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La.Repubblica.16.06.2016.By.PdS.pdf


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RA che il voto in Sicilia ha conferma-

to le tendenze al Centro e al Nord,
Renzi deve decidere da che parte
cominciare l’opera di ricostruzione. Il premier-segretario non è all’anno zero,
visto che si tratta di elezioni locali, influenzate da fattori non sempre decifrabili. E non tutto è riconducibile al facile schema “un voto
contro il presidente del Consiglio”. Però il voto è stato senza dubbio contro il Partito Democratico, contro il profilo inafferrabile e inconcludente di un soggetto che non è più la “ditta” di Bersani, ma non è mai diventato il “partito della nazione” evocato più volte, ma in
modo generico, da Palazzo Chigi.
È da qui che Renzi dovrà ripartire, in vista
di definire lo strumento politico della “fase
due”. Ossia la fase che riguarda l’azione del
governo, ma tocca in misura non minore
l’identità del partito di maggioranza relativa: una formazione che i sondaggi oggi danno in calo (intorno al 34 o 35 per cento), ma
pur sempre solida. Almeno in apparenza. Perché domenica e ieri si é avuta la conferma che
il Pd é oggi una macchina costruita per competere sul piano nazionale molto più che sul
territorio (regioni e città). Troppe radici sono state recise, inseguendo l’idea che conta
solo il carisma del leader. E quando il leader
non compete oppure la sua personalità fa cilecca, ecco gli inciampi.

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Ne deriva che Renzi ripartirà dal carisma,
sforzandosi di iniettarne dosi maggiori nel dibattito pubblico. È la via più semplice, quella
che non lo obbliga a un paziente lavoro di ricucitura all’interno del Pd, fra le diverse anime
che ancora convivono dalle parti del Nazareno. Eppure non è detto che sia la strada migliore. Con il carisma si parla al paese, cioè
agli elettori, e non alla società politica. Ma in
Parlamento contano i numeri, dalla riforma
della scuola alla legge costituzionale sul nuovo Senato. Se vuole sfuggire alle trappole, il
presidente del Consiglio sarà costretto proprio a quell’opera di mediazione che gli sembra riduttiva. Anzi, che gli appare dannosa
perché disturba l’immagine pubblica da lui
coltivata: il decisore, un po’ “cavaliere solitario” e un filo guascone.
ENZA dubbio le critiche che più lo hanno infastidito nelle ultime settimane
sono quelle che lo hanno dipinto come
un “nuovo doroteo”, molto lontano dal
giovanotto dinamico alle cui spalle, un certo
giorno, campeggiò un gigantesco poster con
un numero: 40,8 per cento, il dato storico delle elezioni europee. Da allora il premier si è
sforzato di costruire il proprio mito. Ma non
ha fatto in tempo a costruire un partito personale, che del mito doveva essere l’inevitabile
piattaforma. Ha invece lasciato deperire il
vecchio Pd, mai amato e forse anzi detestato.

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Di conseguenza oggi deve superare di slancio
l’intoppo delle amministrative (e delle regionali), affrontando i grandi temi su cui rinnovare il tacito patto con gli italiani. Ma è ancora possibile? Difficile dirlo.
Il voto, sebbene abbastanza circoscritto,
ha spezzato l’incantesimo delle europee.
L’Italicum si conferma una legge pensata per
vincere al primo turno, quando serve appunto il 40 per cento: se si va al ballottaggio tutto
può succedere, anche che i Cinque Stelle o un
esponente leghista la spuntino aggregandosi in modo empirico su una piattaforma di
centrodestra capace di raccogliere tutti i risentimenti e le paure di questi anni inquieti.
Quindi il carisma dovrà servire a Renzi per risalire la china rispetto ai movimenti populisti. Il rischio è la scorciatoia: voler essere più
populista degli avversari, anche attraverso
l’uso eccessivo della televisione, non va d’accordo con gli obiettivi di un leader che dichiara di voler conquistare il centro moderato. Invece proprio lo scontro drammatico con l’Europa sulla gestione dei migranti dimostra
quale sia il fossato che divide le responsabilità di chi governa dall’approssimazione di chi
si oppone a tutto. Specie su un tema, l’immigrazione fuori controllo, che dovrebbe suggerire una linea di solidarietà nazionale a chiunque abbia senso delle istituzioni.
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ROMA. .«Solo i titoli nell’inchiesta

