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Il.Sole.24.Ore.21.06.2015.By.PdS .pdf



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Poste italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003
conv. L. 46/2004, art.1, c. 1, DCB Milano

Domenica
21 Giugno 2015

Domenica
1945,
incredulo
film dell’orrore
Angelo Varni u pagina 23

RENZI E I PROBLEMI DEL PAESE

Se l’opinione
pubblica
è più impaziente
del premier
di Luca Ricolfi

N

on è il caso di girarci troppo intorno: il governo Renzi non ha più la maggioranza
nel Paese.
Secondo l'ultimo sondaggio di Ilvo Diamanti,
il consenso al governo è al 39% (era al 69% un anno fa), mentre quello al Pd sarebbe precipitato al
32%, quasi 10 punti sotto il 41% delle Europee, e
circa 1 punto sotto quota-Veltroni (il 33% conseguito dal Pd alle politiche del 2008).
Che cosa è successo?
A me pare che le forze che, in questo momento, stanno mettendo alle corde il renzismo siano due, una di matrice esterna, l'altra di matrice
interna. La forza esterna è il cambiamento del
clima politico in Europa, con il rafforzamento
dei partiti anti-Buxelles, anti-euro e anti-immigrati. È un fenomeno che riguarda quasi tutti i
Paesi europei, senza distinzioni fra Nord e Sud,
fra Est e Ovest, fra Paesi ricchi e poveri, grandi e
piccoli. In Francia Marine le Pen. Nel Regno
Unito Nigel Farage. In Ungheria Viktor Orbán.
In Spagna Pablo Iglesias, leader di Podemos. In
Grecia Tsipras, a capo di Syriza. In Italia Grillo
e Salvini. Movimenti ostili agli stranieri sono
presenti da anni nelle civilissime Olanda, Svezia, Norvegia, Finlandia. Pochi giorni fa, in Danimarca, il Partito del Popolo Danese (formazione anti-immigrati) è diventata la seconda
formazione politica del Paese.
La seconda forza che sta mettendo in crisi il
renzismo, quella di origine interna, è il ritorno
in grande stile del movimento anti-casta, alimentato dalla deprimente catena di scandali e
inchieste che, per l’ennesima volta, ha colpito
la politica italiana, coinvolgendo in pieno il
partito del premier.
Rispetto a queste due grandi forze, Renzi e i
suoi sono apparsi impreparati. Sugli immigrati,
Renzi non pare aver capito che i problemi sollevati dalla destra “xenofoba e razzista”, che sono
essenzialmente problemi di sicurezza, rispetto
delle regole, decoro, sono problemi reali, chiaramente avvertiti dalla maggior parte degli italiani. E che è ingenuo pensare di affrontarli snobbando chi li prende sul serio («sbaglia chi vive su
paure e abbaia alla luna»), o dando la colpa ai governi del passato («le regole le ha fatte Maroni
quando era ministro dell’Interno»), o promettendo di battere i pugni in Europa, senza peraltro
avere la forza necessaria per imporsi. In questo,
Renzi si è rivelato molto simile ai suoi predecessori progressisti, che sui temi della sicurezza
hanno sempre balbettato, prigionieri dell’etica
dei principi, del tutto insensibili alle paure della
gente, aristocraticamente tacciata di ingiustificato allarmismo. Detto per inciso, il tasso di criminalità degli stranieri è circa 5 volte quello degli italiani, segno che l’allarme delle persone comuni è più in linea con la realtà della beata benevolenza dei politici di buoni sentimenti.
Sulla corruzione, le cose sono ancora più
complesse. Non ho mai capito perché, una volta
conquistato il Pd, Renzi non abbia imbracciato
risolutamente la ramazza. Ovviamente sapeva e
sa perfettamente quanto militanti, quadri e dirigenti di questo partito si siano allontanati dagli
stili di comportamento dell’era Berlinguer.
Continua u pagina 20

MILANO
MODA UOMO

BREVIARIO

di Gianfranco Ravasi

#Il Racconto

MEMORANDUM

di Roberto Napoletano

Gemelli, medicina e umanità

Grecia-Ue, lo scontro
«brucia» 1.000 miliardi
Aiuti o default: l’ultimo round domani a Bruxelles
LA CADUTA DEI BOND DELL’EUROZONA
L’indice dei titoli di Stato dei 19 Paesi
dell’area euro

1/04/2015
Apr

6.100

LA CADUTA DELLE BORSE
Il calo della capitalizzazione negli
ultimi 2 mesi. Dati in miliardi di euro

18/06
Mag

Giu
Francia

Romano, Lopsu pagine 4 e 5

Germania

Italia

6.000

I «NEMICI» DI TSIPRAS

Vietato criticare
di Vittorio Da Rold

I

l governo greco ha inserito perfino
la propria Banca centrale nella lista dei suoi nemici, nella lunga campagna per raggiungere un accordo
dell’ultima ora sulla crisi del debito
del Paese.
Continua u pagina 4

5.900

5.993

5.800
5.700

5.659

5.600

-107,106 -98,174

5.500

-14,001

Dossier Rating 24. Mese decisivo per il rilancio - Renzi: martedi via al Fisco

Governo, ecco le 12 riforme al bivio
Fisco, scuola, burocrazia: tempi stretti e nodi politici
pSono fissate per la prossima settima-

na due tappe decisive per il piano di riforme del Governo Renzi: il varo di altri
sei decreti di attuazione della delega fiscale (al Cdm di martedì) e il probabile
ricorso alla fiducia al Senato sulla “Buona scuola”. Sono 12 le riforme al bivio.
Strada in salita per Pa e spending review.
Rogari, Paris, Pattau pagine 2 e 3

Nei tuoi panni?
No grazie,
l’empatia
è un miraggio

L’automazione
dal volto umano
è made in Italy

Corbellini e Sirgiovanniu pagina 25

Stefano Micelliu pagina 11

IL DIBATTITO
E LE IDEE

La fiducia
che Atene
non costruisce
intorno a sé
di Luigi Zingales

L’

pIn attesa del vertice straordinario Effetto Grecia sui mercati
di domani a Bruxelles, che deve trova-

ora X si sta
avvicinando. Dopo
mesi di negoziati la
Grecia e i suoi creditori
sembrano arrivati a
un’impasse. La riunione
dell’Eurogruppo di
domani potrebbe essere
decisiva. Se un accordo
non viene raggiunto, la
Grecia non è in grado di
ripagare i suoi debiti nei
confronti del Fondo
monetario. Da un punto di
vista tecnico non è ancora
default, ma ci siamo
vicini. Nel frattempo la
Banca centrale europea
sta tenendo in vita le
banche greche con
continue immissioni di
liquidità attraverso una
linea di credito chiamata non a caso - Emergency
liquidity assistance (Ela).
Continua u pagina 5

Grexit e
i sonnambuli
europei
di Barbara Spinelli
u pagina 4

PANORAMA

Scuola, sindacati contro il Governo
No di Renzi al decreto-stralcio:
«Senza riforma assunti solo 20mila»
Sulla riforma della scuola è scontro tra Governo e sindacati. No del
premier Matteo Renzi alla richiesta di un decreto-stralcio per le assunzioni. «La riforma marcia tutta insieme» è la risposta del premier. «Senza legge saranno assunti solo i 20mila già previsti per legge». Martedì riprende l’esame in Commissione, Governo pronto a
mettere la fiducia in Aula , con l’obiettivo di varare la riforma al Senato entro la prossima settimana e incassare l’ultimo sì alla Camera
entro metà luglio. u pagina 8

Mattarella: garantiamo i diritti ai rifugiati
ma l’Unione europea faccia di più
L’Italia «continuerà a fare quanto necessario per assicurare ai rifugiati e a coloro che chiedono asilo un trattamento rispettoso dei diritti fondamentali e della dignità umana, con l’auspicabilmente crescente contributo dell’Unione europea». Lo ha ribadito ieri a Palermo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. u pagina 8

Cattaneo: la Ue fermi
le misure anti-concorrenza
Flavio Cattaneo (foto), amministratore delegato di Ntv, è
pronto a dare battaglia sul decreto del governo che riduce i
poteri e l’indipendenza dell’Autorità di regolazione dei
trasporti, indebolendo la liberalizzazione ferroviaria. Primo
atto, una segnalazione alla Ue.
Giorgio Santilliu pagina 15

L’INCHIESTA

Sigarette e contrabbando,
il «bancomat» delle mafie

di Roberto Galullo u pagina 21

I PROVVEDIMENTI ATTUATIVI

Cresciuta al 65,3%
l’attuazione dei decreti
previsti da Monti e Letta
Paris u pagina 2

FONDAZIONI E CAVALIERI DEL LAVORO IN UDIENZA DA FRANCESCO

Il Papa: «L’economia è radicata nella giustizia»
di Carlo Marroni

L

e parole del Papa contro la corruzione pesano come macigni. Il Pontefice torna molto spesso su questo argomento delicato e spinoso, e sempre senza troppe cautele diplomatiche. Anzi.
Anche ieri - a due giorni dalla pubblica-

zione dell'enciclica ambientale-sociale
“Laudato Si’” dove tra l’altro sferza senza appelli la disonestà negli affari - le
frasi di Francesco sono state come sempre molto chiare quando ha detto che
bisogna «tenersi lontano da corruzione
e malaffare», che si rende possibile se
l’economia «è radicata nella giustizia».

Parole pronunciate nell’udienza ai
membri della Federazione dei Cavalieri del Lavoro, imprenditori che, come
ha detto il Papa, si sono distinti «contribuendo a creare lavoro e far crescere il
valore dei prodotti italiani nel mondo».
Continua u pagina 20
Nicoletta Picchiou pagina 20

LETTERA AL RISPARMIATORE

Credem, internet
e risparmio gestito
per crescere
«stand alone»
Con Emporio
Armani e Zegna
sfila l’eleganza
discreta

ALL’INTERNO

Anche senza Grexit, la crisi ha un costo record: 600 miliardi persi in Borsa, 385 sui titoli di Stato

re in extremis una soluzione alla crisi
tra Atene e i creditori, c’è già un calcolo di come l’incertezza sulla permanenza della Grecia nell’euro abbia
avuto un impatto molto elevato sui
mercati: 600 miliardi persi in Borsa,
385 sui titoli di Stato.

Anno 151˚
Numero 169

di Vittorio Carlini

Flaccavento, Bottelliu pagina 16
Prezzi di vendita all’estero: Albania €2, Austria €2, Francia €2, Germania €2, Monaco P. €2, Slovenia €2, Svizzera Sfr 3,20

P

roseguire con gli investimenti, in particolare su internet. E, poi, spingere sul fronte
diconsulenzaerisparmiogestito.Sonotra
i focus di Credem. L’istituto, di recente, ha pubblicato i dati sul primo trimestre 2015. Numeri
che indicano ricavi e redditività in rialzo. Detto
ciò, per comprendere il concreto andamentodelbusinessènecessarioanalizzare le singole voci del bilancio.
Adesempio:ilmarginefinanziario.
Questo, nel 2014, era salito. Nei primi tre mesi dell’esercizio in corso,
nonostante il rialzo degli impieghi, è invececalato.Esisteunaproblematica?Gliesperti
smorzano i timori. I tassi di mercato sono bassi.
Quindi è difficile operare con efficacia sul margined’interesse.Certo:l’istitutodicreditopunta
ad aumentare i volumi dei prestiti. Questa strategia però ha compensato solo in parte gli effetti
della selezione di clientela voluta dalla banca
stessa. Credem, infatti, è focalizzata su imprese

ad alto merito di credito. Il che, da una parte, riduceilrischiosuiprestiti.Ma,dall’altra,limitagli
spazi di manovra. I soggetti con elevato standing, ad esempio, sfruttano con più forza la leva
contrattuale. A ciò deve, poi, aggiungersi la venditadigrandepartedeititolidiStatoitaliani.Una
mossa che, da un lato, ha spinto i ricavi da
trading; ma, dall’altra, ha fatto venir
meno gli interessi attivi che «aiutano» il margine finanziario. A fronte
di questo cocktail di cause si comprende la dinamica della voce contabile in oggetto. La quale, seppure rilevante,deveesserequindiaffiancatadaaltreentrate.
Quali?Tralealtre,oltreall’incrementodell’assicurativo, ha il suo ruolo il risparmio gestito. Il
tutto finalizzato alla crescita «stand alone».
u pagina 18
www.ilsole24ore.com/finanza

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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

2

Rating 24

Le incognite prima della pausa estiva
In cerca del via libera di Palazzo Madama la riforma costituzionale
sul nuovo Senato, la Buona Scuola e la riforma della Rai

IL PERCORSO DELLE RIFORME
DISEGNO DI UMBERTO GRATI

Le 12 riforme sotto la lente

DELEGA FISCALE

JOBS ACT

Sanzioni e contenzioso
nei sei decreti in arrivo

Lavoro, decreti attuativi
verso il completamento

Scuola, fisco e concorrenza:
tutte le riforme al bivio

Stato dell’arte. Con i tre decreti su
certezza del diritto, internazionalizzazione delle imprese e fatturazione elettronica licenziati in
prima lettura da Camera e Senato,
l’attuazione dei principi della
delega fiscale raddoppia: si passa
dall’attuale 15 al 30,2 per cento.
Dopo 15 mesi dall’approvazione
della legge delega e a una settimana dal termine di scadenza fissato
per il prossimo 27 giugno entro cui
il Governo potrà emanare i decreti
attuativi, sono pienamente operativi con tanto di pubblicazione
sulla «Gazzetta Ufficiale» soltanto
tre provvedimenti: le semplificazioni con la sperimentazione della
dichiarazione precompilata; la
tassazione sui tabacchi; le modifiche di composizione e funzionamento delle commissioni censuarie per la riforma del catasto.
Prospettive del provvedimento.
Nei prossimi giorni il Governo
punta a dare una bella spinta
all’attuazione dei principi della
delega portando all’esame del
Consiglio dei ministri altri sei
provvedimenti. Se l’obiettivo sarà

Marco Rogari

SCUOLA

centrato la percentuale di operatività dei principi di riforma del fisco
salirebbe fino al 72% includendoci
anche i principi che saranno fissati
dai sei decreti che saranno spediti
in Parlamento a partire dalla
riforma delle sanzioni penali e
amministrative, gli interpelli e il
contenzioso, il fondo taglia tasse
alimentato dai proventi della lotta
all'evasione dal taglio delle tax
expenditures, il nuovo catasto, i
giochi l'Iri e l'Irap per gli autonomi.
Il condizionale però è d’obbligo.
Nodi politici. Tra i principi che
rischiano di restare inattuati
spiccano quelli della tassazione
ambientale: nessuna traccia è
emersa ancora sulle nuove green
taxes finalizzate a nuove forme di
fiscalità per orientare il mercato
verso stili di consumo e di produzione sostenibili nel principio della
neutralità fiscale. (M. Mo. e G.Par.)
AVANZAMENTO
EFFICACIA

MEDIO
ALTA

Stato dell’arte. Le otto deleghe
del Jobs act sono state esercitate
nei tempi stabiliti. Con i primi
due decreti legislativi entrati in
vigore il 7 marzo è stato istituito
il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti insieme a
un nuovo sostegno per la disoccupazione, la Naspi. Altri due
Dlgs saranno operativi con la
pubblicazione in Gazzetta
ufficiale (lunedì o martedì): il
primo riguarda il riordino delle
tipologie contrattuali, il secondo la conciliazione tra vita e
lavoro. Altri 4 schemi di Dlgs
hanno avuto il sì del Cdm l’11
giugno: revisione delle politiche
attive, riordino degli ammortizzatori sociali, semplificazioni e
controlli a distanza, razionalizzazione dell’attività ispettiva
(con un unico Ispettorato del
lavoro).
Prospettive del provvedimento
Gli ultimi quattro decreti sono
stati trasmessi il 16 giugno alle
Camere che hanno un mese per i
pareri. A metà luglio, quindi,
torneranno al Cdm per essere

varati definitivamente. A quel
punto si sarà completata la
riforma complessiva del mercato del lavoro che ha riguardato la
flessibilità in entrata, quella in
uscita e la flessibilità organizzativa, insieme al sistema di
tutele.
Nodi politici. I sindacati criticano le norme sui controlli a
distanza ed intendono dare
battaglia nelle commissioni per
ottenere modifiche sostanziali,
avendo una sponda parlamentare nella minoranza Pd e in Sel
che hanno criticato le norme.
Preoccupa i sindacati anche la
parte relativa alle politiche
attive, poiché la competenza sul
lavoro e sulla formazione è
legata alla riforma costituzionale, quindi inevitabilmente vi
sarà da gestire una fase transitoria. (G. Pog.)
AVANZAMENTO
EFFICACIA

ALTA
ALTA

Test importanti già in settimana - Restano i nodi Pa e spending
ROMA

pIl varo di altri sei decreti di at-

tuazione della delega fiscale e il
probabile ricorso alla fiducia al
Senato sulla “Buona scuola” con
l’obiettivo di ottenere il via libera
del Parlamento alla riforma prima della pausa estiva. Sono fissate per la prossima settimana queste due tappe chiave per il destino
del piano di riforme targato Renzi. Due passaggi importanti. Una
sorta di bivio, dopo l’attuazione
delle otto deleghe del jobs act e il
primo sì di Palazzo Madama alla
riforma del codice degli appalti,
per la composizione del complesso mosaico degli interventi
strutturali, necessari per dare
maggiore forza alla ripresina economica e per rispettare gli impegni assunti con Bruxelles. Che
proprio sulla base della clausole
delle riforme ci ha consentito di
beneficiare di maggiore flessibilità per i conti pubblici. In quest’ottica si colloca anche il percorso del primo Ddl sulla concorrenza, che dovrebbe ottenere il sì
di Montecitorio entro luglio.
In rampa di lancio ci sono poi
due decreti, uno sul settore bancario (accelerazione delle procedure di riscossione dei crediti
deteriorati) e l’altro sulla giustizia (diritto fallimentare) che potrebbero anche vedere la luce nel

prossimo Consiglio dei ministri
di martedì chiamato a varare i sei
decreti di attuazione della delega fiscale in quella chi annuncia
una settimana importante per la
partita sulle riforme.
Partita che non si annuncia del
tutto in discesa. Anche perché
alcuni provvedimenti non viaggiano affatto spediti. È il caso
della riforma della pubblica amministrazione, che dopo una

L’INCOGNITA DECRETI

Al Cdm di martedì possibile
esame anche dei Dl
su giustizia civile, banda larga
e sulla deducibilità delle
perdite sui crediti
lunga navigazione al Senato corre il rischio di segnare il passo
anche alla Camera. Non mancano le incognite, che non riguardano solo la riforma della scuola,
su cui è in atto un braccio di ferro
al Senato, ma anche la definizione della nuova fase di spending
review da 10 miliardi da realizzare con la prossima legge di stabilità soprattutto per sterilizzare
le maxi-clausole di salvaguardia
da oltre 16 miliardi nel 2016 (in
primis l’aumento dell’Iva) inse-

rite nelle ultime due “ex Finanziarie”. Resta poi incerta la sorte
del decreto sulla banda larga, atteso da tre mesi ma più volte rinviato. Anche se non è del tutto
escluso che il Dl finisca sul tavolo del prossimo Cdm.
Matteo Renzi ribadisce comunque di essere intenzionato
ad accelerare il più possibile. Il
premier conta di incassare prima
della pausa estiva dei lavori parlamentari il via libera delle Camere
alla riforma delle scuola e quello
dei due rami del Parlamento sulla
riforma costituzionale che abolisce il Senato elettivo e riforma il
Titolo V. Se questo percorso venisse confermato, l’approvazione definitiva del provvedimento
(la seconda doppia lettura) potrebbe arrivare in autunno e comunque entro la fine dell’anno.
Ma la partita si gioca in gran
parte sui provvedimenti economici. Il Consiglio dei ministri di
martedì oltre ai sei nuovi decreti
di attuazione della delega fiscale
(a partire da quello sulla riforma
delle sanzioni penali e amministrative, sul contenzioso e sulla
lotta all’evasione) potrebbe dare
l’ok a un decreto legge sul settore
bancario per accelerare le procedure di riscossione dei crediti deteriorati e forse anche al Dl sulla
banda larga. E tra i decreti in arrivo (anche in questo caso l’opzio-

ne “martedì” resta valida) c’è
quello sulla giustizia.
Già in marcia in Parlamento è
invece il primo disegno di legge
sulla concorrenza. Il ministro
dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ripete che per sostenere la ripresa sono necessarie la riforma
del lavoro, quella fiscale e le liberalizzazioni. Anche per questo
motivo il cammino del provvedimento dovrebbe essere spedito:
il primo sì della Camera dovrebbe arrivare entro luglio per consentire al testo di passare all’esame del Senato subito dopo la
pausa estiva. Meno agevole si
profila il percorso della riforma
Pa, per la quale il previsto approdo domani in Aula alla Camera è
stato già rimandato. L’ok di Montecitorio dovrebbe arrivare entro luglio, ma poi il provvedimento dovrà tornare a Palazzo
Madama per il disco verde finale.
Solo a quel punto potranno essere varati i decreti attuativi delle 13
deleghe del Ddl Madia. Per la riforma della Rai i tempi non dovrebbero invece essere lunghi.
La prossima settimana al Senato
dovrebbero cominciare le votazioni sui 380 emendamenti presentati in Commissione. Anche
in questo caso l’obiettivo del Governo è ottenere il disco verde
prima della pausa estiva.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

CREDITO

La sfida di una riforma
Primo step i crediti deteriorati,
non solo nuove assunzioni per fisco e bcc nodi ancora aperti
Stato dell'arte La riforma della
scuola è attualmente ferma in
commissione Istruzione del
Senato. I possibili correttivi
interesseranno le tre questioni
chiave: merito e valutazione dei
docenti, autonomia dei presidi
nella gestione dell'istituto, e
school-bonus (gli investimenti
privati per potenziare le attività
didattiche o per migliorare la
sicurezza delle aule). Sui presidi,
accantonata la proposta di mettere
tetti alle durate degli incarichi, si
introdurrebbero per legge i criteri
di valutazione, da collegare poi alla
loro retribuzione di risultato.
Prospettive del provvedimento
Molto dipenderà dalle reazioni in
commissione agli emendamenti
dei relatori. In sede referente sono
stati depositati circa 3mila emendamenti. Se si troverà un'intesa,
questi potrebbero scendere di
numero ed essere votati velocemente. Più probabile, che si
ricorrerà alla fiducia per velocizzare l'approvazione del provvedimento, il cui piatto forte resta il
maxi-piano di stabilizzazione di
oltre 100mila precari.

Nodi politici. Le opposizioni, per
ora, dichiarano di non voler ritirare
i propri emendamenti. E non tutta
la (variegata) minoranza dem è
d'accordo con la linea d'azione del
governo. Inoltre, in commissione
Istruzione del Senato, i numeri a
favore della maggioranza sono
incerti. Un'altra variabile da
considerare sono i sindacati che
continuano a ritenere illegittimo il
Ddl e incalzano per modificare
radicalmente il provvedimento su
poteri dei presidi e autonomia.
Anche ieri Cgil, Cisl e Uil hanno
chiesto al governo una rapida
convocazione per un confronto
sull'articolato, sganciando il
pacchetto assunzioni, da far
viaggiare con un autonomo decreto-legge. Quest'ultima istanza è
bocciata dal premier, Matteo
Renzi, secondo cui la riforma deve
viaggiare tutta insieme. (Cl.Tu.)
AVANZAMENTO
EFFICACIA

MEDIO
MEDIA

Stato dell’arte. Sono tre gli interventi nel settore del credito cui sta
lavorando il governo. Il progetto in
fase più avanzata, che potrebbe
approdare al prossimo Cdm
martedì, riguarda l’accelerazione
delle procedure per la riscossione
dei crediti deteriorati. Le nuove
misure, che andranno a modificare
le procedure di insolvenza,
dovrebbero consentire di ridurre il
tempo medio per l’escussione
delle garanzie immobiliari legate
ai crediti da 7 anni e 3 mesi ad
almeno 5 anni.
Prospettive del provvedimento.
Più lungo si potrebbe rivelare il
percorso per il provvedimento che
riguarda la deducibilità delle
perdite sui crediti. Le norme
attuali prevedono la diluizione su
5 anni delle deduzioni a fronte di
perdite su crediti, ma per allineare
l’ordinamento italiano a quello Ue
queste deduzioni dovranno essere
accorpate nell’esercizio in cui
vengono maturate.
Nodi politici. Il problema di fondo
per cui l’innovazione tarda ad
approdare in consiglio dei ministri
è la necessità di trovare la copertu-

ra: secondo alcune stime i costi
potrebbero oscillare da 3 a 6
miliardi. Problematico l’ultimo
fronte, il processo di autoriforma
delle banche di credito cooperativo cui sta lavorando l’associazione
di categoria, Federcasse: incontra
resistenze all’interno del variegato mondo delle 376 bcc: il timore
maggiore risiede nel fatto che la
prospettiva di portare il controllo
delle banche sotto una unica spa il
cui capitale può essere aperto a
investitori esterni porti a una
perdita di autonomia e allo snaturamento del principio mutualistico e del legame con il territorio che
è alla base dell’attività delle bcc.
Finchè all’interno del sistema non
sarà trovato un punto di mediazione e di equilibrio per il governo
non sarà semplice scrivere la
cornice normativa che servirà per
attuare la riforma. (L.Ser.)
AVANZAMENTO
EFFICACIA

BASSO
MEDIA

Il monitoraggio. Avanza la messa in pratica degli interventi varati dagli ultimi tre governi: residuo da 889 a 296

L’attuazione delle riforme al 65,3%
ROMA

pContinua la lunga marcia del

governo Renzi per completare
l’attuazione delle riforme varate
dal momento del suo insediamento, a febbraio 2014, e di quelle messe in campo dai precedenti esecutivi Letta e Monti: superato il giro
di boa del 50% di inizio anno, al 9
giugno la messa a punto dei decreti necessari a rendere efficaci leggi
e manovre varate dal 2011 a oggi ha
raggiunto il 65,3%. Guadagnando
oltre quattro punti rispetto a fine
aprile quando il precedente monitoraggio di Palazzo Chigi segnava
quota 61,1%. E se dei 414 atti di secondo livello previsti dai 45 tra leggi decreti legge e Dlgs targati Renzi già in vigore ne sono stati adottati il 42%, la grossa «spolverata su
decreti attuativi» per usare le parole dello stesso premier qualche
tempo fa, è stata fatta sull’eredità
ricevuta dai due precedenti governi. Stock che è sceso dal livello
iniziale di 889 a 296, il 67% in meno. Con un tasso di attuazione che
è passato dal 52,4 al 75,3% per il governo dei professori e dal 13,6 al
65,7% per quello Letta. Uno smaltimento che ha marciato anche
perché nel frattempo alcune misure sono state superate o riassorbite dalle riforme approvate suc-

Tassi di attuazione
Tassi % calcolati sulla base
dei termini di scadenza previsti
(22/2/2014-9/6/2015)
2014

2015

22/2

7/8

18/6

12/2
27/11

9/6
26/4

80
65,3%
61,1%
54,5%
48,7%

60

40
20

36,4%
22,2%

0
Fonte: Presid. del Consiglio dei ministri

IL BILANCIO DI RENZI

Gli interventi approvati
dall’esecutivo in carica
richiedono 414 atti di
secondo livello: finora
adottato il 42 per cento

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cessivamente.
La strada resta comunque in salita perché nonostante manchi solo un terzo del pacchetto dell’arretrato con l’approvazione nel tempo delle riforme del governo Renzi si accumula una nuova mole di
decreti attuativi. Tenendo conto
anche che spesso l’iter parlamentare appesantisce il fardello degli
atti necessari per tradurre in pratica le norme. Anche perché, pur rivendicando una minore produzione legislativa, a oggi i consigli
dei ministri dell’era Renzi hanno
sfornato 176 provvedimenti tra disegni di legge (75), decreti legge
(31) e decreti legislativi (70). Inoltre molti dei decreti ancora in
stand by prevedono il concerto tra
ministeri, che finora ha rappresentato il vero collo di bottiglia
dell’attuazione. Tanto che l’esecutivo è corso ai ripari introducendo
la scorsa estate una norma tagliola
che prevede il silenzio-assenso
nel caso di mancata risposta dell’amministrazione concertante.
Rimedio però che resta ancora
sulla carta visto che la disposizione è stata inserita nella delega Pa
(Ddl Madia) ancora in commissione alla Camera, dopo esser stata approvata dal Senato.
Tutt’altro che una questione

tecnica, i ritardi nell’approvazione dei decreti attuativi rappresentano un’ipoteca sulla crescita, limitando gli effetti sull’economia
reale delle riforme approvate, come più volte ricordato dall’Ocse e
da Bruxelles. E i numeri dell’attuazione cambiano un po’, al ribasso,
se si prendono in considerazione
proprio solo le grandi riforme economiche adottate dagli ultimi tre
esecutivi per portare il paese fuori
dalla crisi. Secondo il monitoraggio del Sole 24 Ore che verifica periodicamente lo stato dell’arte di
questi provvedimenti, a oggi l’asticella dell’attuazione si ferma al
60,2%: su 1.059 misure necessarie
per tradurre in realtà le otto manovre dei professori (dal Salva Italia
ai due Dl Sviluppo), le 11 di Letta
(dai pagamenti dei debiti Pa alle
imprese fino al riordino delle province passando dal Destinazione
Italia) e le 11 dell’attuale esecutivo
(avviate con il Dl Lavoro e passate
per la riforma della Pa e della giustizia) ne mancano ancora all’appello 421. Va da sé che le manovre
più recenti registrano performance più basse: se per Monti si arriva
all’80,5% e per Letta al 64,9%, Renzi segna il 33,5 per cento.
Ma. Par.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

GIUSTIZIA CIVILE

APPALTI

Pronto il Dl : nel mirino Dopo l’ok «largo» al Senato
concordato e revocatorie iter veloce alla Camera
Stato dell’arte. Forse già al
prossimo Consiglio dei ministri
dovrebbe essere presentato un
decreto legge con un pacchetto
di misure urgenti che interverrà sul diritto fallimentare
(concordato preventivo,
finanza all’impresa in crisi,
revocatorie, tempi di chiusura
del fallimento) sull’esecuzione, sul processo telematico e
su alcuni punti di amministrazione della giustizia (reclutamento magistrati e personale
amministrativo, accesso in
magistratura, potenziamento
dell’ufficio del processo). Con
il decreto legge verrà anche
previsto un credito d’imposta
per incentivare negoziazioni e
arbitrati.
Prospettive del provvedimento. Dopo il via libera del Consiglio dei ministri che però
potrebbe arrivare anche su una
versione del testo emendata di
alcune parti, forti sono ancora i
dubbi sull’inserimento delle
norme sull’organizzazione
giudiziaria, il provvedimento

sbarcherà in Parlamento dove
dovrà fare i conti, per la conversione con la “classica”
strozzatura dei tempi in vista
della pausa estiva dei lavori di
Camera e Senato
Nodi politici. I nodi da sciogliere riguardano alcuni
passaggi del testo, in primo
luogo le norme di diritto
fallimentare (per la riforma
complessiva del quale, tra
altro, è già al lavoro una commissione ministeriale che
pochi giorni fa si era espressa
in termini critici su nuovi
interventi spot sulla Legge
fallimentare)appaiono a prima
vista assai sbilanciate a favore
delle banche, come pure il
credito d’imposta prevede un
budget tutto sommato contenuto (10 milioni)
AVANZAMENTO

EFFICACIA

BASSO

MEDIO

Stato dell’arte. La settimana che si
conclude ha segnato un primo
fondamentale punto di fermo, con
l’approvazione a larghissima
maggioranza al Senato della legge
delega per la riforma del codice
degli appalti e il receipimento delle
direttive Ue. Una sessantina di
principi di delega vanno nella
direzione di cogliere entrambi gli
obiettivi auspicati: barriera anticorruzione con norme destinate a fare
pulizia e trasparenza e al tempo
stesso creazione di un quadro
normativo semplificato e fortemente rinnovato per far ripartire un
settore bloccato da dieci anni.
Prospettive del provvedimento. La
larga maggioranza al Senato (solo
M5S e Sel astenuti, tutti gli altri
favorevoli) fa sperare in un passaggio veloce anche alla Camera che
però difficilmente riuscirà ad
approvare prima della pausa estiva.
C’è da mettere in conto qualche
modifica e quindi una terza lettura
al Senato, ma ci sono tutte le
condizioni per fare bene e in fretta.
Poi, il governo avrà sei mesi per
recepire la delega, ma i paletti posti

dal Parlamento e il principio della
semplificazione dovrebbero
rendere agevole anche questa
strada. Anche perché, a fronte della
delegificazione, crescono i poteri
dell’Autorità anticorruzione
guidata da Raffaele Cantone,
pronta alla trasformazione nel
regolatore ordinario di mercato.
Nodi politici. Al momento non
sembrano esserci difficoltà e anche
il clima da Tangentopoli che
assedia il Palazzo on ha rovinato il
clima parlamentare. Finora Renzi
non ha rivendicato il successo di
questo legge e forse anche questo
agevola la conclusione dell’iter
legislativo. Resta da capire se,
aldilà degli aspetti di competenza
formale, l’attuazione della delega
farà capo alla Presidenza del
Consiglio o al ministero delle
Infrastrutture.
AVANZAMENTO

EFFICACIA

MEDIO

MEDIA

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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

3

I lavori alla Camera
Possibilità di accelerazione per i disegni di legge su liberalizzazioni e appalti
mentre resta indietro la riforma della pubblica amministrazione
SCHEDE A CURA DI C. Fotina, M. Mobili, G. Negri, G. Parente, E. Patta, G. Pogliotti, M. Rogari, L. Serafini,C. Tucci

In attesa delle decisioni del governo
Oltre ai provvedimenti sul fisco, attendono il via libera del Cdm
i decreti sulle banche, sulla banda larga e sulla giustizia civile
L’agenda del governo. «La ripresa c’è, ora dobbiamo far ripartire l’edilizia»

Renzi: martedì sei decreti fiscali
Una partita da 10 miliardi in Consiglio dei ministri, il 25 giugno
Per le riforme costituzionali
lo scoglio dei numeri in Senato per sterilizzare le «clausole» sblocchiamo le opere pubbliche

NUOVO SENATO E TITOLO V

Stato dell’arte. La riforma costituzionale che abolisce il Senato
elettivo e riforma il Titolo V della
Costituzione riequilibrando le
competenze tra Stato e Regioni si
trova per la terza lettura in
Senato. La volontà del Governo è
di arrivare all’approvazione da
parte dell’Aula di Palazzo Madama entro la pausa estiva dopo
aver introdotto alcune modifiche
per venire incontro alle richieste
della minoranza del Pd. Il successivo passaggio alla Camera,
che potrà intervenire in ogni caso
solo sulle poche modifiche nel
frattempo apportate al Senato,
sarà politicamente blindato
(l’accordo nella maggioranza è
che si approverà così come
uscirà dal Senato) e chiuderà la
prima doppia lettura prevista
dalla Costizione. Dopo una pausa
di tre mesi ci sarà una seconda
doppia lettura dove però i
parlamentari si potranno espimere con un sì o con un no secco.
Prospettive del provvedimento.
Il prossimo passaggio al Senato
è quello più difficile, visto lo

SPENDING REVIEW

scarso vantaggio di cui gode a
Palazzo Madama la maggioranza
(9 teste) e il numero cospicuo di
dissidenti del Pd (una ventina).
Passato questo scoglio il provvedimento viaggerà in discesa e si
potrà celebrare il referendum
confermativo voluto dallo stesso
governo nell’autunno del 2016.
Nodi politici. Il nodo politico più
grande riguarda la modalità di
elezione dei futuri senatori, che i
dissidenti vorrebbero diretta e il
governo vuole invece mantenere
di secondo grado senza indennità propria (i consiglieri-senatori
prenderanno solo l’indennità
regionale). Una possibile soluzione può essere la previsione di
appositi listini all’interno delle
liste per l’elezione dei Consigli
regionali: un intervento che si
potrà fare con legge ordinaria.
(Em. Pa.)
AVANZAMENTO

EFFICACIA

MEDIO
ALTA

LIBERALIZZAZIONI

Stato dell’arte. L’ultimo Def
presentato ad aprile ha fissato in
0,6 punti di Pil, ovvero 10 miliardi, l’obiettivo da centrare nel 2016
con la nuova fase di spending
review. Già da diverse settimane il
nuovo commissario alla revisione
della spesa, Yoram Gutgeld, è al
lavoro insieme a Roberto Perotti
su alcune specifiche aree (dalle
partecipate agli immobili pubblici
fino alle sedi periferiche dello
Stato, agli acquisti della Pa e alle
tax expenditures). Gutgeld conta
di elaborare un pacchetto di
proposte da sottoporre a settembre, in vista del varo della prossima legge di stabilità, a Matteo
Renzi e al ministro Padoan.
Prospettive del provvedimento.
La nuova fase di spending è
indispensabile anzitutto per
disinnescare le maxi-clausole di
salvaguardia da oltre 16 miliardi
per il 2016, a cominciare da quella
sul potenziale aumento dell’Iva,
inserite nelle ultime due leggi
stabilità. Un’altra finalità è quella
di proseguire con il processo
efficientamento della spesa con

l’eliminazione degli sprechi. Resta
da capire se il Governo riuscirà a
individuare tagli per 10 miliardi.
Nodi politici. Per tagliare questo
traguardo non potranno non
essere toccati settori come la
sanità, anche solo facendo leva
sulla centralizzazione degli
acquisti per beni e servizi, e le
partecipate. E proprio questi sono
due dei principali nodi da sciogliere, visto il no delle Regioni a
subire altri tagli alla sanità e la
timidezza dei Comuni sulle
municipalizzate. L’altra incognita
è rappresentata dai tempi di
approvazione della riforma della
Pa, con le sue misure di razionalizzazione di strutture e personale. Il
Ddl delega Madia procede alla
Camera e un passo tutt’altro che
sostenuto. E un iter rallentato che
non consentirebbe di “cifrare”
subito preziosi risparmi. (M.Rog.)
AVANZAMENTO

BASSO

EFFICACIA

ALTA

RIFORMA PA

Avanti sulla concorrenza Anche a Montecitorio
primo sì possibile a luglio rischio «tempi lunghi»
Stato dell'arte. Il Ddl per la
concorrenza, il primo da quando
esiste l’obbligo annuale istituito
nel 2009, è attualmente all’esame delle commissioni competenti della Camera. Nei prossimi
giorni si concluderanno le
audizioni.Il termine per la
presentazione degli emendamenti dovrebbe essere fissato
per la prima settimana di luglio.
Prospettive del provvedimento.
Il calendario dei lavori parlamentari e la tabella di marcia che
stanno immaginando relatori e
governo lascia prevedere che il
Ddl possa essere licenziato dalla
Camera entro luglio per poi
passare all’esame del Senato
dopo la pausa estiva. Il Ddl
contiene misure in una decina di
settori. Spiccano l’addio al
mercato tutelato dell’energia, a
partire dal 2018, il pacchetto
assicurazioni con gli sconti da
applicare per chi si fa installare
la scatola nera, la possibilità per
gli avvocati di autenticare
compravendite immobiliari per
uso non abitativo fino a un valore
catastale di 100mila euro, la

piena portabilità dei fondi
pensione, l’apertura a società di
capitali nelle farmacie. Possibili
modifiche sulle norme che
riguardano energia, Rc auto,
professioni, fondi pensione.
Nodi politici.Il Ddl, come accaduto in passato per altri provvedimenti riguardanti liberalizzazioni, rischia l’assalto delle
lobby interessate dalle misure in
Parlamento. Rischio prospettato
anche dall’Antitrust che auspica
una tenuta generale del Ddl.
Energia, Rc auto, professioni
sono i capitoli che potrebbero
attrarre le maggiori modifiche
durante l’iter parlamentare. Tra i
nodi anche la possibile estensione alla Gdo della vendita dei
farmaci di fascia C senza ricetta:
da vedere se si replicherà lo
scontro Sviluppo economico-Salute che aveva preceduto il varo
da parte del governo. (C.Fo.)
AVANZAMENTO
EFFICACIA

MEDIO
ALTA

BANDA LARGA

Stato dell’arte. Tredici le deleghe
da attuare del Ddl Madia: spaziano dalla riorganizzazione del
personale pubblico e della dirigenza, alla razionalizzazione delle
partecipate, fino alla riduzione
degli uffici territoriali del Governo
(a cominciare dalle Prefetture) e
dei Corpi di polizia. La riforma
della Pa ha avuto una lunghissima
navigazione al Senato. Il provvedimento è poi passato alla Camera ma nonostante le assicurazione
del Governo su un iter più rapido,
anche a Montecitorio il testo ha
cominciato a segnare il passo.
Atteso inizialmente in Aula per il
22 giugno, il Ddl è ancora alla
prima fase di votazioni in commissione Affari costituzionali.
Prospettive del provvedimento.
Matteo Renzi continua a ripetere
che l’approvazione della riforma
Pa resta una delle priorità. Ma la
lenta navigazione parlamentare
della riforma rischia di rendere
operativo il provvedimento solo a
2016 inoltrato. Dopo il via libera
della camera, ipotizzabile a
questo punto non prima della fine
di luglio, il testo dovrà tornare al

Senato iin terza lettura per
l’approvazione definitiva che
rischia di arrivare solo alla ripresa
dei lavori parlamentari dopo la
pausa estiva. A quel punto dovranno essere varati i decreti
legislativo di attuazione delle 13
deleghe da sottoporre al parere
del Parlamento.
Nodi politici. Alla Camera la
partita è tutt’altro che in discesa.
Il nodo principale da sciogliere
resta quello della riorganizzazione della dirigenza e degli incarichi
esterni. C’è poi la questione
partecipate e della relativa
mobilità del personale. Altre
tensioni potrebbero concentrarsi
sul futuro dei Prefetti (riduzione e
nuovo inquadramento) e sulla
soppressione del Corpo forestale
dello Stato. Senza considerare
che la partita potrebbe in ogni
caso riaprirsi al momento della
stesura dei decreti legislativi.
AVANZAMENTO
EFFICACIA

BASSO
ALTA

Nodi politici. Il principale nodo è
la ricaduta che questo decreto
può avere sui rapporti tra il
governo e Telecom Italia nel
piano nazionale per la realizzazione della rete. Lo schema che,
per la posa della fibra ottica,
ruota intorno a Metroweb non
prevede allo stato la presenza di
Telecom (l’accordo non è stato
trovato). Il Dl, nelle bozze fin qui
circolate, contiene tra l’altro
alcune misure contestate dalla
stessa Telecom (in merito alle
clausole per partecipare alle
gare e alle caratteristiche del
voucher che sarebbe limitato
alla tecnologia Ftth). Ad ogni
modo l’iter per l’operatività
delle misure, tra via libera della
Ue e approvazione dei vari
decreti attuativi, appare ancora
lungo e tortuoso. (C.Fo.)
AVANZAMENTO
EFFICACIA

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BASSO
MEDIO

Stato dell’arte. La riforma della
Rai e del servizio pubblico radiotelevisivo è all’esame del Senato dal
20 aprile. Nel corso della prossima
settimana la commissione voterà i
380 emendamenti presentati dai
vari gruppi, la metà dei quali da
Forza Italia. Il Governo si è detto
disponibile a migliorare il testo,
senza stravolgerlo, e questo,
sinora, ha migliorato il clima tra
maggioranza e opposizioni.
L'obiettivo dell'esecutivo è quello
di approvare il testo entro la pausa
estiva del Parlamento. Il mandato
dell'attuale vertice della Rai è
scaduto a fine maggio con l'approvazione del bilancio da parte
dell'assemblea dei soci. Il vertice
resta comunque in carica, con
pieni poteri, sino alla nomina del
nuovo cda.
Prospettive del provvedimento.
Con la nuova norma si avrà il
nuovo vertice in autunno, anche
perchè un emendamento dei
relatori dà un mese di tempo per
nominare il rappresentante dei
dipendenti in cda.
Nodi politici. Il principale “nodo

ROMA

p«Se sei al governo e vuoi

sconfiggere il populismo e l’antipolitica l’unica strada che hai
davanti a te è fare le riforme.
Farle presto, farle bene, farle
tutte. E su questo non ci fermeremo mai». Dopo aver stretto i
bulloni sul Ddl scuola e sulla riforma costituzionale in un vertice con ministri e capigruppo a
Palazzo Chigi, Matteo Renzi affida le valutazioni di questa difficile settimana politica alla sua
periodica e-news, che parla direttamente a simpatizzanti ed
elettori del Pd. Rilanciando sull’azione di governo. Due gli appuntamenti della prossima settimana: martedì 23 giugno il
Consiglio dei ministri che approverà gli attesi decreti fiscali,
giovedì 25 giugno riunione operativa a Palazzo Chigi per sbloccare le opere pubbliche ferme.
«Sono pronti sei decreti legislativi che porteremo martedì
in Consiglio dei ministri e che
cambieranno profondamente
il rapporto tra cittadini e Stato scrive il premier nella e-news -.
Soprattutto per le aziende, all’inizio. Ma in prospettiva anche per i cittadini, per i quali abbiamo iniziato con la dichiarazione dei redditi precompilata.
Il nostro governo è il primo che
ha ridotto le tasse per un valore
di 18 miliardi, a partire dall’operazione 80 euro e dal taglio di
quelle sul lavoro con il pacchetto Jobs act. Ma ancora non è sufficiente, lo sappiamo. Tuttavia
iniziare con il rendere più semplice il fisco è un ulteriore passo. Il prossimo sarà la semplificazione del sistema dei tributi
locali, a partire da un’unica tassa comunale anziché tutti i balzelli che conosciamo». Fisco,
ma anche edilizia e opere pubbliche: perché i segnali di ripresa ci sono tutti, è il ragionamento di Renzi, ma c’è ancora molto
da fare nel settore che ha patito
di più la crisi, appunto l’edilizia.
«Anche in aprile la produzione
industriale nel settore costruzioni ha segnato un dato negativo (0,3%). Ripartono i consumi,
cresce il Pil, aumentano i posti
di lavoro. Ma se non riparte
l’edilizia la situazione occupazionale non ritornerà mai quella di prima». Dunque bisogna
agire su più fronti: sbloccare le
opere pubbliche, semplificare
le procedure amministrative,
agevolare gli investimenti pubblici e provati. «Da una prima
analisi, vediamo che almeno un
punto percentuale di Pil (circa
17 miliardi di euro) sia bloccato
da ritardi e procedure compli-

cate». Sbloccare l’Italia, dunque, per ridare ossigeno all’economia e «far entrare il futuro
dalla porta principale».
Sul fronte europeo c’è naturalmente il rischio Grexit, non a
caso il primo tema trattato da
Renzi nella sua e-news. Il premier sottolinea come in queste
ore tutte le cancelleria europee
siano al lavoro per evitare che
Atene esca fuori dall’euro. L’argomento sarà discusso domani
a Bruxelles nel vertice straordi-

EXPO CONTRO «GUFI»

«A Milano già 7 milioni di
visitatori e dibattito di alto
livello sull’alimentazione,
e pensare che mesi fa c’era
chi voleva bloccare tutto»

AL MASTER SOLE24ORE-LUISS

De Vincenti: no
a fughe in avanti
sulle pensioni
pNessunafugainavantisul-

la previdenza, ma un «messaggio di stabilità». Si può
piuttosto mettere in cantiere
qualche aggiustamento rafforzando in particolare la flessibilitàinuscita.Favorendoad
esempio l’uscita dal mondo
del lavoro passando per il part
time, secondo il principio
“mezzo lavoro e mezza pensione”. A dirlo è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti
(nella foto), a confronto con
gli studenti del I° Master di
Management politico e del
VI° Master di giornalismo politico ed economico (promosso a Roma da Luiss e Sole 24
Ore) sulla sua esperienza di
tecnico-politico nella “stanza
dei bottoni” di palazzo Chigi.
Tra i fattori di rilancio dell’economia, De Vincenti ha citato il Jobs act., le misure di sostegno agli investimenti, le
norme sulla decontribuzione.

nario, ma già domani si avrà un
antipasto nel faccia a faccia tra
il leader democratico e il presidente francese Francois Hollande. Ma l’incontro all’Expo di
Milano, dopo il braccio di ferro
tra Italia e Francia di questi
giorni, sarà naturalmente soprattutto incentrato sull’immigrazione, un «problema di portata storica» che può essere risolto solo - ribadisce Renzi con un impegno concreto in cui
la solidarietà europea sia «di
accoglienza, ma anche economica». E a proposito di expo
non manca il riferimento ai cosiddetti «gufi». Una prova che
il premier vuole davvero «tornare a fare Renzi» lasciandosi
alle spalle la stagione delle
troppe mediazioni. «L’expo doveva essere un fallimento totale
e sarebbe divertente andare
adesso a riprendere la rassegna
stampa di chi ne chiedeva il
blocco appena qualche mese fa
- ironizza Renzi -. Invece funziona, circa sette milioni di visitatori hanno già varcato i cancelli e il dibattito culturale sui
temi dell’alimentazione è straordinario. Quando l’Italia fa il
suo mestiere, quando cioè l’Italia fa l’Italia, non ce n’è per nessuno. Gufi compresi».
Andare avanti con tutte le riforme, dunque, a cominciare da
scuola e riforma del Senato e
del Titolo V fino ai provvedimenti economici messi in campo già per i prossimi giorni
(«sul Ddl scuola la morale è
semplice - ripete il premier ai
suoi -: se non passa la riforma
saranno assunti i precari sulla
base della normativa vigente,
circa 20mila; se invece passa la
riforma saranno assunti i precari che il governo vuole stabilizzare, ossia 100mila»). Le riforme come unico modo per rispondere ai populismi di destra
e di sinistra, dunque, ma anche
l’unico modo per risalire nel
gradimento degli italiani, che i
sondaggi registrano in declino.
Anche se sul tavolo a Palazzo
Chigi ci sono dati sono un po’ diversi da quelli di Ilvo DiamantiDemos pubblicati ieri da Repubblica (Pd al 31% M5s al 26%).
L’ultima rilevazione di Datamedia, ad esempio, dà il Pd al
34,7% e il M5S al 21,8%. E Nicola
Piepoli, uno dei sondaggisti che
periodicamente tastano gli
umori degli elettori per conto di
Palazzo Chigi, dà il Pd al 36%, Fi
più Lega al 27% e il M5S al 22%.
In ogni caso, è la lezione appresa da Renzi dopo le amministrative di giugno, bisogna correre
ancora di più.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’attuazione della delega fiscale

RIFORMA RAI

Decreto in attesa da 3 mesi: Verso l’ok delle camere
prima della pausa estiva
destino ancora incerto
Stato dell’arte. Il decreto legge
Comunicazioni ha ancora una
sorte incerta. Se ne discute già
da tre mesi, da quando il governo ha varato la Strategia per la
banda ultralarga, ma il varo è
più volte saltato. Nel governo si
è valutata l’opportunità di
congelare l’intero decreto,
difficile da gestire in Parlamento
insieme ad altri provvedimenti
alle porte della pausa estiva. Per
evitare l’ingorgo parlamentare
l’unica possibilità è a questo
punto un varo lampo, per questo
nelle ultime ore è riaffiorata
l’ipotesi di un approvazione da
parte del Cdm di martedì.
Prospettive del provvedimento.
Il decreto si pone l’obiettivo di
dare certezze agli operatori in
un quadro di investimenti
pluriennali per la realizzazione
della rete italiana a banda
ultralarga. Ci sono in gioco fino a
5 miliardi da assorbire dal
Fondo sviluppo e coesione, ai
quali si sommerebbero circa 2
miliardi di fondi strutturali
gestiti dalle Regioni.

Emilia Patta

politico” resta quello dei poteri
dell'amministratore delegato,
nominato dal cda su proposta
dell'assemblea dei soci, rispetto a
quelli dello stesso cda, che scende
da nove a sette membri, di cui
quattro nominati dal Parlamento,
due dall'azionista (il Tesoro) e uno
dai dipendenti della Rai. In base al
testo del Governo, si attribuiscono
all'ad tutte le nomine, comprese
quelle editoriali, ovvero di newsroom, testate e reti, sentito il cda.
E' possibile che le nomine editoriali tornino al cda, forse su
proposta dell'amministratore
delegato. Altri punti “caldi” sono
le due deleghe al governo per la
revisione del canone di abbonamento e per riformare il Testo
Unico sull'emittenza e la mancata
abolizione della commissione di
Vigilanza. (M. Me.)
AVANZAMENTO

EFFICACIA

Lo stato di attuazione dei principi previsti dalla delega fiscale (legge 23/2014)
LEGENDA:

Attuati*

20,0%

Allo studio

80,0%

66,7%

%

Allo studio

33,3%

Sanzioni
e controlli

Catasto

5

1 4

0

16,7%

6

3

2

50,0%

1 0
0,0%

Lotta
all’evasione

60,0%

Contenzioso
e riscossione

1 3

2

0,0%

5

03

60,0%

Riordino
dei bonus

5

Attuazione

%

Inattuati

2

42,0%

60,0%

Redditi
di impresa

03

2

50,0%

2

0,0%

Certezza
del diritto

6

5

3
0,0%

0,0%

50,0%

50,0%

0

Tassazione
ambientale

3
100%

0

3

3 003

0,0%
Tabacchi
e giochi

Semplificazioni

MEDIO

3

BASSA

(*) Si considerano anche i principi contenuti negli schemi di Dlgs già presentati al Parlamento e quelli attuati in altri
veicoli legislativi

3

00

2

1

1 0

L’ANALISI
Marco Mobili
Giovanni Parente

Delega fiscale,
rush decisivo:
così l’attuazione
va verso il 72%

A

ncora sette giorni
(salvo proroghe) per
attuare almeno il
72% dei principi della delega
fiscale. Oltre alle
fibrillazioni del dossier
Grexit, il Governo dovrà
concentrarsi anche sulla
riforma del fisco. Allo stato
attuale solo il 30,2% della
delega è stato attuato,
considerando però anche i
principi contenuti nei tre
decreti (certezza del diritto,
internazionalizzazione
delle imprese e fattura
elettronica) appena
licenziati da Camera e
Senato e in attesa di un
secondo via libera di
Palazzo Chigi. In stand by
c’è un altro 42% di nuovi
criteri per aggiornare il
fisco italiano che
dovrebbero prendere forma
in almeno sei decreti:
sanzioni penali e
amministrative,
contenzioso e interpello,
fondo taglia tasse (con i
proventi di lotta
all’evasione e riduzione
delle tax expenditures),
riforma del catasto, giochi,
l’istituzione della nuova
imposta sul reddito
dell’imprenditore (Iri) con
la soluzione per l'Irap dei
«piccoli».
Il Governo sta lavorando
con serietà coinvolgendo i
soggetti interessati. E Renzi
si è impegnato che il
Consiglio dei ministri di
martedì sarà la volta buona.
Ma il condizionale è
d’obbligo, perché soltanto
domani si scioglieranno i
molti dubbi – politici e
tecnici – che stanno
accompagnando in queste
ore la messa a punto dei sei
provvedimenti. A partire
dal nuovo Catasto, di cui
finora esiste
esclusivamente la
ridefinizione delle
commissioni censuarie. La
modalità di determinazione
delle rendite catastali
parametrate ai valori di
mercato con il rischio di
possibili aumenti della
tassazione sugli immobili
(nonostante il principiocardine sia l’invarianza di
gettito) starebbe spingendo
l’Esecutivo a valutare uno
slittamento di qualche mese
per non aprire un nuovo
versante di discussione su
temi sensibili come la casa.
Del resto, temi di confronto
politico non mancano: dalla
scuola alla Pa, dalle pensioni
alle riforme istituzionali.
Un’eventuale proroga del
termine del 27 giugno entro
cui emanare gli schemi di
Dlgs (a pena di decadenza
della delega) potrebbe
anche coinvolgere anche
provvedimenti delicati per
il sentiment dell'opinione
pubblica come i giochi.
Problemi di copertura,
invece, riguardano la nuova
Iri e l'estensione del regime
dell'Iva per cassa riservato
alle piccole imprese (un
discorso molto simile vale
per la riscossione locale che
per il momento sembra
accantonata). Per
quest'ultimo decreto si
profila, più che una proroga
dell'attuazione, uno
«sbocco» nella prossima
legge di stabilità.
Maggiori certezze per i
decreti sulle sanzioni, su
contenzioso e interpello,
nonché sul fondo taglia
tasse. Tre provvedimenti
molto vicini al varo.
Basterebbe la presentazione
di questi tre decreti per far
salire il termometro
dell'attuazione dal 30,2% a
circa il 46% dei principi di
riforma.
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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

4

Europa e mercati

Le ipotesi di compromesso
Una proroga del programma di salvataggio
e la possibilità di utilizzare fondi presso l’Esm

LA CRISI GRECA

Le consultazioni tra i leader Ue
Il premier Renzi: l’impegno europeo
in cambio di riforme da parte greca

La Grecia prepara l’ultima offerta
Domani vertici decisivi a Bruxelles per evitare il default di Atene e il caos dell’eurozona
Beda Romano
BRUXELLES. Dal nostro corrispondente

pC’è incertezza e nervosismo

qui a Bruxelles sull’esito delle
prossime tre riunioni europee durante le quali la crisi greca sarà al
centro delle discussioni. La Grecia è drammaticamente in bilico
tra la possibilità di ricevere nuovi
aiuti finanziari e il rischio di
un’uscita catastrofica dalla zona
euro. Entro la settimana, l’establishment comunitario, impegnato nel week-end in contatti incrociati, sa di dover trovare un accordo con Atene, se non vuole assistere a un tragico epilogo.
Lo sguardo corre a domani
quando si terrà un vertice straordinario dei capi di stato e di governo della zona euro, preceduto da
un incontro dei ministri delle Finanze. Tra giovedì e venerdì, è
previsto da tempo un summit dei
Ventotto. Da settimane ormai la
Grecia e i suoi partner stanno discutendo di nuovi aiuti finanziari
in cambio di nuove riforme economiche. Finora, senza esito. Atene rifiuta di adottare le proposte
comunitarie, mentre i creditori
non sono pronti a questo punto ad
ammorbidire le loro posizioni.
Ieri ad Atene durante una trasmissione televisiva del mattino,
un esponente del governo greco,
Alekos Flabouraris, ha affermato:
«Cercheremo di migliorare le nostre proposte per avvicinarci a
una soluzione». Cosa ciò significhi esattamente non è chiaro. Era
un modo per calmare una popolazione greca sempre più irrequieta? O il tentativo di guadagnare
tempo? O c’è invece l’improvvisa
consapevolezza che sia necessario trovare un accordo con i credi-

tori per evitare il tracollo?
Da Atene in questi ultimi giorni non sono giunti segnali accomodanti. Mentre ieri in Germania, Francia e Italia si tenevano
manifestazioni pro-Grecia a cui
partecipavano qualche migliaio
di persone, a San Pietroburgo venerdì il premier Alexis Tsipras è
stato combattivo: «Siamo al centro di una grande tempesta – ha
spiegato –. Ma siamo una nazione di navigatori, che sa come gestire le intemperie, che non ha
paura di viaggiare verso oceani

IL CLIMA NEGOZIALE

Una fonte di Bruxelles: dopo
mesi di tira e molla è giunto
il momento della verità
e se non si troverà un accordo
allora sarà default
lontani, in acque incognite, alla
ricerca di un porto sicuro».
Il paese è sull’orlo del tracollo.
Deve al Fondo monetario internazionale 1,6 miliardi di euro entro la fine del mese. Tra luglio e
agosto, Atene dovrà poi 6,7 miliardi di euro all’Eurosistema. Dinanzi a una preoccupante fuga
dei depositi - 4 forse 5 miliardi soltanto nell’ultima settimana -, la
Banca centrale europea sta sostenendo il sistema creditizio con
prestiti d’emergenza, tanto che
aleggia il rischio di un controllo
dei capitali. Finora l’establishment greco ha rifiutato le richieste dei creditori di mettere mano
al diritto del lavoro, al settore
pensionistico, al sistema fiscale.
«È giunto il momento della ve-

Scontro istituzionale. Governo contro Banca centrale

Atene e l’economia
dei tempi di guerra
di Vittorio Da Rold
u Continua da pagina 1

N

ella notte dell’ultimo eurogruppo a Lussemburgo, è stato Yanis Varoufakis in persona, il flamboyant
ministro delle Finanze ellenico,
a lanciare una bordata contro la
Banca di Grecia, accusandola di
incoraggiare timori di liquidità
in un modo «sorprendente».
Non solo. All’inizio di questa
settimana, il presidente del parlamento ha rifiutato di accettare
il rapporto di politica monetaria
annuale del governatore, Yannis Stournaras, perché aveva
sollecitato un accordo con i creditori, invece di rilasciare un documento dove avrebbe dovuto
sostenere la tesi della Commissione di indagine parlamentare
sul debito, secondo cui i debiti
“odiosi”, come quello greco,
non devono essere rimborsati.
Lo scontro tra il partito di governo Syriza e la Banca di Grecia mostra fino a che punto la
crisi del debito del paese mediterraneo rischia di minare il funzionamento di base delle sue
istituzioni di governo.
Effettivamente fin dal primo
giorno di governo a fine gennaio, Syriza ha dovuto lottare contro una drammatica crisi di liquidità. Un elemento di forte
debolezza che ha subito colpito
l’economia ellenica che ha cominciato a perdere colpi.
Così la Grecia a maggio è scivolata di nuovo in recessione,
con due trimestri consecutivi di
crescita negativa. Nel primo trimestre 2015 il Pil di Atene ha segnato un -0,2% dopo il -0,4%
dell’ultimo trimestre del 2014.
A pesare è stato ovviamente
lo stallo dei negoziati con i creditori internazionali che non
avendo trovato la via di un compromesso non hanno consentito ad Atene di ottenere i necessari 7,2 miliardi di euro di ultima
tranche ferma da agosto del
prestito complessivo da 240 miliardi di euro. La Grecia, dopo
sei anni, era faticosamente
uscita all’inizio del 2014 da

un’altra profonda recessione
durata cinque anni, ma il cambio di Governo avvenuto il 25
gennaio scorso con la vittoria di
Tsipras e l’incertezza che era
subentrata sulla permanenza di
Atene all’interno di Eurolandia
hanno appesantito sensibilmente il clima economico del
Paese, depresso i consumi,
bloccato i timidi investimenti
privati. La Commissione europea, nelle ultime previsioni di
primavera, aveva sentito l’esigenza di rivedere sensibilmente in calo le proprie attese sull’andamento dell’economia
greca 2015 operando una sforbiciata: da +2,5% a +0,5%.
Appene formato il governo,
il premier Tsipras ha chiuso i
rubinetti: non ha fatto nessun
investimento pubblico, né ha
pagato i crediti di imposta ai
contribuenti né tanto meno, i
fornitori, aumentando così il
debito che si aggira sul 180% del
Pil, ma in realtà sarebbe molto
più ampio a causa proprio dei
ritardi nei pagamenti dei creditori interni che a loro volta sono
stati costretti a ridurre il personale provocando un effetto recessivo dei consumi.
Il Governo Tsipras, attraverso una specie di economia di
guerra, ha pagato puntuale solo
stipendi e pensioni. Il ministro
Yanis Varoufakis, come un
nuovo Colbert, ha potuto fare
questa manovra grazie al fatto
che lo stato controlla circa la
metà del Pil greco. E da questa
tolda di comando costruita a
marce forzate, ha chiesto a società pubbliche, enti locali ed
enti pubblici di versare al governo le loro riserve di cassa per
reperire il massimo di liquidità
a livello centrale. Accentrando
la tesoreria, Atene ha messo le
mani su 90 milioni di fondi extra ma ha bloccato qualsiasi timido segnale di ripresa. Con
questa manovra finanziaria
Atene è riuscita a pagare le rate
dovute all’Fmi, un appuntamento che, se non onorato, sarebbe potuto costare caro.
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rità dopo mesi di tira-e-molla politico – commenta un responsabile
europeo vicino al presidente del
Consiglio europeo Donald Tusk
–. Il nostro obiettivo con il vertice
straordinario di lunedì sera è di fare una messa a punto politica. Vogliamo ricordare a tutti impegni e
conseguenze delle proprie azioni,
e ricordare che nuovi aiuti sono
possibili solo con il rispetto degli
impegni». Lo stesso Tusk ha spiegato che l’alternativa a un’intesa è
il fallimento del paese.
Il clima tra Atene i suoi partner
è molto teso. Domina il risentimento per una estenuante trattativa che ha moltiplicato le incomprensioni. Nella pratica, l’obiettivo a questo punto è di estendere
l’attuale memorandum oltre la
scadenza del 30 giugno, perché
questo è lo strumento giuridico
con il quale regolare il rapporto
tra le parti e soprattutto concedere nuovi aiuti. L’estensione del
programma richiede un accordo
sulle riforme e il benestare dei
creditori. È chiaro che i tempi sono strettissimi.
Per velocizzare le cose e consentire i rimborsi, una delle possibilità è di girare al governo i 10,9
miliardi di euro già riservati alla
ricapitalizzazione delle banche
greche. Intanto, da Berlino, la cancelliera Angela Merkel ha precisato: «Voglio essere molto chiara.
Il vertice di lunedì potrà prendere
decisioni se vi è materiale per
prendere decisioni». Dal canto
suo, il premier italiano Matteo
Renzi ha spiegato che «l’impegno
europeo (...) deve essere accompagnato da uno sforzo vero di riforme che Atene può e deve fare».
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REUTERS

Scadenze d’estate
QUANTO DEVE LA GRECIA
Dati in miliardi di euro

GIUGNO
al FMI

1,5

in T-bills

5,2

REUTERS

LUGLIO

REUTERS

al FMI

0,45

in T-bills

2,0

alla Bce

3,5

AGOSTO

Vertice di crisi. Il ministro Yanis Varoufakis entra nel palazzo di governo per
una riunione del consiglio in vista dei vertici europei di domani

in T-bills

2,4

alla Bce

3,2

L’ANALISI
Barbara
Spinelli

Il pericolo
di Grexit
e i sonnambuli
europei

D

ice Christine Lagarde,
mettendo in guardia la
Grecia in nome del
Fondo Monetario, che
«possiamo riavviare il dialogo
solo se ci sono adulti nella
stanza». Paradossalmente ha
ragione: ci sono troppe persone
incaute, troppi esperti
economici privi di memoria
storica e coscienza geopolitica,
nelle stanze dove da mesi si sta
decidendo il destino non tanto
di Atene, quanto dell’Unione.
Perché quando si discute
dell’euro e delle sue regole,
quando si invocano istituzioni
europee più solide senza
mettere in questione i
parametri chiamati a
sorreggere la moneta unica, è di
tutta l’Europa che si parla e non
di un singolo Paese in difficoltà.
Non è completamente adulto
il Fmi, che difende a oltranza
riforme strutturali giudicate dal
Fondo stesso nocive e
controproducenti, dunque
sbagliate, fin dal 2013. Non sono
adulti coloro che agitano lo
spettro del Grexit, fingendo che
sia una cosa facile, seminando
panico nei risparmiatori greci,
disinformando sul caos che
regnerebbe nella Banca
centrale ellenica. I Trattati
dell’Unione e lo statuto della
Bce non prevedono uscite
unilaterali dall’euro, a meno
che il Paese a rischio bancarotta
non decida preliminarmente di
abbandonare l’Unione stessa.
Cosa che il governo greco non
ha alcuna intenzione di fare.
Cacciarlo non si può.
La verità l’ha accennata
Mario Draghi, il 15 giugno nel
Parlamento europeo,
chiedendo che a sciogliere i
nodi siano i politici
dell’Eurogruppo e non i
banchieri centrali. Si è guardato
dal proporre alternative serie,
ha ripetuto che «la palla resta
inequivocabilmente in campo
greco», e con ciò è stato più
“politico” di quanto
pretendesse, ma ha ammesso
che in caso di ulteriore
deterioramento dei negoziati
«entreremmo in acque
inesplorate».
Le pressioni che si stanno
esercitando su Atene, perché
comprima ancor più spesa
pubblica e pensioni già ridotte
al minimo, conferma che
l’Unione è guidata da poteri
sprovvisti di senso della
responsabilità. Se fossero
adulti, quei poteri
inviterebbero nelle stanze dei
negoziati persone che abbiano
senso storico, e soprattutto
memoria. Persone con una
visione centrale e un forte
principio ispiratore,
consapevoli del fatto che la
storia è tragica, memori dei
disastri passati e lucide sui
pericoli incombenti: lo
sfaldarsi dell’Unione, e della
sua forza di attrazione presso i
propri cittadini.
Ci sarebbero, seduti al
tavolo delle trattative, esperti
geo-strategici, ed economisti
sistematicamente disprezzati,
anche se in questi anni non
hanno sbagliato previsioni,
come i due premi Nobel
Joseph Stiglitz e Paul
Krugman. Tra coloro che
insistono nel chiedere al
governo Tsipras riforme
strutturali già compiute non si
annoverano economisti
preveggenti ma piccoli politici
che pur di conservare il potere
rimangono pigramente appesi
a dottrine dell’austerità al
tempo stesso egemoniche e
defunte, perché smentite da
fatti di cui non si vuol tenere
conto. Il prodotto interno
lordo della Grecia, calcolato a
prezzi costanti, è già calato del
27% a seguito dell’austerità, il
debito pubblico è salito al 180%
del Pil, e la disoccupazione è
giunta al 27%.
Gli esperti in geopolitica

aiuterebbero a capire la
centralità della Grecia in
un’Europa alle prese con un
caos, alle proprie frontiere
orientali e meridionali, che non
sa e non vuole affrontare
autonomamente, prendendo le
distanze da una strategia
statunitense che
coscientemente resuscita la
guerra fredda con la Russia e
che al di là del Mediterraneo ha
contribuito a creare un arco di
destabilizzazione esteso
dall’Africa subsahariana fino
all’Afghanistan. La Grecia è ai
confini con questo mondo,
all’incrocio tra Balcani, Medio
Oriente, Siria. I suoi legami con
la Russia sono forti e antichi.
L’avversione del governo
Tsipras alle guerre contro il
terrore, e oggi a interventi
militari in Libia per smantellare
le reti di trafficanti, è ben
conosciuta a Berlino e Parigi.
Non meno conosciuta è la sua
avversione al Trattato
transatlantico sul commercio e
gli investimenti (Ttip).
Qualcuno forse nell’Unione
vuol perdere Atene proprio per
questi motivi. Ma la perdita
sarebbe un suicidio geopolitico
dell’Europa.
Se non vuole continuare a
essere una pedina delle
amministrazioni Usa e
precipitare in una nuova guerra
fredda, se vuole guardare con
occhio freddo alla questione
ucraina – riconoscendo che da
un’oligarchia filorussa si è
passati a un’oligarchia legata a
estreme destre russofobe –
l’Europa non può fare a meno
della Grecia. Non può farne a
meno neanche sulla questione
immigrazione. Il nuovo
governo ellenico sta

NEGOZIATI TROPPO TECNICI

I leader dell’Unione
continuano a
sottovalutare
la rilevanza
geopolitica di Atene

affrontando un afflusso di
migranti e richiedenti asilo ben
più pesante e improvviso di
quello italiano. Lo fa senza
cedere a impulsi xenofobi. È
non solo scandaloso ma
immensamente ottuso giocare
con l’ipotesi di un Grexit, e
tacere sull’Ungheria che il 17
giugno ha annunciato la
costruzione di un muro lungo
175 chilometri, ai confini con la
Serbia, per fermare l’ingresso di
profughi e migranti.
Mancano infine persone con
un minimo di cultura generale,
al tavolo delle trattative. In un
articolo uscito il 16 giugno sulla
Welt, il commentatore Jacques
Schuster mette in guardia i
connazionali tedeschi
sostenendo che Tsipras si sta
rivelando uno dei politici più
astuti e abili d’Europa. In che
consistono quest’astuzia e
quest’intelligenza? Nel
sondare l’anima tedesca, e nel
profittare malvagiamente e
furbescamente dei «nervi
deboli» della Germania. Non
potrebbe essere altrimenti,
perché «i greci sono un popolo
di naviganti», e i naviganti
«sono abituati a fluttuare nelle
acque, e a oscillare sull’orlo del
baratro».
Articoli del genere sono
allarmanti. Tornano parole del
primo anteguerra, con le sue
allusioni psico-etniche alla
“nervosità” di singoli popoli
personificati. E torna la
distinzione tra mare e terra
prediletta da Carl Schmitt negli
anni ’30 e ’40 del secolo scorso:
tra popoli senza legge abituati a
dondolarsi negli oceani e civiltà
ben ancorate alla terraferma,
capaci conseguentemente di
darsi il nòmos, la legge e le
regole necessarie.
I capi europei sembrano
venire da quelle epoche,
monarchi che come ubriachi si
lasciano tentare da simili
vocabolari bellicosi senza
averne coscienza. Il futuro
dell’Europa è troppo
importante per essere affidato a
sonnambuli esperti solo in
teorie economiche defunte.
Essere adulti, in Europa, è
riconoscere le acque non solo
inesplorate ma melmose in cui
rischiamo di entrare.
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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

5

Europa e mercati

Titoli di Stato
Il valore dello stock del debito pubblico
quotato dell’Eurozona è sceso a 5.600 miliardi

EFFETTO GRECIA SUI LISTINI

Correzione sull’azionario
Malgrado la Grecia il bilancio da inizio anno
delle Borse resta positivo: Milano +19,4%

Mercati, conto greco da 1.000 miliardi

In due mesi di crisi persi 385 miliardi sui titoli di Stato europei - Borse in caduta dai massimi di 600 miliardi
Vito Lops

pUna settimana di passione.

È quella che aspetta l’Eurozona
e i mercati finanziari. Da domani al 28 giugno può succedere di
tutto. Gli scenari sono tre: 1) la
Grecia trova un accordo con i
creditori internazionali in extremis;2)Atenenontrovaunaccordo, fa default ma rimane nell’Eurozona; 3) niente accordo,
default e ritorno alla dracma.
«Se entro lunedì sera non si
trova un accordo la reazione dei
mercati potrebbe essere molto
pesante», spiega Vincenzo
Longo, strategist di Ig. Gli analisti non si sbilanciano ma tutti
auspicano il primo scenario.
Nel dubbio i greci stanno ritirando i depositi dalle banche (4
miliardi in 5 giorni). Il clima ha
snervato anche i mercati finanziarichenell’ultimasettimanasi
sono posizionati guardinghi
(l’indice Eurostoxx ha ceduto lo
0,9%) dopo un periodo di fortissime turbolenze, alimentate dal
continuo tira e molla di Atene.
Basti pensare che negli ultimi
due mesi sui titoli di Stato dei 19
Paesi dell’Eurozona si sono accanite le vendite con un bilancio
da capogiro: il valore dello stock
del debito pubblico quotato in
titoli dell’Eurozona è sceso di
385miliardi,vicinoaquota5.600
miliardi. L’effetto iniziale del
quantitative easing è stato del
tutto vanificato: i rendimenti
dei titoli di Stato italiani sono ritornati ai livelli di novembre e
quelli spagnoli a settembre. I
bond greci sono balzati nell’ultima settimana su soglie da default: i titoli a 10 anni al 13% e i titoli a due anni al 30%. Nel suo ultimo bollettino mensile la Bce
ha confermato il pesa della Grecia nelle recenti correzioni dei
mercati. «I Paesi dell’area dell’euro con merito di credito più
basso hanno registrato un ampliamento dei differenziali di
rendimento rispetto alla Germania, determinato soprattutto
dalleincertezzechecircondano
l’accesso ai finanziamenti della
Grecia e dalla maggiore emissione di titoli di Stato con scadenze più lunghe in alcuni Paesi. Il differenziale di rendimento
a 10 anni è cresciuto di circa 40
punti base in Spagna e Italia e di
circa 60 in Portogallo».
La turbolenza ha colpito anche le Borse dei 19 Paesi che dai
massimi raggiunti nel corso dell’anno tra marzo e aprile hanno
visto scendere la capitalizzazione di 600 miliardi, portando il
“conto greco” su azioni e titoli di
Stato dell’area euro a 1.000 miliardi. Certo, tra le cause non c’è
solo l’effetto-Grecia, ma anche
il rialzo delle stime di inflazione
nell’Eurozona (che ha portato a
un fisiologico rialzo dei rendimenti dei bond governativi) e la
voglia di correzione dei listini
azionari dopo la lunga cavalcata
del primo trimestre. Non a caso,
per i mercati azionari il bilancio
resta, nonostante tutto, ampiamente positivo per Piazza Affari: +19,4% che stacca Francoforte e Parigi (+11%) e Madrid
(+5%). Discorso a parte per la
Borsa di Atene che da inizio anno ha perso il 20% con fortissima volatilità. Le banche greche
sono in vita solo grazie alle ripetute estensioni della liquidità di
emergenza della Bce. Da febbraio, a una settimana di distanza dall’insediamento di Tsipras
alla guida della Grecia, la Bce ha
esteso per 19 volte la liquidità alle banche elleniche, portando il
tetto a circa 86 miliardi. L’ultima
estensione è stata annunciata
venerdì (pare per 1,8 miliardi)
ma è a termine: fino a domani. In
sostanza la Bce sta cercando di
mettere Atene alle strette: entro
poche ore bisogna arrivare a
un’intesa. Altrimenti il rischio
di uno strappo ci può essere.
Uno strappo che non conviene alla Grecia ma anche alla
Germania e al progetto euro
perché equivarrebbe mandare
in frantumi - per un Paese che
rappresenta l’1,8% del Pil dell’Eurozona e che dal 2010 è stato
già oggetto di due piani di salvataggio - il dogma dell’irreversibilità della moneta unica.

