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La.Repubblica.15.06.2015.By.PdS .pdf



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IL VOTO

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*MTJNCPMP
DBQPWPMUP
scivola verso il
centrodestra dopo oltre
vent’anni di sindaci di sinistra. È il dato senza dubbio
più significativo dei ballottaggi
nelle città. Venezia città di frontiera sul piano politico, dentro i
confini di una regione tradizionalmente amministrata dal
centrodestra, prima Forza Italia e ora la Lega. Venezia laboratorio politico, se così si può dire:
tant’è che con Massimo Cacciari ha vissuto l’esperimento di
un centrosinistra che contendeva i voti alla marea montante leghista, nel tentativo di suggerire un cambio di passo al partito
romano (prima Ds, poi Pd) e di
imporre la “questione settentrionale” come problema politico cruciale che la sinistra non
poteva ignorare. Ebbene, Venezia ha smesso di fidarsi del Partito Democratico dopo anni di
disillusioni. E non si è fidata
nemmeno di Felice Casson, l’ex
magistrato, il candidato scelto
attraverso il solito meccanismo
delle primarie. Personaggio
connotato come anti-Renzi.

7

ENEZIA

" 1"(*/"

VENEZIA
LUIGI BRUGNARO
FELICE CASSON
MANTOVA
MATTIA PALAZZI
PAOLA BULBARELLI

in %

53,2
46,8

LECCO
VIRGINIO BRIVIO
ALBERTO NEGRINI

54,4
45,6

62,6
37,4

NUORO
ANDREA SODDU
ALESSANDRO BIANCHI

68,4
31,6

50,8
49,2

MACERATA
ROMANO CARANCINI
DEBORAH PANTANA

59,1
40,9

ROVIGO
MASSIMO BERGAMIN
NADIA ROMEO

59,7
40,3

CHIETI
UMBERTO DI PRIMIO
LUIGI FEBO

55,0
45,0

FERMO
PAOLO CALCINARO
PASQUALE ZACHEO

69,9
30,1

TRANI
AMEDEO BOTTARO
ANTONIO FLORIO

75,8
24,2

MATERA
RAFFAELLO DE RUGGIERI
SALVATORE ADDUCE

54,5
45,5

Centrosinistra
Centrodestra

AREZZO
ALESSANDRO GHINELLI
MATTEO BRACCIALI

Liste civiche

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ULLA crisi greca si sono dette, necessariamente, molte
bugie. La più grossa, ripetuta dagli europei come un mantra
estenuante, è che non esista un
“piano B” per il default greco. Bugia legittima. Perché la prima regola del “piano B” è proprio quelladi non dare ai mercati l’impressione di aver in qualsiasi modo favorito il default di Atene e di non
aver cercato di scongiurarlo in
tutti i modi. Insomma, di non farsi beccare dall’incendio greco
con il cerino in mano. Questo
spiega, da Parigi a Berlino, da Roma a Bruxelles, il comportamento di ministri, commissari, presidenti e capi di governo.

ROMA. Visto che i grandi, in testa Francia e Germania, si nascondono dietro il veto dei paesi dell’Est al piano per la redistribuzione dei richiedenti asilo, Renzi avrebbe un’arma segreta per convincerli.

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ROMA

lo che cerco di spiegare da
un po’ di tempo: il centrodestra non è affatto morto». Matteo Renzi commenta a caldo il risultato dei ballottaggi.

e triste storia del Pd romano, a raccontarla a chi vive a Gallarate o Ragusa, si riduce ad una
pozza di reciproci risentimenti.

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-

INCREDIBILE

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MILANO

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ha le treccine e
non è una migrante,
una profuga, una clandestina, una rifugiata, una portatrice di scabbia o di malaria.

.

ARIA

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tadini, il sindaco attraversa il ponte a piedi,
80 metri all’andata e 80 al ritorno. Così risparmia 116 chilometri di curve. Prima scende dalla sua auto sulla riva sinistra del fiume, poi sale su
un’altra sulla riva destra.
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VILLAROSA (ENNA)
OME TUTTI i suoi concit-

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-

UNIVERSO mentale in

cui viviamo può essere dissolto da una frase, come questa: «A volte
perdere una donna significa
perderle tutte». Dopo, scrive Murakami Haruki, si entra in un diverso mondo,
quello degli uomini senza
donne in cui «anche la vibrazione dei suoni è diversa».
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LECCO

ROMA. Venezia, Arezzo, Matera al centrodestra. Mantova e

Trani al centrosinistra. Sono questi i “cambi di casacca”
più clamorosi del secondo turno delle Comunali.
Complessivamente stavolta finisce 5 a 4 per il
centrodestra più 2 comuni, Fermo e Nuoro che dal
centrosinistra passano a due civiche. Uno stop per il Pd di
Matteo Renzi e un balzo in avanti per il centrodestra che,
infatti, esulta dopo la vittoria di Veneto e
Liguria alle Regionali di due settimane fa
-" e, sempre in Veneto, fa l’en plein
(*03 conquistando 5 ballottaggi su 5. Anche
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5" stavolta crolla l’affluenza: nei 65 Comuni
(in Sicilia, per gli altri 13, si vota anche
oggi fino alle 15) la percentuale di chi si è
recato alle urne si ferma al 47%, 16 punti in meno rispetto
al primo turno. La sorpresa maggiore è il risultato di
Venezia, comune simbolo di questa tornata, uscito da un
anno di commissariamento dopo lo scandalo Mose. In
Laguna, Luigi Brugnaro, patron della locale squadra di
basket di serie A, ribalta lo svantaggio di 8 punti e batte
l’ex magistrato Felice Casson candidato per il

Alberto
Negrini

54,4

45,6

MANTOVA

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Virginio
Brivio

centrosinistra. Ribaltoni a sorpresa anche ad Arezzo (la
città del ministro Maria Elena Boschi, dove Alessandro
Ghinelli del centrodestra batte Matteo Braccialli) e
Matera (con Raffaello De Ruggieri, centrodestra, che
sconfigge l’uscente Salvatore Adduce). Il centrosinistra
strappa invece Mantova: con una bassissima l’affluenza al
voto (43,3%) trionfa Mattia Palazzi su Paola Bulbarelli.
Cambia colore anche Trani che passa al Pd con Amedeo
Bottaro. Il centrosinistra perde invece Nuoro e Fermo
(che vanno a due civiche) e Viareggio. Si conferma a
Lecco, dove sindaco sarà Virginio Brivio, Pd. Rovigo resta
al centrodestra con la vittoria di Massimo Bergamin su
Nadia Romeo 60 a 39%, così come Chieti: lì il sindaco sarà
Umberto Di Primo che ha battuto Luigi Febo 53 a 47. A
Macerata Romano Carancini, centrosinistra, batte
Debora Pantana, centrodestra, 59 a 41. Tra le sorprese si
segnala Segrate dove Paolo Micheli, Pd, vince in una
storica roccaforte del centrodestra. Oggi si saprà anche il
destino dei comuni della Sicilia chiamati alle urne. Attesa
per Enna (favorito il Pd Vladimiro Crisafulli) e Gela (coi 5
Stelle al ballottaggio in alleanza con Ncd).

Mattia
Palazzi

Paola
Bulbarelli

62,6

37,4

AREZZO

Matteo
Bracciali

Alessandro
Ghinelli

49,2

50,8

NUORO

Alessandro Andrea
Bianchi
Soddu

31,6

68,4

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ROMA. «Questo voto conferma
quello che cerco di spiegare da
un po’ di tempo ai miei amici
del Pd: il centrodestra non è affatto morto, anzi è un avversario temibile quando si unisce».
Matteo Renzi, al telefono con i
massimi dirigenti del partito e
con il Nazareno, commenta caldo il risultato elettorale dei ballottaggi. Dove, a macchia di leopardo - da Macerata a Mantova,
da Trani a Lecco - saltano fuori
diverse vittorie del centrosinistra. Ma dove spicca su tutte la
perdita del capoluogo più simbolico: Venezia.
Una sconfitta che il premier
ammette e che, inevitabilmente, pesa nel racconto renziano.
Specie se sommata all’arretramento delle scorse regionali (in
voti assoluti) e alla perdita altrettanto simbolica della Liguria. Una delusione, anche se «il
conto totale dei comuni vinti
premia comunque il Pd. Ma è
inutile girarci intorno, siamo andati male».
Certo, ci sarà modo di far notare che il senatore civatiano è
sempre stato un osso duro per
Renzi. E che, in fondo, aver condotto una campagna elettorale
senza mai accostare il suo nome
a quello del premier non abbia
portato fortuna al candidato
del Pd. Al contrario di Luigi Brugnaro, una sorta di Guazzaloca
“in saor”, che ha fatto di tutto
per strizzare gli occhi agli eletto-

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ri renziani.
Eppure la sconfitta di Venezia, per il presidente del Consiglio, deve servire da monito anche e soprattutto per la sinistra
interna. Quella, per intederci,
che sosteneva in cuor suo il civa-

tiano Pastorino in Liguria, «dicendo di votare Paita turandosi
il naso». Per Renzi la perdita del
capoluogo veneto dopo 21 anni
di centrosinistra è la dimostrazione che spostare il partito a sinistra, con un candidato che ha

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VENEZIA

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ROVIGO

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Venezia
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Felice
Casson

Luigi
Brugnaro

Nadia
Romeo

Massimo
Bergamin

46,8

53,2

40,3

59,7

MACERATA

Macerata
Fermo
Chieti

Trani

Nuoro

Le side
dei
ballottaggi

TRANI

Romano
Carancini

Deborah
Pantana

59,1

40,9

«L’unica strada che abbiamo davanti è accelerare ancora di più
su tutte le riforme. Perché se ci
fermiamo o rallentiamo, la bicicletta cade». Lo si vedrà già da
domani, in parlamento, sulla
Buona scuola. Nell’altro campo
Berlusconi esulta. Ad Arcore riceve la telefonata di Renato Brunetta che gli comunica lo sfondamento a Venezia. «Il vento
sta cambiando», confida ai suoi
l’ex Cavaliere. E il capogruppo
forzista alza le braccia al cielo:
«Uniti si vince, Renzi a casa».
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Matera

FERMO

Pasquale
Zacheo

Paolo
Calcinaro

30,1

69,9

CHIETI

Centrosinistra
Centrodestra
Liste civiche
Antonio
Florio

75,8

24,2

Eletti

Salvatore
Adduce

Raffaello
Di Ruggieri

Umberto
di Primio

Luigi
Febo

45,5

54,5

55,0

45,0

#FSMVTDPOJ i4JDBNCJBw
cinque stelle. Un disastro».
C’è da considerare ovviamente il traino indiretto venuto a
Brugnaro dalla netta affermazione del leghista Zaia alle regionali di due settimane fa. Confermato dal fatto che in Veneto tutti i comuni al ballottaggio sono
andati al centrodestra. Le immagini delle città italiane con
gli immigrati che dormono per
strada, secondo Renzi, hanno
certamente influito sull’esito
elettorale - «il racconto della
paura premia la destra» - così come la fine indecorosa della precedente giunta Orsoni.
L’altra lezione che il presidente del Consiglio trae dal risultato è rivolta ancora una volta alla
minoranza del suo partito.

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fatto dell’opposizione al governo la sua cifra in Parlamento,
non è la carta per recuperare
consensi. «A Venezia abbiamo
perso voti al centro - osservano
laconici dal Nazareno - senza
guadagnarne a sinistra e tra i

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ROMA. «Stanotte non brindiamo, brucia la
sconfitta di Venezia, come quella di Arezzo,
Fermo, Matera e Nuoro...». Lorenzo Guerini,
il vice segretario del Pd, ha tenuto i contatti
con i segretari dem delle città in cui si vota e
con Renzi. Segna la contabilità dei ballottaggi.
Guerini, vi aspettavate la sconfitta di Casson?
«Sapevamo che era difficile anche per come si era conclusa la precedente esperienza
amministrativa con Orsoni, ma abbiamo giocato la partita fino in fondo, a cominciare da
Casson. Ora però dobbiamo riflettere con il
Pd veneziano a mente fredda».
Su 12 città capoluogo al ballottaggio il Pd
ne vincete solo 4. Il centrodestra ha rialzato la testa?
«Non darei un significato politico. Nel riepilogo complessivo dei Comuni il centrosinistra governa più amministrazioni del passato. Abbiamo perso città significative ma altre altrettanto significative, come Mantova
e Trani le abbiamo strappate al centrodestra
e confermato Lecco. L’elettorato decide su dinamiche locali».
Il Pd mette le mani avanti, dicendo che
sia le regionali che le comunali e anche
questi ballottaggi non sono un test nazionale. Ci sarebbero potute essere invece ricadute sul governo?
«No, non mettiamo le
mani avanti. Sono elezioni
locali in cui i cittadini hanno scelto i loro sindaci e i loro governatori e siamo contenti che molti siano del
Pd».
L’astensionismo è in aumento. Cosa sta succedendo?
«È un dato, purtroppo,
che non è nuovo e non interessa solo l’Italia. È la misura della distanza percepita
tra i cittadini e la politica e
che credo possa essere recuperata con una politica
che sa assumersi le proprie
responsabilità ed assumere le decisioni utili al Paese come stiamo cercando di fare con l’azione del nostro governo. A Venezia comunque l’affluenza intorno
al 49% non è un brutto dato per il ballottaggio. La media nazionale è del 46%».
L’antipolitica ha la meglio?
«L’antipolitica ha la meglio quando la politica non ha il coraggio di decidere, una politica non decidente, un democrazia non decidente, è terreno fecondo per la crescita
dell’antipolitica».
Le proteste sulla scuola hanno intaccato
consensi e alimentato l’astensione?
«Non credo. A noi interessa fare una buona legge sulla scuola che per la prima volta
mette risorse anziché tagliarle, che stabilizza più di centomila precari, che investe sul
merito: la faremo e, credo, con un consenso
molto più ampio di quel che possa sembrare
al momento, anche attraverso il confronto
che accompagnerà il passaggio al senato dei
prossimi giorni».
Mafia Capitale può avere conseguenze
sui risultati elettorali? Avete avuto questo timore?
«Sicuramente non avvicina i cittadini alla
politica e, credo, abbia avuto anche qualche
conseguenza sul nostro elettorato che si è
sentito tradito da coloro i quali hanno sbagliato e che non troveranno più posto nel Partito democratico. La miglior risposta è procedere nel lavoro che sta realizzando Orfini sul
pd romano, partendo dai tanti nostri militanti per bene che sono la stragrande maggioranza nel partito della capitale».

MATERA

Amedeo
Bottaro

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VENEZIA.

Lo psicodramma in “Largo
donatori di sangue” a Mestre, al comitato di Felice Casson. Dove il sangue,
figurativamente parlando, sta già
scorrendo, tra shock e recriminazioni.
Lo champagne a 100 metri di distanza, dove la piazza di Luigi Brugnaro festeggia con «chi non salta comunista è». Poco dopo lo stesso Brugnaro annuncia, mettendo altro sale
sulla ferita: «Apriremo la nostra giunta al Pd renziano».
Dopo trenta anni Venezia passa a
destra, un risultato clamoroso ma
non del tutto inaspettato. Il centrosinistra paga pegno un anno dopo lo
scandalo del Mose che ha investito la
giunta guidata dal pd Giorgio Orsoni,
finito in manette e costretto a lasciare Ca’ Farsetti in mano al commissario.
La rincorsa del senatore vicino alla

sinistra del Pd era cominciata sei mesi fa, con la sfida interna delle primarie vinta in scioltezza contro soprattutto il candidato appoggiato dalla
maggioranza renziana, Nicola Pellicani. Anche al primo turno Casson
era avanti, con il 38 per cento delle
preferenze (a dispetto del 28,6 di Brugnaro). E però il centrodestra era divi-

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so in tre liste, e aggiungendo Lega
Nord più Fratelli d’Italia la situazione
era sostanzialmente capovolta.
Non è neanche mezzanotte e mezza quando a sinistra si capisce che la
frittata è fatta. Le linee di pensiero sono due: tutta colpa del Pd che non ha
mai sostenuto davvero Casson, pro-

prio come avvenne nel 2005, quando
mezzi Ds virarono sul ribelle Massimo Cacciari; tutta colpa dello stesso
Casson, candidato sostenuto dalla sinistra radicale - “legato ai centri sociali”, l’accusa più frequente - da sempre
bastian contrario dentro al Pd: insomma, troppo caratterizzato e divisivo.
Tommaso Cacciari, nipote di Massimo ed esponente di primo piano della
sinistra-centri sociali, si sfoga così:
«Complimenti a questa sinistra di
m... che regala la città alla destra, ora
levatevi tutti dalle scatole». Ma anche il più moderato Pellicani, probabilmente dal versante opposto, ribadisce lo stesso concetto: «Ora qualcuno deve assumersi le sue responsabilità. Qui serve il tabula rasa». L’ex magistrato si era presentato quasi come
alternativo al suo stesso schieramento. Non è bastato questo per non venire travolto dalla slavina di chi - per dirla con Jacopo Molina, anche lui in lizza alle primarie - «ha votato contro un
sistema di potere che ha governato

venti anni questa città». Comunque
sia, i numeri dicono che Casson ha
rosso la stessa percentuale del 2005,
e che i voti del primo turno sono più o
meno gli stessi del secondo. Un colpo
durissimo, tanto che il senatore non
si fa vedere né sentire, spenge il telefono; per la seconda volta è crollato
sul più bello, al ballottaggio, a un passo da quello che era diventato il sogno di una vita.
L’accusa di intelligenza con il nemico rivolta alla maggioranza del Pd e allo stesso Cacciari (zio) acquistano improvvisamente di peso grazie alle prime parole dello stesso neo sindaco. I
suoi sostenitori lo accolgono con il tricolore, i cori da stadio e quelli di scherno contro Casson, lui dice che «la nostra non sarà una guida del Comune
di parte, ma trasversale. I renziani sono i benvenuti, abbiamo bisogno di
tutti». La sua lista civica tirata su in
fretta e furia si era affermata come
primo “partito” in città, e così da domani Brugnaro governerà con una
maggioranza in Consiglio omogenea, legata appunto alla sua lista. Libero di stringere accordi con grande
libertà, senza dover rendere conto a
Forza Italia, praticamente scomparsa, ridotta al 4 per cento. Anche se il
Carroccio, che al secondo turno lo ha
appoggiato, avanza già pretese per il
posto di direttore generale del Comune.
C’è un’altro tema, infine. Quello legato ai Cinque Stelle. Il loro 12 per
cento al primo turno si è volatilizzato.
Nonostante Casson fosse un candidato sindaco affine e compatibile con
tutto quel mondo. Stefano Rodotá e
Ferdinando Imposimatosi erano spesi per lui in più occasioni. Dalla Spagna si era fatto sentire persino il leader di Podemos Pablo Iglesias. Niente da fare. Ma i grillini non sono come
gli eredi degli indignados.


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ROMA.

Non aveva fatto mancare il
suo sostegno, Maria Elena Boschi. Il
ministro delle riforme del governo
Renzi era tornata a casa tre volte –
nella sua Arezzo – per dare una mano alla campagna elettorale di Matteo Bracciali. Trent’anni, ex Margherita, renziano della primissima
ora (al momento del voto, ieri, indossava la camicia bianca di ordinanza) il giovane candidato è uno
dei volontari storici della Leopolda,
considerato il “gemellino” di un altro aretino, Marco Donati, già in
Parlamento e molto vicino al giglio
magico. Tutto si sarebbe aspettato,
Bracciali, due settimane fa, ma non
la sconfitta. Al primo turno sperava

di passare subito, poi si era fermato
al 44 per cento, comunque 9 punti
sopra l’avversario. Punti che il più
esperto Alessandro Ghinelli è riuscito a rimontare, sostenuto dalla sua
lista civica ma soprattutto da Forza
Italia, Lega, Fratelli d’Italia. Qualche giorno fa la preoccupazione aveva cominciato a serpeggiare, venerdì c’era stata la visita del sindaco di
Firenze Nardella. E però no, questa,
Matteo Renzi e i suoi, non se l’aspettavano.
Per carità, non che fosse più considerata una roccaforte, Arezzo. Prima dei due mandati del sindaco Giuseppe Fanfani (il nipote di Amintore che ha lasciato lo scorso autunno
perché eletto al Consiglio superiore
della magistratura) c’erano stati al-

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tri dieci anni (per la verità interrotti da una condanna per abuso di ufficio) di Luigi Lucherini, il sindaco di
centrodestra nella cui giunta era
stato per sette anni proprio il vincitore Ghinelli.
Sessantatre anni, ingegnere e
professore all’università di Firenze,
Alessandro Ghinelli diventa così il
secondo sindaco di centrodestra
nella storia del comune. Con Lucherini era stato assessore alle opere
pubbliche, realizzando la piscina comunale, le scale mobili, l’apertura
nord e il raddoppio della tangenziale. Rappresentava l’esperienza contro il giovane rottamatore Bracciali
che - a caldo - subito dopo la sconfitta, scrive su Facebook: «Sono stati
nove mesi intensi, profondi. Ho re-

spirato una città impaurita, ma con
una grande voglia di futuro. Ho perso e mi prendo tutte le responsabilità di questa sconfitta. Non posso
che ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto insieme a me il sogno
di una città europea e solidale. Questo è il compito della mia generazione: non costruire sull’offesa e sulla
paura, non solleticare i peggiori
istinti o battere le strade più semplici, ma rispondere con serietà, competenza e solidarietà alle povertà
del nostro tempo». Parla di una nuova stagione che inizia, promette
che non mollerà, ma la sconfitta pesa. Brucia. Per lui, Matteo Renzi,
Maria Elena Boschi. Che perdono in
casa, dove fa più male.
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ria del Pd romano, a raccontarla a chi vive per esempio a Gallarate o Ragusa e di Mirko Coratti
e Daniele Ozzimo non ha mai
sentito parlare, si riduce ad una
pozza di reciproci risentimenti,
ritorsioni e ricatti fra i per così
dire vertici - qui di alto non c’è
nulla, solo alcuni conti in banca
– del piccolo potere politico locale a cui è sfuggito di mano un poderoso gioco di ruolo. Il cui
obiettivo, come in ogni gioco, è
quello di conquistare il potere
con ogni mezzo. Lecito e illecito, in questo caso. Dell’illecito si
occupano con grande solerzia
le procure. Ci sono i reati, i guerci e gli infiltrati, gli sprovveduti
e i lestofanti. Poi c’è un sistema
politico – il campo di gioco – che
non è molto diverso da quello di
tanti altri luoghi che non sono
Roma, un sistema collaudato
su base nazionale. Cambiano i
nomi, ma le regole sono quelle.
Cinque, le regole. Tre i livelli di
difficoltà. Vediamoli.
Uno. Si sta sempre con chi
vince. Delle famose correnti,
cordate, filiere di potere è impossibile ricostruire nel tempo
‘chi sta con chi’. Fare le squadre, insomma. Cambiano secondo la convenienza. Le due grandi famiglie, veltroniani e dalemiani, hanno generato nel tempo bettiniani, marroniani, orfiniani, montiniani, bersaniani
(dai nomi dei leader locali di riferimento, a Roma). Ora, per
esempio, la maggioranza è renziana, nel senso di orfinian-renziana perché Matteo Orfini,
una volta dalemiano, è oggi renziano: da Renzi infatti incaricato di bonificare il partito che as-

*70-5*

sai ben conosce. Due anni fa erano tutti bersaniani, prima bettiniani, o veltroniani. L’impressione – disse e ripete il ministro
Marianna Madia, tra le prime a
denunciare due anni fa il Pd romano come “associazione a delinquere” – è che le divisioni siano solo di facciata. Ci sono, per
carità: controllano pacchetti di
iscritti e di voti sul territorio.
Ma al momento delle decisioni
si riuniscono “in camera di consiglio” e si spartiscono la torta.
Tutte le cariche elettive, tutti i
centri di spesa. Ti può capitare
di vederli uscire, alla vigilia delle elezioni, dalla stessa stanza.
Cinque o sei persone, sulla carta correnti rivali ma in realtà
pronti a concordare cosa tocca
a chi. Una camera di consiglio,
per usare un’espressione soa-

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ve. Si sta con chi conviene, con
chi comanda, e al momento di
decidere si decide insieme.
Due. Segui i soldi. Follow the
money, diceva la gola profonda
del Watergate in “Tutti gli uomini del presidente”. E’ molto
semplice. Dove ci sono molti soldi e non si sa da dove vengano
c’è qualcosa che non va. Pierpaolo Bellu, segretario dello storico circolo San Giovanni, anno
di fondazione 1949, oggi 250
iscritti da rinnovare, perché il
tesseramento è stato dai commissari azzerato: «No, davvero
non lo so quando è cominciato
tutto. Io ti direi che è sempre
stato così. Ma lo sapevano tutti:
quando in un quartiere c’è un
candidato che invita a cena al ristorante cento persone, paga
lui, e un altro che porta la pasta

fredda da casa nel cortile del circolo. Quando uno mette cinquemila manifesti e un altro cinquecento. Quando all’improvviso da un circolo che non fa attività compaiono 200 tesserati».
Le cene, i manifesti, le tessere
nei circoli fantasma. I paesi dove vota più gente di quanti siano i vivi. Una tessera su cinque
è falsa, hanno detto i commissari. 16 mila nel 2013. 9 mila nel
2014. «Anche Marco Miccoli,
quando era segretario cittadino, poteva indagare, volendo».
Miccoli ora è parlamentare.
Non c’era bisogno di Barca, insomma. Volendo.
Tre. Elimina il dissenso. Un
paio di mesi prima di Marianna
Madia un’altra esponente del
Pd nazionale, Cristiana Alicata,
aveva denunciato brogli ai seg-

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gi, primarie gonfiate, strani movimenti. «Michele Nacamulli,
allora in commissione di garanzia del Pd, mi denunciò scrivendo che infangavo il buon nome
del partito. Ho letto che è uno
dei 44 arrestati nell’ultima
mandata. Nacamulli è quello
che diceva a Buzzi, il capo della
Coop 29 giugno: “Il sindaco che
ti deve fare un monumento”.
Non è che mi faccia piacere: mi
dispiace. Mi dispiace perché
era tutto chiaro a tutti, solo che
se denunciavi ti eliminavano.
Anche quando Zingaretti, dopo
lo scandalo in Regione, disse:
questi consiglieri regionali non
li ricandidiamo guarda com’è finita. Eletti al parlamento, sindaci delle città del litorale, promossi dirigenti. Loro, o le mogli».

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Quattro. Usa il partito come
ascensore politico. Marzia Gandiglio è una giovane militante,
si occupa di pubblica amministrazione, lavora alla fondazione Astrid. Era iscritta al circolo
di via dei Giubbonari, l’ha lasciato in polemica coi dirigenti,
ora è a Trastevere. «Alle primarie per le parlamentari del
2013 tutti i dirigenti locali si sono candidati alle politiche. Una
corsa, un po’ come se fosse l’ultima occasione. C’erano i ticket
uomo-donna. Umberto Marroni con Micaela Campana, la ex
moglie di Ozzimo e responsabile organizzazione. Liste di iscritti alla federazione usati per la
mailing list della propria campagna elettorale. Call center affittati per fare le telefonate. Stefano Fassina, che nel suo perso-

nale derby con Orfini temeva di
prendere meno voti di lui, si è legato a Monica Cirinnà, moglie
di Esterino Montino che da capogruppo in regione è diventato sindaco di Fiumicino. Ho
scritto una lettera al segretario
del partito, a tutti i dirigenti.
Ho detto: non è l’ultimo giro di
giostra, state lasciando sguarniti i circoli. Questi sono interessi
personali, la politica è un’altra
cosa. Non mi ha risposto nessuno. All’ultimo congresso di circolo di via dei Giubbonari ho
detto: ma che politica è quella
che non esprime nessun candidato al consiglio municipale?
Mi hanno detto lascia perdere.
Hanno fatto in modo che me ne
andassi».
Cinque. Non si fa quel che è
giusto ma quel che conviene. E’

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un po’ lo spirito del tempo. I giovani che ostinatamente ancora
si affacciano ai circoli vengono
iscritti d’ufficio a questa o quella corrente. Non in nome di un
progetto: perché conviene. C’è
chi se ne va, c’è chi non ci sta. Al
circolo San Giovanni ad una delle ultime primarie hanno votato in massa il socialista Gianni
Pittella, che ha ringraziato incredulo con un dono alimentare. «E’ stato anche un modo per
protestare, per mostrare che il
voto dei circoli alle primarie così come sono non conta niente», sorridono i giovani democratici – tanti, ostinati - seduti
nel seminterrato. «Ci dicono
sempre “lasciate fare a noi”,
ma alla fine vogliono solo che
nessuno li disturbi. Ma allora cosa ci stiamo a fare noi, qui, a la-

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vorare tutto il giorno?».
I tre livelli di gioco, infine.
Tutto esplode nel 2008, quando Alemanno prende il comune. Goffredo Bettini, l’uomo
che dall’ombra ha determinato
gli ultimi tre sindaci di centrosinistra (Rutelli, Veltroni, Marino) ne esce sconfitto. I marroniani, opposizione dalemiana a
Veltroni, alleati con i popolari,
diventano protagonisti della
scena. E’ l’era della trattativa
col centrodestra. Qualcosa alle
cooperative deve andare. Gli affari si fanno coi rifiuti, col cemento, con la sanità. Bisogna
accordarsi. Il secondo livello
scatta quando scoppia lo scandalo in Regione: i fondi stornati
per le spese elettorali, il caso
Fiorito, le dimissioni di Polverini. Il gruppo Pd in Regione che

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aveva votato quelle decisioni
all’unanimità. In campagna
elettorale Zingaretti dice: non
ricandideremo quei consiglieri.
Vince. I consiglieri non sono ricandidati. Tutti, però, trovano
un altro imbarco. Non si possono candidare alle regionali,
dunque si candidano al Parlamento. Alla guida dei comuni.
Tanti, quasi tutti. Bruno Astorre, Esterino Montino, Marco Di
Stefano. Quest’ultimo, in specie – ex poliziotto, ex Udeur, ex
veltroniano, ex lettiano - sotto
inchiesta con l’accusa di aver incassato una tangente da un milione e ottocento mila euro,
«adesso li tiro tutti dentro, se casco io cascano tutti», il primo
dei testimoni di quella vicenda
dal 2009 è persona scomparsa,
indaga la omicidi della Mobile –
risulta il primo dei non eletti al
Parlamento. Quando si insedia
il sindaco Ignazio Marino chiama la parlamentare Marta Leonori in giunta. Si libera un posto, Di Stefano entra alla Camera. Qualcuno dice che Marino
ha – consapevolmente o no – pagato un prezzo al gruppo di potere che ha contribuito a farlo
eleggere. Il gruppo trasversale
sottotraccia di cui tira le fila Goffredo Bettini, che a Marino ha
indicato molti uomini di staff. I
maledetti staff. Qualcun altro
dice invece che Marino, che di
cose romane per fortuna nulla
sa, è inviso al gruppo di potere
del Pd locale perché ha sottratto loro le fonti di reddito. La
chiusura della discarica di Malagrotta per prima. «Sulla gestione dei rifiuti, sull’assegnazione
delle case popolari, sui soldi alle
cooperative, sulle assunzioni
dei figli e dei cognati si fonda il
potere di controllo del partito
sul territorio. Io faccio una cosa
per te tu fai una cosa per me –
dice Cristiana Alicata, oggi nel
cda dell’Anas e per questo dimissionaria dalla direzione del
partito – per me che Marino abbia chiuso con Malagrotta e con
le assegnazioni dirette degli appalti è la ragione per cui tutti lo
massacrano. Che poi guarda:
anche fuori dalla politica, anche nei giornali e nelle istituzioni private, c’è chi è dentro il sistema». Il Sistema, level 3. Io do
qualcosa a te, tu dai qualcosa a
me. Ciò che conviene ad alcuni
contro quel che conviene a tutti. «Buzzi era uno stimato – dice
Isabella Perugini, ex segretaria
del circolo di Tor de’ Schiavi oggi assistente parlamentare di
Umberto Marroni – si era riscattato. Le battaglie per le cooperative sociali erano battaglie giuste. Noi ci abbiamo creduto in
buona fede. Poi, certo, qualcuno ha sbagliato. Ha pensato a
sè, ha pensato ai soldi». Qualcuno, quasi tutti, troppi. Fatal error, game over. Reset.
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ROMA. Dati ancora non ce ne sono, ma l’avvio del tesseramento
pd a Roma - dice Matteo Orfini «è andato meglio del previsto».
Ha portato il sindaco alla festa
dei giovani democratici a Monteverde, il commissario. Ha pensato che quell’energia lì - con ragazzi che organizzano una cosa
che non si faceva da 20 anni e
che va inaspettatamente bene potesse servire a tener duro, nel
fortino assediato del Campidoglio. «Io non mi dimetto, questo
è il mio partito - ha detto il sindaco - siete voi che dovete fare in

modo che questa città cambi».
Un po’ come il vicesegretario Lorenzo Guerini: «Quel che è emerso in Mafia capitale non è lo specchio del Pd, ma una patologia
che si può debellare. Chi ha sbagliato da noi non ha più cittadinanza». E Orfini: «È stato un errore aver consentito di entrare
in questo partito a gente che
non doveva farlo, abbiamo accettato l’idea che il trasformismo in questa città fosse tollerabile, il trasformismo che è una
malattia di questa città e di questo Paese».
Provano a ripartire, i democratici. Con un tesseramento
che ha scontato la disaffezionesoprattutto nelle periferie difficili, ma che nelle zone più centra-

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li sembra in linea con gli altri anni. Gennaro Migliore, commissario del VI municipio (una realtà
complicata, il maggior numero
di richiedenti asilo, l’enorme
campo rom di Salone), racconta
di difficoltà legate anche a quel
che si è fatto per rendere tutto
più trasparente. «La tessera ora
costa 30 euro, ci sono disoccupati cui è difficile spiegare perché.
Ma con tutte le misure che abbiamo preso, i dati anagrafici, i
numeri di telefono e le mail cui
manderemo sms e lettere di controllo, con i soldi che vanno in un
unico conto corrente, sarà impossibile fare trucchi. Nessuno
potrà più comprare pacchi di tessere da far valere al congresso».
Per questo, Migliore conside-

ra assurde le polemiche dei dirigenti di Versante Prenestino, il
circolo dove era iscritto Salvatore Buzzi (subito cancellato dopo
l’inchiesta). Lamentavano che i
banchetti fossero stati affidati
ai segretari eletti con il tesseramento gonfiato dell’ultima volta. «Il commissario non è ubiquo
- spiega Migliore - ai gazebo è andato chi tiene aperti i circoli, ma
non c’è alcun pericolo di inquinamento delle procedure». Le
guerre tra fazioni intestine del
partito, insomma, sono tutt’altro che sopite. Anche se per qualche ora, ieri, il Pd romano ha ritrovato la sua unità su due fronti: quello della solidarietà alla segretaria del circolo pd Nuova
Ostia, Sabrina Giacobbi, la cui

edicola è stata incendiata nella
notte probabilmente dalla criminalità organizzata del litorale. E
la raccolta viveri per i profughi
accampati al centro Baobab, vicino alla stazione Tiburtina. Ci
sono 800 persone, soprattutto
eritrei, in un posto dove ne entrano 200. Qualcuno è stato spostato nella tendopoli appena allestita dietro la stazione. I militanti pd dai circoli più diversi sono andati a trovarli. Hanno portato pasta, pannolini, generi di
prima necessità. Hanno scattato foto e ascoltato storie. Senza
pensare, per un giorno, a chi - anche attraverso il Pd - su quella disperazione aveva costruito il
suo malaffare.
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PARIGI. Sale la tensione tra Italia e Francia. A pochi giorni

dall’arrivo di François Hollande a Milano, dove incontrerà Matteo Renzi, le nostre autorità protestano sempre
più apertamente contro l’atteggiamento della polizia
transalpina a Ventimiglia. Dal Viminale trapelavano ieri
malumori e l’accusa al governo di Parigi di aver sospeso la
libera circolazione delle persone previdal trattato di Schengen. Qualche
-" sta
ora dopo, nel pomeriggio, una fonte del
(*03 ministero dell’Interno ha corretto il ti/" ro. «La Francia non ha sospeso Schen5" gen — ha puntualizzato un dirigente
del Viminale — ma ha reintrodotto i controlli fissi alle frontiere con l’Italia che
non sono previsti dal trattato».
A stretto giro, è arrivata la replica francese. In assenza
di dichiarazioni ufficiali di ministri del governo — che per
il momento hanno scelto profilo basso — la prefettura delle Alpes-Marittimes ha precisato che «non c’è stata nessu-

na sospensione di Schengen». I treni tra Italia e Francia
hanno continuato a viaggiare, ha spiegato un portavoce
della Prefettura, e tutte le strade e le autostrade sono rimaste aperte. L’unica eccezione, ha precisato la stessa
fonte, risale a sabato, per un’ora o due, sulla litoranea tra
Ventimiglia e Mentone, dove la circolazione è stata temporaneamente interrotta per permettere le operazioni di
evacuazione dei migranti. «Sono stati gli stessi agenti italiani a chiederlo ai colleghi francesi sul posto» ha proseguito il portavoce della Prefettura, sottolineando «la cooperazione proficua e il dialogo sempre amichevole” tra le
forze dell’ordine dei due paesi, nonostante «il momento
difficile».
Dopo aver rafforzato la presenza della gendarmeria al
confine, le autorità francesi insistono sul fatto che Schengen non è chiusa e la frontiera rimane aperta. «Chiunque
abbia il diritto di circolare nello spazio Schengen può continuare a farlo liberamente» aggiunge la Prefettura delle
Alpes-Marittimes. La Francia si avvale degli accordi franco-italiani di Chambéry, siglati nel 1997 per i controlli di
frontiera, per giustificare i blocchi e il riaccompagnamento degli stranieri in situazione irregolare.

