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Il.Fatto.Quotidiano.15.06.2015.By.PdS .pdf



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Lunedì 15 giugno 2015 – Anno 7 – n° 162
Redazione: via Valadier n° 42 – 00193 Roma - tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230
e 1,40 – Arretrati: e 2,00 - Spedizione abb. postale D.L. 353/03
(Conv. in L. 27/02/2004 n. 46) - Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

Ma mi faccia
il piacere

y(7HC0D7*KSTKKQ( +,!z!.!=!,

Colonna sonora
della settimana w

di Marco

angolo del gossip.
L’
“Renzi: incentivi a chi
accoglie migranti” (La

Enrico Nigiotti :
“Un giorno disumano
di Gianna Nannini
racconta bene il dolore
e lo sforzo di un addio
a chi hai amato”

S ta m p a , 9.6). “Premi ai Co-

a cura di Martina

Castigliani

Ascolta su w www.ilfattoquotidiano.it

LA GIORNATA DI IERI
w BALLOTTAGGI w Affluenza

in calo alle Comunali: 32,5% w SOLUZIONI w Annuncio del premier, ma contenuto vago
alle ore 19. In Laguna sfida Casson-Brugnaro
Tensione a Ventimiglia, Parigi: “Mai sospeso Schengen”

Testa a testa a Venezia
Il peso del fattore M5S

Migranti, adesso il piano
di Renzi si chiama B

Barbacetto » pag. 2

Rodano » pag. 3

Dal momento in cui
decidono di lasciare
il loro villaggio
in Senegal, di fuggire
dall’inferno della Siria,
dagli orrori della Libia,
si trasformano in slot
machine per bande
criminali: prima
le tangenti per mettersi
in marcia, poi
i quattrini agli scafisti
fino a diventare in
Italia carne da macello
Enrico Fierro w pag. 4 e 5
un racconto
di Calopresti a pag. 7
e un commento
di Caporale a pag. 18

SIAMO UOMINI
E CI USATE PER FARE SOLDI
w REPORTAGE w 35

w ESTERI w Il

Travaglio

muni che ospitano i migranti” (la Repubblica, 9.6).
“Renzi: premi ai sindaci
che accolgono i
migranti... Il
premier
promette
‘incentivi, anche
nel patto
di Stabilità,
a quei Comuni che
ci danno una mano nel gestire l'accoglienza dei migranti’” (Corriere della sera,
9.6). “Boschi: niente premi
a chi accoglie migranti...
‘Nel decreto Enti locali
non ci sono norme ad hoc
che riguardano i Comuni
che accolgono immigrati’,
dice il ministro Maria Elena Boschi” (Corriere della
s e ra , 12.6). Oddio, non si
parlano più? Avranno litigato?
Contagio sicuro. “I profughi
malati di scabbia tra i mosaici del mezzanino” (il Giornale, 12.6). Già avvistati alcuni mosaici che si grattavano.
La parola all’esperto/1. “Da
cittadino, oggi non so se voterei per noi” (Fabrizio Panecaldo, capogruppo Pd al
Comune di Roma, Il Messaggero, 10.6). Lo diceva già
Groucho Marx: “Non mi
iscriverei mai a un club che
accettasse un socio come
me”. La sua però era una
battuta.
La parola all’esperto/2. “Finalmente Bruxelles fa un
passo avanti, ma la Libia instabile resta il vero problema” (Angelino Alfano,
Ncd, ministro dell’Interno,
la Repubblica, 10.5). E se ve
lo dico io che stavo nel governo che l’ha bombardata
e l’ha resa instabile, dovete
fidarvi.
Spedito. “Ignazio Marino si
è trovato a bonificare un terreno infestato. Ha già fatto
molte cose, ora andrà molto
più spedito” (Matteo Orfini,
presidente Pd, il Messaggero,
10.6). Ecco, bravo: dove lo
spedite?
Il quadrato no/1. “Mafia Capitale, Renzi conferma la linea garantista. E il Pd fa
quadrato” (La Stampa, 6.6).
“Richiesta d’arresto per Azzollini. Ncd fa quadrato”
(Corriere della sera, 11.6).
Dev’essere per abituarsi alla
forma della cella.
Sbarchiamo e partite. “Sbarchiamo in Libia per fermare
i profughi” (Roberto Maroni, Lega Nord, presidente
Regione Lombardia, Libero,
9.6). Solo soletto o con tutte
le fidanzate?
Segue a pag. 18

presidente Usa insiste
nel dialogo, nonostante il no d’Israele

w ARTE w 10

Domenico: come
morire e cadere
nel mistero totale

L’Iran è l’ultima
Dorazio: eredi
frontiera di Obama in lite, la sua
per il Medioriente
tela cancellata

di Emiliano

di Giampiero

di Alessandro Ferrucci e Alessandro Mantovani

giorni e nessuna
risposta sullo studente di Padova

Liuzzi

rano quei 19 anni, nascosti da una barba ancora
E
troppo soffice che la mamma voleva fargli tagliare.
Il sorriso dietro agli occhiali da miope nel fisico di chi
può pretendere di spezzare il mondo. Anche nella sonnolenta periferia Padova, dove viveva.
» pag. 8 - 9

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Gramaglia e Francesco Chiamulera

anni dalla morte,
si perde il maestro dell’astratto

chi sostiene che il lascito dell’Amministrazione
utimo capitolo della storia è confuso come
A
Obama in politica estera sarà, a mandati esauriti,
L’
il primo, ma non ha lo stesso romanticipoca cosa, Lapo Pistelli, vice-ministro degli Esteri, rismo. L’ultimo capitolo racconta di uno dei più
sponde che, a renderlo positivo, basterebbe il fatto di
avere sdoganato tre Paesi a lungo esclusi. » pag. 10 - 11

grandi artisti del Novecento italiano, Piero Dorazio, perso dentro le carte bollate. » pag. 14 - 15

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2

SUL FILO

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

DIARIO DELLA GIORNATA
CATANIA, SEQUESTRO DEI MISTERI

GRECIA-BRUXELLES

Ignazio Scaravilli è rientrato in Italia: a diversi giorni dalla
notizia della sua liberazione è finito l’incubo per il medico catanese “scomparso” in Libia a gennaio. Ieri sera
Scaravilli è arrivato a Roma con un "volo speciale". Notizia confermata dalla Farnesina, secondo cui Scaravilli
"è in buone condizioni di salute". Ma se dopo sei mesi la
vicenda ha avuto una conclusione positiva sono ancora
molte le ombre attorno ad una sparizione misteriosa.
Ieri, dopo il rilascio, un’altra ipotesi arriva dall’autoproclamato governo di Tripoli: Scaravilli non sarebbe stato
rapito, ma fermato e tenuto in arresto dai servizi segreti.
"Ansar al Sharia e Isis non c'entrano", ha riferito Zubia.

È rottura tra Grecia e creditori internazionali al tavolo tecnico di Bruxelles. "Il negoziato non è riuscito, resta una
significativa distanza tra i piani greci e le richieste di Commissione, Bce e Fmi", hanno spiegato dall’esecutivo Ue,
spiegando che la distanza è "nell’ordine dello 0,5-1% del
Pil, o l'equivalente di due miliardi di euro di misure fiscali
permanenti su base annuale". La palla passa ora all’Eurogruppo di giovedì. Atene ha detto che "non accetterà
ulteriori tagli alle pensioni" mentre il ministro Yanis Varoufakis, ha detto che "un avanzo primario all’1% del Pil,
non è possibile", ribadendo che "è necessaria una ristrutturazione del debito" greco.

Scaravilli torna in Italia dalla Libia

Fallito il negoziato. Atene: basta tagli

IL BALLOTTAGGIO A VENEZIA

Con l’ombra del Mose
la Laguna è in bilico
di Gianni

È

Barbacetto
inviato a Venezia

il confronto politicamente più rilevante di
questa tornata elettorale: nella Venezia
battuta dalla pioggia e su cui
pesa ancora lo scandalo Mose, con un astensionismo record si sfidano all’ultimo voto
Felice Casson, ex magistrato e
senatore del Pd, e Luigi Brugnaro, imprenditore e riunificatore del centrodestra in
città.
Le urne sono state aperte alle
23 di domenica, subito dopo
la fine delle operazioni di voto a cui hanno partecipato
meno della metà degli elettori, il 49 per cento (erano il
68,6 al primo turno). È poi
cominciato uno spoglio al
cardiopalmo. Incerto il risultato fino all’ultima scheda.
Le squadre dei due candidati
hanno atteso il verdetto nei
rispettivi quartier generali al
centro di Mestre, a poca distanza l’uno dall'altro, con i
sostenitori che scrutavano i
dati che via via arrivavano
dalle sezioni elettorali di Venezia e di Mestre cercando
qualche segnale per poter
gioire. Da una parte, in largo
Donatori di sangue, i fan di
Casson sperano che Venezia
resti amministrata dal centrosinistra, anche dopo gli arresti per il Mose e il commissariamento del Comune.
Dall’altra, in calle del Sale, i
tifosi di Brugnaro aspettano il
miracolo: strappare la città,
tradizionalmente “rossa”, al
favorito e far risorgere il centrodestra in laguna.
Era particolarmente debole,
litigioso e diviso, qui il centrodestra. Ma a sorpresa Brugnaro – imprenditore del lavoro interinale con la sua società Umana e patron della
locale squadra di basket, la
Reyer Venezia Mestre – ha
incassato un buon successo al
primo turno, portando a casa
il 28,6 per cento. Casson aveva sì raccolto il 38,5, dieci
punti in più, ma aveva anche
perso per strada molti elettori
veneziani tradizionalmente
di sinistra (almeno sei, sette
punti) che al primo turno
erano rimasti a casa, scontenti, delusi e arrabbiati per lo
scandalo Mose che aveva
coinvolto e fatto finire in carcere non soltanto l’ex presidente della Regione, il forzista Giancarlo Galan, ma anche il sindaco di Venezia in-

48,9%

AFFLUENZA PROVVISORIA
NEL CAPOLUOGO ALLE 23
dicato dal Pd, Giorgio Orsoni.
Brugnaro era sceso in campo
in laguna “lanciato” dal forzista Renato Brunetta e benedetto da Silvio Berlusconi,
anche se si è presentato con
una sua lista civica e ha sempre dichiarato di essere indipendente dai partiti. Per il
ballottaggio ha però riunito
anche Lega e Fratelli d’Italia,

promettendo al Carroccio,
secondo indiscrezioni, la poltrona di vicesindaco e due assessorati. Se i voti da contare
fossero quelli del primo turno, sulla carta avrebbe vinto
Brugnaro, che somma i consensi della sua lista civica, di
Forza Italia, della Lega e di
Fratelli d’Italia. Insieme raggiungono il 47 per cento, contro il 38 di Casson che non ha

concluso alcun apparentamento. Ma si sa che il ballottaggio è tutta un’altra partita e tutto può succedere.
Casson spera di aver richiamato a votare, domenica, una
quota degli elettori di sinistra
che erano rimasti a casa quindici giorni fa. E di aver raccolto almeno una parte dei
consensi di coloro che al primo turno avevano messo la
croce sul simbolo del Movimento Cinque Stelle (che qui,
guidato dal candidato sindaco Davide Scano, aveva totalizzato un buon 12 per cento).
Nessun accordo di vertice,
ma il senatore Pd, da sempre
uno dei più vicini in Parlamento al movimento fondato
da Beppe Grillo, aveva raccolto negli ultimi giorni l’incoraggiamento di molti sostenitori dei Cinquestelle e aveva sottoscritto i cinque punti
di programma che il movimento aveva sottoposto ai
due canditati al ballottaggio,
con particolare attenzione a
quello che riguarda il no al
passaggio delle grandi navi in
laguna, su cui invece Brugnaro ha mantenuto margini di
ambiguità. Ma l’affluenza alle
urne, così bassa, ha gelato le
speranze del centrosinistra.
Curiosa la relazione dei due
candidati nei confronti di

LECC
LECCAA
Abbasso il feudalesimo,
il Pd è sano, sanissimo
“ROMA CORROTTA, ma il Pd è sano” recitava
ieri il referto medico con cui Repubblica intitolava l'intervista a Fabrizio Barca, reduce dalla
presentazione del dossier sullo stato di salute
dei democratici scossi da scandali dalla Sicilia
alla Liguria. Però c'è da confortarsi, il marcio è Capitale e
basta. Forse sarebbe da guardarci un po' più in fondo. Magari alzare il tappeto. Per esempio: “Venendo ai fenomeni
degenerativi dentro il Pd, essi sono evidenti, tristi e miserabili” (pag. 5 del “Rapporto finale” di Barca). “La disattenzione del centro all’organizzazione territoriale del partito e il venir meno di metodi certi ed efficaci di controllo e
trasparenza hanno fatto il resto” (sempre pag. 5). O ancora: “Il Pd potrà farcela solo se il suo vertice nazionale
riterrà storicamente opportuno e possibile bloccare la deriva neo-feudale del partito e mettere la propria straordinaria articolazione territoriale nel circuito della conoscenza
e delle decisioni locali e nazionali, in una nuova e più matura stagione federale” (pag. 13). “Dentro il Pd”, “vertice
nazionale”, “centro dell’organizzazione”. Ma Repubblica
sorvola, il marcio è Capitale e al premier guai a far male.

CASSON PROVA
A TENERE
IL GOVERNO
CITTADINO
A SINISTRA, SFIDA
FINO ALL’ULTIMO
CON BRUGNARO.
DECISIVA LA SCELTA
DEL MOVIMENTO
5 STELLE

Matteo Renzi. Casson è del
suo partito e a lui naturalmente è andato il sostegno ufficiale del segretario del Pd.
Ma quello che più ha citato
Renzi in campagna elettorale,
con parole di grande stima
per il presidente del Consiglio, è Brugnaro, mentre si sa
che Casson, parlamentare
della minoranza Pd, è sempre
stato a Roma estremamente
critico nei confronti di Renzi
e delle sue riforme. Ma Venezia è lontana da Roma. Lo
sa Casson, lo sa Brugnaro,
nella lunga notte dello spoglio che incoronerà uno dei
due sindaco.

GLI ALTRI COMUNI

Affluenza in calo: alle 19 vota 1 su 3
affluenza cala ancora. Ieri le urL’
ne erano aperte in 78 Comuni e
12 capoluoghi di provincia. Il trend

Mantova. Nel primo turno Mattia Palazzi, sostenuto da Pd e Sel, ha staccato di oltre 20 punti percentuali Paola Bulbarelli (Lega e Forza Italia). Ma
attenzione: nel 2010 il centrodestra
riuscì in una clamorosa rimonta nel

delle Amministrative è confermato: i
votanti continuano a diminuire. Alle
19 – esclusa la Sicilia, in cui le urne
sono aperte anche oggi
fino alle 15 – l’affluenza
alle 19 era al 32,51%, ri- GIÙ ANCORA:
spetto al 47,15% del primo turno alla stessa ora. 32,51% LA MEDIA
Praticamente una perNAZIONALE,
sona ogni tre.
IL

VICESEGRETARIO

del Pd, Lorenzo Guerini,
ha ripetuto il mantra che
ha preceduto il non esaltante risultato delle Regionali: “Queste elezioni
non sono un test per il
governo e non hanno alcun significato a livello
nazionale”.
A meno di colpi di scena, il partito di Renzi
dovrebbe portare a casa

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NEL PRIMO TURNO
ALLA STESSA ORA
ERA ANDATO ALLE
URNE IL 47,15%
GUERINI (PD):
“NON È UN TEST
NAZIONALE”

ballottaggio in una città tradizionalmente orientata a sinistra. Il Pd parte
avanti anche a Lecco e Rovigo. Nella
città veneta c’è però una possibilità di
ribaltone più consistente, visto che il
candidato di Forza Italia, Lega e Area
Popolare,
Massimo
Bergamin, dovrebbe recuperare i voti finiti nel
primo turno al candidato di Tosi (15,1 per cento). Azzurri e la Lega sognano la rimonta anche
ad Arezzo, città del ministro per le Riforme
Maria Elena Boschi e
dove l’ex sindaco, Giuseppe Fanfani, si è dimesso perché eletto al
Csm. Il centrosinistra è
nettamente favorito a
Macerata, mentre a Fermo il primo turno ha lasciato completamente
aperti i giochi.
A Chieti il centrodestra
parte avanti di 7 punti,

mentre a Trani il ballottaggio dovrebbe essere una formalità: il candidato
del Pd Amedeo Bottaro ha sfiorato
l’elezione al primo turno con il 47,4
per cento. Attenzione a Matera, Capitale europea della cultura nel 2019,
dove il sindaco uscente di centrosinistra Salvatore Adduce ha chiuso il
primo turno in testa con il 40,1%, ma
lo sfidante Raffaello De Ruggeri, sostenuto da liste civiche, è vicino, al
36%. Riflettori puntati anche su Enna,
dove il voto sarà un referendum su
Vladimiro Crisafulli, l’ “impresentabile” che aveva stravinto le primarie
PD cittadine ma a cui il partito aveva
negato il simbolo. Crisafulli parte dal
40,9 per cento ed è favorito. Ma sullo
sfidante Maurizio Dipietro potrebbero convergere i voti del Movimento 5
Stelle. A Gela altro duello interessante: qui l’alfaniano Enzo Greco – escluso dal ballottaggio – ha annunciato
l’appoggio al candidato del M5S Domenico Messinese. Oggi pomeriggio
sapremo quanto avranno pesato i voti
di Ncd.

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

3

MILANO

IL PAPA SULLA CRIMINALITÀ

Una scena raccapricciante, vissuta da un vicino attraverso
la finestra quella in cui ha trovato la morte una donna di 51
anni per mano di un transessuale di 20 che dopo averla
accoltellata le ha tagliato la testa e l’ha lanciata, ancora
sanguinante, nel cortile del palazzo, nelle case popolari di
Ortica a Milano. Una lite, quella sfociata nell’omicidio di
Antonietta Gisonna, cominciata intorno alle 2 di notte per
motivi ancora da chiarire, sullo sfondo del mondo della
droga e della prostituzione cui faceva parte il presunto
assassino, Carlos Julio Torres Velesaca, regolarmente in
Italia da molti anni. Il trans ha colpito la vittima con una
decina di fendenti, usando dei coltelli trovati in casa.

"Roma ha bisogno di una rinascita morale e spirituale".
Sceglie il convegno della diocesi romana a piazza San
Pietro papa Francesco per lanciare un monito alle istituzioni. Il Pontefice affida alle "nuove generazioni" il
"forte compito" di sostenere e rivitalizzare la Città
Eterna, travolta dalle inchieste di Mafia Capitale che
hanno fatto scattare le manette a politici e imprenditori. E lo dice mentre c’è in ballo il Giubileo, che metterà
sullo stesso tavolo sindaco e prefetto in un "coordinamento" e non "commissariamento", ha chiarito il
presidente Pd Matteo Orfini, smentendo le voci che
vedevano Marino già commissariato.

Trans accoltella e decapita una donna

“Una rinascita morale per Roma”

CAOS IMMIGRAZIONE

Renzi, s’aggrappa
al piano B
Ira della Francia
di Tommaso Rodano

M

atteo Renzi ha un
“piano B” sull’immigrazione. Quale
sia, per ora è un
mistero. La confidenza è stata
affidata al Corriere della Sera. Il
senso dell’intervista: l’Europa
non fa abbastanza, il piano Juncker va cambiato (prevede la
distribuzione di 24 mila richiedenti asilo, sui 180 mila che sono in arrivo secondo le stime
del Viminale) e nel summit europeo del 25 e 26 giugno il premier darà battaglia. In che modo e con quali proposte – come
detto – non è chiaro (e il Corriere
si è dimenticato di chiederglielo). Renzi, allo stesso tempo, riconosce che “i numeri (dell’immigrazione, ndr) sono appena
più alti dello scorso anno: al 13
giugno 2014 avevamo accolto
53.827 persone. Al 13 giugno
2015 siamo a 57.167”. “Senza
contare – aggiunge – che le persone che sono ferme nelle stazioni hanno un biglietto per lasciare l’Italia: il blocco di qualche giorno di Schengen li sta tenendo fermi qui, ma per loro
non è l’Italia la destinazione”.

