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Il.Corriere.Della.Sera.15.06.2015.By.PdS .pdf



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LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

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DEL LUNEDÌ

Nubifragio a Tbilisi

Uno zoo in fuga
per le strade della città

Oggi
su

Casa e liquidità
Perché a questi tassi
può convenire
il prestito-vitalizio
di Gino Pagliuca

di Danilo Mainardi
a pagina 21

CorrierEconomia nel supplemento

Retorica e illusioni

Il piano B Permessi rapidi dall’Italia

LA POLITICA
CHE MANCA
ALL’EUROPA

Così manderemo
i migranti nell’Ue

di Angelo Panebianco

di Fiorenza Sarzanini

P
AFP PHOTO / JEAN-CHRISTOPHE MAGNENET

D

a decenni, con
un’accelerazione
dopo il varo della
moneta unica,
tanti invocano
l’integrazione politica come
panacea dei mali d’Europa.
C’è del giusto. Non appare
sostenibile la moneta unica in
assenza di una «sintesi
politica», di un sistema di
governo. Semplice buon
senso. In questi
ragionamenti, però, c’è
sempre stato anche qualcosa
di poco convincente. Non è
chiaro se chi invoca
l’integrazione politica si renda
pienamente conto delle
implicazioni. Si ha
l’impressione che molti la
immaginino come una specie
di assemblea di quartiere «in
grande», nella quale si
formano disciplinate
maggioranze che decidono
sulle proposte della giunta di
quartiere su come ripartire
oneri e vantaggi. Non c’è mai
stato niente di più
«spoliticizzato» della
concezione della politica
prevalente in quei commenti.
Per ragioni che attengono alla
storia dell’integrazione
europea, l’idea di politica che
vi è stata appiccicata sopra è
quella che poteva inventarsi
(con l’interessata complicità
dei governi) un club di
tecnocrati convinti che le
decisioni che contano
dovessero essere prese
all’interno del club
medesimo: gente educata e
preparata che pacatamente
discute del bene comune. Il
popolo, poi, null’altro avrebbe
dovuto fare che avallare le
lungimiranti decisioni.
Niente di più lontano da
ciò che la politica è: conflitti
di potere in cui si consumano
ambizioni personali e di
gruppo, e scontri frontali, e
spesso feroci, fra
contrapposte visioni di ciò
che è collettivamente bene o
male.

LA PROTESTA A VENTIMIGLIA

Come granchi d’argento
di Paolo Di Stefano

a pagina 12

STATI E DEBITO

Venezia, centrodestra avanti

Trattative fallite
Cresce il timore
di un’uscita
Casson verso la sconfitta nella notte, la sorpresa dell’imprenditore Brugnaro della Grecia
L’ANALISI

Il segnale
per i democratici
e l’onda lunga
dell’astensionismo



Affluenza ancora in calo, rispetto al primo turno, ai ballottaggi delle elezioni amministrative
svoltesi ieri in 78 Comuni (12 i capoluoghi). A Venezia, secondo i primi dati, Luigi Brugnaro (centrodestra) sarebbe in vantaggio su Felice Casson,
che aveva vinto due settimane fa. «Abbiamo dato tutto quello che potevamo dare», dichiarano
dal quartier generale del Pd. Berlusconi: è la prova che il premier ha perso smalto.

GIANNELLI

da pagina 2 a pagina 9

di Massimo Franco

MAFIA CAPITALE LA RELAZIONE PER IL PREFETTO

L’

Il Campidoglio
ignorò l’allarme
degli ispettori

onda lunga dell’astensionismo trasporta molti detriti.
Si intravedono quelli di istituzioni locali delegittimate; di
scandali come quello di Mafia
Capitale; e di un’emergenza immigrazione che si scarica sulle
città. La somma è stata l’elezione di sindaci colpiti dalla scarsa
partecipazione: meno della metà dei votanti. Dai primi dati il
Pd rischia di perdere Venezia.
Sul profilo di vincitori e vinti,
che pure contano, si allunga la
grande ombra del partito del rifiuto delle urne.
continua a pagina 9

di Giovanni Bianconi
IL RETROSCENA

Riforme e minoranza pd
La strategia del premier
di Maria Teresa Meli

a pagina 5

un anno prima dell’arresto di Salvatore
Q uasi
Buzzi e dei presunti complici, il ministero
dell’Economia lanciò al Comune di Roma l’allarme su appalti assegnati con procedure anomale.
Il Campidoglio, spiega una relazione di mille pagine, ignorò l’allerta.
alle pagine 10 e 11

È fallito l’ultimo tentativo
del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker
di sbloccare il negoziato tra la
Grecia e i creditori internazionali in tempo per la riunione
di giovedì dell’Eurogruppo.
«Resta una significativa distanza tra i piani delle autorità
greche e le richieste di Commissione, Bce e Fmi sullo
0,5-1% del Pil o l’equivalente di
oltre 2 miliardi di misure di
bilancio permanenti su base
annua. Inoltre, le proposte
greche restano incomplete»,
ha spiegato una portavoce
della Commissione. Duro il
vicecancelliere tedesco Sigmar
Gabriel: «L’ombra di una uscita della Grecia dall’euro sta
diventando sempre più visibile. I lavoratori e le famiglie
tedesche non pagheranno per
le esagerate promesse elettorali fatte da un governo mezzo
comunista».
a pagina 17 Basso
con un commento a pagina 33
di Lorenzo Bini Smaghi

IL PASSIVO DEL PATRIMONIO NEL 2023

LA WEB SERIE DEL CORRIERE

Il buco dell’Inps
arriverà a 56 miliardi

Le storie dei ragazzi
che sono quasi maturi

di Enrico Marro

di Leonard Berberi

S

M

e l’economia non crescerà, i deficit crescenti
dell’Inps — più di 12 miliardi quello previsto
per il 2023 — asciugheranno l’attuale attivo patrimoniale (18,5 miliardi nel 2014) trasformandolo rapidamente in un passivo. Che salirà fino a
56 miliardi e mezzo, sempre nel 2023.
a pagina 14

9 771120 498008

ermessi temporanei ai richiedenti asilo per
consentire loro di varcare la frontiera e circolare in Europa. E un’operazione di polizia contro
gli scafisti in Libia che coinvolga l’Egitto. Sono i
punti principali di quello che — nell’intervista al
Corriere di ieri — Matteo Renzi ha definito il
«piano B» dell’Italia «se l’Europa non sceglierà
la strada della solidarietà». Intanto la Francia nega di aver sospeso Schengen, ma circa cento africani (nella foto, ieri sotto la pioggia) sono ancora bloccati alla frontiera di Ventimiglia.
alle pagine 12 e 13 Bruno, Caccia

I ballottaggi nei Comuni I candidati del centrosinistra in vantaggio ad Arezzo e a Lecco

continua a pagina 32

50 6 1 5>

ANNO 54 - N. 23

91 MILA EURO LORDI AL MESE

Un pensionato tutto d’oro
di Gian Antonio Stella

a pagina 15

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atilde ha quasi deciso cosa farà dopo. Ilaria
si concederà qualche altra settimana, anche se una mezza idea già le frulla per la testa.
Brando naviga a vista. Intanto, per tutti e tre, c’è
l’estate da affrontare. E, soprattutto, la «pratica»
Maturità da archiviare: per loro — e per gli altri
489.959 in tutta Italia — questi sono giorni al
cardiopalma. Matilde, Ilaria e Brando sono i protagonisti di «Quasi maturi — Selfie diario di tre
liceali», la web serie che parte domani su Corriere.it, dove i tre giovanissimi ci accompagnano e
ci fanno vivere con loro il prima, il durante e il
dopo Esame di Stato.
a pagina 29

2

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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#

Ballottaggi

20 5

Casson crolla
L’avanzata
del centrodestra
nei Comuni

I risultati

Dati ministero dell’Interno

Ieri si è votato per il ballottaggio in 65 comuni, di cui 11 capoluoghi. Al voto
anche 13 comuni in Sicilia (l’unico capoluogo è Enna): sull’isola le urne saranno
aperte anche oggi dalle 7 alle 15
Centrosinistra

Centrodestra

Giunte uscenti

AREZZO

47,1
la percentuale
dell’affluenza
ai ballottaggi
di ieri, a urne
chiuse: negli
stessi Comuni
al primo turno
aveva votato
il 63,2%

78
i Comuni
chiamati
al voto: 12
i capoluoghi.
Sono 13 i
Comuni siciliani
dove le urne
saranno aperte
anche oggi

49
la percentuale
dei votanti,
sugli aventi
diritto, al
ballottaggio
di Venezia:
al primo turno
si era attestata
al 59,8

lo di Venezia, dove il candidato
del centrosinistra, il senatore
dissenziente del Pd ed ex pm,
Felice Casson, è stato battuto al
ballottaggio dall’imprenditore
Luigi Brugnaro che, intorno alla mezzanotte, si è presentato
davanti alle telecamere forte di
un 53,2% capace di mettere fine
alla battaglia della Laguna, con
un risultato a sorpresa. Il centrodestra, dunque, dopo la Liguria, conquista un’altra roccaforte della sinistra ribaltando
un risultato che al primo turno
aveva premiato l’ex magistrato
con ben 10 punti di vantaggio.
Mentre si aspettava l’esito
della battaglia di Venezia — il
cui risultato ha una valenza nazionale nel partito perché la
sconfitta del Pd segue la stagione dello scandalo Mose che ha
falcidiato la giunta dell’ex sindaco Orsoni — gli occhi erano
tutti puntati sull’affluenza. Ai
ballottaggi infatti (e stavolta si
votava in 78 Comuni, di cui 12
capoluoghi) la partecipazione
è da sempre in caduta libera. E
così è andata anche in questa
mini tornata elettorale che
avrebbe dovuto mobilitare due
milioni di cittadini oltre la metà dei quali, invece, alla fine è
rimasta a casa. La percentuale
dell’ affluenza (47,1%) è dunque
schizzata di 16 punti verso il
basso rispetto al primo turno
di 15 giorni fa (63,2 %).
Servirà tempo per capire
quanto l’astensionismo abbia
influito sulla sconfitta di Casson. In realtà, il candidato del
centrosinistra contava sull’aiuto dei grillini che non è arrivato
e che al primo turno avevano
ottenuto il 12%. Invece, Brugnaro è riuscito a convogliare al
ballottaggio i voti dei leghisti
che al primo turno avevano
puntato su Angelo Bellati
(11,8%). Brugnaro, gustandosi

la vittoria, ha detto che «c’è un
partito del fare, del lavoro che
ha sconfitto il partito del no»,
per ribadire poi che sarà un
sindaco «trasversale»: capace
di collaborare con il governatore Zaia e con il premier Renzi.
Il centrosinistra vince a Mantova, Lecco, Macerata, Trani
mentre ad Enna, dove si vota
anche oggi fino alle 15, sarebbe
solo questione di ore per la
proclamazione del «barone
rosso» del Pd Vladimiro Crisafulli.
Cattive notizie invece arrivano da Arezzo dove gli elettori
hanno premiato sul filo di lana

il candidato del centrodestra
Alessandro Ghinelli che pure al
primo turno era stato staccato
di nove punti da Matteo Bracciali del centrosinistra. Passo
indietro per il Pd e i suoi alleati
anche a Nuoro dove Alessandro Bianchi deve farsi da parte
davanti alla travolgente vittoria
di Andrea Soddu sostenuto dai
comitati cittadini e dagli autonomisti sardi.
Il centrodestra vince a Chieti
e a Rovigo dove è la Lega a fare
la differenza. Mentre a Fermo
ci ha pensato una lista civica a
fermare il candidato del centrosinistra. Candidati del cen-

La sconfitta netta a Venezia
del Partito democratico,
che prende Mantova e Trani
ma perde anche Arezzo,
Matera, Nuoro e Fermo

● La parola
PREMIO
Il sistema di voto per i
Comuni con più di 15 mila
abitanti prevede un premio
di maggioranza per il
secondo turno: alle liste
collegate al sindaco eletto è
assegnato il 60% dei seggi.
A meno che: queste liste, al
primo turno, non si siano
fermate sotto al 40%; o
un’altra coalizione non
abbia superato il 50%. Si
avrebbe in questi casi
l’«anatra zoppa»: il sindaco
senza maggioranza.

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tro sinistra sconfitti anche a Vigevano e a Voghera.
Ma anche dal Sud non arrivano buone nuove per il Pd. Innanzitutto fa molto male ai
dem la sconfitta di Matera dove
Salvatore Adduce (45,4%) ha
ceduto il passo a Raffaello De
Ruggeri (54,5%). In Calabria si
votava anche in alcuni popolosi
Comuni: il centrosinistra vince
a Castrovillari ma perde a Lamezia e a Gioia Tauro dove si
affermano i candidati sostenuti
da Forza Italia.
Il Pd di Matteo Renzi è reduce dalla vittoria alle Regionali,
per 5 a 2, ma ha ancora in bocca
l’amaro della sconfitta in Liguria. Ora, però, c’è anche il ribaltone di Venezia da far digerire.
Dino Martirano
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Amministr.
uscente

Numero elettori: 2.160.550

MANTOVA

11
6
Nuove guinte

50,8%

62,6%

Alessandro Ghinelli

Mattia Palazzi

49,2%
Matteo Bracciali

37,4%
Paola Bulbarelli

ROVIGO

VENEZIA

6
8
2

LECCO
ROMA È un vero ribaltone, quel-

Altri

54,4%

59,7%

53,2%

Virginio Brivio

Massimo Bergamin

Luigi Brugnaro

45,6%
Alberto Negrini

40,3%
Nadia Romeo

46,8%
Felice Casson

MACERATA

FERMO

CHIETI

59,1%

69,9%

55%

Romano Carancini

Paolo Calcinaro

Umberto Di Primio

40,9%
Deborah Pantana

30,1%
Antonio P. Zacheo

Luigi Febo

TRANI

NUORO

MATERA

75,8%

45%

54,5%

68,4%

Amedeo Bottaro

Andrea Soddu

Raffaello De Ruggieri

24,2%
Antonio Florio

31,6%
Alessandro Bianchi

45,5%
Salvatore Adduce

ELETTI
AL PRIMO
TURNO

TEMPIO PAUSANIA

VIBO VALENTIA

50,80%

52,07%
Andrea Marco Biancareddu

AGRIGENTO

59,01%
Calogero Firetto

SANLURI

47,20%
Alberto Urpi

Elio Costa

ANDRIA

52,24%
Nicola Giorgino
Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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PRIMO PIANO

3
#

Venezia
Il trionfo dell’imprenditore e re del basket
Brugnaro: io non consumerò vendette
DA UNO DEI NOSTRI INVIATI

I profili
● Felice
Casson, 61
anni, nato a
Chioggia,
laurea in Legge,
entra in
magistratura
nel 1980
da giudice
istruttore, poi
diventa gip e
dal ‘93 al 2005
è pubblico
ministero a
Venezia. Eletto
in Senato dal
2006, prima
con i Ds e poi
con il Pd
● Luigi
Brugnaro, 53
anni, nato a
Mirano
(Venezia),
laurea in
Architettura,
imprenditore,
nel ‘97 fonda
l’agenzia per il
lavoro Umana
ed è presidente
dell’omonima
holding che
raggruppa 20
aziende
operative nei
servizi, nella
manifattura,
nell’edilizia e
nell’agricoltura.
Dal 2009 al
2013 è stato
presidente di
Confindustria
Venezia. Dal
2006 è
proprietario e
presidente
della Reyer
Venezia
Mestre, società
di basket

VENEZIA «Ringrazio Casson per
la sua campagna elettorale. E i
centri sociali che l’hanno aiutato». Luigi Brugnaro esulta: la
laguna si tinge di fucsia, il suo
colore preferito. Sia pure disamorati, i veneziani hanno scelto di cambiare tutto. E così,
l’impetuoso imprenditore, patron di Umana, mette a segno il
colpo epocale: strappare Venezia al centrosinistra che la governava da decenni. Appena
eletto, Brugnaro il laburista
propone «lavoro e sicurezza
per tutti». Brugnaro il pontiere
annuncia di voler «dare una
mano a Zaia e una a Renzi», e
propone per Venezia una «conferenza internazionale sull’immigrazione». «Non siamo qui
per le vendette — aggiunge —

Gli avversari lo chiamavano
il «campagnolo di Mirano»:
adesso apriremo la città ai privati

impossibili. E la sua candidatura a sindaco è sia «trasversale»
(«Non ho problemi ad ammetterlo, Renzi mi piace») che
«emergenziale». La sua Venezia sarà, dice lui, «apertissima
ai privati» e affronterà la marea
dei turisti (20 milioni all’anno)
non con un ticket, previsto dall’avversario «statalista» Casson, ma con tre card, carte servizi platinum, gold e silver, che
daranno diritto a servizi differenziati. Per dire: pontili di accesso ai vaporetti privilegiati
per i turisti platinum. Le grandi
navi, accusate dalla sinistra di
favorire il turismo mordi e fuggi, non sono criminalizzate.
Anche se il canale della Giudecca e il bacino di San Marco
dovrebbero, anche con Brugnaro, diventare off limits.
L’accusa agli avversari è quella

Trasversale
Il sindaco neoeletto,
a cui piace anche Renzi:
«Darò una mano a Zaia
e una al premier»

La partecipazione
Gli elettori cinquestelle,
corteggiati da Casson,
alla fine hanno deciso
di stare fuori dal duello

ora si lavora per tutta la città».
I ragazzi della Reyer, la storica squadra di basket veneziana
che Brugnaro ha riportato ai livelli scintillanti della serie A, ci
credono ancor prima di lui e
invadono il comitato elettorale
di Mestre. Lui, veneziano di terra, arriva poco dopo: «Il partito
del lavoro ha sconfitto il partito
del no». Al termine dello spoglio, Brugnaro è al 53,2 % contro il 46,8% di Felice Casson. Gli
elettori del Movimento 5 Stelle,
assai corteggiato prima del ballottaggio dai supporter dell’ex
pm, sembra abbiano scelto di
starne fuori: tra i due turni, a
dispetto della perdita di affluenza, Brugnaro guadagna
circa 20 mila voti. Casson soltanto mille.
Alla corsa di Brugnaro da Mirano («il campagnolo», lo chiamavano gli avversari) sono ba-

di voler favorire come hub portuale la Trieste di Debora Serracchiani. Tra le passioni del
neo sindaco, il Lido: «Dovrebbe essere una vetrina del glamour e invece resta una zona
bombardata».
L’ultima giornata da candidato parte con un giro per la
città. Gli avversari lo accusano
di aver girato per pasticcerie
per offrire la colazione ai veneziani. «Macché — risponde lo
staff — giusto un cappuccino
con gli amici». Poi, giornata in
famiglia. A pranzo, pasta al pomodoro e chianina proveniente da una delle aziende di famiglia, 426 ettari a Chiusi.
Di certo, tra il primo e il secondo turno si è perso circa il
10% dei votanti, dal 59% del primo a circa il 49%.
Marco Cremonesi

In Laguna Luigi Brugnaro, 53 anni: l’imprenditore ha battuto l’ex magistrato e senatore del Pd Felice Casson nel ballottaggio di Venezia (Errebi)

stati 83 giorni. Il fondatore di
Umana è sceso in campo dopo
la vittoria alle primarie di Felice
Casson, senatore pd dal profilo
distante dalla «parrocchia» di
partito. Veemente, esuberante,
ricco come Creso e incapace di
perdere (dicono i suoi), Brugnaro al ballottaggio ha messo
in fila le schegge di un centrodestra disperso. La Lega non ha
fatto la schizzinosa: si è accordata con lui nonostante la presenza nel gruppo di Area popolare, come dire l’Ncd. Risultato,
avrà il vicesindaco: Gian Ange-

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● La parola
MOSE
Il Modulo Sperimentale Elettromeccanico è
un progetto per la difesa di Venezia dalle
acque alte con paratie mobili a scomparsa
poste alle bocche di porto di Lido, Chioggia e
Malamocco. La città è commissariata dopo le
dimissioni di Orsoni del giugno 2014: l’ex
sindaco andrà a processo per finanziamento
illecito nell’ambito dell’inchiesta sul Mose.

lo Bellati. Della futura squadra
che affiancherà il sindaco a Ca’
Farsetti, si conosce già qualche
altro nome. Non i renziani che
potrebbero entrare in giunta
ma il tributo (nonostante lui si
dica «né di destra né di sinistra») alla politica concreta fatta di accordi. Di certo, ci saranno l’ex presidente della Provincia Francesca Zaccariotto, già
leghista poi fuoriuscita, e Renato Boraso, già aspirante sindaco di ceppo Forza Italia.
Brugnaro pensa a se stesso
come all’uomo delle missioni

© RIPRODUZIONE RISERVATA

4

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

5

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#

Ballottaggi

20 5

L’autocritica dei dem: non si può brindare
L’ammissione di Serracchiani: «Dobbiamo ragionare su come rafforzare il partito nei territori»
Guerini parla di «sconfitta che brucia». Palazzo Chigi vuole ripartire da immigrazione e Fisco
I nodi
● Al test delle
Regionali 2015
il Pd è arrivato
dopo mesi
di polemiche
e tensioni
interne, in
particolare in
Liguria, Veneto,
Campania
e Puglia
● In Liguria,
dopo il caos
alle primarie
(con Sergio
Cofferati,
sconfitto, che
ha parlato
di brogli e poi
abbandonato
i dem) la pd
Raffaella Paita
è sconfitta dal
forzista Toti.
Determinante
la frattura a
sinistra, che ha
schierato il
civatiano Luca
Pastorino
● In Veneto
la candidata
renziana
Alessandra
Moretti è stata
staccata dal
leghista Luca
Zaia di quasi 30
punti e il partito
è precipitato
dal 37,5%
delle Europee
al 16,7%
● In Campania
finisce sotto
attacco il
candidato dem
Vincenzo De
Luca, che vince
le elezioni: la
sua condanna
a un anno per
abuso d’ufficio
lo rende
incompatibile
con la carica di
governatore
per la legge
Severino e in
più il suo nome
finisce nella
lista degli
impresentabili
stilata dalla
commissione
Antimafia
presieduta
dalla dem Rosy
Bindi
● In Puglia,
infine, si è
registrata una
campagna
elettorale
fredda: il
premier Matteo
Renzi, pur
presente a Bari,
non ha
incontrato il
candidato
Michele
Emiliano, che
comunque ha
vinto, critico
sulla riforma
della scuola

ROMA Ha perso Felice Casson, ha
perso un «gufo» della sinistra.
Ma di certo non ha vinto Matteo
Renzi. «Un risultato luci e ombre», ammette che è notte Lorenzo Guerini. Il ribaltone di Venezia è una umiliazione bruciante per i dem, che hanno governato la Serenissima per 22
anni e ieri notte hanno dovuto
cedere un’altra storica roccaforte a un outsider come Brugnaro.
Uno che, sospirano al Nazareno,
«potrebbe tranquillamente stare con noi». Magra consolazione per un partito che paga a caro
prezzo il coinvolgimento di alcuni suoi esponenti nelle inchieste, dal Mose a Mafia Capitale.
Una batosta. Il premier è andato a Venezia due volte per far
sentire il suo appoggio a Casson, ma l’effetto Renzi non c’è
stato. La sconfitta è destinata a
pesare anche sui rapporti con la
minoranza. Dopo il sofferto 5 a 2
delle Regionali, le amministrative confermano che il leader ha
iniziato questa seconda fase di
governo con qualche affanno.
Prova ne sia l’astensionismo,
che conferma una nuova ondata
di disaffezione verso la politica.
«È un calo importante — riconosce Debora Serracchiani —
serve una riflessione. La politica
non può essere un pezzo del
problema».
Il centrosinistra vince a Macerata, Mantova, Trani e Lecco. il
Pd resta primo partito, ma come
dice Guerini, «stanotte non si
brinda». Arezzo, Nuoro, Matera,
Chieti, Lamezia Terme e Fermo
sono perse. «Città importanti...», geme Guerini. E a Venezia
il Pd incassa il colpo più duro.
Lo ammette la Serracchiani, interpretando i tormenti di Renzi:
«A Venezia ha pesato la fine
traumatica della legislatura.
Non siamo riusciti a ricostruire
un rapporto con la città, nono-

Il retroscena

di Maria Teresa Meli

Lo sconfitto Il senatore del Partito democratico Felice Casson aveva preso il 38% al primo turno. Ieri si è fermato al 46,8% (LaPresse)

I democratici in Laguna
= Il Pd a Venezia

= Il Pd a livello nazionale
45,95%
(Europee)

50

38,06%
(Camera)

30,40%
(Regionali)

40

21

29,88%
(Camera)

28,89%
(Comunali)

30,45%
(Europee)

I NUMERI

23,43%
(Regionali)
40,82%
(Europee)

30

16,83%
(Comunali)

33,18%
(Camera)

Gli anni da cui
Venezia è guidata
da giunte di
centrosinistra
(commissario
prefettizio escluso)

20

26,13%
(Europee)

51,1

25,43%
(Camera)

10

0

2008

2009

2010

2010

2013

2014

2015

2015

La percentuale
ottenuta da Giorgio
Orsoni al primo
turno alle Comunali
del 2010
Corriere della Sera

Il leader e le letture sul governo
«Non c’era dittatura renziana
né è vero che siamo in crisi»
La strategia in vista della battaglia del Senato

ROMA Il presidente del Consiglio ne è convinto sul serio. E lo
spiega ai suoi collaboratori:
«Fino a qualche tempo fa dicevano che c’era la dittatura ventennale renziana, ora dicono
che il mio governo è in crisi.
Due letture sbagliate. La verità
è che andremo avanti. Ora c’è il
Senato e lì non ci areneremo
nella palude come crede - e
spera - qualcuno».
Il presidente del Consiglio,
però, sa anche, e non può né
vuole nasconderlo, che la situazione politica (oltre quella
internazionale) è quanto mai
delicata, perciò vuole studiare
le prossime mosse con gran
prudenza e concentrazione:
niente gioco d’azzardo, bensì
d’astuzia. Nessuna impennata
o scatto d’ira: «Da parte mia in
questa fase occorrono molta
lucidità e buon senso, non mi
posso far sommergere dalle
ansie».

Niente inquietudini sul tavolo da gioco di Bruxelles, ma
nemmeno su quello del Senato, dove la minoranza interna è
lì che attende di sbarrargli il
passo e di dimostrare che quella del premier può essere «una
resistibile ascesa».

● La parola
ELETTIVITÀ
Uno dei nodi della riforma
del Senato riguarda la scelta
dei componenti del nuovo
organismo: secondo il ddl
Boschi saranno sindaci e
consiglieri regionali, ma la
minoranza del Pd preme
per un meccanismo che dia
la scelta ai cittadini, anche
attraverso il voto locale.

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Perciò solo con i fidatissimi
(Renzi non ha comunicato le
sue reali intenzioni nemmeno
ad autorevoli senatori del Partito democratico) ha preparato
una strategia per uscire dall’impasse in cui potrebbe venire a trovarsi.
Com’è noto, la riforma della
scuola, oltre a essere rallentata
dalle resistenze della sua minoranza interna e dei due membri
della Commissione interessata
(Mineo e Tocci), per essere
sbloccata ha anche un altro
problemino. Deve attendere i
pareri della Commissione Bilancio di palazzo Madama, presieduta da quell’Antonio Azzollini sul cui capo pende una richiesta d’arresto e che parrebbe non avere alcuna voglia di
affrettarsi.
Renzi e i suoi meditano perciò di far invertire l’ordine dei
lavori, facendo arrivare in aula,
la settimana prossima non la

scuola bensì un’altra riforma,
quella della Rai, che in molti
nello stesso Pd davano per
morta.
La decisione non è definitiva, ma se il tira e molla sulla
legge della «buona scuola» dovesse continuare allora si procederebbe in questo modo. Nel
caso, la scuola slitterebbe alla
settimana successiva. «Ma noi
- assicura il capogruppo Zanda
- vedrete che ce la faremo».
Comunque vada a finire, una
cosa è certa: il presidente del
Consiglio non intende essere
«ostaggio» nelle mani della
minoranza. Perciò la riforma
della scuola deve uscire dal Senato blindata, nel senso che alla Camera non potrà essere
cambiata di una virgola. In parole povere, l’accordo sulla materia dovrà essere fatto prima
sia con la minoranza di palazzo
Madama che con quella di
Montecitorio.

Il testo
● Dopo il sì alla
Camera, il 20
maggio, il ddl
di riforma
della scuola è
ora in Senato
all’esame della
commissione
Istruzione
● Sono 2.500
le proposte
di modifica
presentate:
per molte si
attende il via
libera della
commissione
Bilancio

stante la candidatura importante di Casson». La vicesegretaria
del Pd ringrazia l’ex pm per
«l’impegno che ha messo nella
sfida, in un contesto non facile»
e ammette che «ha pesato molto
il sentimento nazionale sull’immigrazione». Gli italiani vedono
in tv le immagini drammatiche
dei profughi e scelgono la Lega,
con il suo «approccio facilitato
su questioni così complesse».
Ma al Nazareno non si nascondo dietro un dito. Sono tutti consapevoli che un Pd spaccato e dalla guida incerta sul territorio, non è appetibile in un momento così difficile. «Il Pd ha
tenuto e in Lombardia conquistiamo alcuni comuni. Ma certo
le divisioni interne — ammette
Serracchiani — non hanno aiutato a far passare un messaggio
di speranza. Dobbiamo ragionare su come rafforzare il partito

Gotor
«Questi numeri
gettano un’ombra
anche sulla nuova
legge elettorale»
sui territori». A Palazzo Chigi individuano tre temi su cui lavorare sodo: immigrazione, fisco,
crescita economica.
Adesso la (fragile) tregua vacilla e la minoranza deve scegliere se addebitare a Renzi
un’altra frenata oppure, se prendersi sulle sue spalle una parte
di responsabilità. Le tensioni tra
le diverse anime sembrano destinate a riaccendersi e lo fa capire il senatore Miguel Gotor: «È
inquietante il dato dell’astensionismo, un risultato che getta
un’ombra sul meccanismo di
funzionamento dell’Italicum».
Monica Guerzoni
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Entrambe dovranno dare la
loro parola. E i bersaniani della
Camera dovranno promettere
di stare ai patti. Altrimenti si va
avanti a colpi di fiducia (che comunque non sono esclusi vista
la ristrettezza dei tempi.
Lo stesso accordo varrà per
la riforma costituzionale che
dovrà essere licenziata dal Senato a luglio. Anche in quel caso, se si trovasse l’accordo con
la minoranza di palazzo Madama, i bersaniani della Camera
dovrebbero assicurare di non
cambiarlo di una virgola.
«Niente mercanteggiamenti o
prese in giro su cose serie come queste, non si può usare la
riforma della Costituzione per
scopi politici interni», sono le
parole d’ordine del premier.
Ma sul ddl Boschi non c’è ancora accordo con la minoranza
sull’unico vero problema: l’elezione dei senatori. Pd e Ncd (e
ora parrebbe anche Fi) propongono di mettere in un listino
speciale i consiglieri regionali
che potrebbero andare a palazzo Madama. La minoranza invece vuole l’ elezione diretta
dei senatori e come unica forma di mediazione propone che
questa votazione avvenga in simultanea con quella delle regionali.
Quando se mai verrà trovato,
il compromesso potrebbe rientrare in una norma finale sotto
forma di legge ordinaria.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

6

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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#

Ballottaggi

20 5

Berlusconi: nuovo vento al Nord
Ci davano per morti e invece no
Il leader: Italicum a doppio taglio per Renzi, uniti possiamo tornare a vincere
I fronti
● Per le
Regionali, Fitto
ha sostenuto
nella sua Puglia
Schittulli
mentre Forza
Italia ha
puntato sulla
Poli Bortone. A
vincere è stato
il centrosinistra
di Emiliano
● In Toscana
Verdini, ex
mediatore con
Renzi sulle
riforme, ha
chiesto un suo
uomo per la
corsa in
Regione, Villa.
Il cerchio
magico vicino a
Berlusconi
puntava invece
su Mallegni. La
scelta è caduta
poi su Mugnai,
ex verdiniano
vicino alla
fedelissima
Bergamini.
Ha vinto il
centrosinistra
di Rossi
● Dove invece
il centrodestra
si è presentato
unito, come in
Liguria (FI con
Lega e Ap), è
arrivata la
vittoria con Toti

ROMA «Il vento del Nord è cambiato. E giornate come questa
sono la prova che Matteo Renzi è sbiadito. È vero che governa in una fase molto difficile, e
va riconosciuto. Ma la sua
azione ha perso smalto. E
l’elettorato gli sta già voltando
le spalle». Dal salotto di villa
San Martino, ad Arcore, Silvio
Berlusconi ha seguito a distanza le sfide del secondo turno
delle elezioni amministrative
rafforzando la convinzione
che aveva avuto già due settimane fa. «Con un centrodestra unito — è l’opinione dell’ex premier — possiamo tornare al governo molto prima
di quando sognano i più otti-

misti di noi». Tra l’altro, è la
suggestione di cui parla ai fedelissimi, «in un eventuale testa a testa alle Politiche tra il
Partito democratico e i moderati, sono sicuro che gran parte dell’elettorato che al primo
turno vota Grillo, pur di voltare
le spalle al presidente del Consiglio, farebbe vincere noi».
Detto in un altro modo, «l’Italicum, per Renzi, è un’arma a
doppio taglio».
Berlusconi mette alla prova
le sue teorie guardando i dati
che dalle 23 e 15, arrivano soprattutto da Venezia, la madre
di tutte le sfide di ieri. E tiene
d’occhio anche i ballottaggi di
quelle cittadine lombarde in

cui lui stesso negli ultimi giorni si è recato per sostenere la
corsa dei candidati del centrodestra, da Seregno a Segrate.
Senza dimenticare realtà come
Pietrasanta, in Toscana, dove
l’ex premier s’era presentato
già due settimane fa per aiutare l’amico (e sindaco uscente)
Massimo Mallegni, che avrebbe volentieri candidato alla

Le alleanze
Ora la priorità del capo
ricompattare i moderati
senza cedere troppa
sovranità alla Lega

presidenza della Regione. Morale della favola? Vittoria a Venezia, vittoria a Seregno, sconfitta di misura a Segrate e vittoria a Pietrasanta. Il tutto nel
quadretto in cui il centrodestra vince in quasi tutta la
Lombardia e fa «cappotto» in
Toscana (tre vittorie su tre, tra
cui Arezzo) e Veneto (cinque
su cinque, tra cui Venezia).
«Ci avevano dati per morti.
E invece questa tornata elettorale ha sorriso al centrodestra», è l’analisi svolta coi fedelissimi. Prima delle Regionali,
infatti, il timore — ad Arcore
come a Palazzo Grazioli — era
che le elezioni più importanti
del 2015 si trasformassero nel

70
i deputati
del gruppo
di Forza Italia
a Montecitorio

48
i senatori
di Forza Italia
a Palazzo
Madama

momento storico del sorpasso
della Lega su Forza Italia. «Invece», è la riflessione berlusconiana, «oggi ne parliamo
soprattutto come della prima,
vera, sconfitta di Renzi».
L’obiettivo dell’ex premier,
da oggi, sarà tentare di riunificare il centrodestra senza cedere «troppa sovranità alla Lega». Non a caso, si è già messo
a lavoro per compilare «il programma elettorale del nuovo
partito» in cui le questioni della «sicurezza» saranno considerate una priorità anche rispetto all’eterno cavallo di battaglia berlusconiano, il «fisco». Segno che la Forza Italia
ripensata sul modello dei Repubblicani americani non
vuole lasciare, su questo dossier, campo libero ai leghisti.
«Di tempo ne abbiamo», sussurra Berlusconi man mano
che i risultati dei ballottaggi
rendono più nitidi i contorni
della vittoria. E Renzi, è la sua
scommessa, «rimarrà il più
possibile lontano dalle elezioni. Anche perché ha capito che
le può perdere».
Tommaso Labate
© RIPRODUZIONE RISERVATA

● Seggi aperti anche oggi fino alle 15
La mappa delle sfide

Centrosinistra

Carini (Palermo)
Giuseppe Monteleone, centrosinistra

Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Maria Teresa Collica, civiche

Gianfranco Lo Piccolo, centrosinistra

Roberto Materia, civiche

Movimento 5 Stelle

Liste civiche

Milazzo (Messina)
Giovanni Formica, centrosinistra
Pino Carmelo, centrosinistra

Marsala (Trapani)
Alberto Di Girolamo, centrosinistra

Messina

Bronte (Catania)
Graziano Calanna, centrosinistra
Salvatore Gulotta,civiche

Massimo Grillo, centrodestra
Ribera (Agrigento)
Carmelo Pace, Ap e civiche

Centrodestra

Trapani

Palermo

Enna
Wladimiro Crisafulli, centrosinistra
Maurizio Dipietro, centrodestra

SICILIA

Nene' Mangiacavallo, civiche

Agrigento

Licata (Agrigento)
Angelo Cambiano, centrodestra

Caltanissetta

Giuseppe Galanti, centrosinistra
Gela (Caltanissetta)
Domenico Messinese, M5S

Catania
Siracusa
Ragusa

Tremestieri (Catania)
Santi Rando centrodestra
Sebastiano Di Stefano centrosinistra
San Giovanni La Punta (Catania)
Antonino Bellia, centrosinistra
Santo Trovato, civiche

Angelo Fasulo, centrosinistra

Augusta (Siracusa)

Ispica (Ragusa)
Pierenzo Muraglie, centrosinistra

Maria Concetta Di Pietro, M5S
Nicky Paci, civiche

Paolo Monaca, civiche

Il duello pd di Enna
e il nodo M5S a Gela
La partita in Sicilia

S

i chiude oggi il turno dei
ballottaggi in Sicilia, dove
i seggi rimarranno aperti
dalle 7 alle 15. Comincerà poi
lo scrutinio per i 23 Comuni al
secondo turno. Tra questi, un
capoluogo, Enna, che conta
poco meno di 30 mila abitanti:
la sfida qui è tra il Vladimiro
Crisafulli, plenipotenziario del
Pd a Enna, per il centrosinistra,
e Maurizio Dipietro, ex Ds, ora
sostenuto anche da FI, per il
centrodestra. Al voto pure Gela
(Cl), la città del governatore
Rosario Crocetta, dove il
candidato del M5S, Domenico
Messinese, al primo turno si è
piazzato davanti al sindaco
uscente Angelo Fasulo,
sostenuto dal Pd e dal
centrosinistra.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

d’Arco

L’ex sindaco

da uno dei nostri inviati
Andrea Pasqualetto



Questo
è un
risultato
che non
vivo
come uno
smacco:
anzi,
penso che
l’alternanza
sia la vera
essenza
della
democrazia

VENEZIA Professor Orsoni, è andato a votare?
«Sì ma senza scapicollarmi.
Sono rientrato con calma a Venezia e alla fine ho detto vabbè,
facciamolo»
Ci dice anche per chi?
«Mi appello alla segretezza
del voto».
Eccolo Giorgio Orsoni, un anno dopo. Cioè, dopo il ciclone
Mose che ha spazzato la sua
giunta trattandola come una
vecchia gondola da buttare. Era
lui il sindaco di Venezia, accademico prestato alla politica del
Pd, e nessuno avrebbe immaginato che sarebbe saltato in venti
giorni, anche perché il cielo
della laguna era ancora azzurro
sopra Ca’ Farsetti.
Fu tutto fulmineo: arresto, libertà, dimissioni. Lasciò il Comune sbattendo la porta e sfiduciando gli assessori che l’ave-

Orsoni: «Brugnaro epocale
Bocciato chi a Venezia parlava
di legalità da ripristinare»
vano scaricato in un clima da si
salvi chi può. Non si salvò nessuno. Orsoni è tornato a insegnare all’università, fa l’avvocato ed è in attesa del processo per
finanziamento illecito nell’ambito della vicenda Mose. Cioè,
per i soldi ricevuti nel corso della precedente campagna elettorale veneziana dal Consorzio Venezia Nuova.
Dunque, fatto storico: Venezia la «rossa» ha un sindaco di
centrodestra, l’imprenditore
Luigi Brugnaro. Che effetto le
fa?
«È senza dubbio un passaggio epocale. La città, che si è
sempre vantata di essere governata dalla sinistra, si trova di
fronte a questa novità assoluta.
Io non la vivo come uno smacco. Anzi: penso che l’alternanza
sia l’essenza della democrazia».
Brugnaro come il Berlusco-

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ni della laguna, qualcuno l’ha
definito così. Cosa ne pensa?
«Penso che non sia affatto vero. Conosco Brugnaro e posso
dire che ha un grande amore
per calli e campielli. Si è messo
a disposizione, penso sia una
cosa apprezzabile».
Non vede un conflitto d’interessi con le sue molteplici
attività, da quelle imprenditoriali a quelle immobiliari a
quelle sportive?
«Per quanto ne so io è una
persona corretta e se ci fossero
conflitti d’interesse rinuncereb-

Il giudizio
«Non vedo il conflitto
di interessi tra
essere imprenditore
e primo cittadino»

be a qualcosa».
La città ha bocciato l’ex pm
Felice Casson, uomo di sinistra, paladino della «legalità e
trasparenza da ripristinare»,
il suo motto. Come mai ha
perso, considerando la vicenda Mose?
«Magari la gente ha capito ce
non c’era alcuna legalità da ripristinare. L’amministrazione
comunale è sempre stata trasparente e improntata al massimo rispetto delle regole. Il Pd
ha le sue colpe, sia chiaro: in città la classe dirigente è mediocre
e inaffidabile. Alcuni miei assessori pensavano solo a se
stessi e non al bene di Venezia.
Quanto al Mose, beh, avrei qualcosa da dire».
Cioè?
«Dunque: il Mose è un caso
clamoroso di falsificazione mediatica della realtà. Io sono in-

Chi è

● Giorgio
Orsoni, 68 anni,
avvocato, è
stato eletto
sindaco di
Venezia con il
centrosinistra
nel 2010
● Si dimette a
giugno 2014,
dopo essere
finito ai
domiciliari per
l’inchiesta
Mose

dagato per finanziamento illecito, non per corruzione. Le tangenti erano altrove. Perché sembra che Venezia sia corrotta e
invece è tutto tranne questo. La
testa del Mose non era in laguna
ma a Roma e a livello regionale,
non comunale. Insomma, la
grande opera è stata gestita dai
poteri della capitale, non da Venezia».
Che problemi avrà il nuovo
sindaco?
«Due su tutti: il reperimento
di risorse per la città e l’impotenza, nel senso che il primo cittadino qui non ha abbastanza
potere per gestire i due livelli su
cui si muove la città: quello locale, del rapporto con i cittadini, e quello internazionale con
le istituzioni mondiali. Ci sono
scelte che sono riservate ad altri
centri. La fatica del sindaco di
Venezia è quella di governare
questi rapporti a tre o a quattro,
dove la sua voce non è determinante anche se poi ci mette a
faccia».
Dica la verità: ha votato Brugnaro
«No no no, non ho detto questo».
Aiuterà il nuovo sindaco?
«Se mi chiederà qualche consiglio glielo darò».
Tornerà a fare politica?
«Mai più».
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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

7

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WELCOME TO MY WORLD

In primo piano c’è John Travolta, leggenda del cinema, pilota e innamorato pazzo dell’aeronautica. Sotto i riflettori il mitico North
American X-15, che ha polverizzato tutti i record di velocità e di
altitudine e ha aperto le porte dello spazio. Alla produzione provvede
Breitling, partner privilegiato dell’aeronautica grazie ai suoi strumenti
affidabili, precisi e innovatori come il famoso Chronomat, il cronografo
par excellence. Benvenuti in un mondo in cui regnano la leggenda, le
imprese eccezionali e le prestazioni.

