempre fra linee e figure. Volendo
lodare la bellezza di una donna, la
descrivono con rombi, circoli, parallelogrammi, ellissi», anche se le «vivacissime» signore «disprezzano i mariti e
sono pronte a cornificarli con tutti gli uomini che vengono da fuori». Così Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver (1726)
caratterizza i sapienti di quel Paese immaginario. Nonostante la loro scarsa popolarità col gentil sesso, i maschi laputiani riescono a vantare una grande scoperta, l’aver individuato «due satelliti che girano intorno a Marte», di cui specificano
con buona approssimazione numerica
periodo e distanza dal pianeta principale, in omaggio alle Leggi di Keplero e alla
Teoria della gravitazione di Newton: fatto
assai curioso, dato che i due satelliti del
Pianeta rosso, Deimos e Phobos, saranno
individuati dall’americano Asaph Hall
solo nel 1877.
Come ci fosse arrivato Swift resta un
mistero, a meno che — come ha sostenuto qualche brillante ufologo — il «decano pazzo di San Patrizio» fosse un marziano in missione segreta sul nostro Globo. Resta che l’ossessione per il dato numerico qualche volta paga, anche se a
Laputa come altrove forse più sui testi di
astronomia che in camera da letto.

D’altra parte, la mania dei numeri sembra aver contagiato, seppur secondo modalità differenti, tutti i popoli della Terra,
dagli antichi mesopotamici agli abitanti
dell’odierna città globale. E forse non ci si
dovrebbe limitare all’Homo sapiens, come si può sospettare scorrendo l’affascinante casistica presentata da Giorgio Vallortigara e Nicla Panciera nel loro Cervelli
che contano. Come minimo, osservano a
loro volta Claudio Bartocci e Luigi Civalleri in Numeri (nato come catalogo di una
fortunata mostra al Palazzo delle Esposizioni di Roma su Tutto quello che conta,
da zero a infinito), l’aritmetica «è una facoltà molto diffusa, anche perché procura un ovvio vantaggio selettivo: per esempio, l’animale che capisce la differenza
fra un ramo che contiene due frutti e un
altro che ne ha tre ha più possibilità di
alimentarsi con efficienza».
Ciò che davvero «conta» in fatti come
quelli appena citati non è tanto che si
tratti di due satelliti o di tre frutti, quanto
della circostanza che tre è maggiore di
due, qualunque sia la natura degli oggetti
considerati. E tutto ciò «comporta un atto di astrazione, che tuttavia non è la stessa di quella che abitualmente porta da un
aggettivo come bello al sostantivo bellezza», osserva il logico e filosofo della matematica Gabriele Lolli nel suo Numeri.
La creazione continua della matematica,
comparso in questi giorni presso Bollati
Boringhieri: l’astrazione, almeno in matematica, «consiste nel vedere qualcosa
che non si vede, non nel non vedere qualcosa che si vede, cioè nell’ignorare o trascurare alcune proprietà degli oggetti
quali la forma, il colore, la consistenza»,
poiché essa generalizza una relazione
(persino apparentemente banale come
quella che tre è maggiore di due) che lo
sguardo semplice coglie solo come appartenente agli oggetti che ha sott’occhio. In questo senso l’astrazione contiene già un elemento ineliminabile di arricchimento e di creazione.
Forse prima ancora della scrittura, il
genio dell’aritmetica ha cominciato a introdurre segni per indicare conteggi e
misure, e da allora non si è più fermato.
Dai numeri interi «naturali», cioè 1, 2, 3,

Inumerisonomeravigliosiefondamentali
Vinceilprimochecapiscechetreèpiùdidue
4… ecc., e mettiamoci — con qualche
sforzo intellettuale — anche lo zero, una
sorta di nome per il nulla, si è così passati
alle frazioni, ai numeri relativi (positivi e
negativi), ai numeri reali (essenziali nella
descrizione dei processi continui) come
la radice quadrata di due e ai numeri immaginari come la radice quadrata di meno uno.
Tutto ciò è stato ottenuto — scrive Lolli — in una vicenda fatta di «sorpresa, incredulità, rifiuto, ripresa, trionfo». Una
storia epica, talora anche drammatica,
come mostra la follia di Georg Cantor
(1845-1918), il creatore della teoria dei numeri transfiniti, con la quale intendeva
domare il più elusivo concetto della matematica, quello di infinito, commettendo quello che Borges ha chiamato il massimo peccato d’orgoglio dell’umanità.
Che strano bestiario, quello evocato