L’effetto Grecia su titoli di Stato e Borse
LA CADUTA DEI BOND DELL’EUROZONA

I RENDIMENTI DELLE OBBLIGAZIONI NEL 2015

L’indice dei titoli di Stato dei 19 Paesi dell’area euro

Minimo

1/01/2015

6.100

Gen

18/06
Feb

Mar

Apr

Mag

Giu

0

6.042

0

6.000

Germania 0,073

5.900

0

0

5.700

5.659

5.500

0

5.585

Fonte: dati Bloomberg

@vitolops

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Portogallo

3,0

1,309
1,0

2,0

3,0

2,0

3,0

0,978
1,0

1,0

2,400
2,0

1,236

Italia

5.600

2,0

1,170

Spagna

5.800

Massimo
1,0

0,349

Francia

LA CADUTA DELLE BORSE
Il calo della capitalizzazione negli ultimi 2 mesi.
Dati in miliardi di euro

1,0

2,344
2,0

1,596

3,0

3,0

3,217

-107,106
-98,174
-28,730
-14,001
-4,391

L’ANALISI
Luigi
Zingales

La fiducia
che Atene
non costruisce
intorno a sé
u Continua da pagina 1

Q

ueste iniezioni di
liquidità compensano la
corsa agli sportelli
sempre più frenetica. Senza la
liquidità fornita dall’Ela le banche
greche non potrebbero riaprire
lunedì. A quel punto l'unico
modo per salvare il sistema
bancario sarebbe stampare una
propria moneta: sarebbe la
famigerata Grexit.
In
questo
contesto
estremamente teso è difficile
anche per gli esperti capire le
posizioni delle due parti ed è
facile scadere negli stereotipi dei
tedeschi cattivi o dei greci pigri e
corrotti. Anche la stampa, che
dovrebbe informare in modo
analitico, sembra per la maggior
parte essere diventata una pura
cassa di risonanza di posizioni
politiche preconcette. Per questo
ho provato ad andare alla fonte ed
ho letto le proposte avanzate dal
ministro delle Finanze greco
Varoufakis
all’ultimo
Eurogruppo. Non fidandosi più
di come potrebbero essere
riportate sulla stampa europea, il
ministro ha messo queste
proposte direttamente sulla sua
pagina web.
Devo ammettere che sono
rimasto sorpreso della loro
ragionevolezza. Varoufakis
propone un piano per aumentare
la competizione sui vari mercati a
cominciare da quello delle
costruzioni; una riforma che
faciliti la creazione di nuove
imprese; e un severo piano
anticorruzione. In cambio
richiede una riduzione dello 0,5%
del surplus primario di bilancio e
unospostamentodeldebitogreco
detenuto dalla Bce all’European
Stabilization
Mechanism,
cosicché da permettere alla
Grecia di partecipare ai benefici
del Quantitative easing. Pochi
sanno che oggi la Grecia è l’unico
Paese dell’eurozona a non
beneficiare del Qe perché la Bce
possiede titoli greci al di sopra del
limite. Visto che il limite è stato
deciso a gennaio 2015 quando la
Bce deteneva già questi titoli, si
capisce che è stato scelto apposta
per escludere la Grecia. Infine,
Varoufakis richiede che non
vengano toccate ulteriormente le
pensioni.
Come è possibile che questo
programma così ragionevole non
sia accettato dall’Europa? Ho
chiesto ad una serie di esperti e la
risposta è stata duplice.
Innanzitutto questo programma
è ancora troppo vago, ed
effettivamente il discorso non è
corredato da molti numeri. Ma il
motivo principale è che nessuno
si fida del governo greco. A questa
sfiducia hanno contribuito non
solo il comportamento nei
negoziati ma anche alcune
iniziative interne (tra cui

l’abolizione delle valutazioni per
gli insegnanti), che hanno reso il
governo di Tsipras «poco
credibile».
Sicuramente c’è un problema
di credibilità. Il governo Tsipras è
fatto di outsider. Molto difficile
per degli outsider prendere in
mano un governo e gestire un
Paese efficacemente durante una
crisi come quella attuale. Ma
ricordiamoci che il motivo per
cui i greci hanno votato questo
governo è perché gli insider
precedenti erano parte del
problema (ad esempio, Samaras
era uno dei leader del partito il cui
governo aveva falsificato i dati
finanziari) e forse proprio per
questo erano troppo sottomessi
alle richieste della Troika. Non
dimentichiamoci che nei primi
mesi anche il governo Renzi ha
faticato a presentare dei piani
numericamente accurati e ha
fatto marcia indietro sulle
valutazioni Invalsi degli
insegnanti. Non per questo è
stato vilipeso dalla stampa
europea, anzi.
Certamente Syriza paga un
pregiudizio alla fonte, in quanto
formazione di sinistra radicale,
che in alcune componenti rifiuta
l’economia di mercato. È anche
vero che sia Tsipras che
Varoufakis hanno commesso
errori. Ma anche l’Fmi ha
commesso gravi errori (e li ha
pure ammessi) eppure i suoi
vertici non vengono trattati con
la stessa condiscendenza. Syriza
paga soprattutto il tentativo di
cambiare il modo in cui
avvengono le trattative a livello
europeo. La burocrazia europea
vive di segretezza, perché non è
abituata a rispondere a un
governo democraticamente
eletto. Per questo si trova a
disagio con un governo che fa
della trasparenza una priorità. La
sfiducia che l’Europa dimostra
nei loro confronti è soprattutto
sfiducia nei confronti della
diversità, una diversità che
minaccia la sopravvivenza degli
attuali burocrati europei. Come
uscirne?
L’unica persona che in questo
momento può salvare la
situazione è Angela Merkel.
Spetta a Merkel inchiodare
Varoufakis sulle sue proposte e
farsi garante di un accordo. Fu
l’appoggio di Merkel che permise
a Draghi di lanciarsi a difesa
dell’euro. E potrebbe essere il suo
appoggio a permettere un
accordo domani. Certamente i
suoi interessi elettorali vanno in
direzione contraria. I tedeschi e
tanto più i suoi elettori sono stufi
della Grecia e contrarissimi a
qualsiasi concessione. Ma è
questoilmomentoincuisivedese
Merkel è solo il capo del governo
tedesco o anche il leader
dell’Europa del futuro. Un vero
leader non guarda solo agli
interessi personali, ma ha a cuore
l’interesse di tutta la nazione, in
questo caso l'intera nazione
europea. E questo interesse è
certamente per un accordo. Non
parlo di un accordo a tutti i costi,
ma di un accordo su linee
ragionevolicomequelleproposte
da Varoufakis. O Merkel si erge a
levatrice di una nuova Europa o si
troverà relegata dalla Storia a
responsabile di aver ucciso per
sempre il sogno europeo.
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Oltreoceano. La crisi ellenica vista dagli Usa

Wall Street non crede
a una nuova Lehman
pLa

migliore settimana da
aprile, contornata dal nuovo
massimo storico dell’indice tecnologico Nasdaq a 5.143 punti.
Con questi numeri Wall Street
ha snobbato nei fatti la crisi greca
e le ripercussioni che sta avendo
sui mercati finanziari dell’Eurozona. Dimostrando quindi di non
credere che un eventuale mancato accordo tra Atene e i creditori possa scatenare una crisi di
panico analoga a quella seguita
del settembre 2008 al fallimento
di Lehman Brothers. I leader
spronano Atene a scendere a patti. Il presidente Barack Obama ha
dichiarato: «La Grecia deve fare
riforme importanti e prendere
decisioni dure». Gli ha fatto eco il
segretario al Tesoro, Jack Lew:
«Un'uscita della Grecia dall'eu-

ro colpirebbe soprattutto il popolo greco in seguito al ''terribile
calo'' che l'economia del Paese di
troverebbe ad affrontare».
A conti fatti Wall Street ha altro a che pensare. Continuano
infatti le acquisizioni: nel settore
assicurativo Anthem è pronta a
mettere sul piatto 47 miliardi
dollari (secondo Bloomberg)
per rilevare la rivale Cigna. L’altro pensiero di Wall Street resta
il rialzo dei tassi di interesse atteso entro la fine dell’anno. Del resto, sono state proprie le dichiarazioni ancora accomodanti rilasciate dal governatore della Federal Reserve in settimana a far
correre Wall Street, allontanando gli Usa dai problemi interni
dell’Eurozona.
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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

7

La festa della Gdf

I risultati delle Fiamme gialle
Nei primi cinque mesi dell’anno
oltre 5mila denunce per reati fiscali e 37 arresti

L’INTERVENTO DEL MINISTRO

La collaborazione necessaria
Il ministro insiste: procedure semplificate
e il coinvolgimento di tutti gli attori

«Riforme per chi sta battendo la crisi»
Padoan: bene la voluntary disclosure ma ora lotta più efficace contro l’evasione fiscale
Davide Colombo
ROMA

pL’economia

italiana sta vivendo una fase di rilancio particolare e in questa fase seleziona
le forze migliori, quelle che competono lealmente con prodotti e
servizi di qualità apprezzati in
tutto il mondo. È a queste forze
che guarda il Governo con le sue
riforme strutturali, in primis la riforma fiscale, quella del mercato
del lavoro e le liberalizzazioni. Il
ministro Pier Carlo Padoan parla
davanti alle donne e gli uomini
della Guardia di Finanza riuniti
per il 241/mo anniversario del
Corpo al fianco del comandante
generale, Saverio Capolupo. E
ringrazia tutti per il lavoro svolto, perchè mai come ora «occorre contrastare l’evasione fiscale e
la criminalità organizzata in modo più efficace».
Solo bloccando definitivamente «alcune delle prassi più distorsive» l’economia potrà infatti
beneficiare dei timidi segnali di
ripresa che si intravedono. Per
farlo non bastano «modalità procedurali e amministrative più
semplici ed efficienti»: «sarà necessario - dice il titolare dell’Economia - una forte collaborazione
tra tutti gli attori istituzionali
coinvolti» ma soprattutto andranno «potenziati gli strumenti
esistenti e costruirne di nuovi, lavorando per correggere gli errori
e modificare le pratiche inefficienti». La volontary disclosure,
ad esempio, ha «segnato un punto
di forte discontinunità». E servono le riforme, appunto. Per sostenere «il tessuto delle imprese che
ha saputo far fronte alla crisi e che
ha saputo mettere in campo capa-

cità innovative importanti» l’Italia ha bisogno di riforme strutturali: «la riforma fiscale, il mercato
del lavoro, le liberalizzazioni».
Ma serva anche proseguire con
forza nel contrasto dell’evasione
in un Paese nel quale l’economia
sommersa vale il 21% del Pil, da 7 a
14 punti in più rispetto alle altre
economia evanzate, stando all’ul-

LA DOPPIA MISSIONE

Per il generale Capolupo
bisogna «concentrare
l’attenzione sulle frodi»
e ridurre «l’invasività dei
controlli sugli imprenditori»

LA PAROLA
CHIAVE
Voluntary disclosure
7 Possono avvalersi della
procedura di voluntary disclosure
anche i contribuenti non
destinatari degli obblighi
dichiarativi di monitoraggio
fiscale, o che vi abbiano adempiuto
correttamente, per regolarizzare le
violazioni degli obblighi
dichiarativi commesse in materia
di imposte sui redditi e relative
addizionali, imposte sostitutive,
imposta regionale sulle attività
produttive e imposta sul valore
aggiunto, nonché le violazioni
relative alla dichiarazione dei
sostituti d'imposta

tima comparazione offerta dalla
Corte dei Conti. Numeri che trovano conferma nei dati della Gdf
sui primi 5 mesi dell’anno: risorse
pubbliche per 100 milioni al mese
finiti in mano a soggetti che non
ne avevano diritto, appalti irregolari per 600 milioni, redditi evasi
all’estero che aumentano del 72%
rispetto allo stesso periodo del
2014. Numeri che confermano
come sia ancora lunga la strada
per vincere la lotta contro corruzione e malaffare e portare
l'Italia al livello degli altri grandi paesi europei.
Complessivamente sono stati
denunciate 5.523 persone per reati
fiscali, di cui 37 arrestate. Dall’inizio dell’anno sono poi stati scoperti 3.250 evasori totali e sequestrate disponibilità patrimoniali e
finanziarie per 420 milioni a soggetti che avevano evaso le tasse.
«La lotta alla corruzione è una
priorità e una missione che la
Guardia di Finanza intende portare avanti con assoluta determinazione» ha affermato il comandante generale del Corpo, il generale Saverio Capolupo sapendo di
avere di fronte una sfida di «elevatissimo profilo». Ma grazie ai
nuovi piani d'intervento le Fiamme Gialle potranno ora «meglio
calibrare i controlli in funzione
degli obiettivi da raggiungere». E
questo consentirà di ottenere un
duplice effetto: «concentrare l’attenzione sulle frodi che depauperano il bilancio nazionale e comunitario di risorse che dovrebbero,
invece, essere utilizzate a favore
della collettività e, ridurre l'invasività dei controlli su imprenditori e professionisti».
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LAPRESSE

ROMA

pSenoncisarannoripensamen-

ti nei ministeri interessati, vale a
dire Lavoro ed Economia, per il
Fondo speciale trasporto aereo
(Fsta) potrebbe aprirsi la strada
del record assoluto delle prestazioni garantite ai propri iscritti.
L’ipotesi di un’estensione di due
anni dell’indennità di mobilità con
integrazione fino all’80% della
vecchia retribuzione e con l’aggiunta del pagamento degli oneri
figurativiavrebbefattopassiavanti fino a concretizzarsi una prima
bozza di decreto interministeriale. Se l’operazione andasse in porto dal 1° gennaio prossimo Ftsa potrebbediventarel’unicofondoche
eroga ammortizzatori sociali be-

AGENZIA ISPETTIVA

Tito Boeri critica la scelta
di lasciare il personale
trasferito a carico
dell’Istituto: si crea
un blocco al nostro turn over
neficiando quasi esclusivamente
(per il 96% delle sue entrate) della
fiscalità generale. A indicare questa prospettiva di stridente contrasto con il Jobs act ma anche di
violazione della legge Fornero
(92/2012) è stato l’altro giorno il
presidente dell’Inps, Tito Boeri,
nel corso di un intervento sul tema
“lavoro e diritti” a un convegno organizzato dai Consulenti del lavoro alla Triennale di Milano.
Sul Fondo speciale trasporto
era stato diffuso un focus informativo Inps il 6 marzo scorso,
quando il nuovo presidente aveva inaugurato l’operazione “Porte aperte”, un esercizio di comunicazione e trasparenza sulle regole di funzionamento di alcuni
fondispeciali.Sieraappreso,allora, che Ftsa non solo non è mai diventato un fondo di solidarietà
alimentato dai soli contributi di
aziende e lavoratori ma che i trattamenti erogati gravano su tutti i
viaggiatori, che contribuiscono

al Fsta con il contributo straordinario di 3 euro pagati per ogni biglietto aereo (addizionale comunale sui diritti d’imbarco).
Il decreto interministeriale allo studio prevede l’accesso a una
mobilità di 24 mesi con un intervento di Fsta per garantire l’integrazione tra la mobilità e l’80%
delle vecchie retribuzioni di riferimento dei lavoratori interessati
che possono arrivare a percepire
una prestazione che supera di
gran lunga il massimale di 1167,911
euro previsto per la prestazione
di Cigs e di mobilità. Essendo
concluso il periodo della mobilità, la prestazione aggiuntiva sarebbe quindi finanziata interamente dal Fondo. «La prestazione integrativa supera spesso, soprattutto nel caso dei piloti, i 10
mila euro mensili lordi, con casi
limite in cui la prestazione si avvicina ai 30 mila euro lordi al mese»
si leggeva nel focus di marzo, in
cui si evidenziava che per quest’anno il fondo avrebbe una disponibilità di cassa per 47 milioni.
Con l’allungamento della mobilità si andrebbe a una squilibrio neglianniavenireconilrischiodiun
aumento del contributo di 3 euro
sui biglietti aerei.
Tito Boeri nel suo intervento
alla Triennale ha anche parlato
della nuova Agenzia ispettiva
unica prevista negli ultimi decreti attuativi della delega lavoro.
L’idea di una razionalizzazione
dei controlli è condivisibile - ha
spiegato - ma le modalità di costituzione dell’Agenzia lasciano più
di una perplessità: «Gli ispettori
Inps ma anche Inail sono trasferiti all’Agenzia che ha una sua totale autonomia gestionale e statutaria ma restano a carico dell’Istituto. E inoltre se gli interessati
non gradissero il trasferimento
possono chiedere di tornare in
Inps ed essere collocati in un’altra mansione, una procedura che
di fatto manda in blocco ogni possibilità di turn over».
D.Col.

@columbus63

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Dino
Pesole

Margini stretti
se si riduce
il dividendo
dello spread

I

Contrasto all’evasione fiscale. L’intervento del ministro Pier Carlo Padoan alla festa della Guardia di Finanza

CONTRASTO ALL’ILLEGALITÀ

+72%

che avevano evaso le tasse.

Redditi evasi
Nei primi cinque mesi
dell’anno l’ammontare dei
redditi evasi all’estero è
aumentato del 72% rispetto
allo stesso periodo
dell’anno scorso. Secondo i
dati forniti dalla guardia di
Finanza da gennaio, inoltre,
sono stati scoperti 3.250
evasori totali, soggetti
completamente sconosciuti
al fisco, e sono state
sequestrate disponibilità
patrimoniali e finanziarie
per 420 milioni a soggetti

600 milioni

Appalti irregolari
Sempre a fine maggio sono
stati assegnati con procedure
irregolari appalti pubblici per
591 milioni. La Guardia di
Finanza ha anche denunciato
444 soggetti per reati in
materia di appalti e ne ha
arrestati 45

500 milioni

Spesa pubblica
Quasi 500 milioni di risorse

pubbliche - fondi comunitari e
nazionali per lo sviluppo,
soldi destinati all'assistenza
sanitaria e previdenziale o a
prestazioni sociali agevolate sono finiti nelle mani di oltre
3mila soggetti che li hanno
richiesti o percepiti
indebitamente. Da gennaio
alla fine di maggio, infatti, la
Guardia di Finanza ha
eseguito complessivamente
8.724 interventi che hanno
interessato i più importanti
flussi di spesa, denunciando
3.325 responsabili di
appropriazione indebita delle
risorse

Inps. Possibili altri 24 mesi di mobilità

Fondo trasporto
aereo verso tutele
più lunghe di tutti

L’ANALISI

www.eventi.ilsole24ore.com/panettone

PANETTONE TUTTO L’ANNO

Sede Gruppo 24 ORE - Milano - Via Monte Rosa 91

Un evento organizzato dal Sole 24 ORE e Il Gastronauta che raccoglie i migliori produttori di panettone artigianale
in Italia: degustazioni e vendita per il pubblico, incontri tematici con chef e pasticceri e laboratori per bambini.
Domenica alle ore 12:00, in diretta dall’evento, Davide Paolini conduce Il Gastronauta.
Prenota il tuo posto in sala per assistere alla trasmissione: posti limitati!

2,2 miliardi stanziati dal
governo, con effetti a partire
dal 1° agosto, per far fronte
agli effetti della sentenza della
Consulta sul blocco delle
perequazione delle pensioni,
hanno ridotto a zero i margini di
manovra della politica di
bilancio per l’anno in corso. Ben
altri erano gli intendimenti del
governo, che aveva puntato su
una mini-manovra in corso
d’anno per sostenere i redditi
medio bassi. Nessun margine
ulteriore sul deficit, anzi
massima attenzione
all’evoluzione delle principali
variabili di finanza pubblica, a
partire dall’andamento della
spesa per interessi. Sulla base di
questa premessa, di cui si darà
conto tra breve con
l’assestamento di bilancio, la
possibilità di conseguire il
target di crescita programmato
(0,8%) è affidato al combinarsi
di fattori esogeni e interni, il cui
impatto sarà quantificato entro
settembre con la Nota di
aggiornamento al Def. Da un
lato, in primis gli sviluppi della
crisi greca, dall’altro il percorso
delle riforme in itinere,
soprattutto la riforma della Pa e
la riforma fiscale. Con
l’attenzione puntata fin d’ora
sulla prossima legge di stabilità,
che parte già con il suo
ingombrante carico di 10
miliardi di tagli alla spesa per
disinnescare le clausole di
salvaguardia che altrimenti
scatteranno dal prossimo
gennaio sotto forma di aumenti
dell’Iva e delle accise. Il punto è
che, con il venir meno degli
spazi ricavati prima della
sentenza attraverso lo scarto tra
deficit tendenziale e
programmatico (1,6 miliardi), in
assenza di una più vigorosa
spinta alla domanda interna
(possibile nell’immediato solo
attraverso la leva fiscale) nel
caso di una drammatica
evoluzione della crisi greca in
direzione del «default-Grexit»
rischia di assottigliarsi il
dividendo da spread e dal calo
dei tassi, che nel Def di solo due
mesi fa viene quantificato per il
2015 in circa 4,8 miliardi rispetto
allo scenario del settembre 2014.
È una delle componenti chiave
di quella «finestra di
opportunità macroeconomica»
più volte evocata dal ministro
dell’Economia, Pier Carlo
Padoan, con riferimento al
combinarsi di diversi fattori
esogeni: il Quantitative easing
della Bce con la sua potenza di
fuoco di 60 miliardi al mese fino
al settembre del 2016, ma anche
il calo del prezzo del petrolio e il
deprezzamento dell’euro.
Elementi cui va aggiunta la
nuova flessibilità prevista dalla
comunicazione della
Commissione europea dello
scorso 14 gennaio per i paesi
fuori dalla procedura per
disavanzo eccessivo, in grado di
realizzare un nutrito pacchetto
di riforme strutturali. Di certo, il

riesplodere della crisi ha già
ridimensionato le ben più rosee
aspettative ingenerate a metà
marzo, quando lo spread era
sceso fino all’incoraggiante
livello di 88 punti basi. La scorsa
settimana il differenziale ha
oscillato attorno ai 150-160 punti
base. Se il «dividendo da
spread» si ridimensiona, la
partita si sposta inevitabilmente
sul rafforzamento della politica
di bilancio grazie alle riforme,
che fanno attuate e in fretta e
non solo perchè ci giochiamo
nel 2016 il “dividendo” di 6,4
miliardi grazie alla clausola di
flessibilità europea.
Le riforme aumentano il
potenziale di crescita nel medio
periodo e contribuiscono a
creare un prezioso clima di
fiducia fondamentale per
l’inversione in positivo delle
aspettative sull’andamento
dell’economia reale.
Al momento, stando allo
scenario ipotizzato dal Def dello
scorso aprile, è proprio la
minore spesa per interessi, oltre
all’incremento delle entrate
«conseguenti al miglioramento
del ciclo economico», a
sostenere una previsione di
deficit che nel 2015 resta fissata
al 2,6% del Pil, e all’1,8% nel 2016.

PIÙ SPESA PER INTERESSI

Il riacutizzarsi
della crisi greca
ha riportato il
differenziale Btp-Bund
a 150-160 punti base
Si passerebbe così dai 75,1
miliardi stanziati nel 2014 per il
costo del debito ai 69,3 miliardi
indicati per l’anno in corso. In
base all’attuale composizione
del debito, che si attesta su una
vita media di 6,4 anni, un
esercizio relativo alla
«sensitività ai tassi di interesse»
consente di ipotizzare che in
caso di spostamento
permanente verso l’alto
dell’intera curva dei rendimenti
di 100 punti base, la spesa per
interessi in rapporto al Pil
salirebbe dello 0,15% nel primo
anno (1,7 miliardi), dello 0,29%
nel secondo anno (3,3 miliardi).
Nello scenario costruito prima
della nuova impennata dello
spread, l’aggregato relativo alla
spesa per interessi dovrebbe
attestarsi in rapporto al Pil al
4,2% sia nel 2015 che nel 2016.
Come conferma l’Ufficio
Parlamentare di Bilancio, il
miglioramento del quadro
tendenziale di finanza pubblica
va ricondotto essenzialmente
alla riduzione della spesa per
interessi, riflette un profilo di
crescita della spesa primaria
molto contenuto (1,2 per cento),
in linea con il quinquennio
precedente, ma molto inferiore
alla dinamica nel periodo 200009 (4,3 per cento). La stima di
deficit per l’anno è costruita dal
ministero dell’Economia sulla
base della riduzione di 0,3 punti
di Pil per minori spese per
interessi, «in relazione a un
profilo dei tassi più favorevole
di quello ipotizzato nello scorso
mese di settembre», oltre che a
-0,2 punti di minori spese
primarie. Una partita, come
emerso chiaramente nelle
ultime settimane, ancora in
pieno svolgimento e l’esito è
tutt’altro che scontato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

INCONTRI TEMATICI, WORKSHOP E INIZIATIVE DEDICATE AI BAMBINI
SABATO 27 GIUGNO - DALLE ORE 15.00 ALLE ORE 20.00

DOMENICA 28 GIUGNO - DALLE ORE 10.00 ALLE ORE 20.00

La creazione del panettone con stampante 3D
con Gioacchino Acampora

Panettone naturalmente a colori con Massimiliano Alajmo
Mani in pasta. Piccole creazioni dolci con Marco Canevari
(laboratorio per bambini su prenotazione)

La piramide del grano: dal chicco alla farina con Piero Gabrieli
Merenda con pane e cioccolato

Diretta della trasmissione Il Gastronauta di Radio 24
(posti su prenotazione)

Mani in pasta. Piccole creazioni dolci con Marco Canevari
(laboratorio per bambini su prenotazione)

Dalla madre terra al panettone con Rolando e Francesca Morandin
Merenda con pane e cioccolato

La ricetta per fare il panettone in casa con la pasta madre
con Rolando e Francesca Morandin

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Per prenotare i laboratori per i bambini: panettone@ilsole24ore.com

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Ufficiali



LE CIFRE

4,8 miliardi

Dividendo spread
Rischia di assottigliarsi il
dividendo da spread e dal calo
dei tassi, che nel Def di solo due
mesi fa viene quantificato per il
2015 in circa 4,8 miliardi
rispetto allo scenario del
settembre 2014.

150 punti

Il differenziale
Il riesplodere della crisi ha
già ridimensionato le
aspettative ingenerate a
metà marzo, quando lo
spread era sceso fino
all’incoraggiante livello di 88
punti basi. La scorsa
settimana il differenziale ha

oscillato attorno ai 150-160
punti base.

1,2%

La spesa primaria
Come conferma l’Ufficio
Parlamentare di Bilancio, il
miglioramento del quadro
tendenziale di finanza pubblica
va ricondotto essenzialmente
alla riduzione della spesa per
interessi, riflette un profilo di
crescita della spesa primaria
molto contenuto (1,2 per
cento), in linea con il
quinquennio precedente, ma
molto inferiore alla dinamica
nel periodo 2000-09 (4,3 per
cento). La spesa per interessi
quest’anno dovrebbe scendere
da 75,1 del 2014 a 69,3 miliardi

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8

Politica e società

Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

Immigrazione. Boldrini: si parla di invasione ma rispetto allo scorso anno aumento solo del 2% - Salvini la attacca: «Deve essere ricoverata»

ANSA

Mattarella: garanzie per i rifugiati ma l’Ue faccia di più
Riccardo Ferrazza

pSul fronte dell’accoglienza

dei migranti l’Italia si conferma
in prima fila, è l’Europa che dovrebbe contribuire di più. A dirlo, nella Giornata mondiale del
rifugiato, è il presidente della
Repubblica Sergio Mattarella.
Un messaggio ai partner dell’Ue sottoscritto dal premier
Matteo Renzi (il nostro Paese
«non può fare tutto da solo») e
che risuona nel settimo giorno
vissuto dai 170 migranti sulla
scogliera di Ventimiglia che
protestano per il blocco alla
frontiera tra Italia e Francia. E
mentre l’Europa sembra muovere i primi passi concreti per
far fronte all’ondata migratoria
(ieri l’agenzia Ansa riportava la
notizia che uno «staff tecnico
europeo» è in Libia per incontri
con la Guardia costiera libica, il
tema immigrazione alimenta la

polemica politica quotidiana.
Ieri lo scontro più acceso è strato quello tra il presidente della
Camera Laura Boldrini e il leader della Lega Matteo Salvini.
«Si parla di invasione e di esodo
e sui nostri schermi televisivi
scorrono le immagini di persone stipate su imbarcazioni di
fortuna, ma l’incremento rispetto all’anno scorso è meno
del 2%» ha dichiarato la Boldrini. «Deve essere ricoverata»
commenta il leader del Carroccio convinto che «in Italia non
c’è spazio per tutti».

Non è citato esplicitamente
eppure, quando in mattinata
Mattarella afferma che l’Italia
«continuerà a fare quanto necessario per assicurare ai rifugiati e a coloro che chiedono asilo un trattamento rispettoso dei
diritti fondamentali e della dignità umana» sembra voler garantire all’esterno che nel nostro Paese, al di là della dialettica a volte violenta tra le forze
politiche, rispetto e tolleranza
per i migranti che arrivano sulle
nostro coste non verrà mai meno. Un atteggiamento che però

IL PREMIER

BLOCCATIO AL CONFINE

«L’Italia non può fare tutto
da sola. Ne parleremo
al Consiglio al europeo»
Oggi l’incontro con Hollande
all’Expo di Milano

Manifestazione dei centri
sociali a Ventimiglia:
in 400 in un corteo
di solidarietà per i 170
migranti sugli scogli

deve trovare una sponda nell’Unione europea e nella comunità internazionale chiamate da
Mattarella ad assicurare «un
crescente contributo». Rientra
in questa lettura anche il «caloroso saluto» dal presidente della Repubblica «ai rappresentanti dell’Alto Commissariato
delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Italia» per la «sensibilizzazione dell’opinione pubblica
e delle classi dirigenti in relazione al dramma di chi vive quotidianamente gli orrori della
guerra, la tragedia delle persecuzioni, la miseria e le migrazioni forzate» e che «contribuisce
a combattere l’indifferenza per
le indicibili sofferenze di quanti, in cerca di un futuro migliore,
sono costretti ad abbandonare
il proprio paese».
Il premier Renzi è sulla stessa
linea. Da un parte dice che «ogni

volta che un italiano salva una
vita sono sempre più orgoglioso
di essere alla guida di un Paese
che sta scrivendo una pagina di
civiltà in mezzo a tanta demagogia». Dall’altra parte però il Belpaese «non può fare tutto da solo». Il tema è «difficile non solo
per la delicatezza dell’argomento» ma «anche per le paure
che suscita». «Occorre decisione, determinazione ma anche
buon senso e responsabilità,
specie pensando che le regole
europee sembrano scritte (Dublino II) contro gli interessi del
nostro Paese che allora - incomprensibilmente - le appoggiò».
Argomenti che il premier affronterà venerdì nel Consiglio
europeo ma di cui comincerà a
trattare già oggi quando a Milano vedrà il presidente francese
François Hollande. I due dovranno certamente parlare del-

la situazione al confine, in partivolare a Ventimiglia. Ieri in città
i centri sociali hanno manifestato davanti alla stazione in segno
di solidarietà con i migranti
bloccati e hanno dato vita a un
lungo corteo (400 persone) autorizzato dalla questura e pacifico durato oltre due ore. Contemporaneamente, una manciata di anarchici francesi ha
manifestato su suolo francese
alla frontiera con la Gendarmerie schierata che ha bloccato il
traffico in uscita da Mentone.
Secondo i dati forniti dalla
Unchr nel 2014 le persone costrette a fuggire dalle loro case
erano 59,5 milioni alla fine del
2014, in aumento rispetto all’ano
precedente (51,2 milioni): ogni
giorno 42.500 persone sono diventate rifugiate, richiedenti
asilo o “sfollati” interni.
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Il Ddl in Parlamento. Martedì riprende l’esame in commissione, Governo pronto a mettere la fiducia in Aula - Grasso: spero si possa evitare

Scuola, nuova lite governo-sindacati
Renzi: «No a un decreto stralcio, senza riforma solo 20mila assunti già previsti per legge»
Marzio Bartoloni

pSulla scuola il premier Renzi

non molla e attacca: chi blocca la
riforma blocca le assunzioni.
Avanti dunque in Parlamento,
nonostante le migliaia di emendamenti a cui il Governo risponderà quasi sicuramente con la fiducia, per varare la riforma al Senato entro la prossima settimana
e incassare l’ultimo sì alla Camera entro metà luglio, termine ultimo per far scattare il piano da
100mila assunzioni su più tappe,
ma comunque già da settembre.
«Non siamo noi che vogliamo
fermarci, ma le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la
scuola, se c'è un nuovo modello
organizzativo», ha scritto ieri
Renzi sulla sua newsletter
enews dove ha ribadito la volontà di portare avanti tutte le riforme, a partire da quelle istituzionali che sfoceranno in un referendum costituzionale nel 2016.
Ma è la scuola quella che finora
gli sta riservando più spine: ieri
il premier ai suoi ha ricordato
come le assunzioni «non siano
certo un obbligo di legge, ma
una intuizione di questo governo che ha scelto di investire sulla scuola a differenza del passato». «Ma assumere senza riorganizzazione - questo lo sfogo di
Renzi - significa parcheggiare
settantamila persone in un angolo a scuola per dare uno stipendio ai precari». Morale: «Se
non passa la riforma saranno assunti solo i precari in base alla
normativa vigente». E cioè circa
20mila del turn over.
Ieri sono stati i sindacati ad alzare di nuovo la pressione: serve
subito un confronto, prima di
nuovi passi avanti del Ddl, hanno
ribadito unitariamente Cgil, Cisl

INTERVISTA

e Uil. Che hanno rilanciato la richiesta di assicurare «comunque subito le assunzioni tramite
decreto». Il piano dei sindacati è
quello di continuare con le iniziative di protesta: a cominciare
da martedì 23, giorno in cui in
commissione cultura del Senato
è prevista la ripresa dell’esame
del testo. I due relatori, Francesca Puglisi (Pd) e Franco Conte
(Ap), in realtà si incontreranno il
giorno prima per limare il pacchetto di modifiche da inserire
in un maxi emendamento che
dovrebbe tener conto, anche, di
alcune richieste delle opposizioni e della minoranza dem. Aggiu-

LA LINEA DEL PREMIER

Per Renzi le assunzioni «non
sono un obbligo di legge ma una
intuizione di questo Governo
che ha scelto di investire sulla
scuola a differenza del passato»
stamenti che però non soddisfano i sindacati. «È chiaro che nel
momento in cui procede a un
maxiemendamento e alla fiducia, il Governo rifiuta il confronto con le organizzazioni sindacali e il mondo della scuola»,ha detto il segretario della Cgil, Susanna Camusso. I sindacati
ricordano che l’impegno, assunto dal Governo il 12 maggio, di avviare un confronto costruttivo
per modificare i punti critici del
testo di legge «si è risolto in un
nulla di fatto». Da qui la richiesta
di puntare subito allo scorporo
dal Ddl delle 100mila assunzioni
per inserirle in un decreto. È proprio il tema delle assunzioni ad
essere al centro delle polemiche:

Ettore Rosato

«Assumere i precari è una assoluta priorità», ha detto il presidente della Commissione Lavoro alla Camera Cesare Damiano.
Stefano Fassina, tra i dissedenti
anti renziani della prima ora nel
Pd, accusa Renzi per l’«imbarazzante raggiro» sulla conferenza
nazionale sulla scuola annunciata dal premier per inizio luglio
praticamente «a legge approvata». Fassina parla anche di «aggiustamenti cosmetici» a un Ddl
inviso «alla stragrande maggioranza della scuola».
Ma quali sono gli aggiustamenti contenuti nel maxi-articolo su cui si chiederà una quasi
scontata fiducia che ieri il presidente del Senato Pietro Grasso
ha consigliato di «evitare se possibile» in favore di «discussione
ed «emendamenti condivisi»?
Dopo le modifiche apportate
dalla Camera dei deputati i nuovi possibili correttivi interesseranno le tre questioni chiave della riforma: merito e valutazione
dei docenti, autonomia dei presidi nella gestione dell'istituto, e
school-bonus. Per quanto riguarda poi il maxi-piano assunzionale da 100.701 posti si dovrebbe procedere “per tappe” e
con una sorta di “clausola di salvaguardia” per consentire al ministero di stabilizzare in tranche
le persone nel corso dell’anno
scolastico 2015-2016: per chi non
andrebbe subito in ruolo a settembre, si autorizzerebbe cioè
una assunzione solo in termini
“giuridici” per salvaguardare la
posizione dell’interessato, per la
carriera e la pensione, ma l’incarico a tempo indeterminato, dal
punto di vista economico, scatterebbe solo a settembre 2016.

Lega. Martedì da Berlusconi

A Roma

SINTESI VISIVA

pOggi Matteo Salvini sarà a

Family day, in piazza contro le unioni civili
«Family Day, difendiamo i nostri figli», è lo slogan della manifestazione
nazionale organizzata ieri in piazza San Giovanni a Roma. Lo scopo,
spiegano gli organizzatori del comitato (che parlano di un milione di
partecipanti), è «riaffermare il diritto di mamma e papà a educare i figli e
fermare la colonizzazione ideologica della teoria Gender nelle scuole e nel
Parlamento e bloccare sul nascere il ddl Cirinnà che consentirebbe in
prospettiva adozione e utero in affitto per le coppie dello stesso sesso».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

«Q

uestoèungovernonato
per fare le riforme, non
solo quelle istituzionali
ma anche per esempio quelle del lavoro, della pubblica amministrazione e della giustizia, rivendendo
sia il codice civile sia il codice penale... Tutte riforme che entro l’anno
saranno approvate, anche se gli effetti si vedranno nei mesi successivi. Così come anche i risultati del
Jobs act, già approvato, si cominciano a vedere ora. Si tratta di riforme
necessarie ad agganciare in modo
duraturo la ripresa economica, e
perquestooccorreinevitabilmente
stabilità di governo. A questo propositocredochecisialanecessitàdi
un’alleanza forte tra l’esecutivo e
chi in questo Paese produce lavoro.
Una sorta di complicità, di condivisione delle scelte con imprenditori
generosi e coraggiosi in un dialogo
costante con le forze sociali».
Avanti con le riforme, dunque.
Non c’è alternativa al cambiamento. Il neo capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato riceverà presto
i dossier caldi della scuola e delle riforme costituzionali, che prima do-

Pontida per il tradizionale raduno della Lega (arricchito quest’anno di una ruspa nel mezzo
del pratone). Il leader del Carroccio ieri Milano ha celebrato a
portechiuseunbrevecongresso
straordinario è stato approvato
un nuovo Statuto che organizza
il movimento in maniera confederale, con 13 associazioni regionali autonome in materia fiscale
e organizzativa. E che ridimensiona il ruolo di Umberto Bossi,
presidente a vita e del comitato
di garanzia e controllo, ma che
non potrà reintegrare gli espulsi
con più di vent’anni di militanza.
«Mi ha ridimensionato» ha detto il Senatur e poi «Se fa un partito italiano se ne va da solo»). Nel
pomeriggio la replica: «In politicacontanoivoti».Malosguardo
è giù a Roma: Salvini progetta di
guidare una proposta di governo alternativa a quella di Matteo
Renzi e di presentare un candidato sindaco per il dopo-Marino, sicuro di «prendere una barca di voti». Salvini ha confermato che martedì vedrà con il leader di Fi, Silvio Berlusconi, per
un confronto sul centrodestra
dopo le amministrative. «Le
idee della Lega sono chiare: chi
ci sta sui nostri temi è alleato della Lega a prescindere dalle vecchie etichette destra-sinistra».
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Capogruppo del Pd alla Camera

vranno però passare le forche caudine del Senato dove i numeri sono
notoriamente a rischio (la maggioranzasireggesu9testementreidissidenti del Pd sono una ventina). E
secifosseunintoppo?Seilpercorso
riformatore dovesse interrompersi?«Sesiinterrompessequestopercorso verrebbe meno il patto che
abbiamo stretto con gli italiani, ossia cambiare finalmente questo Paese dove l’immobilismo ha bloccato per anni i tentativi riformatori. Le
riforme sono la missione di questo
governo, se non riusciamo a farle
non ha senso continuare».
Presidente Rosato, la prima
difficile prova che attende la Camera sarà il Ddl “Buona scuola”.
Celafateintempopergarantirele
assunzioni dei 100mila precari
per il prossimo anno scolastico?
MetteretelafiduciaancheaMontecitorio?
Escluderei la fiducia alla Camera. In Senato, visto l’ostruzionismo,
probabilmente sarà necessaria.
Riuscire a far partire le assunzioni
da settembre è esattamente l’impegno che la ministra dell’Istruzione
Stefania Giannini si è presa, con il
premier e con noi.

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E la riforma costituzionale, riuscite ad approvarla anche alla Camera entro la pausa estiva? Così si
potrebbecelebrareilreferendum
nel giugno 2016 accorpandolo al
voto nelle grandi città.
Nessuno ha mai pensato di poter
approvare la riforma del Senato e
del Titolo V anche alla Camera nelle prossime cinque settimane, è tecnicamente impossibile. Ora dobbiamo concentrarci sul passaggio
del Senato, che considero il punto
finale e conclusivo di questa prima
doppia lettura. Il referendum confermativo arriverà alla fine del percorso, non si tratta di fare una corsa
per guadagnare un mese in più o in
meno. Il traguardo della legislatura
resta il 2018.
Sulla riforma costituzionale bisognerà introdurre qualche modifica per venire incontro alle richieste della minoranza del Pd,
visti i numeri in Senato. C’è già
un’idea di compromesso?
Il compromesso lo lasciamo naturalmente al dibattito del Senato.
Quello che posso dire è che noi non
facciamo le riforme per accontentare un pezzo del Pd ma perché servono al Paese.

Campidoglio. Voci su Improta e Scozzese

Roma, due assessori
verso l’addio a Marino
pCampidoglio sempre più sot-

to assedio dopo il terremoto di
Mafia capitale e con nuove crepe
che potrebbero aprirsi dentro la
Giunta capitolina sempre più a rischio caos. Si rincorrono sempre
più con insistenza le voci di un
prossimo addio di due assessori
big dell’esecutivo romano: Guido Improta (Trasporti) e Silvia
Scozzese (Bilancio). Il primo renziano e colonna portante della
Giunta sarebbe pronto ad abbandonarelasuapoltronaafinemese
a causa sembra di un litigio con il
sindaco Marino che gli avrebbe
chiesto di sforare il patto di stabilità. Dal Campidoglio fanno sapere però che ancora ieri Improta
avrebbe lavorato insieme al sindaco su alcuni dossier: dalle novità sulla metro C che verranno
presentate in settimana al ministro dei Trasporti Graziano
Delrio alla lotta alle truffe alle biglietterie dell’Atac.
L’addio dell’assessore potrebbe dunque non essere imminente
e forse essere congelato per un
po’. Ma le tegole per Marino non
finiscono qui. Perché nuovi rumors parlano di un addio anche
dell’assessore al bilancio Scozzese pronta anche lei a lasciare il posto in giunta. Di sicuro c’è che per
Marino si tratterebbe di un duro
colpo perché riempire nella sua
giunta due caselle vuote così importanti sarebbe un problema
non indifferente. Soprattutto in
uno scenario dove i vicesindaco
Luigi Nieri (Sel) viene dato sempre più in bilico mentre le quotazioni dell’assessore alla Legalità,
Alfonso Sabella salgono. Anche
se il magistrato non sembra interessato a diventare numero due
delCampidoglio:«Sonountecnico - ha detto -. Io vicesindaco? Mi
viene da sorridere».
Intanto le opposizioni in Cam-

BREVI

Senza riforme finisce la «mission» del governo
di Emilia Patta

Salvini: pronti
a governare
Sfida su Roma

Migranti. Accampamenti sugli scogli di Ventimiglia

Eppure la minoranza più radicale del Pd chiede modifiche profonde al Ddl Boschi, come la reintroduzione del Senato elettivo
conrelativaindennitàpropriadel
senatori.
Questa soluzione possiamo
escluderla nella maniera più assoluta.
Nell’ultima direzione del Pd lo
stesso Matteo Renzi ha detto che
chi non vota la fiducia al governo
si mette da solo fuori dal partito.
Cambierà qualcosa alla Camera,
dove il mese scorso in 26 non hanno votato la fiducia sull’Italicum?
Alla Camera siamo 309 persone
coinvolte in un progetto, ognuno
con le sue specificità e le sue
idee. Siamo un grande partito plurale. Vero che ci sono stati episodi
duri, ma io lavoro affinché non ci sianopiùattidirottura.Quantoalnon
votare la fiducia, come ho sempre
detto si tratta di un sfregio grande.
Pensa che la nascita della corrente della minoranza dialogante, “La sinistra è cambiamento”,
può aiutare i gruppi parlamentari
e il partito a ritrovare l’unità?
Certamente. La fotografia uscita
sui giornali di Matteo Mauri con

IMAGOECONOMICA

Ettore Rosato

LA BUONA SCUOLA

«Escluderei la fiducia
alla Camera.
Ma in Senato credo
sarà necessaria»

Maurizio Martina, Cesare Damiano,PaolaDeMicheli,MicaelaCampanaedaltrièlafotografiadiunpezzo importante del gruppo che ha
sempre lavorato in squadra, in una
posizione di legittima opposizione
interna ma leale al governo.
Quali sono secondo lei le cause
del risultato deludente per il Pd in
questa tornata amministrativa?
Intanto voglio ribadire che alle
elezioni regionali il Pd ha ottenuto
un buon risultato. Chi guarda fuori
dall’Italia sa che cosa succede negli
altri Paesi nelle elezioni di mid
term: noi abbiamo vinto in 5 regioni
su 7 e ne amministriamo 17 su 20.
Certo, siamo stati delusi dai ballottaggi delle comunali. E colpisce che
in alcune situazioni la destra e il
M5S si siano alleati contro di noi: il
caso di Gela è emblematico.
Non è che è stato lasciato troppo spazio alle primarie locali?
Vanno abolite?
Le primarie secondo me sono
uno strumento e non il fine, e come
strumento vanno utilizzate: quanto
servono.
Il sindaco di Roma Ignazio Marino si deve dimettere?
Marino sta lottando da mesi per
riportare Roma ad una condizione
di normalità e di legalità. Deve utilizzare tutte le energie per amministrare bene la città.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Dall’interno
SICILIA

No alla scarcerazione
di Genovese (Pd)
Il Tribunale della libertà di
Messina ha rigettato l'istanza di
scarcerazione, o di
attenuazione della misura in
carcere, richiesta del legale del
deputato Francantonio
Genovese (Pd), confermando
la decisione emessa dai giudici
del Collegio giudicante.
Genovese, dunque, deve
continuare a restare nel carcere
di Gazzi (Messina) dove è
rinchiuso dal 15 gennaio con
l’accusa di truffa e frode fiscale
poiché indagato
nell’operazione “Corsi d’oro”
nel settore della formazione
professionale in Sicilia.

SANITÀ

Fecondazione, stretta
sui test ai donatori
Si precisa ulteriormente il
quadro normativo sulla
fecondazione assistita. Il
Consiglio superiore di sanità ha
dato il via libera al regolamento
messo a punto dal ministero
della Salute che recepisce la
direttiva Ue 2012 sul controllo

pidoglio non lesinano critiche:
«La giunta perde pezzi. Ci sembra che ormai Marino sia sempre
più un uomo solo» avverte il capogruppo del M5s Marcello De
Vito mentre per Alessandro
Onorato della Lista Marchini
«ormai siamo arrivati ai titoli di
coda». Marino però a farsi da parte non ci pensa minimamente.
Difende a spada tratta il suo esecutivo - «Sono soddisfatto della
mia giunta» dice - e non accenna
minimamente a metter mano a
un rimpasto. Anche se da domani
potrebbe partire una «fase due»
con alcune misure di intervento
simboliche sul fronte degli appalti, al centro dello scandalo
Mafiacapitale(siparladelvarodi

IL PRESSING DEM

Il sindaco resiste («sono
soddisfatto della mia
giunta») ma il Pd lo incalza
e chiede un cambio di passo
anche con un rimpasto
una centrale unica). Ma di «Fase
due» parlano con insistenza anche i renziani. Dopo l’ultimatum
di Renzi, nonostante l’appoggio
dichiarato più volte a Marino del
presidente del Pd e commissario
dei dem a Roma Matteo Orfini,
qualcuno vede un ritorno di
guerra fredda con il premier. Il
messaggio dai piani alti è chiaro:
serve un cambio di passo, una
svolta per rilanciare Roma: da
un’azione di governo più incisiva
a un vero e proprio rimpasto.
«Marino è onesto, adesso bisogna rafforzare l’amministrazione», ha chiarito ieri Debora Serracchiani vicesegretaria del Pd.
Mar.B.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

di tessuti e cellule umani. D’ora
in avanti i donatori di gameti
per la fecondazione eterologa
dovranno effettuare anche una
mappa cromosomica, oltre a
vari altri test di controllo, per
ridurre al minimo il rischio di
trasmissione di eventuali
patologie genetiche. Il
regolamento completa la
normativa in materia, dopo il
parere positivo del Consiglio lo
scorso maggio alle nuove linee
guida sulla legge 40 per la
procreazione medicalmente
assistita (Pma) realizzate dal
ministero, nelle quali si
prevede anche che le coppie
che accedono all’eterologa non
possano scegliere le
caratteristiche somatiche del
proprio figlio. Nel
Regolamento si fissano pure il
limite massimo di 10 nascite per
ogni donatore e paletti per l’età
entro cui è possibile donare
gameti. Restano da superare le
difformità da Regione a
Regione: «Sono ancora poche
le Regioni che hanno recepito
con delibera le linee guida
sull’eterologa della Conferenza
delle Regioni del 2014, e se vari
centri privati si stanno
attivando, i centri pubblici che
sono partiti sono molti di
meno» afferma la direttrice del
Centro di pma dell’Ospedale
Careggi di Firenze, Elisabetta
Coccia.

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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

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10 Mondo

Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

LA GIORNATA

Le potenzialità dell’economia iraniana
STRUTTURA DEMOGRAFICA
E RICCHEZZA

LA CRESCITA
Var. % annua del Pil
2011

Mar TURKMENISTAN
Caspio

2012

+4,0 -6,6

2013

-1,9

LA SVALUTAZIONE
Rial per dollaro
2014

Tehran
IRAQ
KUWAIT

2015*

+1,4 +2,2

2011
30000

L’EXPORT PETROLIFERO
Mln di barili al giorno, media annua
2013

2015

2011

2,5

2012

1,5

2013

1,1

2014**

1,4

L’INTERSCAMBIO CON L’ITALIA
In miliardi di euro
2011

7,2

2012

3,6

2013

1,2

2014

1,6

28.040

25000

IRAN

15000

10000
0

400km

N

Abitanti
Età media
Pil
Pil pro capite

10.336
78 milioni
28 anni
400 mld di dollari
5.165 $

5000

0

Fonte: Fmi, Aie, Ice

(*) Stime; (**) Media gennaio-maggio

Geopolitica. Le trattative sono complesse e Teheran insiste sull’immediata rimozione delle sanzioni economiche

Iran, l’accordo che (ancora) non c’è
Scade il 30 giugno il termine per formalizzare il compromesso di Losanna sul nucleare
di Alberto Negri

I

l secco tre a zero tra Iran e
Usa nel volley - oggi ci sarà
la rivincita nel secondo
turno di World League - non
ha fatto gioire tutti gli iraniani. La vicepresidente Molaverdi, qualche mese fa in visita da Papa Francesco, era furiosa perché ancora una volta
i duri del regime, apostrofati
come dei “cavernicoli”, hanno tenuto fuori le donne dagli
spalti. Ma non sono neppure
passati inosservati i calorosi
applausi all’inno e alla bandiera degli Stati Uniti. Un
espisodio rilevante a Teheran, dove campeggia sempre
un gigantesco murales con la
scritta “Marg bar Amerikia”,
Morte all'America.
La scadenza del negoziato
sul nucleare si avvicina e gli
iraniani sentono che si profila
una svolta con l’Occidente.
L’accordo basato sullo scambio fra rinuncia iraniana all’arma atomica e abolizione
delle sanzioni forse si farà ma
i dettagli - e il diavolo si annida nei dettagli - dovranno essere definiti entro il 30 giu-

gno. Non è detto che la deadline sia rispettata.
Il nodo è quello delle sanzioni. L’Iran vorrebbe una
cancellazione immediata, gli
Usa e le altre potenze collegata alle verifiche internazionali. Teheran è sottoposta a sanzioni ma l’embargo è più occidentale che internazionale ed
è aggirato da molti Paesi: la
Turchia non rinuncia al gas

OPPORTUNITÀ STORICA

Un’eventuale intesa
permetterebbe al Paese
di giocare un ruolo di rilievo
anche come potenza
economica
iraniano, nonostante i due Paesi siano su fronti opposti in
Siria. La Cina fa quello che
vuole, importando oro nero
ed esportando verso l’Iran il
40% degli armamenti dei Pasdaran. L’Occidente ha lasciato che il mercato iraniano scivolasse nelle mani di altri.
Il Medio Oriente crea più
problemi di quanto sia in gra-

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Suv di un folle sui passanti
Tre morti e 34 feriti a Graz
pUn

20000

ARABIA
SAUDITA

IN AUSTRIA IL GESTO DI «UNO SQUILIBRATO»

do di risolverne. Ma questa
trattativa non sarebbe nemmeno iniziata se occidentali,
russi e cinesi non fossero
convinti che l’Iran degli
ayatollah è abbastanza razionale da non volersi dotare di
testate atomiche, ben sapendo che in caso contrario verrebbe annichilita da un attacco americano o israeliano.
Quella con Teheran è una
svolta che non tutti vogliono. Il
punto è che l’intesa non è soltanto sul nucleare. Si tratta di
un negoziato geopolitico per
reintegrare l’Iran sulla scena
internazionale e assegnare alla
Persia un ruolo da protagonista in un vasto quadrante che
va dal Mediterraneo all’Asia
centrale, dalla Mesopotamia
alla penisola Arabica, all’incrocio delle vie dell’energia.
A un’intesa è ostile lo stesso
Congresso Usa, dove la maggioranza repubblicana tenta
di soffocare un presidente debole che con questo accordo
potrebbe lasciare un’eredità
tangibile in politica estera.
Non la vogliono neppure Israele e l’Arabia Saudita, che pur
non avendo relazioni diplo-

matiche da un anno si incontrano, neppure tanto segretamente, per far saltare l’accordo. I nemici comuni di Riad e
Tel Aviv sono le milizie filoiraniane: gli Hezbollah in Libano, gli Houti in Yemen.
Intorno c’è un corteo di potenze che difende i suoi interessi. La Francia frena per non
dispiacere i ricchi clienti del
Golfo della sua industria bellica. I russi vorrebbero invece
accelerare per vendere i missili S-300 a Teheran. Premono
per un accordo le compagnie
petrolifere come l’Eni e quelle
americane, attirate dal fatto
che l’Iran, assetato di investimenti, è pronto a rivedere i
vecchi contratti capestro.
L’Iran, sciolto dai vincoli delle
sanzioni è un affare stimato oltre 100 miliardi di dollari.
Ma 35 anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata da
stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si
cancellano d’un colpo. America e Iran soltanto adesso sono
tornati a parlarsi in un negoziato che costituisce un processo
per costruire una fiducia reci-

proca che non c’è mai stata.
A cominciare dal giorno fatale in cui Washington e Teheran finirono su fronti opposti,
anche se le cose avrebbero potuto andare in maniera completamente diversa. «Dategli
un calcione e mandateli a casa», fu così che reagì l’Imam
Khomeini, racconta Ibrahim
Yazdi, allora ministro degli
Esteri, quando seppe che un
gruppo di studenti aveva occupato l’ambasciata Usa. Tutto poteva finire lì ma l’ayatollah che aveva innescato la rivoluzione contro lo Shah, vide
in tv una folla enorme e si accorse che avrebbe potuto
sfruttare questa mobilitazione per rafforzare il suo potere.
Era iniziato, il 4 novembre del
1979, il sequestro degli ostaggi
americani, che provocò una
rottura insanabile.
Il conflitto si trasformò in
un confronto a tutto campo:
Khomeini, come lo Shah, aveva l’ambizione di fare dell’Iran un leader della regione
puntando però sull’Islam politico e l’appoggio delle masse
musulmane. Niente di più distante alla visione dell’Ameri-

ca e di Israele. Poi ci fu nell’80
la guerra Iran-Iraq, l’aiuto
americano e delle monarchie
del Golfo a Saddam Hussein
ma anche il segreto sostegno
Usa a Teheran, in una strategia di “doppio contenimento”
che non voleva vedere nessuno dei due Paesi uscire vincitore dal conflitto.
La strategia del contenimento non è molto cambiata:
oggi gli Stati Uniti devono calmare Israele e accontentare
gli alleati sunniti, ma hanno bisogno dell’Iran sciita per combattere il jihadismo e stabilizzare la Mesopotamia. L’Iran
può diventare un alleato rispettabile? La collaborazione
non sarà facile: un rapporto
del dipartimento di Stato accusa l’Iran di attività collegate
al terrorismo. Ma come dice
Alì Shamkani, capo del consiglio di sicurezza nazionale,
Usa e Iran «possono comportarsi in modo tale da non spendere la propria energia l’uno
contro l’altro» e provare a disinnescare i conflitti di un Levante che sta tracimando profughi, instabilità e paure.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

uomo con disturbi
psichici si è lanciato con il suo
Suv contro la folla nel centro
di Graz in Austria. Nello
scontro sono morte tre persone e altri 34 passanti sono
rimasti feriti, alcuni in modo
grave, come ha riferito il governatore del Land, Hermann Schutzenhofer.
L’uomo di 26 anni dopo
aver travolto i pedoni che passeggiavano sulla Herrengasse - una via dello shopping
della capitale della Stiria - ha
cercato di colpire i passanti
con un coltello, prima di essere arrestato. La polizia austriaca ha escluso che si sia
trattato di un atto terroristico
spiegando che è stato quasi sicuramente «un atto folle
compiuto da uno squilibrato». «È un caso di psicosi con
risvolti familiari», ha detto il
capo della polizia regionale,
Josef Klamminger, durante
una conferenza stampa.
Secondo il racconto di alcuni testimoni, l’aggressore
ha colpito «in modo appa-

rentemente casuale», travolgendo i pedoni e facendoli sbattere e rimbalzare sul
cofano e il parabrezza. Tra le
vittime, secondo quanto riferito dal quotidiano Mirror,
potrebbe esserci anche un
bambino. Alla folle gimcana
del giovane è scampato il
sindaco di Graz, Siegfried
Nagl, che a bordo di uno scooter è riuscito per un soffio
ad evitare il Suv.
In un comunicato il Consiglio municipale ha reso noto
che «alle 12 c’è stato un atroce
incidente nel centro di Graz,
che ha lasciato la città profondamente scossa. Un omicida
ha usato la sua automobile come un’arma e ha deliberatamente messo sotto le persone. L’autore è ora agli arresti».
Su Facebook, come riferisce il
quotidiano Independent, il
vescovo di Graz, Wilhelm
Krautwaschl, si è detto
«sconvolto», assicurando di
pregare «per le vittime e tutti
coloro che stanno cercando
di aiutarle».

MANIFESTAZIONI NEL REGNO UNITO

Marcia di protesta a Londra
contro l’austerity di Cameron
pDecine di migliaia di per-

sone hanno manifestato ieri a
Londra contro i programmi di
austerità r i tagli alla spesa del
governo conservatore di David Cameron. La marcia di protesta è partita dalla Bank of England, nella city, per arrivare
davanti a Westminster. Il corteo pacifico è stato promosso
da gruppi politici e associazioni di sinistra e ha avuto il sostegno dei sindacati. Era presenta
anche Jeremy Corbyn, uno dei
candidati alla guida del Partito
laburista.
Molti gli slogan contro il
premier Cameron e il ministro
delle Finanze George Osborne, oltre che contro le banche e
i banchieri. Il mese scorso le
elezioni hanno a sorpresa premiato i conservatori al governo che forti della maggioranza
assoluta ottenuta in Parlamen-

to ha annunciato ulteriori tagli
alla spesa pubblica per ridurre
il deficit, ancora superiore al
4% del Pil.
Secondo gli organizzatori
almeno 75mila persone sono
scese ieri nelle strade della capitale britannica: la marcia hanno spiegato - è solo la prima di una campagna di scioperi e iniziative di disobbedienza
civile.
«C’è qualcuno del Fondo
monetario qui? Credo di no,
ma lo stesso Fondo monetario
ha detto che l’austerity di George Osborne è una cattiva politica ed è la direzione sbagliata per la Gran Bretagna. L’austerity fa pagare ai poveri l’avidità e la corruzione dei
banchieri e noi non vogliamo
più avallarla», ha detto la leader del partito ambientalista,
Natalie Bennett.

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n. 482

Motto perpetuo Fai tutto quello che puoi con quello che hai, nel tempo che hai a disposizione, nel luogo in cui sei (Nkosi Johnson, 1989-2001)

Domenica 21 giugno 2015

Meccatronica

Made in Italy

Crossroads

Manifattura digitale

L’automazione
dal volto umano
Una tecnologia non più
contrapposta all’uomo, ma
che dilata la competenza
dei singoli: si delinea
la via italiana alla robotica
di Stefano Micelli
a A poche centinaia di metri da piazza Bra,
centro storico di Verona, è rinata una vecchia
tipografia specializzata nella stampa letterpress. Il progetto è frutto di un’inedita alleanza
fra un tipografo prossimo alla pensione e un
gruppo di giovani imprenditori che hanno deciso di rilanciare l’attività grazie alle possibilità offerte dalla manifattura digitale. Se oggi è
possibile produrre cliché a basso costo è perché frese a controllo numerico e stampanti 3D
fanno il lavoro che finora richiedeva tempi
lunghi e materiali costosi. È grazie alle nuove
tecnologie, sempre più economiche e facili da
usare, che competenze destinate a una rapida
obsolescenza ritrovano un senso economico.
La vicenda di Lyno’s Type ci parla di come
una nuova generazione di tecnologie potrebbe
diffondersi nel nostro paese. Strumenti tecnologicamente all’avanguardia possono essere
introdotti efficacemente in settori tradizionali
portando benefici sensibili a produzioni tipiche del Made in Italy. I cultori di una manifattura tradizionale storceranno il naso di fronte alla commistione fra saper fare tradizionale e
tecnologie: in realtà questo processo di contaminazione è stato avviato da tempo e ha trovato terreno fertile in tanti settori in cui l’Italia eccelle, dalla meccanica al design. È quello che
molti economisti dell’innovazione chiamano
“free style”, mutuando l’espressione che indica i tornei di scacchi in cui i giocatori possono
avvalersi del sostegno di computer e software
sofisticati. Non più, insomma, due mondi contrapposti: piuttosto una tecnologia che dilata la

Nòva AJ

Innovazione

competenza di singoli e organizzazioni.
Una ricerca recente di Prometeia ha provato
a calcolare l’impatto dell’introduzione del digital manufacturing nelle piccole e medie imprese italiane mettendo in evidenza i settori
che potrebbero beneficiarne. Secondo il rapporto curato da Alessandra Benedini, una diffusione a larga scala di queste tecnologie porterebbe a un fatturato addizionale di 16 miliardi di euro, più o meno un punto percentuale di
Pil. I settori maggiormente interessati sono tipici del Made in Italy, dalla gioielleria, che da
tempo utilizza stampi in 3D per la microfusione a cera persa, alla meccanica di precisione fino alla produzione di mobili.
In tutti questi settori la via italiana all’uso del
digital manufacturing non prevede necessariamente la nascita di “fabbriche automatiche”, senza uomini, che tanto entusiasmo
avevano ricevuto nella seconda metà degli anni ’80. Segnala piuttosto la necessità di trovare
un nuovo modello di integrazione fra competenze tipiche del Made in Italy e utilizzo di strumenti particolarmente efficaci in fasi come la
prototipazione e la produzione di pezzi su misura. Questa integrazione contribuisce a consolidare le scelte strategiche di tante medie
imprese che hanno rinunciato alla produzione di grandi serie per concentrarsi su strategie
di varietà (tanti prodotti diversi di grande qualità) e di personalizzazione (prodotti su misura per il cliente).
Quanto è realistico pensare a una rapida
diffusione di questi strumenti (e di questa
nuova cultura gestionale) nel nostro sistema
industriale? Una ricerca avviata dall’Università di Brescia suggerisce un cauto ottimismo.
Lo studio, condotto su imprese di media dimensione (fatturato superiore ai 30 milioni),
segnala una crescente attenzione verso il potenziale della stampa 3D, conosciuta in modo
superficiale o approfondito da più del 60% degli intervistati, e una maggiore difficoltà a
esplorare il mondo della robotica e dei sistemi
esperti (in questo caso il 75% degli intervistati
dice di non avere alcuna conoscenza a proposito). In generale le aziende segnalano un aumento della qualità di prodotti e servizi offerti,

AGF CREATIVE

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Domande e risposte

Robot, la tua opinione conta
a Leggendo di robot al lavoro o che possono affiancare chi lavora, come negli articoli
di apertura in questo numero di Nòva, c’è
chi resta affascinato e chi si preoccupa. Di
certo, ci sono innovazioni che sfidano la capacità di comprensione: perché l’impatto
di certe nuove tecnologie non si misura solo in termini funzionali, ma anche e soprattutto in ordine alle loro conseguenze sociali, economiche e culturali. Per interpretare i
fatti, in quei casi, è meglio lavorarci insieme. E poiché i lettori di Nòva sono spesso a
loro volta degli innovatori, conoscerne
l’esperienza e la visione è rilevantissimo.
A partire da questa domenica, c’è un’occasione in più. Aprendo la nuova versione
di Nòva AJ, quella che serve a leggere gli articoli riassunti sulla carta ed esplosi in digitale, si incontrano anche le domande che
stanno alla radice della ricerca di Nòva e si
può rispondere in modo molto facile con un
video di 15 secondi, che viene pubblicato sul
profilo del lettore nel network di Nòva e in
una playlist su YouTube, contribuendo alla
ricerca del giornale e di tutti gli interessati.
Si apre l’app, si tocca l’icona in basso a destra con la parola “domande”, si vedono le
domande e le risposte eventualmente già
offerte dagli altri e si può partecipare.
Oltre a questo, la nuova versione di Nòva
AJ consente a chi si iscrive al servizio, anche
via Facebook o Twitter, di mettersi da parte
gli articoli da leggere più tardi, di farsi una
lista di preferiti, di ritagliare anche gli articoli che sono pubblicati sulla carta del giornale e tenerli nel proprio archivio digitale.
Tutto questo alimenta il profilo personale
sul network di Nòva. Che, se si vuole, è pubblico a sua volta. Il che serve per conoscere
quali argomenti sono particolarmente importanti per la comunità di Nòva. Tutto
questo è necessario: perché un giornale diventa sempre più chiaramente anche una
piattaforma al servizio della sua comunità.

di Luca De Biase

Sviluppo

legato all’introduzione delle nuove tecnologie, e una crescente reattività rispetto alle richieste del mercato, con benefici spesso superiori alle attese.
Rimane da capire come promuovere un
percorso virtuoso che consenta all’Italia di avviare quanto la Germania ha saputo innescare
sviluppando una propria strategia di Industria 4.0. Il problema è legato, in parte, allo sviluppo di un’offerta di tecnologie innovative
capaci di affiancare e potenziare (non di sostituire) il lavoro umano. A questo proposito le
sperimentazioni avviate da diversi centri di ricerca italiani riflettono un’attenzione particolare verso una robotica “umanistica”, innovativa proprio perché capace di espandere le capacità del lavoro umano.
Sul fronte delle imprese rimane, invece, il
problema della creazione di nuove competenze, indicato da molte analisi come fattore discriminante nella diffusione delle nuove tecnologie. Il punto non è semplicemente legato a
nuovi investimenti nel mondo della scuola. Su
questo fronte si può fare certamente molto,
come indica Vladi Finotto nel suo volume
“Cultura tecnica”, anche semplicemente replicando le tante innovazioni sul fronte della
didattica avviate in paesi come Finlandia e Danimarca.
Il problema, in realtà, è più esteso perché riguarda coorti consistenti di lavoratori non più
giovani che difficilmente torneranno sui banchi di scuola. In questa prospettiva è giusto
mettere a punto processi di diffusione delle
competenze più efficaci rispetto a quanto sperimentato – con poco successo – nell’ambito
della formazione continua. Una possibilità
potrebbe essere quella di immaginare i tanti
Fab Lab e Makerspace già attivi nel nostro paese, come luoghi di confronto e di sperimentazione fra competenze e generazioni diverse,
incentivando processi sociali di contaminazione e di apprendimento. Alcune fra queste
palestre di manifattura digitale già oggi rappresentano casi di successo nella diffusione di
saperi tecnici e, più in generale, di una nuova
cultura manifatturiera.

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versione dell’app Nòva Aj, l’applicazione che
permette di accedere al “giornale aumentato” di
Nòva24. L’app, sviluppata da Seac02 , per il
momento disponibile solo per iOS , è scaricabile
gratuitamente dallo store. Per chi ha già l’app sul
proprio smartphone è sufficiente (ma necessario
per continuare a leggere le notizie del “giornale
aumentato”) operare un semplice aggiornamento
dell’applicazione.

Il giornale aumentato

Soluzioni di prossimità
L’Italia è ricca di eccellenze anche nei laboratori:
dalla ricerca nascono nuove elaborazioni vicine alla persona
di Riccardo Oldani
AGF CREATIVE

Servizi

Quando la macchina finisce in rete
Sempre più spesso le aziende allargano il business
integrando soluzioni per fornire impianti «chiavi in mano»
di Luca Orlando
AGF CREATIVE

Industria

Il salto nell’ecosistema
La digitalizzazione delle imprese «tailor made»
parte da un dialogo necessario con i ricercatori
di Alberto Magnani

LAVORO,
TELEFONI,
AZIENDE
E LIBERTÀ

L

e aziende possono
usare gli strumenti
digitali per attuare
forme di controllo a
distanza dei collaboratori. Il
ministero del Lavoro ha
chiarito in che senso e con
quali limiti. Ma il dibattito
intorno alla questione ha
alimentato la
consapevolezza del
potenziale invasivo della
privacy che è parte
integrante di un uso distorto
delle tecnologie di rete.
Perché questo caso ha
insegnato come, dal punto di
vista funzionale, l'azienda
può leggere le mail, sapere
dove si trovano i telefonini
affidati ai collaboratori, al
limite ascoltare ciò che
dicono e così via. E per la
verità l'azienda può anche
andare sui social network a
leggere che cosa dicono i
dipendenti. Se il caso dell'Nsa
o le varie controversie sul
rispetto della privacy da
parte delle piattaforme come
Google e Facebook potevano
interessare soprattutto i più
sensibili, questa questione
interessa chiunque sul posto
di lavoro. E avvicina
all'esperienza quotidiana le
iniziative che chiariscono le
regole alle quali deve
sottostare chi vuole regolare
la rete, in azienda e fuori. In
proposito, in Italia, c'è
l'iniziativa della Camera dei
deputati che ha dato vita alla
Commissione sui diritti in
internet (alla quale chi scrive
contribuisce).
Le grandi piattaforme,
divenute quasi obbligatorie
per la vita sociale, raccolgono
enormi quantità di dati, ma
su enormi quantità di
persone. Le aziende possono
fare uso molto mirato di ciò
che le tecnologie registrano.
Le precisazioni del Garante
per la protezione dei dati
personali sull'uso della mail
aziendale come strumento di
controllo a distanza e su altre
questioni simili, si pongono
strategicamente l'obiettivo di
bilanciare gli interessi in
gioco, tenenedo conto
dell'efficienza aziendale,
della contrattazione
sindacale e del rispetto della
libertà e dignità delle
persone. Ma come si evince
anche dalle prese di
posizione dell’Autorità, lo
strumento chiave è la
consapevolezza. E la via
maestra è aumentarla.
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12

Il Sole 24 Ore

Nòva24

n. 482

21 giugno 2015
Frontiere

Digitale

Search engine

di Biagio Simonetta
a Le consuetudini partoriscono spesso
nuovi vocaboli. Parole che nella realtà delle
accademie linguistiche non esistono, e che
forse non esisteranno mai. Ma c'è anche
questo fra i risvolti della rivoluzione digitale
degli ultimi anni. Così, cercare informazioni
in Rete è già diventato “googlare”, in perfetto slang duepuntozero. Un vezzo etimologico che, a pensarci bene, la dice lunga sulle
abitudini del cittadino connesso. E che consacra una leadership troppo evidente per
metterla in discussione. Quando dici motore di ricerca, dici Google.
Il colosso di Mountain View, insieme ad
Apple e a Facebook, compone il super-tridente californiano. Fatturati da capogiro e
miliardi di utenti. Da San Francisco in giù, fino a San José, lungo la costa occidentale degli Stati Uniti d'America, si snoda la Silicon
Valley, la valle del silicio, dove il reddito procapite è fra i più alti al mondo. Neanche cento chilometri. Edilizia residenziale che si alterna a ville senza prezzo e colline di un verde intenso. Qui i colossi del web hanno già
conquistato il mondo.
Bruxelles e 6.288 chilometri più a est, sede
del Parlamento Europeo. L'altra parte del
mondo. È qui che i giganti americani trovano, da anni, gli scogli più affilati. Ostacoli
fatti di sentenze e sanzioni a molti zeri. Chiedere pure a Microsoft che dal 2004 al 2014 è
stata multata quattro volte dai giudici europei per un totale di 2,24 miliardi di euro. Le
cronache di questi giorni, invece, portano
dritte in casa Google. La società di Page e
Brin è al centro di un contortissimo procedimento giudiziario che, nelle prossime settimane, potrebbe culminare in una multa da
oltre sei miliardi di dollari. Dall'altra parte
del tavolo l'Autorità europea garante della
concorrenza. A Big G viene contestato un
abuso di posizione dominante in fatto di ricerca online. Bruxelles vuole capire come
arginare il potere di piattaforme globali che
di fatto gestiscono molte informazioni relative ai cittadini europei. E non è propriamente un fatto di privacy, ma di concorrenza. Il commissario europeo Margrethe Vestager è stato molto chiaro: «Obiettivo della
Commissione è applicare le norme per garantire che le imprese operanti in Europa
non privino i consumatori europei della più
ampia scelta possibile o non limitino l'innovazione. Nel caso di Google, sono preoccupata che l'impresa abbia accordato un vantaggio sleale al proprio servizio di acquisti
comparativi in violazione delle norme antitrust europee». Frasi che sono arrivate il 15
aprile scorso, dopo un'indagine durata cin-

Analisi

Big G

que anni. Un'infinità. Ora, però, potremmo
essere alla vigilia di una sentenza che entrerà senza alcun dubbio nella storia di internet, se saranno confermate le previsioni. E
di certo si tornerà a parlare del sentimento di
invidia che l'Europa nutrirebbe nei confronti della Silicon Valley, alimentato da una
concorrenza tecnologica inconsistente. Faranno ancora rumore le parole di Obama,
secondo cui gli europei reagiscono con tasse
e sentenze alla capacità di innovazione dei
giganti americani. E Google si difenderà cercando di far crollare l'impianto accusatorio.
Su cosa punterà Big G? Difficile prevederlo.
Le posizioni ufficiali dicono poco. Ma per
Page e soci sarà di primaria importanza portare la discussione sul campo della diversificazione dei motori di ricerca. Già, perché la
vera chiave è l'evoluzione che negli ultimi
cinque anni ha trasformato il search engine,
rendendolo un settore ben più complesso.
Oggi esistono motori di ricerca orizzontali e verticali, e poi esistono le app. I primi sono quelli classici, e qui Google non ha rivali,
con numeri molto vicini al 90% e briciole per
i concorrenti, da Yahoo a Bing. Poi, però, ci
sono app e motori verticali che stanno facendo passi da gigante. E sono di notevole
interesse le parole di uno dei boss di Google,
Eric Schmidt, che ha individuato in Amazon
il competitor numero uno.
Molte ricerche oramai bypassano i motori
tradizionali e si fanno direttamente sui siti
specializzati. Un hotel lo cerchi su Booking,
un rasoio su Amazon, un ristorante su Tripadvisor. Nuovi colossi del web che, nella
maggior parte dei casi, dispongono anche di
app molto scaricate, che quindi consentono
di accedere ai loro servizi senza neanche
passare dal browser. I competitor di Google,
insomma, non sono più soltanto i motori
tradizionali, e nell'impianto difensivo che
stanno studiando a Mountain View verrà
data grande importanza all'avvento dei motori specifici e della app economy. Settori
che, se considerati effettivi concorrenti di
Big G, di fatto dimezzano le percentuali dominanti descritte sopra.
Oggi il campo delle ricerche è molto più
frammentato rispetto a qualche anno fa, e va
analizzato per settori. Dallo shopping online ai viaggi, dalle notizie ai social network.
In Francia le ricerche relative ai prodotti da
acquistare sono dominate da Amazon e
eBay, mentre Google Shopping è al nono posto. In Germania, analizzando il mercato dei
viaggi online, il motore di Page si colloca al
sedicesimo posto, molto dietro a colossi
specializzati come Booking, Trivago, Expedia e Tripadvisor. Dati che Google porterà
sul tavolo e difenderà con le unghie.
L'impressione, dunque, è che la decisione
dell'Antitrust europeo scatenerà una serie di
polemiche, a prescindere da quello che sarà
il verdetto. E la complessità del settore non
aiuterà a trovare una linea unica e condivisibile. Google ha senza dubbio il dominio del
search engine orizzontale. Se il discorso, invece, si allarga alle ricerche specifiche, dai
prodotti ai ristoranti e ai viaggi, questo dominio non sembra più così palese. In ballo
c'è una multa da 6 miliardi di dollari e i rapporti diplomatici con gli Usa. Mica robetta.

