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La.Repubblica.16.06.2016.By.PdS .pdf



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senzaterra. Questa la nuova immagine
del presidente del Consiglio e soprattutto del segretario del Pd, man mano che i Democratici cedono terreno a Grillo e alla destra perdendo Nuoro, Fano, Arezzo, Gela, Augusta, Enna e soprattutto Venezia, capitale simbolica di questa sconfitta incubata nei municipi e nei territori, proprio
dov’era nata la sfida renziana.
Avevamo avvertito che le regionali erano una vittoria numerica, ma una chiara sconfitta politica. Adesso la crisi del
Pd, nonostante i successi a Mantova, Lecco, Segrate, Trani e
Macerata, è anche numerica
ed è davanti agli occhi di tutti:
negarla è impossibile per cinque ragioni evidenti.
L’astensione che supera il 50
per cento anche in elezioni comunali conferma che l’incantamento è rotto e il renzismo si deve guadagnare il pane nella lotta di tutti i giorni, senza rendite di posizione: diventa uguale
agli altri. L’inseguimento del
partito della nazione ha lasciato sguarnito il fianco di sinistra, e la disaffezione si vede e
soprattutto si conta. La rincorsa al centro arranca perché il
cambiamento ristagna.
Il Pd è il luogo del conflitto e
non delle idee, del risentimento e non del sentimento di una
sinistra moderna.

.

ATTEO

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ROMA.

Gela e Augusta al M5S,
Enna al centrodestra. Così anche la Sicilia punisce il Pd. In generale il partito del premier, in
questo turno amministrativo,
perde sei capoluoghi e ne conquista due. Il movimento di Grillo riesce a imporsi in cinque ballottaggi su cinque. A Enna, il
candidato di centrosinistra era
Vladimiro Crisafulli, in rotta col
Pd nazionale. A Gela battuto
l’uscente Angelo Fasulo, candidato sostenuto del presidente
della Regione siciliana, Rosario
Crocetta.

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ce Renzi ai suoi. Non significa che il Pd abolirà la selezione popolare dei candidati.
Significa però che cercherà di limitarne l’uso, che proverà a guidare la scelta in altri modi.

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EUROPA deve salvare la
Grecia.
Mantenerla
nell’Eurozona avrà conseguenze negative ma peggio
sarà se ne esce, questo non solo sotto il profilo economico,
ma umano, geopolitico e storico. L’Europa non sarebbe mai
più la stessa. Ero in Grecia due
settimane fa e ne ho avuto
l’impressione ogni piè sospinto, sostando sull’antico colle
della Pnice, che ha dato i natali alla democrazia, parlando
con i vertici dell’imprenditoria, con giornalisti e accademici.

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È il

simbolo papale del
Pontefice argentino e
200 pagine di testo.
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IÀ l’accoppiata di titolo e

sottotitolo della nuova
enciclica di papa Francesco è molto significativa: “Laudato si’. Sulla cura della casa comune”. Vi compaiono tre concetti decisivi della complessiva
interpretazione bergogliana.

sulle ragioni
della sconfitta del Partito laburista alle elezioni
britanniche comincia a prendere piede. Ma è una teoria sbagliata. Per quelli che basano le
loro previsioni sui sondaggi, il
risultato è stato una sorpresa.
Meno per quelli che hanno seguito il Labour negli ultimi anni. Per molti aspetti il partito laburista proponeva una versione light del Partito conservatore: «Anche noi vogliamo ridurre il disavanzo, ma meno»

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MILANO

per un pugno di dollari. La
guerra dei cieli è scoppiata improvvisa per un pugno di centimetri. E l’arma finale, un paraginocchio da aereo costato carissimo alla United Airlines, ha convinto le compagnie mondiali che è arrivato il
momento di prendere il toro per le corna. Il
problema è chiaro a tutti, specie ai passeggeri: i sedili a bordo, rimpiccioliti per risparmiare, sono diventati troppo stretti.

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ICONO che a Jacques Brunel i baffoni
da Asterix siano scesi giù di botto, come in certi fumetti. Primo giorno di
raduno dell’Italrugby in preparazione ai
mondiali inglesi di settembre. Villabassa,
provincia di Bolzano, tutto pronto. Il ct francese sgambetta impaziente. Però mancano
i ragazzi. «Noi oggi non mettiamo nessuna
maglia azzurra». I 40 azzurri protestano
con la Federazione, che visti i risultati disastrosi della squadra ha deciso di stringere i
cordoni della borsa: «Ti pago solo se vinci, a
parte un minimo garantito».

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ROMA. Il giorno dopo, contati sindaci, consiglieri

e voti, il Pd si lecca le ferite. Perchè al tondo di
domenica si aggiunge quello di ieri in Sicilia. A
partire da Enna, dove Mirello Crisafulli, dato
come sicuro vincente, è stato sconfitto da
Maurizio Di Pietro, arrivato primo con il 51,9 per
cento. Ma non è andata meglio
Gela, la città del
-" a“governatore”
Rosario
(*03 Crocetta. Il nuovo
è il
/" grillino Domenicosindaco
Messinese,
5" sostenuto da Ncd che ha
battuto il sindaco uscente, il
democratico Angelo Fasulo. Una vittoria
importante per i Cinque Stelle che incassano
anche il trionfo di Augusta, altro grosso centro
siciliano, e a Pietraperzia. Vittorie che si
sommano alla conquista di Porto Torres in
Sardegna, Quarto in Campania e Venaria Reale
in Piemonte. Alla fine nei 78 comuni dove si
votava in 29 ha vinto il centrodestra, in 26 il
centrosinistra, in 5 i grillini e in 18 si sono
affermate delle liste civiche. Nei 17 capoluoghi
di provincia andati alle urne, invece, in 8 ha
vinto il centrodestra, in 7 il centrosinistra e in 2
delle liste civiche. Cinque anni fa il rapporto era
8 al centrosinistra, 7 al centrodestra, un sindaco
al centro e uno alle civiche. Dunque i numeri non
mostrerebbero una vera e propria sconfitta del
Pd. Ma andando a vedere nel dettaglio, caso per
caso, si scopre che i numeri nascondono una
realtà politica amara. I dem, infatti cedono al
centrodestra Venezia, governata sempre da

centrosinistra dalla riforma elettorale
comunale, Arezzo, patria di Maria Elena Boschi,
Matera, fresca capitale europea della cultura per
il 2016. Il partito del premier perde però anche a
Fermo e a Nuoro, dove amministrava, sconfitto
da due liste civiche. In compenso, il Pd torna al
potere a Mantova e Trani e si conferma a Lecco e
Macerata. Risultati che gettano però un ombra
sull’Italicum e su quel premio alla lista che
qualche mese fa sembrava strumento di una
facile vittoria del Pd alle politiche. Adesso,
invece, spiega il senatore della minoranza
Federico Fornaro, «parrebbe essersi esaurita
una capacità attrattiva ai ballottaggi che aveva
caratterizzato l’esperienza del centro-sinistra
dai tempi dell’Ulivo in poi», Invece, continua
Fornaro, «il centro destra e le civiche, al
contrario, riescono a catalizzare i consensi di chi
sta all’opposizione del Pd: un fenomeno che se si
manifestasse nel ballottaggio dell’Italicum
produrrebbe effetti devastanti per il Pd». Un
passaggio di fase che si coglie e si sottolinea nel
centrodestra. Dove, a partire da Alfano, si
sottolinea come il centrodestra vince dove
presenta unito. E mentre Renato Brunetta
annuncia la fine del renzismo, Matteo Salvini
lancia l’urlo di guerra «cambiare si può, Renzi
stiamo arrivando». L’effetto più evidente del
voto e il rilancio del confronto fra Salvini e
Berlusconi che dovrebbe sfociare in un incontro.
Ma i problemi del centrodestra restano . A
partire dalla richiesta del leader leghista di
guidare il centrodestra. Richiesta che si fa forte
del 3,8 pe cento di Forza Italia a Venezia.
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MANTOVA

LECCO

ROVIGO

Mattia Palazzi
Centrosinistra
(Centrodestra
nel 2010)

Virginio Brivio
Centrosinistra
(Centrosinistra
nel 2010)

Massimo Bergamin
Centrodestra
(Centrodestra
nel 2010)

62,6

54,4

59,7

AREZZO

Alessandro Ghinelli
Centrodestra
(Centrosinistra nel 2010)

50,8
Come cambiano gli equilibri
Centrodestra
2015

8
7

2010
Centrosinistra

7

2015

8

2010
Lista civica

2

2015

1

2010
Centro
2010

1

TEMPIO PAUSANIA

NUORO

SANLURI

Andrea Mario
Biancareddu
Centrosinistra
(Centrosinistra
nel 2010)

Andrea
Soddu
Lista civica
(Centrosinistra
nel 2010)

Alberto
Urpi
Centrosinistra
(Lista civica
nel 2010)

52,1

68,4

47,2

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ROMA. «Basta con le primarie»,

dice Matteo Renzi ai suoi collaboratori in una giornata occupata più dal problema profughi
che dal passo falso dei ballottaggi. Non significa che il Pd abolirà la selezione popolare dei candidati. Significa però che cercherà di limitarne l’uso, che
proverà a guidare la scelta dei
candidati in altri modi, anche
più tradizionali, per non incorrere negli errori decisivi di Raffaela Paita in Liguria e Felice
Casson a Venezia. Un vero stop
che nelle parole del presidente
del Pd Matteo Orfini diventa
un’abolizione: «Senza primarie
avremmo vinto in Liguria e a
Venezia. Così come abbiamo
vinto nel Lazio e in Piemonte
con Zingaretti e Chiamparino
che non sono passati attraverso i gazebo». A Largo del Nazareno hanno quindi individuato
la prima correzione da fare in vista delle amministrative 2016,
di peso specifico ancora maggiore. Milano, Torino e Napoli
tornano alle urne e una sconfitta sarebbe bruciante per il Pd.
Renzi dice anche che serve

«un modello di partito diverso».
Più moderno, «più Obama, meno Mastella o Pajetta», spiega
agli interlocutori. Ovvero, che
non viva sui pacchetti di voti e
nemmeno sulla diffusione capillare che portò il Partito comunista a essere fortissimo tanto da
sfiorare la maggioranza relativa. Alla sinistra interna il premier attribuisce una bella quota di responsabilità nella sconfitta. Ma ammette che si parte
da un dato di fatto storico e culturale. «L’Italia è un paese di destra - confida -. Se poi, all’interno della sinistra, si discute continuamente e su tutto, questo
ci indebolisce. Ed è quel che è accaduto». Le diatribe infinite e la
lotta intestina hanno creato
uno stato dell’arte in cui «il Pd
ha smesso di essere novità». Soprattutto il Pd renziano, intende naturalmente il segretario.
«Dobbiamo continuare a dire
come cambiamo - osserva il segretario -. Da oggi si torna al Pd
che mi ha eletto».
Sono parole che hanno un tono di sfida verso la minoranza. I
dissidenti sono convinti di avere adesso l’occasione per contare di più, per condizionare l’attività di governo e i provvedimenti del premier. A cominciare dalla riforma della scuola su cui si

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comincia a votare stamattina
in commissione al Senato. C’è
chi mette nel mirino persino
l’Italicum, una legge ormai approvata in via definitiva. «Con
l’Italicum - ribatte Renzi alle critiche che avanzano dopo i ballottaggi, meccanismo che regola anche la nuova legge elettorale - sono sicuro di vincere contro Salvini, contro Berlusconi e
contro un grillino». Diverso è il

pronostico che nascerebbe dalla comparsa di un mister X della destra in grado di unire queste forze e contrapporsi al centrosinistra. «Se spunta un signor Rossi, il discorso è diverso», è il ragionamento che si fa
a Palazzo Chigi. Ma per fronteggiare anche quello che non c’è,
bisogna prepararsi subito.
Lo stop parziale alle primarie, che verrebbero ridimensio-

nate per le elezioni locali e mantenute per la segreteria del Pd
e per la carica di candidato premier, non basta. «Quando mi riferisco a Obama - si sente dire
nei discorsi del premier - penso
a un partito organizzato in maniera nuova. Con un esperto di
big data che lavori al fianco di
giovani iscritti e militanti. Giovani che sappiano farsi portatori dei valori su diritti anche mo-

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VENEZIA

MACERATA

FERMO

Luigi Brugnaro
Centrodestra
(Centrosinistra
nel 2010)

Romano Carancini
Centrosinistra
(Centrosinistra
nel 2010)

Paolo Calcinaro
Lista civica
(Centrosinistra
nel 2010)

53,2

59,1

Lecco
Mantova

Venezia
Rovigo

I 78 Comuni al ballottaggio

26

Movimento 5 Stelle

Civiche

Valenza (Piemonte)

Cologno (Lombardia)

Venaria (Piemonte)

Pietrasanta (Toscana)

Bollate (Lombardia)

Corsico (Lombardia)

Quarto (Campania)

Viareggio (Toscana)

69,9

Lecco (Lombardia)

Lonato (Lombardia)

Portotorres (Sardegna)

Fermo (Marche)

Mantova (Lombardia)

Rovato (Lombardia)

Gela (Sicilia)

Ceccano (Lazio)

CHIETI

Segrate (Lombardia)

Saronno (Lombardia)

Augusta (Sicilia)

Bacoli (Campania)

Sommalombarda (Lombardia)

Seregno (Lombardia)

Casalnuovo (Campania)

Faenza (E. Romagna)

Viadara (Lombardia)

Casavatore (Campania)

Macerata (Marche)

Vigevano (Lombardia)

Eboli (Campania)

Albano (Lazio)

Voghera (Lombardia)

Giuliano (Campania)

Colleferro (Lazio)

Castelfranco (Veneto)

Terzigno (Campania)

Cava dei Tirreni (Campania)

Lonigo (Veneto)

Altamura (Puglia)

Frattamaggiore (Campania)

Portogruaro (Veneto)

Cerignola (Puglia)

Marigliano (Campania)

Rovigo (Veneto)

Lamano (Puglia)

Mugnano (Campania)

Venezia (Veneto)

Mesagne (Puglia)

San Nicola (Campania)

Arezzo (Toscana)

Modugno (Puglia)

Casasmassima (Puglia)

Chieti (Abruzzo)

Nuoro (Sardegna)

Mola (Puglia)

Angri (Campania)

Silus (Sardegna)

San Vito (Puglia)

Caivano (Campania)

Trani (Puglia)

Carovigno (Puglia)

Ribera (Sicilia)
Tremestieri (Sicilia)

Quartu S. Elena (Puglia)

Oria (Puglia)

San Giovanni in punta (Sicilia)

Sestu (Sardegna)

Bronte (Sicilia)

Lamezia (Calabria)

Carini (Sicilia)

Matera (Basilicata)

Ispica (Sicilia)

Barcellona (Sicilia)

Marsala (Sicilia)

Enna (Sicilia)

Milazzo (Sicilia)

Licata (Sicilia)

TRANI

Chieti
Trani

Nuoro
Sanluri

Amedeo Bottaro
Centrosinistra
(Centrodestra
nel 2010)

Andria

Tempio Pausania

Matera

I risultati
nei 17
capoluoghi

75,8
ANDRIA
Vibo Valentia

Agrigento

Nicola Giorgino
Centrodestra
(Centrodestra nel 2010)

Enna

52,2
AGRIGENTO

ENNA

VIBO VALENTIA

MATERA

Calogero Firetto
Centrosinistra
(Centrosinistra
nel 2010)

Maurizio Antonello
Dipietro
Centrodestra
(Centrosinistra
nel 2010

Elio Costa
Centrodestra
(Centrodestra
nel 2010)

Raffaello Giulio
De Ruggieri
Centrodestra
(Centrosinistra
nel 2010)

59,0

51,9

50,8

54,5

NBCBTUBQSJNBSJFw
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derni: smart city, talento, sostenibilità, lotta alla fame e i diritti
sociali, certo».
Si parte da qui e non c’è traccia, nelle parole del presidente
del Consiglio, di un’apertura alle critiche dei dissidenti. Ad
esempio, quella di una maggiore ricerca di unità il cosiddetto
metodo Mattarella che ricompattò il Pd e decise le elezione
del presidente della Repubbli-

ca. Renzi considera il lavoro della minoranza soprattutto nella
chiave di una voglia di rivincita.
«Chi vuole guidare il Pd mi deve sconfiggere e lo deve fare al
congresso che si terrà nel 2017.
Non mi deve convincere», avverte il premier nei colloqui riservati. Ma per guidare il processo di avvicinamento alle elezioni di Milano, Napoli e Torino
è impossibile fare a meno del

contributo della sinistra e in alcuni casi anche della sinistra radicale. Tanto più se le scelte
vanno fatte senza le primarie
ma con l’individuazione di un
nome che raccolga consensi a sinistra e oltre quel recinto. «I discorsi tecnici sulle primarie servono a poco - spiega Alfredo
D’Attorre -. Non riusciamo a
unire l’area del centrosinistra,
questo è il problema. Esattamente il contrario di ciò che avveniva in passato. Quando vincevamo i ballottaggi proprio
per la capacità di creare un clima positivo nella nostra area».
Nico Stumpo si prende una sua
rivincita personale ora che qualcuno parla di primarie regolate
meglio. Con un albo degli iscritti «che va fatto volta per volta,
un albo per ogni voto. Con l’online si fa in maniera semplice».
È un confronto tutto da costruire, quello della selezione
dei candidati. Il destino, se ben
gestito, può dare una mano a
Torino. I vertici del Pd sperano
che Piero Fassino smentisca il
proposito di limitarsi a un solo
mandato e accetti la ricandidatura. Per risparmiarsi una competizione al gazebo. Ma Napoli
e Milano restano questioni
aperte

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19

Centrodestra

55,0

Fermo

5

Centrosinistra

Umberto di Primio
Centrodestra
(Centrodestra nel 2010)

Arezzo Macerata

28

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0

RA che il voto in Sicilia ha conferma-

to le tendenze al Centro e al Nord,
Renzi deve decidere da che parte
cominciare l’opera di ricostruzione. Il premier-segretario non è all’anno zero,
visto che si tratta di elezioni locali, influenzate da fattori non sempre decifrabili. E non tutto è riconducibile al facile schema “un voto
contro il presidente del Consiglio”. Però il voto è stato senza dubbio contro il Partito Democratico, contro il profilo inafferrabile e inconcludente di un soggetto che non è più la “ditta” di Bersani, ma non è mai diventato il “partito della nazione” evocato più volte, ma in
modo generico, da Palazzo Chigi.
È da qui che Renzi dovrà ripartire, in vista
di definire lo strumento politico della “fase
due”. Ossia la fase che riguarda l’azione del
governo, ma tocca in misura non minore
l’identità del partito di maggioranza relativa: una formazione che i sondaggi oggi danno in calo (intorno al 34 o 35 per cento), ma
pur sempre solida. Almeno in apparenza. Perché domenica e ieri si é avuta la conferma che
il Pd é oggi una macchina costruita per competere sul piano nazionale molto più che sul
territorio (regioni e città). Troppe radici sono state recise, inseguendo l’idea che conta
solo il carisma del leader. E quando il leader
non compete oppure la sua personalità fa cilecca, ecco gli inciampi.

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Ne deriva che Renzi ripartirà dal carisma,
sforzandosi di iniettarne dosi maggiori nel dibattito pubblico. È la via più semplice, quella
che non lo obbliga a un paziente lavoro di ricucitura all’interno del Pd, fra le diverse anime
che ancora convivono dalle parti del Nazareno. Eppure non è detto che sia la strada migliore. Con il carisma si parla al paese, cioè
agli elettori, e non alla società politica. Ma in
Parlamento contano i numeri, dalla riforma
della scuola alla legge costituzionale sul nuovo Senato. Se vuole sfuggire alle trappole, il
presidente del Consiglio sarà costretto proprio a quell’opera di mediazione che gli sembra riduttiva. Anzi, che gli appare dannosa
perché disturba l’immagine pubblica da lui
coltivata: il decisore, un po’ “cavaliere solitario” e un filo guascone.
ENZA dubbio le critiche che più lo hanno infastidito nelle ultime settimane
sono quelle che lo hanno dipinto come
un “nuovo doroteo”, molto lontano dal
giovanotto dinamico alle cui spalle, un certo
giorno, campeggiò un gigantesco poster con
un numero: 40,8 per cento, il dato storico delle elezioni europee. Da allora il premier si è
sforzato di costruire il proprio mito. Ma non
ha fatto in tempo a costruire un partito personale, che del mito doveva essere l’inevitabile
piattaforma. Ha invece lasciato deperire il
vecchio Pd, mai amato e forse anzi detestato.

4

Di conseguenza oggi deve superare di slancio
l’intoppo delle amministrative (e delle regionali), affrontando i grandi temi su cui rinnovare il tacito patto con gli italiani. Ma è ancora possibile? Difficile dirlo.
Il voto, sebbene abbastanza circoscritto,
ha spezzato l’incantesimo delle europee.
L’Italicum si conferma una legge pensata per
vincere al primo turno, quando serve appunto il 40 per cento: se si va al ballottaggio tutto
può succedere, anche che i Cinque Stelle o un
esponente leghista la spuntino aggregandosi in modo empirico su una piattaforma di
centrodestra capace di raccogliere tutti i risentimenti e le paure di questi anni inquieti.
Quindi il carisma dovrà servire a Renzi per risalire la china rispetto ai movimenti populisti. Il rischio è la scorciatoia: voler essere più
populista degli avversari, anche attraverso
l’uso eccessivo della televisione, non va d’accordo con gli obiettivi di un leader che dichiara di voler conquistare il centro moderato. Invece proprio lo scontro drammatico con l’Europa sulla gestione dei migranti dimostra
quale sia il fossato che divide le responsabilità di chi governa dall’approssimazione di chi
si oppone a tutto. Specie su un tema, l’immigrazione fuori controllo, che dovrebbe suggerire una linea di solidarietà nazionale a chiunque abbia senso delle istituzioni.
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ROMA. .«Solo i titoli nell’inchiesta

su Mafia Capitale farebbero
smarrire la fede a un santo...Però
le urne dicono che il Pd sta perdendo una parte delle sue radici
sociali». Gianni Cuperlo, leader
di Sinistra dem, non “gufa” sulle
sconfitte dei ballottaggi, ma a
Renzi chiede di cambiare rotta e
in fretta.
Cuperlo, il risultato dei ballottaggi è un segnale d’allarme
per il Pd di Renzi?
«Qua l’allarme è suonato per
tutti. Governare 10 regioni contro 2 conta, e molto. Ma la realtà
dice anche che abbiamo perso
due milioni di voti rispetto a un
anno fa. E dai ballottaggi è venuta la conferma che un pezzo della
sinistra ha scioperato. Chiedersi
il perché mi pare il minimo, non
per una resa dei conti ma per
cambiare rotta».
Venezia è la sconfitta che brucia di più. Però il candidato
che ha perso, Casson, è della sinistra, connotato come anti
renziano. Forse anche la minoranza del Pd deve fare autocritica?
«Scaricare la sconfitta su Casson può consolare qualcuno ma
credo sia ingeneroso. Come era
poco credibile sommare il giorno
dopo i voti di Pastorino a quelli
della Paita».
E la sconfitta ad Arezzo, città
della ministra Boschi, è un altolà al renzismo?
«Vale il discorso su Venezia. E’
arrivata una sferzata che dovrebbe far riflette tutti e trovo misero
scomunicare questo o quel candidato sulla base della sua appartenenza. Davanti al popolo sovrano
non ci sono renziani o eretici. C’è
il Pd. Io dico, usciamo da una bolla dove in cielo c’è solo l’arcobaleno perché le urne dicono un’altra
cosa. Che stiamo perdendo una
parte del nostro radicamento so-

ciale.
“Gufare” contro il governo ha
danneggiato il partito?
«Non perdi così tanti voti per
le polemiche interne. Hanno pesato piuttosto alcune scelte, come sulla scuola o sul mercato del
lavoro. Non mi interessa la polemica del post. Siamo la sinistra
dentro il Pd e la sfida del cambiamento è la nostra. Ma voglio discutere su come vincere le prossime elezioni che decideranno il de-

