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Il.Fatto.Quotidiano.21.06.2015.By.PdS .pdf



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Conto alla rovescia per la Grecia, l’unica speranza è un accordo per prendere
altro tempo. Come sui rifugiati, l’Europa decide sempre di non decidere

Domenica 21 giugno 2015 – Anno 7 – n° 168

e 1,40 – Arretrati: e 2,00

Redazione: via Valadier n° 42 – 00193 Roma
tel. +39 06 32818.1 – fax +39 06 32818.230

Il Fatto Tomtom
di Marco Travaglio

ggi voglio parlarvi delle noO
vità che attendono tutti noi
del Fatto Quotidiano a partire da

martedì. Prima però apro una parentesi su un qualcosa di molto
vecchio che ho trovato ieri sul Corriere della sera. La firma è sorprendente: quella del critico televisivo
Aldo Grasso, che sa molto di tv ed
è spesso discutibile, ma mai banale.
Ieri invece ha scritto una frase che
sembra uscita dalla bocca di un
vecchio colonnello in pensione, di
quelli con i mustacchi, i favoriti, il
monocolo, il panciotto, l’orologio
a cipolla nel taschino e la gamba di
legno. Dovendosela prendere con
Rosso di Sera e con Santoro, s’è scagliato contro tre donne di spettacolo che hanno preso parte alla serata di giovedì dalla piazza di Firenze: Sabrina Ferilli, Monica
Guerritore e Alba Parietti: “Oh, ma
queste tricoteuses del rosso di sera,
a parte qualche peccatuccio di gioventù, avessero mai sposato un
contadino, un operaio, un cassintegrato!”. Quindi, per essere di sinistra, una donna deve sposare un
proletario. A parte il maschilismo
un po’ grottesco che vi si nasconde
(giudicare una donna dal suo uomo, e naturalmente mai viceversa),
questo sragionamento si presta a
ben più avvincenti sviluppi. D’ora
in poi, a dar retta a Grasso, chi vuole difendere i diritti delle coppie
gay, deve andare a letto almeno
con un omosessuale. Chi vuole solidarizzare con un disoccupato, deve prima dimostrare di non aver
mai lavorato un giorno in vita sua
(il che restringe la platea ai soli politici). Chi vuole difendere la causa
di un operaio che ha perso il lavoro, deve farsi licenziare in tronco. Chi vuole schierarsi dalla parte
dei migranti, deve imbarcarsi su
un gommone nel Mediterraneo e
poi, giunto al largo, tuffarsi in acqua e annegare (o almeno fingere
un po’). Chi è per la tolleranza verso tutte le religioni, dovrà diventare musulmano il venerdì, ebreo il
sabato, cattolico la domenica,
mormone il lunedì, testimone di
Geova il martedì, buddista il mercoledì e avventista del Settimo
Giorno il giovedì. E chi è favorevole al divorzio, deve cacciare di
casa a pedate il proprio coniuge
anche se ci va d’amore e d’accordo,
per evitare che Grasso s’incazzi.
Anche i cronisti sportivi prendano
buona nota: se vogliono scrivere di
calcio, devono saper tirare un rigore, e se vogliono recensire un
concorso ippico devono aver fatto
almeno una volta i fantini, ma
l’ideale sarebbe che fossero proprio
dei cavalli. Seguendo questa logica,
Grasso si scaglierà presto contro le
migliaia di preti, monsignori, vescovi e cardinali (per non dire dei
papi) che discettano da mane a sera
di matrimonio senz’averlo mai
provato sulla propria pelle.
È un vero peccato che Giorgio Gaber non sia più fra noi, altrimenti –
alla sua maniera - spiegherebbe a
Grasso cosa significa essere di sinistra per un uomo che ha sposato
una donna di sinistra e poi se la
ritrova in Forza Italia.

y(7HC0D7*KSTKKQ( +,!z!]!$!#

Spedizione abb. postale D.L. 353/03 (conv.in L. 27/02/2004 n. 46)
Art. 1 comma 1 Roma Aut. 114/2009

I SONDAGGI

RENZI CROLLA, M5S INSEGUE
Nelle intenzioni di voto il Pd è al 32,2 per cento, un anno
fa era al 40,8. I Cinque Stelle volano al 26,1, corteggiati
da tutti perché a livello locale ormai sono forza di governo
A Roma i capibastone dem si ribellano contro Barca
e Orfini che provano a fare pulizia dopo Mafia Capitale
Calapà, De Carolis e Marra » pag. 2, 3 e 6

Udi Antonio Padellaro

L’INFERNO DI VAURO

DISEGNI & FRIENDS

C’È UN’ITALIA
ANCORA ROSSA
CHE MATTEO
DIMENTICA
on sappiamo se, giovedì,
N
Renzi fosse davanti al televisore, ma avrebbe fatto bene.

Con Rosso di sera Santoro gli
avrebbe mostrato la parte più
solida del nostro Paese. È quella
più trascurata.
» pag. 9

Vauro » pag. 14

Disegni » pag. 21

LA PIAZZA

RISORGE LA DESTRA BIGOTTA
Anche se abbandonati da Cl
e dai vescovi, i movimenti cattolici
conservatori riempiono piazza
San Giovanni, corteggiati da Ncd.
Protestano contro matrimoni gay
e “educazione di genere” nelle scuole

IL RAPPER

Cannavò, Giambartolomei » pag. 4 - 5

Udi Marco Marzano

LA SFIDA
DELLA CHIESA
CHE RESISTE
AL PAPA

ha applaudito l’enciclica del Papa la seconda è scesa in piazza
ieri, a Roma, per respingere la
parità tra i generi.
» pag. 5

IL POPULISMO CONTRO I MIGRANTI

Ungheria,
muri nel regno
di Orbán

Udi Furio Colombo

VENTIMIGLIA,
LA CECITÀ DEL MALE

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PAOLO POLI

Vendemiale » pag. 9

IL MINISTRO LORENZIN

» pag. 22

» GUERRA SUI SOCIAL

Troll, l’infiltrata
nell’esercito web
che vigila su Putin

“Benigni? Solo una
maestrina, io finirò
come Monicelli”

Popham » pag. 17

Segue a pagina 24

J-Ax: “Canne
legali, un affare
che conviene a tutti
tranne alle mafie”

uante chiese cattoliche ci
Q
sono in Italia? Io direi certamente almeno due: la prima

Agliastro » pag. 16

A 86 anni, papillon
al collo, il grande
attore si racconta:
“La gente mi vuol
bene perché mi
vede poco”

“Pronti a chiedere
indietro 30 milioni
pubblici spariti
nel crac dell’Idi”

Pagani » pag. 18 - 19

Lillo » pag. 8

LA CATTIVERIA
Family Day, un milione di persone contro la teoria gender nella scuola. Preferiscono il creazionismo. » forum.spinoza.it

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2

POLITICA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

S”Suierramigranti
cchiani:
serve
cambiare Dublino”

IL METODO MIGLIORE è quello dell’accoglienza diffusa. Ma per affrontare l’emergenza immigrati è importante la revisione della convenzione di Dublino e l’aiuto che l’Europa può dare
nella sottoscrizione dei trattati bilaterali per i
rimpatri”. Nella giornata del rifugiato la governatrice del Friuli Venezia-Giulia ha ribadito la
necessità di un intervento internazionale sulla

il Fatto Quotidiano

questione migranti, sottolineando però anche il
ruolo delle Regioni. Senza risparmiare una stoccata al “collega” leghista Roberto Maroni, presidente della Lombardia. “Ho scoperto che chiederà di fare vigilanza sanitaria. Noi l’abbiamo già
fatto, infatti abbiamo un controllo capillare dal
punto di vista sanitario”. In occasione della ricorrenza è intervenuto anche il Presidente della

Repubblica, Sergio Mattarella: “L’Italia continuerà a fare quanto necessario per assicurare ai rifugiati e a coloro che chiedono asilo un trattamento rispettoso dei diritti fondamentali e della dignità umana”, ha detto il capo dello Stato,
auspicando però un “crescente contributo
dell’Unione Europea e della comunità internazionale”.

IL PD DI RENZI IN CADUTA LIBERA

IL PREMIER NEI SONDAGGI PERDE OTTO PUNTI, I GRILLINI SALGONO ANCORA, B. E LEGA INSIEME FANNO PAURA
di Wanda Marra

I

l Pd precipitato al 32,2
per cento i Cinque Stelle
in risalita al 26,1 per
cento, il centrodestra insieme (FI al 14,2 e Lega al 14) al
28,2: il sondaggio di Ilvo Diamanti pubblicato ieri da Repubblica fornisce la fotografia di un
partito e di un leader in crisi.
“Renzi mai così giù” titola il
quotidiano diretto da Ezio
Mauro, che fino ad ora con
questo governo è stato decisamente simpatizzante. E via, le
prime due pagine del giornale
di numeri e tabelle, che descrivono un crollo. Da marzo a giugno il gradimento di Renzi
scende da 49 a 41 (sale Salvini,
da 32 a 37, e anche Grillo, da 25
a 31, entra in classifica Di Maio
con 28). Ben il 76% degli intervistati ritiene che il governo
sia indebolito dopo le amministrative. Sono giorni che le pagine dei giornali raccontano
che è finito il mito dell’invincibilità del segretario-premier.
Venerdì Ixè per Agorà registrava il passaggio in un settimana
del Pd dal 35,6% al 33,8%, la
crescita dell’ M5S al 21,7%
(+0,9%) e della Lega Nord al
15,9% (+0,8%). Mentre Forza
Italia scende sotto il 10 per cento (9,9%). Secondo la stessa rilevazione il premier passa dal
34% al 33%, e il governo si attesta al 27%, perdendo 2 punti.
Un altro indizio arriva dall’indice di gradimento dei vari ministri, elaborato da Alessandra
Ghisleri: prima arriva Beatrice
Lorenzin, poi Graziano Delrio,
terzo Dario Franceschini. Solo
quarta la Boschi, che del renzismo è l’emblema più riconoscibile, subito dopo il premier.
“SIAMO in un contesto di cam-

pagna permanente in un regime parlamentare. Letale per chi
governa. Hollande è sceso fino

DECLINO?

FRONTI APERTI
Da Mafia Capitale
all’immigrazione, tanti
i nodi. E c’è chi
ammette: impossibile
varare la legge
sulle unioni civili
al 12%, Obama non so dove è
finito. I sondaggi registrano il
termometro dell’opinione pubblica”, spiega Mauro Calise, politologo (autore, tra gli altri, del
libro Il partito personale). “Renzi
e il Pd sono in declino da qualche mese”. E avverte: “La riforma della scuola non è stata la
più brillante, la poteva evitare.
Quando si toccano mondi centrali per il futuro del paese bisognerebbe andarci più piano”.
Però Calise chiarisce che “il vo-

SELVAGGIA LUCARELLI

to delle regionali è un voto locale. E bisogna tener presente
che il paese ha tre blocchi ancora in piedi. E alternative al governo non ce ne sono ”.
ALLE ANALISI dall’esterno si

sommano quelle dall’interno.
“Arriviamo alle elezioni a pari
passo con i Cinque Stelle nei
sondaggi: meglio così, è stato
così anche alle Europee”, ostentano sicurezza gli uomini del
premier. Ma intanto Renzi dopo un paio di settimane di stop e
di semi-oscuramento autoimposto, è ripartito all’attacco.
Mafia Capitale, immigrazione e
scuola sono i tre dossier più critici. Criticità che si vedono dalle
oscillazioni del premier. Prima
ha difeso il sindaco di Roma,
Ignazio Marino, poi l’ha scaricato in tv. Adesso è in una posizione attendista, con la sfida a
governare la città. Sulla scuola,
è andato avanti a spada tratta,
poi ha annunciato uno stop, poi

ha scelto di rimangiarselo,
pronto a mettere la fiducia. I
sindacati chiedono ugualmente
le 100mila assunzioni, ma lui ribadisce: “Assunzioni solo con
la riforma”. Assedio pure sul tema dei migranti, con l’Italia che
non riesce a gestire l’emergenza
e l’Europa che sembra non avere alcuna intenzione di cambiare una virgola, magari ripensando il sistema di ripartizione
delle quote. Intanto Renzi ha risposto ai sondaggi diffondendo
una e-news, introdotta dalla foto con la Merkel e Obama
(quella fatta dal fotografo di Palazzo Chigi in cui i tre sembrano soli su una panchina). Dieci
punti con il riassunto delle cose
fatte e qualche annuncio. Martedì in Cdm i decreti delegati sul
fisco, giovedì lo sblocco delle
opere pubbliche. E poi, avanti
su scuola e riforme. L’ammissione: “Abbiamo perso qualche
ballottaggio di troppo”. La captatio benevolentiae agli studenti:

CARLO FRECCERO

Il premier
Matteo Renzi in calo nei sondaggi, cresce invece il Movimento Cinque Stelle di Beppe
Grillo Ansa/LaPresse

“Come vi sono sembrate le prove di quest’anno? E, soprattutto, toglietemi una curiosità:
quale tema avete scelto voi?”.
NEL FRATTEMPO, la piazza del

Family Day contro le unioni civili, con uno dei partiti di governo che dovrebbero votare la
legge, è un altro fronte che si
apre. “Con una contrapposizione tra la destra e la sinistra, vince la destra”, dicono i fedelissimi del premier. “Matteo sta
cercando di tenere alti Grillo e
Salvini perché se arriva un uomo di Berlusconi, perdiamo”. Il
fronte della contrapposizione è
individuato, il messaggio che
gira nei “circoli” renziani per
una volta non è trionfale: “Le
unioni civili? Se è così, non le
faremo. E come facciamo?”.

ANDREA SCANZI

Oltre ai selfie con la D’Urso c’è solo È figlio del pensiero unico:
il misterioso piano b del piano b
per questo si è fermato

Un’allucinazione collettiva
per una caricatura di governo

RENZI è passato dall’avere una fiducia trasversale all’avere una

LA NOTIZIA non è tanto che Renzi crolli, quanto che un

sfiducia trasversale. Affronta a muso duro le questioni di cui gli
italiani non capiscono nulla (tipo Italicum) tanto poi le polemiche si riducono a Nazareni zoppi e uno scazzo a Ballarò mentre il cittadino medio guarda
Il segreto ed evita di affrontare questioni su
cui gli italiani hanno opinioni nette, come
immigrazione e diritti degli omosessuali. Ad
oggi, su profughi e diritti del mondo gay,
tutto quello che ci ha detto è che lui ha un
piano b e che potrebbe farsi andar bene le
unioni civili. Fine. Se però qualcuno del suo
entourage gli dovesse spiegare che queste
posizioni potrebbero scontentare una fetta di
elettorato, sarebbe capace di dire che abbiamo capito male: il piano b era per i gay per cui intende bombardare i carri del gay
pride prima che partano ed è sì aperto alle unioni civili, ma solo
tra scafisti transgender. Il problema non è che neanche più il fatto che non sia un uomo di sinistra perché non lo è mai stato. Il
problema è che non è più neanche un uomo di destra. Berlusconi
fa selfie con Vladimir, Salvini con quelli di Casa Pound, lui con la
D’Urso. Grillo intanto ha abbassato i decibel, sfumato Casaleggio, potato i personaggi naif, aspirato le scie chimiche, lasciato
spazio alle sue creature migliori ed è tornato credibile.

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VENERDÌ a mezzogiorno scopro che Avvenire aveva pubblicato le

Encicliche del Papa e mi precipito a cercarlo. Ma non c’era più.
Con questo voglio dire che il Papa è l’unica voce antisistema che
si sta diffondendo bene. Nessuno crede che
sia possibile risolvere i problemi se non partendo dall’idea che un altro mondo è possibile. Siamo di fronte allo smarrimento e
all’astemia che in politica si trasformano in
astensionismo. Il sondaggio di Repubblica
spiega un atteggiamento: i Cinque Stelle con
il loro atteggiamento e la loro conoscenza
dei problemi sono capaci di occuparsi di
dossier definiti e problemi pratici. E non sono corrotti. Si muovono sul fare senza abbracciare la complessità delle vicende. Con le ultime elezioni
hanno capito che possono funzionare a livello locale e si impongono da soli il limite di essere molto concreti. Una cosa che prima aveva anche Renzi. Sotto l’apparente buonismo di questo leader si cela la capacità diabolica di mettere tutti contro tutti. E
dunque di indirizzare la protesta di chi soffre non contro il sistema, ma contro chi soffre un po’ di meno. Per lui rimuovere gli
ostacoli significa eliminare le protezioni del lavoro o la Costituzione per riuscire a inserirsi nei trattati economici europei. Ma si
muove nel pieno del pensiero unico ed è quello il suo problema.

anno fa il 40 per cento dei votanti abbia creduto in quello
che, anche un anno fa, appariva già come uno dei peggiori
presidenti del Consiglio mai avuti
dall’Italia.
Una sbornia collettiva allucinante. Il favore di quasi tutti i media, e di un’intellighenzia colpevolmente silente (ci sei,
Nanni Moretti?), non è riuscito a mascherare la sconfinata pochezza di un cazzaro
debole e di una “nuova classe dirigente”
tragicomica.
Mentre il bulletto di Rignano straparla di
Renzi 1 e Renzi 2, più di metà Italia lo
detesta.
E l’unico a non accorgersene è lui. Questa caricatura di governo è riuscita a inimicarsi pensionati, lavoratori e insegnanti: fenomeni. Nel frattempo il M5S cresce perché è percepito come forza coerente, onesta e nuova. Oltretutto, e non
è secondario, i Di Maio e Morra appaiono meno respingenti di
Casaleggio. Chi però crede che il democristiano-destrorso
Renzi sia finito sbaglia: il premier ricorda Andrea Diprè,
prim’ancora di Bettino Craxi o Silvio Berlusconi, ma molti
continueranno a farselo piacere.

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POLITICA

il Fatto Quotidiano

S“Decreto
cuola, i sindacati:
sui precari”
Palazzo Chigi dice no

I COBAS, le Rsu e i sindacati di base in
genere non mollano: “Non daremo
tregua a Renzi e al suo governo: in
piazza fino al ritiro definitivo del ddl
‘cattiva scuola’, uno zombie che non si
rassegna a una pietosa sepoltura”, dice Piero Bernocchi dei Cobas. Cortei
già dopodomani, martedì, “quando il

maxiemendamento del governo verrà
presentato in Commissione”, poi da
mercoledì - col testo in Aula - “torneremo in piazza in tutte le città”.
Anche Cgil, Cisl e Uil ieri sono tornate
a chiedere un decreto che garantisca
almeno la promessa assunzione dei
centomila precari: “Il Governo ci con-

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

vochi per aprire in tempi rapidissimi
un confronto vero con le rappresentanze sociali, garantendo comunque
subito le assunzioni per decreto”. Renzi, però, da questo orecchio non ci
sente: quei centomila sono gli ostaggi
che gli garantiscono l’approvazione
della riforma. “Chi è contrario cerca di

3

bloccare la riforma in Parlamento con
migliaia di emendamenti, salvo poi
accusare il governo di non voler fare le
assunzioni. Non siamo noi che vogliamo fermarci, ma le assunzioni hanno
senso solo se cambiamo la scuola, se
c'è un nuovo modello organizzativo”,
ha scritto il premier nella sua enews.

ALTO-ADIGE

GELA

PUGLIA

CAMPANIA

L’appoggio esterno
al sindaco leghista

Il tacito accordo
con Fi e gli alfaniani

Emiliano offre
più di un assessorato

Consiglio al M5s
L’idea di De Luca

A LAIVES (Bolzano) un documento
di sostegno a Christian Bianchi della
Lega, che si è impegnato a realizzare i 14 punti di
programma del M5s. Casaleggio ha benedetto l’operazione.

UFFICIALMENTE
nessun patto. Ma i
numeri dicono che
il 5 stelle Domenico
Messinese è stato
eletto con i voti di Ncd. Mentre
il Movimento ha contribuito alla
sconfitta di Crisafulli a Enna.

L’EX SINDACO di
Bari e neogovernatore corteggia da
tempo il M5s. Ha
già proposto la carica all’Ambiente, potrebbe fare anche di più. Grillo ha chiesto la presidenza del Consiglio.

LA RICHIESTA di
Beppe Grillo potrebbe essere
esaudita in Campania. Il Pd starebbe
pensando di offrire la presidenza del Consiglio alla candidata
5 Stelle Valeria Ciarambino.

I 5 Stelle crescono e adesso
tutti gli altri li corteggiano
DA NORD A SUD E DA DESTRA A SINISTRA È PARTITA LA CORSA AGLI ACCORDI
CON IL MOVIMENTO. E, QUA E LÀ, INIZIA A VEDERSI QUALCHE INTESA COI “NEMICI”
di Luca De Carolis

D

a Nord a Sud, da sinistra a destra. Tutti a rincorrere i
Cinque Stelle, a
corteggiarli, a offrirgli voti, assessorati, alleanze. Matteo Renzi continua ostentatamente a
snobbarli, ma i grillini che appena sei mesi fa sembravano
moribondi ora sono una forza
che pesa. Con cui fare i conti e
magari sedersi al tavolo. Perché
le cifre di regionali e comunali
raccontano che il Movimento
comincia ad avere radici solide,
ovunque. E che può pure vincere, in quei ballottaggi locali
che sono anche la prova generale del ballottaggio per eccellenza, quello dell’Italicum renzianissimo. Ieri Umberto Bossi,
appena arrivato a Pontida, l’ha
buttata lì: “Con questa legge
elettorale Renzi farà vincere
Grillo”. Nell’attesa, i sondaggi
assicurano che il M5s continua
a crescere, fino al 26 per cento
attestato ieri da Demos&Pi su
Repubblica. Mentre loro, i 5 Stelle, tornati da settimane su tutte
le tv (buona idea) si guardano
attorno. Incredibile a dirsi,

Si muove a sinistra

stringono qualche accordo. E
sperano nelle Politiche, che
Gianroberto Casaleggio fiuta
come prossime.
La Lega alla porta, ritorno
di (vecchia) fiamma

Si sono fiutati a lungo con reciproca simpatia, il Carroccio e il
M5S. Grillo lo ripeteva spesso:
“La Lega degli inizi stava sul territorio”. Poi furono le Europee,
la competizione diretta, la battaglia per accaparrarsi alleati a
Bruxelles. Ma il Carroccio a guida Matteo Salvini guarda ai
Cinque Stelle, con cui condivide l’ostilità all’euro e molti punti sull’immigrazione, a partire
dalla revisione del trattato di

Dublino. E lancia loro segnali:
dai territori, innanzitutto. Ha
cominciato il governatore lombardo Roberto Maroni aprendo
al reddito di cittadinanza, e ha
continuato quello veneto Luca
Zaia, con plurimi abboccamenti con i Cinque Stelle locali. E nel
frattempo è arrivato pure un accordo. A Laives, nell’Alto Adige, il M5s ha sottoscritto un documento di appoggio esterno al
sindaco della Lega Christian
Bianchi, che si è impegnato a
realizzare i 14 punti di programma del Movimento. Operazione definita dal deputato
Riccardo Fraccaro, con il mandato di Casaleggio. Parlare di
intese nazionali ora pare irreale,
anche perché i 5 Stelle sono
convinti di potersela davvero
giocare da soli con l’Italicum.
Ma ieri Salvini sul Corsera ha lasciato aperto uno spiraglio: “Ho
chiesto più volte di incontrare
Grillo, e mi hanno risposto
sempre ‘Non ci interessa’. Ma
mai dire mai”.
Emiliano, il dem che sogna
l’alleanza con il Movimento

Michele Emiliano La Presse

Venerdì ha rilanciato: “In giunta potrebbe esserci posto anche

Pippo Civati

“La mia Podemos con Landini e Sel”
di Giampiero Calapà

il gran giorno di Pippo Civati. Lasciato il Pd, quelÈ
lo che fu il dissidente per antonomasia, lancia
Possibile, “un’associazione che non sommerà un simbolino alle elezioni, ma che vuol far rete con altri soggetti della sinistra per costruire qualcosa di nuovo”.

stra. Saremo un grande campo politico, con un pezzo
anche di persone in fuga dal Pd.

presente Sergio Cofferati, ma ci sarà sicuramente dal
17 al 19 luglio a Firenze, al nostro camp fondativo.

Cercheremo di fornire gli strumenti a chiunque volesse aprire un comitato in qualunque parte d’Italia.
Una struttura aperta.

Se vuole... ma Firenze è soprattutto la città dove finiscono i Ds e dove ho partecipato alla prima Leopolda
che poi ha preso binari ben diversi...

Come vi organizzerete?

Civati, riparte fuori dal Pd. Ha paura di fallire?

Ad esser troppo aperti delle volte... non teme degenerazioni come quanto avvenuto nel Pd romano?

No, sono ottimista. Perché c’è uno spazio a sinistra
molto più grande di come viene rappresentato da chi
non considera lo spostamento a destra del Pd.

No, perché non abbiamo posti di potere da distribuire.
Più avanti ci struttureremo creando anche degli organi
di garanzia ovviamente.

Non sarà un nuovo partito, cosa vuol fare allora?

Penso di dover organizzare le persone
che come me hanno lasciato il Pd, per
prima cosa. Facciamo una proposta
agli altri soggetti della sinistra.

Con che numeri pensa di riuscire a partire? Quante
adesioni si aspetta?

Sel, che ha già un elettorato di riferimento ad esempio. La Coalizione sociale di Maurizio Landini, ci interessa
molto lavorare insieme a loro. Dobbiamo fare rete, creare delle relazioni, per
rimettere in moto una parte importante del Paese rimasta senza casa a sini-

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Si può collaborare su molti temi, ma teniamo alla parola laicità, questo è bene saperlo.
Se si proponesse Rosy Bindi? Lei la inviterebbe?

Io la invito, ma se lei poi continua a votare le leggi di
Renzi...
Fassina?

Mi aspetto il suo contributo, ma lo dirà lui se vorrà
uscire dal Pd.

Attendo tra le mille e le duemila persone provenienti da tutta Italia.

È giusto rimanga nel Pd, voglio fare una cosa diversa.

Chi ci sarà sul palco insieme a lei?

OGGI A Roma in via del
Campo barbarico dalle 10,30

Sarete aperti, in chiave ulivista, al mondo cattolico?

Conto di arrivare a decine di migliaia
di aderenti durante l’estate.
Oggi a Roma in quanti sarete?

Quali?

Proprio Firenze? È una sfida al premier?

Luca Pastorino, forte del buon risultato ottenuto in Liguria, la deputata
Beatrice Brignone e l’europarlamentare Elly Schlein, già protagonista di OccupyPd. Purtroppo non potrà essere

Qualche grande vecchio del Pd? Bersani?
I grillini?