B R EI T LI N G . C O M

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CHRONOMAT 44

8

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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Ballottaggi

20 5

Arezzo
Cade anche il feudo del ministro Boschi
AREZZO Ha vinto l’ingegnere.
Contro ogni pronostico, recuperando più di otto punti di
svantaggio del primo turno, riportando il centrodestra al governo dopo undici anni di esilio tormentato e soprattutto
sconfiggendo il suo avversario
di centrosinistra nella città capoluogo di provincia più renziana della Toscana.
Il nuovo sindaco di Arezzo,
Alessandro Ghinelli, 63 anni,
ingegnere civile e docente universitario, da ieri notte ha più
di un motivo per essere soddisfatto. Non ha stravinto (50,8
per cento dei consensi contro
il 49,2) ma è riuscito in un’impresa che non in molti avrebbero creduto possibile dopo
una buona affermazione al primo turno contro il candidato
del centrosinistra, Matteo
Bracciali, 31 anni, già capogruppo in consiglio comunale
del Partito democratico e coordinatore nazionale dei giovani

Rimonta a sorpresa, Ghinelli sindaco
Dopo nove anni il centrodestra
si riprende la città di Fanfani
I candidati
● Alessandro
Ghinelli,
sostenuto da
Forza Italia,
Lega e FdI, al
primo turno
aveva ottenuto
il 36% mentre
Matteo
Bracciali,
sostenuto da
Pd e civiche,
era arrivato
al 44,2%

delle Acli. Bracciali, renziano
di ferro, aveva illuso superando il 44% dei voti contro il quasi 36% di Ghinelli, ma in molti
nel suo partito avevano espresso malumori per quel «ballottaggio» inaspettato e ritenuto
insidiosissimo soprattutto per
quel Matteo (Bracciali appunto), che era stato campione di
preferenze nel 2011 e stimatissimo capogruppo in consiglio
comunale. Insomma, per
l’astro nascente della politica
aretina, provincia del ministro
Maria Elena Boschi (è nata nella vicina Montevarchi), quegli
otto punti non erano sembrati

poi così straordinari e soprattutto erano apparsi a rischio di
una vittoria stentata. E così il
ballottaggio, che sulla carta
non avrebbe dovuto riservare
troppe sorprese, si era presentato con molte incognite. Non
solo perché i due candidati
non avevano cercato apparentamenti con le liste che avevano appoggiato gli altri sette
candidati presenti al primo
turno, ma perché Ghinelli era
riuscito a convogliare in
un’unica lista i voti del centrodestra, Forza Italia, Fratelli
d’Italia e Lega, mentre nel Partito democratico alle Regionali

si era registrata una cospicua
emorragia di voti. Lo scrutinio
è stato da brividi e al termine
sono stati soltanto 608 i voti di
differenza. Le schede bianche
sono state 290 e le nulle 687.
Sino a tre quarti delle schede è
stato in testa Braccialli, poi un
pareggio incredibile e infine
alle ultime cinque schede il
sorpasso di Ghinelli.
«Adesso Arezzo volterà pagina, sono felicissimo», le prime
parole del nuovo sindaco che
ha anche speso parole positive
nei confronti dell’avversario.
Per il Pd la sconfitta di Bracciali
è una sconfitta bruciante che si
somma a quelle di Pietrasanta
(ha vinto il berlusconiano Massimo Mallegni) e di Viareggio
dove il ribelle del Pd Giorgio
del Ghingaro ha stracciato il
candidato ufficiale del Partito
democratico.
Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it

● Il commento
Un allarme
per il partito
e il governo
SEGUE DALLA PRIMA

48,4
la percentuale
dell’affluenza
al ballottaggio
del Comune
di Arezzo.
Al primo turno
delle Comunali,
che si sono
tenute il 31
maggio,
l’affluenza
era stata
del 57,4%

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fine di un’epoca in Laguna
Effetto Mose fatale al Pd

L’analisi

SEGUE DALLA PRIMA

Nel 2008, per dire, il Pd di
Veltroni prese la stessa percentuale del Pci di Berlinguer, negli
stessi posti, con qualche voto
operaio in meno al Nord e qualche voto clientelare in più a Roma e a Napoli. Poi qualcosa è
cambiato. Il declino del berlusconismo e l’ascesa di Renzi
hanno scompaginato gli schemi. La sinistra ha perso a Livorno, la città dei portuali e del
congresso fondativo del partito
comunista, e ha vinto a Treviso,
la città del sindaco sceriffo Gentilini. Mai finora però erano cadute le roccaforti ex operaie del
Nord: da quando esiste l’elezione diretta dei sindaci (1993), Torino, Genova, Venezia avevano
sempre avuto un sindaco di
centrosinistra. Qualche volta il
ballottaggio è stato un duello
fratricida: come quando a Torino Valentino Castellani sconfisse Diego Novelli; e come quando a Venezia Felice Casson fu
sconfitto da Massimo Cacciari.
Anche stavolta Casson ha perso il ballottaggio; ma non contro
il filosofo capace di destreggiarsi tra Potere operaio e gli studi
sugli angeli, che cita Nietzsche
in dialetto veneziano, bensì contro il padrone della squadra di
basket e di un’agenzia di lavoro
interinale, Luigi Brugnaro. Appoggiato dalla Lega e da Fratelli
d’Italia. Una netta vittoria della
destra, nella città dove anche i
commercianti votavano a sinistra come i chimici di Marghera.
Ieri notte Brugnaro era avanti a
Cannaregio come a Campalto,
zona rossa della terraferma; ed è
proprio in terraferma che il crollo si è manifestato con maggiore
evidenza.
Le cause sono molte. L’allentarsi delle appartenenze, qui come in tutta Italia. La spinta all’alternanza, che non fa mai ma-

51,1
la percentuale
con cui Giorgio
Orsoni (Pd)
vinse al primo
turno nelle
elezioni del
2010 a Venezia
contro l’allora
ministro pdl
della Funzione
pubblica
Renato
Brunetta

le. La delusione per lo scandalo
infinito del Mose, che ha travolto pure l’ex sindaco Orsoni, una
delusione terribile per i veneziani: l’integerrimo procuratore
di San Marco, l’amministrativista che affrontava i problemi
con la cura meticolosa dell’orologiaio che smonta e rimonta
gli ingranaggi, prendeva anche
lui i soldi in nero dall’ingegner
Mazzacurati; i vertici del partito
sono stati prosciolti, ma l’inchiesta non ha dissipato del tutto le ombre che gravavano sul
Pd veneziano. Casson ha vinto
le primarie perché ai militanti è
parso che occorresse una figura
forte per fronteggiare i poteri
corruttori e i grandi interessi insediati in laguna; ma al secondo
turno si è rivelato una figura divisiva. A niente è valso lo sforzo
unitario di Nicola Pellicani, il
candidato di Cacciari battuto alle primarie, figlio di uno storico
dirigente del Pci, e dello scrittore Gianfranco Bettin, uomo di
raccordo con i centri sociali,

All’estero

Falce e martello
in Moldova
per il voto locale
Un voto locale, un test
per il Paese per capire
se sarà integrazione
con l’Europa o
avvicinamento
all’orbita russa. Urne
aperte in Moldova ieri
per le Amministrative.
Occhi puntati sulla
capitale Chisinau, con
la sfida dei socialisti
filo Russia. Affluenza al
49%. (nella foto Ap,
i manifesti del Partito
dei comunisti)

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che si è anche sentito male in
campagna elettorale e ha seguito lo spoglio dall’ospedale. La
mobilitazione su cui contava la
sinistra non c’è stata: si è votato
meno che due settimane fa. E
l’effetto Zaia non si è rivelato effimero: i leghisti, di solito restii
a votare un candidato estraneo
al partito, stavolta hanno creduto alla vittoria e hanno sostenuto Brugnaro.
Il nuovo sindaco è di fronte a
un compito immane: rilanciare
una città unica al mondo che si
sta riducendo a vetrina. Brugnaro ha investito parecchi quattrini, la sua campagna è stata imponente. In passato Venezia
aveva visto uscire sconfitti personaggi più noti di lui, come
Renato Brunetta, spigoloso anche sotto elezioni («G’avemo
l’acqua in casa!» le gridò una signora al Lido; «e in Africa i more de fame» fu la risposta. Va
detto che nei giorni scorsi Brunetta aveva previsto la vittoria di
Brugnaro: «Per Renzi sarà un

50,5
la percentuale
con cui
Massimo
Cacciari vinse
nel 2005 nel
«derby» di
centrosinistra
al ballottaggio
contro Felice
Casson, che al
primo turno era
in vantaggio
con il 37,7%

colpo durissimo»). In questi anni Venezia ha puntato con un
certo successo sull’economia
della conoscenza, in città ci sono fondazioni che attraggono
ricercatori da tutto il mondo, attorno ai musei civici diretti da
Gabriella Belli, alla Biennale di
Baratta e agli investimenti di Pinault è cresciuto un importante
polo di arte moderna e contemporanea; ma tutto appare inutile se il Mose compra i sindaci,
se le grandi navi solcano il bacino di San Marco, se il display
della farmacia di campo San
Bartolomio continua a segnalare la fuga degli abitanti.
Il risultato di Venezia è storico, e non riguarda solo la città.
Avrà ripercussioni su tutto il sistema politico. Per Renzi non è
una sconfitta personale: Casson è stato uno degli avversari
più duri delle sue riforme al Senato, e se non si fosse candidato a Venezia avrebbe forse seguito Civati; Brugnaro ha dichiarato di riconoscersi in Renzi e di cercare l’appoggio dei
renziani. Ma il premier dovrebbe trarre dalla caduta di Venezia
seri motivi di preoccupazione.
Lo scontento e l’indignazione
dei cittadini sono evidenti. Gli
scandali puniscono chi governa, anche se non porta responsabilità dirette. I Cinque Stelle
al ballottaggio non vanno a sinistra: i voti grillini si confermano in buona parte voti populisti, antisistema, antigoverno,
anche se a volte premiano gauchisti radicali. La destra è competitiva, quando è unita. L’Italia
è un Paese contendibile, per
non dire «scalabile», come lo
definì il premier. Renzi ha ancora in mano il pallino della politica italiana; ma non può dare
per scontato nulla e da nessuna
parte.
Aldo Cazzullo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

È presto per dire se
qualcosa stia cambiando,
nel rapporto tra palazzo
Chigi e il Paese. Di certo, la
fatica di governare si
comincia a sentire. E fa
riemergere un centrodestra
che sembrava condannato
all’irrilevanza. Soprattutto,
non permette al partito del
premier posizioni di
rendita. Il Pd paga le
divisioni interne, le
contraddizioni sulle
questioni più spinose, e i
risultati controversi del
governo in materia di
occupazione e di sicurezza.
Ma sul profilo di vincitori
e vinti si allunga la grande
ombra del partito
antielettorale. Per questo,
sostenere che i ballottaggi
erano un test per Renzi
appare vero solo in parte:
vanno oltre il governo. Con
i numeri di ieri, qualunque
simulazione o proiezione
nazionale rischia di
rivelarsi azzardata. Siccome
nei Comuni non c’erano
candidati del M5S, si
cercava di capire dove
sarebbero finiti quei
consensi. Il sospetto è che
siano andati dovunque.
Il numero degli astenuti
conferma solo quanto
l’opinione pubblica senta
lontani i poteri locali, come
avevano detto le Regionali
del 31 maggio. In questo,
l’Italia elettorale appare
omogenea, da Enna a
Venezia. Il capoluogo
veneto era reduce da undici
mesi di commissariamento
per uno scandalo che aveva
toccato la giunta di
centrosinistra. Il Pd sperava
che bastasse candidare l’ex
magistrato e senatore Felice
Casson, in vantaggio al
primo turno, per
recuperare credibilità. Non
è stato così.
Il centrodestra ha vinto
affidandosi ad un
imprenditore quasi
sconosciuto, Luigi
Brugnaro. E sebbene
Casson sia espressione
della minoranza del Pd
ostile a Renzi, la sua
sconfitta si farà sentire:
anche perché in altri
Comuni i risultati sono stati
ugualmente in chiaroscuro,
per palazzo Chigi.
Rivendicare la vittoria,
insomma, non è facile per
nessuno. L’astensionismo
patologico rimanda ad una
questione di sistema. In
teoria mancano più di due
anni alle elezioni politiche.
Dunque, il tempo per
contrastare il partito del
non voto ci sarebbe.
Dipenderà da come verrà
impiegato, però. Il sospetto
è che la propensione alla
rissa di tutti contro tutti
significherebbe aggravare il
problema. Si tratta di una
deriva che la maggioranza
del Paese rifiuta, invocando
un cambio di cultura
politica che faccia
riscoprire l’interesse
nazionale: un antidoto alla
desertificazione
progressiva delle urne e
della democrazia.
Massimo Franco
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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PRIMO PIANO

9
#

Mantova
La breve parentesi del centrodestra

Segrate

La roccaforte di FI
passa di un soffio
al centrosinistra
SEGRATE Nel Comune dove

L’ex leader Arci riprende il Comune
DAL NOSTRO INVIATO
MANTOVA «Tecnicamente asfaltati». La mezzanotte è passata
da una manciata di minuti. Al
comitato elettorale di Mattia
Palazzi sono tutti sorrisi e pacche sulle spalle già da un’ora.
Il neo sindaco scioglie la
tensione, guarda negli occhi la
compagna Laura che lo stringe
al fianco e, quasi suo malgrado, ammette la vittoria. Che è
qualcosa di più perché il 62,6
contro 37,4% con cui il leader
del centrosinistra ha battuto la
sfidante del centrodestra Paola
Bulbarelli è l’epilogo di una gara di ritorno (l’andata era finita
46 a 26%) praticamente non
giocata.
Palazzi restituisce Mantova
alla sua storia amministrativa,
sempre progressista dal Dopoguerra tranne i cinque anni
(2010-2015) in cui ha governato Nicola Sodano. Un sindaco
fiaccato da continue spaccature in maggioranza e sostanzialmente «decapitato» dall’inchiesta dell’antimafia per
presunte infiltrazioni di
‘ndrangheta. «Dobbiamo
cambiare tutto — grida ora

La vittoria del giovane Palazzi,
che ha sorriso solo alla fine:
«Siamo pronti a cambiare tutto»
I candidati
● Mattia
Palazzi,
sostenuto da
Pd e Sel, al
primo turno
ha incassato
il 46,50%
mentre Paola
Bulbarelli,
sostenuta da
FI, Lega e FdI,
si è fermata
al 26,44%
dei voti

rosso in volto il neo primo cittadino —. Nove mesi fa abbiamo lanciato una sfida per costruire un rinnovamento vero,
anche generazionale. Questo
centrosinistra è molto diverso
da quello che abbiamo conosciuto finora».
Palazzi è giovane — 37 anni
— ma vanta un curriculum da
navigato: dodici anni da presidente dell’Arci, per cinque anni assessore al Welfare (nella
giunta guidata da Fiorenza
Brioni), è stato in Consiglio comunale dal 1999 al 2005. Ed è
su questo che batte la candidata sconfitta. «Cambiamento?
Ma per carità. I mantovani hanno scelto il volto vecchio e antico della città», sibila Bulbarelli
che pure ha appena ricevuto,
con gesto di galanteria, la telefonata del suo avversario. «Il

centrodestra ha pagato duramente il calo dell’affluenza»
aggiunge la candidata sconfitta, rimarcando quel 43% che
rappresenta il record storico
negativo per Mantova (-12% rispetto al primo turno). «E non
dimentichiamoci le spaccature
nella Lega…». Ma ci sarà tempo per leccare le ferite.
Ora i riflettori sono tutti per
Palazzi cui tocca, se questo è il
senso delle elezioni, dare forma alla voglia di rinnovamento. «Cercheremo di introdurre
un nuovo stile di governo, più
concreto e pratico, aperto al
confronto con tutti, anche con
l’opposizione» sottolinea. Il
cellulare crepita di messaggi,
tutt’intorno i suoi sostenitori
assetati di rivincita fremono
dalla voglia di festeggiare. «E
dai ridi, finalmente!», urlano

al rigido Mattia. Che non può
non ricambiare. «Abbiamo
una grande responsabilità
adesso, non lasciatemi solo.
Dobbiamo cambiare tutto,
davvero».
La sfida è stata vinta sul piano amministrativo ma per il
Partito democratico aveva anche un forte sapore politico.
«Da un anno lavoriamo per costruire una nuova squadra —
spiega il segretario cittadino
Andrea Murari —. Abbiamo
portato energia e freschezza,
vogliamo stupire i mantovani.
Anche quelli che non hanno
voluto venire ai seggi».
A notte fonda, tutti a festeggiare in un bar di via Bartolomeo Grazioli. Spunta anche
Matteo Colaninno, un po’ ingessato mentre tutto intorno
esplode la gioia della vittoria.
Adesso tocca a Palazzi dare
corpo alle promesse. Prima segno la composizione della
nuova giunta. «Voglio fare presto e bene, investendo sui giovani». I mantovani si sono fidati ma di cambiali in bianco
non ce n’è più per nessuno.
Cesare Zapperi

43,4
la percentuale
dell’affluenza al
ballottaggio del
Comune
di Mantova.
Al primo turno
delle Comunali,
che si sono
tenute il 31
maggio,
l’affluenza
era stata del
55,1 per cento

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lecco
La conferma del renziano Brivio
(anche col contributo dei voti di Cl)
Quando il sipario dello
spoglio cala sull’ultima delle 43
sezioni scrutinate e il 54,38%
(pari a 9.676 voti) è il risultato
definitivo da chiudere in cassaforte, saltano i tappi di spumante. E, nella sede del Pd ed
epicentro del comitato elettorale del centrosinistra, un’ovazione da stadio festeggia la riconferma di Virginio Brivio, 53
anni, il sindaco di Lecco che
centra il bis. «Queste settimane
sono state un’esperienza positiva, mi hanno aiutato ancora
di più a capire le esigenze dei
cittadini. Adesso si riparte con
la ripromessa di essere ancora
più vicino alla gente, dice sommerso abbracci e applausi.
Allo sfidante del ballottaggio
Alberto Negrini (appoggiato da
Lega Nord, FI, Fratelli d’Italia e
dalla lista Viva Lecco) non è
riuscito il miracolo di ricomporre un centrodestra polverizzato dallo scontro tra Ncd e
Forza Italia. Il commerciante
sceso per la prima volta nell’arena elettorale si è fermato al
45,62% (8.117 voti): «È stata comunque un’avventura positiva», sussurra il candidato sconfitto.
LECCO

Negrini, sostenuto da FI e Lega:
è stata un’avventura positiva
Libertà di voto per i Cinque Stelle
La sfida
● Il sindaco
uscente
Virginio Brivio,
sostenuto dal
Pd e da liste
civiche, ha
ottenuto al
primo turno
il 39,2%,
mentre Alberto
Negrini,
sostenuto da
Lega, Forza
Italia e FdI,
si è fermato
al 26,5%

Ma anche a Lecco si è registrato un nuovo crollo dell’affluenza, che non è andata oltre
il 47,7% (pari a 18.202 votanti),
con un elettore su due che ha
disertato le urne. Un astensionismo salito al 52,28% rispetto
al 42,55% del primo turno, con
un balzo all’insù del 9,7%. «Di
fronte a questi numeri, abbiamo perso tutti. Sono dati su cui
occorre una profonda riflessione», commenta Brivio.
Come da copione il candidato renziano (sostenuto dal Partito democratico e dalle liste
Appello per Lecco e Vivere Lecco) era il favorito e alla fine ha
vinto, aiutato però anche dai
voti paracadutati su di lui da
Ncd. Perché se è vero che il
Nuovo Centrodestra ha lasciato
libertà di voto, è altrettanto vero che l’ala di Comunione e li-

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berazione ha voltato le spalle a
Negrini. Nella città dell’ex governatore lombardo Roberto
Formigoni, i ciellini infatti
hanno benedetto il cattolico
Brivio. Una conversione di Cl
anticipata già dall’ex sindaco
ed ex assessore regionale Giulio Boscagli, ma dettata anche
dalla voglia di fare uno sgambetto a Forza Italia. Una battaglia che contrappone da anni
ex An e Cl su un versante e «azzurri» guidati dalla parlamentare Michela Vittoria Brambilla
sull’altro. Contrapposizioni anche personali che però hanno
impantanato nelle sabbie mobile il centrodestra, facendogli
perdere ancora una volta le elezioni.
Chi ci ha guadagnato? La Lega Nord che è ormai seconda
forza di Lecco alle spalle del Pd

che si consolida come primo
partito della città. E soprattutto
Brivio, abile nel capitalizzare a
suo favore questa spaccatura,
al punto che il neo sindaco non
ha esitato a spostare il baricentro verso Ncd, smarcandosi
dalla sinistra, con Sel e Rifondazione comunista che continuano a gridare al tradimento.
Tuttavia per Brivio la rielezione non è stata una strada in
discesa. Hanno pesato le ombre dell’inchiesta giudiziaria su
‘ndrangheta, politica e affari in
cui ricorre il suo nome, sebbene non sia indagato. Tanto che,
anche se ha assoldato Mike
Moffo, il guru dei trionfi elettorali di Barack Obama, non ha
vinto al primo match-ball come nel 2010, quando mandò al
tappeto nientemeno che l’ex
ministro leghista Roberto Castelli. «Allora ci fu l’effetto novità – ammette Brivio –. Ora sono stato giudicato su cinque
anni di governo. È stato più difficile. Ma i lecchesi mi hanno
rinnovato la loro fiducia». E
questa notte di festa non è che
un nuovo inizio.
Paolo Marelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

sorge Milano 2, la città satellite
costruita negli Anni 70 dalla
Edilnord di Silvio Berlusconi,
ha vinto il centrosinistra. Paolo
Micheli ha battuto per 59 voti
il candidato del centrodestra
Tecla Fraschini (appoggiata da
FI e Lega Nord). La roccaforte
Segrate è quindi caduta nella
mani della sinistra che per la
prima volta in 20 anni era
riuscita a raggiungere il
ballottaggio. Un comune
simbolo, tanto che Berlusconi
era venuto in visita elettorale
sia in occasione del primo
turno (in quell’occasione
sbagliò comizio e si trattenne
coi sostenitori di Micheli) sia
settimana scorsa per sostenere
Tecla Fraschini. Il
centrosinistra festeggia ora
una vittoria storica.
Barbara Sanaldi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rovigo

La prima volta
del Carroccio
che apre al M5S
ROVIGO Grazie a Massimo

Bergamin, la Lega conquista
per la prima volta il Comune di
Rovigo. Mai il Carroccio era
arrivato al ballottaggio nel
capoluogo del Polesine il suo
candidato, sostenuto anche da
FI e Ap con un paio di civiche,
prevale con il 59,7% dei voti,
contro il 40,2% della pd Nadia
Romeo. Bergamin ha già
annunciato parte degli
assessori della futura giunta:
tra questi anche l’esponente
del M5S Andrea Donzelli, tra i
responsabili di una struttura di
accoglienza per persone
richiedenti asilo alle porte
della città. Affluenza ai minimi
storici. Alla chiusura delle
urne, hanno votato in 18.073
elettori, pari al 42,67%. Nel 2011
erano stati 25.461 equivalenti
al 59,95%.
Nicola Chiarini
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pietrasanta

Il grande ritorno
del fedelissimo
di Berlusconi

47,7
la percentuale
dell’affluenza
al ballottaggio
del Comune
di Lecco.
Al primo turno
delle Comunali,
che si sono
tenute lo
scorso 31
maggio,
l’affluenza
era stata
del 57,5
per cento

PIETRASANTA Una resurrezione
e il successo di un ribelle. Il
voto in Versilia conferma le
vittorie a Pietrasanta di
Massimo Mallegni e di Giorgio
Del Ghingaro a Viareggio.
Mallegni, berlusconiano di
ferro (l’ex premier è venuto a
sostenerlo in campagna
elettorale), era già stato
sindaco prima di finire in
carcere nel 2006 e poi essere
assolto. Era stato denunciato
dall’allora comandante dei
vigili urbani della città,
Antonella Manzione, oggi a
Palazzo Chigi con Renzi.
Mallegni ha sconfitto con il
54,5% Rossano Forassiepi (Pd).
Travolgente la vittoria a
Viareggio del «ribelle» dem
Del Ghingaro che ha battuto
con il 60,3% il candidato
ufficiale pd, Luca Poletti.
Marco Gasperetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

#

Primo piano L’inchiesta

Mafia Capitale
LA RELAZIONE
Le istituzioni

Giuseppe
Pecoraro
Ex prefetto
di Roma,
ha insediato la
commissione
per verificare
il possibile
scioglimento
per mafia
del Comune

Franco
Gabrielli
Dal 2 aprile
scorso
è prefetto
di Roma. Fino
ad allora (e dal
2010) è stato
capo della
Protezione
civile

Giuseppe
Pignatone
Procuratore
di Roma, darà
il suo parere
a Gabrielli
nell’ambito
del comitato
provinciale
per la sicurezza

di Giovanni Bianconi

N

el gennaio 2014, quasi un anno prima dell’arresto di Salvatore Buzzi e i
suoi presunti complici, gli ispettori
del Mef — Ministero dell’Economia
e delle Finanze — avevano scritto
parole chiare e allarmanti sugli appalti assegnati alla Eriches 29, una delle cooperative del manager considerato l’anima imprenditoriale di Mafia Capitale. Per esempio queste: «Va
rilevato come l’affidamento sia avvenuto in via diretta, in assenza di qualsivoglia procedura concorrenziale, sebbene l’importo del servizio sia largamente superiore al limite previsto dalla legge»;
ed erano «espressamente vietate» proroghe e
«rinnovi taciti dei contratti» che invece andavano
avanti da tempo. Appalti ancor più consistenti
aveva ottenuto la cooperativa Domus Caritatis, del
gruppo La Cascina, che la seconda operazione
della Procura di Roma ha svelato essere in combutta con Buzzi: «Anche in questo caso sono
estensibili le medesime censure relative alle modalità di affidamento del servizio ed al ricorso sistematico all’istituto della proroga contrattuale».
Buzzi aveva subito attivato le contromisure,
tentando di far desistere gli altri concorrenti:
«Noi abbiamo parlato... se vanno deserte, cioè
con un’unica sola risposta, è come se fosse stata
fatta la gara, e il Mef te lo levi dai coglioni», spiegava al suo collega de La Cascina. Il Comune di
Roma, invece, non si mosse con altrettanta solerzia per risolvere la questione.

In quasi mille pagine l’analisi
della commissione prefettizia
L’accusa: così il Campidoglio
ignorò l’allarme sugli appalti
del ministero dell’Economia



Gli ispettori Mef
L’affidamento
è avvenuto in via
diretta, in assenza
di procedura
concorrenziale,
sebbene l’importo
del servizio
sia largamente
superiore
ai limiti previsti
dalla legge

L’autodifesa di Marino
È ciò che ha contestato al sindaco Ignazio Marino la commissione prefettizia incaricata di verificare la possibilità dello scioglimento per mafia,
durante l’audizione avvenuta nelle scorse settimane. Il primo cittadino s’è difeso sostenendo
che quando è arrivato ha trovato una situazione in
cui non c’era nemmeno il Bilancio, e dunque le
proroghe dei vecchi contratti erano una strada
pressoché obbligata. In ogni caso, a suo vantaggio Marino ha potuto rivendicare il fatto di essere

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stato lui a chiedere e ottenere, dopo ripetute insistenze, la verifica del ministero retto all’epoca da
Fabrizio Saccomanni.
Giustificazioni a parte, è molto probabile che le
mancate conseguenze dell’allarme lanciato dagli
ispettori del Mef costituisca uno dei punti salienti
delle quasi mille pagine di relazione che la commissione — composta dal prefetto Marilisa Magno, dal viceprefetto Enza Caporale e dal dirigente del Mef Massimiliano Bardani — consegnerà
tra oggi e domani al prefetto di Roma Franco Gabrielli. Che quando è arrivato, due mesi fa, ha trovato il gruppo già al lavoro, insediato a dicembre
2014 dal suo predecessore Giuseppe Pecoraro. Il
quale nei giorni scorsi s’è lasciato andare a pubbliche dichiarazioni che hanno suscitato qualche
sconcerto: «Gli estremi per lo scioglimento del
Comune di Roma per mafia c’erano a dicembre e
ci sono ancora». Parole che possono insinuare il
dubbio di una commissione appositamente costituita per raggiungere questo obiettivo, sollevando perplessità sull’operato dell’ex prefetto.

Prima e dopo il 2013
A Gabrielli i commissari presenteranno un
quadro che già appariva compromesso prima
della seconda ondata di arresti, e ora sembra essersi ulteriormente complicato. Lasciando però
aperti spazi di valutazione a favore o contro le due
opzioni (scioglimento oppure no) che andranno
riempiti prima da Gabrielli e poi dal ministro dell’Interno. Tutto ruota intorno al condizionamento
che la presunta associazione mafiosa (confermata come tale dalla corte di Cassazione, che ha appena depositato motivazioni piuttosto solide a
sostegno della tesi dell’accusa) ha esercitato e potrebbe continuare a esercitare sull’amministrazione comunale. Sia con la giunta di centro-destra guidata da Alemanno (2008-2013), che con
l’attuale di centro-sinistra capeggiata da Marino,
come dimostrerebbero le carte della magistratura.
Basti pensare a quel che hanno scritto gli inquirenti a proposito dell’approvazione dei debiti
fuori bilancio, uno degli strumenti utilizzati da
Buzzi per assicurarsi appalti da milioni di euro:

«Così come nel 2012 venivano attivati tutti i canali
di collegamento con le istituzioni, da Lucarelli
(capo della segreteria di Alemanno, ndr) a Gramazio (ex consigliere comunale del Pdl, ndr) che
vota la relativa delibera in consiglio comunale, similmente nel 2014 vengono attivati tutti i canali
possibili nelle istituzioni, da Coratti (ex presidente pd del consiglio comunale, ndr), a Tredicine,
Giansanti, Ferrari, D’Ausilio, Caprari», consiglieri
(soprattutto del centro-sinistra) che Buzzi dichiarava di avere a disposizione. Dietro il pagamento
di tangenti, sospettano i magistrati; e di questo
non potrà non dare conto la relazione dei commissari prefettizi.
Tuttavia si può sostenere — come ha lasciato
intendere il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone — che tra la vecchia e la nuova amministrazione ci siano significative differenze. A cominciare dal coinvolgimento degli esponenti politici nell’impostazione dell’accusa: prima c’erano

● La parola
COMMISSARIAMENTO
È l’amministrazione straordinaria di un ente
locale. L’articolo 143 del decreto legislativo
267/2000 stabilisce che «i consigli comunali
e provinciali sono sciolti quando (...)
emergono elementi su collegamenti diretti
o indiretti degli amministratori con la
criminalità organizzata o su forme di
condizionamento degli amministratori
stessi, che compromettono la libera
determinazione degli organi elettivi...».
Il Viminale propone al Consiglio dei ministri
lo scioglimento dell’ente. A quel punto viene
nominato un commissario (di solito un
prefetto o un magistrato) che si occupa della
gestione ordinaria. Il commissariamento
dura fino alle successive elezioni (comunali
o provinciali).
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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

PRIMO PIANO

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11
#

Il sindaco alla festa del Pd

«Noi diversi»
Ma su Marino
cresce
la pressione
ROMA Parla di tutto, Ignazio

Lo scorcio Piazza del Campidoglio, dove si trova la sede del Comune di Roma. Al centro c’è la statua equestre di Marco Aurelio (foto di Carlo Carino/Imagoeconomica)

Il condizionamento del clan sul Consiglio
per far approvare i debiti fuori bilancio

Le dimensioni del condizionamento
Il caso vuole che lo stesso Pignatone — il cui
parere sarà ascoltato dal prefetto Gabrielli nell’ambito del comitato provinciale per la sicurezza,
allargato per l’occasione al capo dei pm titolari
dell’inchiesta — fosse procuratore a Reggio Calabria quando le indagini condotte dal suo ufficio
portarono alla scioglimento per ‘ndrangheta del
consiglio comunale del capoluogo calabrese, a
causa del controllo che boss e ‘ndrine esercitavano sulle Municipalizzate. Quella vicenda rimane
la più grande e clamorosa tra le tante di questo
genere. Tuttavia Reggio Calabria presenta un
contesto ambientale certamente diverso da Roma, in un Comune che conta 180.000 abitanti: la
metà di un municipio della capitale, dove ce ne

sono quindici. E sono diverse le dimensioni del
fenomeno: i calcoli effettuati sul volume di affari
controllati da Mafia Capitale corrispondono a
una quota minima dell’intero bilancio comunale
(c’è chi dice il 2 per cento); dunque il condizionamento del governo della città può esserci stato in
alcuni settori anche rilevanti (come la raccolta dei
rifiuti, la manutenzione del verde o l’emergenza
migranti), ma in misura relativa rispetto all’ampiezza di attività, impegni e competenze della
macchina amministrativa della capitale d’Italia.

● In San Pietro

Il Papa: «La città ha bisogno
di una rinascita morale»

«R

oma ha bisogno di una rinascita
morale e spirituale». Lo ha detto il
Papa aprendo ieri il convegno della diocesi
di Roma, davanti ad alcune decine di
migliaia di persone in piazza San Pietro. «La
nostra città deve rinascere perché sembra
che tutto è lo stesso, che tutto è relativo, che
il Vangelo è sì una bella storia di cose belle, è
bello leggerlo, ma rimane lì, un’idea non
tocca il cuore», ha continuato il pontefice.
Una rinascita che è un grande impegno,
«tanto più importante quando parliamo
di educazione dei ragazzi e dei giovani, per la
quale i principali responsabili siete voi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La partita politica
Con queste premesse, le valutazioni che il prefetto Gabrielli dovrà fare rispetto alla relazione
della commissione prefettizia — che conterrà
questi e molti altri argomenti — si presentano
impegnative e complesse. Il rappresentante del
governo ha 45 giorni di tempo per analizzare in
ogni dettaglio il lavoro svolto dai commissari,
dopodiché presenterà le proprie conclusioni al
ministro dell’Interno. Il quale non avrà scadenze
per agire di conseguenza; potrà decidere di portare le proprie determinazioni al consiglio dei
ministri o meno, quando lo riterrà opportuno. A
quel punto la partita si trasformerà definitivamente da tecnica in politica. Con molte vie
d’uscita e dagli esiti imprevedibili. Per lo scioglimento di una realtà molto più piccola e meno significativa come il comune di Fondi, nell’Agro
Pontino, suggerito dal prefetto di Latina nel
2008, e proposto alla fine dall’ex ministro Maroni, il Consiglio dei ministri fu così titubante da
lasciare al sindaco e ai consiglieri il tempo e la
possibilità di dimettersi e andare di propria iniziativa a nuove elezioni, nelle quali poterono ripresentarsi come candidati.
Roma è ovviamente un’altra storia, ma lo sono
anche i rapporti tra Alfano e Renzi, ministro dell’Interno e presidente del Consiglio, capi dei due
partiti di centro-destra e di centro-sinistra costretti a convivere per tenere in vita l’esecutivo. Il
destino del consiglio comunale in odore di condizionamento mafioso della «città eterna» può
così diventare un’arma in mano all’uno per influenzare l’altro su questioni diverse, una pedina
di scambio per mantenere o far saltare equilibri
più vasti del governo della capitale.

Gli accusati

● Massimo
Carminati
È ritenuto
il capo
dell’organizzazione «Mafia
Capitale»

● Salvatore
Buzzi
Per l’accusa
è il gestore
dell’attività
economica
del gruppo

IL N UOV O RO MA NZO D I

ANTONIO
SCURATI
IL TEMPO
MIGLIORE
DELLA
NOSTRA VITA

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA

© Ulf Andersen

un sindaco tuttora indagato per associazione mafiosa (Alemanno), un ex consigliere comunale
(Gramazio) ora arrestato con la stessa accusa, collaboratori del sindaco e amministratori di Enti vicini alla «banda» di Buzzi e Carminati, pronti a
soddisfare le esigenze del «sodalizio criminale»;
adesso ci sono cinque componenti del consiglio
comunale finiti in carcere e altri sotto inchiesta
sempre per aver favorito gli affari di Mafia Capitale (e per questo retribuiti da Buzzi), ma senza l’aggravante di aver favorito l’associazione mafiosa. Il
che significa che non erano necessariamente
consapevoli di quanto si nascondeva dietro il «re
delle cooperative» e i suoi metodi e della caratura
criminale dell’organizzazione. Tra l’altro, l’inchiesta sul «Mondo di mezzo» ha svelato come il
gruppo di Buzzi e Carminati si sia adoperato per
confermare un proprio uomo nella Municipalizzata per la raccolta dei rifiuti per contrastare la diversa volontà del sindaco Marino.

Marino. Della sua «giunta del
fare», dei cantieri sulle
consolari ad est della Capitale,
della solidarietà alla segretaria
del circolo di Ostia (a cui
hanno incendiato l’edicola),
dell’emergenza rifugiati alla
tendopoli della stazione
Tiburtina, del «suo Pd» di cui
«si sente orgoglioso». Di tutto,
tranne che delle parole di
Matteo Renzi nell’intervista al
Corriere («se decideremo di
andare avanti lo faremo solo se
convinti, non possiamo avere
paura delle elezioni»). Su
questo, Marino svicola. Al
mattino, risponde parlando di
«epatite C» e
«Alzheimer»,visto che si
trovava ai 35 anni del Tribunale
dei diritti del malato. E in
serata, nel quartiere di
Monteverde, per la festa dei
«Giovani democratici», replica
con un garbato, ma secco, «no,
grazie» alle richieste dei
cronisti. Poi, nel breve
intervento pubblico, ripete:
«Noi siamo diversi. La
criminalità si è infiltrata
nell’amministrazione con la
giunta Alemanno». Sotto al
sorriso di circostanza, però,
serpeggia il malessere.
L’intervista del premier, di
certo, ha fatto suonare un
campanello d’allarme. E
Marino, come gli capita
sempre più spesso
ultimamente, se la prende coi
giornalisti. Un militante gli
chiede se è vero che sta per
mollare. E lui: «Sono i giornali
che lo scrivono, ma non li
leggete...». Che somiglia molto
al «ci incarto le uova e il pesce»
di qualche settimana fa. C’è
anche Orfini, che lo segue
ormai come un’ombra: «Non lo
sostengo calorosamente? Ma
se siamo anche andati al Gay
pride insieme...», la battuta. Su
Marino, però, la pressione
aumenta: «Deve fare una
proposta su come cambiare
Roma e questa non l’ho
sentita», dice Susanna
Camusso, leader della Cgil. E
oggi i Cinque Stelle saranno
sulla piazza del Campidoglio
per chiedere al sindaco di
dimettersi.
Ernesto Menicucci

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CINQUANTATREESIMA
EDIZIONE
SELEZIONE GIURIA
DEI LETTERATI

12

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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#

Primo piano Immigrazione

Profughi, cresce la tensione con la Francia
Alfano domani incontra gli altri ministri europei: equa distribuzione e rimpatri, o vedranno un’Italia diversa
Per il Viminale, la polizia d’Oltralpe ha violato il trattato di Schengen. La replica: controlliamo gli irregolari
Scena di ieri: tra i profughi della Stazione Tiburtina, a
Roma, alcuni ragazzi eritrei riescono a collegarsi via cellulare
con dei loro connazionali ancora in Libia e pronti a salpare
verso le nostre coste. Arrivano
testimonianze drammatiche:
«Il mare è calmo, qui ci sono almeno diecimila persone in fila,
siamo quasi tutti eritrei e
aspettiamo di essere imbarcati,
dobbiamo scappare sennò i libici ci ammazzano...». Vuol dire che la situazione, già critica,
rischia di peggiorare nelle
prossime ore per i nuovi sbarchi. Il ministro dell’Interno,
Angelino Alfano, lo sa e annuncia: «Martedì (domani, ndr) sarò in Lussemburgo con gli altri
ministri dell’Interno e dirò con
chiarezza: o facciamo l’equa distribuzione dei migranti in EuROMA

Arroccati
Decine
di migranti
avvolti dalle
coperte contro il
vento che soffia
su Ventimiglia,
in Liguria. Da
giorni tentano
di andare
in Francia
(Magnenet/Afp)

ropa, o organizziamo i campi
profughi in Libia, o organizziamo una seria politica dei rimpatri».
Il cruccio maggiore è la Libia: «La comunità internazionale ha bombardato la Libia —
dice Alfano —. Tutti quelli che
scappano da lì arrivano da noi:
quindi o la comunità si fa carico di risolvere il problema e
monta lì le tende e organizza lì
lo screening tra chi ha diritto
all’asilo e chi no, oppure non
può scaricare su di noi questo
peso» e «se l’Europa non darà
seguito alla propria responsabilità e solidarietà, si troverà di
fronte un’Italia diversa». Per
esempio, le frontiere chiuse
dalla Francia a Ventimiglia per
non far passare i migranti hanno già provocato grande irritazione al Viminale, che ci vede

una chiara violazione del trattato di Schengen. Alfano è durissimo: «Le scene di Ventimiglia sono l’antipasto di quanto
succederebbe se si chiudesse
Schengen». La situazione, si
spera, dovrebbe migliorare già
oggi, quando la Germania, che
aveva sospeso Schengen per il
G7 in Baviera, consentirà di
nuovo libero accesso alle sue
frontiere. Dalla Francia, però,
arriva una netta precisazione:
«Il confine italo-francese non è
mai stato chiuso, Schengen

Al telefono
I parenti dei migranti
dalla Libia: siamo in 10
mila pronti a partire,
o qui ci ammazzano

non è mai stato sospeso — ha
dichiarato un alto responsabile
della prefettura delle AlpesMaritimes —. L’unica eccezione risale a ieri (sabato, ndr) per
un’ora o due, sulla strada tra
Ventimiglia e Mentone, dove la
circolazione è stata interrotta
su richiesta della stessa polizia
italiana, nel momento in cui ha
lanciato le operazioni di sgombero dei migranti. Ma chiunque abbia il diritto di circolare
nello spazio Schengen può
continuare a farlo liberamente». Per quanto riguarda, invece, il controllo e il riaccompagnamento alla frontiera italiana «degli stranieri in situazione irregolare», essi continuano
sulla base «degli accordi franco-italiani di Chambéry».
Infine, il governatore della
Lombardia, Roberto Maroni,

Su Corriere.it
Guarda le foto
e i filmati
sull’emergenza
immigrazione
nelle nostre città
e al confine con
la Francia su
www.corriere.it

lancia un segnale di distensione al governo: «Renzi ha detto
che vuole vedermi, ne sono
contento. Non sono contro a
prescindere, a condizione che
ci sia un’equa distribuzione dei
migranti tra le Regioni e il governo fermi i flussi».
D’accordo anche sulla Libia:
«Il governo deve chiedere la
convocazione immediata del
Consiglio di Sicurezza dell’Onu
— prosegue Maroni — e invocare l’intervento dei caschi blu
affinché si facciano lì i campi
profughi e si creino dei corridoi umanitari per chi ha i requisiti di profugo. Questa è
l’unica soluzione. Fare i campi
in Libia, fermare le partenze,
salvare vite umane ed evitare
un’invasione per l’Italia».
Fabrizio Caccia
© RIPRODUZIONE RISERVATA

● Il commento

Quegli esseri umani
come granchi
o extraterrestri
di Paolo Di Stefano

G

Il reportage

dal nostro inviato
Riccardo Bruno

Alle sette
di sera, dopo una pigra giornata iniziata sotto il diluvio e
finita con il sole, poliziotti e
carabinieri sono chiamati a
intervenire con scudi e manganelli. Non contro i migranti, che da oltre 24 ore stanno
appollaiati placidi sugli scogli, ma per fermare tredici
giovani francesi di estrema
destra del movimento Generation Identitaire, che si sgolano contro i profughi in terra
italiana e se ne vanno alla chetichella una volta tornati in
patria.
Il centinaio di sudanesi,
congolesi, eritrei e somali resta invece lì, a trenta metri dal
territorio di Mentone, stretti
tra il mare e due cordoni di
agenti, italiani e transalpini.