dai matematici.
Anche loro sembrano tipi alquanto bizzarri quanto
i laputiani. Come
osserva Umberto
Bottazzini in un
altro bel libro, anch’esso dedicato
ai numeri (ed edito dal Mulino), «c’è chi ritiene che i matematici siano di stirpe divina perché hanno la capacità di creare dei numeri per
spiegare la natura del continuo; c’è chi
Dio lo chiama in causa per averci dato i
numeri naturali e chi si considera un fedele scriba della natura che trascrive per
gli uomini i numeri transfiniti come verità rivelategli da Dio» — come Cantor diceva di sé. E c’è chi, infine, come l’americano John Conway «mostra che tutti quei
Micah Lexier (1960,
Manitoba, Canada),
Poem on His Birthday
(2002, tecnica mista,
Ccca, Canadian art
database). Tra i suoi
lavori dedicati ai numeri
la serie All Numbers
Are Equal (2000)

Procedimento
Calcolo
Il genio dell’aritmetica
A ogni invenzione in
passa attraverso la questo campo corrisponde
successione di sorpresa,
ormai una raffigurazione
incredulità, rifiuto,
computerizzata che
ripresa e trionfo consente la visualizzazione

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numeri non sono altro che giochi… surreali, lasciando in pace Dio». Bottazzini
preferisce concludere che a creare i numeri naturali non è stato il Signore onnipotente (era questa, invece, l’intima convinzione del grande avversario di Cantor,
il matematico berlinese Leopold Kronecker, 1823-1891, che aggiungeva che «tutto
il resto è opera dell’uomo»). Più umilmente «è stata l’evoluzione a creare i numeri reali, e l’uomo non ha fatto altro che
riscoprirli partendo dagli interi», proprio
per il carattere discontinuo del linguaggio, incapace di esprimere adeguatamente i processi continui dentro cui noi
stessi siamo immersi. La difficoltà è stata
anche un’occasione.
Oggi, scrivono Georg Glaeser e Konrad
Polthier, a ogni invenzione numerica della matematica corrisponde ormai una
raffigurazione nella computer graphics, e
l’immagine sullo schermo consente «la
visualizzazione di strutture matematiche
la cui natura astratta potrebbe ostacolare
la nostra comprensione». Basta sfogliare
lo stupendo catalogo di Immagini della
matematica, frutto della loro ultima fatica all’incrocio tra scienza e arte, per capire che non sbagliavano troppo gli sfortunati mariti di cui si faceva beffe Swift a ricorrere a linee e figure per rappresentare
la bellezza.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bibliografia
Claudio Bartocci e Luigi
Civalleri, Numeri. Tutto
quello che conta, da zero
a infinito (Codice Edizioni,
pagine 202, 25);
Umberto Bottazzini,
Numeri. Raccontare
la matematica (il Mulino,
pagine 201, 14); Georg
Glaeser e Konrad Polthier,
Immagini della matematica
(Springer Italia – Raffaello
Cortina, pagine 338,
36); Gabriele Lolli,
Numeri. La creazione
continua della matematica
(Bollati Boringhieri, pagine
138, 14); Giorgio
Vallortigara e Nicla
Panciera, Cervelli che
contano (Adelphi, pagine
191, 25). La citazione di
Jonathan Swift è tratta da I
viaggi di Gulliver (edizione
del 2010 a cura Masolino
D’Amico, traduzione di
Carlo Formichi, Mondadori,
pagine 311, 9,50)
Jonathan Swift
Nato a Dublino da famiglia
inglese (1667-1745), è
considerato uno dei
grandissimi della
letteratura in lingua
inglese. La sua vena
satirica è indirizzata verso
temi politici, religiosi e
sociali. Il suo capolavoro,
Gulliver’s travels («I viaggi
di Gulliver») venne
pubblicato nel 1726
Georg Cantor
Matematico tedesco nato a
Pietroburgo nel 1845,
Georg Cantor insegnò
all’università di Halle (dove
morì nel 1918) dal 1872 al
1905. Ha rivoluzionato
concezioni tradizionali
della matematica e della
logica, tra l’altro
riconducendo l’idea
di numero cardinale
(degli oggetti di un
insieme) a quella di
«corrispondenza»
Leopold Kronecker
Matematico con cattedra a
Berlino, Leopold Kronecker
(1823-1891) fu uno dei
maggiori studiosi di
algebra dell’Ottocento. Si
occupò soprattutto delle
teorie delle unità
complesse e dei corpi
algebrici e produsse quella
che viene considerata
ancora oggi una delle più
eleganti dimostrazioni
della «legge di reciprocità»