Viene un dubbio, allora:
l’emergenza c’è o non c’è? Se i
numeri sono “sostanzialmente
simili” a quelli del 2014 perché
Renzi minaccia di battere i pugni nei prossimi meeting e definisce “quasi una provocazione” il piano Juncker di “redistribuire solo 24 mila persone”? Le ipotesi su cui si muove
l’ “irriferibile” piano B del premier sarebbero sostanzialmente due (entrambe complicate

MATTEO GIURA:
IN EUROPA SARÀ
BATTAGLIA.
COME? RIMANE
UN MISTERO.
I TRANSALPINI:
“STIAMO SOLO
APPLICANDO
GLI ACCORDI
ROMA-PARIGI”

da mettere in pratica): un’accelerazione sui rimpatri dei migranti illegali e una messa in discussione esplicita del Regolamento Dublino III (che affida i
richiedenti asilo allo Stato di
primo approdo). Ieri Angelino
Alfano (che martedì incontra
gli altri ministri dell’Interno
dell’Ue a Bruxelles) ha ribadito
il concetto: “L’Europa – ha detto a Sky – si troverà di fronte
un’Italia diversa: la situazione è
diventata inaccettabile. Le scene di Ventimiglia sono l’antipasto di quello che succederebbe se si chiudesse Schengen”. Il
piano B, ça va sans dire, “non
può essere rivelato”.
OGGI dovrebbe essere il giorno

della riapertura delle frontiere
tedesche. Le parole del governo
italiano, intanto, hanno ottenuto il primo risultato: l’irritazione della Francia. Un “alto responsabile della prefettura delle Alpes-Maritimes” ha puntualizzato la situazione all’Ansa:
“La frontiera italo-francese non
è mai stata chiusa, Schengen
non è stato sospeso”. E i migranti respinti a Ventimiglia,
allora? Il riaccompagnamento

Uno dei migranti bloccati a Ventimiglia, sul confine italo-francese LaPresse

alla frontiera italiana “degli
stranieri in situazione irregolare” avviene sulla base “degli accordi franco-italiani di Chambéry”. Controreplica italiana: “I
controlli fissi alle frontiere con
l’Italia reintrodotti dalla Francia non sono previsti dal trattato”.
Intanto a Ventimiglia i migranti dormono ancora all’addiaccio. Ieri mattina hanno ripulito
dai rifiuti la scogliera su cui sono costretti a passare le notti.
Un centinaio di loro hanno manifestato di fronte al confine. Lo
slogan: “Non torniamo indietro”. La polizia italiana li ha dispersi con una carica d’alleggerimento.
A Milano i 338 profughi sono
stati sistemati nei box di plexiglass all’ingresso della stazione.
A Roma, la Croce Rossa ha allestito una tendopoli con 150
posti letto (ma ne servirebbero

OSTIA E MAFIA CAPITALE

Bruciata l’edicola della Pd
anti-clan. Cgil contro Marino
e entrerete in quel locale non avrete viS
ta facile. Nelle borgate chi si comporta
così viene considerato un infame e gli in-

te tornata nella disponibilità del comune
(l’essessore alla Legalità, Alfonso Sabella
aveva ordinato lo sgombero). Un affronto.
fami pagano”. A una settimana da quando Poi le minacce, come quella ricevuta su fala minaccia è comparsa sulla pagina face- cebook. Sabato notte, alle 23, è stato visto
book dei Giovani democratici di Ostia il un uomo cospargere di benzina l’edicola.
fuoco distrugge l’edicola di via del Som- Poi il fuoco. Il tutto preceduto dal macabro
mergibile di Sabrina Giacobbi, segretaria rituale della malavita del litorale: fuochi
del circolo Pd di Ostia. Donna da sempre d’artificio, ma senza il gioco di luci. Solo
in prima linea contro i
botti. Subito è partita la
clan che controllano il ligara di solidarietà del
torale romano. FiaccolaPd. Primo il senatore
te, manifestazioni e il redem Stefano Esposito,
cente sequestro di una
commissario Pd a Ostia
palestra e di una scuola di
dopo Mafia Capitale.
danza in via Forni, nel
“L’incendio dell’edicola
della segretaria del Pd di
quartiere dove il clan SpaOstia Nuova - dichiara
da fa il bello e il cattivo
Esposito - è un atto di intempo. Giacobbi si era
timidazione nei conopposta all’assegnazione
ai clan di quella struttura,
fronti del Pd. Evidenteoccupata abusivamente
mente ai clan non piace
Sabrina Giacobbi Ansa l’azione di denuncia e
da 10 anni, e recentemen-

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l’azione amministrativa di legalità messa
in campo sul litorale”. Mentre il Pd del X
Municipio (Roberto Spada ha annunciato
la candidatura proprio per questo municipio) ieri ha spostato il banchetto per il
tesseramento sotto l’edicola incendiata.
Intanto mentre per domani è prevista la
consegna della relazione degli ispettori
della Commissione d’accesso agli atti su
Mafia Capitale, che dovrà riferire al prefetto e innescare la procedura per l’eventuale scioglimento del Comune di Roma,
la Cgil ha attaccato il sindaco della Capitale: “Ignazio Marino deve fare una proposta su come cambiare Roma, e ancora
questa non l’ho sentita”, ha detto la segretaria Susanna Camusso, rispondendo alla
domanda sulle eventuali dimissioni del
sindaco di Roma. Dimissioni che il primo
cittadino non è intenzionato a dare. Concetto ribadito ieri durante la festa al quartiere romano di Monteverde: “No, non date retta ai giornali, non mi dimetto”.

800). Anche ieri il centro di accoglienza Baobab è stato raggiunto da decine di cittadini
che hanno contribuito con viveri, vestiti e medicine.

CECILIA STRADA

“Pago le tasse,
li ospiti lo Stato”
POCHE RIGHE su Facebook

per demolire la vulgata leghista
del “chi parla di migranti se li
prenda in casa propria”. Le ha
scritte Cecilia Strada, presidente di Emergency. Il suo post è
stato condiviso in Rete da migliaia di persone: “Per tutti
quelli che ‘perché non ospiti i
profughi a casa tua, eh?’ Vivo
in una società e pago le tasse.
Pago le tasse così non devo allestire una sala operatoria in
cucina quando mia madre sta
male. Pago le tasse e non devo
costruire una scuola in ripostiglio per dare un’istruzione ai
miei figli. (...) Ospitare un profugo in casa è gentilezza, carità.
Creare un sistema di accoglienza dignitoso è giustizia”.

LECC
LECCAA
Il premier e le righe
mancanti del “Corriere”
QUANDO SI HA PER LE RIGHE il premier
non deve essere facile. Dev'essere per questo
che ieri il Corriere della Sera – fortunato lui – ci
ha provato in tutti i modi a stanare e mettere
all’angolo il premier in un’intervista. L'inizio,
umorale: “Presidente Renzi è un momento complicato
per l'Italia”. La replica, tenace: “No, è un bel momento,
con buona pace dei gufi e dei profeti di sventura”. E vabbè. Più avanti, insinuante: “Non la imbarazza sapere che
Buzzi ha finanziato alcune sue iniziative? Restituirà quei
soldi?”. Risposta, biforcuta: “La fondazione Open restituisce in automatico i denari ricevuti da realtà discusse. Il
Pd ha uno statuto diverso. Ma troverà la strada per restituirli”. Servirebbe un tom tom. E allora questione migranti, inevitabile: “Ma se la Ue non vi ascolterà è vero
che adotterete una linea più dura sull'immigrazione?”. A
questo punto il pokerista si riconosce: “Nei prossimi giorni ci giochiamo molto dell'identità europea e la nostra
voce si farà sentire forte perché è la voce di un Paese
fondatore. Se il consiglio europeo sceglierà la solidarietà,
bene. Se non lo farà, abbiamo pronto il piano B.”. Ah,
bene. E qual è? Vediamo? Invece no, questa domanda
non c'è. Forse erano finite le righe. Non deve essere facile.

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4

INFERNO E QUATTRINI

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

Maroni, Zaia
e la caccia
all’immigrato

L’ENNESIMA PROVOCAZIONE Via subito tutti i profughi attualmente collocati in tutte le località turistiche del Veneto e
basta nuove allocazioni. E’ questo il senso di una lettera ufficiale
inviata venerdì dal presidente della Regione del Veneto Luca Zaia
a tutti i Prefetti del Veneto, nella quale il governatore si fa portavoce “degli allarmi, dei timori e degli appelli” a lui rivolti da
sindaci, cittadini e imprenditori del turismo Veneto, che ”vedono

minacciato il buon esito della stagione estiva dall’invio di profughi, già avvenuto in varie località”. Dopo che il governatore
lombardo Roberto Maroni ha ribadito che saranno “premiati” i
Comuni che non accolgono gli stranieri, si allarga dunque il fronte
anti-immigrazione al Nord, alimentato anche dalle situazioni di
Roma e Milano.
Zaia è evidentemente sulla stessa linea di Maroni, e teme che

COME TANTE
SLOT MACHINE.
CHI SCAPPA
DALLA SIRIA
O DAGLI ORRORI
DELLA LIBIA,
NON SA CHE
DA SUBITO SI
TRASFORMERÀ IN
UNA MACCHINA
CHE PRODUCE
DENARO SPORCO

di Enrico

Fierro

L’

uomo che barcolla
confuso sul molo
di uno dei tanti
porti italiani dove
sbarcano le mille disperazioni dell’altra sponda del Mediterraneo, e che vedete agguantare una bottiglia di minerale e bere l’acqua per dissetarsi, certo, ma soprattutto
per inebriarsi del sogno della
libertà conquistata e illudersi
di un benessere a portata di
mano, non lo sa. Non sa che
dal momento in cui ha deciso
di lasciare il suo villaggio in
Senegal, o in Eritrea, di fuggire dall’inferno della Siria, o
dagli orrori della Libia, si trasforma in una macchina che
produce soldi. Tanti, tantissimi, molto di più di quanti
lui stesso possa immaginare.
Pagherà per ogni passaggio
della sua avventura, dalla traversata nel deserto all’arrivo
sulle coste libiche. Se per strada la carovana di furgoni e
fuoristrada che lo trasporta insieme a migliaia di altri
sventurati come lui dovesse incontrare miliziani, predoni, banditi, dovrà pagare una tangente per non essere
ucciso. Se gli va male sarà derubato delle misere cose che
ha con sé. Arrivato in una delle tante tortughe libiche in
mano ai mercanti di carne umana, dovrà aspettare l’ok
all’imbarco in luridi capannoni messi a disposizione
dall’organizzazione. E pagare ancora. Infine la traversata, un ultimo ticket per l’arrivo in Italia. Sicilia e Calabria. Qui sarà assistito sulla banchina del porto da
medici, infermieri e volontari, interrogato dalla polizia si
dichiarerà richiedente asilo. Da quel momento la sua
posizione cambierà, il suo essere macchina che produce
soldi raggiungerà l’apice. Fino a questo punto del “viaggio” ha fatto guadagnare l’organizzazione, dal momento
in cui varcherà i cancelli del Cara di Mineo, Catania,
diventerà una slot-machine dalla vincita assicurata e garantita dallo Stato italiano, per un sistema di affari collaudatissimo. Appalti, soldi, gente da assumere, clientele
da soddisfare, voti da spendere alle elezioni. Le inchieste
di questi giorni su Mafia Capitale e sul “sistema” Castiglione, offrono una letteratura abbondante. Ma se il
“nostro”, annoiato dalla estenuante attesa in quel campo
dovesse decidere di fuggire, cosa peraltro facilissima, di
attraversare lo Stretto, arrivare a Reggio Calabria e risalire la Penisola per andare al Nord ma fermandosi a
Rosarno per la raccolta di clementine e arance, allora il
discorso cambia ancora. Perché ora i soldi che produce

Tutti i soldi rubati
per ogni migrante
non vanno più alla mafia dei trafficanti, né alle fameliche
clientele politico affaristiche italiane, ma alle voraci multinazionali che producono aranciate e bibite gassate. Lui
non lo sa, lui ha attraversato il Mediterraneo su una
barca fradicia alla ricerca di un pizzico di libertà, lui
voleva l’Europa ma ha incontrato nuovi inferni.

Il mediatore di nome Bachir
Ma a questo punto, se davvero vogliamo capire, bisogna
riavvolgere il nastro e tornare alla notte che Ammar A T.,
nato a Damasco nel 1972, figlio di Khaled e Souad, e con
in tasca un valido passaporto siriano, decide di conquistare il suo pezzo di Europa. Ha lasciato il suo Paese
e da due anni è in Libano, vive di stenti, si arrangia. Suo
fratello Mohammed gli manda i soldi per comprarsi un
biglietto aereo per Addis Abeba, da qui, con mezzi di
fortuna, arriva in Sudan, a Kartoum. Gli avevano detto
che in città c’era un mediatore di nome Bachir che organizzava viaggi verso l’Egitto. Un migliaio di chilometri
direzione nord nel cuore del Sahara. “Eravamo in 28,
Bachir ci chiese 600 dollari ciascuno, ci caricò tutti su
una Land Cruiser e partimmo. Avevamo poca acqua e
del cibo”. Altre centinaia di chilometri e altro deserto,
perché dalla frontiera egiziana Ammar e gli altri vengono portati al confine libico e poi con un altro fuoristrada nella città di Ajdabya, Cirenaica. “Qui un alto
ufficiale della polizia libica ci chiede 900 dollari come
saldo del viaggio dalla frontiera egiziana, più 500 dollari
per raggiungere la costa. Paghiamo e ci caricano su un

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camion con il fondo
modificato,
con
LE TARIFFE. IL RACCONTO:
quello ci portano in
una fattoria sulla
“ERAVAMO IN 28, CHIESERO
spiaggia dove ci fermiamo per cinque
600 DOLLARI CIASCUNO PER
giorni in attesa di essere imbarcati. La
ATTRAVERSARE IL SAHARA
sera che ci hanno
dato l’ok per andare
SU UNA LAND CRUISER. AD
in Italia un tale di
AJDABYA LA POLIZIA LIBICA
nome Rafou, che
tutti conoscono coHA VOLUTO 900 DOLLARI
me miglior organizzatore di viaggi in
COME SALDO DEL VIAGGIO
Italia, ci ha chiesto
altri mille dollari”.
PIÙ 500 DOLLARI PER
Fermiamoci un attimo, fino a questo
RAGGIUNGERE LA COSTA”
momento Ammar
ha versato nelle casse di mediatori, organizzatori e scafisti qualcosa come
3mila dollari. Il reddito medio pro-capite in Siria prima
della guerra civile è di 2410 dollari. Con il ticket pagato
profumatamente, può salire su un peschereccio di circa
20 metri insieme ad altre 700 persone, donne, uomini
giovani, tanti bambini, hanno solo un metro a disposizione. I meno fortunati vengono chiusi nel vano motore, il caldo è insopportabile, il tanfo dei corpi sovrasta
il puzzo del diesel, non si respira. Un uomo, malato di

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
l’emergenza migranti possa essere “un boomerang sulle prenotazioni a causa delle pubblicità negativa che i media internazionali sono pronti a rilanciare su vasta scala avvantaggiando
i Paesi confinanti”.
La paura di Zaia è che la stagione turistica, “iniziata sotto una
congiuntura favorevole”, rischi, “a causa degli allarmismi derivanti da una simile situazione di emergenza, di venire irri-

mediabilmente compromessa”.
Il governatore del Veneto, nella sua lettera ai Prefetti, ricorda che
il Veneto è la prima Regione turistica d’Italia e la sesta d’Europa.
Un primato - scrive in proposito il presidente - che “non vale
soltanto come medaglia da esibire. Ma significa sviluppo economico e occupazione che non possono essere compromessi”.

25 EURO
LA CIFRA CHE
GUADAGNANO NEI
CAMPI AL GIORNO

diabete, chiede soccorso, lo tirano
fuori, l’aria che respirerà sarà l’ulI GUADAGNI. PER
tima della sua vita. Dopo sette ore
in mare aperto, Ammar e i suoi
CONTRATTO E CAPITOLATO compagni di sventura vengono avvistati da una nave della Marina
D’APPALTO, A CIASCUNO
militare italiana. E’ la salvezza. A
DI LORO TOCCANO 150-200 bordo vengono medicati, dissetati e
rifocillati. Mentre la prua punta sul
porto di Reggio Calabria.
GRAMMI DI PASTA AL
Qui Ammar si ferma pochi giorni,
GIORNO PIÙ 200 GRAMMI
ha dichiarato di essere fuggito dalla
guerra, è un richiedente asilo. L’inDI CARNE. MA PER CHI
terprete e il mediatore culturale gli
spiegano che si fermerà poco nel
IL BUSINESS LO GESTISCE
Cpsa (Centro di primo soccorso e
accoglienza) e che presto sarà traL’AFFARE FRUTTA DAI 700
sferito a Mineo, in Sicilia, dove reAGLI 800 MILIONI L’ANNO
sterà massimo 35 giorni, il tempo
necessario per il riconoscimento
della protezione internazionale, lo
prescrive la legge. Quando dopo
pochi giorni il nostro arriva in quel
deserto italiano dove spunta il Cara
di Mineo, capisce che per lui l’inferno ha solo cambiato latitudine.
In quelle 400 villette che una volta
ospitavano le famiglie dei marines
yankee dovrebbero esserci massimo
duemila persone. Ce ne sono più
del doppio. Stipate in stanzette dove dormono in sette. Poco male,
pensa, qui ci starò solo 35 giorni
come ha detto l’interprete. Ma si
sbaglia, perché la permanenza media a Mineo è di gran lunga superiore, 18 mesi. Ammar a questo
punto non sa che lui è diventato
una slot-machine dalla vincita assicurata. Se butterà l’occhio su uno
di quei talk televisivi che ogni sera
parlano della vita svaccata dei
“clandestini”, dei loro alberghi a
cinque stelle e dei 40-45 euro al
giorno che lo Stato gli mette in tasca, affonderà le mani nei capelli, si
SE È VITA
frugherà nelle tasche e non troverà un euro. Solo una
Al centro
pocket money, una carta magnetica intestata a suo nodella pagina
me, del valore di 3,50 euro. Potrà spenderla per comun gruppo
prare del cibo nei supermarket della zona, quello del
di immigrati
centro lo giudica immangiabile, per collegarsi a internet
clandestini
e mandare dei messaggi alla famiglia, per acquistare cose
alla stazione
nei mercatini clandestini allestiti all’interno del centro.
Tiburtina
Insomma, alimenterà una piccola economia. Ben poca
di Roma; in alcosa rispetto al grande business di Mineo. Per Ammar lo
to, in senso ora- Stato italiano spenderà 34,60 euro, facendo due operio: in fuga per
razioni alla buona e calcolando una media di 4mila ospiti
mare, arrivati
fanno 138400 euro al giorno, 4milioni 152mila al mese,
a Lampedusa,
quasi 50 in un anno. Un affare per il Consorzio che
mentre scappagestisce il centro, equamente distribuito tra Lega Coop,
no dal Cara
cooperative bianche, La Cascina. L’inchiesta sul sottodi Bari e infine
segretario Giuseppe Castiglione, sta portando alla luce
nei campi
un giro di mazzette e aste farlocche. Ma Ammar non sa.
di lavoro Ansa
Non conosce Salvatore Buzzi, quello che “con gli im-

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LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

5

TRE EURO vanno al caporale, e
lavorano dall’alba al tramonto,
se sceglierà di essere pagato
così. Perché altri “padroni” offrono contratti diversi: 1 euro a
“cascione” per le arance, 0,50
cent per le clementine.

migrati si fanno più soldi che con la droga”, ignora
l’esistenza di Luca Odevaine quello che “se me dai cento
persone, facciamo un euro a persona…”. Lui e gli altri
disgraziati che hanno visto la morte in faccia, di notte, in
balia di scafisti senza anima e di onde troppo alte per le
loro barche sfasciate, ignorano di essere i soggetti di un
grande business. Per contratto e capitolato d’appalto, il
suo pasto è di 150-200 grammi di pasta o riso al giorno,
più un secondo di carne, massimo 200 grammi, frutta e
acqua, e questo deve bastare, perché l’affare dell’ emergenza clandestini, come amano chiamarla i leghisti, fascisti e opinionisti che sulla paura fanno lievitare ascolti
e compensi, frutta dai 700 agli 800 milioni l’anno.

Col “padrone” nei campi siciliani
La storia di Ammar continua. Non ce la fa più ad aspettare, il tempo nella landa di Mineo non passa mai. Ha
con conosciuto M. Da, un ragazzo senegalese che ha
speso 420mila franchi (quasi 650 euro) per arrivare in
Italia (stipendio medio in Senegal, 300 euro, costo di un
visto fino a 6mila), vuole solo fare un po’ di soldi e
tornare nel suo villaggio per la festa del Tabaski in macchina. Questo è il suo sogno. E allora gli dice di scappare,
di passare lo Stretto e di arrivare fino a Rosarno, perché
da novembre fino in primavera si possono fare un po’ di
soldi con le arance e le clementine. Ammar lo segue,
dormirà in una tendopoli fetente e all’alba aspetterà il
“caporale” che lo porterà nei campi. A lui darà una parte,
tre euro, dei 25 che guadagna lavorando dall’alba al
tramonto, se sceglierà di essere pagato così. Perché altri
“padroni” offrono contratti diversi: 1 euro a “cascione”
per le arance, 0,50 cent per le clementine. Qualcosina in
più del “fisso”, tenuto conto che ogni “cascione” può
contenere fino a 20 kg di prodotto. Più ti spacchi la
schiena per raccogliere i frutti a terra, più guadagni. Una
parte di quei soldi Ammar e il suo amico senegalese li
metteranno da parte, gli altri li spenderanno nei supermercati della zona per comprare cibo e bevande, e
negli iternet café per comunicare con i familiari. Insomma, anche a Rosarno, alimenterà una piccola economia in parte legale, negozi e supermarket, in parte
criminale (i caporali) e i padroni degli aranceti che possono disporre di manodopera a bassissimo costo e sempre al nero. Ci perde lo Stato che non vede un centesimo
di contributi versati nelle casse dell’Inps. I “padroni”,
figure singolari, sfruttatori e sfruttati allo stesso tempo.
Per un chilo di arance incassano, stando ai dati della
Coldiretti, meno di 7 centesimi al chilo, una miseria se si
butta un occhio agli scaffali dei supermarket che espongono lucide lattine di aranciata al prezzo di 1,30 euro.
Chi ci guadagna? Le grandi multinazionali che smerciano in tutto il mondo le aranciate fatte col sudore degli
schiavi di Rosarno. Ma tutto questo Ammar non lo sa.
Una sera si ferma ad un bar con la tv accesa, vede un
signore ben vestito e pasciuto che intervista altri come
lui, sente dei 35-40-45 euro al giorno che lo Stato italiano
gli mette in tasca senza chiedergli nulla in cambio, fissa
gli occhi spiritati del politico con la felpa che parla di
alberghi a cinque stelle con vasca idromassaggio dove
alloggiano disgraziati come lui, vede la gente del bar
applaudire. E va via verso la sua tenda lercia e fredda.
Domani è un’altra alba, altri quintali di arance da raccogliere.

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6

INFERNO E QUATTRINI

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

Mondiali
antirazzisti,
qui si gioca

UN ANNO FA persino la città di
Milano aveva chiesto di poterli
ospitare. Tutti li vogliono. I
Mondiali antirazzisti però resteranno per il 19esimo anno
consecutivo in Emilia, a Bosco
Albergati, nel modenese. L’ini-

ziativa, ideata dall’Uisp con
l’Istituto storico per la Resistenza di Reggio Emilia, nasceva da
un’idea controcorrente: quella
di organizzare una manifestazione sportiva che radunasse
attorno a un pallone squadre

formate da immigrati di diversa
nazionalità, squadre provenienti da zone di guerra divise etnicamente, oppure formate da
gruppi di ultras provenienti da
ogni parte d’Europa e decisi a
dimostrare che il tifo non è solo

LILIANA OCMIN

“Unico indizio: trova
la signora col cappello”
di Virginia Della Sala

E

ra il 1992, avevo 20 anni
e già da un po’ molti
miei amici erano emigrati dal Perù per cercare opportunità migliori”: Liliana Ocmin, oggi responsabile del
coordinamento giovani, donne
e migranti della Cisl, in 20 anni
ha realizzato i suoi sogni affiancandoli all’impegno sociale: si è
laureata in legge, ha ottenuto i
primi incarichi assegnati a donne straniere nel sindacato, ne ha
scalato la struttura e ha raggiunto posizioni di vertice. Ma, prima di tutto, è stata una migrante. Arrivata senza permesso di
soggiorno.
Ocmin, ricorda come ha raggiunto l’Italia vent’anni fa?

