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Il.Corriere.Della.Sera.21.06.2015.By.PdS.pdf


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Corriere della Sera Domenica 21 Giugno 2015

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PRIMO PIANO

3
#

L’INTERVISTA IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA
I gendarmi a Calais

Se Parigi ferma
anche le uscite
di Aldo Cazzullo

di Stefano Montefiori

I

U

l generale Claudio Graziano, 61 anni, piemontese di
Villanova d’Asti, si è insediato tre mesi fa come capo di stato maggiore della
Difesa, e si ritrova con l’Isis in Libia, gli sbarchi sulle coste, 4 mila uomini nei luoghi più pericolosi della terra — Iraq, Afghanistan, Somalia, Libano — e ovviamente il bilancio da tagliare.
Questa è la sua prima intervista.
Generale Graziano, l’Italia è
davvero preparata a fare la sua
parte nel Mediterraneo? O siamo del tutto alieni all’idea della guerra, o comunque della
difesa?
«L’Italia è stata coinvolta in
molte missioni, ha avuto molti
caduti, ma non ha mai avuto un
disertore. Altri Paesi ne hanno
avuti. In questi anni, mai un soldato italiano ha abbandonato il
suo posto. A nessuno è mai
mancato il coraggio di fronte
agli attacchi».
Non mi riferisco al valore
delle forze armate, ma alla cultura politica del Paese.
«Guardi che la percezione
dell’Italia in Europa è cambiata
moltissimo in questo tempo. E
anche la percezione delle forze
armate in Italia: ogni anno 80
mila giovani chiedono di entrare; cercano lavoro, certo, ma sono animati dalla spinta di aiutare gli altri. Tutto cominciò con la
missione in Libano guidata dal
generale Angioni: fu una sorpresa per tutti. Oggi noi in Libano abbiamo il comando in una
regione delicatissima, dove si
incrociano i due grandi archi di
crisi: quello Sud, che sale dall’Africa, e quello Est, che scende
dall’Ucraina».
Oggi nella percezione degli
italiani l’emergenza è legata
alla Libia, e agli sbarchi incontrollati sulle nostre coste. Il
suo predecessore, ammiraglio
Binelli Mantelli, in un’intervista a Fabrizio Caccia del «Corriere della Sera» ha detto in
sostanza che l’operazione Mare Nostrum consentiva di padroneggiare la situazione meglio di Triton.
«Non mi permetto di commentare parole del mio predecessore. Oggi noi siamo impegnati nell’operazione Mare Sicuro, un’azione aeronavale per la
sicurezza e il controllo che impiega quattro navi e aerei senza
pilota, e si aggiunge al lavoro di
Triton per il controllo delle
frontiere. Credo che possiamo
dirci soddisfatti».
Ma gli sbarchi continuano.
Si invoca un blocco navale. Cosa ne pensa?
«Un blocco navale, in assenza
di una risoluzione Onu o della
richiesta del Paese interessato, è
un’azione di guerra. Si fa contro
un nemico. Sarebbe controproducente. Siccome in nessun caso viene meno il dovere di salvare le vite dei naufraghi, i barconi
punterebbero contro le navi del
blocco».