Rispetto al 2011, quando avvenne una crisi analoga
tra Italia e Francia, sempre alla frontiera di Ventimiglia,
la presenza della gendarmeria è più imponente. Cogliendo l’occasione della sospensione del trattato di Schengen
per il G7 in Germania, avvenuto il weekend scorso, il ministero dell’Interno ha mandato nuovi gendarmi sulla linea
di confine a ponte San Ludovico. L’entourage del ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, ha spiegato che i
controlli hanno due obiettivi: «Permettere di fermare trafficanti, com’è accaduto, ed evitare disordini pubblici provocati da accampamenti di migranti in Francia». Secondo il ministero dell’Interno i controlli a Ventimiglia hanno permesso di fermare ben 1439 sans papiers nell’ultima settimana, un record. Tra questi, 1097 sono stati riaccompagnati in Italia. Il blocco di Schengen previsto per
l’organizzazione del G7 dovrà essere tolto oggi e l’atteggiamento di Parigi, se continuerà, rischia di essere ancora più contestato. In questa situazione, Hollande arriverà
domenica a Milano per visitare l’Expo. Il presidente francese e il premier Renzi dovranno discutere anche del muro anti-migranti che la Francia ha issato a Ventimiglia.

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ROMA. Raccontano che se, potesse farlo, Matteo Renzi una
soluzione l’avrebbe già sottomano per rispondere a
un’eventuale rigetto del piano
Juncker sui rifugiati. Sospendere il pagamento delle quote
italiane all’Ue, verso la quale
siamo creditori netti per circa
sei miliardi. Ma tolta dal tavolo l’arma atomica, impossibile
da usare, nella testa del premier sta frullando un’altra
idea forte da portare al Consiglio europeo come ultima carta per «spazzare via tutti gli alibi e le ipocrisie che stiamo vedendo in questi giorni».
Visto che i grandi, in testa
Francia e Germania, si nascondono dietro il veto dei paesi
dell’Est al piano per la redistribuzione dei richiedenti asilo,
Renzi sarebbe pronto a sparigliare le carte. Appellandosi ai
fondatori dell’Unione per derogare al famigerato regolamento di Dublino II, quello appunto che obbliga il rifugiato a rimanere nello Stato dove ha
presentato la prima domanda
d’asilo. In sostanza sarebbe la
proposta di «un’Europa a due
velocità per l’immigrazione».
Con i paesi di antica adesione
che si tendono la mano e si aiutano in un’ottica di solidarietà. Per far questo non ci sarebbe nemmeno bisogno di modificare il regolamento, visto
che il medesimo, all’articolo
17, contempla la possibilità
per uno Stato membro di «poter derogare ai criteri di competenza, in particolare per motivi umanitari e caritatevoli»,
e quindi di «esaminare una domanda di protezione interna-

zionale presentata in un altro
Stato membro, anche se tale
esame non è di sua competenza». Non è un caso che oggi alla Camera dei deputati — con
la discreta benedizione del
Quirinale — è attesa l’approvazione di una risoluzione, presentata da tutto il comitato
Schengen (presieduto dalla
forzista Ravetto) proprio per
chiedere all’Europa il «mutuo
riconoscimento» dello status
di rifugiato e l’applicazione
dell’articolo 17 di Dublino.
Una risoluzione a cui il governo, tramite il sottosegretario
Gozi, darà parere favorevole.
E che consentirà a Renzi di presentarsi al prossimo Consiglio
Ue con alle spalle un mandato
forte e plebiscitario di maggioranza e opposizione. «Se l’Europa non è solo tecnocrazia

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ma anche rispetto dei valori
dei fondatori — ha spiegato
Renzi ai collaboratori — voglio
proprio vedere come faranno
a dirci di no. Il tempo degli alibi è finito per tutti». Anche di
questo il premier discuterà
nei prossimi giorni negli incon-

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tri con Hollande e Cameron a
margine di Expo.
Ma c’è un altro bazooka che
Renzi potrebbe utilizzare,
sempre se il piano Juncker fosse rigettato. I consiglieri diplomatici si sono infatti andati a

rileggere in questi giorni la Direttiva Ue del 2001 sulla «protezione temporanea degli sfollati», che obbliga gli Stati
membri «a cooperare tra loro
per il trasferimento della residenza delle persone da uno
Stato all’altro, con il conseguente trasferimento dell’obbligo di protezione al secondo
Stato membro». Una direttiva
che non è finora mai stata applicata — andrebbe adottata
dal Consiglio Ue «a maggioranza qualificata su proposta della Commissione» — e che concede un asilo temporaneo di
un anno. Ma l’aspetto più importante è che nessuno, a quel
punto, potrebbe più fermare i
rifugiati alle frontiere.
Se questi sono i contenuti
del “piano B” che stanno studiando Renzi, Alfano e Gentilo-

ni, il “piano A” passa ovviamente dalla Libia. Perché è da
lì che parte l’ottanta per cento
di chi sbarca in Italia. E, sottovoce, alla Farnesina lasciano
intendere che ci potrebbero essere buone notizie in arrivo in
coincidenza con l’inizio del Ramadan, il 17 giugno prossimo.
Bernardino Leon, l’inviato speciale dell’Onu, ha fatto sapere
al governo che mercoledì prossimo si aspetta la risposta delle fazioni libiche al suo pacchetto di proposte per la costituzione di un governo di unità
nazionale. E se da Triploli, Misurata e Tobruk dovesse arrivare un via libera, l’Italia
avrebbe finalmente una controparte con cui trattare per
aprire campi profughi sull’altra sponda del Mediterraneo.
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MILANO
ARIA ha le treccine e non è una

migrante, una profuga, una
clandestina, una rifugiata,
una portatrice di scabbia o di
malaria, un’aspirante guerriera dell’Isis. Prima di ogni altra etichetta,
Maria è una bambina. È appena arrivata
dalla Siria, ha tre anni e, incurante del caos
che le si muove intorno, sistema su una seggiola verde una bambola e un coniglietto
grigio dalle lunghe orecchie, se li abbraccia
insieme, li coccola, e consolandoli si consola. La madre con un occhio la osserva e con
l’altro sbircia lo schermo del suo smartphone.
Ci sono parecchi smartphone e parecchi
bambini tra le centinaia di siriani e eritrei
che da una settimana sono rimasti bloccati
sotto i colonnati della stazione Centrale di
Milano. I primi, un po’ più agiati, scappano
da una guerra. I secondi, più poveri e se possibile più smarriti, dall’ultima follia del regime di Asmara: servizio militare obbligatorio e permanente a cominciare dai 14 anni. Meglio rischiare la morte che aspettarla
o accettarla.
E così sono partiti per l’Italia, come altri
57mila da gennaio a oggi, 10 per cento in
più dell’anno scorso, o come gli altri 200 mila che si preparano a farlo tra luglio e agosto. Ma l’Italia non è affatto la loro meta finale. È soltanto il primo ponte sicuro verso
un altrove, quello sì desiderato, che si chiama Francia, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia, il grande e civile Nord agli antipodi del loro grande e invivibile Sud, dove ci sono comunità che li
aspettano, il reddito minimo garantito,
due mesi appena per avere lo status di rifugiato, la possibilità concreta e rapida del ricongiungimento familiare, tutte cose che
da noi o non ci sono o richiedono anni per
sfiorarle. Dall’ottobre 2013, su 64mila persone passate per le varie strutture di accoglienza di Milano, hanno chiesto asilo solamente in 250. Quasi da premiarli con l’Ambrogino d’oro.
Lo stallo di questi giorni, che riguarda
Milano come Roma, o Torino, Genova, Ventimiglia, Udine, e via elencando le tante
Fort Alamo italiane improvvisamente assediate, è colpa di un tappo: frontiere chiuse.
Prima, dal 7 giugno, per garantire sicurezza al G7 di Garmish, in Germania; dopo, in

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spregio al trattato di Schengen (nato per
aprire, festeggia i suoi 30 anni barricando
le porte), per arrivare da posizioni di presunta forza ai vertici europei che, dal 22 al
26 giugno, dovranno dirimere proprio la
questione delle quote di immigrati, argomento su cui i 28 Paesi interessati stanno
già mostrando una allarmante e disumana
disparità d’intenti.
I 400 della stazione Centrale di Milano
aspettano che il tappo salti. Silenziosi, abbastanza ordinati, appoggiati a piccoli
gruppi all’ombra dei colonnati, i più agili
addormentati come lucertole su esili sporgenze dei vecchi muraglioni in stile littorio, o sparsi nel prato appena davanti all’ingresso, fanno scandalo solo perché esistono. Le denunce legate ad attività variamente criminali di questi profughi in transito
perenne, negli ultimi 20 mesi, sono pari a
zero. Non delinquono, fanno la fila al banco
degli alimentari gestito da volontari, si lasciano riprendere da decine di telecamere.
Un giorno ci sono, poi spariscono, ne arrivano altri.
Nel pomeriggio sono attesi due treni,
uno dalla Calabria e l’altro da Napoli. La fase acuta della prima onda anomala è superata. Ma le ondate continuano. Quando finiranno? «Non finiranno, è impossibile se
non cambia qualcosa». Fabio Pasiani, capel-

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VENTIMIGLIA. Aggrappati agli scogli, come
naufraghi, dopo una notte di pioggia, riparati
con i sacchi neri della spazzatura e i teli
d’argento forniti dalla Cri. Ancora una giornata
di tensione, ieri, sul confine italo—francese, per
80 immigrati che da giovedì tentano di entrare
in Francia. Altri 350 aspettano alla stazione di
Ventimiglia: 15 tra donne e bambini, hanno
accettato una sistemazione a Montaldo Ligure,
presso una struttura di accoglienza. Oggi si
cercherà di convincere gli “irriducibili” ad
abbandonare gli scogli. «Ma non faremo alcuna
azione di forza — assicura un dirigente della
polizia — non vogliamo correre rischi».
Prefetto, sindaco, questore e vertici di Trenitalia
e vigili del fuoco cercano di disinnescare la
situazione. Nel tardo pomeriggio si sono riuniti

per organizzare l’assistenza, ma “bloccati”
dall’assenza della Regione, che non dichiara lo
“stato di emergenza”, senza il quale è
impossibile allestire una tendopoli. Toti,
neo-governatore risponde: «A me non hanno
chiesto niente, ma da parte della Regione non ci
sarà il benestare ad alcuna tendopoli, perché a
Ventimiglia vivono di turismo. Siamo contrari a
qualunque forma di accoglienza sul confine».
Contrari. Come i 13 giovani neofascisti francesi,
di (FOFSBUJPO *EFOUJUBJSF, che alle 19 hanno
raggiunto il territorio italiano, protestando
contro gli “BGSJDBJOF”: caricati e rispediti
indietro dalla polizia italiana . Intanto, il
Comitato per l’emergenza individuava locali
dove allestire “sale di attesa”: centri di transito
temporaneo. Si vuole evitare che la città diventi
rifugio di migliaia di immigrati che in queste ore
pressano i confini con Svizzera, Austria e
Slovenia.

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li lunghi, pettorina bianca, lavora per Arca,
una delle associazioni che con Caritas, Casa della Carità, Croce Rossa, stanno rendendo possibile l’ultimo miracolo di Milano: sopravvivere all’emergenza più ingestibile e
anche più sottovalutata d’Italia. E non con
il consenso e il sostegno di una città, di un
Paese. Al contrario.
Ogni sondaggio rivela fastidio, se non
peggio, verso lo straniero derelitto. Lo mette insieme, senza logica né senso, al colpo
di machete di una baby gang sudamericana a un ferroviere. I politici, e non solo la destra da battaglia nel fango di Salvini, Maroni, Zaia e buon ultimo Toti, ma anche l’ipotetica sinistra del candidato sindaco di Venezia Felice Casson o del neo-governatore
emiliano Stefano Bonaccini, scaccia la parola “accoglienza” come fosse un incubo.
Stanotte, a Milano, verranno messi in un
letto che non era previsto che ci fosse:
1.220 migranti, più 2.000 senza dimora,
più altri 800 minorenni stranieri non accompagnati. Ancora uno spillo e salta tutto. Ma no, ancora qualche centinaio di spilli
si possono reggere.
Ma se ne spuntano 10 mila? Giuliano Pisapia, nel lungo ultimo miglio del suo mandato: «In Italia ci sono 3 mila comuni. Se mille, dico i mille più piccoli, prendono 2 persone, e quelli un po’ più grandi di più, già sa-

rebbe qualcosa. La gente si lamenta? Perdi
consenso? Credo che ci siano valori che meritino il rischio. Non mi riferisco soltanto alla sinistra, che ha perso un po’ dei suoi ideali e che in più è terrorizzata di consegnare
città alla destra. Penso anche al fatto che
siamo un Paese cattolico, con un papa come Francesco o un arcivescovo di Milano come Scola che ha cominciato a dire cose importanti sulla solidarietà. L’ho ricordato a
Maroni, che è uno che va a Messa, quando
sui migranti ha rilasciato dichiarazioni vergognose: studia la Costituzione e rileggiti il
Vangelo».
Qualcosa da dire anche al premier Renzi, che ha annunciato un’Italia più decisa
con la Ue sul tema dei migranti? «Due cose.
La prima è che abbiamo sprecato il nostro
semestre di presidenza dell’Unione Europea: quello era un’ottima occasione per affrontare concretamente il tema. La seconda è una curiosità. Renzi ha appena detto
che se non verrà ascoltato a Bruxelles, ha
pronto un piano B. Ecco, vorrei sapere qual
è, sinceramente».
Mentre fuori da Palazzo Marino, le parole di Pisapia vengono indirettamente commentate da una manifestazione di Casa
Pound (“Con Pisapia e Alfano, 500 casi di
scabbia a Milano”), uno dei suoi assessori,
e prossimo candidato a succedergli, Pierfrancesco Majorino, responsabile delle Politiche sociali e quindi anche della insopportabile turbativa dei migranti in Centrale, ricorda quasi vergognandosene come siano
già finiti nell’archivio della commozione gli
800 morti affogati in un barcone collassato
ad aprile nel canale di Sicilia. «Come non ci
fossero mai stati. Qui a Milano siamo ben oltre la capacità di resistenza, ma sembra
che a nessuno interessi. Il problema immigrazione lo stiamo trattando all’italiana».
In che senso? «Le nostre forze di polizia evitano quanto più possibile le identificazioni,
altrimenti scatterebbe l’obbligo di avviare
le procedure previste dal trattato di Dublino, con il conseguente esame se si possa
concedere o meno l’asilo e poi l’eventuale
rimpatrio. Di fatto,
lasciamo che il migrante passi da noi e
poi se ne vada altrove. E allora dichiariamolo con chiarezza:
l’Italia si candida ad
essere quello che è,
un corridoio umanitario che parte da
Lampedusa e arriva
al Brennero».
Majorino va in
Centrale ogni giorno, dall’inizio di questa strana estate milanese, dove convivono in pochi chilometri le luci planetarie dell’Expo, le luminarie del nuovo centro estetico di piazza Gae Aulenti e dintorni, e una stazione
che dovrebbe portare turisti a tutto questo bendidio e che invece si vede sporcata dai rifiuti, proprio adesso, rifiuti organici perché non sono ancora
stati montati i bagni chimici e per tre volte
al giorno i pulitori del Comune, con mascherina e dei camicioni di tela bianca col cappuccio che li fanno sembrare dei marziani,
fanno un gran casino con gli idranti, spazzano il piazzale, spruzzano via le pozze di urina.
E poi quell’altro tipo di rifiuti, quelli che
nessuno vorrebbe nel giardino di casa propria: gli umani che non contano, puzzano,
scappano da chissà dove, aspettano chissà
cosa, magari qualcuno, egiziano o slavo,
che in cambio di 500 euro li carichi su un
WBO e prometta loro di fargli passare la frontiera, anche se non sempre succede e magari finisci in un campo fuori Brescia e ti menano pure per portarti via il niente che hai.
Un uomo nero, coi capelli crespi, cammina veloce con un bambino in braccio in direzione di una roulotte dove è stato installato
una specie di presidio medico. Il bambino è
troppo pallido per essere solo addormentato. I due passano davanti a un manifesto.
C’è lo scrittore Pennac che dice: “Se davvero volete sognare, svegliatevi”.
Non ascoltarlo, bambino eritreo. Sogna
senza svegliarti.
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YGMUNT Bauman, oggi uno dei pensato-

stro disagio sociale?
ri più influenti del mondo, è stato più
«In tempi di accentuata mancanza di cervolte esule. La prima volta, quando nel tezze esistenziali, della crescente precarizza1939, giovane ebreo, scappò dalla Polonia zione, in un mondo in preda alla deregulaverso la Russia, in condizioni simili a quelle tion, i nuovi immigrati sono percepiti come
dei profughi che, scampati alle guerre e alla messaggeri di cattive notizie. Ci ricordano
traversata del Mediterraneo, sono in questo quanto avremmo preferito rimuovere: ci renmomento oggetto più delle nostre paure che dono presente quanto forze potenti, globali,
di nostra solidarietà. E la dialettica dell’inte- distanti di cui abbiamo sentito parlare, ma
grazione ed espulsione dei gruppi sociali ai che rimangono per noi ineffabili, quanto quetempi della modernità è uno dei temi che più ste forze misteriose, siano in grado di deterha approfondito nelle sue opere. Con Bau- minare le nostre vite, senza curarsi e anzi e
man abbiamo parlato di quello che intorno al- ignorando le nostre autonome scelte. Ora, i
la questione profughi succede in
questi giorni in Italia; tra una destra razzista e una sinistra che
stenta ad affrontare le paure di
una parte della popolazione.
Sembra che non siamo in grado di far fronte alla questione
immigrati.
«Il volume e la velocità dell’attuale ondata migratoria è una
novità e un fenomeno senza precedenti. Non c’è motivo di stupirsi che abbia trovato i politici e i
cittadini impreparati: materialmente e spiritualmente. La vista
migliaia di persone sradicate accampate alle stazioni provoca
uno shock morale e una sensazione di allarme e angoscia, come
sempre accade nelle situazioni
in cui abbiamo l’impressione
che “le cose sfuggono al nostro
controllo”. Ma a guardare bene i
modelli sociali e politici con cui si
risponde abitualmente alle situazioni di “crisi”, nell’attuale
“emergenza immigrati”, ci sono
poche novità. Fin dall’inizio della modernità fuggiaschi dalla
Direzione Acquisti
brutalità delle guerre e dei dispoServizi e Forniture Infrastruttura
tismi, dalla vita senza speranza,
AVVISO DI GARA
hanno bussato alle nostre porte.
RFI S.p.A. informa che ha indetto una gara a
Per la gente da qua della porta,
Procedura Aperta interamente gestita con
queste persone sono sempre stasistemi telematici, avente ad oggetto il servizio
di movimentazione materiali, confezionamento
te “estranei”, “altri”».
ed imballaggio kit di corredo degli scambi
Quindi ne abbiamo paura. Per
all’interno dell’Officina Nazionale Armamento
quale motivo?
di Pontassieve. CIG: 6267909A20. Il testo
«Perché sembrano spaventointegrale del bando e del disciplinare di gara
sono visionabili sul sito www.gare.rfi.it canale
samente imprevedibili nei loro
“Bandi e Avvisi” > Gare per lavori e servizi >
comportamenti, a differenza delCodice gara: DAC4.2015.0009. Il termine di
le persone con cui abbiamo a che
presentazione delle offerte scade il 20/07/2015
fare nella nostra quotidianità e
ore 12:00 - La richiesta di sopralluogo dovrà
essere inoltrata tramite la messaggistica del
da cui sappiamo cosa aspettarci.
portale entro il 24/06/2015.
Gli stranieri potrebbero distrugMassimo Serufilli
gere le cose che ci piacciono e
mettere a repentaglio i nostri
modi di vita. Degli stranieri sappiamo troppo poco per essere in
grado di leggere i loro modi di
Direzione Logistica Industriale
Acquisti Tecnici
comportarsi, di indovinare quali
Il Responsabile
sono le loro intenzioni e cosa faAVVISO PER ESTRATTO BANDO DI GARASETTORI SPECIALI – FORNITURE PROROGA
ranno domani. La nostra ignoTERMINE PRESENTAZIONE OFFERTE
ranza su che cosa fare in una siCon riferimento alla procedura aperta eGPA n.
tuazione che non controlliamo è
6817 avente ad oggetto la fornitura di
“Connessioni elastiche ed elementi in
il maggior motivo della nostra
gomma.”, pubblicata sui quotidiani nazionali
paura».
il 27 Aprile u.s., si comunica che il nuovo
La paura porta a creare capri
termine per la presentazione delle offerte è
prorogato fino al giorno 22/06/2015 ore 13:00
espiatori? E per questo che si
mentre quello relativo alla Modalità di
parla degli immigrati come
apertura delle offerte è prorogato fino al giorno
25/06/2015.
portatori di malattie? E le maRocco Femia
lattie sono metafore del no-

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nuovi nomadi, gli immigrati, vittime collaterali di queste forze, per una sorta di logica
perversa finiscono per essere percepiti invece come le avanguardie di un esercito ostile,
truppe al servizio delle forze misteriose appunto, che sta piantando le tende in mezzo a
noi. Gli immigrati ci ricordano in un modo irritante, quanto sia fragile il nostro benessere, guadagnato, ci sembra, con un duro lavoro. E per rispondere alla questione del capro
espiatorio: è un’abitudine, un uso umano,
troppo umano, accusare e punire il messaggero per il duro e odioso messaggio di cui è il

portatore. Deviamo la nostra rabbia nei confronti delle elusive e distanti forze di globalizzazione verso soggetti, per così dire “vicari”,
verso gli immigrati, appunto».
Sta parlando del meccanismo grazie a cui
crescono i consensi delle forze politiche
razziste e xenofobe?
«Ci sono partiti abituati a trarre il loro capitale di voti opponendosi alla “redistribuzione delle difficoltà” (o dei vantaggi), e cioè rifiutandosi di condividere il benessere dei loro elettori con la parte meno fortunata della
nazionale, del paese, del continente (per
esempio Lega Nord). Si tratta di
una tendenza intravvista o meglio, preannunciata molto tempo fa nel film /BQPMFUBOJ B .JMB
OP, del 1953, di Eduardo De Filippo, e manifestata negli ultimi anni con il rifiuto di condividere il
benessere dei lombardi con le
parti meno fortunate del paese.
Alla luce di questa tradizione era
del tutto prevedibile l’appello di
Matteo Salvini e di Roberto Maroniai sindaci della Lega di seguire le indicazioni del loro partito e
non accettare gli immigrati nelle loro città, come era prevedibile la richiesta di Luca Zaia di
espellere i nuovi arrivati dalla regione Veneto».
Una volta, in Europa, era la sinistra a integrare gli immigrati, attraverso le organizzazioni sul territorio, sindacati,
lavoro politico...
«Intanto non ci sono più quartieri degli operai, mancano le istituzioni e le forme di aggregazione dei lavoratori. Ma soprattutto, la sinistra, o l’erede ufficiale
di quella che era la sinistra, nel
suo programma, ammicca alla
destra con una promessa: faremo quello che fate voi, ma meglio. Tutte queste reazioni sono
lontane dalle cause vere della
tragedia cui siamo testimoni.
Sto parlando infatti di una retorica che non ci aiuta a evitare di
inabissarci sempre più profondamente nelle torbide acque
dell’indifferenza e della mancanza dell’umanità. Tutto questo è
il contrario all’imperativo kantiano di non fare ad altro ciò che
non vogliamo sia fatto a noi».
E allora che fare?
«Siamo chiamati a unire e non
dividere. Qualunque sia il prezzo
della solidarietà con le vittime
collaterali e dirette della forze
della globalizzazione che regnano secondo il principio %JWJEF FU
*NQFSB, qualunque sia il prezzo
dei sacrifici che dovremo pagare
nell’immediato, a lungo termine, la solidarietà rimane l’unica
via possibile per dare una forma
realistica alla speranza di arginare futuri disastri e di non peggiorare la catastrofe in corso».
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ROMA. Ancora nessun accordo. Doveva essere la volta buona, si

torna invece a ballare. Non solo sul tavolo delle trattative, ma
anche in Borsa. I mercati aprono oggi con un’ipotesi Grexit più
concreta che mai. Titoli di stato, spread, listini: la tensione è alle
stelle. «Una soluzione è ancora possibile», sdrammatizza il
presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Ma
anche lui, alla fine riconosce lo stallo. Sperava in un fine settimana
decisivo («ha fatto un ultimo tentativo personale per trovare una
soluzione con il primo ministro Tsipras», racconta il portavoce).
Ora ammette che neanche l’Eurogruppo di giovedì sarà risolutivo
e spera in una svolta «prima della fine del mese».
«Per natura sono un ottimista», tranquillizzava ieri mattina da
Atene il premier Alexis Tsipras. Gli rispondeva da Berlino, il
vicecancelliere e ministro dell’economia tedesco, il socialista
Sigmar Gabriel, che l’ombra dell’uscita della Grecia dall’euro è

«sempre più visibile», la Germania «non si farà ricattare» e non
«accetterà qualsiasi cosa», «la pazienza dell’Europa è finita», «gli
esperti greci della teoria dei giochi stanno giocando d’azzardo».
Un attacco durissimo (e inusuale) che gli investitori di tutto il
mondo leggeranno oggi dalle colonne della Bild.
«Il negoziato non è riuscito», certificava poi in serata da Bruxelles
la portavoce dell’esecutivo Ue. «Qualche progresso» è stato fatto,
ma resta «una significativa distanza» tra le proposte greche e le
richieste del Brussels group, l’ex troika Bce-Fmi-Commissione. La
distanza è «nell’ordine dello 0,5-1% del Pil», ovvero «due miliardi
di euro, di misure fiscali permanenti su base annuale». E dunque,
«la proposta greca resta incompleta». Appuntamento rinviato
allora a giovedì, per «ulteriori discussioni». La Grecia è «sempre
pronta a trovare un accordo», ha fatto sapere il vicepremier greco
Yannis Dragasakis. Ma gli ulteriori tagli alle pensioni, pretesi
dalla troika, quelli «sono inaccettabili».
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MILANO. Una stretta di mano di

benvenuto. Qualche attimo di
convenevoli. Una ventina di minuti per mettere sul piatto le rispettive posizioni. Poi, viste le
distanze, l’addio.
Doveva essere la riunione decisiva (l’ennesima) per salvare
Atene dal default. «E’ l’ultima
occasione, serve un accordo entro lunedì» aveva proclamato
con enfasi Jean Claude Juncker. Invece niente. Quarantacinque minuti dopo l’inizio, l’incontro tra la Grecia e i creditori
si è chiuso con l’ennesima fumata nera. E con la netta impressione che Bruxelles abbia ormai irrigidito le sue posizioni.
«Siamo arrivati con le nostre
proposte – spiega una fonte vici-

nissima ai negoziatori ellenici -.
Un pacchetto di riforme che copriva il gap fiscale come richiesto dai creditori senza toccare
stipendi e pensioni e senza alzare del 10 per cento l’Iva sull’elettricità».

