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La.Repubblica.21.06.2015.By.PdS .pdf



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O LETTO CON vivo interes-

se sulle pagine culturali
del nostro giornale di venerdì scorso alcuni appunti inediti dello scrittore portoghese
José Saramago che ho sempre
considerato uno dei più importanti e geniali del secolo scorso. In qualche modo somiglia
ad un altro suo conterraneo,
Fernando Pessoa; sono due visionari che colgono il nucleo
fondamentale del Novecento,
un secolo dove le contraddizioni tipiche della nostra specie
raggiunsero un’intensità difficile da riscontrare in altre epoche.
Negli appunti inediti Saramago spiega come è nato il
“Saggio sulla lucidità” e perché ha voluto che i protagonisti fossero gli stessi personaggi di “Cecità”, romanzo scritto
nove anni prima. Un Paese immaginario è chiamato al voto
ma nel giorno di quelle elezioni infuria senza tregua un terribile maltempo, fulmini e saette in un cielo nero, inondazioni, vento tempestoso. Tutti
chiusi in casa — pensa la voce
parlante dell’autore — mentre
la radio che è nella mani dei potenti, dominatori del Paese in
questione, esorta gli elettori a
recarsi comunque nelle cabine
elettorali per compiere il loro
dovere civico, che è poi quello
di dare una apparenza democratica al partito che ha in mano tutto il potere. E gli elettori
obbediscono, escono dalle case e faticosamente vanno alle
urne a votare.
Il risultato è del tutto inatteso: salvo qualche centinaio tra
potenti e loro collaboratori, tutti gli altri hanno votato scheda
bianca, ciascuno credendo
d’essere il solo a farlo e abbattendo in questo modo il potere
dei dominatori.
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ATENE
A GRECIA prova a tendere
un ramoscello d’ulivo ai
creditori. Il premier Tsipras decide oggi che carte calare al summit dei capi di governo Ue. Atene dovrebbe mettere sul piatto regole più rigide
per le pensioni d’anzianità e fare concessioni sul fronte fiscale, nella speranza di avvicinare
un’intesa che eviti il default il
30 giugno. «Siamo pronti a un
compromesso se da Angela
Merkel arriveranno segnali»,
ha confermato ieri il ministro
delle finanze Varoufakis.

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ER la Grecia, siamo alla
stretta finale. Domani,
vertice straordinario; giovedì altro vertice per permetterle di rimborsare un prestito
del Fmi il 30 giugno. Se salta anche questa scadenza, non si va
oltre il 20 luglio, quando scadono 3,5 miliardi di crediti della
Bce che, in caso di mancato rimborso, innescherebbe l’uscita
della Grecia dall’euro.

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CATTOLICI sono scesi in piazza ieri a Roma per
il Family Day. «In un milione per dire no alle
unioni civili», dicono gli organizzatori. Le associazioni degli omosessuali contestano i numeri e
lanciano l’hashtag #familygay. Al centro delle
proteste la teoria del HFOEFS nelle scuole e il ddl
Cirinnà sui Dico. Il centrodestra ne chiede il ritiro. Per il sottosegretario Scalfarotto si è trattato
di «una manifestazione inaccettabile».

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ENZA unità i sindacati con-

sarà il grave pericolo per i bambini
che ieri ha fatto scendere in piazza decine
di migliaia di persone al grido di “salviamo
i nostri figli”?

teranno sempre meno. Lo
scrive Susanna Camusso,
segretario generale della Cgil,
in una lettera inviata ai colleghi di Cisl e Uil, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, per
rilanciare il progetto unitario e
provare a far uscire dall’angolo
le organizzazioni.

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ONO passati due mesi e
mezzo da quando, al
Palazzo di Giusitizia di
Milano, Claudio Giardiello
uccise tre persone. Oggi la
porta della cella 312 del carcere di Monza si apre davanti a un uomo ancora stravolto dall’enorme tragedia
che ha messo in atto. E che
dice: «Ho il vuoto dentro».

Capitale. Un
racconto nuovo che
riscrive completamente la narrazione del potere romano. Perché mafia
a Roma? Com’è possibile?
Come è potuto succedere
che una banda di pluripregiudicati sia riuscita a decidere buona parte degli appalti del Comune per anni?