n poliziotto francese
contro sette migranti:
da una parte la forza
dello Stato che deve
applicare la legge, dall’altra
la forza della disperazione
che fa avanzare comunque.
La foto drammatica, scattata
il 17 giugno da Philippe
Huguen (Afp), racconta
Calais. Centinaia di persone
sfidano la polizia e cercano
ogni giorno di oltrepassare
la Manica su camion e
traghetti diretti in Gran
Bretagna (che non fa parte di
Schengen). È il secondo
fronte della Francia, che a
Mentone blocca i migranti in
entrata, a Calais quelli in
uscita.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Blocco navale? Controproducente ❞
Ma si può controllare l’emergenza»
Il generale Graziano: senza una risoluzione dell’Onu sarebbe un’azione di guerra
Ora l’Europa prepara una
nuova missione, che dovrebbe
avere un mandato Onu. Ma secondo lei è possibile chiudere
la rotta di Lampedusa?
«Attendiamo di conoscere i
contorni della missione. Credo
sia possibile un’operazione di
contrasto che punti a inabilitare
i barconi e a perseguire i criminali. Si può assumere il controllo della situazione. Certo, quella
che vediamo è l’avanguardia di
un fenomeno epocale, che riguarda decine di milioni di uomini in fuga da carestia e guerra. Non è più un problema militare ma globale. La Libia è il collo di bottiglia di flussi che
partono dall’Eritrea, dalla Somalia, dal Ciad, dalle Repubbliche centrafricane, dal Kenya. E
dalla Siria».
Cominciamo dal collo di
bottiglia. Ci sarà un intervento
occidentale in Libia?
«In Libia l’Italia ha sempre
svolto un ruolo di leadership,
per interesse nazionale, per vicinanza culturale, per ruolo storico. Avevamo pure addestrato
forze libiche, a Cassino. Anche
oggi non abdichiamo alle responsabilità. Ma l’esperienza ci
insegna che, per essere credibile e avere consenso, l’attività dev’essere sviluppata dalle forze
locali; altrimenti si è all’anticamera dell’insuccesso. Prima ci
deve essere un accordo tra le varie fazioni. Noi possiamo aiutare i libici a stabilizzare la Libia,
sia con l’azione diplomatica, sia
fornendo il supporto necessario».
Gli Stati usciti dalla fine dell’era coloniale non esistono

più. L’Isis controlla vasti territori tra Siria e Iraq. Prima o
poi bisognerà intervenire.
«Stiamo già intervenendo.
L’Italia è in Iraq. Facciamo parte
della coalizione internazionale
anti Isis. Abbiamo 500 uomini
tra il Kuwait, dove c’è l’aviazione, Erbil e Bagdad, dove siamo
impegnati in un’azione di advice and assist: contribuiamo ad
addestrare le forze irachene. Il
problema deve essere risolto a
terra dagli iracheni: noi dobbiamo metterli in condizione di poterlo fare. In Afghanistan è accaduto: le forze afghane dieci anni
fa erano deboli e disorganizzate;
oggi contano su 350 mila uomini tra soldati e poliziotti».
In Siria il nemico dell’Isis è
Assad, dobbiamo sostenerlo?
«Noi non siamo in Siria. Le
speranze sono affidate alla politica e alla diplomazia. E le regole
della diplomazia inducono talora a considerare il nemico amico. Le organizzazioni internazionali devono dare una risposta globale alla crisi del Medio
Oriente, perché tutto è intrecciato: collasso degli Stati; flussi
migratori; terrorismo».
Gli sbarchi possono portare
in Italia militanti dell’Isis?
«Come ha detto il capo della
polizia Pansa, non ci sono evidenze che ci siano terroristi sui
barconi. Un’organizzazione può
infiltrare i suoi uomini in molti
modi, anche senza i migranti. Il
terrorismo c’è: l’Isis è in Iraq, in
Siria, in Libia, in Algeria, nel Sinai. Il fatto che tenda a insediarsi stabilmente piuttosto che colpire ovunque, come faceva Al
Qaeda, non deve indurci ad ab-

Gli F35 sono un’arma molto evoluta e in alcuni
scenari sono indispensabili. Se ti sparano
addosso, un conto è rispondere con un mortaio
un altro con le bombe sganciate da un aereo