Come potrei dimenticarlo? È
stata una di quelle esperienze
che ti segnano. Ricordo ancora
di aver portato con me un enorme peluche: partii con una valigia e un peluche. Sapevo già
come fare perché due mie sorelle erano in Italia. Una con un regolare permesso, l’altra era irregolare. Quindi conoscevamo
tutti i passaggi: presi un volo per
la Germania dove due cugini mi
ospitarono. Loro mi accompagnarono a prendere il treno per
raggiungere il confine con la
Svizzera, a Lugano, dove ci sarebbe stato qualcuno ad aspettarmi per poi farmi entrare in
Italia. Non ho mai capito come
funzionasse: mi arrivavano tantissimi messaggi e numeri da
chiamare. Lascio immaginare
quanto sia stato difficile: era il
’92, i telefonini non erano diffusi.
E chi trovò ad aspettarla?

Mi dissero: “Troverai una donna con un cappello”. E in effetti
c’era. Mi portò a casa sua in silenzio, non disse una parola, ma
capii che parlava benissimo ita-

razzismo. Così, con il passaparola, dalle otto squadre
iscritte nel primo anno, con in
totale 80 partecipanti, si è
passati ai 7mila iscritti e alle
centinaia di squadre di pallavolo, pallacanestro, calcio
del 2014. Nelle passate edizioni non sono mancati i momenti significativi: nel 2006
una squadra di Tel Aviv ha
giocato con in campo atleti
ebrei e arabi; nel 2007 una
rappresentativa di Sarajevo
aveva tra le sue fila ragazzi
bosniaci, croati e serbi. E poi
questa è forse l'unica occasione a livello internazionale
per imbattersi in una partita
tra una rappresentativa Rom
e una di rifugiati politici. Per il
2015 si terrà dall’1 al 5 luglio,
per informazioni: www.mondialiantirazzisti.org.
David Marceddu

SINDACALISTA CISL

liano. Da casa mi accompagnò
poi al confine. Lì fui affidata a
un uomo che mi caricò in auto
per farmi entrare in Italia.

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

Liliana Ocmin è un dirigente del sindacato; in basso uno dei barconi arrivati
in Italia in questo periodo Ansa

La terza fase del viaggio...

Sì. E anche di questa parte ricordo il silenzio. Lui non parlava. Io
avevo il mio peluche accanto e
per farmi forza, mentre attraversavamo campagne buie e stradine tra le montagne, gli dicevo
“sono figlia di un militare, mio
padre sa che sono qui”. Avevo
paura, mi facevo forza, ma era
inutile. Se avesse voluto, avrebbe
potuto fare ciò che voleva e nessuno se ne sarebbe accorto.
E invece?

Siamo arrivati al confine, c’erano gli addetti ai controlli. Lui mi
ha detto: “se ci fermano, non ti
conosco. Ti sto solo dando un
passaggio”. Ma non ci hanno
fermato. Forse erano al corrente di tutto. Si sono scambiati un
cenno e un’occhiata e siamo
passati indisturbati. E ho preso
il mio treno verso Roma.
Il viaggio era finalmente finito?

In teoria sì. Appena arrivata a

ANCHE LEI FU
CLANDESTINA
ADESSO È UNA
DIRIGENTE
DELLA CISL
CON TANTO DI
LAUREA: UN
RACCONTO
TRA SEGRETI,
TRAFFICANTI,
SOLDI E PAURA

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Roma mia sorella mi fece subito
entrare nel ruolo di venditrice
ambulante di monili peruviani.
Vivevamo in una casa con tanti
altri migranti: anche allora
c’erano proprietari che lucravano sui bisogni di chi arrivava affittando appartamenti in quel
modo. Ho resistito poco: io ero
venuta in Italia per studiare, volevo laurearmi in legge, nella
mia mente Roma era la culla del
diritto. E così sono andata via e
ho preferito lavorare assistendo
una signora anziana. Dopo il
primo colloquio, ho chiesto di
poter avere un permesso di soggiorno per il lavoro. Volevo stu-

diare. Dopo averlo avuto, sono
tornata in Perù e rientrata in
Italia regolarmente. Forte del
mio permesso. E ho fatto anche
tre lavori per laurearmi: ho studiato di notte e tanti sacrifici. E
mi sono stati utili. Hanno formato il mio carattere.
Come mai, lei e le sue sorelle,
avete scelto l’Italia?

Dopo aver chiesto informazioni a tutte le ambasciate che
c’erano in Perù, e le ho girate
davvero tutte, ci siamo accorte
che l’Italia era il Paese che pretendeva il minor numero di requisiti per rilasciare il permesso
di soggiorno. Anzi, non ne ri-

chiedeva alcuno. Per andare in
Canada, ad esempio, si doveva
necessariamente
conoscere
l’inglese.
Quanto le è costato il viaggio?

Al tempo 500 dollari. Ma oggi i
trafficanti di esseri umani si
fanno pagare anche 15mila dollari.
Che differenza c’è tra ieri e oggi?

Prima guadagnavano solo la
donna col cappello e l’omino
che mi ha accompagnato in auto. Oggi il traffico di esseri umani è un business internazionale
che vale come quello degli stupefacenti. Ci sono ramificazio-

ni e ingranaggi da oliare e non
mi riferisco solo ai trafficanti
sui barconi. Il sistema è tutto
sbagliato. Bisognerebbe distinguere tra immigrazione economica e immigrazione umanitaria, creare cordoni umanitari
per garantire a chi ne ha il diritto il suo status di profugo e
sensibilizzare di più sulla questione dell’integrazione. Che
potrà davvero esserci solo
quando si riconosceranno tutti i
diritti delle seconde generazioni e quando gli stranieri in italia
avranno il riconoscimento del
voto amministrativo, attivo e
passivo.

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IL RACCONTO

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

Qualcuno mi aveva
detto: parti vai verso
Nord, e là, la soluzione.
Nasci in qualunque parte
del mondo e non capisci
più niente. Non sai da
che parte andare, come
ti devi regolare, chi sono
gli amici e i nemici
di Mimmo

Calopresti

Incontri w “Alla fine delle scuole medie avevo
unito il mio destino con quello di ragazzi
aristocratici, della borghesia, che si erano illusi
di poter fare una rivoluzione, impossibile
in un Paese che di rivoluzioni non ne aveva

mai voluto sapere (...) Per reazione mi ero
messo a studiare con furia e, invece di trovare
la chiarezza che cercavo, avevo aggiunto
confusione a confusione”
da “Io e l’Avvocato - Storia dei nostri padri”

Tu chiamalo viaggio

Scappo dall’Inferno,
ma dov’è il Paradiso?

Chi è

lo aiuta a controllare la
rabbia che agita il suo
corpo, mentre guarda
ensavo e camminavo.
REGISTA E SCRITTORE
crescere suo figlio, in
Stavo attraversando il
un quartiere di un
deserto. Camminavo e
È nato a Polistena nel 1955. Alpaese che non conopensavo, intanto le iml'inizio degli anni Novanta inizia
sce. Il cortile di cemagini che mi ero incamerato
mento che è davanti
nella testa svanivano, non mi rila sua collaborazione con la Rai,
alla sua casa ora è il
cordavo più cosa avevo lasciato
per la quale realizza “Paolo ha
suo paese. Le nazioni,
alle mie spalle. Non mi ricordavo
un lavoro” (1991) e “Paco e
gli imperi, le grandi
più niente da quando vivevo imterre si sono perse per
merso in quel bagliore che toglieFrancesca” (1992). L'esordio cisempre, non si sa dove
va definizione al mondo. Ogni
nematografico è del 1995,
sono finiti. Sull’altare
tanto come una saetta arrivava
della territorialità sonella mia testa un’immagine vioquando realizza “La seconda
no stati sacrificati i
lenta che mi attraversava tutto il
volta”, con Valeria Bruni Tedegiovani corpi di guercorpo e mi faceva tremare, mi doschi. Nel 2013 pubblica il suo
rieri bambini. Il monvevo fermare per rallentare il batdo sembra sempre più
tito cardiaco, avevo paura di sveprimo libro: “Io e l'Avvocato piccolo. Tutto si sminire. Una guerra forse due guerre
Storia dei nostri padri”, edito
nuzza intorno a noi,
un paese e tanti altri paesi, reappartieni a piccoli
gioni e territori, armi e uccisioni
da Mondadori.
mi riempivano la mente. Camspazi territoriali che
sono la ristrettezza di
minavo e non sapevo dove andavo. Ma speravo e pregavo e
pensiero, di azione, di
aspettavo di arrivare da qualche parte. Qualcuno scelta, di conoscenza. Sempre più difficile. Poi
mi aveva detto parti vai verso nord, e là, la arrivano quelli che vogliono riappropriarsi delle
soluzione. Nasci in qualunque parte del origini e delle tradizione e tu rimani spiazzato ti
mondo e non capisci più niente. Non sai da senti incapaci di aderire a qualcosa di così inche parte andare, come ti devi regolare, chi comprensibile e lontano. Ci sei, cerchi di capire,
sono gli amici e i nemici. Tutto diventa ne- ma non conti, c’è qualcuno che analizza per te, che
buloso, melma non identificata, spariscono predica e ti indirizza. Santoni e predicatori sanno
le palizzate che ti salvano dal baratro e co- tu no, non capisci sei stupido e stupito dell’energia
minci a vagare in una galassia interstellare. distruttiva degli altri. Rimani solo. Io ho deciso di
Se scappi dall’inferno, non sei sicuro di fi- essere da solo, di attraversare questo deserto con
nire in paradiso un giorno qualcuno mi ha nient’altro che me stesso Notti gelide e giorni indetto. Prima era facile Nord, Sud, Est, Ove- fuocati. Le impronte alle mie spalle sparivano ed
st. Bastava una bussola a quelli come me, e insieme a loro nella mia testa si cancellavano le
puntavi nella direzione che ti poteva cam- immagini della mia vita. Il vento le portava via.

P

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

biare la vita. Tutto semplice: Sud caldo e nord freddo,
Ovest vicino, Est lontano.

Almeno io la pensavo così ed
ero tranquillo, il battito del mio
cuore era regolare. La luce contro il buio, il bianco e il nero la
coscienza e l’incoscienza. Ma
poi tutto si è complicato, dipende da dove nasci, chi è la madre
che ti partorisce, qual è la terra
che calpesti il mare che navighi.
Se nasci in Siria o Libia o ancora
in molti altri posti non sai con
chi stare da che parte andare. Se
stai su un confine, dall’altra
parte sicuramente c’è un vicino
che è diverso da te. Un giorno
di un secolo fa, ormai, la mia
amica Anja, bosniaca che fuggiva insieme al marito per salvarsi dalla guerra, venne arrestata dai suoi compagni di Uni- SUL SET Mimmo Calopresti durante una regia Ansa
versità, erano Serbi. Contenta
di aver trovato la salvezza, gli
corse incontro per abbracciarli. Venne violentata Una gomma che non avevo mai posseduto nella
e suo marito rinchiuso in campo di concentra- cartella della mia infanzia con fretta senza premento. Quei bastardi odiavano i mussulmani e i cisione cercava di cancellare un mondo che ora
bosniaci e si erano dimenticati di aver frequentato sembrava non appartenermi, dopo un po’ non mi
e apprezzato magari anche corteggiato quella ricordavo niente del mio passato della mia terra
creatura fragile e indifesa che chiedeva solo pro- d’origine. I volti della mia famiglia erano neutri
uguali a tanti altri, senza segni senza appartenentezione.
Anja è ancora viva ma piange tutto il giorno. È za, non mi somigliavano, mi ricordavo solo della
ancora mussulmana, ma non crede più a niente, il purezza del loro cuore e nient’altro. Il vento qualpaese che abita è il dolore infinito. Suo marito se che volta mi portava nelle narici l’odore del sanl’è cavata , anche se una guardia gli ha staccato il gue di qualcuno che era morto in battaglia. Mi
dito pollice, con un colpo di un manico di fucile, ricordavo il colore della pelle dei cadaveri che
non piange e spera prima o poi di vendicarsi. Non sembravano contemporaneamente bianco e neri
lo farà, lo sa che non ce la farà a farlo. Ma l’idea di dipendeva dall'angolazione con cui li guardavi.
poter un giorno ammazzare come cani quei serbi, Quando mi fermavo per riposarmi sotto un ar-

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busto spinoso che faceva più ombra di una palma
o almeno così mi sembrava, fumavo una pipa
d’argento che mi aveva regalato una guida che
faceva attraversare il deserto della Mauritania ai
turisti. La riempivo di tabacco e subito dopo se
avevo caldo il corpo si gelava e se avevo freddo si
intiepidiva, mi toglieva la fame e mi riempiva la
testa di ovatta imprigionando i pensieri nel nulla.
In quei momenti hai solo bisogno di esserci, semplicemente sentirti come gli altri. Ma gli altri intorno stanno facendo altro , devono conquistare
terre, credi religiosi, passato glorioso e ancora
molto altro, non c’è limite ai grandi discorsi alle
grandi promesse, alle grandi illusioni. Io no cammino e prego. Non ho bisogno di sentirmi come
gli altri , di schierarmi in questi momenti. Voglio

stare solo. Chi sei? chi sono io chi siamo noi.
Io sono quel che sono, è la risposta di DIO
sul monte Sinai alla domanda di Mosè che
riceve le tavole della legge. Nella Bibbia non
c’è nome per Dio. Usare il nome di Dio è
sbagliato, non ha nome il nostro padre supremo dello spirito e dell’anima. In nome
di Dio in nome di Allah, non si uccide, non
si comanda, non si violenta nessuno, al
massimo si può solo pregare. Ed io prego,
respiro meglio e il battito cardiaco si stabilizza e il panorama in cui sono immerso
viene colorato da un pittore impressionista:
i contorni sfumano e invadono lo spazio
circostante, i colori diventano tenui e impalpabili. Sono solo in questo mondo, sono partito da solo, ho fiutato le tracce di chi era passato
prima di me, mi sono cibato dei resti abbandonati,
di chi non aveva tempo di fermarsi per bivaccare,
doveva correre all’appuntamento con barca che
l’avrebbe portato lontano. Ho raccolto i loro documenti per sapere chi ero e arrivare preparato.
Ho letto le loro lettere per sapere a chi parlavano,

ho orecchiato i loro saluti e le loro promesse di
ritrovarsi presto. Il vento mi portava quelle voci e
io li custodivo dentro di me. E ora tocca a me. Solo
davanti a questo mondo che devo raggiungere.
Quando vedo laggiù, il bagliore della luna si incunea e si spande sul mare, so che sono arrivato.
Ora mi sento pronto ad affrontare il viaggio. Tra
poche ore, dall’altra parte di questo mare, ma anche di questa terra, mi chiederanno chi sono. Credevo a questo punto di saperlo. Non è così. Io non
so chi sono. Soprattutto non so chi sono loro. E
questo mi fa paura. Ho ancora una volta paura
degli altri.

7

VOX POPULI

Mistero
Ncd per
le vie
di Lucca
di Alessandro

Ferrucci

LUCCA Serata estiva, turisti passeggiano, nessuna macchina fotografica,
bastano i cellulari. Afa
tanta. Alle nove e mezzo
tutti in tavola, magari in
strada, e a chi cena in uno
dei ristoranti del centro,
tra un bicchiere di vino e
un tortello, domandiamo: cos’è l’Ncd?
Maria, 64 anni, insegnante. “Oh Franci, ma
cosa dice costui?”.
Francesca, 38 anni, manager. “La piazza centrale
è dietro l’angolo”. Bene,
fa piacere, ma chiedevo
cos’è l’Ncd. “Non capisco, intende il partito di
Alfano?”.
Vincenzo, 43 anni, imprenditore. “Dov’è la fregatura?” Da nessuna
parte, è solo una domanda. “Ah... Ncd... (Silenzio,
mano sulla bocca). Non
dire cazzate!”
Mirko, 43 anni, amico di
Vincenzo. “Ma no! Mica
ti ha detto Ndc!”. Vincenzo: “Vabbè, è uguale”.
Eva, 39 anni, moglie di
Vincenzo. “Non urlare, il
bambino dorme”.
Michele, 38 anni, architetto. “Se non sbaglio è il
partito di quel ministro,
oddio non ricordo il nome. Ma sì, quello che stava con Berlusconi ed è
pelato”.
Ubaldo, 45 anni, impiegato. “Io sono di Livorno”.
E allora? “Non mi ha
chiesto dov’è quella cosa?”.
Giulio, 46 anni, avvocato. “Sono di Forza Italia, e
da sempre. Vuole che le
dica chi è Alfano? Meglio
di no, altrimenti lo scrive
e quel tipo mi querela”.
Luciano, 36 anni, professione ignota. “Abbiamo
già ordinato, grazie”. Non
sono il cameriere. “E allora cosa vuole?”.
Chiara, 43 anni, negoziante. “Una marca di televisori?”. No, un partito
politico. “Ah, e da quando?”. Il leader è anche
ministro. “Ah, sì, ho capito, ma è quello che stava con Berlusconi?”.
Consuelo, 49 anni, medico. “Ho bevuto troppo,
non la capisco”.
Paolo, 55 anni, libero
professionista. “Sono comunista, oggi più di ieri,
certi nomi manco li pronuncio”.
Federico, 19 anni, studente universitario. “Oddio, sembri il mio babbo
quando vuole dimostrare
che non so un cazzo della
vita”.
Twitter: @A_Ferrucci

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8

IL MISTERO IN HOTEL

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

Gli otto punti
che ancora
sono oscuri

di Emiliano

E

Liuzzi
inviato a Padova

QUELLO CHE NON TORNA Sono moltissimi i punti che non tornano sulla morte di Domenico, precispitato dal quinto piano
dell’hotel della periferia di Milano dove era in gita. 1) Il primo
riguarda l’alcol: Domenico, quando è morto, non era ubriaco. Aveva
quantità eccessive di liquore nelle stomaco, ma non ancora in
circolo. 2) I compagni dicono di non averlo sentito: eppure dormivano in tre in un letto. 3) Domenico ha bevuto tutta la sera

insieme ai compagni. Quando è morto aveva scolato alcol da pochi
minuti, dunque - secondo quanto sostiene l’avvocato della famiglia
di Domenico - gli amici erano svegli. 4) Come ha fatto Domenico a
cadere da quella finestra? L’altezza dal pavimento al davanzale è di
circa un metro e 10 centimetri: impossibile volare giù per caso dopo
aver perso l’equilibrio. Il ragazzo deve esserci salito di proposito, o
costretto a salirci, per poi precipitare. 5) Perché i pantaloncini e gli

TROPPE DOMANDE
SENZA RISPOSTA
IL RAGAZZO
È CADUTO
DALLA FINESTRA,
MA I SUOI COMPAGNI
DI STANZA DICONO
DI NON AVER VISTO:
VIAGGIO NELLA
SCUOLA DI PADOVA
DOVE IL DRAMMA
È STATO SUBITO
RIMOSSO. COME
HA FATTO ANCHE
IL MINISTRO GIANNINI

rano, quei 19 anni,
nascosti da una
barba ancora troppo soffice che la
mamma voleva fargli tagliare. Il sorriso dietro agli
occhiali da miope nel fisico di chi può ancora pretendere di
spezzare il mondo. Anche nella sonnolenta periferia nord
di Padova, dove viveva, e in quella del centro storico dove
tutte le mattine, con la nebbia e l’umidità che ti piegano le
ossa, saliva sull’autobus e andava a scuola, al liceo Ippolito
Nievo. Diciannove anni. Un buffetto, un acquerello appena abbozzato. E mentre i colori erano ancora da definire,
è volato giù da un balcone, senza un perché. La sbornia di
una gita scolastica, forse. Anche se la mamma non ne vuole
sapere e neppure l’avvocato.

Interrogativi ancora aperti
Sono trascorsi 35 giorni dalla morte di Domenico Maurantonio e i punti interrogativi sono ancora lì, su una
pagina bianca. È stata riempita la casella che indica il suo
nome sui tabelloni. È il numero 14 nella classe che era di 22
persone. Gli insegnanti lo hanno promosso quasi a pieni
voti, cioè ammesso all’esame di maturità, che non farà mai.
Come sono tutti ammessi i suoi compagni di classe e quelli
della 5 F, gli altri 20 che hanno partecipato alla gita. Tutti
con 9 e 10 in condotta.
Domenico all’esame, quello che accompagna gli incubi
della vita a venire, non ci sarà. È volato di sotto, probabilmente privo di sensi, anche se il non aver sentito le
urla è troppo poco perché l’indizio si faccia prova come
gesto simbolico di umana pietas che nasconde un milione di
sensi di colpa. Perché tutto si poteva fare. E molte cose non
dovevano essere fatte, a partire da quella lettera che parla di
un’esperienza positiva a Milano, in gita all’Expo, con le
classi. Chi l’ha scritta, un insegnante di storia dell’arte,
deve essersi fatto scappare la penna prima di bersi il cervello. Si è giustificato dicendo che era stata scritta prima, e
questo misura la serietà: una lettera sulla gita prima che la
gita sia fatta. Non ha torto la mamma di Domenico quando
dice: “Io l’ho dato alla scuola, loro dovevano riportarmelo”. Non fa una piega il ragionamento in condizioni
normali, figurarsi con quello che è accaduto.
Dicevamo delle domande. Ha scavalcato il balcone, un
metro e dieci, da solo? Può essere, ma anche no. Perché è
caduto giù che indossava solo una canottiera e aveva gli slip
e i bermuda accanto al corpo? Difficile che qualcuno lo
scopra. Sul tavolo del magistrato c’è l’ipotesi di un omicidio colposo, né preterintenzionale né volontario, ma è
una delle tante ipotesi: chi indaga non può permettersi di
lasciare da parte nulla.
A vederli in faccia, i compagni di Domenico, non sono
bulletti pseudo metropolitani, piuttosto ragazzini che cercano di aprire le porte della vita. Gente della Padova bene,
città che non sarà mai stata il motore di quel Nordest che
viveva tra Marghera e il Trevigiano, ma è sempre una città
dotta, orgogliosa, con quelle piazze che impongono camminate a mento alto. Com’erano i compagni di Domenico,
quelli che oggi non la racconterebbero giusta. In quella
scuola siamo entrati, e che questa storia terribile sia stata
gestita malissimo lo capisci dalle parole del portiere. “No,
la preside non c’è. Sì, forse, ma se c’è, è impegnata. Domenico? Frequentava questa scuola, ma non questo istituto”. Alla richiesta di essere più precisi, la risposta è quella
di chiedere al bar. Sì, c’è una succursale a 128 passi di
distanza da via San Gregorio Barbarigo, sede centrale
dell’istituto. Praticamente una scuola sola, definirla succursale è troppo: via Brondolo, dove Domenico tutte le
mattine alle 8 arrivava, è una protesi del complesso principale. Più fatiscente e con meno velleità, ma lo spazio
manca anche quassù al Nord, se si parla di scuole.
A riprenderla in mano dall’inizio, questa brutta vicenda, la
sensazione è che finisca com’è iniziata: nel buio di una
notte. Difficile che un giorno si possa avere la certezza se

Chi era
FIGLIO UNICO
Domenico Maurantonio, 19 anni, è
morto nella notte del 10 maggio, attorno alle 5.30 del mattino, dopo un volo
di 15 metri dalla camera dell’hotel Leonardo da Vinci di Milano dove era in gi-

ta con i compagni del liceo Ippolito
Nievo di Padova. Figlio unico, viveva
con la mamma Antonia e il papà Bruno,
nel quartiere di Altichiero, a nord ovest della città, lungo le rive del Brenta.
Quella notte aveva bevuto, ma non
quantità da perdere coscienza.