I MOTORI DI RICERCA E I CONCORRENTI
motori di ricerca orizzontali
GOOGLE
È il motore di ricerca per eccellenza,
con quote di mercato che in Europa
sfiorano anche il 90%

2013

2017

0,0%
000,0

Quota % di mercato 2013-2017
Valori in milioni di dollari

YELP

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4,1%
895,6

GOOGLE

2,3%
498,1

68,9%
13.738,8

1,0%
50,6

63,2%
3.388,1

ASK.COM
Motore di ricerca fondato
da Garrett Gruener e David Warthen.
È prevalentemente incentrato sul
segmento domande e risposte on-line

BAIDU
È il primo motore di ricerca in lingua
cinese. Secondo il sito
netmarketshare.com,a febbraio 2015
era il 2° motore di ricerca al mondo
con un 26,7% di share

motori di ricerca verticali
AMAZON
Azienda leader dell’e-commerce
con sede a Seattle.
È stata tra le prime grandi imprese
a vendere merci su Internet

EBAY
È il più famoso sito di aste on-line.
È stato fondato nel 1995, conta milioni
di utenti, oltre 30mila dipendenti e circa
14 miliardi di dollari di fatturato annuo

TRIVAGO
È un metamotore di ricerca online
gratuito che confronta prezzi di hotel,
B&B, ostelli e altri tipi di strutture.
Nato in Germania, appartiene
al gruppo Expedia
BOOKING
È un sito di prenotazione di hotel
nato da una piccola start-up nel 1996.
Il sito ha sede a Amsterdam.
Dal 2005 è di proprietà del gruppo
americano Priceline.
TRIPADVISOR
È un portale web di viaggi, che pubblica
le recensioni degli utenti riguardo hotel,
ristoranti e attrazioni turistiche.
Il sito raccoglie le valutazioni scritte
dagli utenti utilizzatori delle strutture;
ogni recensione viene valutata
dallo staff che giudica se è coerente
alle linee guida del sito

L’EVOLUZIONE DEI MOTORI DI RICERCA
1990

1991

1992

1990
Nasce Archie, il primo
motore di ricerca. Il sito
Ftp ospita un indice
di directory scaricabile

1993

1994

1993
Excite creato da sei
studenti di Stanford.
Nello stesso anno
nasce World Wide Web
Wanderer

1995

1994
A gennaio nasce
Altavista, il primo
che consente ricerche
in linguaggio naturale.
Qualche mese dopo
nasce Yahoo!Search

1996

1997

1998

1996
Larry e Sergey
cominciano a lavorare
a BackRub, un motore
che utilizza backlink
per la ricerca

1999

2000

1998
Nello stesso anno
viene lanciato Msn
Search e Google.
Nessuno però vuole
acquistare la tecnologia
Page Rank

Fonte: Elaborazione Nova24 su fonti varie: eMarketer; i dati sulle app di viaggi in Germania e sullo shopping in Francia provengono da Google

Mercato

oggi «chi ha i dati ha tutto, perché li integra
con funzioni di machine learning e diventa
imbattibile». Ed è quello che fa Google che
«ha una quantità di dati enorme: dati anagrafici, contatti, appuntamenti, piani di viaggio
ma soprattutto dati di navigazione e di clic.
Questo dà vita a una situazione di monopolio
che non è arginabile solo con la tecnologia.
Perché puoi avere l'algoritmo più forte al
mondo, ma senza i dati non puoi competere.
Dati che, a volerla dire tutta, credo dovrebbero essere messi a disposizione (in forma anonima) dei competitor, perché spesso arrivano
da segnalazioni degli stessi utenti verso la
collettività».
Fra gli altri vantaggi di Google nei confronti dei motori concorrenti, subentra anche
l'aspetto dell'abitudine, fattore che in rete è
determinante: «Hanno provato a travestire
Bing e Yahoo con l'interfaccia grafica di Google – racconta Dato a Nòva - e l'utente rimaneva sul sito». E poi c'è il problema degli investimenti: «In Europa – racconta il padre di Istella - è molto difficile accedere a finanziamenti
in grado di creare una struttura competitiva».
Quindi non è una carenza dal punto di vista
delle competenze tecnologiche? «Chi lavora a
Google non è un extraterrestre. Dal punto di
vista delle competenze il problema non esiste. Anzi, spesso i migliori ingegneri della Si-

YELLOW PAGES
7,7%
378,0

YAHOO!
Motore di ricerca lanciato nel 1995.
Apple lo ha promosso come motore
di ricerca di default
per il suo browser Safari

Il valore maggiore sta nei dati
a Quando si parla del perenne conflitto fra
l'Europa e i colossi della Silicon Valley, il sospetto che le azioni legali di Bruxelles siano
forme di difesa dettate da un'incapacità competitiva sul piano tecnologico è oggettivamente forte. Altrove (come in Russia o in Cina) allo strapotere di Google hanno risposto
con motori di ricerca autoctoni ai quali Montain View non riesce a strappare la leadership. In Europa, invece, Big G ha percentuali
che rasentano il monopolio del settore.
Domenico Dato, informatico di origini calabresi formatosi a Pisa, è uno dei massimi
esperti italiani in fatto di search engine. È lui il
padre tecnologico di Istella, motore di ricerca
di proprietà di Tiscali. Sulla vertenza GoogleUe si è fatto una sua idea: «La web search, che
è diversa dalla vertical search, è una tecnologia basata sul machine learning. Ed è proprio
qui che nasce il vero problema. Problema sul
quale, tuttavia, la Ue non sembra aver catalizzato la sua attenzione: i dati». Secondo Dato,

I RICAVI PUBBLICITARI DAI MOTORI DI RICERCA MOBILE

BING
È il motore di ricerca di casa Microsoft,
e contende a Yahoo.com la seconda
posizione per flusso di utenti,
ma il distacco da Big G è abissale

Contesa

Dato, creatore di Istella:
“Più che l’algoritmo
contano le informazioni”

Esperienze

Concorrenza

L’avanzata
dei piccoli
Google
Le ricerche con Booking,
Tripadvisor e Amazon
insidiano il colosso.
Che li userà per difendersi
in tribunale in Europa

Progetti

licon Valley arrivano proprio dall'Europa».
A pensarci bene, però, il fatto che altrove lo
strapotere di Google non abbia preso piede,
qualche dubbio lo lascia. Ma Dato è convinto
che i risultati arrivino da molto lontano: «In
Paesi come Cina, Russia e Corea sono riusciti
a vincere questa battaglia per due ragioni. Innanzitutto sono arrivati prima di Google, cioè
quando Google non era ancora Google. Hanno conquistato il mercato e ora non lo mollano. E poi perché sono riusciti a sfruttare le caratteristiche territoriali (culturali e linguistiche) dei loro Paesi».
L'Europa, però, continua a concentrarsi
esclusivamente sul lato giuridico, cercando
lo scontro con i colossi americani che, pagate
le sanzioni, continuano a essere leader indiscussi. «Certo – afferma Dato - un motore di
ricerca unico europeo potrebbe essere una
strada. Anche se in Europa, oggi, trovare una
linea comune non è semplice».
Il fondatore di Istella, che intanto ha messo
in cantiere nuovi progetti per il suo progetto,
è convinto che il futuro dei motori di ricerca
sia comunque in evoluzione: «Si struttureranno sempre di più come isole. Luoghi in cui
sarà possibile fare tutto senza andare sui siti.
Però questo entra in contrasto con il business
model di Google, che vive anche di pubblicità
su siti terzi». (bi.s.)

Mobile

Prospettive

Le startup investono sulle app
Quixey ha raccolto
135 milioni di euro, Urx
crea le prime search Api
a L’universo della mobile search è così
vergine da attirare un nugolo di startup
che ritengono in grado di occupare spazi non ben presidiati (ancora) da Google.
Sono due gli aspetti su cui intervengono, le startup del mobile search, e corrispondono a due lacune tipiche
dell'esperienza di ricerca su smartphone o tablet. Vogliono darci informazioni
immediatamente complete e utilizzabili, come risposta a una ricerca. E consentirci di estrarre quelle che ora sono
intrappolate all'interno delle app. È vero che Google (ma anche Bing) sono
all'opera su entrambi i fronti, ma le startup sono convinte di fare meglio concentrandosi sul mobile. E gli investitori
ci credono: sono state 60 le startup del
search finanziate tra il 2013 e il 2014.
Una delle più promettenti è Quixey,
che ha raccolto 135 milioni di euro di

venture capital, di cui 60 milioni questa
primavera. Ha un'app per Android che
permette di trovare informazioni presenti nelle altre app installate sul dispositivo ma anche di raggiungere direttamente le loro funzioni principali, come
il pulsante con cui chiamare un taxi.
Vurb invece presenta in modo strutturato le informazioni che trova sul web
e offre funzioni azionabili. Scriviamo il
nome di un film? Vurb ci tira fuori una
scheda con recensioni, i cinema più vicini e altre informazioni; più alcuni link
per comprare i biglietti. Possiamo dire
che la tecnologia è diversa, tra Vurb e
Quixey, ma la filosofia è la stessa: dare
subito all'utente mobile quello che cerca
e guidarlo verso l'azione finale per cui
aveva fatto quella ricerca.
Urx la prende più alla lontana. La startup, finanziata da Google Ventures, ha
creato le prime “search Api” per le app.
In sostanza permette alle app - che usano queste Api- di avere link che conducono l'utente da una all'altra.
È indiscussa la centralità delle app,
nell'esperienza dell'utente che cerca informazioni sullo smartphone. Secondo
eMarketer, solo il 19 per cento del tempo
di utente smartphone è passato sul web.

Il resto è trascorso all'interno di applicazioni (s'intende, per utilizzi diversi da
quelli voce tradizionali).
Le app hanno semplificato l'uso degli
smartphone, ma hanno reso anche
l'esperienza più frammentata. Laddove
il senso dei motori di ricerca sul web è
stato appunto quello di ricondurre a ordine e caos il mare magnum di informazioni. Deve ancora nascere il servizio che
possa unire i vantaggi dell'uno e dell'altro mondo, nei confronti di un utente
mobile che ha bisogno di informazioni
rapide e subito utilizzabili. Ecco perché il
vento è cambiato, rispetto al decennio
scorso, in cui venture e startup sono state
alla larga da quello che ritenevano un dominio indiscusso di Google. Non è prevedibile se alcune startup riusciranno a
crescere indipendenti, in questa sfida,
ergendosi al ruolo di attori globali. Oppure se- come forse è più probabile- verranno acquistate da Google (o Bing o Facebook…). Certo è che l'innovazione sui
motori di ricerca è ora animata da un
mucchio di attori, come mai prima, grazie agli stimoli che arrivano dagli usi in
mobilità. Un ambiente che, a quanto pare, non è ancora arrivato a piena maturità. (al.lo.)

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21 giugno 2015

Nòva24

n. 482

Il Sole 24 Ore

nòva aj

I VIAGGI IN GERMANIA
I principali motori di ricerca verticali e Google. In migliaia di utenti unici
7.000 03-2013

LO SHOPPING IN FRANCIA
I principali motori di ricerca verticali e Google. In migliaia di utenti unici
25.000 03-2013

01-2015

01-2015

GES
6.000

Privacy

BOOKING

Tripadvisor

5.000

AMAZON

Ab-in-den-urlaub
Fluege
4.000

15.000

Ebay
Fnac

Billigfluege

Priceminister

Trivago

Rueducommerce

10.000

Opodo

Aliexpress

Hotel

Twenga

Fewo-direkt

Prixmoinscher

Reisen

Shopoon

Airbnb

Mistergooddeal
0

GOOGLE

0

GOOGLE

5.000

Hrs

1.000

YAHOO!

Webmarchand

5,1%
442,7

Smart city

Agenda digitale

Google

Baidu

Bing

Yahoo!

Aol

Ask

Lycos

Altri

Rivoluzione
pedonale 2.0

68,54%

10,18%

9,86%

9,26%

0,47%

0,27%

0,01%

1,42%

di Michele Weiss

di Alessandro Longo

milano Accel è un progetto che
trasformerà il centro delle nostre città
grazie a veloci e silenziosi nastri
trasportatori per le persone, una rete di
tapis roulant sopraelevata

roma Investimento di 750 milioni di
euro per mettere ordine e funzionalità
nei servizi digitali della Pa per il
cittadino, laddove ora ci sono caos e
inefficienze

I MOTORI DI RICERCA DA DESKTOP

4,9%
1.073,2

mosca Dopo la recente sentenza emessa dalla Corte d'Appello Federale di New
York che condanna i programmi di sorveglianza denunciati da Snowden, potrebbe
forse aprirsi un nuovo scenario. Nel frattempo la sensibilità verso il tema della
privacy è aumentata contrariamente a quello che molti dicono, soprattutto per la
nuova generazione che non a caso è stata definita “la generazione Snowden

Leguide

Travel24
2.000

di Claudia Ferrauto

Cdiscount

Expedia

3.000

Giovani più consapevoli
dei propri diritti

20.000

Holidaycheck

ALTRI
Aol

Italia Login, prime
app a ottobre

Microsoft
Soc. di ricerca lavoro
Soc. di ricerca viaggi
Soc. di app mobile
con contenuti search

25,4%
I MOTORI DI RICERCA DA MOBILE E TABLET
5.528,6
Google
Yahoo!
Baidu
Bing
Ask
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A
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94,62%
3,69%
0,72%
0,67%
0,15%
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2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009

2010

2011

2012

Aol

Excite

Altri

0,01%

0,01%

0,13%

Missioni

Nasa, a caccia di vita
con i sommergibili spaziali
di Leopoldo Benacchio
milano L’amministratore delegato della Nasa, Charles F.Bolden, racconta agli studenti
del Politecnico di Milano gli obiettivi futuri dell’ente spaziale Usa: nel 2017, gli americani
torneranno sulla Stazione spaziale internazionale, e poi Marte nel 2030, per restarci
almeno un anno. Ma anche la strepitosa missione verso Europa, il grande satellite di
Giove con la superficie ricoperta di ghiacci, sotto la quale ci potrebbe essere vita

2013

2014

2015
MARKA

1999
Aol seleziona, come
partner nel search, Google
che ottiene finanziamenti
da Sequoia Capital

Mercato

2000
Google lancia Google
Toolbar e rilancia AdWords
per vendere pubblicità
basandosi sul meccanismo
Cost per impression

Business

2003
Alltheweb viene acquistato
da Overture

2009
Msn diventa Bing

2012
Microsoft annuncia
il redesign di Bing
che include Side Bar

2013
Google rilascia
Hummingbird, un core
algoritmo aggiornato
che consente le ricerche
semantiche

le illusioni del possibile

webreader

Treccia
Rossa

Rinnovabili
alla riscossa

di Aisha Cerami

di Pierangelo Soldavini

C’era una volta una bambina
bellissima e testarda di nome Treccia
Rossa. La madre le diede quel nome il
giorno in cui sua figlia decise di
tingersi i capelli del colore delle fragole

Si moltiplicano le prese di posizione e
gli impegni in vista della Conferenza sul
clima di Parigi. Ma l’Aie mette davanti i
numeri e sposa la strategia che
scommette contro i combustibili fossili

Tendenze

Il futuro è il mobile search
Crescono Yelp e gli altri
attori. Attenzione forte
al trend pubblicitario
di Alessandro Longo
a Questo è, senza dubbio, «un momento molto interessante per il mobile search. L'impegno è
al massimo, da parte di big e startup, per migliorare l’esperienza utente e al tempo stesso
trovare la via maestra per portare a maturità il
business pubblicitario», come dice Jeremy
Kressmann, analista di eMarketer. Tutto questo fermento può apparire complicato da discernere, ma si spiega con facilità se si parte dal
mercato: «Google è ancora l'attore dominante
sulla pubblicità search, ma la sua quota è in calo,
man mano che aumenta il peso dei dispositivi
smartphone sul mercato internet», aggiunge
Kressmann. Per la prima volta in dieci anni, si fa
strada l'idea che il gigante non è imbattibile,
nemmeno nella sua roccaforte: il search. Già,
perché a calare- per colpa degli smartphone e in
particolare di Facebook- non è solo la quota di
Google sul mercato della pubblicità online. Ma

anche la sua quota nel sotto-mercato del mobile
search. Dal 68,9% del 2013 al 66,5% del 2015, con
una previsione al 2017 pari al 63,2%, secondo
eMarketer (mercato Usa). La torta crescerà di
molto: dai 4,9 miliardi di dollari del 2013 agli 8,7
del 2014, per salire ai 12,8, 17,8 e 21,7 miliardi nei
tre anni successivi.
A guadagnare quote sarà Yelp, un motore
verticale su ristoranti e varie attività commerciali. Ma soprattutto crescerà la categoria “altri”
(dal 22,4 al 25,4% tra il 2013 e il 2017). Quando un
mercato si frammenta, invece di concentrarsi,
è segno che c'è grande confusione sotto il cielo.
Un caos creativo, che spinge gli attori a trovare
soluzioni per conquistare questa nuova prateria. Non bisogna sottovalutare questo aspetto:
il mobile search non è un mercato indipendente,
ma è correlato a quello pubblicitario del search,
dove Google è campione. Tradotto, «Google
deve correre adesso, per mettere al riparo la
propria dominanza sul mobile search perché ne
va in generale della proprio core business sul
search in generale», dice Kressmann.
Ora i suoi sforzi sono concentrati sul migliorare l'esperienza di ricerca mobile, rendendola
quanto più possibile lineare ed efficace. Significa rispondere all'esigenza dell'utente mobile di
avere subito informazioni utili e utilizzabili per
azioni pratiche, che sono conseguenza di quella ricerca. Se cerchi un ristorante, ti mostra su-

Sostieni il mio lavoro. scaricando. da www.dasolo.info

bito quelli vicini, su una mappa, con il punteggio e l'indicazione se sono aperti o chiusi in quel
momento; un clic, per vedere il numero di telefono e chiamare. Google ha intrapreso su desktop search la stessa direzione, che però su mobile è più marcata. Sempre su mobile porta
avanti, in primo luogo, la tendenza a integrare
diversi servizi all'interno dello stesso motore:
come la ricerca dei tweet, da fine maggio. Specifica dei dispositivi mobili è la tecnologia di app
indexing (o deep linking), che da fine maggio si
applica anche a iOs (prima solo ad Android). La
ricerca pesca contenuti e funzioni dalle app installate sul dispositivo. «Lo scopo, con queste
integrazioni di verticalità, è migliorare l'efficacia della ricerca per tenere quanto più possibile
l'utente legato all'esperienza Google», dice
Kressmann. «Nella stessa direzione va il servizio appena svelato da Google, Now on Tap, evoluzione di Google Now», aggiunge. Clicchi sul
tasto home e il motore ti dà informazioni correlate al contesto: per esempio la trama di un film
citata all'interno di una e-mail appena aperta. E
senza che l'utente debba lasciare l'app originaria (l'email, nell'esempio). Lo spirito è sempre
quello di dare una esperienza integrata, fluida,
superando la tipica frammentazione del mondo mobile.
Ma Google non è solo. A puntare sempre più
sul deep linking che anche Bing. Idem Apple, che

all'ultima conferenza per gli sviluppatori, a giugno, ha annunciato in iOS 9 il supporto alla ricerca di contenuti all'interno di app. Gli sviluppatori dovranno usare le Api dei diversi attori
per rendere le proprie app “linkabili” sui motori
di Google, Bing, Apple.
Sul fronte pubblicitario, l'altra battaglia- negli Stati Uniti- è la local search: gli annunci degli
esercenti che sono prossimi all'utente. Qui
hanno cominciato da poco a sfidarsi, direttamente, Google e Facebook.
Ma di fondo resta una grande incertezza:
«non è stata ancora trovata la soluzione pubblicitaria per sfruttare al meglio il canale mobile search. Le novità tecnologiche, come il deep
linking, Google Now e la voice search, migliorano la ricerca ma non è chiaro l'impatto diretto
che potranno avere sui ricavi pubblicitari», dice
Kressmann. Ora il mercato è diviso a metà, per
quote di mercato dei formati, tra link pubblicitari e display. Le aziende sembrano al momento più orientate ad aumentare l'efficacia di questi formati che a trovarne nuovi. La prossima
sfida è migliorare il targeting: riuscendo a ricondurre a uno stesso profilo (da dare in pasto
agli sponsor) tutto quello che l'utente fa su dispositivi diversi (desktop e mobile). Questo è un
obiettivo importante in generale per tutta la
pubblicità mobile, ma in particolare per quella
search. Qui infatti la spesa pubblicitaria si basa
sulle parole chiave digitate nella ricerca, le quali
dicono però poco sull'utente. Forse il punto di
arrivo è proprio questo, per le varie tecnologie
in via di sviluppo: fondere meglio l'utente con
l'esperienza di ricerca. A vantaggio di tutti.

notiziario
aumentato

Nòva24Tech

Il futuro
in tempo reale
Quello che il mondo dell'innovazione
deve sapere su Nova24Tech, che segue
ogni giorno l'hi-tech e la ricerca

2024

La tecnologia
ci cambia la vita
di Enrico Pagliarini

La trasmissione di Radio24 dedicata alla
tecnologia, in onda venerdì alle 22 e
domenica alle 13. Ascolta il podcast

13

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14

Il Sole 24 Ore

21 giugno 2015
Frontiere

L’E3 di Los Angeles

Videogame

Progetti

Esperienze

Nòva24

n. 482

nòva aj

Virtual reality

Il virtuale cambia
le regole del fantastico

Tendenze

2015 SONY COMPUTER ENTERTAINMENT INC

I caschetti arriveranno
solo nel 2016. Ma servirà
la migliore creatività
di cui l’industria
del videogame è capace

Come sarà
il 2016 dei gamers
di Luca Tremolada
los angeles. Dai giochi per la realtà virtuale ai grandi titoli tripla A, quella con
budget milionari. Ecco cosa ci riserva il 2016, l'anno che sancirà (forse) l'ingresso di
una nuova generazione di videogame. Ne abbiamo scelti cinque che potrebbero
suggerirci come sarà il futuro di questa industria.

di Luca Tremolada
a Proviamo a fare due conti. Alla fiera
del videogame di Los Angeles che si è
chiusa un paio di giorni fa sono stati presentati poco più di duecento nuovi videogiochi. Non applicazioni, giochi veri. Arriveranno su console e pc nei prossimi 18
mesi. E rappresentano una ventata di novità per un’industria che vale ormai più di
80 miliardi di dollari. A voler leggere più
da vicino i titoli scritti sulle confezioni è
davvero difficile non imbattersi in una
qualche forma di sequel. I contenuti originali si contano sulla punta delle dita.
Qualche esempio? Gears of War e Uncharted sono arrivato al numero 4. Come
anche Fallout. Forza Motorsport ha un
sei vicino. Dark Soul ha il tre come anche
Just Cause. Halo invece è giunto al quinto
capitolo.
Poi ci sono gli spin off, le serie infinite
come Tom Clancy. I graditi ritorni come
Deus Ex, Mirror’s Edge e Rock Band. E i
remake come Doom e Final Fantasy VII.
Fuori classifica c’è SuperMario, che, per
festeggiare il suo trentesimo anniversario, ha pensato bene di riproporsi come
scatola di costruzioni per produrre infiniti livelli. Infiniti nuovi SuperMario.
Dopo quarant’anni di storia del videogame in questa ultima decade si ha la sensazione di giocare sempre allo stesso gioco. O agli stessi giochi. Con le stesse meccaniche videoludiche e gli stessi personaggi. Con poche, a volte impercettibili
variazioni sul tema.
Questo effetto di loop temporale ha
trovato quest’anno un punto di atterrag-

Musica

Chitarre virtuali

MINECRAFT E HOLOLENS

HALF MOON

PROJECT MORPHEUS

Microsoft e Mojang stanno sviluppando una
versione di Minecraft che usa la realtà aumentata
delle HoloLens. Ancora in laboratorio, il visore
ricrea ologrammi, traccia mani e testa e riconosce
la voce permettendo all’utente di giocare al “Lego
digitale”. L’effetto è impressionante: i mattoncini
sembrano prendere vita.

Sono controlli a forma di mezza luna di un
nuovo sistema di controllo chiamato Oculus
Touch che dovrebbe permetterci di interagire
con lo spazio virtuale in modo più coerente
con la natura dei videogame. Il visore Oculus,
che sarà supportato da Windows 10, uscirà
sul mercato all’inizio del 2016.

Sony ha confermato che sono in sviluppo
venti esperienze di realtà virtuale. Di giochi
veri c’è Rigs. Capcom ha annunciato un
motore grafico realizzato ad hoc per
Project Morpheus. Il caschetto uscirà almeno, così promettono - entro la prima
metà del 2016

gio. Sul vetro è comparsa una piccola crepa. La realtà virtuale, annunciata nel
2014 è pronta e arriverà nel 2016. Vent’anni dopo i libri di Jaron Lanier una industria ha cominciato a crederci e a sviluppare software.
Sony con Project Morpheus ha il suo
caschetto virtuale. Lavora su 20 demo e
un paio di titoli tripla A. E uscirà nella prima metà del 2016. Oculus, che è il visore
tecnologicamente più avanzato diventerà un prodotto commerciale all’inizio
dell’anno prossimo. Ha scelto Windows
10 come piattaforma di sviluppo per attirare più sviluppatori a realizzare nuove
esperienze (non solo videogame). Come
anche Valve, la software house che ha
creato capolavori come Half-Life e Portal. Anche loro hanno puntato su Windows 10 che attualmente è il candidato
numero uno a ospitare lo sviluppo in VR.
L’ecosistema si sta popolando. Alla fiera si contano già una decina di attori
pronti a vendere accessori per la realtà
virtuale. Di caschetti poi ne sono stati annunciati più di una manciata. E i giochi?

Le demo presentate sono numerose.
Spaziano dal classico viaggio in una navicella spaziale all’horror. In The Kitchen di
Capcom su Morpheus di Sony ti ritrovi legato in una stanza in compagnia di una
zombie armata di coltello. Il seguito è un
film di Tarantino accompagnato da urletti (veri) e sussulti dei giocatori dallo
stomaco più delicato. A dimostrazione
che dentro il visore accadono cose. Che la
realtà virtuale non è un banale effetto
speciale.
I manager del videogioco l’hanno capito. La VR si può vendere. Ma è un videogame? «Certamente non sono applicazioni – commenta Jim Ryan, capo europeo di Sony Computer Entertainment –,
ma non vanno neanche associate ai videogiochi a cui sono abituati i giocatori di
console». Paradossalmente anche alla
fiera del videogioco si fa fatica a definirli
videogame. Un po’ tutti gli addetti ai lavori preferiscono definirle esperienze.
Il linguaggio dei giochi elettronici che è
poi quello del fantastico non ha più bisogno di effetti speciali. Di armi di distra-

zione di massa. Di trucchi. Per quanto ripetitivi, imprigionati dalle logiche dei sequel, e poco originali nei contenuti, i game hanno saputo creare architetture
straordinarie, dare una forma a visioni,
plasmare sogni digitali.
Giochi come Dreams di Media Molecule che si presenta come una scatola degli
attrezzi per animare prodotti della creatività. O i laboriosissimi esperimenti di
interattività di Fumito Ueda che con Last
Guardian sta ragionando – da otto anni sulle relazioni. O ancora quella “macchina” per generare sistemi solari chiamata
No Man’s Sky. Tutti questi esperimenti,
più o meno riusciti, non sempre molto divertenti, hanno saputo nel tempo rendere più creativa una industria a volte troppo concentrata a soddisfare il mercato.
Quando arriverà la realtà virtuale serviranno sogni per renderla credibile. Non
sequel ma architetture e mondi da esplorare. Avrà bisogno della creatività dell’avanguardia più visionaria sopravvissuto all’industria del videogame.

Rilancio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

YuSuzuki

Kickstarter

Chi non muore si rivede:
il ritorno di Guitar Hero

La bella
favola
di Shenmue

Si suona in soggettiva,
il pubblico partecipa
E i brani si caricano online

a Yu Suzuki è un nome che significa molto per chi è appassionato di videogiochi.
Chi non ha mai posseduto una console Sega DreamCast, o non ha mai sentito parlare di Virtua Fighter o, semplicemente, ha
meno di 25 anni si può sentire giustificato
a non conoscerlo. Ma lunedì scorso al Memorial Sport Arena di Los Angeles erano
davvero moltissimi coloro che lo hanno
riconosciuto. Bassino, con l'occhio sveglio e il sorriso stampato. Quando è salito
sul palco della conferenza stampa di Playstation. Suzuki-san qualcuno lo ha accolto con urletti degni di una rockstar. Il creatore di Virtua Fighter, uno dei primissimi picchiaduro, è tornato sulla scena videoludica. Motivo? Annunciare il lancio
su Kickstarter di una raccolta fondi per realizzare il sequel di Shenmue, Shenmue 3,
uno dei videogiochi più costosi degli anni
Novanta e il precursore di tutti gli open
word. Da Gta ad Assassin's Creed, tutti
quei videogiochi di libera esplorazione
devono qualcosa a Mister Suzuki. Anzi,
c'è chi ancora oggi è convinto che il videogioco moderno nel suo significato più alto
debba qualcosa a Shenmue.
Eppure, quando uscì nel 1999 il gioco
divise la critica. Il modo di raccontare la
storia di Ryo non aveva precedenti. Non
c'erano mostri da ammazzare o battaglie
da combattere. Tutto si svolgeva nei dintorni di Yokosuka, in Giappone. I giocatori potevano passeggiare, interessarsi alle
vite di altri personaggi, visitare il parco,
entrare nei negozi o dedicarsi alla missione principale che era quella di scoprire la
verità sulla morte del proprio padre. Per la
prima volta nella storia del videogame il
gioco era pura esplorazione. Non più tardi di un anno dalla pubblicazione di Shenmue, quel genio visionario di Will Wright
inventò quella perfetta casa delle bambole che porta il nome di Sims. E nel giro di
pochissimo tempo Suzuki riuscì nella
non facile impresa di litigare con tutti, imbarcarsi in un progetto troppo ambizioso
e lasciar perdere le sue tracce. Fino a lunedì scorso. Un'ora dopo l'annuncio il gioco
aveva già raccolto un milione di dollari.
Nel momento in cui scrivo veleggia sopra
i 3 milioni. Obiettivo: raggiungerne due.
Ora Suzuki non ha più davvero scuse.
(l.tre)

di Alessio Lana
a Signore e signori, si riparte. Dopo qualche anno di fiammante divertimento e un
periodo di buio totale, il circuito della musica videogiocata vuole tornare di nuovo in
auge. Alfiere di questa rinascita è Guitar Hero, celebre serie videoludica che tra qualche
mese tornerà su console (Wii U, One e 360,
PS4 e PS3) e mobile nella versione Live.
La vecchia chitarrina plasticosa lascia il
posto a una bella replica dello strumento
principe del rock, i cinque bottoncini colorati vengono sostituiti da sei tasti color legno che sono posti su due file subito sotto la
paletta. Così possiamo usare solo indice,
medio e anulare evitando l'odiato e inutilizzato mignolo.
Altra novità è la visuale. Non guardiamo
più la band esibirsi davanti a noi, ora è tutto
in prima persona. Accanto a noi abbiamo
degli attori reali che suonano e di fronte il
pubblico. Nessuna computer grafica ma veri e propri filmati in cui il pubblico reagirà ai
nostri virtuosismi offrendoci uno sfoggio di
applausi o una sequela di improperi. Questo
è solo uno degli ingredienti di un rilancio
difficile, irto di interrogativi.
Dopo la nascita nel 2005, i giochi musicali
per console hanno raggiunto l’apice nel
2009 per poi scomparire. Guitar Hero, il loro
campione, è arrivato a vendere 35 milioni di
copie (con un miliardo di dollari di fatturato)semplicemente sfruttando un’idea vecchia come il gaming: portare in casa le esperienze musicali che si sperimentavano in sala giochi. Certo, c’era una sostanziale differenza: se nelle sale giochi i rhythm games
erano uno strumento per dimostrare la propria abilità andando sempre più veloci e a
ritmo, su console si trattava di trasformarsi
in una star per dieci minuti. Più relax e meno
sfida, più musica e meno abilità.
Il periodo d’oro però è durato poco. Prima
ci si è messa la saturazione del mercato, con
titoli che uscivano a rotta di collo. Dalle chi-

Catalogo aggiornato. Il vecchio Guitar Hero aveva musiche piuttosto datate e una selezione
limitata. di canzoni Adesso il problema è stato risolto con un catalogo aggiornabile online. E se
sbagliamo nota il pubblico fischia e i compagni di fianco ci guardano male

tarre si è passati alla batteria, alle console da
dj, ai bonghi, ai microfoni. Poi ci sono state le
lotte per i diritti, repertori spesso vecchi
(chiedete a un bambino chi sono Santana,
Tom Morello e Slash) e una selezione musicale limitata visto il prezzo di ogni titolo. Insomma, finito il fenomeno la bolla è esplosa
e buonanotte ai suonatori.
O forse buongiorno visto che Guitar Hero
torna sulla scena con ingredienti molto differenti. Oltre alla prima persona ora c’è anche un catalogo aggiornato online e perfino
una tv. Se da una parte il pubblico reale offre
un’esperienza più immersiva, dall’altra ha
una motivazione più sottile: segue l’onda
della nostra cultura che vede sempre più gli
umani giudicati da altri umani. Talent show
di ogni tipo ci insegnano che tutto sommato
ci piace essere giudicati dai nostri simili e
che si tratti di cucina, ballo o canto poco importa. Oltre alla folla infatti ci sono anche gli
altri componenti della band, “gli esperti”,
che ci guardano storto se sbagliamo l’assolo
o ci incitano se stiamo facendo bene.
Per quanto riguarda la musica è l’online a
metterci lo zampino: ora Activision può ca-

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ricare continuamente nuovi brani senza
darci mai noia. La vera chicca però è la Ghtv,
una televisione stile Mtv che proietta a rotazione videoclip reali con sovrimpressa la
grafica del videogioco. Basta scegliere uno
dei tanti canali divisi per genere per suonare
senza soluzione di continuità e nel mentre
godersi il videoclip. Più si gioca bene poi e
più si accumulano dei punti che ci consentono di andare oltre il concetto di tv e scegliere
il video che vogliamo on demand.
L’ultimo punto fondamentale è il multiplayer online: giocare insieme a qualcuno
che si trova a centinaia di chilometri di distanza può donare molta longevità a un genere che finora si svolgeva soprattutto in solitario e che, diciamocela tutta, ti faceva sentire anche un po’ sciocco. Già che ci siamo,
possiamo dare uno sguardo in avanti e chiamare in causa la realtà virtuale. Dal momento che tutto diventa realistico e in prima persona è facile immaginarsi con un caschetto
in testa mentre trasformiamo il soggiorno
di casa in Wembley. E i protagonisti, stavolta, saremo solo noi.
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In arrivo

Giocare
con la realtà virtuale
di Luca Tremolada
los angeles Quali sono i giochi (e i produttori) che ci intratterranno attraverso un
visore? Sono ormai diverse decine le videoesperienze ludiche che si stanno affacciando sul
mercato. Comincia a nascere una line-up interessante. Ma guai a chiamarli videogame.

Indie

I dieci migliori
giochi indipendenti
di Emilio Cozzi
milano. È sempre più difficile stabilire cosa sia “indie”, un gioco indipendente,
Queste produzioni, a volte a basso budget, sono spesso coraggiose e sanno stupirci.
Ne abbiamo scelte dieci. Da Unravel a No Man's Sky passando per gli italiani (Mixed
Bag, Storm in Teacup) che stanno lavorando a nuovi progetti.

Personaggi

Come funziona la testa
di un game designer
di Luca Tremolada
los angeles Shuhei “Shu” Yoshida si definisce un “unofficial customer service”. Prima di
diventare presidente dei Sony Worldlwide Studios ha iniziato con Ken Kutaragi, il padre
della Playstation. Da allora ha sempre giocato ai videogame. E ne parla in continuazione

Videogame

video invaders

Contemplazioni
digitali

Nella lingua
dei segni

di Luca Tremolada

di Cristina Tagliabue

los angeles Quali sono i nuovi
videogiochi che promettono di
prenderti e portarti via, in mondi
fantastici e avveniristici . Ecco una
selezione di video che in qualche modo
hanno innovato all'interno del loro
genere

The Tribe è un film esperienza, di quelli che
cambiano il linguaggio cinematografico.
Firmato dal regista ucraino Myroslav
Slaboshpytskiy, è l’unica pellicola non
sottotitolata e interamente in lingua dei
segni ucraina. Ancora nei cinema per poco.
Distribuito in Italia da Officine Ubu

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IL GIORNALE DELL’ECONOMIA REALE
L’ISTAT SUI PREZZI AL CONSUMO

Flavio Cattaneo

t

LE IMMATRICOLAZIONI DI MAGGIO

certifica l’uscita
+0,1% Maggio
dell’Italia dalla deflazione

I NUMERI
DELLA SETTIMANA
INTERVISTA

il tasso di crescita
+1,4% Rallenta
delle vendite di auto in Europa

Amministratore delegato di Ntv

MICROCOSMI LE TRACCE E I SOGGETTI

«Concorrenza, intervenga Bruxelles»
Ntv scrive alla Ue sul decreto Recast - «A rischio diritti dei passeggeri, investimenti e posti di lavoro»
IMAGOECONOMICA

di Giorgio Santilli

«L

unedì presenteremo a
Bruxelles una segnalazione sul decreto legislativo di recepimento della direttiva Recast perché le norme
che riducono i poteri e l’indipendenza dell’Autorità di regolazione dei trasporti e ripropongono la
possibilità di un sovraprezzo per
gli operatori privati frenano la liberalizzazione, creano ulteriori
ostacoli alle imprese private, penalizzano chi viaggia in treno e
vanno quindi in direzione opposta a quella che l’Italia dovrebbe
prendere per chiudere le procedure di infrazione aperte dalla
commissione Ue». Flavio Cattaneo, amministratore delegato di
Ntv, non si arrende nella battaglia
per garantire condizioni regolatorie favorevoli al mercato e alla
concorrenza. «Mi pare difficile
che il governo con questo provvedimento ottenga la chiusura della
procedura di infrazione attuale,
ma anche se dovesse prevalere un
approccio formalistico, presenteremmo ulteriore ricorso per
aprirne una nuova». Il “decreto
Recast” approvato quindici giorni fa dal governo spunta le armi
sanzionatorie dell’Autorità di regolazione dei trasporti, ponendo
un tetto di un milione di euro alle
multe, proprio mentre è aperto
un procedimento contro Rfi (per
non aver rispettato le regole di
par condicio nell’accesso alla rete
e agli stabilimenti connessi) che
può portare a una multa fino a 934
milioni di euro.
Pensa che il bersaglio di
questa decisione del governo
sia l’Autorità?
Constato che la prima volta che
l’Autorità si muove davvero a difesa della concorrenza, con
l’apertura di un procedimento
sanzionatorio nei confronti di Rfi
per violazioni che denunciamo
da anni, crea un problema e e si decidono norme per ridurne l’indipendenza e i poteri. Ma chi pagherà il prezzo di questa decisione
non sarà solo l’Autorità o imprese
private come Ntv ma il processo
di liberalizzazione: saranno i cittadini a pagare, i nostri 9 milioni di
passeggeri che avranno meno
possibilità di scelta fra servizi in
concorrenza, in generali gli utenti
dei treni che vedranno scadere la
qualità dei servizi e aumentare i
prezzi. Mentre a parole si dice di
voler allargare la liberalizzazione
anche ai treni pendolari, in realtà
si mette a rischio anche la libera-

Alla guida di Ntv. L’amministratore
delegato, Flavio Cattaneo

GLI EFFETTI

«Le norme non favoriscono
la privatizzazione di Fs:
i mercati vogliono certezza
regolatoria, non liti»
LE SANZIONI CONTRO RFI

«Si riduce l’indipendenza
dell’Autorità proprio ora
che aveva cominciato a
difendere la concorrenza»
lizzazione che c’è mentre i pendolari continueranno a viaggiare come oggi. E si metteranno a rischio
anche migliaia di lavoratori che
operano direttamente e indirettamente nel settore.
Rispunta il solito conflitto
di interesse del governo e di
certi ministeri che sono azionisti di Fs e vogliono continuare a intervenire nei processi
regolatori che riguardano le
società da loro controllate e i
loro concorrenti.
Prendiamo il caso dell’articolo
17 del decreto Recast che dà la
possibilità di creare un sovracanone per l’uso dell’infrastrutture
a danno delle imprese di trasporto private. L’Autorità verrà solo
sentita dai ministeri dell’Economia e delle Infrastrutture. E dov’è
l’indipendenza, allora? L’indipendenza dell’Autorità deve garantirla il Parlamento, non il governo azionista di Fs.
Il ragionamento non fa una

piega. Ci sarà sullo sfondo la
preoccupazione per la privatizzazione di Fs?
Premetto che noi siamo favorevoli alla privatizzazione di Fs,
perché è un elemento di progresso, non di regresso. E pensiamo
anche che l’attuale management
Fs sia all’altezza di questo compito. Certo, noi preferiremmo una
separazione netta fra rete e servizi, una terzietà effettiva della rete
rispetto al gruppo Fs, ipotesi che
non vedo francamente all’orizzonte. Ma il discorso che voglio
fare qui è un altro: attenzione,
perché il decreto Recast non favorisce la privatizzazione di Fs, la
penalizza. Crea un’incertezza regolatoria che scatenerà centinaia
di cause legali da parte delle imprese private ma anche dei passeggeri, con richieste di indennizzi miliardari. Questo decreto
apre un’altra fase di conflitto regolatorio anziché una fase di certezze. Tutte queste cause andranno inserite nel prospetto per
la quotazione in Borsa. E il mercato vuole stabilità regolatoria, non
i rischi da incertezza regolatoria.
Oltre la spada di Damocle di risarcimenti a sei zeri comunque
da mettere in bilancio.
Torniamo al procedimento
sanzionatorio aperto dall’Autorità contro Rfi che ha presentato i propri impegni per
superare le infrazioni contestate. Vi soddisfano?
Riteniamo quegli impegni non
soddisfacenti e generici. Soprattutto non danno tempi certi e fanno prevedere altre dilazioni. Ricordo che a Termini non abbiamo
ancora le bigliettere automatiche
e che continuiamo a essere penalizzati sulle tracce orarie.
Con il decreto Recast salta la
possibilità della maximulta?
La possibilità di comminare
la maximulta non può saltare.
Se accadesse sarebbe una cosa
gravissima.
Le decisioni del governo hanno un impatto anche sul piano di
risanamento di Ntv?
La nostra parte l’abbiamo fatta
e gli azionisti di Ntv sono tutti favorevoli alla sottoscrizione della
ricapitalizzazione che avverrà a
breve. La società in questi mesi ha
migliorato i conti e le performance. Certamente le decisioni del
governo non aiutano, anche per
noi l’incertezza regolatoria è un
ostacolo grave che mette a rischio
i nostri investimenti ma soprattutto i diritti dei cittadini.

BLOOMBERG

pL'internazionalizzazione

delle aziende, specie quella
delle Pmi, passa attraverso la
cooperazione finanziaria tra
sistemi. E tra Cina e Italia la
nuova strada è ormai segnata:
un accordo di sistema che potrebbe far scuola è stato appena siglato tra Sace, guidata da
Alessandro Castellano, e la
Bank of China di Tian Guoli,
destinato a espandere le opportunità di interscambio e investimento tra Italia e Cina, facilitando la realizzazione di
operazioni di mutuo interesse.
L'accordo procede in doppia direzione e prevede il rafforzamento dei canali di comunicazione e dello scambio
di informazioni tra Sace e Bank
of China per individuare progetti strategici, facilitando
l'accesso a fonti di finanzia-

mento sia per le imprese cinesi
interessate ad acquistare beni
e servizi dall'Italia, sia per le
imprese italiane interessate a
progetti di investimento in Cina. Ormai lo scambio è bidirezionale – non a caso per la pri-

Il concorrente del Frecciarossa. Un’immagine del treno Italo (Ntv)

L’Alta velocità batte la crisi

-30%

Domanda di trasporto durante la crisi economica.
In Passeggeri/chilometro, (2011-2013). Dati in %

Alta
velocità

Treni regionali
sussidiati

Autostrade

39

-2

-9

Mercato aereo
(nazionale)

-11

DOPPIA DIREZIONE

L’intesa è rivolta sia alle
imprese cinesi interessate ad
acquistare beni dall’Italia, sia
alle aziende italiane che
mirano a investire in Cina
ma volta giovedì prossimo 25
giugno parleranno di cooperazione finanziaria a Roma l'ambasciatore Li Ruiyu, e i vertici
di Sace e Ice - la Cina ha imboccato un Go global che non
coincide più con il business
delle comunità cinesi immi-

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I prezzi
Nel triennio 2012-2014, con
l’apertura alla concorrenza nel
settore ferroviario italiano ad alta
velocità, i prezzi del servizio sono
scesi di oltre il trenta per cento, con
un’ulteriore discesa nel corso del
2015. In nessun altro paese d’Europa
il prezzo medio del biglietto nel
settore dell’alta velocità è così basso
come in Italia. Al tempo stesso, nei
servizi regionali, i prezzi sono
cresciuti di circa l’11,8 per cento

+39%

Il mercato
Durante i primi due anni di
concorrenza, l'Av ha registrato un
incremento del 39 per cento della
domanda, mentre i treni regionali
sussidiati hanno accusato una caduta
del due per cento. Anche il trasporto
aereo, nello stesso periodo, ha
sofferto, con una diminuzione dell’11
per cento. Il settore autostradale,
infine, ha accusato una caduta di
quasi il nove per cento

© RIPRODUZIONE RISERVATA

grate all'estero, mentre per
l'Italia c'è in ballo una crescita
di opportunità per le circa 2 mila imprese italiane in Cina, a
cui è riconducibile un fatturato di circa 5 miliardi di euro.
Il portafoglio di impegni di
Sace in Cina, pari a circa 88 milioni di euro, riflette l'abbondante liquidità e il rating creditizio positivo del Paese, e
presenta ampi margini di
espansione alla luce delle prospettive della domanda cinese. Le esigenze di ammodernamento e innalzamento degli standard qualitativi industriali
traineranno
la
domanda di beni di investimento, principalmente della
meccanica strumentale, che
rappresentano oggi oltre il
50% dell'export italiano.
Michal Ron, managing director, head of International
business di Sace ne è convin-

Modello Puglia
per coniugare
cultura e territorio

P

Accordo Sace-Bank of China per l’export
PECHINO. Dal nostro corrispondente

...

di Aldo Bonomi

Made in Italy. L’Italia è il 15° partner commerciale di Pechino a livello mondiale (4° europeo)

Rita Fatiguso

MASTER IN
BUSINESS
ADMINISTRATION

to: «Questa nuova intesa conferma l'impegno di Sace nel
sostenere le imprese italiane
in un mercato chiave per il made in Italy come quello cinese,
in cui esiste ancora un ampio
margine di penetrazione per i
nostri prodotti. E ci consentirà di beneficiare dell'ampio
network di Bank of China, non
solo a livello regionale ma anche internazionale, per cogliere insieme nuove importanti opportunità».
Non solo. Questa nuova collaborazione permetterà di beneficiare della consolidata
esperienza di Sace sul mercato
locale ed internazionale, ampliando le opportunità di collaborazione su scala globale.
Con volumi di export
dell'ordine dei 10 miliardi,
l'Italia è oggi il 15° partner
commerciale della Cina a livello mondiale e il 4° a livello

L’export italiano in Cina
Dati in miliardi di euro
2013

Var.%

9,8

9,4

2014

10,5 6,6

2015*

11,2 6,5

2016*

11,7 5,0

2017*

12,4

5,6

2018*

13,1

5,4

(*) previsioni

europeo. Negli ultimi quindici anni, la performance delle
vendite italiane nel Paese è
sempre stata sostenuta: ha
messo a segno un tasso di crescita medio annuo superiore
al 17% nel periodo pre-crisi
(2000-2007), sceso all'8,3%
nel 2008-2012, e tornato al 10%
nel 2014, con prospettive altrettanto positive per i prossimi anni. Secondo le previsioni
dell'ufficio studi di Sace è prevista una crescita dell'export
italiano del 6,5% nel 2015 e del
5,3% in media tra il 2016-2018.
Infatti lo sviluppo socio-demografico e l'evoluzione degli standard di vita spingerà la
domanda di beni di consumo,
in particolare di prodotti di fascia medio-alta nei settori alimentari, arredamento, abbigliamento (soprattutto dopo
la recente decisione di Pechino di un taglio ai dazi alle importazioni dei beni di lusso),
occhialeria e gioielleria di cui
la Cina è il terzo importatore
al mondo per l'Italia, dopo
Russia e Emirati Arabi Uniti.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

er l’Italia la via alta allo
sviluppo può passare
dalla cultura. Questo il
messaggio del nuovo rapporto
di Symbola e Unioncamere:
440mila imprese, 78 miliardi di
euro di valore aggiunto e 1,5 milioni di occupati nel settore sono numeri importanti che misurano il brulichio operoso di
una economia della conoscenza diffusa. Numeri e narrazione che contengono in nuce alcuni temi, a mio parere, centrali e che ho ritrovato anche in
una ricerca appena conclusa
sul laboratorio territoriale della Puglia. Anzitutto le nuove
forme dei lavori nella creatività e l’emergere di una economia leggera la cui composizione sociale esprime non solo i
vecchi assetti in disgregazione
ma tracce di un “non ancora”
che oggi intravediamo nella
trasformazione del paese.
Il lavoro culturale o creativo
è cambiato e più ancora cambierà nei prossimi anni. La figura anni '90 del creativo a
partita Iva pioniere di un nuovo ceto medio urbano affluente, versione terziaria del capitalismo molecolare artigiano,
è oggi solo una componente di
un più vasto mondo a cavallo
tra cultura, creatività e innovazione. Attorno ad esso sono
cresciute altre forme produttive e soggettività caratterizzate da genealogie e percorsi
molto differenti. Parliamo del
mondo delle start-up legato alla cultura dell'innovazione
tecnologia e al rapporto con la
finanza d'investimento, del
mondo della sharing economy
e dei co-working figli dei processi di riorganizzazione delle
smart cities e delle culture
dell'innovazione sociale; il
mondo delle produzioni e dei
servizi culturali veri e propri
dal teatro al cinema alla musica, i giovani “ritornanti” protagonisti di un movimento dalla
città al territorio che trasformano l'attività agricola in economie circolari della sostenibilità e del “Km0”. Questa diversificazione mostra i diversi
modi in cui la creative economy
italiana può esercitare un ruolo di motore dell'innovazione
rispetto all'impresa “tradizionale”. È questo un tema giustamente centrale nel rapporto
Symbola-Unioncamere ma
che va declinato secondo una
geografia economica e sociale
complessa e in evoluzione. È il
caso, ad esempio, del vecchio
Nec (l'asse Nord Est-Centro)
in cui accanto al rapporto tra
le città d'arte, l'Italia borghigiana della “grande bellezza”
e la transizione dei distretti,
emerge l'impatto divaricante della metamorfosi tecnologica ed economica sulle filiere culturali.
A Nord in rapporto con le catene del valore del capitalismo
europeo nelle piattaforme
produttive di media impresa e
di urbanizzazione diffusa
dell'asse pedemontano o della
via Emilia, il fenomeno emergente è una imprenditoria culturale che mixa produzione di
contenuti innovativi e creativi
dal design alla comunicazione
al web con la cultura dei
makers e dei saperi politecnici
orientati all'innovazione industriale d'alta gamma. Nell’Italia di mezzo le filiere della cultura sono più orientate al mix
tra valorizzazione del paesaggio, distretti del made in Italy,
impianto agricolo delle culture del “buon vivere” con il ruolo forte delle città d'arte. Se de-

clinata guardando alle sue differenze interne, l’economia
della cultura si riconfigura
dunque come una geografia a
tre punte. Una, l’abbiamo appena detto, è rappresentata
dall'evoluzione della vecchia
Terza Italia attraverso la culturalizzazione dei distretti e delle filiere del made in Italy. Una
seconda è rappresentata dalle
polarità metropolitane con i
loro agglomerati terziari in cui
la creatività diventa tessuto di
produzione di saperi scientifici, reti lunghe,infrastrutture e
reti digitali, ricerca fondate sul
mix tra tessuto molecolare e
grandi organizzazioni della
conoscenza. La terza punta è
rappresentata da quei territori
in cui cultura e creatività costituiscono potenzialità evolutive connesse alle trasformazioni dei modelli turistici globali.
La Puglia ne è un laboratorio
per me centrale dentro il riposizionamento difficile del Sud.
A partire dal 2005 la regione ha
avviato una sua “piccola transizione” fondata su cultura e
creatività. Si è trattato di un intervento
straordinario

CREATIVITÀ DIFFUSA

Nella regione si è
sviluppata una vera
e propria fabbrica
dell’intrattenimento
con oltre 9mila eventi
dell'immateriale che ha integrato le politiche culturali nelle politiche industriali e territoriali. Al cuore del modello
Puglia è l'architettura della governance con la creazione delle agenzie e dei programmi
verticali dedicati allo sviluppo
delle filiere culturali (Apulia
Film Commission, Puglia
Sound, Teatro Pubblico Pugliese dagli anni '80 e Puglia
Promozione per il turismo),
del distretto orizzontale Puglia Creativa e delle politiche
giovanili di “Bollenti Spiriti”. E
poi quella vera e propria fabbrica territoriale dell'intrattenimento costituita dagli oltre
9mila eventi culturali che costituisce il vero motore della
catena del valore nell'economia della cultura. Una nebulosa che va dalla Notte della Taranta, oggi vero e proprio
evento-blockbuster che attira
centinaia di migliaia di persone, alla fiera-evento della musica, il Medimex al Bif&st nel
cinema, allo storico Festival
della Valle d'Itria per la musica
classica, fino al progetto Teatri
Abitati del TPP attraverso cui
compagnie teatrali “adottano”
come loro sedi i teatri comunali. L'interesse del modello pugliese non sta nelle singole
strutture, eventi o programmi
ma nella capacità della creatività diffusa e orizzontale di alimentare le “canne verticali”
delle filiere. Con l'interessante
emergere di un nuovo modello
di impresa culturale multifunzionale un po’ impresa, un po’
associazione, un po’ comunità
di pratiche, capace di attraversare i confini tradizionali che
separano cultura, economia,
sociale. Un'impresa il cui prodotto non si esaurisce nel fatturato ma allarga la sua mission al
“fare società”. Nuove soggettività e nuove geografie si intrecciano dunque nel definire
una mappa della transizione su
cui dovremo discutere a lungo.
bonomi@aaster.it
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16

Impresa & territori

Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

STILI&TENDENZE
In breve
LARUSMIANI

Nuances brillanti,
tessuti iper leggeri

Milano / giorno 1. Anche da Corneliani la leggerezza è il tema della moda uomo P-E 2016

Emporio Armani e Zegna,
sfila l’eleganza discreta
Dolce&Gabbana
esuberante, da
Versace atmosfere
del deserto

Da Larusmiani i jacquard di
sete convivono con lo
sportswear, l'informale con
la più classica formalità.
Accanto ai blu, colori anche
in nuance brillanti per
tessuti iper leggeri: cotone,
seta, lino e persino lana.

CHURCH’S

Frange larghe
per i mocassini

Il modello di punta della
primavera-estate 2016 di
Church’s (gruppo Prada), il
mocassino Oreham,
riprende la forma di un
altro modello Church’s, il
Pembrey, arricchito da una
frangia larga e nappine sulla
parte alta della tomaia.
Realizzato in vitello soft,
sarà disponibile nei
colori brown, nero e
cordovan.

FAY

Bleecker Jacket,
omaggio a NY

ANALISI

Angelo Flaccavento

pIl movimento è in atto da alcu-

ne stagioni, ma a questo giro la conclamazioneèdefinitiva,esicolloca
subito in apertura di fashion week:
il circo della moda, inteso come girandola fiammeggiante di varie assurdità, si è ormai spostato sui marciapiedi e a latere delle sfilate, perchè in passerella impera sobrietà.
Da non confondere con understatement e normalità, sia chiaro. Qui
siparlapiuttostodimisura,dignità,
modestia: caratteri affermativi e
propositivi, non rinunciatari. Insuperato alfiere di questo punto di vista autenticamente progressivo è
Stefano Pilati, che da Ermenegildo Zegna continuava a raccontare
una storia di eleganza insieme concreta e rarefatta. Il suo è un linguaggio per forza di cose di nicchia, perchè tale è la sensibilità estetica che
lo genera. Eppure non ha nulla di
forzoso, men che mai di compiaciuto. La collezione è un viaggio intorno al tema della leggerezza, intesa come qualità della materia, del
taglio e del colore. Tutto fluttua: è
l’aria tra il corpo e le vesti a definire
le forme. Le strutture sono presenti, ma come liquefatte. A colpire
davvero, però, è il percorso cromaticodalnerodensoeopaco-maper
assurdo luminoso - al bianco spiritualizzatoecoriaceo,passandoper
la sedizione non allineata dei quadri madras distribuiti su cappottini
e giacche: una disegnatura classica, difficile da maneggiare in legge-

Capo icona per la P-E 2016
di Fay (gruppo Tod’s) è la
Bleecker Jacket, in lino
lavato effetto used, che
prende il nome dalla una
delle più famose strade del
Greenwich village di New
York, punto di incontro di
artisti e creativi di ogni
genere. Un capo eclettico,
che permette di passare
dall’ambiente di lavoro
alle occasioni di relax e
tempo libero.

rezza, che Pilati tratta con la levità
di un acquerello.
Su una analoga linea di elegante
purismo si muove Giorgio Armani
- per la successione alla guida creativadelmarchio,quandosarà,Pilati appare fin da ora come il vero e
solo possibile erede - che in effetti
si può a ragione considerare il padre fondatore e il miglior interprete della discrezione contemporanea. «Gli uomini non devono apparire per forza in maniera eclatante» dichiara Armani, in forma
smagliante, dopo lo show di Emporio Armani. Una prova particolarmente a fuoco e felice, percorsa
da una idea di sincretismo oriente/
occidente che non è facile tentazione del folk o deriva dell’etnico,
ma ricerca di una purezza vibrante, con l’anima. Lo show è una teoria di sottili variaziomi sul tema
dell’abito morbido e del colore
sommesso, in combinazioni ton
sur ton. Unico accento di calcolata
distonia, le scarpe incongrue perché, conclude King George con
una risata «osare con gli accessori
è concesso per uscire dalla drammaturgia del prestabilito».
Anche da Corneliani il tema è
leggerezza, come sintetizzato dagli spolverini lunghi e aerei in
nuance polverose, dai bermuda
che sostituiscono i pantaloni sotto
la giacca. Nelle auguste stanze di
palazzo Litta si aggira un plotone di
giovinetti imberbi e delicati, dignitosi e fieri nei loro pantaloni a vita
alta, nelle t-shirt dall’appiombo
fermo, nel tailoring senza peso.
Dolce & Gabbana sono portavoce di tutt’altro pensiero sullo stile maschile: esuberante, giocoso.
Identico è invece l’interesse per il
mix di mondi e culture, che poi altro non è se una espressione di globalismo, dal cuore eternamente siculo, perchè sull’isola il metissage

Ermenegildo
Zegna.
Il cappottino
con la stampa
madras

si pratica da millenni. «Per questa
collezione ci siamo ispirati ai decori della Palazzina Cinese nel giardino della Favorita a Palermo: una
autentica gemma, nascosta in un
luogo per noi magico». Tradotto in
abiti, è tutto un brulicare di cineserie e preziosimi su suit di seta
molli e facili come pigiami, di
ricamisontuosisujeanslaceri, di stampe micro e macro
per ogni dove. Perchè
aprirsi all’esotismo vuol
dire anche lasciar spazio
al caso, alle contaminazioni che avvengono
senza ragione apparente. Donatella Versace,
ad esempio, si apre alla
sabbia del deserto, allungando, alleggerendo e fluidificando fino a
trovare un magico
equilibrio tra ascesi e
tensione muscolare.
Da Bikkembergs il
bambù zen e i tagli atletici
trovano un inatteso punto
di incontro, mentre da Costume National sono rockers
scheletrici e inesorabili in nero
assoluto e lampi di rosso. Una
vibrazione ska percorre l’ottima
provadiRodolfoPaglialungaper
Jil Sander, fusione di purismo e
utility dal tono positivamente
duro e perverso, mentre il gran
collagediestenuatezze,grafismie
torsioni subculturali di Andrea
Pompilio ha un aspetto deliberatanente femmineo e non sempre
convincente. Da Marni, in fine, è
eclettismo - come da copione - con
una energia nuova: spontanea, fresca, condensata in abiti reali e possibili, che è poi il plus assoluto di
questo marchio capace di coniugare sperimentazione e commercio
con raro equilibrio.
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Paola
Bottelli

La certezza
dell’export,
il grazie
ai turisti

«N
Dolce & Gabbana. Globalismo dal cuore eternamente siculo

Emporio Armani. Sincretismo tra oriente e occidente per l’abito morbido

Corneliani. Spolverino lungo

Costume National. Total black

Versace. Atmosfera del deserto

Marni. Energia spontanea

Jil Sander. Tono duro e perverso

Bikkembergs. Sport couture

CESARE PACIOTTI

Topkapi, preziosa
pantofola ricamata

Si chiama Topkapi la
pantofola di Cesare
Paciotti. Realizzata in
camoscio nero e
interamente ricamata a
mano con perle dai brillanti
colori estivi come il
turchese, lo smeraldo, il
corallo bianco e l’argento,
richiama, la sofisticata
trama degli arazzi di antica
fattura.

FASHION WEEK

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delle sfilate
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uomo per la primaveraestate 2016 e scopri dettagli,
recensioni “live”,
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ei primi sei mesi di
quest’anno il
fatturato del mio
gruppo è cresciuto dell’8%, ma
nei negozi italiani lo shopping
lo fanno in pratica solo i turisti
stranieri che aspirano alla
nostra moda. I clienti italiani
stanno alla finestra e i segnali di
risveglio sono molto timidi,
anche perché, lo dico con
franchezza dopo avere fatto un
giro in centro, c’è un'offerta
eccessiva di marchi fashion».
Nel backstage della
collezione primavera-estate
2016 di Emporio, una delle
sfilate più attese del calendario
di Milano moda uomo partito
ieri in una giornata con il cielo
turchese, Giorgio Armani
risponde così alle domande
sulla congiuntura
internazionale, che molte
soddisfazioni sta garantendo
all’industria della moda anche
grazie al super dollaro, e su
quella domestica.
La moda maschile italiana
sta progressivamente
accelerando nei mercati globali
e l’incidenza dell’export sul
fatturato, secondo
un’elaborazione di Smi su dati
Istat, è balzata l’anno scorso al
64,2%, dieci punti in più
rispetto al 2010.
Una strada obbligata,
peraltro, a causa della
disaffezione degli italiani
all’acquisto di abbigliamento e
accessori testimoniata, tra
l’altro, dall’analisi del “paniere”
elaborato dall’Istat: nel 2007 il
peso di questi due segmenti nel
carrello della spesa virtuale era
dell’8,6% e quest’anno è calato
al 7%. Non che negli altri Paesi
europei le cose vadano meglio,
a dire il vero: l’unica voce in
crescita riguarda la Gran
Bretagna, salita al 7% dal
precedente 6,2%.
Sul fatto che siano i turisti
esteri a trainare le vendite
concorda con Armani pure
Gildo Zegna, amministratore
delegato della Ermenegildo
Zegna: «C’è in corso un
risveglio dei consumi del lusso
sia in Italia sia nel resto
d’Europa, e non soltanto nelle
città d’arte. Russia e Cina ci
hanno penalizzati, ma
Giappone e Usa stanno
andando molto bene,
consentendoci un secondo
trimestre in ripresa rispetto ai
primi tre mesi più complessi».
Più fiducioso sulla
propensione allo shopping dei
clienti domestici è Maurizio
Corneliani, direttore marketing
e finanza della Corneliani: «Nei
primi sei mesi di quest’anno i
nostri ricavi sono aumentati del
2% e siamo positivamente
sorpresi dal ritorno degli
acquirenti nazionali anche in
città medie non strettamente
turistiche, come ad esempio
Bari e Bologna. Mi sembra un
ottimo segnale».
Scarsa incidenza di
shopping dei connazionali nel
conto economico della Vicini,
proprietaria del marchio
Giuseppe Zanotti Design:
«L’export rappresenta ormai il
96% dei nostri ricavi - spiega
Zanotti mentre ospita in
showroom Mario Balotelli in
versione papà affettuoso - e nei
primi sei mesi dell’esercizio
fiscale 2014-15 la crescita è del
20%. Nei nostri negozi
domestici i clienti italiani non
sono diminuiti, ma chi compra
a mani basse sono i cinesi e, da
un paio di mesi, i turisti
statunitensi, in pieno boom».
Per compensare il calo dei
connazionali, Michele e
Federico Giglio, top retailer di
Palermo con negozi mono e
plurimarca, hanno virato sul
web: «Abbiamo lanciato l’ecommerce nove anni fa e ora
dalla Sicilia distribuiamo in 120
Paesi: è un lavoro diverso, ma ci
dà tantissime soddisfazioni».
Tutti d’accordo, invece,
sullo scarsissimo impatto di
Expo sulle vendite: «I visitatori
- conclude Armani - vanno a
Rho in pullman, stanno là fino
alla chiusura e poi crollano
stremati: non hanno voglia di
fare shopping in centro».
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#11

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condominio
le regole
delle assemblee

Co.co.pro al conto alla rovescia

Dopo il 1° gennaio possibile stabilizzazione con estinzione delle vecchie irregolarità
Franco Toffoletto

la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale deld ecreto legislativo sui
contratti, sparirà il lavoro a progetto. Ci sarà, però, una grande
confusione, non solo perché ormai
si credeva, erroneamente, che il
contrattoaprogettofosseunasoluzione (e non la era!), ma perché le
nuove norme, comunque, lasciano
molti spazi di incertezza.
Il primo elemento da sottolineare sta nei diversi termini di efficacia
dellanorma.Ilgiornosuccessivoall’entrata in vigore (qualche giorno
della settimana prossima), le norme che disciplinano il contratto a
progetto verranno immediatamente abrogate. Lo dice espressamente l’articolo 52 che, però, precisa anche che tali norme «continuano ad applicarsi esclusivamente
per la regolamentazione dei contrattigiàinattoalladatadientratain
vigore». Poiché il contratto a progetto è necessariamente a termine,
quelli in essere proseguiranno fino

alla loro naturale scadenza.
L’articolo 2 introduce una rilevantissima novità: «A far data dal 1°
gennaio2016,siapplicaladisciplina
del rapporto di lavoro subordinato
anche ai rapporti di collaborazione
che si concretano in prestazioni di
lavoro esclusivamente personali,
continuative e le cui modalità di
esecuzione sono organizzate dal
committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro».
Quindi,ilprimoproblemachesipone è cosa succeda per i contratti a
progettocheabbianounascadenza
successiva al 1° gennaio 2016. Credo
che debbano essere interrotti primadel31dicembrepernonsubirela
conseguenza prevista dall’articolo
2 (applicazione delle norme sul lavoro subordinato). In altri termini,
dopo il 31 dicembre, tale norma supera la disposizione transitoria. E
delleduel’una.Osimantieneilcontratto a progetto esistente e, dopo il
1°gennaio2016,siprocedeconlastipulazione di un contratto di lavoro
subordinato (dal quale non si potrà

recedereper12mesi,senonpergiusta causa o giustificato motivo soggettivo) che, se sottoscritto in sede
protetta (articolo 2113 del codice civile) o di certificazione, «comporta
l’estinzione degli illeciti amministrativi, contributivi e fiscali connessi all'erronea qualificazione del
rapporto di lavoro, fatti salvi gli illeciti accertati a seguito di accessi
ispettivi effettuati in data antecedente alla assunzione» (assunzioni, per intenderci, senza lo sconto
contributivo), oppure si procede
prima del 31 dicembre alla risoluzione consensuale del contratto a
progettoedall'assunzionedellavoratore, godendo dello sconto contributivotriennale,masenzal’effetto sanatorio di cui sopra.
Ma il lavoro autonomo esiste
ancora? Certamente sì. Infatti non
sono state abrogate le norme del
codice civile, nè è stata «abrogata» la collaborazione continuativa e coordinata, perché non esiste
(non è un tipo contrattuale). È soltanto una modalità di atteggiarsi

di un contratto di lavoro autonomo il cui oggetto non è la realizzazione di un’opera, ma l’erogazione di un servizio (articolo 2222 del
codice civile) mediante una prestazione continuativa (e non periodica) e «coordinata».
Ed è questo, alla fine, l’elemento
distintivo. Il decreto del Jobs act,
opportunamente, sottolinea che
queste sono caratteristiche della
prestazione e non del contratto e
che le modalità di esecuzione debbano essere organizzate dal committente «...anche con riferimento
ai tempi ed al luogo di lavoro» (peccatoquell’«anche»...).Insostanza,il
legislatore dice: se è l’azienda che
fissa i tempi e il luogo di lavoro è un
rapporto che merita la protezione
del lavoro subordinato.
Ma potranno stipularsi, più liberamente di prima (è stato abrogato l’articolo 69 bis introdotto
dalla riforma Fornero), reali contratti di lavoro autonomo (con
Iva), o anche con oggetto una prestazione «continuativa e coordi-

nata»(senzaIva),senzalanecessità di indicare un progetto nè un
termine (quindi anche a tempo indeterminato). Il lavoratore autonomo non dovrà avere obblighi
(anche impliciti) di presenza, di
orario, o di luogo di svolgimento
della prestazione. Altrimenti, non
subito, ma dal prossimo anno, gli si
applicherà l’intera disciplina del
lavoro subordinato (forse pur rimanendo un contratto di lavoro
autonomo). Questa «sanzione»
non si applicherà mai per alcuni
particolari rapporti, tassativamente indicati (professionisti,
amministratori ecc.). Non sono
più contemplati i «pensionati».
Anche i contratti di associazione
in partecipazione con apporto di
lavoro non saranno più possibili.
Restano però in vigore quelli già
stipulati,finoallalorocessazionee
quelli a tempo indeterminato, fino
all’eserciziodelrecessodapartedi
una delle parti in qualunque momento futuro, anche tra vent’anni.

Stop alle collaborazioni
Dall’entrata in vigore del decreto
sui contratti non sarà più
possibile stipulare accordi di
collaborazione a progetto. Quelli
già in essere potranno arrivare
alla scadenza. In futuro le
collaborazioni saranno ammesse
a patto che non siano svolte da
una singola persona, non siano
continuative e che le modalità di
esecuzione non siano organizzate
dal committente

LA CONVERSIONE
I requisiti per le collaborazioni
D’ora in poi, quindi, potranno essere
ammesse solo le collaborazioni che
prevedono prestazioni coordinate e
continuative ma senza obblighi di
presenza, orario, luogo e
svolgimento. In caso contrario dal
2016 saranno convertite in contratti
subordinati. Per il settore pubblico i
tre criteri che determinano la
conversione della collaborazione in
contratto subordinato non verranno
applicati per tutto il 2016

Matteo Prioschi

pCambiano

le caratteristiche del lavoro, cambiano le
norme che lo regolano, cambia
di conseguenza la professione
dei giuslavoristi. Nel corso
della seconda e ultima giornata
di lavori del convegno nazionale Agi che si è svolto a Milano, gli avvocati del lavoro si sono confrontati con l’evoluzione del contesto in cui operano.
Nel corso della prima tavola
rotonda della mattinata, Serafino Negrelli, ordinario di Sociologia dei processi economici e
del lavoro all’università Milano-Bicocca ha evidenziato i tre
fattori sociali che stanno modificando la natura del lavo-

ro: globalizzazione dei mercati; innovazione tecnologica, di
prodotti, di organizzazione
con conseguente ristrutturazione delle imprese; sviluppo
del capitale umano, che significa aumento di lavoratori con
almeno una laurea.
Un’evoluzione che determina al contempo la nascita di
nuove attività, spesso difficilmente inquadrabili nel contesto preesistente. Mauro Pisu,
senior economist dell’Ocse, nel
sottolineare la necessità di regolare le nuove forme di lavoro
ha citato per esempio Uber. Per
le figure innovative del lavoro
autonomo si devono anche individuare sistemi previdenzia-

li adeguati e un accesso al credito simile alle Pmi.
Da qui la necessità di intervenire sulla normativa, operazione spesso non facile perché, ha affermato Giuseppe
Casale, direttore del centro
internazionale di formazione
dell’Organizzazione internazionale del lavoro, sono cambiati i paradigmi. Così può
succedere che l’adeguamento delle regole sui controlli a
distanza, previsto nel Jobs
act, susciti forti polemiche. A
questo proposito, il capo dell’ufficio legislativo del ministero del Lavoro, Stefano Visonà, ha evidenziato che l’intervento mira a risolvere pro-

blemi di carattere pratico, fa
un chiaro riferimento al codice della privacy e stabilisce
che i dati non possono essere
utilizzati senza un’adeguata
informativa al dipendente,
cosa che prima non era prevista. «È una disposizione - ha
dichiarato - che segna un passo avanti nella tutela dei lavoratori: la maggior chiarezza
non può che portare beneficio perché un conto è essere
controllato occultamente, altro è esserne informato».
Oltre che sulla vita dei lavoratori, l’evoluzione impatta sull’attività dei giuslavoristi, che si
sono interrogati sugli effetti dell’introduzione della compensa-

pIn arrivo nuove norme

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LE ECCEZIONI
Salvi i professionisti
Il rispetto dei requisiti di
esclusività personale, continuità
ed eterorganizzazione non è
richiesto per i professionisti
iscritti agli Albi; per le
collaborazioni in favore di
associazioni e società sportive
dilettantistiche; per quelle dei
componenti degli organi di
amministrazione e di controllo
delle società e dai partecipanti a
collegi e commissioni

Il convegno dei giuslavoristi. Meno contenzioso a vantaggio dell’assistenza per contrattazione e conciliazione

Cambia il mercato dei servizi

Insolvenza
di gruppo
sul tavolo
del governo

zione economica al posto della
reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo. Dal confronto con i
colleghi di altri Paesi - in particolare quelli dove la compensazione economica è molto più
diffusa - è emerso che ci saranno
comunque spazi di attività, anche se diversi rispetto a quelli attuali. «Non possiamo ignorare ha osservato Aldo Bottini, presidente Agi - che siamo di fronte
alla tendenza, presente in vari
ordinamenti, di ridurre il contenzioso. Dobbiamo reagire
reinventando il nostro ruolo,
trovare nuovi spazi in cui possiamo essere utili, per esempio
nell’assistenza nella contrattazione collettiva decentrata e
aziendale, nella conciliazione e
nella cosulenza stragiudiziale».