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Gli uomini dell’ex Troika però hanno detto no. «Ci hanno
spiegato di non avere il mandato per approvare modifiche alle
loro posizioni – ha spiegato il vicepremier di Atene, Yannis
Dragasakis, capo della delega-

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zione greca -. Ribadendo che la
loro richiesta rimane sempre la
stessa: dobbiamo tagliare
dell’1 per cento del Pil le pensioni e alzare dell’1 per cento le entrate fiscali».
La delegazione del governo
Tsipras ha comunque deciso
nella serata di ieri di rimanere
in Belgio. «Siamo convinti che
esistano ancora gli spazi per
un’intesa. Noi non molliamo,
basta che non ci facciano richieste assurde», spiegano. «Chi
parla di rottura definitiva sta facendo una fuga in avanti», minimizza Dimitris Papadimoulis,
eurodeputato di Syriza.
Le distanze non sono enormi, calcolano a Bruxelles, tra le
parti c’è una differenza di soli 2
miliardi. «Solo? – scherza la fonte ellenica –. Calcolato il nostro

Pil, è come se chiedessero
all’Italia di varare una finanziaria da 16 miliardi dalla sera alla
mattina. Impensabile».
La palla passa ora all’Eurogruppo mentre il timore sotto il
Partenone è che l’incertezza e
la fuga di capitali dalle banche
obblighi prima o poi il governo
a imporre i controlli sui capitali, bloccando il Paese nel pieno
della stagione turistica e alzando ancora la tensione.
Stavros Theodorakis, leader
di To Potami, ha chiesto al presidente della Repubblica Nikos
Pavlopoulos di convocare i leader di tutti i partiti per una riunione d’emergenza, sollecitando l’esecutivo a stringere per
un compromesso. Il tempo, ovviamente, è sempre meno.
«L’Europa sta perdendo la pa-

zienza – ha minacciato il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel – e la Germania non si farà
ricattare».
«La perdano pure – risponde
un membro del comitato centrale di Syriza -. Se diciamo no a

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un’intesa e facciamo default,
Berlino non vedrà un euro dei
65 miliardi che gli dobbiamo!».
«Stiamo trattando da cinque
mesi e siamo più o meno fermi
al punto da cui siamo partiti –
racconta pessimista un funzio-

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ROMA. «Mi sembra inevitabile che scattino ad Ate-

ne i controlli sui capitali. Questa scadenza era stata così caricata di aspettative che il nulla di fatto
avrà ripercussioni pesanti sui già provatissimi
greci. Chi ha soldi in banca si presenterà per ritirarli ma verrà respinto, magari con qualche scusa». Daniel Gros, l’economista tedesco che dirige
il $FOUSF GPS FDPOPNJD QPMJDZ TUVEJFT di Bruxelles,
è sempre stato favorevole al compromesso ma
stavolta è sconfortato. E dice per la prima volta:
«E’ colpa dei greci».
Perché, professore, quest’accusa?
«Perché il governo di Atene non si è mai fatto
carico delle sue responsabilità. Varoufakis ha annunciato trionfante un surplus nei primi cinque
mesi di quest’anno. Ma questo surplus si raggiunge solo non pagando i fornitori, risparmiando su
investimenti essenziali, inserendo all’attivo voci
straordinarie del tutto teoriche. I conti greci sono
oscuri, complicati e poco trasparenti, al punto
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nario dell’Unione europea, che
dal 25 gennaio segue con apprensione il complicatissimo
dialogo tra Bruxelles e Atene -.
Non vedo come si riesca ora in
pochi giorni a colmare le distanze che ci separano. O la delegazione ellenica fa improvvisamente un mezzo dietrofront o
non andiamo da nessuna parte.
E sarebbe, ovviamente, un problema serissimo».
A seguire i negoziati con il fiato sospeso è in queste ore anche il presidente della Banca
centrale europea Mario Draghi. La Bce è oggi l’unica fonte
di finanziamento per la Grecia,
che non vede un centesimo dai
suoi creditori dallo scorso agosto e non riesce, ovviamente, a
finanziarsi sui mercati. Eurotower tornerà mercoledì a esami-

nare il livello delle linee di emergenza garantito agli istituti di
credito ellenici. In quell’occasione dovrà pure decidere se “tagliare” il valore dei titoli depositati come garanzia dalle banche. La Bundesbank spinge da
tempo per una sforbiciata che
prenda atto del valore reale di
questi strumenti e alla luce dello stallo nelle negoziazioni farà
sentire di nuovo la sua voce.
Una decisione in questo senso
sarebbe però la condanna al
caos per la Grecia, una scelta politica e non tecnica che l’istituto centrale non vuole fare.
Il redde rationem è ormai alle porte e la decisione finale, ormai è chiaro, sarà politica e non
tecnica. «Non toccheremo pensioni e stipendi», hanno ribadito ieri i negoziatori ellenici. Tocca quindi alla Ue – e in particolare a un’Angela Merkel in difficoltà sul tema anche in patria –
decidere se gettare il cuore oltre l’ostacolo e fare un passo
verso Atene. Magari mettendo
sul piatto l’agognato taglio al
debito (o almeno l’inizio delle
discussioni per arrivare a quel
traguardo). Il tema sarà sul tavolo dell’Eurogruppo di giovedì. Resta da vedere se, vista la
delicatezza della situazione, ci
sarà pure Alexis Tsipras. In
quella data il premier greco è atteso a un summit a San Pietroburgo dove è stato personalmente invitato da Vladimir Putin. Un messaggio nemmeno
troppo subliminale ai partner:
l’Europa gioca su Atene una
partita che non è fatta solo di
avanzo primario e austerity.
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che i veri numeri non li sanno neanche loro. E c’è
il rischio che non abbiano più i soldi per le spese
correnti, salari e pensioni. Ma asseriscono con fierezza che non alzeranno l’Iva e le pensioni non le
toccheranno (il motivo della rottura con l’Fmi,
OES). Su quali basi pensano di raggiungere l’accordo?»
Adesso cosa succederà?
«È scattata l’emergenza, ma come dice Juncker non è tutto finito. Purché da Atene la smettano di fare annunci a vuoto, come quando dissero
che avrebbero costretto i Comuni a versare al governo i loro redditi, misura di cui si sono perse le
tracce. Un episodio che indica che Syriza non è
riuscita a convincere le amministrazioni a collaborare. Però si troverà qualche forma di intesa
che gli permetterà di arrivare, diciamo, a fine anno».
E dopo?
«I problemi si ripresenteranno tali e quali. Il governo di Syriza non ha varato neanche un provvedimento sulla corruzione, l’evasione fiscale, il
marketing dei prodotti: esportano olio d’oliva ma
ci mettono il marchio italiano. A parte che quando passerà la direttiva europea sul “Made in” non

sarà più possibile, perché non avviano la promozione? Altro esempio: confidano negli utili di noli
marittimi effettuati da armatori che non pagano
le tasse e che hanno affittato le navi a qualche società dei Caraibi, pensi quanto incassano. Ma gli
armatori non si toccano, sono sacri come le vacche in India».
E i fondi urgenti per saldare le rate?
«I tedeschi non vogliono che il CSFBLEPXO avvenga sulla Bce, perché intendono preservare la
solidità del sistema finanziario e l’immagine
dell’istituzione, che non può essere quella di chi
fa prestiti a vuoto. Ma che la banca si esponga ancora con un aumento degli FNFSHFODZ MJRVJEJUZ
BHSFFNFOU (i finanziamenti della Banca centrale
greca agli istituti con il controllo della Bce, OES) è
da escludere. Non resta che il fondo salvastati,
cioè i governi: presterà i 20-30 miliardi necessari
per onorare le scadenze a Fmi e Bce nonché rimborsare i bond greci che la stessa Eurotower aveva comprato nel 2010 fra mille polemiche. Perfino Varoufakis, allora un professore in America, si
era opposto dicendo che non avrebbero mai potuto restituirli. Per una volta aveva visto giusto».
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OMAR al-Bashir, presidente del

Sudan e presunto criminale di
guerra, non dovrà lasciare il Sudafrica, dov’è arrivato per il vertice dell’Unione africana. È la decisione dell’Alta Corte di Pretoria, che dà così seguito al mandato di arresto emesso nel 2009
dalla Corte penale internazionale dell’Aja. Ma naturalmente
per ora è solo una richiesta, perché la decisione finale sulla partenza del capo di Stato sudanese o addirittura su un suo possibile arresto toccherà al governo
sudafricano. Sarà il presidente
Jacob Zuma a scegliere da che
parte stare: con l’Occidente,
che chiede l’arresto di Bashir
per le atrocità commesse in Darfur e dunque la fine dei suoi 24
anni di governo autoritario, oppure con il Sudan, che si schiera
accanto al suo leader e respinge
il mandato della Cpi come intromissione non legittima.
La circostanza è delicata: Bashir rappresenta il suo paese al
summit dell’Unione africana, e
ai vertici internazionali i capi di
Stato godono di garanzie estese, come succede alle riunioni
delle Nazioni Unite. Secondo Kamal Ismail, sottosegretario agli
Esteri di Khartoum, Omar al Bashir ha ricevuto assicurazioni in
questo senso prima di partire. E
lo stesso African National Congress, il partito del presidente
Zuma, ha sottolineato che i partecipanti alla riunione hanno
avuto la garanzia di immunità.

ne dell’Unione Africana adottata nello scorso gennaio, di non
trattare con la Cpi.
Se Zuma ha deliberatamente
voluto affrontare il problema,
sembra plausibile che la decisione sia già stata presa, e in senso
contrario alle richieste dell’Aja.
Alla base di questa scelta c’è
una crescente “impopolarità”
della Corte penale internaziona-

le in Africa: sono in molti a contestare l’equilibrio del tribunale, sottolineando che finora nel
mirino dei giudici sono finiti
quasi esclusivamente esponenti politici africani. Anzi, secondo l’Anc, il tribunale dell’Aja
«non è più in grado di perseguire gli scopi per i quali è stato fondato».

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L’istanza del giudice Hans Fabricius si articola come richiesta di “ritirare” la decisione governativa di garantire l’immunità. In serata si sono diffuse voci su una partenza anticipata
del presidente del Sudan, ma altre fonti lo hanno negato.
In realtà non ci sono molti
dubbi su quella che sarà la decisione finale di Zuma: sotto il suo
governo il Sudafrica ha sviluppato rapporti positivi più con i
regimi africani che con Europa
e Stati Uniti, tutt’altro che presenti nel continente in questa
fase storica. E già all’arrivo del
presidente sudanese a Johannesburg si era capito da che parte
tirasse il vento: il governo di Pretoria ha accolto Bashir come
ospite di riguardo, di fatto ignorando i richiami della Cpi e le accuse occidentali.
Secondo Andrew Harding,
analista della #CD, il governo di
Pretoria avrebbe potuto tranquillamente evitare quella che
da un punto di vista diplomatico è una patata bollente. Il governo di Pretoria è firmatario
del Trattato di Roma, istitutivo
della Corte penale internazionale, ma allo stesso tempo si è impegnato a rispettare la decisio-

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TEL AVIV. Netanyahu gioca

d’anticipo sull’indagine
dell’Onu dedicata all’intervento
israeliano a Gaza e presenta un
rapporto concorrente. Secondo
il premier israeliano, è stata
Hamas a commettere «crimini
di guerra», usando la
popolazione civile per le sue
strategie, sia come obiettivo
(quella israeliana) che come
scudo (quella palestinese). E
dunque leggere il Rapporto che
il Consiglio dei Diritti Umani
dell’Onu si appresta a varare sul
conflitto della scorsa estate è
solo «una perdita di tempo»,
perché le “conclusioni” dell’Onu
sulla guerra «erano già scritte
prima ancora che cominciassero
le verifiche».
Il premier dello Stato ebraico ha
messo sul tavolo le conclusioni
di un’indagine svolta
dall’esercito israeliano e
l’analisi di un “Gruppo militare
internazionale” che
comprendeva l’ex ministro
degli Esteri italiano Giulio Terzi.
Secondo Netanyahu «il rapporto
dell’esercito prova
inequivocabilmente che le
azioni condotte dalle forze
militari e di sicurezza nel corso
dell’operazione sono in accordo
con la legge internazionale».
Hamas definito il rapporto
«insignificante»: secondo Sami
Abu Zuhri, «i crimini di guerra
di Israele sono evidenti a tutti,
essendo stati compiuti davanti a
telecamere».
Secondo l’indagine degli esperti
del Gruppo militare
internazionale, «Israele si è
molto sforzato di limitare i
danni collaterali e le perdite di
civili» con misure di precauzione
superiori a quelle adottate da
altri eserciti in circostanze
simili.
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LONDRA. La Russia e la Cina avrebbero decifrato le
informazioni segrete rubate da Edward Snowden,
costringendo i servizi segreti britannici a richiamare
spie ed agenti da operazioni in corso in paesi ostili. Lo
affermano fonti di Downing Street interpellate dal
4VOEBZ 5JNFT, accusando la talpa della Cia e della Nsa
di avere causato danni incalcolabili alla sicurezza
dell’Occidente. Secondo il giornale domenicale
londinese, specialisti cinesi e russi sarebbero riusciti a
decrittare il vasto dossier di documenti top secret che
Snowden aveva portato con sé in forma digitale, quando
due anni or sono fuggì prima a Hong Kong e
successivamente a Mosca, dove vive tuttora al riparo

dalla giustizia americana, che lo persegue per
tradimento. Nel luglio 2013 l’ex agente dei servizi
segreti Usa affermò che «nessuna agenzia di
intelligence sarebbe in grado di impossessarsi dei
segreti che io continuo a proteggere»,
di essere addestrato in
-" sostenendo
di mascheramento di dati che
(*03 tecniche
avrebbero tenuto a distanza qualsiasi
/" tentativo di intercettazione.
5" Ma fonti governative britanniche
affermano ora il contrario, rivelando
che sia Cina che Russia sono stati in grado di
impadronirsi del milione e mezzo di documenti che
Snowden portava con sé. Secondo tali indiscrezioni,
Londra ha dovuto «trasferire agenti» da missioni in

corso per impedire che venissero individuati e uccisi
come conseguenza del danno arrecato da Snowden. Una
fonte del ministero degli Interni accusa la talpa della Cia
di avere «le mani macchiate di sangue», sebbene
Downing Street indichi che non ci sono prove che agenti
siano stati eliminati a causa delle informazioni
trafugate da Snowden .«Putin non gli ha dato asilo in
cambio di niente», osserva la fonte. A difesa del
XIJTUMFCMPXFS interviene però Glenn Greenwald, il
giornalista che pubblicò per primo le rivelazioni di
Snowden, affermando che l’articolo del 5JNFT non offre
«nessuna prova», che proviene da «fonti anonime»: in
sostanza, è un «esempio di cattivo giornalismo».
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LONDRA

c’è la diffusa impressione che le libertà civili diventino un
lusso che non possiamo permetterci di fronte alla crescente minaccia terroristica. Ebbene, proprio ora che si stanno celebrando
gli 800 anni della Magna Carta,
base dello stato di diritto, credo
sia doveroso interrogarsi sul significato di libertà di parola e privacy nel ventunesimo secolo».
Alan Rusbridger, per vent’anni
direttore del (VBSEJBO, incarico
che ha lasciato nei giorni scorsi
per presiedere la fondazione proprietaria del quotidiano londinese, comincia così la sua “lezione”
all’università di Oxford sul «mondo dopo Snowden», cioè dopo le
rivelazioni fatte dalla ex talpa
della Cia e della Nsa che hanno
fatto vincere al suo giornale il
premio Pulitzer. «A noi inglesi
piacciono le spie, grazie anche ai
romanzi di Fleming e ai film di James Bond, ma bisogna stare attenti a non diventarne succubi»,
dice Rusbridger. «In Occidente
non abbiamo avuto la Stasi, ma
abbiamo avuto George Orwell,
che ci ha spiegato come uno Stato che controlla ossessivamente i
suoi cittadini può diventare un incubo. È giusto difendersi dal terrorismo, ma non sempre uno Stato agisce in modo benigno e su
questo devono vigilare i giornali».
Ecco un estratto delle sue risposte alle domande sull’argomento di giornalisti, accademici
ed esperti.

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Non pensa che i servizi segreti
abbiano il dovere di usare tutti i mezzi per difenderci?
«Non dico che i servizi segreti
non debbano usare il web per difenderci dal terrorismo o da altre
minacce. Dico che per farlo, alla
luce di quanto abbiamo scoperto
grazie alle rivelazioni di Snowden, devono muoversi in modo
differente, sotto un controllo
maggiore da parte dei parlamenti e dunque dell’opinione pubblica, senza bisogno di stendere
una sorveglianza indiscriminata
su tutte le comunicazioni elettroniche».
Non teme che le rivelazioni
del Guardian abbiano messo
in allarme i terroristi?
«Nell’attacco di Parigi a $IBS
MJF )FCEP, così come nei precedenti attentati terroristici a Boston, Sidney, Copenaghen, gli autori erano già nel radar dei servizi segreti, erano noti, considerati

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potenzialmente pericolosi. È falso che una maggiore sorveglianza delle comunicazioni da parte
dello Stato li avrebbe evitati. Sarebbe bastato un miglior lavoro
di polizia».
In generale non crede di avere
messo in pericolo la Gran Bretagna e il mondo, pubblicando
le rivelazioni di Snowden?
«Non credo che il (VBSEJBO
abbia causato danni alla sicurezza nazionale e internazionale
con quelle rivelazioni. Abbiamo
pubblicato meno dell’1 per cento
del materiale datoci da Snowden, valutando responsabilmente ciò che si poteva pubblicare».
Dunque è convinto che pubblicare documenti top secret, ottenuti grazie a una soffiata,
renda un servizio all’opinione
pubblica?
«In America, dopo che la Corte
Suprema diede ragione al /FX
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dei Pentagon Papers negli anni
‘70, c’è una diversa percezione
del valore della libertà di stampa
e del ruolo dei giornali. La Corte
stabilì che il 5JNFT, pubblicando
quelle rivelazioni, aveva reso un
servizio all’opinione pubblica, facendo sapere al paese in che modo il governo era arrivato alla decisione di entrare in guerra in
Vietnam. E il comitato del Pulitzer ha assegnato l’anno scorso il
premio al (VBSEJBO proprio nella categoria del servizio pubblico, valutando che le rivelazioni di

Snowden da noi rese pubbliche
erano nell’interesse del pubblico».
Crede che il presidente Obama abbia cambiato idea sui
metodi di spionaggio di massa, dopo le rivelazioni di Snowden?
«Credo che sia rimasto molto
imbarazzato, quando si è scoperto che la Cia aveva messo sotto
controllo il telefonino della sua alleata Angela Merkel. E successivi rapporti delle autorità americane indicano la volontà di cambiare».
Non pensa che vadano messi
sotto accusa anche i giganti
del web, che raccolgono metadati sui loro utenti per scopi di
marketing?
«Certamente bisognerà concentrarsi anche sull’invasione
della privacy da parte dei giganti
del web».
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L 5 FEBBRAIO le autorità giordane han-

no confermato che il padrino intellettuale di Al Qaeda, Abu Muhammad
al-Maqdisi, era stato rilasciato di prigione. Anche se il suo nome non è molto conosciuto in Occidente, l’importanza
di al-Maqdisi nel canone del pensiero islamico radicale è superiore a quella di qualsiasi altro islamista vivente. Questo palestinese di 56 anni salì agli onori della cronaca negli Anni ‘80, quando divenne il primo
importante studioso islamico radicale a dichiarare che i reali sauditi erano apostati,
e dunque bersagli legittimi della jihad.
All’epoca gli scritti di al-Maqdisi erano talmente radicali che perfino Osama Bin Laden li trovava troppo estremi.
Oggi al-Maqdisi conta Ayman al-Zawahiri, il leader di Al Qaeda, fra i suoi amici personali, ed è tenuto in gran conto dagli altri
leader regionali dell’organizzazione, dal
Nordafrica allo Yemen. Ma probabilmente
è noto soprattutto per essere stato il mentore personale di Abu Mus‘ab al-Zarqawi,
l’uomo che fondò l’organizzazione che più
tardi è diventata l’Is, quando i due uomini
erano detenuti insieme in un carcere giordano con l’accusa di terrorismo, a metà degli Anni ‘90. Al-Zarqawi fu rilasciato nel
1999 e dopo aver giurato fedeltà ad Al Qaeda diventò uno dei personaggi più tristemente noti nell’Iraq del dopo-invasione,
scatenando una brutale campagna di terrore settario che spinse al-Maqdisi a rimproverare pubblicamente il suo allievo più
famoso in una serie di virulenti attacchi.
Ora l’uomo che gli analisti dell’antiterrorismo Usa definiscono «il teorico jihadista
più influente tra quelli in vita», ha rivolto
la sua ira contro l’Is. Poco tempo dopo la
proclamazione del Califfato da parte del
leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi, lo scorso giugno, al-Maqdisi ha diffuso un lungo comunicato in cui attaccava
duramente l’organizzazione, definendola
ignorante e incauta.
La guerra verbale di al-Maqdisi contro
Daesh (l’acronimo arabo dell’Is) è emblematica della nuova spaccatura fratricida
all’interno del radicalismo islamico violento: ma è anche il segnale che Al Qaeda, un
tempo la rete terroristica più temuta al
mondo, ormai è consapevole di essere sorpassata.
Daesh non ha semplicemente eclissato
Al Qaeda sul campo di battaglia in Siria e
in Iraq, e nella competizione per accaparrarsi reclute e finanziamenti: ha anche lanciato un “golpe” per distruggere dall’interno l’organizzazione creata da Bin Laden.
La conseguenza, ammettono ora, è che Al
Qaeda, come idea e come organizzazione,
è sull’orlo del collasso.
In un assolato pomeriggio primaverile,
tre settimane dopo essere uscito di prigione, al-Maqdisi è seduto su un divano nella
casa del suo amico Abu Qatada e parla con
rabbia dello Stato islamico: gli hanno mentito e lo hanno tradito, dice, e i suoi membri non meritano di definirsi mujahiddin.
«Sono come un gruppo mafioso», aggiunge Abu Qatada.
Abu Qatada è uno dei religiosi radicali
più in vista a essersi schierato con al-Maqdisi, attaccando pubblicamente Daesh.
La lista di crimini dell’Is che suscitano
l’indignazione di al-Maqdisi e Abu Qatada
è lunga: fra questi, aver creato una divisione all’interno del movimento jihadista in
generale, aver snobbato pubblicamente
al-Zawahiri e aver istituito un Califfato a
cui ogni altro jihadista, secondo le pretese
dell’Is, dovrebbe giurare fedeltà o affrontare la morte. Per oltre un anno i due dicono
di aver lavorato dietro le quinte, negoziando con i vertici di Daesh – incluso al-Baghdadi in persona – per riportare il gruppo
nel gregge di Al Qaeda, ma senza risultato.
«Daesh non rispetta nessuno. Stanno distruggendo il movimento jihadista e sono
contro l’intera umma [la nazione islami-

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ca]», dice Abu Qatada.
A causa della sua notorietà, al-Maqdisi
negli ultimi vent’anni ha passato la maggior parte del tempo dietro le sbarre. È opinione comune che i giordani lo abbiano rilasciato, lo scorso febbraio, perché si sono
resi conto che di fronte al dilagare dello
Stato islamico nella regione il suo prestigio lo rendeva un prezioso alleato nella lotta contro le truppe di al-Baghdadi.
Ma al-Maqdisi e Abu Qatada non hanno
potuto far altro che restare a guardare
mentre i giovani radicali dell’Is passavano
di vittoria in vittoria, scomunicando, sbeffeggiando e tradendo la vecchia guardia e
mettendo in ginocchio Al Qaea, guidata
principalmente da veterani della guerra afgana, in questa guerra civile tra jihadisti.
La cosa che più irrita i due uomini è il fatto che lo Stato islamico abbia usato la loro
dottrina per fornire legittimazione ideologica alla propria barbarie, procurarsi reclute e giustificare la sua battaglia contro Al
Qaeda e i suoi affiliati.
Comportamenti così spudorati, concordano al-Maqdisi e Abu Qatada, non sarebbero mai stati accettati quando era vivo
Bin Laden. «Nessuno diceva nulla contro
di lui», lamenta al-Maqdisi. «Bin Laden era
una star. Aveva un carisma speciale». Ma
nonostante l’affetto che provano per il suo
successore, al-Zawahiri – che chiamano
«dottor Ayman» – riconoscono entrambi
che non possiede l’autorità e il potere per
rintuzzare la minaccia rappresentata dallo Stato islamico.
Nel decennio dopo l’11 settembre, Al
Qaeda riuscì ad attirarsi soldi, militanti e
prestigio come nessun altro gruppo jihadista nella storia. Crebbe fino ad avere sotto
di sé una vasta rete di filiali terroristiche e
affiliati che si estendeva dall’Europa
all’Africa e all’Asia meridionale. Bin Laden
riuscì in quest’impresa, almeno in parte,
mantenendo una certa flessibilità ideologica: ai comandanti regionali veniva lasciata
un’ampia libertà operativa.
In cambio, la leadership di Al Qaeda
chiedeva soprattutto una cosa: lealtà. I comandanti venivano vagliati attentamente
prima di essere nominati: solo quelli che si
erano guadagnati fama sui campi di battaglia dell’Afghanistan, della Bosnia o della
Cecenia – e che possedevano la necessaria
conoscenza della dottrina islamica – venivano innalzati ai posti di comando principali. Al momento della nomina, questi alti
comandanti pronunciavano un giuramento di sangue a Bin Laden in persona.
Quando al-Zawahiri ha preso il comando dell’organizzazione, in seguito alla morte di bin Laden, nel 2011, si è ritrovato geograficamente isolato. Mentre lui se ne stava nascosto, secondo diverse fonti, nelle
montagne al confine tra Afghanistan e Pakistan, il centro di attività del jihadismo si
trasferiva a migliaia di chilometri di distanza, in Siria e in Iraq.
In realtà la filiale più importante di Al
Qaeda in Medio Oriente, lo Stato islamico

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in Iraq, già da tempo era fonte di problemi.
Da quando era stata creata, nel 2003, sotto la guida di Abu Mus‘ab al-Zarqawi, l’organizzazione era stata ben felice di usare il
marchio e i soldi di Al Qaeda, ma aveva
spesso ignorato gli appelli a un coordinamento più stretto con il comando centrale,
perfino quando provenivano da Bin Laden
in persona. Nel 2010 oltrepassarono una linea rossa nominando un nuovo capo, Abu
Bakr al-Baghdadi, senza l’approvazione
preventiva di Al-Qaeda.
Nel 2011, sotto la pressione delle forze
americane e irachene, lo Stato islamico in
Iraq sull’orlo del collasso, ma la guerra civile siriana ha offerto al gruppo un’occasione per ricostruirsi. Quando il conflitto cominciò a intensificarsi, al-Baghdadi, alla fine del 2011, spedì oltreconfine uno dei
suoi ufficiali, Abu Muhammad al-Joulani,
per sfruttare la situazione di caos. Equipaggiato con fondi, armi e alcuni tra i combat-

tenti migliori dello Stato islamico in Iraq, il
gruppo di al-Joulani – che presto diventò
noto con il nome di Fronte al-Nusra – si trasformò in breve tempo nella forza da combattimento più micidiale del conflitto siriano. Nel 2013 al-Joulani era diventato così
potente che al-Baghdadi cominciò a temere che al-Zawahiri potesse concedergli da
un momento all’altro il suo sostegno, mettendolo a capo di una filiale siriana indipendente di Al Qaeda.
L’8 aprile al-Baghdadi lanciò un attacco
preventivo dichiarando che il Fronte al-Nusra e lo Stato islamico dell’Iraq sarebbero
diventati ufficialmente un’unica organizzazione chiamata Stato islamico in Iraq e
in Siria (Isis, nell’acronimo inglese). Il
cambio di nome aveva effetto immediato.
Due giorni dopo al-Joulani rispose con un
suo messaggio audio rigettando l’”invito”
di al-Baghdadi alla fusione e proclamando
fedeltà direttamente ad al-Zawahiri, facendo appello allo “shaykh della jihad” affinché risolvesse la disputa.
Nel giro di ventiquattr’ore, al-Zawahiri
inviò un messaggio in privato per esortare
alla calma. Chiese ai due comandanti di inviargli una rappresentanza prima di pronunciarsi su questo diverbio diventato,
grazie a internet, di dominio pubblico e
una ragione di imbarazzo. Il 23 maggio
al-Zawahiri pronunciò il suo verdetto: lo
Stato islamico in Iraq e in Siria, che era stato creato senza previa approvazione, doveva essere «sciolto». Ad al-Baghdadi fu ordinato di limitare le sue operazioni all’Iraq
mentre il suo ex sottoposto, al-Joulani, sarebbe diventato il capo della filiale ufficiale di Al Qaeda in Siria.
Al-Baghdadi rispose in modo brusco e inflessibile: «Fintanto che ci scorrerà il sangue nelle vene», disse, l’Isis esisteva e sarebbe continuato a esistere. Era la prima
volta che un importante esponente di Al
Qaeda sfidava pubblicamente il capo
dell’organizzazione.
Quell’estate, l’Isis cominciò a prepararsi per la guerra, rimpolpando le proprie file

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e organizzandosi per riprendersi il territorio siriano conquistato da al-Nusra, che
considerava legittimamente suo. In un’incredibile successione di evasioni liberò centinaia di detenuti fra i più pericolosi
dell’Iraq, con colpi di mortaio sparati contro le mura delle carceri e autobombe usate per far saltare in aria gli ingessi. Secondo alcuni documenti segreti recentemente scoperti dal quotidiano tedesco %FS 4QJF
HFM, l’organizzazione guidata da al-Baghdadi cominciò anche a mettere in atto piani
per sfruttare il fiume di migliaia di aspiranti combattenti che affluivano in Siria dalla
Tunisia, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia, dall’Egitto e dall’Europa. Non avendo
nessun legame con i siriani, c’erano ottime probabilità che questi combattenti
stranieri sarebbero rimasti fedeli.
Una delle persone più vicine ad al-Maqdisi in Giordania è un uomo che chiameremo Rahim, uno stretto collaboratore di
Abu Mus‘ab al-Zarqawi che ha contribuito
a fondare l’organizzazione che in seguito è
diventata lo Stato islamico e che ha assistito dall’interno alla trasformazione del
gruppo dopo l’ascesa al potere di al-Baghdadi.
Dopo la morte di al-Zarqawi, nel 2006,
lo Stato islamico in Iraq venne quasi distrutto dall’offensiva delle forze americane e dalla ribellione delle tribù sunnite contro la sua violenza brutale. Per sopravvivere, racconta Rahim, il gruppo di comando
decise che bisognava allargare le file: non
era più essenziale avere credenziali rivoluzionarie islamiste per essere arruolati. Gli
ex ba’athisti, che avevano governato
l’Iraq per decenni, erano nuove reclute preziosissime: gli ex ufficiali dell’esercito di
Saddam Hussein conoscevano i punti deboli delle forze armate irachene e gli ex
agenti dei servizi segreti del regime
ba’athista conoscevano gli uomini di potere in ogni città e villaggio.
Rahim sostiene che sono stati soprattutto questi uomini – ex ba’athisti diventati
esponenti di primo piano dello Stato islami-

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co in Iraq – a nominare al-Baghdadi come
nuovo leader dell’organizzazione, nel
2010. Fino al momento della sua nomina,
dice sempre Rahim, al-Baghdadi era considerato una figura minore, poco appariscente, senza carisma. Non aveva nessuna
esperienza militare e la sua conoscenza
della dottrina islamica non era particolarmente rilevante, nonostante avesse un
dottorato in studi islamici. Ma rappresentava l’uomo di facciata ideale: era uno studioso della religione, almeno sulla carta, la
sua famiglia sosteneva di discendere dal
profeta Maometto e soprattutto non era a
sua volta un ba’athista.
Dopo la nomina di al-Baghdadi, il gruppo di comando si strinse saldamente intorno al leader prescelto. Al-Baghdadi interruppe tutte le comunicazioni con il comando centrale di Al Qaeda, al di fuori di quelle
più sommarie e sbrigative, e lentamente
tutte le figure più rilevanti che ancora ri-

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manevano fedeli ad al-Zawahiri furono deliberatamente marginalizzate o uccise sul
campo di battaglia.
Più tardi, quell’anno, mentre il resto del
mondo pensava solo alle armi chimiche di
Assad, Daesh si organizzava per prendere
il controllo degli 800 chilometri di confine
fra Turchia e Siria. A dicembre, cittadine
di confine strategicamente importanti cominciarono a cadere, una a una, nelle mani dei combattenti dell’Isis, che sequestravano gli alti comandanti di altri gruppi ribelli e assassinavano i civili che avevano
preso parte alle precedenti proteste di
massa contro Assad, calcolando che fossero gli unici dotati di abbastanza coraggio
da insorgere contro il nuovo potere in futuro.
Nel dicembre 2013 Hussein Suleiman,
un giovane medico di bell’aspetto, alto ufficiale del Fronte islamico, uno dei gruppi
della guerriglia anti-Assad, fu inviato in
missione di pacificazione presso un’unità
locale dell’Isis. Quando Suleiman non fece
ritorno alla base, il Fronte islamico contattò Daesh ed ebbe la conferma che era stato
fatto prigioniero in quanto spia. Quando
Suleiman fu rilasciato nel quadro di uno
scambio di prigionieri, il 31 dicembre, il
Fronte islamico ricevette una salma mutilata: il giovane medico era stato torturato
e la parte superiore della testa non c’era
più. Il giorno seguente il fronte islamico
pubblicò su internet immagini del suo corpo maciullato accanto a foto di com’era da
vivo. Le foto si diffusero rapidamente sui
social media scatenando proteste nelle città di tutta la Siria contro la brutalità
dell’Isis; nelle città controllate dall’Isis i miliziani spararono sui dimostranti, facendo
crescere ancora di più la rabbia.
Nel giro di pochi giorni i principali gruppi della guerriglia siriana unirono le forze
per dichiarare guerra all’Isis. Migliaia di
combattenti furono uccisi nei primi mesi
del 2014 nel corso di violentissime battaglie fra Daesh e le altre fazioni della guerriglia, con alti comandanti di entrambe le

parti rapiti, torturati e assassinati. L’Isis fu
sopraffatto e costretto a ritirarsi dalla Siria
occidentale.
Il 16 gennaio 2014 l’inviato di al-Zawahiri, Abu Khalid al-Suri, pubblicò un messaggio su internet, twittando che Daesh stava
cercando di corrompere la jihad come aveva fatto in Iraq: i combattenti dovevano dirigere le loro bombe contro gli infedeli, dichiarò, non contro altri jihadisti. Diciassette giorni dopo, al-Zawahiri giocò la sua ultima carda ed espulse l’Isis da Al Qaeda.
Per quelli dell’Isis tutti i ponti ormai erano tagliati. Per far capire chiaramente che
la riconciliazione non era contemplata, inviarono al loro vecchio capo un messaggio
di quelli che rimangono impressi: il 21 febbraio cinque uomini riuscirono a penetrare nel complesso dove si trovava al-Suri, ad
Aleppo. Appena videro il loro obiettivo,
uno degli assalitori azionò la sua cintura
esplosiva. Il fedele servitore di al-Zawahiri,
inviato dall’Afghanistan come paciere, rimase ucciso.
Dalle loro celle in Giordania, Abu Qatada e al-Maqdisi osservavano sempre più
preoccupati la feroce lotta fra l’Isis e Al
Qaeda.
Con il giusto piano di riconciliazione,
al-Maqdisi era convinto che fosse ancora
possibile ripristinare l’unità.
Usando degli intermediari per tenere
al-Zawahiri informato dei suoi tentativi di
mediazione, al-Maqdisi alla fine del 2013
contattò il gruppo di comando dell’Isis rivolgendosi a uno dei suoi ex studenti, un
giovane del Bahrein di nome Turki Binali.
Binali era un suo protégé. Dopo essere entrato nelle file di Daesh aveva fatto una rapida carriera e nella primavera del 2014
era stato nominato «erudito in armi» capo
dell’organizzazione. In teoria, sarebbe potuto bastare un decreto firmato da Binali
per mettere fine alla guerra civile tra Daesh e Al Qaeda.
Al-Maqdisi racconta che i primi scambi
erano stati incoraggianti, ma che con il passare dei mesi, e il proseguire dei combattimenti, si convinse che Binali non aveva
molta volontà di ricomporre la faida. Il 26
maggio 2014 al-Maqdisi giudicò che i negoziati erano arrivati a un punto morto e con
il sostegno degli altri ideologi di Al Qaeda
promulgò una fatwa contro l’Isis.
«È divenuto necessario dire la verità, dopo aver esaurito tutte le possibilità di dialogo e tutte le speranze di far tornare Daesh
sulla via della verità», scrisse al-Maqdisi.
L’organizzazione ribelle, dichiarò, non aveva nessuna «giustificazione islamica».
Al-Baghdadi, i suoi comandanti e i loro funzionari religiosi erano «devianti» che avevano «disobbedito agli ordini dei loro capi
e dei maggiori studiosi».
Al-Maqdisi e Abu Qatada continuano a
sperare che l’unità che predominava quando c’era Bin Laden possa tornare, ma ammettono esplicitamente che l’Is sta vincendo la guerra sul campo, e anche la battaglia della propaganda. «È una situazione
fluida», suggerisce ottimisticamente Abu
Qatada. «Al momento l’Isis è ubriaco di potere». Ma prima o poi, è convinto, dovrà tornare a negoziare con Al Qaeda. I due uomini sono convinti però che gli avvenimenti
dell’ultimo decennio, e in particolare la
guerra con l’Is, siano il segnale che Al Qaeda deve riconsiderare le sue tattiche.
Al-Maqdisi è convinto che Al Qaeda non
debba più puntare a reclutare seguaci in
gran numero: ha bisogno di «persone di
qualità», dice, che abbiano una conoscenza approfondita della dottrina islamica e
non si limitino a sfruttarla per perseguire
loro fini personali.
Al Qaeda ha sempre sostenuto che la
creazione del califfato è lo scopo finale, ma
che non ci sono ancora le condizioni adatte. Ma ormai è passato un anno da quando
al-Baghdadi ha proclamato il suo califfato
(l’Isis è così divenuto Is, Stato islamico), e
più a lungo l’Is riuscirà a tenere il suo territorio e sbandierare al resto del mondo i
suoi successi militari, più riuscirà a sottrarre credibilità ad Al Qaeda.
Da ideologi intrisi di quattordici secoli
di dottrina islamica, al-Maqdisi e Abu Qatada tendono a privilegiare l’ottica di lungo
termine: per loro, la crisi attuale di Al-Qaeda va vista in una prospettiva di decenni,
non di mesi, e questo probabilmente spiega il loro relativo ottimismo sulle chances
di rinnovamento dell’organizzazione. Per
il momento, però, i loro violenti attacchi
contro l’Is non hanno contribuito granché
a frenare la sua avanzata.
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ROMA. È rientrato in Italia ieri

sera Ignazio Scaravilli, il
medico catanese rapito in Libia
il 6 gennaio scorso. Con lui
sull’aereo di Stato c’era il capo
dell’Unità di Crisi della
Farnesina, Claudio Taffuri.
Sono molte le ombre attorno
ad una “sparizione” di cui
ancora non si comprende a
pieno la natura. Si è sempre
parlato di rapimento, ma
dall’autoproclamato governo
di Tripoli ieri è arrivata una
versione alternativa: Scaravilli
non sarebbe stato affatto
rapito bensì fermato e tenuto
in arresto per tutto il tempo dai
servizi segreti locali. «Ansar al
Sharia e Isis non c’entrano, il
medico era sotto indagine e ora
che l’indagine è chiusa è stato
chiamato il ministero degli
Esteri per riportarlo a casa», ha
detto il portavoce libico Jamal
Zubia.