Domenico sia caduto, si sia buttato o prestato a una bravata o, ancora, che lo abbiano spinto. Non ci sono gli
elementi. Il ragazzo, sotto le unghie, aveva residui che
potrebbero portare alla ricostruzione di un Dna. Potrebbe
esseri graffiato da solo, però. Comunque, c’è chi non aspetta altro che un colpevole da quella prova: ma sono tracce
residuali, molto difficili da analizzare. Ritorniamo alla notte, in quella stanza al quinto piano dell’hotel Leonardo Da
Vinci, quattro stelle in zona fiera, hinterland milanese.
Domenico beve con gli amici. Non c’è dubbio su questo. Si
scolano una bottiglia di liquoraccio da due centesimi, una
di quelle ricette venete, fatto con succo di prugna e grappa.
Nel sangue, dice l’autopsia, aveva un milligrammo di alcol,
non una quantità smisurata, ma nello stomaco (i ragazzi
avevano anche del whisky) i milligrammi salgono a 3,5,
quantità che diventa eccessiva, a rischio di coma etilico.
Ma spiegano che era nello stomaco, dunque non aveva
ancora preso a circolare. I ragazzi si buttano su un letto
della stanza 553. Un letto matrimoniale per tre. Domenico
è in mezzo. Nella versione fino a oggi presunta, si alza dal
letto, era nel mezzo, ma gli altri due non se ne accorgono,
e vola di sotto.

Il black out dalle 5.30 alle 8
Le 5 e mezzo sono l’ora dell’inizio presunto di un black out.
Sappiamo con certezza che Domenico è morto a quell’ora,

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AVEVA 19 ANNI Domenico Maurantonio, è volato da 15 metri. Sopra
l’albergo dell’hinterland
milanese dove è avvenuta la tragedia.

ma il corpo viene trovato da un imbianchino alle 8 del
mattino. Sul posto arriva la polizia, e solo in quel momento
i ragazzi si accorgono che Domenico è di sotto. Possibile
che non abbiano sentito niente? Loro la raccontano così.
Domenico muore sul colpo, nessuno lo ferma.
Al suicidio anche la polizia non crede neppure un minuto.
Però anche loro, gli agenti della mobile, commettono un
errore da principianti: non chiedono al magistrato di turno
di fare un sopralluogo subito, lo farà solo la mattina successiva. Intanto nell’albergo si susseguono le ipotesi più
stravaganti. Domenico che fa i bisogni dal balcone (ma
tracce delle feci si trovano anche nei corridoi dell’albergo),
i ragazzi che lo tenevano per le braccia, qualcuno che lo ha
spinto. Ipotesi, al momento, senza nessun riscontro. Anche lo slavo che si aggira per i corridoi del primo piano:
che, sì, c’era poveruomo, ma non c’entra nulla. Una pista,
questa, lanciata agli inquirenti dalla preside della scuola,
Maria Grazia Rubini. I ragazzi, soprattutto quelli che erano
in camera con Domenico, vengono portati in questura. Ci
rimangono dodici ore a raccontare e riraccontare la loro
versione. Mai contraddetti, sembra. Ma se parliamo per
formula ipotetica, sembra anche che sia inverosimile tutto,
dall’inizio alla fine. Non è suicidio, non è incidente né
omicidio. Nessuno ha visto né sentito.
Torniamo a Padova, un attimo. Un mese dopo. L’androne
della scuola è deserto, nonostante siano giorni di scrutini e
risultati. Quei pochi che che ci sono, trascinano i piedi

I NUMERI DEL GIALLO

5.30

L’ORA PRESUNTA
DEL VOLO
DALLA FINESTRA

553

IL NUMERO
DELLA STANZA
DEL RAGAZZO

8.00

UN IMBIANCHINO
SCOPRE
IL CADAVERE

1.10 CM

L’ALTEZZA
DEL BALCONE CHE
HA SCAVALCATO

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
slip di Domenico sono stati trovati accanto al corpo? Quando è
precipitato, il ragazzo indossava soltanto la canottiera. 6) Come
mai Domenico aveva un livido sul braccio destro? Inizialmente
l’ecchimosi, a forma di salsicciotto, era stata considerata compatibile con la stretta di una mano. Come se qualcuno avesse
cercato di trattenere il 19enne mentre cadeva. Ma la circostanza è
stata poi smentita. 7) Di chi è il Dna trovato sotto le unghie di

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

9

Domenico? Durante i rilievi sono state infatti riscontrate tracce di
Dna sotto le unghie. La quantità è scarsa e verrà analizzata nei
prossimi giorni. 8) Perché Domenico non ha gridato mentre precipitava? Le prove cinetiche disposte dalla Procura hanno appurato
che il giovane è caduto a piombo, e cioè che il volo è stato radente
il muro dell’albergo. Compatibile anche con l’ipotesi che non fosse
cosciente al momento del volo di 15 metri.

Domenico e i silenzi
che uccidono due volte
poche città italiane riescono a esserlo, freddissima invece
nei mesi invernali causa venti in arrivo da Scandinavia e
Balcani. È stata, come e quasi quanto Firenze, la capitale
del Rinascimento, sicuramente ha avuto una delle scuole di
pittura più importanti d’Italia. L’università è, per età, più
giovane solo di Bologna nel mondo occidentale. È la città
del Santo, inteso come Sant’Antonio. E soprattutto è stata,
ma siamo agli anni recenti, una delle capitali della Democrazia cristiana, quella che in Veneto faceva cappotto
tanto quanto oggi lo fa Luca Zaia con la Lega. Bacchettona
è rimasta, i democristiani sono stati sostituiti dal Carroccio
che assomiglia molto al governatore Zaia e molto poco a
Matteo Salvini.

Le indagini dell’avvocato

nervosi: perché quell’atrio è una sosta non richiesta nella
loro corsa al mondo, e odiano tutti per quei tempi rallentati
mentre loro vogliono solo volare. Una corsa che si è interrotta e pare che non si siano resi nemmeno conto di
quello che è successo. Ha ragione la mamma di Domenico
quando alza quel filo di voce che le è rimasto. “Ho affidato
il mio unico figlio alla scuola” - si chiama Antonia Comin,
è insegnante anche lei - “per una ‘uscita con pernottamento’. Me l’hanno riconsegnato cadavere. Ho trascorso

AMMESSO ALLA MATURITÀ

L’albergo Leonardo
da Vinci a Milano: Domenico era in una stanza al quinto piano

Sotto, i voti per l’ammissione alla di maturità del ragazzo

35

I GIORNI TRASCORSI
DAL DECESSO:
NESSUNA RISPOSTA

5E

LA CLASSE
CHE FREQUENTAVA
AL LICEO “NIEVO”

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Il legale della famiglia è stato a Padova in questi giorni, ha
fatto i controinterrogatori dei ragazzi, segue una sua pista.
“Quello che posso dire è che questi ragazzi non erano amici
di Domenico”, spiega Eraldo Stefani, del foro di Firenze. “È
la lacuna più grossa, quell’assenza di umana solidarietà,
anche e soprattutto davanti a quello che è accaduto. Sul
fronte investigativo posso dire che i ragazzi dicono di aver
bevuto insieme, è accertato, lo hanno detto tutti. Domenico aveva una dose minima di alcol già in circolo nel
sangue, ma la maggior parte, una
quantità massiccia, nello stomaco e
questi ultimi vent’anni amandolo,
non ancora assorbita. Bene. Questo
Aveva una dose
curandolo, ascoltandolo, condivivuol dire che aveva bevuto pochi
dendo con lui le sue conquiste, le sue
minuti prima di cadere di sotto. Cogioie, i suoi successi. Sostenendolo e
me fanno i ragazzi a dire che non
minima di alcol
costruendo con lui ogni momento,
hanno visto niente? Se Domenico
perché acquisisse solide radici, ma
beveva, anche loro bevevano, dunin circolo nel sangue
anche valide ali per volare. È stato
que erano svegli. No, dicono che
lasciato morire, solo e nell’indiffeerano già a letto da un pezzo. Questo
renza generale. Non ci sono lacrime
non mi torna ed è su questo punto
e, invece, una quantità
né parole che possano esprimere il
che io faccio le indagini. Ho chiesto
vuoto, la privazione, l’assurdità di
ai ragazzi più volte di venire a parmassiccia nello stomaco.
tutto, il silenzio innaturale, il dololarmi, non l’hanno fatto, sono io che
re”. Forse non è proprio così, forse il
ho dovuto cercare loro. In occasione
dolore sì. Ma Antonia Comin ha ratrigesimo, della messa in ricordo
Vuol dire che aveva ingerito del
gioni da vendere. Hanno delle redi Domenico, al contrario dei fusponsabilità gravi, gravissime, che se
nerali, erano tutti presenti, ma coni liquori da pochi minuti.
fossimo in un Paese normale avrebtinuo a credere che sia una presenza
bero già fatto inquietare le notti di
formale più che sentita. La realtà è
ministri e sottosegretari. Che invece
che non erano amici. E questo mi
Chi stava bevendo con lui
hanno taciuto anche loro. Come se
dispiace. Che ragazzo era Domeniniente fosse accaduto. Stefania
co? Serio, molto bravo a scuola sennon può non sapere”
Giannini, che poi sarebbe il ministro
za farlo pesare a nessuno. Preparato,
della Pubblica Istruzione, se l’è catranquillo. Un ragazzo al quale non
vata con la formula di rito: “Si faccia
si può non voler bene”.
presto chiarezza”. In ritardo, ovviamente, almeno 20 gior- I genitori del ragazzo sono ancora chiusi nella loro casa,
ni dopo. Parole che può dire anche un bambino di quattro hanno ritrovato la parvenza di una normalità che normale
anni, da un ministro ti aspetti qualcosa di più. Manco le è non può essere. Perché il loro unico figlio non c’è più.
passato per la testa di presentarsi ai funerali.
“Siamo orgogliosi di lui, lo hanno ammesso agli esami
I ragazzi, e questo lo sappiamo con certezza, erano nelle quasi a pieni voti. Non siamo andati a vedere i tabelloni, ci
loro camere che facevano fuori whisky e liquori, ma nes- hanno mandato una foto, eravamo d’accordo che doveva
suno ha fatto controlli. Alle 8 del mattino nessuno sapeva andarci lui”. Viene il nodo alla gola a sentirli parlare. Quasi
cosa fosse accaduto e uno degli studenti era morto: lì, a aspettassero una telefonata, qualcuno che dica loro di sveterra, stecchito. C’è un garofano bianco sul cancello prin- gliarsi perché è stato solo un brutto incubo, è tutto passato.
cipale dell’istituto Nievo. Un drappo nero. A guardare Si torna alla vita. Non sarà così. Perché Domenico è volato
bene, accanto alla guardiola c’è anche una foto del ragazzo, giù per quindici metri e nessuno che ancora abbia spiegato
la stessa uscita sui giornali il giorno dopo la tragedia. Una come sia potuto accadere. Come possa essere che il loro
foto e un drappo. Poi i tabelloni con i risultati, molto caldo ragazzo, mai un eccesso o un colpo di testa, se ne sia andato
nel buio di una notte senza che nessuno lo abbia visto
e nessuno che ha voglia di sorridere.
allontanarsi. Aveva 19 anni, accidenti. E a 19 anni non si
muore così, soprattutto se hai la testa sulle spalle, le idee
Ironico, serio e taciturno
chiare, la voglia di vivere. Se sei in una gita che avrebbe
Non che fosse un ragazzo che colpiva, Domenico. Cioè, dovuto concludere un anno scolastico perfetto, la maturità
nessuna stravaganza, era uno dei tanti. I compagni di classe e poi una strada diversa, l’università, il lavoro, la famiglia.
dicono che “al secondo anno di liceo lui aveva già la mo- Tutte cose che quel volo si è portato via. Insieme con il
rosa, non era uno sfigato. Era il più saggio, ironico, leggero, sorriso di Domenico. Non ci sono spiegazioni. Solo presobrio nei modi e nel comportamento”. Lo spiega il barista ghiere. E la speranza che squilli il telefono: svegliatevi, non
che prepara le colazioni a tutti: “Se l’ho visto, non lo ri- è accaduto nulla di tutto quello che vi hanno raccontato, il
cordo. Ma da qui passano tutti”. 128 passi e arrivi alla vostro ragazzo è sul pullman, rientra a casa. Questo doveva
succursale, quella della 5 E, la classe di Domenico. In di- essere l’epilogo, non una brutta pagina piena di buchi neri,
rezione opposta, ad altri 100 metri di distanza, c’è il centro di buio. E di una periferia di Milano che sa essere fosca
storico, cuore di Padova: Piazza dei Signori. Afosa, come anche a inizio estate.

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10

MEDIO-ORIENTE

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

“Cari giovani, l’Islam
non è violenza:
studiate per capire”

di Seyyed Ali Khamenei*

“GLI AVVENIMENTI accaduti in
Francia e altri simili (...) mi hanno convinto a parlarvi direttamente. Mi rivolgo a voi giovani non perchè trascu-

ri i vostri genitori, ma piuttosto
perchè il futuro delle vostre nazioni e paesi sarà nelle vostre mani, e perchè ritengo che il senso di ricerca della verità sia
più vivo e vigoroso nei vostri
cuori. (...) Sapete bene che

CRISI INTERNAZIONALE

l’umiliazione e la diffusione di
odio e paura illusoria dell’’altro’
sono stati la base comune di ogni
sfruttamento oppressivo. (...) La
mia prima richiesta è: studiate e
cercate i motivi dietro questo offuscamento
dell’immagine

Usa, Israele e Arabia Saudita
partita a tre attorno all’Iran
di Giampiero Gramaglia

A

chi sostiene che il lascito dell’Amministrazione Obama
in politica estera sarà, a mandati esauriti, poca cosa, Lapo
Pistelli, vice-ministro degli Esteri, buon conoscitore della
scena internazionale, risponde che, a renderlo positivo,
basterebbe il fatto di avere sdoganato tre Paesi a lungo esclusi (e
auto-esclusisi) dalla comunità internazionale, la Birmania – un dato del primo mandato –, Cuba e, se sarà fatto, l’Iran. Il “se sarà fatto”
dipende, in larga misura, dall’esito dei negoziati nucleari fra Teheran e i “5 + 1”, cioè i cinque membri permanenti del Consiglio di
Sicurezza dell’Onu più la Germania – si noti l’assenza dell’Italia fra
i maggiori partner economici e commerciali dell’Iran –. Le trattative, negli ultimi giorni, hanno compiuto “importanti progressi”,
ma “il lavoro prosegue”, avverte il vice-ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi, capo della delegazione dei negoziatori, all’arrivo a Vienna per quello che dovrebbe essere l’ultimo round: come
dire che nulla è ancora deciso. La scadenza fissata per un’intesa che
concretizzi quella di massima delineatasi a fine marzo e salutata con
ottimismo un po’ disinvolto dalla diplomazia internazionale come
se fosse già buona è il 30 giugno: c’è tempo per colpi di scena, drammatizzazioni e soluzioni (o no). L’esito positivo dei complessi negoziati continua a essere contrastato da Israele, il cui premier Benjamin Netanyahu sostiene che l’accordo non impedirà a Teheran di
avere l’arma nucleare, aggiungendo che molti Paesi arabi condividono la sua preoccupazione. Il che è vero, perché un Iran di nuovo
ammesso a pieno titolo nella comunità internazionale e non solo
sgravato delle sanzioni, ma coinvolto, come di fatto lo è già, nei
tentativi di risolvere i problemi regionali, non piace all’Arabia Saudita e alle monarchie del Golfo. Gli Stati Uniti, invece, cercano di
esercitare la loro influenza sui loro alleati, Israele e i sauditi, in senso
inverso. Da una parte provano a rassicurare Israele che si può fidare
della loro amicizia. Il capo di Stato Maggiore Usa, generale Martin
Dempsey, ha incontrato il suo omologo israeliano, Gadi Eisenkot, e
il ministro della Difesa Moshe Yaalon: “Israele – ha insistito Dempsey – non ha amico migliore che le Forze Armate Usa”.
LA VISITA DI DEMPSEY era stata preceduta da una missione “se-

greta” – fin quando la stampa israeliana non l’ha resa pubblica – del
capo della Cia John Brennan, che avrebbe incontrato il capo del
Mossad, Tamir Pardo, e lo stesso Netanyahu. Oggetto dei colloqui,
proprio l’impatto di un eventuale accordo nucleare, oltre che le “attività sovversive” di Teheran nella regione – il linguaggio è israeliano
–. Israele non si rassegna all’idea che l’Iran possa normalizzare le
proprie relazioni con gli Stati Uniti e la comunità internazionale. Le
autorità svizzere hanno appena aperto un'inchiesta su presunti casi
di cyber-spionaggio avvenuti negli hotel di Ginevra teatro, tra gennaio e marzo, delle trattative. Naturalmente, i sospetti si sono subito
appuntati su Israele, nonostante le smentite. E s’è saputo che anche
in Austria ci sono indagini e controlli sul Palais Coburg Hotel di
Vienna, attualmente la sede dei colloqui tra i “5 + 1” e l’Iran. È stata
l’agenzia di sicurezza informatica Kaspersky a scoprire l’offensiva
cibernetica, individuando un virus così sofisticato che “deve essere
stato creato da un governo”. Sia Kaspersky che l’analoga agenzia
Symantec sostengono che il “virus di Ginevra” ha tratti in comune
con un software di spionaggio chiamato Duqu, che gli esperti ritengono creato dagli israeliani. Ma non sarà Netanyahu e neppure
un virus a bloccare le trattative, che hanno nemici “interni” insidiosi
e potenti sia a Washington che a Teheran. A Washington, nel Congresso, dove sono maggioranza, i repubblicani condividono le
preoccupazioni di Israele e intralciano l’Amministrazione di Obama. Almeno uno dei 15 candidati conservatori alla nomination per
Usa 2016, il senatore della South Carolina Lindsey Graham, fa del no
all’intesa con l’Iran un cavallo di battaglia. Se non si chiudono ora, i
negoziati rischiano d’entrare nel frullatore delle presidenziali statunitensi e di uscirne maciullati. A Teheran, gli oppositori del presidente Hassan Rohani, un riformista, non condividono la rinuncia
alle ambizioni nucleari militari iraniane e bollano come eccessive le
concessioni fatte ai “5+1”, nonostante la bozza d’intesa di marzo sia
stata avallata dalla guida suprema, l’ayatollah Khameney, che ne
avrebbe anzi ispirato le linee fondamentali. Rinunciando formalmente al disegno, mai ammesso, di dotarsi dell’arma atomica, l’Iran
vuole ottenere la fine delle sanzioni: linfa per l’economia del Paese
che ha bisogno d’ammodernarsi e cui le risorse energetiche non
sono più sufficienti a garantire crescita e miglioramento del tenore
di vita della popolazione. Riammettendo l’Iran nel consesso internazionale, gli Stati Uniti sperano che quella Repubblica teocratica
sciita, che li bollava come Satana, contribuisca a combattere l’integralismo del Califfo – sunnita – e a rendere più stabile l’assetto
della Regione. Il che, in parte, già avviene, suscitando, però, le suscettibilità e le preoccupazioni dei sauditi e, più in generale, dei sunniti dell’area. Il coinvolgimento militare iraniano, diretto o indiretto, tramite volontari, è al momento essenziale al regime di Assad

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IL SUSSIDIARIO

SUPERFICIE
E POPOLAZIONE
Il Paese è vasto 1.648.195
km quadrati, il diciottesiamo al mondo; con oltre 77
milioni di abitanti e una
densità 48 ab./km quadro.
GOVERNO E STATO
L’attuale presidente è Hassan Rouhani, eletto nel
2013 dopo otto anni di
Mahmud Ahmadinejad
(2005-2013); mentre la
Guida Suprema è l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei.
CONFINI DEL PAESE
Afghanistan, Armenia,
Azerbaigian, Iraq, Nagorno-Karabakh (territorio
conteso), Pakistan, Turchia, Turkmenistan.

IL PRESIDENTE
DEGLI STATI UNITI
VORREBBE
QUALCHE
APERTURA SULLE
SANZIONI
PER TEHERAN, MA
L’OPPOSIZIONE
REPUBBLICANA,
GERUSALEMME
E RIAD SONO
CONTRARIE

in Siria, per non crollare sotto la pressione delle milizie jihadiste e
dell’opposizione integralista. E, in Iraq, i Guardiani della Rivoluzione guidati dal generale Soleimani sono stati protagonisti dell’unica offensiva riuscita contro le bande del Califfo. Come se l’intreccio
non fosse abbastanza complicato, Teheran ha pure aperto un fronte
di conflitto anti-sunnita a Sud, nello Yemen, suscitando stavolta la
reazione militare di Riad, che ha costruito una coalizione di una
decina di Paesi, fra cui l’Egitto, per reinsediare a Sana’a il presidente
Hadi, sunnita e cacciato dalle milizie sciite Houthi. Così, lo Yemen è
il terreno di uno scontro “statuale” tra sciiti e sunniti, impossibile da
combattere in Siria o in Iraq perché li ci sono interessi occidentali e
c’è un nemico comune, il Califfo. Il gioco è ulteriormente complicato
dalla Russia, che conta anche sulle sue influenze su Iran e Siria per
restare, o tornare, fra i protagonisti della diplomazia internazionale,
mentre la crisi ucraina l’ha un po’ confinata in un angolo; e pure dalla
Turchia, che, tra Occidente, Israele e Paesi vicini, mette in tavola
volta a volta carte diverse e alleanze contraddittorie. Che a Teheran
l’antitesi tra conservatori e riformatori non sia superata, e covi anzi
sotto la genere, lo possono forse indicare due episodi di cronaca di
questa settimana. Il figlio dell'ex presidente Akbar Rafsanjani, Ha-

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
dell’Islam. La seconda è che (...)
cerchiate di ottenere una conoscenza diretta di questa religione. La logica corretta richiede che
almeno sappiate quale è l’essenza e natura di ciò da cui vi fanno
fuggire e spaventare. Non insisto

LA GUIDA

L’Ayatollah Seyyed
Ali Khameneila
è la Guida Suprema
del paese Ansa

che voi accettiate la mia, o di
chiunque altro, lettura dell’Islam.
Quello che voglio dirvi è di non
permettere che questa realtà dinamica ed efficace nel mondo di
oggi venga presentata a voi attraverso intenzioni e scopi loschi.