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stino del Paese».
Il malaffare, gli scandali del
Mose, Mafia capitale, la difficoltà a governare l’emergenza immigrazione hanno deluso e allontanato gli elettori?
«Solo i titoli dell’inchiesta romana farebbero smarrire la fede
a un santo. Sull’immigrazione il
premier ha la mia solidarietà e sostegno quando si fa carico
dell’emergenza umanitaria e
quando alza la voce con Bruxelles spiegando che in discussione
sono la civiltà, la coscienza e la dignità dell’Europa».
A questo punto l’Italicum non
rischia di essere un boomerang per il Pd?
«Quella legge non l’ho condivisa e la cambierei. Ci si può illudere che i moderati non sceglieranno mai Salvini. Io preferisco impegnarmi in un nuovo centrosinistra che allarghi il campo, recuperi i delusi e dia un’anima a uguaglianza e dignità. Al Pd serve uno
spirito di coalizione con pezzi di
società, movimenti e un mondo
cattolico che la destra provoca
nei valori».
C’è un problema di debolezza
e appiattimento del partito
sul governo?
Il Pd va ricostruito, non solo a
Roma. Un po’ di autonomia in più
aiuta anche il governo. Serve correggere una politica perché non
siamo autosufficienti e fuori dal
Pd non ci sono solo colonie di gufi
anziani. Come SinistraDem a luglio racconteremo cosa dev’essere una sinistra ripensata. Non
nei valori che sono ben scolpiti,
ma nelle priorità, e anche nel linguaggio perché sulla comunicazione da Renzi abbiamo imparato qualcosa. Lo faremo chiedendo a chi sta fuori di scommettere
con il Pd su una sinistra che vince
contro le vecchie ricette, sapendo che mai come ora non è tempo
di steccati ma di ponti».
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ROMA. La soddisfazione è corsa

sulle linee WhatsApp. Erano pochi, ieri, i 5 stelle alla Camera e
al Senato. E così, l’esultanza
per i cinque nuovi comuni vinti
ai ballottaggi è rimbalzata dai
telefoni alle pagine Facebook.
Con l’usuale pomposità, «Gela
liberata», «Porto Torres nuova
stella».
Beppe Grillo si è fatto sentire
via Twitter. «Triplete», scrive
al mattino, commentando i successi arrivati nella notte: Venaria Reale, vinta da Roberto Falcone, impiegato Ibm, con il
69,1 per cento dei consensi contro il 30,9 del candidato Pd. Porto Torres, la città portuale e industriale della Sardegna, con-

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quistata da Sean Christian
Wheeler con il 72,74 per cento
dei voti (il neosindaco, insegnante precario, padre americano e madre italiana, lunghi
baffi e vistosi orecchini, una laurea in Scienze ambientali a Perugia, è sceso in piazza a festeggiare fino a tarda notte). Soprattutto Quarto, il paese alle
porte di Napoli già commissariato per mafia. Lì Rosa Capuoz-

zo - avvocato, 44 anni - ha avuto
accanto Roberto Fico e Luigi Di
Maio. «Non la lasceremo sola»,
promettono gli esponenti del direttorio, dopo una vittoria
strappata
anche
grazie
all’esclusione dalla corsa delle
liste di Pd, Udc, Ncd, per un’irregolarità nella presentazione
delle firme e un esposto M5S al
Consiglio di Stato. «Beppe ha
scritto di essere commosso - racconta Fico - Quarto è il primo co-

mune campano amministrato
dai 5 stelle, e Rosa è la prima
donna a guidarlo nella sua storia. Noi non abbiamo bisogno di
quote rosa, come abbiamo dimostrato anche ad Augusta
con Cettina Di Pietro». Nel pomeriggio, arrivano infatti le vittorie siciliane. «Filotto!», scrive
Grillo. «In alto i cuori», esulta.
Anche se quella di Gela è una
vittoria controversa. Per via della legge elettorale siciliana, infatti, il sindaco del Movimento,
Domenico Messinese, ingegnere Telecom, avrà un consiglio
comunale con una maggioranza pd (davanti a questo, la foto
dell’abbraccio con il candidato
Ncd in campagna elettorale assume una valenza ancora maggiore). Stanno all’erta, i vertici
5 stelle. Quell’immagine, nel
quartier generale della Casaleggio, è già stata messa agli atti.
Si tratta di capire cosa accadrà
adesso, se ci saranno scambi o
offerte. Ma per ora, nell’isola, il
capogruppo in regione Cancelleri si gode la vittoria simbolica
nella città del governatore Crocetta. E punta tutto sulle prossime regionali. Mentre a Roma si
pensa già alle politiche: «Ai ballottaggi andiamo benissimo ragionano nel direttorio - se continuiamo così, e la destra non
riesce a compattarsi, con l’Italicum al secondo turno potremmo anche sconfiggere il Pd».
«Adesso tutti a festeggiare i
nuovi sindaci - mormorano a
Parma i sostenitori di Federico
Pizzarotti - ma quando si tratta
di stare vicino agli amministratori nelle difficoltà, ai piani alti
non si espone nessuno». A dare
problemi è ancora una volta l’inceneritore: il decreto sblocca
Italia pretende che bruci anche
i rifiuti di altre regioni, ora che

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ROMA. Lascia la politica, Lapo Pistelli, vice ministro degli Esteri.

l’amministrazione 5 stelle è riuscita a dimezzarne l’attività
con il record di raccolta differenziata. Contro questa decisione, affidata di fatto alla provincia, il Movimento 5 stelle cittadino sta organizzando - insieme
alle associazioni ambientaliste
- una manifestazione prevista
per l’11 luglio. Avrebbero voluto che ci fossero anche i vertici
del Movimento, Federico Pizzarotti e i suoi. Sperano ancora
che possa essere un’occasione
per siglare una tregua tra le
due anime che, dopo l’addio dei
parlamentari “dissidenti” di Alternativa libera, sono tornate
ad annusarsi. Per ora, però, nessuno ha dato risposte.

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S’è dimesso dall’incarico di governo e da deputato Pd per
passare all’Eni, dove assumerà il ruolo di WJDF QSFTJEFOUF TFOJPS.
Terrà i rapporti con gli TUBLFIPMEFST e le Ong sui temi di
sostenibilità. E promuoverà il business internazionale. Secondo
alcune indiscrezioni, sarebbe stato scelto per la sua conoscenza
dell’Africa e del Medio Oriente. «Rispetto la sua scelta», ha
commentato Renzi che, nel 2009, lo
sfidò vincendo le primarie per la
candidatura a sindaco di Firenze.
Ma la sua nomina è stata duramente
criticata dalle opposizioni. Il senatore
Maurizio Gasparri (Fi), definisce il
passaggio dall’ incarico di governo
all’azienda pubblica controllata di fatto
da Palazzo Chigi, «vergognoso e contro
le regole». Il senatore forzista ha già
pronta una interrogazione
parlamentare per una questione di
conflitti di interessi. Accuse arrivano
anche dai grillini che presenteranno «un emendamento alla
delega sulla Pubblica Amministrazione per inserire
l’incompatibilità di incarico negli enti pubblici o controllati a chi
nei 5 anni precedenti ha ricoperto incarichi di governo o è stato
parlamentare». A Montecitorio, quasi uno scherzo del destino,
l’addio di Pistelli comporterà invece l’arrivo di un transfuga del
Pd: l’anti-Renzi Andrea Maestri, pronto a sfidare il suo stesso ex
partito.

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ROMA. «Noi parlamentari non
abbiamo preso il posto di nessuno. In campagna elettorale ci
siamo stati noi, c’è stato Grillo.
Che Casaleggio rimanga dietro
le quinte non è una novità. Il Movimento sta semplicemente crescendo, esprime volti nuovi, è
scalabile fino all’ultimo gradino, ma non c’è nessun parricidio in atto». Luigi Di Maio analizza il cinque su cinque degli ultimi ballottaggi con una giacca
estiva addosso e la soddisfazione dipinta in viso. Domenica
notte era a Quarto, a festeggiare il primo sindaco a 5 stelle della Campania. Ieri a Roma, per
andare - insieme agli altri - a
chiedere le dimissioni di Ignazio Marino davanti al Campidoglio.
Come si spiega questo risultato?
«Abbiamo vinto con percentuali altissime. Questo significa
che ovunque riusciamo a superare il meccanismo di controllo
del voto che sono le coalizioni,
quando la nostra lista corre ad
armi pari con gli altri partiti, abbiamo la meglio».
È per questo che l’Italicum
non vi dispiace?
«Il ballottaggio è un voto di
consenso. Quando si corre per
andare a governare un paese,
tra due forze, votano noi. Se c’è
un ballottaggio a livello nazionale, è auspicabile che l’effetto sia
lo stesso».
Pronti per le prossime politiche?
«Quando ne hanno la possibilità i cittadini votano per il cambiamento. Renzi non lo rappresenta più. L’idea che mi sono fatto di questi ballottaggi è che i
cittadini abbiano votato contro
il Pd. A Venezia, Matera, Chieti,
non c’erano meriti dell’avversario».
Il prossimo anno si vota a Milano, Napoli, forse Roma.
Cambierete le regole? Si potranno candidare i parlamentari?
«Le regole di coerenza che ci
siamo dati danno sicurezza e
certezza ai cittadini. Se uno vota Di Maio in Parlamento e poi
se lo trova in Regione, vede il
Movimento trasformarsi in un
postificio».
E però, con volti sconosciuti è
difficile vincere. Volete farlo?
«Ci batteremo nei comuni
con facce che faremo conoscere.
Se cominci ad andare dietro ai
personaggi, a cercare l’effetto
“wow”, è finita. A Roma, Marcello De Vito è in comune da due
anni ed è bravissimo, è un avvocato amministrativista che sa
già dove mettere le mani».
Il candidato sarà lui?
«Faremo le comunarie, saranno gli attivisti a decidere».
E Alessandro Di Battista?
«Mi sembra che il primo a dirvi di non voler fare il sindaco sia
stato lui».
A Venezia, Stefano Rodotà,
Ferdinando Imposimato, vi

avevano chiesto di votare
Casson. Un’altra occasione
persa?
«Non bisogna chiedersi perché il Movimento non ha fatto
l’endorsement a Felice Casson,
ma perché i veneziani non l’abbiano scelto. Ha pagato lo scotto di essere ancora nel partito di
Renzi, quello dello scandalo del

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Mose. Aveva aderito ai nostri
cinque punti, ma i cittadini non
hanno creduto alla sua voglia di
cambiamento, perché rappresenta la solita sinistra del “vorrei ma non posso”».
Contribuite così ai successi di
una destra appiattita sulle
posizioni estreme di Salvini.
«Questa destra non mi fa pau-

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ra perché è tutto e il contrario di
tutto, e non sarà mai capace di
fare una lista unica. Se ci riuscisse, i voti si sottrarrebbero invece che sommarsi. Quando le persone capiranno che in Liguria
Salvini e Alfano hanno corso insieme, si renderanno conto del
bluff».
Che significa non essere né di
destra né di sinistra?
«Significa portare avanti due
battaglie come il reddito di cittadinanza e la chiusura di Equitalia. Due cose che chiedono i cittadini».
In Sicilia, però, a Gela, un’alleanza col centrodestra l’avete fatta.
«Alleanza significa che io ti
do qualcosa in cambio di qualcos’altro. Noi non daremo nulla
a nessuno, non accetteremo
nessuno scambio di poltrone.
Questo si vedrà da subito».
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PALERMO.

Chiuso nel suo fortino di Enna bassa non perde la
battuta ironica nemmeno di
fronte a uno sconfitta per lui impensabile. Una batosta arrivata nel feudo dove ripeteva come un ritornello che vinceva
«anche per sorteggio»: «Va bene, ho perso una partita, ma
guardate che sono come il Barcellona, che può subire uno
smacco ma rimane sempre di
un’altra categoria, da Champions League».
Vladimiro “Mirello” Crisafulli puntava a stravincere al primo turno, invece è stato sconfitto al ballottaggio da Maurizio
Dipietro, ex Pd da lui stesso

accaduto nel resto d’Italia, a
partire da Venezia, pago il prezzo dell’andamento del Pd renziano. È chiaro però che qualche problema a Enna c’è stato e
ne parleremo nel partito cittadino che continuerò a guidare».
Crisafulli, che a Enna dai tempi del Pci ha fatto il bello e il cattivo tempo reggendo le fila di
tutto, dal Comune, guidato fino
a ieri da un suo uomo, all’Università Kore, dalla sanità ai rifiuti, rimane saldamente nel
Pd. Convinto che nella sua sconfitta ci sia lo zampino di Renzi.
«Certo, le polemiche sulla mia
candidatura non mi hanno aiutato — dice — e quel polverone
inutile sulla mia “presentabilità” mi ha fatto perdere proprio

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ROMA. Essenziale che il Senato «mantenga

il suo ruolo di garanzia» e di «contrappeso» perché a «governo
forte deve corrispondere un Parlamento forte». Il presidente del
Senato, Pietro Grasso torna a parlare di riforme e incalza sul
ruolo del Parlamento e sul Senato che, sia pure trasformato
dalla riforma costituzionale in discussione, deve avere la sua
funzione di garanzia . E ancora: se proprio si deve modificare la
Costituzione - dice Grasso - lo si faccia mettendo ordine anche in
casa dei partiti, cioè rivedendo quell’articolo 49 della Carta che
da molte legislature non si riesce a riformulare.
A Palazzo Madama nelle prossime settimane ripartirà l’iter
della riforma costituzionale.
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quel che basta per incassare la
sconfitta. Ma a tutti ricordo che
il Pd ha sempre la maggioranza
in Consiglio comunale. Per il resto rifarei tutto, non ho dubbi.
Cosa farò da domani? Lo ripeto:
il segretario provinciale del mio
partito, il Pd».
Quel Partito democratico
che comunque esce con le ossa
rotte da questi ballottaggi in Sicilia. Oltre a un feudo rosso come Enna, perde un’altra piazza
importante governata ininterrottamente da oltre venti anni
dal centrosinistra. Gela, la città
del governatore Rosario Crocetta, espugnata dal Movimento 5
stelle. Crocetta si è speso molto
in questa campagna elettorale,
ma alla fine il suo candidato al

ballottaggio non è andato oltre
il 33 per cento: «Alcune scelte
del governo Renzi, dalla raffineria al jobs act, ci hanno penalizzato, comunque la lista Pd è andate bene», si difende Crocetta.
Una magra consolazione, quella delle liste, insieme al fatto
che il Pd alla fine ha conquistato città roccaforte del centrodestra, come Marsala, e tenuto in
piazze come Milazzo.
Ma tra i democratici si apre
la resa dei conti: «Occorre una
riflessione sul governo e il Pd»,
dice il dem Antonello Cracolici,
anche perché i grillini conquistano pure Augusta e il centrodestra risorge a Licata e Barcellona Pozzo di Gotto.
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messo alla porta e sostenuto in
prima battuta da liste civiche
di centrodestra, Mpa e Forza
Italia, e poi da tutti «gli anti crisafulliani» presenti a Enna. Grillini e renziani compresi, che qui
sono comunque una pattuglia
sparuta: «Enna è una città dove
i renziani sono solo una categoria dello spirito», ripete spesso
Crisafulli, che nella corsa per la
segreteria dem fece ottenere a
Cuperlo il 79,9 per cento dei
consensi contro Renzi.
Sconfitto adesso da una manciata di voti, appena 540,non
ha rimpianti e se per caso qualcuno in via del Nazareno, a partire dal presidente del Consiglio che ha fatto di tutto per evitarne la candidatura, pensa
che questa sconfitta sia il preludio all’uscita di scena dell’ex senatore si sbaglia di grosso. Perché Crisafulli è certo: «Mi ha penalizzato la politica nazionale
del Pd di Renzi, questa è una
sua sconfitta»: «È vero — continua — gli ennesi hanno fatto
una scelta diversa. Ma come è

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«Scandali e migranti
ci hanno penalizzato, adesso
torno al mio lavoro e alla mia famiglia». E’ dura perdere per
600 voti. Soprattutto se al ballottaggio ci arrivi con quasi 9
punti di vantaggio. Ma è quel
che è successo a Matteo Braccia-

AREZZO –

al suo fianco, è bastato. Lo ha
battuto col 50,8% il prof Alessandro Ghinelli, 63 anni, docente di geotecnica e una tessera
del Msi alle spalle, a capo di un
centrodestra compatto ma tradizionale, anche se “nascosto”
dietro la facciata della lista civica. E con Bracciali, arrivato al
49,1%, anche il Pd toscano, orgoglio e avanguardia di un par-

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li, renzianissimo candidato
31enne, segretario nazionale
dei giovani Acli. Che per un momento pensa pure al distacco
dalla politica.
Neppure il sostegno del ministro aretino Maria Elena Boschi, accorsa per ben due volte

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tito renziano addestrato alla vittoria, avverte il sapore acre della sconfitta.
Non se l’aspettavano i renziani e non se l’aspettava Bracciali, che al primo posto dell’agenda post-voto aveva messo il proprio matrimonio. «Avevamo il
vento contro, gli scandali di Mafia Capitale e il dramma dei migranti hanno pesato, non a ca-

so il centrodestra è tornato ad
agitare il tema della sicurezza», dice ai suoi il candidato
sconfitto. Lontano da flash e telecamere: «Non parlo, devo riflettere».
Di sicuro, se il candidato del
Pd avesse ripreso tutti i voti del
primo turno ce l’avrebbe fatta,
ma ne ha persi quasi mille: «Ho
perso e mi prendo tutta la responsabilità della sconfitta. Ma
non mi pare abbiamo commesso errori in campagna elettorale». Colpa del vento in faccia?
«Le difficoltà nazionali, gli scandali e le immagini dei migranti
in tv, non ci hanno aiutato», riflette anche anche il Pd aretino.
Sia come sia, il neo sindaco
ha guadagnato invece 3mila voti in più sul primo turno. E dopo
9 anni di governo di centrosinistra, grazie all’avvocato Giuseppe Fanfani, il nipote di Amintore eletto nel frattempo nel
Csm, in una Arezzo scossa dalla
crisi della produzione orafa e

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della Banca dell’Etruria, il centrodestra torna in sella con Ghinelli. Affiancato per tutta la
campagna da Stefano Mugnai
di Forza Italia. «Complimenti,
verrò a trovarvi», telefona nella
notte non a caso Berlusconi.
Che vede nella riconquista di
Arezzo una boccata d’ossigeno
per la nuova Forza Italia toscana post-Denis Verdini, ormai diretta da Deborah Bergamini.
Tocca invece al Pd toscano
leccarsi le ferite: «A due settimane dal rotondo successo nelle regionali, con ampia riconferma del governatore Enrico Rossi, in queste ore dobbiamo masticare amaro», dice il segretario toscano Dario Parrini. Convinto anche lui che «le polemiche nazionali non abbiamo giovato» ma che «il peso dei fattori
locali nel voto per i sindaci sia
sempre largamente prevalente». Della serie, non si traggano
conclusioni generali.
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VENEZIA. Un fiume in piena, 35

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minuti senza tirare il fiato, passando da un argomento all’altro così, di istinto, non sempre
seguendo un filo logico. Il neo
sindaco Luigi Brugnaro torna
nel pomeriggio a Ca’ Farsetti
dopo la festa in nottata, ha accanto a sé tutta la destra veneziana: Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia. Ma sono un po’ i suoi
fratelli poveri, perché — lui lo
sa e lo ripete spesso — questa è
una vittoria personale; non a caso 17 consiglieri comunali su
36 saranno espressione della “lista Brugnaro”, risultata prima

forza della città seppur creata
nel giro di pochi giorni.
Diventa sindaco un personaggio che ricorda il Silvio Berlusconi dei tempi d’oro: ricchissimo patron dell’agenzia interinale Umana e della squadra di
basket della città, sulla quale
ha investito milioni di euro; si è
presentato come “né di destra
né di sinistra” e ha ricordato di
“non aver mai avuto tessere di
partito”; molto decisionista e altrettanto disinvolto nello spiegare, ad esempio, che “solo chi
non fa niente non ha alcun conflitto di interesse, cioè i parassiti”; ha individuato il nemico
principale non nel comunismo
ma nei centri sociali, un refrain

ossessivo contro “i conservatori
e gli oscurantisti che dicono di
no a tutto e hanno bloccato lo
sviluppo”.
Con Brugnaro sindaco le cose cambieranno, ovviamente.
Più libertà, in un certo senso (“I
vigili devono capire, non possono tartassare la gente se per cinque minuti lasciano la macchina sulle strisce blu”). Più legalità, in un certo senso (“Basta
con chi di lavoro fa il mendicante, e basta con chi si ubriaca, vomita e poi occupa le case”).
Per farlo il neo sindaco tende
la mano anche al Pd renziano,
dice lui, “perché per me conta
solo la competenza e la competitività”. Dialogare e collaborare

è possibile “se ci sediamo attorno a questi banchi, a questo...
Come si chiama? Consiglio comunale”. L’immagine del vincente lo ha aiutato, i soldi spesi
per la campagna elettorale non
sono stati pochi. Come con la
grigliata offerta ai cittadini il
giorno prima del voto, una man-

giata per centinaia di persone.
A sinistra invece tira un’aria
da fine del mondo. Con Felice
Casson sparito dai radar, a parte uno scarno tweet di ringraziamento. Con l’ex sindaco Giorgio Orsoni che butta la croce sul
Pd, “come ha tradito me sulla vicenda del Mose ha tradito an-

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ROMA.. «Un suicidio politico che

viene da lontano. Forse questa
sberla servirà a svegliarli». Massimo Cacciari è durissimo con
chi ha consegnato Venezia alla
destra. Tutto scritto, tutto previsto. Non è colpa di Renzi, «si
poteva vincere da soli, con un
candidato nuovo, con una campagna elettorale che non si riducesse ad una battaglia dentro il
Pd contro alcune persone del
Pd». Si poteva vincere e invece
ecco lo tsunami: «Il gruppo dirigente del Pd veneto è azzerato.
Dopo una botta così, non esiste
più. Ma una ripartenza è possibile».
Cacciari, lei sostiene che Casson era il candidato sbagliato.
«Il mio è un senno di prima,
non di poi. Casson è un senatore della Repubblica, ha fatto
una legittima battaglia dentro
il Pd con le primarie ma non aveva il phisique. Glielo ho detto
mille volte: lascia perdere, facciamo i padri nobili. E’ il momento di facce nuove, di gente
che rappresenti il rinnovamento, estranea a tutte le puntate
precedenti. Ma lui niente: ha deciso che il rinnovamento era
lui, non avrai altro rinnovamento che me...».
Ed è arrivata la batosta.
«Intendiamoci: l’altra compo-

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nente del suicidio è la situazione che si è venuta a creare con
la vittoria di Zaia in Regione.
Forse Casson ce l’avrebbe fatta
se non ci fosse stata la disfatta
regionale. Colpa anche della direzione generale del Pd. Non basta il Capo e la Corte dei fedelissimi».
Forse è troppo fare il presidente del consiglio e il segretario del partito. Qualcosa finisce per sfuggirti di mano.
«Guardi, Renzi non ha nella
zucca cosa possa essere il partito nuovo, quanto sia necessaria
la collegialità come struttura
portante dell’agire politico,
non ha una visione del partito
federale. Ma questo è un discorso in generale. A Venezia la certezza è una: potevamo farcela
da soli, scegliendo anche noi un
candidato giusto come ha fatto
il centrodestra con Brugnaro
che è stato vissuto come nuovo
e trasversale. Ma il gruppo dirigente Pd non ha voluto mollare».
Casson, magistrato, uno fuori dai giri, dopo lo scandalo
Mose,poteva avere il suo appeal.
Mica è un titolo di merito essere fuori dai giri! Il 90 per cento del Pd era fuori dai giri del
Mose. L’enorme scandalo ha
mobilitato l’opinione pubblica
di centrosinistra creando una
pulsione fisiologica di rivolta:
basta tutto, basta con questa
merda. E anche qui è stato commesso un errore. Il Pd, invece di

razionalizzare e governare quest’impulso emotivo, lo ha seguito. Il lutto non è stato metabolizzato. Sono andati avanti cavalcando le pulsioni».
Al ballottaggio sono mancati i voti dei Cinque Stelle...

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che Casson. E dopo scappano,
scaricando le colpe sugli altri”.
Il bersaniano Davide Zoggia invece difende il partito: “C’è stato un tiro al piccione continuo e
per mesi dentro al centrosinistra. Contro il Pd. I conti si regolano nei congressi, non alle elezioni”. Il riferimento, sottoli-

nea, non è a Casson, “anche se
ha disconosciuto il nostro lavoro fatto negli ultimi venti anni”.
Che l’ex magistrato e il suo stesso partito non si sopportassero
lo sapevano anche i muri.
Perché è andata così, alla fine? Prova a rispondere l’ex assessore Beppe Caccia, area sini-

stra radicale, anch’essa polverizzata dal voto di due settimane fa: “Forse Casson è stato percepito come né carne né pesce.
Troppo dentro la storia del Pd
per chi non sopporta il Pd. Troppo radicale per chi non sopporta il suo rigore”.
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«Ma chi è quello scemo che
parla di “tradimento”? Mi dice
per quale c. di motivo i grillini
dovevano votare Casson al secondo turno? Finché Renzi non
va a Canossa da Grillo e fanno
un accordo nazionale non vote-

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ranno mai uno del Pd».
Brunetta sibila che anche lei
ha le sue colpe nello sfascio
del Pd perché ha governato
12 anni.
«Sono dei poveracci. Forza
Italia a Venezia ha preso il 3 per
cento. Brunetta sa che se mi fossi presentato per la terza volta
avrei vinto io».
Non sarebbe stata una candidatura nuova.
«Infatti sarebbe stata una follia, una cosa del tutto insensata, la certificazione di una stasi
totale».
A cose fatte, un commento
sullo strumento delle primarie.
Ride. «L’attuale logica è perversa: non scegli il candidato
che ha più appeal presso tutto il
corpo elettorale ma il personaggio che riesce a farsi sponsorizzare da una parte minoritariaLe primarie hanno bisogno di
essere normate. Uno strumento indisciplinato diventa uno
strumento mortale con il quale
ci si suicida»
Com’è Brugnaro?
«Un imprenditore abituato a
comandare. Conosco almeno
quattro o cinque persone di cui
non farò i nomi che hanno votato Pellicani alle primarie del Pd
e poi sono passate con lui. Spero farà una buona squadra. La
macchina del Comune è dissestata».
E adesso?
«Nonostante tutto nonostante la botta, si può ripartire. Ci sono persone che hanno salvato
la faccia. Ci sono 4 o 5 consiglieri comunali che conoscono benissimo la città e possono fare
un’opposizione seria. Non occorre nemmeno invocare le dimissioni del vecchio gruppo dirigente veneto. E’ azzerato,
morto, non esiste più».