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Forse hanno litigato
per soldi, per la cocaina o per la
prostituzione. «Forse si ribellava perché Antonella pretendeva che si prostituisse per lei»,
ipotizza un vicino di casa. Quello che è certo è che Carlos Julio
Torres Velesaca, transessuale,
ecuadoriano di 20 anni, ha prima sfasciato la casa di Antonella Gisonna, che di anni ne aveva 51 e viveva da sola in via
Amedeo 33 a Milano. Poi l’ha uccisa nel corridoio con dieci coltellate, di cui una mortale al petto, prima di decapitarla e di lanciare la testa fuori dalla finestra, nel cortile. Non ha spiegato il motivo di tutta questa barbarie ai carabinieri che l’hanno
immobilizzata in casa dopo
aver sfondato la porta blindata.
Aveva le mani ferite e a loro è

MILANO.

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sembrata fuori di testa e sotto
l’effetto della cocaina (trovata
su alcuni pezzi di vetro degli
specchi recuperati per terra).
La lite improvvisa si è scatenata in casa alle 2 di notte dopo
una giornata trascorsa insieme, Antonella aveva presentato la transessuale ai vicini di casa come cugina. Antonella,
all’anagrafe Antonietta, napoletana, era nonna di due nipotini. Vedova con ricordi di vacanze alle Bahamas, un passato da
infermiera ausiliaria (mestiere
interrotto, diceva, a causa di
una epatite C) e due figlie di cui
una in carcere a Opera — condannata a 16 anni per traffico
di droga — e l’altra a Vigevano
con due figlie, aveva convissuto
in via Cilea con un marocchino
arrestato nel 2013 trovato con

un chilo e mezzo di hashish. Lei
era stata indagata a piede libero e aveva dei precedenti per
spaccio anche recenti. Qualcuno dice anche che si prostituisse e che magari subaffittasse la
casa alla trans per i suoi giri.
«Prendeva una pensione di 110
euro al mese. Una volta le avevano staccato la luce ed era venuta da me per mettere in carica i suoi due cellulari» racconta
un conoscente.
Nella notte aveva litigato
con la trans che di solito vive da

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MILANO. Si «scusa», giura di aver agito
solo per aiutare un amico. «Volevo solo
spaventarlo». Josè Emilio Rosa Martinez
(nella foto sopra) si è difeso così, ieri,
nell’interrogatorio di convalida davanti
al gip. Il diciannovenne di El Salvador,
accusato per tentato omicidio per aver
quasi amputato un braccio al capotreno
Carlo Di Napoli a Villapizzone, sul treno
che viaggiava dall’Expo a Milano. I suoi
due presunti complici, invece, hanno
respinto le accuse. Il gip Gennaro
Mastrangelo ha convalidato due dei tre
arresti, ma gli indagati restano
comunque in cella. Oggi in prefettura a
Milano vertice sulla sicurezza a bordo
dei convogli Trenord.

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un’altra parte. «Cosa ti credi di
fare, cosa stai facendo, vai via»,
aveva gridato a Carlos. Parole
che erano rimbombate nel cortile del palazzo Aler (case popolari). La finestra della sala da
pranzo era aperta. Luci accese.
«Ho sentito le grida — racconta
una signora — ma lei alzava
spesso la voce, era un po’ nevrotica, aveva una cagnolina che
adesso vorrei tenere io». La
trans, regolare in Italia (permesso di soggiorno da ottobre
2010 e nessun precedente) ha

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TARANTO. Un uomo di 44 anni,

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sfasciato i mobili e ha rotto gli
specchi. Due vicini chiamano il
112. Il primo segnala la lite con
le urla. Il secondo è un signore
che dall’alto del quinto piano
vede la finestra al balcone della
donna, dietro una scala e l’asse
da stiro. Dietro le tende scorge
le sagome di due donne, una
che con un coltello colpisce l’altra. I carabinieri del nucleo operativo diretto dal colonnello Biagio Storniolo arrivano in tre minuti, dopo che un altro vicino
era giunto al portone di Anto-

nella: «Apri». Era tornato con
un coltello a picchiare contro la
porta. Invano.
Per tutti Carlos Julio era una
femmina, vestito e truccato da
donna. Vista con Antonella da
diversi vicini di casa, sabato, in
cortile e davanti a un bar. Una
conoscente della vittima riguarda la foto del giovane arrestato:
«Sì sì, è lui. Aveva accarezzato il
mio gatto. Antonella mi aveva
detto “ti presento mia cugina”,
e lei mi aveva fatto un sorriso».
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originario di Bari è morto nelle
acque di Castellaneta Marina,
in provincia di Taranto, dopo
aver avvertito un malore
mentre tentava di soccorrere
due bagnanti in difficoltà.
L’episodio è avvenuto su un
tratto di spiaggia libera, nei
pressi di Lido Paradiso. L’uomo
si è lanciato in acqua quando
ha visto che alcune persone
stavano avendo difficoltà a
rimanere a galla per il mare
mosso e non riuscivano a
tornare a riva. Dopo pochi
metri a nuoto, però, si è sentito
male (non è ancora certo il
motivo) e a sua volta è stato
soccorso da altri bagnanti che
lo hanno visto annaspare.
Quando sulla spiaggia sono
giunti gli operatori del 118 e i
carabinieri, il 44enne era già
morto e a nulla sono valsi i
tentativi di rianimarlo.

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TRENTO. Due persone, un 42enne di Oder-

zo (Treviso) e un 23enne di Talamona
(Sondrio), sono morte colpite da fulmini
in Trentino e in Lombardia. La domenica
in montagna è stata funestata da due temporali violenti che si sono abbattuti sulla
Marmolada, tra le Provincie di Trento e
Belluno, e sulle Alpi Orobie, in Valtellina.
Cinque le persone ferite, quattro in Trentino, di cui uno grave, e una in Lombardia.
Mirco Querin, 42 anni di Oderzo, è la vittima della saetta caduta ieri mattina sulla
Marmolada, in Trentino. Insieme a un
gruppo di alpinisti trevigiani, è stato sorpreso da un temporale mentre stava scendendo sul tratto attrezzato della via normale sulla Punta Penia (3.343 metri). Ferito gravemente anche un alpinista 52enne
di Ponte di Piave. Due persone della cordata hanno riportato contusioni, una donna
è stata ferita a una gamba. «Quando è

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scoppiato il temporale gli escursionisti
hanno iniziato a scendere velocemente,
ma sono stati investiti dalla scarica nei
cento metri di ferrata che conducono alla
vetta». Gli elicotteri sono stati bloccati da
un muro di nubi, i soccorsi sono arrivati
con gli impianti di risalita. Il corpo del
42enne non è stato ancora recuperato.
La vittima colpita durante una escursione in Valtellina è un giovane del posto:
Marco Bianchini, 23 anni, di Talamona. La
tragedia è avvenuta attorno alle 15,30
sull’Alpe Piazza, a quota 1900 metri, nel
territorio di Albaredo. Il giovane è stato
folgorato mentre era impegnato con un
amico, uscito illeso. È stato quest’ultimo,
scioccato, a lanciare l’allarme al “118”. Anche in questo caso l’eliambulanza non è
riuscita a raggiungere la montagna perché avvolta da una fitta nebbia e martellata da una pioggia battente.

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«alt» e di «pericolo», raccordi improvvisati, segnali lampeggianti, frecce luminose, svoltare a destra e svoltare a sinistra, un moto perpetuo per ritrovarsi dopo
due o tre ore sempre a pochi chilometri da casa.
Da Villarosa — via Caltanissetta — fino a Canicattì, è il viaggio
quotidiano dell’imprenditore
agricolo Vincenzo Misuraca. Prima va verso Enna, poi gira per
Caltanissetta, segue la targa
«Valle dei Templi 73 km» ma dopo duemila metri un muro di cemento lo costringe a fare una
spericolata manovra e immettersi sulla superveloce per Gela. Sale un’altra volta per Caltanissetta, al bivio si spalanca lo «spettacolo» della statale 640 con biforcazioni da luna park. La stanno
trasformando in autostrada, un
miliardo 533 milioni di costo preventivato, il logo onnipresente
della ravennate Cmc che ha preso l’appalto (con la catanese Tecnis), polvere in cielo e bitume vomitato nei campi. Questa è la famosa «strada della legalità», così battezzata perché «antimafiosi» si sono autoproclamati gli
sponsor politici e imprenditoriali. Mai un attentato durante i lavori, mai un rogo, neanche lo
scoppio di un petardo. Per chi conosce come vanno certe cose
non ci sono molte spiegazioni: o
fra Caltanissetta e Agrigento è
scomparsa definitivamente la
mafia o si sono messi tutti d’accordo.
Palermo a destra o Palermo a
sinistra? Meglio tornare indietro, distrarsi significa non ritrovare più la strada. Palermo a destra o Palermo a sinistra? Da
quando il 9 aprile il viadotto Imera ha ceduto, la capitale della Sicilia è un miraggio, circolazione
a corsie alternate fino al km 73
dove un cartello avverte che l’autostrada è morta e l’isola spaccata in due.
C’è il bivio di Tremonzelli, comincia l’odissea delle Madonie.

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VILLAROSA (ENNA). Come tutti i
suoi concittadini il sindaco attraversa il ponte a piedi, ottanta metri all’andata e ottanta al ritorno. Così risparmia 116 chilometri di curve e tornanti. Prima
scende dalla sua auto sulla riva
sinistra del fiume, poi sale su
un’altra auto sulla riva destra.
C’è sempre un amico o un parente che l’aspetta su una sponda
del Salso, corso d’acqua salato
che s’insinua fra le miniere di zolfo abbandonate. Sembra un posto di frontiera questo ponte costruito dagli americani subito dopo la Seconda guerra, e in effetti
confine è, confine fra province e
ultima stazione di un’isola popolata da isolati.
La frana che ha spezzato in
due la statale numero 121 fra il
territorio di Enna a quello di Caltanissetta ha ufficialmente dichiarato Villarosa il paese più
lontano e irraggiungibile di una
Sicilia dove ormai ci sono cinquemila chilometri di strade interrotte su ventimila, viadotti che
crollano, piloni che si accartocciano, svincoli sbarrati, carreggiate provinciali e comunali impercorribili, incroci che sono diventati un labirinto dove tutti si
perdono e si disperano. Ci si arrampica sulle montagne, si riscoprono antiche USB[[FSF borboniche, si precipita dalle colline al
mare come su un ottovolante.
Con Palermo e Catania che non
sono mai state così distanti — 4
ore di macchina — da quando
nel 1970 hanno inaugurato
quell’A 19 che oggi è incubo e
metafora della Sicilia in disfacimento.
È proprio qui, lungo l’autostrada che la taglia trasversalmente, in località Cinque Archi, che
c’è il punto più disgraziato del disastro geologico—viario annunciato.
Sulle mappe Villarosa è un
puntino in mezzo a una valle, dietro un curvone il viadotto dell’autostrada pericolante che è sotto
sequestro giudiziario, poi il ponte sul Salso. È la sola via veloce
d’ingresso e d’uscita dal paese,
ma da quando — il 18 marzo —
uno smottamento sulla statale
121 ne ha ostruito il passo, tutti
si sono organizzati per superare
quegli ottanta metri che li dividono dal resto del mondo. A cominciare dal sindaco Franco Costanza e a seguire dagli infermieri e
dagli studenti di Villarosa che
ogni giorno devono raggiungere
Caltanissetta, dagli impiegati di
banca e dal farmacista di Caltanissetta che ogni giorno devono

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raggiungere Villarosa. C’è soltanto da oltrepassare a piedi il
ponte con qualcuno che dà assistenza di qua o di là con un altro
mezzo, altrimenti bisogna fare
un giro dell’oca che — deviazione su deviazione — 58 chilometri dopo ti fa arrivare a Caltanissetta. Tempo minimo del tragitto: un’ora e un quarto. Esattamente sessanta minuti in meno
di quanto, nel 1933, ci impiegava a dorso di mulo Gioacchino Nigrelli, pensionato delle Poste novantatreenne: «Io però tagliavo
per i sentieri di campagna».
Il sindaco Franco Costanza va
avanti e indietro dalla prefettura di Enna: «Per rimuovere la frana, aggiustare la strada, risistemare l’alveo del fiume e incamiciare i piloni dell’autostrada ci
vogliono 4,5 milioni». Ce ne vorranno altri 200 per rimettere a
posto tutta l’A 19, l’Anas però ne
ha messi in cantiere appena 9. E
ci vorranno almeno 2 miliardi di
euro per riaprire e garantire la
manutenzione di tutte le maledette strade siciliane.
Soldi che certo non pescheranno nelle acque del Salso sotto i
Cinque Archi dove Goethe —
coincidenze della storia —
nell’aprile del 1787 durante il
suo Grand Tour in Italia provò il
brivido di guadare il fiume salato rimanendo impressionato
«nel vedere uomini nerboruti caricarsi cavalieri» per trasportarli
dall’altra parte.
Partire da Villarosa e darsi come meta Agrigento o Palermo in
questi mesi è una follia. Camminamenti tortuosi, cartelli di

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Ventidue chilometri in su e ventitré in giù, sfiorando Castellana,
entrando a Polizzi Generosa, passando sotto le Petralie per poi rotolare sconvolti dentro il Mar Tirreno. Il paese di Polizzi, appollaiato sul suo monte, non conosceva tanta affollamento dal 1535,
l’anno in cui Carlo V lo visitò da
imperatore.
Filippo Lo Verde è il proprietario del primo bar di Polizzi venendo da est: «Questa è diventata la
principale arteria della Sicilia,
ma fino al giorno prima del cedimento del viadotto Imera era
chiusa da mesi per una frana:
l’hanno riaperta magicamente
per l’emergenza». Era così vietata al transito che Lo Verde — che
ha casa in campagna a pochi minuti in direzione di Scillato — fino a quel 9 aprile per dare un po’
d’acqua alle piante doveva fare
un volteggio di 60 chilometri.
Chiusa da quindici anni anche
la strada che da Polizzi porta alla
neve di Piano Battaglia. Crollato
un ponte sulla Palermo—Sciacca, chiusa la sopraelevata fra
Porto Empedocle e Agrigento,
chiusa tutta la Sicilia. Ed è ancora ripiegato su se stesso anche il
ponte Scorciavacche sulla Palermo—Agrigento, quello inaugurato prima di Natale e caracollato prima di Capodanno. A proposito della Palermo—Agrigento,
nelle carte dei carabinieri del
Ros c’è un’intercettazione che
chiarisce cosa si muove sempre
sotto quelle strade e quei ponti:
«Lì c’era un giro di bustarelle da
far paura».
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più solo biglietti aerei, vestiti, cellulari e libri. Dal computer si potranno acquistare legalmente
anche antidolorifici e antipiretici. Quello che fino ad oggi era
vietato, dal primo di luglio sarà
permesso, almeno in parte.
L’Europa apre alle farmacie online e l’Italia si adegua. Tra due
settimane potranno essere
pronti i primi shop, dove acquistare solo medicinali per i quali
non è necessaria la ricetta del
medico. Teoricamente perché
l’Italia sembra essere un po’ in
ritardo: i rivenditori devono ancora essere autorizzati, mancano infatti alcuni atti del ministero della Salute e poi il via libera
delle Regioni ai singoli privati.
Non è ancora chiaro quindi
quante delle 18mila farmacie e
delle oltre 5mila parafarmacie
italiane faranno domanda, ma
la rivoluzione ormai è avviata e
presto con un click ci si faranno
spedire a casa pomate, pasticche e sciroppi.
La novità è introdotta da una
direttiva europea contro la contraffazione. Internet è un grande spaccio illegale di medicinali, molto spesso fasulli e quindi
pericolosi. I controlli non sono
facili, visto che si stimano qualcosa come 40mila siti non autorizzati con server in mezzo mondo che vendono soprattutto Viagra, Epo, anabolizzanti e anoressizzanti. Tutti farmaci che
avrebbero bisogno della ricetta
di un medico, e la cui vendita in
Italia resterà quindi vietata. La
direttiva lasciava libertà ai Paesi di aprire al commercio online
solo dei medicinali senza prescrizione oppure anche di quelli che la richiedono. Il nostro
Paese ha optato per il regime
più restrittivo.
I siti legali saranno tutti inseriti in una lista pubblica e dovranno avere un bollino di riconoscimento del ministero, per
individuare chi segue le regole.
Con la novità si spera anche di
ridurre l’acquisto attraverso canali clandestini. In Rete potranno vendere solo le farmacie e le
parafarmacie che hanno già
punti vendita “fisici”. I medicinali dispensati sono gli “otc” o i
“sop”. Si tratta sempre di prodotti per i quali non è necessaria la ricetta, la differenza è che
sui primi le industrie possono
fare la pubblicità e sui secondi
no. Il giro d’affari annuo di questi prodotti, che sono in tutto

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circa 1.700, è di quasi 2 miliardi
e 300 milioni nel 2013, su un totale di spesa farmaceutica a carico dei cittadini (che comprende i medicinali con ricetta bianca e il ticket su quelli con ricetta
rossa) di 7 miliardi e 800 milioni. Il principio attivo più acquistato di questo gruppo è il diclofenac, un anti-infiammatorio
che viene declinato in decine di
versioni e nomi commerciali.
Seguono gli antipiretici e antidolorifici, cioè i super diffusi
ibuprofene e paracetamolo.
Non è chiaro se la possibilità

di comprare online farà crescere i consumi. Praticamente tutti i soggetti che si erano schierati contro la vendita dei farmaci
di fascia C (con ricetta ma a carico dei malati) nelle parafarmacie, sottolineando proprio la pericolosità di aumentare gli acquisti, non sembrano essere invece molto impressionati dal
cambiamento, che comunque è
destinato ad aumentare di molto l’offerta. Farmindustria, Federfarma, Aifa puntano soprattutto sul fatto che la novità potrebbe mettere un freno alle

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vendite online illegali. Riguardo al consumo osservano, come
fa ad esempio il presidente
dell’associazione degli industriali del farmaco Massimo
Scaccabarozzi: «Sarà una possibile alternativa al recarsi in farmacia, ma non credo porterà a
un aumento dell’uso dei medicinali». In effetti i farmaci si comprano generalmente quando si
hanno problemi di salute e
quindi per ottenerli velocemente è più probabile che i cittadini
continuino a scegliere la farmacia sotto casa senza attendere i

tempi di consegna di un ordine
online. Ma bisogna vedere a
quali sconti potrebbe portare la
vendita su Internet, visto che il
risparmio può attrarre molti cittadini. «Le farmacie – dice Annarosa Racca di Federfarma –
sono presenti in modo capillare, e questo potrebbe rendere
l’acquisto online limitato». Qualunque sia il canale di acquisto,
comunque, produttori e rivenditori rimarranno gli stessi. I
soldi andranno sempre nelle
stesse tasche.
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MILANO. Spesso i farmaci a marchio aggirano le scadenze dei brevetti, che aprono la
strada alle repliche dei generici, con trovate commerciali. Come introdurre e brevettare modalità diverse di somministrazione
come il “rilascio prolungato”, o prodotti pediatrici, che tengono lontana la concorrenza su certi segmenti (un generico costa fino all’80% meno dell’originale).
Dal primo giugno, per la prima volta in
Italia, tale strategia è stata vanificata dal
Tribunale di Torino, che ha dichiarato nulla la frazione italiana del brevetto di AstraZeneca sulla quetiapina, antipsicotico di seconda generazione usato contro schizofrenia, manie e disturbi bipolari con un mercato oltre il miliardo di euro. Il collegio ha dato ragione al ricorrente Sandoz (gruppo Novartis), assistito dallo studio Pavia e Ansaldo, e ribaltato l’esito di una consulenza tecnica che validava la protezione brevettuale
sulla quetiapina a rilascio prolungato (quella semplice era scaduta il 2002). Il giudice
ha considerato non valida l’attività “inventiva riferibile all’uso di un agente gelatinizzante aggiunto a quetiapina o a un suo sale
farmaceuticamente accettabile”. La sentenza, prima nel merito in Italia, s’inserisce nel contenzioso di sette Paesi europei.

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europea, il progetto politico
più coraggioso di cui é
stato capace il vecchio
continente, subisce i colpi della
crisi economica in due sensi:
per gli effetti elefantiaci che le
strutture
euro-burocratiche
hanno in tempi in cui ci sarebbe
bisogno di coraggiose scelte politiche comunitarie; e per gli effetti regressivi causati dalla rinascita dei nazionalismi. La debolezza della politica comunitaria alimenta indirettamente la
propaganda dei confini. A soffrire gli effetti di questa spirale
perversa sará la cittadinanza
europea, quel nucleo di diritti civili e politici che hanno aperto
spazi enormi alla creativitá e alla libertá. Le grida ringhiose di
Salvini e alcuni governatori delle regioni del Nord contro rifugiati e profughi avranno effetti
perversi sulla cittadinanza europea. La quale si è sviluppata
proprio sul diritto di movimento: diritto non solo di uscita, giá
contemplato nelle costituzioni
democratiche, ma di entrata,
ovvero diritto di emigrare. Il
Trattato di Roma stabilì le condizioni di questa libertá fondamentale, perfezionata dai successivi trattati, e fece del continente uno spazio aperto, senza
steccati, senza dentro e fuori.
Qui sta l’embrione della cittadinanza sovrannazionale, del cosmopolitismo
democratico;
l’opposto é la cittadinanza identificata all’appartenenza nazionale, che chiude ed esclude.
L’Unione europea è nata su
una premessa rivoluzionaria, simile a quella che portò alla genesi della cittadinanza nazionale con la Rivoluzione francese.
Se nel 1789 la nazione conquistò lo stato, dal Trattato di Roma in poi prese avvio un processo più compiutamente universalista e più coerente con i principi del 1789, perché propose di
disarticolare la cittadinanza
dalla nazionalità per farne
espressione piena dei diritti della persona.
Si trattó di una rivoluzione silenziosa, che marció attraverso
trattati e abiti giuridici e mutó
gradualmente il modo di concepire lo spazio di vita. La cittadinanza europea dissocia i due paradigmi che hanno segnato,
nel bene e soprattutto nel male, la storia della cittadinanza
moderna: ovvero la cittadinanza come assoggettamento alla
legge dello stato e la cittadinanza come espressione di identità
nazionale. Come ha scritto Ulrick Preuss, la “cittadinanza europea può essere considerata
come un passo ulteriore verso
un nuovo concetto di politica simultaneamente dentro e fuori
la cornice di significato tradizionale che le diede lo stato-nazione”. Cittadini degli stati membri e cittadini di un ordine post-nazionale: questa doppia
identitá rafforza le nostre libertá e ci assegna più poteri.
È l’immigrazione quindi la
pietra di paragone per valutare

-

A CITTADINANZA

la cittadinanza europea. In questi anni di destabilizzazione
dell’ordine regionale in molte
parti del globo e di impoverimento di un numero crescente
di popoli, le frontiere sono tornate a essere il luogo della politica identitaria e le ragioni delle
nazioni hanno ripreso forza contro le ragioni delle persone e
della libera circolazione. Non ci
si deve illudere dicendo che la
chiusura delle nostre frontiere
riguarda i non europei. Questo
é un argomento sofistico: saranno anche i cittadini europei a subirne le conseguenze. E le recenti contestazioni di Schengen hanno un significato sinistro poiché se il bisogno della difesa dei “nostri” territori contro “gli altri” si fa strada, allora
tra gli altri ci finiranno prima o
poi anche coloro che provengono dagli stati membri, per
esempio i più bisognosi di muoversi per cercare lavoro ed emigrare.
Insieme all’euro-burocrazia,
dunque, la questione dell’immigrazione sta cambiando la natura del progetto europeo perché
mette in moto gli unici soggetti
di decisione politica al momento esistenti, ovvero gli stati nazionali. Con la contestazione di
Schengen riprende forza la cittadinanza etnica e con essa la
politica si riposiziona pericolosamente verso ragioni di esclusione. La cittadinanza torna a
prendere i colori delle etnie, a
usare i linguaggi della purezza
da preservare dalla contaminazione con gli stranieri. Rispolvera il gergo del populismo crudo
e di pancia che alimenta le retoriche semplicistiche della destra etno-fascista.
Come contro altre minoranze in passato, i populisti di oggi
si appellano alla cittadinanza
“nostra” per censurare tutto
quel che la macchia. Fanno della cittadinanza un’arma di
esclusione. Con la lungimiranza che veniva dal ricordo vivo
delle sofferenze della guerra e
delle persecuzioni, il Trattato
di Roma aveva messo alla base
del futuro la libertá di movimento. I destini della nostra libertá, negli stati membri come
in Europa, sono ancora oggi aggrappati alla forza di quella libertá. L’immigrazione é dunque una sfida alle ambizioni
progressiste e democratiche
dell’Europa perché mentre nessuno puó mettere in dubbio la
ragionevolezza della necessitá
di regolare i flussi migratori nei
nostri paesi, non tutti sono convinti che questa regolamentazione debba avvenire nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignitá delle persone. Per
sconfiggere sul nascere la propaganda etno-fascista dei populismi di destra, occorre che l’intera comunitá europea si impegni, non alcune regioni o alcuni
stati membri; poiché, appunto,
la questione della libertá di movimento é un bene di tutti i cittadini europei.
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ENEZIA scivola verso il centrodestra dopo oltre vent’anni di sindaci di sinistra. È
il dato senza dubbio più significativo dei ballottaggi nelle città. Venezia città di
frontiera sul piano politico, dentro i confini di una regione tradizionalmente
amministrata dal centrodestra, prima Forza Italia e ora la Lega. Venezia laboratorio politico, se così si può dire: tant’è che con Massimo Cacciari ha vissuto l’esperimento di un centrosinistra che contendeva i voti alla marea montante leghista, nel tentativo di suggerire un cambio di passo al partito romano (prima Ds, poi Pd) e di imporre
la “questione settentrionale” come problema politico cruciale che la sinistra non poteva
ignorare.
Ebbene, Venezia ha smesso di fidarsi del Partito democratico dopo anni di disillusioni. E non si è fidata nemmeno di Felice Casson, l’ex magistrato, il candidato scelto attraverso il solito meccanismo delle primarie. Personaggio connotato come anti-Renzi, Casson; anzi, uno dei più tenaci e puntuali in Parlamento fra gli oppositori del presidente
del Consiglio, tanto da essere etichettato
come seguace di Civati. Ne deriva che Ren- po una buona immagine e Casson non è
zi non piangerà troppo per la sua sconfit- bastato a rinnovarla, forse anche perché
ta, visto che stavolta si tratta della disfat- non ci ha provato abbastanza. Si conferta di un avversario interno. In realtà per il ma in ogni caso che oggi al Nord sono in
premier sarebbe stato necessario vince- difficoltà tanto i candidati vicini al presire. Perdere nella più importante delle cit- dente del Consiglio (e segretario del Pd)
tà in cui si è votato al se- quanto i suoi avversari, portatori di una
turno, è in ogni ca- diversa idea del partito. Perdono sia le
*- condo
so un passaggio a vuoto Moretti e le Paita, alle regionali, come i
16/ in un momento in cui Pa- Casson alle comunali.
50 lazzo Chigi avrebbe bisoL’ex magistrato non è riuscito a convogno di buone notizie e gliare su di sé i voti dei Cinque Stelle. Pronon della conferma di babilmente gli elettori di Grillo sono ritrovarsi nel mezzo di un periodo grigio.
masti a casa, in buona compagnia visto
Certo, questo risultato non influirà sul che circa il 52 per cento dei veneziani
quadro nazionale. Ma sarebbe un errore non si è scomodato per il secondo turno.
sottovalutare i messaggi che gli elettori Sta di fatto che la vittoria di Brugnaro,
veneziani hanno mandato a Roma. Il pri- uomo pratico con la patina di indipenmo è appunto che il Pd sta attraversando dente, capace di battere sul problema
un periodo mediocre.
del momento, la sicurezza, indica una noA Venezia il partito non aveva da tem- tevole capacità di aggregazione da parte

7

di un “uomo nuovo” o che riesce ad apparire tale. Niente Berlusconi a Venezia,
niente retorica dei tempi andati. Brugnaro ha nascosto i buchi neri di Forza Italia
ed è riuscito a convogliare su di sé i voti
di Salvini e anche quelli di un ampio arco di forze eterogenee. I grillini, come si
è detto, probabilmente si sono astenuti. Ma non è senza significato che così facendo abbiano favorito in modo indiretto la vittoria del candidato di centrodestra.
Fra un loro amico, quale Casson aveva dimostrato di essere in Parlamento,
e un personaggio a loro sconosciuto come Brugnaro hanno preferito lasciar
vincere quest’ultimo. È una riflessione
che senza dubbio a Renzi non sfuggirà.
Cosa accadrà il giorno in cui si voterà
per le politiche nazionali con l’Italicum? Quel giorno Renzi andrà al ballottaggio con il Pd, ma dall’altra parte potrebbe trovarsi di fronte una coalizione
eterogenea di tipo veneziano. Una coalizione, non sappiamo guidata da chi, in
grado di mettere insieme leghisti e ex
berlusconiani, oltre a coloro che esprimono in modo confuso un malessere e
un desiderio di cambiare. È uno scenario molto pericoloso per il presidente
del Consiglio. Venezia in fondo si conferma laboratorio politico. Un laboratorio
per la nuova destra che cerca la sua direzione di marcia.
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<SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

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CIOÈ perché abbiano cercato in tutti questi mesi di sopire la crescente irritazione per l’atteggiamento del governo Tsipras e si siano prodigati in solenni dichiarazioni sull’ineluttabilità della permanenza della Grecia nella moneta unica. Il motivo di questa ipocrisia è abbastanza semplice. Un default greco comporta due costi: il primo elevato, il secondo insopportabile. Il primo costo è rappresentato dal volume del debito che i governi europei hanno garantito alla Grecia. Se questa
dovesse fare bancarotta, i contribuenti europei sarebbero chiamati a ripianare un buco di centinaia di miliardi (solo per l’Italia si parla di quaranta miliardi). Sarebbe un salasso pesante per un continente che sta finendo di mettere i conti in ordine dopo la crisi, ma non mortale.
Il secondo costo che si rischia di pagare riguarda la natura stessa della moneta unica
e la sua sopravvivenza. Fin da quando Draghi, tre anni fa, ci salvò dalla crisi di sfiducia
dei mercati promettendo che avrebbe fatto “XIBUFWFS JU UBLFT“ per garantire la tenuta e l’indivisibilità dell’eurozona, il postulato dell’indissolubilità dell’euro è diventato
il suo unico scudo dagli attacchi dei mercati. Un postulato garantito dalla Bce con il consenso e la benedizione dei governi e delle
zioni di forza: convinto di tenere in ostagistituzioni comunitarie.
È evidente che se ora la Grecia dovesse gio la sopravvivenza stessa della moneta
fare default, e soprattutto se dovesse usci- unica.
Ma l’Europa non può neppure permetre dalla moneta unica, il “postulato Draghi“ verrebbe rimesso pesantemente in tersi di tenere la Grecia nell’euro azzerandiscussione. E se i mercati dovessero done i debiti e finanziando all’infinito
smettere di credere che l’Europa difende- una politica che rifiuta di fare le riforme
rà la propria moneta “costi quel che co- necessarie. Se imboccasse questa strada,
sti“, si riaprirebbe inevitabilmente la i partiti populisti di tutti i Paesi in difficolguerra dei debiti sovrani. Gli spread tor- tà, dalla Spagna all’Italia alla stessa Frannerebbero a volare. I governi europei, so- cia, avrebbero buon gioco nel chiedere lo
prattutto quelli più vulnerabili come l’Ita- stesso trattamento riservato ai greci. E
lia, si ritroverebbero alla casella di par- probabilmente, ostentando l’esempio di
tenza di questo mostruoso Gioco dell’Oca uno Tsipras trionfante, vincerebbero le
innescato dalla crisi, azzerando i risultati elezioni decretando, per altra strada, la
di anni di sacrifici dolorosi. Difficilmente morte della moneta unica. Di fronte a
l’Europa potrebbe permettersi di pagare una Grecia che, almeno fino ad ora, rifiuun prezzo simile.
ta di piegarsi al principio di realtà e si avÈ questo il motivo per cui i governi e le via verso il baratro del default, l’Europa
istituzioni della Troika hanno cercato in non ha dunque altra scelta che quella di
tutti i modi di spingere i greci ad accetta- rendere evidente, soprattutto agli occhi
re il piano di salvataggio. Ed è anche il mo- dei mercati, che essa è stata fino all’ultitivo per cui Tsipras ha pensato di poter mo disposta a fare XIBUFWFS JU UBLFT per
trattare con Berlino e Bruxelles da posi- salvare Atene e tenerla nell’euro.