Le novità
ADDIO AI CO.CO.PRO

Crisi d’impresa

sulla risoluzione delle crisi
d’impresa: continua, infatti,
il lavoro della commissione
di esperti costituita al ministero della Giustizia. Compito della commissione è quello di elaborare proposte per
di interventi di riforma, ricognizione e riordino della disciplina delle procedure
concorsuali. Alla commissione di esperti spetta anche
il compito di armonizzare la
disciplina italiana con le norme del Parlamento europeo
e del Consiglio che modificano il regolamento del Consiglio (CE) n. 1346 del 2000 relativo alle procedure di insolvenza transfrontaliere.
Le novità più importanti
sul lavoro della commissione sono state presentate nei
giorni scorsi a Napoli durante la 15esima Conferenza annuale dell’International insolvency institute.
«Tradizionalmente - ha
spiegato Vito Cozzoli, capo
di gabinetto del ministero
dello Sviluppo economico la misura adottata in casi di
insolvenza era quella della liquidazione. Negli ultimi anni, però, è emerso un approccio diverso, finalizzato a dare una seconda possibilità alle aziende in difficoltà in
modo da salvaguardare i tantissimi interessi che ci sono
in gioco, quelli dell’imprenditore ma anche quelli dei lavoratori, dei creditori, delle
aziende dell’indotto».
Sul tavolo di discussione
c’è la possibilità di introdurre una specifica disciplina
nazionale dell’insolvenza di
gruppo. Le nuove norme europee mirano a rendere più
efficaci le procedure d’insolvenza transfrontaliere al fine di assicurare il buon funzionamento del mercato interno e la sua capacità di affrontare le conseguenze di
prolungati tempi di crisi
economica. «L’obiettivo
principale - ha spiegato Cozzoli - è quello di adeguare la
legislazione nazionale alle
nuove norme europee per
rafforzare al massimo questo approccio».

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Fisco e contribuenti. Entro il 30 giugno ravvedimento «breve» per i tributi 2015 e a un anno per quelli del 2014 - Come correggere i micro-errori

Imu e Tasi con doppio «perdono»
Luca De Stefani

pTripla scadenza il 30 giugno

per Imu e Tasi. L’ultimo giorno
del mese è, infatti, la data ultima
per fruire del ravvedimento
breve per i tributi locali 2015
(con la sanzione dello 0,2% per
ogni giorno di ritardo nel pagamento) e per la dichiarazione
Tasi e Imu. Inoltre entro il 30
può essere ancora sanato con il
ravvedimento operoso l’omesso o insufficiente versamento
dell’Imu o della Tasi per il 2014,
in acconto o in saldo, scaduto lo
scorso anno. Il ravvedimento
lungo per l’Imu e la Tasi, infatti,
scade con il «termine per la presentazione della dichiarazione

relativa all’anno nel corso del
quale è stata commessa la violazione» e non «entro un anno
dall’omissione» del pagamento
(ad esempio, entro il 16 giugno
2015 per l’acconto Imu 2014). Il
chiarimento è arrivato dall’agenzia delle Entrate con la
circolare n. 23/E/2015 , che ha
modificato la tesi contenuta
nella nota Ifel (Fondazione Anci) del 19 gennaio 2015, secondo
la quale i termini delle varie percentuali dei ravvedimenti operosi dovevano decorrere dal
momento della scadenza di pagamento del tributo, in acconto
o in saldo.Tripla scadenza il
La norma prevede che il rav-

Sostieni il mio lavoro. scaricando. da www.dasolo.info

vedimento lungo, dove la sanzione ordinaria del 30% viene ridotta al 3,75%, possa essere effettuato entro il termine per la
presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso
del quale è stata commessa la
violazione, solo se è prevista la
dichiarazione periodica, altrimenti entro un anno dall’omissione o dall’errore. Per l’Ifel le
dichiarazioni Imu e Tasi non sarebbero periodiche, perché non
vanno ripresentate se non cambiano gli elementi che incidono
sull’ammontare dell’imposta;
quindi il ravvedimento lungo
scadrebbe entro un anno dal
mancato pagamento. Questa te-

si, però, è stata superata dalle
Entrate, che hanno previsto che
sia l’acconto che il saldo possano essere sanati entro il termine
per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno
nel corso del quale è stata commessa la violazione.
Passando ai versamenti in
scadenza il 16 giugno scorso un
altro tema rilevante riguarda il
caso in cui nelle sezioni “Erario”, “Regioni” o “Imu e altri tributi locali” di un modello F24,
già presentato, siano stati indicato un codice tributo o un periodo di riferimento errati. Si è in
presenza di una violazione meramente formale non soggetta a

sanzioni. È possibile, quindi,
correggere l’errore presentando un’istanza di rettifica del modello redatta in carta libera, corredata della copia del modello
F24 errato e contenente gli elementi necessari per consentire
la correzione dell’errore. Queste regole valgono anche se vengono effettuati errori nella compilazione dei righi del modello
F24 per pagare i tributi locali, come l’Imu e la Tasi. Possono essere corretti con l’istanza di rettifica il codice tributo, il codice
catastale del Comune ove è situato l’immobile, l’anno di riferimento, il numero degli immobili o il riferimento al saldo o all’acconto. In tutti questi casi, però, siccome l’Imu e la Tasi sono
tributi comunali, la correzione
dei codici tributo va richiesta al

www.ilsole24ore.com
@ 24NormeTributi

L’Esperto risponde

t

Il meglio dei quesiti dell’Esperto risponde

22 giugno 2015 — Riservato ai lettori dell’Esperto risponde e agli abbonati del Sole 24 Ore

Jobs act. Dal 2016 stop al contratto a progetto - Nel 2015 spazio all’assunzione a tutele crescenti con gli sconti sui contributi

pDalla prossima settimana, con

Il Sole 24 ORE Business School ed Eventi
Milano - via Monte Rosa, 91
Roma - piazza dell’Indipendenza, 23 b/c

Comune interessato alla modifica. Anche se è stata errata la ripartizione dell’Imu tra la quota
di tributo spettante allo Stato e
quella del Comune (fabbricati
D), l’istanza va presentata solo
al Comune e spetta all’ente locale e allo Stato il compito di effettuare le relative regolazioni. Se
l’errore riguarda il codice catastale del Comune ove è situato
l’immobile, per rimediare è necessario presentare la comunicazione a entrambi i Comuni interessati. Considerando che la
circolare n. 5/E/2002 prevedeva
di informare l’Agenzia anche
per le correzioni della sezione
“Imu e altri tributi locali” degli
F24, si consiglia di inviare
l’istanza, spedita al Comune, anche all’Agenzia per conoscenza.
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L’ESPERTO RISPONDE

In regalo l’ebook
sul condominio

DIRITTO E IMPRESA

Osservatorio Fondazione Bruno Visentini - Ceradi
A cura di Valeria Panzironi

Danni da illeciti
concorrenziali:
la Ue è fuori rotta
di Valeria Falce

A

nchel’Italiasiapprestaaraccogliere la sfida del recepimento della direttiva sul
private enforcement (2014/104/
Ue). Con questa si conclude un percorso tortuoso che si è snodato attraverso il Libro Verde del 2005 e il
LibroBiancodel2008,perapprodare a una disciplina di armonizzazione tesa a rafforzare l’effettività delle
regole di concorrenza.
La strada da intraprendere è tracciatadallegislatoreeconsistenelrealizzare un più efficace coordinamento tra gli ordinamenti nazionali
in materia di risarcimento del danno antitrust. Come pure è delineato
il metodo da seguire, incentrato sulla necessità di ricomporre l’asimmetria informativa che normalmente sconta chiunque (impresa,
consumatore o autorità pubblica)
subisca un danno derivante da un illecito concorrenziale. Tuttavia,
queste buone intenzioni sono state
trasfuse in previsioni che, complessivamente, schiudono un concreto
rischio di over detterence.
La direttiva, ad esempio, riconosce la vincolatività delle decisioni
antitrust (solo per quelle di condanna) per il giudice civile che dunque
può dare per provati i fatti e il disvalore del comportamento censurato;
introduce un poderoso sistema di
presunzioni,cherischiadicreareun
automatico collegamento tra la decisione assunta dall’autorità di concorrenza, l’esistenza di un danno e il
suo trasferimento a valle; ancora, alleggerisce gli oneri di allegazione
che incombono sulla parte che deve
dimostrare di aver subito un pregiudizio risarcibile; introduce lo strumento della discovery che allarga le
chance di “divulgazione” delle prove; infine, incentiva il ricorso alla via
liquidativa per la quantificazione
del danno, con possibili implicazioni opportunistiche.
Insomma,illodevolesforzocompiuto in sede Ue sembra essere andato oltre il segno, rovesciando la situazione di sbilanciamento che si
proponevadirisolvere.Dipiù.Ladirettivascontaunaltrolimite:mentre
alcune delle misure e procedure delineate sono difficilmente riconciliabili con regole nazionali, altre sono rimesse alle stesse legislazioni
per le concrete modalità e gradazione di attuazione.
Purnelvigorediprincipidiefficacia ed equivalenza, non è scontato
dunque il superamento della frammentazione dei sistemi nazionali in
sede di recepimento, con conseguenti rischi di arbitraggio e forum
shopping, che potrebbero indurre
adavviareun’azionesullabasedelle
tutele e garanzie accordate. Se poi i

responsabilidell’infrazionerisiedonoinStatidiversienellediversegiurisdizioni si applicano regole diverse, non si può escludere che gli esiti
delle azioni intraprese e i danni liquidati possano variare anche in
manierasignificativa,cosìpregiudicando gli obiettivi della direttiva e
più ampiamente il corretto funzionamento del mercato.
La domanda che ci si pone è: se è
verocheladirettivaèilmigliorrisultato che si poteva raggiungere e se è
altrettanto vero che il risultato finaleèsottovariaspettiinsoddisfacente,nonvaleforselapenacontinuare
a investire nel più condiviso sistema di public enforcement, dotando
le autorità di concorrenza di maggiori risorse e di poteri sanzionatori
piùincisivi,cosìdarendereresiduali i casi di private enforcement?
Qualechesialarisposta,nellafase
di recepimento un ruolo chiave verrà svolto proprio dalle autorità di
concorrenza,chesarannochiamate
a esprimersi sulle prove da ammetterenelgiudiziocivile,sullalororilevanza e sul bilanciamento tra i configgenti interessi in gioco. Alle autorità di concorrenza in generale e all’Antitrust in particolare spetterà
una preziosa e insostituibile funzione: di filtro e cerniera tra principi generali e fattispecie concrete, allo
scopo di contribuire a salvaguardare i principi di proporzionalità e bilanciamentoall’insegnadiunaeffettiva tutela giurisdizionale dei diritti
soggettivi riconosciuti dall’Unione.
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MERCOLEDÌ

COME DIFENDERSI
DAI CONTROLLI
Il Focus del Sole 24 Ore di
mercoledì 24 giugno è
dedicato a verifiche e
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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

18

CREDITO INBORSA

Credem, più internet
e risparmio gestito
per spingere la crescita
Altri 30 milioni d’investimenti nello sviluppo del canale web
Con i tassi bassi essenziale puntare su gestione e consulenza

P

roseguire con gli investimenti, in particolare per sviluppare il canale di vendita
di Internet (anche mobile). E, poi, spingere sul fronte dei ricavi legati a consulenza e
risparmio gestito. Sono tra i focus del Gruppo
bancario credito emiliano. Quel Credem che
di recente ha pubblicato i dati sul primo trimestre 2015. I numeri indicano il margine d’intermediazione (+23,2%) e la redditività (utile netto a 84 milioni) in rialzo rispetto allo stesso periodo dello scorso esercizio.
Al di là dei singoli numeri, però, il risparmiatore è interessato a comprendere concretamente la dinamica del business. Un obiettivo
che può raggiungersi analizzando più a fondo
le voci del conto economico. Ebbene, nel 2014,
il margine finanziario era salito del 5,3% sull’anno precedente. Nei primi tre mesi dell’esercizio in corso, invece, la voce contabile è
calata (-14,2%) rispetto al marzo 2014. E questo
nonostante gli impieghi alla clientela siano saliti, anno su anno, del 6,8%. A fronte di ciò il risparmiatore esprime il timore che il trend indicato possa costituire l’indizio di qualche problema più strutturale. Gli esperti smorzano i timori, sottolineando che il tema è articolato. In
generale i tassi di mercato sono bassi. Quindi, è
l’indicazione, operare con efficacia sul margine d’interesse è difficile. Certo: l’istituto di credito punta ad aumentare i volumi dei prestiti.
Questa strategia però, nel primo trimestre dell’anno, ha compensato solo in parte gli effetti
della selezione di clientela voluta dalla banca
stessa. Credem, infatti, è focalizzata su imprese ad alto merito di credito. Il che, da una parte,
riduce il rischio sui prestiti. Ma, dall’altra, limita gli spazi di manovra. I soggetti con elevato
standing, infatti, sfruttano con più forza la leva
contrattuale. E non solo: il rendimento dei loro
eventuali debiti è inferiore a quello di altri prestiti concessi a società con rating inferiore. A
queste considerazioni, poi, deve aggiungersi
un altro elemento: l’operatività sui titoli di Stato. Credem, che storicamente vanta un approccio prudente al trading, proprio in gennaio ha realizzato la plusvalenza potenziale legata al rally dei bond governativi italiani. Così, da
una lato, è cresciuta la voce contabile del trading; ma, dall’altro, è venuta meno la «fonte» (i
titoli di Stato italiani) degli interessi attivi che
«rimpinguavano» il margine finanziario. A
fronte di questo cocktail di cause si comprende
la discesa della voce contabile in oggetto. La
quale secondo il Credem, seppure stimata in
rialzo, è prevedibile rimanga strutturalmente
debole per l’intero 2015.
Fin qui alcune considerazioni sul primo elemento costitutivo dei ricavi. Il fatturato complessivo (margine d’intermediazione), come
detto, è però salito. Quali allora le attività che
hanno più che controbilanciato la discesa del
margine d’interesse? In primis, oltre all’incremento nel settore assicurativo, è il business del
risparmio gestito. Le commissioni nette, che
possono considerarsi una cartina tornasole di

questo segmento, sono cresciute nei primi mesi del 2015 del 12,2%. Un incremento, a ben vedere , che non stupisce. Analizzando i conti dal
2009 ad oggi, infatti, salta fuori che il risparmio
gestito è sempre stato un focus di Credem. Nel
2010, ad esempio, l’incidenza delle commissioni sul margine d’intermediazione era oltre il
23%. Negli esercizi successivi è un po’ scesa ma
proprio lo scorso anno si è assestata al 23,8%.
Un ulteriore rialzo che, per l’appunto, testimonia l’accelerazione voluta su questa attività.
Già, l’accelerazione. Ma quali le strategie per
concretizzarla? Le strade sono diverse. Tra
queste un «fil rouge» è quello della consulenza. Così, nel mondo retail, Credem (come tante
altre banche) ha industrializzato la profilazione del cliente. Dati, quali ad esempio, l’età, il
reddito, l’essere dipendente (o avere la partita
Iva) sono informatizzati. In questo modo, facendo leva per l’appunto sulla consulenza, il titolare di un semplice conto deposito può essere indirizzato verso un prodotto di risparmio
gestito. E riguardo alle imprese? Qui capita
spesso che la banca abbia, ad esempio, in ge-

STRATEGIE E BUSINESS

Nel primo trimestre 2015 conti in rialzo
L’istituto è focalizzato sui clienti italiani:
con il Pil debole può essere un limite
La società, vista la sua limitata market
share, indica che c’è spazio per crescere
stione la tesoreria di un’azienda. Di nuovo, attraverso la consulenza, può essere proposto,
ovviamente se utile, un leasing oppure un
factoring. O, altrimenti, l’apertura di conti correnti per gli impiegati. Con il che si acquisiscono altre commissioni.
Simili meccanismi, ovviamente, richiedono efficienti piattaforme tecnologiche (anche
per gestire il rischio). Ebbene proprio sull’innovazione hi-tech il Credem ha avviato, da
metà 2013 a metà 2016, degli investimenti. Circa 100 milioni complessivi (ancora 30 gli ultimi da impiegare) focalizzati, in particolare,
sullo sviluppo del canale di vendita di Internet, sia fisso che mobile. L’istituto, va detto,
sconta qualche ritardo sulla propria tabella di
marcia (ad esempio, rispetto ad alcuni acquisti di prodotti finanziari direttamente dal
web). Con l’impegno previsto il gap, entro il
2015,sarà chiuso e la banca (che punta a posizionarsi tra le best practise) potrà sfruttare
meglio l’internet banking. Anche per allargare
la platea dei clienti.
Allo stato attuale la società ne ha circa 1,065
milioni. L’obiettivo, nell’esercizio in corso, è di
averne circa 110.000 di nuovi. Il che significa, a
fronte di un tasso di abbandono (indotto dalla
stessa banca o per scelta del cliente) di circa il
3-4%, un numero di clienti netti intorno a
60.0000. Se questi i numeri quali però i soggetti cui Credem guarda con maggiore attenzione? Al di là della necessità di non lasciarsi scap-

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ANALISI TECNICA

Il gruppo ha ridotto
l’esposizione sull’Italia

Il supporto definito
dai «graficisti»

BTp

LETTERA AL RISPARMIATORE

di Vittorio Carlini

GESTIONE DI PORTAFOGLIO

pare ogni potenziale correntista, la banca nel
mondo retail ha nel radar, da una parte, i clienti
affluent (fino a 500.000 euro di patrimonio); e,
dall’altra, il private banking. Nel settore delle
imprese, invece, il target sono le Pmi con un
fatturato non superiore in media ai 300 milioni.
Fin qui alcune indicazioni sulle strategie di
Credem per spingere i ricavi. Il risparmiatore
tuttavia volge lo sguardo anche ad altre voci di
bilancio. Una di queste, soprattutto nelle banche, sono i costi operativi. Ebbene, quelli di
Credem sono, nell’ultimo esercizio, cresciuti
(+6,8%). Un trend al rialzo replicato nel primo
trimestre del 2015 (+5,3%). A fronte del suddetto scenario il risparmiatore storce il naso. Certo: il cost/income è calato, passando dal 58,1 del
marzo 2014 all’attuale 49,7. Tuttavia, il rapporto tra costi e margine d’intermediazione resta
elevato rispetto al sistema. Il che, vista la continua debolezza della congiuntura in Italia, può
rivelarsi nel medio periodo di difficile gestione. Credem rigetta la considerazione, argomentando la sua posizione su di un duplice livello. In primis, la banca rivendica la validità
della strategia di spesa finalizzata alla crescita.
Gli investimenti, soprattutto in tecnologie ma
anche in assunzioni di personale qualificato,
sono essenziali per cogliere le opportunità di
sviluppo (come peraltro mostra il miglioramento del conto economico). Ciò detto, Credem sottolinea un altro aspetto. Il cost/income
è un rapporto dove, al numeratore, sono previsti gli oneri operativi. Ebbene, questi sono calcolati senza tenere conto del costo del rischio
di credito (rettifiche sulla media degli impieghi). Il che, indica la società, è un errore. Considerando, invece, anche questa variabile il valore del cost/income rettificato è in linea a quello
del sistema bancario italiano. Quindi, è la conclusione della banca, la crescita degli oneri
operativi non è un problema.
La volontà, insomma, è di investire per crescere. Un obiettivo che, peraltro, Credem vuole perseguire per linee interne. Cioè, non c’è
l’intenzione di partecipare al futuro risiko conseguente alla riforma degli istituti popolari.
Anzi, proprio la fase di aggregazione potrebbe
costituire un momento favorevole per allargare la base di clienti. Quei clienti, però, che si trovano tutti in Italia. Al che può obiettarsi: il Belpaese, anche a fronte dei venti di tempesta in
arrivo dalla Grecia, rimane caratterizzato da
una congiuntura molto debole. L’offerta di servizi, consulenza e impieghi rischia quindi di
scontrarsi con una domanda che, in realtà, non
c’è. La società non condivide l’analisi. La banca
ricorda, infatti, di avere solo circa l’1,4% degli
impieghi in Italia. Quindi lo spazio per crescere c’è. Tanto che, nel giro di 2-3 anni, non è azzardato ipotizzare una market share intorno al
2%. Certo, la sfida è riuscire a cogliere la domanda di credito e finanza. Ma qui, sottolinea
Credem, il target per l’attuale esercizio è, da
una parte, circa 1 miliardo di impieghi; e, dall’altra, l’incremento della raccolta da clientela, al
netto degli effetti di mercato, oltre 5 miliardi.
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6,5 euro

I numeri del gruppo Credem
I TRIMESTRI
DI CREDEM
A CONFRONTO

Domande & risposte

286,7 353,1

Utile
ante imposte

Risultato
operativo

Margine di
intermediazione

110,8 168,1

93,4

Utile
netto

127,3

57,0

84,0

dati in milioni
I trim. 2014
I trim. 2015

EVOLUZIONE
DEI COSTI
OPERATIVI

I trim 2014

II trim 2014

166,7

164,2

54

52

156,8
48

113

113

109

Dati in milioni

Spese del
personale
Costi
amministrativi

PORTAFOGLIO
TITOLI
DI CREDEM

il peso dei
diversi titoli

III trim 2014 IV trim 2014

167,1

I trim 2015

175,5
55

45

122

121

2013

2014

I trim 2015

62%

56%

13%
60%

Gov. Italia
Gov. estero/
Efsf/ Bei
Altro Italia
Altro estero

Fonte: Società

16%

18%

10%

11%

10%

13%

15%

17%

18/06/2014
IL TITOLO
122
DI CREDEM
A PIAZZA AFFARI

111

18/06/2015

eQuali le indicazioni dell’analisi
tecnica sul titolo?
Il titolo del gruppo Credem sta
attraversando una fase correttiva, dopo
aver toccato un cosiddetto massimo
relativo a 8,3 euro a metà aprile. Le
quotazioni hanno provato a rimbalzare
in area 7,3 euro, corrispondente a un
precedente livello significativo.
Tuttavia, alla fine hanno ceduto il passo
spingendosi fino a 6,9 euro. In questa
situazione si avrebbe un segnale
positivo con la rottura della resistenza
situata al livello di 7,3 euro. Vale a dire
un’area in prossimità della quale sono
stati registrati, nel recente passato, dei
massimi. Così, sopra l’indicato valore di
7,3 euro si aprirebbero le porte per
spingersi fino a 8 euro. E, inseguito,
fino a 8,3 euro. Verso il basso, invece,
la situazione diventerebbe più
complicata da un punto di vista tecnico
in seguito ad eventuali sviluppi
sotto 6,5 euro.
(di Andrea Gennai)
rAl 30 marzo 2015 i crediti
problematici sono saliti a 1,36
miliardi. Una continua dinamica al
rialzo che preoccupa il
risparmiatore...
Il Credem smorza le preoccupazioni. In
primis viene ricordato che, in generale,
quando la ripresa economica si
consolida (il che non è ancora avvenuto
in Italia) passano 6-12 mesi prima di
vedere l’inversione di tendenza nel
trend dei prestiti problematici. Ciò
detto, l’istituto ricorda che la quota
percentuale delle sue sofferenze lorde
rispetto agli impieghi è di circa un terzo
inferiore alla media del sistema
bancario italiano. Inoltre, sottolinea
sempre la società, il tasso di copertura
dei crediti problematici è salito dal
40,7% del 31 dicembre 2014 all’attuale
42,3%. Infine il Credem rileva che, alla
fine dello scorso anno, l’84% dei suoi
impieghi alle aziende è ricompreso nei
quattro livelli più alti del sistema
interno di valutazione del merito di
credito.In conclusione, quindi,la
situazione è ritenuta sotto controllo.
tQuale la composizione del
portafoglio titoli del gruppo Credem?
Al 30 marzo 2015 ciò che balza
all’occhio dalla composizione del
portafoglio è la diminuzione, nell’ottica
di diversificare il rischio,
dell’esposizione ai titoli governativi
italiani. Questa, infatti, è passata dal
56% di fine 2014 al 13% del primo
trimestre dell’anno. Il totale
dell’esposizione al Belpaese, invece, è
diminuito dal 67% al 23% con
l’incremento del peso dei titolidei Paesi
del Nord Europa. Va sottolineato
peraltro che il Credem, dopo la risalita
dei rendimenti in seguito all’acuirsi
della crisi in Grecia, non esclude di
ritornare ad aumentare la propria
quota in titoli di Stato di Paesi
periferici.
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18/6/’14=100
Ftse Italia
all share
Credito
Emiliano

100

89

78

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SUMMER SCHOOL 2015

SUMMER SCHOOL 2015

ART & MUSEUM MANAGEMENT

LUXURY GOODS MANAGEMENT

Rome, July 20 to 31 2015

Milan, July 20th to 31st 2015

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Domenica
21 Giugno 2015

www.ilsole24ore.com
@ 24FinMerc

IL GIORNALE DELLA FINANZA

I NUMERI
DELLA SETTIMANA

t

PIAZZA AFFARI

TITOLI DI STATO

Il rialzo dell’indice Ftse Mib
+19,4% dall’inizio
del 2015

del BTp italiano
2,275% Ilconrendimento
scadenza a 10 anni

Banche. In settimana il varo della piattaforma con Alvarez&Marsal sui ristrutturati approvata dai consigli nella primavera scorsa

Kkr, pronto il veicolo con Intesa e UniCredit

Si parte con 6-7 aziende, dotazione di un miliardo tra crediti esistenti e nuova finanza
Marco Ferrando

pNuove risorse e competen-

ze specifiche per accelerare il
turn-around di alcune aziende a
metà del guado. Ha una doppia
connotazione, finanziaria e industriale, il progetto condiviso
da Kkr e Alvarez&Marsal con le
prime due banche italiane, Intesa Sanpaolo e UniCredit, che finalmente - secondo quanto risulta a Il Sole 24 Ore - vedrà la luce la prossima settimana con
una dotazione iniziale di un miliardo, tra il valore dei crediti
coinvolti e la nuova finanza a disposizione delle aziende.
In Europa non ci sono precedenti, si tratta di una “prima volta” per tutti - le banche, le aziende, i regolatori - e anche così si
spiega l’anno e mezzo di gestazione che ha richiesto il progetto, di cui i dettagli si dovrebbero
conoscere a metà settimana,
probabilmente mercoledì. Il
primo accordo tra i quattro
partner risale all’aprile 2014,
mentre gli organi di Intesa
Sanpaolo e UniCredit si sono
espressi tra marzo e aprile scorsi, ma da allora si è ancora lavorato per definire sia la struttura
dell’operazione che l’elenco
delle aziende coinvolte. Quest’ultimo, nei fatti, è destinato a
rimanere fluido fino all’ultimo:
inizialmente i dossier avrebbero dovuto essere una dozzina,
poi per alcuni di essi si sono trovate altre soluzioni e così, secondo quanto trapela, si partirà
con 6-7 imprese. Quali? Tra i
nomi in circolazione da mesi figurano sia Riello che Ferroli,
anche se i progetti di riassetto in
corso potrebbero rivelarsi in-

da A&M, che a sua volta controllerà un Veicolo 130, al quale
saranno conferite - in cambio di
obbligazioni - le esposizioni di
Intesa, UniCredit e di altre banche, nel caso in cui ci siano altri
creditori e siano interessati a
partecipare. Ceo del Veicolo
130 sarà Andrea Giovanelli, fino
a ieri head of restructuring large files di UniCredit.
Ad accomunare le aziende
coinvolte, diverse per dimensioni e settore, il fatto di avere
serie possibilità di rilancio ma i
LA STRUTTURA
propri crediti in ristrutturazione, situazione di semi-paralisi
Prevista la nascita
di due società, di cui una Spa che di norma impedisce l’erogazione di nuove risorse seconpartecipata all’80% da Kkr
do le vie tradizionali. Entrando
e al 20% da A&M
nel progetto K-Equity, invece,
che controllerà un Veicolo 130 oltre a veder compattato il
fronte dei creditori gli imprenditori avranno accesso a competenze specifiche nel turnaround (messe a disposizione
da A&M) e nuova liquidità, fornita da Kkr attraverso il Veicolo 130, che potrà - a fronte di
nuovi piani industriali - dare
nuovi crediti, garantire emissioni obbligazionarie, oppure
partecipare anche ad aumenti
di capitale. Con il doppio con7È l’acronimo di Non performing tributo, industriale e finanzialoans e indica i crediti deteriorati rio, si punta in sostanza a quel
rilancio che un private equity,
delle banche: quelli che
difficilmente saranno rimborsati da solo, fatica a centrare.
Secondo quanto si apprende,
per intero dai debitori.
le banche almeno nella prima
Solitamente quando un credito
non viene ripagato, dopo un certo fase non avranno benefici contabili dallo scorporo dei crediti.
lasso di tempo, viene catalogato
come incaglio e successivamente In compenso, gli istituti contacome sofferenza: in entrambi i casi no di accelerare il ritorno delle
le banche devono accantonare in posizioni tra quelle in bonis.
@marcoferrando77
bilancio le somme necessarie per
© RIPRODUZIONE RISERVATA
coprire le prevedibili perdite
compatibili con il veicolo Kkr,
poi Burgo, a sua volta al centro
di un’operazione che però potrebbero conciliarsi, quindi Orsero, Alfapark, Comital Saiag.
Qualunque sia l’elenco, sarà
provvisorio; perché la piattaforma prevede che progressivamente possano essere aggiunti nuovi file.
Nel dettaglio, saranno costituite due newco. Una Spa, partecipata all’80% da Kkr e al 20%

pIl consiglio di amministra-

CREDITI CLIENTELA

TOTALE

1.974

Sofferenze

Ristrutturati

119

20

Scaduti

13

Deteriorati totali

1.625

349 (17,7%)

RETTIFICHE SUI CREDITI
2010

2011

2012

2013

31

LA PAROLA
CHIAVE

2014

2015

2016

2017

30

24

Npl



Incagli

197

In Bonis

2009

21
14

16

14

13

14

10

Fonte: Stime Prometeia, Banca d’Italia rapporto stabilità finanziaria gennaio 2015. Dati dicembre 2014

Riassetti. Mef e Fondazioni stanno studiando profili coerenti con la nuova mission - Giovedì il passo indietro del consiglio attuale e la convocazione delle assemblee

Cdp, dopo Costamagna si lavora al nuovo board
Celestina Dominelli
Marco Ferrando

pRush finale sul riassetto di

Cdp annunciato dall’esecutivo.
Designato il presidente, Claudio
Costamagna, tra il governo e le
Fondazioni si lavora al resto del
nuovo board che dal mese di luglio guiderà la Cassa depositi e
prestiti. Il ricambio di tutto l’organo - visto che si va verso un passo
indietro dell’intero consiglio - sarà coerente con la scelta fatta per il
presidente e l’ad, Fabio Gallia:
personalità di elevato standing
come gli attuali consiglieri, ma
con esperienze e professionalità
che possano contribuire al rafforzamento del ruolo di Via Goito
nel sostegno alla crescita, come
ha indicato venerdì il premier. Più
competenze tecniche, dunque, in
particolare in quella finanza per le
infrastrutture e le imprese che dovrebbe segnare la nuova fase della
Cassa, senza comunque compromettere l’aspetto della redditività. Criteri che varanno tanto per
cominciare per i consiglieri di nomina ministeriale: l’idea è quella
di un ricambio profondo, rispetto
ai nomi che siedono attualmente
nel board di Cassa e che sono tutti
dirigenti dell’Economia.

La road map

Il prossimo snodo è rappresentato dal cda già in programma per
giovedì prossimo. L’obiettivo di
Palazzo Chigi è arrivare a quella
data avendo chiuso anche la partita economica che ruota attorno
all’attuale ad Giovanni Gorno
Tempini. L’accordo, che consentirà all’ex banchiere d’affari di
uscire senza perdere il diritto all’indennizzo e senza esporre la
Cassa ai possibili rilievi della
Corte dei conti, che ha acceso un
faro sulla vicenda, sarebbe vicino

e la conclusione potrebbe arrivare già all’inizio della prossima settimana e a quel punto l’intesa, con
molta probabilità potrebbe essere sottoposta, per l’approvazione, al board di giovedì. Al quale,
poi, spetterà avviare l’iter per
l’avvicendamento. La prima tappa sarà necessariamente l’assemblea straordinaria, chiamata a deliberare le modifiche statutarie
relative alla governance - visto
che l’indicazione di Costamagna,
che sarà un presidente “forte”
nella futura Cdp, è stata concordata dai due soci - e quelle che
consentiranno la nomina come

INOMI

Certol’arrivodiGallia,
glientiprontiaindicare
Nuzzo(confermato),Carla
FerrarialpostodiGiovannini,e
unterzodellaFondazioneBdS
ad di Gallia su cui pende una citazione in giudizio della procura
di Trani. Per render possibile la
sua designazione, sarà infatti necessario modificare la clausola
etica, prevista dalla direttiva Saccomanni del 2013 e recepita da
Cdp nello Statuto (comma 4-bis
dell’articolo 15). La soluzione potrebbe essere quella già adottata
dall’Enel che, con l’avallo del Mef,
ne ha subordinato l’applicazione
all’emissione di una sentenza di
condanna. Poi toccherà all’assemblea ordinaria procedere con
l’elezione del nuovo cda.

Le Fondazioni

All’interno del nuovo board, gli
enti dovrebbero poter contare su
tre consiglieri come in quello attuale. Il nuovo presidente, pur

Sostieni il mio lavoro. scaricando. da www.dasolo.info

frutto di una «designazione concordata», come dice il comunicato di Palazzo Chigi, per questa
volta è stato indicato dal Mef, così
agli enti dovrebbe spettare la nomina di un vicepresidente e di due
consiglieri. Sui nomi si sta lavorando, ma già a Lucca nei giorni
scorsi è emerso che per Mario
Nuzzo, rappresentante delle
Fondazioni più piccole, dovrebbe
esserci la conferma; probabile
l’uscita di Marco Giovannini, indicato due anni fa dalla Fondazione Crt, al suo posto potrebbe entrare una donna - le altre due, in
ossequio alla legge sulle quote rosa, saranno nominate dal socio di
maggioranza- , designata dalla
Compagnia di San Paolo: l’ente ha
individuato Carla Ferrari, attuale
consigliere di gestione di Intesa
Sanpaolo e in precedenza ceo di
Equiter, la società del gruppo che
investe in infrastrutture e progetti pubblico-privati per lo sviluppo
del territorio (mission affine a
quella della Cdp). Il terzo nome,
con ogni probabilità, sarà a carico
della Fondazione Banco di Sardegna, diventato secondo azionista
della Cassa alle spalle del Mef dopo aver acquistato buona parte
della quota dismessa negli anni
scorsi dalla Fondazione Mps. Nel
nuovo board, contrariamente a
quanto fatto circolare ieri, non ci
sarà invece il presidente uscente
della Cassa, Franco Bassanini,
che traslocherà a Palazzo Chigi
come consigliere speciale del
premier. L’ex ministro lavorerà
su dossier specifici, analisi, proposte che, di volta in volta, gli saranno affidati da Renzi. Tra questi
non ci sarà il piano per l’attuazione della banda larga, visto che
Bassanini conserverà la presidenza di Metroweb.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il bilancio della Cdp
In milioni di euro e var. % 2014/2013
31/12/2013
31/12/2014

DATI ECONOMICI RICLASSIFICATI
Risultato di gestione

DATI PATRIMONIALI RICLASSIFICATI

Utile di esercizio

8.000

Totale attività
40.000

6.815
6.000

367.307

Patrimonio netto

401.680

30.000

5.005

4.000

3.425

20.000

2.659

2.000

10.000

0

0

30.243 35.157
-26,5%

-22,4%

+9,4%

+16,2%

Mission. Tutti i dossier che dovranno essere presi in carico dal nuovo management

Le sfide del vertice, da Stm a Saipem
pTra le sfide con cui dovranno

misurarsi i nuovi vertici di Cassa, ci
sono anche le privatizzazioni e il
ruolo ritagliato per il Fondo strategico italiano, il braccio operativo di
CdpguidatodaMaurizioTamagnini. Nel cronoprogramma inviato a
Bruxelles nei mesi scorsi, tra le dismissioni programmate figurava
infatti anche la cessione a Fsi della
partecipazione detenuta dal Mef in
STMicroelectronics, joint venture
italo-francese attiva nel mercato
dei microchip e già al centro di uno
swapazionarionel2010conilTesoro, al quale la partecipazione venne
ceduta da Cdp insieme al 35% di Poste e al 17,36% di Enel, in cambio di
un pacchetto di Eni.

Poste, cda verso
l’aumento da 5 a 7
consiglieri entro luglio
Laura Serafini

I crediti delle banche italiane

2008

Privatizzazioni. In assemblea la riforma della govermance

Su quella quota, già all’epoca, si
registrarono parecchie perplessità
delle Fondazioni che ritenevano
quel tipo d’investimento non in linea con il profilo di rischio di Cdp. E
orailpercorsotratteggiatodall’esecutivo comporta un “ritorno” al
passato su cui evidentemente i
nuoviverticidovrannofareunsupplemento di riflessione considerando l’andamento altalenante di
quel business e i paletti statutari del
Fondo che può, al pari di Cdp, investire solo in imprese in bonis.
Aspetto, quest’ultimo, su cui, va
detto, non sono mancate le frizioni
nei mesi scorsi tra l’esecutivo e l’attuale ad Gorno Tempini - che è presidente del Fondo -, come pure su

alcune operazioni concluse da Fsi
(da Cremonini a Rocco Forte Hotel) e giudicate non troppo strategiche dalle parti di Palazzo Chigi.
Infine, c’è il capitolo Saipem. Nei
mesi scorsi anche Fsi aveva aperto
un faro sui piani di deconsolidamento di Eni rispetto alla sua quota
(42,9%). Poi le alterne vicende che
hanno interessato la società hanno
modificato le condizioni del dossieredunquespetteràalnuovovertice decidere se riprenderlo in mano. Perché è chiaro che anche questosaràuntestpercapiresel’esecutivo vuole imprimere una svolta
anche nella gestione del Fondo.
Ce. Do.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

zione di Poste Italiane si prepara
a salire da 5 a 7 consiglieri. È questo l’orientamento che si profila
nell’ambito della riforma della
governance cui la società sta lavorando ormai da qualche mese
e che ha già avuto un primo esame da parte del board nei giorni
scorsi. La riforma, che comprende anche aspetti cruciali per la
privatizzazione come l’introduzione di un tetto al possesso azionario, dovrà andare all’approvazione di un’assemblea straordinaria che è stata convocata dal
ministero per l’Economia, azionista con il 100% del capitale, per
la seconda metà di luglio.
Per il gruppo guidato da Francesco Caio si tratta di un passaggio importante e delicato. Il ministero per l’Economia preme
affinché si proceda all’integrazione del cda rapidamente, forse subito dopo il passaggio in assemblea. Sulla stessa linea sarebbe la Banca d’Italia, che dal
mese di giugno ha assunto la vigilanza diretta sul gruppo dei
recapiti in virtù della presenza
nel gruppo del Bancoposta. Proprio l’esistenza di questa realtà
bancaria, via l’istituto di via Nazionale ha chiesto che la capogruppo adeguasse la governance a quella di maggiori istituti di
credito italiani. Il cda si deve dotare quindi di tre comitati endoconsiliari: un comitato rischi,
un comitato remunerazioni e
un comitato nomine. Le disposizioni di Bankitalia prevedono
che i tre comitati non debbano
avere gli stessi componenti e
che almeno uno debba variare.
Un esercizio complicato per
Poste, visto che i componenti
del board sono solo 5, di cui uno
è l’amministratore delegato.
Da qui nasce l’esigenza di un
ampliamento del consiglio ancora prima che si arrivi alla quotazione in Borsa, passaggio
quello che renderebbe inevitabile l’apertura a nuovi consiglieri per consentire ai rappresentati dei fondi di investimento di
entrare nel cda.
La scelta dei nuovi componenti non sarà un esercizio semplice:
è probabile che venga individuata un’altra figura femminile, oltre al presidente Luisa Todini e al
consigliere Elisabetta Fabbri (oltre a Caio, gli altri uomini sono
Roberto Rao e Antonio Campo
Dall'Orto) per rispetto delle
quote rosa. L’attenzione del Tesoro e di via Nazionale sul tema è
alta: da una parte crea qualche
preoccupazione il fatto che l’innesto di due persone a digiuno
sulle vicende dell’azienda nel bel
mezzo di processo di Ipo (a inizio
luglio potrebbe già essere depositato in Consob il prospetto informativo) possa rischiare di ral-

lentare i processi decisionali per
dare loro il tempo di approfondire le varie tematiche. Dall’altra si
ritiene che la scelta di limitare
l’ampliamento a 7(rispetto a
un’ipotesi valutata in passato di 9
consiglieri) può ridurre questo
problema, soprattutto se la scelta cadrà su profili tecnicamente e
qualitativamente elevati.
Secondo alcuni, il Mef potrebbe cercare contribuire a individuare persone fiducia per poter
seguire da vicino le dinamiche
decisionali che porteranno (o
non porteranno) alla quotazione

IL BOARD

L’innesto di due componenti
sollecitato da Bankitalia per
adeguare i comitati interni.
Nello statuto arriverà anche
il tetto al possesso azionario
a piazza tra ottobre e novembre.
È chiaro che la doppietta di nomi
dovrà comunque emergere da
un confronto con palazzo Chigi e
con i vari equilibri politica nella
maggioranza che appoggia l’esecutivo. Tra gli altri punti che saranno oggetto di modifica dello
statuto ci sono, poi, l’introduzione con un tetto al possesso azionario che dovrebbe attestarsi al
5%, in linea con quanto è previsto
per altre partecipate come Enel.
E la modifica della clausola dei
requisiti di onorabilità che preveda la decadenza dagli incarichi non più a seguito di un rinvio
a giudizio ma dopo una condanna di primo grado.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

IPO

Inwit, domani
il debutto
a Piazza Affari
pInwit arriva in Borsa. Doma-

ni la società della torri controllata da Telecom Italia debutterà a
Piazza Affari. Il prezzo della quotazione è di 3,65 euro per azione
per una valutazione complessiva di 2,19 miliardi. Ciò significa
che tratterà attorno a 16,2 volte
l’ebitda pro-forma del 2014. Il
multiplo è più elevato rispetto a
quello dei competitor ma la maggior valutazione si spiega così: ha
la rete più estesa sul territorio italiano (il 27% del mercato), ha un
debito limitato (120 milioni) e
una reddittività elevata (l’ebitda
del 2014 è stato di 135 milioni rispetto a 314 milioni di ricavi).
R.Fi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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20 Commenti e inchieste

Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

Lettere

DIRETTORE RESPONSABILE

Le lettere vanno inviate a:
Il Sole-24 Ore "Lettere al Sole-24 Ore"
Via Monte Rosa, 91
20149 Milano
email: letterealsole@ilsole24ore.com
includere per favore nome,
indirizzo e qualifica

Roberto Napoletano
VICEDIRETTORI:

Edoardo De Biasi (VICARIO), Alberto Orioli,
Salvatore Padula, Alessandro Plateroti,
Fabrizio Forquet (redazione romana)
SUPERDESK CARTA-DIGITAL:
Caporedattori responsabili: Marina Macelloni

e Guido Palmieri
Ufficio centrale: Daniele Bellasio, Giuseppe Chiellino,
Franca Deponti, Federico Momoli, Giorgio Santilli,
Alfredo Sessa, Alberto Trevissoi (vice)
Segretario di redazione: Marco Mariani
INFORMAZIONE NORMATIVA E LUNEDI: Mauro Meazza
SUPERVISIONE E COORDINAMENTO AREA FINANZA:

Christian Martino

UFFICIO GRAFICO CENTRALE: Adriano Attus

(creative director) e Francesco Narracci (art director)
RESPONSABILI DI SETTORE: Luca Benecchi,
Luca De Biase, Jean Marie Del Bo, Attilio Geroni,
Laura La Posta, Armando Massarenti,
Lello Naso, Francesca Padula, Christian Rocca,
Fernanda Roggero, Stefano Salis,
Giovanni Uggeri, Paolo Zucca
SOCIAL MEDIA EDITOR: Michela Finizio, Marco lo Conte
(coordinatore), Vito Lops e Francesca Milano

PROPRIETARIO ED EDITORE: Il Sole 24 Ore S.p.A.
PRESIDENTE: Benito Benedini
AMMINISTRATORE DELEGATO: Donatella Treu

Un accordo di sistema
che deve fare scuola
IL CONTRATTO FRA SACE E BANK OF CHINA

L

e relazioni economiche tra Italia e Cina hanno
raggiunto un tale livello da non poter più essere
confinate nell’ambito dei rapporti di business
tra le comunità immigrate e la madrepatria. Specie
quelle relazioni che implicano l’utilizzo di mezzi finanziari adeguati, tant’è vero che per la prima volta le
autorità cinesi scendono in prima fila per cooperare
con le istituzioni economiche italiane.
Il seminario previsto da Ice e Sace tra qualche giorno a Roma è una pietra miliare che arriva proprio
quando Sace ha appena siglato un contratto di collaborazione con Bank of China, uno dei quattro big del
credito cinese. Scambio di informazioni e di sostegno
finanziario in entrambe le direzioni: Cina-Italia e viceversa. Un accordo di sistema che potrebbe fare
scuola. C’è bisogno di riequilibrare le asimmetrie tra
i due Paesi. Troppe volte i flussi finanziari hanno imboccato direzioni sbagliate, è ora che i canali di collaborazione siano quelli davvero utili per alimentare le
aziende e le economie di entrambe le forze in campo.
(Rita Fatiguso)

Quest’Europa
dai molti documenti
e dalle lacrime facili

LE BANCHE E LA RIPRESA

M

entre il governo si prepara - settimana prossima?
- a varare le nuove misure per i crediti in sofferenza delle banche, Kkr con Intesa e UniCredit
proprio in settimana lanceranno il veicolo congiunto
chiamato a rilevare le posizioni di alcune aziende per accelerarne il rilancio. Non è una coincidenza: al di là di polemiche e demagogie, il motore inceppato del credito è
uno dei freni più evidenti al consolidamento della ripresa
e tutte le iniziative volte a sbloccarlo sono benvenute. In
particolare quella che vede protagonisti gli americani di
Kkr e Alvarez&Marsal insieme alle due prime banche italiane - primo esperimento del genere in Europa, per lo
meno su larga scala - è specifica e punta a far uscire dal
pantano aziende con possibilità di rilancio ma, appunto,
bloccate dal corto circuito del credito. Trattandosi di una
soluzione nuova a un problema vecchio, andrà monitorata con attenzione: sulla carta, se funziona, c’è da guadagnarci per tutti. L’investitore ripagato del rischio, la banca con il suo credito risanato, soprattutto l’azienda, forte
di risorse (e idee) nuove.

Quelle tutele record
pagate dalla collettività
IL CONTRIBUTO PER IL TRASPORTO AEREO

C’

è la possibilità che nei prossimi anni il contributo di 3
euro che paghiamo con l’acquisto di un biglietto aereo
possa anche aumentare. Quell’addizionale comunale
sui diritti d’imbarco uguale per tutti - dalla classe business all’ultimo low cost - serve infatti a finanziare il Fondo speciale
trasporto aereo (Fsta), quello che paga gli ammortizzatori sociali per gli ex esuberi Alitalia o Meridiana, per capirci. Il rincaro potrebbe scattare se andasse in porto il piano di allungare di
24 mesi l’indennità di mobilità (Naspi) per beneficiari che da
lunghi anni già hanno beneficiato di cassa integrazione straordinaria e indennità di mobilità con la garanzia di un’integrazione fino all’80% dell’ultima busta paga (contributi figurativi inclusi). L’allungamento della tutela è allo studio e una bozza di
decreto interministeriale sarebbe già stata predisposta. Se
l’operazione andasse in porto non solo si garantirebbe un record di tutela a un gruppo di lavoratori particolare ma, anche, si
garantirebbe che quella tutela continua a esser pagata (per il
96%)conunatassadiscopoenonconisolicontributiversatida
aziende e lavoratori. La solidarietà dei fondi bilaterali resta una
chimera per questo settore.

I DIBATTITI
SUI BLOG
DEL SOLE 24 ORE
www.ilsole24ore.com

24ZAMPE Guido Minciotti

u Continua da pagina 1

M

a a tutto il mondo del lavoro
Bergoglio ricorda che nel
quadro della giustizia - che
non è però solo «osservanza
delle leggi, va oltre» - bisogna prendersi
«a cuore la sorte dei più poveri», quelli
che pagano più di tutti il danno della corruzione. Un’occasione anche per rimettere in primo piano il dramma dei giovani
senza lavoro, che si sentono considerati
inutili dalla società. Una «disfunzione
che non si può attribuire soltanto a cause
di livello globale o internazionale». La
disoccupazione giovanile «è una vera e
propria piaga sociale - ha detto il Papa,
che su questo argomento torna ogni settimana - in quanto priva i giovani di un
elemento essenziale per la loro realizzazione e il mondo economico dell’apporto delle sue forze più fresche. Il mondo
del lavoro dovrebbe essere in attesa di
giovani preparati e desiderosi di impegnarsi e di emergere. Al contrario, il messaggio che in questi anni essi hanno spes-

so ricevuto è che di loro non c’è bisogno».
Molti del temi trattati ieri sono ormai
parte integrante della pastorale del Papa
argentino e ormai anche della Dottrina
Sociale della Chiesa: «Il bene comune
non puo’ essere raggiunto attraverso un
mero incremento dei guadagni o della
produzione ma ha come presupposto
imprescindibile l’attivo coinvolgimento di tutti i soggetti che compongono il
corpo sociale». Insomma è l’uomo al
centro dello sviluppo e finché gli essere
umani restano ai margini o passivi il bene comune non può essere considerato
come pienamente conseguito. «Voi vi
siete distinti - ha detto ai Cavalieri del
Lavoro, una delle massime onorificenze
italiane - perché avete osato e rischiato,
avete investito idee, energie e capitali,
facendoli fruttare, affidando compiti,
chiedendo risultati e contribuendo a
rendere altri più intraprendenti e collaborativi». E ha riconosciuto agli imprenditori insigniti del titolo di Cavalieri del Lavoro come il loro impegno abbia
una «portata etica». Un’opera, ha aggiunto, «che è più che mai preziosa in un

solco degli aiuti ai più deboli, una delegazione dell’Acri, guidata dal presidente Giuseppe Guzzetti, ha presentato al
Papa il progetto che le Fondazioni di origine bancaria intendono realizzare a favore dell’infanzia svantaggiata.
La condanna della corruzione pronunciata ieri è arrivata appena un giorno
dopo l’omelia della messa mattutina a
Santa Marta, dove il Papa aveva detto
che «la corruzione è la ruggine che ci
corrode». Ma soprattutto è giunta all’indomani delle notizie trapelate dall’inchiesta della Procura di Trani che ha tirato in ballo (per una intercettazione del
2014) il cardinale Giuseppe Versaldi in
merito alla complessa operazione di salvataggio dell’ospedale dermatologico
Idi, che si è conclusa lo scorso aprile.
Bergoglio, appena avuta notizia delle vicenda venerdì sera scorso risulta che pur avendo preso atto delle precisazioni
- abbia dato incarico di approfondire tutta la materia, come ha fatto in altre occasione per vicende economiche o legate
alla gestione di immobili.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

L’udienza in Vaticano/2. I Cavalieri del Lavoro

D’Amato: «Noi paladini della buona impresa»
ANSA

di Nicoletta Picchio

«A

bbiamo voluto questo incontro con il Papa per testimoniare che si può essere
buoni imprenditori nonostante i pregiudizi e le semplificazioni che
talvolta identificano l’impresa con l’arricchimento illecito, lo sfruttamento e la speculazione». Antonio D’Amato, presidente
della Federazione dei Cavalieri del lavoro,
davanti a Papa Francesco, ha tratteggiato i
valori di quella «buona impresa» che punta al «bene comune» evocato da Jorge Mario Bergoglio, e che resta lontana dalla corruzione e dal malaffare, come sollecitato
dal Papa. Messaggi in cui si sono trovati in
sintonia il Santo Padre e i Cavalieri del lavoro, ricevuti in un’udienza privata concessa dal Papa nella Sala Clementina del
palazzo Apostolico Vaticano.
«Siamo tra i più tenaci avversari della
corruzione e della criminalità economica che devastano le regole del mercato,
diffondono la concorrenza sleale a danno
degli onesti e generano sfiducia e pessimismo fra i cittadini», ha detto D’Amato,
rappresentando il pensiero degli oltre
200 Cavalieri del lavoro presenti. «Saper

L’incontro. Un momento dell’udienza in Vaticano

distinguere fra la buona e la cattiva impresa è essenziale così come saper distinguere tra bene e male, il giusto e l’ingiusto». Se il Papa ha sottolineato che il bene
comune non può essere raggiunto attraverso un «mero incremento dei guadagni
o della produzione», D’Amato ha ben
scandito che «il profitto rappresenta non
solo la misura del successo economico
delle nostre imprese, ma anche lo stru-

MODALITÀ DI ABBONAMENTO AL QUOTIDIANO: prezzo di copertina in Italia
¤ 1,50 per le edizioni da lunedì a venerdì, ¤ 2 per le edizioni di sabato e domenica. Abbonamento Italia 359 numeri: ¤ 359,00 (sconto 39% rispetto al prezzo
di copertina) + ¤ 29,90 per contributo spese di consegna (postale o in edicola).
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mento per poter promuovere progresso,
innovazione e cultura». E ancora che
l’impegno dei Cavalieri del lavoro è di
contribuire alla prosperità del paese, diffondere nel mondo l’orgoglio del lavoro
italiano, creare occupazione.
Quell’occupazione che sta a cuore al
Santo Padre, che ha definito «piaga sociale» la mancanza di lavoro per i giovani. Le
buone imprese «riducono le disuguaglian-

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O

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La ricerca del nuovo Ad
dell’Istituto Centrale
Bain, Advent e Clessidra
incaricano Egon Zehnder di
trovare il nuovo Ad dell'Istituto
Centrale: in uscita Capponcelli

tempo, quale è il nostro, che a seguito
della crisi economico finanziaria ha conosciuto una pesante stagnazione e anche una vera recessione in un contesto
sociale già segnato da disuguaglianze e
dalla disoccupazione, in particolare
quella giovanile». Ecco, per il Papa, la
portata sociale del lavoro: la capacità di
coinvolgere le persone e affidare responsabilità in modo da stimolare l’intraprendenza, la creatività, l’impegno.
«Questo ha effetti positivi sulle nuove
generazioni e fa si che una società ricominci a guardare avanti, offrendo prospettive e opportunità e quindi speranze per il futuro».
Insomma, ha ribadito il Papa, «solo se
radicata nella giustizia e nel rispetto della legge l’economia concorre a un autentico sviluppo, che non emargini individui e popoli, si tenga lontano da corruzione e malaffare, e non trascuri di preservare l’ambiente naturale». Non solo:
«È giusto chi si prende a cuore la sorte
dei meno avvantaggiati e dei più poveri,
chi non si tanca di operare ed è pronto a
inventare strade sempre nuove». Nel

u Continua da pagina 1

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INSIDER Carlo Festa

Bracconaggio, un durocolpo
al traffico mondiale
L'Operazione Cobra III è stato il
colpo più forte in assoluto
assestato a livello globale a
bracconieri e trafficanti

di Luca Ricolfi

ze e lottano contro la povertà». Il lavoro, ha
detto D’Amato, è il presupposto indispensabile per la dignità e la libertà della persona umana. «Per questo crediamo che tra i
principi del Cristianesimo e quelli dell’economia libera non ci siano contrapposizioni ma sostanziali consonanze». C’è
contrarietà nei confronti della speculazione finanziaria che «non produce nulla e
crea bolle che quando scoppiano generano crisi e accentuano il divario tra ricchi e
poveri». Per D’Amato sviluppo economico ed equità sociale sono «indissolubilmente legati». E i Cavalieri del lavoro si
sentono portatori di un modo di essere dell’impresa responsabile, attenta alle ragioni
dell’equità, della solidarietà sociale e della
sostenibilità ambientale. Infine D’Amato
ha espresso una profonda condivisione
del messaggio centrale dell’Enciclica
“Laudato sì”, perchè viene riconosciuto all’impresa un ruolo fondamentale non solo
economico e occupazionale ma come modello di crescita sostenibile sul piano sociale e ambientale. Ed ha ringraziato il Papa
per l’Enciclica dedicata alla “Cura della casa comune”, «il primo e più profondo significato dell’economia», e per gli inviti rivolti agli imprenditori perché non smarriscano il loro «ruolo profondo nel creare un
mondo non solo più ricco di beni materiali
ma anche più libero e giusto».

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Agenzia delle Entrate

I vertici Acri hanno illustrato al Pontefice un’iniziativa per l’infanzia svantaggiata

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etniche che oggi chiedono aiuto, ma
soprattutto chiedono che l’Europa non volti
la testa e aspetti che il problema si risolva da
solo, lasciando poi alla storia contare i
morti. C’è necessità di questa revisione di
comportamento, c’è necessità di questa
presa di coscienza, di modernizzazione, di
capacità di soluzione dei problemi . Infine, si
deve bilanciare l’apporto economico degli
stati membri con il ritorno di benefici reali

Se l’opinione
pubblica
è più impaziente
del premier
vviamente sapeva e sa
perfettamente quanto politica ed
affari siano intrecciate, e quanto
qualsiasi partito di governo (Lega
inclusa) sia ostaggio e complice di
comitati di affari. Ovviamente sapeva e sa
quanto il procacciamento di voti inquini
l’azione della Pubblica Amministrazione,
e quanto poco il Pd possa chiamarsi fuori.
Non occorreva certo aspettare il
meritorio studio di Fabrizio Barca per
scoprire che cosa sia diventato il
maggiore partito della sinistra. Quei
comportamenti si vedevano ad occhio
nudo, ed erano stati denunciati più volte,
anche da membri del Pd. Perché ha
aspettato così tanto a muovere un dito?
L’unica risposta che mi so dare è che
Renzi abbia sbagliato priorità. Fra la
battaglia per moralizzare il Pd e la
battaglia per normalizzare (o “mettere a
posto”) la Magistratura, restituendo alla
politica la sua autonomia, forse Renzi ha
ritenuto di dover privilegiare la seconda.
Sapendo che gli inquisiti possono essere
innocenti, e che persino un condannato,
talora, è vittima di un errore giudiziario,
ha preferito sfidare i giudici piuttosto che
far fare un passo indietro al Pd. Senza
rendersi conto che un premier che sceglie
sottosegretari inquisiti e candida politici
condannati non sfida solo la magistratura,
ma sfida l’opinione pubblica.
Un’opinione pubblica cui certo si può
rimproverare lo scarso garantismo,
l’istinto giustizialista, il moralismo a
senso unico, il deficit di cultura liberale,
ma che non è saggio rieducare sfidando
platealmente il senso comune. Se un
personaggio pubblico è condannato o
sotto processo le scelte sono solo due: o
decidi di non candidarlo, oppure lo
candidi e ti prendi la responsabilità di dire
che i magistrati hanno preso un granchio,
come ebbero il coraggio di fare i Radicali
con il compianto Enzo Tortora nel 1984.
Far finta di niente non è una scelta.
Guardando alla traiettoria politica di
Renzi, quel che mi colpisce di più è il
contrasto fra astuzia e lungimiranza, fra
capacità di comunicare e capacità di
governare. Mi sembra un po’ come
quando devi accendere un fuoco. Certo,
ci sono dei mezzi con cui puoi fare
immediatamente un grande falò,
spettacolare e sfavillante. Basta mettere
molta carta, molta paglia, molti truccioli,
o ricorrere a quel liquido accendifuoco
che si usa per preparare un barbecue
con la carbonella. Di mezzi simili la
politica è piena: conferenze stampa,
trasmissioni tv, tweet, gesti simbolici,
inaugurazioni, provvedimenti più o
meno demagogici, promesse solenni, bei
discorsi e parole alate. Poi però, dopo un
po’, il fuoco si smorza, e del tuo falò
restano solo le ceneri.
C’è un’altra strada, tuttavia, per fare
un bel fuoco. Sotto, carta, rametti e
bastoncini, poi rami via via più spessi,
e infine grandi ceppi ben stagionati.
All’inizio il tuo fuoco non sembrerà un
granché, ma dopo un po’ di tempo
brucerà alla grande, e finirà per ardere
tutta la sera.
Ecco, la mia impressione è che Renzi,
come la maggior parte dei politici che
l’hanno preceduto, sia più a suo agio con i
truccioli che con i ceppi. È stato
bravissimo a suscitare entusiasmo e
speranze, ma si è trovato disarmato non
appena la realtà gli ha presentato il conto.
Sbarchi e corruzione non sono problemi
che si possono maneggiare a forza di
tweet e di slogan. E a maggior ragione non
lo sono temi come l’occupazione, le tasse,
la burocrazia, gli sprechi, forse ancora più
importanti per il futuro dell’Italia. Per
questo genere di cose, quel che serve non
è l’astuzia, l’abilità nel mettere all’angolo
gli avversari, o la capacità di incantare
l’opinione pubblica. Quel che servirebbe,
semmai, è uno sguardo un po’ più lungo:
darsi, e pretendere, il tempo che è
necessario, trasmettendo l’idea che è per
il futuro di tutti che si sta lavorando.
Da questo punto di vista l’impazienza
renziana potrebbe rivelarsi un’arma a
doppio taglio. Avendo dato a credere che
i grandi problemi dell’Italia non siano mai
stati risolti soprattutto per mancanza di
volontà politica, Renzi ha alimentato la
credenza che quei problemi si possano
aggredire e risolvere rapidamente, solo
che lo si voglia. Così l’impazienza
renziana ha contribuito ad allevare
un’opinione pubblica a sua volta
impaziente, che ora comincia a passare
all’incasso. E potrebbe, alla fine, rivelarsi
ancora più impaziente di lui.

Francesco: «Stare alla larga dalla corruzione»

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quando ha fatto finta di non vedere i
convogli di deportati Ebrei e oppositori dei
regimi totalitari che percorrevano i suoi
territori destinati a morte certa. Salvo poi
prenderne coscienza in modo traumatico e
viscerale di fronte ai cancelli aperti dei
campi di concentramento e stermio. È la
stessa umanità dolente, sofferente e
impaurita. Sono le stesse minoranze
devastate da guerre tribali, religiose ed

Conriferimentoall’articolo“Lavaliditàdegli atti resta nel mirino”, pubblicato il 18 giugno sul Sole 24 Ore, desideriamo precisare
che nella sentenza in questione non è vero
che l’atto impugnato è stato annullato in
quanto sottoscritto da funzionario incaricato di funzioni dirigenziali decaduto per
effetto della sentenza della Consulta. In realtà il capo area che ha sottoscritto l’atto lo
ha fatto per effetto della delega del Direttore provinciale, dirigente di ruolo, e non in
virtù dell’incarico dirigenziale. La Ctp di
Palermo ha rilevato la nullità dell’atto perché ha ritenuto non provata, in questo singolo giudizio, l’efficacia della delega stessa
e l’appartenenza del sottoscrittore delegato alla “carriera direttiva”, cioè la carriera
riservataaifunzionarienonaidirigenti.Per
questo motivo, nella sentenza citata nell’articolo - contro cui comunque l’Agenzia
farà appello per contestare la motivazione
e le conclusioni - non sono stati affatto affermati principi che possono costituire un
precedente per altri contribuenti.

L’UDIENZA IN VATICANO /1. Il mondo del risparmio

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Domenico Rosa

Fair play finanziario, la Uefa
stanga la Dinamo Mosca
Stangata da parte della Uefa
per la Dinamo Mosca:
fuori dalle competizioni europee
per quattro anni

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La validità degli atti

CALCIO&BUSINESS Marco Bellinazzo

PROPRIETARIO ED EDITORE: Il Sole 24 ORE S.p.A.

AMMINISTRAZIONE: via Monte Rosa, 91 - 20149 Milano

Lettera firmata

M

entre l’Europa politica ed
economica chiede ai paesi membri,
specie a quelli in difficoltà,
profonde riforme strutturali che toccano la
vita dei cittadini, c’è una Europa burocrate
che rimane ancorata a meccanismi obsoleti
e costosi, vive e lavora su due palazzi dai
costi immorali, stipendiano parlamentari,
funzionari e dipendenti di ogni genere con
retribuzioni da boom economico in barba ai
sacrifici chiesti ai cittadini europei. La
lentezza, la macchinosità e l’inneficacia con
cui sta affrontando il tema dei migranti
come non fosse un problema europeo, è
evidente a tutti. Sul tema dello sviluppo e
della crescita (piano Junker) siamo fermi:
dopo aver chiesto i soldi agli stati membri,
della quota dei miliardi privati e dei progetti
operativi neanche l’ombra. È una Europa
dai molti documenti e dalle lacrime facili
ma dei pochi fatti concreti, se non quando si
tratta di infliggere sanzioni. Cieca sui
problemi veri e reali, che riguardano milioni
di suoi cittadini che si ritrovano a gestire un
flusso umano migrante in fuga dai propri
paese. È già stata cieca l’Europa 70 anni fa

di Carlo Marroni

Kkr e la soluzione
“in house” sui crediti

non solo di burocrazia, per non lasciare
spazio a un sempre più ampio sentimento
anti-europeo che non deve aver modo di
trovare argomenti facili per attecchire.

L’EDITORIALE

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Commenti e inchieste 21

Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

7,7
Quelle «bionde», bancomat delle mafie
Sigarette

Ilmercato.Iltrafficoarricchiscesoloigrandiclaninternazionali.
Infumoquest’anno1miliardoperl’erarioe400milioniperlafiliera

Percentuale. Nel 2015 il commercio
illecito di sigarette rsi stim a
al 7,7% del mercato totale italiano.
L’anno prima si attestava
al 5,6 per cento

AUMENTA IL CONTRABBANDO

La ricerca

Una criminalità
percepita
«di serie B»

Protagonisti i grandi «broker» - La cooperazione fra Stati extra-Ue latita - Un autogol l’aumento dei tributi
di Roberto Galullo

I numeri

A

d andare in fumo sono solo i guadagni dei disperati, degli schiavi in
coda alla catena del contrabbando
di sigarette, che corre sul filo degli
ordini via Internet e dei moderni schiavisti, i
«broker» internazionali. Sfumano solo i sogni di quelli che vendono il pacchetto ai semafori di Napoli a 2,50 euro e lo comprano
dalle “famiglie” a 2,20 e di quelli che devono
pagare il posto fisso al clan a 50 euro a settimana per sostare in strada o sui marciapiedi,
come pedoni sulla scacchiera del fumo illecito. Sfumano le speranze di quelli che ricevono a casa i tabagisti squattrinati o li raggiungono porta a porta e di quelli che, al Rione
Traiano come a Pozzuoli, se va bene incassano 15 euro al giorno che servono per mettere
il pranzo a tavola e per la cena San Gennaro
provvede. Talvolta nemmeno quelli: intascano miseri acconti dei tabagisti incalliti e il
resto quando si può.
I broker del contrabbando. Le famiglie
mafiose campane, pugliesi e le organizzazioni criminali dell’Est e della Cina, invece ci
guadagnano e molto, anche se la catena è
lunga. Ad agire sono sempre più i broker: famiglie italiane e straniere puntano una cifra
e “scommettono” sul carico, giungendo a
“quotare” le responsabilità nella catena di
trasporto a destinazione della merce, in modo da incassare il proprio guadagno quando
le colpe degli eventuali sequestri ricadono
sugli altri, che lo perdono. Quando tutto fila
liscio ognuno guadagna in proporzione alla
quota versata.
Il tabacco lavorato estero viene acquistato
alla fonte tra i 30 e 50 centesimi a pacchetto,
poi passa dall’Ucraina e transita per la Polonia dove il ricarico per i “compari” locali è di
altri 50 centesimi e da quel momento il resto è
guadagno secco di almeno 1,50 euro, ai quali si
aggiungono quelli per il permesso ai disperati di vendere. È solo un esempio fatto su una
rotta oggi battutissima (le altre sono dal Nord

Milioni di pacchetti sequestrati nel 2014
Direzione
Campania e Calabria
Lazio e Abruzzo
Puglia, Molise e Basilicata
Emilia Romagna e Marche
Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta
Lombardia
Sicilia
Toscana, Sardegna e Umbria
Totale

Chilogrammi

Numero pacchetti

24,0
1,5
137,9
55,4
850,0
262,4
28,3
83,1
1.451,8

1.817.436
327.115
308.830
295.101
258.914
160.329
68.416
14.536
3.304.577

Fonte: agenzia delle Dogane

Africa, dalla Cina e dai Paesi arabi) ma anche
la Gdf – che solo in Campania, come illustrano i comandanti Giovanni Salerno, Alessandro Langella e Giuseppe Furciniti, nei primi
cinque mesi del 2015 ha sequestrato 40 tonnellate di bionde che equivalgono a 7 milioni
sottratti alle casse erariali – ha fatto i suoi calcoli, che non si allontanano di molto. Il prezzo all’ingrosso stimato dalla Gdf è di 100mila
euro per 10 tonnellate, con un guadagno netto
per la catena di vendita del fumo di contrabbando compreso tra 400mila e 900mila euro.
Gli schiavi alla catena. È alla fine che la
catena diventa disperazione. A Casavatore il
Sole-24 Ore ha incontrato, dopo uno slalom
tra i paletti del mercato del sesso e della droga a cielo aperto, uno schiavo del contrabbando, non per vocazione ma per fame. Cinquantasette anni, malato, da cinque anni disoccupato, quattro mesi di affitto di casa arretrato, luce pagata a rate e acqua gratis
come tutti o quasi in quella zona, ogni settimana prende il bus, va a Napoli, compra a 26
euro a stecca, ritorna a casa e rivende a 3 euro

a pacchetto. Acquista sempre meno di 10 kg
per non incorrere nell’arresto ma, al massimo, in una sanzione amministrativa che non
pagherà mai. Ex operaio specializzato nella
rigenerazione dei forni industriali, ai bei
tempi 1.400 euro al mese di stipendio, dice di
averle provate tutte per rientrare nel mondo
del lavoro ma niente da fare, neppure con
quell’Ape car scassata con la quale voleva
vendere ortofrutta senza licenza.
E allora, con un figlio minorenne che alle
11.30 ancora dorme invece di faticà, perché
lavoro non ce n’è, vende le “bionde” per
mettere insieme il pranzo con la cena. Anche lui fuma le schifezze che vende, contraffate chissà dove e chissà da chi o spedite da
Est Europa, Medio Oriente e Cina (le cosiddette cheap white) dove gli standard di sicurezza per la salute sono ridicoli.
Anche la moglie, negli anni Ottanta, quando gli scafi blu solcavano il mare e spianavano la strada a nuovi nababbi, contrabbandava
ma, quando andava male, portava a casa
100mila lire al giorno. Lui no: il giorno in cui

l’abbiamo incontrato, nel quale pioveva che
Dio la mandava, aveva incassato un euro.
Un mondo nuovo. Tutto è cambiato: i
banchetti in mezzo ai marciapiedi o nei mercati sono spariti e l’esercito dei disperati nella
provincia di Napoli si gonfia ogni giorno di
disoccupati, persone che hanno perso il lavoro e pensionati. I nuovi schiavi dell’emarginazione sociale. Nessuno sa quanti sono ma
sono migliaia: a Soccavo, viale Adriano, Fuorigrotta, Pianura, Quarto Pozzuolo, Monteruscello, Licola, Lago di Patria, tutto il litorale, Mondragone, Varcaturo e via di questo
passo fino alla provincia casertana.
Inquirenti e investigatori ce la mettono
tutta per far capire che il contrabbando non è
più un’emergenza a Trieste, Milano, Napoli,
Palermo e Bari ma una catena criminale che
spiana la strada a profitti immensi che corrono spesso paralleli alle vie della contraffazione e del traffico di droga e che si trasformano
in bancomat per il riciclaggio. La proiezione a
fine anno di British american tobacco (Bat)
Italia è del contrabbando al 7,7% del consumo globale (nel 2014 di 74,35 miliardi di sigarette legali oltre ai 4,42 illegali), che tradotto
in soldoni vuol dire 1 miliardo di mancato gettito per le casse erariali tra accise, Iva e dazi e
350/400 milioni per la filiera legale del tabacco lavorato, che fattura quasi 19 miliardi. Più
del 2014, anno in cui il mancato incasso per lo
Stato fu di 770 milioni.
L’autogol degli aumenti. La crisi economica che colpisce le famiglie italiane aumenta il ricorso al fumo illecito ed è per questo che Bat, attraverso le riflessioni affidate
al Sole-24 Ore dal vicepresidente Giovanni
Carucci, inorridisce all’idea che il legislatore italiano possa alzare ancora le accise, dopo averlo già fatto dal 16 gennaio di quest’anno. Un autogol che viene visto come tale anche da Cesare Sirignano, sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo,
che punta il dito contro la sottovalutazione
dello Stato e dell’opinione pubblica, la disinformazione e la mancanza di cooperazione

fuori dalla Ue, senza la quale ogni battaglia
resta solo sulla carta. «In Ucraina, Polonia e
Cina – afferma Sirignano– la corruzione nella pubblica amministrazione è elevatissima.
La Cina si rifiuta di collaborare. Dopo due
anni di indagini, la Dda di Napoli aveva individuato con certezza 4 fabbriche dove si
producevano contemporaneamente sigarette e scarpe Hogan contraffatte. Non c’è
stato verso di ottenere le perquisizioni dalle
autorità giudiziarie locali.
Non hanno cambiato idea neppure quando siamo andati a Shangai per convincerli.
In Polonia sono emigrati membri di storiche famiglie di contrabbandieri napoletani
che hanno messo su famiglia per integrarsi
meglio ed entrare più facilmente nei meccanismi corruttivi. Senza cooperazione è
una battaglia persa perché per le organizzazioni criminali e mafiose il guadagno è talmente alto che anche il sequestro di due
container, con una perdita secca di almeno
300 mila euro, è una bazzecola».
La cooperazione è una chimera. L’Italia
è indietro, molto indietro, non solo nel pressing cooperativo internazionale ma anche
nell’inasprimento delle pene in caso di recidiva specifica, che viene perorato anche dal
professor Enrico Maria Ambrosetti, presidente dell’Osservatorio sulla lotta al contrabbando, il quale non dimentica di dire
che anche la tracciabilità del prodotto, dalla
fonte al consumatore, è purtroppo una chimera. Quanto alla repressione, più di così,
con questi strumenti, è impossibile. Fiamme Gialle a parte, che si dedicano con Gico e
reparti di pronto intervento anima e corpo
alla missione, anche le Dogane fanno il massimo; nel 2014 hanno sequestrato in Italia
1.451,8 kg di bionde di contrabbando, vale a
dire oltre 3,3 milioni di pacchetti.
In testa il compartimento Campania e Calabria. E come ti sbagli.

stampata”. Il Tg1, rappresentato dal direttore Mario Orfeo, si è aggiudicato il “Premio per la televisione”. Al ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, il
“Premio Giornalista nel Governo”: Gentiloni in
videomessaggio ha raccontato la sua esperienza
da giornalista sottolineando l’importanza della
professione nell’epoca moderna. Ad Alessandra
Galloni, responsabile per l’Europa del Sud ed editorialista economico della Reuters, il “Premio Internazionale” consegnato dal direttore generale
della Rai Luigi Gubitosi. E ancora, Bernardo Valli
ed Enrico Vanzina, sono i due vincitori nella categoria “Premio speciale”. A Jas Gawronski, che ha
anchepresentatoilsuoultimolibro“AcenadalPapaealtrestorie”,il“Premioallacarriera”.AconsegnareaErnestoMauri,addelGruppoMondadori,

il “Premio Costume e Società” assegnato al settimanalefranceseCloser,èstataSimonaAgnes,che
ha portato i saluti del presidente della giuria Gianni Letta e ricordato l’impegno della Fondazione
nel promuovere la professione giornalistica anche con due borse di studio. Rtl 102.5 e IlSussidiario.nethannoottenutoilriconoscimentonellacategoria “Radio” e in quella dedicata alle “Nuove
Frontiere del Giornalismo”. A Nathania Zevi, su
Rai Tre con Agorà, il “ Premio Giovani Under 35”.
Ad Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere della
Seraeautoredellibro“Laguerradeinostrinonni”
(Mondadori,2014)ilpremioperilgiornalistascrittore. La cerimonia di premiazione verrà trasmessavenerdì26giugnoinsecondaseratasuRai1.