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22 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Tarli

Percorsi Controcopertina

di Severino Colombo

{

DOMENICA 14 GIUGNO 2015
Un libro geniale per Leonardo da Vinci
Sarebbe piaciuto molto a Leonardo da Vinci il
libro che llaria Demonti gli ha dedicato. Perché
coglie un aspetto chiave dell’inventore: la
curiosità. Perché è un activity book di quelli che
mentre lo sfogli puoi fare un sacco di altre cose :

colorare, ritagliare , pasticciare. Perché contiene
alcune idee geniali. Una: voltando l’ultima pagina
il libro — a fisarmonica — ricomincia diverso
dall’altro capo. A bottega da Leonardo, Skira
(pp. 48, 16,50, dai 6 anni; anche in inglese).

Officina Uno scrittore amato per le sue storie di intrighi e paura si interroga alla sua maniera sul peso morale della verità

L’inferno esiste. Tu lo sveleresti?
di GLENN COOPER

S

e avete letto i miei romanzi, magari vi siete convinti
che io sia un fanatico delle
teorie del complotto. Invece non lo sono — mi
considero anzi piuttosto
scettico — però è vero che
passo un’enorme quantità di tempo a
leggere testi che espongono teorie
complottistiche e a cercare il modo
d’includerle nelle storie che racconto.
È un tema che mi affascina da sempre.
Avevo dieci anni quando Kennedy è
stato assassinato e ho passato i vent’anni successivi a leggere articoli e
saggi su «chi ha ucciso JFK?». Ancora
oggi, se esce qualcosa di nuovo sull’argomento, lo leggo subito. Tuttavia,
adesso che scrivo thriller storici, non
ho problemi ad ammettere che ho fatto carriera nel ramo del «pensiero
complottista». In un certo senso, ogni
mattina, quando accendo il computer
e inizio un’altra giornata di scrittura, è
come se timbrassi il cartellino nella
fabbrica del complotto.
Qual è il motivo per cui io e molti altri siamo affascinati dalle teorie complottiste? Sono convinto che dipenda
dalla diffusa sensazione che la gente

Iononcredoaicomplotti,maicomplottiaiutanoascrivere
Cosìhoimmaginatochealcuniconoscanounatremendaverità

i

GLENN COOPER
La Porta delle Tenebre.
Dannati
Traduzione di Paolo Falcone
NORD, pagine 544, 19,90
In libreria giovedì 18 giugno
L’autore
Glenn Cooper (1953) ha una
laurea in Archeologia a
Harvard e un dottorato in
Medicina. È stato presidente
e Ceo di un’azienda di
biotecnologie, sceneggiatore
e produttore cinematografico

normale non abbia accesso a tutte le
informazioni di cui, per esempio, dispongono i governi e le multinazionali, per non parlare di certe oscure organizzazioni private. Ci sentiamo pedine di un gioco molto più grande di
noi e che conosciamo solo confusamente. E poi, non appena facciamo un
passo indietro e ci convinciamo che
molte di queste teorie siano campate
in aria, ecco che arriva un Assange o
uno Snowden a trascinarci di nuovo
dentro. Se v’interessa questo meccanismo, vi consiglio il blog conspiracypsychology.com, tenuto da quattro giovani psicologi inglesi. Scommetto che
perderete giorni interi a leggere teorie
sull’11 settembre, sui cambiamenti climatici globali, sul volo 370 della Malaysia Airlines, sui vaccini, sugli Ufo
eccetera.
Un complotto sta alla base della mia
trilogia della Biblioteca, quella che comincia con La Biblioteca dei Morti,
prosegue con Il Libro delle Anime e si
conclude con I Custodi della Biblioteca. Ho immaginato che esistesse una
Biblioteca segreta, nei cui volumi sono
segnate le date di nascita e di morte di
ogni individuo vissuto sulla Terra…

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ma solo fino al 2027 (un indizio abbastanza evidente di una possibile apocalisse). E ho pensato che questa Biblioteca fosse in mano al governo
americano, che ne ricava preziosissimi dati sugli equilibri geopolitici e sui
loro cambiamenti. In più, come se fosse una matrioska, ho nascosto questo
mistero dentro un altro mistero: la Biblioteca è infatti ospitata nell’Area 51,
uno dei luoghi a più alta densità complottista del mondo.