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ROMA. Una piazza enorme, anche se forse il milione non c’è.
Una piazza di fedi, rosari e parole d’ordine. Si unisce nel grido:
“No alle adozioni per i gay, no alle unioni civili”. Intransigenti e
felici di esserlo. Mamma, papà
e figli: non ci sarà altra famiglia
al di fuori di questa. Nessun dialogo, perché “tutto il resto è demonio” come tuona dal palco Kiko Arguello, ex pittore fondatore dei Neocatecumenali, cristianesimo ultrà, oltre trecentomila i seguaci in Italia, di cui buona parte ieri accorsa a piazza
San Giovanni. Piove a dirotto,
poi esce un sole che brucia, ma
nessuno si muove. «Siamo contro la teoria del Gender», è lo
slogan cadenzato e applaudito,
pochi sanno spiegarti cos’è, o citare in quale programma scolastico quel termine sia mai apparso. Non importa, la fede è fede, “il gender è sterco del demonio”, afferma un cartello scritto
a penna. Qui, spiega infatti don
Mario, giovane parroco pugliese con cento fedeli al seguito,
«c’è da imbracciare la Croce
per impedire l’omicidio della famiglia naturale». La guerra è
aperta. Del resto, si legge su un
lenzuolo del gruppo di “Allenaza cattolica», “uomo e donna
siamo nati, lo dicono pure gli
scienziati”.
C’è un numero incredibile di
bambini, carrozzine, passeggini, neonati coperti in fretta e furia con cappelli, mantelline, teli
di plastica: a guardarla da qui,
dal sagrato della Basilica delle
manifestazioni sindacali, sembra che l’Italia della crescita zero sia altrove. E cioè, magari, in
quel mondo dei diritti civili e

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delle famiglie nuove, diverse,
omo, single, mono, che la piazza attacca con slogan durissimi. Un milione di persone, così
dicono gli organizzatori, che
grida “no” all’utero in affitto,
“no” ai bambini come li ha messi al mondo Elton John, “no” al

divorzio breve, perchè, dicono
dal palco, «dopo la nuova legge
si fa prima a divorziare che a
cambiare gestore di cellulare...».
Sono arrivati da tutto il Paese, con duemila pullman, e poi
con treni, auto, e convogli au-

to-organizzati, dall’Italia profonda e da quella metropolitana, da Varese come da Ariano
Irpino, da Tarvisio come da Mola di Bari, così tanti quanti nessuno aveva previsto davvero.
Non è il “family day” del 2007,
ma molto gli assomiglia, la difesa della famiglia tradizionale affratella anche fedi diverse, ci sono gli evangelici, l’imam della
moschea sunnita di Roma, il
rabbino capo Riccardo Di Segni
ha inviato una lettera. “Sì alla vita e no all’aborto” porta scritto
su una maglietta rosa una bambina di pochi mesi, la madre,
Rosaria, racconta candidamente che «è stata la Madonna ad

impedirmi di buttarla via...».
Aborto, come buttare via un
figlio, i cartelli con i neonati e la
scritta “non uccidermi” e “io
osno importante per Cristo”, sono centinaia. La legge 194 è
sempre un bersaglio. Dal palco
parlano Alfredo Mantovano, ex
sottosegretario all’Interno, fondatore dei comitati “Sì alla familgia”, Mario Adinolfi, che incalza contro gli uteri in affitto,
le tecniche di fecondazione eterologa, il mercimonio degli ovociti. E butta in pasto alla folla Elton John e i suoi due bambini, figli di due padri gay, simbolo di
quello che con decisione questa
piazza respinge e condanna.

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ROMA. «Con la manifestazione si apre una partita
politica, certo. Adesso sarebbe opportuna, anzi,
direi necessaria una pausa di riflessione sul ddl Cirinnà. Tanto più che questa folla inattesa, sorprendente nei numeri, nasce da una mobilitazione di massa e di base, senza alcun traino politico.
Governo e maggioranza dovranno tenerne conto». Gaetano Quagliariello, coordinatore Ncd, si
guarda intorno con compiacimento, piazza San
Giovanni è gremita. Sebbene con lui non si conteranno più di 20 parlamentari.
Una inaccettabile manifestazione contro i diritti umani, l’ha definita il sottosegretario Scalfarotto.