Con loro dialoghiamo, se volessero impegnarsi davvero... A Genova e Venezia hanno perso delle occasioni. Temi come l’Europa, l’unione monetaria, e l’immigrazione, però, ci dividono non poco. E, anche sulla
democrazia interna vorrei fare qualcosa di meglio rispetto a loro.

per più di un assessore del
M5s”. Dalla sera in cui ha
(stra)vinto le elezioni, il governatore della Puglia Michele
Emiliano offre l’assessorato
all’Ambiente al Movimento. Ed
è disposto anche a fare di più,
pur di lavorare “su punti programmatici” con i grillini, con
cui avrebbe voluto l’alleanza in
Parlamento già nel 2013. Dal
M5s hanno sempre risposto
picche. “Ci dia la presidenza del
Consiglio” invocano, seguendo
la rotta indicata dal blog di Grillo per tutti i gruppi nelle Regioni. Ma Emiliano insiste e insisterà. Perché la sua linea è chiara: rompere ogni ponte con il
centrodestra e allearsi con il
M5s, anche a livello nazionale.
Un progetto alternativo a quello renziano del Partito della Nazione. Proprio come Emiliano è
sempre più alternativo all’ex
Rottamatore.
Gela val bene uno strappo:
l’intesa col centrodestra

Ufficialmente non c’è stato
nessun patto. Ma certe dichiarazioni e soprattutto i numeri
riflettono un’altra verità. A Gela il centrodestra ha votato a
ranghi completi per Domenico
Messinese, eletto sindaco con
quasi il 65 per cento nella città
del governatore Rosario Crocetta. Proprio come aveva promesso il coordinatore forzista
siciliano, Vincenzo Gibbino,
che in cambio aveva chiesto
una mano ad Enna, contro il
dem Vladimiro Crisafulli. E
Crisafulli ha perso. “Nessuna
alleanza, solo invenzioni giornalistiche” ha assicurato Casaleggio. Ma in Sicilia lo scambio
ufficioso c’è stato, eccome. Anche se ora, a Gela, Messinese è
in discreti guai, visto che non
ha la maggioranza in Consiglio,
potendo contare solo su 5 eletti
del M5s. Lucio Greco (Ncd),
che al ballottaggio ha votato
pubblicamente il neo sindaco
(si fecero assieme un selfie prima del voto, e i vertici dei 5 Stelle non gradirono) assicura
“un’opposizione non preconcetta”. Nel Pd litigano da giorni
sulla linea da tenere in Consiglio. Mentre Messinese promette “un’alleanza con i cittadini”. Augurandosi che basti.
@lucadecarolis

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4

POLITICA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

“G
ender sterco
del demonio”,

i cartelli della gente

il Fatto Quotidiano

INTERVENTI, canti, balli e tanti striscioni in piazza anche molto duri e offensivi contro gli omosessuali. La manifestazione è cominciata alle 15
ed è durata tre ore nonostante la pioggia battente. Presenti pochi politici, pullman provenienti
da tutta Italia, anche dalle isole. Folta la presenza
dei Neocatecumenali. Sul palco, Mario Adinolfi,
fondatore della “Croce”.

FAMILY DAY, BIGOTTI MA TANTI
INVASIONE DI NEOCATECUMENALI

FOLLA A SAN GIOVANNI A ROMA, SOSTENUTA DAL VICARIATO, CONTRO LE UNIONI CIVILI
di Salvatore Cannavò

I

l Family Day della gremita piazza San Giovanni di Roma lo si capisce
meglio quando parla Kiko Arguello. Arguello è una
specie di santone che ha inventato il movimento neocatecumenale. Parla solo se ha una
croce al suo fianco - e quella che
gli portano è alta due metri - e
con la chitarra in mano. Il suo
intervento viene accolto da un
boato della piazza, davvero colma. Il portavoce, Massimo
Gandolfini, di Scienza e Vita, ne
annuncia “un milione”, in realtà saranno duecentomila ma
comunque tanti. Arguello sciorina la sua particolare “omelia”
fatta di “demonio e Satana” che
attenta alla vita consacrata
all’amore di Dio. Poi, quando
prende la chitarra e canta, accompagnato dai violini che so-

GUAI PER RENZI
L’obiettivo è affossare
il testo sui matrimoni
gay e l’educazione
di genere nelle scuole.
In piazza l’Ncd
e poco centrodestra
no collocati alla sua destra, è
tutta la piazza a cantare.
I NEOCATECUMENALI sono

l’ossatura della manifestazione.
Contro la “colonizzazione ideologica” della teoria “gender” e
contro le unioni dello stesso sesso, sono venuti da tutta Italia,
otto pullman anche dalla Sardegna. E, in massa, da Roma. Il
Vicariato, infatti, si è speso molto come dimostra la lettera inviata nei giorni scorsi da don Filippo Morlacchi, direttore
dell’Ufficio per la pastorale scolastica del Vicariato di Roma
che ha invitato “insegnanti, genitori e uomini di buona volontà” a scendere in piazza, “anche
a nome del cardinale vicario”,
Agostino Vallini.
La manifestazione ha avuto un
obiettivo preciso: battere i due
ddl che sta discutendo il Senato,
quello di Monica Cirinnà che regola le unioni civili tra coppie
dello stesso sesso, e quello di Valeria Fedeli sull’introduzione
“dell’educazione di genere nelle
scuole”.
Nella piazza si fa un po’ di confusione tra i due. “Se passa il ddl
Cirinnà” spiega al Fatto un’insegnante romana venuta con la
famiglia, “avremo l’educazione
gender nelle scuole”. Nemmeno
il ddl Fedeli parla di “gender”
ma tant’è. L’allarme su una
“educazione al rispetto” che
“maschera la filosofia gender”

assilla Jacopo Coghe rappresentante del movimento Manif pour
tous in Italia che si ispira alle
mobilitazioni francesi e che insiste sulle scuole italiane in pericolo. Il sito difendiamoinostrifigli.it pubblica i casi di questo tipo ma sono solo quattro e comprendono anche le lezioni contro il bullismo che, giocoforza,
devono spiegare cosa sia l’amore omosessuale.
La manifestazione comunque è
un successo. Prima di Arguello,
a infiammare la piazza è stato
Mario Adinolfi, già candidato
alle primarie del Pd, poi direttore della Croce (quotidiano
scomparso dalle edicole) e tribuno della piazza. Adinolfi se la
prende con il sottosegretario
Ivan Scalfarotto ma soprattutto
con Elton John e la pretesa degli
omosessuali di “volersi onnipotenti come Dio” strappando con
il denaro dal grembo di madri
indigenti (si riferisce all’utero in
affitto) figli incolpevoli che cresceranno senza un padre e una
madre come vuole nostro Signore.
Anche l’ex sottosegretario del
governo Berlusconi, Alfredo
Mantovano, concede molto alla
retorica di piazza: “Una bomba
sta per essere lanciata (il ddl Cirinnà, ndr.) e noi dobbiamo difendere la famiglia come le mura di una città assediata”. “La
Costituzione - continua - assegna alla famiglia la centralità”
perché solo dalla famiglia possono venire i figli e “senza figli
una nazione muore”. Poi invita
la politica a “stare al passo di
questa piazza” così come il movimento è stato al passo “delle
parole di Papa Giovanni Paolo
II”.
Papa Francesco non viene mai
nominato e del resto la mani-

festazione esprime una parte,
cospicua ma minoritaria, del
variegato mondo cattolico. Insieme ai neocatecumenali sono
rappresentate le posizioni più
estreme come Notizie Pro Vita di
Toni Brandi o il Movimento italiano per la Vita. Mancano invece sigle storiche come Acli,
Sant’Egidio, Agesci o Focolarini. Comunione e Liberazione è
rappresentata dal settimanale
Tempi di Luigi Amicone ma in
piazza c’è anche Maurizio Lupi e
c’è, di fatto, tutta l’Ncd.
GAETANO

QUAGLIARIELLO,
esponente di spicco del partito,
parla di una manifestazione
“sopra le nostre aspettative” e
sottolinea il fatto che l’Ncd sia
l’unica forza politica presente
(passa però anche Lucio Malan
di Forza Italia e Isabella Rauti,
poi in serata manderanno messaggi Matteo Salvini, Francesco

Storace, Giorgia Meloni e altri).
La presenza del Ncd - Angelino
Alfano saluta con twitter la piaz-

za- riguarda direttamente il governo. “Non credo che il ddl Cirinnà vada ridiscusso da capo”
assicura al Fatto Quaglieriello,
“non almeno nelle parti che riconoscono diritti personali. Ma
noi diciamo ‘no’ all’equiparazione del matrimonio e in particolare alla sua tipizzazione. Su
questo ci aspettiamo modifiche”. Monica Cirinnà, invece,
resta sulle sue posizioni: “Io difendo i diritti di tutti, credo che
al Family Day si sia trattato di
un piazza di privilegiati eterosessuali che affermano di volersi
tenere i loro privilegi”. Alla fine
tweetta Graziano Delrio, ministro renziano e padre di nove
figli: “C’è sempre bisogno di
ascoltare, aumentare i diritti
non è un pericolo per la famiglia”.

Kiko Arguello, fondatore dei neocatecumenali, ieri a San Giovanni Ansa

Cosa dice il disegno
di legge Cirinnà
IL DDL CIRINNÀdisciplina “l’istituto delle unioni
civili tra da due persone maggiorenni anche dello stesso sesso”. Il suo obiettivo è quello di fornire a cittadini “che scelgano
forme non tradizionali di convivenza la necessaria tutela delle
relative situazioni” evitando così ogni forma di discriminazione. La prima parte del ddl regola le unioni civili “tra maggiorenni anche dello stesso sesso”, contrastando le discriminazioni e prevedendo il Registro presso ogni comune. Nella
seconda parte si sanciscono i diritti personali con l’equiparazione ai diritti familiari, riconoscendo assistenza sanitaria,
diritto di successione, eguaglianza dei diritti dei figli “nati in
costanza di unione civile”. Il Ddl non fa mai cenno alla teoria
“gender” così come non viene citata nemmeno dal ddl Fedeli
che promuove “l’educazione di genere nei materiali didattici
delle scuole” con riferimento esplicito alla violenza sulle donne e con un vistoso richiamo alla Convenzione di Istanbul.

Don Ricca

A Torino, non solo Sindone

“Il Papa pranzerà con i denuti minorenni”
di Andrea Giambartolomei

on Mecu, ma davvero il Papa ci vedrà?”. Non ci
D
credevano i giovani detenuti dell’istituto penitenziario minorile di Torino “Ferrante Aporti”.

Oggi, insieme alcuni rom, immigrati e senzatetto,
pranzeranno in compagnia di papa Francesco all’Arcivescovado. Da mesi don Mecu glielo ripete, ma
loro erano increduli: “Erano come bambini”, spiega
lui, don Domenico Ricca, “don Mecu”, dal 1979 il
cappellano salesiano di questo carcere minorile in
cui san Giovanni Bosco decise di intensificare il suo
impegno contro l’emarginazione dei giovani.
UN’EREDITÀ che don Domenico sta portando avan-

ti: nato a Fossano 69 anni fa, è un prete di frontiera, di
quelli che - mentre aspira il sigaro toscano - parla con
franchezza, senza censure. “Non bigotto, non devozionista”, si definisce lui nel libro Il cortile dietro le
sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti (scritto con Marina Lomunno per le edizioni Elledici di Torino) in
cui racconta i suoi 35 anni di vita da cappellano del

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carcere minorile. Lì dentro avrebbe voluto portarci
papa Francesco, così da presentargli di persona tutti i
ragazzi: “Abbiamo spinto molto affinché il Santo padre venisse al ‘Ferrante Aporti’, volevamo che vedesse
tutti i reclusi, senza dover fare selezioni - spiega -. Per
ragioni logistiche non era possibile e l’alternativa era
partecipare al pranzo, ma i ragazzi sono in regime di
detenzione e non tutti possono uscire. Allora ne abbiamo scelti tredici circa e abbiamo chiesto le autorizzazioni ai giudici”. Alla fine sono stati autorizzati
undici ragazzi tra i 16
e i 20 anni, rappresentanti di varie etnie e
religioni, che da mesi
si sentono ripetere
quanto sarà unico e irripetibile incontrare
con il pontefice. Ultima riunione ieri con le
informazioni su come
vestirsi e sui gesti da
fare:
“Porteremo

qualche regalo, quelle cose con cui i detenuti si esprimono nel quotidiano”. Una preparazione scarna perché “loro devono vivere quest’esperienza il più naturalmente possibile: domenica vedranno moltissima
gente e vivranno un mare di emozioni”, un bel cambiamento rispetto la loro vita “dentro”.
“I RAGAZZI ci tengono, per loro questo incontro può

avere un grande ritorno. Sicuramente il sorriso, la
bontà e l’accoglienza di papa Francesco li aiuteranno”. Di tutti i ragazzi che lui ha visto nella sua “carriera” quanti hanno cambiato vita? “Non so, non ho
mai curato i successi. Non porto medagliette. Inoltre
bisogna lasciarli volare affinché diventino responsabili”, dice. Don Mecu non fornisce neanche i dettagli
sulle storie dei partecipanti al pranzo col papa, ma
parla di tutti loro. Ha imparato a conoscere gli adolescenti dalla vita difficile e a distinguere i loro problemi col passare delle generazioni: i tossicodipendenti degli anni ’80, i primi immigrati degli anni ’90,
il periodo dei giovani killer come nel caso dell’omicidio di suor Maria Laura Mainetti o il caso di Novi

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POLITICA

il Fatto Quotidiano

di Marco Marzano

Q

uante chiese cattoliche ci sono in Italia?
Io direi certamente
almeno due: la prima ha applaudito con una massiccia standing ovation l’enciclica
del Papa dedicata ai temi sociali
ed ecologici; la seconda è scesa
in piazza ieri, a Roma, per difendere la famiglia tradizionale
e per respingere la parità tra i
generi e ogni concessione di diritti alle coppie omosessuali.
LA PRIMA CHIESA, quella che

UN’ALTRA
PIAZZA San Giovan-

ni, sede di storici cortei
sindacali e della sinistra,
ieri è stata riempita completamente dalle famiglie
anti-gay. Almeno duecentomila in piazza Ansa

CAPPELLANO
SALESIANO
Da ’79 al “don Bosco”,
il prete che si definisce
“non bigotto e non
devozionista”: “C’è
attesa per l’incontro,
sono emozionati come
dei bambini”

Ligure, con Omar ed Erika, di
cui è stato tutore: “Oggi i ragazzi dentro non sono così diversi da quelli fuori, così fragili.
Basta vedere cosa succede durante le gite… In questi anni,
sebbene non ci siano più tutti
quegli omicidi commessi da
adolescenti, sono aumentati i
momenti in cui i ragazzi sono
‘fuori’, fuori di testa e fuori di misura. Capitano bravi
ragazzi, un po’ fragili, che in certi momenti manifestano reazioni incontrollate con pestaggi violentissimi. Non vengono educati a vedere le conseguenze
dei loro gesti dagli adulti, anche loro incapaci di essere responsabili”. La responsabilità e la consapevolezza sono due concetti illustrati da papa Francesco
che don Domenico reputa fondamentali nell’educazione dei giovani: “Devono crescere con la consapevolezza della loro vita, da ‘giocare’ in modo responsabile”.

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per semplicità potremmo chiamare progressista o conciliare,
gioisce oggi dopo aver compiuto una traversata nel deserto
durata quasi un quarantennio,
dagli ultimi anni del pontificato
di Paolo VI fino alla miracolosa
elezione di Jorge Mario Bergoglio nel 2013. In questa lunga
stagione, la chiesa progressista è
come sprofondata sotto terra,
trasformandosi in un invisibile
fiume carsico e occupando silenziosamente le trincee di tante parrocchie, accettando la
progressiva esautorazione dei
suoi esponenti di punta da tutti
gli incarichi più importanti.
Non che in questo lungo e doloroso esilio interno il mondo
progressista abbia mai davvero
abdicato a se stesso e cioè abbia
rinunciato a cercare i “segni dei
tempi”, a praticare le virtù della
mediazione e del dialogo, a rinnovare con costanza le ragioni
di un impegno sociale e politico
a favore di tutta la società e non
solo di chi crede. Non ha mai
smesso di fare tutto questo il
mondo progressista, ma ha
piuttosto accettato di farlo nella
semi-clandestinità, nella prassi
pastorale più che nelle dichiarazioni di principio, evitando
così gli attriti espliciti, gli scontri aperti.
Diverse le motivazioni di questo rimanere in silenzio: talvolta
(questo vale soprattutto per i
preti) lo si è fatto per necessità e
cioè per non incorrere in punizioni, sanzioni, processi imbastiti dagli avversari; in altri
casi la ragione risiedeva in
quell’atteggiamento culturale
squisitamente cattolico che cerca di privilegiare l’obbedienza
ed evitare i conflitti, temendone
la portata lacerante per l’istituzione nel suo insieme. In molte
situazioni, questa rimozione, la
soppressione sistematica di un
conflitto esplicito, ha prodotto,
nei progressisti, scoramento e
sfiducia; per qualcuno ha fatto
da premessa ad un silente abbandono, a un’uscita dimessa.

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

5

L’analisi

Sfida tra due chiese

I conservatori
stonati nel tempo
di Francesco
fessabile, per la naturalizzazione delle diseguaglianze. In periferia, i suoi sostenitori masticano amaro, arretrano negli ultimi banchi delle chiese sospinti
laggiù dal rinnovato entusiasmo dei preti progressisti, si organizzano nelle ridotte settarie
di qualche movimento, di qualche associazione reazionaria,
terrorizzati dalla possibilità che
la Chiesa Cattolica scelga sul serio la via delle riforme e del
cambiamento,
divenendo
un’istituzione che include e non
che esclude, come da sempre
vorrebbero loro.
DA UN LATO, le due chiese sono

Papa Francesco in piazza San Pietro Reuters

L‘IDEOLOGIA
L’ossessione per
le differenze di genere
nasconde il tentativo
di difendere
le disuguaglianze
tra uomo e donna
Quel che è certo è che ora questo mondo può finalmente rialzare la testa grazie ad un pontefice che mette al centro dei
suoi interventi molti dei temi e
delle sensibilità che da sempre
contraddistinguono il progressismo cattolico: l’attenzione per
gli ultimi, la lotta all’ingiustizia,
la salvezza dell’ambiente, la necessità della politica, lo spirito
propriamente evangelico. La
spinta che viene dagli interventi
di Francesco in questa direzione è talmente forte che oggi il
pontefice è divenuto di fatto la

voce più ascoltata dalla sinistra
mondiale, quella meglio capace
(certamente molto di più
dell’esangue socialismo europeo) di presentare un’alternativa al capitalismo globalizzato
iperconsumista e nichilista. Su
questo piano, il messaggio di
Francesco non è eludibile per
tutti coloro che, sul pianeta, abbiano a cuore gli interessi della
giustizia e dell’uguaglianza.
Cioè per tutti i progressisti, non
solo per quelli cattolici.
L’ALTRA CHIESA è quella ac-

corsa ieri a piazza San Giovanni. La sua situazione è simmetricamente opposta a quella dei
progressisti: imperante per
quattro decenni oggi arretra
smarrita di fronte alle novità
che arrivano da Santa Marta.
Privata del sostegno della Cei e
orfana persino di Comunione e
Liberazione, essa ribadisce
quell’ossessione per la naturalizzazione delle differenze che
ne cela un’altra, più autentica,
anche se pubblicamente incon-

destinate a convivere. Il Papa lo
sa, lo vuole e non ha certo cancellato dai suoi interventi (e
nemmeno dall’enciclica) i temi
bioetici che stanno tanto a cuore ai conservatori. Ne ha però
ridimensionato la rilevanza, ribadendo l’intenzione di fare
della Chiesa un ospedale da
campo che accoglie tutti e trasferendo l’intransigenza ostile
un tempo riservata a chi violava
la morale sessuale a coloro che
maltrattano i poveri, il pianeta e
loro stessi come suoi abitanti.
Dall’altro lato, la battaglia continuerà. E con crescente virulenza. Al prossimo Sinodo in
ottobre ne avremo un ennesimo consistente assaggio. Per segnare un punto decisivo a favore dei progressisti, ammesso
che lo voglia davvero, il papa
deve trovare la forza di introdurre riforme irreversibili,
cambiamenti radicali in una
dottrina immutata da secoli.
Solo così egli assegnerà alla
Chiesa che vuole cambiare un
vantaggio davvero decisivo nella lotta infinita contro chi pensa
che il cattolicesimo sia la religione ideale di chi sogna un’improbabile ritorno al passato.
*ordinario di Sociologia
dell’organizzazione
dell’Università di Bergamo

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6

POLITICA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

O
ra gli meno, a sto
professore”. Lo sfogo
del militante romano

MO ENTRO e gli meno a questo che viene
qui e vuole fare il professore”. Questa una
delle frasi nell’anticamera della sede del
Pd di via Scialoia a Roma, dove ieri Fabrizio
Barca si è reso disponibile ad incontrare i
militanti e gli iscritti di tutti i circoli romani
che avessero voluto spiegazioni sul dossier post Mafia Capitale. La maggior parte

dei militanti, però, ha elogiato il lavoro
dell’ex ministro e ha ascoltato successivamente le spiegazioni in merito all’indagine eseguita sul partito romano. La riunione è durata qualche ora. “Per noi – ha
detto un altro militante – tutto questo è
come la bomba atomica su Hiroshima”.
“Finalmente – ha detto un altro iscritto –

di Giampiero Calapà

perché era ora che qualcuno venisse a
controllare le attività dei circoli”. Ieri, intanto, sono circolate voci su imminenti dimissioni dell’assessore Guido Improta, ma
dal Campidoglio hanno fatto sapere che il
sindaco Ignazio Marino ed Improta stanno
lavorando insieme su alcuni importanti
progetti.

Orfini: “Chiudiamo
i 27 circoli dannosi”

C

hi se ne lava le mani,
chi non risponde al
telefono, chi prende le
distanze, chi accusa e
contrattacca. Il giorno dopo la
diffusione dell’impietoso rapporto di Fabrizio Barca sullo
stato del Pd romano – dopo e
durante Mafia Capitale – va in
scena la rivolta dei cacicchi. I
circoli bollati come “dannosi”
dal rapporto Barca sono 27, le
saracinesche saranno tirate giù
per sempre: chiusi. Il 27 è un
numero che passerà alla storia
del partito romano; le correnti,
i potentati e i gruppi di potere a
cui ciascun circolo ha risposto
in questi anni sono difficilmente contestabili, eppure c’è chi
prende le distanze. A cominciare da Micaela Campana, la deputata ex moglie di Daniele Ozzimo (arrestato nell’ambito
dell’inchiesta Mondo di mezzo), divenuta famosa a livello
nazionale per un sms in particolare spedito al ras delle cooperative romane Salvatore Buzzi, attualmente detenuto al
41bis: “Bacione grande capo”.
Riconducibile alla Campana
sarebbe il gruppo dirigente del
circolo Casal Bertone, ma lei
nega: “Di quel circolo non ne so
molto, sono iscritta al Tiburtino terzo, che non compare tra
quelli giudicati dannosi e il lavoro di Barca da noi è stato uno
strumento di discussione”.

il Fatto Quotidiano

SE VOGLIAMO davvero ricostruire questo
partito dobbiamo metterci in testa che abitudini e comportamenti che hanno distrutto il Pd di Roma devono sparire per sempre.
E così sarà”. Così il commissario del partito nella Capitale, Matteo Orfini, annuncia
su Facebook la chiusura dei
27 circoli giudicati dannosi
dalla relazione di Fabrizio
Barca. “Come era prevedibile
– scrive Orfini – qualcuno si è
risentito dei giudizi negativi
ricevuti. Barca ha detto ripetutamente che nel suo rapporto possono anche esserci degli errori e
per questo riceverà chi vuole chiarimenti e
chi vuole spiegare il suo punto di vista. Ma
su una cosa capiamoci: i circoli personali
non sono una modalità sana della politica.
Questo non significa che chi li gestisce è
una persona cattiva e pericolosa e nessuno
lo ha mai detto. Significa che non è normale
che un circolo funzioni così. Se c'è stato un
errore di valutazione, Barca e il suo gruppo
di lavoro lo riconosceranno”.

RIVOLTA DEI CACICCHI ANTI-BARCA
IL PD ROMANO NON LA PRENDE BENE TRA INDIGNAZIONE E ACCUSE: “LE NOSTRE SEZIONI SONO PULITE”

Io non c’ero
e se c’ero non vedevo

Tor Sapienza chiedeva un cambio di passo e un importante
rimpasto di giunta al sindaco
Ignazio Marino, e che poi si è
ritrovato il partito commissariato per il terremoto di Mafia
Capitale. Nel rapporto Barca c’è
scritto: “Ovunque fossimo, alla
domanda del questionario ‘avete mai proposto progetti alla
Federazione romana’ seguiva
spesso una fragorosa risata e la
domanda: ‘Quale federazio-

Un altro che mandava sms a
Buzzi è il deputato Umberto
Marroni. Memorabile quello in
cui cita proprio la Camapana,
scrivendo: “Ho parlato con Micaela, meniamo”. I circoli Borghesiana Finocchio, Tor Bella
Monaca, Torre Maura e Villaggio Breda sono quelli in qualche
modo riconducibili ai suoi uomini. Nega ogni paternità e

ne?’”. Il telefono di Cosentino,
ieri, fino a sera ha squillato a
vuoto. Ha risposto, invece, il
predecessore, adesso deputato,
Marco Miccoli: “L’indagine riguarda il periodo di Cosentino,
la mia federazione faceva l’opposizione ad Alemanno, le iniziative non mancavano, nel
2012 abbiamo fatto un libro
bianco sulle infiltrazioni mafiose. Quindi non posso sentire responsabilità in queste accuse.

L’autore del dossier sul Pd romano, Fabrizio Barca LaPresse/Ansa

KAPUTT MUNDI
Chi se ne lava le mani,
chi non risponde
al telefono, chi prende
le distanze. Nessuno
ammette negligenze
e responsabilità
snobba il lavoro di Barca, rispondendo al cronista con un
altro sms: “Sinceramente non
saprei cosa dirle su una relazione che ancora non ho letto. Posso solo dirle che qualche suo
collega riporta cose non vere e
non ha fatto verifiche su informazioni che gli hanno dato
(purtroppo nelle solite lotte
correntizie del Pd), perché io
non ho mai gestito né il partito
né un circolo (a parte quello
universitario 22 anni fa...) come
sanno tutti. Sono iscritto al circolo di Monteverde (che dai
giornali non risulta né virtuoso
ma neanche pericoloso) e all’ultimo congresso ho votato
Giuntella (minoranza, vinse
Cosentino-Bettini). Lionello
Cosentino, già, il segretario della federazione romana del Pd
che nei giorni della “rivolta” di

GIORNO 3 De Luca
non è ancora sospeso
iorno 3. Vincenzo De Luca non è ancora stato
G
sospeso dalla carica di governatore dal capo del
governo Matteo Renzi, in barba alla legge Severino.