Pioggia, foto e slogan
per i cento irriducibili
sugli scogli a Ventimiglia

VENTIMIGLIA (IMPERIA)

Il caso
● Da due giorni
centinaia
di migranti,
sbarcati in Italia
nelle ultime
settimane,
cercano
di andare in
Francia lungo
il confine tra
Ventimiglia
e Mentone
● Alla frontiera
i francesi,
attraverso
controlli fissi,
impediscono
ai migranti
di passare

Anche loro alle sette inscenano la protesta, come avevano
già fatto al mattino e poi nel
primo pomeriggio. Si stringono attorno agli striscioni, i capi dettano gli slogan («We are
not back», «We need pass»,
«Where are human rights?»,
non torniamo indietro, vogliamo passare, dove sono finiti i diritti umani?) e gli altri
ripetono come una litania, la
loro preghiera all’Europa che
gli chiude le porte in faccia.
I francesi negano di aver sospeso Schengen, ma i gendarmi immobili sono la prova indiscutibile che sono stati introdotti i controlli fissi, di fatto una deroga al trattato. Mai
vista, dicono di qua dal confine, nemmeno quattro anni fa,
dopo la Primavera araba,

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quando i tunisini che arrivavano erano un esercito.
Adesso i profughi si contano a decine, alcuni vanno, altri si aggiungono sugli scogli
di Ponte San Lodovico, la nuova bandierina nella cartina dei
popoli in fuga. Altri 250 dormono davanti alla stazione di
Ventimiglia, in attesa di trovare il modo per passare, e sembra che qualcuno, nonostante
il blocco, ci sia riuscito.
In serata, dopo una giornata di sopralluoghi di Prefettura e Ferrovie, è stata aperta
una sala per garantire un tetto
soprattutto a donne e bambini, alcuni molto piccoli. Altri
locali si stanno cercando,
sempre a Ventimiglia, perché
anche chi ha lasciato l’avamposto davanti al confine si ri-

9,23
Per cento
La quota
di migranti
minori che
sono sbarcati
sulle coste
italiane
dal 1° gennaio
di quest’anno
allo scorso 12
giugno. Finora
gli sbarchi
registrati
sono 410

fiuta di allontanarsi troppo,
perfino a Bordighera che è ad
appena 5 chilometri.
I cento irriducibili degli
scogli hanno invece rifiutato
ogni tentativo di mediazione,
hanno capito che sono diventati un simbolo e così hanno
giocato la loro parte, guidati
da un paio di leader, un libico
e Alì il sudanese, che mostra il
piglio severo quando si avvicinano i giornalisti.
Tra parabole e taccuini, sono arrivate molte associazioni, italiane e francesi, e tanti
cittadini a portare biscotti e
acqua, focacce e saponi. Una
signora da Montecarlo si è fatta largo con la sua Mercedes
cabrio e ha scaricato mele e
pere, alcuni bagnanti si sono
fermati a scattare foto, altri
hanno dispensato consigli a
favore di telecamera.
Una passerella anche per i
politici: il Movimento Cinquestelle; Sonia Viale, la vice
leghista del governatore Toti;
Marco, il nipote di Scajola,
consigliere regionale. Una dichiarazione e via, mentre i
migranti si preparavano per la
seconda notte in bilico sul
mare.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

uardate la scogliera
di Ventimiglia.
Decine di migranti
dormono dentro le coperte
termiche. Visti dall’alto,
da un elicottero,
potrebbero sembrare
enormi granchi che
occupano i sassi scuri
della Riviera, qualcuno
ancora in movimento,
altri distesi, accucciati,
immobili; qualcuno
rintanato, a uovo, nel suo
carapace argentato. Anfibi
portati dal mare o fantasmi
venuti dall’altro mondo.
Sulle prime, uno spettacolo
surreale come una di quelle
installazioni d’arte
concettuale quasi
indecifrabili. O
interpretabili liberamente,
per associazioni di
immagini e di idee. Ma qui
non si tratta di statue
inanimate, si tratta di esseri
umani che si sveglieranno
all’alba, sotto un cielo
d’acciaio, chiedendo di
passare la frontiera. Alieni
agli occhi del passante che
li guarda dalla strada,
probabilmente sentendosi
ancora più vicino alle
ragioni della propria
rabbia, della propria
indifferenza o della propria
compassione. Senza capire
o pensando di aver capito
tutto, del mondo, di noi,
degli altri. Oppure, sulle
prime, è fantascienza.
Come L’invasione degli
ultracorpi, il film del 1956
dove gli extraterrestri
arrivavano dentro grandi
baccelli, sarcofagi biologici,
per sostituirsi, durante il
sonno, agli abitanti di Santa
Mira. Era il frutto fantastico
del terrore da Guerra
fredda. Oggi a Ventimiglia,
come a Roma e a Milano,
non c’è guerra; eppure
l’iper realtà, come sempre,
ha superato
l’immaginazione. E tutto
ciò che sta tra l’incredulità
e l’angoscia è legittimo.
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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

PRIMO PIANO

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13
#

Il dossier

di Fiorenza Sarzanini

I dati
57.019

Nelle regioni

Da dove arrivano
(principali nazionalità dichiarate allo sbarco)

I migranti approdati sulle coste italiane
dal 1° gennaio 2015 al 12 giugno
+6,8%
rispetto allo stesso periodo del 2014

Eritrea
Sub-Sahara
Nigeria
Somalia
Siria
Gambia
Senegal
Sudan

Altre
1.925

Chi sono
45.299

Puglia
3.205
Campania
2.081

Uomini

Permessi temporanei ai
richiedenti asilo per consentire
loro di varcare la frontiera e circolare in Europa. Avvio di una
trattativa con alcuni Stati dell’Unione per un’operazione di
polizia contro gli scafisti in Libia provando anche a coinvolgere l’Egitto. Obbligo per le navi straniere che soccorrono i
migranti in acque internazionali di trasferirli nei propri Paesi, vietando l’attracco nei nostri porti. Quello che il presidente del Consiglio Matteo
Renzi ha definito nell’intervista
di ieri al Corriere della Sera «il
“piano B” se l’Europa non sceglierà la strada della solidarietà», è in realtà un ventaglio di
possibili interventi, qualora
l’Italia non ottenesse cooperazione effettiva da parte della Ue
nella gestione dei migranti.
Azioni dure di diplomazia internazionale da affiancare agli
interventi tecnici già pianificati
per fronteggiare l’emergenza
negli scali ferroviari e ai valichi,
causata dalla decisione della
G e r m a n i a d i s o s p e n d e re
Schengen per il G7 e della
Francia di bloccare la «porta»
di Ventimiglia. Ma anche in vista di possibili nuovi sbarchi
nei prossimi giorni. Palazzo
Chigi esclude «atteggiamenti
ritorsivi» su altri dossier come
era stato ipotizzato riferendosi
alle sanzioni contro la Russia di
Putin. Ma all’attività già avviata
per siglare accordi di polizia
con Paesi africani e Bangladesh
e ottenere rimpatri veloci e per
allestire subito i centri di smistamento dove sistemare i profughi, si affianca un negoziato
più riservato che si spera possa
essere più efficace.

6.458

5.262

Donne

Minori

Sicilia
41.570

Calabria
8.238

Gli sbarchi negli anni

ROMA

170.100

64.261
23.719

14.331 13.635 22.939 22.016 20.455

36.951
9.573 4.406

57.019*

13.267
42.925

2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015

14.250
7.949
5.349
5.335
3.826
3.115
2.525
2.473

14.636
Le richieste di asilo esaminate in Italia nel 2015 (al 30 aprile 2015)
L’esito
Proposta
Status di protezione
di protezione
sussidiaria
umanitaria
18,6%
24,3%
Proposta di
protezione
umanitaria
24,3%
Altro
0,4%
Non riconosciuti
47,3%

Irreperibili
3,1%

Fonte: ministero dell’Interno *i dati (aggiornati al 12 giugno) non tengono conto dei migranti ancora a bordo delle navi di soccorso

CdS

Permessi a tempo e stretta sulle navi
Cosa prevede il «piano B» di Renzi
Chi soccorre i migranti dovrà portarli nel proprio Paese. Charter per i rimpatri in Africa
Gli scatti In Siria e Italia

Emergency

La provocazione
di Cecilia Strada
Il pensiero lo affida a
Facebook. E fa subito
discutere. «Risposta collettiva
per tutti quelli che “perché
non ospiti i profughi a casa
tua, eh?”. Perché dovrei? Vivo
in una società e pago le tasse»,
scrive Cecilia Strada,
presidente di Emergency.
«Ospitare un profugo in casa è
gentilezza, carità. Creare, con
le mie tasse, un sistema di
accoglienza dignitoso è
giustizia. Mi piace la
gentilezza, ma preferisco la
giustizia».

I charter
Se la Francia continuerà a tenere il valico chiuso, l’ipotesi è
quella di concedere i permessi
provvisori d’identità anche
consentendo il transito su altre

© RIPRODUZIONE RISERVATA

La Libia
L’ipotesi di interventi
«meno convenzionali»
in Libia trova la
contrarietà del Colle
rotte. Più strutturata invece
l’azione dei funzionari che si
muoveranno sul modello dell’intesa siglata con il Gambia
due settimane fa dal capo della
polizia Alessandro Pansa. Prevede la concessione di mezzi e
apparecchiature (fuoristrada,
computer), l’organizzazione di
corsi di formazione per le forze
dell’ordine locali in cambio dei
rimpatri effettuati con i voli
charter e con procedura d’urgenza. Gia pronta la lista dei
Paesi con i quali avviare i negoziati: Costa D’Avorio, Senegal e
Bangladesh, Mali e Sudan, tenendo conto che questi ultimi
due Paesi hanno già fatto sapere di non essere disponibili,
dunque servirà un’azione diplomatica per provare a sbloccare la situazione. La scelta di

percorrere con gli altri la strada
dell’intesa tecnica serve non
soltanto ad accelerare la procedura, ma anche ad evitare implicazioni di tipo politico per
gli Stati esteri. I rimpatri verrebbero così effettuati seguendo lo schema già attuato con
Egitto, Tunisia e Marocco, dunque facendo partire dall’Italia i
charter con gli stranieri “irregolari” identificati grazie alla
collaborazione con i consolati.

La Libia

La disperazione
di genitori e figli

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Lo strazio dei genitori. Lo smarrimento dei figli. In
guerra e in pace. Per tutti la fuga dalla disperazione. In
Siria (foto Kilic/Afp in alto), dove una bimba viene
portata in territorio turco. E a Roma, dove una migrante
esausta avvolge il suo piccolo (foto Monteforte/Afp).

La convinzione è che difficilmente l’Onu autorizzerà un intervento in Libia, ancor più difficile che l’inviato Bernardino
Leon riesca a formare un governo. Ecco perché torna a farsi
strada l’ipotesi di intervenire in
maniera meno convenzionale.

Su questo pesa però il giudizio
del capo dello Stato Sergio
Mattarella che ha sempre
escluso l’ipotesi che l’Italia si
sganci dalle Nazioni Unite. Più
plausibile l’eventualità di impedire alle navi straniere che
soccorrono i migranti in acque
internazionali di approdare
sulle nostre coste visto che il
diritto della navigazione equipara il natante al territorio dello Stato di bandiera.

Le caserme
Urgente è riuscire a trovare
un’intesa con le Regioni: alla
riunione convocata per questa
mattina con i prefetti del Veneto e con il governatore Luca Zaia parteciperà anche il prefetto
Mario Morcone, capo del Dipartimento Immigrazione del
Viminale. Di fronte a un atteggiamento di resistenza, la linea
è quella di utilizzare almeno tre
caserme al nord e due al sud.
Per il settentrione oltre a due in
Veneto, la scelta potrebbe cadere su quella di Montichiari, nel
bresciano. Nel meridione si
punta invece su Civitavecchia e
Messina. I lavori di ristrutturazione sono avviati, in attesa del
completamento si pensa di allestire le tendopoli in modo da
garantire assistenza ai profughi
e soprattutto prepararsi all’accoglienza di chi arriverà nelle
prossime settimane. Molto più
avanzati sono i lavori per i centri di smistamento che dovrebbero contenere massimo 400
persone. A quelli di Settimo
Torinese e Bologna, si pensa di
affiancare Civitavecchia e Messina. Il timore dei responsabili
dell’Ordine Pubblico del Viminale è che la situazione ai valichi e nelle stazioni possa degenerare anche tenendo conto
della convivenza forzata di stranieri di diversa nazionalità. Per
questo sono stati inviati 100 uomini in più a Roma e Milano,
60 a Ventimiglia e 50 al Brennero.
fsarzanini@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

14

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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#

Economia

I conti dell’Inps
di Enrico Marro

La vicenda
● Il bilancio
dell’Inps
restituisce
un’istantanea
in chiaroscuro
circa la
sostenibilità dei
suoi conti sul
medio lungo
termine
● È necessario
che l’economia
riprenda a
crescere
davvero per
evitare
che i conti
peggiorino
anno su anno
convertendosi
ad esempio in
un deficit da 12
miliardi di euro
nel 2023
● Ciò
nonostante un
sistema di vasi
comunicanti
dove le
pensioni delle
gestioni in
rosso
(dipendenti
pubblici, fondi
speciali,
artigiani,
dirigenti
d’azienda,
coltivatori)
vengono
pagate con gli
attivi degli altri
fondi:
dipendenti
privati,
collaboratori,
prestazioni
temporanee
● Questo il
quadro
esaminato dal
Consiglio di
Vigilanza
dell’istituto
previdenziale,
contenuto nella
verifica
tecnicoattuariale per il
periodo 20142023
trasmessa allo
stesso Civ

Le previsioni della Ragioneria
Bisognerà che l’economia davvero riprenda a crescere, se vogliamo che il bilancio
dell’Inps non peggiori di anno
in anno, scaricando i suoi deficit sui conti dello Stato. Deficit
crescenti — più di 12 miliardi
di euro quello previsto per il
2023 — che asciugheranno
l’attuale attivo patrimoniale
(18,5 miliardi di euro nel 2014)
trasformandolo rapidamente
in un passivo, che salirà fino a
56 miliardi e mezzo, sempre
nel 2023. E questo nonostante
l’Inps poggi su un sistema di
vasi comunicanti dove le pensioni delle gestioni in rosso
(dipendenti pubblici, fondi
speciali, artigiani, dirigenti
d’azienda, coltivatori) vengono
pagate con gli attivi degli altri
fondi: dipendenti privati, parasubordinati, «prestazioni temporanee» (cioè i contributi versati per cassa integrazione, assegni familiari, malattia e maternità). Non basta insomma la
solidarietà intercategoriale,
propria del sistema pubblico, a
sanare gli squilibri delle categorie colpite da sfavorevoli rapporti tra lavoratori e pensionati
e da contributi insufficienti a
pagare prestazioni erogate con
regole troppo generose.
Questo il quadro esaminato
martedì scorso dal Consiglio di
indirizzo e vigilanza dell’istitu-

ROMA

La tendenza
Nel 2014 patrimonio
netto di 18 miliardi,
nel 2015 a quota 11.
Poi diventerà negativo
to che gestisce le pensioni. È
contenuto nella relazione della
commissione economico-finanziaria sulla «Verifica tecnico-attuariale» per il 2014-2023
trasmessa dal direttore generale il 24 marzo allo stesso Civ. Si
tratta in pratica del bilancio di
medio periodo predisposto dal
servizio statistico-attuariale
dell’Inps sulla base delle norme vigenti «al 31 ottobre 2014».
La proiezione, che lo stesso Civ
trasmetterà ai ministeri vigilanti e alle commissioni parlamentari competenti, abbraccia
un arco di dieci anni. Per il
2014-2018 è elaborata sul quadro macro della nota di aggiornamento del Def 2014, il Documento di economia e finanza,
approvata lo scorso 30 settembre; per il quinquennio 20192023 sulle previsioni della Ragioneria generale dello Stato.
Va precisato che, per il primo
periodo (2014-2018), il nuovo
Def 2015, approvato il 10 aprile
scorso, prevede un andamento
dell’economia più favorevole
rispetto a quello utilizzato dall’Inps, il che potrebbe migliorare un pochino i saldi del documento esaminato dal Civ. Per il
secondo periodo (2019-2023),
invece, il quadro immaginato
dalla Ragioneria appare roseo.
Prevede infatti, in media d’anno, una crescita del Pil reale del
2%, un tasso d’inflazione del
2%, un aumento dell’occupazione superiore all’1%.
Fatte queste premesse, e pur
volendosi augurare un risultato
meno negativo di quanto stimato otto mesi fa dal servizio
statistico-attuariale dell’Inps,

2019(variazioni annue in %)
2020
2,0
Pil in termini reali
2,0
Inflazione
Occupazione complessiva 1,32
Redditi individuali (nominali) 2,68

20212025
2,07
2,0
1,08
2,99

20362040
1,52
2,0
-0,07
3,62

20312035
1,74
2,0
0,27
3,49

20262030
2,4
2,0
0,8
3,25

20412045
1,26
2,0
-0,39
3,69

20462050
1,42
2,0
-0,14
3,59

Risultato
d’esercizio
nel 2023

Le principali gestioni
(in milioni di euro)

Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti +15.601
(al netto contabilità separate)
Ex Fondo Trasporti (contab. separata) -778
Ex Fondo Elettrici (contab. separata)

-2.341

I conti dell’Inps (in milioni di euro, importi al lordo dei trasferimenti fra gestioni)
2018

2019

2020

2021

2022

Ex Fondo Telefonici (contab. separata) -1.532

2023

Situazione
patrimoniale netta
al 1º gennaio
-2.936

-10.335

-17.034

-25.281

-33.323

-44.118

Risultato
di esercizio
-7.397

-6.700

-8.245

-8.047

-10.797

-17.034

-25.281

-33.323

-44.118

-5.104

Gestione prestazioni temporanee
lavoratori dipendenti

+3.830

Gest. contr. prest. prev.
coltivatori diretti

-4.561

Gest. contr. prest. prev. commercianti +149

-12.439

Situazione
patrimoniale netta
al 31 dicembre
-10.335

Ex INPDAI (contab. separata)

-56.560

Gest. Tutela prev. Attività
lavoro autonomo parasubordinati

+11.005

Gestione ex INPDAP

-20.453
Corriere della Sera

Fonte: Inps e Ragioneria generale dello Stato

Effetto statali, cresce il rosso della previdenza
Il patrimonio sarà negativo per 56 miliardi
la sostanza non cambia: i conti
della previdenza sono destinati
a peggiorare. Pesano, in particolare, i deficit crescenti di alcune gestioni: dipendenti pubblici (ex Inpdap), fondi speciali
(elettrici, trasporti, telefonici),
dirigenti d’azienda (ex Inpdai),
artigiani, coltivatori diretti. Deficit che non riescono ad essere
compensati dagli attivi delle altre gestioni: «prestazioni temporanee», parasubordinati , di-

pendenti privati. Fatte le somme, il deficit complessivo, che
secondo il bilancio preventivo
2015 sarà di 6,8 miliardi, salirà,
secondo le proiezioni del bilancio tecnico-attuariale, da
circa 7 miliardi nel 2018 a 12,4
nel 2023. E il patrimonio netto,
a causa del sommarsi dei deficit annuali, sarà nel 2023 in
rosso per 56,5 miliardi.
Le differenze tra i fondi sono
impressionanti. La gestione

dei dipendenti pubblici (ex
Inpdap) vedrà crescere il deficit
di esercizio dai 5 miliardi attuali a 20,4 miliardi nel 2023 e
il passivo patrimoniale da quasi 7 miliardi a 112,8. Il fondo artigiani subirà un peggioramento del passivo dagli oltre 5 miliardi del 2015 ai 7,6 miliardi
del 2023 e il patrimonio netto,
già in rosso di quasi 50 miliardi, toccherà -108 miliardi del
2023. Il deficit della gestione ex

12
miliardi di euro
il deficit di
esercizio
dell’Inps nel
2023 secondo
la relazione
attuariale
dell’istituto

Imposte sulla casa: guida alla Tasi in tre punti

1

Il sito
per calcolare
la rata

2

Figli,
attenti
ai cambi

3

Il codice
3958
per l’acconto

Alla scadenza, domani,
della prima rata 2015 di Imu e
Tasi, la maggior parte dei
contribuenti non potrà contare su bollettini o F24 precompilati. Va però detto che nella
maggior parte dei casi il computo di quanto dovuto non è
complicato: se infatti la situazione di utilizzo e di possesso
dell’abitazione è rimasta invariata basta pagare la metà di
quanto versato nel 2014, indipendentemente dal fatto che
ci siano nuove regole per il
2015. Se però, collegandosi al
sito www.finanze it, si verifica
che il Comune ha varato regole più favorevoli al contribuente si può approfittarne

Bisogna invece prestare
attenzione se la situazione è
cambiata rispetto allo scorso
anno, ad esempio perché si è
affittata una casa , si è cambiata la residenza, se è nato
un figlio in un Comune come
Milano che riconosce una
detrazione. In casi come questi bisogna effettuare il calcolo adoperando le regole 2014
ma applicandole alla situazione attuale. Se ad esempio si è
comprata una casa il 1° settembre del 2014 la prima rata
Tasi e Imu per il 2015 si ottiene calcolando il tributo che lo
scorso anno si sarebbe pagato
su 12 mesi e non su 4. Il risultato poi si divide per due.

Indicare un codice tributo
errato è un errore formale
sanabile ma la correzione
comporta una perdita di tempo non indifferente. Per la
Tasi il codice è il 3958; il 3959
per gli immobili rurali strumentali, il 3960 per le aree
fabbricabili e il 3961 per tutti
gli altri immobili. Per l’Imu
sull’abitazione principale (si
applica, lo ricordiamo, solo
agli immobili A/1, A/8 e A/9)
il codice è 3912, il 3914 si applica ai terreni, il 3916 alle
aree fabbricabili e il 3918 agli
altri immobili con eccezione
di quelli della categoria catastale D.
a cura di Gino Pagliuca

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Inpdai si manterrà fra i 4 e i 5
miliardi per tutto il decennio e
quindi il disavanzo patrimoniale salirà a 71 miliardi nel
2023, anche perché si tratta,
come per gli elettrici e i telefonici, di un fondo a esaurimento, dove i nuovi lavoratori vengono iscritti al fondo dipendenti privati. Negativo anche
l’andamento dei coltivatori diretti: 4-4,5 miliardi all’anno di
deficit e patrimonio netto a
-120 miliardi nel 2023. Male i
fondi speciali, che già oggi
hanno rilevanti disavanzi patrimoniali: saliranno a 47 miliardi
per gli elettrici a 26 per i trasporti, a 18 per i telefonici.
Questi risultati negativi vengono bilanciati solo in parte da
quelli positivi di altre gestioni.
Prima fra tutte il fondo «prestazioni temporanee», che ha
sempre chiuso in forte attivo,
tanto da vantare un patrimonio
netto superiore a 180 miliardi.
Con la crisi e il forte aumento
della spesa per ammortizzatori
il risultato d’esercizio è sceso
drasticamente ma è ancora positivo (850 milioni nel 2014). E
anche in futuro sarà questo
fondo a compensare le gestioni
in rosso, insieme ad altri due
fondi in attivo per tutto il decennio: quello dei parasubordinati e quello dei dipendenti
privati (al netto dei fondi speciali). Nel 2023 il risultato
d’esercizio previsto per le «prestazioni temporanee» è positivo per 3,8 miliardi, di 15,6 miliardi per i dipendenti privati e
di 11 per i parasubordinati. E gli
attivi patrimoniali saranno rispettivamente di 193, di 74 e di
181 miliardi. Ma ciò non basterà, appunto. E pensare che il
presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha detto in Parlamento che
nello stato patrimoniale ci sono 94 miliardi di euro di contributi non riscossi. Anche qui,
accumulati anno dopo anno.
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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

15

ECONOMIA

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#

LA STORIA L’EX DIRETTORE GENERALE TIM
Gli importi medi delle pensioni per categoria di lavoratori
Categorie
di lavoratori

di Gian Antonio Stella
Almeno 54 mila euro in più
al mese: ecco quanto riceverebbe Mauro Sentinelli, il recordman delle «pensioni
d’oro», rispetto a ciò che versò
di contributi. Per capirci:
l’equivalente di 107 (cento sette) pensioni minime. Invece
dei 91.473 lordi mensili ne
avrebbe circa 37 mila lordi. Più
che sufficienti, pagate le tasse,
a vivere piuttosto bene.
Chiariamo subito: l’ex direttore generale di Tim, in pensione da dieci anni dopo una
vita passata tutta o quasi nell’azienda telefonica, non è un
ladro. È, questo sì, uno scassinatore dei conti pubblici. Ma
«solo» per avere approfittato
fino in fondo delle leggi che
c’erano. Di più: su quei 91 mila
euro mensili ne paga 14.536
come contributo di solidarietà.
Un sesto del vitalizio. Ma comunque stratosferico.
Immaginiamo pure che viva
come un’ingiustizia l’essere
sempre tirato in ballo lui, il recordman, mentre un velo finisce per coprire tanti altri che
incassano pensioni magari un
po’ più basse ma altrettanto
astronomiche e squilibrate. E
più ancora che gli dia fastidio il
velo che copre chi quelle regole insensate le ideò, le propose,
le votò. Basti ricordare, tra gli
altri, i vitalizi parlamentari: un
euro di versamenti in entrata,
undici in uscita. Per non dire di
altri (come i militari dei quali
l’Inps ha recentemente resi noti i numeri) che ricevono in
media il doppio di quanto versato. Pensioni infinitamente
più modeste, certo. Ma i conti
non tornano lo stesso.
Come non tornano i conti,
scrive il settimanale online «il
foglietto» edito dal sindacato
di base USI-Ricerca, alla Corte
costituzionale. Dove i 22 giudici a riposo e i 9 coniugi superstiti, come si ricava dal bilancio messo in rete dalla stessa
Consulta, «percepiscono una
pensione da 16.500 euro lordi
al mese». Molti più di quanti
ne avevano versati. Osservazione ovvia: quanto può incidere,
nel valutare i ricorsi sui «diritti
acquisiti», il retropensiero di
ogni magistrato, per quanto
disinteressato sia, sul proprio
futuro pensionistico?

Notai
Giornalisti
Dirig aziende ex inpdai
Fondo Volo
Commercialisti
Avvocati
Lavoratori telefonici
Ragionieri
Ingegneri, Architetti
Dipendenti statali
Ex ferrovie dello Stato
Lavoratori trasporti

Pensione
media 2013

Reddito
medio 2013

(migliaia di euro)

(migliaia di euro)

75,69
57,51
49,92
46,95
35,37
27,89
25,87
24,12
22,68
23,96
21,47
21,13

101,13
67,37
156,56
34,29
60,94
45,49
38,78
57,03
26,4
39,76
41,75
31,49

Rapporto % tra
pensioni medie
e reddito medio 2013
74,84
85,36
31,89
136,92
58,04
61,31
66,71
42,29
85,91
54,00
50,61
67,10

Categorie
di lavoratori
Dipendenti enti locali
Ex poste (Ipost)
Lavoratori spettacolo
Geometri
Dipendenti privati (Fpld)
Artigiani
Commercianti
Consulenti lavoro
Medici
Agricoli Cdcm
Farmacisti
Veterinari

Pensione
media 2013

Reddito
medio 2013

(migliaia di euro)

(migliaia di euro)

18,81
17,84
15,85
14,77
12,19
11,06
10,15
10,14
6,94
7,58
6,07
5,88

31,37
28,7
15,76
20,84
23,16
20,72
20,37
66,47
30,92
9,18
30,65
16,92

Rapporto % tra
pensioni medie
e reddito medio 2013
59,96
62,16
100,57
70,87
52,63
53,38
49,83
15,26
22,45
82,57
19,80
34,75

Fonte: Itinerari Previdenziali

d’Arco

Il pensionato d’oro (da record):
assegno mensile di 91 mila euro
Il profilo

● Mauro
Sentinelli, ex
direttore
generale Tim,
in pensione da
dieci anni dopo
una vita
passata tutta
o quasi
nell’azienda
telefonica
Riceve 54 mila
euro in più al
mese di
assegno
rispetto a ciò
che ha versato

Detto questo, il «caso Sentinelli» resta sbalorditivo. Tanto
più che il nostro gode di quel
trattamento extralusso dal
2006, nove anni e mezzo fa, nonostante non sia poi così vecchio. Nato nel ‘47, è più giovane di 12 milioni di italiani. E ha
due anni in meno, per esempio, di Eddy Reja che ha appena salvato l’Atalanta e gioca ancora le partitelle delle squadre
che allena.
Bene: stando ai dati Inps, recuperati a dispetto del rifiuto
dei vertici di fornire dettagli
sui singoli, lo sfacciato sbilanciamento fra sistema retributivo e contributivo emerge nel
caso del dirigente telefonico in
modo abbagliante. Dicono le
tabelle che negli ultimi sei anni di carriera, da quando fu nominato direttore generale ai
primi di luglio 2009 (l’azienda
sottolineò che lo premiava perché gli doveva «molte delle innovazioni nella telefonia mobile come i contratti family e la
carta prepagata») fino al 31 dicembre 2005, Mauro Sentinelli
guadagnò moltissimo: oltre 23
milioni di euro lorde. E moltissimo (tasse a parte: una tombola) versò di contributi: oltre
7 milioni e mezzo.
Il guaio per i conti pubblici è
che quei soldi, con le regole
esistenti, gli sono stati restituiti con la pensione, al lordo, in
soli sette anni. Per capirci: alla

fine del 2012 li aveva grossomodo già recuperati. E se vivrà
quanto un italiano medio, come ovviamente gli auguriamo,
potrà riceverne in totale, di milioni lordi, ventidue.
Quanto al passato, guadagnava molto ma molto meno. E
versò anche molto ma molto
meno. Nell’anno della riforma
Dini, quando già andava per la
cinquantina e aveva percorso
gran parte della vita professio-

Il confronto
Il pagamento per l’ex
manager delle tlc
equivale a 107
pensioni al minimo
nale, pagava per il suo futuro,
in un anno, la metà di quanto
prende oggi in un mese. Insensato.
Proviamo a fare una simulazione? Prendiamo un «quadro» di oggi con due decenni
di anzianità e inchiodato alle
regole del contributivo. I suoi
ipotetici 100 mila euro attuali
rischiano di diventare, quando
potrà andare a riposo tra una
quindicina abbondante di anni, meno della metà.
A farla corta, se il vitalizio
dell’ex dirigente Telecom fosse
basato sui contributi che versò,

avrebbe come dicevamo non
91 mila euro e mezzo al mese
ma, appunto, 37 mila. Anzi, un
calcolo più restrittivo messo a
punto l’anno scorso parlava
addirittura di 25 mila. Il che farebbe supporre un bonus supplementare mensile di 66 mila
euro.
Tema: cosa dovrebbe fare lo
Stato? Amputargli di netto la
pensione? Chiedergli indietro i
soldi ricevuti fino ad oggi? E se
poi ricorre alla Corte costituzionale chiedendo che venga
rispettato il contratto, giusto o
sbagliato che fosse, che aveva
firmato con lui?
Non è facile uscirne. Tanto
più che, come spiegano vari
osservatori tra cui Giuliano
Cazzola e Maurizio Sacconi, chi
se n’è andato col retributivo e si
trova oggi in una situazione
che appare di privilegio e dunque a rischio, non ha più la
possibilità di rimediare «operosamente», andando in pensione più tardi o facendosi un
vitalizio alternativo, al cambio
delle regole. Lo stesso Sentinelli potrebbe dire: se avessi
saputo che finiva così avrei potuto investire quei milioni versati negli ultimi anni in una assicurazione privata, magari
guadagnandoci… E la stessa
cosa vale per molti altri.
Tito Boeri, il presidente dell’Inps, lo sa. E l‘ha già detto: un
ricalcolo delle pensioni (a par-

La vicenda
● Il
«pensionato
d’oro» Mauro
Sentinelli,
classe 1947,
percepisce un
assegno di
91.473 euro
lordi al mese,
pari a 107
pensioni
minime
● Sul suo
assegno d’oro
Sentinelli, in
pensione dal
2006, paga un
contributo di
solidarietà di
14.536 euro
mensili
● Negli ultimi
6 anni di
carriera, dalla
nomina a
direttore
generale ha
guadagnato 23
milioni di euro

te la difficoltà di conteggiare
una miriade di casi) con l’amputazione secca e brutale dei
vitalizi più alti, è di fatto impossibile. Di più: quell’amputazione forse vendicherebbe
certe ingiustizie ma sarebbe a
sua volta ingiusta e potrebbe
perfino, dicono i tecnici, avere
effetti negativi sull’insieme.
Probabilmente si finirà con
una revisione a scaglioni progressivi. Più dura per chi riceve
moltissimo più di quanto aveva versato, più morbida per i
vitalizi meno scandalosi e offensivi nei confronti di chi fatica ad arrivare a fine mese.
Una cosa è sicura: per quanto possano essere limitati i
vantaggi per le pubbliche casse
(neppure requisendo ogni
centesimo delle pensioni più
spropositate si metterebbe una
toppa ai buchi nei conti pubblici) nessun progetto di riforma che tocchi tutti i cittadini
potrà mai essere portato avanti
senza toccare «prima» i megavitalizi come quelli di cui parliamo. Non è solo una questione di soldi. È che non possiamo scaricare sui nostri figli e
nipoti il peso di «diritti acquisiti» abnormi dovuti a leggine
cervellotiche. Anche loro hanno un diritto acquisito dalla
nascita: non essere discriminati rispetto ai genitori e ai
nonni.
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Camusso: le assunzioni sono figlie dei bonus, non del Jobs act
La leader Cgil alla Confindustria: i contratti di lavoro vanno rinnovati. Cambiare la Fornero
«Non credo sia possibile
convincere la Cgil di aver sbagliato: è lo strumento del Jobs
act che è sbagliato. Le nuove
assunzioni non sono figlie dell’abolizione dell’articolo 18, ma
della decontribuzione e del fatto che per molti anni non ci sono state assunzioni». Susanna
Camusso, leader della Cgil,
continua ad attaccare il governo Renzi che «non ha programma per portare l’Italia
fuori dalle secche». E lo fa parlando da Palazzo Vecchio a Firenze a chiusura delle «Giornate del Lavoro», tre giorni di incontri e dibattiti tra presente e
futuro.
La Cgil guarda avanti: vuole

ROMA

La scuola
● Susanna
Camusso torna
sulla scuola e
dice «no al
preside
sceriffo»
perché «non si
allevano
robottini:
servono,
invece, per i
professori
parametri
oggettivi di
valutazione da
inserire in un
accordo»

Cgil Il segretario generale Susanna Camusso

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sfidare Confindustria «al rinnovo dei contratti per aumentare gli stipendi, che sono crollati», e chiede all’esecutivo di
interrompere «le norme per
cacciare i lavoratori» e stimolare, invece, «la creazione di nuova occupazione per fare ripartire i consumi». E rivolgendosi ai
cugini di Cisl e Uil, Camusso
propone: «Basta litigi: costruiamo una nuova stagione,
apriamo un cantiere subito e
presentiamo una piattaforma
unitaria con idee e progetti per
riorganizzare il sistema». Poi
chiede di «cambiare la legge
sulle pensioni e sul Fisco perché fino a oggi il sistema produttivo ha scommesso solo sul-

la riduzione dei costi». Purtroppo «il governo è andato in
direzione opposta e non ha
un’idea sulle politiche attive»,
aggiunge. Spostando il discorso sulla Fiat, al direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano,
che le fa notare che aumenta il
numero di auto vendute, il segretario della Cgil replica: «Meno male. Noi non ci siamo mai

La Fiat
«Sono contenta che la
Fiat venda più auto, ma
il merito è anche di
Obama»

augurati che un’azienda fallisca
o non venda, ma ribadiamo che
è stato un errore escludere la
Fiom. Marchionne, però, assume perché Obama ha finanziato la Chrysler e ha posto vincoli
alle imprese. Quindi vorrei che
le cose che fa Obama, le facessimo anche qui in Italia». Camusso fa anche autocritica:
«Sui giovani potevamo fare di
più, ma anche il Paese». E sulla
scuola dice «no al preside sceriffo» perché «non si allevano
robottini: servono, invece, per i
professori parametri oggettivi
di valutazione da inserire in un
accordo sindacale».
Francesco Di Frischia
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16

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

#

LavelliADV.it

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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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ECONOMIA

17
#

Fallita la mediazione
Grecia, cresce la paura
«Il negoziato non ha dato risultati, restano le distanze»
I piani di Atene non convincono Commissione, Bce e Fmi

La svolta

Cassa depositi
Il vertice
fra Renzi
e Bassanini

Tra il 2011 e il 2014 la
tassazione sugli immobili
strumentali ha subito una vera
e propria impennata. Se
nell’ultimo anno in cui
abbiamo pagato l’Ici il gettito
sulle attività produttive ha
portato nelle casse dei Comuni
quasi 5 miliardi, l’anno scorso
il prelievo ha superato i 10
miliardi di euro. Lo rende noto
l’Ufficio studi della Cgia di
Mestre. Nello specifico gli
aumenti sono stati i seguenti:
+ 142 % per uffici e studi
privati; + 137 % per negozi e
botteghe; + 107 % per laboratori
di arti e mestieri; + 101 % per gli
istituti di credito; +94 % per gli
immobili a uso produttivo.

ROMA Via via, il percorso di
cambiamento della Cassa
depositi e prestiti verso «nuove
tappe» — come ha detto, al
Corriere della Sera, il premier,
Matteo Renzi — si fa più
preciso. Anche se manca
ancora una spiegazione sul
perché il governo voglia la
virata. Si discute e si tratta sul
rinnovo dei vertici, che
dovrebbe vedere
l’avvicendamento di Franco
Bassanini, presidente, e
Giovanni Gorno Tempini,
amministratore delegato,
rispettivamente con Claudio
Costamagna e Fabio Gallia. Si
discute e si tratta sul nuovo
ruolo della Cdp con l’obiettivo
di ottenere una rivoluzione
guidata e non traumatica.
In quest’ottica stamane Renzi
dovrebbe incontrare Bassanini,
che ha fatto sapere di non
avere avuto né dal governo né
da altri l’invito a dimettersi ma
anche di non avere intenzione
di fare resistenza nel valutare
l’eventuale richiesta di farsi da
parte. Gorno Tempini, che
invece tale richiesta l’ha già
ricevuta, starebbe trattando la
sua uscita mentre le
Fondazioni bancarie, socie di
minoranza del capitale Cdp
con il 18,4%, starebbero
verificando — e negoziando —
tempi e modi della
trasformazione della Cassa.
Sul tavolo, innanzitutto alcune
modifiche dello statuto della
Cassa, tra cui una destinata ad
evitare che l’eventuale
coinvolgimento anche
indiretto di Gallia, attuale
amministratore delegato della
Bnl, nel processo di Trani sui
derivati, crei un ostacolo alla
sua nomina, ed una, invece,
rivolta ad assicurare
maggioranze qualificate nella
delibera sulla distribuzione dei
dividendi. Una regola, questa,
che andrebbe incontro
all’esigenza espressa dalle
Fondazioni, sin dal loro
ingresso in Cdp, di assicurare
la redditività del proprio
investimento frenando la
devoluzione degli utili a
finanziamenti diversi. Sempre
per maggior garanzia le
Fondazioni, che hanno dato
mandato al presidente
dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, di
verificare le implicazioni del
cambio di rotta della Cassa,
vorrebbero definire una sorta
di scappatoia, un’opzione put,
cioè la facoltà di uscire dal
capitale, nel caso di 3 anni
senza dividendi. L’obiettivo è
di arrivare ad una soluzione il
meno possibile aspra entro la
settimana e potrebbe anche
non essere il consiglio
straordinario, convocato per
domani per definire l’adesione
della Cassa al cosiddetto Fondo
salva imprese (che ha come
obiettivo quello di entrare
come azionista nella gestione
delle crisi aziendali),
l’occasione per farlo. Dovrà
essere comunque un’apposita
assemblea ad eleggere il nuovo
consiglio — a cui dovrebbero
partecipare in rappresentanza
del Tesoro Costamagna, Gallia,
il direttore generale Vincenzo
La Via, la responsabile del
Debito pubblico, Maria
Cannata, ed altri dirigenti,
mentre in rappresentanza delle
Fondazioni, che potrebbero
rinunciare ad indicare il
presidente magari in cambio di
un consigliere in più,
dovrebbero esserci figure di
«forte caratura».
Stefania Tamburello

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DALLA NOSTRA INVIATA
BRUXELLES La

palla adesso torna
all’Eurogruppo, che riunisce i
ministri dell’Economia e delle
Finanze dei Paesi che aderiscono all’euro. È fallito l’ultimo tentativo di mediazione del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che
con rappresentanti personali e
in stretto contatto con gli esperti
di Commissione, Bce e Fmi, ha
cercato una soluzione con il governo greco che permettesse
una valutazione positiva in tempo per la riunione di giovedì dell’Eurogruppo. L’incontro tra la
delegazione greca e i creditori
internazionali è durato appena
quarantacinque minuti, abbastanza per capire che le posizioni sono ancora distanti. «Sebbe-

45
i minuti della
durata del
vertice di
Bruxelles tra la
delegazione
greca e i
creditori
internazionali
Un portavoce
della Ue ha
ammesso che
qualche passo
è stato fatto,
ma non
sufficiente

ranno per le esagerate promesse
elettorali fatte da un governo
mezzo comunista». È ancora
dialogante, invece, il presidente
della Commissione Ue Juncker,
che «resta convinto — ha spiegato la portavoce — che con più
forti sforzi di riforme da parte
greca e volontà politica da parte
di tutti, una soluzione può ancora essere trovata prima della fine
del mese», data di scadenza del
programma di aiuti attualmente
in corso.
La Grecia è sempre pronta a
trovare una soluzione con i suoi
creditori, ha replicato da Atene il
vicepremier Yannis Dragasakis, ribadendo però che le pensioni non
si toccano e il no ad aumenti dell’Iva sui beni di prima necessità.
Francesca Basso
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nuovi tentativi
Dalla Commissione Ue
trapela che una
soluzione può essere
trovata entro fine mese
ne qualche progresso sia stato
fatto — ha spiegato una portavoce della Commissione Ue — il
negoziato non è riuscito, poiché
resta una significativa distanza
tra i piani delle autorità greche e
le richieste di Commissione, Bce
e Fmi per quanto riguarda lo
0,5-1% del Pil o l’equivalente di
oltre 2 miliardi di misure di bilancio permanenti su base annua. Inoltre, le proposte greche
restano incomplete. Su questa
base, un’ulteriore discussione
dovrà ora avvenire all’Eurogruppo».
Dove il ministro delle Finanze
greco Yanis Varoufakis dovrà
confrontarsi con una Germania
per niente disposta a concessioni. Berlino «non si farà ricattare» per trovare un accordo sul
salvataggio della Grecia spiegava
ieri in un’intervista il ministro
dell’Economia tedesco e vicecancelliere, Sigmar Gabriel, che
oggi ribadisce in un editoriale
sulla Bild: «L’ombra di una uscita della Grecia dall’euro sta diventando sempre più visibile —
scrive —. Gli esperti greci della
teoria dei giochi stanno giocando d’azzardo, mettendo in pericolo il futuro del loro Paese e
dell’Europa» ma «i lavoratori e le
famiglie tedesche non paghe-

Tasse

Negozi, Imu e Tasi
raddoppiate

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Bruxelles
La cancelliera
tedesca Angela
Merkel, 60
anni, con il
premier greco
Alexis Tsipras,
40 anni,
durante il
recente vertice
fra Unione
Europea e
Comunità degli
stati latino
americani e
caraibici nella
capitale belga
(Epa/Oliver
Hoslet)

18

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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#

Esteri

Caccia russo sfiora le navi Nato sul Baltico
Nuova provocazione militare nei cieli europei. Evitato l’incidente ma sale la tensione
I piani degli Stati Uniti per dispiegare mezzi e uomini. Obama e la strategia della «deterrenza»
DAL NOSTRO INVIATO

Escalation
● Nell’intervista esclusiva
pubblicata
sul «Corriere
della Sera»
del 6 giugno
scorso, il
presidente
russo Vladimir
Putin ha
dichiarato:
«Svilupperemo
il nostro
potenziale
offensivo
e penseremo
a sistemi
in grado
di superare
la difesa
antimissilistica
degli Usa»
● Nei giorni
successivi sono
emersi dettagli
su piani
americani
per potenziare
le difese
missilistiche
antirusse
sul territorio
europeo
● Il Pentagono
punta anche
a dislocare
in Europa
carri armati
e artiglieria
pesante capaci
di sostenere
fino a 5 mila
soldati
americani
in diversi Paesi
dell’Est e Nord
Europa

«L’accento sta passando dalla parola rassicurazione a un’altra espressione:
deterrenza». Così alla vigilia
del G7 della settimana scorsa,
alcune voci dell’Amministrazione Obama spiegavano il
moltiplicarsi delle ipotesi di segnali militari da inviare al
Cremlino sotto forma di nuovi
dispiegamenti di forze Nato in
Europa. Si era parlato anche di
missili nucleari a medio raggio. Probabilmente non torneremo all’era dei «Pershing»
schierati in Germania e dei
«Cruise» americani a Sigonella, mentre è probabile che il
rafforzamento della Nato nell’Est europeo, soprattutto nel
Baltico e in Polonia, passi anche per il trasferimento in questi Paesi di consistenti stock di
armamenti pesanti americani:
carri armati e mezzi blindati
per un totale di 1.200 veicoli.
Mezzi sufficienti ad armare
una brigata di cinquemila uomini che verrebbero parcheggiati in depositi sorvegliati da
guardie private locali, non da
militari Usa.
Una risposta, questa, all’offensiva dei filorussi nel Donbass ucraino che va avanti nonostante gli accordi di Minsk.
Pesano anche le nuove provocazioni militari: dopo gli «incontri ravvicinati» in volo tra
caccia inglesi e bombardieri
russi, il ricognitore di Mosca
che l’11 giugno scorso ha sfiorato il ponte di quattro navi —
una americana, una tedesca,
una inglese e una francese —
che si esercitavano nel Mar Baltico. L’indiscrezione del Pentagono sull’invio di armamenti
nell’Europa orientale, pubblicata sabato dal New York Times, ha trovato ieri sostanziali
conferme, pur nell’assenza di
note ufficiali. Sicuramente è in
corso un dibattito tra il nuovo
ministro della Difesa americano Ashton Carter, più interventista del suo predecessore,
Chuck Hagel, e la Casa Bianca

NEW YORK

L’intervista

di Maria Serena Natale

dove Barack Obama, pur impegnato a seguire la linea della
fermezza contro Putin per
l’Ucraina, preferisce affidarsi
alle pressioni economiche e all’isolamento diplomatico, anziché spostare il confronto sul
terreno militare. La Casa Bianca ha rinunciato a inviare armi

al governo ucraino perché, a
differenza del repubblicano
John McCain, non pensa che
«la Russia sia solo una grande
pompa di benzina» e perché
Obama si è convinto che in
questo modo finirebbe solo
per alimentare una pericolosa
escalation. Peraltro anche tra-

1.200
I mezzi pesanti
che gli Usa
potrebbero
trasferire
nell’Est Europa

sferendo carri armati e blindati
Usa in Europa per la prima volta dalla Guerra fredda, il presidente rischierebbe di innescare una reazione a catena: non si
tratterebbe di armi per conflitti
in corso, ma di equipaggiamenti da immagazzinare e da
usare solo in caso di una nuova

Baltops 2015 Il comandante americano

La dinamica
L’incidente risale all’11
giugno: il ricognitore
di Mosca ha sfiorato
il ponte di quattro navi

Diciassette Paesi
per le esercitazioni

«In passato la Russia ha partecipato alle nostre esercitazioni. Oggi,
considerata la situazione geopolitica, quella cooperazione è sospesa. Se i
russi torneranno a partecipare attivamente? Dipende da loro. Il primo
passo è garantire trasparenza». Così il viceammiraglio James G. Foggo III
dalla nave da trasporto anfibio USS San Antonio ( foto Epa) in un punto
stampa al quale ha partecipato il Corriere, nel pieno delle esercitazioni
Nato «Baltops 2015». Foggo è comandante della Sesta flotta americana e
delle Forze di attacco e supporto della Nato, vicecomandante delle Forze
navali Usa in Europa. Dal 9 al 19 giugno 5 mila militari, 49 navi e 61 aerei
sono impegnati in una delle più grandi esercitazioni degli ultimi anni.