su Mafia Capitale farebbero
smarrire la fede a un santo...Però
le urne dicono che il Pd sta perdendo una parte delle sue radici
sociali». Gianni Cuperlo, leader
di Sinistra dem, non “gufa” sulle
sconfitte dei ballottaggi, ma a
Renzi chiede di cambiare rotta e
in fretta.
Cuperlo, il risultato dei ballottaggi è un segnale d’allarme
per il Pd di Renzi?
«Qua l’allarme è suonato per
tutti. Governare 10 regioni contro 2 conta, e molto. Ma la realtà
dice anche che abbiamo perso
due milioni di voti rispetto a un
anno fa. E dai ballottaggi è venuta la conferma che un pezzo della
sinistra ha scioperato. Chiedersi
il perché mi pare il minimo, non
per una resa dei conti ma per
cambiare rotta».
Venezia è la sconfitta che brucia di più. Però il candidato
che ha perso, Casson, è della sinistra, connotato come anti
renziano. Forse anche la minoranza del Pd deve fare autocritica?
«Scaricare la sconfitta su Casson può consolare qualcuno ma
credo sia ingeneroso. Come era
poco credibile sommare il giorno
dopo i voti di Pastorino a quelli
della Paita».
E la sconfitta ad Arezzo, città
della ministra Boschi, è un altolà al renzismo?
«Vale il discorso su Venezia. E’
arrivata una sferzata che dovrebbe far riflette tutti e trovo misero
scomunicare questo o quel candidato sulla base della sua appartenenza. Davanti al popolo sovrano
non ci sono renziani o eretici. C’è
il Pd. Io dico, usciamo da una bolla dove in cielo c’è solo l’arcobaleno perché le urne dicono un’altra
cosa. Che stiamo perdendo una
parte del nostro radicamento so-

ciale.
“Gufare” contro il governo ha
danneggiato il partito?
«Non perdi così tanti voti per
le polemiche interne. Hanno pesato piuttosto alcune scelte, come sulla scuola o sul mercato del
lavoro. Non mi interessa la polemica del post. Siamo la sinistra
dentro il Pd e la sfida del cambiamento è la nostra. Ma voglio discutere su come vincere le prossime elezioni che decideranno il de-

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stino del Paese».
Il malaffare, gli scandali del
Mose, Mafia capitale, la difficoltà a governare l’emergenza immigrazione hanno deluso e allontanato gli elettori?
«Solo i titoli dell’inchiesta romana farebbero smarrire la fede
a un santo. Sull’immigrazione il
premier ha la mia solidarietà e sostegno quando si fa carico
dell’emergenza umanitaria e
quando alza la voce con Bruxelles spiegando che in discussione
sono la civiltà, la coscienza e la dignità dell’Europa».
A questo punto l’Italicum non
rischia di essere un boomerang per il Pd?
«Quella legge non l’ho condivisa e la cambierei. Ci si può illudere che i moderati non sceglieranno mai Salvini. Io preferisco impegnarmi in un nuovo centrosinistra che allarghi il campo, recuperi i delusi e dia un’anima a uguaglianza e dignità. Al Pd serve uno
spirito di coalizione con pezzi di
società, movimenti e un mondo
cattolico che la destra provoca
nei valori».
C’è un problema di debolezza
e appiattimento del partito
sul governo?
Il Pd va ricostruito, non solo a
Roma. Un po’ di autonomia in più
aiuta anche il governo. Serve correggere una politica perché non
siamo autosufficienti e fuori dal
Pd non ci sono solo colonie di gufi
anziani. Come SinistraDem a luglio racconteremo cosa dev’essere una sinistra ripensata. Non
nei valori che sono ben scolpiti,
ma nelle priorità, e anche nel linguaggio perché sulla comunicazione da Renzi abbiamo imparato qualcosa. Lo faremo chiedendo a chi sta fuori di scommettere
con il Pd su una sinistra che vince
contro le vecchie ricette, sapendo che mai come ora non è tempo
di steccati ma di ponti».
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