Intanto, De Luca, ne approfitta per sproloquiare: “Il
passaggio di consegne? Se bisogna lasciare le chiavi
c’è la portineria dell’Ospedale del Mare che è stata
attivata, le possono lasciare lì. Qualcuno si è
meravigliato che alla
proclamazione non ero
presente, ma è mai stato
presente qualcuno? Perché non fate lo sforzo di
leggere e di informarci,
invece di raccontare fesserie sui giornali? La
quantità di imbecillità
che ho letto sui giornali
in questi giorni è sconvolgente. Il tempo stringe?
Non ho nessun appuntamento, in questo Paese tutto è regolato dalla legge – ha aggiunto De Luca,
intervenendo a Napoli a un’iniziativa della Cgil – il
presidente della Regione viene proclamato ed eletto
dalla Corte d’appello con un verbale unitario, vengono proclamati ed eletti i consiglieri regionali, poi
si va in Consiglio regionale e quando si va in Consiglio regionale e viene fatta la presa d’atto dell’elezione si diventa operativi. Quello che non è codificato è l’ammuina, la sconvolgente quantità di
stupidaggini che ho letto in questi giorni”.

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MICAELA CAMPANA
“Vi sbagliate, sono iscritta al Tiburtino terzo,
che non compare tra quelli giudicati
dannosi. Di Casal Bertone non so niente”
PATRIZIA PRESTIPINO
“Sono pronta a una battaglia di verità
e giustizia. Pago il fatto di essere renziana
e di chiedere le dimissioni del sindaco”
MARCO MICCOLI
“L’indagine non riguarda me, ma il periodo
di Cosentino, io facevo opposizione.
Non ho abbandonato, mi hanno cacciato”
MARCO DI STEFANO
“La relazione è superficiale e di parte,
frutto di personaggi che hanno aggredito
i rivali per ottenere una rivalsa sui territori”
UMBERTO MARRONI
“Non ho ancora letto il rapporto, non saprei
cosa dirle, l’unico circolo che ho gestito
è quello universitario ventidue anni fa”

La degenerazione indubbiamente c’è stata”. Nel rapporto
c’è anche un’accusa a chi ha
usato il partito cittadino come
trampolino per il Parlamento
abbandonandolo a se stesso.
“Non lo abbiamo abbandonato,
io e la Campana abbiamo vinto
le parlamentarie e poi una commissione di garanzia ci ha dichiarati incompatibili, io ero
contrario, avrei voluto traghettare il partito romano fino al
congresso”.
“Falsità per attaccare
gli avversari di corrente”

Poi c’è chi accusa Barca. Come
il deputato Marco Di Stefano,
indagato per corruzione in
un’inchiesta sul periodo in cui
era assessore in Regione Lazio:
“Il dossier è superficiale e di
parte. Sono sfuggiti quei circoli,
appartenenti a correnti specifiche, che non hanno mai svolto
alcuna attività se non quella di
raccogliere voti, a cominciare
da quello del bistrattato municipio di Ostia, sciolto per mafia:
le considerazioni di Barca sono
frutto di interviste a personaggi
che hanno aggredito i rivali per
ottenere una rivalsa su circoli e
territori”. I circoli San Giorgio e
Aurelio Cavalleggeri (“Non siamo noi il male del Pd”, replica il
segretario Francesco Mele) sarebbero i “suoi”. Su tutte le furie
Patrizia Prestipino, segretaria
all’Eur: “Sono pronta a una battaglia di giustizia e verità. Pago
il fatto di sostenere Renzi da
quattro anni e di esser stata la
prima a chiedere le dimissioni
di Marino perché ritengo che la
città sia paralizzata”. Altri circoli si lamentano per esser stati
inseriti nella lista nera, Claudia
Santoloce difende quello di Testaccio: “Siamo indignati, il nostro è un circolo sano”.
@viabrancaleone

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POLITICA

il Fatto Quotidiano

B
erlusconi vuole
l’alleanza coi padani
anche nella Capitale

NESSUNA INTENZIONE di cambiare linea rispetto al governo. È l’input ufficiale che Silvio Berlusconi consegna ai suoi fedelissimi. Un messaggio
chiaro per sgombrare il campo da indiscrezioni
apparse negli ultimi giorni e soprattutto a pochi
giorni dall’atteso faccia a faccia con Matteo Salvini. Martedì il leader della Lega Nord varcherà il
cancello di Arcore per iniziare a discutere con il

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

7

Cavaliere il futuro del centrodestra, partendo ad
esempio dalla scelta del prossimo candidato al
Comune di Milano. Nella testa di Berlusconi infatti,
spiega chi lo conosce bene, c’è da tempo l’idea che
insieme con la Lega, il centrodestra possa vincere
le prossime comunali, non solo Milano ma anche
nella Capitale che, stando alla convinzione più diffusa, sarà chiamata alle urne l’anno prossimo.

Un’immagine di una delle scorse edizioni (2011) del raduno leghista di Pontida. Nel riquadro, Matteo Salvini con Umberto Bossi Ansa

GIÙ AL SUD

Lo studio sui dati
in Sicilia: il Carroccio
ricicla, non rinnova
DOSSIER DELLA FACOLTÀ DI SCIENZE POLITICHE
DI CATANIA SULLE LISTE “NOI CON SALVINI”
di Virgina Della Sala

siciliani lo avevano capito dal nome, “Noi con Salvini”, che
I
la lista della Lega in Sicilia non riguardava gli isolani. E il
risultato delle amministrative, secondo l’analisi elaborata dal-

Pontida, l’addio del Senatur
e Salvini cerca dei professori
RADIO PADANIA NOMINA MINISTRO DELL’ECONOMIA BORGHI: IL “DOCENTE” DI RIFERIMENTO
BOSSI: “UNA LEGA NAZIONALE? SE LA FACCIA DA SOLO”. OGGI L’ADUNATA TRA RUSPE E “TERÙN”
di Davide Vecchi

inviato a Pontida (Bergamo)

R

adio Padania ore
16.24: “Il professor
Borghi è ministro
dell’economia”.
Pochi secondi e spunta Salvini:
“Renzi, Alfano, Boldrini stiamo
arrivando”. Non è successo
niente: solo annunci. È l’invito
alla Pontida che deve segnare la
storia del Carroccio: il passaggio dalla Lega Nord alla Lega
nazionale. Deve. Perché oggi
sul pratone ai bordi della provinciale per Bergamo, comprato zolla per zolla dai militanti
per evitare che ci spuntasse un
supermercato, Salvini tenta di
superare il passato secessionista antimeridionalista sostituendolo con il nazionalismo
dai toni razzisti. Il nemico non
sono più i terroni ma gli immigrati. Sul sacro prato leghista, accanto alla statua di Alberto da Giussano è parcheggiata
una ruspa. E per la prima volta
sul palco oggi saliranno gli eletti
nelle regioni del Sud alle ultime
amministrative. Come Elisabetta Pasqualino, consigliere a
Pedara (Catania) e Stefania Alita da Andria in Puglia. Anche
loro scandiranno il testo del
giuramento leghista: “Noi rappresentanti dei popoli padani
giuriamo di difendere la nostra
libertà dal potere romano”.
L’APERTURA al meridione non

piace a molti militanti. Basta
ascoltare Radio Padania. E non
piace neanche a Umberto Bossi.
“Non può esistere una Lega nazionale”, ha ribadito ieri il Senatur. “Dobbiamo pensare a liberare il Nord, il Sud crescerà di
conseguenza, a Salvini io l’ho
detto e lo ripeto: non esiste una
Lega nazionale, non mi piace, se
la faccia da solo”. Gliel’ha ripe-

tuto talmente tante volte che ieri, durante la segreteria federale
riunita a Milano, il nuovo leader
ha cambiato lo statuto del partito e tolto a Bossi i pochi poteri
decisionali che aveva, azzerandoli. “Siamo qui per vincere”,
recita Salvini. È anche lo slogan
scelto per la 25esima edizione di
Pontida. Anche se non è ancora
chiaro come. E soprattutto cosa.
Una settimana fa il segretario
del Carroccio ha detto che vuole
diventare sindaco di Milano e si
candiderà nel 2016, ieri a Marco
Cremonesi del Corriere della Sera
ha invece annunciato che vuole
prendersi Palazzo Chigi: “Ho
già una squadra di professori
per scrivere il programma, assai
diversi da Monti e Fornero”. La

Nuove aperture

frase ha ovviamente scatenato
l’ironia della rete, considerato il
complesso rapporto tra Lega e
libri.
C’È CHI SI CHIEDE se sono gli ex

insegnanti della scuola Bosina finanziata da Francesco Belsito
con i soldi dei rimborsi elettorali - o se chiamerà dall’estero
gli accademici che hanno laureato in Albania il Trota Renzo
Bossi. Poi Radio Padania diffonde la velina: il punto di riferimento è il professor Borghi,
“ministro dell’economia”. E allora almeno una cosa si fa chiara: sotto il cielo di Padania c’è
molta confusione. Il prato di
Pontida oggi dovrebbe dare
qualche risposta. Già ieri sera

Salvini ha raggiunto il campeggio dei giovani padani. E sono
volati i soliti cori, da sempre
scanditi con orgoglio dall’oggi
leader: “Chi non salta terrone
è”, “Vesuvio bruciali tutti”. Un
repertorio da aggiornare. I nemici ora sono gli immigrati e altri a caso. Dipende dai giorni. Il
Papa mercoledì, Laura Boldrini
ieri: “Dice che non c’è l’emergenza? Deve essere ricoverata”.
Poi per carità si può sempre
cambiare idea. Come su Silvio
Berlusconi. Dopo aver ripetuto
più volte che la Lega non si sarebbe mai più alleata con Forza
Italia, martedì Salvini vedrà il signore di Arcore. La coerenza leghista, ferma come i confini della Padania.

la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, parte
da qui. “Sono due gli errori che hanno volatilizzato l’entusiasmo che il leader leghista aveva suscitato anche tra i siciliani
– scrive l’osservatorio – Innanzitutto il nome della lista. Ci si
aspettava un accenno all’autonomia, all’indipendenza, almeno al federalismo. Sarebbe andato bene un partito della macro
regione meridionale. Ma non l’ennesimo partito personale,
intitolato a un leghista che in passato non ha mancato di
criticare il Sud e la Sicilia”. Poi, la scelta dei dirigenti, carenti di
qualità politiche: dall’oratoria al merito. A quanto pare ha
pesato molto avere puntato sul segretario nazionale di “Noi con Salvini”, Angelo Attaguile, deputato di 68 anni, eletto in
Forza Italia in Campania in quota Mpa,
che avrebbe respinto gli elettori giovani
e gli amanti del calcio: è conosciuto in
Sicilia per essere stato presidente del
Calcio Catania negli anni che portarono
la squadra al default e per alcune vicende
giudiziarie. Come assistenti parlamentari, si
legge nella premessa del rapporto, ha chiamato prima il figlio
Marco, poi l’avvocato Giuseppe Arena, già assessore comunale di Catania. “Anziché puntare giovani e neofiti , si sono
radunati solo sparuti gruppetti di esiliati da altre esperienze
partitiche”. La Lega non ha rottamato ma solo “riciclato”.
NELLA SECONDA PARTE, il rapporto parla dei numeri, li col-

lega al territorio e dà loro un senso. La Lega è stata assente nei
piccoli Comuni, mentre a Marsala, città di quasi 100 mila abitanti, il candidato Vito Armato è arrivato ultimo con l’1,37 per
cento. Se ad Augusta Salvini non c’era, a Villabate Corrao è
arrivato ultimo con il 9,38 per cento. “E considerate alcune
informazioni che ci sono giunte – si legge – la natura del
consenso è sembrata fondata su ragioni prevalentemente personali-clientelari”. Ultimo posto a Milazzo (1,53 per cento) e
nessuna lista a Barcellona Pozzo di Gotto né ad Enna, unico
capoluogo in cui si votava. Non c’era a Mineo, sede del Cara
(Centro Accoglienza per Richiedenti Asilo), né a Mascali, comune sciolto per mafia tre anni fa. A San Giovanni La Punta,
Luigi Seminerio è arrivato al 11,77% ma “anch’egli con numerose esperienze politiche in altri partiti”. L’unico esponente
eletto di lista, invece, “si sarebbe già accasato in altro partito”.
Ad Agrigento, città di Alfano e ultima in Italia per qualità della
vita, Marcolin ha ottenuto il 9,15%. Anche in questo caso, c’è
l’aggiunta: “Sfruttando il prestigio personale”.

Jacopo Berti (5Stelle)

“Pronti a intesa di programma con Zaia”
di Luca De Carolis

o e Luca Zaia restiamo due avverI
sari, ma su temi come il reddito di
cittadinanza e il taglio dei costi della

politica sono pronto ad accordarmi
con lui. E se mi offrissero la presidenza
del Consiglio regionale sarei contento
di accettarla”. Jacopo Berti, il candidato dei Cinque Stelle alla presidenza
del Veneto, aspetta di entrare in Consiglio assieme agli altri quattro eletti
del Movimento. E tende la mano al
neo governatore della Lega Nord, Luca Zaia: “Ma niente alleanze: noi vogliamo governare da soli, come Movimento, e non facciamo
da stampella a nessuno”.
Però siete disposti ad accordarvi su determinati
punti.

Certo, perché a noi interessa fare cose concrete.
Le tre priorità sono un ta-

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volo sul reddito di cittadinanza per il
Veneto, la creazione di un’agenzia regionale anti-corruzione e il taglio dei
costi della politica.
La vostra proposta sul reddito regionale costa 200 milioni di euro all’anno.
E Zaia vi ha già detto di no.

Io sono un ottimista e tornerò alla carica. Ricordo che in Lombardia un altro governatore leghista, Roberto Maroni, ha già aperto al reddito. E comunque con Zaia si può partire anche
dagli altri due punti.

giunta è in alto mare. Ma il dialogo è
iniziato.

La Lega vi corteggia da tempo. Ma a
Gela il centrodestra ha votato il vostro
candidato e il governatore Emiliano in
Puglia vi offre assessorati. C’è la fila...

Noi non ci alleiamo con nessuno, tantomeno con Zaia. Resta un rivale, anche se voglio affrontarlo senza colpi
bassi. Ma siamo lontani su tante questioni, a partire dalla costruzione della
Pedemontana.

Ci rincorrono perché siamo credibili,
gli unici che fanno politica vera. E poi
perché prendiamo tanti voti.

C’è chi profetizza un’alleanza prossima tra 5Stelle e Lega Nord.

Eppure sembrate avere elettori affini.

Girando per il Veneto, ho ricevuto
l’apprezzamento di molti leghisti.
“Portate avanti idee giuste” mi diceMa la trattativa è già iniziata?
Non ho parlato direttamente con lui, vano. E oggi (ieri, ndr) ho letto l’analisi
anche perché la formazione della della Demos su Repubblica: il 71 per
cento degli elettori del
M5S vuole la chiusura
dei campi rom, a fronte
TRATTATIVE IN VENETO
dell’84 per cento tra chi
vota Lega Nord. È un
“Siamo disposti a votare assieme su reddito
tema su cui obiettivadi cittadinanza e taglio degli sprechi. E se mi
mente c’è vicinanza tra
offrono la presidenza del Consiglio accetto”
noi e il Carroccio.

Grillo ha chiesto la presidenza del
Consiglio per il Movimento in tutte le
Regioni. Lei la accetterebbe?

Certamente. La presidenza è un ruolo
di garanzia, e io sarei ben felice di controllare la Regione, facendo il “cane da
guardia” sull’uso delle risorse. Sarebbe un’opportunità anche per Zaia: darebbe un segnale a livello nazionale,
mettendo gli onesti come garanti.
Le ha già proposto il ruolo?

Ancora nulla. Ma io sono pronto.
E se vi offrissero un assessorato?

Assolutamente no, non vogliamo poltrone di governo. Hanno preso i voti
per amministrare: dimostrino di saperlo fare.

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8

Iuna
l Tesoro studia
proroga

per il 730 telematico

L’intervista

di Marco

S

POLITICA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Lillo

incontro alle esigenze dei contribuenti e degli
assistenti fiscali alle prese con le novità della
dichiarazione precompilata. “Al momento
-spiega all’Adnkronos il presidente della consulta dei Caf Valeriano Canepari- manca all’appello il 30% di dichiarazioni rispetto allo scorso
anno. A fronte di circa 18 milioni di 730 presentati negli anni scorsi finora ai Caf si sono

rivolti poco meno di 12 milioni di contribuenti,
mentre circa 2 milioni hanno usato il canale
diretto del sito dell’Agenzia delle entrate. Mancano all’appello oltre 4 milioni. A meno che non
ipotizziamo un calo drastico dei contribuenti
che presentano il 730 per consentire l’ordinato
prosieguo delle operazioni è indispensabile avere più tempo”.

Il ministro Lorenzin

Se ci ha ingannato, il Vaticano
dovrà restituirci i 30 milioni

e sarà accertata la distrazione dei fondi pubblici stanziati per il Bambino
Gesù dalla loro destinazione, lo Stato
dovrà costituirsi parte civile e cercare
di recuperare le somme.
Beatrice Lorenzin non prende sotto gamba le
rivelazioni che arrivano dall’inchiesta di Trani sulla Casa della Divina Provvidenza. Un’indagine che riguarda anche il suo compagno di
partito Azzollini che - secondo il Ministro
della Salute – non va arrestato.

Ministro, per i pm di Trani potrebbe esserci un
reato, l’articolo 316 codice penale, dietro le
manovre di cardinali e manager del Vaticano
per spostare i fondi del Bambino Gesù
all’ospedale IDI. Dalle telefonate intercettate
tra il Segretario di Stato Tarcisio Bertone e
l’ex presidente del Bambino Gesù Giuseppe
Profiti si scopre un tentativo di usare i 30 milioni di euro stanziati dallo Stato per ricomprare l’IDI. Cosa ne
pensa?

Appena ho letto i
giornali questa mattina (ieri per chi legge)
per prima cosa ho
chiesto informazioni
precise al nuovo presidente dell’Ospedale
Bambino Gesù, Mariella Enoc. Sono sicura che avrò tutti i chiarimenti necessari anche perché penso sia
interesse prima di tutto dell’Ospedale difendere il prestigio del
Bambino Gesù fornendoci tutti gli elementi e le informazioni necessarie a tranquillizzare l’opinione
pubblica italiana.

I CONTRIBUENTI avranno, con tutta probabilità, più tempo per la presentazione del 730
precompilato. A quanto apprende sarebbe allo
studio una proroga della scadenza attualmente
fissata al 7 luglio per portarla al 23 luglio. L'allungamento dei tempi, che è stato sollecitato
dai Caf, e sul quale sono in corso le valutazioni
del Mef, si sarebbe reso necessario per venire

il Fatto Quotidiano

traccia. Però voglio essere chiara: se dall’inchiesta dovesse emergere che c’è stata una
distrazione di fondi lo Stato dovrà agire per
salvaguardare l’interesse pubblico.

Il cardinale Giuseppe Versaldi, presidente della Fondazione Luigi Maria Monti costituita ad
hoc per rilevare l’IDI e che vede come suo consigliere proprio Giuseppe Profiti, scrive 10
mesi dopo quelle telefonate intercettate in
una lettera pubblicata dal Corriere della Sera
che i fondi e le garanzie per l’acquisto dell’IDI
sarebbero stati forniti dal Vaticano. Non saranno proprio quelli
stanziati nella legge di Stabilità alla
fine del 2013?

dale Bambino Gesù fossero stati distolti per il
salvataggio dell’IDI, saremmo di fronte a un
reato da perseguire e a un danno per le casse
dello Stato da recuperare.
Perché il Bambino Gesù riceve questi fondi
straordinari per 80 milioni di euro all’anno?

Si tratta di uno stanziamento una tantum,
anche se ripetuto nel tempo. Non è una novità
ma esiste da almeno una dozzina di anni. Ricordo che c’era già durante il Governo Berlusconi nell’epoca 2001-2006. Inizialmente i
soldi transitavano attraverso la Regione Lazio

Ho letto ieri le smentite dei protagonisti di
quelle telefonate e mi sembra incredibile che
trenta milioni possano sparire senza lasciare

dai giornali - i nuovi vertici del Vaticano sono
intervenuti e l’acquisto dell’IDI dovrebbe essere stato garantito dall’APSA. Ovviamente
saranno i magistrati a dovere accertare come
sono andate le cose davvero. Comunque se i
30 milioni di euro destinati nel 2013 all’Ospe-

Quei soldi sottratti
all’ospedale pediatrico
LA PROCURA DI TRANI,
indagando sul dissesto finanziario dell’ex manicomio Divina Provvidenza, si è
imbattuta in una serie di intercettazioni tra Giuseppe
Profiti, manager della sanità cattolica legato al cardinale Tarcisio Bertone e Giuseppe Versaldi, porporato
legato sempre all’ex segretario di Stato di Papa Ratzinger. Per i pm i due provano a
distrarre 30 milioni di euro che il Parlamento italiano ha
versato all’ospedale pediatrico Bambin Gesù per metterli
nelle casse malmesse dell’Idi, l’Istituto Dermopatico
dell’Immacolata. I Cinque Stelle in commissione avevano
condotto una battaglia per evitare che quei soldi finissero
al Bambin Gesù giudicandole nel mucchio delle “mance”
che la politica versa a questo o a quel cliente. All’epoca la
vicenda fu stigmatizzata da politici e commentatori. Intercettati i due così ne parlavano: “Qui i Cinque Stelle
creano problemi. Proprio antipatici eh”. Poi chiarivano:
“Non credo che ci saranno tanti problemi”.

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L’intervista

Anche secondo me non dovrebbe essere possibile. Eppure oggi effettivamente non esiste
alcun obbligo di rendicontazione di questi
fondi da parte del Vaticano e non c’è nemmeno un vincolo specifico per il Bambino
Gesù di destinarli una particolare attività. Per
esempio ci sono altri fondi statali, meno consistenti, attribuiti sempre al Bambino Gesù
per la ricerca che però sono vincolati e rendicontati. Questo fondo è atipico.
A questo punto però dopo che sono uscite
quelle telefonate in cui i cardinali se la ridono
con Profiti alle spalle del contribuente italiano
cosa farete?

A me sembra molto
difficile che sia avvenuto. Alla fine –
come è stato scritto

Non spetta al ministro della Salute il controllo
su questo particolare fondo speciale. Però
penso che la Ragioneria generale dello stato e
il ministero dell’Economia potrebbero effettuare le verifiche per capire cosa sia realmente
accaduto. Anche perché non c’è prova che i
propositi espressi in quelle telefonate si siano
realizzati.

Non esiste alcun
obbligo di rendicontazione da parte del
Bambino Gesù per i fondi dati dallo Stato
all’ospedale. Bisogna introdurlo per legge. Trenta milioni non possono
sparire così. Se lo hanno
fatto davvero è un reato

I pm di Trani riguardo
ai 30 milioni scrivono
che “il reale interesse
del Profiti è quello di ottenere i finanziamenti
per deviarli verso scopi tutt’altro che meritori:
il riacquisto dell’I.D.I.”.

Come è possibile che 30 milioni siano spostati
dalla contabilità di un ospedale finanziato dallo Stato a una Fondazione privata, come quella
che compra l’IDI, per quanto legata al Vaticano? Non c’è un rendiconto?

Quelle telefonate sembrano dare ragione a
M5S che chiedeva di girare quelle risorse agli
esodati.

Il Bambino Gesù è una grande istituzione che
il mondo ci invidia e che non fa solo onore alla
Santa Sede ma è anche un servizio alle famiglie italiane. Non sarei per abolire i finanziamenti ma per regolamentarli diversamente. L’ospedale appartiene alla Santa Sede però
beneficia di fondi pubblici. Si potrebbe prevedere nella prossima legge di stabilità una
forma di pubblicità dei bilanci almeno per la
parte erogata dallo Stato.
I pm di Trani vogliono mandare agli arresti domiciliari il suo collega di partito Antonio Azzollini, l’ennesimo esponente del Ncd coinvolto in un’indagine. Secondo lei il Parlamento
dovrebbe concedere l’autorizzazione all’arresto?

che era tenuta a fare una relazione tecnica.
Dopo il commissariamento della Regione Lazio il fondo transita direttamente dal ministero dell’Economia e la sua gestione esula
dalle competenze ordinarie del ministero della Salute.

Sono abituata a esprimermi sulla base della
lettura delle carte e a prescindere dall’appartenenza partitica. Mi sono letta il fascicolo e
ho trovato molta volgarità, uno scenario che
fa riflettere ma non ho trovato elementi che
giustifichino l’arresto.

Barbara Lezzi (M5S)

“Denunciammo le marchette
Azzollini le difese tutte”
di Luca De Carolis

ueste intercettazioni ci rafforzano,
Q
perché aumentano la nostra credibilità. Appena denunceremo il prossimo

emendamenti per associazioni, cliniche e
fondazioni: ufficialmente, tutti presentati
per nobile cause. Ma la verità è che fu una
spartizione tra i referenti di tutti i partiti,
distribuita su tutta Italia.

Racconti cosa accadde in commissione.

Certo, lo presentarono come un provvedimento per finalità benefiche. Ma fu uno
dei solo tantissimi emendamenti per i loro
scopi. Parliamo nel
complesso di interventi per quasi un
miliardo, distribuito tra mille rivoli: alcuni finanziamenti
non superavano i
4-5 milioni.

provvedimento ‘marchetta’ in Parlamento,
la maggioranza dovrà fermarsi”. La senatrice del M5S Barbara Lezzi, vicepresidente
della commissione Bilancio, ricorda bene
l’emendamento con cui vennero dati 30
milioni al Bambin Gesù, che sarebbero poi
finiti all’Idi. Uno stanziamento a cui i Cinque Stelle si opposero, tanto da meritarsi
l’epiteto di “antipatici” in un colloquio telefonico tra il manager del Vaticano Giuseppe Profiti e un imprecisato interlocutore.
Era il dicembre 2013, e si discuteva la legge
di Stabilità, la prima per noi del M5S, appena arrivati in Parlamento. Ci fu il classico
assalto alla diligenza, con una pioggia di

E in mezzo ci finirono anche i 30 milioni per
l’ospedale vaticano.