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

Non permettetegli di presentare i
terroristi da loro reclutati come
rappresentanti dell’Islam. Ricavate la conoscenza dalle fonti originali. (...) Non perdete l’occasione di ottenere una comprensione
appropriata e imparziale, in mo-

11

do che forse, grazie al vostro senso di responsabilità, le future generazioni possano scrivere la storia di questa corrente interazione
tra Islam e Occidente con una coscienza chiara e minore disagio.
*21 Gennaio 2015

LA SCRITTRICE GOLI TARAGHI

“C’è meno censura
E spero in Obama”
di Francesco Chiamulera

Tehran la censura si sta
A
allentando. Obama crede davvero nell’alleggeri-

mento delle sanzioni, anche
se la destra americana, a rimorchio di Netanyahu, non
vuole la pace. Ma le cose da
noi stanno cambiando. In
meglio”. Goli Taraghi è piena di speranze. Dopo la sua
partecipazione in Italia a
Cortina, a Una Montagna di
Libri, l’autrice della raccolta
di racconti La signora melograno, che Calabuig pubblica
per la prima volta in italiano,
è considerata una delle grandi maestre del racconto persiano. “Il mio Iran? È come
quella sciabola che comprai
in un negozio di souvenir per
mio figlio. La lama era antica, l’impugnatura moderna”, ha scritto. Nata a
Tehran nel 1939 in una famiglia colta, borghese e molto laica, poi studente negli
Stati Uniti, Taraghi vive dai
tempi della rivoluzione khomeinista tra Parigi e l’Iran. I
suoi libri sono velati di una
soffusa, dolce melanconia, e
insieme di uno sguardo ironico sul presente.
Taraghi, a novembre aveva
detto: “ci auguravamo un alleggerimento delle sanzioni,
ma siamo consapevoli che le
divergenze sono tante. Sarebbe troppo bello per essere
vero”. Adesso che il sogno è
(quasi) diventato realtà, come si sente?

shemi, 45 anni, riformista come il padre, è stato condannato a 10
anni per frode, furto e reati fiscali e contro la sicurezza. Fra le accuse
mosse a Rafsanjani jr, pure interdetto dai pubblici uffici, anche quella di avere partecipato alle proteste contro i brogli nelle presidenziali
2009 vinte dal falco Mahmoud Ahmadinejad e di aver sostenuto il
movimento verde dei riformisti Mir-Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi. Hashemi era fuggito in Gran Bretagna ma era poi rientrato in
patria nel settembre 2012.
QUASI CONTEMPORANEAMENTE, le autorità iraniane hanno ar-

restato, per ragioni non ancora chiare, l'ex vicepresidente del “falco”
Ahmadinejad Hamed Baqaei. L’arresto di Baqaei segue la condanna
a 5 anni inflitta lo scorso gennaio a un altro ex vice di Ahmadinejad,
Mohammad Reza Rahimi, processato per una serie di denunce di
corruzione e atti illeciti da parte di ex funzionari e politici. Secondo
gli analisti, arresti e condanne contro politici vicini all’ex presidente
Ahmadinejad fanno parte di una campagna contro la corruzione
lanciata, non ufficialmente, dall’attuale capo dello Stato Rohani, che
ha spesso espresso la volontà d’estirparla. Cominciando dagli esponenti della fazione a lui avversa.

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L’isolamento è come un veleno, per noi. Due anni fa,
anche solo l’anno scorso, ci
sembrava impossibile che i
fatti prendessero questa piega. Ahmadinejad è stato una
catastrofe, era un pazzo. Voleva l’atomica, non c’è dubbio a riguardo. A far cambiare le cose sono state le sanzioni. C’è stato un tempo in
cui l’ayatollah Khamenei poteva dire: ‘le sanzioni non ci
fanno nulla’. Ora non è più
possibile: l’economia è
sull’orlo del collasso, i prezzi
sono decuplicati, il governo
non può pagare i salari dei
dipendenti pubblici. Khamenei lo sa.
Quindi, fine delle sanzioni?

Non ne sono ancora sicura.
Non c’è accordo sulle parti
finali del negoziato, che ovviamente sono molto importanti: Khamenei vuole che
tutte le sanzioni vengano rimosse in una volta sola,
l’America è più cauta.
Barack Obama ci crede.

Sì, Obama ci sta provando
davvero. Mi piace questo
presidente. Penso che sia
onesto, a volte quasi ingenuo. Non c’è dubbio che voglia una buona conclusione
dei negoziati con l’Iran. Il
perché lo ha detto lui stesso

In alto uno dei murales di Teheran; sotto Goli Taraghi

Ahmadinejad è stato
una catastrofe, era
un pazzo. A far cambiare la
situazione sono state le sanzioni. La Casa Bianca crede
nel loro alleggerimento, anche se la destra americana,
a rimorchio di Netanyahu,
non vuole. Ma le cose
da noi stanno cambiando
tante volte: se questo fallisce,
qual è l’alternativa? La guerra.

Il presidente americano è accusato dalla destra di essersi arreso al regime degli Ayatollah.
È così?

Proprio per niente. È un argomento dei repubblicani americani, che sono dominati a loro
volta dalla lobby di Netanyahu,
come purtroppo qualche esponente democratico. E la destra
israeliana è assolutamente
contraria a qualsiasi negoziato,
a qualsiasi accordo di pace.
Non ci crede, e sta facendo del
suo meglio per impedirlo.
Lei ha detto e scritto che dopo
il 1979 la sua vita è costantemente divisa tra Oriente e Occidente. Un limite o un’occasione per una scrittrice?

Un privilegio, direi. Non mi ha
impedito di scrivere e al tempo
stesso mi ha dato un sacco di
nuove idee. Un’esperienza
molto arricchente, sebbene
non sempre piacevole e anzi,
spesso, molto dolorosa. Quello
che mi ha salvato è stata proprio la scrittura, quando ho
messo nero su bianco tutte le
mie memorie di bambina. Ero
in fondo a un pozzo, mi sono
fabbricata una corda da sola e

con quella mi ci sono tirata fuori.
Suo padre, Lotfollah Taraghi, era una
figura centrale della vita sociale di
Tehran. Rifiutò una
carriera come ayatollah per diventare
un avvocato. Non
provò mai rimpianti
per la sua vita religiosa “alternativa”?

No, mai. Fino
all’ultimo giorno in cui ha vissuto mio padre ha odiato gli
ayatollah e i mullah e qualsiasi
figura di mediazione religiosa.
Per lui la fede era un fatto dello
spirito. Mi diceva sempre: la
religione è solo Dio e amore. Il
resto sono chiacchiere.
Nei suoi libri descrive la circospezione, l’atteggiamento sospettoso e invasivo delle autorità iraniane verso i viaggiatori,
come lei. Le cose stanno cambiando ora che al potere c’è
Rohani?

Rohani ha due volti: uno è la
sua affiliazione a questo gruppo di potere, da anni. Ed è la
ragione per cui molti iraniani
non credono in lui: ‘è uno di
loro’, mi dicono in taxi. A
Tehran si prendono spesso i
taxi collettivi, in cinque, in sei,
e si parla. Io la chiamo la taxi-seduta di psicanalisi-semovente. È vero, Rohani è uno di
loro, ma in modo diverso. E sa
qual è la prova? La censura si
sta allentando. Per otto anni i
miei libri – scritti in persiano!
– sono stati rifiutati dall’ufficio
censura del Governo. Ora
Rohani ha nominato un nuovo
responsabile del dipartimento.
E sono stati pubblicati.

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SARDEGNA - ITALIA

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

L’ARGENTIERA
C’èancheunvillaggiofantasma w Fino al 1963 qui estraevano minerali, poi è rimasta ai villeggianti: è uno degli angoli
meno conosciuti e incontaminati della Sardegna. Ma il Comune di Sassari per bonificare una vecchia scalinata ha iniziato a
scavare e gettare cemento. Le ruspe sono già al lavoro. Uno scempio paesaggistico e quel luogo magico non sarà più lo stesso

Fu il set di Burton e Benigni

Colata di cemento
sulla spiaggia dei film
di David

Marceddu

C

ol vento di maestrale che soffia
sulla spiaggia, all'Argentiera le
stanno facendo un cappotto in
calcestruzzo per ripararsi. Verrebbe da pensare nel vedere le prime foto dei
lavori a ridosso di una delle spiagge più
belle della Sardegna e d'Italia, che l’immportante non è come, ma ditruggere tutto
quello che la natura ha fatto in totale solitudine. C'è chi parla di “scempio” (quasi
tutti, su internet gli insignati sono già migliaia), chi invece di un'opera “necessaria”
(il Comune di Sassari che l’ha fortemente
voluta e iniziata a costruire). Di certo c'è che
a pochi metri da un mare noto in tutto il
mondo per il suo colore cristallino, sta
prendendo forma qualcosa che sembra un
grande anfiteatro di cemento. Siamo nel
nordovest dell'isola.
Il Comune di Sassari, cui fa capo la borgata
(nonostante sia distante 43 chilometri),
tranquillizza tutti e spiega che quando i lavori, che hanno avuto
tutte le autorizzazioni
del caso, saranno terminati, questo angolo
di paradiso sarà ancora più bello e più accessibile di prima. E
poi, è la spiegazione, le
mareggiate e le piogge
stavano facendo crollare (così dicono) il
costone che delimita
parte della spiaggia
con tutti i rischi del caso. Detto questo, per
ora il colpo d'occhio
lascia molto a desiderare.

Elizabeth Tylor e Richard Burton, girò qui
alcune parti del film Boom!, La scogliera dei
desideri. Era il 1968 quando Burton approdava nella spiaggia, diventata nella pellicola
l'Isola di Goforth. E quella non è stata l'unica
volta in cui gli abitanti del villaggio sardo
hanno avuto a che fare con dei set cinematografici. Diretto dal regista Marco Ferreri, nel 1979 un giovanissimo Roberto Benigni giunge nel villaggio minerario per le
riprese della parte finale del film Chiedo asilo,
che resta uno dei capolavori del regista. Nella pellicola lui è un maestro di una scuola
materna bolognese che decide di seguire la
madre del figlio che gli nascerà a breve. La
donna torna sull'isola alla ricerca di un posto più umano per ritrovarsi. E il giovane e
anticonformista insegnante Roberto porta
con sé anche alcuni dei suoi alunni. La storia
si conclude proprio con un tramonto sulla
spiaggia dove oggi ci sono i cantieri. Scena
memorabile, con Benigni e il bambino ripresi davanti al tramonto che definire struggente è poco, quasi banale.

IL SUSSIDIARIO
FRAZIONE DI SASSARI
L'Argentiera è una piccola frazione di
Sassari nel nord-ovest della Sardegna a
43 km da Sassari e 34 da Alghero.
DUEMILA MINATORI
Dall’Ottocento e fino agli anni sessanta
era in funzione una miniera per l’estrazione di piombo e zinco e ferro con gran
parte delle strutture in legno. L'attività

estrattiva è cessata nel 1963. Ci lavoravano duemila persone.
SET DI BURTON E BENIGNI
L’Argentiera è stato il set di parte del
film La scogliera dei desideri, con Richard Burton e Elizabeth Taylor e della
scene finali di Chiedo asilo firmato da
Marco Ferreri e interpretato da Roberto
Benigni.

A vedere i progetti per la spiaggia, presto
oltre al cemento ci saranno anche alberi,
scalinate illuminate in maniera suggestiva.
Un cambiamento in meglio, assicura l'assessore ai lavori pubblici del Comune di Sassari, Ottavio Sanna, del Partito dei Sardi,
componente di una giunta guidata da un
altro Sanna, Nicola, sindaco del Partito democratico: “L’opera, eseguita con finanzia-

FINO AL 1963 qui c'e-

rano i minatori che per
decenni
avevano
estratto piombo, zinco
e argento. Poi la miniera ha chiuso e da 50
anni va avanti la riconversione verso il turismo, non senza problemi legati alla necessità di risanare una zona che fin dai tempi
dei Romani era stata solo miniera. ma è pur
sempre un angolo di paradiso, neppure difficile da raggiungere, ma poco conosciuto.
Arrivarono gli Hippie alla fine degli anni
Sessanta, poi fu set cinematografico, ma
sempre in grande silenzio. La Sardegna i
suoi tesori non li ha mai voluti mettere in
vendita o in mostra eccessiva. Anche se il
turismo sarebbe vitale e produrrebbe un Pil
necessario per liberarsi dal resto di insediamenti produttivi, ma questa è comunque
una storia molto più complessa. Restiamo lì,
dove il cemento è già arrivato.
Lì con le sue meravigliose scogliere, con gli
scheletri degli stabilimenti a fare da sfondo,
gioielli di archeologia industriale immersi in
un paesaggio selvaggio, il fascino dell'Argentiera ha incantato molti negli ultimi 50
anni. Turisti (pochi, rispetto alle potenzialità del luogo) che arrivano dal continente
alla ricerca di mete alternative e non solo:
qui ogni luglio si svolge un bel festival della
letteratura. Ma lo spettacolo dell'Argentiera
ha attirato anche registi e produttori cinematografici. La coppia d'oro di Hollywood,

menti regionali e la collaborazione di Arpas
e università, è assolutamente necessaria per
mettere in sicurezza il costone e garantire
l’accesso alla spiaggia anche ai disabili”, ha
spiegato l'assessore in un articolo comparso
alcuni giorni fa sulle pagine della Nuova
Sardegna. “Una volta finita sarà piena di
verde, con piante studiate per raccogliere la
polvere dell’ex miniera. Ci sarà un anfiteatro
usabile per eventi,
e sarà un progetto
molto bello e godibile.
Nessun
ecomostro insomma, ma un intervento mirato e ben
fatto, che presto
tutti potranno giudicare nella sua
completezza”. Su
internet però le
immagini hanno
cominciato a girare e in molti sono
scettici. “È come
giudicare una casa
in costruzione dai
primi mattoni. Il
progetto di ripristino – ha spiegato
l'assessore Sanna –
è molto serio e ben
fatto e il risultato
finale avrà un ottimo impatto visivo oltre ai altri
vantaggi”.

La spiaggia dell’Argentiera e, accanto, le vecchie miniere chiuse nel 1963 e che davano lavoro a duemila persone

LA CURIOSITÀ

Tra miniere e Hollywood
L’Argentiera è stata dal 1864 al 1963 uno dei
più importanti giacimenti minerari della Sardegna. La produzione di minerale, avviata
verso metà del XIX secolo da parte della società Correboi, non era tanto rivolta all'argento (come può suggerire il nome della località) ma ad altri minerali quali zinco e
piombo, di cui ne era ricca, fino a quando nel
1963, la miniera fu chiusa perchè risultata
controproducente da parte della società.
Durante il suo secolo di vita mineraria, l’Argentiera aveva raggiunto un picco di popolazione di oltre 2000 persone, la maggior
parte delle quali impegnate in galleria. I turni, che andavano dalle 8 alle 16 ore lavorative per giorno, erano ripagati con pochi denari e con un pasto al giorno (moneta di
scambio con valore legale introdotta dal re
Vittorio Emanuele III), che portarono più di
una volta a lunghi scioperi da parte degli

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operai, insoddisfatti dalle condizioni lavorative vigenti.
Qui sono state anche girate le scene iniziali
del film La scogliera dei desideri, pellicola
Hollywoodiana con protagonisti Elizabeth
Taylor e Richard Burton, ambientato poi interamente di fronte all’Isola Piana, con Richard Burton che sbarca da un motoscafo
per salire tramite una teleferica sulla villa
costruita come set principale del film. Qui
sono state girate anche le scene finali del
film Chiedo asilo, di Marco Ferreri, con protagonisti Roberto Benigni, Dominique Laffin, Chiara Moretti, Carlo Monni, Girolamo
Marzano, Luca Levi, Franco Trevisi e Francesca De Sapio. Molte scene sono state girate
all'interno della vecchia sala cinematografica rimasta ancora inalterata nel tempo ma
non più funzionante e lungo la spiaggia adiacente denominata Spiaggia di San Nicola.

IL

CONSIGLIERE

comunale di opposizione Maurilio Murru, del Movimento
5 stelle, il 9 giugno scorso aveva messo sulla
sua pagina Facebook le foto di quella che lui
non ha problemi a definire una “soluzione
aberrante”: “Questo intervento lo chiamano
'di messa in sicurezza e recupero', per me è
semplicemente una vergognosa gettata di
cemento. Se questa è la via intrapresa dall'attuale amministrazione per il recupero del
patrimonio e il rilancio turistico della borgata dell'Argentiera, noi non saremo complici silenziosi di questo scempio”. Sulla pagina del consigliere pentastellato fioccano i
commenti di cittadini e attivisti indignati,
contrapposti a quelli che invece invitano
l'amministrazione comunale ad andare
avanti, perché da troppi anni per quella borgata si era parlato di bonifica e risanamento,
ma mai nessuno aveva fatto niente. Questo è
certo. Chissà però se con quel cemento sul
mare, il maestro Roberto e i suoi alunni del
film verrebbero ancora a ritrovar se stessi
all'Argentiera. Forse no, possiamo affermarlo quasi con certezza. Il cemento non è mai
poetico.

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L’INTERVISTA

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

13

Chi è
Plettro al chiodo w “Nei primi anni Ottanta sono sceso
dal palco, non ce la facevo, mi prendeva l’angoscia, una
sorta di ansia da prestazione, anche se non cantavo. Sono
un produttore famoso? In Italia il mio lavoro non è
molto capito: pensano solo che sei un amico dell’artista

Incontri w Sento prevalentemente musica statunitense
e inglese, quindi non so sempre riconoscere il valore di
artisti come Ligabue, Zucchero o Carboni: tutti cantanti
che un tempo sono passati da casa mia. Eppure non li ho
capiti, non mi interessava quel tipo di musica

Guido Elmi alias Steve Rogers

“Ho perso troppe storie,
ora voglio recuperare”
di Alessandro

A

Ferrucci

sessanta e passa anni si può trovare il coraggio mancato a trenta, quando il mondo era a portata di plettro; a sessanta e passa
anni si può scoprire di avere la voce giusta,
la voglia di salire sul palco e quel riflettore è
puntato su te stesso; a sessanta passa anni
Guido Elmi, uno dei più grandi produttori
italiani, storico partner di Vasco Rossi, ha
inciso il suo primo singolo, è uscito
dall’ombra “per lasciare la mia impronta.
Ho sentito la necessità di creare qualcosa di
mio, con il mio viso, le mie rughe, la mia
storia: lo specchio dei miei ricordi, sul quale
ho riflettuto per vent’anni”.
Ha deciso di cambiare lavoro?

No, ci mancherebbe, questo impegno è a
tempo perso, la mia professione resta la
stessa. Però così ho un po’ di gloria personale, e non mi interessa neanche vendere
dei dischi, il mio obiettivo è solo capire,
riprendere un discorso interrotto nel
1981.
Anno nel quale...

Sono sceso dal palco, non ce la facevo,
mi prendeva l’angoscia, una sorta di
ansia da prestazione, anche se non
cantavo.
In questi anni non
ha più suonato dal
vivo?

Sì, ma piccole cose,
e solo percussioni o
chitarra, mai in prima persona, in particolare con Zucchero e Dodi Battaglia. Eravamo Adelmo e i suoi Sorapis,
ma ho partecipato
solo
all’inizio,
quando era un gioco, me ne sono andato nel momento
in cui hanno voluto
impegnarsi seriamente.

nosciuto Vasco, aveva già pubblicato Albachiara.
Lei resta Guido Elmi.

Però ascolto prevalentemente musica statunitense e inglese, quindi non so sempre riconoscere il valore di artisti come Ligabue,
Zucchero o Carboni: tutti cantanti che un
tempo sono passati da casa mia. Eppure non li
ho capiti, non mi interessava quel tipo di musica.
Gigi D’Alessio ha detto al Fatto: “A Napoli non
siamo in grado di collaborare, mentre a Bologna sono bravissimi a creare sinergie”.

A Bologna siamo tutti amici, ma ognuno ha la
sua parrocchia, il suo orto, quindi non è proprio vero, mentre i rapporti funzionano meglio tra produttori, e in Emilia ce ne sono
molti e molto bravi.
Lei è laureato in Scienze Politiche, ha partecipato al ’68?

Eccome! Ero nel gruppo con Stefano Bonaga
e Bifo (Franco Berardi) e all’inizio mi sono
anche iscritto al gruppo maoista. Ma allora ci
conoscevamo tutti, magari di giorno ci picchiavamo con i fascisti, mentre la sera tutti

Ho sentito la necessità
di creare qualcosa di mio,
con il mio viso, le mie rughe,
la mia storia: lo specchio dei miei
ricordi, sul quale ho riflettuto
per vent’anni. Vasco mi ha detto:
‘Ah, ti metti a cantare...’Sì, ho
delle cose da dire. ‘Hai ragione’.
Così ho ripreso un discorso
interrotto nel 1981

Oggi cosa le hanno detto gli amici?

Sono stupiti, neanche ci credono, poi quando ascoltano il pezzo, gli piace. Non sapevano che da anni covavo questo progetto.
Così, pure Vasco?

Lui mi ha detto: “Ah, ti metti a cantare...” Sì,
ho delle cose da dire, voglio farlo. “Hai ragione”...
Non si è scocciato?

Non credo, l’importante è non cambiare la
qualità del lavoro con lui. Anzi: ora mi sento
anche più tranquillo e motivato, più carico,
più libero.
Il ruolo di produttore non era abbastanza?

In Italia il mio lavoro non è molto capito e
apprezzato, pensano solo che sei un amico
dell’artista, mentre negli Stati Uniti sei considerato quasi alla pari del cantante. Insomma, alle volte ti senti un imbucato, uno non
riconosciuto. Così ho detto: va bene, provo
a fare l’artista.
Quanti la cercano per poter entrare nel
mondo della musica?

Alcuni, ma rispondo sempre: “Non sono un
talent scout, non sono un impresario, sono
un produttore, uno che confeziona dischi”.
Non investo. Non scopro. Quando ho co-

all’osteria, tavoli separati per carità, ma stessi
luoghi. Altra storia Roma.
Che tipo di storia?

Sono arrivato nel 1978, l’anno del rapimento
Moro, tra posti di blocco, città deserta la sera
e continue discussioni politiche. Ma il mio
obiettivo era studiare le percussioni; e poi ero
innamorato di una ragazza.
La vita di allora?