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ROMA. «Renzi è andato a sbattere e adesso è chiaro a tutti che con
questo vecchietto bisogna ancora fare i conti…». Come un miracolo,
così il tonfo del Pd viene accolto da Silvio Berlusconi. Perché a tutto
pensava il leader del centrodestra alla vigilia delle amministrative,
ma non di ritrovarsi con una chance di riscossa. E se anche il «centrodestra ha vinto a sua insaputa», come ironizza Gianfranco Rotondi, è comunque un fatto che il “vecchietto” resta in campo. Ora
però arriva il difficile. «Non dobbiamo cercare elezioni anticipate —
è la linea dettata dal capo dopo i ballottaggi — Anzi, se cade Renzi è
possibile che Mattarella ci coinvolga per un nuovo governo di unità
nazionale. A noi serve tempo per ricominciare a crescere, con
l’obiettivo di tornare al 22%».
Per scalare la montagna è già strarsi di nuovo in tv, migliorapronto un piano di rinascita ber- re i sondaggi e porsi come interlusconiana, che diventerà ese- locutore credibile di Matteo Salcutivo i primi giorni di luglio (si vini. Una sorta di predellino itiipotizza il 2 o il 3 di quel mese). nerante (i primi appuntamenti
Tre tappe — una al Nord, una al nelle Marche e in Puglia), speCentro e una al Sud — per mo- rando che funzioni.

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Forza Italia, a dire il vero,
non gode di buona salute. A Venezia, sulla carta l’epicentro della riscossa berlusconiana, il logo dell’ex Cavaliere ha raccolto
al primo turno un misero
3,76%. E quasi ovunque la Lega
di Matteo Salvini ha sorpassato
l’alleato. Come rialzarsi, adesso
che il Pd traballa e Renzi è «un
pugile suonato prossimo a crollare» (copyright Brunetta)? Di
sgambettare il governo senza
un piano B non se ne parla, perché le elezioni anticipate somigliano a un mezzo disastro.
«Dobbiamo ricostruire il centrodestra e riconquistare i nostri
elettori. E io devo trattare con la
Lega». Ecco allora l’idea del tour
nelle cento province, partorita

dal cerchio magico. L’antipasto
di luglio assomiglia a un test di
mercato, insomma, per individuare facce nuove e mostrarsi
pronti a qualunque scenario.
Per ridurre Forza Italia a una
bad company, invece, ci sarà

tempo. Contemporaneamente,
l’ex premier si appresta a ricevere il leader del Carroccio. Presto, molto presto: «Ancora non
abbiamo fissato l’incontro —
spiega Salvini — ma non è escluso un faccia a faccia prima di

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ROMA. «Renzi non capisce quel-

Pontida».
Berlusconi, in privato, ha già
in mente uno schema per rilanciare il centrodestra. Lui ricopre
il ruolo di “padre nobile”, l’allenatore di un giovane leader che
lo garantisca anche in futuro.

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Peccato che al momento di questo profilo non esista traccia. E
Salvini? Berlusconi continuerà
a proporgli la poltrona di sindaco di Milano, in modo da rinsaldare l’asse con la Lega e liberarsi contemporaneamente di un
competitor scomodo. Il problema è che il successore di Bossi si
tiene aperte tutte le soluzioni:
«Intanto dobbiamo capire cosa
pensa FI di Europa, trattati e
Maastricht — sostiene il leader
leghista — E poi per non perdere tempo dobbiamo iniziare a ragionare anche della leadership». Lui, insomma, è in campo. Ed è pronto a restarci finché
le elezioni anticipate resteranno sul tappeto.
Nel week end Berlusconi volerà in Sardegna. Tre giorni di relax prima di dedicarsi alla mission territoriale nelle cento province d’Italia. Nel frattempo è
chiamato a risolvere anche la
grana Verdini. Un ultimo, decisivo incontro tra i due era stato fissato per stasera, ma il numero
uno di FI tornerà a Roma solo domani. Possibile allora che sia il
ras toscano a recarsi stasera ad
Arcore per un faccia a faccia da
cui dipende il destino del partito. Le premesse non favoriscono la colomba azzurra, perché
le amministrative hanno rafforzato il cerchio magico e reso il
suo strappo più rischioso. E infatti è possibile che alla fine i
verdiniani decidano di restare
dentro, attendendo gli eventi e
disponibili a sostenere Renzi
nei passaggi parlamentari più
delicati che già si profilano
all’orizzonte. «Ma chi vuole che
vada con Renzi proprio adesso?
— domanda Renato Brunetta,
sorridente — Al massimo Denis
e quelli con cui cena da “Fortunato al Pantheon”…».

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lo che sta accadendo, è malato
di egotismo e non ha compreso
che è partita l’onda lunga che
lo travolgerà». Renato Brunetta, capogruppo azzurro a Montecitorio, ha lasciato da pochi
minuti il ricevimento dell’ambasciatore russo a Roma dove
ha trovato «un clima straordinario verso l’Italia, verso Forza
Italia e verso Berlusconi per la
proposta sullo smantellamento delle sanzioni europee contro Mosca». Ed esulta per il risultato dei ballottaggi alle comunali, in particolare per la vittoria di Luigi Brugnaro nella
sua Venezia. Anche se il risultato di Fi non è stato brillante.
Onorevole, come legge il risultato del ballottaggio a
Venezia?

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ROMA. Il Nuovo centrodestra

accoglie con soddisfazione
l’esito dei ballottaggi. «Il
nuovo sindaco di Chieti è uno
dei fondatori del nostro
partito», esulta Angelino
Alfano. E sempre dal partito
dei centristi si fa presente
che il centrodestra vince, ad
esempio a Venezia, quando
individua «un esponente di
area moderata»,
indipendentemente dalla
Lega. Non mancano,
naturalmente, anche le
polemiche. Giovanni Toti, ad
esempio, va all’attacco:
«Credo che per Ncd sia
arrivato il momento di
chiarire cosa intende fare da
grande. Se intende rifondare
il centrodestra e vincere le
elezioni è benvenuto, se
decide di fare la stampella di
un governo di sinistra con
una piccola area di centro che
lo sostiene, buona fortuna».
Pronta la replica del
coordinatore Ncd Gaetano
Quagliariello: «Il
centrodestra non ha bisogno
di una somma algebrica, ma
di uno sforzo programmatico
e di una credibile proposta di
governo».
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«Vince il modello Brugnaro,
ossia quello di un candidato
che non è stato espressione di
un partito o di primarie imbroglione e molto minoriatie nella
società come quelle del Pd, ma
è frutto di una personalità forte, moderata, credibile, di successo e spiazzante che si è imposta senza che nessun partito
le chiedesse di mettersi una divisa o di accettare parole d’ordine».
Un modello che il centrodestra potrebbe replicare a livello nazionale?
«Certo, potrebbe essere riprodotto a Milano, a Napoli o a
Roma, dove si voterà il prossimo anno visto quello che sta
succedendo con Mafia Capitale. E potrebbe essere la chiave
di volta anche per il successo a
livello nazionale, per le politiche».
Compreso lo schema delle alleanze? Forza Italia ed Ncd
al primo turno, la Lega che

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si aggiunge al ballottaggio?
«Se il centrodestra si presenta unito, con una prospettiva liberale, meritocratica e credibile nella quale le etichette partitiche fanno un passo indietro,
vinciamo dappertutto».
Dopo le regionali, due settimane fa, aveva decretato la
fine Renzi. A rigor di logica,
secondo il suo ragionamento di allora, dopo i ballottaggi nei comuni il governo dovrebbe avere i giorni contati.

«Renzi è malato di egotismo, non capisce quello che
sta accadendo e verrà travolto».
Come pensa che cadrà?
«Renzi è finito, saranno i
suoi a farlo fuori, al Senato».
E a quel punto seguendo il
modello-Brugnaro a suo avviso chi dovrebbe essere il
candidato del centrodestra?
«Quando Renzi imploderà
non è detto che si vada a elezioni. Quando è caduto Letta mica si è votato, al governo appunto ci è andato Renzi».
Quindi vuol dire che non siete pronti alle urne? In effetti Forza Italia a Venezia ha
preso il 3%.
«Forza Italia ha preso il
3,75% ma il punto è che abbiamo preso tre consiglieri comunali come il Pd: i voti sono finiti
nella lista Brugnaro, come doveva essere, e ha vinto il candidato di Forza Italia, di Berlusconi e ancora prima il candidato
di se stesso. Quanto al voto, ci
sono emergenze come l’immigrazione che sconsigliano di
sciogliere il Parlamento, ma
anche di andare avanti con
Renzi e il suo Giglio Magico,
praticamente un governo fantasma. Renzi cadrà perché le
sue manipolazioni di transfughi - tre grillini di qua e 4 verdiniani di là - sono ridicole di fronte a quanto sta accadendo, di
fronte al ruolo inesistente
dell’Italia in Europa, di fronte
al risultato di questa tornata
elettorale. Renzi mi sembra un
marziano, un uomo che non ha
più alcun rapporto con la realtà».
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H, insidia beffarda degli

anniversari!
Giusto un anno fa (14
giugno del 2014), quando
all’hotel Ergife venne riunita
l’Assemblea nazionale del Pd,
qualcuno ebbe la scenografica
ideona di piazzare al posto
d’onore, stampata a caratteri
televisivi sul fondale del palco,
la cifra magica della recente vittoria europea: quel 40,8 per cento che per dodici mesi è poi risuonato in ogni possibile sede
come il dogma dell’invincibilità di Matteo Renzi.
Il giovane leader volle quel
giorno definirlo: «Una sconvolgente attestazione di speranza». Sempre alle sue spalle si
leggeva risolutamente: «Adesso tocca a noi» e, preceduto
dall’immancabile cancelletto,
«#Italiariparte».
Vero è che insieme a una memoria a scartamento piuttosto
ridotto, gli italiani hanno una
storica tendenza a esaltare i vincitori, talvolta fino alla divinizzazione. Ma nel giugno dello
scorso anno, per il premier, tut-

Sembrava di cogliere un che
di fanciullesco, ma insieme di
già visto e torvo, in questo correre «JO TFSWJUJVN», come scriveva il professor Zagrebelsky, del
vincitore. Però era quasi indiscutibile che su di lui, più di
ogni altro nella politica italiana, si fosse posata l’ala della vittoria: «Veni, vidi, Renzi - titolava -F .POEF - Un sogno di Rina-

scimento italiano». Evvài.
Si potrebbe continuare a lungo, con malizia tanto più allegra quanto mesta risulta
l’odierna atmosfera sia al Nazareno che a Palazzo Chigi (oltre
che a Genova, a Venezia, in Sicilia, eccetera). Rimane appena
da dire che nella realtà, o se si
preferisce nella storia anche recente, nessuno è per sempre in-

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to andava molto meglio di oggi
- anzi troppo.
Qualche giorno prima, al Festival dell’Economia di Trento,
Renzi si era abbandonato all’enfasi inscrivendo il risultato europeo nello statuto del Prodigioso: «C’è un allineamento di fattori astrali irripetibili». Messi
anche così a tacere i gufi, in un
costante tripudio di selfie e
«HJNNFGJWF» raccoglieva ovunque lodi e ammirazione. Un
giornò benedì la folla affacciandosi in maglietta bianca da una
finestra di Palazzo Chigi; di lì a
poco quei simpaticoni del Pd di
Roma annunciarono la Festa
dell’Unità con un manifesto
che ammiccava studiatamente
a Fonzie; e sempre in quel mese, per restare al trionfo dello
stile Renzi, venne notato che a
Pitti Uomo molte linee della kermesse fiorentina sembravano
«ispirate al premier, prevalendo i suoi colori preferiti, il blu e i
toni dell’azzurro, le giacche di lino, le camicie extra slim per fisici allenati, i pantaloni a sigaretta ma non troppo corti»... e vabbè.

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vincibile.
Non lo fu Craxi, battuto prima dal diabete e poi dalla scoppola referendaria («Io i miracoli non li faccio»); non lo fu Andreotti i cui portenti, teorizzava Baget Bozzo, «apprenderemo nella Valle di Giosafat»; e
poi fu sconfitto Bossi e infine anche Berlusconi, che diceva:
«Ogni volta che perdo, triplico

le mie forze». Quanto all’invulnerabilità, con un salto al tempo stesso ragionevole e temerario, si può concludere che perfino Achille aveva il suo proverbialissimo tallone.
La mitologia, al riguardo, è
tortuosa. Omero, Igino, Stazio,
le &UJPQJDIF, l’&OFJEF, le .FUB
NPSGPTJ di Ovidio al libro XII...
Quasi certamente c’entra il Fato, oppure un dio - Apollo? - che
comunque deviano il corso della freccia avvelenata di Paride,
e [ËDDIFUF, addio Achille!
Ora, più la politica si rivela inconcludente e più si alimenta di
miti, di suggestioni e di chiacchiere. La mimetica indossata
dal premier ad Erat non ha funzionato. Così, specie dopo il secondo turno, lo TUPSZUFMMJOH renziano sembra di colpo in debito
di fantasia e creatività.
In questi casi i capi concedono di solito il minimo indispensabile: il vecchio e caro «errore
di comunicazione», il «non siamo riusciti a trasmettere» e così via. Ma quando la dea Nike, la
Vittoria, comincia a fare i capricci, beh, in un tempo di pro-

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curati incanti, visioni artificiali
e leaderismi carismatici, il guaio è più serio di quanto i numeri
e gli TQJO EPDUPS si sforzino di dimostrare.
Ecco, c’è davvero qualcosa
che non va più nel renzismo,
quando si placa il sindaco Marino nominando un «coordinatore» invece che un «commissario» del Giubileo; così come
l’aver «asfaltato» la minoranza
democratica sull’Italicum lascia all’improvviso il tempo che
trova di fronte alle ingenuità, alle incertezze e agli errori messi
in vetrina per l’emergenza immigrazione - a parte il ruolo non
proprio influente esercitato da
Federica Mogherini in sede europea.
La Buona Scuola impantanata; quella della Pubblica amministrazione quasi dimenticata;
le unioni civili ormai in ritardo;
il fisco amico che amico non è;
la Rai te la saluto... Ridotto a ornamento scenografico e a litania da talk-show, il 40,8 per cento è durato come un sospiro.
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BRUXELLES. Nel breve periodo la zona euro «dispone

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degli strumenti per affrontare al meglio» un eventuale
default della Grecia. Ma con un simile evento. Per la prima volta il presidente della Bce, Mario Draghi, accenna pubblicamente alla possibilità di una bancarotta
della Grecia accettando ieri di rispondere ad una domanda su questo tema nel corso della sua audizione davanti al Parlamento europeo. E ne trae anche un’indicazione per il futuro: «è piuttosto chiaro che quello che accade dimostra che l’area euro è una costruzione da
completare e che se vogliamo gestire le conseguenze
di eventi non previsti dovremo fare un balzo enorme
nel nostro processo di integrazione».
Draghi ha tenuto a limitare il perimetro delle competenze della Bce nella vicenda. «Voglio che sia estremamente chiaro che la decisione sulla conclusione dell’attuale programma e sulla concessione di ulteriori finan-

ziamenti per aiutare la Grecia spetta interamente
all’Eurogruppo e dunque ai membri dell’area euro. E’
una decisione politica che deve essere presa dai politici
liberamente eletti e non dai banchieri centrali». Tuttavia ha invitato le parti ad avvicinarsi «ancora un miglio» per trovare un accordo «nell’interesse non solo
della Grecia ma di tutta l’Eurozona», anche se «la palla
è indiscutibilmente nel campo greco, che deve prendere le misure necessarie. Serve un accordo forte molto
presto, la situazione è drammatica».
Dopo la brusca interruzione dei negoziati tra Atene
e i suoi creditori domenica pomeriggio l’ipotesi di un
default della Grecia non è più un tabù. Le Borse hanno
reagito con una brusca caduta. Quella greca ha perso il
4,7 per cento, Milano il 2,4 per cento. Il nostro spread è
risalito a quota 160 per poi ripiegare un po’.
La rottura sembra aver spinto le parti ad arroccarsi
sulle rispettive posizioni. Dopo aver accusato i creditori di “opportunismo politico“, il premier greco Tsipras

ostenta sicurezza: «aspetteremo pazientemente che le
istituzioni europee si allineino al realismo».
Ma anche la Commissione europea dà segni di impazienza. E ieri una sua portavoce ha definito “fuorvianti“ le dichiarazioni rilasciate da Atene sulle richieste degli europei. «La nostra posizione è flessibile, ed è un travisamento della posizione dei creditori affermare che
abbiano chiesto un taglio delle pensioni individuali in
Grecia. Non proponiamo tagli alle pensioni individuali
ma una eliminazione progressiva dei prepensionamenti, l’innalzamento dell’età pensionabile e l’abolizione
degl incentivi agli stessi prepensionamenti, anche per
rendere finanziariamente sostenibile nel lungo termine il regime pensionistico», ha spiegato Annika Breidthardt. «Il sistema previdenziale greco è tra i più costosi d’Europa». Bruxelles chiede che si realizzi un risparmio pari all’1% del Pil. Il governo di Atene, finora, ha
proposto tagli pari allo 0,04 per cento.

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ca la strada per un compromesso tra Atene e i creditori. Ma nessuno, per ora, sembra avere intenzione di imboccarla. Anche
perché intorno alla Grecia si sta
giocando una più ampia partita
geopolitica, con protagonisti
Brasile e soprattutto Russia,
che utilizzano questo tema per
ottenere un peso maggiore nella governance del Fondo, e stanno alzando la posta.
La guerra di nervi per il salvataggio della Grecia si prepara a
un doppio showdown: l’Eurogruppo di giovedì prossimo dove sul palcoscenico dei negoziati tornerà un caricatissimo Yanis Varoufakis (“Noi abbiamo
fatto il possibile, tocca all’Europa muovere” ha detto ieri) e il
summit dei leader Ue del
25—26 giugno, l’ultima spiaggia per un intesa che salvi il paese dal default prima del 30 giugno, quando il governo Tsipras
dovrà restituire all’Fmi 1,6 miliardi di euro che oggi, senza aiuti dall’ex Troika, non ha.

La strategia dell’esecutivo ellenico, a questo punto, è abbastanza chiara. Tener duro, prendere tempo e non fare nuove
concessioni. Sperando che alla
fine siano Ue, Bce e Fmi a capitolare. “Bruxelles aspetta nostre
proposte? Ci sono già e sono
quelle che abbiamo presentato
domenica. Non capisco per quale motivo non le accettino visto
che rispettano tutti gli obiettivi
che ci hanno imposto”, è il mantra di Gavril Sakellaridis, portavoce del Governo.
I toni, dopo il flop del vertice
del week—end, sono duri. Dietro le quinte però i pontieri sono
già al lavoro per provare a far ripartire la macchina dei negoziati.
Il percorso per tentare il compromesso in extremis l’ha dettato ieri il Fondo: “Per arrivare a
un accordo credibile servono ancora sacrifici da entrambe le
parti”, ha scritto in uno studio il
capoeconomista di Washington
Olivier Blanchard. Atene, spiega, deve intervenire sulle pensioni, difendendo quelle più basse ma tagliando le altre, visto
che la spesa previdenziale è al

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16% del Pil, troppo. Un passo indietro devono farlo però anche i
creditori garantendo subito un
taglio del debito “attraverso un
allungamento delle scadenze e
una riduzione dei tassi”, sapendo da prima che in caso di peg-

gioramento del quadro economico potrebbe essere necessario anche un taglio in conto capitale. “Se c’è volontà di approfondire questi due punti, l’intesa si
chiude in una notte”, assicura
uno dei negoziatori ellenici.

I prossimi giorni saranno però lo stesso molto difficili. E il rischio che un banale incidente di
percorso faccia deragliare i negoziati è altissimo. Tsipras non
a caso sta iniziando a serrare le
fila sul fronte domestico per tenere aperto non solo il piano A
(l’accordo finale) ma anche
quello B e quello C. Oggi incontrerà il gruppo parlamentare di
Syriza in vista della volata finale delle trattative. L’ala più radicale del partito è evidentemente soddisfatta della durezza del
braccio di ferro, ma il premier
sa che va preparato il terreno
con la dissidenza interna in vista delle concessioni che, inevitabilmente, dovrà fare all’ultimo minuto. In mattinata sono
fissati due appuntamenti con
Fofi Gennimata, neo segretario
del Pasok e con Stavros Theodorakis, leader di To Potami, terzo
partito in tutti i sondaggi con il
7—8% circa. Un doppio meeting figlio della necessità di tenersi una via di fuga in caso di
necessità di sfidare il possibile
no della minoranza di Syriza.
Tsipras del resto non ha archiviato nemmeno il piano R, inteso come Russia. Giovedì, mentre tutti i fari saranno concentrati sull’Eurogruppo, lui sarà a
San Pietroburgo per un foro economico dove incontrerà Putin
(che nelle ultime ore forse non
a caso starebbe ostacolando
eventuali concessioni del Fmi).
Pecunia non olet. E se i finanziamenti non arriveranno dalla
Troika, Atene è pronta ad andare a cercarli altrove.
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LACRISIDEIMIGRANTI

la Repubblica MARTEDÌ 16 GIUGNO 2015

L’emergenza

Francia:“Noaimigranti
seneoccupil’Italia”
Renzi:prontiafardasoli
Ilpremier:“Leposizionimuscolarinonaiutano”
AllarmeperduepacchibombaalCiediTorino
Parigi: “Fate voi i campi
profughi per dividere chi
ha diritto all’asilo da
chi invece va respinto”

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La Francia insiste: «È
l’Italia che deve farsi carico dei
migranti». Il ministro francese
dell’Interno, Bernard Cazeneuve, ribadisce a parole quel che il
governo di Parigi ha già dimostrato nei fatti: blocco dei profughi Ventimiglia e respingimenti degli stranieri irregolari che
hanno passato il confine.
L’obiettivo della Francia, ha
chiarito ieri il ministro, è crearecentri di smistamento in Italia
dove possano essere divisi candidati all’asilo, che potranno
poi essere accolti nei vari Paesi
europei, dai migranti economici irregolari da espellere. È

PARIGI.