Voi come vi opponeste?

Barbara Lezzi Ansa

Chiedemmo di destinare l’intera cifra

di quella legge-mancia agli esodati, con un
intervento strutturale.
E la maggioranza?

Ci risposero che non c’era ancora il conteggio preciso di quanti erano gli esodati.
Ribattemmo che quel denaro poteva essere
mezzo in un fondo, in attesa di fare chiarezza sulle cifre. Ovviamente rifiutarono.
A guidare la commissione era sempre Antonio Azzollini (Ncd), per cui la procura di
Trani ha chiesto l’arresto.

Gli facemmo notare che la legge di contabilità vieta il marchettificio. Replicò che la
stabilità era un testo successivo, e quindi
quel principio non valeva. Fu tranquillo come suo costume: si sentiva forte.
Lei ha chiesto le sue dimissioni.

Certo, ma in ufficio di presidenza sono rimasta sola. Nessuno ha replicato, non mi
guardavano neppure, perché ho osato chiedere le dimissioni di Azzollini: l’intoccabile.

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POLITICA

il Fatto Quotidiano

Iuna
n Parlamento
legge Pd-M5s
per la marijuana

La proposta

di Lorenzo

Vendemiale

“L

egalizzala”,
recita quello che forse
è il suo brano di maggior successo. Dai
tempi di “Ohi Maria” e degli
Articolo 31 sono passati più di
vent’anni, ma J-Ax (all’anagrafe Alessandro Aleotti)
non ha cambiato idea: l’Italia
deve liberalizzare il consumo
della marijuana. E lo ha ribadito anche giovedì sera,
ospite nel corso di Rosso di sera, l’evento organizzato da
Michele Santoro a Firenze.
Semmai è cambiato l’approccio: visto che la battaglia
ideologica non ha portato a
nulla (“la situazione non si è
smossa di un centimetro”)
meglio far leva sull’aspetto
economico: “L’italiano sviluppa empatia solo se gli si
ingrassa il portafoglio. Bisogna fare come fanno i politici”.

IN ITALIA il consumo delle droghe
leggere è illegale. Ma dallo scorso
anno, dopo la bocciatura della legge
Fini-Giovanardi, l’uso personale al
di sotto dei 5 grammi è stato depenalizzato. E presto la situazione
potrebbe ulteriormente cambiare.
In settimana, infatti, arriva in Par-

lamento una nuova legge per la legalizzazione di hashish e marijuana:
il testo prevede l’autoproduzione
per l’autoconsumo, l’apertura di mini-circoli di fumatori, la commercializzazione dei prodotti con tanto
di licenze per i negozi. Per l’Italia
sarebbe una vera e propria rivolu-

Però ultimamente ha cambiato argomenti: non più per la
libertà, ma per i soldi...

Sì, in Italia le cose si fanno
solo se le vogliono i poteri
forti: le banche, i governi,
l’economia. Allora forse la
soluzione è questa: coinvolgiamoli. Magari se lo Stato
guadagna un tot per ogni

Il commento

zione. E potrebbe non essere soltanto un’utopia: la grande novità
politica rispetto al passato, infatti, è
che l’ultima bozza preparata dal senatore Benedetto della Vedova gode di un sostegno bipartisan. Oltre
200 parlamentari di Partito Democratico, Sel e Movimento 5 Stelle

9

sarebbero pronti a votarla. Anche
se Ncd annuncia battaglia all’interno della maggioranza, l’Italia in futuro potrebbe seguire l’esempio
dell’Olanda e di altri Paesi del mondo, che da anni hanno autorizzato in
forme varie la vendita della marijuana.

Il rapper J-Ax

“Canne libere per mandare
in fumo gli affari delle mafie”
canna che ci fumiamo le cose
cambiano. È un approccio
utilitaristico. E vista la risonanza che hanno avuto le mie
parole posso dire che sta funzionando.

Alessandro Aleotti, in
arte J-Ax, fondatore
degli “Articolo 31”, 42
anni. Ansa

Quanto potrebbe guadagnarci l’Italia dalla liberalizzazione?

Non sono un esperto, non
sta a me dirlo. Ma sicuramente parliamo di miliardi e
miliardi di
euro: so-

lo da me e dai miei amici
chissà quanti soldi arriverebbero! Cominciamo a dire alla
gente che grazie alla marijuana possiamo abbassare le tasse, o aumentare le pensioni. E
vediamo quanti sono a favore e quanti contro.
Anche perché c’è
un aspetto che gli
economisti non
considerano...
Quale?

Il turismo. Ma ve lo immaginate cosa diventa
l’Italia con la legalizzazione delle droghe leggere? Vai a vedere i monumenti di Roma e Venezia, o vai al mare al Sud.
E poi ti fai una bella can-

na. Sbaragliamo tutti, facciamo fallire l’Olanda. Però
dobbiamo essere rapidi a non
farci fregare l’idea dalla Spagna o dalla Grecia.
Tutto molto lineare. Perché
allora non si fa nulla?

Purtroppo la lobby dei conservatori in Italia è forte: sono convinto che se mai arrivassimo vicini, succederebbe il finimondo. E poi c’è un
altro problema: forse chi ci
guadagna adesso non vuole
mollare l’enorme business
che ha in mano. La legalizzazione sarebbe una spallata
clamorosa alla criminalità
organizzata. In Italia c’è davvero la volontà, o la forza di
darla? Me lo chiedo spesso.
Ma davvero non ci sono contro indicazioni?

Certo che ci sono. Come per
tutti i vizi, né più, né meno.
Basta proibizionismo, è un
atteggiamento scimmiesco.
Non se ne può più della storia
che la canna è il primo passo
verso le droghe pesanti.
Quello è un discorso di predisposizione,
soggettivo.
Posso fare qualche esempio?

J-Ax, lei è sempre stato testimonial della campagna per la
liberalizzazione delle droghe
leggere. Perché?

Perché sono un libertario.
L’individuo pensante non
vuole più vivere in una società dove è legale il whisky e
illegale un’altra cosa che fa
meno male, solo perché alcune persone per alcuni interessi hanno deciso così. È
fondamentalmente una questione di libertà.

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Prego...

MILIARDI
E TURISMO
Agli italiani piacciono
i soldi, allora io faccio
un discorso razionale.
Con la legalizzazione
possiamo recuperare
risorse per le pensioni
e ostacolare i criminali

L’alcolista comincia
con un bicchierino la
sera a cena, ma
nessuno si sognerebbe mai
di vietare la
produzione di
vino. Anche
il maniaco

sessuale parte con una sega.
Ma per fortuna non tutti i ragazzi che si masturbano diventano stupratori. (Questa
la scriviamo eh! – insiste,
ndr).
La sua battaglia va avanti sin
dagli inizi della sua carriera.
Cosa è cambiato in tutti questi anni?

Nulla, non è cambiato nulla.
Anzi, la Fini-Giovanardi aveva anche peggiorato le cose. È
una grande delusione vivere
in un Paese che non va avanti.
Anche se secondo me oggi è
mutato
l’atteggiamento
dell’opinione pubblica.
In che senso?

Non ci sono più i pregiudizi
di una volta. Ormai pure le
forze dell’ordine sono stanche di perdere tempo dietro
ai ragazzini che si fanno le
canne. E penso che anche i
politici contrari non credono
più alle storie che raccontano. È tutta propaganda. Forse
solo Giovanardi la pensa
sempre uguale, ma quello è
un caso a parte.
E lei? Il suo atteggiamento è
cambiato rispetto a 20 anni
fa?

Non penso più che la marijuana faccia bene e basta,
che l’erba salverà il mondo.
Quella è una visione romantica che si può avere da ragazzi. È passato tanto tempo,
siamo tutti più cresciuti.
Adesso affrontiamo la questione da un punto di vista
razionale.
Però, ci dica la verità: lei le
canne se le fa ancora?

Assolutamente no: ora ho
42 anni, non fumo da decenni. Sai, anche le forze
dell’ordine leggono il Fatto...

I migliori valori in tv

“Rosso di sera”, l’Italia che Renzi sta perdendo
di Antonio

Padellaro

on sappiamo se, giovedì, Matteo Renzi
N
fosse davanti al televisore, ma avrebbe fatto bene perché con Rosso di sera Michele San-

toro gli avrebbe mostrato in un compendio
televisivo per immagini, parole e musica, la
parte più solida del nostro Paese. È quella più
trascurata. Forse, non più quella maggioritaria
ma sicuramente quel blocco di valori e di passioni che sono stati il collante di questi 70 anni
di democrazia repubblicana e che hanno dato
voce e forza al discorso pubblico.
È COME SE IN QUEST’ULTIMO (ma non ul-

timo) foglio del suo essere ‘macchina da scrivere’ (come si è definito) Michele ci abbia detto:
è vero siamo al tramonto di un’epoca ma quei
principi che hanno orientato e regolato l’etica
repubblicana possono tornare a rivivere, così
come dai colori della sera si spera in un giorno
più sereno. È così? O forse ,invece, quel mondo
si sta consumando irreparabilmente sotto i colpi della crisi che “penetra, deforma è così fa-

cendo svuota la democrazia che non basta più a
se stessa” (come si legge in Babel, di Zygmunt
Bauman ed Ezio Mauro)? In quella bella piazza
fiorentina c’era il narratore e c’era il coro, composto soprattutto (ma non a caso) da donne, che
ha dato corpo e voce alla moltitudine incalcolabile di persone che chiede soltanto di essere
ascoltata e liberata, magari per una sera, dall’ergastolo della solitudine. Certo, le operaie licenziate di una fabbrica delocalizzata o l’immenso
cratere che avvelena la Terra dei fuochi possono
molto annoiare, e si capisce, gli interpreti dello
spirito del tempo che un lavoro ben retribuito lo
hanno o che vivono in eleganti villini con prato
all’inglese. Argomenti beceri? Esattamente come quelli usati contro Sabrina Ferilli, o Alba
Parietti o Monica Guerritore, colpevoli di avere
portato un pensiero o una testimonianza di vita
e “di non avere sposato un contadino, un operaio, un cassaintegrato” (testuale dal Corriere
della sera).
Del resto, altro è il nuovo (televisivo) che avanza. Quello che si nutre famelico delle carcasse
della coesione sociale (i migranti abbandonati

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sugli scogli di Ventimiglia, la
Capitale spolpata dalle bande)
e delle istituzioni abbandonate
dall’esercito in fuga della buona amministrazione. Quello
che scarica sul Paese una gigantesca nuvola di rancore e
intolleranza. Ma quando Bianca Berlinguer raccontava del
rispetto reciproco tra suo padre e Giorgio Almirante, divisi
da tutto ma uniti nella guerra
al terrorismo, non era una favoletta buonista ma la realtà di
un tempo non lontanissimo per cui proviamo
una nostalgia profonda. A chi l’altra sera guardava senza vedere e sentiva senza ascoltare probabilmente importava poco dell’Italia volontaria che invece di urlare e imprecare si prodiga
nelle stazioni colme di umanità in fuga preparando giacigli, servendo pasti caldi. Eppure la
narrazione di Largo Annigoni (con gli inevitabili accenti retorici nazionalpopolari) li riguardava, come riguardava gli insegnanti che

difendono la Scuola (che non è
buona se non è di tutti) o il
Paese per bene e ingiustamente tartassato che versa allo Stato quanto dovuto fino all’ultimo euro.
QUESTO MONDO RENZI lo sta

perdendo. Non lo dicono i
sondaggi in caduta libera, glielo dice la statica dei corpi che
vale anche per chi governa.
Senza un ancoraggio robusto a
un blocco sociale a una cultura
di valori condivisi, il consenso galleggia finché
può e poi affonda travolto da successive onde
umorali e dal demagogo di turno, visto che tanto sono tutti uguali. E a Rosso di Sera quella sera
glielo ha spiegato, testi alla mano, Marco Travaglio che il conformismo di regime e il servo
encomio dell’informazione unica, è quanto di
più ridicolo e alla fine porta male. Meglio, molto
meglio una critica onesta e serrata. Santoro questo voleva dirgli ma chissà se Renzi l’ha capito.

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CRONACA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Finisco,
martedì
cdm gli ultimi

6 decreti attuativi

ARRIVANO martedì prossimo sul tavolo del Consiglio dei Ministri i decreti legislativi che attuano
parte della delega fiscale. Si tratta di novità rilevanti
che spaziano dalla norma sulle penali (ribattezzata
il “salva-Berlusconi”) che dovrebbe essere cancellata fino alle novità sul catasto. L’annuncio arriva
direttamente dal premier, Matteo Renzi, che spiega: “Sono pronti sei decreti legislativi che porte-

il Fatto Quotidiano

remo martedì in consiglio dei ministri e che cambieranno profondamente il rapporto tra cittadini e
Stato. Soprattutto per le aziende, all’inizio. Ma in
prospettiva anche per i cittadini”. Tra le novità fiscali attese intanto attese dovrebbe appunto saltare la norma che fissava al 3% la non punibilità
sulle imposte evase. La decisione del governo appare scontata dopo le polemiche che hanno ac-

compagnato la norma non a caso ribattezzata “salva-Berlusconi”. Inizialmente, nel provvedimento
approvato da Palazzo Chigi ma poi ritirato, era stata
inserita una soglia di non punibilità che salvava chi
aveva evaso imposte non superiori al 3% dell’imponibile dichiarato. Resteranno invece le soglie triplicate (da 50 a 150 mila) di non punibilità penale
per chi evade imposte o Iva.

Le mani di Renzi sulla Cdp
per avere un punto di Pil in più
DIMESSO BASSANINI, CHE NON SI OCCUPERÀ DI BANDA LARGA, IL GOVERNO STUDIA COME
USARE L‘ULTIMO BRACCIO PUBBLICO NELL’ECONOMIA PER SOSTENERE LA CRESCITA (A RISCHIO)
di Carlo Di Foggia

L

a verità è che il premier non ha un piano preciso, non sa
ancora bene cosa fare con la Cassa Depositi e Prestiti”. È questo lo stato dell’arte
che fonti di Palazzo Chigi affidano al Fatto: il ribaltone alla
guida dell’ultimo pezzo di economia para-statale ha preso
piede col siluramento del presidente Franco Bassanini (al
suo posto arriva l’ex banchiere
Claudio Costamagna), mentre
l’ad Giovanni Gorno Tempini
lascerà a breve.
QUALCHE IDEA sul tavolo c’è,

ma la partita è complessa. L’unica certezza, spiega chi è vicino al
dossier, è che Renzi, in un momento di difficoltà del governo,
ha optato per lo spartito cono-

sciuto: la rottamazione. Funzionale a un progetto: “Sostenere la
crescita del Pil di almeno un
punto nel 2015”, consapevole
che lo 0,7 messo nel Documento di economia e finanza è già
un obiettivo fuori portata.
L’equivoco più grande è sul futuro di Bassanini. Venerdì il
premier lo ha “dimissionato”
con un comunicato che ha creato non pochi fraintendimenti.
Nel testo si spiegava che l’ormai
ex presidente della Cdp approderà a Palazzo Chigi come consigliere “continuando a dare il
suo contributo alla realizzazione del Piano Banda Ultralarga”.
Bassanini, però, è in conflitto
d’interessi perché è presidente
di Metroweb, società della galassia Cdp che si occupa di banda larga: un ruolo senza deleghe
operative e che spetta all’azionista di minoranza (cioè il Fon-

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do strategico italiano, controllato dalla Cassa). L’incarico scadrà a marzo 216 e una riconferma appare difficile. Tradotto:
il premier ha scelto di evitare lo
strappo, garantendogli l’onore
delle armi e un ruolo indefinito.
Sotto traccia si lavora piuttosto
alla sua nomina a giudice della
Consulta (ma serve l’ok dei due
terzi del Parlamento).
AD ACCELERARE la caduta di
Bassanini sono state le mosse di
Andrea Guerra, l’ex ad di Luxottica e super-consigliere di
Renzi. Gli attriti si sono susseguiti. In primis, il futuro di Telecom. Bassanini ha tentanto di
piegare il gruppo telefonico a
un’alleanza con Metroweb prima ancora che ci fosse un
piano industriale e con un attivismo che ha indispettito
Guerra - spingendosi perfino a

NEL LIMBO
L’ex numero uno della
Cassa resta presidente
di Metroweb, ma non
ha deleghe operative.
L’ipotesi candidatura
alla Consulta
mettere in dubbio il valore della
rete che Telecom scrive a bilancio, scatenando l’ira del gruppo
guidato da Giuseppe Recchi.
Chi è vicino al dossier spiega
che al centro di tutto c’è però la
ridefinizione del campo d’azione di Cdp: attraverso il ricambio
del management si tenta di rendere più stringente il rapporto
tra politica industriale del go-

Matteo Renzi e l’ormai ex Presidente Cdp Franco Bassanini Ansa

verno e Cassa. Il primo passo è
stato l’ingresso nel fondo di
“turnaround”, il cosiddetto
“salva imprese”, che nei piani
del governo dovrebbe servire a
investire nelle imprese in temporanea difficoltà, come l’Ilva.
PER STATUTO, Cdp non poteva
intervenire nelle imprese che
vanno male e su questo è arrivato l’altro attrito Bassanini-Guerra. Nei mesi scorsi il governo ha provato a spingere
Cassa depositi a entrare direttamente nel capitale di Ilva, alla
stregua di un fondo di private
equity, ricevendo un no secco:

sarebbero scattate le sanzioni
Ue per aiuto di Stato. Qui è intervenuto il Fondo salva imprese. L’ad Gorno Tempini ha
chiesto e ottenuto uno schema
che lasciasse più spazio nella governance ai privati, con la Cassa
pronta a sborsare fino a mezzo
miliardo sotto forma di prestito
(e remunerati a un tasso basso).
Cifra insufficiente per il governo, che all’orizzonte non ha solo
l’Ilva, ma diverse operazioni. I
nuovi vertici (per il ruolo di ad è
stato precettato Fabio Gallia)
sono considerati più disponibili. Gli obiettivi ambiziosi. Valgono un punto di Pil.

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CRONACA

il Fatto Quotidiano

Csotto
enere tossica
gli ulivi, citato

sindaco di Manduria

IL PM DEL TRIBUNALE di Brindisi,
Giuseppe De Nozza, ha disposto la
citazione diretta in giudizio per Antonio Calò, imprenditore ed ex sindaco di Manduria (Taranto) imputato di gestione abusiva di discarica
per aver interrato le ceneri del carbone provenienti dalla Centrale Enel

(azienda del tutto estranea all’inchiesta) di Cerano in uliveti di sua
proprietà tra il tarantino e il brindisino. Il ministero dell’Ambiente è indicato come parte offesa. L’avvio del
processo è fissato per il 15 ottobre
2015. Le indagini sono state condotte dai carabinieri del Noe di Lecce

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

che il 14 febbraio scorso eseguirono
il sequestro di due aree, un terreno
di 6.000 metri e un altro di 3.000
metri, e di 212 formulari di identificazione dei rifiuti che riguardano
proprio l’attività di conferimento degli scarti prodotti dalla centrale, relativi agli anni 2009-2010 e 2011.

11

Calò è imputato quale titolare di
un’impresa di calcestruzzi.
Oltre alle ceneri furono ritrovati anche rifiuti di altro genere, tra cui
scarti di demolizione, calce, malta e
rifiuti solidi urbani. I terreni risultano
contaminati da vanadio, berillio, selenio e stagno.

Bussi, sapevano tutti:
le voci arrivarono al Csm
CHE LA SENTENZA AVREBBE ASSOLTO I DIRIGENTI EX-MONTEDISON ERA COSA NOTA GIÀ
PRIMA DEL VERDETTO. MA SENZA DENUNCE IL CONSIGLIO SUPERIORE NON POTEVA AGIRE
di Antonio

P

Massari

arole. Voci di corridoio. Il temutissimo chiacchiericcio.
E così si scopre che
persino al Csm, al suo vicepresidente abruzzese Giovanni Legnini, tra il dicembre
2014 e il gennaio 2015, a cavallo della sentenza, arrivano
le voci sull’assoluzione per gli
ex tecnici Montedison e i
chiacchiericci sulle anomalie
del processo. Le voci solitamente sono accompagnate da
volti, nomi e cognomi, talvolta documenti e persino tesserini d’un qualche ordine. Ma,
fintanto che restano voci, un
vicepresidente del Csm che
può farci? Niente.

tempo – attraverso voci, fonti
dirette o indirette – le eventuali anomalie che l’hanno
contraddistinta. Il motivo è
semplice: gran parte delle persone che hanno avuto il sentore di qualche anomalia appartengono allo Stato. Ma fino
al 13 maggio – salvo smentite
– lo Stato è rimasto ufficial-

SE NON C’È NEANCHE uno

straccio di esposto, l’ombra di
una nota firmata, Legnini con
tutte queste voci, che ci può
fare? Niente, ci fa. Poi arriva il
13 maggio: il Fatto Quotidiano
rivela le presunte pressioni
sulle giudici popolari della
Corte d’Assise. E il Csm – che
questa volta è in condizioni di
agire - avvia immediatamente
una pratica per fare chiarezza.
È un gesto che a Legnini deve
essere riconosciuto. Nel pomeriggio, a poche ore dalla
pubblicazione del nostro articolo, previo riscontro con l’avvocatessa dello Stato Cristina
Gerardis, che conferma gran
parte di quanto abbiamo scritto, la pratica al Csm è già stata
avviata.
Le voci giunte al Csm restano
però una notizia, perché a noi
sembra importante raccontarla tutta, la storia che gira intorno alla sentenza di Bussi,
incluso chi ha registrato nel

IL VERDETTO
Il vice presidente
Legnini si è mosso
subito dopo gli articoli
del Fatto, i tanti che
sapevano non avevano
mai fatto nulla
mente in silenzio. È il 13 maggio che quelle voci, quel chiacchiericcio, si trasformano finalmente in una notizia. Quella notizia aveva una firma: la
nostra. E così interviene il
Csm e persino la procura di
Campobasso, che sta indagando, e l’altro ieri ha sentito per
ben sette ore, come persone
informate sui fatti, i due (a nostro avviso ottimi) pm che so-

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stenevano l’accusa contro la ex
Montedison, Giuseppe Bellelli
e Anna Rita Mantini.
SECONDO le testimonianze
raccolte dal Fatto Quotidiano e

dalla procura di Campobasso,
però, anche i due pm appartengono alla lista di coloro che
avevano saputo, ben prima
della sentenza, che si andava
verso l’assoluzione. E l’avevano anche detto in giro, come
vedremo. L’abbiamo scritto
due giorni fa ma gli abruzzesi
– tranne i lettori del Fatto - non
lo sanno perché - a parte l’informatissimo quotidiano on
line primadanoi.it - né il Centro
né il dorso locale del Messaggero hanno ritenuto di diffondere la notizia. Che pure - considerato il sospetto di una sentenza viziata da pressioni, considerato che riguarda la più
grande discarica abusiva d’Europa, considerato che stiamo
parlando di falde acquifere inquinate che danno da bere a
circa 700mila persone – forse
ha la sua importanza e non
soltanto in Abruzzo. Sarà un
caso, ma il silenzio è calato
quando il Fatto Quotidiano –
senza essere smentito – che ad
essere al corrente delle “anomalie” sul processo c’era anche un altro uomo dello Stato:
il presidente della Regione
Abruzzo, Luciano d’Alfonso,
ripetutamente (e inutilmente)
contattato dal Fatto per avere
una conferma o una smentita.
A oggi non ha mai smentito.
Due giorni fa, abbiamo aggiunto che – in base a più fonti
anonime che abbiamo riscontrato - fu proprio d’Alfonso ad
avvertire i due pm, prima della
sentenza, che sul processo gravavano delle anomali. Ora pe-

rò immaginate questa scena,
che il Fatto quotidiano può rivelare con nuovi dettagli. Siamo a dicembre e i pm dell’accusa, avendo saputo che la
sentenza è in qualche modo
già scritta e si va verso l’assoluzione, incontrano, in
compagnia di un agente di polizia giudiziaria del corpo forestale dello Stato, sia l’avvocatura dello Stato, sia altre
parti civili. E dinanzi a tutti
dichiarano: “Si va verso l’assoluzione”. Guardatela questa
fotografia: c’è tutto lo Stato!
Due pubblici ministeri, la polizia giudiziaria, l’avvocatura
dello Stato: tutti hanno notizia
che, nel processo, c’è qualche
anomalia. Aggiungiamo che le
voci raggiungono persino il
Csm e c’è da chiedersi, davLa discarica di Bussi a lato il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini Ansa

I SENTORI
Due pubblici ministeri,
la polizia giudiziaria,
l’avvocatura dello
Stato e il presidente
abruzzese D’Alfonso
erano informati
vero, chi altri possa mancare
all’appello. Fin qui siamo alla
vigilia della sentenza. E dopo?
E quando – come da profezia i 19 ex dirigenti Montedison
vengono assolti dal reato di
avvelenamento delle acque,
quando viene prescritto il reato di disastro ambientale, derubricato da doloso in colposo, che accade? Si scopre che le
giudici popolari, durante una

cena in pizzeria, erano state
edotte dal presidente della
corte d'assise, Camillo Romandini: se avessero condannato per dolo, e poi la sentenza
fosse stata ribaltata in appello,
avrebbero rischiato pagare
danni fino al punto di perdere
i propri beni personali. Non
rivelerò la fonte, ma vi assicuro che non era un segreto,
poiché fu qualcuno a mettermi sull’avviso e, incontrando
le giudici popolari, si scopre
che – addirittura! - avevano
predisposto un esposto da inviare al Csm, per rappresentare tutta la loro frustrazione
nel non aver letto gli atti e, soprattutto, per la discussione
avvenuta durante la cena in
pizzeria. Poi qualcuna, tra le
giudici, si tirò indietro e non se
ne fece più nulla. E non dimentichiamo che in quanto
giudici – sebbene popolari –

rappresentano lo Stato anch'esse. Il Fatto Quotidiano ha riportato le loro testimonianze e
sono finalmente intervenuti il
Csm e la procura di Campobasso. Resta ancora un vuoto
da colmare, però. Non abbiamo letto una sola intervista a
d’Alfonso, una sola domanda
sull’argomento, nessuno che
gli abbia chiesto se è vero o e
falso quello che abbiamo scritto, nessuno che gli abbia chiesto se davvero sapeva in anticipo della sentenza, nessuno
che gli abbia chiesto nome e
cognome di chi – eventualmente – gli avesse fornito la
notizia. Come se la parola
Bussi, ormai, sia stata essa
stessa derubricata: Bussi, ex
discarica, ora seconda persona, modo imperativo, del verbo bussare: bussi. E noi continueremo a bussare, questo è
certo.