«Sui diritti nessuna discussione. Ma col ddl rischia di consumarsi la grande ipocrisia dell’equiparazione di fatto tra unioni civili e matrimonio.
Qui non si tratta di essere contro i diritti umani,
ma contro il pensiero unico».
Dunque pensate che l’Italia debba restare
un’eccezione.
«C’è un’eccezione italiana, come l’aveva definita Papa Wojtyla, che ha radici culturali e che va tutelata e difesa».
Non ritiene che la piazza abbia avuto connotazioni antigovernative? Alfano se n’è tenuto
lontano.
«Alfano ha espresso con chiarezza la sua condi-

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«Pensate che dopo averli fatti
nascere con l’utero in affitto, faceva arrivare in Inghilterra
ogni giorno il latte di quella povera donna, attraverso un corriere FedEx...». Dissoluti lussi
da ricchi, condanna la folla, sotto le bandierine rosa e celesti
del “Difendiamo i nostri figli”.
I politici Ncd, gli unici presenti, si confondono nella folla, ma
è chiaro che gli slogan di questa
piazza, (spesso sul filo dell’intolleranza)peseranno in Parlamento, e se l’inesistente teoria
del gender è il nuovo totem da
abbattere, più concretamente
c’è il Ddl Cirinnà sulle unioni civili da fermare. Lo dice, con

chiarezza, dal palco, il neurochirurgo Massimo Gandolfini, che
insieme a “Manif pour tous”, ai
neocatecumentali, alla Croce
di Adinolfi, alle Sentinelle, e ad
una galassia di altri movimenti
prolife ha organizzato la manifestazione. «Davvero non pensavamo ad un tale successo, la
risposta è stata incredibile, e
ancor di più perchè l’abbiamo
organizzata da soli. Noi sappiamo che il Papa ci sostiene, ma
da laici dobbiamo camminare
da soli».
In realtà l’ossatura della piazza è fatta dalle parrocchie e dai
gruppi neocatecumenali, eppure racconta il pensiero di un’Ita-

lia profonda, remota e radicale,
che si sente lontana dal Potere,
ma anche dai cattolici di Governo. «Renzi va in Chiesa e prega dice Sandro Ferrini, padre di
quattro figli, romano schietto e
professione tassista - ma un uomo di fede non può volere il matrimonio dei gay, o peggio famiglie formate da due madri e
due padri. Uno così è peggio di
un ateo». Non si sentono slogan
omofobi, ma è evidente che per
molti qui, essere gay equivale
ad essere malati. «Se scoprissimi che mio figlio è omosessuale
- ammette Caterina, che viene
dall’Umbria - lo abbraccerei e
pregherei con lui...Con l’aiuto

Le leggi in Europa
Islanda

Finlandia

Riconosciuti
i matrimoni
omosessuali

Estonia

Consentite
le unioni civili
tra omosessuali

Svezia
Norvegia
Lettonia
Danimarca
Regno
Unito

Irlanda

Nessun
riconoscimento

Lituania

Paesi
Bassi

Polonia

Germania
Belgio
Rep. Ceca
Slovacchia
Lussemburgo
Austria
Ungheria
Svizzera
Francia
Slovenia
Croazia

Romania
Bulgaria

Italia
Portogallo
Spagna

visione ma non ha partecipato per rispetto del
suo ruolo. Non tutti hanno avuto nel governo la
stessa sensibilità, preferendo entrare a gamba tesa».
Il governo rischia sulle unioni civili?
«No, se non vi saranno indebite accelerazioni.
Nessuno cerca una guerra di religione, dovrà valere una sacrosanta libertà di coscienza, non è possibile pensare a un vincolo di maggioranza, né a un
compromesso a tutti costi. Se il ddl non sarà modificato, noi non verremo meno ai nostri princìpi.
Faremo la battaglia parlamentare fino in fondo».