Di gruppo, tra musica, sesso, canne, chi arrivava e chi partiva.
Perfetta iconografia di quegli anni...

Abbastanza. Un casino, sei mesi fantastici,
anche se certe esperienze le avevo già vissute
nel ’68 bolognese.
Vasco ha detto: “In teoria quelli della mia generazione dovevano morire negli anni Ottanta”.

E ci sono andato molto vicino: dal ’79 all ’86 ci
ho dato talmente dentro, che dopo ho passato
due anni tra ospedale e ricovero a casa. Sono
stato malissimo.
Ma nel ’78 chi era e chi voleva diventare?
(Si ferma. Riflette. Aggrotta la fronte, le rughe lo
segnano, e sembra amarle. Per qualche secondo
perde anche il suo sorriso cordiale).

Non lo so, ero confuso, tutto è cambiato l’anno dopo, quando ho conosciuto Vasco e ho
capito che avrebbe avuto successo.

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PRODUTTORE E MUSICISTA
È anche conosciuto con il nome d'arte di “Steve Rogers”. Nel 1979 produce l'album “Colpa d'Alfredo” di
Vasco Rossi: è l'inizio di una collaborazione che dura tuttora. È coautore di molti brani di Vasco; ha prodotto dischi di altri artisti come Alberto Fortis, Marco Conidi, Skiantos, Stefano Piccagliani e Clara and
the black cars (Clara Moroni, corista
di Vasco). Ha anche prodotto il disco postumo di Massimo Riva. Nel
2009 si è candidato con il partito
Bologna 2014 per il consiglio comunale.

Lei ha prodotto “Colpa d’Alfredo” e a un certo
punto Vasco canta: “È andata a casa con il negro la troia”. Forse oggi non sarebbe consentito pronunciare certe frasi.

miei sono pezzi da suonare in piccoli club,
luoghi fumosi.

Allora si percepiva l’ironia, oggi è tutto più
difficile, c’è la Lega, l’immigrazione, si incazzano su ogni cosa. La canzone era riferita al
deejay, era chiaro che dietro c’era una questione di invidia del pene.

Non ha il tono di chi ne è orgoglioso.

Però c’è un dato: con Vasco ha avvertito il
quid, con Ligabue e altri no.

Forse perché avevo già lui, forse perché quando hai un sogno, e vuoi realizzarlo, è meglio
concentrarsi su una persona sola. Oh, all’inizio è stata un’avventura molto faticosa.
Nihil difficile volenti.

Infatti avevo in testa un obiettivo chiaro, quello di arrivare, quindi tutto andava bene: i primi tempi abbiamo toccato le 250 serate l’anno, pur di stare sul palco suonavamo anche a
zero lire. E questo ha funzionato.
Il sogno lo ha raggiunto?

Sì, ma tramite lui, ora vorrei da solo.
Dopo il disco, anche il tour?

Non è detto, vediamo, oggi come oggi non
reggerei sul palco più
di quattro o cinque
L’ESORDIO
canzoni, ma la queA sinistra il primo
stione non è solo fisialbum “It’s beautiful
ca, resta l’aspetto
life” pubblicato
emotivo. Se mi vuole
da Guido Elmi;
chiedere a chi mi ispiin basso a destra
ro, le rispondo subito
lo stesso Elmi
Leonard Cohen, Nick
Foto di Nino Saetti
Cave e Paolo Conte. I

Ha lavorato anche con Alberto Fortis.

Un disco solo e perché mi hanno cercato.
Forse Alberto è di famiglia ricca, non ha
bisogno di lavorare: durante la promozione
dell’album è sparito per un’esperienza negli
Stati Uniti dentro una riserva di Navajo.
Però il disco non era male, ma uscito nel
momento sbagliato, con sonorità anni Ottanta nel momento in cui esplodeva il grunge. Ed è cambiato il mondo.
Non ama i suoni arrivati da Seattle?

È una enorme bufala con qualche eccezione. E ha bloccato la musica per dieci anni:
allora bastava indossare una camicia a scacchi, assomigliare ai Nirvana, per poi venir
ascoltati. Aspetti, le faccio sentire gli altri
pezzi del disco, quelli ancora inediti.

(Elmi collega le cuffie all’Ipad, e improvvisamente i suoi toni diventano più incerti. Ci tiene. Si
coccola i brani, e come davanti a un esame,
precisa: “Però non sono perfetti, i ritornelli non
vanno bene, la voce è una traccia. Si sente bene?”)
Cosa direbbe al Guido di allora?

Di non correre così, di pensare ad avere un
figlio. Ma un tempo non volevo perdermi
niente. E invece...
Ha corso tanto.

Sì, e ho buttato all’aria molte storie. Ma
almeno questa, di storia, la voglio recuperare.
Twitter @A_Ferrucci

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DIETRO LA TELA

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

Anno 1947:
nasce la ricerca
di “Forma1”

PIERO DORAZIO nasce a Roma nel 1927 dove, terminati gli
studi classici, studia per quattro anni architettura. Già nel
1944 inizia ad appassionarsi di
arte, in particolare di astrattismo, e l’anno dopo partecipa

come esponente di spicco
all’attività del gruppo “Arte Sociale”. Nel 1947 è tra i firmatari
del manifesto del “Gruppo Forma 1”, assieme a Ugo Attardi,
Pietro Consagra, Mino Guerrini,
Lucio Manisco, Achille Perilli,

Antonio Sanfilippo, Giulio Turcato e Carla Accardi; tutti insiemi si proclamavano “formalisti e marxisti, convinti che i
termini marxismo e formalismo
non siano inconciliabili...” sostenitori di un’arte strutturata

ma non realistica, che dà importanza alla forma e al segno
nel loro significato basico essenziale, dichiarando, per
esempio “ci interessa la forma
del limone, non il limone”, quindi eliminando nelle loro opere

UN TESTAMENTO IGNORATO BATTAGLIE LEGALI, GUERRE INCROCIATE: A DIECI ANNI
DALLA MORTE DI UNO DEI MAESTRI DELL’ASTRATTISMO ITALIANO E MONDIALE, È FERMA
LA RIVALUTAZIONE DELLA SUA OPERA, UN PATRIMONIO DELLA COLLETTIVITÀ

PIERO DORAZIO:
GLI EREDI IN LITE,
L’ARTE OSCURATA

di Alessandro Ferrucci
e Alessandro Mantovani

L’

Todi

ultimo capitolo della storia è confuso come il primo, ma non ha lo
stesso alito di romanticismo. L’ultimo capitolo della storia racconta
di uno dei più grandi artisti del Novecento
italiano, Piero Dorazio, perso dentro le carte
bollate, un testamento ignorato, guerre tra
avvocati. La sua morte, arrivata nel 2005,
trattata come una qualunque spartizione
d’eredità, tra case, quadri, diritti d’autore,
nessuna aurea, nessun desiderio di preservare un bene dell’Italia, di preservare uno dei
pochi testimoni nostrani, riconosciuti in tutto il mondo dell’arte.
Passo indietro. Per capire chi è Piero Dorazio, da dove arriva, in quale contesto nasce,
basta ritrovare un delizioso libro, Osteria dei
pittori, scritto da Ugo Pirro e pubblicato da
Sellerio nel 1994: è il secondo dopoguerra
romano, dove il riscaldamento è un maglione infeltrito o una sedia rotta e da ardere; il
cibo una scommessa quotidiana, oggi pane e
patate, domani chissà. La carne un lusso per
altri. Intorno a via Margutta, quando ancora
non era via Margutta, un gruppo di ragazzi
dipingeva, condivideva, sognava, parlava di
politica, quasi tutti di sinistra,
quasi tutti comunisti, certamente antifascisti, quasi tutti LA FONDAZIONE
squattrinati. In un vecchio
scritto, Ugo Attardi, anche VOLUTA A TODI
lui artista, ricordava: “D’inverno perdevo fino a venti E CHE AVREBBE
chili, non avevo da mangiare,
poi l’estate tornavo a casa DOVUTO ESSERE
mia, in Sicilia, e in tre mesi DIRETTA DALLA
recuperavo tutto. Ma il desiderio di stare a Roma era NIPOTE, MARIA
più forte della fame, poi c’era
una salvezza...”. E la salvezza PIA DORAZIO,
era l’osteria dei fratelli Menghi, dove la “moneta” non era CON UN LASCITO
sempre la Lira, ma l’arte, il
talento, la capacità di intuire; DI 400 MILA
dove la moneta era anche un
EURO, È RIMASTA
disegno scarabocchiato sulla
tovaglia di carta o su un to- LETTERA MORTA
vagliolo, magari una tela appena dipinta grazie alla quale
strappare il debito e condividere le gioie con i compagni. Su quei tavoli sono passati alcuni dei più guerra è nato uno dei momenti migliori
grandi artisti italiani e non, da Carla Accardi dell’astrattismo italiano, una delle fasi più
a Afro Basaldella; da Pietro Cascella (poi au- emozionanti, una delle poche riconosciute
tore del mausoleo a Silvio Berlusconi) a Lu- anche all’estero e in ambito museale, dove
cio Manisco (nella pagina accanto la sua in- accanto alla stagione futurista di Balla e Boctervista-ricordo), fino a Mino Maccari e Pi- cioni, le “Piazza Italia” di Giorgio De Chicasso, e altri, e ancora altri. Tra loro ecco rico, è facile ritrovare le linea astratte dei
Piero Dorazio, uno dei più attivi, uno con- rappresentanti di “Forma1”, un gruppo
straordinario fondato a fine anni Quaranta,
siderato dagli amici “uno arrabbiato”.
Così da quella approssimazione da dopo- del quale Dorazio era protagonista e rico-

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DAVANTI ALL’OPERA
nosciuto tale. Amato, imitato, vezzeggiato,
da alcuni idolatrato, sfruttato commercialmente, tra i pochi ad aver ottenuto in vita
quotazioni altissime, l’aspetto economico è
pur sempre un parametro, quindi opere vendute o battute all’asta per decine, centinaia di
migliaia di euro, mostre nei più importanti
spazi privati e pubblici, nazionali e internazionali, compresa New York, compresa
Londra o Parigi. Lui però, dal 1974, sceglie

Piero Dorazio nel 1996 davanti
a “Senza Fine”, opera esposta a
Valencia; a sinistra il palazzo del
Cinquecento dove lo stesso artista aveva aperto una galleria come spazio nel quale confrontarsi
Ansa

GRUPPO

Accardi, Attardi, Consagra,
Dorazio, Guerrini, Sanfilippo
e Turcato

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ
ogni pretesa simbolista o psicologica. Quindi contrapposti
al realismo di quegli anni, con
Renato Guttuso al vertice.
Nel 1948 partecipa alla Quadriennale di Roma; due anni dopo con Perilli e Guerrini apre in

via del Babuino, a Roma, la libreria-galleria “L'Age d'Or”,
che nel 1951 si fonderà con il
gruppo “Origine” di Mario Ballocco, Alberto Burri, Giuseppe
Capogrossi, Ettore Colla, dando
vita alla “Fondazione Origine”,

nel cui ambito Colla e Dorazio
pubblicano la rivista “Arti Visive”.
Nell'estate di 1953 viene invitato allo Harvard International
Seminar, all'Università di Harvard, a Cambridge, dove terrà

ve aveva allestito una scuola di ceramica; o la
Galleria Extramoenia di Piazza Garibaldi,
l’edificio cinquecentesco da lui preso in affitto per un centro espositivo e sede del suo
immenso archivio. E poi un altro appartamento a piazza di Marte, acquistato come
prima sede della sua fondazione Flaminia-Todi. In questo contesto, e negli anni,
aveva coinvolto personalità come Hans Hartung, Howard Hughes, Eugène Ionesco, Vanessa Redgrave; e ancora Michelangelo Antonioni e molti altri, tutti irretiti dalla personalità e dal carisma di Dorazio e dall’incanto dei luoghi.
Di tutto questo non c’è più nulla.
Eredi litigiosi, quel testamento non riconosciuto, le battaglie legali hanno portato alla
liquidazione del patrimonio tudertino e del
lascito ideale e culturale di Piero Dorazio.
L’appartamento di piazza di Marte è stato
venduto lo scorso anno, e la fondazione a cui
aveva attivamente collaborato il pittore Graziano Marini e che avrebbe dovuto essere
diretta dalla nipote, Maria Pia Dorazio, con
un lascito di 400 mila euro, è rimasta per
dieci anni lettera morta. Nel 2013, dopo la
morte della moglie Giuliana Soprani, è stato
disdetto l’affitto della Galleria Extramoenia,
oggi sempre aperta ma con un altro nome e
un’altra gestione.
Il grande complesso dell’Eremo dei Camaldolesi, ristrutturato dallo stesso Dorazio, è
stato recentemente messo in vendita per 8
milioni di euro. Donna Pupa Bucci Casari,
grande amica dell’artista e sua vicina di casa,
denuncia: “Per l’incuria e la mancanza di
manutenzione sta andando in pezzi, crepe
nei muri e sterpaglie nel giardino disegnato
da Respighi. Ci
vorranno milioIL SUO GRANDE
ni e milioni di
euro per restauCOMPLESSO
rarlo; difficile se
non impossibile
DELL’EREMO DEI
venderlo a quel
prezzo”.
CAMALDOLESI,
Non solo. In
questi anni soÈ IN VENDITA
no scomparse
MA A UN PREZZO importanti tele,
alcuni
eredi
FUORI MERCATO,
hanno impedito
mostre e comE STA CADENDO
memorazioni,
per il decennale
A PEZZI; ANCHE
dalla morte; per
LA SUA GALLERIA il ricordo, a Todi, sono state
NON C’È PIÙ
esposte solo fotografie a lui dedicate e nessuna
opera. Chi passeggia per la stessa cittadina umbra non troverà niente a lui riferito, niente, al massimo i
segni di una crisi generale che ha colpito
anche questo lembo di Paese. Un vendesi, un
affittasi, un altro vendesi, i commercianti in
attesa sull’uscio del negozio, sigaretta tra le
mani.
Da queste parti di Piero Dorazio è rimasta la
tomba nel cimitero di Canonica di Todi, con
l’iscrizione “Civis
romanus e pictor
optimus”,
una
cappella con dodici loculi, undici
per eredi e discendenti. Sembra che
uno di questi dopo
aver lasciato Todi
con i suoi consanguinei, abbia eletto la residenza
all’estero.
Però,
come spesso accade, per capire cosa
Todi, la sua tranquillità, le colline, la gente noi italiani siamo bravi a perdere, basta legumbra, abbastanza lontano e abbastanza vi- gere le etichette nei grandi spazi museali incino a Roma, centro dell’arte nostrana in- ternazionali, basta “sbirciare” dentro il Mosieme a Milano; chi voleva parlarci doveva ma di New York, o il Fine Arts Museums di
andare lì, passeggiare con lui tra le vie, ma- San Francisco; la Tate Gallery di Londra o il
gari di notte quando il contesto era ancor più Georges Pompidou di Parigi, e lì troverete
tranquillo (come ricorda lo stesso Manisco), scritto: opera di Piero Dorazio. Quello che
condividere certe emozioni, condividere i appartiene all’universo mondo della cultura,
suoi progetti di riqualificazioni urbana, di noi lo riduciamo a una bega famigliare, uldiffusione della cultura, come il casolare do- timo capitolo di una storia di tutti noi.

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LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

due conferenze. Durante il suo
soggiorno negli Stati Uniti venne a contatto con le personalità
più importanti dell'epoca come
i pittori Willem de Kooning,
Mark Rothko, Jackson Pollock,
Barnett Newman, Robert Mo-

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therwell ed il critico d'arte
Clement Greenberg. Ha
esposto a tre edizioni della
Biennale di Venezia (1960,
1966 e 1988). Dal 1974 si è
trasferito a Todi. Muore nel
2005.

MANISCO:
“È A RISCHIO
UNA STORIA
GRANDE”
di Lorenzo Vendemiale

L’

uomo e l’artista, il maniaco
del lavoro e l’amante della
mondanità, il giovane romano che viveva d’impeti e
il vecchio maestro nel rifugio di Todi.
Piero Dorazio, uno dei più grandi
pittori del Novecento, è stato tante
cose. E Lucio Manisco le ha conosciute quasi tutte. Giornalista e politico, voce del Tg3 dagli Stati Uniti e
poi deputato di Rifondazione comunista, di Dorazio è stato più che un
amico. “Eravamo sodali, abbiamo
trascorso insieme tante vicende delle
nostre esistenze”.
Cosa ci lascia Piero Dorazio?

Sarebbe facile rispondere: la sua pittura. Ma visto che intorno alle sue
opere si è creata una vicenda sgradevole, io dico il suo senso artistico:
Piero ha davvero vissuto con e per
l’arte. È riuscito a lasciare un segno
che va oltre le sue opere.
Qual era il vostro rapporto?

Praticamente siamo nati insieme.
Abitavamo al Salario, la prima volta
che ci siamo visti avevamo sei anni.
Ma l’amicizia vera è iniziata al ginnasio, sui banchi del liceo Giulio Cesare. E non è mai finita, neanche
quando le strade si sono separate
all’università e nella carriera.
Lei giornalista, lui pittore.

In realtà ci ho anche provato a imitarlo: per un paio d’anni ho fatto parte del gruppo Forma 1. Poi ho capito
che me la cavavo meglio con la scrittura che con la pittura. Ma la vita ci ha
dato una mano a restare vicini: ci siamo ritrovati negli Stati Uniti, dove io
facevo il corrispondente e lui lavorava. E ci vedevamo appena possibile.
Il Dorazio privato che persona era?

Un uomo unico nel suo genere, con
tante sfaccettature diverse e forse per
questo così interessante. Molto socievole, ricco di iniziative e collaborazioni. Ma quando si chiudeva
nello
studio,
quasi non gli si
poteva rivolgere
la parola. Spiritoso e serio a seconda dei momenti. Idealista
e altruista, ma
anche molto attaccato ai beni
materiali. Aveva una specie di
“malattia della
pietra”: appena aveva due soldi voleva subito costruire qualcosa, una
casa, uno studio, una villa. E ho la
sensazione che fosse ossessionato
dalle tasse, come dimostra una lunga
causa pendente con Equitalia.
A proposito di beni, è inevitabile parlare del pasticcio che si è creato intorno alla sua eredità...

I grandi pittori lasciano spesso gran-

Il giornalista Lucio Manisco Ansa

di litigi fra gli eredi. Però il mantenimento della memoria dell’artista
non dovrebbe mai essere messo a repentaglio dagli interessi personali.
È quello che sta accadendo?

È capitato ad esempio che gli eredi, in
quanto proprietari dei diritti, bloccassero il catalogo per alcune mostre
importanti. Così si fa un torto a lui e
alla sua arte.
Anche perché parliamo di uno dei più
grandi artisti italiani recenti.

Esatto, presente in tutte le gallerie del
mondo, dalla Tate di Londra al Centre
Pompidou di Parigi, passando per i
Musei Vaticani e il Museo d’arte moderna di New York. De Chirico, che
era un suo grande amico, lo prendeva
in giro dicendo che da buon astrattista non sapeva dipingere le ombre.
Lui rispondeva sempre: “Ma io sono
il pittore della luce!”. Credo che questa battuta sintetizzi al meglio tutto il
suo pensiero artistico.
Dovendo dare lei una sua definizione,
che aggettivo sceglierebbe?

Non è facile trovare una parola sola.
Probabilmente direi: generoso. Non
si è mai risparmiato per le cose in cui
credeva. Per sostenere le battaglie
sull’aborto e sul divorzio donò alcune
opere di grande importanza. Negli
ultimi anni a Todi venivano a trovarlo allievi adoranti e lui aveva sempre qualcosa da dare: soldi, ospitalità,
consigli. Era un maestro, nel senso
pieno del termine.
Come le piace ricordare il suo amico
Piero?

Con un episodio della nostra giovinezza. Era l’inizio del ‘43 e si era messo in testa di andare a trovare al confino il filosofo antifascista De Ruggiero. In bici, in piena guerra mondiale. Praticamente una follia. Ma
non ci fu modo di dissuaderlo, anzi fu
lui a convincere me. Partimmo alle 4
del mattino con una fiaschetta di vino
e la cartina geografica, arrivammo fino a Todi, più morti che vivi. Mentre
la terra tremava mi diceva quanto gli
piaceva quel paesino. Trent’anni dopo ci sarebbe tornato per viverci, fino
alla morte. Romantico, testardo, terribilmente determinato. Questo era
Piero Dorazio.