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INCHIESTA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

IL GRAND TOUR

IN CASA
INDIANA

La comunità silenziosa e ordinata che viene dal
Punjab
e raccoglie
pomodori,
insalata e ortaggi
nelle campagne
intorno a Latina.
Spesso rischiando
la vita per una
paga da fame

LA SESTA TAPPA
COME NEL CALCO, NOI
SIAMO LA SERIE B DELLA
CITTÀ, UNA SUCCURSALE,
L’APPENDICE ROMANA
TRASLOCATA SUL MARE
di Antonello

il Fatto Quotidiano

Caporale

Questo diario è una piccola indagine itinerante
e illustrata di come gli italiani custodiscono,
cambiano o sfasciano l’Italia...

L

adispoli era a metà tra il
mare e il niente. Senza una
piazza vera, senza un municipio vero, un campanile
vero. Era un camminamento tra la spiaggia nera e l’autostrada, un territorio attraversato da due
fiumi, il Sanguinara e il Vaccina. Roberto
Rossellini - che qui ha vissuto - l’ha amata
tanto proprio in virtù della sua inconsistenza. Un perfetto “non luogo”, direbbe l’antropologo francese Marc Augè.
Ladispoli, che nel 1949 era ancora frazione di
Civitavecchia, nel 1983 contava solo ottomila abitanti. Con gli anni si è gonfiata come
la pancia di una rana. Prima diecimila, poi
quindicimila, poi venticinquemila. Poi trenta e infine quarantamila. Il numero provvisorio di oggi. “Muratori, piastrellisti, insegnanti, donne incinte senza più compagni,
vedove con l’incubo dell’affitto di Roma, anziani con la pensione sociale. Poi i disoccupati, o i precari. E infine gli immigrati:
prima gli ebrei russi, i polacchi, poi i serbi, i
kosovari, gli africani del Senegal e dell’Eritrea. Infine la sede eletta dei rumeni d’Italia.
La mia città è troppo vicina a Roma per non
essere una fantastica piattaforma della provvisorietà. Chi non trova posto in città viene
qua. Nel calcio ci sono le squadre di serie A e
serie B. Noi siamo la serie B della città, una
succursale, l’appendice romana traslocata
sul mare”.

Sul litorale del Lazio,
rifugio periferia
a due passi da Roma
DA LADISPOLI A SABAUDIA VIAGGIO OLTRE LA CAPITALE
TRA PALAZZI RUMENI E CAMPI CUSTODITI DAI SIKH

Dove i ricchi stanno in periferia
e i poveri sul lungomare

Fabio insegna storia e scrive sul giornale di
Ladispoli, Binario tre. Il binario è l’unico collettore, il tubo che la unisce alla capitale e le dà
una ragione di vita. Alle sette del mattino si
va, schiacciati come sardine. Alle cinque del
pomeriggio si torna, schiacciati come sardine. A Ladispoli, generalmente, resta solo il
tempo di dormire. Fabio è uno dei pochi che
resta in città. Uno dei pochi ad esservi nato e
ad amarla immensamente: “La mia ragazza
mi ha lasciato. Non ce la faceva a fare la pendolare con Roma. Quando mi ha domandato:
vuoi me o Ladispoli? Non ho avuto dubbi: Ladispoli”.
A Ladispoli i ricchi stanno in periferia e i poveri sul lungomare. I ricchi, cioè i benestanti
che hanno potuto contrarre un mutuo trentennale per l’acquisto di una villetta a schiera,
hanno puntato a tenersi uniti, per riconoscersi, lungo i complessi sorti allo svincolo autostradale, poche decine di chilometri a sud di
Civitavecchia e un po’ prima di Fiumicino.
Costruzioni basse, giardini ben tenuti, viabilità scorrevole e asfalto in migliori condizioni
di quello dei Parioli. Ladispoli, a dispetto dei
pregiudizi, è ordinata. Si è gonfiata senza perdersi nell’abusivismo, ha avuto la fortuna di
tenere la pianura ai fianchi. Il cemento ha ottenuto tutto lo spazio che desiderava. In faccia ha il mare, ma non è da cartolina.
Mirko e Carola, coppietta sulla panchina:
“Mai fatto il bagno qui, non è balneabile e la
sabbia non è invitante. Il mare si vede. L’odore del mare arriva invece a sprazzi, zaffate mixate da agenti chimici non meglio identificati”. “I rumeni stanno tutti in questo blocco di
palazzi. Guarda le targhe, tutte straniere”, dice Silvia, collega di Fabio. “A dispetto di quel
che si pensa non esiste crisi sociale tra gli immigrati e gli italiani. Sono pochi gli episodi di
razzismo alimentati da alcuni clochard che
non hanno dove andare e stazionano nei giardinetti, trasformando siepi e panchine in ori-

natoi”.
Seguiamo la direzione degli aerei all’atterraggio
a Fiumicino, da nord verso sud, e ci teniamo alla
larga da Roma. Di domenica mattina il grande
raccordo anulare è una lingua d’asfalto senza
lamiere, libero dalla paura dello stop improvviso, del disgraziato imprevisto. Una via larga e
dritta verso la meta. Ma una piccola fortuna si
compensa con una grande sfortuna. La domenica è il giorno prediletto dei romani che scelgono il mare, un’orda di clacson che si riunisce
all’Eur e si incolonna verso Ostia o sulla Pontina, la strada che conduce al Circeo.
Dopo l’asfalto del Gra, verso Littoria
al ristorante dal Duce

È una bretella che nei giorni della settimana serve a misurare la distanza che separa Torvaianica, Aprilia, Pomezia e le altre città satelliti dalla Capitale. Quasi sempre un’infinità. Alla domenica la coda si allunga ancora di più e stretti
stretti si tenta di raggiungere, in tempo per il
pranzo a Sabaudia, tra le dune del Duce.
Prima delle dune il Duce, durante gli anni della
costruzione di Littoria, l’odierna Latina, si consolò con gli gnocchi dell’unico ristorante aperto
nella città eletta del fascismo: l’Impero. Che oggi è esattamente nel luogo in cui sorse allora: in
piazza della Libertà, di fronte alla prefettura. Al

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posto del papà alla cassa c’è sua figlia Iris Silvestri, solo novantadue anni. “Si stava meglio
allora”, dice. E si capisce. Sua cognata Marisa
Piemontesi, di qualche anno più giovane, è l’assistente di sala. In cucina Alessandro, di soli 75
anni. Alle pareti lo sviluppo della grandeur
mussoliniana. Lui da solo. Lui con i gerarchi. E
poi il principe, le milizie, le piante della città in
costruzione. L’epica del tempo. Gnocchi anche
per noi!
Alle quattro del pomeriggio è l’ora della pennichella. Le villone tra le dune di Sabaudia sono
già aperte. È la società affluente che riposa, stanca di una settimana di impegni metropolitani e
in ambasce per la fatica del ritorno che s’annuncia in colonna sulla Pontina, così com’è stata
l’andata. Questa volta, a dispetto di Ladispoli, i
ricchi si sono presi il mare, le dune, la meravigliosa macchia mediterranea. Tra loro e la Pontina ci sono i sikh, gli schiavi moderni, eroi delle
nostre tavole. A loro, una comunità che da queste parti raggiunge il numero di 1200 persone, è
devoluta la selezione e raccolta degli ortaggi, la
presa in carico di pomodori e zucchine, angurie
rosse, pesche e albicocche, fragole, insalata riccia, lattuga.
I ricchi riposano al mare e i sikh attendono il
lunedì nei capannoni agricoli adibiti ad abitazione, oppure in comodi bilocali che gli italiani

si fanno pagare 600 euro al mese. I sikh non
sporcano, non si ubriacano (l’alcol è vietato
dalla loro religione), sono disciplinati, eseguono con cura l’attività cui sono chiamati. E
soprattutto non protestano.
Nel deposito degli attrezzi di una fattoria di
Sabaudia giacciono nell’attesa di riprendere il
lavoro, prima che il sole si alzi, Satwant Singh
25 anni e il suo amico Sowant di 28 anni.
“Vengono dal Punjab e fanno parte dell’élite
imprenditoriale nella loro realtà.
Il trasferimento in Europa è sempre provvisorio e serve a raccogliere il danaro da investire nel loro Paese.
Dietro le dune di Sabaudia, nel regno
del lavoro a 3 euro l’ora

In genere sono imprenditori agricoli, gente
che conosce la terra e aspira a un benessere
che, senza questi viaggi, sarebbe impossibile
da agguantare”, dice il sociologo Marco
Omizzolo, mediatore culturale e voce italiana
all’interno della comunità. Quanto guadagna
Satwant? Lui, imbarazzato: “Bene, anche novecento euro al mese”. Sicuro? Novecento?
Lo interrompe Harbajan, l’anziano della comunità, responsabile nel tempio delle cucine
pubbliche (la mensa comune è un elemento
strutturale della religione sikh. Al tempio ci si
ritrova e si mangia lo stesso pasto, un modo
per affermare il principio di uguaglianza, uno
dei pilastri della cultura di
questo popolo del nord
SOTTO
dell’India ndr). “Alcuni
LA MAGA
guadagnano settecento euIl Circeo visto
ro, altre seicento e non è raro
da Sabaudia.
che alcuni di noi si trovino di
Dietro
fronte datori di lavori che
le villette,
non rispettano l’impegno. O
il lavoro nero
ritardano di mesi i pagamenti oppure, purtroppo, si
dilegua no”.
Il contratto nazionale per i braccianti agricoli
prevede un corrispettivo di otto euro per ogni
ora lavorata. Qui nel Lazio non si arriva ai tre
euro, per dieci ore di lavoro al giorno. A che
ora ti svegli Satwant? “Alle tre del mattino,
andiamo a letto alle nove della sera”. Piegati
nelle serre per dieci ore al giorno. Freddo o
caldo. Inverno o estate. Fatica mostruosa alla
quale a volte si fa fronte – per sopportarla –
anche con la droga. Harbajan: “So di persone
che ne fanno uso”.
Drogarsi per lavorare, e pregare perché la
Pontina non li mandi prima del tempo al
Creatore. “È successo, succede spesso purtroppo. Noi andiamo in bici, e a volte gli italiani...”. A volte succede persino che gli italiani, magari gli stessi che chiedono legalità,
controllo e poi, alla luce di queste serre li tengano fuori dalle regole e dalla dignità, si esercitino a mandarli a gambe all’aria. Aprendo lo
sportello con l’auto in corsa, lanciando bottiglie di birra vuote. “Ma noi ci troviamo bene
qui”, dice Harbajan.

(6 – continua)

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MONDO

il Fatto Quotidiano

M
igranti, Bruxelles
tratta con entrambi
i governi libici

LE COSE DEL MONDO sono complicate, in Libia
al momento ancora di più. È di ieri la notizia che è
in corso da due giorni in Libia una non meglio
specificata missione tecnica dell’Unione europea
per cercare di coinvolgere i libici nel contrasto
all’immigrazione. E qui c’è il primo problema: in
Libia ci sono (almeno) due governi. Il primo, riconosciuto dalla comunità internazionale, sta a

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Tobruk, nella parte orientale del paese, e non
controlla né Tripoli, né il tratto di costa da cui
partono i barconi per l’Europa; lì c’è un altro governo, non riconosciuto, appoggiato dalle milizie
islamiste. A quanto pare, i tecnici di Bruxelles
stanno trattando con entrambi e soprattutto con
quelli di Tripoli: il punto è che a breve partirà la
missione navale europea, che ha l’obiettivo di cat-

13

turare e affondare i barconi (vuoti, s’intende). Per
farlo, durante l’inseguimento, potrebbe spingersi
anche in acque libiche. Solo che il governo islamista ha già fatto sapere che non gradirebbe e ha
lasciato intendere che potrebbe anche sparare
sulle navi dell’Unione. “Gli europei dovrebbero
colpire le reti di trafficanti in Italia”, ha detto ieri
all’Ansa il portavoce di Tripoli, Jamal Zubia.

La Grecia pro-euro
assedia Tsipras.
Possibile intesa-ponte
CORTEI A FAVORE DELLA MONETA UNICA, LA BANCA CENTRALE
CONTRO IL GOVERNO. VAROUFAKIS: “SE MERKEL DÀ UN SEGNALE...”
di Marco Palombi

C

i sono piccoli segnali che
contano più di centinaia di
ponderose analisi politologiche. Pezzi rilevanti
dell’establishment greco - quello che
ha governato (male) il Paese fino alla
vittoria di Syriza - sono convinti che
il tempo di Alexis Tsipras sia finito e
che è ora di tornare a farsi sentire.
Giovedì sera, ad esempio, cinquemila persone hanno sfilato per chiedere
subito un accordo con i creditori
purchessia e sono stati gentilmente
lasciati arrivare fin sulla porta del
Parlamento. Un po’ da maggioranza
silenziosa gli slogan: “Sì alla Grecia
degli imprenditori e no ai teppisti
nazionali”. Prossimo appuntamento
in piazza domani.
POCHE ORE PRIMA - e significati-

vamente alla vigilia dell’ennesimo
vertice dei ministri delle Finanze
dell’Ue - il governatore della Banca
centrale greca ha preso posizione
contro una eventuale uscita dalla
moneta unica prefigurando un futuro di bibliche sofferenze, non esclusa
probabilmente la solita invasione
delle cavallette. È appena il caso di
ricordare che il governatore risponde al nome di Yannis Stournaras, che

L’analista

poi è l’ex ministro delle Finanze del
governo Samaras, quello bocciato
dagli elettori a gennaio. Ieri, su Repubblica, il leader del partito centrista
Potami, Stavros Tehodorakis, ha
spiegato che “Tsipras non può portare la Grecia fuori dall’euro. Non ne
ha il diritto e soprattutto non è stato
votato da milioni di elettori per fare
questo. Lui lo sa e mi ha garantito che
se sarà costretto a dire di no a ogni
compromesso, allora porterà subito
il Paese alle elezioni”.
Se si arrivasse a quel punto, in ogni
caso, è assai probabile che la maggioranza parlamentare guidata da
Syriza si sfalderebbe. Tehodorakis ha
poco di cui preoccuparsi. La sensazione, però, è che non sarà questo
quel che accadrà. Ieri la stampa te-

RIMANDATI
Secondo indiscrezioni,
la Ue concederà
un prestito di sei
miliardi dal fondo Esm
per rinviare le scelte
definitive a settembre

desca anticipava la possibilità che nei prossimi
giorni - ma probabilmente non nel Consiglio europeo di lunedì si troverà un accordo
ponte per rinviare almeno a settembre il
momento in cui bisognerà fare una
scelta definitiva: un’estensione del
programma di aiuti grazie al trasferimento di 6 miliardi di euro dal fondo Esm alle casse greche. In cambio il
governo Tsipras si impegnerebbe a
dire sì alle proposte di riforme fatte
dalla Commissione europea.
C’È UN PROBLEMA: per quanto le

difficoltà - tipo i cinque miliardi di
euro ritirati dalle banche da lunedì a
venerdì - stiano ammorbidendo le
posizioni dell’esecutivo Tsipras, nella lista della spesa non possono esserci le pensioni se non con interventi assolutamente marginali. Per
questo il ministro delle Finanze di
Atene, Yanis Varoufakis, in un colloquio col numero domenicale della
Frankfurter Allgemeine Zeitung, ha fatto
sapere che Atene è pronta a scendere
a compromessi se Angela Merkel, al
vertice di lunedì, darà “segnali significativi” di non voler umiliare la Grecia. Cosa significa? Basta non chie-

La manifestazione pro-euro di giovedì davanti al Parlamento greco Reuters

dere all’esecutivo Tsipras “di fare
quello che hanno fatto i governi precedenti” e cioè “accettare un nuovo
debito a condizioni che danno poco
margine alla Grecia per ripagarlo”.
Atene, lunedì, si presenterà al tavolo
europeo - almeno così sostengono
rappresentanti del governo greco con nuove proposte soprattutto su
Iva e pensioni. Un passo verso le richieste dei creditori, che però non
saranno comunque accolte in pieno.
Verso l’idea che sia possibile almeno
un’intesa ponte spingono tanto le
pressioni statunitensi - la Grecia è un
paese Nato e Washington non vede
certo di buon occhio l’avvicinamento di Tsipras a Putin - che le mosse
della Bce di Mario Draghi. Tsipras,
che ieri sera ha sentito al telefono il
presidente della Commissione Ue
Jean Claude Juncker, dovrà cedere
un bel po’ rispetto a quanto avrebbe
voluto: a quel punto, il suo problema
sarà capire se avrà ancora una maggioranza in Parlamento.

L’EX MINISTRO

Paolo Ferrero

“Tifo Syriza
per cambiare
pure l’Italia”
di Lorenzo Vendemiale

a sinistra europea s’è riunita ad Atene per
L
stringersi intorno a Syriza nel momento
decisivo della trattativa con Bruxelles. “Una

battaglia che riguarda i popoli di tutto il continente, e non solo la Grecia”. Paolo Ferrero,
segretario di Rifondazione comunista, parla
dal Consiglio dei presidenti di Sinistra Europea, dove ha incontrato Euclides Tsakalos,
il capo delegazione del governo greco, e Tasos
Koronakis, segretario nazionale di Syriza.
Ferrero, un appuntamento abituale, in un momento molto particolare...

L’associazione riunisce i
principali partiti di sinistra
del continente. Sono giorni
cruciali per il futuro
dell’Unione. E anche la scelta di trovarci ad Atene non è
casuale.

Wolfango Piccoli

“Faranno l’ennesimo accordicchio”
di Roberta Zunini

A

tene ha ufficializzato che farà solo piccole
modifiche alle sue proposte. Per evitare il
default, il governo greco ha messo in cima alle sue
richieste la ristrutturazione del debito. Secondo
Wolfango Piccoli, direttore delle ricerche della
Teneo Intelligence, una società di consulenza
americana che valuta i rischi politici, è una richiesta legittima. “Il problema però è come arrivarci. Il Fmi, per esempio, già nel 2012 non lo
aveva escluso. Di sicuro, se anche ci fosse l’intenzione politica da parte dei creditori, sarebbe
un processo lento. Lo scatto politico inoltre sarebbe incentivato dalla messa a punto delle riforme strutturali richieste alla Grecia. Ma, finora,
il governo greco non ha fatto nulla, se non avanzare proposte ridicole”.

vuole fare per non colpire ulteriormente il popolo
greco già asfissiato dai precedenti tagli.

Le pensioni greche incidono per il 16% del Pil.
Un esborso enorme e non basta quindi tagliare
solo le baby pensioni e le pensioni d’oro. Anche
l’Iva va alzata perché è la fonte di guadagno più
sicura, veloce e calcolabile in anticipo per gestire
il futuro del paese. Gli scaglioni Iva che la Grecia
vuole realizzare, rispetto a quelli proposti dai creditori, sono largamente insufficienti.
Atene uscirà dalla moneta unica?

A mio avviso non ci sarà né un default, né la
Grexit, ma un accordo dell’ultimo minuto che
posticiperà per l’ennesima volta la risoluzione dei
problemi fondamentali. Voglio però sottolineare
che una cosa è fare default, cioè dichiarare il fallimento dello Stato, un’altra uscire dall’euro.
Si spieghi meglio.

Perché le ritiene ridicole?

Perché è irrealistico, ad esempio, pensare che si
possano trovare 600 milioni da mettere sul tavolo
di Bruxelles attraverso una tassa speciale del 12%
sui profitti oltre a un milione di euro. Questa è
una delle proposte del governo greco, che ha limitate capacità amministrative come si è visto
dal mancato versamento alla cassa centrale dei
proventi comunali stabilito per decreto da Tsipras. Un’altra misura irrealistica proposta è quella di trovare altri milioni vendendo le frequenze
televisive.
Perché è irrealistica?

Tutti i media greci non hanno il becco di un
quattrino. Non potrebbero comprarle quindi.
Cosa dovrebbe fare allora la Grecia?

La riforma dell’Iva e delle pensioni.

Ma sono proprio quelle che il governo Tsipras non

SI PERDE
COMUNQUE
Se l’intesa sarà dura,
il governo non avrà
più maggioranza;
se invece sarà Grexit,
si andrà a votare
coi bancomat bloccati
e il turismo che crolla

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Sono due processi ben diversi. Circa l’uscita
dall’euro, che ritengo del tutto improbabile, pesa
la linea del governatore della Banca centrale europea Draghi, che vuole evitarla. Draghi ha ribadito che il default di Atene non è un problema
solo finanziario bensì politico.

Domani è il giorno decisivo.

C’è da stabilire se le politiche di austerità dell’Ue hanno soppiantato la democrazia e la sovranità dei popoli.

Ci sono Trattati o norme europee che impongono
l’uscita dall’euro di un paese membro Ue a seguito di insolvenza?

E qual è la risposta?

No. Chi dovesse mai prendere la decisione di far
uscire la Grecia dalla moneta unica, non ha a
disposizione una procedura da seguire e in aggiunta se ne dovrà assumere la paternità visto che
Tsipras ha detto più volte chiaramente di non
voler uscire dall’euro.

Cosa dicono i dirigenti di Syriza?

Sembra che tutti siano in trappola: qualsiasi cosa
facciano, è sbagliata.

È così. Per questo si cercherà di arrivare, ancora
una volta, a un altro prestito-ponte. Di certo Tsipras si trova in una brutta situazione: se ci
sarà un accordo duro per la Grecia, probabilmente non verrà
votato in Parlamento da tutto il
suo partito, ma dall’opposizione. Il premier quindi potrebbe
perdere la sua maggioranza parlamentare. Se usciranno dall’euro, è probabile che il governo cadrà perché ancora oggi il 75 per
cento dei greci non vuole uscire
dalla moneta unica. A quel punto si dovrebbero tenere nuove
elezioni coi bancomat bloccati e
Wolfango Piccoli, direttore
il turismo, l’unica industria del
ricerche per “Teneo Intelligence”
paese, in crollo verticale.

Dipende dall’esito della trattativa fra il governo greco e Bruxelles.
Sono ottimisti, perché hanno la coscienza a
posto. Hanno fatto di tutto per venire incontro alle richieste della Commissione, almeno
sul piano quantitativo. Ormai non si tratta più
di una questione economica, ma politica.
Ovvero?

La Commissione pretende che Atene intervenga sulle pensioni. Tsipras è disposto a stare
nei parametri fissati con altre misure non recessive. Ma Bruxelles non può dettare scelte
politiche ad un governo. Sarebbe la morte della sovranità popolare e nazionale.
Come finirà?

La priorità della Grecia è trovare l’accordo,
ma non sono disposti a toccare le pensioni.
Certo, senza intesa Atene a fine mese non pagherà la rata del debito. Ma la trattativa è ancora lunga. In ballo c’è molto di più del destino di un singolo Paese.
In che modo la vicenda ci riguarda?

Se Atene ce la fa, tutta la manfrina del “ce lo
chiede l’Europa” verrà ridimensionata. Cadrà
il velo sull’ipocrisia dei nostri politici. Syriza
può diventare un esempio per i popoli e per i
partiti di sinistra di tutto il continente. Noi
tifiamo per loro.

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14
a cura di Vauro

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L’inferno dantesco
di Matteo peccatore

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16

MONDO

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Pianeta terra

il Fatto Quotidiano

TURCHIA ESPULSI QUATTRO GIORNALISTI
Quattro giornalisti sono stati fermati dalla polizia
turca mentre tentavano di rientrare dalla Siria: si
tratta di Riccardo Chartroux e Valter Padovani
(Rai), di Giuseppe Acconcia (Manifesto) e Samuel Forey (Le Figaro). Per loro espulsione immediata e un’interdizione di due anni. Reuters

LIBIA CONCORSO DELL’ISIS: “VINCI UNA SCHIAVA”
Una schiava è il premio che l’Isis nell’est della Libia ha messo in
palio per i primi tre classificati di un concorso di recitazione di versetti coranici riservato ai “soldati dello Stato islamico”. È quanto
emerge da un bando diffuso sul web in occasione del Ramadan. Ansa

Mosca, una infiltrata
nella fabbrica dei troll
SAVCHUK HA LAVORATO PER DUE MESI A INTERNET-ISSLEDOVANJA DOVE DECINE
DI GIOVANI HANNO IL COMPITO DI SCREDITARE SUL WEB I NEMICI DI PUTIN E DELLA RUSSIA
di Giuseppe

Agliastro

I

Mosca

l Cremlino controlla la
stragrande maggioranza dei mass media russi. Ma non basta: c’è un
piccolo esercito di persone
pagate per inondare il web di
commenti a favore di Vladimir Putin e screditare i suoi
nemici. È quello che racconta
Liudmila Savchuk, una reporter freelance che per più di due
mesi ha lavorato a San Pietroburgo in quella che i giornali di tutto il mondo hanno
già ribattezzato come la “fabbrica dei troll”. Una società
dietro cui, stando ad alcuni
giornali dell’opposizione, si
celerebbe un fedelissimo dello
‘zar’ Putin: il re della ristorazione e gran vincitore di gare
pubbliche Yevgheniy Prigozhin, che due anni fa si aggiudicò un colossale appalto
da due miliardi di dollari per
fornire pasti già pronti a scuole e caserme.
PARLA VELOCEMENTE Liud-

mila, ed è spesso costretta a
interrompersi per rispondere
al cellulare, che squilla in continuazione da quando la sua
avventura ha attirato l’attenzione della stampa internazionale. La incontriamo in un
caffè dell’antica capitale russa
poco prima dell’inizio del processo contro i suoi ex datori di
lavoro, che lei ha querelato.
Formalmente per non averle
mai fatto un contratto regolare e averla sempre pagata in
nero, ma “l’obiettivo principale - spiega - è far uscire allo
scoperto i responsabili” di

questa misteriosa società creata per promuovere il punto di
vista del Cremlino: Internet-Issledovanja, ovvero “Ricerche
internet”. Liudmila, 34 anni,
tiene subito a sottolineare che
lei non è una semplice ex troll
- una provocatrice che interviene nelle discussioni su Internet per intralciarle o indirizzarle - ma una giornalista
che è riuscita a infiltrarsi nel
palazzo di quattro piani di via
Savushkina 55 dove - lei sostiene - sono probabilmente
in centinaia a sparare a raffica
messaggi e post che esaltano
Putin e si scagliano ferocemente contro i suoi oppositori

IN TRIBUNALE
La giornalista ha
denunciato la società
per il contratto in nero:
“On line ero una
indovina, prevedevo
guai per l’Ucraina”
interni e internazionali. “Le
persone che lavorano lì dentro
- ci racconta - sono per lo più
giovani, studenti o neolaureati in cerca di una prima occupazione che scrivono cosa
gli dicono senza pensare, senza porsi alcun problema.
Quelli della mia età - aggiunge
- sono un’eccezione”. Ad attrarre i troll è la paga: in cambio di turni giornalieri di 12
ore si ricevono infatti
600-1000 euro al mese: som-

me non stratosferiche ma che
di certo fanno comodo, soprattutto quando si hanno 20
anni si vive in un Paese in recessione economica. Al colloquio di lavoro, Liudmila si è
spacciata per una casalinga e,
sapendo che le avrebbero controllato foto e post su VKontakte (il Facebook russo), ha
ripulito la sua pagina personale da tutto quello che avrebbe potuto compromettere la
sua assunzione. “Ho nascosto
gli amici attivisti e ho cancellato le foto delle manifestazioni”.
IL 2 GENNAIO, dopo aver fir-

mato un pezzo di carta in cui
si impegnava a non divulgare
cosa succedeva in ufficio, ha
iniziato a lavorare. “La struttura è divisa in dipartimenti,
io sono stata assegnata a quello che si occupa dei blog su
LiveJournal. Dovevo gestirne
tre: uno era quello di una fantomatica indovina che tra un
consiglio e l’altro si diceva
preoccupata per la situazione
in Europa e prevedeva guai
per l’Ucraina”. A indicare gli
argomenti da trattare sono dei
superiori: “Per esempio - ricorda Liudmila - quando Boris Nemtsov è stato ucciso
praticamente sotto il Cremlino, è stato assegnato a tutti il
compito di addossare la colpa
ai suoi amici dell’opposizione,
al governo ucraino e ad americani ed europei”. L’11 marzo
è l’ultimo giorno nella “fabbrica dei troll” per la reporter:
si sono accorti che è stata lei a
girare un breve filmato che
mostra per un attimo i giovani
operai della propaganda del

Cremlino all’opera. Un video
fatto con il cellulare e che
Liudmila ha consegnato a Andrey Soshnikov, un amico e
collega della testata Moi Raion,
che ha scritto un articolo sulla
vicenda. E lo stesso ha fatto
Novaia Gazeta. Liudmila non è
l’unica ad aver svelato i segreti
della “fabbrica dei troll”, altre
persone che ci hanno lavorato
hanno raccontato le loro esperienze, ma a patto di restare
anonimi. Lei ci ha messo la
faccia: e ora riceve email con
offese e minacce. La battaglia
di Liudmila continua in tribunale: la prossima udienza è
domani.