La gente comune è però tenuta all’oscuro della sua esistenza: la possibilità che il concetto di libero arbitrio sia
vanificato dalla dura realtà della predestinazione è infatti considerata
troppo pericolosa, capace di lacerare
irreparabilmente il tessuto della società. Chi può dire cosa potrebbe accadere se tutti sapessero che il mondo è
destinato a finire in meno di vent’anni? Insabbiare, insabbiare, insabbiare.
Nel Marchio del Diavolo è il Vaticano a nascondere la scoperta dell’esistenza di una genia d’individui che incarnano il male assoluto, i Lemuri. E

non soltanto perché vogliono distruggere le fondamenta stesse della Chiesa. Cosa scatenerebbe nella gente comune la consapevolezza che questi esseri diabolici sono ovunque, in ogni
strato sociale? Meglio non saperlo
mai. E infatti il Vaticano insabbia tutto.
Nell’Ultimo giorno ho immaginato
una sostanza ricavata da una molecola
prodotta dal cervello al momento della morte e che, se assunta, permette di
vivere un’esperienza di pre-morte. Nel
romanzo, l’effetto di questa «droga» è
così forte e convincente che le persone
credono di avere finalmente la prova
inconfutabile dell’esistenza dell’Aldilà. In questo caso, i tentativi d’insabbiare la diffusione della sostanza falliscono e il mondo cade davvero in preda al caos.
E questo porta alla mia trilogia più
recente, Dannati. Ancora una volta, un
gruppo ristretto di funzionari governativi è alle prese con un terribile segreto e con la necessità di non renderlo pubblico.
L’avevo concepita come una sorta di
miscela tra l’Inferno dantesco e Il Trono di Spade, in cui il genere del thriller

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DOMENICA 14 GIUGNO 2015

Ciak, si legge
C
di Ce
ecilia Bressanelli

A sinistra: Glenn Cooper.
Sotto: Jean-Michel Basquiat
(New York, 1960-1988),
illustrazione per il libro
di poesie per l’infanzia
di Maya Angelou e Sara
Jane Boyers Life Doesn’t
Frighten Me (Stewart Tabori
& Chang, ottobre 1993)

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 23
Hesse, Sartre e Gibran sulla Cadillac
Cinque amici on the road su una Cadillac
azzurra da Austin (Texas) verso il Messico nel
1971. Chi dorme, chi sogna; chi vorrebbe
fuggire, chi (forse) trova se stesso; chi legge
Hesse (Il lupo della steppa), Sartre (L’essere e il

nulla) e Gibran (Il profeta), ma anche i fumetti
di Hulk. Un viaggio surreale, su cui incombe lo
spettro del Vietnam, per lasciare alle spalle la
giovinezza e affrontare un incerto futuro. Il film
è del 1985: Fandango (regia di Kevin Reynolds).

Immaginate di sapere cose che
potrebbero sconvolgere miliardi di
persone. Dovete decidere se fare
come genitori preoccupati di
proteggere i figli o condividere
con gli altri una tale conoscenza
storico si fonde con elementi fantastici e con l’avventura. In realtà, la trilogia riflette sulle conseguenze del male
e trasporta il lettore in un mondo straniante e pericoloso.
Nel primo romanzo, Dannati, il mio
eroe, John Camp, è un ex soldato, profondamente segnato dalla sua esperienza in Afghanistan; cerca di combattere i demoni del passato e di mettere ordine nella sua vita lavorando come capo della sicurezza di un enorme
acceleratore di particelle situato nei
pressi di Londra. Tuttavia per lui niente è più importante della sua relazione
con la dottoressa Emily Loughty, fisica
delle particelle nonché responsabile
di un ambizioso progetto di ricerca.
Durante un rivoluzionario esperimento, Emily svanisce nel nulla e, al
suo posto, appare un uomo che fugge
subito dal laboratorio, facendo perdere le tracce e, con esse, l’unica speranza di scoprire cosa sia successo. Per capirlo, non resta che ripetere l’esperimento. John si offre volontario e,
quando l’acceleratore viene azionato
di nuovo, lui si ritrova in un mondo
apparentemente simile al nostro, eppure molto diverso. Perché quel mondo è l’inferno, e in esso sono confinati
tutti coloro che in vita si sono macchiati di colpe incancellabili. Si tratta
di un mondo senza speranza, in cui tiranni sanguinari e sovrani spietati —
compresi alcuni realmente esistiti —
combattono per il potere.