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bassare la guardia. Ma dobbiamo tener conto della loro abilità
nell’usare le strategie di comunicazione, senza farcene troppo
condizionare».
Maroni propone di mettere i
soldati sui treni, «pronti a sparare». Lei che ne pensa?
«Non commento la proposta
del presidente Maroni. Mi viene
in mente che la linea ferroviaria
Torino-Aosta era gestita dai militari... Noi abbiamo già settemila uomini impegnati nell’operazione Strade Sicure: l’ex presidente della comunità ebraica di
Roma Pacifici ci ha ringraziato
ad esempio per quanto stiamo
facendo nell’antico ghetto. Siamo pronti a intervenire in ogni
situazione in cui lo richieda il
Paese, compatibile con la nostra
professionalità. La sicurezza sui
treni è però legata alla professionalità della polizia ferroviaria, che ha una preparazione
specifica».
Come vivono i militari la vicenda dei due marò?
«La solidità della risposta dei
fucilieri di marina Girone e La
Torre è un esempio per tutti. Lo
è il loro orgoglio, la loro dignità.
La soluzione dev’essere politicodiplomatica».
L’esercito manterrà la stessa efficienza malgrado i tagli?
«Sì. Il ministero della Difesa
ha promosso il libro bianco, un
documento essenziale, che dispone in modo coerente i diversi elementi della questione sicurezza: le possibili minacce, l’evoluzione degli scenari, le risorse
disponibili, le lezioni apprese
nei vari teatri, le nuove esigenze
di personale; da qui vengono individuate le aree di prioritario
interesse del Paese. In questo
modo si risparmia e si ottiene
uno strumento interforze. Il nostro personale è straordinario,
ma tenuto conto che c’è stata
una professionalizzazione accelerata tende a risultare un pochino più anziano delle medie
internazionali».
Dobbiamo ringiovanire
l’esercito?

Chi è

● Claudio
Graziano,
61 anni,
di Villanova
d’Asti,
ha iniziato
la sua carriera
negli alpini.
Ex capo di stato
maggiore
dell’esercito,
dalla fine
di febbraio
è capo di stato
maggiore
della Difesa
● Tra le tante
missioni
internazionali
nelle quali
è stato
impegnato
ci sono
il Mozambico,
l’Afghanistan
e il Libano.
È stato anche
addetto
militare (2001)
all’ambasciata
d’Italia
a Washington.
Pluridecorato,
gli sono stati
tributati 5
encomi solenni
e 9 semplici

«Sì, tenendo conto dell’esigenza del personale e delle sue
aspettative. E dobbiamo aumentare il rapporto con il mondo sociale. Le forze armate devono operare in sinergia con il
resto del Paese, di cui rappresentano un ottimo biglietto da
visita».
Gli F35 vi sono proprio indispensabili? Tutti e 90?
«Sono già stati ridotti. Sono
un’arma molto evoluta, indispensabile in alcuni scenari.
Quando ti sparano addosso, un
conto è rispondere con un mortaio da 120, un conto con una
bomba sganciata da un aereo. Il
numero finale sarà il frutto del
processo di revisione strategica
intrapreso dalla Difesa in base
agli indirizzi del libro bianco».
È il centenario della Grande
Guerra. Sono stati messi sullo
stesso piano disertori e combattenti?
«No. L’Italia non ha messo
sullo stesso piano i disertori e
gli eroi che sul Piave hanno salvato la patria. È in atto una discussione per restituire dignità
a chi l’aveva persa. Nella Grande
Guerra abbiamo avuto oltre 600
mila morti, la metà in cento chilometri quadrati: era inevitabile
che si creassero situazioni di disperazione. Cent’anni fa nessun
esercito le avrebbe perdonate;
ora è diverso».
Alla maturità solo il 2,5%
degli studenti ha fatto il tema
sulla Resistenza, impostato
sul testamento del generale
Fenulli. È rimasto deluso?
«Il tema storico viene tradizionalmente evitato: alla scuola
di guerra l’abbiamo fatto in tre
su duecento. Mi ha colpito semmai un altro dato. Accanto ai
partigiani, nella Resistenza ci
sono i militari. La caduta di prestigio, seguita alla gestione superficiale dell’armistizio, non
ha fatto venire alla luce storie e
sacrifici di cui oggi, con la nuova
considerazione di cui godono le
forze armate, possiamo andare
orgogliosi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dobbiamo
aumentare
il rapporto
con il
mondo
sociale,
operare in
sinergia con
il Paese
I tagli sono
essenziali,
ma resterà
l’efficienza



Ogni anno
80 mila
giovani
chiedono
di entrare
nell’esercito
Cercano
lavoro,
certo, ma
sono animati anche
dalla spinta
ad aiutare
gli altri



Quella che
vediamo è
l’avanguardia di un
fenomeno
epocale che
riguarda
decine
di milioni
di persone
in fuga, un
problema
globale, non
più militare