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di Dio si può tutto». Inutile spiegare che non si può guarire da
qualcosa che non è una malattia, ma semplicemente una
espressione dellìamore.
Franco Grillini, portavoce di
“Gaynet”, parla di una «inutile
manifestazione di odio»,mentre Sel diffonde dei quaderni dove con chiarezza viene spiegato
che cosa è il Gender, e gruppi di
omosessuali cattolici chiedono
agli organizzatori «ascoltateci
e dialogheremo».
Ma ciò che invece caratterizza il successo di questo nuovo family day, è l’assoluta certezza
sulle proprie idee. Qualcosa che
non governato potrebbe sfocia-

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re,come tutti gli assoluti, nel
fondamentalismo. Il Gender e
le unioni civili «distruggono la
famiglia», dunque sono nemici
da abbattere. Renzi è avvertito,
questa piazza è già un nuovo
serbatoio di quella destra confessionale che sembrava polverizzata e invece rinasce. E’ accaduto anche in Francia, nel
2014: il movimento “Manif
pour tous”, riuscì a portare nelle strade di Parigi un milione di
cattolici contro la politica dei
dirtti di civili del governo Hollande. Dal palco il fondatore dei
Neocatecumenali canta, suona
la chitarra e alza una croce verso la folla che l’applaude e prega cantando. Kiko Arguello parla di femminicidio, mescolando
il male, le mogli che trascurano
i mariti, e la cattiveria umana.
Tesi incredibli. Gli aderenti al
“Cammino” lo guardano però
con devozione, sono famiglie
con tre o più figli, coppie giovani, tanti neonati. Un acquazzone svuota la piazza, ripartono i
duemila pulman, i parroci benedicono, «andate in pace, è stata
una grande festa».
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ROMA. A un certo punto Kiko Arguello, ini-

ziatore del Cammino neocatecumenale,
prende il microfono, posiziona una grossa
croce su un piedistallo alla sua destra —
«perché il Signore mi aiuti ho bisogno di
una croce», dice — e arringa la folla: «Ho
scritto al Santo Padre, dopo aver ricevuto
le lettere di alcune famiglie e il Papa mi ha
risposto quando, domenica scorsa, ha detto che ci sono ideologie che colonizzano le
famiglie e contro cui bisogna agire. Sappiate che il Papa sta con noi: “Bisogna agire
contro”, ci ha detto Francesco. E noi siamo
qui contro l’ideologia gender. Sembra che
il segretario della Cei (Nunzio Galantino,
ndr) abbia detto altro ma il Santo Padre
sta con noi». Parole che esaltano la folla,
ma che insieme provocano l’immediata
reazione della stessa Cei che, attraverso il
portavoce don Ivan Maffeis, dice sul canale Twitter dell’Agenzia Sir: «Kiko Arguello
si è reso protagonista di una caduta di stile
gratuita e grave. Contrapporre il Papa alla
Cei, e in particolare al suo segretario generale, è strumentale e non veritiero».
Poco importa, ai presenti in piazza, che
il Papa o i vescovi siano con loro. Anche perché, per la maggioranza dei presenti, la
prudenza dei vescovi è soltanto formale.
Dice non a caso padre Gonzalo Miranda,
fondatore della facoltà di bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, sul palco tra gli organizzatori: «La manifestazione l’hanno organizzata i laici, certo. Ma subito sono stati interpellati alcuni vescovi
che hanno dato il loro sostegno molto forte. Uno di questi vescovi è il cardinale vicario di Roma Agostino Vallini che ci ha appoggiato in modo molto deciso. So di altri
vescovi presenti in piazza in clergyman, e
che ai propri fedeli hanno detto: “Dovete
andarci”». E il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco? «Bagnasco ha invitato pochi giorni fa il nostro presidente
Massimo Gandolfini a parlare sul gender
direttamente nel Duomo a Genova. E lui
era lì, vestito di rosso al centro della cattedrale, per dire: “Ci sto”».
Ci sono stati, anche, diversi leader di altre confessioni religiose. Sono loro rendere
la piazza da aconfessionale a multireligiosa. C’è l’Imam di Centocelle, Ben Mohamed, che tuona contro «il progetto folle
che vuole distruggere l’umanità e inquinare i cervelli dei nostri figli. È un percorso
cattivo per l’umanità. Con la vostra forza
possiamo sconfiggerlo». C’è l’adesione, via
lettera, del Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. E quella, vivace, degli evangelici. Tanti anche i preti e le suore presenti,
«a titolo personale».
Sventola, sul palco, l’abito bianco di padre Giorgio Carbone, domenicano, docente di bioetica e teologia morale presso la facoltà di teologia di Bologna. Sorride quando spiega di essere a Roma «perché si tratta di una manifestazione in favore della
bellezza della famiglia». E, per questo, anche lui, religioso, ha deciso di aderirvi «come libero cittadino». Dice: «Oggi l’ideologia del gender rischia di portare la persona
umana a essere completamente devastata. La persona sarebbe priva di relazioni sociali significative, cioè priva di famiglia.
Senza famiglia non c’è futuro. C’è soltanto
il caos». E se gli si ricorda che, tuttavia, la
Cei è stata prudente in merito alla manifestazione, risponde: «Il perché bisognerebbe chiederlo alle gerarchie. Io non faccio
parte della gerarchia, ma del clero “badilante”. Il clero “badilante” ha aderito, ha organizzato dei pullman. Ma ci tengo a precisare che siamo qui come cittadini italiani:
le teorie del gender non sono un problema
di carattere confessionale; sono un problema umano».
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ROMA. L’incubo dei Dico. Corre-