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AGENDO

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

PAESI TUOI
a cura di Silvano Rubino
agenda.paesituoi@gmail.com

VINI OSTINATI E CONTRARI
© © © Chiarofiore
Azienda: Tunia, Civitella Val di Chiana (Ar). Trebbiano e Vermentino. Prezzo in cantina: 16-20 euro

Nei cuori medievali d’Italia,
il passato è un pretesto da festa

TUNIA è una giovane azienda immersa nella Val
di Chiana. Animata da due ragazze, nessuna delle quali nata nella provincia aretina, cerca di valorizzare un territorio non poco sottovalutato. I
vini sono naturali e Tunia fa parte dell'associazione Vin Natur animata da Angiolino Maule, ma
i prodotti messi in commercio hanno una pulizia
che li rende accattivanti per chi non ama troppi
azzardi (ma al tempo stesso li rende “troppo poco strani” per chi beve solo vini spigolosi e al limite del difettoso). Azienda meritoria e coraggiosa, migliora di anno in anno. Oltre a un Sangiovese felicemente bevibile e ispiratamente
umile, a spiccare è il Chiarofiore. È un orange Wine, un bianco macerativo a maggioranza Trebbiano e con un’aggiunta di Vermentino. Le prime
annate erano gradevoli ma un po’ opulente,
mentre col passare delle vendemmie si nota una
crescita di bevibilità e di equilibrio. È frutto di 4
diverse vendemmie, la prima a inizio settembre
(per sfruttare l'acidità del Trebbiano non maturo) e l'ultima per inserire nel blend una piccola
porzione di Trebbiano sovramaturo e attaccato
dalla muffa nobile (per dare corpo e morbidezza:
scelta comprensibile e azzardata). Le quattro
parti vengono vinificate separatamente. Il vino
affina in acciaio sulle fecce fini per 12 mesi e poi in
bottiglia per altri 6 mesi. Non ancora troppo noto, il Chiarofiore è un vino inizialmente spiazzante, ma che difficilmente delude e non ammalia.

e gaite erano i quattro quartieri in cui nel Medio Evo era sudL
divisa Bevagna, borgo nel cuore dell’Umbria che, con il “Mercato delle Gaite”, per dieci giorni sale sulla macchina del tempo e
ritorna al 1250, con le antiche botteghe dei mestieri medievali che
riaprono, gli abitanti in abiti d’epoca che mangiano, lavorano, giocano come i loro avi. E poi disfide, banchetti, musica, teatro, giocoleria. Cuore della festa – e del paese – la splendida piazza Silvestri,
dove si svolge anche la cerimonia di apertura: un asimmetrico
gioiello medievale, racchiuso da due chiese, dal palazzo dei Consoli,
dalla colonna di S. Rocco (18-28 giugno, www.ilmercatodellegaite.it).
Il borgo medievale di Vicchio (Fi) – raccolto entro la sua trecentesca cinta muraria – che ha dato i natali a Giotto e Beato Angelico,
invece, diventa, con “Etnica”, il palcoscenico per un grande confronto tra culture, attraverso la musica, ma anche attraverso il cibo,
il vino, la fotografia. Tra gli ospiti, Ginevra Di Marco e Teresa De
Sio, insieme alle Mondine di Novi, protagoniste di uno spettacolo
realizzato appositamente per la manifestazione: “Stazioni Lunari:
Veglie, Tresconi e Cori”, una veglia con canti e balli popolari, con
l'incontro tra Emilia, Toscana e Campania (18-21 giugno, www.jazzclubofvicchio.it). Altra regione del Centro, altra cittadina, altra festa:
il cuore antico di Montegranaro (Fm) ospita oltre 100 spettacoli di
strada per il suo “Veregra Street Festival”, giunto alla diciasettesima
edizione. Teatranti, musicanti, clown e giocolieri, mimi e acrobati
provenienti da tutto il mondo, ma anche spazio alla scoperta dei
sapori, con cibo di strada regionale, nazionale e internazionale, dei
prodotti artigianali e del territorio, con visite guidate negli splendidi dintorni (20-27 giugno, http://veregrastreet.it).
© Lunedì 15 giugno

Vini a Mezzogiorno

Masseria Corte di Torrelonga
(BA), dalle ore 10
radicidelsud.com
I vitigni autoctoni di Puglia, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia sono i protagonisti di “Radici
del Sud”, manifestazione enologica giunta alla decima edizione.
Nel giorno dell'apertura al pubblico saranno premiate le migliori
delle 400 etichette sottoposte al
giudizio di una giuria. Abbinamenti di lusso con nove chef all'opera.
MILANO, nell'area dell'ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, ospita
la ventesima edizione di “Da vicino
nessuno è normale”, con teatro,
musica ed eventi (sino al 25 luglio,
www.olinda.org)
© Martedì 16 giugno

Omaggio a Gabriella

Roma, Città dell’Altra Economia,
sino all'11 settembre
www.eutropiafestival.it
“Eutropia”, il festival che porta la
musica alla Città dell'Altra Economia, ospita “Bella Gabriella!”,
lo spettacolo che la cantautrice
romana Giulia Ananiad dedica
alla grande Gabriella Ferri in una
versione arricchita da alcuni
ospiti-amici, come Lucilla Galeazzi, Zerocalcare (in una speciale lettura live di un suo fumetto), Edoardo Pesce, Lucci.

© Mercoledì 17 giugno

Lamezia Terme, sino al 21 giugno
www.tramefestival.it
Edizione numero cinque di “Trame Festival” di Lamezia Terme, il
festival diretto da Gaetano Savatteri e promosso dalla Fondazione Trame con la collaborazione dell’Associazione Antiracket
Lamezia Onlus, che racconta le
mafie attraverso incontri con i testimoni, dibattiti, cinema, musica, teatro e letteratura. Il filo conduttore di quest'anno è “giovani
favolosi”, ragazze e ragazzi che in
tutta Italia lottano contro le mafie.
ROMA viaggia nel tempo, sino all'epoca d'oro dello swing, con lo
spettacolo della Ciribiribin Italian
Swing Orchestra all'Auditorium

RACCONTO TWEET

© INIZIA IL “MERCATO DELLE GAITE”
Antiche botteghe dei mestieri
medievali che riaprono, abitanti
in abiti d’epoca che mangiano,
lavorano come i loro avi.

Una storia
in 140 caratteri
di @eloisa_pi

Cuore della festa e del paese, è la
splendida piazza Silvestri Ansa

(ore 21, www.auditorium.com)

bio Concato

© Giovedì 18 giugno

A BOLOGNA, nello splendido
Cortile dell'Archiginnasio, va in
scena “Pianofortissimo”, festival
internazionale con talenti da tutto
il mondo (sino al 1 luglio, www.ineditasrl.it)

Ritmi sul mare

Laigueglia (Im), fino al 21 giugno
www.percfest.it
Nel nome di Naco, compianto
straordinario percussionista italiano, “PercFest” porta sulle rive
del mare suoni jazz, percussioni,
ritmi mediterranei con decine di
eventi in 4 giorni, tra appuntamenti musicali e seminari formativi sulle percussioni. Tra gli ospiti, Gegè Telesforo, Fabrizio Bosso,
Javier Girotto, Roberto Gatto, Fa-

© Venerdì 19 giugno

Microcosmi culturali

Comerio (Va), sino al 21 giugno
www.microcosmi.net
Cultura alla portata di tutti in
“Microcosmi”, festival voluto da
Vittorio Cosma che porta nel Parco di Villa Tatti Tallacchini e fra le
vie e cortili del paese concerti, laboratori, teatro, danza, cinema,
letteratura, design, tradizioni
enogastronomiche, storia, scienze e natura. Tra gli ospiti, Enrico
Ruggeri, Renato Pozzetto, Max
Gazzè, Pacifico.
A MENFI (AG) vino protagonista
con "Inycon" con incontri, degustazioni, spettacoli e ecotour alla
scoperta del territorio lungo la
Strada del Vino Terre Sicane (sino
al 22 giugno, www.inyconmenfi.it)

A BOLOGNA, per la chiusura del
“Biografilm Festival”, concerto
della talentuosa cantuatrice Levante (ore 21.15, www.facebook.com/bioparcoBologna)

Mafie raccontate

Andrea Scanzi

© Sabato 20 giugno

Cultura in Costiera
A Roma, per “Eutropia”, ospita
“Bella Gabriella!”, lo spettacolo
che la cantautrice romana Giulia
Anania dedica alla Ferri Ansa

Ravello (Sa), sino al 20 settembre
www.ravellofestival.com
Ravello (Sa) riapre il sipario sul
suo Festival, con la consueta galoppata estiva tra classica, jazz e

BANDIERINA/LIBRI 1
di

Pasquale Rinaldis

© © © Lenny Kravitz - God is Love (Vololibero edizioni)
La vita, la musica, l’arte e la spiritualità dell’artista statunitense
USCITO in prima edizione nel 1999 con il titolo Che amore sia,
poi aggiornato e ristampato nel 2004 con il titolo Tra Funk e Fede,
LENNY KRAVITZ - God Is Love. La vita, la musica, l'arte e la spiritualità è la guida più esaustiva per chi voglia approfondire la
conoscenza di questo artista di successo con 38
milioni di dischi venduti nel mondo. Autore di brani celebri come Are You Gonna Go My Way, Believe
e I Belong To You, il libro scritto da Davide Caprelli,
ripercorre fino al 2015, le tappe fondamentali della vita e dell’opera artistica di Lenny Kravitz, che si
esibirà per tre date in Italia a Lucca (26/7) Roma
(27/7) e Padova (29/7).

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pop, teatro, arti visive, incontri di
parola sul Belvedere di Villa Rufolo. Da segnalare, l'incontro sul
palco tra Laurie Anderson e Philip
Glass, il concerto in acustico di
Francesco De Gregori, Ute Lemper con il suo nuovo progetto
scritto con Paulo Coelho.
FORLIMPOPOLI (FC) celebra il
suo cittadino più illustre, Pellegrino Artusi, con “FestArtusiana”,
nove serate di dialogo tra gastronomia, cultura e intrattenimento
(sino al 28 giugno, www.festartusiana.it)

A

mo le persone che stanno bene anche quando sono sole. Che poi sono
quelle che se ti cercano, è perché ti
vogliono davvero.
@CasaLettori @fattodellunedi #RACC

© Domenica 21 giugno

Musiche da intenditori

Trapani, Chiesa di Sant’Alberto,
ore 21
www.lugliomusicale.it
"Orchestre Nascoste" è un festival che porta nelle chiese di Trapani rari strumenti ibridi, come il
pedalpiano, uno speciale pianoforte che si suona nella parte su-

periore con le mani, nella parte
inferiore con una speciale tastiera per i piedi.
NAPOLI, a Villa Imperiale Pausilypon, ospita una serata per Medici Senza Frontiere, con lo spettacolo di musica e danza “Damarù” (ore 19, www.suggestioniallimbrunire.org).

IL DENTE DEL GIUDIZIO
Furio
Colombo
di

Marella Agnelli, la storia
con gli occhi dei bambini

i tempi del Gruppo 63, che si situa a metà
A
strada fra il libro di cui sto per parlare (Marella Agnelli, La signora Cocà, Adelphi) e i giorni

nostri, si discuteva molto se si potesse ancora
scrivere, come incipit di un racconto, “La Marchesa uscì alle cinque”. Marella Agnelli, alle prese per la prima volta con il problema del come
cominciare una narrazione, ha avuto tre geniali
trovate. Ecco il primo paragrafo: “La villa era
stata occupata. Prima dai tedeschi, poi dai repubblichini e adesso c’erano gli sfollati, come li
chiamava Gino, il giardiniere”. In poche righe
c’è il luogo, il tempo e l’avventura. E se sospettate
che vi siano occhi nascosti a spiare, vi risponde
(come il flauto al pianoforte, nei concerti giovani di Mozart ), il secondo paragrafo: “La sera,
le luci accese, attraverso le persiane socchiuse,
Carlo, Nicola e io li guardavamo con stupore,
stretti, assiepati in quelle che erano state ‘le nostre’ camere (...) a Margaret facevano una gran
pena. Ci ricordava le loro case bombardate e andava a comprare delle arance per i bambini
‘They must have vitamin C’. Poche altre citazioni vi direbbero che la villa si chiamava “I cancelli”, che ci sono sul fondo della grande scena
una madre (Margaret) e un padre (Filippo), che
c’è una vita agiata indicata dall’elencare le stanze, e dire i nomi del personale di servizio. E ci
sono i bambini, “Carlo, Nicola e io”, in quella
tipica posizione di certe famiglie, dove i bambini
sono sopra e sotto il personale domestico, consci
del privilegio ma anche agenti segreti della loro
avventura, che allo stesso tempo li unisce e li

contrappone alla casa, agli adulti e alla storia. A
questo punto, nella narrazione, sono già entrati
in scena i libri, meglio: le biblioteche, quella in
inglese della madre e della nonna americana, e le
pareti di volumi (tantissimi) italiani del padre,
con rapidi accenni alle origini della famiglia,
pianure americane e un filo che porta a Napoli.
Le sequenze sono tutte segnate dal movimento a
scatti curiosi e improvvisi dei bambini, e alla loro esplorazione distratta e instancabile, ai sottotitoli adulti che l’autrice annota adesso sotto
ogni scena, i travestimenti, la scoperta del baule
di “pelle di pitone” di Marella, i trasferimenti un
po’ epici di famiglia e personale, la meraviglia di
fronte allo spettacolo misterioso e continuo che,
per i bambini, prima ancora della natura, sono
gli adulti. C’è di bello che questo libro non è una
annotazione di memorie. I bambini non hanno
memorie, hanno impressioni fortissime che qui
sono rimaste vive. E noi lettori siamo portati accanto al loro punto di vista. Infatti la navetta del
narrare di Marella Agnelli mantiene intatto il
respiro infantile e il comprensivo sguardo di un
adulto che ogni tanto si distrae, guarda fuori, e
poi torna alla narrazione dell'avventura. Come
Margaret faceva con i bambini: un po’ li accudisce, un po’ li abbandona, sempre in una nuvola di affetto e di attenzione-disattenzione.
L'autrice adotta la distrazione serena di Margaret con i suoi lettori, ma con un controllo nitido
e fermo, come se tutto ciò che leggiamo accadesse in tempo reale.

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IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

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OBITUARY
PALCOSCENICO

SERIE TV

Il Darling
di Ricci
è un corto
circuito
opo Cannes sul web gira il
D
“generatore automatico
d’immagini per il nuovo film di

Sorrentino”, parodia per indicare l’instabilità, l’incertezza del
filo narrativo, la disomogeneità,
la presunta incoerenza della sequenza precedente rispetto alla
successiva. Ecco, potremmo applicare lo stesso strumento a
Darling dei Ricci Forte (ha aperto Le Colline torinesi), osannati
e idolatrati da alcuni quanto per
altri siano sopravvalutati. Come una jam session di free jazz
(nella quale gli attori non sembrano sempre credere in quello
che stanno facendo-dicendo)
dove le scene si accumulano

Transparent, papà
è un genitore trans
on esiste più la televisione, oppure tutto è televisione? Lecito
N
porsi una simile domanda mentre si pensa a Transparent, la
serie nata per essere venduta direttamente sul colosso del com-

giochi infantili e crudeltà, pezzi
di autobiografie degli attori
(materia che ritorna in tutte le
drammaturgie RF) e tute arancioni, dal tutù alla distruzione
dell’impianto scenico, balbettii
e valzer fino all’immancabile
nudo.
Azioni futuriste s’intervallano
con momenti criptici e intimisti, immagini estetizzanti ossimoriche, gesti lievi e sound violento o viceversa, creano un
corto circuito estremo dal quale
è complicato estrarre una riflessione compiuta. Non può mancare un finale che stupisca; forse
manca il teatro.

mercio elettronico Amazon e che in Italia è su Sky Atlantic (canale 110 di Sky). Dove è attivo il servizio Amazon Instant Video è
possibile scaricarla a pagamento (o vederla in streaming) già da
febbraio 2014 e una seconda stagione sta per essere prodotta e
distribuita. Per noi, intanto, vale ancora il caro vecchio piccolo
schermo. Innovativo il sistema, innovativo il racconto: la vita di
una famiglia di Los Angeles viene sconvolta dalla decisione
dell’ormai settantenne Mort (un grandioso Jeffrey Tambor) di
rivelare la sua fino ad allora inespressa natura di transessuale.
Illuminante la scelta del titolo, che in inglese suona sia come
“genitore trans”, che come “trasparente”. L’idea dell’autrice Jill
Soloway è infatti quella di sfidare le nostre ipocrisie: la mancanza
di sincerità rovina le nostre vite, meglio affrontare noi stessi e la
nostra natura, piuttosto che nasconderla. Meglio essere “trasparenti”. La scelta di Mort, che presto diventerà Maura, costringerà
infatti l’intera famiglia (i suoi tre figli e relativa ex moglie) a
confrontarsi con i loro demoni e i loro inconfessabili segreti. Ma
niente paura, tutto avviene con i toni della migliore commedia
americana. Non a caso la serie è stata accolta da critiche eccellenti
vincendo moltissimi premi, tra cui i Golden Globe come miglior
serie comica e come miglior attore protagonista.

Tommaso Chimenti

Luca Raimondo

Un momento di “Darling”

senza un’apparente motivazione né logicità, il volume di base è
altissimo e il testo, schiacciato
rispetto al passato (riverberi di
Mariangela Gualtieri), pare un
pretesto di frasi lanciate a spot,
tweet, slogan con pallidi rimandi all’Orestea.
Un container riempie la vista,
una Regina (Anna Gualdo votata al pianto), ricorda quella de
Il racconto dei racconti di Garrone, con il volto disciolto
nell’acido (come la celebre piccola vietnamita colpita dal napalm), e tre attori che si agitano
generosi ed eccitati. Una quantità di scene straripanti, dalle
marionette al comizio politico,

LIBRI RARI

D. C. (DOPO CHRISTIE)

Ubu Roi, l’irriverente
dramma di Jarry

Giallo su due ruote
nell’Italia fascista

el 1896 al Théatre de l’Oeuvre di Parigi venN
ne messo in scena Ubu Roi, irriverente dramma di Alfred Jarry, drammaturgo, scrittore e poe-

© © ©La giovane morte di Mario Pietrantoni
Enrica Belli, Frassinelli, pagg. 160, ¤ 15

ta francese. L’evento suscitò un enorme scandalo
per cui molti spettatori e influenti critici abbandonarono il teatro alla fine del primo atto. Alcuni
credettero fosse una provocazione, altri che si
trattasse di uno scherzo di cattivo gusto. In effetti
Jarry con Ubu Roi aveva proprio intenzione di
scandalizzare, con le avventure del suo personaggio burlesco che sfugge a qualsiasi moralismo ed
usa un linguaggio irriverente verso tutte le istituzioni e le stesse convenzioni linguistiche, deformando i modelli culturali del teatro dell’epoca.
L’opera narra le avventure di Padre Ubu, officiale
di fiducia di re Venceslao, decorato con l’ordine
dell’aquila rossa di Polonia, ex re d’Aragona, conte di Sandomir, e della Madre Ubu. Il Padre Ubu

uccide il re Venceslao e s’impadronisce così del
trono; poi uccide i nobili e coloro che l’avevano
appoggiato. Ma il Padre Ubu deve diffidare del
figlio di Venceslao, che inavvertitamente ha risparmiato e che spera di riconquistare il trono di
suo padre. Con Ubu Roi Jarry anticipa il movimento surrealista e inaugura la patafisica, la
scienza delle soluzioni immaginarie, dell’assurdità dell’esistenza, che si esprime attraverso il
grottesco e il fraintendimento. Aldo Camerino
nella postfazione all’ edizione italiana (Ubu re,
Edizioni del Cavallino, 1945) scrive a proposito di
quest’opera: “Qualsiasi proposito ardito, e ogni
rischio, per chi non ha paura di niente; ma non il
desiderio di spiegare un’opericciuola come quella
che s’è letta. Perché uno scherzo, con molta probabilità, non può vigere se non come scherzo”.
Adele Marini

LE BUONE PRATICHE
Domenico
Finiguerra
di

C’è un “Libro Bianco”
con proposte di Dotti e Fo

rriveranno i posti di lavoro. Assumeranno
A
personale. Crescerà l’occupazione. Ci sarà
lavoro, crescita, competitività. Queste sono le

motivazioni e spesso gli specchietti per le allodole che si utilizzano per promuovere grandi
opere inutili, cementificazione del territorio,
privatizzazione di patrimonio pubblico. Ma il
nostro paese sta facendo davvero tutto per rilanciare l’occupazione? Le strategie del governo
sono quelle adeguate per rimettere in moto
l’economia? O forse si sta perdendo qualche occasione per fare di necessità virtù? La necessità
sarebbe la conversione ecologica della nostra
economia, agricoltura compresa, la cura e la
messa in sicurezza del territorio, la riduzione dei
rifiuti prodotti, il rilancio del turismo sostenibile e pulito evitando di massacrare coste, il recupero dei nostri centri storici. La virtù, invece,
sarebbe fare tutto questo con fantasia e buon
senso, espellendo dalle soluzioni e dalle azioni le
parole che inquinano più di tutte: speculazione e
avidità. Una bella sfida. Perché proprio nella cosiddetta “green economy” si sono spesso ricollocati gli appetiti di mafia e malaffare che fino a
qualche anno fa erano soddisfatti soprattutto
dal ciclo del cemento e dei rifiuti. Una sfida che
viene portata avanti con grande fatica da piccoli
attori diffusi sul territorio, dai Comuni Virtuosi,
dalla miriade di operatori (anche imprenditori)
e attivisti ecologisti che da molto tempo reclamano un diversa ripartizione delle risorse incentivanti, spostando l’attenzione dal grande al
piccolo. Dal mega impianto fotovoltaico o eo-

lico che consuma suoli agricoli e deturpa bellezza, al piccolo impianto casalingo. Dagli scaltri esperti di “green washing” in cerca di una
riverniciata per coprire azioni di lobbying alle
intelligenti formichine che decidono di organizzarsi, unirsi e darsi forza. Purtroppo, finora, a
farla da padrone sono sempre stati i grandi. Con
grave danno per i beni comuni e per le risorse
pubbliche. Ma da qualche anno due “testardi” e
inguaribili ottimisti come Jacopo Fo e Michele
Dotti, hanno avviato la costruzione di una rete:
“Eco Futuro”. Un Festival delle buone pratiche
che si tiene presso la Libera Università di Alcatraz (www.ecofuturo.tv) che ha deciso di tradurre in un Libro Bianco tutte le parole di corsi e
convegni. Una raccolta di proposte che per Dotti e Fo farebbero risparmiare 200 miliardi di euro e creerebbero milioni di posti di lavoro. Per
obbligare la politica a discutere delle possibili
soluzioni virtuose che potrebbero aiutare a formulare una delle risposte possibili alla necessità
della conversione ecologica, la presentazione
del Libro Bianco di Eco Futuro è fissata direttamente nelle stanze del Parlamento, al Senato
della Repubblica, per domani. Il dibattito e la
politica sapranno affrontare il nodo più importante che purtroppo, come ci indicano le cronache, ha riguardato anche la diffusione delle
rinnovabili? Sapranno espellere avidità, speculazione e rendita parassitaria dalle ricette di conversione ecologica? La sfida è grande, ma la posta è alta. È il futuro del paese e del pianeta.

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uando il ciclismo era epica e fatica, su
strade infami, e l’unico doping erano
Q
quattro uova sode da ingurgitare durante il

percorso. Anni trenta, in piena epoca fascista.
A Mario Pietrantoni, il cronista letterato della
Gazzetta dello Sport chiede: “Perché ha iniziato
a correre?”. Il ciclista risponde: “Non mi importa della gloria, della fama, delle donne. Io
voglio solo vincere, e guadagnare. Non voglio finire a fare il
contadino”. In realtà, Pietrantoni è un’anima solitaria e fragile,
incline ai sogni più che ai soldi. Una mattina di fine giugno viene
trovato morto in campagna. È stato ammazzato. Un contadino
si costituisce e confessa: l’ha ucciso perché stava rubando l’uva.
Poco dopo, però, alla polizia si presenta un altro presunto assassino. È il giovane ricco che ha sposato Caterina, la donna di
cui è innamorato Mario. A indagare è il commissario Gregorio
Linguiti, napolitano in esilio a Chieti, la città dove si celebra il
processo per il delitto Matteotti, il socialista rapito e accoltellato
a morte dai fascisti. Per Linguiti, Pietrantoni è il figlio che non ha
mai avuto e lui si butta nell’inchiesta, senza la prudenza tipica di
quel periodo. Trionfatore al Giro d’Italia l’atleta che non vuole
fare il contadino è un personaggio scomodo per il regime. A
modo suo, è un antifascista che non ha paura di dirlo. Ma il
mistero forse risiede nella famiglia di Pietrantoni, che lavora la
terra da generazioni ed è dominata da un ruvido matriarcato.
La giovane morte di Mario Pietrantoni è ispirato a un omicidio vero,
rimasto ancora oggi senza soluzione: quello di Ottavio Bottecchia, campionissimo degli anni trenta e noto per la sua opposizione al regime. Venne trovato agonizzante, appunto, in
campagna e morì una decina di giorni dopo. In Friuli Venezia
Giulia, la sua terra, non l’Abruzzo di Pietrantoni. A scegliere un
soggetto così originale è stata Enrica Belli, giornalista radiofonica della Rai. Questo è il suo primo romanzo ed è felicemente
riuscito. Il giallo è la strada battuta per raccontare la provincia
italiana del fascismo delle origini, dove i cafoni non possono
avere “sogni sbagliati” e si rassegnano a un destino atavico. Belli
ha un talento narrativo luccicante e riesce a rendere bene l’indicibile del cuore (unico neo: le solite “prime luci dell’alba”).
Fabrizio d’Esposito

BANDIERINA/LIBRI 2
di

g.or.