È compito degli storici portare alla luce la realtà dei fatti.
Ed è compito degli autori che lavorano nella fabbrica delle
storie inventare vicende — negli Stati Uniti, in Vaticano o nei
grandi laboratori della fisica — che inducano i lettori a riflettere
su quale sia il modo più giusto per gestire i «veri» segreti
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In una folle corsa contro il tempo,
John deve affrontare quel luogo sconosciuto e ostile per riportare a casa la
donna che ama, prima che il passaggio si chiuda ed entrambi rimangano
intrappolati lì per l’eternità. In questo
primo libro, solo pochissime persone
sanno dell’esistenza dell’Inferno. Le
cose cambiano nella Porta delle Tenebre. Qui, il varco che collega i due
mondi si è ampliato, risucchiando decine d’innocenti all’inferno e trascinando un gruppo di pericolosi dannati nella Londra contemporanea. Così,
mentre Emily e John sono costretti a
tornare indietro per portare in salvo i
vivi, sulla Terra, un blogger di nome
Giles Farmer — considerato da tutti
un paranoico fissato con le teorie del
complotto — inizia a mettere insieme
le tessere del mosaico e a sospettare
l’esistenza di un mondo parallelo al
nostro. Che cosa farà il governo? Ammetterà l’esistenza dell’Inferno o metterà a tacere Farmer prima che la notizia diventi di dominio pubblico?
Che cosa farei io se toccasse a me
decidere? E che cosa fareste voi? Immaginate di conoscere cose che potrebbero sconvolgere la vita di milioni… no, di miliardi di persone, mandare in frantumi le loro certezze e minare le stesse fondamenta della
società. Vi comportereste come genitori preoccupati di proteggere i propri
figli o trovereste il coraggio di condividere con i vostri simili il peso di una
simile rivelazione?
Tutti sappiamo che talvolta i governi dicono mezze verità (o bugie spudorate) con la scusa di agire per il bene comune. È compito dei giornalisti e
degli storici portare alla luce la verità.
Ed è compito degli scrittori che lavorano nella fabbrica del complotto immaginare vicende che inducano i lettori a
riflettere su quale sia il modo più giusto per gestire i «veri» segreti.
(traduzione di Giorgia di Tolle)
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Una copertina
un artista

L’Arcangel dei nuovi miti
Chiunque lavori con il
ritocco della fotografia lo
sa: in Photoshop c’è una
funzione che tratta le
gradazioni di colori. Basta
scegliere la modalità che
piace di più e si possono
creare infinite sfumature (di grigio) ma
anche di appassionanti colori. È quanto ha
fatto per noi l’artista americano Cory
Arcangel (Buffalo, 1978) che
esplicitamente ha intitolato quest’opera
Photoshop CS, inserendola nel suo potente
e dissacrante viaggio nel cuore del sistema
dei media. Arcangel, oltre ad essere tra i più
influenti artisti della New Media Generation
(il Whitney Museum di New York gli ha
dedicato una personale nel 2011), è un
autore che ha deciso di interpretare il
nostro tempo digitalizzato rileggendo le
icone immateriali della contemporaneità. E
lo fa con un lavoro sui simboli tecnologici,
sui simulacri e sulle mitologie dell’oggi: da
Super Mario ai loghi come Hello Kitty o
Nike. A questo epigono di Warhol, la
GAMeC di Bergamo sta dedicando una
grande personale con un titolo che evoca
proprio il padre della Pop Art: This is all so
crazy, everybody seems so famous (È tutta
una follia, tutti sembrano così famosi). E
forse Cory Arcangel è d’accordo (a sua
insaputa) con Giacomo Leopardi che
ricordava: «Il mezzo più efficace di ottener
fama è quello di far creder al mondo di
esser già famoso». (gianluigi colin)

Supplemento culturale del Corriere della Sera
del 14 giugno 2015 - Anno 5 - N. 24 (#185)
Direttore responsabile
Vicedirettore vicario
Vicedirettori

Supplemento a cura
della Redazione cultura

Art director

Luciano Fontana
Barbara Stefanelli
Daniele Manca
Antonio Polito (Roma)
Venanzio Postiglione
Giampaolo Tucci

Antonio Troiano
Pierenrico Ratto
Stefano Bucci
Antonio Carioti
Serena Danna
Marco Del Corona
Cinzia Fiori
Luca Mastrantonio
Pierluigi Panza
Cristina Taglietti
Gianluigi Colin

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