Il presidente Vladimir Putin e la reporter Liudmila Savchuk Ansa

BIN LADEN Usa: “Non c’è
un certificato di morte”
aro Mr. Abdullah bin Laden, ho riC
cevuto la sua richiesta per il certificato di morte di suo padre, Osama bin

Laden. Sono stato informato che non è
stato rilasciato alcun certificato di morte.
Coerentemente con le pratiche per gli individui uccisi nel corso delle operazioni
militari”. La data è quella del 9 settembre
2011. Dieci anni dopo l’attentato alle
Torri Gemelle, quattro mesi dopo l’uccisione del terrorista, l’ambasciata Usa in
Arabia Saudita rispose così, a firma del
console generale Glen Keiser, al figlio di
bin Laden. Il documento è stato pubblicato sul sito di Wikileaks tra altre centinaia di migliaia provenienti dagli archivi del ministero degli Esteri saudita. Una
raccolta denominata “The Saudi Cables”,
formata da oltre 61 mila cablogrammi.
Nel testo, in assenza di un atto ufficiale, il

Obama, unico disarmato d’America
IL PRESIDENTE NON TROVA ALLEATI PER NUOVE REGOLE SUL POSSESSO DI PISTOLE, ANCHE DOPO CHARLESTON
di Giampiero Gramaglia

eppure dopo i morti di Charleston, gli ameN
ricani depongono le armi e ammainano la
bandiera dell’odio razziale, quella che Barack

Obama vorrebbe riposta nei musei: la bandiera
confederata evoca la Guerra di Secessione, Nord
contro Sud, abolizionisti contro schiavisti, Lincoln contro Lee. Al Sud, ma non solo, è ancora
spesso esibita, sempre abbinata alle note di Dixie,
inno non ufficiale della Confederazione. Una
bandiera che, fino a venerdì, sventolava sul Parlamento e il Governo della South Carolina, a Columbia, la capitale, nonostante il massacro mercoledì di nove afroamericani nella storica Black
Church della vicina Charleston. Le famiglie delle
vittime e le comunità dei neri attraverso l’Unione
hanno percepito quello sventolio come “un insulto”. La bandiera confederata, adottata nel 1861
dagli Stati del Sud che volevano staccarsi dal
Nord (tra essi, la South Carolina), è tuttora un
simbolo per chi crede nella supremazia dei bianchi. E alcuni Stati del Sud ne conservano l’immagine nella loro bandiera o la innalzano uffi-

cialmente per onorare quanti combatterono nella
Guerra Civile. Un clima ‘culturale’ che ha esaltato
Dylann Roof, 21 anni, il killer di Charleston: su
un suo sito, creato a febbraio, un 'proclama’ della
supremazia bianca e decine di foto, con la pistola
in pugno oppure nei luoghi delle sconfitte confederate. Fatti che testimoniano come l’America
di Obama fatichi a superare i suoi pregiudizi razziali. Anzi, Le Monde rileva che il primo nero alla
Casa Bianca non solo non ha attenuato le tensioni
razziali, ma, per il solo fatto di essere stato eletto,
le ha acuite. Così, c’è stata una
scia di morti e di violenze a
sfondo razziale, negli ultimi 18
mesi, senza precedenti da anni:
neri inermi e per lo più giovani
uccisi dalla polizia da New York
al Texas, dalla Florida al Missouri. ‘Disarmato’ contro il razzismo, il presidente non è neppure riuscito a smuovere la politica e la gente sulla limitazione
delle armi: il diritto a possederle
si basa sul II emendamento del-

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la Costituzione, che risale addirittura al 1981, ai
tempi della Guerra d’Indipendenza. Dopo numerose sentenze nel luglio 2008 la Corte Suprema ha riaffermato tale diritto, attribuendogli
un’importanza confrontabile con il diritto di voto e la libertà di espressione.
LE REGOLE variano da Stato a Stato e, in genere,

nel Sud e nel West sono più lasse che nel
Nord-Est. Non è una battuta dire che può essere
più facile per un giovane acquistare una pistola
che ordinare una birra al bar.
Dopo il massacro di Charleston
Obama dice: “Sul controllo delle
armi, dobbiamo smuovere
l’opinione pubblica”, ricordando che se la riforma che lui aveva
in mente fosse stata adottata le
stragi sarebbero meno frequenti. Il presidente non cede all’idea
che Charleston sia “la nuova
normalità” e crede che gli americani faranno “la cosa giusta”. I
sondaggi gli danno torto, anche

console suggerisce un’alternativa per certificare
la morte: “Le invio – si
legge – una copia della richiesta della corte per il
nolle prosequi (che è il
termine latino per il non
luogo a procedere). Nelle
note di pagina 2 e a pagina 11 si fa riferimento
alla morte...”.
E poi, “as a courtesy”, come cortesia, l’ambasciata
gli fornisce una traduzione in arabo dei documenti. “Nella speranza che siano d’aiuto a lei
e alla sua famiglia”. Se lo siano stati o meno,
resta un mistero. Come il motivo della richiesta. La risposta, però, è un’evoluzione
comunicativa per la burocrazia statunitense:
nel 2012, i media americani avevano chiesto
al Pentagono di vedere lo stesso certificato. Il
dipartimento di difesa, rispose che il documento non si trovava. Forse perché, e si scopre oggi, a quanto pare non esiste.

L’ODIO Dylann
Roof in una foto sui
social punta la sua
calibro 45. A destra,
Barack Obama Ansa
se armi se ne vendono di meno. La Colt,
la cui pistola è
un’icona del Far
West, ha appena
chiesto la bancarotta
controllata, sommersa dai debiti dopo 179 anni d’attività, e s’è messa in vendita. A gravare sui bilanci, più
che le minori vendite ai privati, sono però state
mancate commesse federali. Difeso dalla lobby
della National Rifles Association, il diritto al possesso delle armi è radicato nell’opinione pubblica.
Il sito FiveThirtyEight scrive che il massacro di
Charleston non avrà impatto: i repubblicani non
ne vogliono sentire parlare, molti democratici sono tiepidi. Secondo i sondaggi, il sostegno anti-armi è andato calando negli ultimi 25 anni. Episodi come le stragi di Columbine (Colorado) nel
1998 e nella scuola di Newtown (Connecticut) nel
2012 hanno provocato picchi d’indignazione di
breve durata, dopo due o tre settimane l’attenzione si riassorbe. Fino alla strage successiva.

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il Fatto Quotidiano

MONDO

GERMANIA NEONAZI CONTRO STUDENTI
Giovani di estrema destra hanno attaccato tre
studenti stranieri; è avvenuto a Jena, nell’est del
Paese. Oltre a fare il saluto nazista, gli aggressori hanno attaccato i tre al grido di “Fuori gli
stranieri!”. Una delle vittime è stata ricoverata
in ospedale per una mascella fratturata. Ansa

REGNO UNITO IN 250MILA CONTRO I TAGLI
Sono stati almeno 250mila i britannici che ieri
hanno protestato a Londra e Glasgow contro la
politica di tagli del governo di David Cameron. Secondo le anticipazioni, la spesa pubblica dovrebbe
subire una riduzione ulteriore, che colpirà soprattutto le fasce più deboli della popolazione. Reuters

di Peter Popham

M

algrado alcune proposte di legge
impopolari – quale quella di tassare
Internet – Viktor Orbán, il primo
ministro populista ungherese rimane più che mai in sintonia con la pancia del
Paese specialmente quando si parla di immigrazione e di stranieri. Prova ne sia che il governo
ungherese ha deciso un ulteriore giro di vite sui
migranti e i richiedenti asilo. Nella tarda notte di
venerdì ha presentato un disegno di legge che
faciliterà l’espulsione dei clandestini e renderà
più rapide e semplici le operazioni di identificazione dei richiedenti asilo permettendo
l’espulsione dei cosiddetti ‘migranti economici’.
Secondo il governo ungherese nei primi cinque
mesi di quest’anno l’Ungheria ha ricevuto
53.300 richieste di asilo rispetto alle 42.700 dello
scorso anno. La maggior parte dei migranti, ancor prima che le autorità si siano pronunciate
sulla richiesta, raggiungono altri Paesi
dell’Unione Europea, in particolare la Germania
e la Svezia. È in presenza di questi dati che mercoledì scorso l’Ungheria ha annunciato che costruirà un muro alto 4 metri lungo i 175 chilometri del confine con
la Serbia. Un muro nel
cuore dell’Europa che
va ad aggiungersi a
quelli già presenti lungo la frontiera turco-bulgara e greco-turca oltre ai muri che circondano – separandole
dal Marocco – le enclavi spagnole di Ceuta e
Melilla sul territorio
africano. L’aumento
del flusso di clandestini e di richiedenti asilo in
Ungheria è stato determinato dalla difficoltà di
raggiungere la zona Schengen partendo dalla
Grecia. La lunga rotta balcanica è quindi diventata una alternativa scelta da molti. Lungo l’altra
principale rotta migratoria, quella dell’Italia, la
situazione è esplosiva, il numero dei morti per
annegamento nel canale di Sicilia in continuo
aumento e la reazione dei Paesi che confinano
con l’Italia sempre più ostile.

Una cortina di ferro
anche sul web
Ma l’annuncio del muro lungo il confine con la
Serbia non è spuntato fuori dal nulla. Esattamente 25 anni fa l’Ungheria fu il primo Paese del
blocco comunista ad abbattere i muri che tenevano i cittadini ungheresi rinchiusi nel loro
Paese come in una prigione. Ora sembra intenzionata a ricostruire i vecchi muri e ad erigerne
di nuovi. Di muri in Ungheria si era già parlato
polemicamente l’anno passato quando Orbán
aveva proposto la tassazione di Internet. In quella circostanza un oppositore aveva dichiarato: “Il
governo autoritario di Orbán vuole limitare l’accesso a Internet e quindi la libertà di informazione. Si tratta del tentativo di costruire una cortina di ferro digitale intorno all’Ungheria”. La
proposta prevedeva il pagamento di 150 fiorini

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

17

TUTTI IN FILA Migranti
in attesa di un treno per la Serbia:
la rotta balcanica è sempre più
battuta. A sinistra il primo ministro Viktor Orbán Ansa

IL SENSO DI ORBÁN
PER I MIGRANTI:
UN MURO ALTO 4 METRI

l’era cavata meglio di altri proprio perché non
faceva parte dell’eurozona né della Nato. Orbán
quindi ha la pretesa di essere un filosofo della
politica oltre che un politico militante e, dall’alto
di questa sua presunzione, agisce senza farsi
scrupoli: abbatte le imposte sul reddito, svaluta il
fiorino per rilanciare le esportazioni (la Mercedes ha aperto un nuovo stabilimento in Ungheria), fa quello che Ed Miliband si limita a
promettere, costringe le aziende fornitrici di
energia a ridurre le tariffe del 30% e fa tutto
quanto in suo potere per compiacere Putin, ad
esempio rifiutandosi di vendere a Kiev il gas russo.

L’UNGHERIA BLINDERÀ I 175 KM DI CONFINE CON LA SERBIA
IL PRIMO MINISTRO RILANCIA L’ODIO PER LO STRANIERO

La scelta politica, cavalcare
temi populisti e xenofobi

per ogni giga. Ovviamente il governo ha negato
che l’imposta fosse diretta contro la libertà di
informazione, ma l’ha definito un semplice rincaro delle tariffe telefoniche giustificato dal crescente traffico di dati lungo i fili del telefono.
Resta il fatto che mai nessun governo europeo
aveva osato avanzare proposte in tal senso e le
dimostrazioni di piazza costrinsero Orbán a fare
qualche passo indietro imponendo un tetto di
700 fiorini per le persone fisiche e di 5000 fiorini
per le imprese. Malgrado tutto, lo scorso anno il
partito di Orbán, Fidesz, trionfò alle elezioni amministrative
ora Orbán – un uomo che nel
Il Suv come arma: 3 morti e 34 feriti e1989
dalla macerie del Patto di
Varsavia era emerso come un
campione della democrazia –
non dovrà più affrontare le urne fino al 2017 quando si ritiene
che si presenterà alle presidenziali. Godrà fino ad allora di un
potere enorme e sostanzialmente senza opposizione. Cosa
ne farà? La proposta del muro
lungo il confine serbo è una prima risposta.
Il fatto è che, sebbene nel 1989
Orbán abbia abbracciato – o
finto di abbracciare – i valori
delle democrazie occidentali
rinnegando il passato comunista e l’esperienza sovietica, oggi
sembra remare nella direzione
AUSTRIA, BOSNIACO A 100 ALL’ORA SULLA FOLLA opposta. Spinte simili si ravviTre morti e 34 feriti a Graz. Il responsabile, con problemi sano in altri Paesi del vecchio
blocco comunista: in Repubblipsichici, ha 26 anni; alla guida di un Suv ha travolto i
ca Ceca, in Slovacchia, in Popassanti, uccidendo anche un bambino di 4 anni. Ansa
lonia e in Serbia che, da quando

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La strategia di Orbán è semplice: se la crisi del
2008 è stato il funerale dell’Occidente, Orbán
non deve fare altro che evitare che all’Ungheria
tocchi la stessa sorte dei Paesi occidentali, una
sorte non dissimile da quella toccata all’Unione
Sovietica sul finire degli anni ’80. Per portare
avanti con successo la sua strategia politica Orbán deve cavalcare tutti i temi populistici più cari
alle destre xenofobe e nazionaliste. In primo luoBasta con l’Occidente:
go l’odio per lo straniero e l’integrità dei confini
è corruzione e violenza
nazionali. A questo è spinto anche dalla presNel caso di Orbán il cambio di rotta ha l’aria più sione esercitata sulla sua destra dal partito Jobdi un dietro front filosofico che
bik – anti-europeista e dichiadi un calcolo geopolitico. Nel
ratamente razzista – che sta
luglio del 2014 – sorprendendo
erodendo parte dei consensi di
L’EX DEMOCRATICO Fidesz. L’annuncio di mercoletutte le Cancellerie occidentali
– in un discorso che ha suscidì scorso è anche – secondo alIl leader di Fidesz
tato roventi polemiche, Orbán
cuni osservatori – un modo per
aveva descritto la Russia come
tagliare
l’erba sotto i piedi di
nel 1989 rinnegava
un esempio da seguire “abbanJobbik. La crisi umanitaria cauil comunismo, ora
donando i metodi e i principi
sata dalle ondate migratorie è
liberali di organizzazione della
giunta al momento giusto per
torna a strizzare
società… in quanto oggi i valori
Orbán. Il primo ministro serliberali dell’Occidente sono
bo, Aleksandar Vucic, si è detto
l’occhio all’orso russo:
portatori di corruzione, sesso e
“sorpreso e colpito” dalla deciè l’esempio da seguire sione ungherese e ha protestato
violenza”. Una persona a lui vicina sin dai tempi del comuniper non essere stato consultato
smo e che lo conosce bene, ha
prima dell’annuncio.
detto che Orbán è del parere che la crisi eco- Da ricordare che l’Ungheria fa parte dei Paesi
nomica del 2008 ha reso il 1989 irrilevante in che si sono rivelati più ostili alle quote di acquanto ha aperto uno scenario completamente coglienza dei migranti proposte dalla Commisnuovo nel quale bisogna riposizionarsi. Il crollo sione Europea. Incalzato dal partito di estrema
del sistema finanziario mondiale ha distrutto le destra Jobbik, Orbán ha anche lanciato un queregole con cui venivano gestite le economie e, in stionario nel quale si associa il tema dell’immiparticolare, ha distrutto la convinzione secondo grazione a quello del terrorismo e si agita sullo
cui bisogna assolutamente obbedire agli ordini sfondo l’ipotesi dell’introduzione della pena di
di Washington, del Fondo Monetario Interna- morte.
© The Independent
zionale e della Banca Mondiale. L’Ungheria, a
Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
dispetto della sua economia molto piccola, se
Putin ha messo le mani sulla Crimea, non sembrano più così leali nei confronti della Ue o della
Nato. La paura dell’orso russo che aveva dominato e determinato le politiche dell’Europa occidentale durante gli anni della guerra fredda, è
riemersa impetuosamente.

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18

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

SECONDO

TEMPO

S P E T TAC O L I . S P O RT. I DE E

Paolo Poli

L’attore

Il cinema è noioso,
Benigni sembra
una maestrina. Farò
la fine di Monicelli
di Malcom Pagani

P

rivazioni: “Consumo un pasto al giorno, ormai
ho uno stomachino”. Soprannomi: “Sa come
chiamavano Visconti? Il mostro della Via Salaria”. Concessioni: “Niente caffè e niente frutta,
bevo solo un liquorino”. Mezzogiorno è alle spalle e nel ristorante a pochi metri da Piazza Navona
Paolo Poli lo chiamano maestro: “La gente mi
vuol bene perché mi vede poco”. Torme di turisti
gli passano accanto senza far caso al papillon che
stringe il collo ai suoi 86 anni: “Ho fatto un mestiere in cui travestendomi, dimenticavo la mia
modesta esistenza borghese, ho lavorato sempre
per conto mio, ho visto un’epoca bella e sono
arrivato a un’età ragguardevole, cosa dovrei augurarmi ancora?”. Da ieri, a 4 decenni dall’ultima
volta: “Il programma era Babau 70, i democristiani non volevano uno sketch, i socialisti eccepivano su un altro e di veto in veto la trasmissione venne mandata in onda solo nel 1976” Poli
è tornato in televisione. Su Rai 3, per otto settimane, con voluta citazione dell’amico Palazzeschi nel titolo: “E lasciatemi divertire” l’attore che
diffida dei propri simili: “Sono terribili, non li
frequento, ma faccio un’eccezione per il mio
compagno di avventura Pino Strabioli che non ha
i tipici difetti della categoria e non passa le giornate a parlar male degli altri” e non ama il narcisismo: “Quando ero giovane e bella le foto non
me le han fatte, escludo di mettermi in posa adesso” metterà in vetrina un viaggio tra vizi e virtù,
peccati capitali e innocenti deviazioni biografiche. Moravia, Fellini, Maria Callas, Ave Ninchi,
Sandra Mondaini, Laura Betti: “Laura diceva che
Roma era una città di campagna”.
Aveva ragione?

A Pasqua si andava fuori porta a vedere i ciclamini. Eravamo poveri e si mangiava poco, ma
quel poco ci bastava. Quanta fame ci ha tolto
Mario Soldati.
Soldati sfamava lei e Betti?

Ci venne incontro in Via Condotti: “Povere piccoline, cosa fate in giro da sole?”, “siamo due orfanelle affamate”, “venite a casa mia”. Ci fece salire.
Tirò fuori la pasta ed esplorò il frigorifero. Non
c’era niente. Neanche un pomodoro. Mangiammo
spaghetti al Whisky. Buonissimi. Mario, un grande artista, era innamorato pazzo di Alida Valli.
Una volta si nascose in un tappeto mentre Valli e
Dino Risi ascoltavano un disco di Sinatra. Lo tradì
la tosse: “Non so come sono finito qui dentro”.

Per descrivere la fantasia di Soldati basterebbero i
suoi film. Piccolo mondo antico, Eugenia Grandet. Cose alte. Argute. Valli me la ricordo bene. Abitava
qui dietro. La vedevo uscire vecchia, vecchia. Molto presto di mattina. Con la miseria di una pensione avara andava a comprare un po’ di pane.
È avara anche la sua?

Avarissima. Non c’è una lira, ma chi se ne frega.
Tra una marchetta e l’altra qualcosa arriverà.

Poli non fa marchette.

Le facciamo tutti. Bisogna sopravvivere. Negli ultimi due anni ho recitato senza incassare un cazzo. Ho contattato un avvocato e provato a far

valere le mie ragioni.
Risultato?

Alcuni comuni del sud mi hanno proposto di
pagarmi un quarto di quanto avevano pattuito.
Altri sono spariti.
In Aprile aveva annunciato il ritiro dalle scene.

Era un paradosso. È diventato titolo sensazionalistico. E si è infine trasformato in epitaffio. Di
quei soldi non piglierò mai nulla. Per chi ti deve
pagare, uno che si ritira è già bell’e morto. Ma non
importa. Ho visto Giorgio Albertazzi partecipare
a un talent. Mi ha fatto pena.
Lei a un talent show non parteciperebbe?

Esiste un limite. Comunque sono abituato a vivere in povertà. Ho visto una Guerra Mondiale.
Ho vissuto nella miseria successiva al conflitto.
Mi sta bene anche la miseria, purché mi permetta
di rimanere signore. Un po’ di vino lo vuole?
Si è sentito signore a duettare con Strabioli in “E
lasciatemi divertire”?

È stato un piacere, anche se i tempi, è ovvio, sono
cambiati. Domina la fretta. Quando mi sembrava
di aver fatto delle papere, chiedevo di ripetere la
scena e mi sussurravano rassicuranti: “Ma no,
non c’è problema, va benissimo”.
Buona la prima.

Sul set me lo diceva anche Alessandro Blasetti:
“Buona la prima, ma la fica è meglio. Fammene
un’altra”. Con lui girai un filmettino. Quando
nelle pause raccontava la storia del comunista che
si fa una sega e succhia il proprio sperma così
mangia, beve e non spende, mi mandava via. Sapeva che ero comunista, ma ignorava che avessi
l’orecchio lungo.
Storia tremenda.

Che le devo dire? Le maestranze ridevano senza
ritegno. C’era un po’ di cameratismo. Blasetti diceva cose tremende, ma era antropologicamente
interessante. Durante il regime si era potuto permettere qualsiasi libertà perché Mussolini lo adorava e gli lasciava fare quel che voleva.
Lei per il cinema ha lavorato poco.

Ero negata. Ma al cinema andavo sempre. Entrare in sala era una grande gioia. Quando alla
cineteca di Bologna restaurarono La bellezza del
diavolo di René Clair mi fiondai come mi fiondavo
da ragazzo. Alla sede del fascio, dove non chiedevano il documento d’identità, avevo visto Clara Calamai con le poppe al vento e il culo stracciato proprio in un film di Blasetti.

Dopo il seno di Vittoria Carpi in La corona di ferro, Blasetti mostrò quello di Calamai ne La cena
delle beffe.

Il film era un polpettone insostenibile, ma in
America era piaciuto ai fratelli Barrymore.
Il cinema era un’occasione utile agli amori di contrabbando?

Ero bello, ero giovane, non avevo bisogno di
espedienti. Però una volta in un cinemetto dei
preti ho visto un signore con la chiusura lampo al
contrario. Ce l’aveva sul buco del culo e in piedi,
senza scomporsi, lo prendeva da dietro. Stratagemma geniale.
In certe epoche l’omosessualità era costretta al
buio di una sala?

I miei amici finocchi si sposavano tutti. La famigliola ordinata. Le foto. I passeggini. L’utilitaria. Il televisore al centro del salone. Poi li incontravi in stazione in strani orari e in vesti più
colorate. Vicino ai cessi. A Firenze il più famoso
lo chiamavano latrin lover. Eravamo 6 fratelli,
l’unico che ha trombato senza fare i figlioli sono
io. Non me ne pento. Si morde e si fugge.

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Roberto? È diventata
tutta correttina.
Forse è l’influenza della
moglie. Lei ha un Papa
in famiglia. Uno che prende
in braccio Berlinguer
e tocca i coglioni a Pippo
Baudo è diventato senza
preavviso un’insegnante
di scuola media
Lei da Firenze si trasferì a Roma.

Per fortuna. Laura Betti la incontrai presto. Sa la
prima cosa che mi disse? “Sei una scema, una
stupida e una cretina”. Mi parlava al femminile.
Mi diede un frou frou che non so dirle.
Le piaceva?

Eravamo belle, giovani e magre. Una volta con
Laura tirammo avanti per una settimana a Whisky e noccioline. Si andava dagli americani. Lei
parlava in inglese e io in francese. Cercavamo di
piacere in tutti i modi. Cantammo anche insieme.