U

n italiano su tre considera il contrabbando di sigarette meno grave di altre attività criminali perché tanto, in fondo, non viene ucciso nessuno. La giustificazione – che non
solo stride con gli studi scientifici sul tabagismo ma anche con la recente storia del traffico di “bionde” quando, in Puglia e Campania, le auto corazzate travolgevano tutto e
tutti – emerge dalla ricerca realizzata da
Swg e commissionata da British american
tobacco (Bat) Italia su un campione di duemila connazionali maggiorenni. Per quanto
possa apparire paradossale, ci sono italiani
che vanno oltre: per il 13% il contrabbando
non rappresenta neanche un crimine.
La ricerca è un concentrato dell’ignoranza su un fenomeno che nel 2014 è tornato a crescere del 20% rispetto al 2013. Secondo queste ultime stime, contenute
nell’ultimo rapporto di Kpmg, il commercio illecito di sigarette nel 2014 rappresentava il 5,6% del mercato totale italiano (era
il 4,7% nel 2013) e le “illicit white” – vale a
dire le sigarette prodotte legalmente in un
Paese ma contrabbandate in altri territori
dove hanno una distribuzione legale limitata o assente – erano oltre la metà del totale delle sigarette illecite.
La scarsa conoscenza è ben evidenziata
da altri dati. Secondo l'analisi Swg per un
italiano su 2 (48%) il contrabbando è solo
un modo per “tirare a campare” e sempre
un connazionale su due (il 56%) sa che il
contrabbandiere è sempre un affiliato alla
mafia, coinvolto in traffici internazionali.
Per il 17%, invece, è un piccolo criminale
che opera a livello locale, per il 9% è un autotrasportatore che cerca di guadagnare
qualche soldo in più, per l'8% un imprenditore che vuole solo evadere le tasse.
Le contraddizioni degli italiani emergono quando si scopre che comunque 7 su 10
sono consapevoli del fatto che oggi il contrabbando è principalmente nelle mani di
grandi organizzazioni criminali internazionali e per il 64% del campione intervistato è
palese che il contrabbando sia una sorta di
“bancomat della malavita”, attraverso cui
finanziare anche attività terroristiche. Una
percentuale ampia di italiani (60%) rivela
un'accettazione passiva del fenomeno, ritenendo che «sia spesso tollerato dallo Stato e
che esiste da sempre e sempre ci sarà». Il
34% lo «preferisce» ad altre attività criminali. Napoli si conferma la capitale italiana
del contrabbando, seguita da Palermo e Bari, aree metropolitane che rappresentano
uno snodo vitale per i traffici. Fuori da questo contesto la prima città è Milano.
Nel capoluogo lombardo le “bionde”
vengono vendute durante i fine settimana e di notte, soprattutto dagli ambulanti
immigrati.

Il mio blog

Roberto Gallullo.blog.ilsole24ore.com

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Premio Agnes. Riconoscimenti a Bernardo Valli.Alessandra Galloni, Jas Gawronski, Tg1, Virman Cusenza

Legalità, condizione di sviluppo
di Vera Viola

S

e l’istituzione smarrisce il senso di legalità, dà cattivo esempio al cittadino.
Corruzione, malaffare, dilagano in una
Italia in cui i singoli si allontanano dalla
cosa pubblica. Uno spaccato degli attuali anni
bui è emerso dalla tavola rotonda “La legalità
come condizione di sviluppo della democrazia” che si è tenuto ieri pomeriggio all’Hotel La
Palma, moderato da Duilio Giammaria con la
partecipazione di Franco Roberti, Procurato-

re Nazionale Antimafia, Giovanni Colangelo,
Procuratore Capo della Repubblica di Napoli,
Marcello Sorgi, editorialista de La Stampa e
Alessandro Barbano, direttore de Il Mattino.
Un dibattito che ha preso le mosse da due articoli di Marcello Sorgi (“Italia, il Paese della legalità smarrita”) e di Alessandro Barbano (“La
legalità ha i nemici in casa”) scritti proprio per
la pubblicazione ufficiale del premio Agnes.
Giornalismo e comunicazione, ma anche
spettacolo e intrattenimento, anche quest’anno
i temi al centro della Cerimonia di Premiazione

TV A CURA DI LUIGI PAINI

della VII edizione del “Premio Biagio Agnes”,
che si è tenuta alla Certosa di San Giacomo a Capri, l’appuntamento clou della kermesse promossa e organizzata dalla Fondazione Biagio
Agnes, presieduta da Simona Agnes.
Ilpremioquest’annoèstatoassegnatoa12vincitori,firmediprestigiodelmondodell’informazioneemanagerdelmondodell’editoriaitalianaeinternazionalechesisonoalternatisulpalconelcorso della Cerimonia ripresa dalla Rai e condotta da
Franco Di Mare e Mia Ceran. A Virman Cusenza,
direttore de Il Messaggero, il “Premio per la carta

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Sterminati a causa delle zanne: la
guerra dei bracconieri che uccidono
senza pietà gli elefanti africani e i
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8.10 | 140 caratteri - L’intervista

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di James Ivory, con Anthony Hopkins,
Emma Thompson, Gran Bretagna 1993
(134’). Una vita trascorsa a fare (con
passione e competenza) il
maggiordomo. Ma alla fine, che resta?

13,25 | RAITRE
Fuori quadro.
La spiritualità nell’arte: Achille Bonito
Oliva incontra l’indiano Anish Kapoor e
il giapponese Hiroshi Sugimotu, con un
focus sull'opera di Yves Klein.

21,15 | PREMIUM CINEMA
Quella casa nel bosco,
di Drew Goddard, con Kristen Connolly,
Chris Hemsworth, Usa 2011 (95’). Una
casa isolata, il bosco, la notte che
scende. Ragazzi, non entrateci!

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Tutta la serata in compagnia della
celeberrima band irlandese: in onda i
filmati «The Joshua tree» e «U2 From
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Il violino di Wolfgang Amadeus
Mozart (foto), un Pietro Antonio Dalla
Costa del 1764, arriva alla Scala di
Milano direttamente dal Mozarteum
di Salzburg. Un avvenimento con
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ricca di sorprese per celebrare i 225
anni dalla morte del grande
musicista. Di Armando Torno

12.05 | Il Gastronauta - L’italia del cibo
di Davide Paolini
13.05 | 2024 R
13.30 | La prima volta
di Cristina Carpinelli
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22.05 | Incontri
di Gianfranco Fabi

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di Maria Luisa Pezzali

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di Salvatore Carrubba
23.05 | La zanzara Extra

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Tempo in prevalenza soleggiato salvo più nubi
tra Est Lombardia e Triveneto, dove avremo
anche la possibilità di qualche breve piovasco.
Temperature in rialzo, massime tra 24 e 29.

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salvo un po' di variabilità diurna in Appennino.
Temperature in rialzo, massime tra 23 e 28.

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di Gegè Telesforo
21.05 | Musica Maestro
di Armando Torno

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17.05 | Tutti convocati - Week End
con G. Capuano, C. Genta, P. Pardo

14.00 | Reportage

15.30 | Sound check
di Gegè Telesforo

Nuoro

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Sud e isole:

Tempo variabile su Ioniche, Calabria e Sicilia
orientale con isolati e brevi acquazzoni. In
prevalenza soleggiato altrove. Temperature
stazionarie, massime tra 24 e 28.

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pomeriggio sui rilievi. Nubi in parziale
aumento serale con piogge tra Alpi e Prealpi.
Temperature stabili, massime tra 23 e 28.

Centro:

Tempo stabile ed in prevalenza soleggiato
seppur con velature di passaggio e qualche
nube in più sulla Toscana settentrionale.
Temperature stazionarie, massime tra 23 e 28.

Sud e isole:

Tempo complessivamente stabile con cieli
sereni o poco nuvolosi, salvo qualche
annuvolamento sui rilievi. Temperature
stabili, massime tra 23 e 28.

Temperature

LOTTO
Lotto

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MUSICA
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Nord:

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Estrazione del 20/06/2015
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SuperEnalotto Combinazione vincente
6

11 21 65 66 85 Jolly 23
Numero Superstar 18
Montepremi
18.885.398,19 ¤
6 punti
5+1
5 punti
9
25.613,09 ¤
4 punti
973
239,35 ¤
3 punti 35.068
13,21 ¤
5 stella
4 stella
5
23.935,00 ¤
3 stella
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1.321,00 ¤
2 stella
2.671
100,00 ¤
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Singapore

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OGGI

DOMANI

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Sole

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Pioggia Temporali

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Forte
Agitato

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Il Sole 24 Ore
Domenica 21 Giugno 2015 - N. 169

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breviario

di Gianfranco Ravasi
io ha creato gli uomini
perché Egli – benedetto sia
– ama i racconti.
Questo folgorante aforisma giudaico giustifica il fatto
che la Bibbia sia una costante sequenza narrativa,
anche perché alla base ha una storia della salvezza.
Anzi, questo detto rabbinico sembra anticipare la
convinzione di Elias Canetti che considerava «le voci
degli uomini come il pane di Dio». Non per nulla il Dio
biblico ha un orecchio attento a raccogliere racconti

21 giugno 2015

CASTELNUOVO,
IL BUON MAESTRO
DEI NUMERI
umberto bottazzini
pag. 29

DELAUNAY
ALLA TATE MODERN

AL MAGGIO, PELLÉAS
ET MÉLISANDE

ermanno bencivenga | pag. 30

giovanni m. flick | pag. 31

angela vettese | pag. 33

carla moreni | pag. 37

di Angelo Varni

B

i campi visti da fuori | Bambini che sorridono dietro alla barriera di filo spinato, 18-20 aprile 1945. In alto a destra,
fotomontaggio con Alfred Hitchcock in primo piano e un cameraman dell’Esercito Britannico sullo sfondo. Sotto, il sergente
Mike Lewis, cameraman dell’unità cinematografica e fotografica, mentre sta filmando il campo di Bergen-Belsen il 24 aprile
1945. © Imperial War Museums
sco, e al mondo intero, le ragioni di un conflitto reso
indispensabile dalla necessità di por termine a simili
barbarie, che giustificavano la durezza delle condizioni di pace imposte alla Germania. Fu incaricato
del progetto il noto produttore Sidney Berstein, che
mise al lavoro una squadra di montatori e sceneggiatori di prim’ordine, chiamando a farne parte come
consulente l’amico Alfred Hitchcock. Nonostante
questo, la lavorazione del film, andò per le lunghe, al
punto che gli Stati Uniti, desiderosi di una più immediata divulgazione delle atrocità del delirio hitleriano, affidarono a Billy Wilder la realizzazione di un
cortometraggio di una ventina di minuti (uscì nello
stesso 1945 con il titolo Death Mills), che presentasse
una sintesi di quanto documentato dai filmati realizzati in presa diretta dai militari.
La svolta che rapidamente prese la politica internazionale, avviata verso le tensioni della “guerra
fredda”, consigliò di attenuare l’impatto che simili
fotogrammi potevano avere sull’opinione pubblica
germanica, che veniva posta sotto accusa e che era
invece necessario coinvolgere nella ricostruzione
del paese, mentre gli inglesi, nel contempo, intende-

vano ostacolare la volontà degli ebrei - certo enfatizzata dal senso di pietà suscitato dal filmato - di ritrovare il proprio “focolare” palestinese, per evitare le
negative reazioni del mondo arabo.
Di conseguenza, a fine settembre 1945, fu deciso di
abbandonare il progetto, lasciando il film incompiuto, mentre l’intero girato e tutti i materiali connessi
(compresi la sceneggiatura e l’elenco delle riprese)
qualche anno dopo vennero depositati all’Imperial
War Museum di Londra, dopo essere stati comunque
usati quali capi di accusa al processo di Norimberga.
Nel 1984 questa versione incompiuta (cinque rulli
dei sei previsti) fu presentata al Festival cinematografico di Berlino con il titolo Memory of the Camp, suscitando comunque reazioni sconvolgenti nel pubblico.
Vent’anni dopo, nell’edizione del 2005 del Cinema ritrovato, fu proposto questo documento, creando l’aspettativa di un completamento e di un restauro complessivo dell’opera. Con alcuni anni di lavoro
il Museo londinese è riuscito a identificare tutte le sequenze sulla base dei documenti originali, rimontando l’intero film in digitale e accompagnandolo

memorandum
di Roberto Napoletano

Quella scuola di medicina e umanità del Gemelli

N

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VERGOGNARSI
DELLE MAZZETTE

Alla Cineteca di Bologna
il lungometraggio sui campi
con la consulenza di Hitchcock
che notò lo scorrere sereno
della vita che si svolgeva
intorno ai luoghi dei massacri

on so quante volte, e con quanta pazienza, mattina, notte, domenica, Gaetano
Paludetti, primario di otorinolaringoiatria al Gemelli di Roma e amico vero, si è
preso cura dei miei sbalzi di udito, otite ricorrente
più o meno acuta, rinite, sinusite, cefalee annesse e,
siccome in materia in famiglia siamo “forti”, nessuno si è sottratto alle sue cure e ha rinunciato alla
sua dose di chiamate di pronto intervento. «Mi
sento come un soldatino, ma so qual è il mio terreno di battaglia, e lì non credo mi possa fermare
nessuno» ripete con un sorriso, tra un’insulfazione
e l’altra, e, state certi, non vi dirà mai che questo
«soldatino» Mubarak lo mandava a prendere con il
suo aereo privato per farsi curare in Egitto o che
Giovanni Paolo II ha deciso di andare sotto i ferri
perché la sua gola veniva affidata alle mani di
Gaetano. Si divide tra il Policlinico Gemelli, lo
studio privato ai Parioli a Roma e il suo «amato
Abruzzo» e hai sempre la sensazione che possa
stare contemporaneamente in almeno due dei tre
posti indicati. Soprattutto, hai la certezza che lui ci
sarà sempre anche se la moglie, Beatrice, giustamente brontola, e di sicuro lui non avrà mai uno
scatto di nervi nemmeno quando, quasi per contrappasso della fatica quotidiana, sarà la sua voce
ad abbassarsi o la sua gola a fare le bizze.
Abbiamo avuto qualche problemino familiare in
più e ci siamo “trasferiti” al Gemelli, un po’ di
paura e tutto risolto, Gaetano non ci ha mai lasciato soli e io ho fatto qualche altro incontro e molte

umani tristi e gioiosi e persino le provocazioni di chi
non crede in lui. Mi ha sempre impressionato il terribile
racconto di Čechov intitolato Malinconia. Il vetturino
Iona è così povero e solo da implorare ai clienti un
attimo d’ascolto: «A chi racconterò la mia tristezza?».
Purtroppo, come a lui, a molti accade di non aver più
nessuno che ascolti il racconto della propria vita, del
dolore e delle attese. Il semplice narrarsi sarebbe una
liberazione e l'ascolto altrui un dono d’amore.

IL FASCINO
DI ANNIBALE

1945: incredulo film dell’orrore

ergen-Belsen, Auschwitz, Dachau,
Buchenwald, Mauthausen: i nomi terribili dell’orrore nazista; di una crudeltà neppur più misurabile in termini di
dolore e di sopraffazione fisica e morale dell’uomo sull’uomo, bensì destinato a portare all’annientamento delle coscienze, all’indifferenza dei carnefici e delle stesse vittime, ridotti a strumenti disumanizzati di un progetto razziale perseguito con meccanica apatia e cieca
obbedienza.
Nomi simbolo di una rete vastissima di campi di
concentramento e di sterminio, che la Germania di
Hitler disseminò nel proprio territorio ed in quelli
dei paesi conquistati durante la seconda guerra
mondiale, dove milioni di donne, di uomini, di bambini, ebrei per lo più, ma anche renitenti alla leva,zingari, omosessuali, dissidenti politici e prigionieri
delle diverse nazionalità trovarono la morte secondo una tragica pianificazione di massa.
A settant’anni da quei terrificanti eventi la Cineteca di Bologna, nell’ambito della XXIX edizione del festival «Il cinema ritrovato» (27 giugno-4 luglio), presenta in prima nazionale l’edizione integrale di German Concentration Camps Factual Survey (La vera indagine sui campi di concentramento tedeschi), un filmdocumentario costruito attraverso le immagini
girate dagli operatori, che accompagnarono le truppe inglesi nell’aprile del 1945 al momento del loro ingresso nei campi (in particolare in quello di BergenBelsen). Qui la pellicola fissò - con la crudezza derivante dall’incredulità stessa di quanti si trovarono
d’improvviso di fronte all’imprevedibile manifestarsi dello spegnersi di ogni scintilla di umanità - i
segni incancellabili delle torture e dei massacri collettivi compiuti, di cui erano prova cataste di poveri
corpi ridotti a manichini inscheletriti, insieme al vagare in un vuoto senza sentimenti degli occhi inespressivi dei pochi sopravvissuti.
Subito il ministero dell’Informazione britannico
pensò a un immediato utilizzo di tali filmati (completati da quelli paralleli girati dalle truppe sovietiche ed americane) per testimoniare al popolo tede-

#Il Racconto

belle scoperte. Francesco Franceschi guida il reparto della medicina di urgenza e lo fa in punta di
piedi, fuori dal clamore inconcludente che a volte
contagia i medici quando il rischio sale, monitorando e controllando tutto senza mai un cedimento
alla fretta o ai semplicismi. Roberto Cauda, altro
primario “anziano” del Gemelli, mi colpisce per
come parla del suo lavoro e perché ha voluto fare
questo mestiere. Mi dice: «Tutto nasce dal senso
della missione, il giorno in cui non ti preoccupi più
del paziente c’è da interrogarsi, ma questo senso di
distacco per fortuna non avanza, anzi diciamo che
non c’è proprio e che il giorno che ci sarà vorrà dire
che è davvero arrivato il momento di andare in
pensione. Spero accada un po’ più in là e sento che,
forse, non arriverà mai». Lo guardo e mi sembra
della stessa “pasta” di Gaetano, ama il suo lavoro,
ha un accento genovese e scopro che ha una casa
nella “mia Amelia” e questo me lo rende ancora più
simpatico. Gli chiedo come ci è finito e la risposta
non si fa attendere: «A mia moglie piaceva questo
fazzoletto di terra, abbiamo preso una casa sopra le
mura poligonali con un giardino pensile, da una
parte ci sono le mura e il centro storico, dall’altra la
vallata, solo guardarsi intorno riempie, il riposo
per me è questo». Poi ritorna a fare il medico e mi
dice: «Si ricordi, la medicina ha bisogno della
cultura ma è una scienza empirica, si costruisce
con l’esperienza». Traduco a modo mio: è come se
mi dicesse, nessuno nasce imparato, ogni malattia
va capita e studiata, caso per caso.

L’approccio è quello che vedi in ogni gesto e
parola di Massimo Fantoni, un posto meritato tra i
“grandi” del Gemelli, cinque figli e una moglie con
il doppio lavoro di madre e insegnante, la serenità
di chi trasmette appagamento e rigore, il senso
profondo della “missione” in un mondo dove a
volte prevalgono confusione, incompetenza e
qualunquismo. C’è qualcosa di molto importante
che Fantoni ti trasmette: sicurezza, a ragion
veduta, scienza e attenzione all’uomo insieme, la
testa e il cuore di chi soffre ne hanno tanto bisogno. Ho passato due domeniche al Gemelli e ho
partecipato a due messe cantate. Scatta la mia
solita emozione che mi placa e ricarica. «Speranza, dovete trasmettere speranza e spiegare la crisi
in famiglia impedendo alle nonne e ai nonni di
continuare a viziare i nipoti» mi dice il cardinale,
Edoardo Menichelli, che ha lasciato il posto a
Chieti al nostro Bruno Forte e celebra la messa al
Gemelli. Vuole dirmi che il mondo dei nonni non
c’è più e fanno male loro a fare finta di nulla con i
nipoti, vuole dirmi che i genitori hanno il dovere di
spiegare ai figli come stanno le cose, ma devono
anche custodire la gioia delle famiglie per continuare a trasmettere speranza. Sento che ha ragione e, liberato dal peso di questi giorni, so che mi
sarà più facile farlo. In fondo, lo devo anche al
Gemelli, scuola di medicina e di umanità, e al mio
amico Gaetano.
roberto.napoletano@ilsole24ore.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

inedito di levi a pag. 27
«I tedeschi sapevano? Perché lei
non è fuggito? Ha perdonato? ...» In
un dattiloscritto inedito del 1976 le
domande cui Primo Levi avrebbe
voluto rispondere a una conferenza. Sergio Luzzatto a pag. 27

con il commento tratto dalla prima sceneggiatura.
Le scene che in tal modo si succedono davanti agli
occhi dello spettatore, oltre a provocare un senso di
inorridita repulsione verso una simile evidente testimonianza di disprezzo per gli stessi primordiali
valori di umanità, propongono difficilmente sondabili interrogativi sulle responsabilità individuali e
collettive di fronte all’esercizio del male; sul rapporto tra autorità statale e cittadini; sulla capacità di
un’ideologia e di una fede cieche di lacerare le coscienze trascinandole in uno smarrimento di sé, che
sa di abdicazione totale all’uso critico della ragione,
cioè all’abdicazione stessa dall’ essere uomini.
Ecco allora le scene terribili dei soldati tedeschi
obbligati a gettare nelle fosse comuni i miseri resti
dei prigionieri lasciati morire di fame, che paiono
svolgere tale compito con meccanica impassibilità.
Ecco il confronto (sul quale Hitchcock pare insistesse molto) tra quanto accadeva nei campi e lo scorrere
sereno della vita degli abitanti dei luoghi circostanti.
Ecco, ancora, il bruciare dei forni, i cumuli di ossa, i
folli esperimenti genetici posti in atto, fino al puntiglioso recupero dei vestiti dei prigionieri, predisposti per un ordinato burocratico riutilizzo per i successivi ingressi, in immagini non meno deprimenti,
sotto il profilo morale, di quelle riguardanti i primi
piani dei cadaveri.
Ecco, soprattutto, gli sguardi dei vivi fra tante
morti: impossibilitati ormai a esprimere alcunché,
neppure la riconoscenza per i “salvatori”, negata
dalla forzata perdita di ogni sensibilità verso quanto
appartenesse alla sfera delle umane relazioni. Ma
poi ritornano antiche emozioni perdute - ed è momento particolarmente coinvolgente del film quando vengono dati ai sopravvissuti i vestiti per ricoprire le loro abbruttite nudità: pare che un simile
gesto, un tempo naturale, riportasse alla vita; a una
normalità capace di scacciare, ancor meglio del fragore delle armi, anche di quelle soccorritrici, i neri
fantasmi della malvagità, del dolore, della consunzioni dei corpi e delle anime.
Certo con questi fotogrammi il cinema mostrava
per la prima volta al mondo incredulo la prova inconfutabile di un oscuro potere del male, cui popoli interi finivano per soggiacere. E c’era la speranza chiaramente espressa che questa visione esorcizzasse altre
consimili tragiche esperienze. La storia dell’intero
secolo scorso e di questo inizio di millennio ci dimostra che così non è stato e non è e che si finisce magari
per assuefarci a queste rappresentazioni raccapriccianti. Eppure non si deve perdere la speranza che il
riscoprire la concreta visione di tali realtà ci porti tutti a risvegliare coscienze capaci di trovare il necessario equilibrio tra ragione e sentimento, unica strada
per una civile convivenza dell’umana collettività.
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24

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

Né capo né coda | Palindromi di Marco Buratti

Luoghi e persone

Dalla nostra corrispondente in Francia
ALL’ELISEO: CINICI VILI VICINI, COESI.
LELLA

il bicentenario della battaglia

Napoleone ritorna a Waterloo
Per tre giorni il Belgio ha celebrato
l’anniversario dello storico scontro
con una ricostruzione degli avvenimenti
dal sapore di manifestazione turistica
di Beda Romano

M

olti penseranno che
nell’organizzare una
fastosa ricostruzione
della Battaglia di Waterloo le autorità belghe abbiano voluto ricordare i duecento anni della fine dell’impero napoleonico. Altri sosterranno che è
stato il tentativo spregiudicato di fare di
una commemorazione storica una manifestazione turistica. Altri ancora, con malizia, si chiederanno se il Belgio non abbia
sottilmente stuzzicato l’amor proprio
francese, ancora malmenato dalla sconfitta dell’imperatore. In realtà, con le celebrazioni organizzate in quella che Victor
Hugo definì «una piana desolata», il Belgio ha anche celebrato se stesso.
Poco importa, agli occhi di molti belgi,
se il Congresso di Vienna stabilì che l’attuale Belgio sarebbe diventato olandese.
Se il piccolo Paese vide la luce quindici anni
dopo, nel 1830, è perché bisognava isolare
la sempre minacciosa Francia con uno stato-cuscinetto su cui continua a pesare il
giudizio di Talleyrand: «Duecento protocolli non ne faranno mai una nazione».
Mentre non passa giorno senza che il Paese

debba fare i conti con le sue divisioni linguistiche, i suoi contrasti comunitari, Waterloo è una occasione per celebrare una
difficile unità nazionale.
«La Battaglia di Waterloo – spiega
Etienne Claude, direttore dell’ente chiamato a organizzare le celebrazioni di questo mese – è la culla dell’Europa moderna e
una delle chiavi dell’esistenza del Belgio.
Senza Waterloo non avremmo il Belgio,
come lo conosciamo oggi». Le autorità
hanno organizzato nei giorni scorsi una ricostruzione dei sanguinosi avvenimenti di
due secoli fa su un periodo di tre giorni, dal
18 al 20 giugno. All’appello c’erano 6mila
figuranti, 100 cannoni, 300 cavalli, 3.500
chili di polvere da sparo.
In questi mesi, il Paese ha vissuto al ritmo
delle celebrazioni. Il quotidiano «La Libre
Belgique» ha dedicato ogni settimana una
pagina agli avvenimenti del 1815. La rete televisiva nazionale Rtbf ha appena trasmesso in prima serata una serie di documentari
storici. Le librerie sono state rifornite di
vecchie e nuove biografie di Napoleone, così come di precisi resoconti della battaglia.
A Waterloo, i musei sono stati ristrutturati
e ammodernati. La coreografia è stata pre-

ricostruzione |Sul campo di battaglia 6mila figuranti, 300 cavalieri con altrettanti cavalli, 100 cannoni e 3500 chili di polvere da sparo

parata nei suoi minimi dettagli, anche perché erano attesi più di centomila spettatori.
«Semplice divertissement», ha dichiarato non senza ragione Anne Morelli, professore dell’Université Libre de Bruxelles. Ma
c’è anche, soprattutto nella parte francofona del Paese ma anche in quella fiamminga,
il desiderio di cavalcare il significato politico di Waterloo. Curiosamente, lo fecero

persino i tedeschi nel 1914 quando in un appello alla popolazione belga giustificarono
l’invasione del piccolo regno «ricordando i
giorni gloriosi di Waterloo quando gli eserciti tedeschi contribuirono a fondare l’indipendenza e la prosperità» del Paese.
Gli ultimi mesi sono stati l’occasione per
il Belgio di ricordare quanto il Paese debba
al periodo napoleonico, tanto ai successi di

Stefano Biolchini, Antonia
Bordignon, Marco Carminati,

direttore responsabile

caporedattore

in redazione

Roberto Napoletano

Armando Massarenti

Francesca Barbiero, Cristina Battocletti,

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Bonaparte quanto alla sua ultima disfatta.
Dall’imperatore, il Paese ha ereditato tra le
cose il codice civile e il liceo. Bruxelles, in
particolare, gli deve la salvaguardia del Castello di Laeken, oggi residenza della famiglia reale, che ai tempi stava rischiando il
degrado, ma anche il restauro del Théâtre
de la Monnaie. Più in generale, in un Paese
che stenta a distinguersi dai suoi vicini lin-

Eliana Di Caro,
Lara Ricci, Stefano Salis

guistici, Francia e Olanda, che tendono ad
assorbire le glorie belghe, Waterloo per la
sua localizzazione geografica è parte indiscutibile del patrimonio nazionale.
Ciò non significa però che la battaglia
del 1815 non sia stata nei secoli fonte di
contrasti tra francofoni e fiamminghi. Voluto da Guglielmo I d’Olanda per celebrare
la vittoria di inglesi, olandesi e prussiani
contro la Francia, il leone di bronzo che sovrasta la pianura su una collina artificiale
rischiò nel 1832 la distruzione. Ritenendolo una offesa contro la Francia, un deputato
vallone, Alexandre Gendebien, volle convincere il nuovo Parlamento belga di demolirlo. Senza successo. «Le Belge», un
giornale dell’epoca, francofono per di più,
scrisse: «I monumenti sono dei libri di storia all’uso dei popoli. Rispettateli se volete
fondare una nazione».
In questo senso va capito il desiderio delle autorità belghe di coniare una moneta
per ricordare il centenario della battaglia.
Tre mesi fa, il governo belga chiese ai suoi
partner europei l’autorizzazione di poter
creare una moneta da due euro. Ancora ferita dalla sconfitta, la Francia si oppose; ma
da allora l’ingegno belga ha avuto la meglio.
Il ministero delle Finanze si è ricordato di
una norma europea che consente a qualsiasi Paese di coniare monete purché abbiano
un valore irregolare. La zecca belga ha
quindi coniato centomila monete celebrative, da due euro e mezzo l’una.
In fondo a poco meno di duecento anni
dalla sua fondazione e nonostante una retorica secessionista al Nord e slogan regionalisti al Sud, il Belgio ha una sua vena
nazionalista. Incredibilmente, sia valloni
sia fiamminghi si riconoscono insieme
negli edifici Art nouveau di Victor Horta,
nei dipinti di James Ensor e di Jan Van
Eyck, nel surrealismo di René Magritte,
nei romanzi di Georges Simenon, nei fumetti di Hergé e Edgar P. Jacobs, nelle canzoni di Jacques Brel. E in una battaglia di
due secoli fa nella quale soldati belgi combatterono sui due fronti e il cui teatro naturale è protetto da una legge del 26 marzo
1914 approvata con 95 voti a favore, cinque
contro e tre astensioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

redazione grafica

art director

Cristiana Acquati

Francesco Narracci

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

Martedì Stanlio & Ollio

In edicola martedì 23 con il Sole 24 Ore
la terza uscita della collana Antologia
della risata con il film I figli del deserto
con Stanlio e Ollio a 0,50 centesimi
oltre al prezzo del giornale.

Racconti d’autore: Paura di Zweig
In edicola questa domenica con Il Sole 24 Ore La
pista di campagna dello scrittore noir
Massimo Carlotto, a 50 centesimi oltre il prezzo
del quotidiano. Domenica 28 giugno sarà la volta
di Paura di Stefan Zweig.

Terza pagina

elzeviro

luca serianni

Nei tuoi panni? No, grazie

Storie
gloriose
dell’italiano

COURTESY OF THE MARINA ABRAMOVIC ARCHIVES AND GALLERIA LIA RUMMA MILANO/NAPOLI

L’empatia o capacità
di entrare in risonanza
con le emozioni altrui
è solo un miraggio.
In realtà non possiamo
uscire da noi stessi
di Gilberto Corbellini
e Elisabetta Sirgiovanni

E

mpatia: una parola ormai in
bocca a tutti. È inspiegabilmente il fiero marchio di
commistione tra scienze
umane e scienze sperimentali, soprattutto in ambiti clinici e sociali. La cosiddetta medicina narrativa si regge solo sull’assunto che l’empatia sia qualcosa di reale. Un istrione come Jeremy Rifkin – e non lui solo - anela a
una civiltà dell’empatia. Sic! Ma, secondo i
contesti e di chi lo usa, il termine ha i significati più disparati, molti dei quali oscuri.
Di cosa si sta allora parlando? Anche volendo limitarci alla ristretta accezione con
cui compare nella letteratura specialistica,
cioè la capacità di entrare in risonanza con
le emozioni di un altro, l’empatia, noi pensiamo, non esiste. Certamente non per come l’hanno immaginata fenomenologi e
psicoanalisti dalla sua comparsa, tardiva,
nella storia del pensiero, con Robert Vischer e il concetto di Einfühlung nel 1873,
ripreso dallo psicologo Theodor Lipps e
tradotto con empathy dal britannico Edward Titchener. A seguire l’opera di Husserl e Edith Stein, Heidegger e MerleauPonty all’inizio del XX secolo, fino ai loro
epigoni recenti.
Che l’empatia è un miraggio, l’ennesimo, ci preme comunicarlo soprattutto ai
neuroscienziati, - loro più di altri avrebbero dovuto già capirlo! – e sconsigliarli dall’usare concetti filosofici “ad ombrello”
solo perché di uso comune e dal tono erudito, quando sono in realtà ambigui e fuorvianti. Questo non vuol dire che neghiamo
che ci si possa sintonizzare emotivamente, provare compassione, pietà, solidarietà, amore, etc. David Hume e Adam Smith a
metà del Settecento identificavano in tutto
questo la base della moralità e lo chiamavano simpatia, termine che nell’antichità
indicava armonia cosmica e oggi ha un significato più vicino a gioia o attrazione per
qualcuno, e che serve all’approvazione sociale (E. Lecaldano, Simpatia, Raffaello
Cortina, 2013). Ma ciò che il concetto di empatia vorrebbe descrivere va oltre, significa superare se stessi per indossare i panni
degli altri (è un sentire dentro, non un sentire con – si dice). Ma questo è qualcosa di
impossibile. Oltre che non proprio desiderabile. Per quanto proviamo a immedesimarci in un pipistrello o in Bill Gates, la verità è che come è il loro mondo interiore
per loro non lo sapremo mai. Ognuno di
noi può immaginare qualcosa solo sulla
base dei suoi ricordi e del suo sentire, che è
l’incontro specifico tra geni, strutture
neurali e esperienze individuali: non possiamo uscire da noi stessi. Ed è anche meglio non provarci, se si vuole evitare di farci
o fare del male.
Sarà sempre il mio dolore, il mio piacere, il mio disgusto, pur evocato da quello

ni ed emozioni degli altri perché abili manipolatori e seduttori. Sanno anche fingerle, ma spesso si tradiscono. Fanno tutto
ciò che è in loro potere per ottenere ciò che
reputano piacere o guadagno. Se non ci
riescono, se ne fregano di vedere soffrire.
Tutto qua. Quello che manca loro, ci dicono le neuroscienze, è uno spettro di emozioni, tra cui paura e tristezza, che sono alla base di vergogna e senso di colpa. Dall’altro abbiamo chi è affetto da autismo,
una grave forma di isolamento sociale, che
non riesce a comprendere intenzioni e
emozioni, non capisce i sottintesi, i giochi
di parole e non conosce il «mondo interno» o non sa bene che farne; ha cioè problemi nella mentalizzazione, ma questo
non lo spinge ad atti violenti (almeno non
di regola). E se fossero questioni diverse?
Le neuroscienze distinguono allora tra
empatia cognitiva ed emotiva: agli autistici mancherebbe la prima, agli psicopatici
la seconda. Circa dieci anni fa Simon Baron-Cohen and Sally Wheelwright concepivano un celebre Test di Quoziente Empatico. L’empatia cognitiva sarebbe la capacità di spiegare e interpretare le emo-

Ognuno di noi può immaginare
qualcosa solo in base ai suoi
ricordi e al suo sentire che è un
incrocio tra geni, strutture
neurali, esperienze individuali

guardarsi negli occhi | «Marina Abramović and Ulay Rest Energy performance» / polaroid
ROSC, Dublin / Amsterdam 1980 (@ Marina Abramović and Ulay «Rest Energy with Ulay», 1980)
che siamo in grado di leggere nell’altro.
Perfino Stanislavskij e Strasberg – con
buona pace per le chiacchiere a vuoto che
oggi si fanno sull’empatia nelle rappresentazioni teatrali – la chiamavano memoria emotiva/sensoriale. Se siamo bravi attori, riusciremo a ingannarci al punto

il graffio

Cosa starà pensando
Ferrante dello Strega?
Entrata per il rotto della cuffia in
cinquina, Elena Ferrante, dopo aver
espresso giudizi non proprio lusinghieri sullo Strega, per una sorta di attiva
rassegnazione della giuria e dell’intellighenzia che ruota intorno al premio,
sembra proprio la super favorita. Se
vincerà proprio colei che ne aveva
descritta la pochezza in maniera
sprezzante, avrà fatto il miracolo di
redimere lo Strega dalle bassezze che
lei stessa gli attribuisce. Cambierà
dunque opinione?

25

tale da ingannare gli altri, ma questa è
un’altra storia. E c’è di più: quello che
chiamiamo empatia può essere ben descritto dall’esercizio di una serie di altre
capacità; ad esempio, regolazione emotiva e mentalizzazione. C’è poi chi sostiene
come lo psicologo di Yale Paul Bloom
(spesso anche su quotidiani di larga diffusione come il New York Times), o il filosofo
Jesse Prinz, che neanche serve a farci
comportare meglio, o che può addirittura
essere moralmente controproducente.
Come scriveva anche Hume, il contagio
emotivo può portare sia al vizio sia alla
virtù. Immaginate un medico che provi la
stessa ansia di un paziente che sta per essere operato o la disperazione di uno che
ha paura di morire: sarebbe un pessimo
medico, perché questo potrebbe impedirgli di curarli. Averne compassione sì,
provare simpatia nel senso di dare un segnale di apprezzamento e comprensione
per la condizione, ma con una necessaria
distanza. Per Bloom certe forme di rabbia, reazione tanto bistrattata, hanno effetti migliori e ci permettono di provare il
senso di giustizia. Quindi perché non fare
a meno dell’empatia?
L’empatia non si capisce neanche cos’è.
Due disturbi lontanissimi tra loro testimonierebbero cosa significa esserne privi. Da
un lato gli psicopatici - nelle forme più gravi serial killer, stupratori, cannibali - i quali
sono in realtà bravissimi a capire intenzio-

zioni degli altri, praticamente la teoria
della mente (ne avremmo un’altra per i
pensieri?). L’empatia emotiva permetterebbe invece di condividere le emozioni di
un altro. Queste due capacità, una di contagio emotivo l’altra conoscitiva-riflessiva, si ritiene condividano strutture neurali, come l’insula anteriore sinistra, ma che
dipendano anche da aree più specifiche:
più limbiche quella emotiva, più frontali la
cognitiva. La correlazione con i comportamenti specifici e le risposte ai compiti psicologici che dovrebbero rilevarle non è
chiara. Il legame con socialità e altruismo
ancora meno. Le persone a volte si comportano perfino in modo più altruistico del
previsto, perché sacrificano più denaro
per ridurre il dolore provocato da scariche
elettriche a sconosciuti, che a se stessi
(Crockett et al., PNAS, v. 111, n. 48, 2014).
Anche in maniera imperfetta e instabile,
però quanto più il contesto è incerto, tanto
più tendono a dar peso al dolore degli altri.
Se prendiamo un antidepressivo, poi, danneggiare gli altri ci è maggiormente inaccettabile.
Dobbiamo dunque impietosirci per essere più morali? Per Adam Smith, pietà e
compassione non servono, né il mero
contagio emotivo è sufficiente. La simpatia è il segnale di approvazione dell’altro.
E almeno da Galeno fino ai primi classici
di etica medica di fine Settecento la simpatia era la principale qualità morale richiesta a medico nei riguardi del paziente. E ancor più, simpatizzare è un patto reciproco, in cui ci si riconosce e si mette in
gioco la fiducia. Bastano 100 millisecondi
per fare questa scelta con uno sconosciuto. La fiducia, però, è un gioco delle parti,
e non è stare sullo stesso piano. Tanto più
se con figure a cui affidarsi, come familiari, medici o avvocati. Sull’efficacia e sui risultati, va detto, non ci sono per niente garanzie. E questo perché notoriamente
esageriamo nel credere che gli altri pensino e sentano proprio come noi.
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filosofia minima

La Magna Carta
e i topi liberali
di Leopardi
di Armando
Massarenti

di Lorenzo Tomasin

R

ecentemente, Vittorio Coletti
ha scritto che «se la lingua italiana fosse in salute quanto lo
sono gli studi sulla sua storia,
la sua grammatica e il suo vocabolario,
sarebbe la lingua più florida del mondo». E se l’affermazione di uno storico
della lingua potrebbe passare per sospetta di parzialità, è un filologo romanzo, Roberto Antonelli, ad aver osservato che «oggi se c’è una disciplinaregina per l’ambito nazionale linguistico-letterario non comparatistico, è
certamente la Storia della lingua italiana». Sarà anche per questo che la collana delle Prime lezioni con cui Laterza
rinnova l’antica tradizione editoriale –
non solo italiana – dell’iniziazione sintetica a una grande materia di studio,
ha scelto di aggiungere alla Prima lezione di grammatica già offerta qualche
anno fa, una Prima lezione di storia della lingua italiana, affidando entrambe
a Luca Serianni. La disciplina riceve
così un’ulteriore messa a fuoco, da
prospettiva diversa e complementare.
In questo nuovo volumetto, di cui non
si perde un solo paragrafo, anzi una sola riga, Serianni si muove nel triangolo
descritto da tre vertici concettuali. Primo, la comparazione sistematica dell’italiano con le altre grandi lingue
d’Europa – in primis le sorelle neolatine – che ne valorizza l’integrazione
culturale europea e al tempo stesso le
peculiarità storiche e strutturali (centrale, e ben fondata, la persuasione di
una maggiore stabilità dell’italiano letterario e del suo continuatore attuale,
la lingua in cui sto scrivendo, rispetto
alla mutevolezza di altre lingue vicine).
Secondo – ed è l’altra faccia della stessa
medaglia –, il legame decisivo e ininterrotto con il latino, che è ben più di un
remoto antenato rimasto solo tra le
pieghe più recondite del suo DNA: se in
qualche misura lo si può dire per tutte
le varietà romanze, per l’italiano vale
in massimo grado la qualifica di latino
dei nostri giorni, che costantemente richiama al confronto con le sue radici
linguistiche e alla comparazione basata sulla lingua madre. Detto in termini
poco più tecnici, non si dà storia della
lingua senza linguistica storica e comparativa. Terzo, il nesso inestricabile
tra storia della lingua e filologia, cioè
attenzione puntuale a quelle che, per
secoli, sono le nostre uniche fonti: i testi, con la loro materiale e problematica storicità, e con la loro capacità – se
opportunamente interrogati – di darci
preziose indicazioni anche sulla storia
della lingua parlata nei secoli passati.
All’impressione possibile che la storia
della lingua non sia né vera storia, né
vera linguistica, la lettura di un libro
così breve ma così denso fa sorgere il
sospetto che essa in realtà sia tutte e
due le cose assieme: e perciò sia così
adatta a una lingua carica di storia – dai
tempi dei poeti siciliani a quelli dei moderni semicolti – qual è l’italiano.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Luca Serianni, Prima lezione di
storia della lingua italiana, Laterza,
Roma-Bari, pagg. 190, € 13,00

@Massarenti24

T

re modi per festeggiare gli 800
anni della Magna Carta: 1) recarsi
in pellegrinaggio a Londra a
vedere la mostra alla British
Library (considerato che, Carta o non
Carta, andare a Londra fa sempre sentire
più liberi); 2) procurarsi il testo riproposto
anni fa da liberilibri di Aldo Canovari, con
un’esaustiva introduzione di Alessandro
Torre, e una volta ripassate garanzie,
contropoteri, habeas corpus, libertà fondamentali, riderci un po’ su. Dunque: 3)
rileggersi quel nostro genio nazionale che
sapeva fare dell’ironia persino sui valori in
cui massimamente credeva, Giacomo
Leopardi, che nei Paralipomeni della Batracomiomachia si diverte a raccontare dei
topi (i liberali dei moti napoletani) sconfitti
dalle rane-pontificie e dai granchi-austriaci, che hanno eletto su base costituzionale
il re Rodipane. «Novella monarchia fu per
comando / del popol destinata al lor
governo: / una di quelle che temprate in
parte / son da statuti che si chiaman
carte». Si parla proprio della Magna Carta!
«Se d’Inghilterra più s’assomigliasse / allo
statuto o costituzione, (...) / con parlamenti o corti alte o pur basse, / di pubblica o di
regia elezione, / doppio o semplice alfin,
come in Ispagna, / lo statuto de’ topi o
carta magna, / da tutto quel che degli
antichi ho letto / dintorno a ciò, raccor non
si potria. / Questo solo affermar senza
sospetto / d’ignoranza si può né di bugia, /
essere stato il prence allora eletto / da’ topi,
e la novella signoria, / quel che, se in verso
non istesse male, / avrei chiamato costituzionale». È un ridere alto, un ridere amaro,
quello di Leopardi. I granchi reprimeranno
questo regime costituzionale, e lo «statuto
dei topi o carta magna», costringendo i
topi liberali alla fuga. Però a Leopardi non
manca mai un barlume di speranza,
persino per la nostra povera, illiberale
Italia: «L’Inghilterra in dispetto del suo
clima (..) appartiene oggi piuttosto al
sistema meridionale che al settentrionale
– scrive nello Zibaldone nel 1821 –. Essa ha
del settentrionale tutto il buono (l’attività,
il coraggio, la profondità del pensiero e
dell’immaginazione, l’indipendenza, ec. ec.)
senz’averne il cattivo. E così del meridionale ha la vivacità, la politezza, la sottigliezza (attribuita già a’ Greci: v. Montesquieu Grandeur etc.) raffinatezza di
civilizzazione e di carattere (a cui non si
trova simile se non in Francia o in Italia),
ed anche bastante amenità e fecondità
d’immaginazione, e simili buone qualità,
senz’averne il torpore, la inclinazione
all’ozio o alla inerte voluttà, la mollezza,
l’effeminatezza, la corruzione debole,
sibaritica, vile, francese; il genio pacifico
ec. ec. (...) Tutto ciò verrà forse da altre
cagioni, ma forse anche dal loro governo e
costituzione politica». A noi italiani, per
dare il meglio in ogni campo, forse basterebbe riavvicinarci un po’ alle libertà
inglesi e alla loro “tradizione”. «A un gran
fautore della monarchia assoluta che
diceva, “La costituzione d’Inghilterra è
cosa vecchia e adattata ad altri tempi, e
bisognerebbe rimodernarla”, rispose uno
degli astanti, “È più vecchia la tirannia”».
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etica e musica

Il Jazz come maestro di vita
di Arnold I. Davidson

Q

uando si vede il titolo Etica del
jazz, si pensa subito a una filosofia della musica. Devo dirvi,
però, che a me non importa così
tanto la filosofia della musica, ma la filosofia nella musica…
Da un certo punto di vista la mia conferenza gravita intorno a due citazioni e
può essere intesa come un commento/
interpretazione di questi due pensieri.
La prima proviene da un dibattito, inedito in italiano, con Michel Foucault,
svoltosi nel 1983 presso l’Università di
California a Berkeley. Si tratta di una discussione sull’idea di sé:«[. . .] non ho
mai detto che l’individuo doveva sviluppare se stesso. Ho tentato di mostrarvi
che il sé si costituisce. I rapporti con se
stessi si costituiscono attraverso pratiche diverse, tecniche diverse, ecc., che
sono caratteristiche dell’etica. Che cos’è
l’etica? Credo che sia la maniera in cui i

soggetti costituiscono loro stessi in
quanto soggetti morali nelle loro attività, nelle loro azioni, ecc. Il problema
quindi non è di sviluppare il sé ma di definire quale tipo di rapporto con se stessi
è in grado di costituirsi in quanto soggetti etici. Non si tratta dello sviluppo
del sé, ma del problema della costituzione del sé [. . .]».
La seconda citazione è un aneddoto
sul sassofonista Lester Young, raccontato da Derek Bailey nel suo libro Improvvisazione: «Uno dei suoi ammiratori, un tenorista il cui stile si basava
esclusivamente su quello di Lester, andò in pellegrinaggio ad ascoltare il suo
idolo. Young, musicista dalla bellissima
imprevedibilità, molto rara nel jazz,
quella sera fece una performance per
niente caratteristica. Il discepolo, infuriato, gli gridò: “Tu non sei tu, io sono
te”».
Comincio dall’idea di Foucault che il
sé non è da sviluppare ma da costituire.
Vediamo subito il contrasto fondamentale tra la scoperta del sé e la creazione sassofonista | Lester Young (1909-1959)

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del sé, o meglio vediamo due concezioni
del fondamento dell’etica: l’etica come
la scoperta del vero sé o l’etica come la
creazione di un sé. Nell’etica di Foucault
il concetto di “vero sé” è sempre fuorviante. Potete forse intravedere perché
l’atto creativo di improvvisare se stessi è
così centrale a una certa idea di etica.
Se pensiamo un attimo alla divertente, ma filosoficamente profonda, storia
su Lester Young, cogliamo meglio il pericolo dell’idea di vero sé. L’ammiratore
di Young era convinto di aver scoperto il

Suonare in una band somiglia
alla «cura di sé» di cui parlava
Foucault: è un’attività
individuale che va svolta
in un contesto sociale
vero sé di Young. Non aspettandosi la
sua imprevedibilità e creatività, sembrava a questo imitatore che Young
avesse tradito se stesso, cioè che Young
non avesse messo in mostra il suo vero
sé. Da questa prospettiva, il grido “tu
non sei tu, io sono te” è senza dubbio
giustificato. Il “vero sé” di Young sarebbe stato manifestato dall’imitatore e
non dal suonare atipico di Young.

Un dettaglio concettuale di questo
aneddoto è da notare. La versione originale in inglese comincia: «One of his admirers…»; la traduzione italiana, invece,
dice: «Uno dei suoi imitatori…». Allora
l’ammiratore diventa un imitatore. A
mio parere non dobbiamo dire che la
traduzione è sbagliata; in effetti è molto
diffusa l’idea che l’ammirazione per
qualcuno si dimostri attraverso l’imitazione della persona. La maniera migliore, quindi, di mettere in evidenza la tua
ammirazione è di imitare quello che ti
attira: l’imitazione è il segno dell’ammirazione, come se seguire qualcuno significasse fare ciò che fa lui. Ciononostante, se la persona che è la fonte della
nostra ammirazione è un educatore,
una figura che ci dà la possibilità di
orientarci, l’imitazione non è il gesto
giusto. L’imitatore non manifesta quello che ha imparato dal suo modello, la
sua individualità svanisce e diventa una
copia, non un originale, non un creatore. Lo scopo dell’educazione è davvero
quello di fabbricare copie? Tutto sommato dobbiamo ricordarci che imparare
non vuol dire imitare, è piuttosto l’inizio
di una nuova capacità di inventare.
Senz’altro la creazione non è mai ex
nihilo. Lo sfondo della creazione di se
stessi è l’educazione di se stessi. La cura di sé è sempre inserita in un conte-

sto sociale, è un’attività individuale
ma non solipsistica. Nel terzo volume
della Storia della sessualità, parlando
dell’età dell’oro antica della cultura di
sé, Foucault ribadisce che l’attività
consacrata a se stessi «costituisce non
un esercizio della solitudine, ma una
vera e propria pratica sociale». Per
quanto riguarda la pratica filosofica,
al centro di questa dimensione sociale
si trova l’educatore, ovvero qualcuno
da cui impariamo a vivere…
E nell’educazione degli adulti, qual è
il ruolo dell’arte? Il trombettista straordinario Lester Bowie ha affermato: «Gli
artisti insegnano alla gente come vivere». Allora l’estetica è anche un’arte di
vivere. Non so se ogni arte può insegnarci così, ma l’improvvisazione nel
jazz è una lezione, non di informazione
ma di formazione. Che cos’è l’arte di vivere jazzisticamente?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Improvvisare se stessi. Etica del jazz
è il titolo della conferenza che il
nostro collaboratore Arnold I.
Davidson terrà Venezia il 27 giugno,
alle 20,30, al Teatro La Fenice
nell’ambito della manifestazione
Identità, differenze, conflitti: cinque
meditazioni filosofiche, a cura di
Luigi Perissinotto.

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26

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

Sabato 11 luglio il premio Cetonaverde poesia

Sabato 11 luglio a Cetona (Siena) sarà consegnato il premio Cetonaverde
poesia, nato per volontà di Mariella Cerutti Marocco (nella foto). Il vincitore
del premio internazionale alla carriera sarà scelto tra Antonella Anedda,
Paul Muldoon e Adam Zagajewski. L’altra sezione del premio è dedicata ai
giovani poeti, nati dopo il 1980 (www.cetonaverdepoesia.org )

Letteratura
parola di libraio
I più venduti
narrativa

2 la lista della spesa
Carlo Cottarelli, Feltrinelli, Milano
pagg. 203, € 15,00

1 lo cunto de li cunti
Giambattista Basile, Garzanti, Milano
pagg. 1.065, € 24,00
2 il regno
Emmanuel Carrère, Adelphi, Milano
pagg. 428, € 22,00

Cosa consiglia

saggistica

2 quando siete felici, fateci caso
Kurt Vonnegut, minimum fax, Roma
pagg. 107, € 13,00:«Parole fuori dal coro. Imperdibile»

1 doppio scatto
Silvio Perrella, Bompiani, Milano
pagg. 490 € 19,00

1 napoli ’44
Norman Lewis, Adelphi, Milano
pagg. 244, € 11,00:«La città come un inglese la sa
raccontare: un gioiello»

info

Libreria Ubik, via Benedetto Croce 28, Napoli.
Tel. 081 4203308.
Superficie: 200 mq. Titoli: 28000
Responsabile: Gino Mauro
Sembra di esserci, nel dedalo di vie di Spaccanapoli: sedi dell’Università, magnifici monumenti, pasticcerie storiche e questa libreria nata dalla
passione di Tommaso Sinigallia e Marta Herling, nipote di Benedetto Croce. Turisti, residenti, docenti e giovani lettori si affidano per le loro
scelte a uno staff di librai di ottima scuola, in un
crocevia di storie e saperi.
a cura di Enza Campino
© RIPRODUZIONE RISERVATA

tamburino

cover story

_ Roma

Storie di design, libro di design

Mercoledì 24 giugno alle 19, alla Casa delle letterature in piazza
dell’Orologio, incontro con gli autori finalisti del Premio
Viareggio-Rèpaci 2015: per la narrativa Paola Capriolo, Mi
ricordo (Giunti), Antonio Scurati, Il tempo migliore della nostra
vita (Bompiani), Maurizio Torchio, Cattivi (Einaudi); per la
poesia: Franco Buffoni, Jucci, (Mondadori), Luigi Fontanella,
L’adolescenza e la notte (Passigli), Giovanni Parrini, Valichi
Moretti & Vitali; per la saggistica Massimo Bucciantini, Campo
dei Fiori (Einaudi), Elio Gioanola, Manzoni. La prosa del mondo
(Jacabook); Vincenzo Trione, Effetto città. Arte Cinema
Modernità (Bompiani). Presentano Maria Pia Ammirati, Ennio
Cavalli, Giuseppe Leonelli, Gabriele Pedullà
(www.festivaldelleletterature.it).

C’è il tocco, inconfondibile, di Leonardo
Sonnoli (osservate il lettering, che è una
firma) in questo raffinato libro sulla storia,
le storie di design di Zanotta. I testi di Beppe
Finessi, impeccabili, raccontano gli oggetti
e i progetti, le immagini, l’impaginazione,
la copertina telata, l’uso perfettamente
azzeccato dei fondi colore nelle foto rendono questo catalogo-alfabeto esso stesso un
perfetto oggetto di design. Nella prossima
edizione, prima della «Lipari» di Sottsass,
aggiungere la voce «Libro». Questo. (s.sa.)

d.h. lawrence

corpo e letteratura

Mortiferi incantamenti

Che svolta La Francia,
in quei nudi un ritratto
a parole
amaro

Suggestioni wagneriane
e nefasti presagi
avvolgono la fuga
d’amore di Siegmund
e Helena, protagonisti
di «Il trasgressore»
di Renzo S. Crivelli

U

n suono di corno giunge dal mare. Le onde bianche e nere si agitano sulla scogliera a strapiombo dell’Isola di Wight, nell’Inghilterra del sud. Un suono di
presagi. C’è la nebbia che appare
come un’inquietante tregua fra la luce delle onde
eilgrigioredellaspiaggiaacciottolata.Sembraun
segno della collera di Wotan, un angosciante annuncio dell’arrivo del drago di Sigfrido…Qui abbiamo uno degli scenari simbolici più belli di Il
trasgressore, il secondo, non notissimo, romanzo
di D.H. Lawrence, lo scrittore inglese più provocatorio, cantore dell’istinto puro e del primato
della sessualità in amore (basti pensare a Donne
innamorate o al controverso e censurato L’amante di Lady Chatterley).
Più oltre, in quel paesaggio marino selvaggio dove due amanti (il violinista Siegmund e la
sua giovane allieva Helena) s’attardano ad
ascoltare l’incanto della natura, ecco giungere,
oltre i faraglioni chiamati The Needles, i richiami intermittenti d’una sirena costiera. Sembrano note, in una struggente scala cromatica,
che l’uomo e la donna, in un raffinato gioco metaforico, interpretano come un motivo («mi, fa,
fa diesis») del Tristano e Isotta di Wagner. Due
momenti “musicali” che indirizzano il lettore
di questa delicatissima narrazione intrisa di romanticismo esasperato verso un velato, costante, presagio di morte che aleggia nelle
menti dei due personaggi: lui trentottenne,
sposato infelicemente con Beatrice, madre dei
suoi quattro figli, musicista; lei ventiseienne,
invaghita d’un uomo “trasgressivo”, capace di
farla vibrare di desiderio e di poesia.

La storia di Siegmund e Helena si svolge nell’arco di pochi giorni, quando danno corpo (letteralmente, potremmo dire) alla loro relazione attraverso una fuga segreta da Londra fino all’Isola
di Wight (luogo d’incantamenti dove rivivono
tutte le suggestioni wagneriane del Tristano e di
Sigfrido). Lì si compiono due percorsi psicologici
paralleli: da una parte l’ansia di vita e di abbandono di Helena, ancora acerba e incline a donarsi
per un alto ideale di comunione spirituale, e dall’altra il cupo senso di colpa di Siegmund per un
matrimonio distrutto e la certezza che questa
“trasgressione” non porti ad altro che al tragico
fallimento della sua esistenza borghese (tornato
in famiglia, si impiccherà nella disillusione). In
questo romanzo del 1912 Lawrence, dopo il primo successo del Pavone bianco, si cimenta nell’analisi dei percorsi sotterranei che presiedono
alla passionalità umana, analizzando in modo
spietato lo scontro — fatale infine — fra un rapporto idealizzato (fatto, come si è visto, d’una costante referenzialità wagneriana) che si nutre di
fasulle mitologie amorose e la squallida realtà
della vita quotidiana tardo-Vittoriana, che non
prevede infrazioni morali se non a prezzo di severe punizioni.
Lawrence, per questo romanzo, s’ispirò alle
confessioni diaristiche d’una sua amante di allora, Helen Corke, che prima a voce direttamente a
lui e, in seguito al successo del romanzo, attraverso un libro intitolato Neutral Ground: A Chronicle
(1933), ha narrato la storia d’una sua tragica relazione con un uomo sposato finito suicida. Il trasgressore (uscito in Italia con vari titoli: l’assurdo
Di contrabbando, 1933, Elena e Siegmund amanti,
1956, Il peccatore, 1966-1995, e Contrabbando
d’amore, 1971), è un’opera che contiene in nuce
molti dei motivi tipici della poetica laurenziana:
dallariflessionesullacoppia,alrapportofraamore e sessualità, all’analisi profonda dei valori
istintuali.Enonultimo,l’uso,quiancoraambientato al nord, degli scenari marini “assoluti” quali
corrispettivi della “trasgressione” dell’uomo del
XX secolo anti-Vittoriano. In altre opere, successive, sarà il confronto con il sud (si pensi a Sotto il
sole d’Italia, sempre uscito per i tipi di Elliot) a segnare il primato della sessualità nell’abbandono,
ancorché sofferto, al linguaggio della Natura.

matticchiate

di Franco Matticchio

© RIPRODUZIONE RISERVATA

D.H. Lawrence, Il trasgressore, trad. di
Maria Teresa Gradenigo Cipollato, Introd.
di Paolo Patrizi, Elliot, Roma, pagg. 232,
€ 17,50.

scrittori e politica

La narrativa come resistenza
di Matteo Di Gesù

S

e la consuetudine di contrassegnare gli eventi (anche gli accadimenti
culturali, naturalmente, quand’anche non epocali) per segmentare il
flusso delle cose che accadono, allo scopo
di comprenderle meglio e di organizzarne
più efficacemente il discorso, è ancora valida, allora non si dovrebbe rinunciare a salutare con un certo compiacimento la pubblicazione di Scritture di resistenza. Sguardi
politici dalla narrativa italiana contemporanea, a cura di Claudia Boscolo e Stefano
Jossa. A suscitare un composto entusiasmo è per l’appunto il fatto che questo libro
collettivo va interpretato come una cesura
rimarchevole rispetto alla voga estetica del
Nuovo (New) Realismo (Realism) Italiano
(Italian), quantomeno nel campo della critica letteraria (sebbene, stando a quanto
sentenziava il più autorevole teorizzatore
dell’opzione newrealista, addirittura «nel
realismo è incorporata la critica»). Non si
tratta certo del primo né dell’unico segnale
in controtendenza; ma se operazioni benemerite come la cospicua antologia La
terra della prosa, curata da Andrea Cortellessa giusto un anno fa, intendevano tracciare mappe e costellazioni determinate da
punti di vista e orientamenti alternativi, ad
esempio rispetto a questa sorta di fetici-

smo di ritorno per la forma-romanzo o per
le virtù civiche - quando non rivoluzionarie - della mimesi purchessia, la sfida posta
dal progetto di Scritture di resistenza è
un’altra: giocare sul campo dell’avversario
dialettico, provando a interpretare, in una
maniera diversa da quella propugnata dai
”realisti”, proprio romanzi, generi e tendenze che fino a questo momento erano
considerati la prova incontrovertibile del
conclamato declino delle poetiche postmoderniste e del ritorno della letteratura
d’impegno (alludo ad esempio alle tesi so-

Un saggio a cura di Claudia
Boscolo e Stefano Jossa segna
una cesura importante rispetto
alla voga estetica del Nuovo
realismo italiano
stenute da Raffaele Donnarumma in Ipermodernità, per citare uno dei più agguerriti
e dei meglio attrezzati campioni dello
schieramento opposto). «La questione del
realismo è centrale nel dibattito filosofico
e letterario attuale, ma a noi interessava
esplorare quella zona grigia del realismo
che passa per la contestazione e problematizzazione del realismo», si legge nell’Introduzione al testo; «la sfida politica della
scrittura non sta nella restituzione testi-

Sostieni il mio lavoro. scaricando. da www.dasolo.info

moniale di ciò che è evidente o almeno narrabile, ma nell’apertura di uno spazio altro,
che sposta lo sguardo e complica le cose». I
tre saggi che lo compongono, infatti, indagando il rapporto tra la politica e la narrativa italiana degli ultimi dieci anni (ma contestualmente provando ad affrancarsi dal
paradigma novecentesco dell’«impegno
come rappresentazione della realtà ai fini
della sua trasformazione», alternativo a
un «impegno che sta solo nella prassi della
scrittura»), affrontano alcune questioni
cruciali: in che modo (proprio nel senso di
strategia finzionale e letteraria) alcuni romanzi hanno raccontato eventi traumatici
della storia italiana del Novecento (Finzioni metastoriche e sguardi politici nella narrativa contemporanea, degli stessi Boscolo
e Jossa); come è stata rappresentata la mutazione del mondo del lavoro e l’identità
dei lavoratori irregolari (Narrazioni della
precarietà: il coraggio dell’immaginazione,
di Monica Jansen); se e come il romanzo
poliziesco e noir italiano ha saputo porre
istanze di tipo conoscitivo rispetto alla realtà (La narrativa a tema criminale: poliziesco e noir per una critica politica, di Marco
Amici). Tuttavia, come si è detto, in tutti e
tre i casi l’intenzione di metodo è quella di
analizzare non tanto di cosa parlano i testi
presi in esame, ma piuttosto «come parlano di ciò di cui parlano», verificando l’efficacia per l’appunto “politica” delle forme,
degli stili, dei linguaggi e la loro forza in-

quirente. Orizzonte critico indubbiamente non nuovo, questo; ma che la letteratura
presupponga statutariamente un altro
tasso di formalizzazione, indipendentemente dai contenuti (o, per dirla con Roland Barthes, che l’opera d’arte è ciò che
l’uomo strappa al caso) era forse tempo di
tornare a dirselo.
Allo stesso modo valeva la pena recuperare quella nozione di ironia che Linda Hutcheon in A Poetics of Postmodernism indicava quale strumento privilegiato «di una
letteratura che punti a evitare tanto la religione del feticcio realistico quanto la rinuncia a uno sguardo sul mondo», come
ricordano i due curatori, fino a farne parola-chiave dell’intero progetto.
Se non tutte le premesse formulate nell’Introduzione vengono realizzate compiutamente, lo si deve al fatto che i tre studi
ambiscono a dar conto davvero, ciascuno
per la sua parte, della produzione narrativa
di un decennio (e in effetti riescono a farlo).
Nondimeno, da ciascuno di essi si ricavano
ipotesi interpretative assai efficaci: la nozione di «narrazione metastorica» da Boscolo e Jossa; la possibilità di delineare una
vera e propria estetica, codificata dai nuovi
soggetti sociali precari e “intermittenti”,
da Jansen; la costitutiva transmedialità del
poliziesco contemporaneo, che rivela la
sempre più complessa e ambigua dialettica tra “finzionalizzazione” della realtà e
“effetto di realtà” delle opere di finzione.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

di Chiara Pasetti

di Elisabetta Rasy

I

D

l nudo femminile costituisce da sempre,
per gli artisti, un soggetto estetico e un oggetto erotico. La prima rappresentazione
di nudo femminile, la scultura a grandezza naturale della Venere di Cnido di Prassitele,
risale al 350 a.C. La modella che aveva dato
corpo e volto a questa meravigliosa statua, la
bellissima etera Frine, era diventata l’amante
dello scultore e per questo era stata accusata
di empietà, ma venne assolta poiché i giudici
conclusero che non si poteva condannare
una creatura dotata di tale «divina bellezza».
L’episodio contiene già la questione dell’erotismo e del bello, che si fondono e confondono: Frine venne perdonata grazie al suo
corpo, non solo sensuale ma anche straordinariamente bello e pertanto meritevole di
ammirazione e rispetto. A partire da quel nudo moltissime opere hanno scelto di celebrare la donna nella sua nudità, ma mai come nel
XIX secolo in Francia gli artisti hanno utilizzato questo soggetto come fulcro delle loro creazioni, a tal punto da provocare, con Manet e
le tue tele «scandalose», una crisi nel mondo
della pittura nel 1863 (e la nascita della pittura
moderna). L’approfondita ricerca di Nao
Takaï vuole analizzare le rappresentazioni
romanzesche del corpo femminile in alcune
opere letterarie francesi della seconda metà
dell’Ottocento: il tema è quello dei corpi «nudi» o «vestiti», e della loro relazione dialettica.
Il corpus di testi presi in esame riguarda
Flaubert, con Madame Bovary (considerato
il punto di partenza e di riferimento della ricerca) e L’Éducation sentimentale, i fratelli
Goncourt con Manette Salomon e Chérie
(scritto da Edmond senza Jules), in cui la
rappresentazione del corpo nudo costituisce un nodo centrale a partire dalle teorie
estetiche dei due fratelli, e infine Émile Zola,
con La Curée, Nana, Au Bonheur des Dames e
L’Œuvre. La prima parte del libro studia e riporta molti esempi di corpi femminili nudi,
stato che l’autrice chiama «naturale», mentre la seconda indaga il loro «stato artificiale», dunque adornato, vestito, velato, truccato, in cui la dimensione estetica e artistica
della toilette femminile diventa preponderante. La terza e ultima parte mette in relazione dialettica le due rappresentazioni,
ponendo la «pelle» come motivo centrale e
anche paradossale tra il corpo e il décor del
corpo stesso: i vestiti possono sottolineare
la nudità o evocare la pelle, e quest’ultima
può sovente essere assimilata o paragonata
al tessuto di un abito. Ciò che emerge dallo
studio è che gli scrittori francesi della seconda metà dell’Ottocento hanno saputo rendere «visibile» e «riconoscibile» il desiderio
e l’erotismo in un periodo in cui tutto «si offriva allo sguardo»; ne hanno fatto emergere «l’episteme», scontrando o fondendo
ideologia sociale, estetica, retorica. E il fascino imperituro dei loro romanzi risiede
proprio in questa capacità di velare e svelare, idealizzare e rendere concreto, profanare o glorificare il corpo, nudo e/o vestito,
della donna. Un esempio su tutti, che ci pare
di sublime erotismo e bellezza proprio nella
sua ambiguità fra ciò che si può vedere e ciò
che si può immaginare: la prima volta in cui
Emma Bovary si mostra ai suoi due amanti
lo fa offrendo loro la vista, a Léon, della sua
gonna sollevata fino alle caviglie, a scoprire
«il piede calzato di uno stivaletto nero», con
il fuoco del camino che «penetrava di luce
cruda la trama del vestito, i pori uniformi
della sua pelle bianca».
E a Rodolphe, quasi allo stesso modo, con
l’abito un po’ alzato, così da permettergli di
contemplare «fra quella stoffa nera e lo stivaletto nero la delicatezza della sua calza bianca», che a lui sembra e rivela, frase chiave,
«qualcosa della nudità di lei». Si riesce oggi,
con tutti i mezzi a disposizione per esibire
anche, spesso, esageratamente il nudo, a trasmettere altrettanta sensualità e bellezza?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Scritture di resistenza. Sguardi politici
dalla narrativa italiana
contemporanea, a cura di Claudia
Boscolo e Stefano Jossa, Carocci, Roma,
pagg. 208. € 16,00

delphine coulin

opo il grande successo di «Quasi
amici» era molto probabile che il
terzetto formato dai due registi Eric
Toledano e Olivier Nakache e dall’attore senegalese-francese Omar Sy andasse
alla ricerca di un’altra storia da realizzare insieme. Ma il testo che ha ispirato il nuovo film
vira i toni della commedia verso un realismo
più amaro che dolce: Samba pour la France di
Delphine Coulin è un romanzo costruito con
grande attenzione alle cronache tutt’altro che
rassicuranti sulla vita e soprattutto sulle peripezie degli extracomunitari in Francia. Il film
arriva ora in Italia soltanto con qualche mese
di scarto rispetto all’uscita d’ oltralpe, mentre
la prima edizione francese del libro porta la
data del 2011. Questo significa che ben prima
delle ultime drammatiche vicende che hanno
provocato un’ondata di xenofobia, l’autrice ha
sentito la necessità di un duro atto d’accusa
contro una Francia che nel romanzo viene definita “guasta”, ben diversa da quella, accogliente e ugualitaria, del dopoguerra. O, per
dirla con la voce di uno dei personaggi, una
terra in cui esistono due «fazioni»: «La Francia paese dei diritti dell’uomo e la Francia rafferma, ammuffita». Le due fazioni sono in
guerra e l’eroe del romanzo, un africano del
Mali che ha un nome musicale, Samba Cissé,
tra tante incertezze una cosa la sa per certo: lui,
in questa guerra, è dalla parte sbagliata.
Delphine Coulin è una scrittrice e anche una
regista che pesca nel sociale (come nel film
presentato e premiato a Cannes nel 2011 17 ragazze) e non ha nessun timore di manifestare
le sue posizioni ideologiche ma, aldilà della
sua netta presa di posizione per la Francia dei
diritti dell’uomo, la storia che racconta in questo libro conquista il lettore per il suo realismo
diretto ed empatico, e per la ben disegnata figura del suo disastrato eroe. Il quasi trentenne
Samba appare in scena mentre si dirige in questura, convinto che dopo dieci anni di vita e lavoro in Francia, e di tasse regolarmente pagate, potrà avere finalmente il desiderato permesso di soggiorno, tanto più che ormai si
sente profondamente francese. Invece proprio da quel faccia a faccia con la burocrazia
comincerà la sua odissea di disperato sans papier. Le «prove di vita» (così le autorità burocratiche le definiscono) che può esibire non
sono ritenute sufficienti ad ottenere il documento. Contro ogni sua aspettativa viene ammanettato e portato in un centro di permanenza in attesa di espulsione, da cui riuscirà a
venir fuori grazie all’aiuto di una volontaria di
un’istituzione di soccorso agli immigrati irregolari (ed è proprio la volontaria la voce narrante della storia). Temporaneamente liberato, Samba però è obbligato al rimpatrio, e se la
polizia lo avvista sarà espulso senza tanti complimenti, prospettiva che lo spinge a nascondersi e travestirsi. È in questa latitanza che le
storie del passato – difficili nella patria abbandonata e atroci durante la fuga verso l’Europa
– si mescolano alla durezza del presente. Lui
che dieci anni prima, forte di un diploma di
scuola superiore, aveva cercato l’espatrio per
guadagnare la democrazia e la libertà viene ricacciato in una condizione di vittima inerme.
Per la quale tutto è difficile se non impossibile:
i legami familiari, l’amicizia, l’amore.
Samba resiste e nell’avventuroso finale del
romanzo è ancora in piedi, disilluso ma ancora
pronto all’imprevedibile danza dell’esistenza,
molto più turbolenta di quella che porta inscritta nel suo nome. È proprio il nome, e con
esso la dignità personale, il senso del proprio
passato, i legami con l’origine perduta, ciò a
cui Samba deve rinunciare per non soccombere. Per sempre sans papier, sembrerebbe, perché obbligato a vivere senza che la più elementare identità, quella appunto del nome proprio, possa essergli riconosciuta. A meno che
non sia questa la morale della storia semplice e
accattivante del giovane africano: che la voglia
di vivere è più forte di tutto, e che la vita salvata
vale di più dell’identità perduta.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nao Takaï, Le Corps féminin nu ou paré
dans les récits réalistes de la seconde
moitié du XIXe siècle, Honoré Champion,
Parigi, pagg. 400, € 75,00

Delphine Coulin, Samba pour la France,
traduzione di Giacomo Cuva, Rizzoli,
Milano, pagg., 270, € 18,00

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

L’aforisma

Letteratura

scelto da: Gino Ruozzi

Distaccati da tutto, anche dal proprio distacco
Maurice Blanchot (La scrittura del disastro, SE, Milano, 1990)

poesia d’oggi

a cura di Paolo Febbraro

MEDITAZIONE E LAGUNITAS
Tutto il nuovo pensiero è sulla perdita.
In questo assomiglia al vecchio pensiero.
L’idea, per esempio, che ogni particolare cancelli
la chiarezza luminosa di un’idea generale. Che il picchio
con la faccia da clown che sonda il tronco morto scolpito
di quella betulla nera sia, con la sua presenza,
una sorta di tragico precipitare da un primo mondo
di luce indivisa. Oppure l’altro concetto per cui,
poiché a questo mondo non esiste alcuna cosa
a cui il rovo della mora corrisponda,
una parola sia l’elegia dedicata a ciò che significa.
Ne abbiamo parlato fino a tardi ieri sera e nella voce

del mio amico c’era un filo sottile di pena, un tono
quasi querulo. Dopo un po’ ho capito che,
se si parla così, tutto si dissolve: giustizia,
pino, chioma, donna, tu e io. C’era una donna
con cui facevo l’amore e mi è venuto in mente che, tenendo
le sue piccole spalle tra le mani talvolta,
sentivo una violenta meraviglia per la sua presenza
come una sete di sale, del fiume della mia infanzia
con i salici sull’isola, musica frivola dal battello da diporto,
recessi fangosi dove prendevamo pesciolini argento-arancione
detti semidizucca. Non aveva quasi nulla a che fare con lei.
A lungo bramato, diciamo, perché il desiderio è pieno
di distanze infinite. Io, per lei, devo essere stato la stessa cosa.
Ma mi ricordo talmente tanto, come le sue mani sbriciolavano il pane,

la cosa detta da suo padre che le aveva fatto male, quello
che sognava. Ci sono momenti in cui il corpo è numinoso
come le parole, giorni che sono la carne buona che continua.
Una così grande tenerezza, quei pomeriggi e le sere,
passate a dire mora, mora, mora.

Minimum Fax 2003
(tratto da West of your Cities)

robert hass
tradotto da damiano abeni

GLI AUTORI. Robert Hass è nato nel 1941 a San
Francisco. Ha studiato a Stanford. Poeta Laureato
degli Stati Uniti fra il 1995 e il 1997, ha potuto amplificare il proprio impegno ecologista. Esordiente nel
1973 con Field Guide, ha antologizzato la sua opera
poetica nel volume The Apple Trees at Olema: New
and Selected Poems (2010). Ha vinto il National
Book Award e il Pulitzer. Come traduttore, si è
applicato all’opera di Czeslaw Milosz, a Pablo Neruda
e allo Haiku giapponese. West of your cities, da cui è
tratto questo componimento, è un’antologia della
poesia statunitense curata da Mark Strand e Damiano Abeni, tra i maggiori nostri interpreti della poesia
angloamericana, più volte presente in questa rubrica.