re per non finire come Prodi,
per non restare impantanati e
infine risucchiati nelle sabbie
mobili parlamentari che trascinano dritto a una crisi. «Il massimo rispetto per la manifestazione» ribadito ieri da Palazzo Chigi e dal “cattolico” Matteo Renzi non incideranno sul ruolino
di marcia che il governo comunque si è imposto. Su questo, anche su questo, il premier non
concede ripensamenti. «Io non
voglio fare quella fine lì, il disegno di legge è in linea con la legislazione di altri paesi europei
e rispettoso di tutte le sensibilità», è il ragionamento che sul tema ha più volte fatto proprio il
presidente del Consiglio coi
suoi, ripercorrendo la Grande
Trappola della quale alla fine fu
vittima proprio Romano Prodi
nel 2006-2007, quando risultò
inutile trasformare i Pacs in Dico e alla fine ritirare perfino
quelli.
Ieri il giro di telefonate serali, seguito alle immagini di una
Piazza San Giovanni gremita,
ha confermato la linea. Per dirla col vicesegretario Deborah
Serracchiani — che da presidente del Friuli ha già dato una
spinta al riconoscimento dei diritti in regione — «il percorso
deve e andrà avanti: c’è un impegno sul quale non si può tornare indietro». Tradotto, vuol
dire che già nei prossimi giorni
il disegno di legge Cirinnà dovrà essere approvato in commmissione Giustizia al Senato
per essere poi incastrato, non
senza difficoltà, tra la riforma
della scuola e quella costituzionale. Obiettivo: ottere il primo
via libera alle unioni civili prima della pausa estiva d’agosto.
Una mezza impresa, nonostante i 4.320 emendamenti ostruzionistici depositati soprattutto da Ncd (partito di governo) e
Forza Italia siano stati ridotti
dal presidente (forzista) Nitto
Palma a 1.800. La relatrice pd
che dà nome al testo, Monica Cirinnà, si dice convinta che già
martedì ci saranno i primi voti
in commissione. «Sarà fondamentale far uscire dal Senato
un testo blindato che sia approvato poi dalla Camera senza modifiche», dice in uno slancio di
ottimismo che minimizza la
portata della piazza di ieri. Sulla carta i numeri ci sarebbero
pure. Perché i 113 senatori Pd
potranno contare sul sostegno
dei 36 grillini, sugli ex M5s e
Sel. Ma siamo sul filo dei 160 necessari. Alla Camera, in autunno, tutto sarebbe più facile. Il
problema sarà arrivarci.

«Anche perché noi sui quasi
duemila emendamenti, già in
commisione daremo battaglia», anticipa Maurizio Gasparri. Convinto che «il tema della
famiglia può essere il punto di
riaggregazione del centrodestra». Anche se non tutti a destra sono pronti a scommetterci. Ieri, sui cento parlamentari
firmatari dell’appello pro Family day, a San Giovanni si sono
presentati solo una ventina.
Per lo più uomini di Alfano
(Ncd) al seguito di Maurizio
Sacconi e del promotore Alessandro Pagano. Tra i berlusco-

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niani si contavano, oltre a Gasparri, i soli Lucio Malan, Elisabetta Gardini e Antonio Palmieri. Non c’era l’ombra di un leghista (tutti a Pontida con Matteo
Salvini che del resto pochi giorni fa aveva «scomunicato» Papa Bergoglio). Silvio Berlusconi, com’è noto, sul tema piuttosto condizionato dalla compa-