«Azioni aggressive e pericolose
Gli sviluppi sono imprevedibili»
Chi è

● Il presidente
estone Toomas
Hendrik Ilves,
61 anni. Nato
in Svezia (la
nonna materna
era russa) e
cresciuto negli
Usa , divenne
ambasciatore
d’Estonia dopo
l’indipendenza
del 1991

no gli strateghi americani.
Per questo, nonostante qualche dubbio, la Casa Bianca non
ha accantonato la proposta del
Pentagono e, anzi, ha fatto trapelare che l’ha presa molto sul
serio. L’invio dei mezzi corazzati deve essere approvato tanto dal Pentagono quanto da Barack Obama: le due amministrazioni sono orientate a decidere prima del vertice dei
ministri degli Esteri dei Paesi
della Nato che si riunirà a Bruxelles il 24 e 25 giugno. Una discussione che in quella sede
potrebbe essere non facile visto che alcuni Paesi dell’Alleanza, soprattutto quelli mediterranei come Francia e Italia,
suggeriscono prudenza a fronte delle garanzie militari chieste dalla Polonia e dai baltici.
Massimo Gaggi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il presidente dell’Estonia Ilves: «Niente missili sul nostro territorio»
«Missili americani contro la
Russia? Non nel mio Paese».
Toomas Hendrik Ilves, 61 anni,
da nove presidente della Repubblica estone, non nasconde
l’inquietudine per l’escalation
nel Nord Europa. In uno scenario internazionale dove nell’ultimo anno molte linee rosse
sono state superate e ora tra
Russia e Occidente resiste una
calma apparente turbata da periodiche provocazioni, il Baltico si ritrova prima linea in un
confronto che unisce alle manovre militari tradizionali le incognite della cyber-guerra.
Presidente Ilves, crede che
la Russia oggi rappresenti
una minaccia per la sicurezza
europea?
«Prima con il conflitto del
2008 in Georgia, poi con l’annessione della Crimea nel 2014,
la Russia ha di fatto demolito le

aggressione dei russi.
Un dispiegamento di forze
tutto sommato molto limitato
rispetto al dispositivo bellico di
Mosca, senza creare per ora basi permanenti Usa nei Paesi
dell’ex Patto di Varsavia, come
deciso fin dai tempi dell’adesione di queste nazioni alla Nato dopo il crollo dell’Urss. Per
adesso si parla di armare una
compagnia di 150 uomini in
ciascuno dei tre Paesi baltici,
Lettonia, Estonia e Lituania, e
di immagazzinare equipaggiamenti per uno o più battaglioni
di 750 soldati da dislocare in
Polonia, Bulgaria, Romania e,
forse, Ungheria. Poca roba rispetto alle divisioni corazzate
del Cremlino, ma abbastanza
per indicare che gli Stati Uniti
si stanno impegnando direttamente in questa regione: un
deterrente significativo, spera-

fondamenta dell’ordine post
Guerra fredda. Mosca ha deciso di modificare confini fisici e
violare l’intero sistema della legislazione internazionale riportando l’Occidente a logiche
di spartizione novecentesche.
Il caso ucraino richiama l’accordo di Monaco che nel 1938
cedette i Sudeti alla Germania
nazista. Tutto questo è una minaccia alla sicurezza. Per di più
riceviamo segnali contrastanti,
che rendono difficile prevedere gli sviluppi. Da una parte il
presidente russo Vladimir Putin dichiara al vostro giornale
di non volere un conflitto e di
essere pronto a stringere un
patto con l’Europa, dall’altra il
vicepremier Dimitri Rogozin ci
ricorda che “ai carri armati non
serve passaporto”».
E l’incertezza può favorire
«collisioni» accidentali...

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«Deve preoccuparci l’approccio aggressivo della Russia
che ha provocato i recenti incidenti tra Baltico, Mare del Nord
e Regno Unito. I voli militari
senza transponder mettono in
serio pericolo gli aerei dell’aviazione civile».
L’Amministrazione americana studia piani per dispiegare sul territorio europeo
artiglieria pesante e missili in
funzione di contenimento antirusso. Il suo Paese ospiterebbe sistemi missilistici?
«Al momento è uno scenario
che escludiamo. Per ora la possibilità non è sul tavolo, non
abbiamo ricevuto alcuna richiesta. Certo, la presenza
americana nei Paesi baltici è
molto limitata ed è comprensibile che il Pentagono pensi di
rafforzarla».
L’Europa è in grado di di-

fendersi in un contesto di
conflitti asimmetrici?
«Dal punto di vista militare
può fare di più. In termini di
spese per la Difesa, si prevede
che nel 2015 solo l’Estonia rispetterà l’obiettivo del 2% del
Pil fissato dalla Nato. Rispetto
alle nuove tecnologie è molto
indietro. La vicenda Snowden
ha innescato una paranoia
mondiale sulla privacy. Tuttavia credo che, più della “tutela
della privacy”, il grande tema
del futuro sarà la protezione
dell’“integrità” dei dati. Occorre un cambiamento di prospettiva: l’obiettivo non dev’essere
solo proibire a un imprecisato
nemico di venire a conoscenza
di informazioni riservate, ma
impedirgli di modificarle. Nella cyber-guerra la stessa identificazione del “nemico” diventa
problematica. Non abbiamo



La Russia
ha di fatto
demolito le
fondamenta
dell’ordine
post Guerra
fredda
Ma uno
sviluppo
liberaldemocratico a
Mosca è
possibile

ancora gli strumenti per definire le responsabilità degli attacchi cibernetici».
Crede in una possibile evoluzione liberaldemocratica
della Russia?
«Non sono pessimista. Fino
ad oggi il potere russo ha convogliato tutta l’eredità della tradizione zarista in una coerente
costruzione antiliberale sostenuta dalla Chiesa ortodossa.
Potremmo definirlo un sistema
di contenimento della democrazia, basato sulla contrapposizione tra un “noi” e un “loro”,
il meccanismo descritto dal filosofo Carl Schmitt. Non credo
però che sia un processo irreversibile. Anche per la Russia
esistono alternative all’autoritarismo antidemocratico».
La preoccupano le rivendicazioni delle minoranze in
Estonia?
«Non le considero un cavallo
di Troia per possibili scissioni,
come invece gli ucraini di etnia
russa del Donbass, per una ragione, la distanza che corre tra
un salario medio di 150 euro e
uno di 1.500 per un lavoro in
miniera. La qualità della vita è
il primo argine ai sentimenti irredentisti».
msnatale@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

ESTERI

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19
#

Raid aereo Usa in Libia
contro leader di Al Qaeda

commando della Delta Force
ha catturato a Tripoli l’esponente qaedista Abu Anas al Libi. Scenario ripetuto nel giugno del 2014 con il colpo di mano che ha portato all’arresto,
sempre in Libia, di Abu Khattala, accusato di essere coinvolto
nell’omicidio Stevens. Due elementi poi trasferiti in territorio
statunitense per essere processati.
A questi blitz spettacolari è
ora seguito l’intervento dei caccia. Con un’anteprima passata
quasi sotto silenzio e da noi
raccontata su Corriere.it. Il 28
maggio quattro caccia F15 americani, accompagnati da cinque
aerocisterna, sono decollati da
una base in Gran Bretagna ed
hanno condotto una misteriosa missione sui cieli della Libia.
Tutto nel riserbo più assoluto.
Anche in quell’occasione hanno sganciato bombe e missili?
L’intensificarsi di queste attività è coinciso con i molti allarmi per la presenza dello Stato islamico e di altre fazioni
estremiste sul territorio libico.
Una realtà non omogenea, fluida e aggravata dalla decomposizione del paese, spaccato da
milizie e retto da due governi,
uno a Tobruk e l’altro a Tripoli.
Tanto è vero che da alcuni giorni i seguaci dell’Isis si danno
battaglia con i rivali di Al Qaeda
a Derna, la città dove il Califfo
ha messo radici.
Guido Olimpio
@guidoolimpio

Il governo di Tobruk: ucciso il superterrorista Belmokhtar
WASHINGTON La Libia come arena per le operazioni speciali
americane. Aerei statunitensi
hanno condotto un raid nella
notte di sabato nella zona di
Ajdabyia colpendo un edificio
dove era in corso una riunione
di estremisti. Secondo fonti libiche nell’attacco potrebbe essere stato ucciso Mokhtar Belmkothar, detto «l’intoccabile»
ma anche «Marlboro» e «il
Guercio», esponente di primo
piano qaedista. Washington
per ora è prudente: ufficiali
hanno confermato alla rete Abc
che il bersaglio era proprio il
terrorista, ma non ci sono dati
certi sull’esito dell’operazione.
«Sono in corso valutazioni dell’intelligence», è stata la spiegazione.
Non appena si è diffusa la
notizia del bombardamento,
dalla Libia sono rimbalzate
molte versioni, difficili da verificare. Il governo di Tobruk —
riconosciuto dagli occidentali
— ha annunciato la morte di
Belmokhtar. Altre indiscrezio-

jihadista, l’estremista si è conquistato un ruolo (e uno spazio) nella regione trovando alleati ma anche rivali tra gli stessi emiri dei mujaheddin, irritati dalla sua autonomia. Inoltre,
dopo la cacciata di Gheddafi,
ha creato basi anche in Libia
dove si rifornito di armi e reclute. Ricercato da molti paesi, è
diventato un most wanted per
gli Usa che hanno messo sulla
sua testa una taglia di 5 milioni
di dollari. Un particolare che
insieme ai ripetuti annunci di
morte (poi sempre smentiti)
ne hanno aumentato il peso
nell’arena jihadista. Di recente
si è anche ipotizzato di un suo
atto di fedeltà all’Isis ma la svolta è stata in seguito negata.
L’altro aspetto dell’incursione riguarda la strategia della
Casa Bianca. Anche se Obama
ha sempre cercato di tenersi a
distanza dalla crisi libica, ritenendo che fosse un dossier europeo, si è riservato il diritto
d’azione. Lo dimostrano due
episodi. Il 5 ottobre 2013 un

ni hanno invece ipotizzato che
il target sia stato il vertice della
formazione Ansar al Sharia. Poi
si è fatto il nome di Sufian bin
Qumu, un dirigente islamista
collegato all’assassinio dell’ambasciatore americano Chris
Stevens a Bengasi.
Se fosse confermata la fine
violenta di Belmokhtar sarebbe
senza dubbio un evento importante, suscettibile di conseguenze più ampie. Mokhtar,
leader del movimento Morabitun, è stato coinvolto in rapimenti, attacchi, traffici d’ogni
tipo ed ha organizzato, nel
2013, la famosa presa d’ostaggi
all’impianto di In Amenas, in
Algeria. Figura leggendaria e
temuta, contrabbandiere e

Gli americani
Bombardati i territori
nell’est del Paese. Ma il
Pentagono è cauto
sull’esito della missione

Chi è

● Mokhtar
Belmokhtar, 43
anni, algerino, è
uno dei più noti
terroristi del
Nordafrica.
Leader del
gruppo al
Murabitoun, è
considerato un
esponente di Al
Qaeda fedele al
suo capo
Ayman alZawahiri
nonostante la
rottura con il
gruppo Al
Qaeda nel
Maghreb
islamico (Aqmi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’annuncio
● «Aerei
americani
hanno
condotto
un’operazione
che ha portato
alla morte di
Mokhtar
Belmokhtar e
di un gruppo di
libici di una
organizzazione
terrorista
nell’est della
Libia». Questo
il comunicato
che il governo
di Tobruk ha
pubblicato su
Facebook. Il
raid, si precisa,
«ha avuto
luogo dopo
consultazioni
con il governo
provvisorio
libico»

La mappa

Reportage

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CINA

Shanghai

dal nostro inviato
Guido Santevecchi

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Wusong
SHANGHAI Il soldato piazzato davanti alla barriera fa un solo gesto con il braccio teso, dal significato inequivocabile:
«Muoversi, e subito». Siamo a
Datong Road, distretto Pudong
di Shanghai, sotto un palazzone di 12 piani di cemento grigio; c’è un cartello che individua la zona militare: girare alla
larga e non fare domande. Sono molte invece le domande
che gli americani vorrebbero
porre agli occupanti dell’edificio su Datong Road. Perché se
sono giustificate le accuse di
Washington nei confronti della
Cina, è da qui che può essere
partito il più devastante attacco
di hackers nei confronti degli
Stati Uniti: tra i 9 e i 14 milioni
di files sui dipendenti federali
rubati dai pirati informatici;
comprese tutte le informazioni
che gli agenti dell’intelligence
e i militari Usa in posizioni sensibili debbono fornire per ottenere il nullaosta di sicurezza.
Per intendersi, gli hackers cinesi avrebbero copiato i dati
sulla salute, le abitudini, i familiari, i contatti dei dipendenti
di Cia, National Security Agency e forze speciali militari. E ora
Londra rivela che i tecnici cinesi hanno decriptato i files portati via dall’agente pentito
Snowden per «bruciare» la rete
spionistica britannica nella Repubblica popolare.
Il palazzo di Shanghai-Pudong è la sede dell’Unità 61398
dell’Esercito popolare di liberazione cinese. Postazioni video
per circa duemila cyber-specialisti, che hanno nomi in codice come «Ugly Gorilla» e
«SuperHard». Pechino risponde che le accuse americane sono «irresponsabili e non scientifiche». Ma nessuno nega l’esistenza dell’Unità 61398.
La prima traccia certa è del
2003: un avviso di lavoro pubblicato sul web cinese, rivolto a
studenti a livello di master in
scienza computerizzata: «Offriamo borse di studio a chi si

● Il caso

UNITÀ 61398
La sede dell’unità
super segreta
degli hacker
dell’esercito cinese

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SHANGHAI

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Nanshi
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Corriere della Sera

Nella tana degli hacker
che hanno violato
i computer di Cia e Difesa
14
milioni i files
relativi ad
altrettanti
dipendenti di
Cia, Nsa e forze
speciali militari
Usa che
«anonimi»
hacker, per gli
Usa ufficiali
dell’Unità
61398 con
sede a
Shanghai,
avrebbero
rubato nel
corso di anni

arruola nella nostra Unità
61398 dell’Esercito». Sembrava
un lavoro avventuroso e centinaia di laureati, tra i 22 e i 30
anni, si fecero avanti. Da allora
sono stati messi a segno molti
colpi di cyber-spionaggio industriale, commerciale e militare. Presto però, tra i ranghi
dell’esercito dei giovani specialisti cinesi accasermati a Pudong sono emersi segni di disillusione. E questo ha permesso ai loro avversari del controspionaggio Usa di individuarne
alcuni. I problemi maggiori sono gli stipendi bassi e la disciplina militare un po’ ottusa per
dei geni dell’informatica.
Il primo a essere scoperto è
stato «Ugly Gorilla»: il Brutto
Gorilla, 37 anni, attivo dal
2004. Si firmava UG, ma anche
Wang Dong, il suo vero nome.
Gli analisti Usa sostengono che
il Gorilla lasciava la sua firma
un po’ per sbadataggine navigando in un’infinità di siti e un
po’ per provare la sua abilità al

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nemico dopo le azioni. «Ugly
Gorilla» usava la super-potente
Vpn (Virtual private network
anti-censura) del comando per
accedere ai suoi account su Facebook e Twitter, che per i cittadini normali sono bloccati
dal Great Firewall cinese. A
maggio del 2014 l’Fbi ha emesso un mandato di cattura per
«computer hacking» e spionaggio industriale contro
Wang Dong e altri quattro ufficiali dell’Unità 61398.
«Dota» invece si è fatto scoprire perché è un fanatico di
Harry Potter: dal sistema informatico di Pudong, nelle pause
del lavoro, cercava di leggere
tutto sul maghetto della saga di
JK Rowling, ma spesso sbagliava a digitare e scriveva «Hary
Poter», lasciando un’impronta.
E poi, illuminante, c’è il diario di «SuperHard», affidato a
un blog chiamato «Prison Break» (il titolo di una serie tv della Fox di cui era appassionato).
Il giovane laureato spia infor-

Wanted

● Wang Dong,
detto «Ugly
Gorilla», 37
anni

● Wen Xinyu,
anche lui è
ricercato
dall’Fbi

● Sun Kailiang,
ufficiale
dell’Unità
61398

matica si lamentava di dover
indossare la divisa anche di
fronte al pc, era disgustato dall’alloggio in un dormitorio e
dall’orario d’ufficio 8-17.30. Così dopo il turno si rilassava su
Internet, un po’ di shopping
online, film (naturalmente su
siti pirata), chattava con gli
amici, cercava di agganciare
una ragazza. E confidava: «Il
destino mi ha messo in gabbia,
voglio evadere». Umore variabile, come capita a parecchi
creativi, «SuperHard» lavorava
a una versione potenziata del
virus tipo Trojan e una volta
scrisse sul diario: «Se avremo
fortuna, quest’azione ci frutterà una bella gratifica». Ma all’eccitazione segue la depressione dopo una cena di ex
compagni di università: «Alcuni dei miei amici ora sono avvocati, uno lavora nell’immobiliare, uno in Borsa, tutti hanno
un futuro migliore del mio. Io
mi sono venduto all’Esercito,
sperando in qualche vantaggio, ma ora mi vergogno a dire
quanto guadagno».
Le agenzie americane che
hanno seguito in questi anni
l’Unità di Pudong dicono che di
solito non lavora nel weekend e
nelle feste pubbliche: questo lo
hanno scoperto perché la frequenza degli attacchi ai sistemi
informatici crolla il sabato e la
domenica. Anche il Brutto Gorilla santifica il fine settimana.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Se Bashir fugge
da un giudice
in Sudafrica
di Michele Farina

C’

è un giudice a Pretoria.
Il suo nome non basta
a cambiare la storia, il
colore della sua pelle non
dovrebbe avere importanza.
Si chiama Hans Fabricius
ed è bianco. E’ lui che ieri
ha proibito al presidente
sudanese Omar al-Bashir di
lasciare il Sudafrica, prima
che un tribunale decidesse
sulla sua richiesta d’arresto.
Dal 2009 su Bashir pende
un mandato di cattura
emesso dalla Corte Penale
Internazionale. Il leader
sudanese (appena rieletto
con il 94% dei voti) è
accusato di crimini contro
l’umanità per i massacri
che hanno causato oltre
300 mila morti in Darfur. Il
Paese di Mandela è tra i 123
firmatari dello Statuto di
Roma che ha dato vita alla
debole, debolissima Cpi. In
teoria, come richiesto dal
tribunale (che ha sede
all’Aja) Bashir doveva essere
arrestato appena atterrato a
Johannesburg per il 25°
vertice dell’Unione
Africana. Invece foto, baci e
abbracci con gli altri leader,
ospite Zuma in testa. Bashir
tornerà a dormire nella sua
reggia a Khartoum. Ma il
brivido che gli ha procurato
Fabricius non è da
sottovalutare. La decisione
sull’arresto era
programmata per oggi in
tarda mattinata. Ieri le
autorità dell’aeroporto di
Johannesburg avevano
rifiutato l’ordine di bloccare
Bashir nel caso avesse
cercato di prendere il volo,
il giudice ha chiesto la
notifica dei nomi dei
funzionari che hanno
ricevuto la direttiva: occhio
che vi riterrò responsabili.
Ma ieri sera si è sparsa la
notizia (non confermata)
che il ricercato avesse già
lasciato il Paese. Il governo
aveva anticipato la linea
«Free Bashir» da tenere
oggi in aula, richiamandosi
a un pronunciamento
dell’Unione Africana che
invita a snobbare la
richiesta di arresto. L’Anc, il
partito di Mandela, tuona
contro la Corte Penale e la
sua «mancata
indipendenza». In Darfur
intanto gli attacchi ai civili,
«Bashir style», sono ripresi
come non accadeva da
anni: 200 mila persone
fuggite dalle loro case nei
primi mesi del 2015.
Edmund Mulet, vice
segretario Onu, denuncia al
Consiglio di Sicurezza che
un’offensiva governativa ha
provocato 78 mila sfollati
(stremati, affamati), donne
e bambini in bilico tra vita e
morte. Quel giudice, quel
brivido giù per la coda della
volpe Bashir, se non
bastano a cambiare l’Africa
servano da promemoria:
anche se non è più «di
moda», poco o niente è
cambiato in Darfur.
@mikele_farina
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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ESTERI

21
#

GEORGIA DOPO L’ALLUVIONE

La vicenda
● Qui accanto,
un ippopotamo
fermo davanti
al negozio
«Swatch» di
Tbilisi, la
capitale della
Georgia: dopo
pochi istanti
sarà colpito da
un dardo al
sonnifero e
addormentato
● La forte
alluvione che
ha colpito
Tbilisi ha
divelto le
recinzioni dello
zoo cittadino:
tutti gli animali
sono fuggiti o
morti
● Qui sotto, un
orso nel fango;
più in basso, la
corsa notturna
di un leone; a
destra, sopra,
un coccodrillo
«nuota» per le
strade allagate;
sotto un altro
orso prova ad
arrampicarsi
sul
condizionatore
di un edificio

Il forte nubifragio
che ha colpito Tbilisi
ha causato 12 morti
La corsa di leoni, orsi e
ippopotami per strada

Lo zoo in fuga
per la città
di Danilo Mainardi

Q

Su Corriere.it
Sul sito del
Corriere della
Sera le
immagini e il
video degli
animali in fuga
dopo l’alluvione
di Tbilisi

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uando una catastrofe naturale si
abbatte su un’area urbana, il pensiero fatica ad allargarsi alla sofferenza «altra», quella cioè che investe specie diverse dalla nostra. Nelle immagini di questi disastri capita incidentalmente di vedere l’aria sparuta di qualche
domestico — cane, gatto, bovino — e la pena
ci travolge. Ma a Tbilisi, la forza dell’alluvione
non ha risparmiato un intero zoo, catapultando orsi, leoni, tigri, ippopotami, coccodrilli,
fra le macerie delle strade della città. Una tragedia immensa, che oltre alle vittime umane
ha messo in fuga o ucciso splendidi esemplari
di animali.
Una fuga incontrollata che ha portato un
orso a restare appeso a un davanzale, un ippopotamo con aria spaventata a sguazzare sull’asfalto allagato oltre a cadaveri di leoni e tigri. Il cuore si stringe pensando a quanto è
stata la loro paura.
Ma cos’è per loro la paura? La scienza spiega
che è uno stato emozionale simile al nostro.
Le basi neurali e fisiologiche della paura nell’uomo sono infatti omologhe a quelle degli
altri mammiferi.
Negli animali la paura può essere riconosciuta osservandone i comportamenti associati: fuga, immobilità, aggressività difensiva
oltre ad alterazioni somatiche e fisiologiche
come piloerezione, aumento del battito cardiaco, della pressione arteriosa.
E poi vocalizzi ed espressioni facciali tipici
del panico. Manifestazioni che hanno certamente travolto gli animali di Tbilisi con effetti
devastanti.
Non dimentichiamo poi che erano esemplari tenuti (o forse, alcuni, nati) in cattività.
Per quanto ben accuditi, sono o sono diventati
qualcos’altro. Deprivazione sociale, carenze
sessuali, unite a una vita condotta in scampoli
di habitat naturali ricostruiti li rendono fragili
e sicuramente meno attrezzati, nel fisico e nel
comportamento, ad affrontare le avversità
della natura.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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Cronache

Il delitto della donna decapitata
Sotto choc i vicini alla finestra

Interrogato a San Vittore

L’aggressore
del capotreno:
chiedo scusa
non volevo ferirlo

Milano, la vittima ha 51 anni. Arrestato un trans ventenne, la pista della droga
Chi sono

Dall’alto: la
vittima
Antonietta
Gisonna, 51
anni, di origine
napoletana,
residente a
Milano;
l’omicida,
Carlos Julio
Torres
Velesaca,
transessuale
ecuadoriano di
20 anni. Dopo
una lite la
donna è stata
decapitata e la
sua testa è
stata lanciata
in cortile

MILANO Luciana ha sentito dei
colpi sul pavimento, «come se
qualcuno stesse sfondando le
piastrelle con uno scalpello». I
suoi figli sono stati svegliati
dalle urla di aiuto che arrivavano dal secondo piano, scala B,
interno 32. «Una lotta furibonda, i mobili che cadevano, lei
che gridava di chiamare i carabinieri. Poi il silenzio. Abbiamo sentito un rumore strano,
come se qualcuno stesse trascinando qualcosa. Poi abbiamo
guardato il soffitto e da sopra
sono iniziati quei colpi».
Era il rimbombo delle stoccate del coltello da cucina che
trapassava il collo e si conficcava nel pavimento. Carlos Julio
Torres Velesaca ha continuato a
sferrare coltellate fino a quando la testa si è staccata dal resto
del corpo. Poi l’ha presa e l’ha
lanciata nel cortile del complesso popolare di via Giovanni
Antonio Amadeo 33, periferia
Est di Milano. I carabinieri sono stati chiamati alle 2 di notte
anche da un altro vicino di casa
che alla finestra ha assistito al
delitto: «Vedevo distintamente
che affondava la lama e poi la
trascinava per lacerare il corpo». La sua telefonata al 112 è il
racconto in diretta dell’omicidio. Torres Velesaca, transes-

suale ecuadoriano, 21 anni il
prossimo novembre, è stato arrestato dopo essersi barricato
in casa. Ora è in carcere accusato di omicidio volontario aggravato.
Antonietta Gisonna, 51 anni,
napoletana d’origine, si faceva
chiamare Antonella dagli uomini che frequentava. «Li conosceva via chat, selezionava i
clienti. Non era certamente

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una donna debole. Era gentile,
parlava con tutti», racconta un
amico. Antonella si vedeva soprattutto in cortile con la cagnolina Milly, meticcio con il
pelo maculato grigio e nero.
Raccontava che in realtà quel
cane era di una delle due figlie,
rinchiusa nel carcere di Opera e
condannata a più di vent’anni
per storie di droga.
Anche la vittima aveva avuto

problemi di droga: due anni fa
il suo convivente magrebino
era stato arrestato con un chilo
e mezzo di hashish, lei era stata
denunciata. Il sospetto dei carabinieri è che il delitto sia legato proprio a questioni di droga o al pagamento dell’appartamento dove si prostituiva anche il transessuale.
Cesare Giuzzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Tragedia
Il palazzo
milanese dove, in
un appartamento
al secondo piano,
l’omicida ha
ucciso a coltellate
Antonietta
Gisonna, l’ha
decapitata e poi
ha lanciato la sua
testa nel cortile

MILANO Chiede «scusa», dice di
essere dispiaciuto, di avere
colpito mentre era ubriaco, ma
che lui — il mareros José
Emilio Rosa Martinez —, non
voleva uccidere né ferire il
capotreno ma solo
spaventarlo. Davanti al giudice
per le indagini preliminari
Gennaro Mastrangelo, durante
l’interrogatorio di garanzia nel
carcere di San Vittore, il
19enne è tornato a parlare
dell’aggressione di giovedì
nella stazione di Villapizzone,
alla periferia di Milano. Lo
aveva già fatto poco dopo
l’arresto davanti ai pm Lucia
Minutella e all’aggiunto
Alberto Nobili, facendo i nomi
degli altri membri della
pericolosa banda degli Ms-13.
Per lui, come per gli altri due
latinos arrestati — Jackson
Jahir Lopez Trivino,
ecuadoriano di 20 anni detto
Peligro, e Alexis Ernesto Garcia
Rojas, 20 anni, salvadoregno
detto Cigarrito (entrambi
hanno respinto le accuse) —, il
giudice ha disposto la misura
cautelare del carcere. Il fermo
di Garcia Rojas non è stato
convalidato. Il ragazzo resterà
comunque in cella. All’appello
della banda mancano altri due
ragazzi che hanno partecipato
all’aggressione del capotreno.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

CRONACHE

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Il giorno dei fulmini sull’Italia
Due le vittime in montagna

● Il fenomeno

Gli squarci nel cielo
in aumento del 30%
Colpa del caldo
e dell’energia marina

Escursionisti morti in Trentino e Valtellina. A Jesolo le Frecce Tricolori restano a terra
Una violenta ondata di
maltempo si è abbattuta ieri
sulle regioni del Nord con temporali e allagamenti. Colpite
soprattutto Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto e Trentino.
Due escursionisti sono morti folgorati da un fulmine in
due diversi incidenti. Il primo
è accaduto a Punta Penia, sulla
Marmolada, in Trentino. Una
comitiva di dodici alpinisti stava percorrendo una via ferrata
a 3.343 metri di quota, al confine tra le province di Trento e
Belluno. Quando è scoppiata la
tempesta, il gruppo ha iniziato
in fretta la discesa ma la scarica
elettrica li ha investiti lungo il
tragitto. Per Mirco Querin, 42
anni, istruttore e socio del Cai
di Oderzo, Treviso, non c’è stato nulla da fare, è morto sul
colpo, davanti agli occhi della
moglie.
Inutili i tentativi di rianimar-

ROMA

Piogge torrenziali
Solo in provincia
di Varese 70 interventi
dei Vigili del Fuoco
per frane e allagamenti
lo di un’infermiera che era tra i
partecipanti. Partire nonostante il bollettino meteo avverso
potrebbe essere stata un’imprudenza fatale. Altre quattro
persone sono rimaste ferite,
una in maniera più grave. Le
operazioni di soccorso degli
elicotteri del 118 sono state
molto complicate.
È finita in tragedia la gita domenicale di due amici sull’Alpe Piazza, a quota 1.900 metri,
su un sentiero boscoso nel territorio di Albaredo, in Valtellina. Centrato in pieno da una
saetta, è morto Marco Bianchini, 23 anni, di Talamona (Sondrio). L’altro ragazzo, illeso, è
riuscito a dare l’allarme con il
cellulare. L’eliambulanza non è
riuscita a raggiungerli per via
della nebbia e della fitta pioggia. Sono intervenute le squadre da terra del Soccorso Alpino. Il sopravvissuto è stato ricoverato in stato di forte choc.

Il personaggio

di Paolo Conti
ROMA Oggi la Comunità ebraica
romana conoscerà i risultati
delle elezioni per i nuovi vertici,
i primi senza Riccardo Pacifici,
in Consiglio da 22 anni e presidente dal 2008. Ma l’ex presidente continuerà, con un nuovo
incarico, nel suo ruolo di interprete dell’ebraismo romano: «È
un compito che premia la capacità della comunità di governarsi in piena sicurezza. Per espresso desiderio di Ronald Lauder,
presidente del World Jewish
Congress, monitorerò le condizioni di protezione delle comunità ebraiche europee e vigilerò
su tutti i fenomeni di antisemitismo, in stretto coordinamento
sia con il World Jewish Congress
che con le autorità di Israele. Incontrerò capi di Stato e di governo, prenderò contatto con le
forze dell’ordine e i servizi dei
diversi Paesi. C’è il pericolo rappresentato dall’Isis, dal dilagare
dell’ideologia del Califfato. E

Come
funziona
Nuvole
Il fulmine libera scariche
negative, il terreno positive.
Il fulmine viene quindi
attratto dal terreno dove
si neutralizza

LAMPO
Scarica
elettrica
che genera
un bagliore

Fulmine
Terreno

LA DISTANZA
Per calcolare la distanza
in metri tra noi e il fulmine,
basta moltiplicare per 340
i secondi che passano
tra il lampo e il tuono

LA TEMPERATURA
25.000º centigradi:
la temperatura
dell’aria attraversata
da un fulmine
L’ENERGIA
I fulmini sprigionano
una corrente fino
a 200.000 ampere
FULMINE
scarica
elettrica
tra una
nuvola
e la terra

TUONO
Onda
d’urto
provocata
dal fulmine Esempio: passati 2 secondi la distanza è di circa 700 metri

Responsabile di questo
scorcio autunnale di giugno è
il ciclone atlantico Amnesia,
che ha provocato anche un
brusco abbassamento delle
temperature, fino a 15 gradi in
meno. Una pioggia fortissima, unita a raffiche di vento, è
caduta su Milano, creando
qualche disagio anche ai visitatori dell’Expo. In Lombardia, monitorati i fiumi Seveso
e Lambro. Annullata la terza
serata del Brianza Rock Festival con gli Afterhours. Nella
provincia di Varese sono stati
necessari oltre 70 interventi
dei vigili del fuoco per frane e
allagamenti.
Violenti temporali hanno
flagellato la Liguria, specie la
Riviera di Ponente, il Piemonte
e il Veneto. Il governatore Luca
Zaia ha richiesto l’attivazione
dei volontari della Protezione
Civile. A Jesolo è stata annullata l’esibizione acrobatica delle
Frecce Tricolori. Nubifragio a
Trieste. Un fulmine ha colpito
il campanile della chiesa della
Vergine della Ferruzza a Fucecchio, nell’Empolese, provocando la caduta di una croce e
danni alle campane.
Le previsioni non sono incoraggianti. Il maltempo persisterà anche oggi e domani,
specie su Lombardia, Veneto e
Friuli Venezia Giulia, a causa
delle correnti umide e instabili
che tenderanno a entrare in
contatto con la parte terminale
di un sistema frontale proveniente dall’Europa settentrionale. Attese piogge torrenziali
e «frequente attività elettrica»,
ovvero altri fulmini. La Protezione Civile, per le tre regioni,
lancia un’allerta «arancione»
con possibili criticità idrogeologiche e idrauliche. Nuvole e
piogge si sposteranno anche
su Emilia Romagna, Lazio e Toscana. Acquazzoni sparsi su
Sardegna, Umbria e Marche.
Resiste il sole al Sud, con picchi di 35 gradi.
Per la Coldiretti si aggrava il
bilancio di una primaveraestate pazza che ha tartassato
le coltivazioni intervallando
grandinate a grande caldo.
G.Ca.

di Anna Meldolesi

Cosa fare
● Per evitare
possibili
incidenti, in
caso di forti
temporali
con fulmini,
occorre seguire
alcune regole
● Bisogna
evitare di
ripararsi sotto
oggetti elevati
(alberi, tralicci
della corrente,
torri, ecc)
● L’elettricità
dei fulmini
dopo aver
colpito
un oggetto si
disperde nel
terreno, quindi,
bisogna evitare
di stare
nei pressi
del bersaglio
colpito
● Se si è
in casa, occorre
fare attenzione
a strutture
esterne come
le antenne
televisive
perché i fulmini
possono
raggiungere
anche l’interno
degli edifici
percorrendo
i cavi elettrici o
altre strutture
metalliche

P

rofetici e maledetti,
così definiva i fulmini
Plinio il Vecchio.
Quasi duemila anni dopo il
fascino sinistro è sempre lo
stesso, ma dei lampi che
squarciano il cielo
sappiamo molto di più. In
Italia cadono in media
1.600.000 fulmini l’anno,
soprattutto d’estate. Ma
quando si verifica un
evento a forte fulminazione
se ne contano anche
diecimila concentrati in
aree ristrette. Tra il 1990 e il
2015 la rete nazionale ha
rilevato un aumento del
30% rispetto al periodo
1960-1990, ci ha riferito
Giampiero Maracchi. Colpa
dei cambiamenti climatici e
della maggior energia
rilasciata dai mari, sostiene
il climatologo
dell’università di Firenze. In
futuro andrà peggio. Per
Science è possibile un
aumento dei fulmini del
12% per ogni grado di
riscaldamento della
atmosfera. A conti fatti si
prevede che nel 2100 i
lampi saranno il 50% in più
che nel 2000. Per ogni due
fulmini ne avremo tre. Un
tempo erano i dardi
scagliati da Giove infuriato,
ora sono diventate scariche
elettriche generate dalla
differenza di potenziale tra
nubi e terreno. Ne
conosciamo la temperatura
elevatissima, possiamo
calcolare con che ritardo
arriverà il rombo del tuono
rispetto al flash di luce.
Sappiamo che per non
correre rischi occorre
ripararsi in casa o in
macchina, mai sotto gli
alberi. Ma essere colpiti da
un fulmine è ancora un
evento che odora di fatalità,
per questo non ci
proteggiamo abbastanza. In
Italia si stima che muoia
così una dozzina di persone
l’anno, nel mondo migliaia.
Una buona notizia però c’è:
i morti sono calati di pari
passo con l’urbanizzazione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Pacifici lascia Roma: in campo per gli ebrei d’Europa
Oggi i nuovi vertici della Comunità. Per l’ex presidente l’incarico di alto consulente per la sicurezza
non è un caso che questo incarico venga incardinato a Roma,
accanto al Vaticano, alla sede
del papato, punto strategico per
il dialogo, per l’accoglienza e
per la solidarietà».
Per Pacifici è tempo di bilanci («non avrei potuto fare nulla
senza il sostegno di mia moglie
e dei miei quattro figli, dai 9 ai
17 anni, hanno sopportato le
mie lontananze e i vincoli legati
alla sicurezza»). Se gli chiedono quale Comunità ebraica lasci dopo il suo impegno, risponde così: «Più consapevole,
unita, osservante, orgogliosa
della propria identità. Nel 1997

L’incarico
«Per desiderio del
World Jewish Congress
vigilerò sui fenomeni
di antisemitismo»

le sinagoghe romane erano 7-8,
oggi sono 18. C’era un solo ristorante kosher, oggi i locali di
questo tipo sono 35, il 91% dei
bambini ebrei si iscrive alla
scuola elementare ebraica. Nei
protocolli delle cerimonie ufficiali la comunità era quasi
ignorata, oggi è impensabile
che un nostro rappresentante
manchi in qualsiasi appuntamento significativo, in un posto
d’onore».
Romani e italiani, ebrei e
non, «scoprirono» Pacifici col
processo al criminale nazista
Erich Priebke quando, nella
notte del 1 agosto 1997 dopo la
contestata assoluzione del Tribunale militare, impedì — con
la mobilitazione che aveva organizzato — la partenza del pianificatore dell’eccidio delle Fosse
Ardeatine per l’Argentina: «Telefonammo al rabbino Elio Toaff che ci disse semplicemente
di non muoverci di lì. Capim-

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Chi è

● Riccardo Pacifici, 51 anni,
è stato presidente della Comunità
ebraica di Roma dal 2008
● Il padre è stato tra i feriti
nell’attentato alla Sinagoga di
Roma del 1982. Il nonno Riccardo,
capo spirituale della comunità
di Genova, è morto nel 1943
ad Auschwitz

mo. Fu la scelta giusta». Da allora i quindicimila ebrei romani
hanno avuto in Pacifici un rappresentante presentissimo,
combattivo e anche discusso.
Molti gli rimproverano il carattere duro, spesso anche aggressivo. Lui sorride: «E lo rivendico. Sono diretto, guardo
negli occhi, non ho mai parlato
alle spalle. Così ho fatto con
D’Alema o con Berlusconi, indifferentemente». E non tutti
considerano positivo lo «sdoganamento», ai tempi, di Massimo Fini e dell’ex sindaco
Gianni Alemanno: «Invece rifarei tutto. Sia Fini che Alemanno
ci hanno chiesto aiuto per capire fino in fondo i fatti storici, le
atrocità, le responsabilità del
fascismo. Ai tempi era pienamente d’accordo anche Amos
Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ex militante del Pci. Infatti sia Fini che Alemanno hanno

condannato apertamente le
scelte del fascismo, ne hanno
preso le distanze, hanno visitato Auschwitz e compreso la vastità della Shoah. È stata
un’operazione essenziale per
un’importante settore della politica italiana di quegli anni,
abituata a relegare ogni responsabilità nell’ambito del nazismo».
In quanto alla Roma di oggi?
«Ho difeso e continuo a difendere Ignazio Marino. L’anno
scorso, prima del caso Mafia
Capitale, autorevoli esponenti
d e l Pd m i s o n d a ro n o p e r
un’eventuale successione. Sorridendo dissi che avrei accettato solo se il mio compenso fosse stato di un euro, tengo troppo alla mia libertà di vivere col
lavoro di rappresentante di
commercio. Ma escludo che il
problema sia all’ordine del
giorno...».
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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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Stagno di San Teodoro SpA

Damián Ortega

Sede legale in Torino, Corso Mortara 22
Capitale sociale Euro 20.000.000,00 i.v.
Registro delle Imprese di Torino e Codice Fiscale n. 03970540963
ESTRATTO DELL’AVVISO DI CONVOCAZIONE
DELL’ASSEMBLEA SPECIALE DEGLI AZIONISTI DI RISPARMIO
I Signori Azionisti possessori di azioni di risparmio - su richiesta di un socio titolare di almeno l’1% delle azioni di risparmio -, sono convocati in Assemblea,
presso la sede legale di Seat Pagine Gialle S.p.A., in Torino, Corso Mortara 22,
per il giorno 16 luglio 2015 alle ore 14:00, in unica convocazione, ai sensi e per
gli effetti dell’art. 10, ultimo comma, dello Statuto Sociale, per discutere e deliberare sul seguente
ORDINE DEL GIORNO
1. Valutazione della delibera dell’assemblea del 23.04.2015 sulla destinazione
dell’utile. Delibere inerenti e conseguenti ai sensi dell’art. 146 e art. 147 D.Lgs.
58/1998 e art. 2377 Cod. Civ..
2. Prospettive reddituali della Società e piano industriale alla luce dell’annunciata
OPA da parte di Italiaonline S.p.A. e successiva fusione per incorporazione
della stessa in Seat Pagine Gialle S.p.A.. Delibere inerenti e conseguenti.
Ogni informazione riguardante le modalità e i termini:
1) per l’intervento e il voto in assemblea;
2) per l’esercizio del diritto di porre domande prima dell’Assemblea e del diritto
di integrare l’ordine del giorno o di presentare ulteriori proposte su materie
già all’ordine del giorno;
3) per l’esercizio del voto per delega; e
4) di reperibilità della proposta di deliberazione, della relazione illustrativa sulle
materie previste all’ordine del giorno e dei documenti che saranno sottoposti
all’Assemblea
sono riportate nell’avviso di convocazione, il cui testo integrale, unitamente alla
documentazione relativa alla presente Assemblea, sono pubblicati nei termini e
secondo le modalità di legge sul sito Internet della Società all’indirizzo:
www.seat.it, sezione “governance”, al quale si rimanda.
Il verbale dell’Assemblea di cui al presente avviso sarà messo a disposizione
del pubblico nei termini di legge, entro il 15 agosto 2015.
Torino, 15 giugno 2015
Il Rappresentante Comune degli Azionisti di Risparmio - Stella d’Atri

Casino
5 Jun — 8 Nov 2015

Oggetto: Avviso di convocazione di Assemblea Ordinaria della società Stagno di
San Teodoro SpA.
E’ convocata l’Assemblea Ordinaria della società Stagno di San Teodoro SpA, in
Loc. Pischera snc, 08020 San Teodoro, per il giorno 25 giugno 2015 alle ore 18.00
in prima convocazione e occorrendo in seconda convocazione per il giorno
26 giugno 2015 stesso luogo ed ora, con il seguente
ORDINE DEL GIORNO
1) Integrazione Collegio Sindacale;
2) esame ed approvazione del bilancio chiuso il 31/12/14;
3) illustrazione del programma d’azione del Consiglio di Amministrazione e
relativa approvazione;
4) varie ed eventuali.
Per il Consiglio di Amministrazione - dr. Giancarlo Bacciu
BORSA MERCI TELEMATICA ITALIANA S.C.P.A.
AGGIORNAMENTO DELL’ELENCO DEI
FORNITORI DI BENI E DEI PRESTATORI DI SERVIZI
La società BMTI ha istituito l’Elenco degli operatori
economici di beni e servizi per l’affidamento di forniture di beni e servizi, in conformità a quanto previsto
dall’articolo 125 del Decreto Legislativo 12 aprile
2006, n. 163, e successive modifiche ed integrazioni.
La Società provvede al suo aggiornamento secondo
le modalità previste dal Regolamento per la gestione
dell’elenco predisposto da BMTI. Il presente avviso
di aggiornamento dell’Elenco degli operatori economici di beni e servizi per l’affidamento di forniture di
beni e servizi è pubblicato sul sito www.bmti.it alla
Sezione “Elenco operatori economici”. Tutti gli operatori, non ancora iscritti nell’Albo degli operatori economici di BMTI, sono invitati a manifestare la propria
disponibilità ad essere inseriti in appositi elenchi, distinti per categorie merceologiche come specificate
nell’elenco quali fornitori da interpellare per la fornitura di beni e servizi in economia. Il Regolamento
degli Acquisti adottato stabilisce i criteri che saranno
seguiti dalla società BMTI per la fornitura di beni e
servizi, nel rispetto dei principi di trasparenza, rotazione, parità di trattamento. L’operatore economico
che intende manifestare la propria disponibilità deve
compilare apposita dichiarazione esclusivamente secondo i moduli scaricabili dal sito nella sezione
“Elenco operatori economici”.
Il Rappresentante Legale - Dr. Andrea Zanlari

CAMERA DEI DEPUTATI

00186 Roma - Via della Missione, 10
Estratto di bando di gara
La Camera dei Deputati indice una procedura
ristretta per l’appalto, in lotto unico, del servizio
di gestione integrata dei rifiuti speciali (pericolosi e non pericolosi) prodotti dalle attività della
Camera dei deputati, della durata di quattro
anni con facoltà di rinnovo per 12 mesi, da aggiudicarsi con il criterio del prezzo più basso.
Possono partecipare alla P.R. imprese, imprese riunite, consorzi e GEIE in possesso,
all’atto della domanda, dei requisiti di ordine
generale e speciale previsti dal capitolato. I
rappresentanti legali dei soggetti interessati
possono presentare domanda di partecipazione e dichiarazione del possesso dei requisiti, a pena di esclusione, entro il 10 luglio
2015, a mezzo raccomandata o posta celere.
Il bando, che è stato pubblicato sulla GUUE e
sulla GURI, è consultabile sul sito www.camera.it, sezione “Amministrazione”, sottosezione “Spese e trasparenza”, paragrafo
“Procedure di gara”, voce “Procedure ristrette”.
Capitolato ed informazioni possono essere richiesti all’indirizzo e-mail: amm_contratti@camera.it. Domande incomplete, prive dei
requisiti richiesti, o inviate con mezzi diversi da
quelli indicati nel bando, saranno escluse.
CAMERA DEI DEPUTATI
IL CONSIGLIERE CAPO SERVIZIO AMMINISTRAZIONE
(Dott. Nicola Guerzoni)

TRIBUNALE DI MONZA
www.tribunale.monza.giustizia.it
www.astalegale.net
C.P. Officine Meccaniche di Lesmo S.p.a.
in Liquidazione (R.G. 39/14), Dott. Mirko Buratti
LOTTO UNICO: Quota del 49,50%, circa, pari a n.
10.889 azioni, nella società di diritto Spagnolo
COSTRUCCIONES MECANICAS CABALLE’ S.A.
con sede in Progreso 293-29908918 Badalona
(Barcellona - Spagna) iscritta nel Registro Mercantil de Barcelona, al folio 199, Tomo 3093, Libro
2461, Sezione 2ª, Hoja 32754 (oggi Hoja
B18415), 1ª iscrizione, con NIF ESA-08393571,
operante nel settore della produzione e commercializzazione di “macchine rotative per l’industria
della produzione di cavi, servizi di assistenza
sulle stesse macchine, riparazione e assistenza
tecnica industriale e generale” capitale sociale di
€ 660.000,00 suddiviso in 22.000 azioni con
un valore nominale di € 30,00 cadauna. Prezzo
base minimo: Euro 3.720.000,00 - Rilancio
minimo: Euro 50.000,00 - Data della vendita: 16
Luglio 2015. Ore: 11.30 - Luogo: Ufficio del
Giudice Delegato dott. Mirko Buratti, Corso
V. Emanuele 5, 2° piano, Monza (Italia). Maggiori informazioni saranno reperibili sul sito
www.tribunale.monza.giustizia.it oppure contattare il Commissario Giudiziale, Dott.ssa Elisabetta Brugnoni, Tel. n. (+39) 02/87234570.