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PISAPIA: “PIÙ DI COSÌ
MILANO NON PUÒ FARE”
Il sindaco Pisapia (foto) dopo
l’incontro con Alfano: “Non
possiamo accogliere altri
profughi, vanno ridistribuiti
nelle altre regioni italiane”

l’idea che Cazeneuve esporrà
oggi nella riunione dei ministri
dell’Interno a Lussemburgo, dove incontrerà Alfano.
Vertice che si annuncia teso:
Renzi ha criticato «l’atteggiamento muscolare di alcuni ministri di Paesi amici». Allusione
neppure velata alla Francia.
«L’Europa deve farsi carico di risolvere insieme il problema dei
migranti», ha spiegato il premier. «Se così non sarà, siamo
capaci di affrontare da soli il
problema, con un piano », ha
continuato Renzi. Tra le ipotesi, quella di rilasciare permessi
temporanei per passare i confini. «Quella dei migranti — ha
aggiunto — è una vicenda complessa che si gestisce con la soli-

dità di un Paese, il nostro, che
non può consentire che la Francia abbia navi nel Mediterraneo e lasci profughi in Italia».
Intanto la Commissione europea sta «verificando la situazione alle frontiere di Francia, Austria e Svizzera». Natasha Bertaud, portavoce del Commissario Ue all’Immigrazione, ha annunciato che sono in corso controlli sulla regolarità di queste
operazioni: «Ricordiamo che
tutti devono rispettare Schengen e le regole del sistema di
asilo europeo». La Francia sostiene di non aver mai sospeso
la libera circolazione delle persone prevista dal Trattato e di
effettuare solo controlli di irregolari secondo l’accordo bilate-

rale di Chambery del 1997. Cazeneuve ha sottolineato che da
inizio anno sono passati dal confine con l’Italia circa 8mila migranti, di cui 6mila respinti.
E sull’ipotesi dei permessi
temporanei i tecnici del Viminale: «Si rischia un esodo, fu sperimentata nel 2011, ma ora i numeri sono tre volte superiori».
E oggi parte la circolare ai prefetti per liberare i centri d’accoglienza da chi non ha più diritto
a rimanere. Ma la tensione resta alta: la Polizia postale ha intercettato due pacchi bomba indirizzati alle società che gestiscono il Cie di Torino.
(ha collaborato
vladimiro polchi)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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il sedere e un orizzonte di fragile libertà c’è un gendarme ragazzino, i capelli a spazzola, lo
sguardo fiero e le dita nel giubbotto antiproiettile come se fosse un gilet. È lui la risposta muscolare della Francia all’Italia o
forse dell’Europa intera a questi poveri cristi che si lavano le
ascelle con l’acqua di mare, e
poi ci fanno la pipì dentro. Una
candida vela taglia l’orizzonte
prima che scenda la notte, la
terza addormentati sui sassi anche se non è mica vero, neppure una bestia può dormire così.
Il popolo degli scogli beve
l’acqua portata dalla Croce Rossa, mangia mele e banane regalate da due ragazze francesi
che ne avevano il bagagliaio pieno e guarda il rettilineo dove
l’Italia finisce e niente comincia: la porta chiusa sulla Francia e sul futuro. Un drappo
sbrindellato dell’Unione e un
tricolore italico stinto sono i vessilli a presidio del fortino. 150,
ne sono rimasti. Nelle ore del sole giaguaro si sono messi gli scatoloni in testa per ripararsi, e
qualcuno ha cercato un filo
d’ombra sotto le palme spelacchiate, sonnecchiando al rumore delle onde e annusando gli
scappamenti di quelli che possono andare e venire da qui a lì,
i liberi, i normali. Ma quando il
buio infine è arrivato, quasi tutti sono tornati a stendersi sopra
le pietre aguzze che segnano e

somalo di Mogadiscio, 22 anni.
«Ho attraversato a piedi Sudan, Etiopia e Libia, poi ho pagato 2mila dollari per il barcone e
non torno certo indietro anche
se mi fa male la testa. Ho preso
troppo sole, fratello». Si leva le
scarpe, mostra le piaghe. «Voglio raggiungere Chambery, la

rigano carni e pensieri, e che sono ormai l’acuminato simbolo
della resistenza, dolore fisico,
tormento che rende più vivo
l’orgoglio. «Vogliamo una risposta politica, e finché non l’avremo non ci sposteremo di un centimetro». Hussìn Hissa Jamai,

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prima notte ho dormito
sull’aiuola ma i poliziotti ci hanno mandato via. Rrimango sui
sassi e in stazione non entro».
In stazione ci sono anche le
docce, l’ambulatorio della Croce Rossa e le donne con i bambini. Però è qui che si combatte,
mostrando le ferite dappertut-

to — mani, gambe, schiene —
ma non dentro gli occhi, dove i
ragazzi custodiscono la fierezza dei combattenti e degli sconfitti. Il luogo ha un nome gentile, da vacanza in spiaggia. Si
chiama Ponte San Ludovico ed
è l’ultimo lembo di Ventimiglia, dunque di Italia. La luce

picchia sull’argento delle onde
e obbliga a chiudere gli occhi. Il
popolo degli scogli ha sonno, fame, sete. Vuole lavarsi, deve andare in bagno ma il bagno non
c’è, solo qualche cesso chimico
sul piazzale dove c’è pure un baretto con veranda, e i pensionati francesi sorseggiano il loro
QFSOPE. L’insegna del ristorante Balzi Rossi ammicca promesse di grigliate e calamari, mentre i ragazzi dei sassi sbucciano
arance e guardano il mare: quasi tutti voltati verso l’orizzonte,
i più stanchi riposano sul muretto, qualcuno si fa la barba seduto per terra, guardandosi e forse non riconoscendosi in una
scheggia di specchio. Desolazione e luce, sporcizia e cascate di
bouganville. Qui davanti, i poliziotti hanno messo transenne e
delimitato l’area con il nastro , i
migranti stanno dietro come in
un recinto e si lasciano guardare, fotografare, poi si avvicinano per dire le loro storie.
Se questo è un uomo si chiama Ahmed, ha 22 anni e una
magrezza da brividi. Arriva dal
Sudan. «Ho lasciato mio padre
e mia madre, tutta la vita di prima e sono qui perché voglio diventare medico e aiutare gli altri. Sapevo che l’Europa è terra
aperta, senza più frontiere, allora perché questo?», e indica col
dito le camionette della Gendamerie, il blocco che non avrebbe alcuna ragione di esistere
per la legge internazionale e invece c’è, ed è per questa gente
il nuovo muro di Berlino, la muraglia cinese, il filo spinato di
Auschwitz, insomma il segno
che di lì non si passa.
Il popolo degli scogli si prepara a un’altra notte dentro il vento che si alza forte, e alla pioggia che sta arrivando. Ecco di
nuovo le coperte termiche che
hanno fatto il giro del mondo
dentro foto surreali e tremende, uomini come pezzi di carne
nella carta d’alluminio, però
meno male che c’è questo materiale prezioso per difendersi da
freddo e spruzzi che sono come
aghi dentro la pelle.
Invece le donne e i bambini
sono alla stazione ferroviaria. Il
magazzino della Cri è pieno di
roba da mangiare. «Questo ci
conforta: la gente non ne fa una
questione politica ma solo umana, niente destra o sinistra, qui
si aiuta e basta». Fiammetta Cogliolo è la portavoce della Croce
Rossa e lavora con i suoi colleghi di Mentone, una macchina
oliata. «È bellissimo vedere le
mamme italiane che portano
giocattoli e insieme i loro figli,
perché tengano compagnia ai
piccoli migranti. Ora ce ne sono
9, il più piccino ha 6 mesi. Una
turista americana voleva lasciarci soldi ma non possiamo
accettarli, noi possiamo solo ricevere beni materiali». Biscotti
e banane, caffè caldo e carta
igienica, ai vestiti pensa la Caritas. All’ora della merenda arrivano da Ventimiglia fette di solidarietà lunghe 15 centimetri
e larghe 10, si tratta della tiepida focaccia ligure che queste
persone non hanno mai visto.
La annusano circospetti, poi
l’assaggiano a piccoli morsi, è
salata e morbida, non ne resterà neppure una briciola.
Tocca a Yousra Jamil, ragazza marocchina di 19 anni («Da
10 vivo in Italia e vorrei lavorare, a scuola non vado più»), spiegare in arabo agli uomini delle
pietre che non è disdicevole cercare soccorso in stazione, e farsi dare un’occhiata dal medico.
«Anche se hanno paura che così non potranno più andare in
Francia: gli ho spiegato che non
è vero, e di avere pazienza». Ieri
Yousra ne ha convinti 54. Ma
quando infine hanno lasciato il
giaciglio di pietre, gli altri li hanno guardati con disprezzo.
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j-

PARIGI
EMERGENZA immigra-

zione rivela tutte le
nostre debolezze e
paure». Per l’antropologo Marc
Augé, quello che accade in questi giorni tra il Mediterraneo e
l’Europa è il sintomo di una società in difficoltà, senza più progetti e convinzioni forti. «Le tensioni provocate dall’arrivo dei migranti rivelano soprattutto il malessere acuto dei nostri paesi»,
spiega lo studioso francese autore di diversi saggi, tra cui -F OVP
WF QBVSF (Bollati Boringhieri) e
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(Raffaello Cortina). «Di conseguenza, la politica interna interferisce con un problema d’ordine planetario che bisognerebbe
affrontare globalmente con la
cooperazione di tutti. Naturalmente sarebbe meglio risolvere
la questione alla fonte, nei paesi
da cui partono i migranti, solo
che non ne siamo capaci. Anche
perché per troppo tempo abbiamo lasciato deteriorare una situazione le cui conseguenze
esplodono oggi, producendo problemi che non possono essere affrontati con misure improvvisate».
Cosa bisognerebbe fare?
«Ci vorrebbe una politica euro-

tà è un’Europa che non ha più
senso. Certo, tutto ciò ha un costo, che deve essere stimato.
L’Europa unita è ancora essere



sufficientemente forte per provarci. Se però non è in grado, allora accetti la propria sconfitta e lasci intervenire l’Onu».

UROPA
L’E

E I MIGRANTI

pea forte e coraggiosa, ma l’assenza e l’immobilità dell’Europa
è evidente. Da qualche tempo, le
divisioni e le paure lacerano il
continente, tanto che alcuni vorrebbero perfino reintrodurre le
frontiere interne. Invece, se si rinunciasse alle reazioni emotive,
si potrebbe cercare di valutare i
problemi razionalmente e ipotizzare innanzitutto alcune soluzioni immediate d’ordine umanitario per garantire l’accoglienza e
la protezione dei migranti. Queste soluzioni a breve avrebbero
però senso solo se contemporaneamente si cercassero anche soluzioni di lungo periodo. Ad
esempio immaginando una
grande iniziativa collettiva, una
sorta di piano Marshall dell’immigrazione. A un problema d’ordine planetario occorre rispondere con una politica globale di cui i
paesi più ricchi d’Europa dovrebbero farsi promotori».
Per far questo ci vorrebbe
un’Europa più sicura di sé...
«Invece l’Europa si scopre debole, divisa e incerta di fronte a
un problema che in termini numerici non è certo insormontabile, se solo ci fosse la volontà politica. Ma un’Europa senza solidarie-

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Oggi compassione e solidarietà sono spesso considerate un
sintomo di ingenuità e debolezza...
«Sì, ed è disdicevole. Per paesi
che si richiamano ai diritti
dell’uomo, la solidarietà dovrebbe essere normale, senza dimenticare che è anche vantaggiosa,
visto che una parte non indifferente del nostro Pil è prodotto dagli immigrati».
Perché i migranti suscitano ancora tanta paura
nell’opinione pubblica?
«Prima di tutto perché sono
l’esempio vivente dello sradicamento. Hanno lasciato il loro luogo d’origine e ciò, per noi che viviamo nel culto delle radici, è
una sorta di sacrilegio. Come tutti i nomadi, ci costringono a rimettere in discussione l’idea che
un uomo sia legato per sempre
alle proprie radici, ricordandoci
che un giorno anche noi potremmo trovarci sradicati. Questa
paura dello sradicamento è particolarmente sentita nel mondo
globalizzato di oggi. Da qui le reazione identitarie di coloro che
s’identificano ossessivamente a
un luogo, tanto da volerlo preservare a tutti i costi dall’arrivo degli altri».
I migranti sono l’immagine di
una vulnerabilità che un giorno potrebbe essere la nostra?
«Certamente. E la presenza
pubblica della loro miseria ci terrorizza, perché la crisi la rende
una possibilità concreta anche
per noi. Nella loro immagine si rispecchiano le nostre paure, rivelando tutto il paradosso di una
mondializzazione che lascia circolare le merci, il denaro e le informazione, ma non le persone».
Cosa pensa delle eventuali
missioni militari contro i trafficanti?
«Le reti di trafficanti devono
essere combattute vigorosamente, ma la risposta non può essere
solo militare. Occorre creare condizioni per viaggi più sicuri, mettendo a disposizione delle navi e
magari organizzando dall’altra
parte del Mediterraneo l’accoglienza dei migranti e la raccolta
delle domande d’asilo politico.
Occorre trovare soluzioni nuove
all’altezza della fase di transizione in cui ci troviamo, tra la fine
del vecchio mondo e la nascita di
un mondo nuovo, quello
dell’umanità planetaria. Di fronte a questa vasta e dolorosa transizione, gli individui si sentono
soli, senza strumenti e senza protezione. Cercano quindi un capro espiatorio cui attribuire le
colpe di tali situazione, aiutati
da demagoghi, populisti e xenofobi di ogni tipo che provano a
sfruttano le loro paure. Di fronte
a questa situazione, i politici dovrebbe assumersi le loro responsabilità, invece di correre dietro
l’opinione pubblica».
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MADRID. Non avrebbe potuto im-

maginare inizio peggiore Manuela Carmena, fiammante sindaco
di Madrid che ha riportato la sinistra al governo dopo 25 anni di
amministrazione del Partito Popolare. Come primo atto alla guida della capitale, ha dovuto chiedere a uno dei suoi più fidati collaboratori, l’assessore alla Cultura
Guillermo Zapata, di farsi da parte. Colpa di una serie di tweet,
vecchi di quattro anni ma ripescati prontamente dai partiti
dell’opposizione e rilanciati con
enorme rilievo dalla stampa fino
a quando l’interessato, uno scrittore e sceneggiatore tv, non ha
potuto far altro che dimettersi
chiedendo scusa.
Antisemitismo, violenza machista, terrorismo: il contenuto
di quei messaggi, risalenti al
2011, è agghiacciante. «Come
metteresti cinque milioni di
ebrei in una 600? In un posacenere», dice il cinguettìo più commentato, che ha provocato la reazione indignata delle organizzazioni ebraiche. Un altro fa riferimento al terrorismo basco: «Si
conferma che l’Eta, oltre che criminale, era idiota: con la quantità di simpatizzanti e alleati che
aveva non è stata capace di prendere il potere».
E poi, in altri 140 caratteri, un
contorto miscuglio di due tragiche vicende della recente storia
spagnola: «Hanno dovuto chiudere il cimitero delle bambine di Alcàsser perché Irene Villa non vada alla ricerca di pezzi di ricambio». Ad Alcàsser tre bambine
vennero sequestrate, torturate e
uccise negli anni ‘90. I loro corpi
furono in seguito trovati in stato
di decomposizione, due di loro
erano state decapitate. Irene Villa, oggi scrittrice, giornalista e
sciatrice paralimpica, perse entrambe le gambe oltre vent’anni
fa, appena dodicenne, in un attentato dinamitardo dell’Eta.
Comprensibile, di fronte a frasi talmente aberranti, la genera-

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montatura». Zapata difende però l’humor nero come «un’espressione sana per ridere degli orrori
che commettiamo noi esseri
umani». Il sindaco la vede in modo molto diverso: «L’umorismo è
inaccettabile quando è crudele».
Carmena difende però un altro
giovane assessore, l’ex attivista
del movimento degli “indignados” Pablo Soto. Anche lui becca-

to per un tweet imbarazzante di
due anni fa, che ha per protagonista l’allora ministro della Giustizia del governo Rajoy, Alberto
Ruiz Gallardón: «E per il prossimo trucco, avrò bisogno di una
ghigliottina, di una piazza pubblica e di Gallardón». Soto si dice
«profondamente pentito», Carmena accetta le scuse.

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le ondata di indignazione. E a poco — anzi a nulla — è servito il
tentativo di Zapata di spiegare
che quei tweet erano stati «decontestualizzati», e che lui non è
mai stato né antisemita, né filo-terrorista o difensore della violenza machista. Secondo lo scrittore — uno dei promotori del movimento Ganemos che ha dato vita alla candidatura municipale di
“Ahora Madrid” guidata dall’ex
magistrata Carmena — quei cinguettii si inserivano «all’interno
di un dibattitto sui limiti
dell’umore sui social network» e
vennero scritti nello stesso periodo in cui il regista cinematografico Nachi Vigalondo fu aspramente criticato su Twitter per aver assicurato che l’Olocausto «fu una

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TEL AVIV. La campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimenti e

sanzioni)chiesta dai palestinesi contro Israele cresce: e la
risposta israeliana si fa dura. Ieri il premier Benjamin
Netanyahu è arrivato addiruttura ad equipararla
all’atteggiamento della Germania nazista contro gli ebrei. «Gli
attacchi agli ebrei sono sempre stati preceduti da diffamazioni:
ora quel che è stato fatto al popolo ebraico, lo si fa anche allo
Stato ebraico».
Sul modello delle pressioni che nei primi anni ‘90 portarono alla
fine dell’Apartheid in Sudafrica, la campagna mira a spingere
Israele a fare un passo indietro sui Territori occupati, dove la
pressione è invece sempre più estrema.
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LONDRA. Una poltrona per quattro. Tanti sono i candidati alla
leadership del partito laburista, dopo le dimissioni di Ed Miliband
seguite alla pesante sconfitta nelle elezioni del 7 maggio.
Ieri scadevano i termini per presentare la candidatura, per la
quale era necessario il sostegno di almeno 35 deputati. Un
terzetto di quarantenni se l’era già assicurato da tempo: Andy
Burnham ed Yvette Cooper, ex-ministri, un tempo blairiani, ora
alleati di Miliband; e Liz Kendall, deputata e blairiana di ferro. Ad
essi si è aggiunto Jeremy Corbin, parlamentare della sinistra
laburista. Le primarie si terranno entro il 12 settembre. Secondo i
bookmaker , il favorito è Burnham.
Al cuore della battaglia l’opportunità o meno di mantenere il
partito su posizioni di sinistra piuttosto che tornare alla
piattaforma centrista di Blair.

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NEW YORK — «Io vedo una
grande America che si affaccia
su un grande secolo, e sono
pronto a guidarla. Una nazione
dove ciascuno conta, e ha il diritto al successo».
E ora ci prova Bush Terzo. Figlio e fratello di due presidenti,
il 62enne Jeb, ex governatore
della Florida, ha annunciato ufficialmente la sua candidatura.
Dimagritissimo ma ingrassato
nelle finanze. Ha un tesoro di
guerra da 100 milioni di dollari:
tanti sono i finanziatori precoci
che hanno già staccato assegni
per la sua neonata campagna.
Almeno in questo, il suo cognome gli dà una lunghezza di vantaggio su tutti i concorrenti repubblicani; ma non su Hillary
Clinton. Proprio contro di lei
Jeb parte subito all’attacco : «E’
la candidata del vecchio. Rappresenta un partito democrati-

All’origine Jeb rappresenta la
componente più tradizionale,
moderata e centrista, del partito repubblicano. E’ un profilo
che può aiutare nella sfida finale contro il democratico, ma a
condizione di arrivarci. Resta
un moderato sul tema dell’im-

migrazione, rifiutandosi di cavalcare la xenofobia del Tea
Party, anzi appoggiando indirettamente la proposta di Barack Obama per regolarizzare i
clandestini. Scelta oculata, visto che a votare sono sempre
più numerose le minoranze et-

niche e in particolare gli ispanici. Ma per non alienarsi la destra fondamentalista, Jeb fa
concessioni su altri terreni. Per
esempio dichiarandosi contrario ai matrimoni gay.
Eccita l’immaginazione l’ipotesi di una finalissima Clinto-

n—Bush, che sarebbe il bis di
una sfida elettorale già avvenuta nel 1992 (tra papà George e
Bill). Grandi pensatori della storia politica come Francis Fukuyama s’interrogano se questa deriva dinastica sia uno dei
segnali di declino della demo-

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co sotto il quale la crescita è debole, e la nostra potenza militare è in declino. Non possiamo
passare da un presidente di sinistra a una presidente di sinistra. Dobbiamo riprenderci il futuro. Lo Stato deve smettere di
essere un ostacolo».
27 anni dopo l’elezione di
suo padre, 15 anni dopo la prima vittoria di suo fratello
(“truccata” proprio nei seggi
della Florida con la regìa dell’allora governatore), Jeb si è lanciato ieri da Miami con un mix
di messaggi bilanciati, calcolati, a volte contraddittori. Nel
suo discorso c’è il tema
dell’esperienza: «Posso aggiustare questo paese come ho risanato la Florida». Ma poiché
l’elettorato diffida del ceto politico tradizionale, lui solletica
anche gli umori anti—establishment: «Washington è la capitale immobile di una nazione dinamica». Da mesi Bush sta mettendo a punto la sua immagine
in vista delle primarie, dove si
mobilita la base più radicale della destra, con una prevalenza di
simpatizzanti del Tea Party.

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crazia americana. Ma per adesso Jeb è in una posizione ben diversa da Hillary. Cioè molto più
debole. Anzitutto perché il campo democratico è semi—deserto mentre quello repubblicano
è iper—affollato. In questo esercito di aspiranti presidenti, Jeb
finora non è affatto riuscito a
staccarsi dal plotone. Pur avendo una notorietà molto superiore a tutti gli altri, nei sondaggi
tra i repubblicani Bush Terzo
ha un magro 10% di consensi,
vicinissimo ai livelli raggiunti
da rivali come Marco Rubio e
Scott Walker. La scesa in campo di Rubio gli toglie un vantaggio esclusivo tra gli ispanici:
Jeb ha una moglie latinoamericana ma Rubio è figlio di immigrati cubani. Inoltre Rubio come lui ha la sua base elettorale
originale in Florida, Stato spesso decisivo nelle presidenziali.
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campagna elettorale dove c’è
solo il nome “Jeb!” è la conferma che il cognome è un’arma a
doppio taglio per un Bush. Lo
rende riconoscibile, lo aiuta
tra a trovare appoggi tra i magnati della destra capitalistica,
ma lo costringe a un confronto
con una presidenza recente e
pesante. Nessuno può rinfacciare a Hillary un bilancio disastroso della presidenza di Bill:
fu un periodo di forte crescita
economica, e senza guerre.
George W. è fresco nella memoria: firmò le guerre in Iraq e Afghanistan, e soprattutto la crisi più grave dopo la Grande Depressione degli anni Trenta.
Prima di essersi candidato ufficialmente, Jeb si era distinto
per un clamoroso infortunio
quando era stato interrogato
sull’invasione dell’Iraq nel
2003: incapace di prendere le
distanze dagli errori e dalle bugie del fratello, era parso già in
difficoltà. Da allora ha licenziato il primo manager della sua
campagna elettorale. Il margine per quel tipo di errori, incertezze e ripensamenti, ora si fa
stretto.
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ROMA. A palazzo Senatorio, giovedì 21 maggio, è una giornata
stranamente tranquilla. L’agenda è sgombra, nessun impegno
istituzionale previsto per il pomeriggio. Ma è solo apparenza.
Il sindaco Ignazio Marino sa bene cosa sta per accadere. Che
(anche) da quell’appuntamento dipenderà la sua permanenza
alla guida di Roma: convocato in
audizione dai tre commissari
prefettizi che da dicembre stanno indagando sulle infiltrazioni
mafiose in Campidoglio.
Mezz’ora di “interrogatorio”
che fornisce la chiave per leggere le quasi mille pagine di relazione, planata ieri sera sulla scrivania del prefetto Franco Gabrielli. Trenta minuti o poco più
per cercare di fare chiarezza su
tutta una serie di atti varati dalla giunta attuale - dai debiti fuo-

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ri bilancio alle proroghe contra
legem di appalti nel sociale e nel
verde - già finiti sotto la lente degli 007 del Tesoro che nell’aprile
2014 rilevarono come, «a seguito del cambio di amministrazione, la situazione non sembra
aver fatto registrare particolari
miglioramenti».
La premessa per chiedere conto al sindaco in carica - cui pure
si riconosce il tentativo di fare
pulizia e agire in discontinuità
con il passato - il perché delle tante, troppe «incertezze» e «timidezze» mostrate in alcuni settori dell’amministrazione. A cominciare dall’Ambiente, dove
l’ex direttore del Dipartimento
Gaetano Altamura, nominato
proprio da Marino e a dicembre
finito indagato (ora ai domiciliari), è stato lasciato libero di ma-

retti degli amministratori con la
criminalità organizzata» o anche di «forme di condizionamento» tali da compromettere «la libera determinazione degli organi elettivi e il buon andamento»
dell’amministrazione. Elementi
che tuttavia il “pacchetto sicurezza” varato nel 2009 dal governo Berlusconi - precisano i tre
ispettori - vuole «concreti, univoci e rilevanti»: una riforma che,
criticò al tempo il giudice Cantone, ha indebolito l’istituto dello
scioglimento per mafia.
Paradossalmente è proprio
da lì, da quella norma voluta dal
centrodestra, che potrebbe arrivare la salvezza di Marino. Partendo da una considerazione:
tra la vecchia e la nuova amministrazione ci sono notevoli differenze. E non solo perché gli assessori, i consiglieri e i dirigenti
comunali dell’era Alemanno sono tutti accusati di associazione

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ROMA. Sedici milioni di beni sequestrati

a Salvatore Buzzi. I finanzieri del nucleo
di polizia tributaria di Roma hanno
messo i sigilli a quote societarie,
capitale sociale e patrimonio aziendale
della Sarim Immobiliare Srl,
riconducibile al ras delle cooperative
finito in carcere il 2 dicembre nella
prima retata di Mafia Capitale.
Sequestrato anche un immobile da
quasi 3mila metri quadrati adibito a
casa di accoglienza per anziani e
ragazze madri. Con il sequestro di ieri,
sale a circa 360 milioni il tesoro di Mafia
Capitale finito sotto sigillo da dicembre
a oggi. Di questa somma, 126 milioni
sono riconducibili a Buzzi e alle sue
coop. Oggi la prima delle due udienze
del tribunale del Riesame che dovrà
valutare i ricorsi di una decina di
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indagati.

novrare a favore di Carminati e
soci. Per non parlare di Giovanni
Fiscon, il dg di Ama che pilotava
appalti in cambio di soldi. «Ma io
volevo cacciarlo», cerca di difendersi Marino, «solo che quella
mattina mi arrivarono diverse
telefonate da alti esponenti del
Pd, in giunta l’ex assessore Ozzimo espresse la sua ferma contrarietà, e io lasciai perdere». Spiegazioni che tuttavia non scorag-

giano la Commissione, decisa
ad approfondire. A capire soprattutto perché fosse stata
mandata via l’assessore al Sociale Rita Cutini, «vissuta dall’organizzazione criminale come un
ostacolo», osserva il capo degli
ispettori. È lì che Marino sbianca, poi contrattacca: «È stata
una valutazione di merito, legata alla sua operatività. Ogni volta che c’era da gestire un’emer-

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genza, lei non c’era mai».
Un botta e risposta sintomatico di ciò che gli ispettori prefettizi cercavano. E hanno messo nero su bianco al termine dei sei
mesi trascorsi a spulciare bandi
di gara e capitolati d’appalto,
proroghe e concessioni, delibere di giunta, di consiglio e determine dirigenziali. Un’immensa
mole di carte, prodotte dal 2008
a oggi, che il prefetto Marilisa

Magno, la vice Enza Caporale e
il dirigente del Mef Massimiliano Bardani hanno analizzato facendosi guidare dalla legge sulle infiltrazioni mafiose negli enti locali e dalla famosa sentenza
103/93 della Consulta - entrambe citate nel corposo report - a
caccia di ogni indizio utile a provare le mani dei clan sul Campidoglio. Ovvero la presenza di
quei «collegamenti diretti o indi-

di tipo mafioso, mentre ai cinque del centrosinistra coinvolti
nell’inchiesta (pur se in manette perché a libro paga di Carminati & soci) tale aggravante
non è contestata.
Ora il prefetto Gabrielli avrà
45 giorni per esaminare la relazione e scrivere il suo parere,
che a fine luglio verrà consegnato al ministro dell’Interno. Il quale entro tre mesi potrà proporre
al consiglio dei ministri lo scioglimento del Campidoglio. A quel
punto la decisione sarà del governo, dunque politica. Sempre
che non prevalga la terza via, ovvero il commissariamento parziale di Roma, cioè di quei settori dell’amministrazione che risultano tuttora inquinati da Mafia Capitale.
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ROMA.