IL RITORNO IN TV
“E lasciatemi divertire”
Nato da una citazione di Palazzeschi, ha debuttato ieri su Rai3 il nuovo viaggio di Paolo Poli: otto
puntate tra i vizi capitali, con Pino Strabioli (a sinistra, insieme con Andrea Vianello) a fargli da
spalla e lo psicologo Massimo Recalcati Ansa

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il Fatto Quotidiano

GP AUSTRIA,
HAMILTON IN POLE

L’inglese della Mercedes
conquista la settima pole
stagionale, precedendo
Rosberg e Vettel su
Ferrari. Quarto Massa,
poi Hulkenberg.
Raikkonen eliminato in
Q1, partirà 18esimo

CAPOTONDI: “IN RAI?
MEGLIO IL BAYERN”

“Se di fantasia dobbiamo
parlare, allora punterei
alla panchina di un
grande Club”: così
Cristiana Capotondi sulla
protesta dei giornalisti Rai
per un sua probabile coconduzione della DS

Paolo
Poli è tornato in tv dopo un
lungo periodo di assenza. In
basso da sinistra, in un’opera
del 2002 e nella rappresentazione de “Il mare” Ansa

Scade domani alle 14 il
termine ultimo per la
presentazione di offerte
valide all’acquisto del
Parma. Lo hanno
comunicato i curatori
fallimentari, Anedda e
Guiotto

Erano i poliziotti di Scelba. Tutti piccoli. Meridionali. Poveri. Che a Valle Giulia fossero loro i
disgraziati, ebbe il coraggio di dirlo solo Pasolini.
Gli anni a Milano furono importanti?

Tra il ’60 e il ’70 sono stato quasi sempre lì. Il mio
vero amico vero era Missoni. Ottavio detto Tao e
sua moglie Rosita. Si andava nelle bettole: “Ti
ricordi quel verso?”. Si iniziava a cantare. Sembravamo fascisti.
E fascisti non eravate.

Ma in quell’epoca eravamo cresciuti. Mussolini
non mi piaceva, ma nel ’35 la propaganda del
regime la ascoltavo alla radio. Il sabato, a dito, si
seguiva l’opera: “Mira o Norma à tuoi ginocchi”.
Io chiedevo “Babbo, perché vuole ammazzare i
suoi bambini?” e lui: “Perché li ha fatti con il
nemico”. Di romani e galli non sapevo nulla. Vogliamo Nizza e la Corsica, si gridava. E loro, i
cattivi francesi in coro: “Giamè, giamè, giamè”. “Jamais, Jamais, Jamais”. Il francese lo imparai poi
con Victor Hugo. Les misérables. Il disegno in copertina. La figurina nera. Lessi come tutti, in
un’edizione miserella, anche Pinocchio.
Lei sostiene che senza il peccato di Eva sarebbe
stato noiosissimo anche l’Eden.

Ma certo. Senza peccato si muore di sbadigli e
non accade niente. È cominciata così la storia.
Prenda Pinocchio. Il peccato è foriero di ogni disgrazia, ma Collodi che era un genio, ha messo in
ogni capitolo, in ogni puntata, uno spavento, un
cattivone, un consiglio morale e una roba da ridere. Ci volevano tutti gli elementi. E lui lo sapeva. Come lo sapeva Comencini. Nel suo Pinocchio per la tv, per elevare il quadro, basta la
presenza della volpe Ciccio Ingrassia. In quello di
Benigni invece, nello stesso ruolo si ricorre all’accento milanese e alla comicità dei Fichi d’India.
Lo scopo è far ridere. Il risultato diverso.
Benigni lei lo ha conosciuto bene.

Avevo una parrucca bionda. Biondo Kessler perché tutto ciò che era biondo nell’immaginario
rimandava solo alle gemelle.
Una parrucca bionda.

Buona per una donna di facili costumi come per
un finocchio. Tingersi non era una nostra esclusiva prerogativa, anche se alla tintura io e Laura
aggiungevamo una puntina di verde. Con il nostro preparato Milva esagerò. Uscì in scena a Bologna con la testa tutta verde. “Oh, rimani così per
3 o 4 giorni, cretina – le dissi – non ti andar subito
a ricuocere di rosso”. Strehler le faceva tutte rosse.
Tipo Rhonda Fleming. Maiale dalle dubbie capacità recitative, ma capaci di far sentire male gli
uomini. Le rosse salivano sul palco e ai maschi
diventava duro.
I ruoli definiti in certi spazi si confondevano. Al
fondo Pasolini, Laura Betti dominava la scena
apostrofando al femminile anche Emanuele Trevi:
“Tu non esisti, zoccoletta”.

Trevi con Laura è stato schiava, io ero alla pari. A
sua volta Laura era schiava di Pier Paolo. Ammirava Moravia per la sua cultura e lo chiamava
“il ceppo”. L’altro ramo dell’albero era Pasolini.
PPP era straordinario, ma non mi poteva soffrire.
Dicevo sempre banalità e non sfioravo il genio di
Moravia. Alberto non aveva studiato, ma sapeva
tutte le lingue. Gli ebrei erano fenomeni di determinazione. Ho conosciuto Don Milani, non
ha idea di che persona straordinaria fosse. Gente
che le scarpe, scendendo dalla montagna, le indossava solo per entrare in città.
Chissà cosa avrebbe detto Don Milani della sua
Santa Rita da Cascia interrotta dalla celere nella
seconda metà dei 60 a Milano.

È diventata tutta correttina. Forse è l’influenza
della moglie. Lei ha un Papa in famiglia. Benigni
è bravo, è artista, riesce a parlare dei Dieci Comandamenti e va a Sanremo a dire: “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Io mi romperei i coglioni. Il più retorico tra i pezzi danteschi, tutto
pieno di ossimori o ossimòri che dir si voglia.
Una cosa che si recitava, per obbligo, ai tempi
della scuola.
Benigni non le piace?

Era innamorato di mia sorella che non gliel’ha
mai data. Lei aveva intorno bei giovanotti, sapeva
scegliere. Amo Lucia. L’unica parente con cui sia
in stretto contatto. È come fosse mia figlia. Una
figlia di dodici anni.
Lei ha sempre detto che mantenere l’identità è
fondamentale. Benigni non ci è riuscito?

Ma nasce in un campo. Nasce povero. Allora scopre all’improvviso il buffet e il controbuffet. La
forchetta. Le buone maniere. La società. E perde
l’equilibrio. Accadde anche a Mussolini con Angelica Balabanoff. A lavarsi i piedi e a suggerirgli
il giusto contegno a tavola provvide lei. Per il
resto che dire della Benigna? Uno che prende in
braccio Berlinguer e tocca i coglioni a Pippo Baudo è diventato senza preavviso una maestrina di
scuola media. E guardi che a quel topino di Berlinguer io volevo bene.
Anche Berlinguer ha avuto il suo ricordo cinematografico.

Lasci stare. Del cinema italiano di oggi non ho
una gran considerazione. Youth, è vero, non è per
niente male. Ha due grandi attori e le telefonate,
alla nostra età, somigliano tutte ai discorsi che si
fanno Caine e Keitel: “Oggi quanto hai pisciato?
Due gocce?”. Per il resto non ho apprezzato per
niente La grande bellezza e anche Garrone, adorato
ne L’imbalsamatore, ha trasformato Basile fino a
renderlo irriconoscibile. Sette re, 14 principesse e
niente del divertimento che provai leggendo Lo
cunto de li cunti. Si fa fatica a digerirlo. Sono abi-

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19

PARMA, 24 ORE
PER SALVARE IL CLUB
tuato ad altre emozioni. Mia zia e mi madre mi
portavano in sala. Quando Greta Garbo disse
“dammi una sigaretta” una si pisciò addosso e
l’altra si sentì male.

Alla sua analisi manca Nanni Moretti.
Mia madre non mi è piaciuto granché. È montato

male. Non ci si affeziona ai personaggi. Invece di
vedere una grande attrice come la Lazzarini, Moretti ci costringe a osservare il film della regista
imbecille. Meglio l’effetto notte di Truffaut. Ed è
un peccato. Moretti è mio nipote.
Perché è suo nipote?

EN TRAVESTI

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Ero amico della madre, Agata Apicella. Agata veniva in questa piazza e mangiava all’altro ristorante. Preferiva la concorrenza. La chiamavo e lei
faceva la frettolosa: “Ora non ti posso parlare, ho
qui la signorina Silvia Nono”. Era strano chiamarla signorina. Con Nono, Moretti aveva fatto
anche un bambino. Nanni comunque non c’era
mai. Sfuggiva. Aveva paura. Tra lui e Monicelli
preferivo Mario. Appena mi metteranno in clinica attaccato ai tubi, mi butterò dalla finestra
anche io.
Con Monicelli eravate amici?

Si andava a mangiare insieme. Mario non metteva il sale, guardava alla bottiglia di minerale
come fosse droga, ma stava bene. Trombava.
Aveva ancora due belle gotine rosse. Negli ultimi
anni a lui e alla mia adorata Palazzeschi, si erano
avvicinati i preti. Insegnavano loro a morire secondo religione. Non c’è nulla da fare. A una
certà età ci acchiappan tutti. C’è la preparation.
I suoi amici sono tutti vecchi.

Quando va bene. Non ho mai convissuto a lungo
e quindi affetti a cui badare non ne ho. Ho avuto
per qualche tempo un rappresentante di fiori
olandesi che non c’era mai e quindi andava be-

Sordi era odioso.
Omofobo. Dava
la mano molle e guardava
dall’altra parte. Lo conobbi
a casa di Monica Vitti.
Io ero povero, ma mi sforzai
e acquistai una testa
di bambola della Lenci. Lui
portò “I maestri del colore”
comprato in edicola

nissimo. Facevo la birichina in giro con Filippo
Crivelli, che ora si trascina con le mazze. Mi viene
a vedere in teatro, dorme per tutto lo spettacolo e
poi mi dice “Bravo Paolo, molto bello”. È tutto un
claudicare di bastoni, un tintinnar di dentiere.
Proprio qui venivo a mangiare con Natalia Ginzburg e Bassani. Prima di sedersi, Giorgio estraeva il ferro dalla bocca e lo poggiava incurante sul
tavolo. Poi certo, subentra anche la noia. L’altra
sera ho mangiato con Vittorio Sermonti. Ci siamo fatti entrambi due coglioni così, però che cultura. Che parlare. Ai nostri tempi si studiava davvero. Il San Tommaso, la Divina Commedia, tutto Aristotele. Almeno.
In “E lasciatemi divertire” passano anche Carmelo Bene e De Sica.

De Sica aveva come cognato Checco Rissone, il
fratello della moglie, detto caccola. Era alto 20 centimetri, ma come tutti i nani aveva la terza gamba.
Carmelo Bene l’ho visto spesso. Da giovane era
bravissimo, straordinario. Con il tempo si ammalò. Non stava più ritto in scena perché prima dello
spettacolo beveva una bottiglia di Whisky. L’ultimo Pinocchio era bruttino. Lui biascicava.
Del grande autodidatta, Alberto Sordi, che ricordo ha?

Odiosa persona. Omofobo. Dava la mano molle e
guardava dall’altra parte. Bravo con Fellini, ma
aveva già più di trent’anni perché Sordi, è utile
dirlo, giovane non è mai stato. Trombava Andreina Pagnani che lui chiamava, non a caso, la
vecchia. Lo conobbi a casa di Monica Vitti. C’era
un compleanno. Io ero povero, ma mi sforzai e
acquistai una testa di bambola della Lenci. Lui
portò I maestri del colore comprato in edicola.
I soldi li ha chi se li sa tenere.

Un tempo quando incassavo bene, reimpiegavo il
denaro nella mia attività. La prima volta che incassai 10 milioni nel ‘60 con il Carosello Campari
comprai 13 proiettori e un tappeto per coprire le
assi del palco. All’epoca si passava dal Regio di
Parma alla sala Umberto dove Petrolini recitava
dietro a un fondale con un finto Colosseo disegnato da Mario Pompei, uno strepitoso scenografo che come nuora aveva Paola Pallottino.
La donna che scrisse 4/3/43, la prima canzone di
successo dell’orribile pelato.
L’orribile pelato sarebbe Lucio Dalla?

In senso estetico. Ottimo cantante, ma per lasciare qualcosa al suo ragazzo, avrebbe dovuto
scrivere tutto nero su bianco prima di andarsene.
Non si può prevedere di campare. Io a nipoti e
pronipoti, quel che dovevo lasciare, l’ho bell’e
lasciato a suo tempo. Ho sempre avuto senso di
responsabilità. Mio padre mi lasciava scegliere il
nome dei miei fratelli. Sapeva di avere in casa una
piccola artista e già mi diceva: “Di che colore
dipingiamo la facciata?” “Rosa”. Avevo un villino
in periferia con la facciata rosa e le stanze celesti.
Rosa e celeste. I colori della madonna.
Rimaniamo in tema. Bergoglio la affascina?

Chi se ne frega di Bergoglio. Se io sono Biancaneve, il Papa deve essere una strega. Altrimenti
a che serve? Un grande Papa era Luciani. Lo avevo conosciuto bene a Venezia. “Dio non ha sesso”
diceva. Pensi quanto era intelligente. Han fatto
presto infatti a toglierselo dai piedi.
Ha mai avuto paura di qualcosa, Poli?

Fino ai 22 anni, del sesso. Ho avuto tutto quello
che ho voluto, uomini e donne. Ma fino ad allora,
legavo il sesso a un’impressione orrenda. A spavento e violenza. Durante la guerra, i tedeschi
avevano trombato la mia mamma in tre. Volevo
sapere. Capire. “Eh Paolo, via. Ci si lava e bell’ e
finito tutto”. La mia mamma era montessoriana,
non aveva paura di nulla. Da piccolo mi dava
rudimenti in tema: “Paolo, quando nascono, i
bambini sul sesso hanno tre cicciolini. Il maschio
ha il pisello e due fagioli. La ragazza ha le labbra
della vulva e il buco nel mezzo, il clitoride, dove la
donna sente il solletico”.
Quanto l’hanno segnata i ricordi della guerra?

Mi ricordo la liberazione. C’era voglia di calore.
Le donne si calavano dalle finestre che sotto ci
fossero repubblicani o repubblichini. Io ero tappato in casa. “Non andar più a prendere cioccolato e sigarette dagli americani – mi dicevano –
ché altrimenti le tue sorelle non si sposano più”.
Chi era andata con i tedeschi veniva rasata, ma
chi aveva ceduto agli americani rimaneva comunque maiala. Avevamo i buchi sulle pareti e
un’ora di riscaldamento al giorno. Avevamo poco. Ma ero bella e piacevo lo stesso. Le altre non
so.
Paolo Poli si sente cattivo?

Piango, rido e parlo come tutti, non son mica un
mostro. Dite che ho detto male di qualcuno? Che
cattive, che maligne, che stupide che siete. n

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20

SECONDO TEMPO

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Veri, ma un po’ antichi
PARTE LA SECONDA STAGIONE DI “TRUE DETECTIVE”: MENO MISTERO, PIÙ CALIFORNIA (E TANTE CRITICHE)
di Luca

Raimondo

D

a piccolo volevo
diventare
un
astronauta. Ma
ormai gli astronauti non vanno neanche più
sulla Luna”. Sono i sogni infranti quelli che angosciano la
vita di Ray Velcoro, detective
corrotto, che anni prima si è
reso schiavo del boss della
malavita Frank Semyon, decidendo di farsi giustizia da

solo uccidendo l’uomo che
aveva violentato la moglie.
Ora il matrimonio è finito e
persino il figlio è terrorizzato
da lui. L’uomo che era un
tempo non potrà più tornare.
Sono Colin Farrell e Vince
Vaughn i due protagonisti
della seconda stagione di True
Detective, insieme a Rachel
McAdams e Taylor Kitsch.
Ma stavolta Nic Pizzolatto,
autore della serie, cambia de-

cisamente strada rispetto alla
prima acclamatissima stagione con Woody Harrelson e
Matthew McConaughey. Se
un anno fa il racconto si svolgeva tra le paludi della Louisiana, nel cuore dell’America
profonda e misteriosa, qui
siamo proiettati in una California urbana, percorsa da autostrade che s’intrecciano a
perdita d’occhio e illuminata
come in un film di Michael
Mann. Allora, il cuore della

storia ruotava intorno alla relazione tra i due poliziotti, stavolta gli sbirri sono tre, ma un
criminale ha un ruolo altrettanto centrale e, sorprendentemente, è per molti aspetti
una vittima.
È QUESTO contesto da giallo

tradizionale, rispetto al misticismo della prima stagione, ad
aver fatto storcere la bocca a
più di un critico negli Stati
Uniti, ma le serie vanno giudicate nel loro complesso, ne
riparleremo alla fine delle otto
puntate. Intanto l’attesa è tale
che – replicando lo schema già
riuscito con House of Cards e Il
Trono di Spade – Sky Atlantic
manderà in onda la prima in
contemporanea con l’America e in lingua originale già stanotte alle 3 del mattino, per
poi replicarla alle 22.10 di domani (lunedì 22 giugno) e
doppiata in italiano la settimana successiva alle 21.10.
Nel primo episodio impariamo a conoscere i personaggi, i
segreti, i demoni e il desiderio

IL LANCIO

Sky Atlantic
manda in onda la prima in contemporanea con l’America e in
lingua originale già stanotte alle
3 del mattino, per poi replicarla
alle 22.10 di domani e doppiata in
italiano la settimana successiva

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di autodistruzione che li perseguitano. Scopriamo che
Frank Semyon sta facendo di
tutto per ripulire la sua immagine e trasformarsi da criminale in rispettato uomo
d’affari. Tutto crollerà quando
verrà ucciso brutalmente Ben
Caspar, il socio d’affari attraverso il quale Semyon sta organizzando un business legato
alla rete di trasporti dello Stato. I tre poliziotti verranno
coinvolti nell’indagine e Velcoro sarà costretto a fare anche il lavoro sporco per Frank,
che rischia di veder crollare il
suo impero del crimine come
un castello di carte.
Per raccontare la Los Angeles
di oggi, Pizzolatto si affida nei
primi episodi ad un regista in
grande ascesa (il taiwanese Justin Lin, che ha all’attivo quattro Fast and Furious e il prossimo Star Trek) ma soprattutto
alla memoria delle grandi crime story del passato, sia letterarie che cinematografiche. Se
il racconto è moderno, i riferimenti lo sono meno. C’è la
classicità di Raymond Chandler e Dashiell Hammett, il
complesso legame tra malaffare, polizia, politica e perversione sessuale di James Ellroy,
echi di cinema noir e una citazione palese di Chinatown:
nel capolavoro di Roman Polanski la corruzione ruotava

il Fatto Quotidiano

VOLTI NUOVI
Al posto di Woody
Harrelson e Matthew
McConaughey, ci sono
Colin Farrell e Vince
Vaughn. Anche la regia
è cambiata
intorno alla costruzione di un
bacino idrico, qui ad un sistema di trasporti che potrebbe
cambiare il volto della California.
È UN MALE sottile, pervasivo,

che non lascia indenne nessuno, quello che domina la
scena. Lo si capisce fin dalla
stupenda sigla, sulle note di
Nevermind, una canzone di
Leonard Cohen tratta da Popular Problems, l’ultimo disco
del grande poeta e cantautore
canadese: “Non mi hanno mai
catturato/Anche se ci hanno
provato in molti/Vivo in mezzo a voi/Ben nascosto…”.
E mentre vediamo caricare in
macchina il cadavere del povero Ben Caspar, per pochi secondi viene inquadrata accanto al suo corpo una statuetta
raffigurante un falcone nero.
Come quello che – citando
Shakespeare nel finale cinematografico del Falcone Maltese – per John Huston era “fatto
della materia di cui sono fatti i
sogni”. Sogni che muoiono
nella livida luce di una California che somiglia più al Paradiso Perduto che alla Terra
Promessa.

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il Fatto Quotidiano

SECONDO TEMPO

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

21
a cura di

Stefano
Disegni

BIOCRAZIA
LA CRISI GRECA

di edelman

La Grecia potrebbe uscire dall’Europa. Se la
Troika non glielo proibisse.
n Tsipras vorrebbe salvare il Paese tassando le
grandi aziende greche. È che non ne trova.
n Il popolo greco ha deciso di affidarsi alla sinistra. Vista l’esperienza in fallimenti.
n Berlino: “La Grecia non può ricattare la Ue”.
Quella è un’esclusiva tedesca.
n Dall’inizio della crisi, in Grecia si contano diecimila suicidi. Ma Bruxelles ne aveva chiesti di
più.
n Hollande: “Atene deve salvarsi”. Teme
un’ondata di migranti greci.
n Renzi: “L’Italia non intende partecipare
a trattative riservate sulla crisi greca”.
Sta dicendo che non lo invitano mai.
n Sondaggi recenti dicono che i greci non
vogliono lasciare l’Europa. Si chiama sindrome di Stoccolma.
n La Grecia: “Alcuni giornalisti sono al
servizio del Fondo monetario internazionale”. Ecco perché Tsipras si è rivolto a Putin.
n

As senze

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22

SECONDO TEMPO

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

il Fatto Quotidiano

STORIE ITALIANE

Cesare e la politica
stretta in un fazzoletto

LA STORIA SI RIPETE

Ventimiglia, la cecità
del male non ha confini
di Furio

I

Colombo

mprovvisamente la distanza fra umanità e
istituzioni si è fatta immensa. Un abisso tale
che il Papa ha sentito il bisogno di dire: “Invoco il perdono per ciò che state facendo”. Ci sono poche, miti parole del presidente della Repubblica. Ma solo il Papa conserva la lucidità di vedere che
si sta creando una situazione
umana e morale (oltre che un
disastro politico) grave come
la seconda guerra mondiale.
Ovvero un mondo in cui tutti
perdono la testa e si dedicano
a fare tutto il male possibile,
cominciando dai più deboli.
Francia e Inghilterra stanno
lasciando sul volto dell’Europa uno sfregio che rischia di
essere confrontabile a ciò che
ha fatto a suo tempo, con altrettanta crudeltà cieca, la
Germania nazista. La cecità,
prima ancora che la crudeltà,
colpisce.

la giovane Daniela Fazzon, assessore leghista del Comune
di Selvazzano, che ha preferito
perdere la sua carica che negare la sua casa a un gruppo di
giovani profughi. Si dovrebbe
fare attenzione a quello che dice, come quei soldati nazisti
che rifiutavano (pochi, ma
c’erano) di partecipare al rastrellamento di persone innocenti. “Mi dispiace molto per
questi ragazzi che, oltre alle loro storie personali, capiscono
di essere al centro di un’altra
vicenda, di cui non hanno alcuna responsabilità. E ne soffrono, sono spaesati e impauriti, un paio di volte al giorno
gli faccio visita anch’io”.
Di colpo scopriamo che ci sono persone normali, non solo

NESSUNO di noi aveva imma-

ginato, neppure i critici duri e
coerenti degli inganni e delle
trappole del potere, che si potesse giungere al punto in cui
la polizia francese viene mandata all’assalto dei profughi
che sostano al sole sull’autostrada di Calais, e intanto nessun francese, tra tutti coloro
che si sentivano “Charlie”, ha
niente da dire su quella carica
selvaggia, prima con veicoli
lanciati a pazza velocità tra esseri umani disperati, poi in attacchi di gruppi di gendarmi
su singoli individui, un pazzesco pestaggio ordinato da
un governo che fino a un momento fa avremmo definito
democratico e socialista. La
stolida incapacità di Cameron
di capire che cosa sta accadendo si unisce alla costellazione
di governi sempre più stupidi
e reazionari che sorgono un
po’ dovunque come se una potenza della malvagità aprisse i
suoi consolati e si accendessero i fuochi di nuova disumanità un po’ dappertutto.
Come ai tempi delle Germania nazista, sorgono un po’
dovunque, i “gaulaiter” (i governatori vicari) della disumanità ormai unità da odio e rigetto.
Niente è più assurdo di un
muro fra Serbia e Ungheria e il
progetto dovrebbe apparire,
oltre che costoso e inutile, indegno e risibile. Eppure se ne
discute fra capi di Stato, gli
stessi che avrebbero dovuto
condannare la carica folle di
Hollande, il pestaggio “di alleggerimento” sulla strada di
Calais. Avrebbero fatto meglio
a ricordare lo statista col casco, in Vespa, intento a mettere le corna alla compagna,
sorpreso di notte dai fotografi
di Parigi... Ma adesso ordina
di fare tutto il male possibile ai
profughi, e immediatamente i
suoi sudditi (che un momento
fa erano garanzia di libertà per
il resto del continente) riconoscono il vero uomo, il tipo
di eroe che ha imbrattato di
sangue e dolore secoli di storia
europea.
E allora, in questo mondo
malvagio, diventa una sconosciuta ma importante eroina,

I profughi a Ventimiglia Ansa

NESSUNO VEDE
La polizia francese va
all’assalto dei profughi.
L’Europa erge muri
per fermare i migranti.
Nel disinteresse quasi
totale della popolazione
la vilipesa presidente della Camera, e il Papa che Salvini
(Salvini) si è permesso di insultare, fortificato dal dilagare
della feccia di sentimenti barbari e disumani che prima erano quasi solo suoi e della fascista Le Pen, e adesso dilagano a mano a mano che personaggi come loro si fanno
largo, come nel 1939.
Anche sulla scena di allora (ce

lo hanno raccontato i testimoni di quei terribili anni
pre-guerra), ci sono stati volontari, come la giovane leghista di Selvazzano, come alle
stazioni di Roma e di Milano,
come nella vergognosa assenza o connivenza dello Stato al
Brennero e a Ventimiglia, i
volontari che portano tutto
l’aiuto che possono. Ma gli altri, un’immensità, danno ragione alla follia persecutoria o
tacciono, proprio come nel
1939.
VORREI che i lettori si rendes-

sero conto che non sto esagerando e che questa non è
una bolla di cattivo umore. Infatti bisogna aggiungere a
questa scena quella della Grecia che si autodistrugge o verrà distrutta da tutti noi, con
conseguenze che non potranno non essere un disastro per
tutti. Resterà impressa nella
storia la maschera di Junker,
uomo senza qualità, che sta
per decretare questa autodistruzione, con una mente
aperta come quella del pilota
tedesco di Germanwings che,
sopra le Alpi, ha cominciato
deliberatamente a perdere
quota. Tutto l’arco del mondo
africano e medio orientale che
ci circonda è segnato da guerre che non possono finire.
Intanto freme sotto la cenere il
fuoco dello scontro già in atto
fra Russia e Ucraina, con città
distrutte, profughi che hanno
perduto tutto e Paesi che non
vogliono saperne delle tragedie degli altri. Il fatto è che
tutto ciò che sta accadendo è
stato preparato e voluto, per
tanti interessi diversi e per garantire perenne buona salute
alla ricchezza di chi ha ricchezza, e per macroscopici errori militari e politici, da ciò
che chiamavamo Occidente,
prima che rivelasse di essere
un’associazione di popoli che
ha disperatamente bisogno
del perdono di Dio a causa
della sua stupida e indifferente
crudeltà. Intanto la coltivazione dell’odio intorno a noi fiorisce e, purtroppo, come è
sempre accaduto nella Storia,
darà i suoi frutti.