Damián Ortega, Controller of the Universe, 2007 (detail)
© Damián Ortega. Photo: Stephen White. Courtesy White Cube

Via Chiese 2, Milan

Thu—Sun 11 am—11 pm

hangarbicocca.org

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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

CRONACHE

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Risveglio nello Spazio
Dal 2004
● Il viaggio
della sonda
Rosetta
attraverso il
sistema solare,
a caccia della
«sua» cometa
67P/ChuryumovGerasimenko
(in basso), è
iniziato nel
marzo del
2004 quando
l’Agenzia
spaziale
europea (Esa)
l’ha lanciata .
Da allora,
Rosetta ha
percorso 6.000
milioni di km
● La
tecnologia a
bordo è nata

Un segnale dalle profondità
dello spazio ha riacceso entusiasmi ormai quasi scomparsi.
Il robottino Philae dalla superficie turbolenta della cometa
Churyumov-Gerasimenko distante 305 milioni di chilometri dalla Terra ha fatto sentire la
sua voce. Era silenzioso dal 15
novembre 2014 e anche i più ottimisti ormai erano inclini a
pensare ogni contatto impossibile. «Invece con grande sorpresa intorno alle 23 di venerdì
notte per 85 secondi abbiamo
raccolto messaggi preziosi —
racconta Paolo Ferri che al centro di controllo dell’Esa di Darmstadt dirige le operazioni
delle sonde interplanetarie europee —. Poi la comunicazione
si è interrotta, ma la trasmissione ha riaperto possibilità
straordinarie».
Philae, dopo dieci anni di
viaggio aggrappato alla sonda
madre Rosetta, il 12 novembre
sbarcava sul suolo dell’astro.
Ma l’arrivo era rocambolesco

Dopo sette mesi di silenzio il robot Philae
ha lanciato nuovi segnali dalla cometa
Continua la missione Rosetta sull’astro

La sonda
Un rendering di Rosetta
in avvicinamento alla cometa
Churyumov-Gerasimenko

IL LANDER

SD2
È una trivella
che scava sino
a 23 cm
e trasporta
CIVA
i detriti
dentro Philae
È un sistema
di microcamere per le
e spettrometro successive
analisi
per studiare
composizione
e struttura
della superficie

SESAME
Sono tre strumenti
che misurano
le proprietà
elettrico-meccaniche
e la polvere
della cometa

20 anni fa,
quando il
veicolo è stato
progettato. Il
potere di
calcolo del pc di
bordo di
Rosetta è
quello di una
macchina fine
anni ‘80 ma
non ha perso
una battuta nel
suo viaggio

perché al primo tocco nella zona di Agilkia gli arpioni delle
tre gambe non funzionavano
impedendo l’ancoraggio. Così
il robottino rimbalzava per tre
volte finendo la sua corsa rovesciato, in un luogo ombroso e
sull’orlo di un precipizio. Era la
peggiore delle situazioni possibili. Ma pur in quelle condizioni per 60 ore analizzava l’ambiente e inviava i suoi rapporti
scientifici decifrando un luogo
denso di mistero.
Sulla sonda dell’Esa e sul robottino c’è molto lavoro dei nostri scienziati e ingegneri industriali coordinati dall’agenzia
spaziale Asi. Uno dei più complessi e straordinari meccani-

La sentenza

smi è la trivella concepita al Politecnico di Milano e costruita
da Selex Es-Finmeccanica. Nel
novembre scorso era stata azionata ma non era stato possibile
capire se fosse riuscita a colpire
il suolo. «Ora si riapre un’opportunità mai tentata — nota
Amalia Finzi che ha guidato il
progetto al Politecnico —, la
trivella dovrebbe scendere una
ventina di centimetri in profondità per analizzare il suolo.
L’obiettivo è trovare conferma
di sostanze organiche che sono
i mattoni della vita».
Il «risveglio» di Philae ha
sorpreso anche perché ha ricominciato a trasmettere con una
potenza di 24 Watt, superiore a
quella prevista. Ciò vuol dire
che riceve una buona dose di
luce solare per ricaricare le batterie e che tutto il suo cuore
elettronico è sopravvissuto al
gelo di questi mesi con temperature cento gradi sotto lo zero.
La cometa si avvicina sempre di più al Sole e passerà alla

CONSERT
È una sonda radio
che studia
la struttura
interna del nucleo
SESAME
COSAC
Ricerca molecole
organiche
complesse
ed è
determinante
per trovare
forme di vita

SD2

ROLIS
È un sistema
che scatta foto
ad alta risoluzione
durante
la discesa
e del luogo
di atterraggio

MUPUS
È un misuratore
della densità
e delle proprietà
termiche
e meccaniche
della superficie
e della sottosuperficie

Sostanze organiche
Ora la sua trivella
potrebbe analizzare
il suolo per cercare
i mattoni della vita
sua minima distanza (190 milioni di chilometri) il 13 agosto
prossimo. La superficie sta diventando sempre più infernale
mentre ghiacci e polveri si
sciolgono generando la coda.
Per questo l’orbita della sonda
madre Rosetta che ruota intorno alla cometa è stata sollevata
a duecento chilometri.
«La notizia del risveglio ci lascia aspetti da chiarire — precisa Paolo Ferri —. Con Philae
si dovrebbe poter “parlare” due
volte al giorno ma finora c’è
stato solo il primo contatto.
Cercheremo di capire il motivo.
L’importante è che sia in grado
di comunicare perché le sue
condizioni lo permettono». Intanto nei segnali trasmessi ha
inserito anche molti dati scientifici che aveva raccolto e lasciato in memoria. Nulla è andato perduto e l’avventura può
ricominciare.
Giovanni Caprara
© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Festino hard, Ronaldo è padrone della sua immagine»
Uno sponsor voleva rescindere il contratto. Il giudice: la vita privata del testimonial è insindacabile

Se un grande campione
di sport, ingaggiato come testimonial da uno sponsor, «decide di trascorrere una notte con
prostitute», allaccia «una relazione sentimentale non approvata dal pubblico, professa idee
controcorrente o si converte a
un credo religioso impopolare
in un certo contesto storico e
sociale», tutto ciò «attiene alla
sua vita privata, al suo diritto di
autodeterminarsi e di vivere come crede la sua sessualità»,
senza che «neppure astrattamente» ciò possa configurare
la possibilità per lo sponsor di
stracciare il contratto per «inadempimento di un (eventualmente nullo) obbligo contrattuale».
Non che Ronaldo ne avesse
bisogno, ma adesso l’ex centravanti brasiliano dell’Inter e Pallone d’oro è un poco più ricco
— 550.000 euro da rivalutare
con 6 anni di interessi — per
sentenza del Tribunale civile di
Milano: sentenza in verità assai

MILANO

più preziosa per tutti i «colleghi» di Ronaldo, cioè per tutti
quei campioni di qualsiasi
sport ricoperti d’oro da uno
sponsor che poi però abbia da
ridire sula loro vita privata.
A loro favore la sentenza stabilisce ora che, «quando la scelta del testimonial cade su uno
sportivo, i comportamenti dell’atleta idonei a minare in modo
rilevante la sua immagine pubblica sono quelli in grado di
compromettere le qualità personali per cui è noto al grande
pubblico e che sono indubbiamente alla base della scelta imprenditoriale di farne un testimonial di prodotti a largo consumo»; mentre non rilevano
«scelte di carattere strettamente privato che nulla hanno a che
vedere con la professionalità
del testimonial, o comportamenti che attengano alla sua
sfera sessuale, alle sue idee politiche o al credo religioso».
Una multinazionale dei prodotti per capelli, dopo aver

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Lo spot
Sotto,
un’immagine
dello spot in cui
l’ex calciatore
brasiliano
Ronaldo faceva
da testimonial
per una
multinazionale
di prodotti
per capelli

comprato per 1,5 milioni di euro lo sfruttamento dell’immagine di Ronaldo, nel 2009 aveva
disdetto il contratto, e rifiutato
di pagargli il resto del compenso, quando in Brasile i giornali
avevano scritto di un festino a
luci rosse e a base di droga di
Ronaldo in un motel con tre
prostitute transessuali nell’aprile 2008. Notizia inesatta:
Ronaldo voleva andare con una

ragazza, non si era accorto che
fosse un transessuale poi raggiunto da altri due con i quali
non aveva avuto rapporti né
consumato droga, ma dai quali
aveva a quel punto subìto un
tentativo di estorsione subito
denunciato alla polizia.
Ma se anche fosse stato vero, argomenta la sentenza, lo sponsor non avrebbe avuto ragione
a stracciare il contratto: «L’impegno a comportarsi con correttezza e lealtà nel rispetto di
elevati principi etici, senza causare alcun danno alla sua immagine e/o reputazione», per
il giudice Patrizio Gattari «deve
ritenersi riferito principalmente all’ambito professionale dello sportivo. È chiaro che la scelta di un determinato soggetto
per la promozione di prodotti
senza alcuna attinenza con la
sua attività deriva proprio dalla
fama che ha conquistato presso
il pubblico dei consumatori per
le capacità dimostrate nell’attività professionale che lo ha reso

550
Mila euro
È la somma
che il Tribunale
civile di Milano
ha riconosciuto
a Ronaldo,
esclusa la
rivalutazione,
perché una
multinazionale
di prodotti per
capelli aveva
interrotto
il contratto
unilateralmente

famoso ed ammirato». A giustificare la risoluzione della sponsorizzazione può essere «ad
esempio una squalifica per doping o il tenere gravi condotte
antisportive durante le gare, o il
venir meno senza giustificato
motivo agli impegni professionali». Ma il contratto «non può
comportare per il testimonial la
rinuncia a scelte di vita che, pur
essendo del tutto legittime ed

Il compenso
L’azienda ora dovrà
pagare all’ex campione
l’intero compenso più
sei anni di interessi
espressione del diritto di autodeterminazione, potrebbero
provocare un offuscamento
della sua immagine pubblica».
Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

CRONACHE

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Insieme
Le prove

Da sinistra,
Brando
Barbieri,
19 anni, Ilaria
Morsello, 18,
e Matilde
Milisich, 19.
I tre ragazzi
sono compagni
della stessa
classe,
la 3a G del liceo
classico
«Giuseppe
Parini
di Milano»:
sono loro
i protagonisti
di «Quasi
maturi - Selfie
diario di tre
liceali»

● Prende il via
mercoledì, con
la prima prova
scritta, quella di
italiano, la
maturità 2015
● La prima
prova prevede
quattro tracce
tra cui gli
studenti
potranno
scegliere:
l’analisi di un
testo letterario,
il saggio breve
o articolo di
giornale, il
tema storico e
il tema di
attualità

Il diario dei Quasi maturi
M

atilde ha quasi deciso cosa farà dopo.
Ilaria si concederà
qualche altra settimana, anche se una mezza idea
comunque le frulla per la testa.
Brando naviga a vista. Intanto,
per tutti e tre, c’è l’estate da affrontare. E, soprattutto, la
«pratica» Maturità da archiviare.
Emozionati al punto giusto,
Matilde, Ilaria e Brando sono
alle prese con l’ultimo ripasso e
la tesina per l’orale. Compagni
della stessa classe, la 3° G del liceo classico «Giuseppe Parini»
di Milano, sono usciti con buoni voti in italiano e latino. Sono
andati meno bene nelle materie scientifiche. Per loro — e gli
altri 489.959 in tutta Italia —
questi sono giorni al cardiopalma. Mentre i sondaggi sulle
possibili tracce parlano di Tacito come autore per il Classico e
i nutrizionisti avvertono: i maturandi sono esposti all’effetto
«yo-yo» che rischia di farli ingrassare anche di 5 chili perché
più sedentari (per studiare) e
più esposti agli snack e alle bibite dolciastre.
Matilde, Ilaria e Brando sono
anche i protagonisti di «Quasi
maturi — Selfie diario di tre liceali», la web-serie che parte
domani su Corriere.it, il sito
del Corriere della Sera, dove i
tre giovanissimi ci accompa-

Brando, Ilaria e Matilde: l’esame raccontato da tre liceali
«I voti? Buoni, ma che paura i dubbi dell’ultimo minuto»
gnano nel prima, nel durante e
nel dopo Esame di Stato.
Milanese di nascita, con genitori del Sud, Ilaria Morsello,
18 anni, ha concluso le scuole
superiori con una media di
7,42. «Sono andata bene in italiano e latino, ho preso 8 in entrambe», racconta. Storia e matematica, invece, si sono dimostrate ostiche. «Però ho preso
anche 10 in religione — scherza —, anche se non fa media».
La tesina, quasi conclusa, è
«sul confronto tra Giasone,
protagonista de Le Argonautiche (il poema epico in greco
antico di Apollonio Rodio), e
Zeno della Coscienza di Zeno
di Italo Svevo». Insomma, roba
abbastanza impegnativa. Sarà
anche per questo che non ha
ancora deciso cosa farà per le

Compagni di classe
«In italiano e latino
sono tranquilla, ho 10
in religione ma ahimè
non fa media...»

vacanze. «Sono una da last minute», sorride. Perché la vera
questione, nelle prossime settimane, sarà cosa fare da settembre in poi. «Ma non mi
prendo un anno di pausa o perdo la voglia di studiare», dice.
La sua intenzione sarebbe
iscriversi a Scienze politiche alla Statale di Milano.
Matilde Milisich, 19 anni, è la
più «secchiona» tra i tre compagni di classe. «Ho chiuso con
una media di 8,17», calcola lei
fino al centesimo. Milanese ma
con nonni di origine croata, di
Grado — dove torna ogni anno
—, Matilde è andata alla grande in italiano e latino (9 in entrambe le materie), maluccio
in fisica (6). Anche per lei una
tesina «impegnativa», su «Euripide e la fine della tragedia».
Tesina «già fatta, manca solo il
titolo», rassicura lei.
Dopo il diploma l’aspetta
un’estate divisa in tre parti. Prima a Pesaro, assieme ad altri
amici, in casa di una compagna
di classe «dove però Ilaria e
Brando mi sa che non vengono». Poi in camper con la fami-

La web-serie da domani su Corriere.it

Video selfie con il telefonino
La cronaca dei ragazzi
(con l’aiuto degli autori)

Sui banchi
I NUMERI
I candidati iscritti
all’esame di Stato

esterni

472.000
interni

IL CALENDARIO
Ore 08.30

12.005
Le commissioni
coinvolte alla
Maturità

Su Corriere.it
Guarda i filmati
sul percorso
verso
la maturità
dei tre liceali
di Milano
sul nostro sito
www.corriere.it

Il logo
Il logo di «Quasi maturi — Selfie
diario di tre liceali», la web-serie
di Corriere.it che si potrà vedere
su Corriere Tv da domani. Da oggi,
invece, sul sito del Corriere della
Sera è possibile vedere il promo
della produzione

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Mercoledì 17 giugno
Prima prova scritta

Ore 08.30
Giovedì 18 giugno
Seconda prova scritta

24.189
Le classi che
saranno esaminate

Ore 08.30
Lunedì 22 giugno
Terza prova
(diversa per ciascuna
scuola)

milioni di euro
Il costo stimato
di questa sessione

LA VALUTAZIONE
Sufficienza 60/100

Prova orale
Non c’è una data
precisa: la decide
il singolo istituto
Le voci del punteggio
(valore massimo)

5
25

● Al ministero
il gruppo che si
occupa della
Maturità è al
lavoro da
dicembre per
elaborare idee,
setacciare
programmi,
opere, epoche
storiche e
correnti
letterarie
● Si parte da
700 titoli per
arrivare ad una
trentina da
sottoporre al
ministro nei
giorni prima
della prova

© RIPRODUZIONE RISERVATA

200

45

Credito
Prove
scolastico scritte

Fonte: ministero dell’Istruzione

Un telefonino di ultima generazione e l’obiettivo della fotocamera rivolto verso il proprio volto per riprendersi nei momenti cruciali della
Maturità 2015. Episodi di 3-6 minuti che ci accompagneranno fino alla prova orale. Un diario
formato video selfie, insomma, con la supervisione di autori professionisti.
È questa la ricetta di «Quasi maturi», la webserie — prodotta da Stand by me, da domani
online su Corriere.it, il sito del Corriere della Sera — che racconterà la strada verso la Maturità di
Ilaria, Matilde e Brando, tre studenti del liceo
classico «Parini» di Milano.
Un prodotto che va così ad arricchire la sezione dedicata alla Maturità (all’indirizzo www.cor-

489.962

17.962

glia nel Sud della Francia.
Quindi a Grado, appunto, a
passare un po’ di giorni tra le
radici di casa. Matilde vorrebbe
iscriversi a Lettere classiche:
«Spero solo non mi vengano i
dubbi dell’ultimo momento».
Brando Barbieri, 19 anni,
sembra quello meno teso. O
forse lo nasconde meglio. Di
casa tra Milano e Castiglione
Olona (Varese), media del 7,
pure lui ha chiuso bene in latino e italiano (8 in entrambe) e
voti sufficienti nelle materie
scientifiche, in storia e filosofia.
La tesina — ancora da chiudere — è su un argomento di
storia dell’arte, mentre il futuro
è ancora un capitolo da affrontare. «Forse mi concederò un
anno sabbatico. O mi iscriverò
al Conservatorio, data la mia
passione per il pianoforte». E
l’estate? «Abbastanza tranquilla: un po’ di giorni in campagna
in Lombardia. Poi il mare in
Sardegna».
Leonard Berberi
@leonard_berberi

● La seconda
prova varia a
seconda del
percorso di
studi. Al
Classico si
dovrà tradurre
una versione di
latino, allo
Scientifico ci
sarà il test di
matematica.
Seconda prova
diversa pure
per il
Linguistico
(traccia di
lingua
straniera), per
l’Artistico
(traccia
applicativa),
per le Scienze
umane e il
Musicale e
coreutico

30

Bonus

Colloquio
orale
d’Arco

riere.it/scuola/maturita-2015/) a cura del Canale Scuola. E che vuole raccontare le emozioni
e i timori, le attese, le strategie (quando ci sono),
ma anche il pensiero a quello che sarà dopo, a
«liberazione» avvenuta con i piani per l’estate e
per il futuro.
In ogni puntata — che si può commentare e
condividere usando l’hashtag ufficiale #quasimaturi —, un tema e una storia da raccontare.
Perché Ilaria, Matilde e Brando di cose da dire ne
hanno parecchie. A modo loro. In linea con l’età
e il percorso formativo. E a seconda dell’umore
della giornata.
Si parte già oggi dove sul sito www.corriere.it
è possibile vedere lo spot che anticipa quello che

sarà questa web-serie. Poi domani si entra nel vivo con la presentazione dei ragazzi alla vigilia
dell’Esame di Stato 2015. Mercoledì un doppio
appuntamento. Perché è il primo giorno di fuoco. La mattina sul sito del Corriere si potrà vedere la notte prima degli esami di Ilaria, Matilde e
Brando. Il pomeriggio ci sarà il terzo episodio
con la cronaca della prima prova scritta: i tre ragazzi ci diranno che traccia hanno scelto alla
prova di Italiano, come pensano di averla svolta
e, perché no, cosa faranno per rilassarsi nelle ore
successive.
Per riposare, in realtà, non avranno molto
tempo. Perché già il giorno dopo saranno impegnati con la seconda prova. Nel loro caso quello
di latino. E così ci racconteranno se avevano azzeccato i pronostici sull’autore, un po’ lo «sport»
nazionale dei maturandi classici. Poi via via con
altri filmati. Dove Ilaria, Matilde e Brando ci descriveranno le ore di «intervallo» tra la seconda
e la terza prova (diversa per ciascuna scuola) che
è fissata per lunedì 22 giugno. Quindi l’impatto
con i quadri degli scritti, gli orali e la valutazione
finale.
L. Ber.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Retorica e illusioni L’Ue si sta dimostrando incapace
di elaborare strategie comuni su Russia e immigrazione
Ogni ipotesi di ulteriore integrazione tra Paesi membri si misuri
con questa realtà: un «super Stato europeo» non esisterà mai

ANALISI
& COMMENTI

di Massimo Sideri

LA DISFIDA
DELLE PAROLE
CHE RALLENTA
LA NOSTRA RETE

a politica, quella vera, si fonda sul principio dell’inclusione e dell’esclusione sulla base di criteri
predefiniti (tu sei dentro e tu sei fuori) e ha un
rapporto intimo, e inesorabile, con l’uso della
forza. C’è una spiegazione del perché la concezione della politica prevalente sia stata quella
del suddetto club di tecnocrati. Era l’idea di politica propria di un’Europa che non contava politicamente più nulla.
Quando l’integrazione europea mosse i primi
passi, negli anni Cinquanta, e ancora nei decenni successivi, l’Europa era divisa fra sfere di influenza, dipendeva dalle superpotenze. È parte
della retorica europeista la bugia secondo cui gli
europei decisero di mettersi insieme perché
non volevano più farsi la guerra come era avvenuto per secoli. Invece, gli europei si misero insieme perché non potevano più farsi la guerra:
non erano più il centro del mondo, ora dipendevano dagli americani e dai russi. Poiché la politica (in quel suo aspetto fondamentale che riguarda le decisioni su guerra e pace e sull’uso della
coercizione) era competenza delle superpotenze, poiché l’Europa era ormai solo spettatrice
delle gare di potenza, ne derivò una concezione
irrealistica, distorta, di ciò che avrebbe significa-

I

l decreto sulle
Comunicazioni sembra
ormai materia per
l’Accademia della Crusca.
Non si discute più sui
contenuti ma si dibatte sul
lessico: la Rete deve
garantire la simmetricità o
meno della navigazione?
Gli incentivi possono
andare anche a soggetti non
verticalmente integrati? È su
questi due termini,
simmetricità e verticalità,
che il decreto atteso da
settimane in Consiglio dei
ministri ha rischiato nei
giorni scorsi di diventare un
disegno di legge per finire in
un probabile binario morto.
Intanto dalla bozza una
manina ha già cancellato la
simmetricità e opera per far
sparire nelle ultime ore
anche la verticalità. Gli
sherpa che si stanno
adoperando nel confronto
letterario sono tutt’altro che
interessati all’aspetto
linguistico. I termini,
tecnici, nascondono lo
scontro in corso ormai da
mesi tra due scuole di
pensiero e due architetture
della rete: da una parte c’è
quella guidata da Metroweb
(Cdp) che punta alla fibra
fino agli appartamenti
(Ftth) insieme a Vodafone e
Wind. Dall’altra Telecom
Italia e Fastweb che vogliono
mantenere l’ultimo miglio in
rame (Fttc). Dal punto di
vista economico il braccio di
ferro è comprensibile: la
nascita di una nuova rete
accende appetiti, cambia le
carte in tavola,
redistribuisce il potere di
mercato. Non è certo un caso
che sullo sfondo si stia
consumando il cambio dei
vertici della Cassa depositi e
prestiti e, anzi, è difficile
pensare che il decreto possa
andare da qualche parte
prima che si risolva questa
partita. Il risultato è che
mentre il resto del mondo si
interroga sul quando
rendere l’accesso alla Rete
un bene collettivo noi
restiamo a discutere senza
muoverci dalla casella di
partenza. Non dobbiamo
dimenticare che l’obiettivo
deve rimanere comune:
strapparci di dosso la lettera
scarlatta di Paese
pigramente connesso. E se
proprio il decreto deve
ruotare intorno a delle
parole che siano quelle più
importanti: cittadini e
imprese connesse. Al più
presto. Rem tene, Internet
sequentur.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

BEPPE GIACOBBE

L

● Il corsivo del giorno

SEGUE DALLA PRIMA

LA POLITICA
CHE MANCA ALL’UNIONE
di Angelo Panebianco
to, nei decenni a venire, unificarla politicamente.
Ora le illusioni dovrebbero essere cadute. Se
era comprensibile fino a qualche anno fa che si
pensasse all’integrazione nei termini sopra descritti, adesso che la politica, quella vera, è venuta a cercarci, diventa colpevole insistere.

Altro che Grecia. Che fare con la Russia o con
le popolazioni in movimento dall’Africa e dal
Medio Oriente, o con lo tsunami dell’estremismo islamico? Che fare insomma con i grandi
nodi geopolitici?
Sulla Russia, ad esempio, gli europei hanno
adottato una posizione comune (le sanzioni) ma
una parte di loro la subisce, si è dovuta inchinare
di malavoglia a ciò che resta della leadership
americana. Ma quella parte d’Europa è anche
pronta, se potrà, ad accordarsi con lo zar delle
Russie. Ma una cosa è dire che della collaborazione dei russi abbiamo bisogno (per esempio,
in Medio Oriente), una cosa diversa è aspettare
l’occasione per normalizzare i rapporti con loro
fingendo che, dall’occupazione della Crimea in
poi, nulla sia successo. Che razza d’Europa hanno in mente coloro che, ragionando solo di
esportazioni e importazioni, pensano sia possibile una rinnovata partnership con Putin alle
condizioni di quest’ultimo? È il solito vuoto, il
solito «nulla politico», di cui in Europa esistono
fior di cultori e specialisti.
Sull’immigrazione si è scatenata una competizione di stampo nazionalista fra i Paesi europei. Renzi, nell’intervista di ieri al Corriere, ha
sostenuto con ragione che dobbiamo battere i

Fraintendimenti
I governi europei, pronti a lasciare
l’Italia in difficoltà, non sono cattivi:
rispondono alle proprie opinioni
pubbliche, il cui volere, in
democrazia, per gli esecutivi è legge

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pugni in Europa e che lo stiamo facendo. Ma è
un fatto che i vari governi europei, pronti a lasciare l’Italia nelle peste, non sono «cattivi», sono pressati da opinioni pubbliche che pretendono argini contro i flussi migratori. E in democrazia, ciò che vogliono le opinioni pubbliche è
«legge» per i governi. Nulla meglio dell’incapacità di elaborare una politica comune dell’immigrazione illustra quanto ingenue siano sempre
state le idee prevalenti sulla «integrazione politica».
C’è qualcosa che si può fare? Sì, ma occorre
tempo. Si elimini per sempre, quando si parla di
Europa, qualunque riferimento alla parola «Stato» o simili: non ci sarà mai nessuno Stato europeo e genera crisi di rigetto il solo accennarvi.
Come la Lega anseatica, la confederazione di città mercantili tedesche del tardo Medio Evo, abbiamo bisogno di mettere in comune poche cose e dobbiamo spiegarlo bene agli europei:
niente superstato, niente scavalcamento (se non
per il poco che è indispensabile) delle democrazie nazionali, solo un ristretto insieme di decisioni comuni per fronteggiare le più insidiose
sfide esterne.
Abbiamo effettivamente bisogno di politica.
Ma anche di sapere di che cosa stiamo parlando.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

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GREXIT

LA MIOPIA CHE PUÒ FARE DI ATENE
LA LEHMAN BROTHERS D’EUROPA


COMMENTI
DAL MONDO

di Lorenzo Bini Smaghi

Scenari Il rischio che la Grecia
possa uscire dall’euro è sempre più
alto. I mercati sembrano convinti
però che, anche nel peggiore degli
scenari, la Bce eviterà contagi
Ma la crisi del 2008 insegna
che la politica monetaria non può,
da sola, evitare conseguenze
pericolose per l’economia reale

O

gni giorno che passa senza che l’Europa riesca a concludere un accordo
con la Grecia fa aumentare il rischio di uscita di
quel Paese dall’euro. I mercati
finanziari, e molti osservatori,
non sembrano tuttavia preoccuparsene, convinti che alla
fine un accordo si troverà o
che, nel peggiore dei casi, la
Banca centrale europea (Bce)
scenderà in campo per evitare
il contagio agli altri Paesi. Eppure la tesi secondo cui la politica monetaria può riuscire,
da sola, ad evitare gli effetti
collaterali delle crisi sui mercati finanziari e sull’economia
reale si è dimostrata errata in
passato, non ultimo dopo il
fallimento della Lehman
brothers nel settembre 2008.
Lo sarebbe anche nel caso
post-Grexit, per vari motivi.
In primo luogo, la politica
del Quantitative easing avviata dalla Bce all’inizio di quest’anno ha contribuito a ridurre i tassi d’interesse e gli
spread, ma non può evitare
eventuali rimbalzi, anche ingenti, come quello che si è verificato sul mercato dei titoli
di Stato europei nelle ultime
settimane. Di fronte a nuove

ad un programma di aggiustamento con le istituzioni europee. Questa condizione è politicamente impegnativa, visto
che la Spagna, il Portogallo e
l’Irlanda sono già usciti dai rispettivi programmi di risanamento e che Cipro intende farlo entro la fine dell’anno,
mentre altri Paesi — incluso il
nostro — hanno sempre sostenuto di non volervi far ricorso ad alcun costo.
La Bce potrebbe decidere di
intervenire in modo ancor più
flessibile e proattivo, anche
con nuovi strumenti, per con-

trastare tensioni eccezionali
sui mercati finanziari. Tuttavia, l’esperienza dimostra che
difficilmente ciò può avvenire
senza una copertura politica a
livello europeo, che dia un
chiaro segnale di forte rafforzamento istituzionale dell’Unione.
Nel Maggio 2010 la Bce decise di intervenire in acquisto di
titoli di Stato greci, portoghesi
e irlandesi solo dopo l’annuncio della creazione del Fondo
salva Stati. Nell’estate 2012
l’Omt fu adottato solo dopo la
decisione del Consiglio europeo di dar vita all’unione bancaria.
Sono circolate, nei giorni
scorsi, varie proposte, incluse
quelle di alcuni Paesi membri,
per rafforzare le istituzioni
politiche europee e consolidare l’unione monetaria. Queste
proposte non sembrano tuttavia sufficientemente ambiziose da indurre la Bce ad assumersi da sola il rischio di intervenire in un contesto politico incompleto. Ci vuole ben
altro per convincere gli opera-

Crescita faticosa
L’Ue sarà — come
disse Jean Monnet —
la sommatoria delle
soluzioni che saranno
date alle varie crisi

tori di mercato, e i cittadini
dei vari Paesi, che il caso greco
è una eccezione, che non si ripeterà più.
Sono necessarie ulteriori
misure di mutualizzazione dei
rischi — come una assicurazione comune dei depositi
bancari e un fondo di risoluzione bancario più ampio e
pronto ad agire — oltre ad ulteriori cessioni di sovranità in
campo fiscale, per consolidare l’irrevocabilità della moneta
unica. Ma è difficile che le autorità nazionali si privino dei
loro poteri e accettino, senza
esservi spinte, ulteriori iniziative di integrazione.
La storia rischia così di ripetersi. La sottostima dei problemi, e la speranza che siano altri a risolverli fa rimandare le
decisioni più difficili, fin
quando non scoppia una crisi,
con ripercussioni impreviste,
che mette le istituzioni politiche nazionali con le spalle al
muro. Solo in quelle condizioni capiscono che è venuto il
momento di condividere la
sovranità. Come diceva Jean
Monnet, «l’Europa si farà attraverso le crisi, e sarà costituita dalla sommatoria delle soluzioni che saranno date a
queste crisi». La frequenza
con cui devono avvenire le crisi in Europa per far proseguire
il processo di integrazione appare tuttavia eccessiva.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Al Qaeda è «out»,
Isis è «in»
Vince il marketing
la buona

❞ «Prima
notizia: Obama aveva
ragione. Al Qaeda è
distrutta. Il che ci porta alla
cattiva notizia: è stata
rimpiazzata da qualcosa di
assai peggiore, l’Isis», scrive
sul Kansas City Star Jonah
Goldberg. Lo Stato islamico
ha una migliore strategia di
marketing: «Al Qaeda era
astratta, Isis è eccitante e
divertente... I racconti e i
video virali sui giovani che
saccheggiano e comprano
schiave del sesso al prezzo
di un pacchetto di sigarette
sono intossicanti per chi si
unisce alla legione straniera
islamica per perdenti».

Spagna, dopo il voto
il cambiamento
comincia dalle città
le elezioni del 24

❞ «Se
maggio scorso hanno
annunciato l’inizio di un
cambiamento politico in
Spagna, la formazione delle
giunte comunali ha
impresso sabato una svolta
di considerevoli dimensioni»
scrive El País: quattro delle 5
città più popolose (Madrid,
Barcellona, Valencia,
Saragozza) saranno
governate dalla sinistra
alternativa. «La svolta si è
prodotta con la normalità
attesa da un Paese maturo
politicamente. La
governabilità è assicurata,
qualsiasi altra opzione
era impensabile».

Istituzioni forti
Francoforte potrebbe
intervenire con nuovi
strumenti, ma serve
una chiara
copertura politica
turbolenze, provocate in particolare dall’uscita dalla Grecia
dall’euro, la Bce potrebbe accelerare il ritmo di acquisto
dei titoli, attualmente pari a
60 miliardi al mese per l’insieme dell’area. Ma il vincolo della ripartizione geografica del
programma di acquisto tra i titoli dei diversi Paesi e quello
mirato ad evitare che la Bce
detenga più del 33 per cento
del debito di ciascun Paese
può rappresentare un limite
alla portata dell’operazione.
L’istituto di Francoforte potrebbe far ricorso ad un altro
strumento di politica monetaria, l’Omt (Outright Monetary
Transaction), annunciato nel
settembre 2012 per difendere i
Paesi membri dal rischio di
uscita. Ci si dimentica tuttavia
troppo spesso che la Bce ha
chiaramente indicato che
questo intervento può essere
effettuato solo nei confronti
dei Paesi che si sottopongono

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Matrimoni forzati
Un crimine contro
15 milioni di bimbe
chiamano Jasvinder,

❞ «Si
Usha, Nyaradzayi. I loro
genitori le hanno costrette,
bambine, a sposarsi con
uomini che avrebbero
potuto essere loro padri.
Scappate da quell’incubo,
oggi combattono contro la
“tradizione” dei matrimoni
forzati». Parte dalle loro
storie il reportage di Annick
Cojean su Le Monde. Una
lunga indagine sul «crimine
silenzioso» che ogni anno
colpisce 15 milioni di
bambine, «costrette da un
giorno all’altro a denudarsi
davanti ad uno sconosciuto
ben più vecchio di loro
e ad essere stuprate».

a cura di Sara Gandolfi

33
#

TRASPARENZA

IL CONTRIBUTO
(POSSIBILE)
DI AMAZON
ALLA LETTURA

«I

l paesaggio dopo
l a te m p e s t a » .
Questo era il titolo di una tavola
rotonda organizzata il mese scorso al Salone
del libro di Torino. Dopo 4 anni
di profonda crisi, e con due anni buoni di ritardo rispetto agli
Usa e uno rispetto al Regno
Unito, l’editoria italiana comincia a sentire profumo di ripresa.
I segnali sono tanti. I libri
stampati conservano la propria
posizione dominante, mentre
si fermano gli e-book. Crescono, non solo in valore ma pure
in numero di copie le vendite
dei libri per bimbi e ragazzi.
Riprendono fiato le librerie
indipendenti e di catena, mentre soffrono super e ipermercati, più dipendenti dai lettori
saltuari. E tornano gli investimenti: quello del libro, non
esposto come quelli di quotidiani e periodici agli andamenti della raccolta pubblicitaria, si
conferma il comparto editoriale più resistente. Si spiega anche così l’operazione per l’acquisto da parte di Mondadori
di Rcs Libri (parte del gruppo
cui appartiene il Corriere).
Insomma: gli apocalittici
scenari con i quali veniva dipinto il futuro dell’editoria —
librerie destinate a chiudere in
serie, libri stampati prossimi
ad essere messi in un angolo,
editori condannati alla sudditanza nei confronti del web —
sono, per ora, smentiti.
Anche su Amazon, pronosticato come incontrastato dominatore e divoratore del mercato, c’è una novità importante.
Dal 1 maggio, il colosso del
commercio elettronico ha
aperto la succursale italiana. È
l’occasione per pretendere l’abbandono del sistema di contabilità, oggi sotto inchiesta da
parte della Commissione Europea, che consente ad Amazon,
come ad altre multinazionali,
una sostanziale elusione dei regimi fiscali nazionali.
Ugualmente inaccettabile è
un altro aspetto relativo a questa compagnia. Se si leggono le
statistiche editoriali, si vede
che i dati sono accompagnati
da una nota: «No Amazon».
Amazon vende, e tanto, ma non
dice né quanto né cosa (libri
stampati o e- book; romanzi, libri per ragazzi, libri d’arte o
manuali), tanto da rendere
sfuocata la fotografia dell’editoria italiana. Amazon, per prima, avrebbe interesse ad approfittare del nuovo «passaporto italiano» per abbandonare quel ruolo di predatore
oggi sotto inchiesta da parte
dell’Antitrust europeo e proporsi come un grande alleato
degli editori, dei librai e dei lettori. Amazon soprattutto potrebbe presentarsi come il primo sostenitore e promotore
della lettura. Grazie alla sua
forza finanziaria e alla sua capacità d’innovazione, potrebbe, ad esempio, intervenire a
sostegno di progetti di grande
valore come In Vitro e Nati per
Leggere, mirati a promuovere
la lettura sin dalla primissima
infanzia.
Leggere, come ha detto a Torino il presidente Mattarella in
un discorso da tutti giudicato
splendido, «non è solo una ricchezza privata: è una risorsa
per la società, un bene comune».
Ricardo Franco Levi
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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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Cultura
& Spettacoli

Oggi a Roma

Il Messico
premia Sartori
Oggi alle 18 il politologo
Giovanni Sartori (nella foto),
firma del «Corriere della Sera»,
viene insignito, a Roma, della

massima onorificenza
messicana, l’«Águila Azteca». La
cerimonia si tiene all’ambasciata
del Messico in Italia e
l’onorificenza viene conferita allo
studioso dal presidente della
Repubblica del Messico, Enrique
Peña Nieto, in visita nel nostro
Paese. Sartori è professore
emerito dell’Università di Firenze

e della Columbia di New York e
Accademico dei Lincei. Ha
realizzato importanti studi sul
sistema politico messicano,
svolgendo conferenze in quel
Paese e formando generazioni
di politologi messicani con i suoi
testi, che sono stati tradotti e
adottati nelle università.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Personaggi
L’inquietudine e la tragica fine del poeta futurista russo: un libro di Serena Vitale (Adelphi)

di Giorgio Montefoschi

M

osca, ore 10 e 16 del 14 aprile
1930. Al Pronto soccorso dell’Istituto Slifosovskij arriva
una richiesta urgente di intervento. Sette minuti più tardi, un’ambulanza si ferma al numero 3 del passaggio
Lubianskij. Al terzo piano, nella stanza
(undici metri quadrati: un lusso per quei
tempi) di una casa comune, c’è lo studio
di Vladimir Majakovskij. Il poeta è in terra. Morto. Si è sparato al cuore. Il defunto
odiava i pettegolezzi, l’appassionante libro, pubblicato da Adelphi, con il quale
Serena Vitale ricostruisce il suicidio (ma
fu vero suicidio?) di Majakovskij e, insieme, l’epoca mostruosa del terrore staliniano, e tutto un mondo che oggi ci appare ancora inaudito — perché i poeti e
gli scrittori venivano giustiziati uno dopo l’altro nei sotterranei del lugubre palazzo della Lubjanka(sede della Ceka, la
polizia segreta, poi chiamata Ogpu e
quindi Nkvd) e però andavano all’ippodromo a vedere le corse dei cavalli, giocavano a poker, continuavano a scrivere
poesie e commedie pericolose, e poteva
capitare che ballassero il fox trot —, comincia così.
Lo schiocco di uno sparo e il grido di
una donna — «Aiuto, aiuto… Majakovskij si è sparato!» — difficilmente possono rimanere inascoltati in una casa comune. La prima ad accorrere è Lidija

Dopo lo sparo
A dare l’allarme nel vicinato
è Veronica Polonskaja, attrice
È l’ultima fiamma di Vladimir
che l’ha conosciuta nel 1929
Raijkovskaja, una infermiera che abita
nell’appartamento numero 13. Entra e
vede il cadavere al suolo con «la testa verso la porta, i piedi verso la finestra, tra i
piedi una pistola». La giovane donna che
ha gridato si chiama Veronika Polonskaja. Fa l’attrice. È l’ultima fiamma di
Vladimir. Gliel’hanno presentata nel
maggio del 1929, all’ippodromo, i coniugi Brik, Osip e Lili, con i quali in vicolo
Gendrikov, consumando un rapporto
ambiguo, Majakovskij abita da diversi
anni.
In realtà, il rapporto è meno scandaloso di quanto possa immaginarsi, per
quegli anni. Lili — che, al pari di suo marito, lavora per la polizia segreta — è una
specie di Messalina, passa da un uomo
all’altro, prende il sole nuda davanti ai
suoi ospiti; e in Russia, da quel punto di
vista, forse per reagire alla tetraggine,
succede di tutto.
La scintilla, fra Lili e Vladimir, è scoppiata quindici anni prima. Appoggiato
allo stipite di una porta (come Aleksandr
Puškin) in una casa di Pietrogrado, il
ventiduenne Vladimir sta declamando
La nuvola in calzoni, il poema che va annoverato fra i suoi capolavori. Lili ha già
conosciuto quel giovanotto corpulento e
altissimo, scalmanato — il più scalmanato fra i poeti futuristi che vorrebbero
buttare a mare Puškin, tutta la letteratura e la poesia precedenti, e cambiare il
mondo — vestito in modo abominevole,
i denti guasti, rozzo, arrogante, eppure
maestoso. Ascolta la sua voce tonante:
«Ehi, cielo,/ dico a voi!/ Toglietevi il
cappello!/ Arrivo!/ Non sente./ Non