Lo scrittore Roberto Saviano e la Mondadori, che nel
2006 ha pubblicato il best seller (PNPSSB, hanno ottenuto
una vittoria in Cassazione contro la casa editoriale Libra che
aveva avuto — dalla Corte di
Appello di Napoli nel 2013 —
60mila euro di risarcimento
danni per tre articoli riprodotti
nel libro senza l’indicazione
dell’autore e della fonte nonostante fossero stati pubblicati
su quotidiani del Casertano editi appunto da Libra. Ad avviso
della Suprema corte — sentenza depositata ieri dalla Prima
sezione civile — «è evidente»
che in questa causa sul diritto
d’autore «non era in discussio-

ne l’originalità e la creatività
del libro (PNPSSB, ma solo il
plagio di alcune sue parti specifiche e limitate», quantificate
dallo stesso Saviano nello 0,6%
di un libro di 331 pagine.
Secondo la Cassazione, il risarcimento è questione aperta
e tutta da rivalutare: l’opera plagiata (articoli apparsi sui giornali) e l’opera plagiaria (romanzo) «non si ponevano in
concorrenza tra loro». I 60mila
euro liquidati in appello, a fronte dei complessivi 600mila chiesti in primo grado e negati alla
Libra dal Tribunale di Napoli
nel 2010, potrebbero essere ridotti o sparire nell’appello bis.

Una ventina di avvocati
amministrativisti indagati, tra
i più noti in Italia, compreso il
barese Aldo Loiodice. E due dipendenti del Consiglio di Stato
in manette. I carabinieri del comando provinciale di Roma
hanno arresato ieri un militare
dell’arma di 39 anni e un’impiegata di 55, in servizio al Consiglio di Stato, con l’accusa di essersi introdotti più volte nel sistema telematico del tribunale
amministrativo per prelevare
documenti riservati e diffonderli illegalmente ad alcuni studi
italiani, dietro un compenso in
denaro. L’indagine è partita
qualche mese fa dopo le denunce proprio del Consiglio di Sta-

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to, che segnalava alcuni accessi
abusivi alla rete interna. Sono
stati scoperti così i due dipendenti infedeli, accusati, a vario
titolo, di accesso abusivo a sistema informatico, corruzione, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
L’inchiesta è ancora in corso
e mira a comprendere il ruolo
delle “talpe”: centrale sarà valutare se si limitavano ad anticipare esiti delle udienze, consentendo agli avvocati di non aspettare fisicamente la pronuncia
dei giudici o se, oppure, ci fosse
dell’altro.
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OLO la Grande Guerra svuo-

tò le culle più di adesso. Fa
sapere l’Istat che nel 2014
in Italia la differenza fra nati e
morti, leggi saldo demografico
naturale, ha sfiorato quota meno centomila: un record, la forbice più alta dal 1918 (meno 636
mila), quando però era la falce
delle trincee a squilibrare il bilancio.
Oggi non è che si muore di
più, anzi la mortalità è in leggera diminuzione. È il disinvestimento sui figli che allarga la forbice, perché la voglia di prole frana ormai costantemente dal
2008. Il Bilancio demografico nazionale rilasciato ieri dall’Istat
ha la forza delle cifre nette:
502.596 neonati l’anno scorso,
meno 11.712, ossia meno 2,3%,
sul 2013. Altro che crescita zero,
è decrescita sottozero, quasi
ovunque: solo a Trento e Bolza-

zia. Per chi ama la precisione, in
Italia ora siamo 60.795.612 residenti ufficiali. Di cui poco più di
5 milioni sono cittadini stranieri
immigrati (fa l’8,2 per cento,
ma attenzione: quasi la metà
vengono da paesi europei). Ci sono ormai nella penisola persone
di duecento nazionalità diverse
(primi i romeni, 22,6% del totale), ma le iscrizioni anagrafiche
dall’estero (277 mila l’anno
scorso) sono addirittura in calo.
Hanno invece ottenuto la cittadi-

nanza italiana 130 mila persone
nate altrove.
Insomma, anche l’immigrazione, almeno quella che risulta
all’anagrafe, riesce a malapena
a colmare i vuoti di un paese che
perde abitanti. Ne perde statisticamente (per lo sbilancio fra nati e morti, già detto), ma anche
realmente: siamo ancora un paese di emigranti, 90 mila partenze, anche a contare i rimpatri il
saldo è negativo di quasi 60 mila
unità. Partono i più giovani, e an-

che questo aggiunge un grano
di sabbia all’inesorabile clessidra dell’invecchiamento: adesso la nostra età media è di 44,4
anni. Apparentemente non sembra drammatica, ma è l’incubo
della piramide rovesciata a turbare i sonni dei programmatori
sociali: quella massa di anziani
inattivi che preme su una minoranza di giovani produttivi, che
può schiantare qualsiasi welfare, non solo in tempi di crisi.
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ON È cultura della denata-

lità, è crisi sociale. «Non è
vero che i giovani non vogliono fare figli: ci rinunciano…».
Alessandro Rosina è docente di
Demografia all’Università Cattolica di Milano .
Più che crescita zero, professore, è sottozero. Continuerà così?
«La crisi sta solo accentuando
una tendenza in atto da anni. Siamo a un picco, ma se non cambiano le condizioni sociali ogni anno
ne avremo uno più alto. Il guaio è
che non siamo solo uno dei Paesi
a più bassa natalità, ma lo siamo
anche da più tempo, e questo ha
un effetto cumulativo: se nascono meno bambini , avremo meno genitori».
Denatalità culturale o congiunturale?
«Se chiediamo alle giovani

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no più nascite che funerali.
Crisi economica, mutamento
dei costumi e dei progetti familiari. C’entra pure il contraccolpo del CBCZ TCPPN: sono in età
fertile oggi i figli dei primi cali
demografici degli anni Ottanta:
meno bambini allora, meno potenziali genitori oggi.
Che cosa conta di più, nella retromarcia demografica italiana? Non è facile distinguere. Ma
c’è un indizio che comincia a farsi significativo: calano anche le
nascite nelle famiglie degli immigrati. Nel primo decennio del
millennio i bimbi multicolori
riempivano le sale parto, compensando in parte la minor natalità delle famiglie italiane: un
boom, da 30 mila nel 200 a 80
mila nel 2012. Bene, l’aria è cambiata anche qui. L’inversione di
tendenza timida di due anni fa,
nel 2014 è stata netta: 2638 nati
in meno. La crisi colpisce anche
famiglie che, per cultura e tradizione, sarebbero propense a fare più figli della media italiana.
Dunque, nonostante le paure
di invasione, in questo paese
non stiamo più stretti di prima.
Sommando tutto, arrivi e partenze, nati e morti, siamo appena 12 mila in più del 2013, ma se
scremiamo la burocrazia (correzioni di errori e revisioni anagrafiche) siamo aumentati solo di
duemila persone e rotti, un’ine-

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coppie di oggi quanti figli vorrebbero, io l’ho fatto nel 3BQQPSUP
HJPWBOJ dell’Istituito Toniolo, la
risposta media è attorno ai due.
Poi, quando le difficoltà del lavoro e della mancanza di servizi si
fanno sentire, a malincuore adattano al ribasso i loro progetti familiari».
E la cultura del figlio unico?
«Conta poco. Se aiutassimo le
nuove generazioni a realizzare i
loro obiettivi di vita, non avremmo un problema di bassa natalità».
Vale anche per gli immigrati?
«I numeri dicono di sì. Arrivano in Italia con una certa idea di
dimensione familiare, ma presto si accorgono che è incompatibile con le condizioni che trovano qui. La crisi anzi colpisce più
loro, che hanno redditi più bassi
e non hanno nonni…».
Peggio di così, solo la Grande
Guerra…
«Lo scrissi già due anni fa,il paragone è suggestivo, ma non
stiamo parlando della stessa Italia, la guerra colpì un paese dove
si facevano tre, quattro figli. Ma
da un certo punto di vista, è peggio oggi».
Può spiegare?
«Dopo la Grande Guerra ci fu
un’effervescenza, una voglia di
vita, la natalità recuperò in fretta. Oggi la denatalità non è frutto di un trauma superabile, ma
di una condizione che persiste. E
se non investiamo sulle condizioni di vita e di sicurezza delle giovani coppie, persisterà a lungo».

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.“Lettera
Enciclica Laudato si’ del Santo
Padre Francesco sulla cura della casa comune”. C’è il simbolo
papale del Pontefice argentino,
il suo motto (“Miserando atque
eligendo”), e quasi 200 pagine
di testo con tanto di citazioni e
note. Un’introduzione, sei capitoli, due preghiere finali.

CITTA’ DEL VATICANO.

L’Espresso online ieri pomeriggio ha pubblicato una versione integrale dell’Enciclica già
battezzata come “verde”, ambientalista, di Jorge Mario Bergoglio, tre giorni prima della
presentazione ufficiale in Vaticano. Un testo che, al di là di
qualche variazione e limatura
finale, sarà molto simile a quello definitivo. Dopo l’uscita del
settimanale, il portavoce della

Sala stampa della Santa Sede,
padre Federico Lombardi, ha rilasciato una dichiarazione: «È
stato pubblicato il testo italiano di una bozza dell’Enciclica
del Papa “Laudato si’”. Si fa presente che non si tratta del testo
finale e che la regola dell’embargo rimane in vigore». Non
una smentita del testo anticipato, dunque, di cui presentiamo
qui ampi estratti.

/0453" 403&--" 5&33"
«“Laudato si’, mi’ Signore”,
cantava San Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune
è anche come una sorella, con
la quale condividiamo l’esistenza. Questa sorella protesta per
il male che le provochiamo, a
causa dell’uso irresponsabile e
dell’abuso dei beni che Dio ha
posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla.
La distruzione dell’ambiente
umano è qualcosa di molto serio. Il Patriarca Bartolomeo si è
riferito particolarmente alla necessità che ognuno si penta del
proprio modo di maltrattare il
pianeta.
Su questo punto, egli si è
espresso ripetutamente in maniera ferma e stimolante, invitandoci a riconoscere i peccati
contro la creazione. Perché “un
crimine contro la natura è un
crimine contro noi stessi e un
peccato contro Dio”.
Credo che Francesco sia
l’esempio per eccellenza della
cura per ciò che è debole e di
una ecologia integrale, vissuta
con gioia e autenticità. È il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo
dell’ecologia».

*- .*0 "11&--0
«La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune
comprende la preoccupazione
di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo
sostenibile e integrale, poiché
sappiamo che le cose possono
cambiare.
Alcuni assi portantiche attraversano tutta l’Enciclica.
Per esempio: l’intima relazione tra i
poveri e la fragilità
del pianeta; la convinzione che tutto
nel mondo è intimamente connesso;
l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia; la
grave responsabilità della politica internazionale; la cultura
dello scarto e la proposta di un
nuovo stile di vita.
Esistono forme di inquinamento che colpiscono quotidianamente le persone. C’è da considerare anche l’inquinamento
prodotto dai rifiuti. La terra, nostra casa, sembra trasformarsi
sempre più in un immenso deposito di immondizia».



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"$26" 16-*5" 1&3 5655*
«Il clima è un bene comune,
di tutti e per tutti. L’acqua potabile e pulita rappresenta una
questione di primaria importanza, perché è indispensabile
per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. In realtà, l’accesso
all’acqua potabile e sicura è un
diritto umano essenziale.
Questo mondo ha un grave
debito sociale verso i poveri che
non hanno accesso all’acqua potabile. Ricordiamo, per esempio, quei polmoni del pianeta
colmi di biodiversità che sono
l’Amazzonia e il bacino fluviale
del Congo, o le grandi falde acquifere e i ghiacciai.
C’è infatti un vero “debito
ecologico”, soprattutto tra il
Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguen-

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ze in ambito ecologico. Il problema è che non disponiamo ancora della cultura necessaria per
affrontare questa crisi e c’è bisogno di costruire leadership
che indichino strade. Degna di
nota è la debolezza della reazione politica internazionale. La
sottomissione della politica alla
tecnologia e alla finanza si dimostra nel fallimento dei Vertici mondiali sull’ambiente. Nel

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A SAN FRANCESCO a Francesco. Già l’accoppiata di titolo e

sottotitolo della nuova enciclica di Bergoglio è molto significativa: -BVEBUP TJ 4VMMB DVSB EFMMB DBTB DPNVOF.
Vi compaiono tre concetti decisivi della complessiva interpretazione bergogliana del cristianesimo come servizio e difesa dell’uomo: 1) la lode, ovvero la dimensione contemplativa, assolutamente essenziale per la spiritualità gesuita; 2) la cura, la
prassi volta al bene e alla giustizia, tratto peculiare della teologia
della liberazione sudamericana; 3) la casa comune, ovvero il bene
comune e la dimensione comunitaria della vita umana, che è sempre vita di un singolo all’interno di un popolo. Precisamente per
questa terza dimensione il papa scrive che con il suo scritto egli
non si rivolge solo agli uomini di Chiesa e ai cattolici, com’è tradizione per il genere letterario dell’enciclica, ma a tutti gli esseri
umani: «Mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti
riguardo alla nostra casa comune».
Francesco tiene a ricordare che la sua particolare attenzione
all’ecologia non è una novità per il papato, in quanto tutti i suoi immediati predecessori l’avevano coltivata prima di lui. E in effetti
leggendo il suo scritto è impossibile non riscontrare forti debiti intellettuali verso Giovanni Paolo II e soprattutto Benedetto XVI,
entrambi citatissimi (23 volte il primo, 21 il secondo). Si ha però
anche una sensazione di autentica novità per almeno tre motivi:
1) per lo stile semplice e immediato che ricorda da vicino quell’acqua di cui il papa scrive che «ci vivifica e ci ristora»; 2) per l’attenzione prestata a contributi che solitamente non costituiscono le
fonti del magistero papale, come per esempio le opere di altri leader religiosi tra cui il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo, e le
analisi di scienziati, di sociologi, di economisti; 3) per la forza sorprendentemente “laica” degli argomenti e dell’argomentazione.
Nell’enciclica infatti ricorrono termini quali inquinamento, cambiamenti climatici, rifiuti, cultura dello scarto, questione dell’acqua (qui il papa spende parole fortissime contro ogni progetto di
privatizzazione delle risorse idriche), perdita di biodiversità, deterioramento della qualità della vita, degradazione sociale, iniquità
planetaria, ogm, per un dettato complessivo che soprattutto nella prima parte non ha proprio nulla di ciò che tradizionalmente si
intende per religioso.
L’enciclica è molto lunga, quasi 200 pagine per 246 paragrafi, e
una sua analisi adeguata richiede tempo e riflessione. Da quanto
emerge però a una prima veloce lettura credo che il concetto deci*- 1"1"
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frattempo i poteri economici
continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui
prevalgono una speculazione e
una ricerca della rendita finanziaria».

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«Noi non siamo Dio. La terra
ci precede e ci è stata data. È importante leggere i testi biblici
nel loro contesto, e ricordare
che essi ci invitano a “coltivare
e custodire” il giardino del mondo. Mentre “coltivare” significa
arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere,
curare, preservare, conservare, vigilare.
La tecnoscienza, ben orientata, è in grado non solo di produrre cose realmente preziose per
migliorare la qualità della vita
dell’essere umano, a partire dagli oggetti di uso domestico fino ai grandi mezzi di trasporto. Tuttavia non possiamo ignorare che
l’energia nucleare,
la biotecnologia,
l’informatica, la conoscenza del nostro
stesso Dna e altre
potenzialità che abbiamo acquisito ci
offrono un tremendo potere».



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«È necessario curare gli spazi pubblici. La mancanza di alloggi è grave in molte parti del
mondo. La qualità della vita nelle città è legata in larga parte ai
trasporti, che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli
abitanti. Nelle città circolano
molte automobili utilizzate da

una o due persone, per cui il
traffico diventa intenso, si alza
il livello d’inquinamento, si consumano enormi quantità di
energia non rinnovabile e diventa necessaria la costruzione
di più strade e parcheggi, che
danneggiano il tessuto urbano.
Molti specialisti concordano sulla necessità di dare priorità ai
trasporti pubblici.
Le previsioni catastrofiche
ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia».

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«Per i Paesi poveri le priorità
devono essere lo sradicamento
della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti; al tempo
stesso devono prendere in esame il livello scandaloso di consumo di alcuni settori privilegiati
della loro popolazione e contra-

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stare meglio la corruzione.
In ogni discussione riguardante un’iniziativa imprenditoriale si dovrebbe porre una serie di domande, per poter discernere se porterà ad un vero
sviluppo integrale: Per quale
scopo? Per quale motivo? Dove? Quando? In che modo? A
chi è diretto? Quali sono i rischi? A quale costo? Chi paga le
spese e come lo farà? Il princi-

pio della massimizzazione del
profitto è una distorsione concettuale dell’economia.
Qual è il posto della politica?
Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo
approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi».

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«Un cambiamento negli stili
di vita potrebbe arrivare ad
esercitare una sana pressione
su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale.
È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti.
L’educazione alla responsabilità ambientale può incoraggiare vari comportamenti che hanno un’incidenza diretta e importante nella cura per l’ambiente, come evitare l’uso di materiale plastico o di carta, ridurre
il consumo di acqua, differenziare i rifiuti, cucinare solo
quanto ragionevolmente si potrà mangiare, trattare con cura
gli altri esseri viventi, utilizzare il trasporto pubblico o condividere un medesimo veicolo tra
varie persone, piantare alberi,
spegnere le luci inutili.
Non bisogna pensare che
questi sforzi non cambieranno
il mondo. La crisi ecologica è un
appello a una profonda conversione interiore.
La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Si può aver bisogno di poco
e vivere molto».

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sivo sia quello di “ecologia integrale”, espressione che ricorre otto
volte nel documento e costituisce il titolo del quarto capitolo. Integrale significa in grado di abbracciare tutte le componenti della vita umana, la quale va riscattata dalla progressiva sottomissione
alla tecnologia che nel suo legame con la finanza «pretende di essere l’unica soluzione dei problemi», ma, scrive il papa, «di fatto
non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che
esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri».
Un grande insegnamento al proposito è l’interconnessione di
tutte le cose su cui il papa ritorna più volte (“tutto è intimamente
relazionato”), al fine di comprendere, per fare solo un esempio,
che il surriscaldamento del pianeta provoca la migrazione di animali e di vegetali e quindi l’impoverimento di determinati territori e di coloro che li abitano, i quali a loro volta si trovano costretti a
emigrare. Così l’ecologia, da mera preoccupazione per l’ambiente
naturale, mostra di essere al contempo cura dell’umanità nel segno ancora una volta dell’ecologia integrale.
Rimangono però tre domande. 1) È sostenibile affermare che
“la crescita demografica è veramente compatibile con uno sviluppo integrale e sociale”, come scrive il Papa citando un documento
ecclesiastico precedente? Oggi siamo oltre 7 miliardi e già ora i nostri rifiuti sono superiori alle possibilità di smaltimento, senza contare che lo smaltimento diviene a sua volta causa di inquinamento. Che cosa avverrà quando nel 2050 la popolazione sarà di 9,6 miliardi?
2) Nel capitolo biblico-teologico il Papa scrive che “il pensiero
ebraico-cristiano ha demitizzato la natura… non le ha più attribuito un carattere divino”. Non sarebbe opportuno chiedersi se questo processo di demitizzazione e desacralizzazione, è all’origine di
quello sfruttamento progressivo del pianeta denunciato dal papa?
3) Stupisce l’assenza totale di ogni riferimento alle grandi religioni orientali (induismo, buddhismo, jainismo, taoismo, shintoismo) da sempre molto attente alla questione ecologica e alla spiritualità della natura, molto prima del risveglio al riguardo del cristianesimo. Francesco scrive più volte che “tutto nel mondo è intimamente connesso” e sicuramente sa che si tratta di un insegnamento originario della sapienza orientale, in particolare del buddhismo e del taoismo: perché non dirlo e richiamarli? Non sarebbe
stato in linea con il desiderio di “unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale”, come egli scrive?
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MILANO. Sulle concessioni
autostradali il ministro delle
Infrastrutture Graziano Delrio
prende la direzione opposta a
quella del suo predecessore
Maurizio Lupi. Quando
quest’ultimo ancora era al
potere, infatti, il governo di
Matteo Renzi aveva varato il
decreto cosiddetto Sblocca
Italia, diventato legge a fine
2014, che dava alle società
delle autostrade la possibilità
di prorogare le concessioni
senza gara ma a fronte di
investimenti. Una previsione
duramente contestata sia in
ambienti europei, dalla
Commissione Ue, sia da
diverse autorità italiane,
dall’anticorruzione a quella
dei trasporti. Anche Delrio, fin
dal suo insediamento alle
Infrastrutture a inizio aprile, è
sembrato aperto alle istanze di
quest’ultimo gruppo di
interlocutori, schierandosi a
favore dell’aggiudicazione
delle concessioni con una
procedura di gara. E’ in questa
chiave che vanno interpretate
le sue parole pronunciate
ancora ieri: «Stiamo
esaminando i piani economici
e finanziari di tutte le
concessionarie autostradali;
faremo una valutazione
complessiva». Il senso
dovrebbe, quindi, essere
quello di rivedere le proroghe

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MILANO. Si avvicina il momento

dell’avvicendamento ai vertici
della Cassa Depositi e Prestiti.
Ieri mattina un incontro tra il
premier Matteo Renzi e il presidente di Cdp Franco Bassanini
sembra abbia chiarito la volontà di procedere velocemente a
un ricambio per piazzare le persone più adatte ad accelerare
l’operatività della Cassa. E le
persone giuste negli intendimenti del governo sono rappresentate da Claudio Costamagna per la presidenza e Fabio
Gallia per il ruolo di ad. In sostanza un ex banchiere della
Goldman Sachs e oggi presidente di Impregilo e un banchiere a
tutti gli effetti oggi alla guida
della Bnl del gruppo Paribas.
Renzi ha conosciuto Costamagna solo pochi mesi fa, la prima conversazione di un certo rilievo è avvenuta durante il viaggio del premier in Australia,
quando sbarcò accompagnato
da Andrea Guerra che di lì a poco sarebbe stato nominato suo
consulente personale per le vicende economiche. Era gennaio e verso la fine del mese il go-

verno diede alla luce il decreto
che obbliga le banche popolari
a trasformarsi in spa. Alle linee
guida di quel testo contribuirono sia Guerra che Costamagna i

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quali si conoscono da tanto tempo avendo convissuto in Luxottica, il primo come amministratore delegato, il secondo come
consigliere a capo del comitato
retribuzioni.
Le nomine dei due nuovi banchieri dovranno però passare
attraverso un cambio di statuto
poichè Gallia è stato recentemente raggiunto da un rinvio a
giudizio per un’inchiesta di Trani. Dunque è possibile che già
oggi vi siano le dimissioni dei
rappresentanti del Tesoro dal
cda della Cdp e a stretto giro
un’assemblea che nomini il nuovo consiglio e approvi alcuni
cambiamenti allo statuto. Tut-