© © © Alla nostra età, con la nostra bellezza
Autore: Daria Colombo, Rizzoli pag: 225, 18,00 ¤
SENTIMENTAL-POLITICO “Sentivo la libertà e la forza delle
donne di tutto il mondo entrarmi dentro. Donne che lottano, che
amano, che urlano, che si salvano la vita a vicenda”. Con queste
parole Daria Colombo ha presentato il suo nuovo romanzo: "Alla nostra età, con la nostra bellezza" (Rizzoli, 18 euro). Si tratta
del secondo libro, dopo il successo di “Meglio dirselo”, anch'esso sull’universo femminile. Al centro della trama il rapporto tra
Alberta ed Elisa, un'amicizia che cresce grazie al confronto e alla
condivisione. Sullo sfondo, il mondo universitario degli anni Novanta e la crisi delle ideologie. Un romanzo che la stessa autrice
ha definito “sentimental-politico”, in quanto emerge dalle protagoniste un invito a fare la propria parte per il bene comune.

Scrisse
delle
stragi
in Sicilia
di Giulia Zaccariello

ERA LA STORIA non raccontata, quella sepolta e
oscurata dalle interpretazioni ufficiali, dalle versioni di comodo. Era quella la
realtà che voleva ricostruire, tassello dopo tassello, in un lavoro minuzioso, quasi artigianale,
che partiva dal piccolo
per arrivare al grande come cerchi concentrici. Lo
faceva come spinto da
un'urgenza: lui che all'età
di un anno aveva perso il
padre in un agguato vicino alla sede della Cgil, da
parte di esponenti della
banda Giuliano, era diventato uno dei principali
esperti della strage di Portella della Ginestra.
E forse bisogna partire
proprio da lì, per scrivere
chi era Giuseppe Casarrubea, storico, saggista,
ricercatore e insegnante,
figlio del sindacalista Giuseppe Casarrubea. È morto pochi giorni fa nella sua
Partinico, in provincia di
Palermo, dopo una lunga
malattia. Aveva 69 anni, e
alle spalle una lunga lista
di opere, punti di riferimento per ricostruire la
memoria della Sicilia. Le
sue analisi, realizzate
spesso grazie a materiali
e documenti inediti, hanno appassionato, a volte
anche diviso. Il suo libro
“Portella della Ginestra.
Microstoria di una strage
di Stato", 320 pagine dove si scava nell'intreccio
tra potere politico, quello
mafioso, banditismo e
apparati dello Stato, finì al
centro di un processo,
chiesto dal generale dei
carabinieri Roberto Giallombardo. Il tribunale però diede ragione allo storico. Anzi, il giudice riconobbe il valore e la validità
del lavoro di Casarrubea,
parlando nella sentenza
di “fonti autorevoli”, “metodo scientifico” e “correttezza di linguaggio”.
Studioso riservato, mai
sopra le righe, trasformò
la sua casa in un vero e
proprio archivio, con una
mole impressionante di
materiali, molti dei quali
documenti dell'intelligence americana, italiana, inglese, ma anche slovena e
ungherese. Tesserato con
il partito comunista fin da
ragazzino, fu anche preside dell'Istituto Pio La Torre di Palermo, segretario
dei Ds di Partinico e candidato sindaco alla fine
degli anni Novanta.
giu.zacc@gmail.com

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18

DALLA PRIMA

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

MA MI FACCIA IL PIACERE
EDITORIALE

di Marco Travaglio

Grande
spreco,
piccola
reazione
di Antonello

Caporale

n Italia ogni emergenza si fa
I
industria. Oggi i migranti,
ieri gli alluvionati o i terremo-

tati. Abbiamo sperimentato
l’emergenza per la munnezza a
Napoli (circa sei miliardi di euro il totale fatturato), e prima
ancora per il traffico di Roma,
per le gondole di Venezia. Finanche i campionati di ciclismo
a Varese e la processione del Papa a Loreto furono gestite con i
fondi della Protezione civile.
Emergenza significa urgenza
che vuol dire deroga e poteri
speciali. Cioè appalti senza gara, affidamenti senza prove, lavori senza collaudi. Cioè la cuccagna perfetta per i professionisti dello spreco, l’attività collaterale e indistinguibile di ogni
buona emergenza che si rico-

nosca.
Così la disperazione umana, la
migrazione dal sud al nord del
mondo è divenuta presto un
business, e l’accoglienza un
esercizio contabile. Il migrante
da disperato si è trasformato
nella percezione pubblica, grazie a una propaganda colpevole
e collusa, in un succhiasoldi,
uno scansafatiche, un renitente
alla civiltà. Sono nati, nella fantasia coltivata su internet o in tv,
colonie di migranti che a spese
della collettività soggiornano in
hotel a quattro stelle. Nessuno,
fino a quando non è scoppiato il
bubbone di Mafia Capitale, ha
elencato la banale, elementare
realtà: i migranti sono divenuti
lo scudo umano, il chiavistello
perfetto per organizzare, sulla
loro pelle, una gigantesca frode
pubblica. Attrezzare stamberghe, trasformarle in centri di accoglienza e succhiare soldi.
Eppure questa verità non riesce
a venire a galla. C’è una percezione alterata, una specie di
effetto ottico, che ingigantisce
episodi anche gravi di malagestione a condizione che i protagonisti siano quelli dalla pelle
nera. O – meglio ancora – i rom.
C’è una rissa, un incidente? Comitati di protesta, sit in e na-

turalmente le telecamere a denunciare, anche giustamente,
l’inciviltà, la paura, la fatica di
vivere per i cittadini delle periferie.
Casca un ponte da duecento
milioni di euro in Sicilia appena
inaugurato? Silenzio. Muore un
operaio sulla Salerno-Reggio
Calabria e un pilone in cemento
armato s’affloscia come fosse
burro? Silenzio. Si spendono tre
miliardi di euro a L’Aquila senza che la città abbia un futuro,
una prospettiva di vita? Silenzio.
Non c’è raffronto possibile sulle
cifre. È come se l’allarme sociale, la nostra tolleranza alle gestioni dello spreco fosse inversamente proporzionata alla sua
dimensione. Più grande è lo
spreco più superficiale e breve
diviene l’indignazione. Più elevato è il torrente di soldi che
finiscono nel nulla meno arcigna la forza della denuncia, la
protesta, le urla, le mani che si
agitano.
È come non avessimo più speranza e quindi, allenati allo
sperpero usuale e ufficiale, reagiamo solo a quello accessorio.
Scoviamo i centesimi di euro e
dimentichiamo il traffico dei bigliettoni da cinquecento.

hiriculum. “Sto producendo ‘sta relazioC
ne da inviare alla società ahah. Non ho
fatto un cazzo, io non so che ci devo mettere

dentro, incredibile... E la devono firmare basta” (Mariagrazia Paturzo, amica di Maroni e
da lui raccomandata per un contratto con
Expo da 5.400 euro al mese, intercettata dai
pm di Milano, la Repubblica, 10.6). “La procura di Milano indaga sul governatore Maroni per presunte pressioni a favore di una
funzionaria regionale, Mariagrazia Paturzo.
Soprattutto, si fa grande pettegolezzo giudiziario sui rapporti tra i due. Ma nessuno sembra interessarsi (né parla) del curriculum di
lei, decisamente notevole” (Annalisa Chirico, Panorama, 17.6). Uahahahahahah.
La bocca della Quaglia. “Dalla prima lettura
che ho fatto delle carte, le accuse contro Azzollini mi paiono deboli” (Gaetano Quagliariello, coordinatore Ncd, La Stampa, 3.6). Se
no ti piscio in bocca.
Pene esemplari. “Omicidio stradale, fino a 27
anni per i pirati” (Corriere della sera, 11.6). A
questo punto, gli conviene sparare col mitra.
Giovanhard. “Giovanardi shock: ‘Cucchi era
solo uno spacciatore’” (la Repubblica, 9.6). Poi
Giovanardi dovette cambiare pusher.
Comunione e Corruzione. “La delusione è cocente. L’ideale del movimento di Comunione e Liberazione è agli antipodi della corruzione che sta emergendo nell’inchiesta su
Mafia Capitale. E vedere che fra gli indagati
ci sono persone del movimento è per tutti noi
motivo di profondo dispiacere... L’unica
possibilità è avere un tesoro più grande che
soddisfi di più delle briciole del potere. E solo

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una sovrabbondanza sperimentata e vissuta
che consentirà questa vittoria” (Julian Carron, presidente Cl, la Repubblica, 11.6). Ecco,
a proposito di tesoro più grande e sovrabbondante: provi a chiedere a Formigoni, magari ha avanzato qualcosina.
I veri colpevoli. “Corruzione e fallimento di
Mani Pulite”, “La via giudiziaria alla legalità
non basta e non funziona” (Claudio Cerasa,
direttore de Il Foglio, 10.6). Ah, dimenticavo:
siccome la mafia esiste ancora, il prossimo
titolo di questo genio sarà “Cosa Nostra e fallimento di Falcone e Borsellino”.
Dai giardinetti. “Napolitano: ho trasmesso a
Obama le preoccupazioni di Putin” (Corriere
della sera, 7.6). Obama: “Okay George, mo’
me le segno”.
Giulianette Soubirous. “Cosa si deve pensare
quando il gesuita divenuto Papa, fatto inaudito, se la prende con la pietà popolare di
Medjugorje e tutto quell’affannarsi della
Madonna ad apparire ai veggenti e a fissare
appuntamenti continui? Bè, per noi miscredenti e scettici dinnanzi al soprannaturale
miracolistico... non ci sarebbe problema. Invece il problema c’è, perchè la fede degli altri
esiste e non va disprezzata se si sia laici veri”
(Giuliano Ferrara, Il Foglio, 13.6). Dunque, ricapitolando: Ferrara si dichiara miscredente
e scettico dinanzi ai miracoli, anche perchè è
ateo e dunque non crede né in Dio né nella
Madonna. Però attacca il Papa – unica autorità sulla faccia della terra a distinguere fra
le apparizioni vere e quelle false - perchè crede in Dio, nella Madonna, ma non nei presunti veggenti che dicono di vedere la Madonna a Medjugorje. E dice di farlo per difendere i Ghostbusters. Ma ogni tanto farsi
un pentolino di cazzi propri, oppure – meglio – farsi vedere da uno bravo?

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FECONDAZIONE ASSISTITA
di Elisabetta
Ambrosi

Ovuli congelati: perché
giudicare è quasi assurdo

i chiama “social eggs freezing”: è una tecS
nica che consente alle donne di crioconservare i propri ovociti per poter avere

un figlio dopo i quarant’anni senza l’ansia
della fertilità che cala. Per certi versi, è la
quadratura del cerchio: io congelo i miei
ovociti e li uso quando ho trovato l’uomo
giusto, il lavoro giusto, il momento giusto.
Per molte donne, sapere di non dover lottare più contro il tempo è un sollievo psicologico enorme, che forse vale quei
due-tremila euro – più due/trecento euro
l’anno – che bisogna pagare a uno dei centri
che effettuano questa tecnica (da questo
punto di vista resta una scelta purtroppo
elitaria, riservata alle donne benestanti: sarebbe bello che il servizio sanitario nazionale potesse offrire a tutte questa possibilità).
Va bene, resta il fatto che poi il bambino in
questo modo nasce quando la madre è più
anziana, ma questo capita anche ai padri e
nessuno sembra avere qualcosa da ridire:
da questo punto di vista, la conservazione
degli ovociti elimina il gap tra uomini e

donne in fatto di fecondità, e restituisce
loro quella parità che la biologia invece nega loro.
E poi non c’è dubbio che oggi l’aspettativa
di vita è cresciuta, e questo un po’ di consolazione lo dovrebbe dare. Eppure, le critiche a chi decide per la conservazioni degli
ovociti arrivano dai fronti più disparati: accuse di hybris, di voler andare oltre il tempo
consentito rimandando una scelta
che andrebbe fatta prima. Anche le aziende statunitensi che
hanno deciso di regalare questa opzione come un benefit
sono stata sommerse di accuse:
ma in fondo, a pensarci bene,
offrono semplicemente una possibilità in più, che si può sfruttare o
meno. Disprezzare la tranquillità
che può dare l’idea di avere un figlio un po’ più avanti, pur
con tutti i rischi del caso
e in maniera non fideista, questo sì mi sembra
un po’ folle.

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Lia
Celi
di

Purché la scelta sia mia
E non del datore di lavoro

on lo fo per piacer mio ma per dare un
N
figlio a Dio”, era ricamato sulle camicie da notte delle bisnonne.

“Non lo fo per piacer mio ma per non dare
un figlio all'azienda”, dovrebbe essere scritto sui contenitori in cui vengono conservati
gli ovociti delle dipendenti di Facebook e
Apple. Da scongelare e usare a fine carriera,
quando un bebè non è più un impiccio per
straordinari e riunioni no-stop.
Non ho nulla contro il congelamento
dei propri ovuli giovani e sani, per impiegarli più avanti, ma nessuno però
ha ancora considerato i rischi della
fecondazione eterocrona, cioè con gameti provenienti da epoche diverse: un
figlio nato oggi da un ovulo ibernato
nel 1998 potrebbe non sentirsi a proprio agio nella sua epoca e portarsi
dentro ricordi inconsci di
New Economy e Spice
Girls.
Ironia a parte, quel che
mi scoccerebbe davvero è
dover congelare i miei ga-

meti solo perché non vivo in Scandinavia
ma in un Paese che non mi riconosce il
diritto a vivere l’età produttiva insieme a
quella riproduttiva, e non mi dà servizi,
orari flessibili e uomini tanto evoluti da
occuparsi alla pari della cura dei figli, in
modo da non dover scegliere tra famiglia e
realizzazione nel lavoro.
Però, se fossi americana e lavorassi per Apple o Facebook, la crioconservazione degli
ovuli mi verrebbe pagata dalla mia azienda
figa, che si garantirebbe così la mia sterilità
finché lavoro per lei e mi restituirebbe tutti
gli ovuli in un’unica soluzione dentro borsa
termica con scritto “grazie di tutto”, insieme al trattamento di fine rapporto. E una
tecnologia che dovrebbe renderci più libere
di gestire la nostra vita riproduttiva diventa
la subdola alleata di un mondo del lavoro
sempre e comunque a misura di maschio.
Che poi a 40 anni che ci faccio con tutti
quegli ovuli?
Se mi va bene ne trasformerò in bambini un
paio. Degli altri che me ne faccio, li uso per
la maionese?

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PORTFOLIO

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

Immortalati w Sette giorni di cattivi ricevimenti
e presentazioni: dal presidente della Sampdoria
che illustra un libro su una delle sue presunte vite,
all’onnipresente Gianni Letta: probabile che se
non può andare di persona mandi un cartonato

foto di Umberto

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

19

Scesi in campo w Brunetta che bacia l’alleata Giorgia
Meloni e si stringono in una foto struggente; riappare
la ministra Marianna Madia, mai vista sorridere, soprattutto in fotografia; Fassina e Bobo Craxi, renziani
da quando Matteo Renzi non era neanche nato

Pizzi - testi di Daniela Ranieri

Metti una sera
tra er Viperetta
e i nuovi mostri

I FINTI BIONDI

Il gelido saluto tra
Giorgia Meloni e Renato Brunetta si trasforma in un sorrisone
a favore di obiettivo.
Però, che progresso
dall’aristocrazia
dell’“ancien régime”
alla democrazia: le
qualità fisiche dei potenti, un tempo pietosamente dissimulate
dai pittori di corte, ci
vengono rivelate dalla
fotografia in tutta la
loro cruda verità

OLTRE
CROZZA

Perché Massimo
Ferrero abbia scalato le vette
dell’imprenditoria senza entrare
in politica è un
mistero. Un partito con dentro lui,
Razzi e Gasparri,
secondo l’aforisma di Leo Longanesi sarebbe
una forza storica

AIUTI ALLA
RICERCA Ri-

È ARRIVATA LA CASTIGAMATTI

Fossimo la “mastodontica e clientelare macchina della Pubblica Amministrazione”, staremmo
facendo un rave con sesso, alcol e droga da febbraio dell’anno scorso

cordate la sofisticata PNL (Programmazione
neuro-linguistica)
messa in atto dal
M5S per ottenere
consensi? Ecco,
poi hanno scoperto che bastava non
far parlare Crimi

SONNOLENTUM

Romano
Prodi, qui in modalità “seduta spiritica con piattino”, ricorda a tutti che la
“sinistra che perde” ha vinto due volte
senza Italicum, senza “storytelling” e
soprattutto senza prendersi i governi
degli altri

IL CARISMA DEL SECRETAIRE Forse qualcuno ricorda que-

sto signore. Si chiama Guglielmo Epifani e guidò il Pd per qualche mese, portandolo talmente in alto e lontano che
gli subentrò Matteo Renzi

MINORANZA DI SE STESSI

Stefano Fassina è difficilissimo da fotografare: mai lo si vede a
feste, eventi mondani, gala, serate, balli, happening,
cocktail, bicchierate, rinfreschi, happy hour o leopolde. Oppure c’è e chiede di essere cancellato come
Trotsky

IL VISAGISTA
DELLE DIVE

BOBO CRAXI

Passato dal Psi di suo padre alla Casa delle libertà di B., poi all’Ulivo di
Prodi e poi di nuovo ai Socialisti, se entrasse
nel Pd Bobo Craxi sarebbe un perfetto renziano craxiano. Solo che poi ce ne sarebbero due

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Monsieur Gianni
Letta non delude
mai. È talmente ricercato e benvoluto
che quando non
può andare di persona manda una
sua sagoma in cartonato, come in
questo caso

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20

LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

VIVARIO

Albicocca
la più attesa
tra le sorelle
di

Maurizio Maggiani

F

L’ULTIMA PAROLA

uroreggia l’albicocca Aurora, è il suo
momento.
Ha stentato, diosanto con tutta quell’acqua che è venuta a primavera, ma ora
vola, vola che non la ferma più nessuno.
Non è la più bella, non è la più pregiata,
ma è la prima, la più attesa, quella che i
contadini fanno benedire il campo se solo mereo.it mette in giro la voce di una
grandinata, perché persa l’Aurora non ci
si riprende più; è lei che dà il là alla stagione della frutta, al guadagno per ripagare i debiti, per iscrivere i figli alla

TAM TAM

Mescolare
autodifesa
e violenza
di Marina Valcarenghi

P

erché si confonde così
spesso la parola aggressività con la parola violenza o
con la parola aggressione? Io
non credo che sia per caso.
Nel linguaggio scientifico
(antropologico, etologico,
psicoanalitico e così via)
l’aggressività è l’istinto che
orienta a conquistare e a difendere il proprio territorio
fisico, psichico e sociale nelle sue più diverse forme, in
definitiva la propria identità.
La violenza è invece l’istinto
che spinge a entrare nel territorio altrui e a violarlo, con
la parola o coi fatti, nella vita
personale o collettiva. Se ho
fame e riesco a procurarmi
un panino, il mio istinto aggressivo mi spingerà a mangiarlo tutto e solo l’intervento di un codice culturale potrà indurmi a una mediazione e a dividere quel panino
con la mia vicina ugualmente affamata. Si verifica la violenza, invece, se strappo di
mano il panino a qualcuno
per mangiarmelo tutto io.
Allo stesso modo se la ricerca di risorse energetiche guida un popolo a cercare nuove
terre che ne sono provviste,
possiamo parlare di istinto
aggressivo, che si trasforma
in aggressione se le nuove
terre sono abitate da antichi
residenti contrariati da quella iniziativa. Siccome da
tempo
immemorabile
l’umanità è abituata a mediare l’istinto con la coscienza morale, l’uso dell’aggressività e della violenza dipendono dalle qualità del soggetto, dalla sua coscienza,
dal suo inconscio e dalla situazione sociale in cui vive.
Perché allora si confondono
queste due parole così diverse?
Perché l’aggressività umana
è oggi molto malata e oscilla
maldestra fra due poli opposti e altrettanto distruttivi: o
ci si sente incapaci di riconoscere e difendere il proprio
territorio, o si risulta incapaci di riconoscere e rispettare
il territorio altrui. Ne deriva
una semplificazione della
complessità dei due istinti
che induce a ignorare la differenza fra violenza e autodifesa. Le conseguenze, a livello personale e collettivo,
nazionale e internazionale,
sono cronaca quotidiana.

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scuola di settembre. È una settimana e
più che la stanno cavando dai frutteti, e
lo fanno con mano guantata, con tocco
leggero al picciolo, come cavassero un
dente da latte al figliolo.
Al capo di ogni filare ne assaggiano una,
se la ficcano in bocca girando il braccio
intorno al collo; è una scaramanzia, è la
macumba perché sia pronta e buona,
non troppo indietro, non troppo fatta,
acidula e zuccherina, e senza la forbicina
rintanata nel nocciolo. Quest’anno ha
dello scarto, per quelle perfette daranno

IL FATTO QUOTIDIANO DEL LUNEDÌ

qualcosa di più, quest’anno ha preso un
colore con un che di pastello, un arancio
un filo più leggiadro, ci sarà qualcosina
in più anche per quello.
Cinque, dieci centesimi in più a chilogrammo, e fanno comodo. Benedetta sia
l’albicocca Aurora, primaticcia e innocente. Tra tutte le sue sorelle lei è la più
onesta, quella che se viene su bene lo fa
senza trucchi e senza inganni, senza chimica e ritocchi, perché è brava di suo.
Mannaggia, se al mercato arrivasse così
come l’han presa dal campo…


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