L’ultimo atto di Majakovskij
Un suicida circondato di spie
Agenti di Stalin e donne fatali nella vita di un uomo solo e infelice
L’autrice

● Serena Vitale
(Brindisi, 1945)
è l’autrice del
libro Il defunto
odiava i
pettegolezzi
(Adelphi,
pagine 284,
19) dedicato
alla morte
tragica del
poeta russo
Vladimir
Majakovskij

sente./ L’universo dorme,/ l’enorme
orecchio appoggiato alla zampa/ stellata
di zecche…»; lo fissa ammaliata; di lì a
poco diventeranno amanti. Ma lei sarà
padrona crudele del suo destino.
Infatti lo sorveglia, in tutti i sensi. E
quando Vladimir — che grazie alla sua
fama e ai versi incendiari che celebrano
la rivoluzione e il futuro radioso della
città socialista, ha danaro, autista, e può
viaggiare all’estero — torna da Parigi innamorato perso e deluso da Tatjana
Jakovleva (una russa emigré, modista e
mannequin da Coco Chanel), dopo aver
scartato i regali che gli ha chiesto (tre paia di calzamaglie rosa, tre nere, profumo
Rue de la Paix, matite per gli occhi Houbigant), organizza l’incontro all’ippodromo con la Polonskaja. Perché Vladimir
continua a vivere con lei e il marito, pur
non essendo più il suo amante, ma non
basta: il «cucciolo», come lei lo chiama,
non può stare da solo.
Ora, la Polonskaja, in cappotto e cap-

pellino, dopo lo sparo e la richiesta
d’aiuto — e già, nell’appartamento, le testimonianze contrastano: chi dice che è
uscita dalla porta prima, chi dopo lo sparo — a coloro che sono accorsi sembra
«tranquilla». Doveva andare alle prove
della commedia La nostra giovinezza
(così sostiene nell’interrogatorio e poi
scriverà nelle sue memorie: ma pare che
le prove si fossero svolte il giorno prima).
Dopo l’interrogatorio, si dilegua.
Sono le 10 e 50. I giornali battono la
notizia: Majakovskij si è ucciso. Nell’angusto studio di passaggio Lubianskij, si è
raccolta una vera e propria folla: un
ispettore, un medico legale, un famoso
giornalista, l’impresario delle serate ultimamente sempre più rovinose del poeta, agenti segreti importantissimi (tra i
quali, la vera anima nera: tale Agranov),
precipitatisi dal palazzo della Lubjanka,
che dista solo duecento metri, mezz’ora
appena dopo lo sparo. Uno sconosciuto
redige il verbale: secondo il medico lega-

Insieme
Vladimir
Majakovskij
(1893-1930)
nel 1929 con
Lili Brik (18911978), moglie
dello scrittore
Osip Brik
(1888-1945).
La donna, il cui
cognome da
nubile era
Kagan, fu
amante del
poeta e morì
anch’essa
suicida

● 1215-2015, una lezione dal Medioevo

Magna Charta, il seme della libertà religiosa
di Marco Ventura

C’

era Dio in cima alla Magna Charta, la celebre
carta delle libertà che compie oggi otto secoli.
Per «grazia divina» Giovanni regnava
sull’Inghilterra ed era ecclesiastica la prima libertà
enumerata: «La Chiesa inglese sarà libera, i suoi diritti
resteranno integri e le sue libertà non verranno
violate». Ricordando quel compromesso tra potenti, la
limitazione del sovrano, il catalogo di diritti, è dunque
la libertà della Chiesa che commemoriamo in primo
luogo. Nel 1215 l’impegno affinché «Anglicana Ecclesia
libera sit» doveva il suo significato al contesto del
tempo: scomunicato da Innocenzo III per le sue misure

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anti-ecclesiastiche, re Giovanni Senzaterra firmava,
nella Magna Charta, la sua resa al potere dei vescovi e
del Papa. Nell’esperienza anglosassone successiva, la
libertà della Chiesa è divenuta poco a poco libertà delle
Chiese, e infine, almeno in principio, libertà religiosa
di tutti. Per il giudice inglese Lord Bingham of Cornhill
la Magna Charta è stata decisiva tanto «per ciò che essa
disse», quanto «per ciò che si è ritenuto essa abbia
detto». Agli storici spetta spiegare cosa volle dire allora
quel «la Chiesa inglese sarà libera». A noi tutti, oggi,
spetta celebrare ciò che le generazioni succedutesi
hanno «ritenuto» la Magna Charta abbia detto. Ovvero
che cominciano dalla libertà dei gruppi religiosi le
libertà civili e politiche di ogni nazione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Le ipotesi
Si uccise perché il suo talento
si spegneva, per i ricatti
del partito, o solo per amore
come un qualsiasi borghese?
le, Majakovskij si è sparato al cuore, ha
un forellino tre centimetri sopra il capezzolo sinistro; è disteso a terra con la testa
verso la porta; tra le gambe, un revolver
Mauser calibro 7,65.
Ore 12 e 15: la notizia si è sparsa in tutta Mosca, provocando incredulità e sgomento. La gente si accalca (c’è pure Boris
Pasternak). I portantini faticano a trasportare la barella. Il cadavere arriva in
vicolo Gendrikov. Da dietro la porta
chiusa si sentono colpi atroci, come se
stessero abbattendo un albero: gli stanno prelevando il cervello. Ore 24: viene
trasportato in Via Vorovskij, al Club degli
scrittori.
Passano ventiquattr’ore. Sulla «Pravda» appaiono epitaffi ipocriti. La versione ufficiale deve essere che Majakovskij si è ucciso per un dramma privato.
Maksim Gorkij sostiene che lo ha fatto
perché malato (forse, di sifilide). In città
si intrecciano malignità e commenti di
ogni tipo: si è ucciso perché era solo
(«Solo come l’ultimo occhio di chi va in
una terra di ciechi»), per l’insuccesso
della sua commedia Banja («Il bagno»)
critica verso la burocrazia staliniana, per
lo spegnersi del talento.
Viene il giorno dei funerali. Ci sono
fiumane di gente (come ai funerali di
Puškin), più di centomila persone; sui
balconi sono appesi drappi neri. Il cadavere di Vladimir si è gonfiato. La bara
non si chiude. Un amico solerte monta
sul coperchio. Altri amici spargono lacrime finte. I professori della Filarmonica
moscovita suonano la Marcia funebre di
Chopin. Qualcuno dice: «Majakovskij

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

CULTURA

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Il capolavoro dell’Ariosto

La follia di Orlando
compie cinque secoli:
al via le celebrazioni

L’anno prossimo «le donne, i cavallier, l’arme, gli
amori» di Ludovico Ariosto compiono 500 anni: al
1516 risale infatti la prima edizione del suo
capolavoro, l’Orlando Furioso. Ad anticipare l’avvio
delle celebrazioni previste per il 2016, giungerà già
alla fine di quest’estate una mostra che si svolgerà
in due storiche biblioteche di Roma. L’esposizione,
intitolata L’Orlando Furioso e le arti. Testo e
immagini, musica e teatro, sarà aperta alla
Biblioteca dei Lincei e alla Biblioteca Corsiniana dal

Segna
libro
non riesce nemmeno a morire senza far
casino».
Alle 19 e 35, al crematorio, il corpo
brucia. E il «teppista», il grande poeta
convinto di essere lui stesso un monumento, l’uomo disperato che un cattivo
aveva descritto come un cavallo vestito
da dama inglese, che di notte girava per
Mosca prendendo a martellate il Dio che
non gli rispondeva o non voleva concedergli l’eternità terrestre, e aveva scritto:
«Il mio verso/ si aprirà una breccia/ nella mole degli anni/ e apparirà/ poderoso/ rozzo/ tangibile», non esiste più.
In una lettera, preparata il 12 aprile, rivolta «a tutti» ha scritto di non incolpare
nessuno: niente pettegolezzi. Ma quali
sono i motivi veri per i quali si è ucciso?
Per l’insuccesso teatrale? Per le contestazioni e i fischi nelle letture pubbliche?
Per le pressioni del partito? Per i ricatti
della polizia segreta? Per il disinganno, il
crollo degli ideali, l’orrore per l’avvento
dei Tiranni? O davvero, come un borghesuccio qualunque, per amore, perché Veronika Polonskaja non voleva divorziare
dal marito e quella mattina lo aveva definitivamente respinto? O per quella ferita
sanguinosa che si portava dietro nel cuore e nessun amore, nessun progetto di
futuro rivoluzionario radioso avrebbe
mai potuto sanare? E infine: si era ucciso
veramente da solo (usando la sinistra, lui
che non era mancino); o qualcuno lo
aveva ucciso usando la scala segreta che
sbucava nello studio; o qualcuno, peggio
ancora, gli aveva messo in mano la pistola (che forse era una Mauser, forse una
Browning, forse un’altra)?
Aveva scritto: «Non inghiottirò veleno,/ e non riuscirò a premere il grilletto
contro la nuca». Ma anche: «E sempre
più spesso mi chiedo/ se non sarebbe
meglio mettere il punto/ di una pallottola alla mia fine». Che dovesse, o potesse
morire era comunque opinione diffusa.
«Bisognava farlo fuori», scrisse Sergej
Eiženštejn. «E lo hanno fatto fuori… Con
le sue stesse mani.»
Con quale intelligenza di studiosa,
con quale abilità di investigatrice Serena
Vitale ricostruisce il suicidio, o l’omicidio, considerando tutte le possibili testimonianze vere o false, tutti i possibili documenti, tutti i perché ai quali fino ad
ora — anche dopo la riabilitazione di
Majakovskij — non è stata data una risposta. Per esempio: perché non fu mai
interrogato l’autista del taxi che la mattina del 14 portò Vladimir e Veronika in
passaggio Lubianskij; perché non furono conservati i verbali dell’autopsia; perché l’indagine fu chiusa il giorno stesso;
e, soprattutto, «perché quello stormo di
cekisti accorsi come avvoltoi subito dopo il suicidio»?
Con quale sapienza — dolorosa e
asciutta — la Vitale conduce il lettore all’interno delle Tenebre dalle quali affiorano, veri e propri fantasmi in carne ossa, i volti emaciati, «normali» e orribili,
dei delatori e delle spie che popolavano
quel gigantesco carcere a cielo aperto, e
quelli delle vittime trafitte dalla paura.
Con quale finezza psicologica disegna la
figura del poeta amato e vilipeso, altezzoso e tenero, impaziente e pietoso, con
«quel corpo da gigante, grosso e inutile,
partorito da chissà quale Golia in una
notte di gelo».
Non da ultimo, con quale sapienza romanzesca l’autrice descrive il «prima» di
quella mattina tragica. Perché già nella
notte di San Silvestro Majakovskij era triste e non erano serviti a consolarlo i quaranta ospiti e il vino. E nei giorni precedenti il 14, dalla Polonskaja (quasi certamente la sua ultima sorvegliante) aveva
ricevuto solo schiaffi in faccia, e dalla
gente insulti. La sera del 13, dai Kataev —
una delle tipiche serate moscovite con
tè, biscotti, al massimo due bottiglie di
Riesling — era taciturno e cupo; a Veronika, all’altro capo della tavola, mandava
supplichevoli bigliettini. Poi il 14, col taxi, era passato a prenderla ed erano entrati nella stanza del mistero.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

1° settembre al 28 novembre di quest’anno. Tra i
materiali esposti nelle due sedi, proporrà rare
edizioni illustrate dell’opera pubblicate tra il XVI e il
XX secolo e provenienti dai fondi della Corsiniana,
e consentirà di seguire un percorso tra i temi del
poema e la sua fortuna nei secoli, con una
ricostruzione cronologica e sezioni multimediali
dedicate all’eredità artistica e culturale del Furioso,
nel melodramma, nell’opera dei pupi, nel teatro
d’avanguardia e in televisione, fino alla sua vasta e

poco nota fortuna musicale. Organizzata
dall’Accademia Nazionale dei Lincei e dal Centro di
elaborazione informatica di testi e immagini nella
tradizione letteraria della Normale di Pisa,
l’esposizione è curata dalla docente e saggista Lina
Bolzoni, tra l’altro coordinatrice di un progetto di
ricerca sulle interpretazioni visive dei poemi
cavallereschi rinascimentali sostenuto dalla
Commissione europea. (Ida Bozzi)
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Un’autobiografia illustrata per i novant’anni del famoso grafico

Iliprandi sognatore di carattere
La stagione più creativa di Milano ripercorsa da un maestro del design
di Giangiacomo Schiavi

C’
Il soft power
degli Usa, il
fascino del loro
modello
sociale, forse
comincia con le
esposizioni
universali
dell’Ottocento e
del primo
Novecento, che
«facevano
apparire il
grande impero
come un
grande
emporio». È la
tesi che emerge
dal libro di
Marco Sioli
Expo d’America
(Ibis, pp. 316, €
13), il cui punto
di partenza è la
Exhibition
organizzata a
New York, tra il
1853 e il 1854,
dall’impresario
Phineas T.
Barnum. Quello
del celebre
circo

è una strana metafora
del viaggio: si torna
sempre a dove si è partiti. Giancarlo Iliprandi
a novant’anni è come se volesse
piantare un picchetto al campo
base del design, alla Milano delle
avanguardie, all’essenza della comunicazione visiva che si inventa
e reinventa coi linguaggi del tempo. Ce n’eravamo dimenticati.
Avevamo perso la memoria di
quel che è stata, per una generazione di grafici, designer e architetti, la Milano degli anni Sessanta, che cosa hanno lasciato Abe
Steiner, Bruno Munari, Massimo
Vignelli, Franco Grignani, Pino
Tovaglia, Max Huber, Bob Noorda e tanti altri che hanno disegnato (e insegnato) il mondo in
essere, anzi, in divenire.
Iliprandi, detto Illi, è uno di loro, un magnifico guastatore di
luoghi comuni diventato designer, professore, pittore, progettista, che ha usato i mezzi più disparati avendo ben capito che «il
mezzo è il messaggio». Senza
crederci troppo, giocandoci anche, mettendo insieme avventura
e responsabilità, intransigenza
nei dettagli e qualità assoluta nello stile e nelle forme.
La storia della sua vita è il racconto dei segni nei quali è andato
inciampando, che hanno determinato marchi, eventi, loghi, imprese, gruppi di lavoro, Compassi
d’oro, premi nazionali e interna-

Giorni ruggenti
La straboccante vitalità
di un periodo felice
in cui spesso la passione
diventava professione
Arricchito da
immagini
impressionanti, il
libro di Marco
Impagliazzo Il
martirio degli
armeni (La
Scuola, pp. 172,
€ 13,50) offre un
esempio
istruttivo delle
follie cui può
condurre il
nazionalismo
esasperato nel
contesto di una
guerra totale. E
mette sotto
accusa le
autorità turche
per le stragi di
cento anni fa:
«Senza
indicazioni
dall’alto, che
intimassero di
procedere
all’eliminazione
fisica, tante
uccisioni non
avrebbero potuto
avere luogo»

a cura di
Antonio
Carioti

zionali. Ma è soprattutto incontro
di persone, luoghi, maestri che
danno il perimetro e ti insegnano
a sporgerti, senza lasciarti cadere. È la straboccante vitalità di Milano, il periodo in cui la passione
diventava professione se dietro
c’erano stoffa e voglia di imparare. I tempi della scuola grafica
dell’Umanitaria di Bauer e della
Rinascente che gli affida le scenografie delle vetrine e la direzione artistica delle riviste. «Il reparto uomo era ricco di attrazioni fatali, la merce era scelta da Giorgio
Armani che allora era il deus ex
machina dei nostri set, un amico
che ci faceva trovare con maniacale esattezza capi e accessori coordinati». Sono gli anni in cui Iliprandi fonda l’Adi, Associazione
disegno industriale, un pensatoio che fa della formazione un
punto di forza e alimenta il meticciato culturale nella bohème di
Brera, «tra pittori capelluti delle
Antille», come li chiamava Bianciardi, i frequentatori del Giamaica, con i fotografi affamati e geniali Mulas, Dondero, Lucas, Orsi
e Bavagnoli. Senza rinunciare alle
notti borghesi del Piccolo bar, del
jazz con Intra, dei rockettari del
Santa Tecla e dell’Aretusa o dei
locali vecchio stile proletario, dove si lanciava in valzer e polche
scatenate. È in quel vento che soffia su Milano che cresce il design
artistico e creativo, che si incro-

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Giancarlo
Iliprandi (Milano,
15 marzo 1925).
A fianco,
particolare
del manifesto
per RB Cucine
Rossana
(«Un amore
di cucina»
era lo slogan)
disegnato da
IIiprandi nel
1971

ciano i Sambonet, i Bellini, Italo
Lupi e Augusto Morello, è lì che
Emilio Tadini e Iliprandi dialogano sull’arte di comunicare, sull’atto di formazione dell’esperienza visiva e sulla bellezza che
salverà il mondo (ma Iliprandi
aggiunge: «Vorrei conoscere chi
salverà la bellezza»).
Ironico, icastico, pratico, esigente, polemico, sognatore di carattere e di caratteri, Iliprandi lavora per la Olivetti, (suo il pieghevole di lancio della Lettera 22) inventa il type design e gli alfabeti
per la Honeywell, scrive dispense
per studenti, progetta per l’Ufficio Stile della Fiat il lunotto con le
icone della 131 e della Ritmo. È
Bompiani, il grande Valentino, signore dei libri, a cucirgli addosso
la patente di creativo con alcune
copertine, seguite con una cura
diventata proverbiale e maniacale. Prima del ’68 fa un paio di progetti militanti, i Dischi del sole,
con Roberto Leydi e impagina il
libro sui travestiti di Genova. La
sera al Derby, il locale storico del
cabaret milanese (la generazione
creativa è parecchio nottambula)
intercetta il primo Jannacci, ne
diventa addirittura il cronista in
un’edizione da bibliofili stampata
da Giorgio Fantoni, non ancora
Electa: un bijoux con il testo di El
purtava i scarp del tennis scritto
a mano, dal cantautore.
Sentirà la mancanza, negli an-

ni, di quel clima, di quella contaminazione. Dopo la contestazione, cambia il rapporto con la vecchia borghesia e con la committenza. La qualità non è più totale.
La creatività è spesso seriale. Iliprandi si rifugia nella filosofia
zen, nelle arti marziali: è una forma di autodisciplina. Ripensa
sempre alle parole del grande
Munari: «Noi siamo quel che facciamo per gli altri». Una frase da
scolpire per chi si occupa di comunicazione. Viaggia: cerca nel
deserto lo spazio, il silenzio, l’essenziale per essere curioso del
nuovo. E offre agli studenti del
Politecnico e della scuola di Urbino altri stimoli. «Il bisogno di
esprimersi, di trasmettere agli altri la propria visione formale,
passa attraverso la capacità di coniugare estetica ed etica. Bisogna
ridare senso alle cose che ci circondano, rifuggendo dai compromessi, dalle scorciatoie, dalle
conquiste troppo facili, dall’accettazione supina delle richieste.
Perché la cultura è scomoda».
Scomoda come certe scelte
della vita. La Resistenza, giovanissimo: «Ero aiutante maggiore,
c’era anche Piero Bassetti». O come l’addio alla facoltà di Medicina per iscriversi a Brera. Otto anni. Pittura e scenografia. Con Aldo Carpi, Messina, Manzù. O come i no, pronunciati più volte con
la mano di Munari sulla spalla:

● Domani e il 25 giugno
Due appuntamenti con l’artista
sul volume pubblicato da Hoepli
Il libro Note di Giancarlo Iliprandi (Hoepli, pp.
272, 29,90, qui a fianco) verrà presentato
domani, martedì 16 giugno, alle ore 18, alla
libreria Hoepli di Milano, via Hoepli 5
(www.hoepli.it). Insieme con l’autore
interverranno: Giovanni Anceschi, artista e
teorico del design; Marta Sironi dell’Università
degli Studi di Parma; Cesare Colombo, fotografo
e storico della fotografia. Coordina Alberto
Saibene. Giovedì 25 giugno 2015, alle ore 18, in
via Palermo 8, sempre a Milano, in programma
invece un altro appuntamento «per parlare con
calma del libro e bere un prosecco con l’autore».

«Non sopportava i mercanti d’arte. Se avesse visto la mostra di
Fornasetti oggi avrebbe incendiato la Triennale».
Gli restano pochi amici. Uno di
questi lo adora: Gillo Dorfles.
«Sono sorpreso dalla sua inesauribile vivacità intellettuale e fisica». Con lui ha realizzato un libretto di provocazione grafica e
intellettuale. Si intitola Basta.
Non è solo indignazione per
quello che non va, è un invito a ricostruire la fiducia e a rimboccar-

Comunicare
Il bisogno di trasmettere
la propria visione esige
la capacità di coniugare
l’estetica e l’etica
si le maniche. Subito dopo ha realizzato Per e infine Con. Illustrati
dagli allievi della scuola di design
dove mantiene un corso, con la
laurea ad honorem del Politecnico. «Non è stato facile portarli a
termine», ammette nell’autobiografia illustrata, Note, che Hoepli
gli ha dedicato. Per la copertina,
ha scelto un segno semplice: una
matita. La pulizia è essenziale
nella stagione del caos. «Dobbiamo andare per sottrazione», diceva l’amico Bob Noorda, quello
della grafica sulla linea 1 del metro. Iliprandi è stato in linea: lo
sfondo è rigorosamente bianco.
Dentro, tra bilanci di vita e ricordi
di una lunga professione, non c’è
solo la sua storia. C’è il risarcimento a una stagione. Che meriterebbe un’ attenzione in più dalla Triennale. È la stagione in cui il
design da Milano ha fatto scuola
nel mondo. «Viviamo in un’epoca nella quale tutto si sgualcisce
su improvvisati palcoscenici»,
scrive. La comunicazione visiva
non è smoke gets in your eyes, fumo negli occhi. Qualcosa deve restare. «Bisogna essere positivi,
anzi, propositivi. Turandoci il naso per non sentire il guasto. Ma
un filo rosso dobbiamo tenerlo.
Perché si capisca che non è solo
protesta. È presenza». È il picchetto del campo base. Forse tiene ancora.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

SPETTACOLI

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Kolossal

Record di incassi per Jurassic World. Il quarto
episodio della serie sul ritorno dei dinosauri con
511,8 milioni di dollari (455 milioni di euro circa) di
incassi nel mondo è il film con il debutto più ricco
della storia. La pellicola arriva a 14 anni dal terzo
episodio della serie e la sua realizzazione è costata
150 milioni di dollari (133 milioni di euro). Negli
Stati Uniti ha incassato circa 13 volte Spy, il
secondo film più visto nel weekend. La regia è di
Colin Trevorrow e Steven Spielberg, che girò il

«Jurassic World»:
record storico d’incassi
nei giorni del debutto

primo film nel 1993, è il produttore esecutivo. Il
film è ambientato vent’anni dopo gli eventi che
hanno riportato i dinosauri in vita nell’età
moderna. Chris Pratt, il protagonista, è nel ruolo di
un addestratore di dinosauri all’interno di un
gigantesco parco tematico. Quando l’Indominus
Rex, un bestione geneticamente modificato, fugge,
lui e la direttrice del parco, interpretata da Bryce
Dallas Howard, devono fermarlo prima che possa
uccidere i visitatori.

Il film
del Mereghetti

Uniti
Da sinistra,
Imogene
Wolodarsky,
Mark Ruffalo
(47 anni), Zoe
Saldana (36) e
Ashley
Aufderheide
protagonisti di
«Teneramente
folle». Tratto da
una storia vera,
il film, nelle sale
da giovedì 18
giugno, è
l’autobiografia
dell’infanzia
della regista
Maya Forbes a
Cambridge, in
Massachusetts

C

he l’esordiente regista
Maya Forbes venga
dalla sceneggiatura
(ha firmato, tra le altre, quelle di The Rocker- il batterista nudo, Mostri
contro Alieni e Diario di una
schiappa: vita da cani) è la prima cosa che balza all’occhio vedendo Teneramente folle, il
film con cui si misura per la
prima volta con la macchina da
presa.
Commedia familiare su un
padre inaffidabile a cui però la
madre è costretta ad affidare le
due figlie, il film cammina lungo i binari di una ben oliata
struttura narrativa, dove la speranza del lieto fine — sempre
rimandata ma anche sempre
rimessa in gioco — guida con i
suoi lunghi fili l’andamento
della storia. Ad «interferire»
ogni tanto con un percorso che
procede tranquillo su un terreno piacevolmente in discesa
sono appunto le invenzioni di
scrittura che regalano al film
spunti di riflessione capaci di
gettare altra luce sul percorso
del film, di suggerire possibili
deviazioni o soste o stimoli e
che nascono tutti dalla sceneggiatura e dalla sua capacità evocativa. Mentre — all’opposto
— la messa in scena (professionale ma anche senza impennate di originalità) sembra sforzarsi di rendere tutto il più levigato e scorrevole possibile.
La storia è quella di un uomo, Cameron Stuart detto Cam
(Mark Ruffalo), che scopre di
essere seriamente affetto dalla
sindrome bipolare. Il problema
è che questa scoperta — non
della sindrome ma della sua
gravità — la fa sulla sua pelle la
moglie, la deliziosa Maggie
(Zoe Saldana). Il film inizia nel
1967, quando la convinzione di
«vivere in un’epoca folle» aveva
fatto sì che la malattia di Cam si

TENERAMENTE FOLLE

Il dramma di un padre malato
scivola sui toni della commedia
Mark Ruffalo affetto da disturbo bipolare nella storia di una famiglia in crisi
Autrice

● Maya Forbes
(45 anni) è una
sceneggiatrice
(«Diario di una
schiappa»).
«Teneramente
folle» è il suo
primo film da
regista

confondesse con un diffuso
stato esistenziale. Undici anni
dopo, nel 1978, consumato il
matrimonio e nate due figlie —
Amelie (Imogene Wolodarsky)
e Faith (Ashley Aufderheide)
— quando il «folle» entusiasmo generalizzato si era volatilizzato di fronte alla crisi economia (e politica), Cam deve
farsi ricoverare in un centro
d’assistenza e Maggie impara
sulla propria pelle la difficoltà
di dover occuparsi da sola di
due figlie. Soprattutto perché
la ricca famiglia del marito si limita a passare solo quanto basta per pagare l’affitto di casa.
Ambientato in una Boston
molto conscia del proprio aristocratico classismo, il film
mette la donna davanti a una



Lei deve
lavorare
ed è
costretta
lasciare
le bambine
alla cura
del marito,
appena
uscito dal
centro di
assistenza

scelta che non ha alternative:
iscriversi (nella più democratica) New York a un master che le
permette di aspirare a un buon
lavoro e lasciare le bambine alla cura del marito, appena uscito dal centro di assistenza.
A questo punto, costruite le
premesse per una situazione
potenzialmente interessante
— riuscirà un padre svitato a
fare il proprio dovere di genitore? — la regista e sceneggiatrice fa avanzare il film lungo i binari della commedia, dove il
divertimento nasce dal rovesciamento dei ruoli: il padre si
comporta come un ragazzo svitato e imprevedibile, le figlie
cercano di correre ai ripari costruendogli tutt’intorno una
barriera «difensiva». Mentre il

film rimette continuamente in
discussione i risultati che l’uno
o le altre riescono a raggiungere.
Tutto previsto e tutto (più o
meno) prevedibile, interpretazione gigionescamente sopra
le righe di Mark Ruffalo com-

● Le stelle
Un padre bipolare tenta di
riconquistare la sua famiglia
prendendosi cura delle figlie
da evitare interessante
da non perdere
capolavoro

presa, se non fosse che ogni
tanto la sceneggiatura lascia
filtrare qualche squarcio di
«realtà» che alza la temperatura (e l’interesse) del film.
Ho già detto della dicotomia
Boston/New York e della componente aristocratica e classista che sembra sovrintendere
ogni cosa (divertente quando
sottolinea l’eccentricità di alcuni «sopravvissuti», molto meno quando mostra le conseguenze che questa situazione
può avere sul futuro dei bambini. Per esempio rispetto alla
possibilità o meno di iscrivere
a una buona scuola).
Ma Maya Forbes riesce a
punteggiare il film di molte altre piccole «aporie»: quando
una battuta del vicino di casa
rivela la difficoltà a far passare
nell’opinione comune una
maggiore elasticità nei ruoli
domestici uomo/donna;
quando un colloquio di lavoro
smaschera implacabilmente i
pregiudizi antifemministi di
chi pensa che famiglia e impegno lavorativo non possano
conciliarsi; quando il colore
della pelle diventa un problema di identità per le due figlie.
Tanti piccole «incrinature»
della storia che, se meglio
sfruttate, avrebbero potuto aumentare l’ambizione del film.
Paolo Mereghetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il maestro dirigerà «Pelléas et Mélisande» a Firenze

Gatti: la musica è il Graal, l’Italia ignora il repertorio sacro
La carriera
● Daniele Gatti
(53 anni) ha
debuttato sul
podio della
Scala nel 1988.
Ha diretto
l’Accademia
Nazionale di
Santa Cecilia e
il Comunale di
Bologna. Dalla
stagione
2016/2017
dirigerà la
Royal Concertgebouw
Orchestra di
Amsterdam

B

ella fanciulla smemorata
contesa tra due fratelli,
sposa il primo ma s’innamora
del secondo. Disastro per tutti.
Ridotta a telegramma è la
trama di Pélleas et Mélisande,
fiaba malinconica con tanto di
foresta e castello ma senza lieto
fine. Maurice Maeterlinck ne
fece il capolavoro del simbolismo, Claude Debussy lo tradusse in musica, suo unico titolo
lirico. «Un’opera trasognata,
surreale — la definisce Daniele
Gatti —. Opalescente e cangiante come i sentimenti dei
protagonisti di un “amour a
trois” proibito quanto casto,
dove non c’è neanche un bacio» precisa il maestro, che il 18
giugno la dirigerà a Firenze.

Orchestra e Coro del Maggio
Musicale, nuovo allestimento
di Daniele Abbado, cast tutto
italiano: Paolo Fanale è Pélleas,
Monica Bacelli Mélisande, Roberto Frontali Golaud.
Per Gatti, dopo tanto Debussy con la sua Orchestre National de France, il coronamento
di un percorso nell’affascinante mondo del compositore
francese. «Che in quest’opera
colse anche le suggestioni del
Tristan und Isolde di Wagner.
Un altro triangolo amoroso sublimato in spiritualità. Morte e
trasfigurazione sono il destino
di Isolde e di Mélisande».
E in quest’opera Debussy
sfiora l’ineffabile. «Là dove la
parola non sa più a esprimere i

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tumulti dell’anima è la musica
a raggiungere le zone più profonde, a svelarle in modo eloquente» sostiene Gatti. Che per
questo è contrario alle introduzioni. «Spiegare toglie libertà a
chi ascolta. Nella musica il primo passo è un passo d’amore. È

Sul podio
Daniele Gatti
dirigerà il 18
giugno a
Firenze
Orchestra e
Coro del
Maggio

il colpo di fulmine che conta.
La grande magia dell’ascolto
s’innesca così».
Ma la lontananza dalla musica resta grande per troppi. In
Italia poche le occasioni, né a
scuola né in chiesa. «Un peccato visto il nostro patrimonio sacro. Così presente invece nelle
funzioni religiose nei Paesi
protestanti, dove ha contribuito a creare un’educazione all’ascolto, a tener vivo il legame
tra fede e musica». Per lui, credente e praticante, dirigere certi brani è quasi un modo di pregare. «Per esempio il Requiem
di Verdi, considerato un laico
anticlericale. È vero se ci si ferma all’attacco teatrale del “Dies
Irae”, ma a ci sono anche “La-

crimosa” e “Mors stupebit”, pagine di grande meditazione
spirituale. E ci si chiede: Verdi
era ateo davvero?».
Lo stesso per Wagner. A
Bayreuth Gatti ha diretto Parsifal, la più sacra delle opere.
«Vivevo un momento difficile,
mi ha aiutato molto». E l’anno
scorso l’incontro con La Passione secondo Giovanni di Bach. «Le Sacre Scritture, dovevo
aprire il mio cuore, mettermi a
nudo». A ottobre sarà alla Scala
con Falstaff, nel 2016 a Parigi
dirigerà il Tristan, l’alter ego di
Pélleas. «La musica è il nostro
Graal. Non lo si trova mai, ma
lo si cerca sempre».
Giuseppina Manin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

SPETTACOLI

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L’anteprima

Un tuffo nel passato per Raoul Bova. L’attore (43
anni, nella foto) è protagonista di Torno indietro e
cambio vita, pellicola dei Vanzina presentata ieri in
anteprima al Taormina Film Fest e nelle sale dal 18
giugno. «Mi ha affascinato molto quella specie di
incantesimo che permetteva di tornare al 1990,
un’epoca in cui non c’erano i telefonini né Internet,
si comunicava attraverso le lettere e non con gli
sms. Ritrovarsi nella vita passata con l’esperienza
che hai acquisito lungo i tuoi 20 anni successivi e

Bova: torno al liceo
negli Anni 90
con i fratelli Vanzina

L’intervista

oltre ti fa capire come il mondo sia andato
velocemente». Nella storia Bova è un 40enne con
la classica vita perfetta che si rompe all’improvviso
quando sua moglie (Giulia Michelini) lo lascia.
Esprime il desiderio di tornare indietro nel tempo
assieme all’amico Ricky Memphis e si trova
catapultato sui banchi del liceo. «Rivediamo le
indecisioni e gli errori che abbiamo commesso
allora ma con la consapevolezza di quarantenni
che ci evita di fare gli stessi sbagli».

«Coppia non solo a teatro
Galeotto fu D’Annunzio»

● La recensione

Quei «Pagliacci»
di Martone
un classico alla Scala
di Enrico Girardi

Albertazzi e Mariangela D’Abbraccio, vite incrociate dall’88
«Divisi dall’età, la nostra passione non poteva essere eterna»
ROMA Galeotto fu D’Annunzio.
Era il 1988 e, tra i versi erotici
del Vate nello spettacolo Dannunziana, nacque la passione
scenica e amorosa tra Giorgio
Albertazzi (classe 1923) e Mariangela D’Abbraccio (1962).
Ora tornano a recitare insieme con Borges e Piazzolla, tra
poesia e tango: lo spettacolo ha
debuttato nel Festival «I Luoghi del Tempo», in un posto
molto particolare, la Pescaia,
nella tenuta di Pia de’ Tolomei
(Grosseto), poi il 19 agosto a

Ieri
Giorgio
Albertazzi e
Mariangela
D’Abbraccio
nel 1991

Ravello. Esordisce divertita la
D’Abbraccio: «Siamo ospiti
della moglie di Giorgio, con
una messinscena diretta da
mio marito Francesco Tavassi».
Le parole di Borges interpretate da Albertazzi diventano
musica attraverso le ballate di
Piazzolla cantate da Mariangela, che avverte: «Abbiamo iniziato la nostra coppia scenica
con uno spettacolo che, all’epoca, fu considerato scandaloso per la forte componente
erotica, a cominciare dalla locandina dove era ritratto il mio
corpo nudo. Ci ritroviamo con
un condensato di seduttive
emozioni: è un destino».
Interviene Albertazzi: «I rapporti con le mie attrici sono
sempre stati totali: lavorando
insieme, immaginando un testo che si tramuta da parola
scritta in vissuta, nasce per forza una affettività elettiva, che
può somigliare all’amore. Così
è stato con Bianca (Toccafondi), con Anna (Proclemer), con
Betta (Elisabetta Pozzi)». Innamorarsi sulle tavole del palco-

scenico: «Non parliamo di innamoramento — interrompe
caustico Albertazzi —. Dire che
ho amato Mariangela mi suona
come un revival stantio. Io amo
solo la bellezza».
Mariangela: «Io, Giorgio,
l’ho amato. Ho capito che il nostro era diventato qualcosa di
diverso quando iniziò la tournée della Dannunziana: la sera, dopo teatro, ci intratteneva-

mo in albergo, parlavamo di
quello che stavamo recitando,
ci scambiavamo suggestioni.
Lo spettacolo non finiva con la
chiusura del sipario».
Albertazzi: «Continuavamo
a recitare anche quando eravamo a letto insieme. Gli attori
non sono degli impiegati che
finiscono il lavoro quando si
spengono le luci». Un pigmalione che ha forgiato le sue at-

Oggi
Mariangela
D’Abbraccio
(53 anni) e
Albertazzi (92).
«Borges e
Piazzolla» ha
debuttato
nel Festival
«I luoghi del
tempo»
a Grosseto

trici: «Pigmalione? Forse, ma
non volendo esserlo: io non insegno a recitare. In palcoscenico non si deve recitare, ma recitare se stessi».
Concorda Mariangela:
«Giorgio è un provocatore. E io,
agli esordi della mia carriera,
cercavo proprio qualcuno che
mi chiedesse di tirare fuori dal
mio intimo sentimenti che
nemmeno sapevo di avere. Il
primo ruolo che ho recitato
con lui, prima che tra noi nascesse una relazione, fu quello
di un transessuale. Tutto pensavo fuorché di poter interpretare un trans».
Durante il rapporto, durato
pochi anni ma intensi, si sono
accese gelosie? Risponde lui:
«Essere gelosi significa soffrire
se la tua partner va con altri.
Non è così per me. La gelosia è
un sentimento meschino e mi
disgusta. Il vero amore è gioire
del bene dell’altro, anche se
spunta un amante». Lei: «Con
Giorgio sarebbe stato impossibile essere gelosa: è un uomo
che ti mette al centro di tutto in
maniera totalizzante». Una storia profonda: perché è finita?
Dice lui: «Forse non è mai cominciata o forse nemmeno finita. La convivenza a oltranza è
uguale alla morte, consuma
l’amore come una candela.
L’amore vero ha bisogno di leggerezza». Osserva lei: «Avendo
età tanto diverse, non poteva
durare tutta la vita. Giorgio a
un certo punto mi disse: “adesso puoi cominciare a camminare da sola”». Aggiunge lui divertito: «E alla fine ho sposato
l’unica donna che non recita:
Pia non è nata per recitare».
L’effetto di ritrovarsi insieme
è elettrizzante? «Per me sì —
ammette Mariangela —. È passato tanto tempo, siamo due
persone diverse, dobbiamo riscoprire un modo per condividere la scena».
Emilia Costantini

L



I rapporti
con le mie
attrici
sono
sempre stati
totali:
lavorando
insieme,
nasce per
forza una
affettività
elettiva che
somiglia
all’amore
Albertazzi

Io ho amato
veramente
Giorgio
Ora la
situazione
è cambiata
Sono ospite
di sua
moglie
e recitiamo
in un
allestimento
diretto da
mio marito
D’Abbraccio

Riondino affronta il mito. «Il palcoscenico resta nel mio Dna»
l sogno di fare l’attore, dice,
lo ha sempre avuto nel cuore. Un sogno che «Il Giovane
Montalbano», cui Michele
Riondino presta il volto bello e
intenso di uomo del sud, ha
pienamente realizzato. E se a
dargli la popolarità è stata la televisione, con «Distretto di polizia» prima e col commissario
di Vigata poi, Riondino in verità nasce sul palco e sul palco si
appresta a tornare.
Il 23 e 24 giugno sarà protagonista al Napoli Teatro Festival di Euridice e Orfeo, spettacolo tratto dall’omonimo romanzo Bompiani di Valeria
Parrella (di cui il 12 luglio La
Milanesiana ospiterà una lettu-

Il profilo

● Michele
Riondino è
nato a Taranto.
Attore di
cinema e
teatro, è il
protagonista
della fiction Rai
«Il giovane
Montalbano»
(foto)

ra teatralizzata); al suo fianco
un’Euridice rossa, l’attrice premio Ubu Federica Fracassi,
mentre la regia è affidata a Davide Iodice.
Dopo «Pietro Mennea - La
freccia del sud», la fiction tv
dedicata al grande campione
dell’atletica leggera, Riondino
aveva promesso che sarebbe
tornato al teatro. Che, dice, «è il
mio grande amore: fa parte del
mio Dna. È una palestra in cui
si genera un’incredibile energia, dove ci si può anche far
male. Più del risultato conta la
preparazione, perché è in sala
prove che l’attore misura le
proprie capacità. Recitare davanti al pubblico è solo l’atto fi-

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nale». Per la prima volta alle
prese col mito, descrive l’Orfeo
che porterà in scena «un cantore della perdita, dell’assenza. Il
lutto è la forma attraverso cui il
tormentato amore tra i due
personaggi mitologici viene
narrato: il vuoto lasciato da Euridice esalta un sentimento
spezzato in modo irreparabile.
Come irreparabile è la perdita
causata dalla morte».
Figlio di un ex operaio delle
acciaierie dell’Ilva di Taranto,
città dove è nato e da cui è scappato per studiare recitazione
all’Accademia d’Arte Drammatica di Roma, Riondino da tempo è in prima linea per denunciare i danni causati alla sua

un classico. È quella che
ambienta l’atto unico di
Mascagni in una chiesa
dove il rito è officiato e
vissuto come in certi angoli
remoti del nostro Sud e
quello di Leoncavallo in
una specie di campo
nomadi nei pressi dello
svincolo di una tangenziale.
E ha il merito di essere
asciutta, rapida, bruciante
come detta la
drammaturgia veristica. Il
secondo è che il direttore
Carlo Rizzi governa
benissimo la macchina
teatrale e il canto senza
perdere l’occasione di
valorizzare il lirismo dei
passi sinfonici. Bene
Violeta Urmana, Oksana
Volkova, Marco Vratogna,
Fiorenza Cedolins, Marco
Berti e i comprimari. Ma gli
applausi più entusiastici
sono per Stefano La Colla,
tenore ancora grezzo ma in
possesso di una voce
formidabile.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il giovane Montalbano: così divento Orfeo
I

a ripresa alla Scala del
più classico dei dittici
possibili, Cavalleria
rusticana + Pagliacci, è un
successo che lascia pochi
margini di discussione
anche se manca quel
sapore di eccezionalità che
si gusta alle «prime» a
lungo attese. Ma c’è Expo, il
botteghino è sold out, il
pubblico esce soddisfatto:
bene così, dunque. Da
rimarcare due aspetti. Il
primo è che la messinscena
di Mario Martone,
probabilmente la sua
migliore mai rappresentata
in un teatro d’opera, è già

Con Euridice
Federica Fracassi
(43 anni) e
Michele Riondino
(36) sono
«Euridice e
Orfeo» nello
spettacolo diretto
da Davide Iodice
tratto dal testo di
Valeria Parrella

città dall’inquinamento. Da tre
anni organizza il concerto del
1° maggio a Taranto, che nel
giorno della Festa dei lavoratori «sfida» il concertone romano. «L’Ilva doveva produrre benessere e non solo acciaio. Ma
a Taranto si è creato soprattutto disagio, alimentato dalla paura del “ricatto occupazionale». A proposito di paure: quali

sono le sue? «Mi spaventa
l’ignoranza. Mi fa paura perché
lascia senza strumenti per difendersi da chi si improvvisa,
da chi cerca le scorciatoie, i soldi facili...». Cosa la guida nella
scelta dei progetti ai quali poi
decide di lavorare? «Mi interessa raccontare storie necessarie.
A oggi penso di aver fatto delle
scelte coerenti con questa mia
volontà».
Ha da poco finito le riprese
di sei nuovi episodi di «Il giovane Montalbano». Anticipazioni? «Mostrerò aspetti inediti
della vita sentimentale e professionale del personaggio che
— ride — spiazzeranno un po’
il pubblico che lo conosce bene». C’è qualcosa in cui vi somigliate? «Forse nell’amore per
il nostro lavoro, anche se —
sottolinea — fare l’attore non è
un lavoro. Certo è un mestiere,
ma da privilegiati».
Laura Zangarini
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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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La guida

Eventi

Dai bozzetti originali
al marketing:
fino al 31 ottobre

Da oggi alla fine dell’Expo (31 ottobre), Casa Milan,
sede del club rossonero (via Aldo Rossi 8, metro
lilla Portello), ospita la mostra «La Fabbrica delle
Coppe», che racconta la genesi della Coppa del
Mondo Fifa e di altri grandi trofei come la
Champions League realizzati dalla GDE Bertoni di
Paderno Dugnano. Per la prima volta verranno
esposti i bozzetti originali, i modelli in cera e gesso,
gli stampi e le macchine con cui questi trofei sono
stati prodotti, oltre alla Coppa del Mondo vinta

dagli azzurri nella finale di Berlino del 2006 contro
la Francia. La mostra, articolata nelle sale «Il
progetto», «La produzione», «Il trionfo», «La
diffusione del prodotto», è a cura di Marco Amato,
l’allestimento è di Paolo Castelli, mentre lo spazio
espositivo porta la firma nel design dello Studio
Fabio Novembre. Biglietti: intero 18 euro, riduzione
a 12 euro per i titolari della carta Cuore Rossonero
e 10 euro per le famiglie. Per informazioni il sito è:
www.acmilan.com/casamilan

L’appuntamento Nel museo di casa Milan il racconto appassionante della
nascita dell’oggetto più ambito dal calcio. Realizzata da oltre 40 anni nell’azienda
lombarda GDE Bertoni che crea anche le coppe della Champions e dell’Uefa
di Marcello Parilli

I

l 21 giugno 1970, quando Carlos Alberto, capitano del Brasile, alza
nel cielo di Città del
Messico la Coppa Rimet (4-1 all’Italia, ahimè), è una
data che ha segnato un prima e
un dopo nella storia dei Mondiali. Perché il trofeo, vinto dai
verdeoro per la terza volta e
quindi conquistato definitivamente, costringe la Fifa a rimpiazzarlo con uno nuovo. Quello che però molti non sanno è
che la nuova coppa, scelta tra altre 52, ha un Dna milanese: dal
padre, lo scultore oggi 94enne
Silvio Gazzaniga, alla casa dove
è nata, alle porte della città. Qui
infatti opera ancora la GDE Bertoni che, oltre alla Coppa del
Mondo e alle sue copie, realizza
ogni anno l’Uefa Europa League
Cup (ex Coppa Uefa, anch’essa
di Gazzaniga) e la prestigiosa
Champions League (disegnata
dallo svizzero Hans Stadelmann), oltre a tantissime altre.
Da lunedì (e fino al 31 ottobre) la Coppa del Mondo Fifa
sarà la star indiscussa di «La
Fabbrica delle Coppe», una mostra dedicata all’attività e alle
creazioni della GDE Bertoni da
Mondo Milan, il museo di Casa
Milan, l’avveniristica sede del
club milanese inaugurata lo
scorso anno, che con le sue attività (museo, Milan Store e ristorante), ha richiamato in un anno 311.000 visitatori per un fatturato di 3.700.000 euro.
Una storia, quella della Bertoni, con origini lontane e ricca di
sorprese. «L’attività, nata a Novate Milanese agli inizi del ‘900
come piccolo laboratorio artigianale, negli Anni 40 è diventata una vera e propria azienda,
decollata nel 1960 grazie all’appalto per le medaglie delle
Olimpiadi di Roma — racconta
l’attuale titolare Valentina Losa
—. Quando abbiamo vinto anche quello per la nuova Fifa

LA FUCINA
DEI TROFEI

NELLA FABBRICA DELLA COPPA DEL MONDO
UNA DELLE VITTORIE DEL MADE IN ITALY
World Cup, che ancora oggi
considero un oggetto di design
moderno e bellissimo, c’è stata
la svolta: sono iniziate le collaborazioni con la Uefa e le federazioni internazionali di pallavolo, atletica, nuoto... Poi mio
padre nel ‘95 ha cambiato tutto:
ha trasferito l’azienda a Paderno
Dugnano, ha tenuto solo 15 degli 80 dipendenti e ha puntato
tutto sulle commissioni di alta
qualità abbandonando il resto.
Poi, quando cinque anni fa è
mancato, mi sono ritrovata a capo dell’azienda. Io ero cresciuta
tra i trofei, coppe e medaglie
erano un po’ le mie sorelline,
ma giuro che avrei fatto tutto
tranne questo lavoro. Mi occupavo di multimedia e comunicazione».
Il celebre trofeo, insieme ai
bozzetti originali di Gazzaniga,
ai ferri del mestiere della Bertoni, ai palloni e ad altri cimeli dei
Mondiali, verrà esposto nelle
sale in fondo a Mondo Milan, il
museo che racconta la storia e i
protagonisti del club rossonero
mescolando sapientemente la
tradizione (maglie, scarpini, al-

Hi-tech
Alcuni ragazzi
delle giovanili
dell’AC Milan in
visita al museo
Mondo Milan di
Casa Milan,
sede della
società
rossonera e
della mostra
«La Fabbrica
delle Coppe». Il
museo ha
richiamato in
un anno 311
mila spettatori
e ha realizzato
un fatturato di
3 milioni 700
mila euro. (foto
Studio Buzzi)

manacchi, ritagli d’epoca, i Palloni d’oro e l’impressionante sala con 42 trofei e una Coppa dei
Campioni alta tre metri) con le
più moderne tecnologie interattive (schermi ovunque con le
imprese rossonere e persino
ologrammi dei giocatori). Uno
spazio, quello del museo, in
continua evoluzione. «A un anno dall’inaugurazione la sfida di
creare un nuovo spazio di attività culturale legato al brand Mi-

lan è stata vinta — dice Barbara
Berlusconi, vicepresidente e
amministratore delegato con
delega alle funzioni sociali non
sportive del Milan —, come dimostra questa mostra, che ho
fortemente voluto perché racconta l’eccellenza italiana di
storie come quella di Gazzaniga. Uomini che hanno trasformato il lavoro artigianale in arte, vicende umane e professionali poco conosciute che abbia-

E Gazzaniga convinse la Fifa
con un abbraccio planetario
di Stefano Landi
on le sue mani ha creato l’oggetto del desiderio di ogni uomo. Quello che con regolare cadenza quadriennale diventa il più ambito e che, brillando nelle notti magiche, per una
volta riesce nell’impresa di spiegare il senso di
un pallone che rotola anche a mogli e fidanzate. I
Mondiali sono una cosa democratica. Grazie anche a quella colata d’oro massiccio a 18 carati, alta 36,8 centimetri per un peso netto di sei chili e
175 grammi. Silvio Gazzaniga, 94 anni, è il papà
della Coppa del Mondo. La disegnò nel ’71 su incarico della ditta di Paderno Dugnano GDE Bertoni, dove fino a metà degli Anni 90 è stato direttore artistico. E dove ancora ricordano il Maestro
per l’innato istinto a insegnare le cose che faceva. Per come combatteva per le sue idee e, nelle
forme, era già moderno 40 anni fa.
In un calderone di 53 proposte da tutto il
mondo, il 5 aprile del 1971, la Fifa sceglie le mani
del sciur Gazzaniga per la nuova coppa. L’anno
prima il Brasile, vincendo la sua terza Rimet creò

un’emergenza pratica. Dopo tre titoli conquistati
avevano il diritto di tenersi in patria il trofeo senza doverlo più rimettere in gioco nell’edizione
successiva. «In testa avevo l’immagine dello
sportivo che vuole conquistare il trofeo, l’uomo
che diventa gigante grazie alla vittoria sul campo
tanto da poter stringere il mondo fra le sue braccia» racconta sempre quando gli chiedono come
è nata quell’icona planetaria. Il bozzetto uscì di
getto in poche ore, al primo tentativo. Fu l’unico
presentato a Zurigo con una dimensione fisica.
Per rendere la plasticità del gesto, Gazzaniga realizzò un modello a dimensioni naturali in plastilina. Per scolpirla impiegò una settimana. In
cambio, nessun compenso ma una vetrina mondiale.