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previste dallo Sblocca Italia. A
fornire al ministro l’occasione
di tornare sullo spinoso tema è
la recente richiesta della
Confindustria di Cuneo di
revocare al gruppo Gavio la
concessione per la tratta
Asti-Cuneo, a causa della
mancata realizzazione dei
lavori di completamento. Una
richiesta che, spiega un
portavoce del gruppo di
Tortona, ha provocato
«profonda irritazione» e ora si
stanno valutando le azioni
conseguenti. Quanto al fatto
che i lavori sull’Asti-Cuneo
siano fermi, il gruppo Gavio si
giustifica osservando che i
costi dell’opera sono lievitati
rispetto all previsioni, mentre
il traffico si prospetta meno
brillante. Insomma, il
problema è dei più annosi:
mancano i soldi. E il gruppo
Gavio, che per il proprio
sviluppo sta guardando al di
fuori dei confini italiani,
chiede che ad aprire il
portafogli per chiudere i lavori
sia lo Stato.
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to questo sempre che le Fondazioni, guidate dal presidente
dell’Acri Giuseppe Guzzetti,
non si mettano di traverso. In
virtù del loro 18,4% a loro spetta la nomina di tre consiglieri
tra cui il presidente, e dunque
sia per nominare Costamagna
sia per cambiare lo statuto è necessario il consenso degli enti
rappresentati da Guzzetti.
Se tutto procederà secondo i
piani di Renzi e del ministro
dell’Economia Pier Carlo Padoan a breve ci sarà una nuova
squadra alla guida di Cdp e insieme si dovrebbe definire un
nuovo piano strategico. Renzi,
da quel poco che si è potuto ap-

prendere, vuole accelerare
l’operatività della Cassa, dargli
più dinamismo rispetto alla sua
funzione tradizionale che la vede investire prudenzialmente i
soldi raccolti presso gli sportelli
delle Poste. E Padoan ieri si è limitato ad affermare che «la
Cdp è uno strumento importantissimo che ha a sua volta svariati strumenti, che possono essere parte di quella strategia
che sta alla base del piano Juncker: ci sono ruoli aggiuntivi, addizionali della mano pubblica
per colmare quella non piena
presa di rischio dei privati, che
potrebbe essere utile per stimolare investimenti privati. Stia-

mo ragionando su come rafforzare questo principio».
Non sembra però che Renzi e
Padoan vogliano trasformare
la cassa in una nuova Iri, andando a salvare le imprese in crisi.
Il principio statutario che vieta
di investire in società che non
abbiano alle spalle almeno due
esercizi in utile dovrebbe infatti essere mantenuto. Ma ciò
non escluderebbe un intervento diretto della Cdp in Telecom
su cui il governo puntava molto
per sviluppare insieme il Piano
per la banda ultra larga. Un dialogo che potrebbe riprendere
presto.
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ROMA. È incerta la sorte del de-

creto comunicazioni, dove sarebbero previsti fondi pubblici
(4,6 miliardi di euro dal Fondo
Sviluppo e Coesione) e agevolazioni agli operatori telefonici
per il piano governativo banda
ultralarga 2014—2020. Il testo
è completo, dopo una lunga permanenza presso il ministero
dell’Economia e delle Finanze,
che giovedì sera ha dato il proprio via libera. A essere in dubbio adesso, però, è l’arrivo del
decreto in un prossimo Consiglio dei ministri, a quanto risulta da fonti vicine alla presidenza. La titubanza è dovuta a una
mix di fattori. In questi stessi
giorni, il piano banda ultralarga — di cui il decreto mira ad attuare alcuni strumenti — è discusso dal Governo in Commissione europea, per il via libera
definitivo. Il 9 giugno la Commissione ha espresso preoccupazione che i fondi pubblici possano distorcere il mercato quan-

do diretti nelle zone in cui gli
operatori telefonici stanno già
investendo su reti fibra ottica fino agli armadi. Fonti governative che stanno seguendo questo
dialogo con l’Europa riferiscono che l’incontro è stato tutto
sommato positivo, dato che la
Commissione non ha espresso
pregiudiziali al piano.
Ossia, tutti gli incentivi previsti restano ancora possibili, a
patto che il governo convinca
l’Europa che si possano evitare
distorsioni. L’ok della Commissione arriverebbe però entro
4-6 mesi e nel frattempo il governo dovrebbe assumersi il rischio di fare un decreto con misure che in teoria potrebbero essere bocciate a posteriori. Altri
dubbi riguardano l’effettiva necessità di un decreto in materia. Il testo rimanda infatti a
una delibera del Cipe per assegnare i 4,6 miliardi di euro e
non ci sarebbe bisogno di un decreto per gli incentivi in forme
di voucher.
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te dei Paschi si libera del fardello statale rimborsando il residuo miliardo di Monti bond. La
banca chiude i conti con il Tesoro, anche se ci sarà una piccola
coda il 1° luglio, quando pagherà in azioni (il 4%) il Mef per le
cedole 2014 del convertibile.
Chiusa venerdì la ricapitalizzazione da 3 miliardi, «e in base ad accordi con il Ministero
dell’Economia - ripora una nota - Mps ha provveduto al rimborso integrale di nominali euro 1,071 miliardi di Nuovi strumenti finanziari. Con tale rimborso, che segue quello per nominali euro 3 miliardi effettuato il 1° luglio 2014, Mps ha completato la restituzione degli aiuti di Stato, in largo anticipo rispetto alla scadenza del 2017
prevista». Il Tesoro, che ha fatto un ottimo affare con i Monti
bond a Siena, ha incassato peraltro 1,116 miliardi, 45 milio-

ni in più, come da accordi.
Ora Siena pensa a sostituire
il presidente Alessandro Profumo. «Le mie dimissioni arriveranno a breve», ha detto ieri
l’ex banchiere di Unicredit.
L’occasione dovrebbe essere il
cda della semestrale, il 6 agosto. Favorito a succedergli sembra Pietro Modiano, gradito alla Fondazione Mps e che - come

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- ha completato la ristrutturazione della holding di Romain
Zaleski, che in sei anni ha perso
2,4 miliardi, ma nel 2014 è tornata all’utile per 93 milioni.
Molto
dipenderà
anche
dall’eventuale allargamento
del patto Mps al socio Falciai o
ad altri entrati con il nuovo aumento. Sulle aggregazioni (la
Bce ha chiesto a Mps di forma-

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lizzare un percorso di fusione
entro il 26 luglio) Profumo ha
aggiunto: «Vedremo quando si
presenteranno». Segno che finora un progetto non c’è. Del
resto i tempi del risiko bancario italiano, intorno a Mps e alle popolari, non paiono rapidi.
Con la pubblicazione delle disposizioni di Bankitalia sono
scattati i 18 mesi che le 10 popolari con attivi superiori a 8
miliardi hanno per trasformarsi in società per azioni: e secondo tutti gli osservatori le aggregazioni tra loro saranno contestuali. «Il lato industriale è il
più complesso ma anche il più
facile, essendo il nostro lavoro ha detto ieri Giuseppe Castagna, ad della Popolare di Milano -. C’è poi il tema della governance, e poi la Bce che è un incognita, visto che la regolamentazione attuale non basta. Questi
tre elementi disegneranno il
destino di questa bellissima opportunità che è questa riforma».
Quel che Castagna chiama
“governance” significa, prosaicamente, poltrone. Nessuno, a

parole, tra i banchieri delle popolari è disposto ad assoggettarsi ai colleghi. E un’altra incognita sarà il ruolo di Francoforte, dove da mesi si sta alzando
l’asticella delle richieste regolamentari, anche per provocare
quella concentrazione tra istituti che Mario Draghi ritiene
salutare per il settore e per il
credito all’economia. Una delle
recenti criticità riguarda i “modelli interni” di calcolo del patrimonio, che vedono sotto torchio gli istituti tedeschi e francesi. In Italia sono usati da Unicredit (con un rapporto tra
Rwa e totale attivo, sui dati al
31 marzo, del 47%), Ubi
(51%) Intesa Sanpaolo (41%),
Mps (41%), Banco popolare
(39%). La minore densità patrimoniale dei veronesi è legata alle loro serie storiche, ferme al 2011: ma una revisione
con la Bce è in corso, e secondo
fonti attendibili, dovrebbe portare la densità verso il 45%,
con un impatto sul patrimonio
Cet1, oggi all’11,8%, di circa
60-70 punti base.
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TORINO. Alla Fca la Fiom torna a
vincere. Un dato abbastanza
inatteso che non ha mancato di
suscitare polemiche: «Cantano
vittoria ma siamo solo agli exit
poll», ironizza Ferdinando Uliano, responsabile nazionale auto
della Fim-Cisl. In conferenza
stampa Maurizio Landini tira le
somme della prima tornata di
elezioni dei rappresentanti sindacali della sicurezza: «Finora il
voto ha riguardato circa un
quarto dei lavoratori del gruppo Fca. Sui 13 mila che sono andati alle urne il 34,6% ha scelto
la Fiom, il 17,7 il Fismic, il 16,3
per cento ha votato il sindacato
dei quadri, il 15,1 la Uilm, il
14,2 la Fim e il 2% l’Ugl». Finora, nel voto dei delegati, Fim e
Fismic, il sindacato aziendale,
avevano fatto la parte del leone.
Come si spiega un cambio di vo-

to così repentino in pochi mesi?
«È semplice - risponde Landini alle elezioni dei delegati la Fiom
non partecipa perché è stata
esclusa dai sindacati firmatari
degli accordi con l’azienda. Alle
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rezza invece, tutti i sindacati sono sullo stesso piano, come stabilisce la legge. E quando ci si
confronta alla pari, la Fiom si rivela il sindacato più rappresentativo».
Polemiche che sembrano destinate a proseguire. In una nota la Fim sostiene di essere comunque il primo sindacato in



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Fiat ma cita le elezioni alle quali
la Fiom non partecipava. Uliano
mette in dubbio quella che i politici definirebbero la rappresentatività del campione: «I dati
della Fiom parlano di elezioni in
luoghi di lavoro in cui la Fim
non è tradizionalmente forte.
Gli stabilimenti interessati rappresentano un totale di 21 mila
lavoratori sugli 80 mila del gruppo in Italia. Vedremo se il voto
dei prossimi mesi confermerà
questi primi dati».
Non è solo una questione di rivalità tra sigle sindacali. Il voto
di questi mesi dirà se il tentati-

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sindacati firmatari delle intese
con Fca, la Fiom è riuscita a
mantenere un radicamento in
azienda. O addirittura se proprio il tentativo di annientare il
sindacato di Landini non abbia
finito per rafforzarlo. Clamoroso il risultato del voto agli Enti
centrali di Mirafiori, tradizionale insediamento di colletti bianchi e dirigenti del gruppo. Qui

ha stravinto il sindacato dei quadri, con 1.567 voti ma la Fiom è
arrivata seconda con 885 lasciando molto indietro Fim e
Uilm: «Tradizionalmente - osserva Uliano - in quella realtà di Mirafiori non abbiamo mai fatto
grandi risultati». Ma a Termoli,
dove la Fiom ha 30 iscritti, i voti
sono 537 e il sindacato di Landini è primo. La prova del nove
verrà nei prossimi mesi quando
dovranno andare al voto realtà
come Pomigliano e Melfi, dove i
nuovi accordi che la Fiom non
ha sottoscritto, hanno prodotto
risultati più concreti. «Vedremo
- commenta Landini - è un fatto
che oggi siamo il primo sindacato in Fca e che continuare a discriminarci è inconcepibile. Potrei dire che a questo punto siamo favorevoli al sindacato unico...Ma continuiamo a essere
contrari anche se vinciamo».

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ROMA. Il tax day per gli
immobili è arrivato. Scade oggi
l’acconto per Imu e Tasi,
dovuto da circa 20 milioni di
proprietari di prima casa e 25
milioni di seconde. In tutto,
entreranno nelle casse dello
Stato oltre 12 miliardi: 9,7
dalle prime abitazioni e 3,2
dalle altre. Secondo i primi
calcoli della Uil - Servizio
politiche territoriali, il costo
medio della Tasi per
quest’anno sarà di 180 euro
(tra acconto e saldo), di 230
euro nelle città capoluogo, con
punte di 403 euro, come a
Torino, la città più tartassata.
Seguono Roma con 391 euro e
Firenze con 346 euro.
L’aliquota media nelle città
capoluogo è del 2,65 per mille.
Ma in un terzo delle città più
grandi l’aliquota è al massimo:
3,3 per mille.
Le cifre salgono decisamente
per l’Imu sulle seconde case: il
costo medio in questo caso è di
866 euro (di cui 433 da pagare
con l’acconto di oggi), con
punte di 2.028 euro a Roma,
1.828 euro a Milano, 1.792
euro a Torino, 1.748 euro a
Bologna.
Al momento sono solo 1.490 i
Comuni che hanno pubblicato
le aliquote per il 2015. Per gli
altri valgono le aliquote 2014.
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che cede il 2,4% e realizza la peggiore performance europea. Sul listino principale affondano le
banche Ubi (-4,8%), Banco Popolare (-4,5%) e
Mps (-4,1%). Anche Finmeccanica cede il 3,88%.

MILANO.

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Limitano i danni i titoli difensivi come Campari e
Wdf, rispettivamente -0,3% e -0,2%. Sul resto
del listino, nel primo giorno di aumento di capitale, Grandi Viaggi balza del 19,9% mentre Aedes,
pure sotto aumento, lascia sul terreno il 13,3%.

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<SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

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molti dei quali ferocemente critici
nei confronti dell’attuale governo di Syriza.
Ma da quando sono rientrato nel Nord Europa,
prima in Inghilterra, in Belgio e, ora, in Polonia, incontro non solo una relativa indifferenza rispetto
a questa problematica, ma anche due pericolose illusioni.
La prima è che questo “gioco del coniglio” tra Grecia
e Germania si concluderà in qualche modo all’ultimo
momento con un classico, incomprensibile compromesso nello stile di Bruxelles. La seconda, nutrita talvolta in
alternativa alla precedente, è che il Grexit avrà comunque poco peso: la Grecia rappresenta meno del 2 per
cento della produzione economica dell’eurozona e quest’ultima dispone oggi di paratie stagne che impediscono all’incendio di propagarsi agli altri paesi del Sud Europa. Perché mai, dall’Irlanda alla Lettonia, gente che
lavora sodo, che si è votata con sacrificio alle riforme
strutturali e all’austerità, dovrebbe continuare a pagare per chi non lo ha fatto? Forse in fin dei conti l’uscita
della Grecia sarebbe un bene per tutte le parti in causa.
Partiamo dalla prima illusione. Intanto non si tratta
di un’eventualità remota, potrebbe succedere domani.
I depositi bancari in Grecia calano come il livello dell’acqua in un serbatoio con una falla. I ricchi hanno già portato la maggior parte del loro denaro fuori dal Paese e i
poveri mettono i soldi sotto il materasso. Un’altra ondata di panico, una corsa alle banche e saranno introdotti
controlli sui movimenti di capitale. Zeus solo sa cosa succederebbe. Forse sarebbe ancora possibile un salvataggio tramite una sorta di default negoziato in seno all’eurozona, ma solo il più irresponsabile dei teorici dei giochi potrebbe contarci.
E perché il Grexit avrebbe peso contro la seconda illusione? Tanto per cominciare, i mercati capirebbero che
l’adesione all’eurozona non è irreversibile. Il contagio
ai titoli di Stato della nazione debitrice dell’Eurozona seconda in ordine di debolezza non sarebbe probabilmente immediato, ma ogni nuova crisi in un’economia debole è potenzialmente in grado di innescare una speculazione aggressiva.
Poi viene il costo economico e quindi umano sostenuto in Grecia. Inutile dire che la Grecia non avrebbe mai
dovuto entrare nell’Eurozona e che quest’ultima non
avrebbe mai dovuto essere posta di fronte a un negoziato così inquinato. Inutile dire che nei primi anni dell’euro i governi greci clientelari che ebbero accesso ai prestiti al tasso tedesco non fecero che peggiorare la situazione, in combutta con i loro oligarchi; che la medicina
post crisi prescritta dalla Germania e dal Fmi era pressoché destinata a peggiorare le condizioni di un paziente così malato; che il paziente faceva solo finta di prendere la medicina; e così via.
Sia di chi sia la colpa, resta fatto che molti greci hanno sofferto in maniera tremenda. Stando ai dati freddi,
quelli delle statistiche ufficiali, la spesa reale nell’economia greca è diminuita di circa un terzo nell’arco di sette
anni e la disoccupazione colpisce un giovane su due. Un
dato ancor più ‘freddo’: dal 2010 il numero dei suicidi è
aumentato di oltre il 35 per cento. Tutti i greci si chiederanno a che scopo patire così. Dato che il sistema politico del Paese è ancora e sempre quello inventato nell’antica Atene e esercitato sulla Pnice, questo misto di rabbia e disperazione troverà espressione nelle urne. A meno di un qualche miracolo sfocerà in un governo ancor
più radicale, populista e nazionalista, di destra o di sinistra che sia.
Le conseguenze sarebbero gravi per tutta l’Unione
europea e per la posizione che occupa nel mondo. Il governo greco radicale post—Grexit potrebbe, ad esempio, tanto per cominciare, porre il veto all’ulteriore
estensione delle sanzioni alla Russia per l’Ucraina. Anche se Mosca in realtà non offrirà molto in termini economici, sarà più che lieta di giocare la carta politica della solidarietà tra due grandi nazioni di fede ortodossa.
Quanto alle migliaia di rifugiati provenienti dal Medio
Oriente e dall’Africa che già arrivano dall’altra sponda
del Mediterraneo, Atene non avrebbe alcun incentivo a
non passarli immediatamente a quei ricchi europei che
(agli occhi della maggior parte dei greci) l’hanno piantata in asso.
Quindi anche se in cuore non avete neppure un briciolo di solidarietà per i greci, se in testa avete un cervello e vi interessa il futuro dell’Europa, capirete perché
dobbiamo necessariamente salvare la Grecia
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Parole urlate, graffianti, smentite, applaudite, criticate, quanti “ma che c. dice” e così via. Ho letto articoli
di giornalisti che contenevano cose distorte rispetto a ciò che lui ha davvero detto, basta guardare i video.
Spero che, dall’alto dei suoi 83 anni, Eco ne sorrida e punto. Dal mio punto di vista, Eco fa il mestiere che i
migliori intellettuali hanno sempre fatto: porta a riflettere. Chi volesse davvero ascoltarlo non dovrebbe
ignorare il suo consiglio di dotare i figli fin da piccoli e dotarsi di “filtri” per setacciare il materiale diffuso in
Internet. A volte, quando sono costretta a navigare per lavoro in lungo e in largo nella Rete, ho l’impressione di
essere in un luogo dove abbondano i rifiuti tossici, maleodoranti, tra le cose migliori che molte persone, invece,
riescono a pubblicare, comunicare, condividere.
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ITENGO anch’io che

l’intervento di Umberto Eco
sia stato male interpretato da critici frettolosi.
Deve aver impressionato il termine ‘imbecilli’
che ha messo in ombra il resto di un ragionamento che
del resto Eco elabora da tempo. Ho avuto per esempio
occasione di ascoltarlo lo scorso settembre nel corso
del festival della Comunicazione che si tiene a Camogli
(si ripeterà nel settembre prossimo). Le sue idee su Internet sono un po’ più complesse di quanto quel termine faccia immaginare; nello stesso tempo sono facilmente verificabili. Uno degli ostacoli nella comunicazione rapida e concisa (esempio massimo Twitter) è
che vi si pone con sempre maggiore frequenza la questione di chi siano i mittenti. Non sapere con chi si sta
parlando — anche perché spesso si tratta di anonimi:
“incrina — dice Eco — il rapporto di fiducia nella relazione mettente-destinatario, ma anche alimenta false
e pretestuose relazioni, fondate su falsi miti e ipocrita
affidamento”. Spaventa Eco (e anche chi scrive) l’effet-

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DOMENICA pomeriggio, in un
bar di piazza Navona a Roma,
un gelato e una granita 20 euro, senza scontrino fiscale. Cerco in tutta la piazza una pattuglia della Finanza, che non c’è.
Perché i gestori non rilasciano
lo scontrino fiscale è chiarissimo. Possono contare sull’impunità totale fino al prossimo blitz
con chiasso mediatico. La realtà è che lo Stato non controlla il
territorio e chiunque voglia provarci la fa franca. Sarebbe doveroso occuparsi anche dei mille
strati che sono al disotto di Mafia Capitale, che fanno un danno enorme.

politica non appassiona più.
Perché di Vecchio, in questo
Continente, siamo rimasti solo
noi.

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NBTTJNP NBSOFUUP!HNBJM DPN
IL RAGAZZO down mi accoglie
con un sorriso e mi accompagna al tavolo, rassicurandomi
che tornerà presto con la birra
che intanto gli ho chiesto. Sono
nella “Locanda dei girasoli” di

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SONO una ragazza di 18 anni
amareggiata e delusa. Dopo il
referendum in Irlanda e la sentenza di Strasburgo, l’Italia
sembra essere l’unica che si
ostina a non vedere che il mondo (per fortuna) cambia. Fior
fiore di politicanti del Belpaese
si sono indignati per la cosiddetta prevaricazione dell’Europa
nei confronti della cattolicissima Italia. Altrettanto scandalosi sono quelli che “abbiamo problemi più importanti da risolvere”. Abbiamo visto in questi
giorni il Roma Pride, splendida
manifestazione di solidarietà
nei confronti di chi, come me, si
sente discriminato e invisibile
agli occhi di una realtà troppo
volutamente distratta. Forse è
anche per l’infantile ostinazione di chi governa a tapparsi gli
occhi di fronte a ciò che non si
capisce (vuole capire), che la

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ARO AUGIAS, quante ne ho lette sulle parole di Umberto Eco a Torino, in occasione della Laurea ad honorem.

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to ‘tweet’ che propaga un chiacchiericcio insulso con la
forza di diffusione e di velocità che ha la Rete. Si può
obiettare: ma è lo stesso che s’è sempre fatto nei tanti
“bar sport” disseminati qua e là. Certo che è così, ma a
parità di ‘sciocchezze’, l’accresciuta dimensione cambia anche la qualità della comunicazione. Anzi, peggio
ancora di così. Quando il chiacchiericcio di massa diventa notizia si possono generare mutamenti importanti nel concetto stesso di democrazia. L’altro problema, connesso, è dato proprio dalla velocità. Quando si
doveva rispondere a una lettera e perfino a un telegramma compilando la risposta, si disponeva di un certo tempo per compilare il testo riflettendo sulla scelta
del tono e degli stessi termini. Una risposta fulminea invece, spesso limitata al ‘mi piace’ può creare una tempesta comunicativa nella quale ognuno rischia di dare
il peggio di sé, comportandosi appunto da ‘imbecille’
— non sempre per suo demerito, sia chiaro, ma per colpa dello strumento usato.

Roma, una realtà ormai consolidata di integrazioni di ragazzi
down mediante l’inserimento
nella ristorazione. Non resisto
alla voglia di saperne di più e
rompo le scatole a un giovane
tutor. “Tutti i ragazzi fanno un
corso base — mi dice — e lo ripetono più di una volta, finché
non sono pronti per la sala o per
l’aiuto in cucina. Poi entriamo
in azione noi tutor, che li affianchiamo per il primo periodo”.
La sala è piena, c’è anche una ragazza che armeggia con una telecamera professionale, mi dice che è svizzera e stanno girando un documentario su questa

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APITASSE mai che Renzi e il suo stato maggiore

(primo tra tutti il reggiano Delrio) volessero fermarsi un attimo a riflettere, la riflessione potrebbe/dovrebbe partire da un giorno preciso: il 23 novembre
2014. Elezioni regionali in Emilia Romagna: affluenza alle
urne 37 per cento. Per dare un’idea dello sconquasso politico, storico, culturale, umano che quel dato fotografa, basti
pensare che circa vent’anni prima, nel 1995, in quella regione aveva votato l’88 per cento degli aventi diritto, e Bersani era stato eletto presidente con il 53 per cento. Mettete
a raffronto i due dati, 88 per cento contro 37 per cento, considerate che quella è la regione simbolo della sinistra italiana (la più innovativa, quella dei piani regolatori, degli asili
nido, dei servizi sociali) e ditemi se il segretario del Pd fece
bene o fece male a dichiarare “abbiamo vinto” e a liquidare
come un trascurabile dettaglio l’epocale tracollo dei votanti in una terra nella quale la partecipazione alla vita politica
era stata, per generazioni, appassionata e al tempo stesso
capillare.
Che la politica si possa fare senza popolo è un’idea forse
gradita da qualche lobby di tecnocrati. Ma Matteo Renzi,
votato alle primarie da milioni di elettori di sinistra e di centrosinistra, se vuole fare il mestiere per il quale è stato scelto non può pensare una corbelleria del genere. Il populismo è una malattia della politica, non meno patologico è il
suo contrario, che è l’autismo delle classi dirigenti.
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esperienza italiana molto famosa all’estero. Mentre la ringrazio, mi sento subito nascere un
sentimento di orgoglio e di riconoscenza. Per chi riesce ancora
a essere accogliente e intelligente come questi ragazzi-tutor. Con i clienti ripagati da cibo
buono, un prezzo onesto. E dal
sorriso dei girasoli.

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INFORMO i docenti che mio figlio non svolgerà i compiti assegnati per le vacanze. Perché come tutti i lavoratori ha “diritto
al riposo e allo svago”. Perché le
vacanze sono degli studenti e
non (solo) dei docenti. Perché
così potrà finalmente dedicarsi
a occupazioni creative e ricreative. Perché voglio fare il genitore e non l’insegnante di complemento, il carceriere, l’aguzzino.

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L’ANALISI di Scalfari sulla necessità per gli italiani di avere
uno Stato, ma che nel contempo odiano, muove da considerazioni sulla sempiterna corruzione che affligge questo nostro disgraziato Paese. Forse proprio
dalla storia potremmo trarre
qualche suggerimento sul come sconfiggerla. Per esempio,
a Gubbio, nel Medioevo, proprio per evitare che i Consoli fossero corrotti, costruirono il loro
palazzo organizzando gli spazi
in maniera tale che questi non
incontrassero nessuno durante
il loro mandato. Ovviamente vi
vivevano reclusi. Chissà, potrebbe essere una soluzione.