NOTA DI LETTURA. Alsuoinizio,questameditazionedicechepensarevuoldireripensare,avvertireidisastri
deltempo,lespaccaturechesiapronofraunnomeche
persisteel’oggettochefugge.Lanostrafilosofiaèplatonicamenteimprontataallaperdita,tuttosembra«precipitare
daunprimomondo/diluceindivisa»elaparolaè«l’elegia»cheinutilmentesiprotendeversoilpropriosignificato
concreto.Eppure,ametàpoesiascopriamocheilpoetanon
èsolo,meditasocraticamente,adue;echeallaprima
riflessioneopponeilricordodiunadonna,iparticolaridi
un’infanziache«nonavevaquasinullaachefareconlei».
Hasmessodipensareedèfuggitodalsuorazionaledolore?
Hapiuttostoscopertoilsaporemnemonicodelleparole,la
consistenzaaffettivadella«carnebuonachecontinua».

un foglio inedito

Sulla scrivania di Primo Levi
Un appunto della fine del 1976, la scaletta
per una conferenza torinese, fotografa
con eccezionale potenza di sintesi
un momento rilevante nella vita dello scrittore
di Sergio Luzzatto

S

cattata nel 1986, una foto di
Gianni Giansanti mostra Primo
Levi al suo tavolo di lavoro. Con
la macchina da scrivere elettrica solidamente posizionata davanti a lui, e poco distante il
computer Macintosh – intrigante compagno di gioco, oltreché di «videoscrittura» –
che ebbe una parte non piccola nell’ultimo
scorcio della sua vita. Il ripiano è ordinato.
Quasi libero di carte, occupato quasi soltanto dalla Olivetti e dal Mac. È una scrivania ingombra soltanto dell’essenziale.
Per ovvi motivi, dal 2013 in qua non è stato possibile all’interprete più profondo
dell’opera leviana, Marco Belpoliti, presentarsi a casa del chimico-scrittore insieme con la fotografa Giovanna Silva: per cogliere anche della scrivania di Levi una di
quelle immagini, così parlanti, che sono
andate componendo la serie Tavoli sul sito
di Doppiozero. Una foto “aerea” del tavolo
di Primo Levi, quella ci mancherà per sempre. Tuttavia, è dato di cogliere con altri
mezzi un’istantanea della scrivania nell’appartamento al terzo piano di corso Re
Umberto 75, Torino. Un’istantanea metaforicamente scattata in un momento preciso quanto rilevante della vita intellettuale
di Levi: in un giorno di fine ottobre o di inizio novembre 1976.
Sulla scrivania di Levi, quel giorno, c’è
un foglio di carta. Un singolo foglio. Non

27

ancora del formato A4 che imperversa oggi
in Europa, ma del formato US Letter allora
comune anche da noi (il formato, potremmo dire, della nostra vita di prima, antecomputer). È un foglio di carta leggera (Levi ne ha forse voluto trarre una copia carbone), ed è stato infilato frettolosamente nella macchina da scrivere: al punto da
riceverne una piega che provocherà – nel
dattiloscritto finito – un sottile spazio centrale verticale e bianco. Una specie di taglio
pieno, come sul negativo di una tela di Lucio Fontana. Ma una volta infilato il foglio
nel rullo della Olivetti, non si direbbe che
Levi abbia avuto fretta di toglierlo. Al contrario, si direbbe che il chimico-scrittore
abbia voluto compiervi una delicata operazione di laboratorio mentale. Insieme, una
concentrazione e una distillazione di elementi.
Il foglio – rimasto inedito sino a oggi –
porta il titolo Primo Levi - Lo scrittore non
scrittore. Si tratta dunque, secondo ogni
evidenza, della scaletta della conferenza
che Levi si apprestava a tenere, il venerdì 19
novembre 1976, al teatro Carignano di Torino. Il contesto era quello dei Venerdì letterari organizzati dall’Associazione culturale italiana di Irma Antonetto: un autentico must, entro l’ultravivace paesaggio culturale torinese dell’epoca. E nell’archivio
Antonetto il foglio dattiloscritto da Levi ha
lungamente riposato, salvo riemergere og-

scrivo perché sono un chimico | Il testo integrale dell’inedito appena scoperto
gi attraverso il catalogo di un antiquario
specializzato in autografi e manoscritti.
Nel 1976, il cinquasettenne Primo Levi
sta vivendo una svolta esistenziale. Da un
anno ha lasciato il mestiere di chimico per
dedicarsi a tempo pieno al mestiere di

scrittore. L’anno stesso del pensionamento è divenuto un collaboratore fisso de «La
Stampa», e ha pubblicato Il sistema periodico: qualcosa come la sua autobiografia, nell’originalissima forma di un «ex-voto» letterario alla chimica (così Levi scrive sul fo-

che potesse vendere.
«Wow», fece la donna, sinceramente sorpresa.
«Non sembra un mago con la bacchetta?»
«Mi piace la luce dorata nei capelli».
«Ho regolato l’esposizione sull’ombra dietro di lei e poi ho alzato l’obiettivo. Così ho evitato l’effetto silhouette. Guardi più da vicino». (...)
D’un tratto Emma si alzò e corse verso la darsena.
«Be’», disse lui. «Quanto è durato? Solo pochi secondi. E noi l’abbiamo catturato».
Lei sorrise.
«Le spiace se ne faccio altre?»
«Faccia pure. Mi chiamo Laurie, comunque».
«Laurie», ripeté lui, allontanandosi. «Piacere di conoscerla».
Passò una ventina di minuti in uno stato di
profonda gioia. Emma giocava nel bosco dietro
la darsena, alzando rami marci in cerca di rane,
dando calci alle felci, arrampicandosi su alberi
caduti e ogni tanto riposandosi, serenamente
dimentica del mondo. La luce era perfetta, resa
morbida dagli alberi, e dava sfumature verde
pallido alla sua carne luminosa. Nei suoi capelli, sottili e profumati come potevano essere solo
quelli di un bambino, rimanevano frammenti
di foglie. Aveva le dita impiastricciate. In una
delle foto che pensò gli fossero riuscite meglio
Emma aveva le mani sulle guance: il colore della terra sulle dita richiamava quello degli occhi
marroni. Quando si accorse di essere sporca, si
guardò in giro ansiosa, temendo il rimprovero
della madre. Ma Laurie al momento era coperta
dagli alberi. Lui sospettò che stesse fumando
una sigaretta, e non volesse dare il cattivo
esempio alla figlia. Così prese un fazzoletto, vi
versò sopra un po’ d’acqua dalla sua bottiglia, e
lo porse a Emma.
«Presto», le disse.
La bambina si pulì la faccia e gli restituì il fazzoletto ormai inutilizzabile. Maliziosamente
consapevole della trasgressione, gli fece un
sorriso. Lui lo fotografò. Era un momento sublime e irripetibile. Il sole stava calando, inondando il bosco di un’intensa luce di rame. Attorno alla testa di Emma c’era come un alone, gli

occhi chiusi come in estasi. Non c’erano dubbi:
era l’immagine giusta.
La mostrò a Laurie quando la raggiunsero
sul pontile.
«Wow», fece lei. Questa volta nella voce non
c’erasoloammirazione.C’eraanchesoggezione.
«Se le piacciono, gliele posso mandare per
email. I miracoli della tecnologia moderna».(...)
Lei gli scrisse la sua mail su un pezzo di cartoncino.
«Le abbiamo fatto fare dei ritratti quando
aveva quattro anni», gli disse in tono confidenziale. «Il fotografo era un professionista,
con lo studio in centro. Ci è costato una fortuna
e il risultato non è stato un granché. Certo, erano impeccabili e lui si era dato un gran da fare
con le luci e il resto. Ma Emma ha un’aria... goffa. Oltre che strabica. Il tipo continuava a farla
guardare in alto, schioccando le dita come se
fosse un cane». (...)
«Emma non ha avuto una vita semplice»,
continuò Laurie. «Suo padre se n’è andato via
quando lei aveva cinque anni, a scuola non si
trova bene. E di recente è stata in ospedale.
Asma».
«Davvero? Anch’io soffro di asma».
«Ma guarda, una cosa in comune. Hai sentito, Emma? Il signore ha l’asma anche lui».

glio inedito, e così dirà nella conferenza del
Venerdì letterario), la scienza che ad Auschwitz gli aveva salvato la vita. Al contempo, il pensionamento facilita l’esercizio di
quanto Levi definisce – in un testo datato
proprio novembre 1976, l’appendice all’edizione scolastica di Se questo è un uomo
– il suo terzo mestiere: «quello di presentatore e di commentatore di me stesso».
Pubblicato postumo nel 1992 e ripreso
nelle opere complete, il testo della conferenza di Levi al teatro Carignano è meno
noto di un’altra sua dichiarazione di poetica quasi esattamente coeva: Dello scrivere
oscuro, elzeviro uscito su «La Stampa» l’11
dicembre di quel 1976 e poi nella raccolta
L’altrui mestiere. I temi sono i medesimi. Si
tratta delle qualità che a Levi paiono necessarie per tenere insieme i tre mestieri della
sua vita. La consuetudine del chimico industriale, in fabbrica, di fare asciuttamente
rapporto ogni fine settimana. La responsabilità dello scrittore di scrivere in modo
chiaro e accessibile a tutti. La capacità del
presentatore di se stesso di riuscire – in ultima istanza – un testimone credibile della
sua esperienza e del suo tempo.
Altrettanti temi familiari agli odierni lettori e critici di Levi. Ma temi che la scaletta
dell’autunno 1976 declina (giocoforza,
trattandosi di una scaletta) in modo particolarmente icastico: con un’economia di
parola e un’essenzialità di stile ancora più
spinte di quelle cui Levi ci ha normalmente
abituati. Ad esempio, riguardo alle premesse biografiche di Se questo è un uomo,
Levi appunta: «Via anomala che mi ha condotto allo scrivere; scrittura come testimonianza e come liberazione personale,
quindi legata all’argomento e lontana dalla
sperimentazione». Riguardo alla cifra narrativa de La tregua: «“Cortesia” dello scrittore verso il lettore: deve rispettarlo, non
deluderlo».
La scaletta comprende anche un elenco
delle otto «domande tipiche» che Levi era
andato raccogliendo fra i suoi lettori più

giovani: tra le scolaresche di tutta Italia con
le quali – dagli anni Sessanta in poi – aveva
evocato e commentato, infaticabilmente,
la sua esperienza del campo di sterminio.
Sono le medesime domande per cui Levi ha
preparato, nel corso stesso del 1976, le risposte di quella specie di autointervista che
uscirà presto come appendice per l’edizione scolastica di Se questo è un uomo. Nella
scaletta, Levi riprende le otto domande in
una forma contratta, ma non perciò meno
suggestiva: «– Li ha perdonati? – I ted. sapevano? – Perché non è fuggito? – Perché
non parla dei Lager russi? – Quali personaggi ha rivisto? – Perché l’odio nazista? –
Chi sarebbe Lei oggi se...?».
Ai fini di una lettura filologica dell’inedito, la terza delle otto domande («Perché
non è fuggito?») è quella che solleva le curiosità maggiori. In effetti, in una prima
versione dell’autointervista, che Levi aveva pubblicato su «La Stampa» del 28 febbraio 1976, la domanda risultava formulata
così: «C’erano prigionieri che fuggivano
dai lager? Lei perché non è fuggito?». Mentre nell’appendice dell’edizione scolastica
di Se questo è un uomo, Levi riformula totalmente il secondo elemento dell’interrogazione: «C’erano prigionieri che fuggivano
dai Lager? Come mai non sono avvenute ribellioni di massa?». Da una versione all’altra dell’autointervista, si perde quindi per
strada ciò che più direttamente, nella domanda, interpellava di persona Primo Levi: perché lui non era fuggito da Auschwitz?
Sarebbe improprio sopravvalutare – in
questo piccolo esercizio di variantistica – il
venir meno di tale frammento, che facilmente può spiegarsi con mere ragioni di
opportunità redazionale o didattica. Eppure, siamo forse in presenza di un sintomo di
quella che maturerà, nel tempo, come la saturazione di Levi a fronte di una domanda
(scriverà nel 1986) «formulata con sempre
maggiore insistenza, e con un sempre meno celato accento di accusa». «Perché non
siete fuggiti? Perché non vi siete ribellati?»,
suonerà il ritorno della domanda ne I sommersi e i salvati. Con un passaggio di persona verbale – qui, dal singolare al plurale –
che rappresenta, in Levi, una spia immancabilmente significativa. E con un stato
d’animo dell’interrogato sempre più simile
al disagio di chi proprio non riesce a spiegarsi, o allo sconforto di chi si sente profondamente incompreso.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

michel faber

L’immagine giusta
di Michel Faber

C

i mise un buon quarto d’ora a trovare
il coraggio per dirle che sua figlia era
bella. Era un pensiero semplice e
avrebbe dovuto essere semplice dirlo, ma erano tanti i fattori che lo rendevano difficile. L’isteria sui pedofili, per cominciare. E il
fatto che questa donna, a lui completamente
sconosciuta, potesse considerarlo un tentativo di abbordaggio o una specie di molestia.
Non c’erano tracce evidenti della presenza di
mariti o fidanzati, solo la Renault vuota della
donna parcheggiata accanto alla cadente darsena incrostata di muschio. La sua, di macchina, era parcheggiata poco oltre, vicino al ponte
in rovina. E lei se ne stava lì, a quanto pareva
l’unica persona nel raggio di varie miglia – a
parte l’adorabile bambina che piroettava sul
pontile(...).
«Sua figlia è deliziosa, vero?» le disse. «Davvero carina»
«Grazie», disse lei.
Si erano salutati educatamente quando si
erano incrociati poco prima. Lei aveva fatto
notare quanto fosse improbabile che due persone scegliessero contemporaneamente un
posto così isolato per passare un pomeriggio.
Poi l’aveva lasciato alle sue foto, e lui aveva lasciato che giocasse con la figlia. Ma la piccola
presto si era allontanata per fare finta che fosse
sola al mondo, e la madre non aveva potuto fare
altro che guardarla.
«Quanti anni ha?»
«Sette».
«Bella età».
«La migliore. Sta crescendo così in fretta. Ormai sa fare quasi tutto da sola. Ma è anche molto

dolce; restiamo a parlare per ore quando dovrebbe andare a letto. Ha una curiosità illimitata».
Lui ridacchiò. «Illimitata. Una parola che
non mi capita di dire da molto tempo. Illimitata.
Non mi fraintenda: è una bella parola». Ma ormai l’aveva messa un imbarazzo.
«Lei deve essere un fotografo serio, vero?»
disse lei, per cambiare argomento.
«Una volta lo ero di più. Ora sono passato al
digitale».
La donna sembrò perplessa. «Ma quella non
è una macchina digitale, no?»
Lui alzò la Panasonic FZ30 che gli pendeva
dal collo.
«Eccome se è digitale. È
mostruosa, lo so. È grande
il quadruplo di una digitale normale. Ma ha i pregi di
una reflex a lente singola
uniti alla nuova tecnologia». A mo’ di esempio,
premette un bottone e le
mostrò l’ultimo scatto,
una veduta del pontile prima dell’arrivo di Emma.
«Bella», commentò (...)
«Lei è un professionista?»
«Semiprofessionista». Lui le porse un biglietto da visita plastificato
(...)
«Le spiace se faccio una foto a Emma?»
«Prego».
L’uomo alzò la macchina fotografica e fece
una mezza dozzina di scatti in rapida successione. Alla composizione, alla velocità dell’otturatore e alla profondità di campo stava pensando da un pezzo. Adesso dove limitarsi e tenere fermo l’aggeggio e premere il bottone.
«Provi a dare un’occhiata», le disse rivolgendo la macchina contro il suo petto, di modo

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appuntamenti

Al via la Milanesiana
Il testo qui riprodotto è un estratto del racconto The one (L’immagine giusta) che
Michel Faber leggerà giovedì prossimo, 25
giugno, alle 21 al teatro Dal Verme di Milano,
nel corso della Milanesiana, il festival di
letteratura, musica, cinema, scienza, arte,
filosofia e teatro ideato e diretto da Elisabetta Sgarbi. Tra gli ospiti di questa XVI edizione, che inizia domani, i Nobel Wole Soyinka
e John Coetzee e il Pulitzer M ichael Cunningham.
www.lamilanesiana.eu

Emma adesso era stanca, e gironzolava attorno alle gambe della madre. Si lasciò cadere
contro di lei, stringendola alla vita. Era evidente
che non aveva il minimo interesse per i problemi di salute di uno sconosciuto.
Due mesi dopo lui era nel suo studio, ossia
nella stanza che un tempo era l’ufficio della
sua ex moglie. Nel corso degli anni il suo computer, le stampanti e tutta l’attrezzatura fotografica lo avevano colonizzato fino a non lasciare tracce della funzione precedente. Alle
pareti erano appese alcune delle sue foto più
riuscite, elegantemente incorniciate e coperte
da un sottile strato di polvere. Posizionato sulla sedia ergonomica, fissava lo schermo, cliccando e cliccando.
Qualcuno bussò alla porta.
Quando aprì, si trovò di fronte alla donna del
loch.
«Laurie», disse, assurdamente fiero di averne ricordato il nome. Da quando l’aveva vista
non aveva più pensato a lei. Erano successe
troppe cose.
«Non mi ha mai spedito le foto», gli disse con
un tono di voce strano. Aveva il fiato che puzzava di sigaretta – o forse erano i capelli e i vestiti.
«Io... mi spiace», le disse.
«L’ho rintracciata dal suo sito web».
«Rintracciato?». Sul sito non c’era nessun
indirizzo».
«Non è stato difficile», spiegò. «Ho visto i
link alle persone che avevano i suoi stessi interessi, ed è bastato chiedere...»
Lui avvampò, allarmato da quella che sembrava una mancanza di privacy. «Mi avrebbe
potuto mandare una mail...»
«Volevo... anzi, avevo bisogno...» Era ferma
sulla soglia. Era evidente che aveva pianto.
«Vuole entrare?» (...)
«Glielo devo dire subito», disse. «Emma è
morta. Due giorni dopo che ci siamo visti. Un attacco asmatico grave quando era a scuola. L’insegnante di ginnastica l’ha costretta...» Guardò
il soffitto. Oppressa da un racconto che sarebbe
andato per le lunghe e che aveva dovuto ripetere troppe volte, decise di troncarlo. «Fa niente.
Non sono cose che possano interessarla».
«Mi spiace moltissimo», le disse.

Laurie non fece caso alle sue condoglianze.
«Il fatto è», disse, «che le foto che ha scattato
a Emma sono le ultime che le sono state fatte.
Ed erano belle. Così belle. So che nulla potrà
restituirmi mia figlia. Ma non voglio passare il
resto della vita a contemplare un mucchio di
stupidi ritratti dove ha quattro anni e sembra
strabica e a disagio».
Lui annuì. Capì dove sarebbe andata a parare.
«Se ha cancellato quelle foto», gli disse con
voce incerta, «me lo dica subito e me ne vado».
«Non le ho cancellate», disse lui.
La donna sussultò e sospirò. «Dato che non
mi aveva più contattata, avevo pensato...»
«Ho solo avuto da fare», le disse. «Prego, mi
segua». E le fece strada nello studio (...)
Ci mise un po’ a rendersi conto che la visita lo
aveva angosciato più di quanto gli fosse sembrato sul momento. Il cuore gli batteva troppo
forte ed era madido di sudore. Gli si strozzò il
fiato. Prese il Ventolin dal suo solito posto e si
spruzzò una dose in gola (...)
Mettendosi di nuovo di fronte al Pc, cercò di
riprendere ciò che stava facendo prima dell’arrivo di Laurie (...) In breve apparve la cartella finale, incastonata in tutte le altre come la
bambolina nascosta dentro i tanti corpi cavi di
una matrioska. Al suo interno c’era una galleria di immagini scattate da fotografi meno pignoli di lui. Immagini compromesse da una
messa a fuoco approssimativa, dalla pixelizzazione, dai colori impastati e distorti che si
ottenevano quando una serie di persone copiava il fermo immagine di una videocassetta
su un’altra videocassetta e, anni dopo, lo digitalizzava. Potevi scorrere migliaia di queste
immagini e non trovarne neanche una che
fosse ideale. Era un lavoro immensamente
frustrante, che si faceva solo per passione. Rimase lì ad ansimare, frastornato, la mano
pronta sul mouse. Gli ci volle un buon quarto
d’ora per trovare il coraggio.
Poi contornò la cartellina gialla – così piccola sullo schermo, ma con un contenuto così
sterminato – con un bordo blu, e schiacciò
“cancella”.
©Michel Faber, 2015

(Traduzione di Alberto Pezzotta)

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28

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

Costa degli Etruschi, primo Festival del Pensare

Scienza e filosofia
semplicità
insormontabili

Saggezza
epicurea
del vivere

di Roberto Casati e Achille Varzi

L

ui. Tu non hai mai paura della morte?
Lei. La morte fa paura a tutti, e uno
dei motivi per cui ci fa paura è che non
abbiamo ancora capito bene che cosa
sia. Anzi, siamo così ignoranti in proposito
che esitiamo a distinguere tra i due significati
della parola «morte»: quello secondo il quale
la parola si riferisce a uno stato – l’essere morti
– e quello secondo cui si riferisce invece a un
evento o processo – il divenire morti, per il
quale disponiamo anche di un bel verbo, «morire». Così, quando Cicerone diceva che filosofare è prepararsi alla morte e Montaigne che
filosofare è imparare a morire, a ben vedere
parlavano di due cose molto diverse.
Lui. Personalmente mi identifico di più con
Cicerone che con Montaigne. Di essere morto

non ho alcuna paura, ma in molti casi morire è
un processo doloroso e credo di avere ottime
ragioni per aver paura del dolore. Devo riconoscere però che la cosa non mi è del tutto
chiara. Che cosa significa morire? E in che senso può essere doloroso?
Lei. Cominciamo con la prima domanda.
L’unica risposta decente che conosco è che
una persona o un organismo vivente muore
quando la sua vita giunge al termine. Però così
ab-biamo semplicemente spostato il problema. Su quali basi possiamo dire se e quando
una vita è giunta al termine? Anzi, adesso il
problema è raddoppiato. Perché a questo
punto ci ritroviamo anche il compito di spiegare che cosa è la vita, e questo non è un problema da poco.
Lui. Ci sono definizioni precise e sofisticate. Per esempio, il fisico Erwin Schrödinger
aveva proposto di definire vivente «un sistema termodinamico aperto, in grado di mante-

Nella Costa degli Etruschi( Montescudaio, Casale Marittimo, Guardistallo)
l’Associazione culturale Pensiamo Insieme organizza il 24-26 luglio la I
edizione del Festival del Pensare «La mente: mente?» con Remo Bodei,
Marco Francesconi, Daniela Scotto di Fasano, Italo Moscati, Francesco Orzi,
Goriano Rugi, Francesca Rigotti, Kaha Mohamed Aden, Roberto Figazzolo

nersi autonomamente in uno stato energetico
di disequilibrio stazionario e di dirigere una
serie di reazioni chimiche verso la sintesi di se
stesso». È una definizione che si trova in molti
libri, insieme a molte altre che si avvalgono invece dei concetti di omeostasi, di metabolismo, di capacità riproduttiva, eccetera.
Lei. Fatto sta che i dibattiti sull’aborto e sull’eutanasia (che almeno in parte riguardano
proprio il compito di stabilire il confine iniziale e quello finale della vita) dimostrano che con
le definizioni non si risolve quel gran che, a
meno che non si sostenga in modo esplicito e
onesto che il problema è un problema puramente definizionale.
Lui. Lo stesso potrebbe dirsi a proposito di
certi dibattiti in merito all’esistenza di altre
forme di vita nell’universo. Per molta gente, e
sicuramente per molti filosofi, quando ci
chiediamo «che cos’è la vita?» non ci interessa una definizione ma una teoria vera e pro-

le domande di quine

Comunque lo si definisca.
Lei. Comunque lo si definisca? Ma allora il
problema della morte non è affatto quello della paura. Direi piuttosto che si tratta di un problema insolubile.
Lui. E perché?
Lei. Perché non è definito in modo univoco.
Pensa a chi ritiene che ci sia una vita dopo la
morte: costoro cambiano i termini del problema, dato che in realtà pensano che non si muoia «veramente» ma ci si trasformi in qualcos’altro, qualcosa di sconosciuto. Naturalmente non abbiamo nessuna conferma di questa
ipotesi). E come loro tanti altri. Non ti faccio
nemmeno l’elenco delle «soluzioni» che sono
state inventate proprio cambiando i termini.
Ho però una proposta pragmatica: non perdiamo tempo con i problemi insolubili.
Lui. Perché?
Lei. Perché sono insolubili!
© RIPRODUZIONE RISERVATA

filosofia politica

Che cos’è quello che c’è?
Autorevoli studiosi
italiani e stranieri
affrontano i temi
metafisici e ontologici
che furono cari
al grande pragmatista
di Carola Barbero

N

el famoso saggio On what
there is del 1948 alla domanda «che cosa c’è?», Willard
Van Orman Quine, uno dei
padri dell’ontologia contemporanea, rispondeva
«tutto», che è un po’ come rispondere alla
domanda «chi è?» con «io»; o a «dove sei?»
con «qui». Dato che infatti con la parola «tutto» ci riferiamo alla totalità delle cose che
esistono, dire «tutto esiste» è equivalente ad
affermare l’ovvietà che ciò che esiste, esiste.
Il punto interessante però, come peraltro
osservava lo stesso Quine, è capire in base a
che cosa possiamo stabilire che qualcosa
meriti di essere incluso tra ciò che c’è. Ecco
perché «che cosa c’è?» e «che tipi di cose sono quelle che ci sono?», ossia rispettivamente la domanda ontologica e quella metafisica, si caratterizzano come interrogativi rilevanti non solo per molte, o forse tutte,
le discipline filosofiche, ma anche per la
scienza e per il senso comune. Per esempio
Platone nella Repubblica può muovere la
sua condanna all’arte proprio perché il suo
inventario ontologico prevede una gerarchia di livelli di realtà ciascuno dei quali dipende, per la sua esistenza, da quello a esso
sovraordinato, ed è rispetto a questo meno
reale e meno perfetto, costituendone
un’imitazione. Al vertice dell’ontologia platonica c’è il mondo delle idee, subito sotto la
realtà fisica percepibile con i sensi (che è
imitazione del mondo delle idee), e infine, al
fondo della gerarchia, c’è il mondo delle
opere d’arte che, essendo a loro volta imitazioni della realtà sensibile, risultano confinate al rango di mere copie di copie. Platone
può quindi criticare l’arte proprio perché riconosce un particolare statuto ontologico al
mondo delle idee.
La concezione di Platone costituisce, secondo i curatori di questo volume, un caso

pria, in assenza della quale non siamo in condizioni molto diverse rispetto a quegli studiosi del ’00 che cercavano di definire «acqua» in assenza della teoria molecolare. E le
teorie che conosco io non sono molto più che
definizioni camuffate.
Lei. Appunto. Ma anche la seconda domanda è difficile: in che senso morire può essere
doloroso? I fondo l’esperienza del dolore appartiene alla vita.
Lui. Finché si soffre siamo vivi, ed è per questo che siamo disposti a soffrire piuttosto che
morire, anche se il dolore – quello sì – ci fa paura. A conti fatti, credo quindi che avesse ragione Epicuro. Non c’è motivo di temere la morte,
intesa come stato, perché quella per noi non
esiste: quando ci siamo noi, lei non c’è ancora,
e quando c’è lei, noi non ci siamo più. E non c’è
nemmeno un motivo serio per aver paura della morte intesa come evento. Perché il soffrire,
proprio come il godere, fanno parte del vivere.

neoempirista | Willard Van Orman Quine (1908-2000) è stato uno dei maggiori e più influenti
esponenti della filosofia analitica. Ha ricoperto la cattedra ad Harvard dal 1956 fino alla morte
paradigmatico di teorie filosofiche che il
«tribunale della ragione» ha oramai definitivamente confinato nella sfera del mito,
delle concezioni cioè che non hanno retto
alla disamina razionale secondo gli standard di adeguatezza che la ricerca filosofica, in modo a sua volta mutevole nel corso
della storia del pensiero, pone a se stessa.
Tuttavia non bisogna pensare che la storia
della metafisica e dell’ontologia non sia altro che una carrellata di opinioni, di espressioni che riflettono diverse visioni del
mondo, perché invece si caratterizza come
un percorso almeno moderatamente progressivo in cui alcune teorie sono (oggettivamente) migliori di altre, in base a standard di volta in volta condivisi. E oggi quali
sono tali standard? Oltre al ricorso ad argomentazioni razionali (ossia conformi a criteri di adeguatezza logica) per suffragare le
proprie tesi, svolgono oggi un ruolo regola-

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tivo il riferimento alla scienza e al senso comune, non nel senso forte che una teoria
metafisica o ontologica debba necessariamente essere conforme ad entrambi, ma in
quello più debole che una concezione metafisica che confliggesse tanto con la scienza quanto con il senso comune sarebbe giudicata insoddisfacente. Ed è proprio questo
il caso della concezione platonica.
Platone è però in buona compagnia e, più
in generale, nei dibattiti in cui su una determinata questione sono difese posizioni opposte, spesso si sentono gli uni accusare gli
altri di difendere posizioni poco fondate o
dogmatiche. Un nominalista magari accetta
solo entità concrete spazio-temporali (come Socrate, poniamo) mentre un platonista
non ha difficoltà ad accettare anche entità
astratte come le proprietà (come la proprietà di essere un uomo, di essere ateniese,
ecc.). Oppure, per spiegare in che cosa consi-

ste il reale, un monista ammetterà solo entità di un certo tipo, per esempio le particelle
subatomiche, mentre un pluralista si richiamerà a diverse entità a diversi livelli del reale, quindi a un certo livello avrà oggetti come
tavoli e sedie, mentre a un altro livello soltanto atomi e forze). E a ciascuna delle parti
l’una contro l’altra armate potrà capitare di
accusare l'altra di venir meno ad alcuni degli
standard di adeguatezza dell’indagine metafisica, di ricadere dunque dal logos al
mythos, di far prevalere sull’argomentazione razionale e/o sul rispetto del senso comune o delle acquisizioni della scienza un
ingiustificata inclinazione per una certa
concezione del reale.
Methaphysics and Ontology Without Myths
si propone di affrontare alcuni dei temi più
importanti al centro oggi della discussione
in metafisica e ontologia, attraverso i contributi di autorevoli studiosi italiani e stranieri. Si parte dalla annosa questione relativa
alla effettiva possibilità di una distinzione
netta tra ontologia e metafisica (Bottani),
per passare alla presentazione della posizione di Quine e alla sua nota predilezione
per i paesaggi desertici (Varzi, Rainone). Poi
si prende in esame il dibattito tra realisti e
anti-realisti per quanto riguarda il successo
delle teorie scientifiche (Alai) e ci si interroga sulla natura degli oggetti matematici criticando alcune posizioni nominalitiche
(Plebani). Quindi si valuta la possibilità di
una genuina conoscenza metafisica e si
spiega come una forma di realismo disposizionale sia particolarmente adatta per garantire la conoscenza delle cose, della loro
natura e delle loro proprietà (Tiercelin).
Successivamente si analizza la potenza delle intuizioni negli argomenti contro il principio di indiscernibilità degli identici (Casati
e Torrengo) e infine si prendono in esame alcune questioni centrali in quell’ambito dell’ontologia che negli ultimi anni è stato tra i
più vivi e produttivi che prende il nome di
“ontologia sociale” (Ferraris, Davies, Bojanić, Vaselli). Si tratta davvero di ottimi
esempi di come la metafisica e l’ontologia
possano efficacemente resistere alla tentazione di rifugiarsi nel mito, sobbarcandosi
la fatica della discussione razionale e facendo di questa l’unica, anche se impervia, strada percorribile per rispondere alle domande
«Che cosa c’è?» e «Che cos’è quello che c’è?».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fabio Bacchini, Stefano Caputo,
Massimo Dell’Utri (a cura di),
Methaphysics and Ontology Without
Myths, Newcastle, Cambridge Scholars
Publishing, pagg. 190, £ 41,99.

Contrattualismi
ed equità
di Sebastiano Maffettone

D

emocratic justice and the social
contract di Albert Weale, professore a UCL di Londra, è un libro serio e ben scritto che offre
una mediazione filosofica tra liberalismo e democrazia. La tesi principale è
battezzata dall’autore «democratic contractarianism», là dove il sostantivo presenta un’opzione hobbesiana contrapposta a quella kantiana (e rawlsiana) del
contractualism. La tesi in questione definisce la giustizia come l’insieme di principi su cui si potrebbe raggiungere un accordo tra persone con potere negoziale
sostanzialmente simile. Si suppone poi
che la democrazia politica- quando funziona - sia un sistema di governo in cui il
potere è equamente distribuito nella misura del possibile. I primi due capitoli del
libro discutono in maniera originale la
nozione classica di contratto sociale. La
novità più evidente – una volta accettata
la centralità del social contract- sta qui nel
fatto che Weale prende le mosse da
esempi empirici derivanti da regimi di
proprietà comune delle risorse (qualcosa di simile al socialismo di Owen). Tali
regimi vedono una negoziazione faccia a
faccia sull’accesso alle risorse e alla ripartizione dei vantaggi della cooperazione a livello micro.
Un problema, a mio avviso non del tutto risolto nel libro, di questo rinvio consiste nella differenza di scala: i regimi di
proprietà comune di cui si parla istanziano casi micro, mentre il contratto sociale
rappresenta ovviamente un caso macro. I
regimi di proprietà di cui parla Weale
prevedono accesso egualitario alle risorse ed equa distribuzione del valore aggiunto. Nel presentare questo modello
altamente idealizzato, Weale lo contrasta in maniera elegante con quelli di Locke, Rawls e Gauthier. Una differenza
chiara con altre opzioni teoretiche sulla
giustizia distributiva sta nel fatto che il
modello qui prescelto non privilegia la
scelta razionale ma la razionalità deliberativa di tipo democratico. Di conseguenza, il libro attribuisce un significativo valore normativo alle procedure democratiche effettive. Qui c’è forse la difficoltà
più evidente: come è possibile che processi deliberativi reali abbiano tanto va-

simbolo del potere | Frontespizio del
saggio di Thomas Hobbes «Leviatano», 1651
lore prescrittivo? Dopotutto le maggioranze politiche nel mondo reale non sono
surrogati credibili di verità e giustizia...
Comunque sia, le società attuali non rispondono – neanche per Weale- a criteri
di accesso e distribuzione giusta, e quindi
un processo di radicale revisione delle
istituzioni esistenti ci attende. La revisione in questione dovrebbe – cosa che non
sorprende - essere fatta nel nome dei
principi del democratic contractarianism,
assumendo tra le altre cose pari capacità
negoziali delle parti. Ora, è comprensibile che il pluralismo etico-politico renda
complesso accettare soluzioni puramente normative del problema della giustizia
sociale. Cosa che implica un rinvio più o
meno esplicito al funzionamento effettivo delle istituzioni politiche. Tuttavia,
accentuare tanto siffatto valore nel caso
della democrazia politica reale resta a
mio avviso estremamente problematico.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Albert Weale, Democratic Justice and
the Social Contract, Oxford University
Press, pagg. 328,£ 55,00

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

29

Novemila metri quadrati aprono a Bologna

Venerdì 26 giugno alle 17.45 a Bologna sarà presentato alla stampa in
anteprima l’Opificio Golinelli, il nuovo spazio dedicato alla diffusione della
cultura scientifica e artistica, destinato ad accogliere attività di educazione,
formazione e ricerca. Il progetto nasce da un’idea di Marino Golinelli,
fondatore di Alfa Wassermann, di cui ospitiamo un intervento qui sotto.

Scienza e filosofia

fondazione golinelli

Opificio dove si forgiano menti
di Marino Golinelli

O

pificio Golinelli è il mio sogno di
imprenditore e filantropo che si
realizza. Opificio è l’ultima creatura della Fondazione Golinelli,
un centro per la conoscenza e la cultura a
Bologna, un luogo di ricerca e sperimentazione, frutto del mio impegno ultra decennale per i giovani affinché sia possibile immaginare per loro il futuro in un mondo sostenibile. Una realizzazione visionaria dedicata soprattutto ai giovani da zero a 20
anni ma che con i suoi 9mila mq potrà accogliere fino a 150mila visitatori all’anno tra
studenti, cittadini, famiglie, artisti, scienziati, insegnanti e imprenditori. Ho voluto

creare un luogo fisico dove i ragazzi possono costruirsi i valori etici del lavoro, dello
studio, della responsabilità sociale e civile,
annullando i timori e ricevendo un’struzione sia per ciò che attiene ai problemi del lavoro, sia per imparare ad affrontare in maniera consapevole il proprio “perché” della
vita. L’Opificio sarà un luogo di libertà, di
mente aperta; sarà un acceleratore della
nostra società verso il futuro. Sarà un punto
di partenza e non un punto di arrivo del lavoro svolto dalla Fondazione che porta il
mio nome in questi 27 anni di attività.
Risale al 1988, infatti, la creazione della
Fondazione Golinelli in occasione del IX°
centenario dell’Università di Bologna. In
Italia oggi sono più di 6mila fondazioni
attive, di cui circa 1.700 operanti nel campo dell’istruzione e della ricerca e 1.500

circa nel settore della cultura. In questo
panorama la Fondazione Golinelli è un
esempio unico: perché è filantropicostrategica, ispirata ai modelli anglosassoni e statunitensi, concretamente operativa, autonoma, dotata di una governance indipendente, con idee, risorse,
uomini e programmi che guardano oggi a
un futuro difficilmente prevedibile ma
ricco di sfide da qui al 2065.
Nel 2065 la popolazione in Italia sarà pari a 61,3 milioni e gli ultra 65enni saranno 1
su 3. La popolazione in età lavorativa (15-64
anni) diventerà tra il 53,8% e il 55,8% (circa 1
su 2). La popolazione residente straniera
passerà a 14,1 milioni nel 2065. Nel mondo,
nell'anno 2040 ci saranno circa 9 miliardi di
abitanti (che potrebbero tornare a 7,5 miliardi entro il 2100) e l’Italia rappresenterà

dunque molto meno dell’1% della popolazione mondiale. Le prospettive future ci disegnano in sintesi come pochi, longevi,
scarsamente impiegati, meticci (e largamente in povertà).
Ci dobbiamo rassegnare a questo scenario? Io e il Paese intero ci siamo forse rassegnati nel 1948? Era l’anno in cui ho fondato,
dal nulla, l’Alfa Biochimici a Bologna avviando così la mia carriera di imprenditore
farmaceutico. A maggio di quest’nno è nata
Alfasigma, circa 2.800 dipendenti, presente in 18 Paesi, tra i primi cinque operatori in
Italia nel settore farmaceutico. La mia avventura imprenditoriale andrà avanti in
futuro nel segno della continuità e della responsabilità sociale di produrre lavoro e
ricchezza. Quella stessa responsabilità civile che mi ha spinto a «restituire alla società»parte dalla fortuna che ho avuto ome
imprenditore. È questo lo spirito della Fondazione Golinelli che da sempre opera nel
settore dell’educazione, della formazione e
della cultura, trasmettendo ai giovani un

guido castelnuovo (1865- 1952)

Il buon maestro dei numeri

“profitto” particolare, non quantificabile, il
profitto della crescita culturale personale,
per la propria vita e per la collettività. Investire in programmi educativi innovativi rivolti ai giovani e giovanissimi, quando la
loro capacità di apprendimento è massima,
significa insegnare da subito alle persone a
usare le loro facoltà intellettive nel momento in cui sono più recettive all’apprendimento. Un’azione così impostata, se amplificata, potrebbe spostare il baricentro
anche economico dal welfare classico assistenziale, che costa di più ed è meno efficace, a un welfare dinamico preventivo e
orientato a uno sviluppo che vada “oltre”
anche il concetto di sostenibilità, supportando adeguatamente la metamorfosi del
nostro sistema socio-economico.
La Fondazione agisce con un approccio
olistico alla cultura, studia le interconnessioni tra l’arte e la scienza, sviluppa metodi
didattici innovativi per stimolare la creatività, la passione, le idee nuove, lo spirito
critico, la capacità di imparare, i valori etici

Il matematico veneziano nato 150 anni fa non è
stato solo un’autorità riconosciuta in geometria
ma anche un intellettuale impegnato in politica
e nella formazione e divulgazione scientifica
di Umberto Bottazzini

H

a compiuto da poco
quarant’anni Guido Castelnuovo quando firma l’ultimo lavoro
scritto con Federigo
Enriques. Quella lunga
nota raccoglie i risultati di una collaborazione che, in poco più di un decennio,
ha gettato le basi della moderna teoria
delle superfici algebriche e ha imposto i
geometri italiani sulla scena matematica internazionale. È il novembre 1892
quando un ventenne Enriques, fresco di
laurea alla Normale di Pisa, con una borsa di perfezionamento a Roma si presenta a Castelnuovo che, a soli ventisei
anni, ricopre la cattedra di geometria
analitica e proiettiva nell’università
della capitale. È nato infatti a Venezia
nel 1865 in una famiglia della borghesia
intellettuale animata da ideali risorgimentali – la nonna materna ha partecipato nel 1849 alla difesa di Venezia, il padre Enrico è autore di novelle e romanzi
di successo, che denunciano l’affarismo
della nuova e spregiudicata classe dirigente. Dopo la laurea in matematica a
Padova, dal 1887 il giovane Guido tra-

Nel 1914 a Parigi intervendo alla
Commissione internazionale
dell’insegnamento matematico
dichiarò che trattare problemi
di didattica è un dovere sociale
scorre quattro anni come assistente a
Torino, dove stringe duratura amicizia
con Corrado Segre, il professore che gli
insegna «la devozione alla scienza e alla
scuola». Ma è l’incontro con Enriques a
rivelarsi decisivo per entrambi. Castelnuovo si rende conto ben presto che il
giovane che ha di fronte è un “mediocre
lettore”, e per metterlo al corrente dei risultati più recenti funziona meglio il
metodo socratico della conversazione
nel corso di «interminabili passeggiate

per le vie di Roma». «Non è esagerato affermare che in quelle conversazioni fu
costruita la teoria delle superfici algebriche secondo l’indirizzo italiano», ricorderà Castelnuovo. Nel 1896 il loro sodalizio scientifico si salda con i vincoli
familiari del matrimonio di Guido con
Elbina, sorella di Federigo.
Dieci anni dopo, quando di fatto si
conclude la loro collaborazione scientifica, per entrambi inizia una nuova stagione. Mentre Enriques coniuga la ricerca geometrica con un crescente impegno sul terreno della filosofia, Castelnuovo è invece attratto da questioni di
carattere didattico. «Ci domandiamo
talvolta se il tempo che dedichiamo alle
questioni d’insegnamento non sarebbe
meglio impiegato nella ricerca scientifica. Ebbene, rispondiamo che è un dovere sociale che ci obbliga a trattare questi problemi» dirà nel 1914 a Parigi, rappresentando l’Italia alla riunione della
Commissione internazionale dell’insegnamento matematico. È lo stesso “dovere sociale” che qualche anno prima ha
convinto Vito Volterra a creare la Società Italiana per il progresso delle Scienze
per soddisfare i «nuovi bisogni dell’umana società». Alla vita di quella Società Castelnuovo partecipa attivamente, e con Volterra egli condivide anche la
responsabilità dell’organizzazione del
Congresso Internazionale dei Matematici a Roma, che nel 1908 sancisce il prestigio internazionale della comunità
matematica italiana. Da parte sua, Castelnuovo redige poi i programmi ministeriali per il liceo moderno, istituito nel
1911 e attuato in via sperimentale, e presiede la Mathesis, la società degli insegnanti di matematica. Nei corsi di Geometria superiore all’università non esita a trattare la teoria della probabilità,
«una scienza che va costituendosi» e nel
dopoguerra ne fa oggetto del volume
Calcolo delle probabilità (1919) per «promuoverne le applicazioni alle scienze fisiche, biologiche e sociali». Coglie la
grande portata della rivoluzione ein-

numeri | Adriano Attus, «Numerage: la verità nascosta» in mostra fino al 31 luglio alla galleria
l’Affiche, via Nirone 11, Milano
steiniana, che si impegna a diffondere
nel nostro paese con articoli e un gioiello di divulgazione scientifica come Spazio e tempo secondo le vedute di Einstein
(1923), e nella Facoltà romana si batte
per l’istituzione della prima cattedra di
fisica teorica, su cui viene chiamato ad
insegnare Enrico Fermi.
Nello stesso anno viene promulgata
la riforma Gentile, e Castelnuovo – vicepresidente dell’Accademia dei Lincei
presieduta da Volterra – a nome di una

Commissione lincea ne redige una ampia relazione critica, che denuncia in
particolare «la prevalenza dell’insegnamento filosofico sugli insegnamenti
scientifici» nella scuola media. Castelnuovo non è solo un’autorità riconosciuta in geometria, è un intellettuale
impegnato nella formazione di una moderna cultura scientifica, la cui opposizione al fascismo diventa pubblica nel
1925 con la firma del Manifesto degli intellettuali antifascisti redatto da Croce.

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l progetto Numerage, dichiara il suo
autore, è una provocazione. Sul suo
sito, Adriano Attus vi invita a contare
fino a 100 seguendo una colorata folla
di numeri di diverso carattere e dimensione, ritagliati dai giornali e disposti in
vivaci collages che sfidano non poche
regole della percezione visiva. È un bel
modo di far riflettere su quel che i numeri
svelano o nascondono. Io ci ho impiegato
quattro minuti a contare fino a 18 e poi,
ovviamente, ho lasciato perdere. Se poi
provate a immaginarli a occhi chiusi, i
primi cento numeri, come invitava a fare
Francis Galton, pioniere della statistica,
scoprirete se appartenete al 50% che li
immagina allineati lungo una retta
orizzontale o all’altra metà di persone che
se li figura disposti a scala, in figure
geometriche, a nastro attorcigliato, in
bianco e nero o a colori vivaci, su sfondo
chiaro o scuro, luminoso o opaco.
Anche al di là delle questioni percettive,
i numeri appaiono ad alcuni affascinanti
ad altri incolori. C’era un tempo molto
lontano (nell’antica Persia, per esempio, o
nelle corti rinascimentali) in cui gli uomini
seducevano le loro amanti ponendo loro
complicati problemi matematici. Oggi,
nella fantasia dei più, i numeri appaiono
«aridi e freddi». Con l’avvento della
statistica nell’Ottocento, infatti, hanno
cominciato ad essere associati con i «fatti».
Da Carl Pearson, che amava tagliar corto
nelle discussioni astratte con un «statistics
on the table, please»(versione pragmatica
del leibniziano «calculemus») fino all’attuale abitudine di corredare buona parte
delle informazioni nella stampa con la loro
«evidenza» numerica, i «dati» sono
diventati la nostra principale chiave di
lettura del mondo. Da infografico e giornalista, Attus è tuttavia consapevole del fatto
trasporre i numeri in diagrammi e immagini non equivale a «fotografare», ma a
«dipingere» la realtà, cioè a interpretarla.
Come osservava Otto Neurath già nel
secolo scorso, «tramutare la scienza in
immagini è spesso un compito difficile e
non è affare né dello scienziato né del
grafico», ma di una «terza competenza»
che, con Giovanni Anceschi, potremmo
chiamare «il trasformatore» (infografico e
giornalista, appunto). Ecco allora che le
«provocazioni» di Attus riportano l’attenzione sul legame tra scienza e arte, sulla
capacità dei numeri, nelle mani dei «trasformatori», di svelare la realtà o di
occultarla, di dire la verità o di mentire.
Meglio ancora: di mentire dicendo la
verità. I numeri tornano a stupirci, insomma, o forse a inquietarci.

Negli anni del fascismo, il sabato sera,
casa Castelnuovo diventa il ritrovo abituale dei matematici e fisici romani, un
cenacolo di discussioni animate da Enriques e Fermi, Pontecorvo, Levi-Civita,
talvolta Volterra e Ettore Majorana. La
situazione precipita nel settembre 1938:
negli stessi giorni in cui appare a stampa
il suo volume Le origini del calcolo infinitesimale nell’era moderna vengono promulgati i primi «Provvedimenti per la
difesa della razza nella scuola fascista».
Gli ebrei vengono espulsi dalle scuole,
dalle università, e dagli istituti di cultura, Castelnuovo, Enriques e gli altri soci
ebrei vengono dichiarati decaduti dall’Accademia dei Lincei, di cui viene decretata la fusione con la mussoliniana
Accademia d’Italia.
Durante la guerra Castelnuovo riesce
a istituire dei “Corsi integrativi di cultura matematica”, una sorta di “università
clandestina” per gli studenti ebrei romani che funziona regolarmente fino
alla caduta del regime.
Per descriverne le vicende, e chiedere
l’ammissione degli studenti alla facoltà
di Ingegneria, nel settembre 1943 Castelnuovo scrive una lettera indirizzata
al ministro dell’istruzione del governo
Badoglio. Ma dopo l’8 settembre quella
lettera, racconterà la figlia Emma, «rimase in un cassetto dello scrittoio di
mio padre. E si salvò, assieme a tutti i documenti dell’università clandestina,
benché, avvertiti da un coraggioso
Commissario di Polizia, di una razzia
degli ebrei romani programmata per il
16 ottobre da parte delle SS tedesche,
avessimo lasciato il nostro appartamento da un giorno all’altro, il 15 ottobre». Miracolosamente sfuggito alla retata nazista, nei lunghi mesi dell’occupazione Castelnuovo (come Enriques,
del resto) vive a Roma sotto falso nome.
Dopo la liberazione nel giugno 1944 fa
pervenire la sua lettera-documento sull’università clandestina a Guido De Ruggiero, esponente del Partito d’Azione e
ministro della Pubblica Istruzione del
governo Bonomi, per conto del quale
Castelnuovo redige un “Progetto di riforma dell’insegnamento secondario”
che prevede l’istituzione di una scuola
media unica (sarà istituita solo gli anni
Sessanta!). Ancora da De Ruggiero viene
nominato Commissario straordinario
del Cnr per predisporre una relazione
sullo stato dell’Ente di ricerca. E infine,
membro di un «comitato di anziani lincei», Castelnuovo si fa carico della rinascita dell’Accademia dei Lincei, che viene eletto a presiedere nel dicembre
1946. Nominato nel 1949 Senatore a vita
dal Presidente della Repubblica Luigi
Einaudi, nell’aula del senato fa sentire la
sua voce in difesa della ricerca scientifica, di cui sottolinea il valore culturale
anche nel suo ultimo intervento pubblico pochi mesi prima della morte (29
aprile 1952), il discorso inaugurale da
Presidente del comitato esecutivo della
Société Européenne de Culture.

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progetto numerage

Riuscite a contare
fino al 100?
di Simona Morini

ADRIANO ATTUS

e la responsabilità, l’apertura a una visione
multiculturale della società, attraverso la
sperimentazione in laboratorio e l’unione
«del sapere al saper fare». Opificio Golinelli
sarà il luogo di tutto ciò. Uno spazio dove i
giovani si potranno costruire un percorso
di vita avendo a disposizione gli strumenti
offerti dalla Fondazione: una «cassetta degli attrezzi» per guardare alla complessità
del mondo e per perseguire le proprie libere
aspirazioni ed essere preparati e forti a un
futuro imprevedibile. Solo se siamo in grado di dare fiducia ai giovani, possiamo avere noi stessi fiducia nel futuro.
Un milione sono stati i visitatori e i partecipanti alle varie attività proposte dalla
Fondazione dal 2000 a oggi, in particolare
giovani e giovanissimi studenti delle scuole, i futuri cittadini del mondo globale. Raccomando a tutti gli amici e colleghi imprenditori: siate uomini e donne di cultura. Oggi
ho 95 anni e non ho certo intenzione di fermarmi. Guardo al 2065 con fiducia.

I

selezione sessuale

Le placche dello stegosauro
di Vincenzo Fano

N

ei dibattiti generali, quando si
discute della teoria darwiniana dell’evoluzione, spesso ci si
concentra sul problema
«Darwin sì o Darwin no», trascurando che
cosa effettivamente insegni la teoria della
selezione naturale. Uno dei punti più
complessi e fraintesi è la «selezione sessuale», ovvero la trasmissione di un certo
patrimonio genetico alla generazione
successiva dovuta alle scelte nell’accoppiamento, indipendentemente dal suo
valore adattativo. Tali scelte possono essere influenzate sia dal conflitto violento

fra maschi desiderosi di ingravidare le
femmine, ma anche dalla scelta femminile del maschio preferito per qualche suo
carattere sessuale secondario, come la coda del pavone. A volte la preferenza femminile va a un carattere che è neutrale o
addirittura deleterio dal punto di vista
adattativo. In questi casi il destino nel
tempo di un carattere è in bilico fra “forze”
diverse, cioè da un lato la selezione sessuale e dall’altro quella naturale. Questo
può portare ad andamenti caotici nella
storia di un certo tratto. Ovvero basta un
piccolo cambiamento nelle condizioni
iniziali e il carattere si fissa o sparisce. Ciò
a riprova della grande ricchezza e complessità dell’immagine del vivente proposta dalla teoria darwiniana.

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Ricostruire il dimorfismo sessuale (le
differenze morfologiche fra maschi e femmine) dei dinosauri è difficile, poiché i tessuti molli non si fossilizzano. Recente-

Ewan Thomas Saitta
ha dimostrato il dimorfismo
sessuale di una particolare
specie di dinosauro, una logica
di induzione per eliminazione
mente però Ewan Thomas Saitta, in uno
splendido articolo pubblicato sull’autorevole rivista open access PLOSone, ha portato argomenti decisivi a favore di una si-

tuazione del tipo ipotizzato in precedenza
per una specie di stegosauro. Di fatto sono
stati trovati cinque scheletri vicini di questa specie, morti probabilmente assieme
per lo stesso evento catastrofico. Tali fossili presentano placche (che formano la
cresta sulla schiena) di tipo diverso: alcune più larghe e ovali e altre più alte e a punta. Questo dimorfismo potrebbe essere
spiegato in diversi modi. Si tratta forse di
due specie diverse ma simili? Probabilmente no, poiché questi individui danno
l’impressione di appartenere a un gruppo
cospecifico. Si tratta di una variazione casuale fra individui? No, poiché non ci sono
sufficienti esempi di forme intermedie –
anche provenienti da altri reperti di stegosauro – né individui che posseggono entrambi i tipi di placche. Si tratta di una differenza legata a età diverse della vita dello
stegosauro? Anche per questa ipotesi le
evidenze sono quasi nulle. Resta quindi
solo la possibilità che si tratti di un dimorfismo sessuale. Da qui la conclusione di
Saitta. Fra l’altro è probabile che le placche

più grandi e ovali fossero maschili, che
quindi sarebbero adattativamente svantaggiati, poiché quelle puntute sono una
valida deterrenza per i possibili predatori.
Dunque forse un altro caso di un carattere
preferito dalle femmine, che non ha valore
adattativo, ma favorisce l’accoppiamento.
Notevole anche il modo di ragionare di
Saitta. Di fatto egli procede con quella che
si chiama «induzione per eliminazione»;
cioè escluse tutte le altre possibilità, quella che rimane, anche se non ha molte evidenze favorevoli, diventa molto probabile. Da un punto di vista bayesiano – oggi la
logica della conferma delle teorie scientifiche dominante – questo tipo di ragionamento non è molto forte. Infatti è molto
difficile prendere in considerazione tutte
le possibili ipotesi esplicative. È invece
possibile che l’ipotesi corretta non sia fra
quelle finora formulate, per cui il ragionamento per eliminazione non sembra
adeguato. Ovvero non basta escludere
tutte le ipotesi note per avvalorarne una.
Potrebbe infatti essere che quella vera

non sia stata neanche concepita. Non la
pensava così Aristotele, che riconduce
l’induzione proprio a un ragionamento
che esaurisce le alternative, visto che il
numero delle possibili forme per lui è limitato. Né è d’accordo Sherlock Holmes
che, in un bel passo del romanzo Il segno
dei quattro, afferma: «Watson, quante
volte ti ho detto che quando hai eliminato
tutte le possibilità, quella che rimane, per
quanto improbabile, deve essere la verità?». Dello stesso avviso è il grande filosofo americano John Earman, che nel suo
capolavoro epistemologico Bayes or bust,
mostra come senza induzione per eliminazione molti ragionamenti scientifici
che noi diamo per accettati non avrebbero un adeguato supporto.
Quante cose ci hanno insegnato quei
fossili di stegosauro ritrovati nel Montana.
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Evidence for sexual dimorphism in the
plated dinosaur stegosaurus mjosi,
PLOSone, 22 aprile 2015.

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30

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

I cimeli di Napoleone imperatore in vendita

Storia e storie

«Napoleon Antiquity to Empire» è il titolo della mostra appena aperta a
Londra nella Galleria Robilant+Voena e in collaborazione con Stair Saint
Galleries (38, Dover Street; www.robilantvoena.com). In occasione del 2°
centenario della Battaglia di Waterloo fino al 30 luglio sono esposti disegni,
dipinti, sculture e arredi legati all'immagine di Napoleone imperatore.

grandi condottieri

grande guerra

Affascinati da Annibale

Chi erano
i contrari

Un personaggio diventato
un’icona nella nostra civiltà
e che risulta essere assai
più celebre dello stesso
Scipione, il generale
romano che lo sconfisse
di Ermanno Bencivenga

I

n due delle sue satire Giovenale parla
di studenti cui è assegnato il compito
di dibattere se Annibale avrebbe dovuto marciare su Roma dopo la vittoria di Canne. Nel 1891 lo storico Theodore Ayrault Dodge pubblicò un’importante ricostruzione delle gesta di Annibale e documentò che all’epoca esistevano
già 350 pubblicazioni sull’epico attraversamento delle Alpi da parte del generale cartaginese. Sono due fatti citati da Eve MacDonald, archeologa e lettrice all’Università di
Reading, in Inghilterra, nel suo Hannibal, un
libro frutto di diligente e meticolosa ricerca
che a poco più di duecento pagine di testo ne
accompagna sessanta di note e quasi venti di
bibliografia.
Non sono fatti che riguardano direttamente Annibale; appartengono piuttosto
alla cronaca dello straordinario fascino che
questo personaggio ha sempre esercitato. E
sono fatti significativi, perché evocano i due
avvenimenti, le due decisioni, che hanno reso Annibale un’icona immortale nella nostra civiltà, un simbolo più vivido di quanto
mai siano stati gli stessi romani e lo stesso
Scipione che lo sconfissero. Un simbolo di
che cosa? Dell’irriducibile ambiguità della
condizione umana, del conflitto che si agita
in ognuna delle nostre anime, il cui esito
nessuno potrà mai prevedere.
Secondo il mito, la decima fatica di Ercole
lo aveva portato all’estremità occidentale
del Mediterraneo, là dove Europa e Africa
quasi si uniscono (e dove eresse le sue colonne), per catturare i buoi rossi del gigante
Gerione. Con i buoi in suo sicuro possesso,
si trattava di tornare indietro, e per farlo Ercole attraversò le Alpi. L’unico precedente
cui Annibale poteva fare riferimento per la
sua impresa, dunque, era un leggendario

condottiero | Jacopo Ripanda, «Annibale varca le Alpi», 1508-1509, Roma, Palazzo dei Conservatori
che la vicenda di Annibale continua ad attrarci. Anche in ambienti molto più limitati e
situazioni molto più modeste, tutti noi conosciamo l’inquietante, spesso incomprensibile alternanza di audacia ed esitazione di
cui lui ci ha dato un esempio estremo. Tutti
noi, forse, abbiamo lavorato con coraggio e
con successo per raggiungere una meta ambita e, quando finalmente l’avevamo alla no-

È divenuto il simbolo
dell’ambiguità della condizione
umana e del conflitto che si
agita in ognuno di noi, il cui
esito nessuno può prevedere
semidio; realizzandola, entrò a sua volta
nella leggenda e annunciò il carattere divino degli esseri umani. Testimoniò che nulla
di quel che veniva giudicato per loro impossibile lo era davvero. Due millenni dopo il
suo emulo Napoleone avrebbe scritto che
«a ventisei anni Annibale concepì ed eseguì
quel che non era concepibile» e «sacrificò
metà del suo esercito solo per avere il diritto
di combattere».
Ottenuto questo diritto, Annibale sbaragliò i romani al Ticino, al Trebbia e al Trasimeno, e il 2 agosto 216 li affrontò nella piana
di Canne, nell’entroterra di Barletta. Roma
intendeva chiudere definitivamente i conti
con lui e aveva mandato oltre 80 mila soldati; Annibale ne aveva a disposizione circa la
metà. Aveva anche, però, una superiore intelligenza strategica: lasciò che il nemico
sfondasse al centro e quindi lo accerchiò dai
fianchi e da dietro con i suoi uomini migliori.
Fu un macello: i romani ebbero 50mila morti, inclusi un console e ottanta senatori; i cartaginesi ottomila. Roma era in ginocchio:
per difenderla vennero arruolati ragazzi con
ancora addosso la toga praetexta, la quale veniva abbandonata a sedici anni. Ci sarebbero volute tre settimane per raggiungere l’Urbe, ma niente avrebbe potuto arrestare i
trionfatori di Canne. Annibale scelse invece
di fermarsi e un suo luogotenente dichiarò:
«Sai vincere una battaglia, ma non sai usare
la vittoria». Da quel momento iniziò per lui
una lunga agonia, tanto più lunga in quanto
la sua abilità militare e organizzativa gli permise di sopravvivere in armi per tredici anni
in un territorio che diventava sempre più
ostile. Quando tornò in patria trovò ad
aspettarlo forze (soprattutto di cavalleria)
preponderanti e fu sconfitto a Zama.
La scelta di Annibale di non andare a Roma cambiò la storia. Roma controllava buona parte della penisola italiana e poco d’altro: i suoi unici possedimenti «d’oltremare» erano in Sicilia. Evitata la catastrofe imminente e guadagnato tempo, fu in grado di
attaccare e debellare i cartaginesi in Spagna
e, dopo Zama, di estendere il suo dominio
anche in Africa, trasformandosi in una superpotenza priva di rivali che, un passo dopo l’altro, avrebbe fatto del Mediterraneo il
mare nostrum.
Non è però solo in questo senso cosmico

Sostieni il mio lavoro. scaricando. da www.dasolo.info

stra portata, le abbiamo volto le spalle. Tutti
noi, forse, abbiamo avuto quella che in gergo
sportivo si chiama «paura di vincere»: paura
della felicità, dell’approvazione, dell’amore.
È per questo motivo che Annibale ci parla:
nella sua inconcepibile avventura e nel suo
tragico epilogo leggiamo il nostro destino e
rabbrividiamo pensandoci. Pensando a come il fatto di non cogliere l’occasione propi-

zia, quell’unica volta che si presenta, possa
avere come conseguenza che il tuo popolo
non esisterà più e la tua storia sarà scritta da
coloro che ti hanno umiliato.
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Eve MacDonald, Hannibal: A Hellenistic
Life, New Haven e Londra, Yale
University Press, pagg. xvi+332. $ 38,00

la biblioteca
di Giorgio Dell'Arti

di Paolo Pombeni

Sportivi
in trincea

N

G

el tripudio di studi sulla
Grande Guerra e sul ruolo
che vi ebbe l’Italia, il movimento contrario alla nostra entrata nel conflitto è stato sostanzialmente negletto. Non che ovviamente non si sapesse della sua esistenza, non fosse altro che per le
polemiche sulla posizione di Giolitti,
per il «né aderire né sabotare» che finì
per essere il punto d’approdo dei socialisti, per i notori timori del Vaticano verso un conflitto che metteva a
dura prova l’ultimo impero cattolico,
quello degli Asburgo d’Austria. Tuttavia il movimento neutralista era considerato quasi l’espressione di un certo ritardo di analisi circa la portata degli avvenimenti in corso.
Fulvio Cammarano ha messo al lavoro 48 studiosi per ricostruire un
quadro articolato di un movimento la
cui portata, alla luce dei dati che questi
studi forniscono, fu notevole, tanto
che ci si deve chiedere come mai finì
così facilmente sconfitto. Nel suo saggio introduttivo il curatore fornisce
con lucidità la spiegazione del fenomeno. «Il riconoscimento della nazione come valore per cui, in determinate
condizioni, era opportuno battersi
sparigliava le carte costringendo i
contendenti a scontrarsi sullo stesso
terreno valoriale e impedendo al neutralismo di dotarsi di una autonoma
riconoscibilità ideologica ed etica.
Nessuna forza politica, neppure i cattolici , poteva infatti declinare la scelta
della neutralità in termini di pacifismo, ma allo stesso tempo l’ambiguo
rapporto storico (dei cattolici) o ideologico (dei socialisti) con il valore della
patria, delle forze popolari che si battevano per il non intervento (vale a dire socialisti e cattolici) impediva loro,
se pure l’avessero voluto, di trasformare il neutralismo in un credibile
progetto politico».
Eppure la piazza neutralista non
era una piazza «senza vigore» al contrario di quella appassionata degli interventisti. Nei 37 casi locali esaminati, che abbracciano tutta l’Italia da Aosta alla Sicilia, si coglie con chiarezza
l’ampiezza di partecipazione popolare che assunse il movimento per tenere l’Italia fuori dal conflitto. Nel nostro caso infatti per mobilitare il consenso popolare non si poteva ricorrere alla retorica della patria da salvare
dalla aggressione per invidia del nemico esterno, come avvenne specularmente in Francia e Germania, non
si aveva da vendicare la perfidia slava
per l’assassinio di un membro della
casa reale (l’Austria-Ungheria), né da
difendere dall’invasione degli “Unni”
il Belgio invaso (come fu il caso della
Gran Bretagna).
Eppure gli interventisti furono capaci di scovare ragionamenti pseudostorici a cui i neutralisti non seppero
controbattere efficacemente. Per di più
erano divisi: Giolitti pensava a fare alta
politica parlamentare, i socialisti erano
spaccati fra l’ideologia antibellicista e
le loro indubbie radici risorgimentali
che li spingevano a vedere nell’Austria
la nemica, i cattolici erano sospetti di
preferire la salvezza della monarchia
asburgica al ricongiungimento degli
“irredenti” alla madre patria.
Nonostante questo il movimento,
come mostrano bene i vari casi di studio locali, ebbe un buon radicamento
nel paese. Mancò invece la capacità di
coordinare i diversi filoni del movimento che era composto di componenti ideologiche e sociali sospettose
le une delle altre. Fu così che, come
scrive sempre Cammarano, «riemerse
allora l’immaginario di una volontà
popolare che – portata avanti da minoranze patriottiche in ambigua ed altalenante relazione con la Corona –
pretendeva di agire nell’interesse della nazione e del popolo a prescindere
dalla rappresentanza legale, ma, se
necessario, anche contro di essa. Furono queste le premesse che fecero
scrivere a Prezzolini nel 1938 che il fascismo era iniziato nelle giornate di
maggio del 1915».
Una storia dell’intervento italiano
nella Prima Guerra Mondiale non sarà mai completa senza una ricostruzione del ruolo del neutralismo, che
certo fu sconfitto nel “maggio radioso”, ma che risorse poi sia durante alcuni momenti difficili della guerra,
sia soprattutto nel tormentato primo
dopoguerra.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fulvio Cammarano (a cura di),
Abbasso la guerra! Neutralisti in
piazza alla vigilia della Prima
guerra mondiale in Italia, Firenze,
Le Monnier, pagg. 606, € 29,00

uerra. All’alba della Grande
Guerra, il mondo dello sport
italiano «fu immediatamente
filo-interventista con le sue
federazioni e la sua carta stampata: il
10 giugno 1915 Lo Sport Illustrato
diveniva Lo Sport Illustrato e la Guerra
e il settimanale torinese La Stampa
Sportiva si trasformò celermente in
L’Illustrazione della Guerra e la Stampa
Sportiva».
Spalla. «Davvero troppo poco
sarebbe definire Erminio Spalla
“solamente” un pugile: perché per
questo ragazzo nato il 7 luglio 1897 a
Borgo San Martino, in provincia di
Alessandria, le mani furono davvero
qualcosa in più dell’“arma” da caricare
per spedire al tappeto l’avversario di
turno. Quei pugni, quelle mani, furono
per Erminio lo strumento attraverso
cui esplorò il mondo, costruì il suo
destino, raccontò la sua vita, lui che –
oltre che grande boxeur – fu scultore,
attore, pittore, ebbe ambizioni di
cantante lirico e si rivelò pure fine
scrittore».
Fronte. «A quel tempo, il destino di
Erminio Spalla era già tracciato: peso
massimo dotato fisicamente, possente
e combattivo, formatosi nella palestra
dell’U.S. Milanese, aveva esordito tra i
professionisti nel 1916. Ma arrivò poi la
guerra a costringere “il milanese” a
salire su ben altro ring: “Il 41° fanteria
era il mio reggimento e ci trovavamo in
Val Giudicaria (nel Trentino
occidentale, N.d.A.)”, ricorda il pugile».
Anche al fronte non gli mancarono
comunque le occasioni di esercitare la
propria abilità pugilistica. Una volta, in
una zuffa d’osteria, stese a terra un
soldato inglese, che scoprì poi essere un
campione di pugilato; Spalla fu quindi
convocato da un capitano inglese, il
quale, dopo essersi complimentato,
«mi parlò dell’arte di dare i pugni, e mi
diede anche delle lezioni,
specializzandomi e rivelandomi più a
fondo i segreti della noble art.
Pozzo. Vittorio Pozzo, uomo di
sport, calciatore e poi ct della nazionale,
allo scoppio del conflitto sta
preparando l’importante tournée
sudamericana del suo Torino. È il 22
luglio 1914 quando la squadra salpa da
Genova a bordo del Duca di Genova
della compagnia marittima Veloce,
destinazione Brasile». Tre mesi e molte
avventure dopo, quando il Torino fa
ritorno a bordo del piroscafo Duca degli
Abruzzi, «la scena dell’arrivo a Genova,
sempre descritta da Pozzo, è un
fulminante ritratto della tragedia
incombente: “All’arrivo a Genova, uno
degli amici che ci aspettavano sul molo
agitava, nella mano, una quantità di
fogli verdi-gialli. Erano i richiami per la
mobilitazione o esercitazione. Ce n’era
per tutti, ci volevano da tutte le parti: 3°
alpini, 4° bersaglieri, 5° genio minatori,
92° fanteria. Impallidimmo. Quella
guerra, sulla cui durata avevamo tanto
scherzato, era lì con le fauci aperte, a
ghermirci”».
Nedi. Atleta italiano glorioso tanto
nelle vesti di schermidore quanto in
quelle di soldato fu Nedo Nadi, classe
1893, sottotenente di cavalleria nel
reggimento Alessandria pluridecorato
al valor militare. Un giorno,
nell’autunno del 1918, Nadi aveva
appena valorosamente conquistato un
avamposto austriaco tra Bolzano e
Trento costringendo alla resa i soldati
asburgici, quando dalla colonna dei
prigionieri si levò un grido: «Nedò,
Nedò!». A pronunciarlo uno
schermidore viennese, più volte leale
avversario di Nadi prima del conflitto:
«Nadi lo riconosce e lo abbraccia
calorosamente, tra lo stupore dei
soldati austriaci e dei cavalleggeri
italiani. Poi l’italiano s’adopera perché
quel prigioniero e i suoi commilitoni
abbiano un trattamento dignitoso. (…)
La notizia di quel caloroso saluto che
ha lasciato tutti a bocca aperta si
diffonde rapidamente; il campionesoldato viene convocato d’urgenza a
rapporto dal colonnello. “Io sono
soldato ma anche cristiano.
Quell’ufficiale austriaco era compagno
di sport e un amico. L’ho salutato come
mi dettava la mia coscienza. Era
prigioniero e lo è rimasto. Non ho
commesso alcuna infrazione. Mi sono
comportato umanamente. Tutto qui.
Non ho niente da rimproverarmi”. Il
colloquio si chiude con una stretta di
mano. Il sottotenente Nadi può tornare
dai suoi uomini».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Notizie tratte da: Dario Ricci e
Daniele Nardi, La migliore gioventù.
Vita, trincee e morte degli sportivi
italiani nella Grande Guerra, Infinito,
Modena, pagg. 204, € 14,00

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

31

Trieste rende omaggio a Ugo Guarino

Dal 24 giugno all’11 ottobre al Museo Revoltella di Trieste, retrospettiva su
Ugo Guarino, il grande disegnatore che a partire dal 1972 collaborò
con il gruppo Psichiatria Democratica di Franco Basaglia. La mostra
include disegni, dipinti, sculture e documentazione fotografica ed è curata
da Silvia Magistrali e Francesca Tramma (www.museorevoltella.it)

Economia e società

corruzione

il potere saudita

Vergognarsi delle mazzette
Illustrazione di Guido Scarabottolo

La ricetta è: agire
da privati ma con
un serio controllo
pubblico. Le misure
recenti però non vanno
in questa direzione

convegno
in bocconi

Governance
e prevenzione
Il Dipartimento Studi giuridici
Angelo Sraffa dell’Università Bocconi di Milano ha organizzato il 26 giugno (ore 10,3013) il convegno «Prevenzione
della corruzione e governance
nelle società partecipate dallo
Stato». Introduce e modera
Giorgio Sacerdoti. Oltre a quello
di Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale, che anticipiamo in
questa pagina, sono previsti
interventi di Achille Bianchi,
consigliere giuridico, Ministero
dell’Economia e delle Finanze;
Alberto Alessandri, Università
Bocconi; Bruno Giuffrè, presidente AODV231 - Associazione
Componenti degli Organismi di
Vigilanza; Leonardo Borlini,
Università Bocconi. Per informazioni tel. 02
5836.5221/5231

di Giovanni Maria Flick

I

l 26 giugno prossimo un seminario
presso l’Università Bocconi (Prevenzione della corruzione e governance nelle società partecipate dallo Stato) affronta il
tema del contrasto alla corruzione sul
duplice versante pubblico e privato, per
verificare gli effetti positivi ma anche quelli
negativi dell’applicazione dell’uno o dell’altro
modello, quando non (come capita) contemporaneamente di entrambi, alla prevenzione
– urgente e finalmente avviata – di questo gravissimo cancro della nostra economia, convivenza e democrazia.
In passato la corruzione, allora non ancora
sistemica, era confinata in un contratto illecito
tra la pubblica amministrazione di stampo
classico e il privato: un contratto previsto dal
codice penale in varie (troppe) forme, per la
compravendita di un atto – il più delle volte illecito, talora invece dovuto – del pubblico ufficiale (o dell’incaricato di pubblico servizio) a
favore del privato. Il contrasto alla corruzione
si esauriva nella repressione sua e della concussione, nella quale invece della parità vi era
la soggezione del privato alla costrizione dell’operatore pubblico.
Il quadro si è profondamente modificato
tra la fine del secolo precedente e l’inizio del
nuovo. I cambiamenti drastici (per lo più in
peggio) della pubblica amministrazione: come le privatizzazioni per motivi apparenti di
efficienza, in realtà sostanziali di elusione dei
pochi controlli pubblici rimasti; o come il dilagare della prassi dell’emergenza. Quelli altrettanto drastici (in meglio, per così dire) della
corruzione: dalla mazzetta alle triangolazioni, alle consulenze e alle compensazioni; dalla
compravendita dell’atto a quella della funzione. I cambiamenti del mercato – non più nazionale, ma globale – e dell’operatività delle
grandi imprese, nonché il moltiplicarsi degli
interlocutori pubblici a livello internazione.