&

La moneta unica non è una prigione.
Questo anche i mercati lo riconoscono. Se
un Paese rifiuta, in modo peraltro assolutamente legittimo, di fare le scelte necessarie per restare nell’Unione monetaria,
nessuno ha il diritto di obbligarlo. Se dunque risulterà chiaro che il default è una
scelta sovrana del governo di Atene, che
non vuole ridurre il proprio deficit o tagliare un sistema pensionistico più generoso di quello tedesco, i mercati non
avranno motivi di rimettere in discussione il “postulato Draghi“. E dunque non
avranno motivo di attaccare la coesione
dell’Unione monetaria, che resterà appannaggio di quei Paesi che ne condividono le regole.
Se invece si dovesse diffondere la sensazione, peraltro ingiustificata, che sia
stata proprio l’Europa a spingere la Grecia verso il default con richieste illegitime e non praticabili, il teorema della indivisibilità dell’euro subirebbe un colpo
mortale. L’Europa si ritroverebbe con il
cerino acceso in mano. E i mercati potrebbero essere nuovamente tentati di metterne in discussione la tenuta.
Ecco perché il “piano B“, che certamente esiste, parte proprio dalla necessità di
confermare la determinazione degli europei a fare XIBUFWFS JU UBLFT, sia sul piano
monetario sia su quello delle scelte politiche nazionali, per restare uniti. Se poi in
questo contesto qualcuno dovesse decidere di andarsene, sarà libero di farlo. Il cerino resterà in mano a lui. Agli europei toccherà leccarsi le ferite e pagare il prezzo
di una fiducia mal riposta. Ma non quello,
ben più salato, di una solidarietà tradita.
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BERLINO

ad appena
quattro giorni fa,
l’11 giugno, l’ultima scintilla di una
guerra evitata per
un soffio, e per entrambi i campi l’escalation di diffidenza e
paura dell’altro in crescendo
continua inarrestata. È accaduto proprio nel Baltico, quando
un quadrimotore antinave Ilyushin 38 dell’aviazione navale
russa ha quasi sfiorato il cacciatorpediniere americano Uss Jason Dunham, e altre tre navi Nato, una britannica, una tedesca
e una francese. Volo radente del
colosso a 150 metri dal ponte
delle navi. Sarebbe bastato un
minimo errore di manovra, o
nervi in tilt a un aviatore russo o
a un marinaio occidentale, per
finire male. E allora decolla il
riarmo. Volano le spese militari
dei paesi baltici e della Polonia,
che aspettano con speranza lo
schieramento a casa loro di armi pesanti americane. Salgono
spese militari e allerta nella Svezia neutrale e in Romania, teme
il peggio anche la Finlandia. E la
Russia di Putin accelera più di
tutti: spese militari cresciute
dell’8,1 per cento nel 2014, di
un 15 per cento (significa un
mostruoso 60 per cento in più di
armi) nel 2015, se sanzioni e cri-

3

ISALE

si economica non lo limiteranno. Ventisei anni dopo la caduta
del Muro di Berlino, è soprattutto nel Nord e nell’Est europeo
che i nemici di ieri tornati avversari voltano le spalle all’addio alle armi.
«Se volessimo potremmo
prendere Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia fino al confine
tedesco in due settimane»: disse il presidente russo. Parole affiancate da fatti, sottolineano
gli esperti Nato e quelli neutrali
del Sipri, l’istituto svedese di ricerche sulla pace. Più armi, dai
micidiali bombardieri Sukhoi
34 ai reparti di hacker che bloccano il Bundestag e spiano Angela Merkel, oltre 100 intrusioni degli enormi vettori atomici
Tupolev 95 e dei Sukhoi in Europa, dai cieli finnici e svedesi alla
rotta d’atterraggio di Londra-Heathrow, rischiando collisioni con jet civili in arrivo uno
ogni 30 secondi, fino al Portogallo. E allora non basta più, per
tranquillizzarsi, sapere che
dall’Estonia alla Manica i Typhoon della Royal Air Force o altri jet Nato caccino via gli intrusi. Baltico e Polonia, nervi al calor bianco, riarmano in corsa.
«Stiamo trattando con Washington per accogliere il preschieramento delle loro armi pesanti», dice il ministro della Difesa polacco, Tomasz Siemoniak. «Se succede il peggio, spo-

stare soldati da noi è facile, ma
è bene avere prima qui l’equipaggiamento»,aggiunge. Pensa chiaramente a G.I. americani, “tommies” britannici e magari truppe scelte francesi. E intanto Varsavia spinge l’acceleratore della Difesa. Ha già aumentato le spese del 38 per cento negli ultimi 10 anni, ora cresceranno di un altro 20 per cento nel 2015. Poi verranno 33,6
miliardi di euro fino al 2026. La
lista della spesa è lunga: 97 droni, missili da crociera per armare gli F16 punta di lancia
dell’aviazione più forte della
“nuova Nato”. E poi centinaia di
carri armati, probabilmente altri Leopard 2 tedeschi, navi,
missili antimissile. «La chiave
di una soluzione politica o militare l’ha in mano Mosca, non vediamo una pace vicina», avverte il presidente Bronislaw Komorowski.
L’annuncio dell’altro ieri del
Pentagono ha acceso sollievo e
speranze, dal Baltico a Varsavia, fin giù alla Romania. Duecentocinquanta tank pesanti
M1 Abrams, blindati trasporto
truppe, artiglieria, intelligence
elettronica, quanto basta per
5000 soldati usa, da “pre-schierare”in tutti questi paesi. «Vogliamo più forze Nato nei nostri
territori, servono come deterrente contro piani d’aggressione russa», afferma il capo dello

stato estone Toomas Ilves. Intanto le tre piccole democrazie,
quasi disarmate (ciascuna ha
solo una minuscola guardia nazionale, niente armi pesanti né
jet) aumentano in corsa le spese militari: Tallinn del 7,3 per
cento, Riga del 14,9 per cento,
Vilnius addirittura del 50 per
cento. Cifre piccole (rispettivamente 412, 254 e 425 milioni di
euro), possono appena creare
infrastrutture efficienti per gli
americani in arrivo. E per i piloti
britannici, italiani, polacchi, tedeschi, che a rotazione difendono i cieli baltici respingendo “visitatori” quasi ogni giorno. Ma il
sintomo della paura è chiaro: è
un’inversione di tendenza in
umori e percezioni collettive,
da cui il presente non offre molte speranze di tornare indietro.
«Ogni notte ci sentiamo più sicuri, quando il rombo di un jet della Nato ci toglie il sonno», ci ha
detto recentemente Vytautas
Landsbergis, leader conservatore dell’indipendenza lituana.
Facile accusare baltici e polacchi di isterismo, noi non avendo
vissuto mezzo secolo di occupazione. La paura corre veloce, a
nordovest dei confini russi. La
neutrale, pacifista Svezia intensifica in corsa i contatti con la
Nato, e dopo una generazione
di tagli torna a più spese militari. Sono cresciute del 5,3 per cento almeno, e il Parlamento ha

chiesto un aumento ancor maggiore, del 12 per cento in 5-7 anni. Programmi precisi, chiariscono chi Stoccolma teme: altri bisonici multiruolo Saab 39 Gripen oltre ai 140 in servizio, missili da crociera per armarli in
missioni antinave, radar, nuovi
sottomarini, più missili antiaerei, missili antinave per la difesa costiera soprattutto nell’isola di Gotland, dove la marina e i
Gripen sono in allarme rosso
permanente dopo continui sconfinamenti dell’”orso”. «Le azioni russe in Ucraina sono la più
grande minaccia all’ordine europeo dalla fine della guerra
fredda», avvertiva un rapporto
del Riksdag, «e un conflitto nel
Baltico diverrebbe un incendio
inarrestabile». Non aumenta le
spese militari la Finlandia, ma
solo perché è da tre anni in recessione. Anche Helsinki comunque tiene squadriglie e reparti speciali in massima allerta. Cresce invece il bilancio della Difesa romeno. Dal Baltico ai
Balcani, dalle due parti della
nuova Cortina di ferro, la corsa
al riarmo continua. E sia “noi”
che “loro”, quasi come nel
1914, notano fonti governative
tedesche, siamo in mano al timore che ogni gesto distensivo
segnali debolezza e cedimento.
Alle armi della ragione preferiamo la ragione delle armi.

*MGSPOUF
PSJFOUBMF
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LE FORZE RUSSE

830.000
militari in servizio

15.000
mezzi blindati

3.500
aerei ed elicotteri, tra cui

770-800
caccia

1.305
bombardieri

352
navi da guerra

FORZE NAVALI
Flotta del Nord
1 portaerei
3 incrociatori
lanciamissili
6 cacciatorpedinieri
pesanti lanciamissili

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26 sottomarini
a propulsione
atomica
Flotta del Baltico
2 cacciatorpediniere
2 fregate
3 sottomarini

I caccia dei Paesi Nato
nel Baltico

F-16

12

REGNO
UNITO
Tornado 8

B-52

2

Bae Hawk 4

USA

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SPESE MILITARI (2014-2015)

Gli
schieramenti
sul confine
fra Russia
e Nord ed
Est Europa

Svezia

+5,3%

FINLANDIA

Lettonia

SVEZIA

+14,9%
Russia

Estonia

+15%

+7,3%
Lituania
ESTONIA

+50%

LETTONIA
RUSSIA

LITUANIA
BIELORUSSIA

POLONIA

Polonia

REP. CECA
SLOVACCHIA
UNGHERIA

+20%

UCRAINA

CROAZIA
BOSNIA

SERBIA
BULGARIA

I caccia dei Paesi non Nato

FRANCIA
Mirage

8

PAESI
BASSI
KDC-10
1

GERMANIA

NORVEGIA

Eurofighter 18

F-16

57

SVEZIA
JAS-39C 140

FINLANDIA
F/A 18

63

ISPOLVERATA dagli ar-

madi della Guerra
Fredda dove sembrava destinata a prendere polvere per sempre, la
dotttrina del “contentimento”
militare dell’Urss concepita 70
anni or sono torna di attualità
con Obama che invia i mezzi corazzati sulla soglia della casa di
Putin. La decisione di pre—posizionare tank pesanti e leggeri,
artiglieria mobile e gli effettivi
di una brigata nei Paesi Baltici,
in Polonia, Ungheria, Romania
e Bulgaria, dunque proprio sulla soglia dei territori del piccolo
Zar, non sposta di nulla un equilibrio militare che favorisce incomparabilmente le Forze Armate della Federazione Russa,
ma segna un altro passo avanti
nella escalation della nuova Mini Guerra Fredda. Fortunatamente, senza missili offensivi e
almeno senza riedizioni di una
Cuba alla rovescia.
Pezzo dopo pezzo, dagli incidenti registrati fra Cina e Stati
Uniti nel Mar Meridionale della
Cina attorno alle insignificanti
isole Spratly al sorvolo di un caccia russo nel Mar Baltico che ha
sfiorato unità francesi, tedesche e britanniche quattro giorni or sono, la scacchiera del
“Grande Gioco” politico, militare e psicologico fra le tre maggiori potenze si sta ricomponendo e i giocatori muovono le pedine, negando di avere intenzioni provocatorie. Anche questa
dislocazione di mezzi militari ai
confini della Russia ha naturalmente «obbiettivi di sola dissuasione», dice la Nato e servirà per «manovre e addestramento» delle truppe estoni, lettoni e lituane.
Ma se la dottrina del “Contenimento” della spinta espansionistica della Russia di Stalin
tracciata da George Kennan
per Harry Truman nel 1946
aveva una semplice qualità bidi-

mensionale — Est contro Ovest, Capitalismo contro Socialismo, Rossi contro Blu, Buoni
contro Cattivi — la partita che
ora Cina, Russia e Usa hanno ingaggiato è chiaramente tridimensionale. Ed è ancora più
confusa e velleitaria che ben definibile. I tre giocatori hanno intenzioni diverse eppure in collisione fra loro. La Cina vuole essere considerata un protagonista politico, non più solo gigante economico e la forza trainante in Asia. La Russia di Putin, dopo le umiliazioni degli anni eltsiniani, vuole riconquistare il rango di superpotenza, soprattutto nel versante occidentale,
dunque europeo, nel nome del
ritrovato panrussismo nazionalista. E gli Usa di Obama, devastati dai disastri morali e strate-

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gici dell’Era Bush, vogliono restare rilevanti ovunque. E tornare a essere il perno attorno al
quale, dopo il collasso dell’Urss,
il resto del mondo ruotava.
La scelta di inviare un piccolo contigente di Humvee, di corazzati leggeri Bradley e Stryker e di tank pesanti M1-A1 agli
estremi confini orientali della
Nato non ha grande impatto
strategico, come hanno riconosciuto anche i governi dei tre
Paesi Baltici e i polacchi, e non
sposterebbe molto in caso di attacco in forze dei russi. Nè, riconoscono gli esperti americani,
ci sarebbero nazioni europee
pronte a morire per i Baltici. Ma
il senso di questo dispiegamento è il suo essere il “canarino nella miniera”, la sentinella che
con il proprio sacrificio avverta

del pericolo. Un dispositivo di allarme che i russi, sul versante
opposto, leggono esattamente
al contrario, come l’avanguardia di un’offensiva oggi solo politica, domani militare.
Quelle terre, dalla Karelia alla Crimea, dalle acque del Golfo
di Finlandia a quelle del Don
passando per le Repubbliche
Baltiche, la Polonia, l’Ucraina,
la Romania, sono le terre irrigate dal sangue di guerre e di massacri insieme troppo antichi e
troppo recenti per non essere
sempre scacchiere combustibili. Inviare “sentinelle” o “avanguardie” sulla soglia di Casa Putin comporta non soltanto un
violazione del trattato fra gli
Usa e la agonizzante presidenza di Boris Eltsin nel 1999,
quando Mosca, impotente, accettò l’espansione della Nato a
condizione che truppe straniere e mezzi importanti non fossero piazzati nelle nuove nazioni
accorpate. È la manifestazione
politica della ormai completa
sfiducia che la Casa Bianca di
Obama, i generali del Pentagono, il nuovo ministro della Difesa Ashley Carter nutrono nei
confronti di Putin. E del tentativo di riesumare quella “Dottrina Truman”, la dottrina del contenimento, che poi lo stesso autore, George Kennan, sconfessò, denunciandone gli abusi.
L’ansia di tornare alla primazia internazionale, o almeno di
non creare l’impressione di avere abdicato al ruolo di guardiano del nuovo ordine mondiale,
sta angosciando gli ultimi mesi
del presidente Obama. Come
tanti dei suoi predecessori arrivati all’esaurimento della propria parabola, che fossero Democratici o Repubblicani, impopolari come Carter o Nixon oppure molto amati come Reagan
e Clinton, così anche Obama riversa sulla politica estera quanto rimane del potere dimezzato
da un Parlamento ostile. Inviare alcune pedine nelle estreme
province orientali del declinante impero americano, tra il Baltico e il Don, segnala la determinazione a tracciare una linea
nella sabbia, dopo avere fallito
in Siria. La prova di contare ancora.
Ma i gesti valgono, nel Grande Gioco, per come l’avversario
dall’altro lato della scacchiera li
legge e ciò che appare una mossa di attesa a un giocatore, può
apparire come un’azione aggressiva all’altro e avviare una
spirale di ansie. Nel marzo del
1989, con il Blocco dell’Est ormai prossimo alla decomposizione, nel Quartier Generale
dell’Armata Rossa si convinsero da intercettazioni e decrittazioni che un attacco della Nato
per dare la spallata definitiva
fosse imminente e prepararono il contrattacco. Fu una spia
del Gru, il servizio di intelligence militare russa, infiltrato al comando Nato a Bruxelles, a chiamare i superiori da una cabina
pubblica per gridare loro che
erano soltanto manovre.
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ca passando lo straccio. L’ultima Cenerentola si chiama Sofia
Hellqvist, e l’altroieri ha sposato Carlo Filippo, terzo in linea
ereditaria al trono di Svezia. Sofia ha trent’anni, e ha fatto tutto quello che potrebbe aver fatto una bella ragazza che un benestante qualunque rimorchiasse a un aperitivo ai Parioli. È lontanissima da quelle vecchie scene di film in cui la sposa dell’erede al trono veniva selezionata
acciocché fosse impeccabile e a
prova di tabloid, con un passato
fatto solo di beneficenza e abiti
sotto al ginocchio.
Da piccola, Sofia faceva gli
spot pubblicitari. Da grande, ha
partecipato a 1BSBEJTF )PUFM
(un’Isola dei famosi con tutti i
comfort) e poi è diventata insegnante di yoga. Lontanissimi sono i tempi in cui si diceva che
William proprio non poteva sposarla, quella Kate Middleton di
cui era emersa un’innocentissi-

ma foto in cui, universitaria, sfilava con un vestito vagamente
trasparente.
Adesso nessuno dice niente,
giacché tra “erede al trono” e
“concorrente di reality” è evidente che è il primo ad aver bisogno della casella sociale della seconda. Se Sofia è la prima moglie tatuata d’erede al trono,
non è certo la prima popolana. È
l’ultima di una lunga serie che
ha reso chiaro alle case regnanti d’Europa che, finito il secolo
in cui erano loro le più appetibili
copertine di rotocalchi, occorre
sangue nuovo. Non per le antiche ragioni di salute: non per
avere eredi più sani di quelli che
produrrebbe un matrimonio endogamico; per mere ragioni di
visibilità.
La lezione di Carolina di Monaco (che fece tutto prima di
tutti: mescolarsi a sportivi e attori e playboy, e soprattutto figliare con uno senza quarti di

nobiltà, Stefano Casiraghi) ha
confermato la sua validità col caso Middleton: la famiglia reale
inglese era stata sì altrettanto
visibile, ai tempi di Diana, ma
mai così solida e benvoluta come lo è con Kate, portatrice di
quella finta aria alla mano che è
quel che serve a dei reali d’oggi.
Una che partorisca e vada a ca-

Middleton, va detto, è il modello di nuova principessitudine in purezza: il più riuscito. A
sposare una non nobile ci hanno provato quasi tutti, e nessuno con lo stesso successo. Letizia, moglie di Felipe di Spagna,
ogni giorno apre i giornali e si
vede dare dell’anoressica. Charlène, moglie di Alberto II di Monaco, viene nei giorni pari data
per scappata di casa e in quelli
dispari per moglie di copertura.
Pre-Middleton, la cenerentolitudine contemporanea era interpretata al suo meglio da Mette-Marit, che conobbe l’erede al
trono di Norvegia in un locale in
cui faceva la cameriera, e nella
biografia del proprio profilo
Twitter scrive d’essere una “lettrice forte”, che per i sudditi progressisti è quasi meglio che essere insegnante di yoga. O da
Mary, pubblicitaria australiana
che, come in quel film con Romy Schneider sulla giovane re-

gina Vittoria, conosceva Frederick di Danimarca in un pub, e
se ne innamorava ignorandone
le mansioni d’erede al trono.
E così, mentre i padri moderni occultavano i libri di fiabe in
cui le ragazze ambiscono a sposare il principe, mentre cercavano per le loro bambine volumi
femministi in cui le ragazze volessero fare le astronaute o le
chirurghe, le aspiranti principesse sono uscite dai libri e sono
entrate nei tg. E non sono fatte
a forma di aspiranti principesse, non hanno crinoline né timidezze, magari volevano fare le
giornaliste (com’era Letizia, e
come ambiva Máxima, l’argentina che invece s’è ritrovata sul
trono d’Olanda) o le sportive,
come Charlène. Magari anche a
loro i padri avevano fornito i modelli comportamentali più avanzati, ma poi ha vinto comunque
Cenerentola.

(6*" 40/$*/*
EL restaurare una
favola, è importante non snaturarla.
Conservare
elementi che ne abbiano fatto una storia eterna – l’ultima versione cinematografica
di Cenerentola ha incassato in

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tutto il mondo mezzo miliardo
di dollari – e aggiungerne che
rendano più facile l’immedesimazione del pubblico. La nuova
popolana destinata al lieto fine
col principe sarà perciò tatuata,
e concorrente di reality: è così
che si è gente comune oggi, mi-

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sa la sera stessa, una che si faccia fotografare mentre fa canottaggio e non in fragili atteggiamenti da principessina tisica,
una che vesta ai grandi magazzini. La principessa della porta
accanto, se vivi in un condominio molto fortunato.

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33

la Repubblica LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

R2

Le ultime fasi dell’atterraggio

2 12.00

1

ore 6 del 12 novembre 2014
Completate le operazioni di verifca
della sonda e del lander

Arriva il primo segnale da Philae,
sta scendendo verso la cometa

rotta della sonda
dopo aver rilasciato
il lander

2
3

3 16.00

Arrivano le prime immagini
scattate dal lander

4 17.00

4
g.granati@repubblica.it

Atterraggio sulla cometa

Lascienza

Eraibernato,
maorauntweet
annunciache
Philae,illander
lanciatosuuna
cometaincerca
dimateria
organica,
ètornato
ainviaredati
agliscienziati

4*-7*" #&/$*7&--*

6

lungo sette mesi, e un risveglio allegro con un
messaggio lanciato verso casa: «Ciao
Terra! Mi senti?». È il tweet con
cui il piccolo lander Philae (attraverso l’Agenzia spaziale europea) ha dato il suo primo segno
di vita da quando si è addormentato sulla cometa 67P/Churyumov—Gerasimenko. E Terra ha
risposto: decine di migliaia di
tweet entusiasti che lo hanno salutato da quaggiù, a più di trecento milioni di chilometri di distanza, dandogli un buongiorno
che era forse atteso, di certo sperato, ma niente affatto scontato.
Philae era arrivato sulla
67P/Churyumov—Gerasimenko a bordo della sonda Rosetta
dopo un viaggio spaziale lungo
dieci anni e mezzo. Il 12 novembre scorso era sceso con una caduta libera di sette ore sulla superficie polverosa della cometa,
sotto lo sguardo degli scienziati
dell’Agenzia spaziale europea
che lo seguivano col fiato sospeso. Fu necessario inventarsi un
verbo nuovo, “accometare”, per
un’impresa che l’umanità non
aveva mai compiuto prima.
Dopo tre balzelli, però, il piccolo Philae si era smarrito, perché
gli arpioni che avrebbero dovuto
trattenerlo sul ghiaccio non si
erano aperti come avrebbero dovuto. Gli scienziati capirono subito che era finito in una zona
all’ombra, dove i pannelli solari
non avrebbero ricevuto abbastanza luce da ricaricare le batterie secondarie. Perciò si dettero
da fare per farlo lavorare il più
possibile finché durava la carica
della batteria primaria, e per
orientarlo in modo da esporlo bene alla luce quando la cometa si
sarebbe avvicinata un po’ di più
al Sole. Tutto questo avvenne in
maniera perfetta e rapida, ma
poco a poco l’energia della batteria di Philae finì e nella notte del
15 novembre al piccolo lander
non restò da fare altro che addormentarsi.
Ieri lo European Space Operations Centre dell’Esa, a Darmstadt, ha comunicato di aver finalmente ristabilito i contatti
con Philae nella notte tra sabato
e domenica. È successo persino
con qualche anticipo rispetto a
quanto sperato, perché il giorno
in cui la cometa sarà al suo massimo di vicinanza dal Sole sarà il
N SONNO

1 9.35
orbita seguita da “Rosetta”
per raggiungere la cometa 67P

distacco
del modulo “Philae”

10.15

Comincia la separazione
tra Rosetta e il lander

Modulo
lander
“Philae”

Il carrello libera gli arpioni
collegati a cavi di 45 metri

Dispiegamento del carrello
e delle antenne di Philae

“CiaoTerra”:sirisveglialasonda
acacciadellavitanellospazio
LEMISSIONI

0#*&55*70 ."35&
Le agenzie spaziali
europea e russa
prevedono due
missioni per la
ricerca della vita
su Marte. Si partirà
nel 2016
5&-&4$01* 41";*"-*
Kepler, Hubble e, dal
2018, James Webb,
osservano i pianeti
extrasolari
che potrebbero
ospitare la vita

13 agosto: allora sì che il lander
potrà ricaricare le batterie. Quello che si pensa sia successo è che,
nel suo viaggio spaziale, la cometa si sia riscaldata sopra i fatidici
meno 45 gradi che segnano per
il lander l’inizio dell’ibernazione, così da ricominciare a ricevere un poco di luce. Quel tanto di
luce che lo ha finalmente sveglia-

to. Così, appena ha avuto la sua
sonda madre Rosetta di nuovo vicina e a portata di tweet, è riuscito a far partire il messaggio che
poi lei ha rilanciato a noi sulla
Terra, grazie a un contatto durato esattamente ottantacinque
secondi.
Ma quello che è più importante è che, insieme al buongiorno,

in quegli ottantacinque secondi
sono arrivati anche trecento pacchetti di dati. Sono dati appena
raccolti dal solerte Philae che riguardano la composizione della
cometa e che gli scienziati aspettano con ansia per capire, per
esempio, se su quella palla di
ghiaccio ci siano molecole organiche sorelle di quelle che qui

©RIPRODUZIONE RISERVATA

L’INTERVISTA/ROBERTO BATTISTON

Lassùnelcosmo
unsuccesso
delmadeinItaly”

MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE
E DEI TRASPORTI
COMITATO CENTRALE PER L’ALBO NAZIONALE DELLE PERSONE
FISICHE E GIURIDICHE CHE ESERCITANO L’AUTOTRASPORTO
DI COSE PER CONTO DI TERZI

ESTRATTO DI AVVISO
MANIFESTAZIONE DI INTERESSE
Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti
– Comitato Centrale per l’Albo nazionale delle
persone fisiche e giuridiche che esercitano
l’autotrasporto di cose per conto di terzi – Via
Giuseppe Caraci 36 – 00157 Roma, ha richiesto agli operatori economici di manifestare l’interesse ad essere invitati alla
procedura per l’affidamento di servizi di produzione e diffusione di trasmissioni radiofoniche volte a sviluppare le attività di
informazione e comunicazione del Comitato
Centrale per l’importo di Euro =360.000,00=
oltre I.V.A. L’Avviso integrale è disponibile sul
sito del committente: www.mit.gov.it.
IL DIRETTORE GENERALE
Maria Teresa Di Matteo

°

Ministero della Giustizia
DIPARTIMENTO DELL'AMMINISTRAZIONE PENITENZIARIA
Direzione Generale delle Risorse Materiali dei Beni e dei servizi
Ufficio contratti lavori, forniture e servizi
Largo Luigi Daga, 2- 00164 Roma
tel. 06/66591398 fax 06/66162776

AVVISO DI GARA
PROCEDURA RISTRETTA

"$26" 46 (*07&
Nel 2020 l’Agenzia
europea e la Nasa
partiranno
alla ricerca di acqua
su Europa, la luna
di Giove

compongono la vita. Sembra che
di questi pacchetti ce ne siano
già altri ottomila, segno che il
lander sta facendo egregiamente il suo lavoro da esploratore di
comete. E segno forse anche del
fatto che è sveglio da un po’, anche se solo ieri è riuscito ad avvertire casa.