La sua idea
«In testa avevo l’uomo che diventa
un gigante tanto da poter stringere
il globo». Ha disegnato anche i trofei
del Gran Premio di Monza e del Giro
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m o i l d ove re m o r a l e d i
raccontare alle nuove generazioni. Parlo anche della recente
apertura del nuovo spazio Casa
Milan Gallery dedicato all’arte
contemporanea. Siamo sempre
alla ricerca di nuovi cimeli e la
sfida del 2016 sarà una nuova
sezione denominata Milan Today che racconterà, in forma
espositiva, i nuovi progetti, gli
spazi di Milanello e del Vismara, la vita quotidiana della nostra prima squadra».
Una coppa, quella del mondo, che all’Italia ha dato due
grandi gioie: nel 1982 e, in finale
con la Francia, nel 2006. «Ricordo una partita infinita, di grande tensione. L’immagine di Zidane che lascia il campo sfiorando la coppa, e poi Cannavaro
che la solleva al cielo — ricorda
Barbara Berlusconi —. Sono
passati diversi anni ma non ho
mai perdonato, da italiana, il
fatto che Blatter non abbia voluto consegnarci la coppa. La storia, e i fatti di questi giorni lo dimostrano, si è incaricata di vendicare quell’affronto».

● Barbara
Berlusconi, 30
anni, due figli,
laurea in
Filosofia, dal
2013 è
vicepresidente
e anche
amministratore
delegato con
delega alle
funzioni sociali
non sportive
del Milan

● Fabio
Novembre, 48
anni, architetto
e designer
salentino, ha
progettato
Casa Milan, la
nuova sede del
club rossonero
inaugurata nel
2014. È tra gli
Ambassador
per Expo
Milano 2015

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Senza rivali
Silvio Gazzaniga,
oggi 94enne.
Nel ‘71 fu scelto
il suo bozzetto
dopo che il
Brasile vinse
per la terza volta
la Rimet

Lo scultore, papà della Coppa, devoto a Michelangelo

C

Profili

Il 7 luglio del ’74, Franz Beckenbauer, capitano della Germania è il primo ad alzarla verso il
cielo di Monaco di Baviera. Negli anni successivi
passò in buone mani: da Zoff a Maradona, da
Ronaldo a Zidane. Anche se lui sognava che l’alzasse Pelè. Per la Fifa vale 300 mila euro, ma a livello emozionale molto di più. L’ha restaurata
varie volte, la conosce millimetro per millimetro
e non avrebbe mai cambiato il minimo dettaglio.
Gazzaniga è a tutti gli effetti il re di coppe. Oltre al titolo più prestigioso, ha creato anche la
Coppa Uefa per club e la Supercoppa europea.
Poi le Coppe del mondo di baseball, volley e pure
di bob. E, in occasione dei 150 anni dell’Unità
d’Italia, ha disegnato i suoi ultimi pezzi: il trofeo
per la Coppa Italia, quello per il Giro d’Italia e per

il Gran Premio di Monza.
Devoto a Michelangelo e alla sua Pietà (la Rondanini che incarna il corpo a corpo con la materia da plasmare), milanista fedele nonostante il
covo di interisti in famiglia, sciatore mancato.
Timido, al punto di non presenziare mai alla
consegna della (sua) coppa. In gioventù, gli studi
alla Scuola d’arte applicata Umanitaria, poi alla
Superiore del Castello Sforzesco, sempre a Milano. É lì che si specializza come orafo e gioielliere. É lì che nasce la sua naturale avanguardia verso quelle coppe pregiate. Per cui ha speso ogni
giorno della sua vita, dai 16 anni sino ai 90 anni
compiuti, impassibile anche alle guerre.
In bacheca si è messo un Ambrogino d’Oro
(per il ruolo di artista contemporaneo a Milano),
il titolo di Commendatore della Repubblica (nel
2012). Ma quello a cui Gazzaniga tiene di più lo
ha sempre nel suo studio formato modellino, accanto a un ritratto della moglie Elsa, sposata più
di 60 anni fa. La sua «bambina», così lo chiama.
Che non morirà mai. Per questo hanno re-inciso
a spirali i nomi delle squadre vincitrici.
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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

EVENTI

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41
#

Le regole
Misure e materiali
L’originale si gode
solo dentro lo stadio

La Fifa World Cup disegnata da Silvio Gazzaniga
(un mondo-pallone sollevato da due atleti
esultanti) è già stata assegnata 11 volte: il primo
ad alzarla fu Franz Beckenbauer nel 1974, l’ultimo
ancora un tedesco, Philip Lahm, nel 2014. In
mezzo, un’altra vittoria della Germania (1990), due
dell’Argentina (1978, 1986), dell’Italia (1982,
2006) e del Brasile (1994, 2002), una della Francia
(1998) e una della Spagna (2010). Il trofeo è alto
36,8 cm e pesa poco più di 6 kg. L’originale è in oro

fuso a cera persa, è vuoto al suo interno e alla base
presenta due bande verdi di malachite, che
rievocano il colore del campo da gioco. La coppa
originale è custodita a Zurigo dalla Fifa che la
consegna alla squadra vincitrice nella cerimonia di
premiazione. Dopo i festeggiamenti nello stadio la
coppa viene ritirata (spesso poi rispedita alla
Bertoni per piccole riparazioni) e sostituita con una
copia che rimane ai vincitori. La Coppa del 2018
avrà i nomi delle squadre vincitrici incisi a spirale .

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Eventi

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Rifiniture Un dipendente della Bertoni al lavoro. Ogni esemplare della Coppa del Mondo richiede un mese di lavorazione da parte di 5-6 persone. La vendita di copie è assolutamente vietata. (foto Studio Buzzi)

L’intervista

di Alessandro Bocci

G

abriele Oriali oggi è il
team manager della Nazionale e l’uomo più vicino al c.t. Antonio
Conte, ma l’11 luglio dell’82 era
in campo al Santiago Bernabeu
nella finale contro la Germania.
«Non posso dimenticare il momento preciso in cui l’arbitro
Coelho ha fischiato la fine e siamo diventati campioni del mondo». Uno di quegli eventi che
cambiano la vita di un uomo e di
un calciatore. Non è un caso che
l’intervista, ad un tavolino del
bar del Centro Tecnico di Coverciano, si consumi sotto la foto di
Cannavaro che solleva la coppa
del 2006. Ricordi che fanno parte di noi e della nostra storia.
Oriali, cosa ha pensato in
quel momento
«A mia moglie Delia, ai miei
genitori, ai miei figli, che a casa
in quel mese avevano sofferto e
palpitato per me. Perché quando siamo partiti, nel bel mezzo
delle polemiche, nessuno poteva immaginare che saremmo
tornati a casa con la coppa».
Già, la coppa. Il sogno di
una vita...
«Alla vigilia del debutto con
la Polonia, sul pullman che ci
portava allo stadio, dissi a Marini, mio amico e compagno nell’Inter: “sono contento che giochi tu. A me basterebbe fare un
minuto prima della fine del
Mondiale”. E invece sono tornato a casa campione del mondo».
E la coppa?
«L’ho toccata sul palco, quando è venuto il mio turno e poi
l’ho inseguita, corteggiata, coc-

«L’alzai al cielo pochi secondi
Una gioia pari al Triplete»
colata sul campo durante la festa. Tutti la volevano anche solo
per un momento, per sollevarla
al cielo».
Non eravamo i favoriti.
«Per niente. Non eravamo
neppure in grande condizione.
L’ intenzione era fare bella figura nelle prime tre partite. All’inizio abbiamo giocato male, poi
siamo cresciuti. La svolta, è
chiaro, è stata con il Brasile.
Quella vittoria storica ha cam-



Gabriele Oriali
Un sogno vincere la
coppa a Madrid ma la vita
ti cambia quando indossi
la maglia del tuo Paese

biato tutto, soprattutto le nostre
convinzioni. Quando in semifinale abbiamo ritrovato la Polonia, non eravamo più quelli dell’esordio. A quel punto ci credevamo per davvero».
Cosa ha pensato quando,
nella seconda fase, l’Italia è
stata accoppiata con Argentina e Brasile?
«Ho chiamato mia moglie e
con un sorriso le ho detto: prepara le valigie che torniamo presto e andiamo in vacanza».
E invece avete riportato indietro la coppa sull’aereo del
presidente Pertini. Quella sera
come ha festeggiato?
«Con Gaetano Scirea e Dino
Zoff, non proprio dei chiacchieroni. Diciamo una festa silenziosa. Non riuscivamo a capire che
cosa avevamo fatto».
Quella squadra però era un
gruppo formidabile...

Chi è

Gabriele Oriali,
comasco, 62
anni, è stato
mediano
dell’Inter e della
Nazionale, di cui
è attualmente
team manager

La gioia in mano 11 luglio 1982: l’Italia ha vinto i Mondiali di Spagna, gli azzurri esultano al Bernabeu

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«Uomini di ferro prima che
giocatori. Ricordo le notti insonni con Tardelli e Conti e ricordo quel gentiluomo di Bearzot. Senza i mezzi di adesso, riusciva a preparare alla perfezione
la partita e proteggeva sempre i
suoi giocatori. Un grande allenatore».
La vita da quel giorno non è
stata più la stessa...
«Diventare campioni del
mondo è un traguardo, ma il
momento che cambia la vita è
avere la possibilità di rappresentare il tuo Paese, quando sei in
campo e ascolti l’Inno. Ancora
oggi, quando succede, a me vengono i brividi».
Lei di trofei ne ha vinti tanti,
qualcuno paragonabile alla
coppa del mondo dell’82?
«Solo il triplete del 2010, da
dirigente dell’Inter e con Mourinho allenatore. La finale di
Champions, con il Bayern Monaco, si è giocata a Madrid e mi
ha riportato indietro nel tempo.
Come se avessi chiuso un cerchio».
Ma nel calcio-business c’è
spazio per il simbolo della vittoria. Ha un senso ancora alzare la coppa?
«I soldi mandano avanti la
macchina. Ma la passione la trasmettono i giocatori, quelli attaccati alla maglia. Ci sono stati
e ci saranno sempre: guardate
Buffon, un campione straordinario: ha vinto tutto eppure ogni
volta viene in Nazionale con lo
spirito e l’umiltà del debuttante.
Il calcio è di quelli come Gigi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

● Il commento
Il passato che serve
alla cultura del pallone
di Fabio Monti

L

a «Fabbrica delle Coppe», il museo
dentro al museo (quello di Mondo
Milan), è l’ultimo segnale di un
avvicinamento delle passioni calcistiche
italiane a un sentimento europeo. Per
decenni, l’attenzione al pallone che rotola,
all’arbitro che sbaglia e al «nemico» da
insultare ha sempre vinto per «distacco»
sulla storia, sul culto della memoria, sullo
studio di quello che è stato per capire meglio
quello che è e che sarà. I musei del Real, del
Barcellona, del Manchester United o di
Wembley, sembravano esempi troppo
lontani dai gusti italiani, che al massimo si
fermavano alle mostre legate al ciclismo (il
museo del Ghisallo), nel nome di Coppi e
Bartali, di Binda e Girardengo. Con il
passare degli anni, le stanze, le vetrine, i
cimeli sono diventati luoghi «benedetti»
anche dai calciofili, che hanno imparato ad
apprezzare il senso delle scarpe di Meazza,
del pallone di cuoio dell’Italia campione del
mondo negli anni Trenta, della maglia
granata di Valentino Mazzola. È stato il
museo di San Siro (1996), legato ai trofei e
alla storia di Inter e Milan, ad aver fatto da
apripista ad una tendenza, che si è
consolidata nel 2000 con l’inaugurazione del
museo del calcio a Coverciano. Lo Juventus
Museum, accanto allo Stadium, aperto il 16
maggio 2012, continua ad incontrare uno
straordinario favore popolare, come quelli
della Fiorentina, del Grande Torino, del
Genoa e del Padova. Così che l’8 giugno 2011
è nata la Federazione dei Musei del calcio. E
l’Assocalciatori, nell’agosto 2014, ha
inaugurato «Football Heroes», mostra
itinerante, partita dal teatro Olimpico di
Vicenza e ora a Milano, per illustrare cento
anni di calcio. Sono tutti modi per ricordare
che dietro ai dribbling e ai gol, ci sono storie,
leggende, documenti, testimonianze,
costumi di un Paese che cambia.
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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015



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Risponde Sergio Romano

LA DIFFICILE SCELTA CURDA
FRA IL SOGNO E LA REALTÀ

Siamo l’unico Paese al mondo
che definisce un ministero,
quello del Welfare, in una
lingua straniera che non
conosce e che tutti storpiano.
Pensi se Renzi, anziché
battezzare Jobs act la riforma
del lavoro, l’avesse chiamato
«Laboris Acta», quale effetto
avrebbe avuto. E se
la chimerica «Spending
review», fosse stata
chiamata semplicemente
revisione della spesa? Forse la
metà degli italiani che non ha
votato si è stancata di
sentir chiamare l’Italia, da
tutti i politici in tutti i talk
show, «questo paese» con
l’iniziale intuitivamente
minuscola. In realtà,
questo Paese è il loro
Paese, nel quale si sono
spartiti privilegi, vitalizi,
sinecure, benefici,
pensioni e diritti acquisiti e
inalienabili. Non generalizzo:
so che pochi rubano
molto, molti rubano poco e
moltissimi non rubano
affatto, limitandosi a tacere e
a godersi i loro privilegi.
Ma è certo che tutti
insieme hanno costruito un
sistema inviolabile,
gestito da una burocrazia
feroce, con metodi di selezione
che premiano i peggiori,
contro la logica ma tesi a
garantire l’impunità,
qualunque siano le malefatte
compiute. La politica è
diventata un mestiere
redditizio, per chi non ha mai
fatto altro e non avrebbe mai
potuto fare altro.
Ugo Clima

ugoclima@mercurio-misura.it
Un po’ troppo pessimista
forse. Ma le sue considerazioni
sull’uso dell’inglese nella politica italiana sono sacrosante.

● Particelle elementari

di Pierluigi Battista

Il manicomio per Pound
voluto da Saul Bellow

LETTERE
AL CORRIERE

LINGUA INGLESE
Uso eccessivo in politica

43

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Le lettere firmate con
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città, vanno inviate a
«Lettere al Corriere»
Corriere della Sera
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Fax: 02-62827579

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lettere@corriere.it
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sromano@rcs.it

La tua
opinione su
sonar.corriere.it
La Francia
blocca la
frontiera con
l’Italia a
Ventimiglia
respingendo i
migranti. Una
decisione che
condividete?

SUL WEB
Risposte alle
19 di ieri



38%
62%
No

La domanda
di oggi
Da Londra a
Caracas, tutti
nudi in bici
contro le
emissioni delle
auto e i
problemi legati
al traffico. Siete
d’accordo sulle
modalità
dell’evento?

La parte orientale dell’Anatolia ha votato
massicciamente la propria identità curda. Se
per ipotesi questa regione pretendesse
l’autonomia, l’unione con il Kurdistan iracheno
e iraniano o l’indipendenza, che cosa
succederebbe?
Nerio Fornasier
fornasier.nerio@yahoo.fr
Caro Fornasier,
ell’ultimo decennio i curdi hanno vissuto e prosperato grazie agli errori altrui. La guerra americana del 2003 ha
inflitto all’unità dello Stato iracheno
un colpo da cui Bagdad non riesce a risollevarsi; ma ha creato, di fatto, un Kurdistan iracheno
che ha consolidato la propria autonomia e tratto grandi vantaggi, anche economici, dalla fragilità del potere centrale. La guerra civile siriana ha devastato il Paese e costretto alla fuga poco meno di 4 milioni di persone. Ma ha conferito al piccolo Kurdistan siriano un peso
strategico di cui si è servito con destrezza. In Siria e in Iraq l’Isis ha riscosso grandi successi ed
è una minaccia per l’intera regione; ma ha fatto
dei curdi, in entrambi i Paesi, i più efficaci difensori delle popolazioni sciite, dei cristiani e
della minoranza yazida. Come ha scritto Roberto Tottoli sul Corriere del 9 giugno, «mai come
ora, i curdi godono delle simpatie internazionali. Paiono improvvisamente un fattore di stabilità in una regione squassata da guerre civili e
divisioni feroci».
Quale uso faranno dei loro successi? Cederanno alla tentazione di combattere una nuova battaglia per la nascita di un Kurdistan iracheno che

N

SANITÀ
Turni nel weekend
Non si capisce per quale
motivo negli ospedali l’attività
di assistenza, cura e
interventistica debba, nei
giorni festivi e nel fine
settimana, procedere a passo
ridotto rispetto a ciò che
avviene durante la tipica
settimana lavorativa. I
pazienti, così come il loro stato
di sofferenza, sono
esattamente gli stessi e la
maggiore presenza di parenti
genera inevitabilmente più
confusione che sollievo. In un

riunirebbe in un solo Stato i curdi turchi (15,4
milioni), siriani (1,3), iracheni (4,3) e iraniani
(6,8)? La risposta potrebbe venire dalle scelte politiche del partito curdo che si è affermato nelle
elezioni politiche turche degli scorsi giorni. Il
Partito democratico del popolo (Hdp) ha superato la soglia del 10%, uno sbarramento innalzato
per limitare la sua rappresentanza parlamentare, e avrà circa ottanta deputati. Ma il successo è
in buona parte dovuto alla campagna elettorale
del suo leader, Selahattin Demirtas. Brillante avvocato dei diritti umani, Demirtas è riuscito a
raccogliere simpatie e consensi in quella parte
dell’elettorato che non approva il tradizionalismo musulmano del presidente Erdogan, il suo
stile sultaneggiante, le sue scelte politiche dopo
le rivolte arabe, la dura repressione delle manifestazioni di protesta contro l’urbanizzazione
del Gezy Park di Istanbul.
Senza perdere interamente le sue radici curde, Hdp potrebbe diventare il partito liberal-democratico di cui la Turchia ha bisogno. Ma deve
accantonare, se vuole avere questo ruolo, il sogno di un Kurdistan unificato. Troverebbe sulla
sua strada molti elettori di cui ha conquistato il
voto, la ferma opposizione del governo turco
(chiunque ne abbia la guida) e quella non meno
ferma dell’Iran, per non parlare delle perplessità
delle maggiori potenze. Questo non significa
che debba dimenticare la causa curda. Ma quanto più saprà rinunciare a obiettivi difficilmente
raggiungibili, tanto meglio potrà lavorare per
l’autonomia dei curdi che vivono negli altri Paesi
della regione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

servizio così importante come
quello ospedaliero non
dovrebbero esserci giornate
intere di discontinuità. Anche
se con costi inevitabilmente
maggiori, sarebbe meglio
organizzare turni per un
servizio senza carenze, e si
genererebbero così anche
nuovi posti di lavoro.
Ermanno Padovan

erpader@gmail.com

FIERE
L’Italia come la Germania
L’Italia è, insieme alla
Germania, il Paese europeo

con la maggiore
concentrazione di eventi
fieristici internazionali.
Dalla meccanica alla moda il
sistema fieristico rappresenta
una importante risorsa
economica. In questo
contesto si inserisce
il Piano straordinario
per il made in Italy
che mira al rilancio
dell’internazionalizzazione
mediante il potenziamento del
settore fieristico. Un’occasione
da non perdere!
Gabriele Salini

gabriele.salini@
gmail.com

INTERVENTI E REPLICHE

È

difficile dover dar torto a uno scrittore
tra i più ammirabili come Saul Bellow,
uno dei giganti della letteratura del
Novecento. Ma Bellow sulla sorte di Ezra
Pound sbagliò. Sbagliò a maltrattare William
Faulkner che lo voleva coinvolgere in
un’iniziativa insieme a John Steinbeck per
liberare il poeta Ezra Pound dalla lunga
detenzione in un manicomio a causa delle
sue idee politiche, insomma del suo
fascismo. In una delle «Letters» pubblicate
dall’editore Viking e una cui raccolta è stata
resa nota in Italia da Antonio Monda per La
Repubblica, Bellow nel 1956 sostenne invece
che Pound meritava il trattamento disumano
riservatogli nel manicomio St. Elisabeth a
Washington. C’è chi sostiene che fu il male
minore. Che se Pound non fosse stato
marchiato come infermo di mente, la
condanna a morte per alto tradimento
sarebbe stata inevitabile. Che i suoi discorsi a
favore della Rsi (Repubblica sociale italiana)
mussoliniana erano un atto di esplicito
sabotaggio che gli Stati Uniti, in guerra contro
il fascismo e il nazismo, non avrebbero
potuto non punire. Contrastando l’iniziativa
di Faulkner, Bellow scriveva che Pound aveva
predicato «odio e sangue», anche contro gli
ebrei. Ma quella predicazione valeva tredici
anni di un uomo considerato pazzo e
sottoposto a terapie medico-psichiatriche che
di frequente oltrepassavano la soglia della
crudeltà? Sosteneva Bellow: fosse stato un
cittadino americano qualunque e non un
poeta, nessuno si sarebbe accorto di niente.
Ma invece furono gli Stati Uniti a fare di
Pound il bersaglio che avrebbe dovuto
calamitare il disgusto pubblico per uno che
era stato dall’altra parte e che aveva detto e
scritto cose incompatibili con la (sacrosanta)
crociata antinazista. Volevano ammonire,
dare un esempio, colpire chi aveva
fiancheggiato con le sue idee il nemico che
incarnava il Male assoluto. Ma la
psichiatrizzazione del dissenso politico,
anche del più inaccettabile, è una
caratteristica dei sistemi totalitari, non di una
grande democrazia. Trattare come un pazzo
pericoloso da rinchiudere uno che si era
messo dalla parte di Mussolini è una pratica
ingiusta, una vendetta, una ritorsione
spietata. Era questo il concetto che i Faulkner,
gli Steinbeck, gli Hemingway e in Italia Vanni
Scheiwiller volevano sottolineare. Non il
privilegio per un poeta, ma la denuncia di una
mostruosità compiuta su un uomo trattato da
pazzo solo per le parole spese lungo gli anni
nelle sue poesie e per alcuni discorsi
radiofonici. Tredici anni in un manicomio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Trapianto di cuore e le nuove sfide
L’articolo di Giuseppe Remuzzi sui successi della
trapiantologia in 60 anni di storia («Quei milioni
di anni di vita guadagnati», Corriere, 1 giugno)
non può che essere sottoscritto da chi lavora in
un Centro trapianti, ma suscita un commento .
L’autore scrive che «persone destinate a morire
tornano a una vita normale». Sebbene esistano
distinzioni tra i diversi organi e il concetto di
normalità sia soggettivo, la vita di un trapiantato
non è proprio normale: terapia
immunosoppressiva ( che può causare linfomi
con incidenza dal 10 al 20%),
polifarmacoterapia, biopsie periodiche. Nella
migliore delle ipotesi il trapianto è un’altra
malattia con buona qualità e aspettativa di vita
(nel trapianto cardiaco la sopravvivenza a 5 anni
dall’intervento raggiunge il 75%). Queste note di
realismo statistico non possono certo ledere
l’immagine elevatissima di cui gode il trapianto,

in virtù della sua essenza miracolosa. Tuttavia
per precisione si dovrebbe aggiungere che con
pari investimento di risorse si potrebbero
guadagnare milioni di anni di vita in campi
sanitari molto meno spettacolari: si pensi ai
mancati interventi di vaccinazione o
potabilizzazione delle acque, che uccidono
milioni di bambini non lontano da qui. L’Uomo e
lo Scienziato sono attesi da due sfide parallele e
prometeiche: il primo deve superarsi, andare
oltre se stesso, maturare la cultura della
donazione. Il secondo deve inventare organi
artificiali perfetti; quando accadrà la donazione
non sarà più necessaria, diversamente dall’uomo
capace di tanto dono. Lo stellar accomplishment
consisterà dunque nel rendere non necessario un
dono. Ps: mentre scrivo qui a Bologna è appena
arrivata la telefonata di un cuore in arrivo per un
trapianto. Stanotte qualcuno riceverà il cuore di
un altro uomo. A pochi metri da me passeggia un
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DEL LUNEDÌ
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bambino che da quindici giorni ha un cuore
nuovo. Era di un bambino che stava andando in
bicicletta, lui ci andrà presto.
Gabriele Bronzetti, Istituto di Cardiologia

Bozzetto

Università di Bologna

Il dottor Bronzetti fa una serie di osservazioni
assolutamente pertinenti e si dà la risposta da
solo quando ci dice del bambino che col cuore
nuovo presto andrà in bicicletta. Certo col
trapianto qualche volta (due volte su dieci) si
possono avere problemi e allora il trapianto è
proprio un’altra malattia. Ma quando le cose
vanno bene, vanno bene. Il Lancet di qualche anno
fa racconta di una donna che a sette anni dal
trapianto di cuore va in cima al Cervino. E tanti dei
nostri ammalati che hanno avuto un trapianto di
rene (o di fegato o di cuore) vanno ogni anno da
Bergamo a Roma in bicicletta. Io non sarei capace.
Giuseppe Remuzzi

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IoDonna € 0,50). A Como e prov., non acquistabili separati: m/m/g/d Corsera + Cor.
Como € 1,30 + € 0,20; ven. Corsera + Sette + Cor. Como € 1,30 + € 0,50 + € 0,20; sab.

La tiratura di domenica 14 giugno è stata di 420.997 copie

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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Sportlunedì

Copa America
Argentina rimontata
Colombia sconfitta
dal Venezuela
Stanotte c’è il Cile

Prime sorprese alla Copa America in svolgimento in Cile. Dopo la
vittoria stringata dell’Uruguay sulla Giamaica (1-0) e la rimonta da
2-0 a 2-2 subita dall’Argentina dal Paraguay (Messi a segno su
rigore), stecca anche la Colombia. La squadra di Pekerman, reduce
dal buon Mondiale di un anno fa, è stata sconfitta 1-0 dal Venezuela,
nonostante il trio James Rodriguez, Falcao e Bacca. Il prossimo
milanista Jackson Martinez è entrato solo nel finale. Stanotte torna
in campo il Cile di Vidal, vittorioso sull’Ecuador al debutto, contro il
Messico (Gazzetta Tv ore 1.30). Alle 23 sempre sul canale 59 del
digitale terrestre c’è Ecuador-Bolivia.

Mercato Il Milan per l’attacco pensa anche a Luiz Adriano, l’Inter stringe per il primo acquisto:
arriverà uno tra Thiago Motta e Felipe Melo, Guarin piace al Fenerbahçe, Kovacic al Liverpool
Stelle
Zlatan
Ibrahimovic, 33
anni, potrebbe
tornare al Milan
dopo 3 stagioni al
Psg; Paul Pogba,
22, piace a tutte
le grandi squadre
d’Europa
(Afp, Reuters)

Richiesti

● Luiz Adriano,
28 anni,
potrebbe
essere il terzo
attaccante
chiesto
da Berlusconi

● Thiago
Motta, 32
anni, potrebbe
tornare all’Inter
dopo tre
stagioni
al Psg

● Felipe Melo,
31 anni,
è seguito
dall’Inter.
Ha giocato
con Juve
e Fiorentina

● Edin Dzeko,
29 anni, piace
alla Roma:
per cederlo
il City chiede
27,5 milioni
di euro

● Zdnek
Zeman, 68
anni, nella
prossima
stagione
allenerà
il Lugano

I giorni di Ibra e Pogba
La Juve medita sulle maxi offerte per il Polpo
Zlatan chiede al Psg il via libera per Milano
Roma sospesa tra Dzeko e Bacca del Siviglia
E le stelle non stanno a
guardare. Casomai si spostano,
in un moto determinato da una
corrente di euro. Nella galassia
del pallone, sistemate le panchine, restano da definire le
sorti delle superstar. Pogba è la
cometa della Juventus che da
un lato non vorrebbe privarsi
del centrocampista 22enne,
punto di riferimento del gioco
di Allegri. Dall’altro però non
può nemmeno permettersi di
rimanere insensibile davanti
alla montagna di quattrini che i
più grandi club del continente
sono pronti a offrire. Si sono
fatti avanti il Paris Saint Germain e il Real Madrid. Il Barcellona attraverso Ariedo Braida
(in ottimi rapporti con Beppe
Marotta e con Mino Raiola,
agente del giocatore) ha tentato di prenotare il fuoriclasse
per il 2016 quando scadrà la
sanzione della Fifa che ha imposto ai catalani il blocco del
mercato. «Al Barça piace a tutti: per il suo bene gli direi di venire da noi» ha dichiarato l’ex
dirigente milanista. L’opzione
blaugrana non dispiacerebbe
alla Juve che così conterebbe
sulle prestazioni del Polpo Paul
per un’altra stagione. Solo un
diluvio di quattrini potrebbe
far cambiare idea al management bianconero: in proposito
ieri in Inghilterra il Daily Star

MILANO

ha rilanciato l’indiscrezione secondo cui il Manchester City
sarebbe pronto a mettere sul
piatto la cifra mostruosa di 214
milioni: 124 per la Juve e 90 al
giocatore (spalmati su 5 anni).
A Torino non ritengono verosimile una proposta di questa entità: per verificare se ai

A Livorno

Allegri segna
e conquista
il Torneo
delle Briosce
LIVORNO (m.ga.) Stavolta la

«finalissima» l’ha vinta lui,
Massimiliano Allegri,
allenatore della Juventus,
segnando una doppietta
( foto Lanari). Certo, davanti
non aveva il Barcellona, ma 7
amici con i quali il Conte
Max ha ripetuto il rito del
Torneo delle Briosce, ovvero
una sfida al «Gabbione», una
specie di calcetto sul mare
inventato negli anni Sessanta
dal mitico capitano dell’Inter
e livornese doc Armando
Picchi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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rumors seguiranno i fatti non
resta che attendere.
Oggi invece è il giorno della
verità per Zlatan Ibrahimovic.
In compagnia di Raiola sarà in
Qatar dove incontrerà Nasser
Al Khelaifi, numero uno del
Psg, a cui chiederà di essere liberato. Il Milan è alla finestra,

speranzoso di poter costruire
con Jackson Martinez una coppia da sogno, ma attenzione alle offerte che possono arrivare
dai ricchi paesi arabi (destinazione che in linea di principio
lo svedese non disdegna: l’ideale sarebbe giocare ancora un
anno in Europa per poi trasferirsi alla corte degli sceicchi sul
Golfo Persico). Vedremo, il
mercato è fluido. Del resto come aveva confessato Silvio Berlusconi ad Antenna 3 «abbiamo bisogno di tre attaccanti
forti». Il terzo nome è Luiz
Adriano, punta brasiliana dello
Shakthar Donetsk, con il contratto in scadenza il 31 dicem-

214
milioni di euro
la cifra che
il Manchester
City avrebbe
offerto
alla Juventus
per Paul Pogba:
124 milioni
andrebbero
al club,
90 (in 5 anni)
al giocatore

bre. A gennaio potrebbe arrivare gratis, non è escluso che i
rossoneri tentino di anticipare
lo sbarco. Al momento insomma sembra essere stato accantonato il progetto dei giovani
italiani nonostante l’interesse
per Baselli e Bertolacci resti ancora vivo.
Settimana decisiva per l’Inter che non solo saprà se potrà
partecipare all’Europa League
al posto della Sampdoria ma
probabilmente potrà chiudere
il primo affare dell’estate. Uno
fra Thiago Motta e Felipe Melo
dovrebbe accasarsi alla corte di
Mancini (che non ha perso le
speranze per Imbula, su cui il
Valencia è in pole). Chissà se la
prossima campagna acquisti
sarà finanziata dalla cessione
di Kovacic al Liverpool che offre 22,5 milioni più 2 di bonus.
Dalla sede nerazzurra negano
che la trattativa sia già stata
chiusa ma un addio eccellente
sarà necessario per garantire
nuovi investimenti. Occhio
perciò all’interesse del Fenerbahçe per Guarin con i turchi
che offrono 10-11 milioni mentre i nerazzurri ne chiedono 13.
La Roma sogna uno da Edin
Dzeko (valutato dal City 27,5
milioni) e l’attaccante del Siviglia Carlos Bacca, il cui procuratore lancia messaggi di apertura. Il Maestro è tornato: Zdenek Zeman, dopo la non esaltante avventura a Cagliari,
riparte dalla Svizzera. Allenerà
il Lugano dopo aver trovato ieri
a Roma l’accordo con il presidente Renzetti. L’intesa è sulla
base di un anno: mercoledì la
firma.
Monica Colombo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

SPORT

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#

Promozione
Il Como dopo 11 anni
ritrova la serie B
In casa del Bassano
basta il pari senza gol

L’attesa è finita. Dopo undici anni, il Como è tornato in serie B, che
aveva lasciato nel giugno 2004, quando aveva collezionato la
seconda retrocessione consecutiva (dopo quella del 2003 dalla A
alla B). Il 22 dicembre 2004, il club era fallito ed era stato costretto a
ripartire dalla serie D, prima volta fuori dall’area pro dal 1938. Lo 0-0
di ieri sotto la pioggia in casa del Bassano è stato sufficiente per
conquistare la promozione, visto che all’andata la squadra di Carlo
Sabatini aveva vinto 2-0. Il tecnico, che ha sostituito in corsa
Giovanni Colella, ha vinto il secondo playoff per la B della sua
carriera, dopo quello del 2009 con il Padova. Il Como aveva eliminato

La storia

il Benevento nei quarti, poi era andato a vincere ai rigori a Matera in
semifinale (5-3, ai rigori, dopo l’1-1 in casa) e ha avuto la meglio sul
Bassano, che in campionato aveva vinto due volte (e sempre 2-0).
Protagonista della promozione è stato Simoneandrea Ganz (foto), 21
anni, 15 gol in 40 gare e figlio d’arte (il padre è Maurizio, ieri in curva
a Bassano). Il presidente, Pietro Porro, ha annunciato la conferma di
Sabatini e di Dolci, come d.s. L’allenatore ha raccontato: «Nell’ultima
giornata della stagione regolare, vincendo a Mantova, ho pensato
che la serie B potesse essere un traguardo possibile». Il Como aveva
chiuso il campionato al quarto posto, il Bassano al secondo.