L’inefficienza della giustizia penale nella repressione: sono tutti elementi che hanno indotto a spostare il focus dalla repressione alla
prevenzione. Seguendo una serie di indicazioni ed esperienze sovranazionali e straniere, si è di fatto privatizzata la prevenzione delegandola alle imprese che sono le potenziali
beneficiarie della corruzione commessa dai
loro dipendenti o vertici apicali, con il sistema
del bastone (la punizione) e della carota (l’impunità) per le imprese che non adottino o al
contrario pongano in essere un sistema adeguato di compliance per impedire la attività
corruttiva dei loro operatori.
Una prevenzione non solo privatizzata, se
pur sempre sotto il controllo dello Stato, ma
affidata a una responsabilità imprenditoriale
di organizzazione nella valutazione e gestione del rischio di corruzione; nel monitoraggio delle aree ed attività a rischio; nella formazione dei dipendenti; nell’impegno dei
vertici di impresa; nell’elaborazione di best
practices e di codici etici; nella trasparenza;

nel whistleblowing (l’incoraggiamento alla
segnalazione di illeciti).
L’avvio di questa prospettiva (la novità forse più significativa del diritto penale dell’economia negli ultimi tempi) è stato rappresentato proprio dalla introduzione (con il
d.lgs.231/2001) della responsabilità penale –
formalmente “amministrativa”, forse per non
spaventare troppo le imprese – per omesso
apprestamento delle cautele organizzative
idonee ad impedire la commissione di reati da
parte dei dipendenti o amministratori. Questo
modello è stato ripreso con la legge 190/2012
accentuandone le caratteristiche pubblicistiche per applicarlo alla prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione. Nel
frattempo la privatizzazione della prevenzione si sviluppava ulteriormente con la introduzione del delitto di corruzione privata. Il controllo pubblico della prevenzione si sviluppava inoltre con la creazione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione; con il conferimento
ad essa di poteri sempre più incisivi; con l’in-

dal comunismo al capitalismo

troduzione di numerosi, onerosi e complessi
obblighi di organizzazione (il piano triennale
e il responsabile anticorruzione) e di trasparenza ed informazione (sia nell’organizzazione; sia ai fini del c.d. accesso civico da parte di
tutti i cittadini e utenti). Sono obblighi che si
riferiscono all’amministrazione pubblica in
tutte le sue molteplici realtà organizzative, fra
loro diverse: grandi e piccole, centrali e locali,
di stampo pubblicistico e di stampo privatistico. Un abito a taglia unica da adattare alle figure più disparate attraverso le acrobazie interpretative dell’autorità di vigilanza.
In questo contesto riemerge – con tutto lo
strascico di difficoltà già sperimentate nel
secolo scorso per un settore peculiare di impresa, quello del credito – il problema della
distinzione fra pubblico e privato. La pietra
d’inciampo è rappresentata dai c.d. enti di
mano pubblica; dalle società controllate e/o
partecipate dalla pubbliche amministrazioni centrali e locali; dalla tipologia inesauribile di forme diverse che la nostra fantasia è

opo il disastroso tentativo di sbarco
nella Baia dei porci, nell’aprile del 1961,
le malconce relazioni fra Washington
e L’Avana, già provate dalla crisi dei
missili, crollano al minimo storico. L’operazione
voluta dalla Cia lascia sul terreno 238 morti e i
1.189 superstiti vengono tradotti in carcere a
L’Avana. Nell’estate del ’62 l’amministrazione
Kennedy invia nella capitale cubana un negoziatore segreto, James Donovan, con il compito di
trattare la liberazione dei reduci dello sbarco.
L’emissario americano ha precise disposizioni
da Robert Kennedy: la trattativa non solo è riservatissima, ma si deve limitare alla sola liberazionedeiprigionieri.Donovanneimesicheseguono
incontraFidelCastroinmolteoccasioni,edèquest’ultimo a chiedergli, nell’aprile del ’63, se è possibile trovare una strada perché queste relazioni
diventino stabili. Donovan chiede a Fidel se sa come si accoppiano i porcospini e siccome il suo interlocutore non ne ha idea replica: «lo fanno con

grande circospezione e questo è l’unico modo in
cui lei e il governo americano possono tentare di
arrivare a questo risultato». Kennedy viene assassinatoaDallassettemesidopo,peraltrodaLee
Oswald di cui erano note le simpatie castriste, ma
la macchina delle trattative segrete è ancora all’opera e lo sarà per molti decenni a seguire.
Back Channel to Cuba, firmato dagli storici William LeoGrande e Peter Kornbluh, racconta mezzo secolo di trattative sotterranee fra l’Avana e
Washington a partire dalla presidenza Eisenhower per arrivare a quella di Obama. Con la
tecnica del porcospino si otterranno in qualche
caso dei risultati accettabili, in altri il fallimento
sarà totale, anche perché negli anni ’60 la sezione
operazioni clandestine della Cia farà di tutto per
assassinare Castro, ma senza successo. A questa
discreta ma infaticabile strategia di colloqui segreti partecipano in molti: giornalisti come il
francese Jean Daniel e l’americana Lisa Howard
della ABC News, che diventa una delle fonti più affidabili per sondare le disponibilità di Fidel Castro. Gli incontri non avvengono solo all’Avana,
ma anche in insospettabili appartamenti privati a
New York dove si organizzano after dinner, a cui

cronaca vera

di Andrea Di Consoli

D

Il naufragio
del Progetto
Socrate

siena, la potenza litigiosa

A

ffascina come una cronaca medievale
sopravvissuta alla modernità, Siena
brucia (Laterza, pagg.161, euro 18,00)
di David Allegranti. Un libro che indaga in profondità il campanilismo lussuoso di una
ricca e potente città che, negli ultimi anni, si è divisa – come sempre del resto – praticamente su
tutto: politica, banca (Monte dei Paschi di Siena),
Palio, Università. Città litigiosa, divisa per bande
(Monaci vs. Ceccuzzi), ecc.), corrotta (il riferimento è non soltanto a Mps, ma anche alle “manovre” tra le contrade prima del Palio), omertosa
(si pensi alla fitta nebbia calata sul “suicidio” di

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AP/LAPRESSE

L’intenso aroma
del sigaro cubano
di Gianfranco Bangone

riuscita a creare.
La dottrina amministrativa avverte che è
difficile se non impossibile una distinzione
chiara tra pubblico e privato. Occorre probabilmente accontentarsi del c.d. criterio funzionalista di distinzione, che guarda agli interessi perseguiti dal soggetto, ora pubblico ora
privato a seconda dei mutevoli punti di vista
del legislatore e dell’interprete. Un criterio ottimo per discuterne in monografie e in convegni; meno buono per rispettare le esigenze di
certezza e tassatività che sono fondamentali
nell’intervento penale: anche in quello di prevenzione, non solo in quello di repressione.
La sovrapposizione dall’etichetta pubblica a quella privata per le c.d. società di mano
pubblica apre un duplice problema. In primo
luogo, si aggiunge per esse ai numerosi interventi che si sono succeduti nell’ultimo quindicennio – in tema di governance delle società private e di controlli in sede societaria e di
vigilanza del mercato – un ulteriore controllo
di stampo tipicamente pubblicistico: quello
previsto appunto per la pubblica amministrazione classica dalla legge 190/2012. Sicché quelle società devono agire come private
(al pari delle altre), ma essere controllate come pubbliche; è evidente il costo – non solo
economico – di una simile soluzione, in termini di burocratizzazione e di duplicazione
quando non addirittura di triplicazione di interventi e di adempimenti fra loro non coerenti e talvolta contraddittori.
In secondo luogo, si introduce per le società quotate e operanti sul mercato una differenza rilevante negli obblighi di trasparenza
e di informazione fra quelle private tout court
e quelle private di c.d. mano pubblica. Sono
evidenti le conseguenze che ne derivano in
tema di disparità di trattamento, di competitività, di confronto fra le prime e le seconde e
con gli investitori esteri tanto attesi. Sono
conseguenze ancor più paradossali, se si
pensa che la nuova prospettiva di contrasto
alla corruzione è mirata soprattutto a garantire la competitività e la par condicio di tutti
quelli che operano con la pubblica amministrazione, in concorrenza fra loro.
Il disegno di legge-delega del Governo sulla
riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, approvato dal Senato il 30 aprile scorso, stabilisce proprio questo, per le partecipazioni societarie pubbliche: tener conto della
quotazione in borsa (art. 14 lett. a); eliminare la
sovrapposizione tra regole pubblicistiche e
privatistiche (art. 14 lett. h)
Che fare? Se possibile, puntare a una disciplina semplificata e efficiente, unitaria ed
uguale per tutti (privati tout court e privati di
mano pubblica), calibrata sulle peculiarità privatistiche del loro modo di agire, con un controllo rigoroso dello Stato sulla applicazione di
quella disciplina. E poi, puntare seriamente
allo sviluppo di quella cultura della legalità sostanziale, della reputazione e della vergogna,
senza la quale le leggi rischiano (come diceva
Giolitti) di essere interpretate per gli amici e
applicate per gli altri; e rischiano di rendere
difficili le cose facili attraverso quelle inutili.

comunista | L’ex lider maximo Fidel Castro, 88 anni, vive in privato dalle dimissioni nel 2008.
partecipano nomi di spicco della cultura e della jet
society americana, mentre l’ospite d’onore è Che
Guevara. È la diplomazia dei cocktail impreziosita dai wiskey d’annata che bevono le upper classes
e dall’inconfondibile aroma dei sigari cubani. In
questi appuntamenti mondani, a cui lo scrittore
Norman Mailer si presenta già ubriaco, c’è sempre l’occasione perché in una saletta riservata
qualche delegato americano abbia modo di parlare liberamente con l’illustre e nemico ospite.
In modo sicuramente meno glamorous altri
incontri vengono “facilitati” da iniziative di paesi terzi, anche perché la politica cubana riverbera su molti stati del sud e del centro America, come Messico, Spagna e Brasile. Ma L’Avana diventa una tappa obbligata, anche se ci si va con

discrezione, per uomini d’affari, politici di medio calibro e coloriti personaggi: l’ospitalità di
Fidel Castro è generosa e latina, si organizzano
battute di pesca o cene in qualche villa poco in vista di Varadero. Insomma siamo molto lontani
dal clima ufficiale caratterizzato dall’eterno antagonismo - così lo aveva definito Henry Kissinger, che pur è un grande attore nel tessere la tela
di relazioni fra Cuba e Stati Uniti - al punto che
alcuni documenti riservati del Dipartimento di
Stato si lamentano di questo via vai di personaggi, che sembra sfuggire a qualsiasi forma di coordinamento. Certo l’embargo americano è
stringente ma ogni occasione è buona per sondare la controparte e fare timide aperture, anche
perché gli approcci diretti vengono considerati

David Rossi, “il comunicatore” di Mps), eppure
forte di un “modello” (a Siena ogni cosa diventa
senese) che per anni ha garantito forza e ricchezza attraverso il circuito chiuso Partito-BancaFondazione. Forse, il “modello” si è spezzato
quando qualcuno, da Roma, ha pensato di poter
governare da lontano gli atavici equilibri litigiosi
di Siena, determinando una catastrofe identitaria e finanziaria. Onestamente affascina, questo
chiuso mondo raffinato e cinico, questa Siena
che il regista Zeffirelli, gran nemico della città del
Palio, vedeva con sprezzo abitata da soli «comunisti, cacciatori e bestemmiatori».

tizzazione dei «capitani coraggiosi». Maurizio
Matteo Dècina, in La banda larga. Opportunità e
pericoli dell’Italia digitale (Castelvecchi,
pagg.140, euro 14,50), riaffronta con numeri alla
mano il depauperamento industriale e finanziario di Telecom all’indomani della privatizzazione, analizzando, soprattutto, il naufragio del
Progetto Socrate (acronimo di Sviluppo Ottico
Coassiale Rete Accesso Telecom) che, se fosse
andato in porto (Telecom era ancora pubblica)
avrebbe cablato con vent’anni d’anticipo 20 milioni di abitazioni per un costo, all’epoca sostenibile, di 30mila miliardi di lire (oggi, per lo stesso
progetto, è a disposizione appena il 15% di quella
cifra, e per realizzarlo si pensa di affidare l’operazione a Enel). Il tema è complesso, perché tecnologicamente e finanziariamente articolato, ma
se i dati europei sui ritardi italiani a proposito di
internet sono sconfortanti, lo si deve anche alle

i ritardi della banda larga
Quando in Italia si parla di Tlc (Telecomunicazioni), per esempio dei suoi ritardi (banda larga),
volenti o nolenti si è costretti a parlare di Telecom, delle zone d’ombra della famigerata priva-

essenziali sia dai democratici che dai repubblicani. I luoghi per i faccia-a-faccia sono a volte insospettabili, ci sono incontri furtivi a Parigi,
Cuernavaca e Toronto, ma anche in alberghi a
cinque stelle, caffetterie affollate e persino sui
gradini del Lincoln Memorial di Washington.
Nel frattempo i rapporti ufficiali sono molto tesi,
le crisi si susseguono per molte amministrazioni e non mancano vistosi sgarbi da una parte e
dall’altra. Le cose tendono a migliorare con la
presidenza Ford e soprattutto con quella Carter,
anzi l’ex presidente sarà una sorta di ambasciatore plenipotenziario per le relazioni con Cuba.
Le dimissioni di Fidel Castro, che vengono
pubblicamente annunciate nel 2008, e la reggenzadelfratelloRaùlportanoaunregimediriforme
economiche nell’isola caraibica e un anno dopo è
Barak Obama a cancellare alcune restrizioni per
chi vuole rientrare a Cuba per incontrare la sua famiglia di origine. L’incontro storico che chiude
questo periodo è la stretta di mano fra Obama e
Raùl Castro ai funerali di Mandela, è un gesto
simbolico che apre la stagione di nuove relazioni
diplomatiche: il 14 di questo mese il presidente
americano ha depennato Cuba dalla lista di paesi
che finanziano il terrorismo, dove figurava dal
lontano 1982. Insomma mezzo secolo di contatti
sotterranei hanno finalmente portato a un risultato inseguito per decenni.
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William M. LeoGrande, Peter Kornbluh,
Back Chanel to Cuba, The Hidden History of
Negotiations Between Washington and
Havana, The University of North Carolina
Press, pagg. 544, $ 25,69

zone d’ombre della gloriosa Telecom privatizzata «all’italiana».

viaggio nell’italia “minore”
I Sassi di Matera, le baracche di Messina, il bar di
Vezio a Botteghe Oscure, i giganti di Mont’e Prama, i fantasmi di Mussolinia, la nuova Gibellina,
l’Irpinia d’Oriente, il campo di concentramento
di Tarsia, gli splendori e le miserie di Sibari: sono
solo alcuni luoghi dei reali e identitari che Alessandro Calvi racconta in Paracarri. Cronache da
un’Italia che nessuno racconta (Rubbettino,
pagg.235, euro 14,00), un viaggio – tra attualità e
memoria, inchiesta e memorialistica – in geografie e storie “minori”, spesso ignorate dalle
narrazioni egemoni della cultura nazionale. Un
libro intenso, documentato, con tratti di moralismo politico, ma sempre lucido e rigoroso.
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Salman II
nuovo re
del petrolio
di Ugo Tramballi

«U

n giorno, abbastanza
presto, in un modo o
nell’altro la famiglia al
Saud perderà il potere», scriveva un analista della Cia. Era il
2004: non così tanto presto, evidentemente. Difficile da comprendere come la
cremlinologia ai tempi del Politburo, lo
studio dell’Arabia Saudita e della sua casa reale è sempre stato una garanzia
d’infortuni o semplificazioni. Come
quando fu garantito che il petrolio sotto
i suoi deserti e i suoi mari, avrebbe reso
inarrestabile il processo di secolarizzazione saudita.
Invece l’Arabia Saudita, immutabile
ma non così immutabile, è sempre lì. Un
paese arcaico che ha istituito i ministeri
dell’Economia e delle Comunicazioni solo nel 1951 – cioè 19 anni dopo la fondazione dello stato - e ammesso la televisione
nel 1975, sollevando una rivolta popolare:
ma che ora sta riconvertendo la sua economia, moltiplicando università e costruendo nuove città. Dopo 82 anni di esistenza il paese è ancora governato dalla
seconda generazione, i figli maschi del
fondatore Abdelaziz ibn Abd al-Rahman
ibn Faysal ibn Turki ibn Abdallah ibn
Mohamed ibn Saud. Ma d’improvviso un
mese fa, Salman, l’ultimo dei re ottuagenari, ha nominato un nuovo principe ereditario e un vice erede, entrambi della terza generazione: il secondo, Mohamed bin
Salman, non ha che una trentina d’anni.
Il cambiamento ha spiazzato anche
Eugenio D’Auria. Nonostante il suo libro
sull’Arabia Saudita sia freschissimo di
stampa, non ha potuto descrivere questo
mutamento nella successione, improvviso e rivoluzionario. Nonostante la parola
– rivoluzione – sia la meno gradita e usata
in questo regno fondamentalista. Veli
d’Arabia, il libro di D’Auria appena edito
dall’Università Bocconi, è il primo saggio
degno di questo nome scritto in italiano.
Non è per gli esperti ma volutamente divulgativo per un paese, il nostro, curiosamente distratto riguardo a una potenza
economica le cui riserve provate del «dono di Allah», il petrolio, sono di circa 260
miliardi di barili. «Ciò che manca - scrive
D’Auria - e di questa lacuna si trova traccia nei ripetuti appelli lanciati da tutti gli
ambasciatori italiani a conclusione delle
visite di delegazioni politiche ed economiche, è la continuità di azione e di presenza che soltanto un sistema paese pienamente efficace e operativo può garantire». Eugenio D’Auria sa di cosa parla: è
stato ambasciatore d’Italia a Riyadh per
cinque anni, fino al 2010. Nelle funzioni
della sua carica ha sperimentato direttamente le limitazioni causate dall’assenza
di questo mitico sistema paese.
L’ignoranza e la distrazione non sono
imperdonabili solo per le opportunità
economiche che offre il primo produttore
mondiale di petrolio, un regno che sul
Mar Rosso e nel deserto sta costruendo
sei nuove città. Nel caos geopolitico del
Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti ricalibrano i loro impegni – facendo praticamente un passo indietro – l’Arabia Saudita sta diventando la superpotenza della
regione. Nel bene perché finalmente sono gli arabi che prendono in mano la
grande parte del loro destino; e nel male
perché del caos i sauditi portano gravi responsabilità.
Lo stereotipo più gettonato sull’Arabia
Saudita è l’imminenza di una rivoluzione
democratica che scardinerà il potere antiquato della casa reale formata da 7mila
principi. Di tentativi rivoluzionari ce ne
sono stati diversi in questa ottantina
d’anni, spesso guidati dall’interno della
pletorica famiglia regnante. Ci fu un moto di sinistra, nasseriano, guidato dal
«principe rosso» Talal, il padre di al-Waleed, oggi uno degli uomini d’affari più
influenti e ricchi del mondo. E un principe ultra religioso guidò la rivolta contro
l’inaugurazione della prima tv saudita.
Per lo più, tuttavia, le rivolte del regno
non sono democratiche ma reazionarie:
rivendicano ancora più Islam e più fondamentalismo. Per questo la monarchia
resta l’unico vero elemento di stabilità e,
se possibile, di riforme. «I ministeri degli
Interni e della Difesa hanno da sempre
rappresentato due fra i pilastri di maggior rilievo nella struttura del potere saudita», scrive Eugenio D’Auria. Non a caso
anche il principe e il vice principe ereditari sono ministro degli Interni e della Difesa. Petrolio e Finanze sono tradizionalmente affidati ai tecnocrati che non fanno parte della famiglia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Eugenio D’Auria, Veli d’Arabia.Il
Regno saudita tra stereotipi e realtà,
Università Bocconi Editore, Milano,
pagg. 283, € 26,00.

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32

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

Il «Sacro» in musica a Milano

Religioni e società

Per ciclo «Sacro in Musica» nella Chiesa di San Fedele a Milano (piazza San
Fedele 4)la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado e I Civici Cori eseguono
questa sera (ore 21) Due Salmi di Benedetto Marcello e Lieder sacri per coro
di Franz Schubert. Prima del concerto sarà presentata la prossima stagione
di San Fedele Musica con la rassegna «Doppio ritratto Bach-Scarlatti».

il postumanesimo

la bibbia di leopardi

Uomo sull’orlo del futuro
Nella disciplina
si riuniscono effettive
conquiste ma anche
scenari fantascientifici
che ricordano la
tradizione del Golem
di Gianfranco Ravasi

E

ra il 1927 e a Londra presso
l’editore Benn il biologo Julian Huxley pubblicava un testo piuttosto provocatorio già
a partire dal titolo Religion
without Revelation: in quell’opera egli coniava un vocabolo al quale
trent’anni dopo avrebbe riservato un breve
saggio specifico, transhumanism. La sua
concezione, dai contorni un po’ visionari,
cercava di far balenare un futuro della specie umana destinato, anche nella linea dell’evoluzione, a trascendere molti limiti attuali, dando origine a una sorta di nuovo fenotipo antropologico. Dovevano trascorrere altri quarant’anni per veder sorgere,
su impulso di Nick Bostrom e David Pearce,
nel 1998 la World Transhumanist Association, divenuta poi la Humanity Plus con la
sigla H+, che trasformava il neologismo huxleyano nel vessillo ottimistico di un movimento, capace di prefigurare e di configurare un’evoluzione della condizione umana guidata dall’uomo stesso attraverso le
risorse delle nuove conquiste scientifiche.
Frattanto, però, si andava coniando un
altro termine, postumanesimo che si appaiava al precedente talora come sinonimo,
più spesso come cifra del fondamento teorico sotteso al transumanesimo, del quale
condivideva il superamento dell’umanesimo classico fortemente antropocentrico,
marcatamente etico e fieramente “culturale”. Detto in altri termini, i due vocaboli si
collocherebbero in contrappunto armonico: il transumanesimo rimanderebbe a un
progetto scientifico, mentre il postumanesimo ne sarebbe la versione più filosofica e
quindi supporrebbe una visione più globale, segnata persino da brividi escatologici.
Senza voler definire una mappa rigorosa,
per altro piuttosto ardua data la fluidità tal-

volta un po’ nebbiosa della letteratura finora prodotta da e su questo movimento, evochiamo in modo semplificato solo alcuni lineamenti che potrebbero stimolare anche
dialetticamente la teologia.
Infatti, finora, l’attenzione si è concentrata sulle straordinarie potenzialità della
scienza e della tecnica, sulle loro capacità di
modificare i dati biologici umani, senza però dedicarsi alle ricadute etiche, senza indagare sulle implicazioni socio-esistenziali, senza elaborare premesse teoriche
che sapessero criticare la pura e semplice
pratica coi relativi esiti fisiologici. Così, ormai abbastanza scontata sembra l’ipotesi
del cyborg; alcune discipline e strumentazioni sono entrate nei programmi della ricerca scientifica – pensiamo agli acronimi
ormai diffusi come Grin (Genetics, Robotics, Information technology, Nanotechnology) o Nbic (Nanotechnology, Biotechnology, Information technology and Cognitive science) –; la chirurgia ricostruttiva ed
estetica ormai celebra trionfi sempre più
acclamati; l’intelligenza artificiale si allarga verso nuove frontiere con macchine abilitate a eseguire operazioni prettamente
umane; l’ibridazione tra uomo e componente tecnica tende ad espandersi anche
oltre la mera sostituzione o riparazione di
organi deficitari, aspirando a migliorare, a
potenziare e a trasfigurare la struttura somatica; le neuroscienze aprono orizzonti
non privi di vertigini, soprattutto se teniamo conto di alcune categorie antropologiche classiche come libertà, coscienza, opzione etica, mente, pensiero, anima e così
via. Tendenzialmente l’atteggiamento del
postumano è proiettato a superare l’homo
faber trasformandolo in homo creator.
Questa elencazione, sia pure condotta in
modo fenomenico da un profano, riesce a
far intuire come sotto l’ombrello del postumano/transumano si riuniscano effettive
conquiste benefiche, ma anche scenari dai
profili fantascientifici che ereditano la celebre tradizione ebraica del Golem, col suo
sogno di creare un homunculus analogo all’homo sapiens, dotato di una sua autonomia e di un’operatività non semplicemente
programmata, qualità negata all’attuale
robot, pur sempre dipendente da impulsi
primari umani. Di fronte a questo panorama esaltante ma anche inquietante (senza
essere necessariamente tecnofobi), è interessante cercare di individuare le matrici
ideali e teoriche che lo illuminano. E qui bisogna subito affermare che il postumanesimo è tendenzialmente obbediente al sistema sperimentale della scienza e della

caspar david friedrich | «Viandante sul mare di nebbia» (particolare), 1817-18, Amburgo,
Kunsthalle

i libri
7 Nella bibliografia molteplice e dispersa
sul postumanesimo segnaliamo solo
qualche titolo di taglio teorico in lingua
italiana: Paolo Benanti, The cyborg: corpo e corporeità nell'epoca del postumano, Cittadella, Assisi 2012.
7 Umberto Galimberti, Psiche e techne,
Feltrinelli, Milano 1999.
7 Roberto Marchesini, Post-Human.
Verso nuovi modelli di esistenza, Bollati
Boringhieri, Torino 2002.
7 Luca Marini – Andrea Carlino (edd.), Il
corpo post-umano. Scienza, diritto, so-

cietà, Carocci, Roma 2012.
7 Flavia Monceri (ed.), Sull'orlo del futuro. Ripensare il post-umano, ETS, Pisa
2009.
7 Mario Pireddu – Antonio Tursi (edd.),
Post-umano. Relazione tra uomo e tecnologia nella società delle reti, Guerini,
Milano 2006.
7 Ignazio Sanna (ed.), La sfida del postumano, Studiu, Roma 2005.
7 Giuseppe Vatinno, Il transumanesimo. Una nuova filosofia per l'uomo del
XXII secolo, Armando, Roma 2010

Il serpente sacro di Elémire Zolla

ginato l’intellighenzia italiana creando
opposte interpretazioni. Eugenio Montale
recensì l’Eclissi dell’intellettuale rimarcando che si era di fronte a «uno stoico che
onora la ragione umana e che sente la dignità della vita come un supremo bene. E
finché esisteranno uomini così fatti la partita non sarà del tutto perduta». All’opposto, Umberto Eco, che in quegli anni entrava a far parte degli autori Bompiani al fianco di Zolla, si dissociò non mancando occasioni per prendere le distanze dal
pensiero di Zolla e dalla sua lettura socioculturale della società. Certo non sono tesi
accomodanti come urticante suona l’affermazione: «L’uomo moderno è smarrito
e suggestionabile, servile e persecutorio
insieme. Egli chiede una guida alla società
ma ne riceverà soltanto comandi interessati e inganni».
I tre saggi ora riproposti costituiscono,
come scrive Grazia Marchianò, «l’armatura dialettica portante, il traliccio nel sottosuolo mentale dell’autore su cui si costruirà l’opera successiva, un edificio letterario
e speculativo in cui i toni convulsi, arro-

tecnica, senza porsi – almeno a livello sistematico – interrogazioni e premesse di indole filosofica e tanto meno teologica.
Tuttavia potremmo identificare alcuni
postulati generali che si affacciano dal
background di questi nuovi approcci. In
continuità col postmoderno (curioso questo ricorso reiterato al prefisso “post-”) il
postumanesimo reagisce all’umanesimo e
al suo antropocentrismo razionale che
esaltava – anche sulla scia della Bibbia – il
primato della creatura umana su ogni altra
forma animale, celebrando quasi la sacralità immutabile del soggetto. Di conseguenza, capitale è l’adozione del modello evoluzionistico che stabilisce un nesso col mondo animale e riconosce una dinamicità in
crescendo dell’essere umano, destinato
quindi a potenziali sviluppi e stadi ulteriori
che possono essere sostenuti o indotti dallo
stesso uomo. Si abbattono così, sia pure implicitamente, certi capisaldi della filosofia e
della teologia tradizionale, come il concetto di natura e persino quello di cultura come
“seconda natura” che marca l’umanità.
Stando al giudizio di alcuni studiosi di
questo approccio, il postumanesimo forse
trae alle sue ultime conseguenze il dualismo platonico e cartesiano tra corporeo e
mentale (non è loro costume parlare di
“anima” o “spirito”), puntando direttamente al corpo, considerato come una protesi o, come diceva suggestivamente Christopher Hook, una posthesis. Su di essa si
può liberamente intervenire, essendo un
oggetto a disposizione dell’individuo: si
taglia, così, con un colpo di spada (o di bisturi) tecnologica il nodo che vincola nel
soggetto umano l’“avere un corpo” e l’“essere un corpo”, una unità propugnata anche dalla fenomenologia del secolo scorso
(si pensi a Merleau-Ponty). In questa dissezione si assume solo il possesso strumentale dell’organismo, l’“avere” appunto a disposizione un corpo manipolabile, senza
preoccuparsi delle ridondanze che un simile intervento possa avere con l’identità
del soggetto umano che “è” un corpo e pensa e agisce col corpo.
Questa impostazione – che può essere
uno stimolo positivo alla filosofia, giudicata troppo “metafisica” ed “essenzialista”, perché alleghi al suo dossier anche
una conoscenza dei metodi e dei contributi delle scienze naturali – può attirarsi la
critica che, in ultima istanza, il postumanesimo sia una variante, forse più scientifica e aggiornata, di una visione materialistica dell’essere umano. Una simile concezione, implicitamente “filosofica”, andrebbe oltre il conclamato ed esclusivo
interesse biologico del postumanesimo,
generando un’antropologia riduzionistica e amputata da ogni ulteriore dimensione. Rimane, infatti, aperto un interrogativo: è possibile comprendere e realizzare la
pienezza dell’uomo limitandosi alla sua
struttura fisica secondo categorie solamente tecno-scientifiche?

E Giacomo
divenne
poliglotta
di Armando Torno

L

a biblioteca di casa Leopardi occupa quasi tutto il primo piano
del palazzo di famiglia a Recanati. Nella terza sala vi sono i libri dedicati alla Scrittura, ai Padri della
Chiesa; inoltre ecco testi di dogmatica,
morale, ascesi e liturgia, né manca un
reparto con le opere proibite. Posto tra
due finestre, è chiuso; Monaldo si adoperò per ottenere la licenza di lettura ai
figli. Sul primo scaffale, invece, vi è monumento editoriale che ogni antiquario
bramerebbe: la Bibbia poliglotta in sei
volumi in-folio nell’edizione uscita a
Londra tra il 1654 e il 1657, detta di Walton e avviata con il patrocinio di
Cromwell. Le lingue presenti in essa, oltre latino e greco, sono l’arabo, il caldeo,
l’ebraico, l’etiope, il persiano, il samaritano e il siriaco. Rispetto ad altre iniziative precedenti essa conteneva, per
esempio, il Libro Etiopico dei Salmi, il
Nuovo Testamento arabo o i Vangeli in
persiano. Il giovane Giacomo su queste
pagine perfezionò il greco, studiò
l’ebraico, anche se tale Bibbia non è la
sola della biblioteca.
Il grande solitario di Recanati nella
Scrittura cercò spunti per pensiero e lirica. Laura Novati, nei Quaderni di Bibbia, cultura, scuola di Claudiana pubblica un agile saggio dedicato appunto a La
Bibbia di Leopardi, in cui evidenzia i mol-

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l’opera omnia

di Giovanni Santambrogio

E

ntrare nell’universo di Elémire
Zolla non è semplice tante sono le
sue scorrerie nella ragione dell’Occidente e nelle ragioni della
mistica, nella dialettica negativa della
Scuola di Francoforte e nei testi sacri di
ebraismo, cristianesimo, buddismo; nell’antropologia del consumismo e nei valori della tradizione. Oriente e Occidente
dialogano nelle sue opere creando un intreccio interessante e non privo di fascino.
Oggi, complice la frammentazione del sapere e l’oblio dei classici, può risultare impegnativo l’accostarsi ai suoi saggi; eppure, proprio oggi, il suo lavoro intellettuale
ritorna prezioso perché conserva la forza

della provocazione e la carica dell’anticonformismo, oltre a fornire viaggi non
comuni alle origini della conoscenza e
della religiosità umana. Elémire Zolla
(1926-2002) è stato un outsider ora guardato con ammirazione ora ostracizzato.
Piacevano le sue critiche, meno le sue domande religiose e il suo attaccamento al
sacro considerato un tratto distintivo e insopprimibile dell’uomo, fonte originaria
di ogni cultura. La scelta finale per l’Oriente e il suo ritiro nella quiete di Montepulciano sono state «due uscite dal mondo»
per potergli parlare ancora più intensamente come ha poi fatto nei saggi della
maturità. Di certo, Zolla è entrato a far parte degli autori di culto del secondo Novecento.
L’editore Marsilio ha in corso la pubblicazione dell’Opera omnia, curata da Grazia

Marchianò presidente fondatore dell’Associazione internazionale di ricerca Elémire Zolla (Airez) e autrice della biografia
intellettuale Il conoscitore di segreti. Finora
sono usciti cinque volumi di cui l’ultimo Il

Il quinto volume raccoglie
i primi tre saggi zolliani
di critica sociale usciti
tra il 1959 e il 1964 e che
allora divisero gli intellettuali
serpente di bronzo raccoglie i primi tre saggi zolliani di critica sociale: Eclissi dell’intellettuale (1959), Volgarità e dolore (1962) e
Storia del fantasticare (1964). Si tratta di
scritti che al loro apparire hanno scompa-

ventati, da battaglia, del trittico giovanile
andranno a stemperarsi nell’andamento
arioso di un pensiero affilatissimo, via via
pacificato». In essi troviamo la critica alla
società di massa e alla conseguente vulnerabilità dell’uomo massa; una disamina
tagliente dell’industria cultura e della tecnica colpevole di violentare il mondo e di
sfigurarne la bellezza; una storia di quel
fantasticare tanto apprezzato quanto poco conosciuto nelle sue origini che Zolla fa
risalire al fantastico della stregoneria e del
diabolismo attraversando la letteratura e i
grandi romanzieri. Il titolo dato alla trilogia prende spunto dal capitolo «Il romanzo come serpente di bronzo» di Volgarità e
dolore. Il riferimento è all’episodio biblico
contenuto nel Libro dei Numeri (21,4-9) in
cui Dio ordina a Mosé di costruire un serpente di bronzo e innalzarlo sopra un’asta
perché chi lo guardasse potesse guarire
dai morsi dei veri serpenti.

mande retoriche sono piene le Scritture, quasi a
dirci che le vie del Signore sono lastricate di dubbi, grandi e lucenti come pietre ben levigate. Che
poi da un simile arrovellarsi, dai tentennamenti
e dalla disperazione possa nascere e si consolidi
la fede, è fatto troppo umano perché ci sia bisogno di spiegarlo. O almeno così crederemmo, se
non fossero i filosofi ebraici del Novecento, questi metodici dubitatori cresciuti alla scuola mosaica e socratica, a rincarare la dose delle insicurezze e dei distinguo. «Noi siamo il popolo della
fede, siamo il popolo del dubbio. Sempre stato.
Non solo oggi? No sempre». È una citazione dalle lezioni di Franz Rosenzweig su Der jüdische
Mensch.Erail1920,eidubbipiùgrandi,eladisperazione, dovevano ancora venire.

teplici passi che ispireranno «Il sabato
del villaggio» o l’emozionante A se stesso, il Canto notturno di un pastore errante
nell’Asia o La ginestra. Nel sacro testo il
poeta cerca le ragioni del dolore di Giobbe o le disillusioni dell’enigmatico
Qohelet, il male che tormenta i giorni o il
nulla in cui sembrano spegnersi azioni e
illusioni dell’uomo.
Nella parte dedicata all’Inno ai patriarchi Laura Novati ricorda che Leopardi matura, insieme alla sua conversione poetica, anche quella filosofica;
entrambe si evolvono con la sua ricerca
filologica e con il progressivo abbandono del cristianesimo. L’ebraico, la «lingua santa», diventa oggetto di studio e
nascono progetti di approfondimento.
Nel 1818 nel Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica pone sul medesimo piano Omero e la Bibbia. Non è
che un esempio tra i mille possibili per
l’autore dello Zibaldone, opera dai molti
rimandi scritturistici, che a 18 anni, con
il fratello Carlo, tradurrà in sette lingue
il Salmo 46.
In ogni caso, non poca letteratura italiana dovrebbe essere intesa tenendo
conto dell’interesse degli autori per la
Bibbia, senza sottovalutare le influenze
che essa esercitò anche sui non credenti.
D’altra parte il «male di vivere» novecentesco è già dibattuto in Giobbe, è già
passato sulla pelle di Qohelet che si finge
Salomone e nulla lascia per farsi identificare, stanco e deluso com’ di ogni cosa.
Resta da aggiungere che il libro di
Laura Novati è l’ultimo contributo ai
rapporti tra Leopardi e la Scrittura e
che opere di ampio respiro quali La
Bibbia nella letteratura italiana, curata da Pietro Gibellini per Morcelliana
e giunta al terzo volume, cambiano
prospettive di lettura e giudizi sovente affrettati.

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Elémire Zolla, Il serpente di bronzo,
Marsilio, Venezia, pagg. 542, € 24,00

l’idolo

judaica

Ritratto di colui che ci tenta

Le vie del dubbio

di Camilla Tagliabue

S

ilvano Petrosino è un bravo maestro,
in un Paese in cui famosi sono quelli
cattivi: i suoi studenti alla Cattolica di
Milano gli hanno persino dedicato una
fanpage su Facebook, più o meno nei giorni in
cui il filosofo usciva in libreria con L’idolo. Teoria di una tentazione dalla Bibbia a Lacan, un
saggio molto argomentato e ricco, che zigzaga
dalla letteratura ai testi sacri, dalla psicoanalisi all’esistenzialismo e «va ben al di là della sfera religiosa strettamente intesa» per approdare infine al consumismo e ai suoi nuovi fantasmi idolatrici. Eppure, consapevole che «l’idolatria è una tentazione, non un destino»,
l’autore non cede alla tentazione di «criminalizzare il godimento e i consumi con una critica moralistica»: piuttosto egli intende rintrac-

ciare le somiglianze di famiglia tra gli idoli
contemporanei e i vitelli d’oro del passato, gli
ammonimenti dei profeti e i feticci odierni,
che non sono «le mutande o le calze della ragazza», bensì le mutande o le calze al posto
della ragazza.
Petrosino propone di «definire l’idolo come
quella parte che il soggetto decide di illuminare, percepire, vivere e adorare come il tutto»:
un simulacro, un fantasma, una «falsa immagine di Dio» che è pure «luogo di corruzione
dell’uomo». «L’idolo nel caricaturare Dio corrompe anche l’uomo, creatura creata a “immagine e somiglianza” di Dio... Nel divieto dell’idolatria bisogna sapere leggere e riconoscere non solo la difesa della “verità di Dio” ma
sempre, e al tempo stesso, anche la difesa della
“verità dell’uomo”».
Tra Giovanni e Dostoevskij, Heidegger e Lacan, «la riflessione sull’idolo permette di leggere sotto un’altra luce la logica che governa la

Sostieni il mio lavoro. scaricando. da www.dasolo.info

società dei consumi», e di inquadrare il «consumismo come una sorta di comoda idolatria
per le masse a basso costo». Così, con Beauchamp, si può affermare che l’idolo è il «dio di
qui e di adesso: non ha tempo, è sempre visibile
e sempre presente». Ma perché l’uomo ha necessità di fabbricarsene uno? Risponde il professore che il soggetto è una trama imbrogliata
di desiderio e inquietudine, sempre alla «ricerca di un punto di quiete. Allo sconcerto del desiderio il soggetto risponde con il concerto del
godimento attraverso i consumi», che qui assumono «la forma compulsiva dell’“ancora” e
del “sempre di più”. Forse l’uomo non riuscirà
mai a sottrarsi definitivamente alla tentazione
idolatrica», ma almeno, dice il bravo maestro,
eviti di idolatrare i suoi pur bravi maestri.
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Silvano Petrosino, L’idolo, Mimesis,
Milano, pagg. 130, € 14,00

di Giulio Busi

A

metterli infilaunosull’altrosifarebbe
una scala lunga fino in cielo. Altro che
torre di Babele, fabbricata con mattoni mesopotamici. La costruzione più
alta e pericolante della Bibbia è fatta di dubbi, di
perché e di recriminazioni. A ogni piè sospinto,
Mosè e compagni hanno da ridire, bofonchiano,
noncicredono.GliegizianiinfierisconosuIsraele? Mosè se la prende subito con il Signore: «Perché hai fatto male a questo popolo? Perché dunque mi hai mandato?» Il sottotesto è evidente –
senonsaifartirispettare,lasciastare!Pocodopo,
quandoFaraonestaperriacchiapparegliebreiin
fuga, è la gente a ripagare il profeta con la sua
stessa, sarcastica moneta: «Non c’erano forse
sepolcri in Egitto, che ci hai condotti a morire nel
deserto?» Di questo humor nero, e di amare do-

frontespizio | La «Bibbia poliglotta» di
Brian Walton stampata dall’editore
londinese Thomas Roycroft nel 1653-1657 è
un’opera monumentale in sei volumi

Il pensiero ebraico del Novecento,
a cura di Adriano Fabris, Carocci, Roma,
pagg. 344, € 28,00

Laura Novati, La Bibbia di Leopardi,
Claudiana, Torino,
pagg. 112, € 9,50

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

33

La Madonna dell’Angelico a Palazzo Cini a San Vio
Fino al 28 settembre la Galleria di Palazzo Cini a San Vio a Venezia, casamuseo un tempo dimora di Vittorio Cini, accoglie un nuovo «Ospite al
Museo»: la «Madonna di Pontassieve» di Beato Angelico (1395 ca. - 1455),
capolavoro del grande pittore toscano proveniente dalla Galleria degli
Uffizi di Firenze. Orari: 11 – 19 (chiuso il martedì).

calendart
a cura di Marina Mojana

_ Bard (Aosta)

Da oggi all’8 novembre al Forte di Bard
Da Bellini a Tiepolo. Capolavori
dell’Accademia dei Concordi: ricca
selezione di 52 capolavori provenienti
dalla Pinacoteca dell’Accademia dei
Concordi e dal Seminario Vescovile di
Rovigo per una sorprendente
panoramica della stagione artistica
italiana che va dal XV al XVIII secolo.

_ Basilea

Fino al 28 giugno è in mostra alla

Fondation Beyeler (Baselstrasse 101,
Riehen; www.fondationbeyeler.ch) Paul
Gauguin (1848–1903); esposti circa 50
capolavori del pittore post-impressionsta
francese. Si tratta della rassegna più
prestigiosa sul sublime e pionieristico
artista mai realizzata negli ultimi
sessant’anni in Svizzera; ha richiesto oltre
sei anni di preparazione ed è il progetto
espositivo più oneroso nella storia
della Fondazione.

_ Bologna

Alla Fondazione Mast - PhotoGallery
(Via Speranza 42; www.mast.org)
fino al 6 settembre è in corso la mostra

Industria Oggi; l’immagine dell’industria
contemporanea negli scatti di 24 artisti
e fotografi moderni, da Olivo Barberi
a Massimo Vitali, propone una riflessione
sulla rappresentazione
del paesaggio industriale.

_ Gualtieri (Reggio Emilia)

La Fondazione Museo Antonio Ligabue
presenta fino all’8 novembre nel Salone
dei Giganti di Palazzo Bentivoglio
(Piazza Bentivoglio 36, tel. 0522221869)
Ligabue. Gualtieri: 180 opere
del più importante pittore irregolare
italiano a cinquant’anni
dalla sua scomparsa.

Arte

incanti&gallerie
a cura di Marina Mojana

_ Londra

Fino al 26 giugno Oliver Hoare
(33, Fitzroy Square) presenta
Every object tells a story, una selezione
di 250 oggetti d’archeologia con oltre
cinquemila anni di vita.

_ Milano

Da Robilant + Voena (via Fontana 16;
www.robilanyvoena.com) è in corso
fino al 10 luglio Hsiao Chin. Un viaggio
attraverso l’Universo; antologica
del pittore cinese, classe 1935,

illuminato musicologo poliglotta
formatosi in Giappone e in Germania.
Tra i più originali e precoci protagonisti
di una visione tesa alla sintesi di oriente
e occidente, l’artista, attivo dai primi anni
Sessanta, declina un’astrazione
particolarissima, dalla cromie lievi
e dalle composizioni rarefatte.

_ Torino

Alla Galleria Franco Noero (via
Mottalciata 10/b; www.franconeoro.com)
è in corso fino al 31 luglio Francesco
Vezzoli “Le metamorfosi di Francesco
Vezzoli”. Traendo ispirazione dalle
Metamorfosi di Ovidio – e in particolare

londra / 1

_ Trento

Fino al 25 settembre lo Studio d’Arte
Raffaelli in Palazzo Wolkenstein
(Via Livio Marchetti 17,
www.studioraffaelli.com) presenta
la personale di Fulvio Di Piazza
Viaggio verso terre misconosciute; esposti
una trentina di opere recenti, tra tele e
disegni, del pittore siciliano, classe 1969.

londra / 2

I colori di Casa Sonia
La Tate Modern espone
i vivaci capolavori
della Delaunay,
che trasformò la sua
abitazione in un ritrovo
d’oggetti e d’artisti
di Angela Vettese

C

he alla piccola ebrea Sara
Stern, detta Sonia, nata a
Odessa nel 1885, non sarebbe riuscito di essere banale,
fu scritto nei suoi primi movimenti: aveva cinque anni
quando i genitori la spedirono a San Pietroburgo, dove iniziò a chiamarsi Terk come gli zii cui venne affidata. A meno di
vent’anni andò in Germania a studiare pittura. Poco dopo scelse Parigi, sposa del
raffinato mercante d’arte Wilhelm Unde:
un matrimonio d’interesse benedetto dalla mancanza di pregiudizi e destinato a rimanere un’amicizia per sempre: per lui,
omosessuale, Sonia rappresentò il quieto
vivere, per lei Unde significò il visto in
Francia. Due anni dopo arrivò il vero amore, il pittore Robert Delaunay destinato a
darle il suo quarto cognome e il suo primo
figlio, nonché la direzione giusta a cui
guardare come artista: lasciare quasi del
tutto la pittura. La monumentale retrospettiva in corso alla Tate Modern di Londra rivede la prospettiva per la quale questa fu una rinuncia, dimostrando come alla fine sia lei, tra i due, a meritare un posto
più importante nella storia dell’arte.
Fu proprio grazie all’apertura verso
l’esterno che arrivò da quel sacrificio apparente. Nel 1911 Sonia cucì una coperta
per il suo figlioletto. In apparenza non era
che la prosecuzione di un bricolage femminile in cui si usano pezzi di stoffa di risulta. In effetti, si trattò di un lavoro sull’astrazione, antisimmetrico e fondato
sui principi di una relazione vibrante tra
colori. Quell’arazzo non sarebbe mai nato se l’artista non avesse avuto modo di
vedere i primi quadri cubisti, di comprendere la rivoluzione astrattista, di entrare dentro alla logica del collage che informava in quegli anni le composizioni di
Picasso e di Braque, di partecipare allo
spirito delle avanguardie storiche. La direzione era quella per la quale al Bauhaus,
nato a Weimar nel 1918, si sarebbe sviluppato un mitico laboratorio di tessitura;
ma al di là di una pratica antica quanto Penelope e fattasi nuova con lo sviluppo di
tecniche che stavano sdoganando il ready
made, l’assemblage, l’uso di oggetti trovati, c’era un’inedita libertà di incrocio tra le
arti nonché il pensiero che si potesse con-

dal mito di Apollo e Marsia – l’artista
bresciano, classe 1971, trasforma
la galleria in uno spazio allegorico
per fare rivivere in due sculture
e nove light boxes il celebre episodio
dello scorticamento di Marsia.

sonia delaunay
In alto, «Syncopated
rhythm», (1967),
Nantes, Musée des
Beaux-Arts. Accanto,
«Yellow Nude», (1908),
Nantes, Musée des
Beaux-Arts de Nantes.
Sotto a sinistra,
«Simultaneous Dresses»
(1925), Madrid, Museo
Thyssen-Bornemisza.
Sotto a destra, «Electric
Prisms» (1913),
Wellesley, MA, Davis
Museum

durre dentro al mondo dell’arte anche la
moda, il costume per il balletto o per il
ballo da sala, la decorazione d’interni e
tutto quanto stava al bordo con l’artigianato e l’industria.
Ciò che vediamo percorrendo le sale
della Tate Modern sono i prodotti della vivacità che portò la coppia a trasformare la
loro casa in un ritrovo di artisti, piena di
oggetti inconsueti e con la porta-lavagna
su cui stava una poesia di Blaise Cendrars.
La sera, quando andavano al Bal Bullier – a
lei piaceva ballare – indossava un abito
astratto-simultaneo. La sua presenza carismatica, anche se non bellissima, iniziò
a diventare una performance continua.
Pubblicità, grafica, design, nulla sfuggì alla sua voglia di ricolorare il mondo. Così

quando, durante la Grande Guerra, i Delaunay si trasferirono in Spagna, lei si gettò nell’avventura di Casa Sonia: una catena di negozi dedicati all’aristocrazia con
sedi a Madrid, Bilbao, San Sebastian e Barcellona, dove i pattern simultaneisti si applicavano indifferentemente ad arredi,
vestiti e accessori.
In Italia solo Fortunato Depero arrivò a
tanto, ma con meno rapporti internazionali. Non a caso Sonia venne prescelta dall’impresario dei Ballets Russes, Sergei
Diaghilev, per i costumi della sua Cleopatra: il Costume per una schiava (1918-36) è
un incunabolo di quello che sarebbe stata
in seguito una nuova maniera di vestire le
danzatrici. L’ampliamento del tipo di superficie su cui portare il suo linguaggio

continuò senza sosta: aperte le porte di
quelle che ancora si chiamavano arti applicate, l’ex-Sara ormai poliglotta e senza
confini estetici creò vestiti pieni di parole,
portando la poesia per la strada; disegnò
abiti per le performance dei dadaisti, primo tra tutti Tristan Tzara; lavorò per i futuristi russi, per il poeta Philippe Soupault, per il regista del film Il piccolo parigino Rene Le Somptier.
Ritornata a Parigi negli anni Venti, arruolò una squadra di aiutanti per dare al
suo nuovo atelier, la Boutique Simultanea, un passo da piccola impresa. Questo
coraggio le portò fortuna, dal momento
che la notò Joseph de Leeuw e iniziò a chiederle articoli di lusso per il suo noto negozio di Amsterdam: un legame che sarebbe
durato fino agli anni sessanta. I costumi
da bagno a rombi, i prismi elettrici che
connotavano le stoffe, proseguendo lo stile a cerchi di colore secanti inventato prima della guerra, l’idea di potere trasformare interi ambienti in continue sollecitazioni sensoriali, ebbero un grande successo mondano.
Non ci fu campo del vivere e del pensare che lasciò intatto, precedendo gli artisti che oggi – ma in realtà già dagli anni
Cinquanta – si rifiutano di distinguere tra
opera singola e moltiplicata, tra lavoro
d’arte e progetto di design, tra una vita
quotidiana piena d’arte e un’arte fatta per
viverci dentro. Che Robert in tutto questo
avesse una parte importante, ma solo come affettuoso compagno di vita, è comprovato dal fatto che Sonia continuò le
sue invenzioni anche dopo la morte di lui,
avvenuta nel 1941: fino alla sua scomparsa, nel 1979, continuò a occuparsi d’illustrazione per libri di letteratura, di ritmi
sincopati con cui coprire ogni genere di
materia, d’impollinare con il suo peculiare astrattismo le manifatture di Gobelin e
di Pinton.
La mostra dunque ci espone una coerenza di forme che si dipanano ovunque,
come fossimo in un museo collettivo e non
in una mostra personale in cui intravvedere nascita, apice e decadenza di un individuo. Chi ha recensito la rassegna sostenendo che la cosa migliore sono i suoi piccoli e lirici disegni non ha compreso la sua
cifra innovativa, che si dovette fermare
solo quando entrarono in crisi certe tipologie di produzione: quando cioè l’abito
sartoriale fu sostituito dal prét à porter, gli
arredi vennero accaparrati dall’industria,
il minimalismo postbellico di forme e colori cancellò la vivacità della prima metà
del secolo. Forse c’era nel suo fare un anelito alla democratizzazione dell’opera, anche se si trovò a lavorare sempre per le
classi più alte e aperte; quindi è paradossale, ma coerente, che solo adesso, con la ricerca di nuovi modi per fertilizzare la produzione di lusso, il suo lavoro riesca a dipanarsi con una nuova attualità.
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Sonia Delaunay, Londra, Tate Modern,
fino al 9 agosto

Masterpiece
all’Hospital

pietro
tenerani
«Psiche
abbandonata»
(particolare),
esposta da
Brun Fine Art a
Londra

di Marina Mojana

M

asterpiece Art Fair di Londra è
cresciuta dal 2010 a oggi in
modo esponenziale e – pur restando un evento con un considerevole nucleo di opere d’arte britannica – giunge alla sua sesta edizione con
espositori da tutto il mondo. Le gallerie antiquarie, di arte moderna, contemporanea
e di design presenti saranno in tutto 158,
con stand allestiti al Royal Hospital Chelsea dal 25 giugno all’1° luglio.
Lo scorso anno, durante questa settimana dedicata ai capolavori, gli scambi generarono quasi 700 milioni di euro e complessivamente il 2014 fu eccezionale per il
mercato dell’arte nel Regno Unito, cresciuto del 17% sul 2013 con un valore corrente di
11,2 miliardi di euro.
Quest’anno i presupposti per fare il bis ci
sono tutti e tra gli operatori si incontrano
numerosi italiani; alcuni basati a Londra
già da qualche tempo come Cesare Lampronti, Marco Voena ed Edmondo di Robilant (R+V), Brun Fine Arte, Mazzoleni Art,
Piano Nobile, altri in trasferta come Valerio Turchi che da Roma propone busti in
marmo di epoca romana del II secolo a.C.;
Bottega Antica che da Bologna porta i dipinti dell’800 italiano tra cui il notevole Ritratto di Lady Nanne Schrader (nata Wiborg)
del ferrarese Giovanni Boldini. Mentre
Alessandra di Castro presenta un raro oggetto di virtù: un mobiletto di legno di castagno con 12 cassetti contenenti 800 campioni di marmi colorati, manufatto a Roma
nel 1840.
La kermesse è molto glamour, i prezzi
vanno da qualche decina di migliaia a qualche milione di sterline e tra gli stand si ammira uno spaccato di storia dell’arte davvero effervescente, con capolavori che illustrano 4mila anni di civiltà, dalla numismatica (le più antiche monete inglesi sono

in vendita da Baldwin & Son) alla fotografia
dei nostri giorni (il meglio del fotogiornalismo è proposto da Atlas Gallery), dai gioielli antichi (da Véronique Bamps di Monaco
di Montecarlo è offerta una splendida parure di topazi e diamanti del 1820) al design
contemporaneo inglese (da Edward Barnsley) e italiano (da Nilufar spicca un mobiletto optical, decorato ad anelli nel 2013 da
Roberto Giulio Riva).
L’offerta è davvero ampia, ma a prevalere, soprattutto tra gli stand dei mercanti
italiani, è la scultura: Caiati & Gallo puntano su Nettuno e Anfitrite del veneziano
Francesco Bertos, un raffinato gruppo in
marmo della fine del XVII secolo; Brun Fine
Arte su emblematiche figure femminili in
marmo di Carrara, scolpite da due maestri
di fine 800: Saffo del genovese Santo Varni
e Psiche abbandonata del toscano Pietro Tenerani; Burzio presenta alcune statue neoclassiche in traslucida porcellane biscuit;
Robertaebasta una Ballerina in bronzo di
Chiparus del 1927; Matteo Lampertico una
Sfera in bronzo del 2002 di Arnaldo Pomodoro. Tra tutti merita una segnalazione il
milanese Dario Mottola che presenta, in un
allestimento semplice e rigoroso, bronzi e
marmi di assoluta qualità. Accanto al Volto
della Vergine scolpita in marmo nel 1924 da
Adolfo Wild e a una fusione in bronzo del
celebre Spinario, eseguita da Francesco Righetti nel 1790, Mottola porta a Londra
un’inedita Carolina Bonaparte Murat, ritratta nel gesso da Antonio Canova. Proviene da una collezione lucchese e non
venne mai realizzata in marmo. Alla gipsoteca del Canova di Possagno esiste una versione simile, ma forse di minore qualità.
Che cosa suggerire a un collezionista
italiano? Senza dubbio un acquerello di
J.M. William Turner in vendita da Lowell
Libson Ltd: un Paesaggio della Valle d’Aosta
dove il geniale artista inglese (1775-1851),
all’apice del successo, aveva deciso di tornare nell’estate del 1836.
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ferrara

La Barcellona di Picasso e Gaudí
di Ada Masoero

F

urono gli anarchici, numerosi in
terra di Catalogna sul finire dell’800, a battezzare Barcellona «la
rosa di fuoco»: una definizione avvampante, che dà conto dello splendore
della città e delle braci che covavano sotto le
disuguaglianze sociali generate dalla recente rivoluzione industriale, con la tumultuosa industrializzazione e l’inurbamento
di masse di diseredati, attratti in città dal sogno di trovare lavoro e dignità.
Abbattute le mura (come a Vienna), dal
1880 la città si allargò nell’eixample, l’ampliamento, con lo sviluppo razionale – e nei

sogni del suo ideatore egualitario – del piano regolatore di Ildefons Cerdá, del 1860. Fu
lì che si stabilì la nuova borghesia, mentre
gli operai furono spinti verso i borghi esterni e i diseredati in baraccopoli prive di tutto:
un terreno di coltura ideale per i conflitti sociali, che puntualmente scoppiarono.
Ovvio che l’avvento di una nuova classe
dominante portasse con sé nuovi modelli
culturali e artistici, com’era accaduto nelle
altre capitali economiche del tempo, da Parigi a Londra, da Vienna a Monaco, Bruxelles, Milano. A Barcellona s’impose il Modernismo, uno stile teso sì al nuovo, ma innervato anche da nostalgie neo-medievali, in
chiave nazionalistica: una delle voci più vigorose di quella sorta di koiné transnazionale, ma declinata con gli accenti diversi

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dell’Art Nouveau, Secessione, Jugendstil,
Liberty, che fiorì nell’intera Europa.
La mostra La rosa di fuoco, curata da Tòmas Llorens e Boye Llorens, rilegge l’innovazione architettonica e artistica di Barcellona attraverso i principali attori, da Gaudí,
con i suoi edifici mirabolanti culminati
nell’incompiuta Sagrada Familia, a Picasso (presente a Barcellona fino al 1904), scegliendo come date estreme il tempo ottimistico dell’Esposizione Universale, 1888,
e la Semana tragica, la settimana di rivolte
sanguinose che nel 1909 pose fine a quella
stagione. Ed è a Gaudí, dopo un breve incipit in cui s’impone il lunare Tetti di Barcellona, 1902, di Picasso, che è affidato il compito d’introdurci nel clima febbrile di quegli anni, con fotografie d’epoca delle sue

architetture, due rari disegni e la ricostruzione del geniale modello del quale, in
tempi in cui non esisteva il computer, si
servì per delineare l’alzato labirintico della
chiesa della Colònia Güell: un intrico di catenelle che s’incurvano, pendendo dal soffitto, a modellare guglie, cuspidi ed elastiche volte, e che, riflesse nello specchio posto a terra, diventano una maquette perfettamente leggibile.
Di qui in poi la mostra tocca alcuni tòpoi
della vita urbana: i manifesti pubblicitari
(di maestri come Ramon Casas, Santiago
Rusiñol, Isidre Nonell, poi autore di una tragica saga sui gitani, e Picasso, in seguito
presente in mostra con capolavori come il
ritratto dell’amico Casagemas morto e
l’esangue Ragazza con la camicia della Tate),
accanto alla fotografia del «Quatre Gats», la
taverna dove tutti loro si ritrovavano: la vera fucina del Modernismo catalano. E poi,
illustrati da quegli stessi artisti, tutti innamorati di Parigi, i luoghi pubblici (balli e
café chantant, soprattutto, in lavori intrisi

della lezione di Lautrec) e l’intimità domestica; i nuovi vizi “metropolitani” (La morfinomane di Rusiñol, 1894) e le arti decorative,
tornate in gran voga, come in tutt’Europa,
in nome dell’«opera d’arte totale».
Splendida la sala di Joaquim Mir, con i visionari abissi maiorchini e quella natura
proliferante e selvatica che lo conduce alle
soglie dell’astrazione; e non meno seducente lo spazio dedicato al mito della
“femme fatale”, tradotto da Hermen Anglada Camarasa in opere dai colori acidi e tenebrosi, accese dalle apparizioni perlacee delle abitatrici della notte, qui sotto lo sguardo
del luciferino Gustave Coquiot di Picasso. Fino allo sconvolgente reportage fotografico
sulle distruzioni della Semana tragica, che
avrebbe cancellato quel mondo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

adrià gual | «Atelier Casas & Utrillo»,
litografia a colori, Barcellona, MAE, Institut
del Teatre

La rosa di fuoco. La Barcellona di
Picasso e Gaudí, Ferrara, Palazzo
dei Diamanti, fino al 19 luglio.
Catalogo Ferrara Arte

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34

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

Riapre a Pontremoli il Museo delle Statue Stele

Il 27 giugno alle 16.30 riapre il Museo delle Statue Stele di Pontremoli,
la bellissima raccolta di sculture antropomorfe che testimoniano la più antica cultura
della Lunigiana. Sede del museo è il Castello del Piagnaro, che a seguito dei lavori di
ampliamento e riallestimento firmati
da Guido Canali si presenta a visitatori fortemente rinnovato

Arte
a colloquio con francesca d’asburgo

enciclopedia electa

Imperatrice interdisciplinare

Il tempo
inclinato
di ABO

Ha fondato «Tba21»
per avvicinare il pubblico
ai grandi temi del nostro
tempo, in particolare,
il rapporto tra arte,
ambiente e scienza
di Pia Capelli

«M

a lei sa chi è
Francesca?»
mi chiede
l’autista che
mi porta in
giro per Vienna. «Glielo dico io: se ci fosse ancora l’Impero, Francesca sarebbe l’Imperatrice». Tenuto
conto che la maggior parte delle conversazioni che ho avuto con “Francesca” si sono
svolte per terra, con noi due accovacciate davanti a qualche installazione di videoarte, mi
rendo conto di non aver mai considerato il
suo albero genealogico in dettaglio. Francesca, come la chiamano tutti (me compresa)
beandosi di una confidenza inaspettata, è
Francesca von Habsburg, una delle aristocratiche più aristocratiche di quest’era antiaristocratica, ma anche una donna simpaticamente antisnob, perfetta comunicatrice
delle sue imprese nel mondo della cultura.
Nata Thyssen-Bornemisza, quarta figlia
del barone “Heini”, e della sua terza moglie,
la modella inglese Fiona Campbell, Francesca ha avuto una stagione mondana come itgirl londinese, dopo aver studiato alla Central Saint Martin’s ed essersene fatta cacciare. E poi è diventata due cose: la moglie di Karl
Habsburg-Lothringen, capo della casata
Asburgo-Lorena, e una straordinaria patrona delle arti.
Io la incontro al Tba21, la fondazione d’arte contemporanea che ha creato nel 2002 per
«realizzare la sua visione filantropica, e usare il linguaggio dell’arte per ispirare il pubblico sui grandi temi del nostro tempo», in particolare, il rapporto tra arte, ambiente e
scienza. Siamo all’interno del verde dell’Augarten, in uno spazio luminoso che con la sua
programmazione iperconcettuale ha un po’
scosso il mondo dell’arte viennese. Intorno a
noi mentre parliamo c’è una mostra dedicata
alla Rare Earth Age, l’era in cui l’umanità progredisce grazie a elementi come l’europio, il
neodimio, il tantalio (che ci servono per i telefonini, per le luci led, i pannelli fotovoltaici,
gli hard disc). Dal 25 giugno invece lo spazio
sarà dedicato alla Phyto Age, l’era della saggezza vegetale, con una mostra pensata dall’artista brasiliano Ernesto Neto, che per anni ha lavorato con gli indigeni Huni Kuin e
ora affida loro lo spazio espositivo per una riflessione politica e filosofica sulla biodiversità, sui diritti territoriali, ma soprattutto su
ciò che stiamo lasciando scomparire.
Attraverso Tba21, spiega Francesca, si
«commissionano e disseminano progetti
anticonvenzionali», che si staccano dalle
mode di un mondo «che si orienta solo seguendo il mercato». Di solito si tratta di installazioni di grandi dimensioni, di artisti
emergenti in cerca di qualcuno che investa in
loro: Francesca è stata tra i primissimi a produrre per esempio i lavori di Olafur Eliasson,
l’artista danese che monta grandi soli, sposta
fiumi, ricostruisce ecosistemi. E ogni estate
l’Augarten ospita anche Ephemeropterae, una
serie di incontri trans-disciplinari all’aria
aperta con matematici, poeti, drammaturghi, scienziati, etnologi, musicisti, filosofi.
Il mondo dell’arte, che ha bisogno di definizioni, a volte descrive Francesca d’Asburgo come una “facilitator”, una di quelle figure che rendono possibili le cose, le mostre, le
opere d’arte. Il concettuale e l’imprevisto
non le fanno paura, anzi: «Sto partendo! Vado in spedizione in Amazzonia con Ernesto
Neto», sorride, seduta su una delle panche
conviviali che ha voluto per la caffetteria affacciata sul parco.
Commissionare, disseminare, e avventurarsi sul Rio delle Amazzoni insieme ad artisti e antropologi è meravigliosamente diverso da quello ci si aspetterebbe oggi da una
cinquantenne con tre generazioni di collezionisti alle spalle (il bisnonno comprava direttamente da Rodin). Ma lei dice, serena:
«Secondo me questi non sono più gli anni per
accumulare oggetti. Sono piuttosto tempi in
cui investire in idee, in produzione di pensiero, attraversando le discipline». Per questo,
ha pensato di mettere insieme artisti, biologi, filmmaker, architetti e curatori, e mandarli in giro per gli oceani. «Con loro ci saranno sempre anche degli scrittori, che avranno
il compito di raccontare ciò che si è scoperto e
si è pensato», spiega Francesca. A portare
avanti quest’impresa dall’aria insieme antica e futuribile è la Tba21 Academy, accademia dotata di un’”anima esploratrice” e di
una barca di 37 metri, la Dardanella, che sta
già navigando tra Pacifico, Atlantico e Oceano Indiano. Le prime spedizioni, alla ricerca
di «una comprensione multisensoriale del-

l’ambiente», hanno portato un insolito carico di artisti (Julian Charrière, Andrew Ranville), architetti e designer (Neri Oxman del
MIT), sound-artist (Jana Winderen) e scienziati del suono (Tony Myatt) in Belize, in Costa Rica e a Panama per uno studio dei “soundspaces”, una mappatura tecnologica tridimensionale dei reef in pericolo e dei movimenti dei grandi cetacei. Un gruppo di artisti
(Janaina Tschaepe), biologi marini (Ocean
Ramsey), fotografi (Juan Oliphant) si è avventurato intorno alle Isole Fiji per una ricerca sulle topografie subacquee. Le prossime
imprese toccherano le Isole Vanuatu in Luglio (viaggio che ha anche scopi umanitari),
le Isole Salomone in Agosto (una ricerca sulle
specie marine bioluminescenti), e da ottobre
partirà il progetto Triennium 2015-2018, con
una nuova fase che prevede viaggi a Papua
Nuova Guinea e in Nuova Zelanda. Verranno
realizzati documentari e pubblicati risultati,
e con ogni probabilità ne nasceranno mostre,
opere d’arte, nuove idee-ponte tra la cultura
artistica e quella scientifica. Un nuovo approccio che scavalca in un colpo solo il concetto di convegno, di think tank, di residenza
per artisti. «Perché no? L’unico modo è fare le
cose come nessuno le ha mai fatte prima», dice Francesca, bella e un po’ folle, di quella follia che è l’intelligenza del futuro.

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di Anna Li Vigni

«N

collezionisti & artisti | Francesca d’Arburgo (foto di Irina Gavrich 2014). Accanto, un’installazione di Olafur Eliasson del 1996 (Neue Galerie
am Landesmuseum Joanneum di Graz)

on era un film,24 Hours
Psycho, ma un’opera d’arte
concettuale: il vecchio film
di Hitchcock proiettato così
lentamente da durare 24 ore. Era come stare a
guardare l’universo che muore in un periodo
di circa sette miliardi di anni».
Chi parla è uno dei personaggi del romanzo
Punto omega di Don DeLillo e si sta riferendo
alla famosa installazione video dell’artista
Douglas Gordon. Lo scrittore americano non
può fare a meno di riflettere sull’intima connessione tra l’esperienza di dilatazione temporale vissuta dallo spettatore nella fruizione
del film e l’immagine complessa dell’universo
che si contrae proposta dalla fisica contemporanea. Un’analogia che potrebbe apparire ardua, ma che invece è assai appropriata. Il terzo
volume dell’Enciclopedia delle Arti Contemporanee, per la cura di Achille Bonito Oliva, punta
proprio a quest’analogia come alla questione
fondamentale da sollevare per offrire un’interpretazione veramente innovativa dell’arte
contemporanea.
I saggi dei diversi autori e dedicati alle varie
arti – musica, arti visive, cinema, new media,
eccetera – inseriscono la discussione sull’esperienza artistica in un ambito epistemologico allargato, all’interno del quale le questioni estetiche e quelle della fisica contemporanea trovano innumerevoli punti di incontro,
come evidenziato anche dalla magnifica introduzione di Giulio Giorello. Il concetto cardine che permette questo dialogo del tutto plausibile è il tempo. In particolare, il Tempo inclinato. La suggestione proviene dalla tesi del clinamen presente nell’esposizione della teoria
dell’atomismo del De rerum natura di Lucrezio: l’aggregazione degli atomi è resa possibile

Giunta al terzo volume
l’opera diretta da Bonito Oliva
affronda la temporalità,
tema cardine negli sviluppi
dell’arte contemporanea
da una deviazione, un’inclinazione di pochi
gradi rispetto alla traiettoria di caduta verticale, che permette ai corpuscoli di incontrare altri atomi secondo infinite possibilità e di formare differenti realtà secondo modalità e tempi relativi. Già nella fisica antica non esisteva
un tempo assoluto a regolare tutti i fenomeni,
il tempo è legato al destino della materia che si
forma e si disfa continuamente. Qualcosa di
analogo si intravede nella fisica di oggi, come
ricorda Carlo Rovelli: «I processi elementari
non possono essere ordinati in una comune
successione di istanti. (...) la danza della natura
non si svolge al ritmo della bacchetta di un singolo direttore di orchestra che batta un tempo
universale: ogni processo danza indipendentemente coi vicini, seguendo un ritmo proprio.
Lo scorrere del tempo nasce nel mondo
stesso, dalle relazioni fra eventi quantistici che
generano essi stessi il proprio tempo». Anche
le arti generano ciascuna il proprio tempo. In
campo musicale, si è operata nel corso del ’900
una vera e propria “liberazione” del tempo, secondo una distinzione tra tempo ontologico e
tempo psicologico, tra musica cronometrica e
cronoametrica: la prima è strettamente connessa al ritmo del mondo reale, articolato in
intervalli regolari; la seconda invece scandisce
un tempo “puro”, «che enuncia velocità e lentezze relative» sulla base dell’esperienza artistica. L’architettura, sin dai tempi della realizzazione della Torre Einstein a Potsdam di Erich Mendelsohn, ha iniziato a pensare l’edificio
come delineato da forme fluide che rappresentano la deformazione subita dalla materia
sottoposta agli effetti della velocità; secondo la
teoria di Frederick Kiesler, poi, autore del progetto della Endless House, lo spazio architettonico non è più da concepirsi come un “vuoto”
da riempire, bensì, einsteinianamente, come
un campo dinamico di forze in gioco, dei cui
processi l’uomo è compartecipe in virtù della
sua esperienza e fisica e psicologica.
Quanto alle opere d’arte visiva, esse sono
considerate, con Hubert Damish, quali object
théorique capaci di perturbare le sicurezze storiche, di compiere dei “salti” di senso, per realizzare appieno quella vocazione benjaminiana dell’arte quale strumento capace di leggere
in “contropelo” la realtà. Anche la letteratura, il
teatro, inventano il proprio tempo, così come
cinema, con le sue «immagini-tempo» (Deleuze) divincolate da qualsiasi catena narrativa
che finiscono per assumere un tempo proprio.
L’arte genera – così Bonito Oliva nella postfazione - «stati di forma originali e imprevedibili
(...) che creano un varco e un lampo nel pratico
inerte del quotidiano». L’arte manipola il tempo, lo piega di continuo alla necessità delle
proprie invenzioni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Enciclopedia delle Arti Contemporanee.
III, Il tempo inclinato, a cura di Achille
Bonito Oliva, Electa, Milano,
pagg. 394, € 59,00

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

35

Convegno per Alberto Burri a Città di Castello

La Fondazione Burri di Città di Castello (Perugia) organizza un Convegno
Internazionale da 26 al 27 giugno per celebrare il centenario della nascita di
Alberto Burri. Il «Au rendez-vous des amis» (titoto ispirato da un quadro di
Max Ernst) vede la partecipazione di nove direttori di musei e istituzioni
internazionali di arte contemporanea in Europa e di sessantatre artisti.