Con aggiudicazione al prezzo più basso,
per l'affidamento della fornitura di servizi
tecnici per la validazione interna di n. 4
metodi di prova (n. 4 kit di tipizzazione
DNA umano) per la tipizzazione del DNA
di campioni biologici presso il Laboratorio centrale per la Banca dati nazionale del DNA. Il bando è pubblicato sulla
Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea in data 10 giugno 2015 n. 2015/S
110-200010. Bando e documentazione
complementare sono reperibili sul sito internet: www.giustizia.it.
IL DIRETTORE GENERALE
Dott. Gianfranco De Gesù

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Via B. Alimena, 105 - 00173 Roma

Avviso di gara per via telematica n. 11/2015
AVVISO PER ESTRATTO
Si comunica che è pubblicato sulla Gazzetta
Ufficiale della Repubblica Italiana n. 69 del
15/06/2015 Parte V, nell'Albo della Società
CO.TRA.L. S.p.A., sul sito informatico del Ministero
delle Infrastrutture e dei Trasporti, il Bando di gara
n. 11/2015 relativo alla Procedura Aperta da
esperirsi mediante Richiesta di Offerta in Busta
Chiusa Digitale, gestita interamente per via
telematica, da aggiudicarsi con il criterio dell'offerta
economicamente più vantaggiosa, ai sensi degli
artt. 77 comma 6, 83 e 220 del D.Lgs n. 163/2006
e s.m.i., per l'affidamento in 3 lotti, dell’accordo
quadro per la fornitura di n. 415 autobus di classe
II da adibire al servizio pubblico di linea, con attività
di manutenzione e servizi accessori (Servizio di
Global Service). Importo complessivo presunto
dell’appalto: Euro 223.308.310 oltre IVA.Durata
del servizio: 10 anni. CIG LOTTO 17 6256475E7C
CIG LOTTO 2) 6256488938 CIG LOTTO 3
6256505740. Scadenza del termine per la
presentazione delle offerte sul Portale Acquisti
CO.TRAL.: ore 12,00 del 07/08/2015. L'Avviso
integrale può essere consultato nel sito Co.Tra.L.
S.p.A. www.cotralspa.it nell'Area Business,
sezione bandi di gara.
L’AMMINISTRATORE DELEGATO
Arrigo Giana

«straordinario ed entusiasmante: tutto sta andando come previsto». Roberto Battiston, presidente dell’Agenzia spaziale italiana,
nella scelta delle parole non si risparmia:
«È davvero un trionfo».
Perché tanto entusiasmo?
«Perché, nonostante gli incidenti, i nostri scienziati sono riusciti a prevedere
quello che sarebbe successo e a far funzionare Philae di nuovo. Le condizioni ambientali sulla cometa sono quelle giuste da pochi giorni: stavamo cominciando ad aspettare che il lander si risvegliasse. Ed è avvenuto proprio come e quando previsto. Significa che tutto è stato studiato e realizzato
in maniera egregia».
E adesso?
«Ci sarà da lavorare. Gli strumenti che sono stati usati solo nelle prime settantadue
ore dall’arrivo sulla cometa potranno essere rimessi in moto e potranno finalmente
funzionare come previsto. Ma non sono
operazioni facili e veloci».
È stato detto che c’è molta Italia su quella cometa.
«Philae è stato sviluppato da un consorzio guidato dall’Asi insieme alle agenzie
spaziali tedesca e francese. E c’è molta Italia nella missione Rosetta: sono italiani alcuni degli strumenti a bordo, come il trapano che perforerà il ghiaccio della cometa.
Anche stavolta abbiamo molte ragioni per
essere orgogliosi della nostra ricerca e della nostra tecnologia».
(s.benc.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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universo mentale in cui viviamo può essere dissolto da una frase, come questa: «A volte perdere
una donna significa perderle tutte». Dopo, scrive
Murakami Haruki, si entra in un diverso mondo,
quello degli uomini senza donne in cui «anche la
vibrazione dei suoni è diversa, anche il modo di schiarirsi la gola. E
la velocità a cui cresce la barba», gli sguardi del commesso, gli assoli di jazz, il modo in cui si aprono i vagoni della metropolitana, tutto
sembradifferente. Svaniscono «le loro schiene seducenti», le musicheche amavano, «le ammoniti e i celicanti», le visioni e i sognicondivisi sul soffitto di una camera.
Resta... Che cosa resta? Mentre leggevo, seduto su un treno ad alta
velocità, scomparivano le città,
i passeggeri intorno, la meta a
cui ero diretto, il presente, i ricordi. Restano le parole. Quando non dici, né scrivi, leggi, fino
a trovare quelle giuste, che
esprimano in tuo nome e per
conto tuo qualcosa che non sapevi come definire. Tra lettore e
autore esiste un rapporto di delega simile a quello tra elettore
e senatore, ma in generale la letteratura è più onesta della politica.
Murakami è una popstar della narrativa internazionale, conta ovunque fan club a cui non
mi sono mai iscritto. Ho qui criticato l’eccesso di “product placement” nel suo ultimo romanzo e
in generale mi sono spesso per-

tolo e il senso. Ho deciso di terminarlo dove ero destinato, curiosamente lo stesso posto dove
finivano molti protagonisti: una
stanza estranea, un non luogo.
Nel mio caso, una camera d’albergo vicino a una stazione, dove aspettare una partita alla tv,
un servizio in camera, l’alba seguente, il treno del ritorno. Il rifugio di un esule, un condannato o un uomo braccato come il
protagonista di 4IBSB[BE che lì
riceve la visita di una misteriosa “badante”: gli porta la spesa,
fa sesso con lui, gli racconta una
storia. Dalla propria, l’uomo
evade in quella di un altro: come fa chi scrive, chi legge, chi recita. Non a caso in %SJWF NZ DBS
il protagonista è un attore, anzi

ne del bar Kino (legge volumi rilegati, beve whiskey con la stessa quantità di acqua, sorveglia,
quando ogni pericolo è scampato, paga ed esce). Hanno anche
loro una storia, ma aspettano
che sia l’altro (il passeggero, il
barista) a svelare la propria, rinunciando cortesemente al ruolo di co-protagonista per mettersi di lato e ascoltare. Rispettano
la ferita e non hanno cure da
proporre. Sono lì, come disponibili fantasmi, in quegli spazi ristretti dove avviene la rivelazione: una camera, l’angolo di un
caffè, l’abitacolo di un’auto gial-

%*4&(/0 %* "/%3&" 7&/563"

la.



*- -*#30

6PNJOJ TFO[B EPOOF
EJ .VSBLBNJ )BSVLJ
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QBHH FVSP


Viaggiano tutti sulle corde
del sensibile, sfiorano a tratti il
patetico, esponendosi a un facile cinismo che l’autore definirebbe “da marinai”. Ci sono vedovi, divorziati, traditi, impotenti: «Bottoni sfasati rispetto
alle asole».
Il tema dell’abbandono conosce molte trattazioni letterarie
al femminile, la versione maschile è un azzardo controbilanciato solo dal marchio di Murakami. Fosse arrivato come manoscritto anonimo dubito che
questo testo avrebbe trovato
editori entusiasti. «Legge ormai solo il pubblico femminile»,
dicono spargendo zucchero sulla copertina. E qui le donne sono

tà. Che è poi il riflesso di sé, il momentaneo pieno rispetto al vuoto che segue la più fatidica delle
domande. Quale? Ci aspetta tutti. È una svolta della storia, un
pugno che bussa alla porta chiusa della stanza dove ci siamo nascosti. È formulata nell’altra lingua in cui parliamo per dimenticare ogni cosa (inclusa la dimenticanza), con la voce di chi abbiamo creduto di poter rimuovere. Come possiamo non aver visto arrivare quella svolta, quel
pugno? Perché, come per l’attore di %SJWF NZ DBS, nella nostra
visuale si è insinuato un angolo
cieco. O, forse, l’abbiamo creato
noi per non vedere quel che non
potevamo accettare: l’invalicabilità di un lutto, la deformità di

(MJVPNJOJWJBHHJBOPUVUUJTVMMFDPSEF
EFMTFOTJCJMF TGJPSBOPBUSBUUJJMQBUFUJDP

-FEPOOFTPOPJOGFEFMJ QFSGJOPJONBOJFSB
QPTUVNB JOBGGJEBCJMJ CVHJBSEF

duto nelle “deviazioni standard” del suo modo di narrare.
Di 6PNJOJ TFO[B EPOOF (uscito
da Einaudi, traduzione di Antonietta Pastore) ho subito pensato, nell’ordine: che il titolo era
già stato usato per una raccolta
di racconti di Hemingway, che
giocasse con vecchi fantasmi
(Kafka, i demoni incarnati, Sharazad, lamprede e meduse),
che potesse cedere a un sentimentalismo da musica leggera.
Prima che il treno arrivasse a destinazione avevo cambiato completamente idea. Due dei racconti che avevo letto (%SJWF NZ
DBS e ,JOP) mi avevano toccato
profondamente e ancora mancava il finale, quello che dà il ti-

infedeli, perfino in maniera postuma, inaffidabili, bugiarde al
punto che un intero racconto si
basa sull’ipotesi che abbiano un
“organo indipendente” ricorrendo al quale possono mentire
senza né consapevolezza né turbamento. Perché allora tutti
questi bottoni cercano l’asola
che li imprigionerà fino a sdrucirne il filo e farli cadere? Che cosa manca davvero agli uomini
senza donne? Il sesso? Sì, certo,
ma se bastasse quello il medico
playboy di 0SHBOP JOEJQFOEFO
UF non si lascerebbe morire
d’inedia. Lo fa perché ha incontrato l’unica donna che gli offre
in versione totale quel che le altre gli danno a spizzichi: l’intimi-

«distaccarsi da sé e immedesimarsi in un ruolo era il suo lavoro». Una recita senza pubblico,
una manovra di distacco. Da
che cosa? Dolori ed errori. Tutti
e sette i racconti di Murakami
hanno un meccanismo in comune, un doppio fondo: ogni storia
ne contiene un’altra che affiora
lentamente, senza rumore.
Non è un espediente, non è tecnica, è qualcosa che ha a che fare con il pudore. È un avvicinamento in punta di piedi, un gesto collegato a uno dei temi e
dei valori ricorrenti: la gentilezza del silenzio. Tace a lungo la
giovane autista (e ingrana le
marce in modo inavvertibile),
tace il misterioso uomo al banco-

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un passato, la colpevole inerzia
di fronte al male. È così che la
più fatidica delle domande arriva, quando siamo soli e alla deriva, quando ci hanno portato via
tutto, come internati e ci rendiamo conto di non aver avuto nessun merito che giustificasse la
nostra ricchezza o la nostra esistenza. La domanda è: io chi sono? E la risposta non è un nostro
privilegio. Sta, come tutto, negli occhi di chi guarda, nell’amore, rispetto, accettazione che
avremo saputo suscitare: «Non
distogliere gli occhi, guarda
me, gli mormorava all’orecchio
qualcuno; questa è l’immagine
del tuo cuore».
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erché ha partecipato al potere politico di Hitler?». Intorno a questa domanda – riformulata dall’interrogato in
una forma che ne smussa la punta più acuta in “Perché
ho partecipato al potere?” – si snodano le conversazioni
di Carl Schmitt con Klaus Figge e Dieter Groh, trasmesse nel 1972 in una trasmissione radiofonica, poi edite in forma di libro da
Frank Hertweck e Dimitrios Kisoudis, adesso tradotto da Quodlibet, a cura
di Corrado Badocco, col titolo “Imperium”. Il testo dell’intervista è corredato da un formidabile apparato di note che ne fa quasi un’edizione critica.
Comunque uno strumento indispensabile per gli studiosi del tema.
Quanto alle dichiarazioni di
Schmitt, di cui quest’anno ricorre il trentennale della morte,
non si può non restare colpiti
dalla fittissima trama di ricordi, riferimenti culturali, colpi di
teatro con cui un uomo di ottantatré anni riesce a costruire
una sorta di corazza difensiva rispetto alla propria adesione al
nazismo che alla metà degli anni Trenta lo rese uno dei protagonisti di quel fosco periodo.
Lo strato più esterno di questa vera e propria tela di ragno
tessuta dall’autore – che gli intervistatori cercano inutilmente di rompere stringendolo a
una risposta da lui sempre differita – è costituita da una nutrita serie di rimandi autobiografici alla propria formazione intellettuale. Arrivato al “tramonto
della vita”, quando il tempo comincia ad accartocciarsi su se
stesso e i desideri ad affievolirsi, Schmitt non manca di ricordare che alla sua età uomini di
Stato come Hindenburg, Clemenceau e De Gaulle ancora
esercitavano ciò che gli uomini
inseguono senza tregua. E alla
cui tentazione anche egli stesso cedette: il potere, da qualsiasi fonte venga. Ma prima di arrivare a tale conclusione, Schmitt ripercorre la propria vita,
iniziata nel “nido” di Plettenberg, e proseguita con una rigida educazione cattolica in un
Paese a maggioranza evangelica. Poi gli studi di giurisprudenza, avviati più per contingenza
che per decisione, come, almeno a suo dire, gli accadde altre
volte. Al punto di descriversi –
lui che è considerato l’inventore del decisionismo politico –

un eterno indeciso. Ma, certo,
pronto a cogliere tutte le occasioni che gli si presentavano
con la scaltra prontezza di un picaro.
La ricostruzione degli eventi
drammatici e concitati che por-

tarono il 30 gennaio del ‘33 alla
nomina di Hitler a Cancelliere
del Reich e, il 24 marzo dello
stesso anno, alla promulgazione della Legge che gli attribuiva i pieni poteri, costituisce il secondo strato della strategia del

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ragno. In quelle circostanze,
quando nell’indecisione degli
ultimi rappresentanti della Repubblica di Weimar, Hitler si
mostrò il più abile nell’adoperare gli istituti della legalità costituzionale al fine di abolirla, che

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altro avrebbe potuto fare un
giurista come Schmitt se non
seguire la legge – anche quella
che di fatto cancellava ogni altra legge a favore di chi si proclamava il nuovo “custode della
Costituzione”? Certo Schmitt
era interno alla cerchia di Kurt
von Schleicher – mal visto dai
seguaci di Hitler. Da qui i suoi
dissidi con il gruppo dirigente
nazista che finì per emarginarlo. Ma il legame con Göring, da
cui fu protetto, non vale certo
ad attenuare le sue responsabilità. Come ha potuto, un uomo infinitamente superiore ai
capi nazisti da un punto di vista intellettuale – come egli
stesso rivendicò negli interrogatori di Norimberga – legittimare coloro che spezzavano
nel modo più rozzo il complesso rapporto tra legittimità e legalità che egli stesso aveva teorizzato nei suoi libri? Non basta certo dire, come fa alla fine
del colloquio, che non fu egli,
ma Hitler a decidere. O anche,
con un motto di timbro situazionista, che, nella vita, prima
“uno s’impegna, poi si vede”.
Per trovare la vera risposta
del vecchio di Plettenberg,
che ne testimonia al contempo la raffinatezza culturale e
l’ambiguità etica, bisogna
scendere più a fondo nelle sue
argomentazioni, fino a raggiungere il terzo livello della
sua memoria difensiva. Si tratta della sua filosofia della storia – lontana mille miglia
dall’idea illuminista che gli
eventi procedano linearmente verso un esito progressivo.
«Però questa idea americana
– sbotta ad un tratto – questa

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LONDRA. Torna a fine ottobre Cormoran Strike,

l’investigatore privato ideato da J. K. Rowling.
La scrittrice inglese della saga di Harry Potter infatti
ha “indossato” di nuovo i panni del suo alter ego,
Robert Galbraith, per annunciare il terzo romanzo
dedicato alle indagini di Strike. $BSFFS PG FWJM arriverà
in libreria il 22 ottobre in Gran Bretagna e il 20 negli
Stati Uniti, a più di un anno da 5IF 4JMLXPSN,
pubblicato in Italia da Salani con il titolo *M CBDP EB TFUB.
Cormoran Strike, privo di una gamba persa durante
un combattimento in Afghanistan, aveva fatto la sua
prima comparsa nel 2013 nel debutto della serie, *M
SJDIJBNP EFM DVDVMP, pubblicato a nome Galbraith.
Nel luglio dello stesso anno, quattro mesi dopo l’uscita
in libreria, furono confermate le voci secondo cui dietro
lo scrittore si celasse in realtà J. K. Rowling. In $BSFFS PG
FWJM la storia inizia con la consegna all’assistente
dell’investigatore di un pacco contenente una gamba
mozzata di una donna. I primi sospetti sono quattro
vecchie conoscenze di Strike.

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idea di progresso». Quella che
egli contesta è l’idea che la storia umana sia decisa dalla tecnica, quando invece gli effetti
della
tecnica
dipendono
dall’intenzione politica di coloro che la padroneggiano. Contro quella concezione progressista, Schmitt si richiama a
Sant’Agostino. Dietro la storia
che appare in superficie vi è
una trama più profonda, teologico-politica, in base alla quale
uomini di età diverse si trovano davanti allo stesso problema, che è quello, metafisico,
della scelta finale tra ordine e
caos.
È lì che prende forma l’enigmatica teoria del LFUFDIPO,
del potere che frena l’apocalisse imminente, cui Paolo aveva
alluso nelle sue Lettere.
Certo, allora i cristiani attendevano il salto nel Regno della
Libertà, non diversamente dai
rivoluzionari marxisti, ai quali
Schmitt continua a strizzare
l’occhio, spesso ricambiato.
Ma già Trotskij avvertiva che
per quel salto non bastavano
un paio di minuti – poteva volerci un’intera epoca. E intanto, prima che il Bene esploda,
chi blocca il male assoluto del
conflitto di tutti contro tutti?
Davanti al rischio della dissoluzione gli uomini hanno sempre scelto l’JNQFSJVN – il potere che protegge dalle forze del
niente. Qualunque sia «l’imperator che di volta in volta regna». Questa, tra mille funambolismi, è l’autentica risposta
di Schmitt sulla sua sciagurata decisione di partecipare al
potere di Hitler.
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1BJOUJOH il Guggenheim di New York si prepara a
celebrare dal 9 ottobre al 10 gennaio il centenario di
Alberto Burri. Saranno un centinaio le opere che
racconteranno il percorso dell’artista che ha segnato
la seconda metà del Novecento: dai cretti ai sacchi, alle
tele. L’allestimento di quella che è destinata a
diventare l’esposizione dedicata al maestro più ampia
mai realizzata negli Stati Uniti è a cura di Emily Braun
con Megan Fontanella. Una sezione sarà dedicata al
(SBOEF $SFUUP realizzato per Gibellina.
Burri nacque a Città di Castello il 12 marzo 1915 e
proprio il comune umbro gli dedicherà il 26 e 27
giugno prossimi il convegno-mostra "V SFOEF[ WPVT
EFT BNJT che riunirà a Palazzo Albizzini, dove ha sede
la fondazione che porta il nome del pittore, direttori di
musei e artisti per ricordare la lezione del padre
dell’informale. Ci saranno, tra gli altri, Emilio Isgrò,
Jannis Kounellis, Michelangelo Pistoletto, Mimmo
Paladino, Eliseo Mattiacci, Grazia Toderi.

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FANO. Dal Premio giornalistico Andrea Barbato

Passaggi d’inchiesta consegnato a Bernardo Valli fino
alla lectio magistralis conclusiva dedicata da Nando
Dalla Chiesa ad Antonio Gramsci: sono solamente due
dei tanti appuntamenti di 1BTTBHHJ 'FTUJWBM EFMMB
4BHHJTUJDB. La manifestazione, arrivata alla sua terza
edizione, si svolge dal 17 al 21 giugno a Fano nelle sedi
della Mediateca Montanari, il Chiostro delle
Benedettine e la Chiesa di San Domenico. Il tema di
quest’anno, “In un tempo senza epoca”, sarà declinato
con una serie di laboratori, incontri, presentazioni
e dibattiti che coinvolgeranno rappresentanti
della cultura, della politica e del giornalismo italiano,
da Giovanni De Luna, che affronterà i 70 anni della
Liberazione, a Fausto Bertinotti, Graziano Delrio,
Michela Marzano, fino alla notte bianca del libro
il 20 giugno dedicata a letture e studi leopardiani.
L’incontro Passaggi di Letterature celebrerà invece
i 100 anni dalla nascita di Roland Barthes.
Per informazioni XXX TBHHJTUJDB QBTTBHHJGFTUJWBM JU.

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MADRID

l Maestro agnostico e il “maestrillo”
gesuita. Borges e Bergoglio. Non fu
amicizia, come qualcuno si avventurò a ipotizzare sull’onda dell’entusiasmo delle ore successive alla “fumata bianca” che segnò l’ascesa di Francesco al soglio
pontificio, quasi che il caso o un disegno divino dovessero unire indissolubilmente i
Grandi d’Argentina. Però stima reciproca
sì, e soprattutto un’ammirazione sconfinata dello scrittore da parte del successore di
Pietro. «Questo Papa è un fanatico di Borges», conferma ora in un’intervista a &M 1BÓT
la vedova dell’eterno candidato al Nobel,
María Kodama, che già due anni fa donò
all’ex arcivescovo di Buenos Aires le opere
complete dell’autore dell’"MFQI, sapendo di
fargli il più gradito dei regali.
Una storia che risale a cinquant’anni fa
esatti, quella del primo incontro tra uno
scrittore già affermatissimo e idolatrato e
un giovane sacerdote gesuita che insegnava psicologia, letteratura e arte nel Collegio
dell’Immacolata Concezione a Santa Fe.
Jorge Mario Bergoglio aveva allora appena 28 anni e Jorge Luis Borges già 66. Distanza anagrafica, e anche geografica. Però
qualcosa dev’essere scattato nella mente
del Maestro, già quasi cieco, se decise di affrontare un duro viaggio di sei ore in autobus per dare qualche lezione di letteratura
“gauchesca” a un gruppo di ragazzi dell’ultimo anno delle superiori. Migliaia di professori in tutta l’Argentina avrebbero fatto carte false per avere come loro ospite Borges.
Però lui scelse Santa Fe. Ed è probabile che
abbia ragione Jorge Milia, oggi scrittore e
all’epoca alunno di Bergoglio (quindi testimone diretto di quell’incontro), quando sostiene che, oltre che dalla «dialettica e simpatia del suo giovane interlocutore», il Maestro può essere stato indotto ad accettare
quell’invito dalla «possibilità dell’ineffabile
incontro tra l’agnosticismo e la fede».
Del resto, come il futuro papa raccontò ai
suoi biografi Sergio Rubín e Francesca Ambrogetti nel libro &M +FTVJUB pubblicato cinque anni fa, sebbene fosse ateo Borges recitava il Padre Nostro tutte le notti «perché lo
aveva promesso a sua madre» e che «al di là
della sua distanza dalla Chiesa, sorprendeva la serietà e la dignità con cui viveva la

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sua esistenza». Da quell’incontro di Santa
Fe nacque l’idea di un concorso di racconti.
Vennero selezionati otto testi scritti dagli
alunni del collegio e si pubblicò $VFOUPT PSJ
HJOBMFT, un libro che reca il prologo dello
stesso Borges.
Se lo scrittore e il gesuita abbiano avuto
occasione di rivedersi in seguito, a Buenos
Aires, non è dato sapere. Però rimase la stima reciproca, quella sì. Così come non venne a mancare l’attenzione di Borges per i temi religiosi. Poco prima di morire, nel 1986,
ne parlava con la moglie María Kodama,
che però gli rispondeva di non poter rispondere alle sue domande, essendo pure lei
agnostica. «Allora mi disse che avrebbe parlato con un sacerdote cattolico e un pastore
protestante, in omaggio alla sua nonna inglese». E così fece, prima di congedarsi da
questo mondo.
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Partenza col botto per
+VSBTTJD 8PSME, quarto film
della saga tratta da Michael
Crichton e realizzata da
Steven Spielberg. Il
kolossal dei dinosauri
ha fatto segnare il
maggiore incasso
mondiale nella storia
JOQJMMPMF del cinema per il primo
weekend di uscita: 511,8
milioni di dollari, ed è il
primo film in assoluto a
superare il mezzo miliardo.
In patria ha incassato quasi
205 milioni (secondo solo a
5IF "WFOHFST) e in Cina ha
superato i 100 milioni.

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ROMA
LLE pareti decine di boz-

zetti. Dante Ferretti ne
indica uno crepuscolare «un progetto con
Tim Burton che poi
non si è fatto più». Lo studio dello
scenografo s’apre in una Cinecittà
assolata e deserta all’ora di pranzo.
Ferretti s’accomoda dietro una scrivania enorme,in una delle stanze
bianche colme di modellini in legno e sculture accumulati in mezzo
secolo di attività. Sugli scaffali fotografie, premi e targhe d’oro a cui,
domani, si aggiungerà il Globo
d’oro alla carriera, tributo
della stampa estera all’artista 72enne.
Ai premi si fa l’abitudine?
«Ci vuole solo più spazio. Tengo gli Oscar a casa
su mensole Ikea, facili da
montare. Sono felice del
Globo, anche se un premio
alla carriera ti fa sentire come se avessi finito, e invece lavoro,anche troppo. Sono stato otto mesi a Taiwan per 4J
MFODF con Martin Scorsese».
Il nono film insieme.
«Sì. È ambientato nel Giappone
del 1640, quando i gesuiti volevano evangelizzare i giapponesi. Ho
ricreato un pezzo di Nagasaki, il
porto di Macao, tre villaggi, una
chiesa. Una cosa enorme, tanto per
cambiare».
Un progetto dalla gestazione
lunga.

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«Nove anni. L’ho preparato cinque volte, non si partiva mai. Sono
andato in Nuova Zelanda, Giappone, Australia, Vancouver. Abbiamo scelto Taiwan per costi e paesaggio. È stata una grande fatica,
la mentalità è completamente diversa e il clima folle».
Come si lavora con l’esigente
Scorsese?
«Parliamo all’inizio, poi mi lascia
fare. Arriva il giorno prima delle riprese e dice “Bello, Dante, great”.
Si affida. Del resto, dopo nove
film...».
Per ora.
«Vero,c’è il progetto di farne un
altro».
Con chi ancora vorrebbe lavorare?
«Spielberg. Al compleanno di
Scorsese, Steven mi ha detto: “Dobbiamo fare un film insieme”».
Il primo ricordo di Cinecittà?
«Avevo 13 anni e venivo da Macerata con mio padre per consegnare mobili. Passiamo in via Tuscolana e vedo la scritta: un tuffo al cuore. Frequentavo l’istituto d’arte,

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passavo i pomeriggi al cinema con i
soldi rubati nelle tasche di papà.
Passai la maturità e lui mi spedì da
un amico architetto. A 17 anni lavorai a due film, poi mi prese lo scenografo Luigi Scaccianoce: -B QBSNJ
HJBOB, *M WBOHFMP TFDPOEP .BUUFP,
6DDFMMBDDJ F VDDFMMJOJ... Arrivati in
Marocco per &EJQP SF mi dice: “Ho
54 anni, è troppo faticoso, ci pensi
lei”. Pasolini si affida a me e Scaccianoce vince il Nastro d’argento. Succede lo stesso con il 4BUZSJDPO di Fellini: suggerisco a Federico di usare
il catrame per gli archi neri, mi occupo delle navi a Ponza. Poi scopro
di non essere nei titoli di testa. Il
più grande dispiacere della mia vita».
Medea con Pasolini...
«Il giorno dopo la fine di 4BUZSJ
DPO mi chiama Renzo Rossellini:
“Tra due giorni devi essere in Cappadocia, Pasolini vuole solo te. In
mezza giornata aggiusto il carro
per la scena con la Callas. Torno a
Cinecittà e incontro Fellini: “Dantino, il prossimo film lo devi fare con
me”. E io: “Maestro perché mi vuo-

le rovinare la carriera? Me lo chieda tra dieci anni”. Passa un lustro e
ci ritroviamo qui a Cinecittà: “Dantino, è il momento”. Mi portava da
Canova e chiedeva dei miei sogni.
Io raccontavo di quando mi mettevo sotto il tavolo per guardare le
gambe della sarta. Sapeva che mentivo, ma gli piaceva la mia fantasia».
Avrebbe immaginato di vincere
tanti Oscar?
«Ai tempi di - FUË EFMM JOOPDFO
[B ero quasi sicuro, invece vinse
4DIJOEMFSAT MJTU. Su 11 nomination,
ho vinto tre Oscar. Ora Renzo Piano
mi ha chiesto di realizzare una parte del progetto per la nuova sede
dell’Academy».
Com’è stata la sua esperienza
all’Expo di Milano?
«Molti problemi, ma sono soddisfatto. A un certo punto mi ero ritirato: volevano dare la gara d’appalto per il Decumano quattro settimane prima, una follia. Mentre sono
in ascensore a Taiwan, mi chiama
il Presidente Napolitano: “Ferretti,
lei ha ragione, ma mi sono speso
tanto per portare l’Expo a Milano.
Mettiamo a posto le cose”».
Ha progettato la serie su Diabolik.
«Un’intera cittadina francese
che s’allargherà a Cinecittà tra il
set di (BOHT PG /FX :PSL e le strade intorno. Cinque registi e una produzione internazionale».
Le piace lavorare in Italia?
«Sono stanco di viaggiare. Ma se
mi chiama Martin come faccio a dire di no?».
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Il cantante belga Stromae
ha annullato i suoi concerti
fino al 2 agosto. Sabato è
saltato il concerto africano
di Kinshasa, ma si pensava
a motivi politici (l’artista è
di origini ruandesi). Poi si è
chiarito che Stromae sta
facendo una profilassi
antimalarica. Salteranno le
date italiane: l’8 luglio a
Roma e il 14 a Padova.

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Uscito in malo modo dalla
popolare serie tv (SFZ T
BOBUPNZ, l’attore Patrick
Dempsey, alias Dottor
Stranamore, prosegue
trionfalmente la seconda
carriera. Appassionato
pilota, Dempsey è arrivato
secondo ieri alla celebre 24
ore di Le Mans nella corsa
riservata ai dilettanti. Era la
sua quarta volta in gara su
Porsche. Prima è arrivata la
Ferrari.

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el 2011 uscì un film
scritto e diretto da
Céline
Sciamma,
5PNCPZ, pluripremiata storia di una bambina di dieci
anni che si spaccia per maschietto. Con %JBNBOUF OFSP (in originale “Banda di ragazze”) la giovane regista francese si offre
una variante dello stesso argomento, in modo meno esplicito
ma con risultati altrettanto interessanti e con implicazioni, forse, ancor più complesse. Marieme, sedicenne nera della banlieue parigina, va male a scuola,
deve far da madre alle sorelle mi-

/

nori e subisce le prepotenze del
fratello. Timida e schiva, la ragazza comincia a trovare una
propria identità entrando nella
banda di coetanee composta dalla carismatica Lady, da Adiatou
e da Fily, angeli in “chiodo” travestiti da teppistelle, bulle sexy
debordanti di energia e di vitalità. Marieme capisce che il mondo non è solo roba per i maschi.
Cambia pelle (indossa un giubbotto di cuoio, si stira i capelli,
da goffa diventa sexy) e nome:
si farà chiamare Vic. Respingendo il ruolo che la società maschile, la scuola, le madri e i fratelli
maggiori assegna loro, le ragazze trovano nella complicità reci-

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proca momenti di pura gioia: come nella scena in cui tutte assieme cantano %JBNPOET JO UIF
TLZ di Rihanna.
Però si tratta di momenti fugaci, effimeri prima di tornare
alla realtà quotidiana; intorno,
pronta a inghiottirle, c’è una palude di spaccio, prostituzione,
prevaricazione. Ed ecco le analogie col precedente film di Sciamma. La ricerca del suo posto nel
mondo passa, per Vic, anche attraverso un femminismo - come
dire? - “travestito” in abiti maschili: Vic esaspera tutti i codici
della virilità, si batte con un’altra ragazza, strappandole il reggiseno in segno di umiliazione,

porta i capelli corti e si fascia il
petto; “femminilizza” il suo ragazzo, Ismael, assumendo un
ruolo dominante nel rapporto
sessuale.
Più di tanti scritti di sociologia da salotto, il film ci insegna
qualcosa sul bullismo femminile: non solo, come è ovvio, mezzo
per radicare la propria identità
in un gruppo, ma anche per farsi
rispettare in una società dove i
maschi dettano le regole mostrandosi alla loro altezza. Però
un film deve essere un film, non
un trattato di sociologia; e questo, per fortuna, Sciamma lo sa
bene. Ciò le permette di inscrivere i personaggi in una banlieue

emancipata dai criteri del realismo, una città priva di poliziotti,
quasi senza adulti o gente dalla
pelle bianca. Sempre lontana
dal sociologismo delle periferie,
la regista prima ci regala una
storia trepidante di vigore e anche di rabbia; poi, però, ha cura
di mostrarci come la vita di Vic
nella banda di ragazze sia solo
una tappa del suo itinerario iniziatico, che il film manda avanti
ancora a lungo prima di giungere a un finale “aperto”. %JBNBO
UF OFSP è (come lo era 5PNCPZ)
un film profondamente politico,
oltre a al di sopra di ogni programmatico “messaggio”.
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ta speciale a Matera. Domani sera, dalle
21, in diretta su Repubblica.it, il web showcondotto da Ernesto Assante e Gino Castaldo sarà ospite di Sextantio, Le Grotte della
Civiltà, nel centro della città dei sassi, con
il patrocinio del Comitato che cura Matera
capitale europea della cultura nel 2019.
Ospiti della serata saranno infatti i Sud
Sound System, eccellente e popolare formazione del miglior reggae nato in Italia.
Nel web show di Repubblica ci sarà spazio
anche per la bellissima voce di Serena
Brancale, cantante in bilico tra jazz e pop.
Ci sarà spazio anche per l’hip hop, con la
partecipazione dei Bari Jungle Brothers,
collettivo rap che ha dato alle stampe l’ottimo album “Rime, patate e cozze”, che mette insieme hip hop e tradizione in una maniera irriverente e originale.
A Matera arriverà anche uno dei migliori esponenti della musica della Basilicata,
Canio Loguercio, cantautore, interprete,
musicista che da molti anni lavora mescolando la sua originale anima di rocker con
quella dello chansonnier. E, sul terreno opposto, saranno nuovamente ospiti della
trasmissione i Camillas, travolgente formazione “scoperta” da 8FCOPUUF e conosciuta dal grande pubblico per il successo
ottenuto a “Italia’s got talent”.

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BOLOGNA
IL TERZO straniero ad inve-

stire sul calcio italiano più
importante. Dopo Pallotta (Roma) e Thohir (Inter), prima di mr. Bee (Milan). Ma è il
primo a parlare la lingua e ad essersi guadagnato la promozione in A. Joey Saputo, 51 anni,
imprenditore canadese di Montreal, settore latticini, immobiliare e trasporti, ha salvato il Bologna dal fallimento e l’ha riportato tra le grandi. Senza fare
proclami, con soldi veri (40 milioni già spesi) e l’aria dell’eroe
per caso. Appartiene alla sesta
famiglia più ricca del Canada.
Sposato, quattro figli, non ha
mai giocato a pallone, viaggia
con aereo personale. Non l’avesse già usata il pubblicitario Seguela per Mitterand verrebbe

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da dire: la forza tranquilla.
Lei ha chiesto di incontrare i
dipendenti del Bologna.
«Sì. Volevo conoscere la gente che ci lavorava. Squadra a
parte. Sapere cosa pensavano
delle loro mansioni, dell’ambiente, e di come si poteva migliorarlo».
Anche il settore lavanderia.
«Si sono presentate due signore. Mi hanno detto: la lavatrice ha un problema, non funziona più bene, e allora tante
maglie le laviamo a mano. Ho
pensato: siamo nel 2015 e c’è
ancora chi fa il bucato della
squadra sciacquando i panni?»
C’era bisogno venisse uno
dal Canada per una lavatrice?
«Mio padre, Emanuele, siciliano di Montelepre, mi ha insegnato che in un’azienda la prima cosa che conta è il capitale
umano. Quando avevamo mille
dipendenti e non i tredicimila
attuali, papà li conosceva tutti.
Il Bologna era una società molto in sofferenza, ma c’erano
margini per risalire, o almeno
per provarci. Io nella crisi ho visto un’opportunità».
Lei è nato nel ’64, anno
dell’ultimo scudetto del Bologna.
«Voglio essere chiaro e onesto. Papà è siciliano, mamma
veneta, mia moglie ha origini
calabresi. Io ho giocato a hockey su ghiaccio, non a pallone.