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ininterrotto di Roma e
gli impresentabili ammucchiati attorno all’impresentabile De Luca in
Campania entrano in contraddizione con la retorica della rottamazione e la
annullano: soprattutto quando il vertice tace, e come dice il proverbio in qualche modo acconsente.
O Renzi fa il Capo del governo e libera
O SCANDALO

l’autonomia del Pd, trasformandolo in
quel soggetto politico che non è, oppure deve occuparsi del partito, dotandolo del fondamento culturale che ancora manca, e
che è la base e la fonte sicura di ogni scelta
politica consapevole: com’è possibile ad
esempio che sui migranti non sia ancora
nata una moderna cultura di sinistra, capace di coniugare la domanda di sicurezza
con la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, lasciando invece il campo
libero al pensiero unico e feroce di Salvini?

E non sarebbe questo il miglior terreno di
protagonismo e di sfida per la sinistra interna, invece del ruolo meccanico e subalterno che si limita a dire no a ogni proposta
del premier?
Il test amministrativo conferma che la
destra è ormai una presenza fissa sulla scena italiana — così come l’antipolitica grillina — anche quando è allo stato gassoso,
senza un recipiente e un’etichetta. Berlusconi non lascia un erede perché non lascia
una cultura, ma ha evocato un mondo, che

continuerà ad essere abitato a destra dopo
di lui.
Ma a ben guardare, il test dice qualcosa
di più. Paradossalmente gli sfidanti in crescita, M5S e destra, oggi non hanno leadership nazionale ma hanno un’identità politica e la radicalità di una proposta, due elementi che in politica creano un “campo” riconoscibile e riconosciuto. Il Pd ha leadership, e poco altro. In un Paese frastornato,
non basta più.
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pensiamo che l’immigrazione sia un problema e vogliamo far entrare meno immigrati, ma più dei Tories». In altre
parole, i laburisti non hanno fatto nessuno sforzo serio per elaborare una visione che spiegasse perché lasciar crescere il disavanzo ora può essere la chiave per la crescita futura: si guardi agli Stati
Uniti, che nel 2009 hanno avuto un disavanzo del 10 per cento e oggi crescono più di qualsiasi Paese europeo che ha tenuto i conti pubblici in attivo. E nessun tentativo serio di spiegare perché l’immigrazione è uno dei
maggiori punti di forza dell’economia britannica: attira capitale umano
e rende meno insulare e provinciale la nostra mentalità.
Ma forse la parte più tragica della storia è quello che è successo dopo
le elezioni. Il Labour si sta giustamente interrogando ma le risposte che
sta trovando sono a loro volta versioni MJHIU della visione conservatrice.
Sentiamo dire da Tony Blair, da Chuka Umunna (ministro ombra
dell’Industria, spesso chiamato l’Obama inglese, che si è ritirato dalla
corsa per prendere il posto di Miliband) e da Liz Kendall (che a quella
corsa partecipa ed è una delle favorite) che il Labour ha perso perché gico. E dall’altra un settore privato
non ha abbracciato il mondo delle ultra-finanziarizzato, che spende
imprese: cioè non è stato, come si più per riacquistare le proprie aziousa dire, abbastanza CVTJOFTT ni che in ricerca e sviluppo e formaGSJFOEMZ. E questo mondo come lo zione del capitale umano.
hanno chiamato? Il mondo dei
I lavoratori, naturalmente, sono
«creatori di ricchezza».
anche loro creatori di ricchezza,
Le imprese “creatrici di ricchezza”? Quali imprese? Va detto che
nel 2011 Miliband cercò di distinguere fra le imprese che creano effettivamente valore per l’economia e quelle che si limitano solo a
estrarre valore: il capitalismo produttivo contro il capitalismo predatorio, secondo la sua definizione.
Ma Miliband fu immediatamente
messo a tacere dal suo stesso partito: le sue affermazioni suonavano
«anti-impresa». È un peccato, perché se avesse continuato su quella
strada forse oggi il Labour non si
troverebbe in questa situazione. Il
(VBSEJBO 0CTFSWFS nel 2014 mi
ha etichettata come una dei guru
del Partito laburista — ma posso
immodestamente dire che se davvero fossi stata un punto di riferimento il Labour non avrebbe fatto
questo errore. Nei miei libri faccio
molta attenzione a non parlare di
“imprese” — settore privato o settore pubblico — ma di un particolare tipo di settore privato di cui abbiamo bisogno, di un particolare tipo di settore pubblico, e di un particolare tipo di rapporto, in termini
di “ecosistema”, fra di essi. Limitarsi a parlare delle imprese come
creatrici di ricchezza non c’entra
nulla con il punto in questione: anzi, lo contraddice.
Perché è importante questa distinzione? Perché il capitalismo
produttivo è un capitalismo in cui
le imprese, lo Stato e i lavoratori
operano insieme per creare ricchezza. Sono cioè tutti potenziali
creatori di ricchezza. Gli emblemi
di ricchezza nella moderna economia della conoscenza, dall’iPhone
alla Tesla S, hanno tutti fatto leva
su un settore pubblico strategico,
disposto a farsi carico dei rischi e
delle incertezze maggiori lavorando fianco a fianco con un settore
privato disposto a reinvestire i
suoi profitti nelle aree «a valle», come ricerca e sviluppo o la formazione del capitale umano. Oggi sono a
rischio entrambi. Da una parte un
settore pubblico timoroso, che cede agli appelli a introdurre ancora
più austerity, che discute delle dimensioni del disavanzo invece che
della composizione del disavanzo,
che parla solo di limiti allo spending e non di investimento strate-

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non solo per il contributo che offrono, con il loro capitale umano, alla
produzione di nuovi prodotti e servizi, ma anche perché, nel capitalismo moderno, si assumono a loro
volta dei rischi, avendo scarse garanzie di un lavoro permanente e
potendo trovarsi a fare molti sacrifici.
La ricchezza è insomma frutto
di un lavoro collettivo, decentralizzato, con diversi attori pubblici,
privati, individui e organizzazioni.
È l’assenza di questo punto di vista
ad aver creato una relazione disfunzionale tra imprese e Stato. Le
imprese, presentandosi come le
(sole) creatrici di ricchezza, hanno
convinto sia i tories che i laburisti a
introdurre misure come la QBUFOU
CPY (le agevolazioni fiscali sui guadagni legati ai brevetti, che si stanno diffondendo in quasi tutti i Paesi europei incluso l’Italia) che non
accrescono in alcun modo l’innovazione (i brevetti sono già un monopolio garantito per 20 anni) ma servono solo a far diminuire il UBY SFWF
OVF pubblico ed aumentare la disuguaglianza. Ed è stato proprio il Labour a ridurre da dieci a due anni
la durata degli investimenti di private equity necessaria per ottenere una cospicua riduzione delle tasse. È possibile immaginare politiche più filo-impresa di queste?
Simili politiche disfunzionali sono spesso state motivate dal desiderio di rendere l’economia più innovativa e competitiva. Ma in pratica sia il Labour che i Tories si sono limitati ai soliti discorsi sul dare
più risorse alle piccole imprese cosa che ha poco senso quando la
maggior parte delle piccole imprese sono poco innovative, poco produttive e creano anche poco lavoro. Le poche piccole imprese di valore hanno bisogno di un enorme
appoggio pubblico, come quello
che ricevono negli Usa, ed anche di
una relazione più simbiotica con le
grandi imprese. La cosa migliore
che qualsiasi governo potrebbe fare per le piccole imprese è insistere perché le grandi imprese comincino a investire di più, rendendo
maggiormente dinamico e mutualistico il rapporto con le imprese
più piccole loro fornitrici. Ma questo vuole dire appunto mettere
pressione sane sulle imprese: non
essere solo timidamente GSJFOEMZ.
Fino a quando il Partito laburista — e qualsiasi partito progressista — non imparerà a discutere in
modo serio di questi argomenti
continuerà a perdere. Oggi un nuovo leader laburista ha l’opportunità concreta per elaborare una visione più ambiziosa di come si fa a
creare ricchezza — invece di proporre una versione più contrita della visione conservatrice. E questa
visione più coraggiosa — della ricchezza di una nazione creata da
tutti, e non solo dalle imprese —
può servire anche a costruire fondamenta più solide per lo Stato sociale (che storicamente ha aumentato le opportunità per tutti), finanziato non più solo dal contribuente volenteroso, ma anche attraverso i profitti condivisi delle fatiche di tutti i creatori di ricchezza.
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MILANO
LTRO che per un pu-

gno di dollari. La
guerra dei cieli, alla
fine, è scoppiata improvvisa per un pugno di centimetri. E l’arma finale, un paraginocchio da aereo
costato carissimo alla United
Airlines, ha convinto le compagnie mondiali che è arrivato il
momento di prendere il toro
per le corna. Il problema è chiaro a tutti, specie ai passeggeri: i
sedili a bordo, rimpiccioliti per
risparmiare, sono diventati
troppo stretti. Il tasso di litigiosità tra viaggiatori claustrofobici è alle stelle (+62% a marzo
negli Usa secondo le autorità locali). Ed è ora di intervenire per

ridisegnare da zero in tempi rapidi gli interni dei jet del futuro.
Come? Guadagnando un po’ di
spazio per gli arti stremati dei
clienti - allo studio ci sono poltrone a castello, sedute a scacchiera e poggiabraccia matrimoniali – oppure, se di spazio proprio
non ce n’è, inventandolo. Installando a bordo astuti accorgimenti di realtà virtuale – fusoliere trasparenti, finestrini “intelligenti” e “occhiali-cinema”
hi tech – in grado di illudere gli
ospiti di questi carri-bestiame
volanti di trovarsi (quasi) sulla
poltrona di casa propria.

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Che la situazione in cabina sia
vicina al punto di non ritorno
l’ha detto un paio di settimane

fa senza tanti giri di parole
Charlie Leocha, presidente del
gruppo di consumatori Travelers United, durante un’udienza al Dipartimento dei trasporti di Washington: “Sugli aerei di
oggi, gli animali hanno più diritti degli uomini”. Il cane viaggia
nella stiva ok, ma in confortevoli gabbie con dimensioni standard prestabilite. L’essere umano invece può essere spremuto
senza limiti spaziali a fare a gomitate con i vicini. A inizio millennio i sedili dei grandi jet erano “tarati” sulle dimensioni medie dei bacini dei piloti della Air
Force e arrivavano a 19 pollici
di larghezza. Oggi (senza contare quanto si sono allargati i bacini…) siamo scesi a 17, più di
quattro centimetri in meno. E
c’è già chi pensa a sfidare il mu-

ro dei 16,5. Stesso discorso sulla distanza dal dirimpettaio.
Una volta tra un sedile e un altro c’era una piazza d’armi da
33 pollici (84 centimetri). Oggi
una compagnia Usa, la Spirit
Airlines, è arrivata a 28 pollici
(71 centimetri), un pertugio in
cui per infilare le gambe bisogna avere doti da contorsionisti.
I nodi, un centimetro alla volta, sono arrivati al pettine. La
Federal Aviation Administration ha registrato un allarmante aumento dei litigi a bordo legati a questioni di spazio. E il
Congresso – lette un paio di allarmanti ricerche scientifiche ha deciso di aprire un’inchiesta
per verificare se l’inarrestabile
ridimensionamento dei sedili
può comportare rischi per la sa-

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lute. I passeggeri, in attesa di
saperlo, hanno imparato a difendersi. L’arma segreta, l’ultimo ritrovato dell’aviazione civile già proibito da molte compagnie, è il “Knee defender”, il diabolico paraginocchio. Un lucchetto da bloccare sul tavolinetto del sedile che impedisce al
viaggiatore che ci sta di fronte
di reclinare il suo schienale.
Uno scherzetto che ha già scatenato diverse risse a bordo e che
ha costretto pochi mesi fa il volo United 1462 tra Newark e
Denver a un atterraggio
d’emergenza per sbarcare due
passeggeri che – causa abuso di
paraginocchio – se le davano di
santa ragione.

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Il vento, naturalmente, non si
può fermare con le mani. Lo spazio, per una compagnia aerea,
si misura in soldi. Un sedile in
più significa maggiori entrate.
E ogni chilo di peso risparmiato
consente di spendere 100 euro
l’anno di benzina in meno per
aereo. Indietro quindi non si torna, ma i designer di jet stanno
provando a far quadrare i conti
di bilancio senza più accanirsi
su gambe e gomiti dei passeggeri. Le poltroncine di nuova generazione in titanio e fibra di
carbonio installate da Air Thaiti e Air Mediterranée sono un
tantino più spartane ma pesano quattro chili, contro i 12 delle vecchie. L’inglese Air Lair ha
messo a punto un originale sistema di sedili a castello sovrapposti, chiusi in piccole “capsule” autonome come stie di un
pollaio, che potrebbe aumentare del 33% la capienza di un aereo. La Jacob Innovation ha progettato un complesso disegno a

scacchiera con sedili sfasati di
18 cm. in altezza e incrociati tra
loro come le parole di un cruciverba. In grado però, dicono loro, di moltiplicare le sedute come i pani e i pesci. Alla maledizione del sedile di mezzo - quello scomodissimo strizzato tra
corridoio e finestrino - ha pensato la Paperclip innovation lanciando un avveniristico bracciolo a due piani per regalare un
po’ di confort agli sventurati
che se lo aggiudicano al check
in.

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Il lavoro dei designer ha però
un limite: la necessità delle
compagnie di ridurre al massimo i costi e infilare a bordo più
sedili possibili. Arrivando al paradosso (l’hanno ipotizzato
Ryanair e la cinese Spring Airlines, bloccate per motivi di sicurezza) di farli addirittura viaggiare in piedi. Il nuovo Airbus
320, per dare un’idea del trend,
potrebbe approfittare dei progressi strutturali delle dotazioni interne non per restituire
centimetri e ossigeno ai clienti,
ma per accomodare in cabina
195 poltrone invece di 180.
Anche qui però, arrivano in
soccorso le nuove tecnologie.
Che, in assenza di spazio fisico,
provano a regalarci quello mentale. Airbus ha già messo nel
suo libro dei sogni una fusoliera
fatta di membrane di biopolimeri che potrà consentire, oltre ad alleggerire l’aereo, di renderla persino trasparente. Alzare gli occhi e vedere il cielo azzurro, sostengono gli esperti,
aiuta a dimenticare lo spazio da
sardine in cui si è strizzati. Su
concetti simili sta lavorando la
British Aerospace. La società in-

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la Repubblica ."35&%¹ (*6(/0

glese ha messo a punto un sistema di illuminazione cangiante
per le cabine in grado di calmare i bollenti spiriti dei passeggeri più compressi e di indurre al
sonno. Stessa idea della Boeing
che punta ad “allargare” lo spazio percepito con un approccio
cromoterapico, fatto di led blu
sulle superfici curve e bianco su
quelle verticali. Dicono funzioni.
Nella guerra dei centimetri,
del resto, tutto è consentito. La
Epson ha messo a punto una
sorta di Google glass (lo sta sperimentando un’aerolinea coreana) che trasmette film in wireless a pochi millimetri dalla pupilla ma dando l’effetto di un
maxi-schermo a cinque metri
di distanza. Spazio in cui in real-

tà, togliendo gli occhiali, sono
stipati altri sette compagni di
sventura. Video sottili come fogli di carta e pieghevoli verranno utilizzati per sostituire i finestrini, trasmettendo immagini
a scelta del passeggero o anche, grazie a telecamere
dall’esterno, il panorama reale.
“Un palliativo che ha dimostrato di distrarre e rilassare il viaggiatore”, garantiscono i progettisti.
Possibile. Almeno fino al momento in cui chi gli sta di fronte
non decide di abbattere con un
colpo da ghigliottina il suo sedile. In quel caso, con buona pace
dello schermo piatto, torna molto più utile il caro vecchio paraginocchio.

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posti diventino sempre più angusti in aereo per
me resta un falso problema. Ma ben vengano nuove
tecnologie per ripensare il comfort in volo». Il pilota
Patrick Smith, autore del celebre $IJFEJMP BM QJMPUB
(Ed. Fusi Orari), non condivide però le preoccupazioni che hanno
spinto le autorità americane a indagare sui rischi legati a sedili troppo scomodi per chi viaggia in aereo.
Perché signor Smith?
«Perché secondo me è un falso mito. È vero che le compagnie negli ultimi anni hanno dato molto più spazio ai passeggeri “di prima
classe” a scapito di quelli alle ultime file. Ma allo stesso tempo lo spazio medio in “economy” è solo leggermente minore rispetto a 20-30
anni fa. Anzi, in alcuni casi c’è ancora più spazio».
Per esempio?
«L’Airbus A380 ha lo stesso schema di sedili in file da dieci come il
vecchio Boeing 747, ma ha una larghezza superiore di circa 40 centrimetri. L’Airbus A320, con lo schema di sedili a sei, prevede più
spazio per testa e braccia rispetto ai Boeing 707 o 727 usati in passato. Non solo: le compagnie di oggi spesso optano per sedili più “slim”
che hanno aumentato lo spazio».
E allora perché negli Usa si temono rischi per la sicurezza? Lei da
pilota non condivide questi timori?
«Si tratta di un allarme esagerato. Ci sono già dei limiti seri riguardo alla disposizione di sedili e uscite di emergenza. Certo, molte compagnie si avvicinano molto a quei limiti, ma non li superano».
Tutto questo, però, a scapito dei passeggeri. Mentre la popolazione, in media, aumenta sempre di più in altezza e corporatura.
«Questo è vero. Ed è giusto che si ripensi la disposizione dei sedili
in questo senso. Spesso ci si concentra solo sullo spazio delle gambe,
ma la larghezza delle postazioni dei passeggeri in classe “economy”
avrà sempre più importanza in futuro».
A proposito di “economy”, non crede che le compagnie low cost
abbiano un ruolo cruciale nella corsa alla “ottimizzazione” degli
spazi che può diventare un tormento per i viaggiatori?
«Ma questo non è solo un fenomeno di oggi. Negli anni Settanta,
per esempio, in America c’era la Laker Airways. Il suo DC-10 “Sky
Train” da e verso Londra aveva 345 posti, un centinaio in più del
DC-10 base. Lì uscivi davvero con le ossa rotte, altroché».

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Commissario Delegato per l’emergenza della mobilità riguardante la A4
(tratto Venezia - Trieste) ed il Raccordo Villesse - Gorizia
Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n° 3702
del 05 settembre 2008 e s.m.i.
Via del Lazzaretto Vecchio, 26 - 34123 Trieste
Tel 040/3189542 - Fax 040/3189545
06/09 – C Avviso di aggiudicazione di appalto per estratto
CODICE IDENTIFICATIVO GARA C.I.G.: 04183701D8 - CUP: I11B07000180005
Si rende noto che la Procedura Aperta, tenutasi nelle sedute pubbliche di data 25.03.2010,
20.04.2010, 30.06.2010 e 19.07.2010, per l’afidamento dell’ “Appalto integrato concernente la progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori di costruzione dell’ampliamento
dell’autostrada A4 con la terza corsia tratto Gonars (progr. Km 89 + 000,00) - Villesse (progr.
Km 106 + 150,00)” per l’importo complessivo a base di gara di € 155.905.313,68.- più
I.V.A., è stata aggiudicata deinitivamente, con Decreto del Commissario Delegato n. 291 del
09/04/2015, all’operatore economico C.M.B. – Società Cooperativa Muratori e Braccianti
di Carpi in A.T.I. con C.C.C. – Consorzio Cooperative Costruzioni Soc. Coop., C.G.S. S.p.A. e
Consorzio Stabile Grecale con sede in Via Carlo Marx n. 101 - 41012 Carpi (MO), per l’importo
totale di € 126.886.828,97.- più I.V.A.
L’avviso integrale è stato inviato all’Uficio Pubblicazione del Supplemento alla Gazzetta Uficiale
dell’Unione Europea in data 05.06.2015, pubblicato sulla Gazzetta Uficiale della Repubblica
Italiana V Serie Speciale n. 68 del 12.06.2015 e sui siti internet www.serviziocontrattipubblici.
it; www.commis-sarioterzacorsia.it e www.regione.fvg.it.
Trieste,
IL RESPONSABILE UNICO DEL PROCEDIMENTO - ing. Enrico Razzini -



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PECHINO
ELLA civiltà che ante-

pone l’apparenza
all’esistenza, la pena estrema arriva
dalla super-potenza che già ha
equiparato l’oblio ad un decesso. La Cina lancia la condanna

ad apparire come realmente si
è e mobilita la propaganda per
avvertire i traditori del partito
che non potranno più fingere
pubblicamente di essere come
non sono.
Il simbolo della nuova purga
globale dell’immagine è Zhou
Yongkang, fino a un anno e
mezzo fa capo della sicurezza
nazionale, tra i nove «intocca-

bili» del partito comunista. Giovedì scorso le autorità hanno
ufficializzato che il braccio destro dell’ex presidente Hu Jintao è stato condannato all’ergastolo per corruzione, abuso
di potere e rivelazione di segreti di Stato.
Zhou Yongkang ha 73 anni,
ma fino al giorno dell’arresto
dimostrava vent’anni di me-

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no: fisico tonico, lifting accurato, ma soprattutto folti capelli
neri impeccabilmente laccati
all’indietro. Il processo si è tenuto a porte chiuse, ma la tivù
di Stato hanno diffuso le immagini del capo della polizia degradato, impegnato a leggere
la propria confessione.
Per i cinesi è stato uno
shock. Zhou Yongkang, rispet-

to all’uomo arrestato e scomparso nell’ottobre 2013, è apparso irriconoscibile. Spalle
curve, una divisa cadente e capelli completamente bianchi,
capaci di trasformare il maturo playboy, sicuro dell’arroganza conferita da un potere assoluto, in un povero vecchio, incerto nella propria condizione
di suddito sconfitto. La gente

ha esultato per la condanna
del funzionario rosso, presentato come l’icona della corruzione.
L’ebbrezza per l’esibizione
dell’odiato trofeo ha però ceduto presto il passo al turbamento collettivo per l’umiliazione
ideata dal presidente Xi Jinping. La pena più crudele fatta
scontare a Zhou Yongkang, accreditato di focosi flirts con giovani e famose attrici, non era il
carcere a vita e neppure la confisca di un tesoro da 14,5 miliardi di dollari. La spietatezza
della leadership era esporlo in
pubblico con capelli bianchi e
la carne del volto flaccida, simile ad un anziano qualsiasi,
sprovvisto dei mezzi per assicurarsi l’immagine di un’eterna
giovinezza.
Messaggio chiaro: in Cina
un aspetto curato è oggi un privilegio concesso solo a chi è nelle grazie del «nuovo Mao». I vincenti possono tingersi i capelli
di nero e provare a dimostrare
vent’anni di meno, gli sconfitti
devono accettare la propria
chioma bianca e il profilo che rispecchia gli urti dell’età. Il colore dei capelli è assurto a certificato di fedeltà, o di appartenenza, all’autoritarismo della
Città Proibita: già una sfumatura di grigio può essere ora interpretata come l’anticamera
dell’epurazione. Con la rivoluzione di Mao i cinesi hanno scoperto la cosmesi, eleggendo la
tintura a riscatto dalla povertà
della campagna. Confucio è
stato sepolto assieme alla lunga barba color neve, al culto
della saggezza è seguito quello
per la ricchezza e per un’idea
occidentale di bellezza, presupposto e prova del successo.
Questo look accomuna oggi
tutta l’Asia: donne e uomini
esibiscono capelli color pece
dalla culla alla tomba, a meno
di insostenibili tracolli economici, o politici. Anche Xi Jinping, come tutti i vecchi dirigenti comunisti, non esibisce
un solo capello lasciato al riflesso naturale e dove non arriva
la tintura arriva la parrucca.
Come una divisa, o un inequivocabile segno di riconoscimento.
Fino a due anni fa, caduta
del «neo-maoista» Bo Xilai, il
vezzo obbligatorio era concesso per l’eternità. Con la gogna
pubblica del capello bianco, ordinata per Zhou Yongkang, Pechino inaugura il sogno della
giovinezza come premio a termine, proporzionale all’obbedienza, o all’onestà. Lo sceriffo-bandito che ha osato discutere l’ascesa dell’ultimo imperatore, ha perso come tutti libertà e bottino, ma come nessun altro prima anche la pubblica bellezza. Dalla bandiera
rossa al colletto bianco, fino al
capello nero.
La pena di morte, per la Cina che si appresta a dominare
il mondo, era ormai impresentabile: adesso basta la condanna ad uno shampoo.
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che è tornata,
dopo 199 giorni
nello spazio, a
mancarle di più oltre alla libertà di
fluttuare è proprio la Terra. Samantha Cristoforetti ne parla
con gli occhi che si illuminano.
«Mi ero abituata a vederla sempre accanto, dalla grande finestra della Stazione Spaziale.
Era diventata una presenza familiare. Io non sono mai stata
forte in geografia e all’inizio dovevo usare una mappa per individuare i vari paesi. Poi ho imparato a riconoscerne ogni angolo, comprese le rotte illuminate
delle navi la notte. La sua immagine oggi mi manca moltissimo».
Fin da giovedì, il giorno del
rientro sulla Terra, AstroSamantha, la donna che ha battuto il primato di permanenza nello spazio, è stata “sequestrata”
dalla Nasa. Nel centro di Houston si sta sottoponendo a una
batteria di test medici capillari.