Arte

l’illuminazione delle opere d’arte

Più luce sulla «Ronda di notte»
Sistemi e impianti
per la valorizzazione
dei dipinti riassunti in
un caso emblematico:
quello del capolavoro
di Rembrandt

convegno a milano

Illuminare
centri e
monumenti

N

di Marco Carminati

L

e opere d’arte antica non sono
nate per essere inondate di luce
artificiale. Nacquero semmai
per “fare luce”, cioè per farsi vedere bene, rutilati d’oro nel Medioevo, con profili nitidi e colori sgargianti nel Rinascimento, con giochi di luce interna nelle età manierista e barocca,
sino alle tavolozze luminose e aeree che
caratterizzarono il Rococò. Per molti secoli l’unica luce ammessa a illuminare le
opere d’arte era stata quella naturale. Anzi, dalla luce naturale si cercava spesso
schermo e protezione. Le ante dei polittici
medievali proteggevano le immagini interne, ma bisogna ricordare che quasi tutti i dipinti antichi (soprattutto le opere sacre e i ritratti) erano sovente protetti da
cortine e tendaggi. Oggi questi tendaggi
sono quasi del tutto scomparsi, soprattutto a seguito dell’azione di Giovanni
Battista Cavalcaselle che, nella seconda
metà dell’Ottocento, si battè perché le
cortine e le tende (spesso preziosissime),
che proteggevano i quadri nelle chiese
dalla polvere e dalla luce, venissero totalmente rimosse. Le ragioni furono due: la
prima, marcatamente pratica, era che le
tende, poste vicine alle candele, spesso
prendevano fuoco e danneggiavano le
opere d’arte; la seconda ragione era invece più ideale e laica: si volevano rendere i
quadri delle chiese immediatamente accessibili come le erano quelli conservati
dei musei pubblici.
Quando i pittori realizzarono quadri e
affreschi per le chiese tenevano ben conto
delle fonti di luce disponibili (finestre, lunette, rosoni, eccetera), schiarendo tonalità e colori laddove si sapeva che la luce
naturale sarebbe stata meno favorevole.
La luce “artificiale” irradiava saltuariamente le opere, arrivava dalle luminarie
legate a festività particolari o dalla devozione privata che forniva un’illuminazione supplementare a base di candele. Quest’ultima illuminazione era, in verità,
piuttosto pericolosa: i musei pubblici sono oggi pieni di opere d’arte di provenienza ecclesiastica che recano vistosi segni di
bruciature e danni alle loro basi provocati
da ceri votivi finiti fuori controllo.
Dopo secoli di lanterne, torce e candele, la storia dell’illuminazione fece un decisivo balzo in avanti tra fine Settecento e
i primi dell’Ottocento quando le città sentirono l’esigenza di dissipare la terribile
oscurità notturna organizzando un’illuminazione pubblica a base di lampade a
olio e a gas. Napoli, ad esempio, cominciò
nel 1770 a dotarsi di fanali accesi di notte,
posti alle porte delle città e agli angoli delle vie principali. I malviventi però non
gradirono l’innovazione (che intralciava
il loro lavoro) e si misero subito a manomettere i fanali. Per ovviare all’inconveniente, un prete napoletano, che si chiamava Gregorio Maria Rocco, ebbe
un’idea geniale. Con licenza del re, collocò nei punti più trafficati di Napoli trecento nicchie con 300 quadri della Vergine, più cento crocifissi. Le nicchie vennero illuminate di notte e i fedeli furono sol-

luce nei musei
In alto, la «Ronda di
notte» di Rembrandt
nella sua attuale
collocazione nel
Rijksmuseum di
Amsterdam. Da
sinistra, visita
notturna di Napoleone
al Museo del Louvre
(1810); i lucernari del
Louvre in un dipinto di
Robert Hubert, la
nuova illuminazione
delle sale napoleoniche
di Brera realizzata da
Erco
lecitati a vegliare affinché le luci votive
restassero sempre accese. Così fu. E anche i malviventi – che erano pur sempre
dei timorati cattolici – si guardarono bene dal danneggiare impianti di illuminazione posti dinnanzi alla Madonna e a Gesù crocifisso.
Nei palazzi e nelle gallerie private la luce destinata alle opere d’arte fu sempre
quella diurna, proveniente dalle finestre e
talvolta “aiutata” da accorgimenti particolari, come nel caso del Caravaggio di Palazzo Odescalchi a Roma (illustrante la

L’opera venne collocata in
grande evidenza nel salone
principale del Rijksmuseum
di Amsterdam: ma in quel
punto la tela non si vedeva bene
Caduta di San Paolo) che non venne fissato
alla parete ma montato su un’anta mobile
che permetteva di muovere il quadro alla
ricerca della luce migliore. La sera – soprattutto in occasione di feste, cene e ricevimenti – la flebile luce delle candele garantiva la visibilità a quadri e sculture.
La luce naturale fu l’ingrediente base
anche dei primi musei pubblici, nati tra
Sette e Ottocento. Ancora oggi in molti di
essi possiamo osservare due tipologie di
“pescaggio” della luce naturale: quella
che proviene dalle finestre e quella che
piove dai lucernari. L’Ermitage di San Pie-

troburgo, ad esempio, conserva molti capolavori appesi a pannelli posti davanti
alle finestre. Tuttavia il modello più diffuso è quello offerto dai lucernari, un tipo di
illuminazione sperimentata per la prima
volta al Louvre. Nelle lunghe gallerie del
palazzo vennero tappate tutte le finestre
per poter disporre di maggiori superfici
per i quadri e parallelamente si scoperchiarono i tetti per apporvi i lucernari e far
cadere la luce dall’alto. Questi “impianti”
(subito adottati da tanti musei in Europa,
tra cui la Pinacoteca di Brera a Milano)
permettevano in effetti una miglior visibilità delle opere pur essendo sempre legati alla luce diurna. Gli orari d’apertura
dei musei furono ovviamente adattati alla
disponibilità di luce naturale e mai si sentì
l’esigenza di dotare le gallerie di fonti di
luce artificiale. Sappiamo però che in età
napoleonica si facevano anche emozionanti tour del Louvre in notturna per ammirare i capolavori d’arte giunti dall’Italia. Un disegno dell’epoca documenta che
Napoleone e suoi ospiti venivano accompagnati a vedere il Laocoonte Vaticano rischiarato con alte torce dotate di paralume, tenute in mano dai custodi.
La luce naturale diffusa dai lucernari ha
dettato legge nei musei per più di 150 anni
ed è interessante osservare che anche
quando alla fine dell’Ottocento cominciò
a diffondersi la luce elettrica, i musei furono assai restii a servirsene. Si riteneva che
solo la “nobile” luce naturale potesse davvero valorizzare le opere d’arte. Non così,
però, la pensavano i futuristi, che al con-

trario furono tra i primi ad apprezzare le
opere d’arte inondate dalla luce artificiale, tanto da organizzare vernissage notturni per far ammirare le loro opere sotto
i modernissimi fasci di luce elettrica.
Quanto fosse sentito tra Otto e Novecento il problema della corretta illuminazione delle opere d’arte lo dimostra a questo proposito la storia di un quadro celeberrimo: la Ronda di notte di Rembrandt.
Dopo aver conosciuto numerosi spostamenti e altrettante vicissitudini, la
Ronda di notte di Rembrandt venne collocata nel 1885 nella nuova e colossale sede
del Rijksmuseum progettata dall’architetto Pierre Cuypers ad Amsterdam. Il
nuovo museo nazionale, destinato a esaltare la storia e l’arte degli olandesi, venne
letteralmente concepito attorno alla Ronda di notte. All’interno del museo il quadro
assunse quasi un carattere sacro: per ammirarlo il visitatore avrebbe dovuto percorrere una lunga galleria simile alla navata di una chiesa gotica, e poi, alla fine
della “navata”, al posto dell’altar maggiore, avrebbe visto rifulgere il capolavoro.
Essendo il quadro più celebre di Rembrandt, il dipinto non poté non presenziare alla prima grande mostra monografica che l’Olanda dedicò a pittore. La
rassegna si tenne allo Stedelijk Museum
di Amsterdam nel 1898 e coincise con le
cerimonie di incoronazione della regina
Guglielmina. Tolto dalla sala del Rijksmuseum e collocato in una grande ambiente nello Stedelijk Museum, il capolovoro di Rembrandt lasciò tutti stupefatti:

ell’ambito dell’Anno Internazionale della luce, Milano
celebra domani 22 giugno una
«Giornata Internazionale
della luce» dedicata al ruolo dell’illuminazione pubblica nella valorizzazione
degli spazi urbani e dei monumenti.
L’incontro – che si svolge nella Sala
conferenze di Palazzo Reale dalle ore 9,30
alle 17,30 – è stato organizzato dall’Aidi
(Associazione Italiana di Illuminazione)
in collaborazione con Enea e con il patrocinio del Comune di Milano, dell’Anci e
dell’Anno Internazionale della luce.
Sarà una giornata di convegni e tavole
rotonde incentrate sull’illuminazione
pubblica e volta ad approfondire il ruolo
fondamentale che, nell’ambito urbano,
assume oggi la luce, quale strumento in
grado di valorizzare architetture, luoghi
e percorsi anche attraverso l’uso di nuove
tecnologie che possono apportare consistenti risparmi energetici con benefici
economici per le Amministrazioni.
I temi saranno trattati secondo approcci tecnologici, culturali, estetici e di
reali opportunità per gli Enti locali, anche
grazie al confronto diretto con l’esperienza di alcuni importanti Comuni come
Milano, Brescia, Torino e Firenze, di cui
saranno presenti i city manager e le
utility con le loro esperienze tecniche sul
campo. Inoltre, interverranno i nomi di
riferimento del settore e rinomati lighting
designers per far emergere l’importanza
di una “cultura della luce” che dovrebbe
essere alla base di tutti gli interventi di
illuminazione.
Nello specifico i temi trattati saranno:
«Il ruolo dell’illuminazione pubblica
nella valorizzazione degli spazi urbani»,
«Le modalità di finanziamenti finalizzati al risparmio e all’efficienza energetica», l’«Innovazione tecnologica: le opportunità della riqualificazione». La seconda
tavola rotonda pomeridiana affronterà
invece il tema del valore culturale della
luce e dell’illuminazione dei Beni architettonici e monumentali. Questa parte del
convegno – che si svolgerà dalle ore 16,00
alle 17,30 e ha titolo «Luce come valore
culturale: illuminazione dei beni architettonici e monumentali» – vede presenti
Gianni Forcolini (Docente Lighting
Designer Politecnico di Milano), Salvatore Carrubba (Editorialista de «Il Sole 24
Ore»), Angelo Micheli (Studio Amdl-Architetto Michele De Lucchi), Giovanni
Traverso (Traverso Vighy Architetti),
Francesco Jannone (Lighting designer),
Claudio Salsi (Soprintendente del Castello Sforzesco di Milano), Piero Castiglioni
(Lighting designer), Laura Bellia (Università degli Studi di Napoli Federico II) e
Giovanni Bianchi (Direttore tecnico dei
Servizi di ingegneria in Italia per Citerum). Sollecitati dalle domande del
moderatore Marco Carminti, a loro
toccherà il compito di definire il valore
culturale della luce, di illustrare i percorsi
formativi che portano alle competenze
nel settore, di illustrare casi di buona e
cattiva illuminazione allargandola ai
contesti urbanistici. E infine verrà esaminato un caso particolare: l’illuminazione
della Pietà Rondanini di Michelangelo nel
Castello Sforzesco di Milano.
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per puro caso, la tela era stata posizionata in mostra sotto una fonte di luce naturale particolarmente intensa che fece
scoprire ai visitatori dettagli del quadro
che al museo non si riuscivano assolutamente a cogliere, data la modesta illuminazione proveniente dai lucernari progettati da Cuypers.
La faccenda dell’illuminazione della
Ronda di notte infiammò il dibattito culturale olandese per qualche anno e divenne
persino un affare di Stato. La vicenda fu
presa talmente sul serio che il 24 aprile
1901 il governo olandese emanò una disposizione con la quale si ordinava di esaminare tutte le possibili alternative dell’illuminazione della Ronda di notte. Per
fare ciò, la regina Guglielmina in persona
nominò una commissione di venti esperti, composta da storici dell’arte, artisti, restauratori, personale del museo, politici,
architetti e amministratori (ma nessun lighting designer), perché studiassero attentamente il problema e giungessero alla giusta soluzione.
Quando la mostra allo Stedelijk Museum si concluse, la Ronda di notte non
venne fatta rientrare al museo ma venne
collocata in una baracca di legno appositamente costruita sul retro del Rijksmuseum. La baracca era dotata di una serie di
finestre modulari aperte su tutti i lati, in
modo da poter studiare e simulare in quale quantità e da quale direzione sarebbe
dovuta provenire la luce al fine di ottenere
la miglior illuminazione del quadro.
Nonostante le vibranti proteste di uno
dei membri del comitato – che sosteneva
ottimale solamente l’illuminazione dall’alto – la commissione reale formulò il
suo verdetto: la Ronda di notte andava illuminata da una luce naturale laterale proveniente da sud-ovest. La regina Guglielmina prese atto dell’indicazione e convo-

Portato in una mostra e posto
sotto una più intensa luce, il
dipinto rivelò dettagli mai visti:
il governo ordinò di studiare
una nuova illuminazione
cò l’architetto Cuypers (che faceva parte
della commissione) per ordinargli di costruire, proprio dietro il salone originario
della Ronda, una nuova sala con fonti di
luce adatte al capolavoro di Rembrandt.
Il nuovo ambiente venne inaugurato il
16 luglio 1906 in occasione del terzo centenario della nascita del pittore. Ma il
pubblico osservò subito che il quadro –
seppur meglio illuminato – aveva perso
l’aulica maestà della posizione procedente. Ora la tela non capeggiava più al
centro del salone come fosse un altare,
ma si trovava semplicemente appesa a
una parete laterale.
In barba alla fatica (e alle tante risorse
finanziarie profuse) quella nuova posizione non convinse nessuno. Così, nel
1926 si convenne di riportare il quadro
nel salone originario, appendendolo però a una parete laterale con un’illuminazione mista, naturale e artificiale, spiovente dall’alto.
Fu l’ultima soluzione? Nemmeno per
sogno. Di nuovo tormentate dal dilemma
di come conciliare la giusta illuminazione
del quadro e la sua adeguata spettacolarizzazione all’interno del museo, le autorità del Rijksmuseum stabilirono nel 1984
un nuovo spostamento della tela: il dipinto di Rembrandt venne riportato esattamente sulla parete originaria della sala
originaria, illuminato dalla luce naturale
filtrata e rinforzata da luce artificiale supplementare. E qui, oggi, possiamo mangiarcelo con gli occhi.
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percepire gli spazi

Il cervello architettonico
di Gabriele Neri

«I

l fatto che percepiamo (e quindi
concepiamo) l’ambiente costruito tramite l’intero nostro corpo (e
non semplicemente i nostri sensi
o il nostro cervello) può sembrare una cosa del
tutto ovvia, ma per formazione gli architetti
tendono a pensare agli edifici come a oggetti
astratti». È questa una delle considerazioni
alla base del libro di Harry Francis Mallgrave,
intitolato L’empatia degli spazi. Architettura e
neuroscienze, dedicato a che cosa accade dentro di noi quando guardiamo, percorriamo,
viviamo un edificio, un’opera d’arte o un oggetto di design.
Mallgrave, docente all’Illinois Institute of
Technology, spiega come grazie alle più recenti tecniche di visualizzazione dell’attività

cerebrale – ad esempio la risonanza magnetica funzionale – sia possibile mappare le aree
coinvolte nel processo percettivo visivo, ricavando informazioni interessanti sulla nostra
reazione all’architettura. Prima che da un
punto di vista razionale, facciamo infatti esperienza di un edificio emotivamente, attraverso risposte fisiologiche immediate e inconsce.
Secondo alcuni studi, la vista di un edificio innesca i ricettori degli oppioidi (le endorfine
prodotte dal corpo) nel cervello, producendo
un diverso grado di piacere a seconda della sua
gradevolezza: piacere massimo davanti a una
fila di case pittoresche, minimo di fronte a un
edificio per uffici in acciaio e vetro. Tale deduzione, per alcuni scontata, ha un risvolto fondamentale: le persone gradiscono o meno un
edificio non per preferenze personali, ma secondo precise ragioni neurologiche. La “bellezza” non sarebbe così un concetto astratto,
bensì – secondo alcuni biologi – il risultato di

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precisi impulsi elettrici e chimici.
Altri studi porterebbero a dividere gli ambienti costruiti in due categorie: quelli che
promuovono l’attività parasimpatica e inducono un rilassamento, e quelli che invece stimolano l’attività simpatica e il consumo di
energia. La Galleria Nazionale di Mies van der
Rohe a Berlino, con la sue linee regolari e classiche, sarebbe «una tranquilla architettura
parasimpatica»; all’opposto la Filarmonica di
Scharoun, con le sue superfici sghembe, «è eccitante in tutte le accezioni del termine» e produrrebbe un’iperattività della mente. Importanti riflessioni sono poi ricavate dalla scoperta dei “neuroni specchio”. Quando guardiamo
un’architettura il nostro cervello si attiva – in
maniera precognitiva – simulando i movimenti che quegli spazi riescono a evocare. Si
instaura perciò una relazione profonda tra essere umano e ambiente fisico, che rimanda al
noto concetto di Einfühlung (empatia) svilup-

pato da Robert Vischer nel 1873.
Domanda: come possono influire queste
scoperte e ipotesi sulla progettazione? In primo luogo, se tali esperimenti rafforzano il
ruolo dell’emozione nei nostri processi di
comprensione del mondo e degli edifici in cui
viviamo, per Mallgrave dovremmo ridimensionare tutte quelle eccessive «astrazioni
concettuali prive di ogni risonanza corporea»
che hanno dominato le recenti teorie architettoniche. Gli architetti, infatti, «hanno indirizzato i loro sforzi verso l’”intelletto”, ignorando il più ampio dominio ambientale del
corpo/mondo» e senza considerare che mente, corpo, ambiente e cultura sono connessi
tra loro a livelli diversi. Nonostante vi siano
architetti attenti a questa dimensione emotiva e multisensoriale – ad esempio Peter Zumthor, legato a una concezione artigianale
del costruire – secondo Mallgrave molti di essi
oggi inseguono soltanto immagini fotogeniche, e non invece «un ambiente sensibile al
benessere umano e alle inclinazioni sensoriali». Uno dei colpevoli sarebbe il computer,
che impedisce ai progettisti di «tornare alle
cose reali del mondo», tagliando il legame
neurologico tra la testa e la mano. «Quando la

testa e la mano divorziano – ha scritto Richard
Sennet – è la testa a soffrirne».
Come sottolinea Mallgrave – che mescola
biologia, psicologia, filosofia, storia dell’architettura, antropologia e neuroscienze con
estrema chiarezza – siamo solo all’inizio di un
campo d’indagine immenso e sfaccettato. Sono ancora pochi gli esperimenti direttamente
riferiti alla percezione neurologica dell’architettura, la quale avviene attraverso stimoli e
condizionamenti difficilmente schematizzabili. I risultati attesi nei prossimi anni potrebbero tuttavia essere di grande impatto per i
progettisti che volessero prenderli in considerazione. «Il fatto che le tecniche di visualizzazione cerebrale possano catturare sullo
schermo i “brividi lungo la schiena” che potrebbero verificarsi durante l’ascolto di un improvviso di Schubert o l’ingresso in una cattedrale medievale indica che vi sono molte possibilità in tal senso».
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spazio mentale | Dettaglio della Cappella
Bruder Klaus di Peter Zumthor a Wachendorf
(Germania), 2007

Harry Francis Mallgrave, L’empatia degli
spazi. Architettura e neuroscienze,
Raffaello Cortina Editore, Milano,
pagg. 298, € 28,00

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36

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

«Per soli uomini» questa sera al Mexico a Milano

Il Delta del Po raccontato nelle voci di tre uomini dediti all’allevamento
del pesce, ritratto onirico ed estremo di un mondo che sta scomparendo.
«Per soli uomini» il film di Elisabetta Sgarbi verrà proiettato questa sera
al cinema Mexico (via Savona, 54) alle 21.30. Assieme all’autrice interverrà
uno dei protagonisti, Gabriele Levada (nella foto, a destra)

In scena
riflessi nel grande schermo
di Roberto Escobar

Una ragazza quasi libera

C

ome sarà il futuro di Marieme
(Karidja Touré)? Figlia di immigrati
africani, Vic – così la chiamano – è
cresciuta nel grigio anonimo di una
banlieue parigina. I suoi studi sono svogliati,
al punto che sta per abbandonarli. A sedici
anni non ha amiche. In fondo, non ha
nemmeno una famiglia. Il padre è del tutto
assente. La madre Asma (Binta Diop) passa i
giorni pulendo uffici. Djibril (Cyril Mendy), il
fratello maggiore, non se ne occupa, se non
per controllare che non le girino intorno
uomini. Ci sono poi due sorelle minori, di cui
Vic deve prendersi cura. Senza prospettive,
abbandonata nella propria solitudine, che
vita la può attendere?
Dopo Tomboy, Céline Sciamma torna a
raccontare la fatica di crescere. Se la prima
esplorazione dei ruoli sessuali e della loro
labilità era al centro del film del 2011, il
disorientamento dell’adolescenza è il cuore
di Diamante nero (Bande de filles, Francia,
2014, 113’). Ora come allora, la
trentaquattrenne regista francese osserva e
mostra i suoi giovani e giovanissimi
personaggi con una dolcezza e una simpatia
che la tengono lontana da ogni moralismo. Le
loro vicende sono semplicemente,
teneramente “loro”. Scrivendole e girandole,
Sciamma non le guida – non se ne fa padrona
–, ma se ne lascia guidare, sempre curiosa e
dunque mai tentata di giudicare.

ISOLE24

diamante
nero | In
primo piano,
Marieme
(Karidia
Touré)
Lo è tanto, curiosa, da evitare gli stereotipi
narrativi cui la storia di Vic la potrebbe
indurre. Diamante nero non si chiude nei
confini di una “ambientazione etnica”. La
protagonista è anche figlia di immigrati, è
anche esclusa da una cittadinanza piena,
confrontabile con quella degli altri giovani
francesi. Ma prima di tutto è un’adolescente, e
una donna. Inserita in un contesto sociale ed
economico meno sfavorito, la sua condizione
sarebbe diversa per molti aspetti, ma non per
quello essenziale: la difficoltà di farsi adulti, e
anzi adulta. La prima, e anche la più dura di
queste difficoltà, è il prevalere maschile. In
assenza del padre, è Djibril ad avere il potere
familiare, e a esercitarlo convinto del proprio

buon diritto. Si tratta, appunto, del diritto di
tutelare il corpo della sorella, di difenderlo
dagli altri maschi. In questo senso, Vic è del
fratello, è una cosa nella sua disponibilità. Per
lei ci sarebbe certo un modo per
affrancarsene: legarsi a un altro maschio, di
potere maggiore. E lo potrebbe. Le
basterebbe consegnarsi, anche fisicamente, a
un boss del quartiere. Stai con me, le dice lui,
e Djibril non farà obiezioni.
Capita però a Vic di seguire una diversa
strada verso l’autonomia, una strada che
all’inizio ha l’aria d’essere vaga e ambigua:
vaga e ambigua come l’amicizia che,
all’improvviso, la lega a Fily (Mariétou Touré),
ad Adiatou (Lindsay Karamoh) e a Lady (Assa

Sylla). Guidate da Lady, le quattro adolescenti
sfidano il mondo, quello povero della banlieue
e quello ricco del centro metropolitano. La
bande de filles, la banda di ragazzine, per la
verità non fa più di quanto consente loro
un’ingenuità camuffata da improntitudine:
mettere disordine nell’ordine consumistico
di un centro commerciale, rumoreggiare in
metrò, attraversare spavalde la Gare du Nord.
Soprattutto, chiudersi nella camera di un
albergo, e lì lasciarsi andare a sogni che
sembrano proibiti, ma che non vanno oltre la
piccola misura della loro piccola età. C’è
anche l’amore, per Vic. Potrebbe essere
Ismaël (Idrissa Diabaté) il futuro che la
attende. È tenero, affidabile, vuole dei figli.
Uscita di casa e decisa a non tornarci, Ismaël
si direbbe per lei un’occasione. Si libererebbe
del fratello, sfuggirebbe al boss, smetterebbe
di rincorrere sogni. Ma sono proprio quei
sogni che ora le danno coraggio. Stare con
Ismaël significherebbe accontentarsi di
quanto un uomo le può dare. Tra sicurezza e
sogni, Vic deve scegliere. Ossia, deve crescere.
Noi la lasciamo così. Per un attimo incerta,
bloccata al centro dello schermo. Ma poi,
nell’inquadratura che segue, sulla destra
dell’immagine, mentre si incammina
risoluta. Qualunque futuro le capiterà,
sarà il suo.
%%%%%
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schermaglie

Ma i ponti rimangono rotti
PHOTOMOVIE

A 100 anni dalla Prima
Guerra un’opera
collettiva con il cuore
a Sarajevo racconta
le ferite dell’Europa.
Da Godard a Meier

le anteprime
«I ponti di Sarajevo» verrà
proiettato in anteprima a
7 a Milano al Cinema
Apollo il 25 giugno
(alle 21) alla presenza
del regista Leonardo
Di Costanzo
7 a Perugia al Cinema
Post (alle 21) il 25 giugno
7 a Saronno al Cinema
Silvio Pellico il 26 giugno
(alle 20.45) con
Leonardo Di Costanzo

di Cristina Battocletti

C

he i Balcani siano il centro di un magismo nero che attira il diavolo dei
cannonièunmitocomodo.Bastatirare una linea dall’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando
d’Austria nel 1914 alla macelleria jugoslavanelcuoredellacivileEuropadal’91al2001
con strascichi non ancora sopiti. Più facile che
ammettere che è nei ripostigli bui e trascurati che
scoppia il male, come hanno imparato le periferie
di tutto il mondo. L’apice del teorema è poi l’assedio più lungo della storia bellica moderna alla città di Sarajevo. Capire che cosa è accaduto e narrare la realtà di oggi senza musiche zigane, denti
d’oro, divise o mimetiche non è facile. I ponti di Sarajevo–nellesaledal25giugno–ciprovacononestà e intelligenza.
Quest’opera collettiva di tredici autori, tra cui
Jean-Luc Godard, scopre la sua anima nel fondo,
comeinunmanga,conSilenceMujodiUrsulaMeier, regista che sa bene cos’è la ferocia dell’abbandono, sentimento pilastro del film, pensato e orchestrato da Jean-Michel Frodon in memoria del
centenario della Prima Guerra Mondiale. Abbandono da parte delle istituzioni, della comunità,
della famiglia, della memoria, e soprattutto del
buon senso.
La regista svizzera - che ci aveva già fatto rabbrividire (positivamente) sul tema della mancanza (di un genitore, di una guida, della normalità)
nell’affilatissimo Sister (2012) - riesce a rendere
perfettamentel’ideadiquellabestiaferitaamorte
che è (stato) il vecchio continente. Nel corto sarajevese un pallone esce dal campo di calcio durante una partita per la goffaggine di un piccolo
giocatore, Mujo (Vladan Kovacevic), e finisce nel
cimitero che inizia al limitare delle righe di gesso
bianco.Mujosiaggiratraletombeneredeicristiani e tra le lapidi bianche dei musulmani, accendendosiunasigarettaperlenireloscornodeilazzi
deicompagni.Unadonnaglisottraeilmozzicone
per togliersi «qualche minuto di vita», augurandosi che sia vera la leggenda secondo cui ogni
boccata accorcia l’esistenza. La coppia improba-

«I

Secrezioni
di dolore

close up
di Luigi Paini

Il cowboy
riluttante

di Renato Palazzi

S

cusi, dov’è il West? Finita, da
tempo immemorabile, l’era
del cinema “vero”, il territorio di pellerossa e cowboy è
percorso solo di tanto in tanto da
qualche nostalgico in cerca del
tempo che fu. Il danese Kristian
Lavring si aggiunge alla tribù,
recuperando tutte, ma proprio tutte,
le figure del mito. L’eroe riluttante,
innanzi tutto: un uomo che desidera
solo vivere in pace, nel pezzetto di
terra faticosamente conquistato e
ancor più a fatica lavorato; il catticattivissimo, che con i suoi scagnozzi tiene la città sotto scacco; e, ovviamente, gli spazi sconfinati percorsi
dalle diligenze, i fuorilegge, i cavalli
al galoppo, il saloon, lo sceriffo, le
donne di malaffare. Là dove ancora
non è giunta la legge, a dettare legge
è l’avido proprietario terriero, ex
soldato massacratore di nativi
americani, ora in combutta con gli
squali della ferrovia, mentre dalla
terra sgorga un liquido nero e vischioso che fra poco farà gola a molti.
All’eroe-per-caso di tutto questo
nulla interessa: il suo solo desiderio è
di riunirsi con la moglie e il figlioletto, appena giunti dall’Europa dopo
una separazione durata sette anni.
Piccolo, onesto sogno interrotto
dall’irruzione di due balordi, che
violentano la donna e la uccidono
insieme al ragazzino. E dunque
largo a un’altra “stazione” imprescindibile del genere, la vendetta.
Balordi eliminati, tutto finito?
Niente affatto, perché uno dei due
era il fratello del cattivissimo. Ogni
inquadratura è una citazione, ogni
movimento di macchina rimanda ai
classici. Potrebbe essere solo un gioco
sterile, un accumulo di strizzatine
d’occhio a critici e cinefili. Eppure...
Eppure l’attenzione non cala, la
storia “prende”, il sacrosanto desiderio di giustizia del protagonista
diventa il nostro. Perché il West resta
un luogo del cuore.
%%%%%
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The salvation, di Kristian
Levring, western, Danimarca
2015 (90’)

Il tour proseguirà a luglio
a Roma e Udine e a settembre a Pordenone, Firenze,
La Spezia, Pisa, Pavia,
Pontremoli, Varese, Bologna. Per date e sale
www.milanofilmnetwork.it.

PHOTOMOVIE

ribelle | Emanule Caserio nell’episodio di Leonardo Di Costanzo di «I ponti di Sarajevo»
bile, lei, vestita come un’attrice di Hollywood, lui,
un bimbo grassoccio a torso nudo, si scambia
qualche battuta di solitudine e un abbraccio tra le
assenze del campo santo. Più intimi di parenti
stretti, come chi si riconosce nello stesso dolore.
Lo scrisse anche Abdulah Sidran in Poesia al femminile: «Se mi avesse abbracciato una sola volta/
laguerrapermesarebbepassata»(Ilciecocantaalla sua città, Edizionisaraj, 2006).
AlcontrarioAidaBegić,classe1976,riprendela
sua città a strappi in una serie di scatti che potrebbero essere di Gabriele Basilico: teorie di palazzoni che riempiono un campo lungo su cui si distinguonopianopianoicolpidellegranate,lecassette
condominiali della posta, mentre girano le giostre del luna park e le voci raccontano di una bambinacolpitadaunagranatamentreportavauncestino di arance. E tutti a guardare i frutti tondi che
rotolano, per scongiurare l’idea che quel corpicino sia rimasto senza vita, perché come dice Michael Cunningham ne Le ore (Bompiani, 1999), la
violenza con cui la morte arriva è talmente irreale
da sembrare «un incidente secondario, qualcosa
disuperabile».Begićavevafattomeglionelsalace
Snow (2008) e nello sconsolato Buon anno Sarajevo (2012). In questo corto, che ha chiamato Album, la denuncia è forte ma è come se non riuscisse a stringere bene il sogno nero in cui è cresciuta.
E che è stato reso magnificamente in quel capolavoro di non detti e di gabbie familiari che è Il segreto di Esma con cui Jasmila Žbanić vinse l’Orso

d’oro a Berlino nel 2006. Fa la differenza essere
fuggiti o essere rimasti esposti ai cecchini, come
sottolinea bene l’episodio affidato a Vincenzo
Marra, quando racconta l’indecisione di due coniugi bosniaci, integrati da vent’anni a Roma, nel
tornare in patria per assistere al funerale di un parente stretto. «Nessuno ci parla più per come siamo scappati». Bell’idea tirare questo filo, peccato

il pirata
di Mabuse
facebook.com/mabuse1922
tivucinemasiti da scoprire
http://bit.ly/11-settembre-2001
11 settembre 2001 (2002): 11 episodi di 11
minuti e 1 fotogramma affidati a 11 registi.
http://bit.ly/orizzonti-gloria
«Lei è un idealista, e io la compiango»:
Orizzonti di Gloria (Paths of Glory S Kubrick, 1957)
http://bit.ly/godard-sarajevo
Il corto Je vous salue, Sarajevo (1993),
sequenza di fotografie scattate da Ron
Haviv. Regia di JL Godard.

accennati e razzi sussurrati (a quello maiuscolo, di
Razzi, ci pensa Crozza), introdotti da Rocco e dalla
toscanissima Angela Rafanelli, ex Iena
estremamente a suo agio nei panni della
antivelina cinica. Il risultato è un Hellzapoppin’
senza capo né coda, con improbabili ospiti che
rispondono a improbabili domande, seduti su
improbabili sedie da regista, con improbabili
sfondi paesaggistici alle spalle, mentre
improbabili filmati pescati su internet allietano i
tempi morti, e fasulli – e improbabili – tweet

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che alla fine appaia un po’ cerebrale e stereotipata
(lei cristiana, lui musulmano, i ponti di Roma sotto cui rifugiarsi per sentirsi a casa). Difetto in cui
non cade l’altro regista italiano, Leonardo Di Costanzo, che sceglie di tornare alle trincee del Primo
conflitto mondiale in cui morirono 19 milioni di
persone,basandosisudiunraccontodiFedericoDe
Roberto. Di Costanzo lo fa con il garbo grave che ha
saputo usare nell’indimenticabile L’intervallo
(2012). Il soldato Morana (Emanuele Caserio) è solo
unodei240milaitaliani–suiquasi6milionimobilitati – a ribellarsi dall’essere pedina di una carneficinaquinquennale.Nellastessaepocasimuoveilserbo Vladimir Perišić che ha avuto mano altrettanto
feliceeancorapiùliberasuunaltrofrontedellabarricata.Hafattosussurrareagiovanidioggi,forsereclusi, forse semplici studenti, le motivazione degli
”irredentisti” balcanici uniti dal sogno jugoslavo.
Sergei Loznitsa registra la città riflessa nelle
vetrine in cui stazionano gigantografie di uomini
acconciati alla battaglia senza rompere la routine
quotidiana. Solo un bambino si incuriosisce divorando il suo gelato, ma poi desiste nell’assuefazione generale. Il maestro Jean-Luc Godard gioca
con la lingua, anche “sull’obiettività dell’obiettivo” (fotografico) nell’intimità della morte e del
suo sfregio. E ripropone la domanda capitale:
quanto è lecito rimanere inerti dietro allo spettacolo del male?
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i film del sole
è arrivata mia figlia!
Anna Muylaert
Brasile 2014, 114’, commedia
Dal nord del Brasile plana su San Paolo
una giovincella decisa a non farsi mettere
i piedi in testa da nessuno. Tanto meno
dalla madre Val, domestica in una casa
dei quartieri alti.
%%%%%

vulcano – ixcanul
Jayro Bustamante
Guatemala e Francia 2015, 93’,
drammatico
Sulle pendici di un vulcano, i discendenti
dei Maya ancora ne vivono i riti.
Storia commossa della giovane Maria
e dei suoi, derubati di tutto,
ma non dell’amore per la vita
%%%%%

cristinabattocletti.blog.ilsole24ore.com

non è mai troppo tardi
di Asif
l nostro obiettivo era fare un
magazine un po’ brutto. Non
totalmente brutto, attenzione,
perché non sarebbe stato in sintonia
con la rete, ma solo un po’. Crediamo di esserci
riusciti», con questa dichiarazione gonfia di
orgoglio, Sergio Conforti in arte Rocco Tanica –
anima storica degli Elio e Le Storie Tese –
commenta la sua ultima fatica, Razzolaser, in onda
il lunedì in seconda serata su Rai 2. Un calderone di
comicità demenziale, interviste impossibili, lazzi

torino

Un razzo tra i Talent
vengono fatti scorrere in sovrimpressione.
Ecco Elisabetta Canalis raccontare al Tanica la
sua fanciullezza («a Sassari ho fatto lo stesso liceo
di Berlinguer» «allora lui era molto ripetente») e
prestarsi alla delicata operazione «di fare
all’amore in tivù ma educato coi vestiti su e
parlando di altro» («Sto per venire... Ma non farti
strane idee, sto per venire dal commercialista!»).
Ecco Max Pezzali che racconta la sua battaglia
contro i ristoranti del pavese che si ostinano a
cucinare le rane, invece di convertirsi alle “rane-

tofu”, e che ammette di aver fatto un disco
“troppo” bello, così, tra qualche anno, in seguito al
deterioramento dei file, rimarrà comunque
“almeno discreto”.
Ecco infine la sensitiva Clorecs che interroga
Mussolini, Togliatti e De Gasperi in merito a
fascismo e comunismo, e a quale fosse il peggiore
(De Gasperi se la cava con un “nessuno dei due”).
Ridere si ride, amaramente, sotto i baffi, come
vuole una comicità pungente, cattivella,
esplicitamente contraria alla faciloneria televisiva

cui siamo assuefatti, pardon, abituati. Ma l’incanto
dura poco e la sensazione di assistere a un
giochino autoreferenziale e compiaciuto prende
presto il sopravvento. Insieme a una certa noia.
L’interminabile canzone cingalese è un buon
esempio. Tanica è certo un dritto, ma sarà un caso
se le sue operazioni televisive più riuscite sono
proprio le costole mistificatorie e dissacranti di
quegli stessi format (X Factor, Sanremo, Italia’s Got
Talent) cui lui guarda con distaccata superiorità?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

D

opo Natale in casa Cupiello e Ti
regalo la mia morte, Veronika Antonio Latella realizza il terzo, intensissimo spettacolo di questa
sua prolifica stagione, Ma, dedicato alla figura della madre nelle opere di Pasolini:
dei tre lavori, anzi, questo presentato al
Festival delle Colline Torinesi è probabilmente quello che tocca più in profondità
lo spettatore, certo il più dirompente rispetto alla linea consueta del regista, contrassegnato com’è da un vertiginoso passaggio dalla coralità a un’individualità
esasperata, posta sotto un potente microscopio, dal furore visionario a una tormentata vena introspettiva. Per dare
un’idea dello spettacolo basterebbe descrivere la lunga, squassante sequenza
iniziale: la sola attrice alla ribalta, la sorprendente Candida Nieri, è in piedi, immobile e silenziosa, il capo leggermente
reclinato, un fazzoletto bianco stretto nelle mani, i piedi infilati in due monumentali scarpe nere alla Charlot. Di fronte a lei,
unico arredo scenico, uno scaffale di ferro
che regge delle abat-jour, un mappamondo, oggetti vari. Sempre in silenzio, come
in raccoglimento, la Nieri prende a chinare impercettibilmente la testa in avanti, e
con la stessa lentezza piega a poco a poco
le gambe, fino a sedere su uno sgabello.
Con un effetto sconvolgente, dal naso
comincia a colarle un filo di muco, e dalla
fronte si staccano gocce di sudore, mescolate forse a lacrime, che vanno a cadere nel
fazzoletto. I fluidi corporei degli interpreti erano stati già provocatoriamente esibiti anni fa da Jan Fabre, ma qui davvero è
un’altra cosa, qui i liquidi fisiologici sono
un riflesso dell’interiorità, l’equivalente
somatico di sentimenti altrimenti indicibili. Sono anche il segno di una radicale
mutazione avvenuta nel teatro: al tempo
di Strehler, per dire, l’uso del muco degli
attori sarebbe stato impensabile. Ciò che
fa oggi Latella non è di per sé migliore né
peggiore, è solo il risultato di una diversa
concezione degli equilibri tra verità e rappresentazione.
L’exploit della Nieri, che riversa affannosamente le parole in un microfono impugnato quasi con disperazione, si articola in una variegata gamma di espressioni vocali e gestuali: attingendo a vari materiali, dalle sceneggiature dei film a versi
a brani di romanzi, l’attrice si immerge
con un’adesione totale, viscerale in quel
rapporto tra una madre e un figlio assassinato, sembra riviverlo nella sua stessa
carne, passando dall’urlo al sussurro, dal
balbettio al puro fonema. C’è un momento in cui, investita da suoni laceranti, vibra in tutto il suo essere come colpita da
una scossa elettrica.
Il testo suggerisce a tratti un ideale dialogo tra i due: ma il figlio si manifesta soprattutto nell’invocazione – «mi stanno
uccidendo, mamma. Mi ammazzano,
mamma» – mentre il peso di cercare una
ragione a tanta sofferenza ricade solo sulla madre. La drammaturgia, curata da
Linda Dalisi, si rifà abbondantemente alla
sceneggiatura del Vangelo secondo Matteo,
citata nei minimi dettagli delle inquadrature (la trovata delle scarpe enormi forse
viene da lì, «primissimo piano di Maria
con i piedi giganti che le impediscono di
camminare, correre, scappare / via») stabilendo un continuo parallelismo tra l’uccisione di Pasolini e la crocifissione. Tutta
la costruzione verbale assume così la forma del “lamento”, con un esplicito richiamo a Jacopone. Ma questa ipotetica Maria
non si limita al pianto, si rivolta, protesta.
«Perché mi hai fatto madre di un Cristo
comunista, perché? Io non lo volevo un figlio crocifisso, non lo volevo». Le sue recriminazioni, a un certo punto, prendono
toni da invettiva. «Avrei dovuto impedirti
di parlare. Maledetta me che ti ho insegnato a farlo. Avrei dovuto impedirti di
leggere. Maledetta me che ti ho insegnato
a farlo. Avrei dovuto impedirti di scrivere.
Maledetta me che ti ho insegnato a farlo.
Maledetta me!».
In un crescendo impressionante, Latella compone una partitura di emozioni
pure, una specie di grado zero – primordiale e modernissimo – della relazione
affettiva. La Nieri si rivela una di quelle
attrici, care al regista, poco note al grande pubblico ma capaci di straordinarie
prove di bravura: quando legge il referto
sulle lesioni subite dal poeta, o l’elenco
delle sue opere censurate e proibite,
scandito battendo ritmicamente il suolo
con quelle immani calzature, si resta come inchiodati. E il finale, in cui esce lasciando delle struggenti copie delle
scarpe in miniatura – metafora dell’atto
di generare – evoca qualcosa di ancestrale e di assoluto.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ma, drammaturgia di Linda Dalisi,
regia di Antonio Latella. Visto a Torino,
al Teatro Astra. Repliche il 20 luglio
a Mittelfest, il 6 agosto alla Biennale
Teatro di Venezia

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n. 169

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

37

Mahler alla Scala per la Croce Rossa il 26 giugno

Il 26 giugno alle ore 18 alla Scala, sotto l’Alto Patronato del Presidente
della Repubblica, i Wiener Philharmoniker assieme al Coro del Musikverein
di Vienna e al coro delle Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala
si esibiranno nella Sinfonia 3 di Mahler in re minore a favore della Croce Rossa.
Direttore Mariss Jansons, mezzosoprano Bernarda Fink

musica
a cura di Angelo Curtolo

_ Milano

La San Francisco Symphony Youth
Orchestra (SFSYO), diretta da Donato
Cabrera, il 25 giugno alle 21 è al
Conservatorio di Musica di Milano. Nel
repertorio Berlioz, Mahler e Bruch

_ New York

I Tony Awards (l’Oscar del Teatro
americano) sono stati assegnati, fra gli
altri, a Fun Home
(funhomebroadway.com) come Nuovo
Musical, a The King an I (lct.org), come

Miglior Revival, e An American in Paris
(anamericaninparisbroadway.com) come
Miglior Coreografia.

_ Ravenna

Il 26 a Palazzo De André altra occasione
speciale ( con quella milanese), l’Orchestra
Filarmonica di Monaco di Baviera diretta
da Semyon Bychkov, con il pianista JeanYves Thibaudet nel Concerto di Ravel,
assieme a Brahms e Debussy
(ravennafestival.org).

_ Roma

Fino al 31 luglio al laghetto di Villa Ada il
Festival,dal rock all’elettronica, dal jazz al

folk, spaziando per il reggae e l’hip hop; il
24 l’Orchestra Criminale con le colonne
sonore di Morricone, Umiliani,
Micalizzi(villaada.org).

_ Venezia

Al via il Festival “Lo spirito della musica
di Venezia”, che prosegue fino al 26
luglio. Questa settimana, dal 24 al Teatro
Malibran l’opera comica di Rossini La
scala di seta; dal 25 al Teatro La Fenice
l'oratorio di Vivaldi Juditha Triumphans
in versione scenica.
Il filo conduttore quest’anno la città
lagunare quale Porta d’Oriente
(teatrolafenice.it)

Musica
teatro
a cura di Elisabetta Dente

_ Bergamo

deSidera: Franco Branciaroli è al
Quadriportico del Sentierone il 27 in Che c’è
di nuovo? La notte dell’Innominato
(teatrodesidera.it).

_ Milano

Stasera, al Teatro Elfo Puccini, consegna
del Premio Hystrio 2015 (hystrio.it). Al
Teatro dell’Arte, dal 22 al 24, A Midsummer’s
Night Dream, di Shakespeare, regia di Tim
Robbins (crtmilano.it). Nel Chiostro Nina
Vinchi, il 27, I Beatles a Milano a cura di

maggio musicale fiorentino

L’italiana Mélisande
L’ottima Bacelli è regina
di un ruolo di forte
impronta francese.
Visionaria la regia
e la direzione
di Abbado e Gatti
di Carla Moreni

F

inalmente un grande spettacolo
al Maggio: raffinato, colto, autorevole. Come vuole Firenze. La
nuova produzione del Pelléas et
Mélisande di Debussy vede in perfetta sintonia direzione, regia,
compagnia di canto. Tutti conquistano, proprio perché ciascuno esalta, pur lasciandoli
aperti, gli enigmi di uno dei titoli più complessi del Novecento. Daniele Gatti preme il
pedale sull’orchestra, in stato di grazia: questa è una partitura sinfonica, sembra dire,
mentre deliba ogni squisitezza degli Interludi. Daniele Abbado misura ogni passo, ogni
gesto dello spettacolo: questo è il manifesto
del simbolismo in musica, ribatte; anche
quando è fisico, carnale, resta sospeso. Chi
sia Mélisande riusciamo a non saperlo mai. E
sul non detto l’opera irretisce.
Tutto ruota intorno a lei, la fantastica Monica Bacelli. Difficile liberarsi della sua voce, anche a distanza di ore. Con quel colore leggermente petulante, senza ombre, da bambina
maliosa, il fraseggio sempre interrogativo,
che va ad amplificare le continue domande del
dramma di Maeterlinck, e ancora i sorrisi, il
declamato perfetto, l’apparire in sembianze
angelicate, nella figura sottile in candido abito
fluttuante. Nessuno potrà mai toccare Mélisande. Nessuno avrà mai risposte alla sua storia. Trova uno specchio in Pelléas, ma all’appassionato «ti amo», sa rispondere solo balbettando, veloce, impaurita. Il suo sfondo viene perfettamente individuato dalla scena di
Gianni Carluccio: una forma circolare, senza
inizio né fine, un poco allungata in ovale sugli
estremi, giusto per non citare alla lettera il cerchio di Vitez, nella famosa regia scaligera del
Pelléas di Claudio Abbado. Sul palcoscenico
del nuovo teatro dell’Opera di Firenze incombe massiccia, come un relitto di costruzione
edile. Le due arcate opposte di cemento si congiungono creando un tunnel. Ingentilite dalle
luci preziose, portano comunque memoria di
lavoro. Non è un mondo di natura quello di
Mélisande, perché l’unico albero appare per
un solo quadro e capovolto. Non è un mondo
di citazioni antiche, perché anche la torre del
castello è diventata una ruvida scala, come
quelle delle uscite di emergenza. Non è un
mondo di bellezza o di didascalie, perché lei
non ha lunghi capelli (anzi, li osa cortissimi) e
non ci sono fiori. E ovviamente nemmeno
anelli. Quando lei perde quello nuziale ha un
gesto di ricerca talmente disperata, con la mano aperta, che l’enorme scena si stringe lì come uno zoom. Tutto viene inghiottito nell’ovale simbolico, che si sdoppierà e alla fine esploderà, in tanti pezzi, scomponendosi radiale.
Allora, dopo un lungo cambio di scena, in un
voluto grande silenzio - l’unico che prenda
tempo, perché gli altri sono invece veloci e calibratissimi sulla durata degli Interludi orchestrali - siamo all’ultimo quadro. Pelléas è stato
ucciso dal fratello geloso Golaud, marito incompreso di Mélisande. Lei non cammina più.
Non fluttuano più i veli della tunichetta. Ferita, malata, dentro morta, sta come in croce su
un letto che non è un letto, verticale. Farfalla
catturata nella collezione, avvolta, risucchiata
dal bianco. Dovremmo non vederla più. Anche
perché al suo posto è nata una bambina,
ninnata dalla solerte Geneviève di Sonia Ganassi, in abito monacale, burrosa e bravissima
come sempre. Dalla piccola la storia è pronta a
ricominciare. Forse.
Daniele Gatti è direttore da scelte nette, oggi
più che mai. Può permettersele, perché ha
braccio impeccabile e pensiero musicale autentico e vincente. Concerta in punta di bacchetta, esatto e morbido, ma è tale la quantità

di dettagli che sprigiona dalla buca, che il tessuto sonoro esce denso, pieno, screziato. Il suo
non è un Debussy esangue (chissà poi perché
dovrebbe esserlo, se guardiamo la partitura) e
nemmeno manierato. Viene dai pieni del romanticismo e chiude ad ogni quadro sui vuoti
del decadentismo. La compagnia di canto, tutta italiana, ottima, allinea con Bacelli, Ganassi,
Silvia Frigato assai credibile ragazzino Yniold,
e Roberto Frontali e Paolo Fanale, rivali Golaud e Pelléas, incisivo e drammatico il primo,
etereo e fanciullesco il secondo. Pecca spesso
nell’intonazione Roberto Scandiuzzi, nelle
paternali poco rassicuranti del vecchio Arkël.
Trionfano tutti, a una prima dove la sala vede
un parterre di sovrintendenti e direttori artistici da serata inaugurale e non di fine Festival.
Peccato il nuovo teatro non sia al completo, sia
in platea che in loggione, dove non si vede nulla di quanto accada nella parte alta del palcoscenico. Prudenti, timorose, per Debussy solo
quattro date.
Pelléas et Mélisande di Debussy; direttore
Daniele Gatti, regia di Daniele Abbado;
Firenze, Maggio Musicale, fino al 25 giugno

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Rolando Giambelli (piccoloteatro.org). Si
replica fino al 28, al Teatro Nuovo, Jesus
Christ Superstar di Webber e Rice con Ted
Neeley e la regia di Massimo Romeo Piparo
(teatronuovo.it).

_ Lecco

Il Giardino delle Esperidi: il 26, a Palazzo
Gambassi a Campsirago, Principio Attivo
Teatro in Opera Nazionale Combattenti
(scarlattineteatro.it).

_ Napoli

Mimmo Borrelli è autore, interprete e
regista di Opera Pezzentella, nella Chiesa
di Santa Maria del Purgatorio ad Arco, dal

degni di nota
di Quirino Principe

D’Avalos
misterioso

È

ovale simbolico | Sonia Galassi e Roberto Scanduzzi (foto Simone Donati)

stato frequente, nell’ultimo
biennio, l’interesse per un
compositore il cui stile è forse
per “pochi eletti” ma la cui
vicenda individuale suscita curiosità
persino morbose. L’interesse si è acuito
nel 2013, quarto centenario della morte di
Carlo Gesualdo principe di Venosa
(Venosa, venerdì 8 marzo 1566
Gesualdo, domenica 8 settembre 1613),
ma già era stato ravvivato dal cinema, con
il progetto di Bernardo Bertolucci, Heaven
and Hell, o con Werner Herzog, Death for
five voices (Morte a cinque voci, 1995), o dal
tagliente “noir” di Lorenzo Arruga O dolce
o strana morte (2007). Che il
ventiquattrenne principe Carlo Gesualdo
abbia sorpreso in flagrante adulterio, la
notte di mercoledì 17 ottobre 1590, la
bellissima moglie trentenne Maria
d’Avalos insieme con Fabrizio Carafa
duca d’Andria, e li abbia fatti uccidere dai
propri servi armati di archibugi, e poi
abbia personalmente straziato i corpi di
entrambi con il proprio pugnale, tutto
questo è storia arcinota. Forse meno noto
è che l’assassino fu uno dei musicisti di
più alto genio inventivo nella storia
d’Occidente. Torquato Tasso, nei suoi
sonetti In morte di due nobilissimi
amanti, si schierò con i due uccisi.
Mirando all’indipendenza della
sessualità dalla “morale”, concordiamo
con Tasso. È stata nostra fortuna l’aver
conosciuto il musicista che ha avuto
l’infelice Maria d’Avalos fra i suoi
ascendenti e sul personaggio di lei ha
costruito un’opera di profonda bellezza
drammatica e musicale, Maria di Venosa,
resa pubblica nel 1992 e messa in scena
nel 2013 al Festival della Valle d’Itria. Nato
a Napoli venerdì 11 aprile 1930, il principe
Francesco d’Avalos è morto nella sua città
lunedi 26 maggio 2014. Di lui, maestro di
suoni mai convenzionali che suscitava
con strana grazia e sorprendente energia
dal podio, pensavamo: “magica serietà
dell’infanzia”. Incantevole, in assoluto,
ascoltarlo mentre dirigeva Mendelssohn,
o il suo amato Martucci. Avere stretto
amicizia con lui, avere osservato con
tristezza il suo declino fisico durante la
lunga e finale malattia, è stato l’occasione
per udire dal vivo delle sue parole,
sempre più affaticate, giudizi sulla storia,
sulla modernità, sulle aporie del
pensiero, e scoprire in lui una natura
filosofica ostile al tramonto
dell’Occidente, e agguerrita da un’antica e
nobile avversione ad ogni realtà religiosa.
D’Avalos compositore ci ha lasciato, fra
l’altro, madrigali “in stile” (come quello su
uno dei citati sonetti tasseschi, pagine
pianistiche d’ironica finezza “à la
manière de…”). La sua vasta e iperanalitica autobiografia, che ora possiamo
leggere, è concentrata sul periodo 19301957. L’entità e il peso dei fatti narrati
sono variabilissimi: dal casuale ed
effimero al tragico e solenne. Molto bella
la qualità del narrare in “abruptum
dicendi genus”, senza enfasi e senza
lagne. Segnaliamo un curioso esempio: a
Sulmona, durante l’occupazione nazista,
i tedeschi istituirono all’Hotel “Traffico”
un bordello per i loro eroi in uniforme, e
un trio da camera (violino, violoncello,
pianoforte) aveva il compito di eseguire
l’ouverture dal Califfo di Bagdad di
Boïeldieu come sottofondo per le
bordellerie serali. Perché la narrazione si
arresta al 1957? Dinko Fabris, nella sua
introduzione, sottolinea la coerenza
stupefacente del principe musicista, «e la
sua imperturbabile ammissione che
nulla di davvero significativo sia accaduto
dopo il 1956 nel mondo e nella sua vita
terrena».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesco d’Avalos, Autobiografia di
un compositore (1930-1957),
introduzione di Dinko Fabris,
Aracne, Roma 2014, pagg. 894,
€ 38,00.

25 al 28 (teatrostabilenapolit.it).

_ Perugia

“58 Festival dei 2 Mondi” di Spoleto: il 27
e 28, al Teatro San Nicolò, Ninetto Davoli
in Il vantone di Pasolini, regia di
FedericoVigorito
(festivaldispoleto.com).

_ Torino

Nel Cortile del Museo Egizio due
allestimenti a cura di Valter Malosti:
dal 25 al 18 luglio Antonio e Cleopatra,
scene dal dramma di Shakespeare, e,
dal 26 al 19 luglio, Akhenaton da
Agatha Christie (teatrostabiletorino.it).

ravenna

Gentile
e ruvido
di Marinella Guatterini

D

anza sofisticata, angelica eppure
sostenuta da un vigoroso sound;
danza pura, astrale, ma così immersa in un vortice hard rock da
essere stata chiamata ad aprire, a breve, il
Glastonbury Festival, nato, nel 1970, il giorno dopo la scomparsa di Jimi Hendrix. Se
non ravvisiamo alcun collegamento tra il celebre raduno “à la Woodstock” e il Ravenna
Festival, quest'anno dedicato all’Amor che
move il sole e l’altre stelle, il cinquantatreenne
coreografo scozzese Michael Clark ci ha invitato a trovarlo. E a riflettere su come gli ossimori possano funzionare nella danza e,
forse, nella vita. Il suo animal/vegetable/ mineral potrà emergere in un contesto “ruvido”, così come ha incantato gli spettatori del
Pala de André alle prese con auliche o profane dissertazioni dantesche, declinate in varie discipline. La pièce si apre nel blu, con sei
ballerini in tunichette al ginocchio, caste nel
loro color notte e minimal. Ogni entrata sulle
punte dei piedi scalzi è un omaggio alla più
limpida danse d’ecole, però velocizzata in rapide e taglienti sforbiciate degli arti inferiori
anche a cura di massicci danzatori, oppure
ingentilita da innocenti o capricciose fuoriuscite delle mani. La purezza di una danzatrice dal cranio rasato è una gioia per gli occhi. Incarna l’idea di un corpo fragile e dolce,
e non superbo o spudorato nella sua virtuosistica perfezione.
Nello spazio, senza scene, attraversato,
da tutti, a piccoli passi strani, è come se la
musica non fosse quella degli Scritti Politti,
con i loro sei pezzi di un rock cantato, bensì
una cullante melodia. Pochi gli incontri: ai
lati del palco si ostentano acrobazie; al centro, si agitano file dalle braccia dispiegate. La
prima parte del trittico è forse “animale” per
questo fitto lavorio degli arti, avallato dalle
sfumature di colore di Charles Atlas. Anche
vegetable viene sommerso dalle sue luci, ma
qui i corpi sono inguainati in tute verdi e
marroni dal retro nero, e ondeggiano a terra,
con giochi di gambe e piedi sovrapposti con
soffice premura, tra cauti trascinamenti sino alla prorompente verve, quasi aerodinamica, di un unico ballerino, immerso nel fragore dei Sex Pistols e in una fosforescenza
verde, concentrato di mille foreste, se esistono ancora. La zona più meccanica, mineral, è
anche la più dinamica e di gruppo. Si notano
concentrazioni femminili in tute rossearancioni fiammeggianti e poi corpi a strisce
nere, distribuiti a grappoli o in catene. Quando alla musica, ad alto volume dei Pulp o dei
Relaxed Muscle, si accompagnano le tonde
proiezioni di musicisti variamente agghindati, o le scritte scorrevoli in un vero girotondo, scatta un fuggi-fuggi generale, anche in
proscenio. animal/vegetable /mineral vive
nel trascolorare dal candore “animale” ai
sussulti “vegetali”, sino a una materia forgiata nel fuoco e poi raffreddata in viluppi
tecnologici.
Calibratissimo e costruito senza fretta Clark è coreografo lento: la prossima creazione si vedrà solo nel settembre 2016 - il
trittico ci rassicura, inoltre, sulla fede nel
formalismo, nella danza in sé dalla quale
affiora una cifra quasi paragonabile a quella di Cunningham. Che questo paladino
cunninghamiano, affiancato a Charlas Altas il grande video-maker di Merce, sia proprio Michael Clark, in parte non stupisce.
Passato attraverso trasformazioni destinate a épater les bourgeois ma anche a lasciare
tracce, oltre gli anni Ottanta nella moda,
nelle arti visive e nella musica giovanile con una personale sofferenza, dovuta al ritiro dalle scene, doloroso per il superbo
danzatore che fu pure quando divenne
punk e blasfemo, Clark non ha smesso di ricercare. Creatore di sensibile malia, palesa
il suo desiderio apollineo e lo offre a una
musica dionisiaca. Per lui, ora, una valanga
di premi, tra cui il Commendatorato dell’Impero Britannico, ma soprattutto un Inferno e Paradiso in continuo aller et retour,
sempre più coreograficamente raffinato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

animal/vegetable/mineral,Michael
Clark Company, Ravenna Festival e
Glastonbury Festival, 26,27 giugno.

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38

Il Sole 24 Ore

DOMENICA - 21 GIUGNO 2015

n. 169

Il lago di Como visto dall’alto

Un punto di vista dall’alto, differente e poetico del lago di Como e della vita
che scorre lungo le sue rive. Il fotografo e regista Yann Arthus-Bertrand ha
realizzato un video con le sue riprese aeree del lago che è stato presentato
nei giorni scorsi a Como ed è ora disponibile su Youtube e Vimeo. Il
progetto è promosso da Gerolamo Saibene e il team di TEDxLakeComo.

Tempo liberato
letteratura errante

Il viaggio interrotto di Fermor
Nel 1933, a 18 anni,
partì a piedi lungo
il Reno e il Danubio
diretto a Istanbul.
Non ci arrivò mai.
Esce ora il libro
di Claudio Visentin

S

iamo nell’autunno del 1934. A
poca distanza da Sofia un giovane cammina faticosamente accanto alla massicciata della ferrovia quando improvvisamente gli sfreccia accanto l’Orient
Express, con tutti i finestrini illuminati nel
crepuscolo. Ha appena il tempo d’intravedere i volti dei passeggeri, chini sui romanzi e sui cruciverba in attesa dell’aperitivo
serale. In un paio di giorni gli agiati turisti
diretti a Istanbul hanno coperto la strada
che lui ha percorso a piedi in nove mesi.
Il grande viaggio di Patrick Leigh Fermor
era cominciato nel dicembre del 1933. A diciott’anni, nonostante l’interesse per la letteratura e gli studi classici, si lascia alle
spalle un percorso scolastico costellato di
insuccessi ed espulsioni. Come scrive il direttore di una delle scuole che ha inutilmente frequentato, è «una pericolosa miscela di sofisticazione e incoscienza». Ma
proprio allora concepisce lo straordinario
progetto di attraversare tutta l’Europa a
piedi, dall’Olanda a Istanbul, anzi Costantinopoli, come chiama sempre la sua meta: la
città “verde drago” cantata da Robert
Byron, «ossessionata dal serpente e tormentata dal gong». Il suo proposito è chiaro: «Cambiare panorama; abbandonare
Londra e l’Inghilterra e andare in giro per
l’Europa come un vagabondo – o, dissi tra
me e me, come un pellegrino o un palmiere,
un chierico vagante, un cavaliere povero...

Mi sarei spostato a piedi, avrei dormito coperto da mucchi di fieno d’estate, cercando
rifugio nei granai quando pioveva o nevicava, e avrei frequentato solo gente di campagna e vagabondi. ...Vivere di pane, formaggio e mele, spostandomi lentamente con
cinquanta sterline l’anno... Una nuova vita!
Libertà! Qualcosa di cui scrivere!».
E così nel dicembre del 1933 Patrick Leigh Fermor lascia Londra dopo aver gettato
nello zaino le Odi di Orazio, un’antologia
della poesia inglese e il passaporto nuovo di
zecca; indossa un vecchio cappotto militare, ai piedi scarponi chiodati. La sua apertura al mondo è completa: «Ero come una foca a cui vengono gettate delle aringhe: pigliavo a bocca spalancata qualunque cosa
capitasse».
Discendendo il corso del Reno e del Danubio familiarizza con i più umili, ma entra
anche nei monasteri, nelle dimore degli
ambasciatori e degli aristocratici in via
d’estinzione. La sua educazione sino ad allora vacillante si completa alla scuola del
mito, della storia e della strada.
Istanbul è solo un punto d’arrivo, che oltretutto non lo entusiasma: dopo pochi
giorni riparte per lo stato monastico del
Monte Athos e la Grecia, che sarà la sua patria d’elezione per lunghi anni a venire.
Strada facendo ha trovato la sua via: sarà
uno scrittore.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale Patrick Leigh Fermor torna in Inghilterra per arruolarsi e viene paracadutato
nella Creta occupata dai nazisti; si mette in
mostra nel celebre rapimento del generale
Heinrich Kreipe, un’impresa che Hollywood racconterà in Colpo di mano a Creta, dove
il suo ruolo è interpretato da Dirk Bogarde.
Nel succedersi degli eventi trascorreranno così molti anni prima che il viaggio
venga raccontato. Se il cammino si era
svolto tra gli ultimi giorni del 1933 e l’intero 1934, quando Hitler aveva da poco preso
il potere, la prima parte del racconto Tempo di regali – che narra l’itinerario attraverso Germania, Austria e Cecoslovacchia –
viene pubblicata solo nel 1977, quando
Jimmy Carter diventa presidente degli
Stati Uniti e muore Elvis Presley. E bisognerà attendere fino al 1986 per la seconda

con la capra | Patrick Leigh Fermor in una fotografia scattata dalla moglie Joan
parte, Fra i boschi e l’acqua, attraverso l’Ungheria fino in Transilvania. La morte di
Patrick Leigh Fermor nel 2011 ha lasciato
incompiuto l’epico racconto: un’intera,
lunga vita quasi secolare non gli è bastata
per raccontare un solo viaggio.
La terza e ultima parte vede ora la luce in
una stesura risalente agli anni Sessanta –
precedente quindi quella dei primi due volumi – ma anche così La strada interrotta è
molto più di un abbozzo e propone una lettura appassionante.
Il viaggio riprende dalle Porte di ferro, la

profonda gola del Danubio dove converge
la frontiera romeno-bulgara. Siamo ormai in vista della meta. Ma Leigh Fermor
non è per nulla impaziente di arrivare e per
futili motivi intraprende una lunga deviazione verso nord che lo porterà fino a Bucarest, per poi raggiungere Istanbul scivolando lungo la costa orientale del Mar nero. Il racconto si arresta invece nella città
bulgara di Burgas: «Eppure, in un altro
senso, sebbene...» sono le ultime, enigmatiche parole del libro.
Quelli narrati da Leigh Fermor sono Bal-

cani pittoreschi, dove si vive poveramente e
faticosamente coltivando la terra e praticando i più diversi mestieri artigianali: fabbri ferrai, calderai, stagnini, pellettieri, armaioli, sellai, macellai... La geopolitica è
ancora sconvolta dalla Prima guerra mondiale e odi insanabili dividono i popoli, a cominciare da bulgari e romeni. Il futuro si
presenta pieno di inquietudini:«Quasi tutte le persone che appaiono in questo libro
erano attaccate a lunghe micce che già allora avevano iniziato a bruciare di nascosto e
che sarebbero esplose nel quindicennio
successivo, senza lieto fine».
Nonostante la distanza nel tempo è un
viaggio scritto a memoria, senza il sostegno dei taccuini, perduti in modo rocambolesco o recuperati troppo tardi, quando
il testo era già stato scritto. In soccorso della memoria accorre solo una lacera cartina
con l’itinerario tracciato a matita e attraversato da una barra obliqua per ogni pernottamento.
Eppure questi giochi di memoria sono
tra gli aspetti più affascinanti e misteriosi
del racconto. Interi giorni di cammino rimangono nell’ombra, impenetrabili, mentre dettagli apparentemente irrilevanti si
stagliano nitidi nella memoria: la strofa di
una canzone, la disposizione dei mobili in
una stanza, il dettaglio di un volto, un oggetto esposto nella vetrina di un negozio o il
nome di una locanda (Il gatto allegro di Bucarest). E ognuno di questi particolari, come la madeleine di Proust, riavvolge poi
lunghi fili di ricordi fino a poco prima sepolti nelle pieghe della memoria.
A distanza di tempo eventi apparentemente insignificanti – un incontro, una lettura, un quadro – si rivelano inizi di grandi
sviluppi futuri... «Ci si aspetterebbe di sentire lo sparo attutito di un segnale di partenza. L’intero viaggio fu punteggiato di questi
impercettibili scoppi».
Cosa si erano persi, i passeggeri dell’Orient Express...
© RIPRODUZIONE RISERVATA

mirabilia
di Stefano Salis

Nel mondo
di Wes

H

o avuto la prova definitiva di
essere su un set del mio regista
preferito quando ho suonato
nel juke box un brano praticamente ignoto, «Incantevole», di un cantante che mi piace molto, Nicola Arigliano, il nostro “crooner all’aglio” che aveva
una voce perfetta per quelle canzoni e
quell’epoca. Sì, proprio quello, e non il più
celebre «Amorevole». Perché nella presenza di quel brano, rarissimo (fu pubblicato in 45 giri come retro di «Was it you?»
dalla colonna sonora, di Piero Piccioni, del
film «I magliari»), c’è la “personificazione” del dettaglio, che, nel mondo di Wes
Anderson (genio!), è l’essenza stessa della
sua estetica; cioè della sua morale profonda. Al Bar Luce, la mirabolante mise en
scène da parte del regista americano di un
bar alla Fondazione Prada di Milano, tutto
è curato e tutto “rimanda” a qualcos’altro.
ATTILIO MARANZANO, COURTESY FONDAZIONE PRADA

finzione e
realtà | Il Bar
Luce della
Fondazione Prada,
a fianco il dipinto
fittizio di van Hoytl
«Ragazzo con
Mela»; una pagina
del libro su Grand
Budapest Hotel

Patrick Leigh Fermor, La strada
interrotta. Dalle Porte di Ferro
al Monte Athos, Adelphi, Milano,
pagg. 366, € 22,00

su sky arte

Autostrade del Grand Tour
di Camilla Tagliabue

L’

Italia, diceva il nobile polemista
Ennio Flaiano, è il Paese in cui
«tutto può accadere, anche di
volerci restare»: per restarci, e
magari perdersi, con intelligenza, tra i suoi
borghi e siti archeologici, Autostrade per
l’Italia ha recentemente lanciato il progetto Sei in un Paese Meraviglioso, trasformando la rete autostradale in una guida turistica a cielo aperto. Nelle aree di servizio, infatti, gli automobilisti troveranno cartelloni informativi e schermi multimediali con
cinque proposte di escursioni originali,
poco conosciute, fuori dai soliti circuiti, ma
vicine alle zona di sosta e facilmente raggiungibili dall’uscita dei caselli: gli itinerari sono studiati con il contributo scientifico
di Touring Club Italiano e Slow Food, in
collaborazione con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
La pregevole iniziativa ha appena debuttato anche in prima serata sul canale

Sky Arte Hd: ogni giovedì, per dieci settimane consecutive, il Grand Tour va sul
Piccolo Schermo per raccontare l’Italia e
le sue bellezze nascoste e disseminate
lungo le autostrade, valorizzando al contempo l’immenso patrimonio artistico,

Un’iniziativa per invitare
gli automobilisti a scoprire
il patrimonio artistico,
storico, ambientale
ed enogastronomico italiano
paesaggistico e culturale, troppo spesso
sommerso o sconosciuto. «La serie»,
spiega il direttore del canale Roberto Pisoni, «colleziona un’eccezionale varietà
di luoghi, voci e storie, senza inseguire un
obiettivo meramente informativo o turistico, ma tessendo un vero e proprio viaggio visivo ed emozionale tra arte, antropologia e paesaggio».
Intanto, entro fine anno, saranno at-

trezzate per lo scopo 100 aree di servizio
(70 sono quelle attive finora) in tutta la rete autostradale, ma le “experience” proposte, studiate anche in funzione del tempo disponibile – 3 ore, mezza giornata, 1 o
2 giorni –, sono consultabili pure sul sito
www.autostrade.it. «Autostrade per l’Italia diventa così vetrina di promozione e
“hub” di valorizzazione delle bellezze nascoste del nostro Paese», commenta
Francesco Delzio, direttore Relazioni
Esterne, Affari istituzionali e Marketing
dell’azienda.
La gita virtuale e televisiva promette altrettante meraviglie e chicche di quella
vera in automobile: “Sì, viaggiare!”, anche
stando comodamente seduti sul divano. A
far da Virgilio alle dieci puntate della serie
di Sky Arte Hd sono stati chiamati altrettanti illustri concittadini: giornalisti, intellettuali e artisti provenienti da tutta Italia. Giovedì scorso Gian Antonio Stella ha
guidato i telespettatori nel suo amato Veneto, mentre settimana prossima Gaetano Curreri ricorderà esordi e carriera nella splendida Emilia. Successivamente

pianta ottogonale | Castel del Monte, in Puglia
toccherà a Eugenio Finardi raccontare la
poesia della prosaica e laboriosa Lombardia; poi, Dario Vergassola sarà protagonista del viaggio in Liguria, Bianca Berlinguer di quello nel Lazio e Giancarlo Antognoni dell’escursione in Toscana.
L’Abruzzo avrà per mentore Tiberio Timperi, mentre le Marche Tullio Pericoli. Infine, il tour al Sud sarà guidato, in Puglia, da Bianca Guaccero e, in Campania,
da Vincenzo Salemme. Anche l’ironico

pellegrinaggio di Flaiano si concludeva
nelle terre di Partenope: a «Napoli, l’imprendibile, dove tutto va male; o dove
tutto va bene, secondo ricordi che abbiamo dimenticato, forse disprezzato,
ma che in questo malinconico tramonto, su questa incredibile carretta, ci appaiono i soli accettabili».
Sei in un Paese meraviglioso, Sky Arte
HD, giovedì, ore 21.10, fino al 20 agosto

a me mi piace
di Davide Paolini

scarpe strette
di Pietrangelo Buttafuoco

Panettone al Sole (24 Ore)

La struggente malia della dizione

S

C

travaganze d’estate? Tradizione profanata? Così
potrebbe venir interpretata la versione estiva del
panettone, come il panino con il cotechino di
ferragosto alla Fiera delle Grazie ( Mn) . «La
tradizione è una innovazione riuscita» , lo conferma il
successo del panettone tutto l’anno in Italia nell’ultimo
decennio , ben sfruttato da sempre dai pasticcieri del
Canton Ticino che, vista la domanda inevasa da parte di
turisti stranieri in visita al Buon Paese hanno ben pensato
di specializzarsi nella produzione del dolce italianissimo
con grandi risultati di vendite . Soprattutto lo chiedeva
nei mesi d’estate , al suo amico Oliviero Toscani, perfino
un artista di fama mondiale, come Andy Warhol, ma non
manca chi in passato chi lo congelava a Natale per
gustarlo poi in seguito . E addirittura da circa 30 a
Borbona (Rieti) , a ferragosto c’è la Festa del Panettone (!).
Che il panettone sia una tradizione di Natale non c’è
dubbio ma , a dir il vero , non ci sono legami storici o
religiosi con la Festa Natalizia , così come pure il pandoro.
Il panettone d’estate non diventerà tradizione sotto

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l’ombrellone , ma ha già prodotto non pochi risultati : un
incremento di lavoro sia per le pasticcerie sia per i
produttori degli ingredienti. Ma la grande sorpresa è
stata soprattutto la voglia di innovare dei pasticcieri, che
hanno prodotto panettoni diversi dal tradizionale, più
leggeri e più fantasiosi.
Una scelta di questi panettoni «in versione estiva» ,
realizzati da 45 artigiani si potrà gustare e acquistare il
27-28 giugno a Milano nella sede del Sole 24 ore ( via
Monterosa 91) durante un week end ricco di degustazioni
, merende, brunch , lezioni di pasta madre , mani in pasta
in pasta e cioccolato per bambini. La grande sorpresa
sarà la presenza di alcuni pizzaioli, abituati all’utilizzo
della madre acida , che faranno gustare i loro lievitati
assieme al Gotha dei pasticcieri, provenienti da tutta
Italia. Sine qua non
© RIPRODUZIONE RISERVATA

il gastronauta è ogni domenica
alle 12 su Radio24

on la matita tra i denti. Un po’ come con
i libri in testa – così fanno le ragazze di
alta educazione – per impossessarsi
della giusta postura. E così sforzarsi per
scandire, con elegante lentezza, le labiali e le
palatiali (sorvolando sulle dentali). Sono queste,
nel parlato, le croci e le delizie della phoné. È un
esercizio, quello della matita, cui ricorrere nella
fatica tutta di cadenza, specie per chi – nativo del
Sud – è nel dire per non lasciarsi dire.
Quella della dizione può essere una
struggente malia se poi, nel nitore della
pronuncia, alla parola si dona la virtù della
sfumatura tutta di tono e non di frastuono. Solo
Virna Lisi con quella bocca poteva dire
qualunque cosa, non ha potuto invece Tea Falco,
cui certo non difetta il sorriso, accusata di
recitare con la patata in bocca e senza matita
alcuna. Star della fortunata serie tv 1992,
l’affabulatrice etnea ha dovuto fronteggiare il

dileggio, e ciò a causa di biascichio sul
personaggio di Beatrice Mainaghi, caricato a
bella posta – al limite della caricatura – proprio
per coerenza narrativa.
Tea Falco, giusto in questi giorni, dalla fissità
di un’inquadratura web ha postato un video per
prendersi in giro e ravvivare la giostra.
Impeccabile nella dizione, per contrappasso, con
navigata perizia da diva ha capovolto la lingua
ufficiale dell’arte italiana – quella del damo,
’nnamo e famo, tipica del televisionese nazionale
– nel cavo interdentale del non detto. Ha detto
bene a dimostrazione di ciò che tutti vogliono
sentirsi dire: il nulla. Perché con queste nostre
orecchie, guaste di troppa lingua guasta,
vogliamo udire qualunque cosa, fuorché ciò che
si dà per personalità. Per lasciarci dire.
E mai stare nel dire.

@PButtafuoco

© RIPRODUZIONE RISERVATA

(Peccato solo per il rumore, davvero troppo fastidioso: l’acustica va migliorata). Ci
dice Anderson che ha pensato a un posto
dove sarebbe bello trascorrere i suoi pomeriggi non di lavoro cinematografico. I
colori della glassa della torte (un rosa antico che è la base della tavolozza dell’ultimo
Wes), il logo ricamato sulle camicie, i piattini, le bustine dello zucchero, i mobili rigorosamente di fòrmica: tutto è pensato e
realizzato come se... Come se fossimo in
un bar che si ispira a quelli della Milano di
una volta (ma qualcuno, quasi originale,
ancora c’è; bisogna scovarlo, nella città
che sale e cambia), come se fossimo in una
di quelle atmosfere del cinema neorealista. Anderson non ricostruisce; re-inventa, come è proprio del cinema e dell’arte:
l’India del Darjeeling è un’idea di India;
l’Europa del capolavoro che è «Grand Budapest Hotel» è un’idea di Europa; il Bar
Luce è un’idea di bar italiano degli anni 50.
E questa è sempre la carta vincente di Wes:
dichiarare la natura finzionale delle sue
creature ma al tempo stesso curarle in maniera maniacale, tale che ci sembrino più
vere o possibili del vero. Tale che la finzione e la realtà sconfinino sempre l’una nell’altra, e dando, anzi, la possibilità al “fittizio” di incunearsi nel reale, anche quando
si tratti di oggetti: comefa il profumo «Air
de Panache» usato da M. Gustave in «Budapest» e prodotto poi davvero in serie limitata. O come i prodotti della pasticceria
Mendl’s di Nebelsbad: cinema e “reale”
come parte di un unico sogno nel quale essere immersi (basta accorgersene e stare
al gioco). Del resto, non è la prima volta
che Wes sorprende in questo senso, ma
l’accelerazione recente è notevole. E parlo
soprattutto di «Grand Budapest» a cui
Matt Zoller Seitz ha dedicato un libro meraviglioso (Abrams Books, pagg. 256, $
35,00) che lo prova con interviste e saggi e
magnifiche illustrazioni in perfetto stile
Wes e riprende e analizza queste contaminazioni: ecco gli abiti dei protagonisti,
disegnati da Milena Canonero con la solita
“filosofia” di Anderson: i personaggi indossano quello che sono; le tappezzerie;
gli oggetti; le citazioni cinematografiche;
le copertine dei finti libri; le cartoline che
diventano set; i falsi passaporti o giornali
(destinati a un’inquadratura di un secondo eppure con gli articoli tutti scritti), con
il quadro, il van Hoytl, motore del plot. Sono uscito dal bar, dal set, con la stessa frase
di Nanni Moretti, che di bar se ne intende,
e ne immortalò uno in «La messa è finita»:
«Vi amo, voi tutti che siete in questo bar».
Ed è davvero «incantevole» starci, nel
mondo dorato di Wes. Vero o reale che sia.
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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