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E non tifavo Bologna, anche perché in Canada ho una squadra,
il Montreal Impact, che partecipa all’Mls, alla lega americana
di calcio. Non mi ha mosso la nostalgia per il grande passato,
per Bulgarelli e le vecchie partite, ma la voglia di scoprire se ci
poteva essere più futuro. Per
me lo sport è intrattenimento.
E va trattato seriamente, in maniera cool».
Le sembrano cool gli scandali, le scommesse, la violenza?
«No. Ma sono l’ultimo arrivato, non mi permetto di dire: ora
vi faccio vedere io. Però se tratti

la gente da animale non meravigliarti se ti morde. Il contenitore conta: è sostanza per la forma. Solidità e funzionalità fanno il resto. Andrea Agnelli mi
ha detto: non posso cambiare il
calcio da solo. Ha ragione. La Juve si è dotata di uno stadio moderno. Ma gli altri? Io stesso in
Canada ne ho costruito uno. I
grandi calciatori stranieri non
vengono più in Italia. Perché dovrebbero, stipendio a parte, se
la casa dove si esibiscono è sciatta, malridotta, senza spettatori? Non serve una squadra forte
in una Lega debole. In America
quando noi proprietari ci incon-

triamo è per vedere di raggiungere un bene comune. Non cambieremo il calcio con i proclami,
ma lavorando tutti insieme, facendo sistema, migliorando il
prodotto. E passando dalla responsabilità collettiva a quella
individuale. Si punisca chi commette violenza. Le leggi ci sono.
Costruiamo stadi moderni, ospitali, con parcheggi, e bella atmosfera. Ambiente diverso, calcio diverso».
Quindi riformerà quello di
Bologna.
«Sì. Serve un rifacimento:
per i primi interventi al
Dall’Ara la data è settembre.

Per la ristrutturazione generale entro due mesi avremo una
prima valutazione dei costi. Credo attorno ai 4-5 milioni. Un anno per il progetto definitivo. Restyling, hospitality, curve, ampliamento parcheggio, copertura dello stadio. Anche il centro
di Casteldebole va riammodernato, vorrei spazio per le giovanili e le donne. Una stessa casa
per tutto il Bologna. È così che
si costruisce il senso di appartenenza. Io sono grato di ricambiare questa città che mi ha accolto bene, ma a tutti dico: pazienza. Siamo ritornati in A,
con molta fortuna, ora dobbia-

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ROMA

mentre li guardavamo crescere in campo,
dove sono diventati il 54 percento del totale, è finita che gli stranieri hanno comprato
un quinto della serie A. Le proprietà estere sono
salite da zero a quattro nel giro di 4 anni: Roma,
Inter, Milan, Bologna. Hanno messo insieme un
portafoglio da 16 milioni di tifosi e hanno dato
uno strappo alle nostre abitudini, portando l’Italia verso la linea della Premier inglese, dove i padroni che vengono da fuori sono 11 su 20. In Spagna e Francia tre, in Germania nessuno: è una
realtà non concepita. La resistenza culturale è
stata viva a lungo anche qui. Ma se il calcio è fra
le prime dieci aziende di un Paese in cui il 43%
delle azioni in Borsa non è più in mani italiane, se
questo Paese ha venduto oltre confine 500 dei
propri marchi negli ultimi 4 anni, dal lusso
all’agro-alimentare, dall’alta moda all’arredamento, allora non c’è da stupirsi per la via che
prende la serie A. Il calcio ad alta quota ha pro-

sciugato vecchi mecenati (Ferlaino, Mantovani,
Sensi), capitani d’industria (Cragnotti, Tanzi) e
infine messo all’angolo storiche dinastie (Moratti, Berlusconi). Il capitalismo italiano non regge
il passo. Agnelli è un’anomalia di cui egli stesso è
consapevole quando lamenta l’assenza di un Sistema Calcio, com’è un’anomalia sul fronte opposto De Laurentiis, con i conti in regola nella sua
azienda semi-individuale, chissà per quanto ancora competitiva.
La tendenza non si ferma alla A. In Lega Pro, il
Venezia è da tre anni del russo Korablin, il Pavia
è del cinese Xiaodong Zhu. Non tutto è opportunità. Il Parma è stato albanese poco prima del disastro, il Monza anglo-brasiliano è in questi giorni
all’asta in tribunale, mentre a Varese in Comune
si valuta l’ipotesi di formare una commissione
per saperne di più sulle vicende giudiziarie di Alì
Zeaiter, l’imprenditore libanese che ha comprato le quote del club. Le proprietà straniere non
hanno conduzioni eguali. La tipica gestione che
viene dall’Est (gli oligarchi russi alla Abramovich o gli arabi del City e del Psg) si basa sull’inie-

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FIRENZE
GINEVRA, sulle locandine per Italia-Portogallo, campeggiano Pe-

pe, Nani, Cristiano Ronaldo, Buffon, Pirlo e Verratti. «Cancellatene almeno 4», ironizzano i giornali svizzeri, alludendo a Buffon, Verratti e Pepe infortunati e soprattutto a Ronaldo, che il ct Fernando Santos ha dispensato dall’amichevole di domani sera, ufficialmente perché acciaccato: dopo la tripletta all’Armenia va in vacanza.
Dallo spot dell’agenzia organizzatrice, la londinese Pitch International, vanno tagliati sia il “World Footballer” in carica sia il “legendary
goalkeeper” capitano della Juve. E a Conte, più che constatare l’ovvia
classe del “midfield maestro” Pirlo, preme la conferma del 4-3-3 varato in Croazia: nelle prove di ieri ha cambiato 6 interpreti – Sirigu per
Buffon, De Sciglio per De Silvestri operato al ginocchio, Ranocchia per
Astori, Soriano per Parolo, Bertolacci per Marchisio e Immobile per
Pellè - prolungando l’esame per Candreva ed
El Shaarawy esterni. Il risultato conta più che
altro per la classifica Fifa e per le teste di serie
nelle qualificazioni al Mondiale 2018.
Eppure, comunque vada, questa partita in *..0#*-&
campo neutro sarà un successo: economico,
s’intende. E scriverà l’epitaffio di un vecchio
e romantico classico: le amichevoli in provincia della Nazionale. In 105 anni e 770 gare
l’Italia ha giocato a Catania, Cagliari, Messina, Reggio Calabria, Cosenza, Taranto, Foggia, Lecce, Salerno, Avellino, Pescara, Campobasso, Perugia, Terni, Siena, Pisa, Cesena,
Ancona, Padova, Vicenza, Trieste, Udine,
Cremona, Brescia, Modena e Piacenza.
Trent’anni fa Italia-Portogallo si giocò ad
Ascoli e sembra preistoria: dopo il fischio finale di domani gli azzurri avranno giocato in
campo neutro 11 delle ultime 22 amichevoli
(15 su 32 dal 2010), escluse le tournée 1&--μ
all’estero e le gare pre-Europeo, pre-Mondiale e pre-Confederations Cup.
La tendenza si accentuerà in novembre,
quando la Nazionale dovrebbe attraccare nel
Golfo Persico. Per la Figc ne vale la pena, se
Londra ha ospitato 4 volte gli azzurri dal
2009 e questa sarà la sesta visita in Svizzera
dal 2005, per tacere di quelle a Liegi, Bruxelles, Klagenfurt, Montecarlo e Nizza. L’ingaggio di domani sfiora i 3 milioni, oltre alla percentuale del pacchetto quadriennale Rai (60
milioni per le amichevoli di tutte le selezioni). Inizialmente la sede era Doha: i qatarioti
volevano dimostrare che il loro Mondiale si poteva svolgere d’estate.
Il successivo cambio – nel 2022, scandali Fifa permettendo, si giocherà d’inverno – ha reso inutile il collaudo, ma l’ingaggio è sceso di poco,
dai 4 milioni di partenza. Dal 2018 la Nations League dell’Uefa renderà ancora più improbabile il ritorno in provincia: al posto delle amichevoli ci saranno sfide tra nazionali distribuite in 4 fasce e la fase finale
in campo neutro garantirà posti aggiuntivi per Euro 2020. Ma già dai
preliminari verranno esclusi gli stadi non a norma: l’Italia oggi ne ha
solo 9, più deroghe per Genova, Bologna, Parma e a breve Udine e Reggio Emilia. Domani alla Praille (previsti 28.000 spettatori) gli azzurri
faranno pratica di cosmopolitismo. Chissà se spunterà Zeman, appena accasato al Lugano e scudisciato a Raisport da Pellè. «Da ragazzo il
ritiro con lui era così duro che volevo smettere». Ha continuato. E non
è che con Conte fatichi di meno.



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mo lavorare per restarci. E a
proposito: la nostra terza maglia la sceglieranno gli abbonati».
Che modello ha in testa: Udinese o Fiorentina?
«Noi in America dividiamo
tra società che vendono i loro
pezzi più pregiati e chi anche acquista con un progetto. Per ora
scelgo di stare a metà strada.
Ma rafforzare il settore giovanile mi interessa molto».
Nel ‘97 a Bologna arrivò Baggio, a fine carriera. Ora c’è
Pirlo libero.
«Non voglio mettere bocca
nel mercato. Ognuno nella so-

cietà ha i suoi ruoli. Ma confesso che siamo un po’ indietro perché l’arrivo in A è stato soffertissimo e incerto fino all’ultimo.
Quale calcio mi piace? Non ho
un’idea precisa. O forse sì, ho
ammirato il Carpi che ci ha bastonati 3 a 0. Hanno corso
dall’inizio alla fine, lottando su
ogni pallone. Non ho nemmeno
un calciatore preferito, ma evito attaccanti e portieri. Mi piace chi sta a centrocampo e costruisce gioco».
A proposito di Carpi e Frosinone.
«Conosco la polemica. Ma il risultato del campo va sempre ri-

spettato. Il problema non è se
arrivano in A città con scarso
bacino d’utenza, ma se c’è una
legge che imponga loro un impianto decente, una struttura
moderna».
Risponde su Pirlo?
«Non serve urlare: compro
questo o quello. Sono per gli investimenti a lungo termine. Pirlo è un grandissimo. Ma tra la
polvere di stelle e un giovane
campione con futuro scarto
l’immenso passato. Piuttosto
mi piacerebbe un po’ più di flessibilità nel sistema prestiti: perché a parità di trasferimento
un giocatore può rifiutare? E

mente il texano Timothy Barton che sparì da Bari prima di versare un centesimo dei 25 milioni
promessi. Oppure Joseph Cala, per 11 giorni proprietario della Salernitana e per altri 32 del Lecco. A Cagliari, estate scorsa, Cellino annunciò la
cessione a un gruppo di Miami e 13 giorni dopo
ammise: «Sono spariti». Anche Bologna s’irrigidì, sette anni fa. Dinanzi alla cordata Tacopina
spuntò il classico: «Il Bologna ai bolognesi». La città del Pci e dei cantautori. E in fondo scriveva Berselli (“Adulti con riserva”, 2007): «Americani, dicevano tutti, gente strampalata, plateale, stravagante, esplosiva. Abbondanza, eccesso, esibizioni, macchinoni». Ma col tempo l’Emilia ha consegnato in mani straniere anche la sua “Motor Valley” (Ducati, Lamborghini), Parmalat, BredaMenarini, Saeco, Eridania, il gruppo Marazzi. La sua
sola azienda fra le prime 15 d’Italia è Unipol. Ora
Saputo dà un senso alla scena. Tra la via Emilia e
il West, Bologna ha scelto il West. E come canta
Morandi «ma lascia stare l’America, la vera favola è vivere qua».

meno barriere nella vendita biglietti, perché non si possono diversificare le offerte? Il marketing è importante, a suo modo
gioca anche lui. Per questo vorremmo un solo sponsor sulle nostre maglie».
Sua moglie è gelosa delle sue
trasferte in Italia?
«Carmie è solidale, anche se
a volte fa finta di protestare:
ma cosa ci vai a fare? Il calcio ci
ha fatti innamorare. L’ho conosciuta a Pasadena, luglio ‘94, finale mondiale Italia-Brasile, siamo rientrati insieme in aereo.
Due miei figli tifano Milan. Tornerò qui con la mia famiglia, andremo all’Expo e poi in vacanza
a Milano Marittima. Ma la mia
base resta il Canada».
Lei è chairman, carica insolita, Tacopina presidente.
«L’unico che decide sono io.
Solo io posso firmare, con l’ad
Claudio Fenucci. Tacopina è stato importante, mi ha coinvolto
nella cordata, ero uno dei soci,
quando ho capito che gli altri
non avevano capitali, mi sono
assunto tutta la responsabilità
economica. È buffo: non volevo
comprare il Bologna, solo trovare una sponda per i miei giocatori del Montreal, pensavo che
potessero trasferirsi qui a imparare. Invece ci sono venuto io. E
a questo punto le decisioni spettano solo a me».
Giuri che non se la prenderà
con gli arbitri.
«Prometto. Anche perché
per un’azienda è controproducente. Ho chiesto ai nostri tifosi
di applaudire l’Avellino, che ci
aveva appena battuti. Voglio
un mondo di avversari, non di
nemici».

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zione di denaro sul mercato, il modello nordamericano prevede la trasformazione dei club, il risanamento laddove è necessario, la creazione di un
management e la delega dell’aspetto tecnico,
spesso a un nome che sia suggestivo. Lo Sports
Group al Liverpool richiamò Dalglish in panchina, la Roma Zeman e il Bologna Di Vaio. È show
ma è business. Se c’è da cedere, si cede. A costo,
come all’Arsenal, di farsi fama da Paperoni, ricchi e avari: Wenger, laureato in economia, conosce cos’è un limite di spesa. Eppure, sotto bandiera Usa, i Glazer hanno fatto del Manchester United una realtà con 690 milioni di tifosi e con un
brand da 1,2 miliardi di dollari, il numero uno nel
mondo.
All’inizio, anche nel calcio italiano, l’America
ha generato diffidenza. Un po’ per via di un immaginario formatosi sulla figura di Decio Cavallo, turista a cui Totò vende la Fontana di Trevi.
Un po’ perché gli Usa significano ancora Lalas, difensore folk del Padova anni ‘90, pizzetto alla generale Custer, serate con la chitarra. Ma soprattutto perché “cordata americana” fa venire in

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Capello nei guai: perde 1-0 in casa con l’Austria capolista del
girone G che ha il doppio dei punti della sua brutta Russia, ora 3ª a
4 dalla Svezia 2ª (3-1 al Montenegro, Ibra 2). Inghilterra sempre a
punteggio pieno nel girone E: vince anche in Slovenia (2-3).
Decisivo Rooney che raggiunge Lineker a 47 gol in nazionale, a
una sola lunghezza da Bobby Charlton, finora il più prolifico. A
punteggio pieno anche la Slovacchia di Hamsik, ieri a segno, nel
girone C: 2-1 alla Macedonia. Dietro, Spagna (0-1 in Bielorussia) e
Ucraina (3-0 al Lussemburgo). Estonia-San Marino 2-0,
Lituania-Svizzera 1-2 (risolve Shaqiri), Lichtenstein-Moldova 1-1.
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Madrid guidavo una
Smart. Mi basta e
avanza». Sami Khedira parla del suo trasferimento a
Torino e dei suoi principi morali. Il ritorno alla Bundesliga è stato scartato «a causa delle eccessive agitazioni allo Schalke e del
licenziamento dell’allenatore
Di Matteo». Un anno fa, durante i Mondiali, è stato al “Campo
Bahia” tedesco: ai bambini della zona ha donato 10.000 euro.
«Ho fatto una donazione con
cui stipendiare due insegnanti
in più per due anni. Con la mia
fondazione sosteniamo due orfanotrofi. Ma non regaliamo
niente. Ho visitato i bambini e i
ragazzi e ho detto loro che nella
vita niente è gratuito. Abbiamo
indetto una gara in cui potevano candidarsi come raccattapalle».
Come ha vissuto la sua infanzia?
«Da bambino ti accontenti di
quello che hai. Io e i miei fratelli
non avevamo vestiti di marca e
abitavamo in un piccolo appartamento. Ma c’era sempre qualcuno quando volevo andare al
campo e tornare a casa».
Oggi può comprare quasi tutto.
«Sarà sempre opinabile se è
giusto quello che guadagniamo. Mia madre dice che anche
prima non ero male. Si riferisce
alla fama, riconoscono persino
lei, cosa che non si riesce a spiegari. A volte preferirebbe più
privacy e meno denaro. Anch’io».

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brillante e un futuro promettente. Voglio portare il mio contributo».
È cambiata l’immagine dei
tedeschi?
«Siamo più aperti, meno provinciali. Siamo diventati un modello. Abbiamo talenti individuali, ma è ammirata la nostra
unità. Mi potrebbero dare undi-

ci Ronaldo, non li prenderei. Lui
da solo sì, ha classe come uomo
e calciatore. Ma funziona in una
squadra in cui occorrono Davids o Gattuso».
La Germania è campione del
mondo. Pensa sia possibile
vincere l’Europeo?
«Sarebbe storico. Non dobbiamo abbassare la guardia. Agli

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Come ci si sente?
«All’inizio era strano. Poi ci si
sente più sicuri, niente di più.
Sono gli incontri con le persone,
a contare. E gli amici non li puoi
comprare. O li hai o non li hai».
È parsimonioso?
« Spendo in modo consapevole. Per mangiare bene, per una
bella casa. Non ho il pallino delle auto. A Madrid giravo in
Smart. Non gioco a poker o cose
simili. Non trovo neanche sensato scialacquare per le feste».
Ma allora come possono dire
a Madrid che il rinnovo sia
sfumato a causa delle sue richieste esose?
«Mi ha fatto male. Mi si può
rimproverare di non essere il migliore, non di essere sleale. Avevo un contratto faraonico, avrei
potuto guadagnare molto di
più. Non ho deciso di lasciare il
Real per questioni economiche.
Volevo cambiare. Ero stanco,
era troppo faticoso».
Cosa le rimane di Madrid?
«Il Real è un magnete. Ovunque tu sia, intorno ci sono migliaia di persone. Un club unico.
L’obbligo di vincere a tutti i costi non l’avevo mai provato. Mi
ha forgiato e maturato».
Che cosa si ripromette da
questo trasferimento alla Juve?
«Dopo i Mondiali mi sentivo
completamente stremato. Ora
mi sento di nuovo bene. Ho ancora voglia di divertirmi. La Juve è un club fantastico, con una
grande tradizione, un presente

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spagnoli non è successo. Se privilegiamo la squadra, sarà difficile batterci».

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CONSIGLIO NAZIONALE
DELLE RICERCHE
Istituto per la Microelettronica e i Microsistemi
UOS di Lecce
Campus Universitario Pal. A/3,
Via per Monteroni - 73100 - Lecce

COMUNICAZIONE
ESITO GARA
Gara europea mediante procedura
aperta, ai sensi dell’art. 55 del D.Lgs.
163/2006, per l’affidamento del contratto per la fornitura, l’installazione
e la resa operativa di REATTORE
EPITASSIALE MBE da installare
presso il laboratorio CNR IMM sito
nell’Edificio “Stecca” presso l’Università del Salento – CIG 610796542B
– CUP F86J13000450007 – CPV
38123000-3. Aggiudicazione definitiva avvenuta in data 26.05.2015 in
favore della ditta ASSING S.p.A.,
con sede a Monterotondo in via E.
Amaldi n. 14, per l’importo di Euro
299.000,00 oltre IVA. Invio esito gara
alla GUUE: 03.06.2015.
IL RESPONSABILE DELEGATO
Dr. Pietro Siciliano

Direzione Logistica Industriale
Acquisti Tecnici
Il Responsabile

AVVISO PER ESTRATTO BANDO DI GARA
SETTORI SPECIALI – FORNITURE
Trenitalia S.p.A. ha intenzione di procedere mediante gara a procedura aperta eGPA n. 6898 per l’affidamento della fornitura di “Respingenti completi e
relativi componenti metallici per rotabili” CIG:
6269349E72” per un importo di euro 547.500,00
di cui Euro 365.000,00 posti a base di gara ed Euro
182.500,00 per eventuale opzione economica. Tutta
la documentazione di gara è disponibile su
www.acquistionline.trenitalia.it. Il termine per la
presentazione delle offerte è fissato per il giorno
20/07/2015 ore 13:00
Rocco Femia

$04*.0 $*50

BAKU

provato Gulnar
Suleymanova durante la
cerimonia di apertura
dei Giochi europei, solo lei può
saperlo. Non era allo stadio, ma
avrà sentito i suoni e visto i colori di un mondo che non è il suo.
Gulnar vive a Balakhani, il sobborgo in cui è sorto l’impianto.
A maggio lei e i suoi figli sono
apparsi in un reportage choc di
tre giornalisti di Meydan Tv,
una delle emittenti libere di Baku. Lo stadio costruito dalla Socar, e poi la Belt of Happiness,
la parte scintillante della città, i
negozi, gli abiti italiani, i gioielli, sono lontani come la luna,
per lei, che lavora per 250 manat al mese, 260 euro, pura sopravvivenza, in un container
petrolifero dove si ghiaccia d’inverno e d’estate, no, meglio
non pensarci.
Lo stadio, già nominato Olimpico prim’ancora di un’Olimpiade, ha ingerito venerdì nelle
sue viscere una cerimonia di
apertura bellissima, costata però più di quella di Londra 2012.
Cento milioni a 95 per Baku. Solo Sochi e Pechino hanno speso
di più per il varo dei loro Giochi:
lì c’era però il mondo. Da qui, invece, parte un messaggio al
mondo: guardate e meravigliatevi. Tutto è così insopportabilmente grande, irragionevolmente forse. Gli impianti sono
sensazionali, costruiti da mani
occidentali, pensati per togliere il fiato. L’Heydar Aliyev Arena è un miracolo di tecnologia,
un pezzo del futuro che attende
lo sport. Ieri, però, durante le
gare di lotta greco-romana, tra
maxischermi al plasma e telecamere ad altissima definizione,
si è realizzato un agguato sportivo, antico, terribile. La semifinale dei 66 kg tra l’armeno Arutyunyan e l’azero Aliyev è stata
la prosecuzione a viva forza
umana e senz’armi della guerra del Nagorno-Karabakh, il
conflitto tra i due popoli per il

$

OSA avrà

controllo della regione. Un rumore sordo dagli spalti, un urlo
furioso, “Nagorno”, come durante la cerimonia di apertura.
Ha vinto l’armeno, poi sconfitto in finale più che da un avversario russo, ancora da un pubblico arroventato: «Non ce l’ho
fatta, è stato terribile, ma per il
nostro paese era importante essere qui». Sono 25 gli armeni,
scortati dovunque da guardie
armate: la loro presenza a Baku
è comunque una vittoria. Sembra che l’inverso, però, sia impossibile: «Per un azero scavalcare il confine con l’Armenia
equivale alla morte» raccontava un venditore di tappeti, ieri,
a Icherisheher, la stupefacente

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città vecchia salvaguardata
dall’Unesco, visitata e descritta
con terrore e meraviglia da Dumas padre in Caucaso.
Dalla lunga giornata di Baku
l’Italia raccoglie il terzo argento nel karate con Mattia Busato, specialità kata, una sorta di
danza marziale contro un avversario immaginario. Padroni
di casa nettamente primi nel
medagliere, «bello quando accade questo, vuol dire che il paese ospitante ha fatto le cose per
bene» dice Bach, il cui sbalordimento complessivo potrebbe
pesare anche più del dossier stile Treccani che gli azeri starebbero per inviare al Cio, con i dettagli della candidatura per
l’Olimpiade 2024. La grande
corsa azera inizia da qui, quella
di Roma prosegue: ieri cena di
gala a Casa Italia con una ventina di delegati Cio. È la contraerea Coni alle feste pro-Parigi e
pro-Amburgo viste in città. La
sensazione però è che il piatto
sul tavolo, negli ultimi giorni, si
sia alzato di parecchio.
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R2 SPORT

la Repubblica LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

43

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La prossima tappa della MotoGp
è ad Assen (Olanda) il 27 giugno

Glialtrisport

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DAL NOSTRO INVIATO

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Èstataunadellegare
piùduredellamiavita
Hopresotantissimi
rischipernonfarmi
raggiungere

BARCELLONA

Lorenzo è così
in forma, non puoi permetterti di partire dalla terza fila». Valentino lo sa bene, che la gara di ieri l’ha persa
durante le qualifiche del giorno
prima. Al Doc non è bastata
un’altra delle sue rimonte, però il secondo posto gli permette
di conservare la leadership e
tra due settimane ad Assen –
giura – non accadrà più. «Le prove non sono mai state il mio forte, succedeva anche dieci anni
fa. Ma ho capito come migliorare». Speriamo. Altrimenti l’attesissimo decimo titolo scivolerà
via, come sabbia tra le dita.
Marc Marquez lo ha fatto di
nuovo, che balordo. Un tentativo di sorpasso impossibile, ingenuo, isterico. E un capitombolo,
il secondo consecutivo, il terzo
nelle ultime 5 gare. Voleva passare Lorenzo al secondo giro, lo
ha sfiorato e per poco non trascina giù anche lui. Ora i punti di
distacco da Rossi sono 69,
un’eternità. «Al mondiale non
penso più, dice il campione. Colpa mia, e di una moto che evidentemente non va».
Il campione uscente trattiene a stento rabbia ed emozione. Da Piccolo Imperatore a po-

«Q

UANDO

L’italiano: “La gara l’ho
persa nelle qualifiche
Con Jorge sarà
una bella battaglia”
vero perdente in 2 soli mesi.
L’anno scorso gli hanno dato le
chiavi dell’officina di Tokio, il
ragazzo ha sviluppato la Honda
a sua immagine e somiglianza:
aggressiva, imprudente. Instabile, esagerata.
«La brutte storie non si ripetono. Mai». Jorge Lorenzo sabato aveva risposto a Repubblica
con sicurezza un po’ farlocca. Si
riferiva allo storico sorpasso
che gli aveva rifilato Valentino
nella curva finale del Montmelò, 2009. «Invece quando ho capito che stava per riprendermi,
ho temuto succedesse di nuovo». Appunto. Il maiorchino
aveva imposto la solita gara,
una rappresentazione perfetta
della sua personalità: fuga solitaria, talentuosa e arrogante.
Succede da 4 gran premi consecutivi, fanno 103 giri, il record
di Stoner è stracciato. Dopo 2
tornate era rimasto solo Rossi a
dargli la caccia, il leggero vantaggio – un secondo e mezzo – è
andato perdendo un millesimo
dietro l’altro: inezie, perché le
due Yamaha sono praticamente uguali, ma intanto l’italiano
nel finale si è fatto più sotto. «Allora ho preso tutti i rischi che
c’erano da prendere. È stata
una delle corse più dure della
mia vita», dice Jorge.
Il Dottore riparte da qui. Dalla consapevolezza che la sua
M1 vale quanto quella del compagno di squadra. Ma intanto il
vantaggio del pesarese è evaporato ad un punticino. «Però dopo 3 gare difficili, per la prima
volta ho capito di essere all’altezza di Jorge. Forse anche un
pochino meglio». Se in qualifica
finisci dietro e la domenica cominci con una mezza dozzina di
piloti davanti, hai già perso un
paio di secondi dal più forte.
«Dobbiamo migliorare su que-

+03(& -03&/;0

RISULTATI
10,&3
Jorge Lorenzo (qui
sopra) e Valentino
Rossi (in alto)
durante la
premiazione.
Per il pilota
spagnolo è la quarta
vittoria consecutiva
quest’anno. Tra i due
solo un punto.

Pedrosa sul podio
mentre Dovizioso
perde altri punti

sto aspetto. Impossibile farlo in
allenamento, ci vorrebbe la moto da gara. Quei 2 decimi che mi
mancano sul giro secco forse sono legati ad un modo diverso di
adattarmi alle gomme nuove.
Ora abbiamo capito come fare,
qui a Barcellona potevo già fare
un buon tempo ma ho sbagliato.
E imparato. Sono fiducioso, in

Olanda sarà un appuntamento
decisivo». Dopo la gara di ieri è
praticamente ufficiale: la lotta
per il titolo mondiale è tra i due
amici-nemici e basta, la Yamaha
sifrega le mani.
«Ma se Jorge e Vale fossero arrivati vicini all’ultima curva, ti
immagini che battaglia? Poi
magari finiva che cadevano en-

trambi», scherzano alla casa di
Iwata. Sarebbe stata davvero
una beffa, perché avrebbe vinto Pedrosa, ieri terzo a quasi 20
secondi. Invece la crisi della
Honda continua, e la Ducati resta al secondo posto tra i costruttori nonostante le incertezze. Dovizioso è stato tradito da
un guaio all’elettronica, terzo

pasticcio tecnico in 7 corse. La
Desmosedici Gp.15 è una metamorfosi ambulante, straordinarie potenzialità ma anche molte incognite. Ha fatto meglio
un prudente Iannone, quarto
sul traguardo: ora nel ranking è
dietro la coppia delle meraviglie.

MotoGp, ordine d’arrivo del
gran premio di Catalogna:
1) Lorenzo (Spa) Yamaha
in 42’53”208; 2) Rossi
(Yamaha) +0”885;
3) Pedrosa (Spa) Honda
+19”455; 4) Iannone
(Ducati) +24”925
Classifica: 1) Rossi 138
punti; 2) Lorenzo (Spa) 137;
3) Iannone 94; 4) Dovizioso
83; 5) Marquez (Spa) 69

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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SPORT
INBREVE

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1&3-"(*03(*

ReggioEmilia
nonsiferma
Sassarikoingara1

Camila Giorgi vince il
primo torneo di
tennis della sua
carriera. L’azzurra ha
conquistato il trofeo
di s’Hertogenbosch,
in Olanda, battendo la
svizzera Bencic 7-5,
6-3.
/6050

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1"44.0/%*"-&

8"-5&3 '60$)*
REGGIO EMILIA. Solo una delle due debuttanti

al gran ballo dello scudetto ha voglia di danzare. Reggio sente la musica, Sassari strazia
ogni armonia, pigra e sventata com’è, lasciando agli emiliani (82-63) il primo punto
dei quattro che servono per il titolo, e chissà
se l’illusione, da svelare già domani, sempre
qui, che la spietata domatrice di Milano sia
tutta lì. Uno svettante Polonara dà a Reggio i
punti e i rimbalzi (18 più 12), Cinciarini la regia (10 assist), Kaukenas (13) la prima spinta, Lavrinovic (12) e Cervi (8) stature che incutono terrore. Alla Dinamo manca tanto Lawal, il suo diavolo dei rimbalzi che ora rientrerà dal turno di castigo, e l’assenza spiega ma
non giustifica, anche perchè Sanders (19 più
7) prova a surrogarlo, laddove Dyson-Logan-Sosa combinano 17 punti in tre. Poi, farsi
squarciare in area non è l’unico cruccio di Sacchetti: Reggio fa tutto meglio.
Il fossato si scava già enorme in un primo
tempo di qua giocato benissimo e di là malissimo (52-32). La Grissin Bon alterna triple (5
nel primo quarto) e contropiede, Sassari non
ha nè gioco nè energia. Già tutto deciso a metà corsa, la ripresa scade a oscuro autoscontro, visto che pure Reggio rifiata, e pure ansima. A domani, allora, ritrovando birra. Frattanto, finalista per lo scudetto in questi giorni d’un anno fa, cancellata per debiti e risorta
come Mens Sana, Siena è tornata ieri in A2.
Con lei, riemerse nella Final Four di serie B,
anche Rieti e Fortitudo Bologna, club storici.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Al Settecolli di Roma
Federica Pellegrini
nuota i 200 sl in
1’56”06 e ottiene il
pass per i prossimi
Mondiali di nuoto in
programma a Kazan.
Nel quadrangolare di
pallanuoto, il
Settebello è 3°. Vince
la Croazia, Ungheria
2ª.
3"--:

*/4"3%&(/"
7*/$&0(*&3
Il campione del
mondo Ogier
(Volkswagen, vince il
Rally d’Italia in
Sardegna. Per il
francese 4° successo
in 6 gare. Paddon
(Hyundai) è 2° , 3° il
belga Neuville
(Hyundai).
70--&:

3*4$"550*5"-*"
"6453"-*",0
World League, a
Verona l’Italia si
prende la rivincita e
batte 3-0 l’Australia.
Azzurri a 11 punti.