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Perché «noi astronauti siamo
un po’ delle cavie. A bordo della
Stazione ho prestato le mie mani e i miei occhi alla scienza» racconta con il viso ancora stanco
ma i capelli rientrati nei ranghi, in collegamento con
l’Agenzia Spaziale Italiana. «Le
ricerche che ho condotto potranno avere ricadute per la salute e la vita delle persone».
Oltre ai check up, con l’aiuto
dei fisioterapisti della Nasa Samantha sta reimparando a camminare. «Quella sensazione di
leggerezza mi manca» racconta. «Mi sembra di aver sempre
vissuto fluttuando. Non capisco
come si possa camminare tenendo in equilibrio un corpo
che pesa come un macigno su
due gambe che sono stecchini».
Appena tornata, per passare il
cellulare al marito, Samantha
stava per aprire le dita e dargli
una leggera spintarella. Poi, in
tempo per non farlo cadere, si è
accorta che la magia era finita.

Qui giù non vola più nulla. Ma
in cambio l’aria è tornata fresca
e a tavola si mangiano cibi veri.
«La prima gioia è stata fare la
doccia» racconta. «Poi mangiare un’insalata con tonno, noci e
pomodori». Passare sette mesi

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nello spazio su un concentrato
di tecnologia come la Stazione
Spaziale Internazionale serve
anche ad apprezzare le cose
semplici della Terra. Ma per il
momento è la nostalgia a prevalere per AstroSamantha. «A vol-

te mi sento ancora lì. A volte mi
sembra di aver sognato. Poi mi
concentro e cerco di rivivere
quelle emozioni per non farle
sfuggire». Al futuro la nostra
astronauta non pensa. «Sto ancora cercando di riadattarmi al-

la condizione di essere umano
terrestre». I muscoli fanno male, il sedere e le piante dei piedi
faticano a riabituarsi alla pressione. «Il rientro non è stato terribile come temevo, ma nella
capsula Soyuz ci si sente piccoli
e soli. L’attrito con l’atmosfera
accende fiamme che lambiscono i finestrini. Quando si apre il
primo paracadute la capsula inizia a roteare come una lavatrice impazzita. E a Terra sollevarsi per uscire dal portello è una
fatica immane».
Solo dopo alcune settimane
di riabilitazione a Houston Samantha tornerà a Colonia, nel
centro astronauti dell’Agenzia
spaziale europea. Poi si riaffaccerà in Italia, per raccontarci
ancor più nei dettagli la sua avventura e rimettere piede nel
paese natale di Malè, in Trentino, che giovedì ha seguito il suo
rientro raccolto in piazza davanti a un maxischermo, con il frastuono delle campane a festa.
Il messaggio di Samantha è
che lo studio e la tenacia portano fino allo spazio. La veste del-

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la celebrità non le si attaglia e
Samantha scansa subito ogni
dubbio: «Faccio l’astronauta,
non la star. Ma se solo cinque ragazzi vorranno seguire la mia
strada dopo avermi conosciuto,
sarò felice». I suoi eredi in effetti dovranno farsi vivi presto. Entro il 2020 è previsto il lancio di
altri due italiani verso la Stazione Spaziale Internazionale.
«Forse anche con il titolo di comandante» anticipa il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Roberto Battiston.
AstroSamantha intanto ricorda l’immagine più bella dello spazio. La sciabolata l’ha colpita proprio al suo arrivo, il 24
novembre scorso. «Ci stavamo
ancora avvicinando alla Stazione Spaziale quando il Sole è sorto e l’ha investita in pieno. Per
pochi secondi le pareti di metallo si sono infuocate. È stata
un’immagine che non dimenticherò mai».
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FIRENZE

A nuova silhouette
maschile è più asciutta in alto e si apre leggermente in basso.
Giacche corte e smilze su pantaloni in cui tornano le
pinces. Comunque è la giacca
che firma il gusto ma la novità sono i pantaloni ancora slim ma
più morbidi e comodi. Meglio è
dire che nelle collezioni per
l’estate 2016 di Pitti Uomo torna
la pince, una sola e così piccola
che quasi non si vede. Eppure c’è
e costituisce la versione nuova e
moderna delle vecchie pinces, lascia i pantaloni accostati ma li
rende più morbidi e comodi per
uomini che vogliono sentirsi eleganti ma anche muoversi con libertà. Sotto giacche corte ma
che non lasciano mai scoperto il
fondo schiena, aderenti quanto
basta, comunque di taglio sartoriale, anche se leggerissime o in tessuti all’ultima frontiera della tecnologia che vanno contro il vento, la pioggia, il
sole, appaiono in 3D, sono laserati o termosaldati senza perdere l’eleganza (da Allegri a Geox che
è sempre più design fino
alla tecnologia olistica di
Rrd Roberto Ricci Design
che salda due tessuti in uno).
«La parola chiave è sportivo
chic — dice il re del cachemire
Brunello Cucinelli — Comanda

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la giacca vicina al corpo su pantaloni che cambi a seconda se vai
all’università, al lavoro o hai
un’occasione. L’arte è quella della combinazione». Più che in tinta unita vanno «giacche a microfantasie, in gessato, principe di
Galles, pied de poule, jacquard
sulla camicia denim con cravatta o sula t—shirtstampata», continua l’imprenditore—stilista
umbro. Obiettivo: «Sembrare
più giovani».
Luigi Lardini è uno dei fratelli
Lardini che con la loro azienda (i
brand Lardini, Rvr Lardini, Pasi-

ni e Nick Wooster—Lardini) riceveranno stamani a Palazzo Vecchio il premio Pitti Uomo 2015:
Spiega: «Il nostro è un uomo che
vuole essere libero». Così spigliato che la novità Lardini sono le
giacche di taglio sartoriale ma in
maglia invece che in tessuto, tanto leggere da ricordare un cardigan e così ben tagliate da sembrare uscite dal sarto: «giacche
sciancrate, corte, con le spalle
strette, mono petto in tessuti jacquard tono su tono e revers un
po’ allargati ma non troppo, su
pantaloni con mini pinces», dice

Lardini che precisa: «noi crediamo al comfort ma non al ritorno
del pantalone largo e lungo». Ci
pensano gli altri brand
dell’azienda, più irriverenti. Pasini, nel pur generale panorama di
revers allargati e con le punte a
lancia, li fa larghissimi, il guru
Usa delle tendenze Nick Wooster allarga a dismisura i pantaloni. L’altra novità Lardini sono gli
smoking bianchi con giacca e gilet bordeaux o blu e neri. Anche
Lardin preferisce gli spezzati:
«Vestirsi non è più un fatto automatico neanche per l’uomo.

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La lounge di Arbiter accoglie
da oggi a venerdì i
visitatori di Pitt, al 1°
paino delle Scuderie
lorenesi dentro la
Fortezza. Un vero
Arbiter elegantiarum
che offre uno spazio
curato da Rimadesio,
dove saranno esposti
gli orologi di JaegerLeCoultre e dove si
può provare la «Volvo
Reality», una guida virtuale in
realizzata in collaborazione
con Volvo Car Italia.

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L’ Istituto Marangoni ha
annunciato ieri l’apertura della
sua quinta sede: a Firenze,
dopo Milano, Parigi, Londra,
Shangai. «L’idea ci è venuta –
spiega l’ad Roberto Ricci –
perché gli studenti Usa amano
studiare a Firenze. Qui
aggiungeremo anche il corso
di arte oltre a quello di moda e
design». Prossima puntata,
Mumbai.

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Coloratissime, anche bicolori,
le sneaker Superga. E unisex.
La più classica scarpa da
tennis, nata come ricorda l’ad
Lorenzo Boglione nel 1925, fa
centro e calza in bicolore
l’intero staff di Pitti Uomo.
«All’estero sono entusiasti di
Superga. E anche in Italia.
Siamo cresciuti l’anno scorso
più del 50%», dice l’ad
Boglione.
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Ogni mattina deve pensare agli
accessori: per esempio la cravatta jacquard a fantasie piccole».
Jacquard, righe, microfantasie all over, Galles pied
de poule sono dominanti in
tutte le collezioni e in tutti i
capi, dalla giacca, alla camicia, alla cravatta, al gilet di uomini eterogenei come li definisce Giovanni
Bianchi, ad e direttore creativo
di Lubiam, l’azienda dei marchi
Giovanni Bianchi Mantova,
L.B.M. 1011, Lubiam 1911 e dei
pantaloni ispirati al Giappone,
Giozubon che significa i pantaloni di Giovanni. Uomini dalle tante sfaccettature, secondo Bianchi, per i quali L.B.M. presenta
due linee, una da giorno con tessuti leggeri e ingualcibili, le tante tasche all’interno delle giacche per tablet, smartphone, portafoglio. E un’altra linea per le
grandi occasioni. «Sparisce l’abbigliamento formale da via di
mezzo», dice. La collezione grandi occasioni si chiama Flirt: giacche corte e più aperte «in modo
da slanciare», revers allargati e
punte a lancia, «camicie asciutte
sotto giacche asciutte», pantaloni a una pince « che piacciono ai
giovani, accostati ma comodi»,
tanti gilet a disegni check o fantasie tartan. E siccome la tendenza è il tessuto lavorato o frisé
Bianchi, che guarda al Giappone, usa i tessuti giapponesi da arredamento trattati in bianco e
blu con il metodo Shibori.
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FIRENZE
’UOMO è a colori. Le

tendenze della moda maschile non sono mai più un dogma ma tante e diverse, una però è certa: anche lui si
colora. Non più con i colori episodici e squillanti dei recenti anni scorsi in cui si è iniziato a superare il grigio e il blu. Ora è un
colore sicuro, educato e, tranne
brevi incursioni, non fragoroso.
Ma comunque onnipresente.
Per gli ancora timidi si nasconde nei sottocolli, le rifiniture, i dettagli, le t—shirt che occhieggiano dalla giacca (Manuel Ritz ne è specialista). Ecco
That’s Pitticolor, come è i leit
motiv di questo 88° Pitti Uomo,

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che presenta da oggi a venerdì
in anteprima mondiale le collezioni dell’estate 2016 di 1.178
marchi della più selezionata industria dell’abbigliamento maschile nazionale e internazionale e che in questa edizione accosta ai capi per l’uomo anche alcuni per la donna, non esclusi
quelli di nuovissima tendenza,
tranquillamente unisex. E siccome Pitti è il primo salone, in
ordine di calendario, di moda
maschile, per di più creata da
aziende e designer a cui gli
esperti sostengono si ispiri l’80
per cento degli uomini, le tendenze si scoprono qui.
In un momento in cui la moda maschile cresce nel 2014 del
3 per cento in più con un fatturato di 8,8 miliardi, propulsore
principale l’export.
Colore anche per i giovani e
migliori e fashion blogger cinesi, americani e da tutto il mondo invitati dalla boutique LuisaviaRoma a fare tre giorni
di shooting a Firenze
che lunedì sera, alla vigilia di Pitticolor, hanno chiuso con il Rainbow Party. Mentre la
stessa vigilia è stata celebrata dal Centro di Firenze per la Moda Italiana con una singolare partita di calcio in costume
per rievocare di fronte a
3.700 ospiti internazionali la
astorica partita che i fiorentini
giocarono nel 1.530 in scherno
alle truppe assedianti di Carlo

V.

Ma, per tornare alla magia
del colore virile, ne è sedotto
perfino uno dei pilastri del vestire classico e sartoriale, Massimo Rebecchi, che modernamente asciuga e sveltisce la silhouette e osa l’uomo in tutto
rosa. Come d’altra parte il minimalista elegantone di Circle of
Gentlemen cede e si tinge di lime, ocra, verde, giallo verde tenue e addirittura non disdegna
stampe blu cobalto e turchese.
Una passione che Roy Roger’s affida ai colorati calzini

che, sorpresa, diventano pochette infilati, non nei piedi,
ma nella tasca posteriore dei
jeans. Oppure alle stampe balinesi fatte fare direttamente a
Bali con lo stampo in legno dei
tempi antichi, il «block print»,
che marchia i capi uno sempre
un po’ leggermente diverso
dall’altro, siano camicie, polo,
pantaloni, bermuda, o costumi
da bagno. Una novità che piace
al direttore creativo del gruppo
Sevenbell produttore di Roy Roger’s, Guido Biondi: «Questa è
la vera eccellenza: ricercare tra-

dizioni del saper fare radicate
nei territori, valorizzarle e promuoverne la conoscenza trasferendole in capi realizzati in Italia». Se però, vista la tendenza
al piede nudo, il calzino non si
traveste in pochette, e in quel
caso si può riparare sulla vera
pochette per esempio quella a
disegni o pois brillantemente
colorata di Thomas Mason’s,
detto calzino si rilancia tramite
colori da abbinare ai leggeri
pantaloni estivi come nella collezione Galleidoscopio di Gallo
che inaugura i calzini eleganti

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Undici atleti muscolosi
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oggi in pedana nella
Forteza per lanciare a
Pitti Uomo la collezione
capsule «Olympic
Games», dedicata da
Bikkembergs alle
olimpiadi di Rio de
Janeiro 2016. È la
prima volta che il
brand si cimenta
con l’underwear
e i costumi da bagno. Lo fa
con una collezione prodotta
e distribuita da Perofil.

Gherardini ha lanciato
ieri la sua prima
collezione di borse da
uomo. L’idea è dell’ad
Riccardo Braccialini:
«L’uomo ha molti
oggetti , dal cellulare
al portafogli al tablet.
Ho pensato a una
linea maschile di borse leggere
ma eleganti».

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Wp Store festeggia con una
serata di gala nel negozio di
Firenze in via della
Vigna i 30 anni di vita
dall’apertura Bologna
1985). E WP lancia a
Pitti una collezione in
edizione limitata di 20
capi esclusivi realizzati
con i 19 brand che,
venduti negli store Wp,
ne hanno fatto la storia.
La collezione è illustrata
dai comics di Filippo
Scozzari, che collaborò con Wp
negli anni ’80.
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in tuti i possibili colori pastello,
o Red che li presenta interamente disegnati, o Bresciani
che li fa in tinta unita ma in tuti
i colori dell’arcobaleno.
Ventaglio di pastelli anche
per le camicie Gant sotto felpe
azzurre e sopra pantaloni denim. Colori africani per Pt Pantaloni Torino che si coprono interamente dei disegni sulla vita e gli animali della savana. Disegni e stampe obbligatori anche sulle t—shirt, come per
esempio, quelle che celebrano
con il semplice «J’ai 10 ans» il

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decimo compleanno di American Vintage, l’azienda francese
che veste Penelope Cruz o Cameron Diaz. Oppure le t—shirt
con le grafiche forti e squillanti
di U.S. Polo Assn.
Colori anche per Paoloni che
fa della giacca il capo cult e oscilla tra il giallo, l’arancio, il rosso
rubino decisi o tonalità declinate per leggere nuances a contrasto. Tra righe, check di ogni dimensione, effetti 3D, effeti denim. O Jaggy che afida all’azzurro striato dei bermuda «Habana» o ai fiori degli shorts «Carter» il sapore delle vacanze.
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n anno fa i risultati dello studio del Censis: liste
d’attesa con tempi biblici, cure a pagamento (intramoenia o privato) per chi poteva. Oggi gli stessi ricercatori confermano le criticità, e dicono che sono aumentate attese e, di oltre un miliardo, la spesa privata (e
infatti quella pubblica è diminuita). Come un carico da novanta la Corte dei Conti aggiunge che, nel rapporto sulla
Finanza pubblica, l’assistenza territoriale e la prevenzione sono inadeguate, mentre cresce l’inappropriatezza. In
pratica: la sanità perde sempre più colpi, non è uguale per
tutti, e tra i cittadini si diffonde la paura sul futuro del servizio pubblico. È ormai evidente che i tagli lineari sono un
disastro. E che Stato e Regioni non possono limitarsi a concordare altre “sforbiciate”: devono indicare le soluzioni
per restituire certezze sulla nostra sanità.


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la Repubblica

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LE CURE DENTALI

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PULIZIA
DENTALE

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È la rimozione
delle incrostazioni
di placca
e tartaro
sui denti

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Ablatore
ad ultrasuoni

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LI impianti per sostituire i denti perdu-

ti sono ormai la chiave di volta per ridare sorriso e funzionalità alla bocca di
ogni età. E sono esattamente 50 anni
da quando Per-Ingvar Brånemark, fisiologo ortopedico svedese (recentemente scomparso) applicava i primi impianti in titanio inaugurando la nuova era dell’implantologia. «Casualmente una decina di anni prima aveva
scoperto il fenomeno dell’osteointegrazione - spiega Paolo Pera, direttore clinica
odontoiatrica università di Genova l’intima unione che si crea tra osso
e impianto artificiale in titanio.
Con delle microcamere in titanio inserite nelle tibie di alcuni conigli stava studiando il
microcircolo. Dopo 3-4 mesi si accorse che non riusciva a rimuoverle e intuì che il titanio, opportunamente trattato e
purificato, era biocompatibile, poteva
integrarsi totalmente con l’osso. Applicando l’osservazione agli impianti nella mascella cambiò
la storia dell’odontoiatria e la vita dei
pazienti che avevano perso i denti, specie nell’arcata inferiore. Chi non accetta la protesi mobile
vive male, tra disagio
sociale, senso di vecchiaia, difficoltà a
mangiare. La possibilità di inserire radici artificiali, quindi avere ancoraggi per costruire ponti
fissi, ha trasformato la qualità estetica e funzionale dei
manufatti».
L’implantologia esisteva
già ma era una scienza empirica, funzionava solo nel 40%
dei casi e non si capiva la ra- IMPIANTO
gione del rigetto. «La svolta
IN TITANIO
di Brånemark è stata quella
di definire un protocollo da seguire e i successi sono passati È una protesi ancorata
dal 40 al 90%», continua. all’osso con una vite.
Quel protocollo oggi è stato in Viene inserita al posto
parte modificato ma il princi- di un dente perduto
pio dell’osteointegrazione resta lo stesso: non c’è rigetto
Si esegue sotto
grazie alla “inerzia biochimianestesia locale
ca” del titanio e alla “bioinerzia meccanica”, l’assenza di
micromovimenti che impediscono la calcificazione dell’osso. «È la stessa cosa
dell’ingessatura che blocca un arto fratturato. Oggi
un impianto non si perde per rigetto ma perché l’osso non guarisce per infezioni o se ci sono micromovimenti», precisa Pera. Per questo si sconsiglia di caricare la corona sull’impianto prima di 3-4 mesi. «Il carico immediato introduce un fattore rischio. L’osso
non vede se c’è o no la corona ma se percepisce movimenti non riesce a calcificare. È sempre sconsigliabile caricare quando l’impianto è uno solo. Se mettiamo invece su tutta l’arcata più impianti molto stabili nell’osso possiamo caricare e garantire l’assenza
di movimento bloccando gli impianti tra loro con
una protesi a ferro di cavallo e rispettando tutta una
serie di pre requisiti chirurgici e protesici. La protesi

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CAPSULA

SBIANCAMENTO CON LASER

Corona artificiale che ricopre
la struttura di un dente fragile
e lo protegge dalle fratture

Trattamento estetico
a base di agenti chimici
potenziati da luce laser

Capsula
metalloceramica

e Le gengive

e le labbra
vengono trattate
con una sostanza
isolante

Moncone
con cura
canalare

Capsula

r Si applica

sui denti l’agente
sbiancante:
perossido
di carbamide

Vite di
guarigione

t La luce laser
Capsula Moncone

che accelera
il processo

VISTA
IN SEZIONE

Vite a contatto
con l’osso
Osso

Lampada
laser

Intervento
completo

Vite

Vite di
guarigione

Capsula

CURA
CANALARE
La devitalizzazione
prevede la distruzione
e rimozione della
polpa dentaria
Inserimento
della vite nell’osso

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Montaggio della
vite di guarigione

Applicazione della
capsula provvisoria

Capsula
definitiva in sede

funziona come uno splintaggio ortopedico (gesso di
contenzione) e controllando il carico rispettiamo la
bioinerzia meccanica».
La qualità dell’impianto è ovviamente importante. «Il dispositivo è importante per la pulizia batterica, chimica, della componentistica, ma rimangono
centrali le capacità chirurgiche e protesiche del dentista, la mano del medico. Il paziente dev’essere molto attento nel valutare la professionalità dell’odontoiatria anche parlando con gli amici», consiglia Pera.
Esperienza personale e passaparola per stare
tranquilli? «Il paziente che decide di sottoporsi a riabilitazione protesica implantare ha la possibilità di
condividere con il dentista il progetto terapeutico. È
importante però chiedere il nome dell’azienda pro-

Si esegue sotto
anestesia locale

Polpa
dentaria
Radice
Osso
Applicazione
anestetica

duttrice e il tipo di impianto scelto. Alcune aziende
smettono all’improvviso la produzione lasciando il
dentista e il paziente senza assistenza adeguata. Il
medico deve garantire della qualità dell’industria
produttrice e l’industria deve farsi carico di una
quantità di componenti di ricambio. L’impianto dentale deve avere le stesse caratteristiche di una protesi biologica (tipo valvola cardiaca o protesi d’anca) e
possedere un documento di riconoscimento e tracciabilità. Utilizzando internet è oggi possibile conoscere tutto questo e scegliere al meglio», conclude
Francesco Riva, direttore Chirurgia Odontostomatologica istituto superiore Odontoiatria Eastman, Roma.
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la Repubblica

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PONTE DI 3 PEZZI
Protesi
che sostituisce
il dente
mancante
appoggiandosi
a quelli vicini
che fungono
da pilastri

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SEZIONE
DEL PONTE

Protesi
Capsula

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Capsula

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ESTRAZIONE
SEMPLICE
Non prevede
un intervento
chirurgico sulla
gengiva

Trapano

Smalto
Dentina

OTTURAZIONE
SU UN MOLARE
Comporta
il prelievo
del tessuto cariato,
la detersione
e la chiusura
della cavità con
l’apposito materiale

Apertura della
cavità pulpare

Svuotamento e
sagomatura del canale

Pulizia, disinfezione e
otturazione del canale

LA CRISI DEL SETTORE
LE FAMIGLIE

IL FATTURATO

LE CURE ALL’ESTERO

IN MILIARDI DI EURO/ANNO

400mila
6,7

4,9

1 FAMIGLIA SU 3

non ha denaro
per far curare i figli

2007

2012

gli over 65 che vanno
all’estero per eseguire
cure low cost

FONTE RIELABORAZIONE DATI LA REPUBBLICASALUTE / ANDI / AIO

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2

uasi una ventina le pagine dedicate agli impianti dentali nelle
‘Raccomandazioni cliniche in odontostomatologia’
pubblicate on line dal ministero
della salute. Indicazioni cliniche, controindicazioni, informazioni sulla certificazione dei materiali usati. Pagine (134 —
152) utili da leggere per chiunque voglia ricorrere alla terapia
implantare per rimpiazzare
denti mancanti. Il documento,
infatti, esorta a fare tutto il possibile per salvare i propri denti e
non estrarli se non è proprio necessario. È poi essenziale, pri-

ma di passare agli impianti
(quando la crescita scheletrica
è completata), ristabilire «adeguate condizioni di salute dei
denti e dei tessuti parodontali». Con la piorrea (parodontite
non trattata o trattata senza
successo) non si scherza. E
neanche con la cattiva igiene
orale quotidiana o con il troppo
fumo (10 o più sigarette al giorno)o alcol.
Essenziale l’attento colloquio col paziente per una diligente anamnesi sia medica (informazioni su eventuali patologie sistemiche, terapie seguite,
stili di vita) sia odontoiatrica
(pregresse patologie orali, cause della perdita di denti, trattamenti odontoiatrici effettuati), che possono comportare un
maggior rischio per l’intervento e il successo implantare. Il paziente, raccomanda il Ministero, va adeguatamente informato sulle varie possibilità riabilitative, sui risultati conseguibili, sugli stili di vita dopo gli impianti. La comunicazione verbale va integrata da un consenso informato, preferibilmente

scritto, nel quale si riassume
quanto è stato detto al paziente.
Nel “consenso informato”
predisposto dalla SIO, Società
Italiana Implantologia Osteointegrata, indicazioni, informazioni, controindicazioni, modalità chirurgiche, decorso post—operatorio, possibili complicanze. In genere però si firma il modulo, senza leggerlo,
appena prima di cominciare il
trattamento. «La base del consenso resta in ogni caso il colloquio diretto tra medico e paziente e tutto quello che verbalmente e con gli ausili è stato
spiegato», commenta Bartolomeo Lofano, dentista a Bari.
Nel consenso, tra l’altro, si legge che anche l’eccessiva assunzione di sostanze alcoliche, la
dipendenza da droghe, il serramento o digrignamento dei
denti, le abitudini viziate, intolleranze, allergie a farmaci e materiali collegati al trattamento,
possono compromettere risultato e durata del trattamento.

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