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gna Francesca Pascale, ha mutato il suo indirizzo e il partito almeno su questo è in gran parte
con lui. «Berlusconi è a favore
del riconoscimento dei diritti,
ma nettamente contrario
all’equiparazione delle unioni
con i matrimoni», si fa scudo Gasparri. Certo, ci sono i Fratelli
d’Italia e, appunto, gli agguerri-

tissimi parlamentari del ministro Alfano, che invocano non
già modifiche ma il ritiro del
ddl Cirinnà. Il tentativo a destra sarà quello di convergere
sul ddl manifesto di Sacconi,
che riconosce sì alcuni diritti,
ma esclude qualsiasi equiparazione. Rispetto all’era del primo Family day, manca la coper-

tura della Cei. E non è cosa da
poco. L’Ncd segna comunque il
punto di rottura in maggioranza. Il sottosegretario Scalfarotto definisce «inammissibile» la
piazza di ieri? L’Ncd Pagano
chiede le sue dimissioni, mentre il capo del Viminale non va a
San Giovanni ma benedice via
Twitter l’iniziativa definendola

«uno spettacolo», al grido «difendiamo i nostri figli». Alfano
non ne fa mistero: quando il testo approderà in aula, per l’Ncd
«non ci sarà vincolo di maggioranza». Come per lui, per tutta
l’Area popolare centrista.
Le sabbie mobili sono in agguato
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ROMA. «La battaglia per i diritti degli omosessuali non è dei gay, ma
del Paese intero. Rendere la nazione più inclusiva e moderna è interesse di tutti». Ivan Scalfarotto, sottosegretario alle Riforme, guardando al Family Day si dice «stupito e rattristato per il fatto che una
moltitudine di miei concittadini si sia riunita per negare un diritto ad altri cittadini».
Per questa sua visione Formigoni e Adinolfi le hanno dato dell’antidemocratico.
«Se chi manifesta contro i diritti altrui dà
dell’intollerante a chi questi diritti non li ha
siamo al capovolgimento della realtà».
Dopo il Family Day teme che il testo al Senato sulle unioni civili sarà bloccato?
«Al contrario, ci aspettiamo possa passare entro l’estate».
L’agenda del Senato non è intasata?
«Siamo in ritardo di vent’anni e siamo gli unici in Europa a non
avere regole sui diritti Lgbt: un mese in più non cambia molto».
I voti ci sono? L’Ncd non lo bloccherà?
«Secondo me sì. Il ddl Cirinnà è molto prudente, le unioni civili sono un compromesso, non certo una soluzione d’avanguardia. E proprio perché è una soluzione prudente e conservatrici, invito l’Ncd a
votarlo. Se non agiamo sarà la magistratura a occuparsene».
Nel caso Ncd non votasse ci saranno voti esterni alla maggioranza?
«Non escludo che sui diritti si possano coagulare altri consensi
ma auspico che questi non sostituiscano bensì si aggiungano ai
voti dell’Ncd».
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I prossimi debiti
in scadenza della Grecia
nel 2015
Valori in milioni di euro

30 giugno

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Fmi (nuova data che riunisce
le scadenze di giugno)

10 luglio

2000
Bond in scadenza

450
Fondo monetario
internazionale
(prestito 2010)

1000
Bond in scadenza

dicembre – il piano di sostegno.
Si spostano a settembre i negoziati su debito, pensioni e lavoro
e in quell’occasione si concorda
un terzo piano di aiuti per il Par-

tenone da 30-40 miliardi. Ue e
Fmi concedono aiuti con il contagocce, quanto basta per pagare i
debiti e tenere in piedi le banche. I mercati prendono atto, sa-

nis Varoufakis.
A giudicare dagli scontri della
scorsa settimana non sarà facile.
«La Grecia resti nell’euro, ma faccia la sua parte» si è augurato il
presidente del consiglio italiano
Matteo Renzi. Il vertice è però
una delle ultime spiagge per far
quadrare il cerchio. E ha quattro
esiti possibili. Eccoli.

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20 luglio

2000
Bce ( bond greci detenuti nel 2012)

1360
Bce ( bond detenuti da banche
centrali di Eurolandia)

25

zioni, guerra a evasione e forse
Iva) e la troika promette di esaminare la ristrutturazione del
debito a valle di un’intesa finale.
Viene allungato – magari fino a

pendo che i problemi sono solo
stati spostati in avanti. La tragedia greca continua e si riaggiorna a dopo le ferie.