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R2 PROGRAMMI

46

la Repubblica LUNEDÌ 15 GIUGNO 2015

ANTONIO DIPOLLINA

> CANALGRANDE

DANON
PERDERE

*- (*03/0
& -" 4503*"
La puntata è dedicata a
Alberto Sordi
(nell’anniversario della
nascita) e al suo tipico
personaggio: l’italiano
medio, vigliacco,
pauroso, ma reale.
Rai Storia - 20.30

A

METÀ celebrazione Arbore lo dice.

E spiega che la tv d’autore, quella
di una volta, non ha niente a che
vedere con quella ruspa guidata in stato
d’ebbrezza che è la tv attuale. Quelli della Notte erano come un film, una volta finito si pensava ad altro. E quindi la richiesta – infantile quanto comprensibile – di
tornare e tornare non ha senso né temporale né logico, e si vada avanti con la celebrazione. Un popolo attempato coi lucciconi davanti a RaiTre sabato sera. Fazio

6.00 Il caffè di Raiuno
6.30 Tg 1
6.32 Previsioni sulla viabilità Cciss Viaggiare informati
6.45 Unomattina Estate
10.00 Tg 1
10.05 Che tempo fa
10.30 Effetto Estate - conducono
Benedetta Rinaldi, Alessandro Greco, Rita Forte
11.30 Mezzogiorno italiano
12.25 Don Matteo 7
13.30 Telegiornale
14.00 Tg 1 Economia
14.05 Estate in diretta
15.25 Che tempo fa
16.40 Tg 1
16.50 La posta del cuore - con
Fabrizio Frizzi, Rita Dalla
Chiesa
17.40 Che Dio ci aiuti - Serie Tv
18.50 Reazione a catena
20.00 Telegiornale
20.30 TecheTecheTé con tutti i
sentimenti
21.20 Il commissario Montalbano
23.35 Porta a Porta - conduce
Bruno Vespa
1.10 TG1 Notte
1.40 Che tempo fa
1.45 Sottovoce
2.15 Terza Pagina
2.45 Cuccioli - con Romina Mondello, Amanda Sandrelli,
Danny Quinn, Simona
Marchini, Maurizio Mattioli, Miriam Catania, Ottavia
Piccolo
4.30 Da Da Da
5.15 RAInews24

che celebra il trentennale di QdN, Arbore, un Frassica da portarselo a casa e l’incredibile ritrovamento del reperto Maurizio Ferrini, in forma clamorosa: appunto, ci vorrebbe la macchina del tempo.
Rimpianto per tutti, meno per chi la tv attuale si limita a usarla per cercare protagonismi in proprio e a farne motivo di cicaleccio perenne. Il rimpianto è una cosa
seria, Quelli della Notte lo era ancora di
più. E ci si schiantava di risate.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

CANALE 5

RAI 3

RAI 2

RAI 1

6.00 Lena - Amore della mia
vita - Tf
6.30 Streghe - Tf
7.10 Il tocco di un angelo - Tf
7.55 Protestantesimo
8.25 Il nostro amico Charly - Tf
9.50 Rai Parlamento
Spaziolibero
9.55 Meteo 2
10.00 TG2 2 Insieme
10.50 Cronache animali Estate
11.20 Il nostro amico Kalle - Tf
12.10 La nostra amica Robbie - Tf
13.00 Tg 2 Giorno
13.30 Tg 2 Costume e Società
13.50 Medicina 33
14.00 Detto Fatto Estate
15.30 Senza traccia - Tf
17.00 Guardia Costiera - Tf
17.45 Rai Parlamento
Telegiornale
17.55 Tg 2 Flash L.I.S.
18.00 Rai Tg Sport
18.15 Meteo 2
18.20 Tg 2
18.45 Il commissario Rex - Tf
20.30 Tg 2 20.30
21.00 140” - Serie Tv
21.05 LOL :-) - Serie Tv
21.15 Voyager
22.50 Tg 2
23.15 RazzoLaser
0.20 Tg 2
0.35 Film: La scuola è finita
- di Valerio Jalongo, con
Valeria Golino, Vincenzo
Amato, Fulvio Forti
1.55 Sorgente di vita
2.15 Hawaii Five-0 - Tf
3.15 Meteo 2
3.20 Supernatural - Tf, con Jared
Padalecki, Jensen Ackles
4.35 Videocomic

6.00
7.00
7.30
8.00
10.00
11.15
11.55
12.00
12.25
12.45
13.10
14.00
14.05
14.20
14.25
14.55
15.05
15.10
15.15
16.00

17.50
19.00
19.30
19.40
20.00
20.10
20.35
21.05
23.10
24.00
1.05
1.15
3.00

Rai News 24
TGR Buongiorno Italia
TGR Buongiorno Regione
Agorà - conduce Gerardo
Greco
Filumena Marturano!
Tg 3 Minuti
Meteo 3
Tg 3
Tg3 Fuori TG
The Cooking Show
Il mondo in un piatto
Il tempo e la storia
Tg Regione
Tg Regione Meteo
Tg 3
Meteo 3
TGR Expo News
Tg 3 LIS
TGR Piazza Affari
Terra Nostra 2 - Tf
Film: Piedone a Hong
Kong - di Steno, con Bud
Spencer, Al Lettieri, Enzo
Cannaval, Renato Scarpa
Geo Magazine 2015
Tg 3
Tg Regione
Tg Regione Meteo
Blob
Kebab for Breakfast - Serie
Tv
Un posto al Sole
Amore criminale
Visionari - conduce Corrado Augias
Tg 3 Linea Notte
Rai Parlamento Telegiornale
Fuori Orario. Cose (mai)
viste
Rai News 24.

3"*53&
Renzo
Arbore
inventore
di “QdN”

ITALIA 1

6.00 Tg 5 Prima pagina.
8.00 Tg 5 Mattina
8.45 Film: La Magia della
Vita - di Vic Sarin, con
Connie Nielsen, Aidan
Quinn, John Bell.
11.00 Forum - conduce Barbara
Palombelli
13.00 Tg 5.
13.40 Beautiful
14.10 Film: Inga Lindström
- La melodia nel vento - di Martin Gies, con
Susanne Gärtner, Robert
Seeliger, Leonie Brill.
16.10 Il segreto
17.10 Baciamo le mani - Palermo-New York 1958
18.00 Tg5 minuti
18.45 Caduta libera
19.44 Anticipazione Tg 5
19.55 Tg 5 Prima pagina
20.00 Tg 5.
20.40 Paperissima Sprint
21.10 Film: Il buongiorno
del mattino - di Roger
Michell, con Rachel McAdams, Harrison Ford, Diane Keaton, Jack Davidson.
23.40 Falco - Tf
0.40 X-Style
1.20 Tg 5 Notte
1.40 Paperissima Sprint
2.50 Nati ieri - Tf, con Sebastiano Somma, Vittoria
Belvedere, Ettore Bassi
3.35 Tg 5. All’interno: Meteo.it
4.05 Nati ieri - Tf, con Sebastiano Somma, Vittoria
Belvedere, Ettore Bassi
5.00 Mediashopping
5.15 Tg 5. All’interno: Meteo.it
5.45 Mediashopping

RETE 4

6.00 Mediashopping
6.15 Til death - Per tutta la vita
- Tf,
6.35 Mediashopping
6.55 The Middle - Tf
7.40 Spank tenero rubacuori
8.05 Kiss Me Licia
8.30 Sailor moon e il cristallo del
cuore
9.00 What’s my destiny Dragon
Ball
9.30 Smallville - Tf
11.25 Chuck - Tf
12.25 Studio Aperto.
13.00 Sport Mediaset
Anticipazioni
13.05 Sport Mediaset
13.45 I Simpson
14.35 American Dad
15.00 Futurama
15.25 Due uomini e 1/2
16.20 Royal Pains - Tf
18.20 Love Bugs
18.28 Studio Aperto
Anticipazioni
18.30 Studio Aperto
19.25 C.S.I. Miami - Tf
21.10 Chicago Fire - Tf
23.05 Film: Final Destination
2 - di David R. Ellis, con Ali
Larter, A.J. Cook, Michael
Landes, Tony Todd.
0.55 Magazine Champions
League
1.30 Premium Sport
1.55 Studio Aperto - La giornata
2.10 Detective Conan
3.50 Mediashopping
4.05 Film: La settimana
della sfinge - di Daniele
Luchetti, con Margherita
Buy, Paolo Hendel, Silvio
Orlando, Delia Boccardo

6.10
6.40
8.45
ù9.40
10.45
11.30
12.00
13.00
14.00
15.30
16.35
17.00
18.50
18.55
19.30
20.30
21.15

23.40
23.45

2.20
2.40

4.15

5.35
5.50

LA SETTE

Mediashopping
Miami Vice - Tf
Cuore ribelle
Carabinieri - Tf
Ricette all’italiana
Tg 4 - Telegiornale
Detective in corsia - Tf
La signora in giallo - Tf
Lo sportello di Forum
Hamburg distretto 21 - Tf
Ieri e oggi in Tv
Colombo - Tf
Anteprima Tg 4
Tg 4 - Telegiornale
Tempesta d’amore
Dalla vostra parte
Film: Cliffhanger L’ultima sfida - di Renny Harlin, con Sylvester
Stallone, John Lithgow,
Michael Rooker, Janine
Turner.
I bellissimi di Rete 4
Film: Air America - di
Roger Spottiswoode, con
Mel Gibson, Robert Downey jr., Nancy Travis, David
Marshall.
Mediashopping
Don Tonino 2 - Serie
Tv, con Andrea Roncato,
Gigi Sammarchi, Nicola
De Buono, Marisa Rampin,
Lara Motta
Film: Una sull’altra - di
Lucio Fulci, con Jean Sorel,
Marisa Mell, Elsa Martinelli, John Ireland
Zig zag
Tg 4 Night News

6.00
6.05
6.10
7.00
7.30
7.50
7.55
9.45
11.00
13.30
14.00
14.40

16.20
18.10

20.00
20.35
21.10
23.15

1.10
1.25
2.00
3.15
5.25

Tg La7 Morning New
Meteo
Oroscopo
Omnibus - Rassegna
Stampa
Tg La7
Meteo
Omnibus dibattito - con
Andrea Pancani, Alessandra Sardoni
Coffee Break - conduce
Tiziana Panella
L’aria che tira - conduce
Myrta Merlino
Tg La7
Tg La7 Cronache
Commissario Navarro Serie Tv, con Roger Hanin,
Emmanuelle Boidron, Catherine Allegret
Le strade di San Francisco
- Tf, con Karl Malden,
Michael Douglas
IL commissario Cordier - Tf,
con Pierre Mondy, Bruno
Madinier, Antonella Lualdi
Tg La7
Otto e mezzo - conduce Lilli
Gruber
Speciale Piazza Pulita conduce Corrado Formigli
Film: A Dark Truth Un’oscura verità - di
Damian Lee, con Andy
Garcia, Kim Coates, Deborah Kara Unger
Tg La7
Otto e mezzo (r)
Coffee Break (r)
L’aria che tira (r)
Omnibus (r)

DEEJAY TV
14.30 Film: Men in Black II - di
Barry Sonnenfeld, con
Tommy Lee Jones
15.20 Chi diavolo ho sposato?
16.10 Com’è fatto
17.30 Airport security Canada Serie Tv
18.55 Deejay Tg
19.00 Airport security Canada Serie Tv
19.50 Come è fatto il cibo
21.15 Film: Spider-Man 2 - di
Sam Raimi, con Tobey
Maguire
23.50 Deejay Tg
23.55 Sex E. R. - Tutta colpa del
sesso - Serie Tv

LA EFFE
7.45 RED - Grand Designs
9.40 RED - Posso dormire da
voi?
11.45 RED - Bourdain: Cucine
segrete
13.25 RED - Il cuoco vagabondo
15.25 RED - Jamie Oliver: il mio
giro d’Europa
17.20 RED - Jamie: menu in 30
minuti
19.40 RepTV NEWS
20.00 RED - Il cuoco vagabondo
21.00 Film: Jimmy P. - di
Arnaud Desplechin, con
Benicio Del Toro, Mathieu
Amalric, Gina McKee
23.15 Film: Last Days - di Gus
Van Sant, con Michael Pitt,
Asia Argento, Lukas Haas,
Harmony Korine

RAI
n RAI 4
6.05
6.30
7.15
8.05
8.50
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12.10
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16.05
16.55
17.40
17.45

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20.20
21.10
22.40
23.40
0.45
0.50
2.25

n PREMIUM

Serial Webbers
Once upon a time - Wonderland
The Lost World
Medium
Sulle Tracce del Crimine
Sulle Tracce del Crimine
Rush
Heroes
Heroes
Once upon a time - Wonderland
Kyle XY
The Collector
Robin Hood
The Lost World
Andromeda
Rai News - Giorno
Film: Tesoro, mi si sono ristretti i
ragazzi - di Joe Johnston, con Rick Moranis,
Matt Frewer, Marcia Strassman, Kristine
Sutherland
Once upon a time - Wonderland
Star Trek: Next Generation
Film: Escape - di Egor Konchalovskiy, con
Yevgeny Mironov, Aleksey Serebryakov,
Andrey Smolyakov, Viktoriya Tolstoganova
Roma
The White Queen
Anica appuntamento al cinema
Film: Summer’s Moon - di Lee Demarbre,
con Ashley Greene, Peter Mooney, Barbara
Niven
Rai News - Notte

11.25
11.55
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13.40
14.20
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19.25
20.20
21.20
0.35
1.25

Un Posto Al Sole XI
Chiamata D’Emergenza
Terapia D’Urgenza
Terra Nostra
Anica Appuntamento Al Cinema
Morte Di Una Ragazza Per Bene
The Cooking Show
Tutti Pazzi Per Amore
Rai News - Giorno
Batticuore
La Signora In Rosa
Terra Nostra
Provaci Ancora Prof!
I Migliori Anni
Chiamata D’Emergenza
Rai News - Notte

n MOVIE
12.20 Film: Veloci di mestiere - di David
Cronenberg, con William Smith, Claudia
Jennings, John Saxon
13.55 Film: Colpo secco - di George Roy Hill,
con Paul Newman, Michael Ontkean,
Strother Martin
16.00 Film: Happy Family - di Gabriele
Salvatores, con Fabio De Luigi,
Margherita Buy, Diego Abatantuono,
Fabrizio Bentivoglio
17.40 Rai news - Giorno
17.45 Film: I sei della grande rapina - di

n CINEMA

6.37 Onora il padre e la madre - di Sidney
Lumet Premium Cinema Emotion
7.40 Il mago di Oz - di Victor Fleming Studio
Universal
8.18 300 - L’Alba di un Impero - di Noam Murro
Premium Cinema
9.25 Al di là dei sogni - di Vincent Ward
Studio Universal
9.56 La maledizione dello Scorpione di Giada di Woody Allen Premium Cinema
10.05 Sleepers - di Barry Levinson Premium
Cinema Emotion
11.25 Oltre la vittoria - di Robert M. Young
Studio Universal
11.40 What Women Want - di Nancy Meyers
Premium Cinema
12.30 C’è post@ per te - di Nora Ephron
Premium Cinema Emotion
13.35 Balle spaziali - di Mel Brooks Studio
Universal
13.47 In Time - di Andrew Niccol Premium
Cinema Energy

13.55 Grandi predatori
14.20 Austin Stevens: animali
pericolosi
15.10 Il regno dei dinosauri
16.00 Le sette meraviglie
16.50 Tesori nascosti
17.45 MythBusters
18.40 I segreti della Terra
19.00 I segreti della Terra
19.30 Indagini ad alta quota
20.25 Marchio di fabbrica
20.50 Marchio di fabbrica
21.15 I segreti della Terra
22.05 The Sixties
23.00 America: vero o falso?

21.15
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1.00

n RAI 5
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11.40
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20.35
21.15
21.20
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Scaramouche Scaramouche
Concerto Di Pasqua
Concerto De Burgos E Colom
Ubiq
Capolavori Della Natura
Planet Ocean
Bella Vacanza
La Liberta’ Di Bernini
Memo Teatro L’Agenda Culturale
Una Città Tre Imperi
Art Of... America
Passepartout
5 Buoni Motivi
Re Lear
Shakespeare Da Scoprire

GIALLO

MEDIASET PREMIUM

FOCUS

19.20

Gordon Flemyng, con Jim Brown, Diahann
Carroll, Ernest Borgnine
Film: Troppo forte - di Carlo Verdone, con
Carlo Verdone, Alberto Sordi, Stella Hall,
Mario Brega
Deadwood II - Nuovi padroni
Deadwood II - Le nuove regole del
commissario jarry
Taormina daily
Film: Homeland Security - di George
Gallo, con Antonio Banderas, Meg Ryan,
Colin Hanks, Selma Blair
Rai news - Notte

14.35 Baarìa - di Giuseppe Tornatore
Premium Cinema Emotion
15.15 Fastest: Il Più Veloce - di Mark Neale
Premium Cinema
15.20 The Illusionist - di Neil Burger Studio
Universal
17.12 Il dilemma - di Ron Howard Premium
Cinema Emotion
17.14 The Possession - di Ole Bornedal
Premium Cinema
18.45 Harry, ti presento Sally - di Rob Reiner
Studio Universal
19.05 Hereafter - di Clint Eastwood Premium
Cinema Emotion
21.15 Oldboy - di S. Lee Premium Cinema
22.58 Non è mai troppo tardi - di Rob Reiner
Premium Cinema Emotion
23.10 47 Ronin - di Carl Rinsch Premium
Cinema
23.23 Speed Racer - di Andy Wachowski,
Larry Wachowski Premium Cinema
Energy

CIELO
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1.00

Junior MasterChef Australia
Sky Tg24 Giorno
Junior MasterChef Australia
MasterChef Italia - L’ultima
selezione
MasterChef Italia - La sfida
italiana
Buying & Selling
Case in rendita
Fratelli in affari
House of Gag
Il club di Jane Austen
Sex Workers
Sex with Sunny Megatron
The Joy of Teen Sex

6.00
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Deadline: Dentro il crimine
JAG - Avvocati in divisa
JAG - Avvocati in divisa
Matlock
Matlock
Bones
Bones
Law & Order - I due volti della giustizia
Law & Order - I due volti della giustizia
The Listener
The Listener
Law & Order - I due volti della giustizia
Law & Order - I due volti della giustizia
Law & Order - I due volti della giustizia
Bones
Bones
Bones
Omicidi a Sandhamn
Omicidi a Sandhamn
Omicidi a Sandhamn
Waking the Dead
Waking the Dead
The Murder Shift

TV2000
15.20 Siamo Noi
17.30 Il Diario Di Papa Francesco In
Diretta
18.00 Rosario In Diretta Da Lourdes
18.30 Tg 2000
18.55 Sport 2000
19.30 Animali E Animali
20.00 Rosario Da Lourdes - In
Differita
20.30 Tg Tg
21.00 Il Diario Di Papa Francesco Santa Marta
21.05 Beati Voi
24.00 Rosario Dal Santuario Di
Pompei

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REAL TIME
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Chi diavolo ho sposato?
Alta infedeltà
Bake Off Italia: dolci in forno
Bake Off Italia: dolci in forno
La stilista delle spose
Quattro matrimoni USA
Il mio grosso grasso
matrimonio gipsy US
Alta infedeltà
I segreti dell’amore
I segreti dell’amore
Malattie imbarazzanti
ER: storie incredibili
Malattie imbarazzanti
24 ore al pronto soccorso

SATELLITE

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SKY
[servizio a pagamento]

n CINEMA MATTINA
7.15 Marie Antoinette - di Sofia Coppola Sky
Cinema Passion HD
8.30 Il mio amico Ted - di Shuki Levy Sky
Cinema Family
9.10 Head of State - di Chris Rock Sky
Cinema Comedy HD
9.40 Instructions Not Included - di Eugenio
Derbez Sky Cinema Passion HD
10.00 Totò nella luna - di Steno Sky Cinema
Classics
11.35 Welcome to the Punch - di Eran Creevy
Sky Cinema Max HD
12.25 Gigolò per caso - di John Turturro Sky
Cinema 1 HD
12.35 La pantera rosa - di Shawn Levy Sky
Cinema Comedy HD

n CINEMA POMERIGGIO

n CINEMA SERA

n CINEMA NOTTE

13.10 Sinbad - La leggenda dei sette mari - di
Patrick Gilmore, Tim Johnson Sky
Cinema Family
14.00 Le due vie del destino - di Jonathan
Teplitzky Sky Cinema 1 HD
15.20 Vita da camper - di Barry Sonnenfeld
Sky Cinema Hits HD
15.35 The last days - di David Pastor, Àlex
Pastor Sky Cinema Max HD
16.00 Un weekend da bamboccioni - di Dennis
Dugan Sky Cinema 1 HD
17.05 Speed - di Jan de Bont Sky Cinema
Hits HD
17.50 Bagnomaria - di Giorgio Panariello Sky
Cinema Comedy HD

19.05 I duri di Oklahoma - di Stanley Kramer
Sky Cinema Classics
19.25 Dick & Jane - Operazione furto - di Dean
Parisot Sky Cinema Comedy HD
21.00 Nadine, un amore a prova di proiettile
- di Robert Benton Sky Cinema
Classics
21.00 Hercules: La leggenda ha inizio - di
Renny Harlin Sky Cinema Max HD
21.00 Dirty Dancing - Balli proibiti - di Emile
Ardolino Sky Cinema Passion HD
22.30 Spiderwick - Le cronache - di Mark
Waters Sky Cinema Family
22.35 Angelica alla corte del Re - di Bernard
Borderie Sky Cinema Classics
22.50 Marie Antoinette - di Sofia Coppola Sky
Cinema Passion HD

22.55 Dom Hemingway - di R. Shepard Sky
Cinema 1 HD
22.55 Starsky & Hutch - di Todd Phillips Sky
Cinema Hits HD
23.05 7 chili in 7 giorni - di Luca Verdone Sky
Cinema Comedy HD
0.10 Mandie e il tunnel segreto - di Joy
Chapman, Owen Smith Sky Cinema
Family
0.20 Un amore a Roma - di Dino Risi Sky
Cinema Classics
0.20 Robocop - di Paul Verhoeven Sky
Cinema Max HD
0.35 Un weekend da bamboccioni - di Dennis
Dugan Sky Cinema 1 HD
0.55 Planes - di Klay Hall Sky Cinema Hits
HD

11.15 Basket: Grecia - Turchia Europei
Femminili 2015 Sky Sport 2 HD
12.30 Tennis: Finale Torneo WTA Nottingham
Eurosport
13.00 Wrestling: WWE NXT Sky Sport 2 HD
14.00 Calcio: Germania - Norvegia Mondiali
Femminili 2015 Eurosport
14.10 Basket: Golden State - Cleveland NBA
Finals Sky Sport 2 HD
15.15 Ciclismo: Saint Gervais Mont Blanc
- Modane Valfréjus Criterium del
Delfinato Eurosport
16.00 Calcio: Highlights Qualificazioni
Europei 2016 Sky Sport 1 HD

16.15 Tennis: Finale Torneo ATP Stoccarda
Eurosport
16.30 Calcio: Una partita Mondiali Under 20
Eurosport 2
16.45 Calcio: Irlanda - Scozia Qualificazioni
Europei 2016 Sky Sport 1 HD
16.50 Basket: Bielorussia - Grecia Europei
Femminili 2015 Sky Sport 2 HD
17.15 Tennis: Finale Torneo WTA Nottingham
Eurosport
17.30 Calcio: Germania - Norvegia Mondiali
Femminili 2015 Eurosport 2
18.00 Calcio: Croazia - Italia Qualificazioni
Europei 2016 Sky Supercalcio HD

18.15 Automobilismo: Highlights 24 Ore di Le
Mans Eurosport
19.00 Ciclismo: Saint Gervais Mont Blanc
- Modane Valfréjus Criterium del
Delfinato Eurosport 2
19.45 Equitazione: Belmont Stakes Horse
Racing Time Eurosport
20.00 Calcio: Germania - Norvegia Mondiali
Femminili 2015 Eurosport
21.15 Basket: Golden State - Cleveland NBA
Finals Sky Sport 2 HD
22.15 Giochi Europei Baku: Highlights Sky
Sport 3 HD
23.30 Basket: Turchia - Italia Europei
Femminili 2015 Sky Sport 2 HD

How I Met Your Mother Fox HD
CSI New York Fox Crime HD
Le streghe dell’East End Fox Life
L’alba del giorno dopo National
Geographic
CSI New York Fox Crime HD
Bones Fox HD
CSI New York Fox Crime HD
Bones Fox HD
I maghi del garage National
Geographic
Body of Proof Fox Life
Criminal Minds Fox Crime HD
I Simpson Fox HD
Body of Proof Fox Life
Criminal Minds Fox Crime HD

20.10 I Simpson Fox HD
20.35 I Simpson Fox HD
20.55 Muoviti o muori National
Geographic
21.00 Tyrant Fox HD
21.05 Delitti in Paradiso Fox Crime HD
21.25 Muoviti o muori National
Geographic
21.55 Grey’s Anatomy Fox Life
22.10 CSI Fox Crime HD
22.45 Outlander Fox Life
23.05 NCIS Fox Crime HD
23.40 Grey’s Anatomy Fox Life
23.45 Megafabbriche - Divertimento da paura
National Geographic
23.50 Bones Fox HD

n SPORT
7.45 Calcio: Slovenia - Inghilterra
Qualificazioni Europei 2016 Sky
Supercalcio HD
8.15 Calcio: Bielorussia - Spagna
Qualificazioni Europei 2016 Sky
Supercalcio HD
9.00 Calcio: Slovenia - Inghilterra
Qualificazioni Europei 2016 Sky Sport
1 HD
10.00 Calcio: Bielorussia - Spagna
Qualificazioni Europei 2016 Sky Sport
1 HD
10.30 Calcio: Orlando City SC - DC United
Major League Soccer Eurosport

FOX
8.45 I Simpson Fox HD
8.55 Megafabbriche - Boeing 747 National
Geographic
9.05 The Royals Fox Life
9.15 I Simpson Fox HD
9.20 The Guardian Fox Crime HD
9.40 I Simpson Fox HD
9.50 I maghi del garage National
Geographic
10.05 The Glades Fox HD
10.15 The Guardian Fox Crime HD
10.45 Le migliori foto di National Geographic
National Geographic
10.55 Drop Dead Diva Fox Life
11.00 The Glades Fox HD
11.10 NCIS Fox Crime HD

11.50
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12.50
13.00
13.10
13.45
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14.05
14.10
14.40
15.05
15.10
15.30
15.45
16.00

Le streghe dell’East End Fox Life
NCIS Fox Crime HD
Bones Fox HD
Criminal Minds Fox Crime HD
Body of Proof Fox Life
Bones Fox HD
Criminal Minds Fox Crime HD
Megafabbriche - illy National
Geographic
Body of Proof Fox Life
I Simpson Fox HD
The Royals Fox Life
I Simpson Fox HD
I Simpson Fox HD
Lupi di mare National Geographic
How I Met Your Mother Fox HD

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.&5&0

METEO.REPUBBLICA.IT

Oggi in Italia

LEGENDA

Sole

MARE E VENTI

N

Bolzano
Trento

Ancona
Anzio
Bari
Cagliari
Civitavecchia
Genova
La Spezia
Livorno
Messina
Napoli
Olbia
Pescara
Taranto
Trieste
Venezia

Nuvoloso
Variabile

Aosta

Variabilità su coste e pianure,
qualche acquazzone atteso
su Alpi, Prealpi, la sera anche
su Liguria, Piemonte ed alta
Val padana. Temperature in
rialzo, massime tra 24 e 29.

NORD

Coperto
Pioggia

Milano

Trieste

Torino

Venezia
Bologna

Rovesci

Genova

Grandine

Ancona

Firenze
Temporali

Perugia

Nebbia
Neve

CENTRO

MARE

Calmo
Mosso
Agitato

Tempo variabile con
acquazzoni sparsi su
Sardegna e Toscana, in locale
estensione diurna a Umbria,
Marche e Appennino.
Temperature in calo,
massime tra 23 e 28.

L’Aquila

Roma
Campobasso

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O

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NNO

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ENE

7

SSO

11

SSO

Bari

Potenza

SUD E ISOLE

INDICE UV

Basso

3-5

Moderato

6-7

Alto

Resiste l'alta pressione con
sole prevalente; qualche
disturbo diurno tra alta
Campania, interne molisane
e Gargano. Temperature in
calo, massime tra 25 e 29.

Cagliari
Catanzaro
Palermo
Reggio Calabria
Catania

aggiornamenti h24 su
www.3bmeteo.com

8 - 10 Molto alto
>11

E

Napoli

Debole
Moderato
Forte
Molto
forte

Estremo

IL SOLE
SORGE
TRAMONTA

Bari

Napoli

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20:27

05:32
20:35

Palermo
05:43
20:31

Roma
05:36
20:46

Bologna
05:30
21:00

Firenze

Milano

05:33
20:57

05:35
21:12

Genova

Torino

05:41
21:10

05:41
21:19

LA LUNA

1° QUARTO

NUOVA
16 GIU

24 GIU

PIENA
2 LUG

ULT. QUARTO
8 LUG

IERI

7

Olbia

VENTO

0-2

LE TEMPERATURE MASSIME E MINIME - UV

Vento: km/h e provenienza
MARE VENTO

Alghero
Ancona
Aosta
Bari
Bologna
Bolzano
Brindisi
Cagliari
Campobasso
Catania
Catanzaro
Firenze
Genova
Imperia
L’Aquila
Messina
Milano
Napoli
Olbia
Palermo
Perugia
Pescara
Pisa
Potenza
R. Calabria
Rimini
Roma Fium.
Roma Urbe
Torino
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Trieste
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DOMANI MATTINA

DOMANI POMERIGGIO

MERCOLEDì

GIOVEDì

Ancora nubi al Nord con
qualche pioggia a
caratter sparso, più
frequente tra
Nordovest, Lombardia
ed Emilia occidentale.
Bel tempo prevalente
sul resto della penisola
salvo addensamenti su
Sardegna e Toscana.
Temperature stabili.
Venti tesi intorno OSO.

Si rinnova una
moderata instabilità
sulle regioni
settentrionali con
piogge e temporali, più
diffusi sulla cerchia
alpina e prealpina. Bel
tempo prevalente al
Centro Sud salvo
piovaschi lungo la
dorsale. Temperature
poco variate. Venti tesi
intorno OSO.

Nuova fase di generale
maltempo per l'Italia
con acquazzoni e
temporali sparsi da
Nord a Sud. Esclusi solo
la Sicilia meridionale, la
fascia ionica ed il
Salento. Miglioramento
serale al Centro Nord.
Temperature in
diminuzione. Venti tesi
settentrionali.

Torna l'alta pressione
che determina una
giornata soleggiata al
Nord ed al Centro.
Residua instabilità
invece al Sud e sulla
Sardegna con fenomeni
in dissipazione serale.
Temperature in rialzo al
Centro Nord. In lieve
calo al Sud. Venti tesi
settentrionali.

TEMPERATURE
NEL RESTO DEL MONDO
MASSIME E MINIME

Nel mondo
EUROPA

Auckland
Beirut
Bombay
Buenos Aires
Caracas
Chicago
Città del Capo
Messico DF
Dubai
Helsinki
Filadelfia
15 / 10
Stoccolma
Oslo
Gerusalemme
16 / 6
15 / 7
Tallin
Hong Kong
Il Cairo
Riga
Johannesburg
15 / 13
Copenaghen
Vilnius
L’Avana
21 / 12
17 / 11
Los Angeles
Minsk
Amsterdam
Melbourne
Berlino
23 / 13
20 / 11
Miami
20 / 10
Kiev Montreal
Varsavia
Praga
31 / 18
24 / 15
Bruxelles
Mosca
20 / 13
20 / 11
New Delhi
Bratislava
Vienna
New York
25 / 19
Budapest
Pechino
Berna
28 / 20
Lubiana
Rio de Janeiro
19 / 14
Bucarest San Paolo
25 / 14
Belgrado
36 / 21
Santiago (Chile)
Sarajevo 32 / 20
Istanbul
Seoul
32 / 15
Sofia 33 / 13
Shanghai
Roma
Singapore
Tirana
Sydney
29 / 23
Tokyo
Atene
Toronto
35 / 21
Washington

L'alta pressione delle Azzorre si mantiene molto
occidentale e dall'Atlantico protegge solo il Regno
Unito. Un flusso di correnti fredde provenienti dalla
Groenlandia continua invece a mantenere in vita
una lunga saccatura estesa dal Baltico
settentrionale all'Europa centro occidentale
all'interno della quale permangono diffuse
condizioni di instabilità atmosferica con tempo
anche perturbato. Rovesci, temporali e frequenti
grandinate insistono su Penisola Iberica, Francia
meridionale, Regioni Alpine, Europa Danubiana e
parte del settore nord orientale compreso tra la
Polonia, la Bielorussia e l'Ucraina mentre piogge e
clima freddo si rinnovano sulla Penisola Scandinava
e sull'alta Russia.

Dublino
19 / 5

Londra
19 / 9

Parigi
23 / 13

Madrid
Lisbona
22 / 13

21 / 12

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18
32
32
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28

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5
17
19

16 12
25 16
40 31
34 17
26 15
32 26
40 18
17 2
37 22
32 17
15 10
34 25
25 13
25 19
39 30
31 18
38 19
28 18
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17
29
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