Il Milan è tornato al centro dell’impero
Così Berlusconi decise la rivoluzione
Il club è di nuovo prioritario. Obiettivo minimo la Champions. Il dogma: le due punte

Per anni, nei pranzi ad
Arcore del lunedì, il Milan è
stato un accenno veloce, una
momentanea distrazione tra le
preoccupazioni politiche e i
guai giudiziari, confinata a
qualche curiosità sugli aspetti
tecnici o qualche commento
puntuto sull’allenatore del momento (d’altronde, quello che
Silvio Berlusconi pensa di sé e
delle sue competenze calcistiche lo ha detto anche in una recente intervista: «Con l’esperienza che ho, potrei andare in
panchina io»). Da qualche tempo in qua, il Milan è diventato
uno dei piatti portanti di quei
pranzi. E non solo.
La stagione sociale
2015/2016 nasce con il calcio di
nuovo al centro delle giornate
di Berlusconi, così come si sono accorti per primi Adriano
Galliani (le telefonate all’ad si
sono moltiplicate, prima per
identificare in Sinisa Mihajlovic il tecnico giusto, poi per il
mercato) e la figlia Barbara, alla
quale è riuscito di coinvolgere
il padre anche sugli aspetti più
commerciali (ora Silvio è il primo a parlare di «valore del
brand», concetto molto caro alla sua terzogenita, e a trattare il
Milan da vero e proprio asset
aziendale). Così, recentemente
qualche viaggio a Roma è stato
spostato «perché ora mi devo
occupare di Milan e il resto può
aspettare».
Certo, c’è stata la famosa e
complicata trattativa, di cui occuparsi in prima persona. I tormenti riguardo alla proposta di
Mr Bee (prima scartata, poi riconsiderata quando ha avuto la
certezza che sarebbe rimasto
alla guida). Paradossalmente
però il rinnovato entusiasmo è
forse la causa della vendita delle quote e non, come tutti pensano, la conseguenza dei soldi

MILANO

Dal 1986
● Silvio
Berlusconi
acquista
il Milan nel
febbraio 1986
(diventa
presidente il 24
marzo). Dal
2012, lasciata
la carica di
presidente
nel 2008, è il
presidente
onorario del
club, mentre
da poco più di
un anno ad e
vicepresidenti
vicari sono la
figlia Barbara e
Adriano
Galliani
● Berlusconi
sta per cedere
(closing entro
sette
settimane)
il 48% del
club a Bee
Taechaubol,
magnate
thailandese,
con
l’intenzione
di tenersi
la maggioranza
del Milan
anche una
volta
che la società
sarà quotata
in Borsa
(probabilmente
sul mercato di
Hong Kong)

I trofei
Silvio
Berlusconi
mostra i trofei
vinti: in 29 anni
da proprietario
del Milan
ha conquistato
28 trofei, 13
internazionali
(tra cui 5
Champions, 2
Intercontinentali) e 15 trofei
italiani (8
scudetti, 6
Supercoppe,
1 Coppa Italia)

(tanti) che Bee Taechaubol ha
promesso di portare con la valutazione monstre del club (oltre un miliardo). Lo scorso inverno, con i conti sempre più
in rosso e le numerose pressioni a cedere il club, Berlusconi
ha innanzitutto deciso che non
avrebbe mai potuto lasciare
mentre il Milan nuotava in così
cattive acque. Questione — decisiva — di immagine per «il
presidente più vincente della
storia», questione quasi esistenziale, in un momento in
cui dalla politica arrivavano delusioni e gli impegni istituzionali si erano ridotti: «Perché
dovrei lasciare l’unica cosa che
mi diverte?», ripeteva ai figli.
Ma, in tempi di petrodollari,
per rilanciare la sua creatura

anemica era necessario trovare
dei soci. La cessione del 48%
(non ancora conclusa) più che
facile metafora del disfacimento dell’impero (pur pieno di
crepe) è invece lo specchio di
come la mappa dell’impero stia
cambiando. Magari saranno altri i territori dai quali inizierà la
ritirata, ma Berlusconi vuole
guidare la rinascita del suo
club. Se poi questo tornerà a
essere anche l’incredibile stru-

La trattativa
Il patron ha capito
di non poter lasciare
con un insuccesso
E con Bee rilancia

mento di propaganda che è stato negli anni dei successi si vedrà.
Di sicuro, tutto si tiene (le
ambizioni di B e la scommessa
finanziaria di Bee) solo se il Milan torna a vincere. Subito.
L’obiettivo minimo del patron
è tornare in Champions. Berlusconi pensa che sia possibile
(la Juve scudettata dopo due
settimi posti è lì a dimostrarlo)
e, per questo, nell’accordo firmato con Taechaubol ha sottoscritto di mettere (di tasca Fininvest) 150 milioni, la gran
parte da destinare al mercato.
Proprio come si vede in questi
giorni con i rossoneri protagonisti delle trattative. Che squadra ha in testa Berlusconi? Come ha sempre detto (e magari

Le dimissioni e lo scandalo Fifa

Blatter, c’è aria di ripensamento
Un giornale svizzero annuncia
«Africa e Asia vogliono che resti»
Blatter è stato
eletto per la 5ª
volta alla guida
della Fifa il 29
maggio, subito
dopo i primi 7
arresti per
corruzione e si
è dimesso il 2
giugno. Resta
in carica fino al
congresso (fra
dicembre e
febbraio 2016).
L’Esecutivo
fisserà la data
il 20 luglio

E se Joseph Blatter ritirasse
le dimissioni da presidente
della Fifa, che aveva annunciato alle cinque della sera di martedì 2 giugno? Non è un’ipotesi
fantacalcistica, perché ad avanzarla è stato Schweiz am Sonntag: citando fonti anonime, ma
vicine al n.1 della Federcalcio
mondiale, il domenicale svizzero ha scritto che i messaggi
di forte sostegno da parte delle
Confederazioni di Africa (56
Paesi aderenti) e Asia (46), con
la richiesta di rimanere alla
guida della Fifa, starebbero
spingendo Blatter a un ripensamento. Il fatto che la Fifa non
abbia né confermato, né smentito la notizia, rinviando il tutto
alle parole di Blatter del 2 giu-

gno, dimostra che non si tratta
di un’invenzione, anche perché
le due confederazioni contano
102 voti su un totale di 209. È
più probabile che il presidente
voglia valutare le reazioni a un
possibile passo in avanti, dopo
quello indietro di due settimane fa e la notizia può aiutarlo a
capire che cosa potrebbe accadere.
Visto dalla parte di Blatter, il

No del Comitato etico
Il presidente vuole
valutare le reazioni,
ma è già arrivato lo
stop dal Comitato etico

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fatto che lo scandalo si sia allargato a dismisura, coinvolgendo tanti dirigenti e persino
qualche sponsor, dimostrerebbe che non poteva essere lui, da
solo, a giocare contro tutti e a
fermare la valanga della corruzione. Oppure che le riforme
indicate come necessarie durante il congresso elettivo (29
maggio) e in coincidenza con
l’annuncio delle dimissioni di
quattro giorni dopo, hanno bisogno della regia di chi conosce tutto di questo mondo: lui
stesso, visto che lavora alla Fifa
dal 1974 e che la presiede dal
1998. L’obiettivo di Blatter potrebbe diventare quello di presentarsi, con un colpo di mano,
come il «pacificatore della

grande famiglia del football»,
visto che la prossima elezione
sarà tutt’altro che indolore.
L’Europa da mesi pretende un
cambio deciso di strategia (a
gennaio era nata la candidatura del principe Ali); Asia e Africa non sembrano intenzionate

Eterno Joseph
Blatter, 79 anni,
è presidente
Fifa dal giugno
1998 (Afp)

non sempre ha visto), un Milan
con due punte sempre in campo. Da qui Mihajlovic sa di dover partire. Ecco perché non
stupisce che il primo acquisto
sia Jackson Martinez e l’obiettivo (difficile) resti Ibrahimovic,
ed ecco perché Silvio ha detto
di cercare «tre attaccanti».
Quello del Milan tutto italiano resta una volontà per il futuro, ma non può essere un dogma: Berlusconi si è accorto che
di giocatori italiani davvero forti non ce ne sono poi molti. E,
appunto, lui vuole rivincere subito. Gli italiani costituiranno
una buona ossatura, ma ora
che si può puntare ai campioni
non si guarda al passaporto.
Arianna Ravelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

a votare il candidato dell’Uefa,
per non sentirsi «espropriate».
Le intenzioni di Blatter, però, hanno trovato subito uno
stopper nel presidente del Comitato etico e della commissione elettorale, Domenico Scala:
«È indispensabile dare seguito
all’avviato processo di cambiamento della leadership, così
come è stato annunciato». In
questo senso, c’era stato un
lungo incontro nei giorni scorsi fra lo stesso Blatter e Scala.
L’Esecutivo della Fifa si riunirà
il 20 luglio per decidere la data
delle nuove elezioni e del nuovo congresso straordinario. La
Bbc aveva ipotizzato, come data
possibile, quella del 16 dicembre, ma è possibile che la scelta
del successore di Blatter slitti al
2016. Qualunque siano i piani
del presidente, la sua uscita di
scena, così differita nel tempo,
non sarà morbida; è in atto una
guerra di potere, che può avere
sviluppi già indicati dallo stesso Blatter il 28 maggio, all’apertura del congresso: «Arriveranno altre cattive notizie». E non
è detto che sia peggio per lui.
Fabio Monti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

46

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Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

SPORT

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47
#

Europei, scattano le primarie azzurre
Conte dà fiducia al 4-3-3 domani sera a Ginevra contro il Portogallo, con tanti volti nuovi
Da Immobile a El Shaarawy: è l’occasione per cambiare o consolidare le gerarchie del c.t.
DAL NOSTRO INVIATO

Inghilterra ok con fatica
Russia k.o. con l’Austria

Un gol di Wayne Rooney (foto)
a 4’ dal termine mette al sicuro la vittoria
in Slovenia e lancia l’Inghilterra verso
la qualificazione: in svantaggio con
Novakovic al 38’, la squadra di Hodgson
ha ribaltato il risultato nella ripresa con
un uno-due di Wilshere. A 6’ dal termine
Pecnik ha pareggiato per la Slovenia, poi
Rooney ha chiuso. All’inseguimento degli
inglesi c’è la Svizzera, trascinata dal golpartita di Shaqiri. Guai grossi invece
per la Russia di Fabio Capello, battuta in
casa dall’Austria (gol di Janko): l’Europa,
causa anche la doppietta di Ibrahimovic
al Montenegro, si allontana.
Gruppo A
12/6: Kazakistan-Turchia
0-1
12/6: Islanda-Rep. Ceca
2-1
12/6: Lettonia-Olanda
0-2
Classifica
Islanda 15; Rep. Ceca 13; Olanda 10;
Turchia 8; Lettonia 3; Kazakistan 1
Gruppo B
12/6: Andorra-Cipro
1-3
12/6: Bosnia Erzegovina-Israele
3-1
12/6: Galles-Belgio
1-0
Classifica
Galles 14; Belgio 11; Israele e Cipro 9;
Bosnia Erzegovina 8; Andorra 0
Gruppo C
ieri: Ucraina-Lussemburgo
ieri: Bielorussia-Spagna
ieri: Slovacchia-Macedonia
Classifica
Slovacchia 18; Spagna 15;
Ucraina 12; Bielorussia 4;
Macedonia 3; Lussemburgo 1

3-0
0-1
2-1

Gruppo D
13/6: Polonia-Georgia
4-0
13/6: Irlanda-Scozia
1-1
13/6: Gibilterra-Germania
0-7
Classifica
Polonia 14; Germania 13; Scozia 11;
Irlanda 9; Georgia 3; Gibilterra 0
Gruppo E
ieri: Estonia-San Marino
2-0
ieri: Slovenia-Inghilterra
2-3
ieri: Lituania-Svizzera
1-2
Classifica
Inghilterra 18; Svizzera 12; Slovenia 9;
Estonia 7; Lituania 6; San Marino 1
Gruppo F
13/6: Finlandia-Ungheria
0-1
13/6: Irlanda del Nord-Romania
0-0
13/6: Isole Far Oer-Grecia
2-1
Classifica
Romania* 13; Irlanda del Nord* 12;
Ungheria 11; Isole Far Oer 6;
Finlandia 4; Grecia 2
*una partita in meno
Gruppo G
ieri: Liechtenstein-Moldavia
ieri: Russia-Austria
ieri: Svezia-Montenegro
Classifica
Austria 16; Svezia 12; Russia 8;
Montenegro 5; Liechtenstein 5;
Moldavia 2

1-1
0-1
3-1

Gruppo H
12/6: Croazia-ITALIA
1-1
12/6: Malta-Bulgaria
0-1
12/6: Norvegia-Azerbaigian
0-0
Classifica
Croazia 14; ITALIA 12; Norvegia 10;
Bulgaria 8; Azerbaigian 4; Malta 1
Da disputare
3/9: Azerbaigian-Croazia,
Bulgaria-Norvegia, ITALIA-Malta
6/9: Malta-Azerbaigian,
Norvegia-Croazia, ITALIA-Bulgaria
10/10: Azerbaigian-ITALIA,
Norvegia-Malta, Croazia-Bulgaria
13/10: Bulgaria-Azerbaigian,
ITALIA-Norvegia, Malta-Croazia
Gruppo I
13/6: Armenia-Portogallo
2-3
13/6: Danimarca-Serbia
2-0
Classifica
Portogallo 12; Danimarca 10;
Albania* 7; Serbia (-3) e Armenia 1
*una partita in meno

FIRENZE Ciro Immobile ha
l’occhio vispo e sa perfettamente come gira il mondo. Titolare
nelle prime cinque partite della
gestione Conte e nelle prime
cinque del girone di qualificazione, è rimasto fuori a Spalato,
la sera più importante. Ma non
si è sorpreso, né scoraggiato:
«Non ho pagato il passaggio al
4-3-3. Il mio è un problema di
condizione fisica, ho giocato
poco in Germania e non sono al
cento per cento», dice con encomiabile onestà. L’attaccante
voluto da Klopp e dallo stesso
allenatore relegato ai margini
del Borussia Dortmund, è uno
di quei giocatori che non può
considerare l’amichevole con il
Portogallo orfano di Cristiano
Ronaldo, domani sera allo stade de Geneve, come un fastidio
prima delle vacanze.
Per molti azzurri la corsa all’Europeo in Francia, praticamente conquistato dopo il pari
in Croazia, comincia ora. Vietato sbagliare. Perché le occasioni saranno poche e Conte non
ammette cali di tensione. Il c.t.,
già nel breve volo di ritorno
dalla Croazia, ha cominciato a
pensare all’amichevole di domani sera. E pretende dal suo
gruppo la stessa dedizione,
concentrazione, ferocia.
Immobile e Zaza all’inizio sono stati gli attaccanti di riferimento, la coppia ignorante che
sembrava la soluzione migliore
per il dopo Balotelli. Ma le cose,
progressivamente, sono cambiate. Zaza all’inizio del raduno
è tornato a casa con il mal di
schiena e Immobile la Croazia
l’ha vista dalla panchina. E l’Europeo non dovrà darlo per
scontato. «Il 4-3-3 non mi penalizza, lo conosco bene e l’ho
giocato per anni. È che a Dort-

La caduta

Leader Antonio Conte guida la Nazionale italiana da dieci mesi, dopo aver vinto 3 scudetti con la Juventus: in azzurro 9 partite senza sconfitte (Getty Images)

mund le cose non sono andate
come mi aspettavo. Non tutte le
colpe sono mie, ma dovevo
sfruttare meglio l’occasione». E
invece ha chiuso la stagione in
panchina e adesso medita di
tornare in Italia: «Non devo
sbagliare la scelta», confida.
Perché in cima ai suoi pensieri
c’è la maglia azzurra e vuole a
tutti i costi far parte della spedizione francese: «Sono combattuto perché non mi piace lasciare la Germania da perdente.
Ma devo pensare alla Nazionale. Per questo, se cambierò, dovrò scegliere una squadra che
mi dia fiducia». E già che ci siamo strizza l’occhio al Napoli:
«Sarri è l’uomo giusto, il suo
Empoli mi ha entusiasmato».

Intanto dovrà essere lui a entusiasmare Conte, che domani
sera lo sistemerà al centro dell’attacco in un’Italia ancora con
il 4-3-3. Le ali dovrebbero essere le stesse di Spalato, Candreva ed El Shaarawy, perché il c.t.
vuole sperimentare ma anche
vincere o perlomeno non perdere per chiudere da imbattuto
la prima stagione e se possibile
migliorare il ranking. Immobi-

Ciro torna a casa
«Non mi piace lasciare
il Borussia da perdente.
Ma penso all’azzurro»
E sogna il Napoli di Sarri

le prenderà il posto di Pellè e
dovrà dimostrare di poter fare,
oltre ai gol, lo stesso lavoro di
sponda (con caratteristiche diverse) in cui si è consumato il
gigante Graziano. Vedremo l’effetto.
Ciro in Svizzera si gioca tanto. Ma non solo lui. Nell’Italia
anti Portogallo potrebbero trovare posto Ranocchia nel cuore
della difesa accanto a Bonucci,
Soriano e Bertolacci nel centrocampo guidato da Pirlo. Il capitano dell’Inter deve dare un segnale e cominciare a respingere il giovane Rugani per diventare la prima alternativa alle
spalle di Bonucci e Chiellini,
magari anche di Barzagli. Soriano e Bertolacci sono le facce

felici del campionato, 5 partite
in due, cercano conferme ed
esperienza. In porta ci sarà Sirigu, ormai il vice Buffon e i terzini saranno De Sciglio e Darmian (bruciato Pasqual). A partita in corso potrebbero trovare
spazio Sansone, che ha molto
bene impressionato Conte,
G a b b i a d i n i e l ’o r i u n d o
Vazquez. L’argentino al secondo raduno ha cullato la speranza di poter giocare dall’inizio,
ma un dolore alla schiena lo ha
frenato: «Mi sento italiano e
amo l’Italia e la Nazionale. Spero venga presto la mia occasione». Perché, anche per il Mudo, il tempo stringe.
Alessandro Bocci
© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Grexit» umiliante e inaspettata
Il ministro: «Situazione fuori controllo»
Sconfitti dalle Far Oer e ultimi nel girone. Il calcio greco dalle stelle all’inferno

«Anche l’umiliazione ha un
limite» scrivono i giornali di
Atene, con inguaribile ottimismo. Ormai tra le pagine economiche, quelle di cronaca e
quelle sportive non c’è più spazio per le buone notizie. La
Grecia che un anno fa in Brasile
si rammaricava per aver fallito
l’ingresso nel G8 mondiale del
pallone ai rigori (contro la Costa Rica), adesso è già abbondantemente fuori dall’Euro.
Nessuno pensava di poter festeggiare tra un anno una vittoria storica come quella del
2004, ma la seconda sconfitta
nelle due partite del gruppo F
contro le Far Oer è clamorosa. E
lascia la nazionale greca, tra le
8 migliori anche all’Europeo
2012, all’ultimo posto del girone guidato dalla Romania.
La tentazione di vedere un
pallone bucato che rotola nella
terra bruciata del Peloponneso
è forte. Anche se in campo a rimediare l’ultima figuraccia
(2-1) nelle remote isolette senza alberi tra Norvegia e Islanda
c’erano ben sei giocatori della
serie A (più due in panchina),
dai romanisti Manolas e Torosidis al portiere dell’Udinese
Karnezis, fino alla colonia veronese (Lazaros, Moras, Tachtsidis, Feftazidis): «Con i tatuaggi,

Il trionfo del 2004
Il punto più alto del calcio
greco: Lisbona 2004, la
squadra guidata da Rehhagel
batte il Portogallo ed è
campione d’Europa (LaPresse)
Stoppato L’attaccante Mitroglu nella morsa dei difensori delle Far Oer (Afp)

il gel nei capelli, contratti enormi e uno stile di vita glamour
non riuscite nemmeno a battere le Far Oer. È tempo di fare
una vacanza a Mykonos» ironizza un altro quotidiano, scaricando un gruppo che negli
anni d’oro aveva fatto della capacità di soffrire in campo,
contro avversari più dotati, il
suo marchio di fabbrica.
A novembre, dopo la prima
sconfitta ad Atene contro le Far

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Oer era stato cacciato Claudio
Ranieri, chiamato a gestire la
Grecia dopo l’ottimo quadriennio di Fernando Santos, diventato c.t. del Portogallo che domani sera sfida gli azzurri. È arrivato l’uruguaiano di lungo
corso Sergio Markarian, 71 anni, evidentemente incapace di
dare una scossa: «Ormai dobbiamo programmare le qualificazioni al Mondiale — dice
sconsolato l’ex interista Kara-

gounis, ora direttore tecnico
della Nazionale —. Rimanere
fuori dall’Europeo è una cosa
pessima per il nostro prestigio,
ma soprattutto per la nostra sopravvivenza, perché è un ulteriore danno economico».
Perché la Super League greca
se possibile è messa peggio
della squadra del bomber
spuntato Mitroglou o del vecchio mediano Katsouranis,
uno dei reduci degli anni eroi-

ci. A fine febbraio il governo
Tsipras ha sospeso il campionato per la terza volta nella stagione dopo gli incidenti in Panathinaikos-Olympiacos. A
marzo è toccato alla coppa nazionale. A inizio maggio sono
arrivati gli ultimatum di Fifa e
Uefa proprio per le ingerenze
del governo — alle prese con la
nuova legge sullo sport — nel
lavoro della federazione: per
questo i club rischiano l’esclusione dalle coppe europee.
«Ma la situazione del calcio
greco — ha detto il ministro
dello Sport Stavros Kontonis —
è fuori controllo e non possiamo non intervenire».
Anche perché nel frattempo
è emerso dal sottobosco criminale il cartello mafioso che regola il calcio-scommesse, tra
corruzione e minacce, spesso
concretizzate, anche a colpi di
bomba. La procura di Atene ha
accusato di corruzione, partite
truccate ed estorsione, l’armatore Evangelos Marinakis, numero uno dell’Olympiacos,
campione da cinque anni, e altre 25 persone tra cui dirigenti,
anche della stessa federazione
e arbitri. No, l’umiliazione non
ha limite. Almeno non ancora.
Paolo Tomaselli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

48

SPORT

Lunedì 15 Giugno 2015 Corriere della Sera

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#

Ippica

L’eterno Dettori
domina in Francia
e vince le Oaks
con Star of Seville

Doppietta Bandiera a scacchi per le due Porsche sul traguardo di Le Mans: la casa tedesca è tornata a vincere la 24 Ore dopo 5 anni di dominio Audi (Reuters)

Hülkenberg da mediano a re
nella 24 Ore targata Porsche
Le Mans, doppietta 919 Hybrid. Audi dopo 5 anni di dominio studia la rivincita
DAL NOSTRO INVIATO

Gli occhi smarriti davanti a un fiume di gente in festa –— oltre 263 mila spettatori
—, il sorriso che batte la fatica.
Una vita da mediano e d’improvviso si ritrova re. Timido
pure con la coppa in mano
mentre Jacky Ickx lo abbraccia.
Stenta a crederci Nico Hülkenberg: con la Force India in F1
lotta per il 7-8° posto, qui sbanca al primo colpo la 24 Ore con
la Porsche insieme con l’inglese
Nick Tandy e il neozelandese
Earl Bamber.
Ma i flash sono tutti per il tedesco che vive ormai dentro
l’abitacolo di una macchina.
«Non dormo da settimane,
questa è la giusta ricompensa»
spiega. Neanche il tempo di festeggiare che ricomincerà sulle
monoposto al Gp d’Austria. Lo
stakanovista del volante non ci
pensa: «È il giorno più bello

LE MANS

17
i successi
della Porsche
nella 24 Ore
di Le Mans.
È la casa
più vincente
nella celebre
corsa di durata

263
le migliaia
di spettatori
che hanno
assistito
quest’anno
all’ 83ª
edizione della
corsa francese

della mia carriera. Negli ultimi
giri mi dicevano di rallentare.
Quasi non ci riuscivo tanto
avrei voluto continuare a guidare ancora davanti a questo pubblico. Sensazioni incredibili».
Paragoni con la F1 in crisi? Il ragazzo è abile nel dribblare le
trappole: «Sono un privilegiato: posso correre in tutte e due i
campionati».
E pensare che è stato a un
passo dalla Ferrari. Nell’estate
2013 firma una bozza di contratto: salta tutto perché a Maranello scelgono Kimi Raikkonen,
Nico ci rimane male. A 27 anni è
quasi uscito dall’orbita dei top
team, ma chissà che il successo
nella endurance francese non
gli cambi il destino. Destino che
a volte gioca strani scherzi: sul
sedile della Porsche poteva esserci Fernando Alonso, ma poi
la McLaren-Honda si è messa di
traverso. Ed è spuntato Hülkenberg a prendersi i complimenti

dell’ex Red Bull Mark Webber —
secondo con Bernhard e Hartley
— per una doppietta che consegna alla Porsche il 17° successo
a Le Mans (è la casa più vincente). Ma soprattutto spezza un
dominio Audi lungo cinque anni. I campioni in carica FasslerLotterer-Tréluyer si fermano al
terzo posto.
Gli uomini di Stoccarda hanno avuto la meglio nel duello in
famiglia grazie alle 919 Hybrid,
bolidi veloci e indistruttibili.
Mentre le R18 e-tron quattro
per tenere il passo hanno tirato
oltre il limite e sofferto grane
tecniche e incidenti pagati poi a

F1 ed endurance
Niko domina con
Tandy e Bamber: «È
il mio giorno più bello»
Webber secondo

caro prezzo nelle soste ai box.
Wolfgang Ullrich, l’«architetto» dei trionfi Audi rende
omaggio ai cugini: «Non ho
nulla da rimproverare a nessuno, correvamo contro rivali che
hanno costruito un’auto vicina
alla perfezione». Un segno di
resa? Macché a Ingolstadt stanno già lavorando sulla vettura
per l’anno prossimo, un grosso
salto tecnologico con motori
elettrici più efficaci per riprendersi il titolo. Lo sbarco in Formula 1 può attendere, almeno
fino al 2017. Ansioso di rivincita
è il trio Bruni-Fisichella-Vilander: solo il cambio bloccato a
due ore dalla fine ha impedito
ai piloti dell’Af corse su Ferrari
458 di difendere il titolo nella
classe Gte Pro. Piccola consolazione per l’Italia: il primo posto
nella categoria Am di Andrea
Bertolini.
Daniele Sparisci

24 Ore
di Le Mans
Ordine d’arrivo
1. Hülkenberg
(Ger), Bamber
(Nzl), Tandy (Gbr)
Porsche 395 giri
2. Webber (Aus),
Bernhard (Ger),
Hartley (Nzl)
Porsche a 1 giro
3. Tréluyer (Fra),
Fässler (Svi),
Lotterer (Ger)
Audi
a 2 giri
4. Jarvis (Gbr),
Duval (Fra),
Di Grassi (Bra)
Audi
a 3 giri
5. Dumas (Fra),
Jani (Svi), Lieb
(Ger) Porsche
a 4 giri
6. Wurz (Aut),
Sarrazin (Fra),
Conway (Gbr)
Toyota
a 8 giri
7. Albuquerque
(Por), Bonanomi
(Ita), Rast (Ger)
Audi
a 8 giri
8. Davidson (Gbr),
Buemi (Svi),
Nakajima (Gia)
Toyota
a 9 giri
9. Lapierre (Fra),
Bradley (Gbr),
Howson (Gbr)
Oreca
a 37 giri
(1. cat. LMP2)
10. Evans (Nzl),
Turvey (Gbr),
Dolan (Gbr)
Gibson a 37 giri
11. Rusinov (Rus),
Canal (Fra), Bird
(Gbr) Ligier
a 37 giri
12. Yacaman
(Col), Gonzalez
(Mes), Derani
(Bra) Ligier
a 41 giri
17. Gavin (Gbr),
Milner (Usa),
Taylor (Usa)
Corvette a 58 giri
(1. cat. GTE-Pro)
20. Bertolini (Ita),
Shaytar (Rus),
Basov (Rus)
Ferrari a 63 giri
(1. cat. GTE-Am)

«All’inferno andata e ritorno»
ormai neppure si può più dire
di Lanfranco Dettori, perché su
e giù questo tragitto il fantino
italiano a segno in 200 Gran
premi internazionali l’ha già
fatto più volte nei suoi 44 anni.
L’ultima quando, nel 2012, la
scuderia dello sceicco del
Dubai lo «rottamò»
prematuramente a beneficio
di qualche nuovo finto jockeyprodigio, lui ricadde nello
scivolone estemporaneo della
cocaina e fu squalificato per
doping per quasi un anno, finì
persino a partecipare in tv a
una specie di «Grande
Fratello» inglese, e appena
ritornato alle corse si fratturò
un piede una settimana prima
dell’Arc de Triomphe in cui
avrebbe dovuto interpretare la
poi vittoriosa campionessa
francese Treve. Ma tre cose
non hanno mai tradito
Frankie: il suo talento, un
briciolo di fortuna negli snodi
della vita, e gli amici veri.
Come il suo agente Ray
Cochrane che anni fa lo tirò
fuori dalle fiamme
dell’elicottero precipitato. O
come l’allenatore inglese John
Gosden, uno dei primi a dargli
fiducia 25 anni fa all’inizio, e
uno dei primi a ridargliela
adesso nell’ennesimo reinizio. E siccome (ecco la
fortuna) Gosden quest’anno
sembra avere solo missili in
scuderia, dopo aver consentito
a Dettori 10 giorni fa di vincere
il suo secondo Derby di Epsom
facendo il passeggero a bordo
del 3 anni Golden Horn, ieri a
Chantilly gli ha affidato nelle
Oaks francesi la coetanea
galoppatrice inglese Star of
Seville, figlia di uno stallone
(Duke of Marmelade) famoso
per dare figlie femmine tutte
super: come l’indigena Sound
of System, seconda in maggio
nel Derby Italiano, che ieri col
fantino Fabio Branca ha colto
un onorevole sesto posto.
Luigi Ferrarella
lferrarella@corriere.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Manfredonia, dal Brasile con furore: batto tutti sul ring
Nato a Recife ma cresciuto a Napoli, il pugile azzurro fa a Baku le prove generali per i Giochi di Rio
DAL NOSTRO INVIATO

Valentino
Manfredonia
è nato a Recife
ma è stato
adottato
quando aveva
poche
settimane
da una famiglia
di Napoli
Qualificato
È il primo
azzurro
qualificato ai
Giochi di Rio de
Janeiro del
prossimo anno,
combatte nella
categoria
mediomassimi
Debutto
Ai Giochi
Europei di Baku
debutterà
domani

BAKU «A Napoli mi chiamano
O’Taisòn del Vesuvio. Però il
bello è che della boxe di Mike
Tyson non ho nulla». Eppure
un po’ gli assomiglia: nel taglio
degli occhi, nella pelata; e nella
pelle, non scura ma pur sempre
color caffelatte. Valentino Manfredonia, 26 anni a settembre, è
brasiliano di nascita. Ma il Brasile non lo conosce e te lo spiega con quella parlata «full napoletan» che lo rende simpatico già alla prima frase: «Sono
stato adottato subito, sono arrivato in Italia dopo poche settimane». E Recife è per ora solo
un punto sulla cartina, «anche
se l’anno prossimo tornerò in
patria — dice proprio così; però, attenzione: è un’uscita che
non cancella il suo sentirsi italiano — e al termine dei Giochi
un giretto dalle parti dove ho visto la luce me lo faccio di sicuro». Aggiunta: «Andrò in Brasile per la prima volta e ci andrò
da qualificato all’evento-sogno
di uno sportivo. Magari vincerò
pure l’oro».
Valentino, O’Taisòn del Vesu-

vio, categoria mediomassimi,
un passato da ciccione ormai
alle spalle («Cominciai con il
pugilato a 12 anni, per dimagrire: ero alto 1,60 e pesavo 115 chili») è in assoluto il primo atleta
azzurro ad aver ottenuto la carta
olimpica per il 2016. Domani a
Baku, debuttando ai Giochi Europei, farà le prove generali dell’Olimpiade «perché il mio
grande amico Vincenzo Mangiacapre mi ha spiegato che
quell’atmosfera è unica». Ma

Destro Valentino Manfredonia (a destra), 25 anni

Le gare

Tuffi

Sfugge un altro oro
Cagnotto fa tripletta
Busato argento nel karate prima anche dai 3 metri
DAL NOSTRO INVIATO
BAKU ( f.van.) Niente da fare, l’oro

ancora non esce sulla ruota azzurra ai
Giochi europei di Baku. Però la terza
medaglia è in cassaforte ed è di nuovo
un argento, vinto sempre nel karate.
L’ha conquistato il mestrino Mattia
Busato nella specialità kata.

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Con il tuffo da tre metri Tania Cagnotto
cala il tris agli Europei di Rostock, in
Germania, e replica l’edizione del 2009
a Torino: oro da 1, da 3 e sincro. A 30
anni, superate le malinconie londinesi,
Tania è a quota 17 ori, a quattro
argenti e quattro bronzi. Con questi
successi arriva anche a qualificazione a
Rio 2016 nei tre metri e nel sincro per
cercare di nuovo la medaglia olimpica.

lui non ha paura. Coccolato e
spronato dalla fidanzata Giuseppina, alla quale ha dedicato
uno dei cinque tatuaggi («In verità è lei che l’ha pensato, recita:
Io appartengo a te e tu a me»),
Valentino si sente un animale
da cazzotti: «È il pugilato che ha
scelto me. Sono un guerriero e
per questo sulla pelle ho pure
un simbolo maori. Voglio battere tutti, anche se sul quadrato
devi esser cattivo e furbo, ma
non esagerato: infatti, mi ispiro
a Muhammad Ali e alla sua boxe danzata. Come lui sono veloce». Del resto, il primo ring sul
quale è salito è quello della vita:
lì devi saper reagire alla svelta.
Ne parla senza giri di parole: «I
genitori naturali? Mai conosciuti. Non mi interessano: i genitori veri sono quelli che ti crescono». Per questo adora sia
papà Manfredonia che l’ha fatto
diventare uomo («È devoto ai
santi: porto sempre al collo il
rosario di Padre Pio che mi ha
donato») sia la mamma adottiva, che gli aggiorna i contatti
sui social network. E ama, oltre
a Napoli (a proposito, nel calcio
tifa Brasile e non Italia; però

l’idolo è Maradona: sarà un caso?), quella Rimini alla quale
deve l’essere ancora un pugile.
«In estate andavo a lavorare da
quelle parti in una fabbrica di
gelati. I dirigenti di una palestra riminese mi invitarono ad
allenarmi da loro: io avevo in
mente di ritirarmi...». Meno
male: Valentino s’è rimesso a
danzare sul ring, anche perché
il ballo è il suo forte: «Salsa e
ritmi caraibici: un giorno mi vedrete a Ballando con le stelle».

O’Taisòn
Lo chiamano O’Taisòn
del Vesuvio: «Ma io
sono veloce, danzo
e mi ispiro ad Ali»
Sulla via verso il professionismo, sarà magari il premio per
il podio olimpico: «Spero vada
proprio così. Ma lo dico senza
ansie». È il senso del tatuaggio
sul braccio sinistro: goditi la vita giorno per giorno.
Flavio Vanetti
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Corriere della Sera Lunedì 15 Giugno 2015

SPORT

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49
#

Lorenzo il Martello
Rossi paga la solita
partenza a handicap

caduto, Viñales sesto) e gli ennesimi crash di Marquez e Dovizioso, al terzo guaio tecnico in
7 gare (Ducati salvata dal 4° posto di Iannone dietro Pedrosa).
Lorenzo, in testa ormai da 103
giri consecutivi, altro record assoluto, ha corso alla sua maniera, di martello e di pennello.
Rossi ha guidato benissimo e a
6 giri dalla fine ha inquadrato
Jorge. «Lì ci ho sperato», dice
l’italiano. «E io ho pensato che
avrei potuto perdere — riconosce lo spagnolo —. Vale mi ha
costretto a spingere, con questo
caldo la moto era imperfetta,
ho rischiato di cadere ma non
ho perso la calma». Così i rimpianti restano tutti a Rossi: «Mi
spiace perché avevo un gran
passo ed ero convinto di avere
qualcosa di più in un eventuale
corpo a corpo. Ma non l’ho raggiunto. Come l’asino che non
becca mai la carota».
La Yamaha League — ecco
cos’è diventato il Mondiale
2015, divertente e equilibrato
fino al sabato, poi monotematico il dì di festa — gira dunque
intorno a questo dilemma:
Rossi sbranerà finalmente la
carota? E cioè: riuscirà a trovare
la svolta in qualifica? «Mica fa-

Allo spagnolo il derby Yamaha di Barcellona
DAL NOSTRO INVIATO

Gran premio di Catalogna
Circuito di Montmelo (Barcellona)
4,700 km
MotoGp
1. Lorenzo (Spa) Yamaha in 42’53’’208
(media 165,3 km/h)
2. Rossi (Ita) Yamaha
a 0’’885
3. Pedrosa (Spa) Honda
a 19’’455
4. Iannone (Ita) Ducati
a 24’’925
5. Smith (Gbr) Yamaha
a 27’’782
6. Viñales (Spa) Suzuki
a 29’’559
7. Redding (Gbr) Honda
a 36’’424
8. Bradl (Ger) Yamaha
a 42’’103
9. Petrucci (Ita) Ducati
a 49’’350
10. Bautista (Spa) Aprilia
a 52’’569
Mondiale piloti
1. Rossi (Ita) Yamaha
138
2. Lorenzo (Spa) Yamaha
137
3. Iannone (Ita) Ducati
94
4. Dovizioso (Ita) Ducati
83
5. Marquez (Spa) Honda
69
6. Smith (Gbr) Yamaha
68
7. Crutchlow (Gbr) Honda
47
8. Viñales (Spa) Suzuki
46
9. P. Espargaro (Spa) Yamaha
45
10. Pedrosa (Spa) Honda
39
11. Petrucci (Ita) Ducati
38
20. Pirro (Ita) Ducati
8
Moto2
1. Zarco (Fra) Kalex

in 41’15’’487
(media 158,1 km/h)
2. Rins (Spa) Kalex
a 0’’426
3. Rabat (Spa) Kalex
a 1’’115
8. Morbidelli (Ita) Kalex
a 10’’352
10. Baldassarri (Ita) Kalex
a 10’’730
Mondiale piloti
1. Zarco (Fra) Kalex
134
2. Rabat (Spa) Kalex
94
3. Lowes (Gbr) Speed Up
80
7. Morbidelli (Ita) Kalex
62
Moto3
1. Kent (Gbr) Honda

in 40’59’’419
(media 152,2 km/h)
2. Bastianini (Ita) Honda
a 0’’035
3. Vazquez (Spa) Honda
a 0’’600
4. Antonelli (Ita) Honda
a 0’’687
8. Fenati (Ita) Ktm
a 8’’917
20. Bagnaia (Ita) Mahindra a 36’’956
Mondiale piloti
1. Kent (Gbr) Honda
149
2. Bastianini (Ita) Honda
98
3. Oliveira (Por) Ktm
77
5. Fenati (Ita) Ktm
75
9. Bagnaia (Ita) Mahindra
50
10. Antonelli (Ita) Honda
42
Prossimo appuntamento
27/6: TT d’Olanda (Assen)

MONTMELÒ L’antico difetto sta
diventando una maledizione.
Valentino non ha mai amato le
qualifiche, soprattutto nella
nuova versione del quarto d’ora
«all-in», ma questa idiosincrasia al sabato gli sta provocando
danni letali. Anche ieri in Catalogna è andata così: Lorenzo, in
prima fila, ha vinto perché ha
preso un vantaggio decisivo in
partenza; Rossi, in terza fila, è
arrivato secondo perché, nonostante uno start molto buono,
quel gap non è più riuscito a
colmarlo. Il conto è presto fatto: al primo giro Rossi, quinto,
aveva 1’’ di distacco dal compagno; al traguardo aveva 885
millesimi. Nell’incipit della
corsa, insomma, era detto già
tutto.
Aritmetica facilona? Mica
tanto. Perché se le moto sono
uguali, le prestazioni pure e il
talento anche, e ciò che fanno i
due rivali tra il semaforo verde
e la bandiera a scacchi è sostanzialmente la stessa cosa
(«Martellare, perché siamo simili», spiega Lorenzo), ciò che
rompe l’equilibrio è proprio
l’handicap al via. L’analisi della
quarta vittoria consecutiva di
Lorenzo (record personale
guarnito dall’aggancio al mitico Hailwood a quota 38 e dal
meno 1 in classifica da Rossi
dopo avergli rubato 29 punti in
4 gare) sta tutta qui: ha vinto
domenica chi ha vinto sabato.
Valentino è il primo ad ammetterlo: «Non si può partire in
terza fila e sperare di battere
questo Lorenzo. Peccato, con
29 punti in più dormivo più
tranquillo...».
In questo scenario, è quasi irrilevante ciò che è accaduto nel
mezzo di una gara noiosa: il ridimensionamento previsto
delle Suzuki (Aleix Espargarò

4
successi
consecutivi
di Lorenzo
che ha
percorso in
testa gli ultimi
103 giri della
MotoGp, un
record assoluto

50
pole position
di Valentino
Rossi a fronte
di 84 vittorie
e 166 podi:
la qualifica
non è mai stata
il punto di forza
del Dottore

Terza fila
Valentino: «Non posso
battere Jorge partendo
in terza fila». Vantaggio
ridotto a un punto
Celebrazione Jorge Lorenzo, 28 anni, festeggia piantando la bandiera a colpi di martello (Reuters)

La crisi del campione

Marquez si autoelimina al terzo giro e si arrende
«Ho sbagliato, succede. Il Mondiale? È andato»
DAL NOSTRO INVIATO
MONTMELÒ (al.p.) Terzo giro: Marquez è secondo

incollato a Lorenzo, tira una staccata che
comincia a Barcellona e finisce a Gibilterra,
quasi stende Jorge, va dritto, cade, non riparte.
Gara finita. E soprattutto, come dirà rientrando
mesto al box, «il Mondiale è andato». I numeri
sono implacabili: per il campione del mondo è
il secondo crash di fila, il terzo nelle ultime
cinque gare, il sesto su tredici, contando la fine
del 2014, quando aveva già in tasca il secondo
titolo. Conclusione: MM ha perso la testa, non si
capacita di avere in mano una Honda imperfetta
e si fa prendere dall’impazienza. Se quella
staccata — ritenuta pericolosa dai suoi
avversari, che un po’ cominciano a temerlo —
fosse avvenuta alla fine, l’errore si potrebbe

capire. Ma che senso ha farla al terzo giro? A
questo punto non tiene più neanche la
giustificazione di una moto che non frena più
come una volta. Che la RC213V arancione sia
inguaiata è indubbio, perché l’ottimo Pedrosa,
terzo, è comunque arrivato a 19’’ dal duo
Yamaha: un’eternità. Però Dani, un pilota che
solo ad aprile era a pezzi e meditava il ritiro, un
podio lo ha comunque preso, battendo la
Ducati. Forse, ragionando, Marquez sarebbe
stato al posto del socio. Ma ecco il punto: il
ragazzo sembra correre solo a una dimensione,
quella del «o tutto o niente». «Volevo far bene a
tutti i costi, ho sbagliato. Succede». Adesso
però 69 punti dalla vetta sono un abisso. Ora,
più che rimontare, a Marc serve ricostruirsi una
testa nuova per il 2016.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

cile — sospira lui — e non è
questione di approccio o strategia. Nel giro secco mi mancano 2 decimi». Ma, se non nella
moto, dove trovarli? «Purtroppo io sono sempre stato così».
E infatti in 258 gare in top class,
a fronte di 84 vittorie e 166 podi, ha conquistato appena 50
pole position, una sola negli
ultimi 5 anni. Questione di
Dna, insomma. «E allenarsi in
settimana non si può… ». Dunque, che si fa? Di certo, non si
molla: «Sarà difficile, ma non
impossibile. In fondo, basterebbe una seconda fila...». A 36
anni Valentino ha cambiato
molto di sé per stare al passo
coi giovani rampanti: la cattiveria in qualifica è l’ultima lezione che gli manca da imparare.
Che beffa sarebbe mancare il
decimo Mondiale la domenica
solo per la lentezza del sabato?
Alessandro Pasini
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Reggio Emilia non smette di sognare, Sassari travolta
Basket, la Grissin Bon trascinata da Polonara e Kaukenas domina gara 1 e si conferma da scudetto
Gara 1
ieri
Reggio Emilia 82
Sassari
63
(1-0 nella serie)
Gara 2
domani, 20.45
Reggio Emilia
Sassari
Tv: RaiSport1
Gara 3
18/6, 20.45
Sassari
Reggio Emilia
Gara 4
20/6, 20.45
Sassari
Reggio Emilia
Gara 5 (ev.)
22/6, 20.45
Reggio Emilia
Sassari
Gara 6 (ev.)
24/6, 20.45
Sassari
Reggio Emilia
Gara 7 (ev.)
26/6, 20.45
Reggio Emilia
Sassari

REGGIO EMILIA Non ci sono più
ostacoli oltre i quali gettare il
cuore per Reggio Emilia, li ha
già superati tutti. Inequivocabile ancor più che netta (82-63)
la vittoria della Grissin Bon sul
BancoSardegna Sassari nella
prima di semifinale. Che lascia
una traccia profonda anche per
gara 2 di domani, durante la
quale Sassari riavrà Lawal, la
cui assenza si è sentita. Eccome. Liberando il coro lirico e
potente dei tenori reggiani: Polonara, 18 punti e 12 rimbalzi,
Kaukenas, 13 punti, Darius Lavrinovic, 12 punti con un solo
tiro sbagliato, e Cinciarini, «solo» 6 punti ma la bellezza di 10
assist dei 25 (!) di squadra.
Le birre bevute insieme,
brindando ognuno alla propria
squadra, fuori dal palazzo, tifosi al proscenio, quelli sardi che
chiedono le magliette che i reggiani hanno stampato per la loro prima finale. Si incontrano e
non si scontrano. Una finale
inedita anche in questo. Bella,
fuori. Prima di salire ognuno
sul proprio spalto. Sassari senza Orco-Lawal (squalifica) e i
Pollicino reggiani ne approfit-

Leader
Andrea
Cinciarini,
28 anni,
play di Reggio
Emilia, inseguito
dai difensori
di Sassari:
ieri per lui
soltanto 6 punti
ma ben
10 assist
(LaPresse)

tano per seminare i primi sassolini (18-10) con Achille Polonara nella nuova tripla dimensione (2/3 da 3, 10 punti e 6
rimbalzi nel primo tempo). Bastano i 5 punti in solo 4’ di Darius Lavrinovic, che Reggio
tratta con la cura di un cigno di
cristallo, per tenere la Grissin
Bon avanti (23-18) al primo intertempo. Quando Max Menetti fa la mossa che lo consacra
coach di passione e ragione, di

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grande intuito e coraggio. Dopo non avergli fatto puntare
piede in campo per tutta la semifinale contro Venezia (che
aveva lunghi agili e perimetrali), adesso fa alzare Riccardo
Cervi, la sua torre di 214 cm,
dalla panchina, per avvistare
l’area sarda sguarnita da Shane
Lawal. E proprio il Cervi volante (8 punti in 9’), lanciato dall’alzata spettacolare di Della
Valle, affonda il primo colpo di

Europei femminili

L’Italia si riscatta
battuta la Polonia
oggi c’è la Turchia
DEBRECEN Prima vittoria per la

Nazionale femminile agli
Europei di basket: dopo il k.o.
all’overtime con la Bielorussia
(76-85) e il k.o. con la Grecia
(46-51), le azzurre hanno
superato ieri la Polonia per 6655. Miglior marcatrice Giorgia
Sottana (17 punti). Decisiva per
il passaggio del turno la sfida
di oggi con la Turchia (ore
19.30, SkySport1): le azzurre
devono vincere per passare il
turno, con il vantaggio di
conoscere il risultato della
gara tra Bielorussia (già
promossa) e Grecia: se la
Grecia dovesse perdere, la
Turchia passerebbe perdendo
fino a 16 punti; dovesse invece
vincere, Italia-Turchia
diventerebbe uno spareggio.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

fulmine della tempesta imminente. Per il Banco soltanto
Sanders e Brook cercano di arginare con lucidità il flusso di
gioco reggiano, che rompe gli
argini con un’ondata travolgente di 27-10: dal 25-22 al 52-32
sul quale si chiude il primo
tempo. La reattività di della
Grissin Bon che arriva prima su
tutte le palle vaganti, la sua difesa stretta, i raggi laser di Cinciarini che tagliano tutto il
campo, la solidità essenziale
della 21enne ala lettone Ojars
Silins, dal gran futuro, l’astuzia
della vecchia volpe Rimantas
Kaukenas, tutti insieme portano Reggio al massimo vantaggio (58-34 al 25’). Questa Reggiana gioca un bellissimo
basket, solare, eppure concentrato e variato. Sassari è sotterrata. Cerca di risorgere con il tiro da 3, ma nel terzo periodo ha
un passaggio a vuoto di 0/6, e
al suo timidissimo accenno di
rimonta (70-58), basta rimettere nel salotto reggiano il cigno
di cristallo, Lavrinovic, e concludere con il volo di Polonara.
Werther Pedrazzi
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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