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17 luglio

Bei (bond detenuti)

ATENE. La Grecia prova a tendere un ramoscello d’ulivo ai creditori. Il premier Alexis Tsipras incontrerà stamattina il governo
per decidere le carte da calare al
summit dei capi di governo Ue. E
ieri sera ha sentito il presidente
Ue, Jean-Claude Juncker per avvicinare le posizioni. Atene dovrebbe mettere sul piatto regole
più rigide per le pensioni d’anzianità e fare concessioni sul fronte
fiscale, nella speranza di avvicinare un’intesa che eviti il default il 30 giugno, quando dovrà
restituire 1,6 miliardi all’Fmi.
«Siamo pronti a un compromesso se da Angela Merkel arriveranno segnali», ha confermato
ieri il ministro delle finanze Ya-

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E’ il lieto fine che tutti sognano ma che di solito funziona solo
nelle favole. La Grecia dovrebbe
fare concessioni su pensioni e
mercato del lavoro, rinunciando
a molte delle sue promesse elettorali. Mission impossible per
Tsipras che deve far votare ogni
compromesso in un Parlamento
dove l’ala radicale di Syriza lo attende con il fucile spianato. Le
Ue dovrebbe mettere nero su
bianco, tempi, modi e quantità
di un piano di riduzione del debito di Atene. Ipotesi che per molti
è fantascienza. In caso di miracolo, la Troika sbloccherebbe l’ultima tranche di aiuti, garantirebbe al governo ellenico il piano di
finanziamenti necessario. L’euro sarebbe salvo, i mercati festeggerebbero e calerebbe il sipario (forse) sulla telenovela
greca.

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E’ l’ipotesi più gettonata tra
gli ottimisti. Le due parti prendono atto che non ci sono gli estremi per trovare un’intesa su tutto. L’Europa decide che non può
permettersi un salto nel buio abbandonando Atene al suo destino e accetta di andare ai supplementari. Si cristallizzano in un
compromesso i punti su cui le
parti hanno trovato un equilibrio (privatizzazioni, liberalizza-

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ROMA. «Un accordo mi sembra impos-

sibile. La Grecia è abbandonata a se
stessa dalla Bce, dall’Fmi ma soprattutto dai cosiddetti partner dell’euro.
E’ una vicenda sconvolgente di cui la
classe dirigente europea porterà una
gravissima colpa per molti anni a venire». James Galbraith, economista della Johnson University del Texas, non
riesce a farsi una ragione. «Ma li vedete i progressi che ha fatto la Grecia?
Ha chiuso le agevolazioni che rendevano possibile il pensionamento anticipato e ora l’età pensionabile è allineata alle medie europee, ha ridotto i salari fino a riportarli sulle stesse medie,
ha agito selettivamente sull’Iva proprio come gli veniva chiesto, ha dato il
via alle privatizzazioni e alla stretta
sull’evasione fiscale. Cos’altro serve?»
La Merkel spinge ora per l’accordo.
E’ un sincero pentimento?
«Credo che la cancelliera faccia così
perché non vuole essere incolpata personalmente di aver affossato la Grecia: ma per un cambio di opinione ce
ne corre. La Grecia ha tutti contro, e
questo è surreale. Perfino la Bce».
Ma non ha appena alzato le quote
dell’emergency lending agreement autorizzando la banca greca
a mettere in circolazione più euro
“autoprodotti”?
«La Bce sta facendo il gioco più ambiguo. A parole vuole l’integrità
dell’euro, nei fatti lavora per abbatte-