FATTI DI VITA

di Silvia

Truzzi

UN’ESPRESSIONE orrenda – che potrebbe a
buon titolo rientrare nell’elenco che sta compilando
Vincenzo Ostuni su Twitter – è “tirare per la giacca”.
A lungo è stata usata da compiti commentatori che
ammonivano a non incalzare il presidente della Repubblica (quando l’inquilino del Colle era Giorgio
Napolitano, oggi i commentatori sono meno preoccupati). Quel che va bene per il capo dello Stato, può
andare anche per il capo della Chiesa. Il pontefice si
è visto recapitare una richiesta da parte del Comune
di Torino, città dove è in visita ufficiale proprio in
questi giorni, e che gli offriva la cittadinanza onoraria. Iniziativa che però non sembra sia stata gradita
al destinatario. Pare che il sostituto della Segreteria
di Stato del Vaticano, Angelo Becciu, abbia comunicato al Municipio sabaudo quanto segue: “Il Santo
Padre non è solito accettare onorificenze e riconoscimenti di questo tipo”. Vero che Torino è la città
della Sindone, ma ostensioni a parte, se il Papa avesse accettato l’effetto emulazione sarebbe stato contagioso. Ed essendo lui il capo della Chiesa nel mondo, milioni di cittadine di ogni continente avrebbero
n

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di Nando dalla Chiesa

A

ccidenti che storie
escono, quando incominci a scavare.
Avrei voluto parlarvi di un ex sindaco che dopo tanti anni dal suo ultimo mandato
ancora lavora gratis per la sua
città. E invece son qui a raccontarvi di un uomo innamorato
della politica ma che per colpa
della politica può cercare rifugio
in un fazzoletto a sessant’anni
suonati. Si chiama Cesare Carnaroli, ed è stato il sindaco di
Fano dal 1995 al 2004. Nato a
Monte Porzio in provincia di
Pesaro nel ’51 da un falegname e
da una barista, ha preso il nome
dal nonno: un muratore “di
quelli bravi” costretto a emigrare in America perché senza lavoro. Aveva la colpa di essere repubblicano e anticlericale nei
possedimenti del conte di Montevecchio, sindaco di Fano un
secolo prima che venisse eletto
proprio il nipote del muratore
sovversivo. Insomma, una storia familiare che ha lasciato il segno in questo signore con occhiali e pizzetto grigio, lo sguardo che alterna lampi beffardi a
echi di commozione.

25 miliardi per opere portuali.
Solo che noi fummo gli unici a
presentare un progetto e quindi
prendemmo tutti i fondi, riuscendo a cambiar faccia a una infrastruttura fondamentale della
città. La seconda è che riaprimmo il teatro della Fortuna. Era
chiuso dai tempi della guerra,
con il tetto sfondato dalla cima
del campanile tirata giù dai tedeschi. Sì, i tedeschi in ritirata
avevano abbattuto tutti e cinque i
campanili di Fano per renderli
inservibili come vedette. Quando fui eletto misi fine alla rincorsa disordinata delle emergenze e decisi di fare le opere necessarie alla vita della città. Il teatro riaprì e raddoppiammo le
spese in cultura, pensi che venne
anche per due stagioni Dario Fo
a fare il suo carnevale”. La passione per la cultura. Quella gli è

FELICE, certo. Eppure grattando

COMUNISTA, dunque, il Cesare

Carnaroli. E questo lo si sarà capito. Arruolato nella segreteria
provinciale del suo partito a Pesaro già a 22 anni. Giunto giovanissimo a Fano mentre studia
scienze politiche all’università di
Urbino, dipendente Erap (Ente
regionale delle abitazioni popolari), una carriera da consigliere e
poi da assessore comunale in una
delle terre tradizionalmente più a
sinistra della penisola. Fino al
grande salto a sindaco. “Ma per
sbaglio. Allora c’era un accordo
di ferro tra comunisti e socialisti.
Pesaro e Urbino toccavano al Pci,
che lì superava il 50 per cento dei
voti. Fano, dove pure prendevamo il 40, andava ai socialisti, insieme alla presidenza della Provincia. Solo che agli inizi degli
anni Novanta saltò tutto con
Tangentopoli e diventai sindaco
io, comunista nativo di Monte
Porzio. È stata una grande esperienza. Ricordo con orgoglio soprattutto due cose. La prima è
che raddoppiammo il porto. Una
legge regionale aveva stanziato

spostando sedie, mentre qualche
gentiluomo locale ancora lo appella “Buongiorno sindaco”.
“Perché lo faccio? Per la mia città,
mica per ragioni politiche. La
prima edizione l’abbiamo fatta
quando c’era ancora il centrodestra, d’altronde. Poi un po’, lo
confesso, anche per questa rivalità con Pesaro, dove sono abituati a vederci come figli di un
dio minore. E infine perché ho
sempre creduto che questa città
vada sprovincializzata, indotta a
non pensare solo al bel tempo
andato, ma ad aprirsi”. L’ex sindaco si aggira e sorveglia i dettagli nel chiostro, sulla piazzetta,
nell’ufficio, da volontario qualsiasi. Si gode la gente che arriva,
ha ancora in mente la lectio magistralis di Sergio Zavoli, che venne qui due anni fa, apprezza gli
incontri sui movimenti politici o
sulla mafia, ce ne sono diversi.

Cesare Carnaroli

AL FESTIVAL
Una storia comunista:
ex sindaco di Fano
ripudiato dal partito,
lavora ancora – gratis
– per la sua terra
(e per la saggistica)
rimasta appiccicata addosso.
Tanto che l’ex sindaco si è preso
una settimana di ferie per star
dietro all’organizzazione del Festival della saggistica che chiude
oggi a Fano, “Passaggi Festival” si
chiama, giunto alla sua terza edizione e di cui è stato tra i fondatori. Così che tra autori e giornalisti e ministri lo potete vedere
che consulta orari e previsioni
del tempo, accogliendo ospiti o

nei ricordi a un tavolino gli si
può incrinare la voce. Gli diedero la colpa della vittoria del
centrodestra, racconta. Misero
un candidato debole dopo il suo
secondo mandato, lui eccepì,
ma quelli erano gli accordi, non
più con i socialisti ma con la
Margherita. Divenne il parafulmine della sconfitta. Colpa sua,
tutta sua. “Non si ha idea di che
cosa siano stati capaci di dire.
Dicevano anche che mi ero fatto
una villa, quasi quasi venne il
dubbio perfino a mia madre,
Cesare, dì la verità, ma tu hai
una villa? E lo sa che fecero? Nel
2009 promossero una consultazione per scegliere i candidati alle regionali. Io presi a Fano il 65
per cento. Ma l’allora segretario
provinciale mi disse secco ‘Tutto puoi chiedermi tranne un posto nelle istituzioni’. Ma che avevo fatto, avevo rubato, mi ero
arricchito? Sono una persona
onesta. La mia è una storia che
inizia con un nonno muratore
che non si è venduto al conte…”. Ecco. Qui lo sguardo ironico scompare. Si fa memoria
che sconfina nell’Ottocento,
sofferenza, calunnia che ancora
offende. Ma l’ex sindaco non
ama esibire occhi appannati. Un
colpo di fazzoletto e si alza di
scatto. Forse stasera non piove,
lasciamo le sedie dentro il chiostro.

Il nuovo sport dei cacciatori
di fama: prendere di mira il Papa
a buon diritto potuto avanzare una richiesta simile.
In settimana anche il segretario della Lega Matteo
Salvini ha avuto il suo “bel dire” con il Papa. Il quale
si era macchiato di questo peccato: “Vi invito tutti a
pregare perché le persone e le istituzioni che respingono questi nostri fratelli chiedano perdono,
perché tanti fratelli e sorelle che cercano rifugio lontano dalla loro terra, che cercano una casa dove
poter vivere senza timore, perché siano sempre rispettati nella loro dignità”. Attenzione, perché il segretario in maglietta si è sentito chiamato in causa e
soprattutto in dovere di commentare: “Quanti rifugiati ci sono in Vaticano? Il problema è che i rifugiati sono un quarto di quelli che arrivano. Noi non
abbiamo bisogno di essere perdonati. Peccato,
all’inizio mi piaceva tanto...” .
SICCOME è stato subissato di critiche, il giorno
dopo ha ben pensato di commentare altre parole del
Papa che aveva parlato della tragedia dei popoli impoveriti dalle manovre internazionali per salvare le
banche. E ha detto: “Oggi il Papa mi è davvero pian

ciuto. Non è che ieri non mi fosse piaciuto, chi sono
io per dirlo? Ma oggi con la storia dei popoli che
hanno pagato il salvataggio delle banche mi ha entusiasmato. E ha detto anche altre cose molto importanti. Viva Papa Francesco!”. No comment, va
senza dirlo. Comunque Salvini, uomo del popolo,
dovrebbe conoscere il vecchio proverbio “è peggio la
toppa del buco”, e ancor meglio “il silenzio è d’oro”.
Alzare troppo il tiro è un incidente frequente, se
qualche settimana fa lo scrittore Federico Moccia ha
pensato di dover aggiungere qualcosa al discorso di
Bergoglio che invitava i giovani a leggere i Promessi
sposi, consigliando la lettura del proprio capolavoro,
Tre metri sopra il cielo.
Forse Francesco, con i suoi “buonasera” e il suo stare
con gioia in mezzo a tutti, ha indotto le persone a
qualche confidenza di troppo? Più probabilmente
nell’età in cui attaccare ad alzo zero è uno sport assai
in voga presso i cacciatori di fama (disciplina molto
praticata), vale tutto. Perfino provare a usare il Papa
come strumento di propaganda con inquietante disinvoltura.

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SECONDO TEMPO

il Fatto Quotidiano

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

23

SENZA RETE
Antonio Padellaro

La riforma della scuola
è semplicemente inutile

Questa della scuola non è
una riforma giusta o sbagliata, è semplicemente
inutile; perché la nostra
società è incapace di accogliere, con la medesima
disgraziata noncuranza,
ottimi o pessimi studenti.
Quando un paese perde la
dimensione del futuro,
dove si nutrono i sogni e le
speranze affiorano, il divenire muore schiacciato
da un eterno presente incapace di pensare ad altro
se non alla sua perpetuazione. Non saprei dire se
questa riforma è epocale o
storica, ho solamente la
vaga impressione di non
aver compreso chi si farà
carico di queste esistenze
precarie e dei lori preoccupati genitori. A me
sembra, come in misura
molto più autorevole sostiene il Professor Umberto Galimberti, che “la
scuola abbia dimenticato
di avere a che fare con individui ancora immaturi,
ai quali non è lecito negare il diritto di indugiare in
determinate fasi, seppur
sgradevoli, dello sviluppo; la scuola non si deve
assumere prerogativa di
inesorabilità, propria della vita; non deve voler essere più che un gioco della
vita”. Ma perché questo
avvenga è necessario
comprendere che questi
giovani debbono essere
sostenuti nella ricerca del
loro talento, lasciando
esplodere quella forza disordinata tipica dell’età
evolutiva. Allora ecco avvenire la magia, la scuola
da mero ed asettico distributore del sapere, assumere un’anima capace di
sintonizzarsi con queste
giovani esistenze ed accompagnarle verso un apprendimento consapevole, che restituisca loro una
istruzione evoluta capace
di generare quell’interesse che alla base di qualsivoglia progettualità esistenziale. Scorrendo i
punti base di questa riforma non mi sembra di aver
colto la drammatica urgenza di queste problematiche; sono certo di
non aver avvertito quella

centralità che i giovani
dovrebbero avere in un
progetto che, innanzi tutto, riguarda il loro futuro
nonché le loro esistenze.
Al di là di qualsiasi tecnicismo, su cui non vale
neanche la pena soffermarsi, come è possibile
pensare ad una trasformazione della scuola senza che, di concerto, vengano assunte o create
quelle condizioni che
rendono questa istituzione educativa il motore di
una società che sia culturalmente in profonda trasformazione. I quesiti, le
domande sono tutte lì, intatte, immutate nel tempo; testimonianza di una
incapacità di leggere il
Paese in una chiave etico-morale, prima ancora
che progettuale.
Giacomo Scortichini

dell’accaduto al fatto che
le vittime si erano riunite
in preghiera disarmati.
Fatti mostruosi come
questo vanno combattuti
con l’educazione e la cultura, bene hanno fatto i
familiari delle vittime a
esprimere il loro perdono
verso l'assassino, perché
se dovesse essere condannato alla pena capitale,
come rischia, avrebbe alla
fine vinto lui e la sua assurda ideologia di morte
facendolo diventare un
martire agli occhi offuscati dall’odio degli altri
razzisti.
Mauro Chiostri

Sull’immigrazione
l’Europa non fa nulla

La questione dell’immigrazione sta diventando
sempre di più una grande
emergenza umanitaria e

Intolleranti
anche
con noi stessi
HO FATTO un viaggio in treno. Ero quasi
la sola passeggera italiana. La lingua
parlata mi era sconosciuta - forse dovrei integrarmi con l’Africa ma sono
troppo vecchia. Sono sicura che nessun
giornalista o politico legge niente di
quello che scrivono i cittadini: non diciamo cose intelligenti o buone ma mostriamo solo la nostra sofferenza per
non essere più considerati. C’è un certo
giornalista che alla radio non fa che dire
di quei clandestini: sono persone, sono
persone . E noi stanziali cosa siamo?
Esiste più lo Stato italiano? Ammesso
che sia mai esistito. No, noi siamo populisti se osiamo parlare di Stato italiano. No, noi siamo razzisti se osiamo dire
che andrebbero respinti (in che modo lo
decida il governo).
Annabarca2015

la vignetta

FORSE , ma dico forse, se non avessimo
noi rotto le scatole a quei Paesi... Tante
persone non sanno e non vogliono sapere che siamo andati noi nei loro territori per almeno un secolo comportandoci da padroni a casa loro, sfruttando
le loro risorse. Immagino cosa sarebbe
successo se fosse accaduto da noi... Immagino se noi fossimo stati ricchi di petrolio e di diamanti. E se fossero venuti
loro a casa nostra a comandare e a
prenderci le nostre risorse. Abbiamo distrutto e sfruttato mezzo mondo, fatto
guerre imperialiste, tutto per il denaro.
Ma tutto questo è meglio non saperlo.
Meglio pensare che sono loro sporchi e
cattivi. Basta pensare che noi abbiamo
la coscienza pulita e tutto si mette a posto.
Pan700

La strage di Charleston
simbolo dell’ignoranza

L’orrenda strage di Charleston racchiude in sé più
aspetti dell’aberrazione a
cui può arrivare la mente
umana. Innanzitutto il
bieco razzismo del killer,
giovanissimo, ma già imbevuto di quella non cultura che fomenta l’odio,
partendo da falsi presupposti che la scienza ha da
molto tempo sbugiardato, la sfrontata insolenza
della lobby delle armi che,
senza provare la minima
vergogna, imputa la colpa

purtroppo l’Europa continua a non mostrare la
sua faccia migliore. Siamo
davanti a migliaia di persone che fuggono da una
morte sicura, dalla fame,
dalla guerra, abbandonano i loro paesi, mettendo
le loro vite nelle mani di
spregiudicati criminali.
Queste rivoluzioni sono
un problema del mondo
musulmano. I Paesi islamici devono responsabilizzarsi, smettere di chiedere soldi all’Europa per
poi, allo stesso tempo, detestarla. Una volta tanto,

l’Ue dovrebbe avere una
posizione molto ferma e
prendere in considerazione gli interessi dei propri cittadini, almeno dei
più bisognosi. Noi non
possiamo accogliere tutti,
abbiamo tanti giovani
senza lavoro, tanti anziani e disoccupati che non
riescono più a sbarcare il
lunario. Bisogna affrontare seriamente il tema
della cooperazione e del
dialogo con i Paesi di partenza dei flussi al fine di
creare in loco strutture
adeguate di accoglienza.

il Fatto Quotidiano

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Marco Travaglio
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Editoriale il Fatto S.p.A.
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Consiglio di Amministrazione:

Lucia Calvosa, Luca D’Aprile,
Peter Gomez, Layla Pavone,
Marco Tarò, Marco Travaglio

NO, LE REMINISCENZE scolastiche sui
danni provocati dal colonialismo in Africa
non servono a niente e nessun discorso ragionevole ha diritto di cittadinanza al tempo della comunicazione autistica. Non parlo solo dei talk show dove le voci si accavallano e nessuno ascolta ciò che dice l’altro.
Ma quello che può succedere a cena con gli
amici se la chiacchiera cade sugli immigrati
(se non si è convenuto prima di eludere l’argomento) prevede il rischio concreto che
quando la cena finisce non ci siano più gli
amici. Siamo diventati intolleranti perfino
con noi stessi e preferiamo non interrogarci
su cosa sarebbe meglio fare. È un disorientamento naturale quando sono gli stessi governi a non sapere più che pesci prendere. In
democrazia dovrebbe funzionare così: tu ti
candidi con delle soluzioni ai miei problemi, io ti voto e se vieni eletto ti pago affinché
tu quei problemi li risolva sul serio. Non devo essere io a decidere come. Sei tu stipendiato per farlo. È tuo lavoro. Ma poi cosa
succede? Arrivato al governo il nostro dipendente si dimentica ciò che ha promesso
(e questo è normale, purtroppo). Meno naturale che i problemi siano lasciati a marcire creando tra i cittadini delle tensioni
crescenti, per la gravità dei problemi, accentuate dalla latitanza delle istituzioni. Finisce che l’eletto temendo di perdere voti metta la sua vela al vento dell’opinione maggioritaria. Che non è sempre la migliore. Quella alimentata dal risentimento e spesso
dall’odio sociale per il diverso. Niente che
abbia a che fare con la politica. Finisce che
l’eletto chiede a noi cosa deve fare.
Antonio Padellaro - Il Fatto Quotidiano
00193 Roma, via Valadier n. 42
lettere@ilfattoquotidiano.it

Occorre poi rivedere il regolamento di Dublino tre,
per favorire un’equa e sostenibile gestione e distribuzione dei profughi e richiedenti asilo nell’ambito dei 28 Paesi Europei,
con corridoi umanitari e
nel rispetto del reale progetto migratorio. Quindi,
stretta
collaborazione
con i governi dei Paesi da
cui si muovono i flussi, in
questo modo si promuoverebbero anche i doveri e
le responsabilità di questi
ultimi.
Rino Basili

Mandato parlamentare,
5 anni sono troppi

Osservando il Parlamento italiano attuale con la
curiosità che può avere un
antropologo, noto che gli
individui che ci abitano
(ovvero i nostri parlamentari), sembrano spesso completamente isolati
dalla realtà che li circonda, e visti i loro atteggiamenti corporativi e di auto difesa, si potrebbe tranquillamente confermare
la veridicità degli scrittori
quando parlano della “casta”, indicando la classe

politica nel suo insieme.
Basta osservare il loro
comportamento quando
arriva una richiesta di arresto per un deputato o
senatore, con commissioni che devono esaminare
se l’arresto sia giusto o se il
giudice è in torto, entrando in un conflitto istituzionale che di per se non
dovrebbe esserci. Ma probabilmente la cosa più
imbarazzante è il fenomeno migratorio che “misteriosamente” porta sempre i parlamentari a concentrarsi in quel centro,
che come per magia corrisponde sempre alla
maggioranza che governa; e che quando va bene
si trasforma in una comoda poltrona, quando invece lo sforzo dello spostamento non viene premiato abbastanza, in ogni
caso si rimane sulla comoda “cadrega” imbottita fino al termine del
mandato, che dura ben 5
anni. Penso che questo sia
il problema fondamentale, su cui ci si dovrebbe
soffermare e intervenire: i
cinque anni in questione
di mandato parlamentare
mi sembrano oggettivamente troppi, danno la
spiacevole sensazione di
stagnazione. Che viene
poi
sistematicamente
confermata purtroppo da
alcuni parlamentari che
quando vengono intervistati, escono improvvisamente
dal
letargo
dell’anonimato, rivendicando appartenenze a
Partiti o movimenti del
Giurassico, fra l’ilarità generale, che sarebbe anche
la mia , se solo la mia residenza fosse svizzera o
tedesca. Forse, anticipando il voto di un anno, non
dico che tutto questo sarebbe cancellato, ma
quanto meno ci sarebbe
un comportamento più
lineare con il proprio
mandato, unito forse a
qualche promessa elettorale mantenuta in più, che
in un Paese smemorato
non guasterebbe.
Dario Folcarelli
Il Fatto Quotidiano
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lettere@ilfattoquotidiano.it

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24

ULTIMA PAGINA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

DALLA PRIMA
di Marco Travaglio

hiusa la parentesi, veniamo
C
a noi. Martedì non perdetevi il Fatto Quotidiano. Alla pri-

ma occhiata, stenterete a riconoscerlo: abbiamo deciso di
cambiare la grafica con un nuovo progetto del nostro Fabio
Corsi, che mantiene lo spirito di
quella disegnata in origine da
Paolo Residori, ma la aggiorna ai
tempi che cambiano e alle nuove
esigenze che - nella ricerca di
mercato e in tante lettere e email
- voi lettori ci avete rappresentato. Ci avete chiesto un giornale
meno urlato e più agile, ordinato, sintetico e leggibile (anche
per le dimensioni dei caratteri).
Il Fatto resta il Fatto, con i suoi
principi ispiratori e le sue battaglie che il nostro primo direttore Antonio Padellaro ha incarnato alla perfezione e continua a
rappresentare con la sua presenza quotidiana. L’intransigenza e
lo stile critico e scanzonato insieme sono la nostra forza e non
vi rinunceremo mai. Ma la politica è sempre meno centrale
nella nostra vita e dobbiamo
prenderne atto, uscendo sempre
più dal Palazzo e aprendoci a ciò
che di nuovo ci offre la società.
Sperimentando – se ci riusciremo – un linguaggio meno gridato: per dire le stesse cose, con
lo stesso rigore, ma in forma più
serena. Per questo ci stiamo arricchendo di nuove firme e di
nuove rubriche. Dedicheremo
più spazio alla cronaca dalle città, alle analisi, ai commenti, ai
confronti di idee, al costume,
andando a cercare quei personaggi nuovi e positivi che incredibilmente ancora popolano
quest’Italia ripiegata su se stessa.
La politica sarà sempre al centro
dell’attenzione, ma solo quando
avrà un’incidenza sulla nostra
vita: le chiacchiere politichesi e i
finti retroscena (in un panorama
dov’è sparita persino la scena)
non fanno per noi. Le pagine dei
commenti e delle lettere avanzeranno al centro del giornale,
per dare più valore a quello che
voi lettori avete da dirci e a quello che noi giornalisti vogliamo
comunicarvi. I fatti saranno ancor meglio separati dalle opinioni, col ritorno del carattere corsivo e con altre soluzioni grafiche (e infografiche) che scoprirete strada facendo. Molti lettori, soprattutto quelli saltuari, ci
chiedono di guidarli alla lettura,
senza dare nulla per scontato e
aiutando anche chi si accosta al
Fatto per la prima volta a sentirsi
a casa propria, per sapere e capire subito ciò che è importante,
anzi indispensabile. Il nostro sarà un giornale-Tomtom, una
specie di navigatore satellitare
quotidiano per consentire a chi
sale a bordo all’improvviso di
trovare subito la strada. La nostra speranza è che quel gesto
bellissimo ma sempre più problematico di uscire di casa e di
andare in edicola a comprare il
“nostro” giornale diventi contagioso: noi non ci rassegnamo a
quella che troppo pigramente è
stata definita “la crisi della carta”. I nuovi lettori andremo a
cercarli uno per uno, anche con
incontri nelle città, nelle scuole,
nelle università, presso le tante
associazioni che ravvivano l’Italia. E qualche vecchio lettore che
s’è perso per strada magari ritroverà gli stimoli perduti per
tornare a leggerci. Tra due giorni si parte: aiutateci a passare parola a tutti quelli che vogliono
un’informazione libera (il nostro slogan è “L’indipendenza dà
dipendenza”). Ma soprattutto
scriveteci quello che vi piace e
quello che non va. Il cantiere è
aperto. A tutti.

RIMASUGLI

Insegnanti
di religione
contro Morte
Nera Gender
di Marco Palombi

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abbè, erano più di un milione. Chi siamo noi per
V
contestare gli organizzatori del

Family day? D’altronde non è
del tutto sorprendente che una
piazza così piena di fede abbia
qualche cedimento alla visionarietà (o, in assenza di pani
e di pesci, alla moltiplicazione dei presenti). Di
quel milione e dispari
però - o due milioni se preferiscono - a noi ne inte-

ressano solo 26mila circa. Tanti, a stare ai dati 2010 del ministero dell’Istruzione, sono gli
insegnanti di religione cattolica
nelle scuole italiane: docenti
pagati dallo Stato, ma scelti dai
vescovi, che mantengono anche la possibilità di revocarne
l’idoneità nel caso che dal
cattolicesimo passino al lato oscuro della forza o
all’ideologia gender (qualunque cosa sia, certi cat-

tolici la temono come la Morte
Nera quelli di Guerre stellari).
Cosa c’entra col Family day?
C’entra perché il Vicariato di
Roma - nella persona di don Filippo Morlacchi, direttore
dell’Ufficio per la Pastorale
Scolastica e l’Insegnamento
della Religione - ha scritto una
lettera a tutti gli insegnanti di
religione: “Il Vicariato non è tra
i promotori ufficiali dell’iniziativa, ma la appoggia” perché il

il Fatto Quotidiano

ddl Cirinnà, le unioni civili, la
gender theory, la rava e la fava... Venendo al sodo, “anche
a nome del cardinale Vicario,
vi esorto a partecipare a questa mobilitazione”. E quando
ti esorta quello che può toglierti il lavoro l’invito si fa,
come dire, pressante. Viva la
Repubblica laica (e chi non dà
l’8 per mille alla Chiesa non è
figlio di Maria e non pensa al
bene dei bambini).


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