re il governo di Syriza e installarne
uno più gradito al mainstream europeo. Di che vi stupite? Non l’ha già fatto con Berlusconi? L’altro giorno,
quando il membro francese del board
Benoit Coeure ha detto che “potrebbe
esserci la corsa agli sportelli” ha compiuto un atto di incredibile gravità. Un
banchiere centrale si esprime così? Se
non fosse stato tutto concordato, il
board stesso l’avrebbe fatto dimettere per incompetenza. Se la Bce tenesse davvero all’integrità dell’euro forzerebbe il proprio mandato come ha fatto tante volte in questi anni per ammettere la Grecia nel quantitative easing».
La stessa durezza la riscontra nel
Fondo Monetario?
«Ancora peggio. Un’istituzione che
nella sua storia non ha fatto che concedere deroghe, proroghe, cancellazioni, ora si scopre rigida e inflessibile.
Guardi, l’unica menzione di merito la
merita il popolo greco».
Lei sa che parte del fallimento delle
trattative viene addebitata al suo
amico Varoufakis, intransigente e
arrogante, dicono.
«So solo che Yanis è stato oggetto di
una political character assassination
come solo in America pensavo che ci
fossero. Gli hanno perfino rimproverato di essere benestante: e Kennedy allora? Il presidente più progressista
della storia d’America. Lo vede perché
dico che c’è prevenzione?»
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L’opzione più probabile per
gli esperti. Domani si fanno passi avanti ma non si raggiunge
nessun accordo. I mercati restano in fibrillazione. La Banca centrale di Grecia – per precauzione
- potrebbe applicare i controlli di
capitali da martedì. Si alza la tensione. E con le due parti (e l’euro) sull’orlo del baratro la partita ellenica torna sul tavolo del
summit dei capi di governo già
convocato per il 25-26. A quel
punto, con ogni probabilità,
l’unica soluzione possibile è rispolverare il piano per un accordo ponte che aggiorni a fine dicembre le questioni più spinose.

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Nessuno lo vorrebbe ma tutti
si stanno preparando pragmaticamente a gestirlo. Il summit di
domani finisce male. Nessuno fa
passi indietro. A nulla servono i
negoziati successivi. Il 30 giugno Atene non paga il Fondo e
va in default. A questo punto si
aprono due strade. Bce e Ue potrebbero provare a gestire un
crac controllato, sostenendo le
banche e garantendo al paese
prestiti straordinari. La Grecia
potrebbe emettere una valuta
parallela destinata a svalutarsi e
affronterebbe un periodo di
grande difficoltà economica e sociale. Ma tornerebbe totalmente
padrona del suo destino. La seconda ipotesi è il ritorno diretto
alla dracma. Le banche fallirebbero e verrebbero probabilmente pubblicizzate. La nuova moneta si svaluta (si parla del 40%).
La Grecia deve camminare da sola con le sue gambe. Il resto d’Europa affronta in entrambi i casi il
forte rischio di contagio finanziario e politico.
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er la Grecia, siamo alla stretta finale. Domani, vertice straordinario; giovedì altro vertice per permetterle di rimborsare un prestito del Fondo Monetario
il 30 giugno. Se salta anche questa scadenza, non si va oltre il 20 luglio, quando scadono 3,5 miliardi di crediti della Bce che, in caso di mancato rimborso, non potrebbe più
mantenere in vita le banche greche, innescando l’uscita
della Grecia dall’euro.
I mercati non sembrano scossi dall’incertezza: le borse
europee hanno perso più delle altre, ma dopo un primo trimestre di rialzi record; gli spread dei titoli di stato nell’Eurozona sono rimasti praticamente invariati; e l’euro si è
addirittura rafforzato. La calma è frutto della convinzione che questa settimana, o comunque prima del 20 luglio, verrà trovato un accordo, perché un’uscita della Grecia dall’euro sarebbe la peggiore alternativa per tutti. Se
non fosse per ragioni politiche, l’accordo ci sarebbe già.
Come sintetizzato dal capo economista del Fmi: i creditori prendono atto che la Grecia ha già fatto un grande sforzo per aggiustare i conti pubblici e riducono l’avanzo primario richiesto dal 3% all’1% per quest’anno, dal 4,5% al
3,5% quello a medio termine, oltre a concedere un anno
in più per raggiungerlo. Inoltre accettano di allungare le
scadenze e ridurre gli interessi del debito greco verso Stati e istituzioni internazionali.
In cambio chiedono almeno la riduzione della spesa pensionistica. Il 75%
della spesa pubblica va in stipendi e
pensioni. Il rimanente 25% è stato ridotto all’osso, ma il sistema pensionistico
rimane tra i più costosi in Europa (16%
del Pil) e tra i meno sostenibili (solo il
38% è finanziato da contributi sociali).
Lo scontro è tutto qui: per la Grecia ogni
riduzione della spesa sociale è fuori discussione, e offre in cambio solo aumenti di imposte. Ma per i creditori ogni
obiettivo è irrealizzabile se non si tocca
la spesa; e aumentare solo le imposte significa ammazzare la crescita, rendendo il debito ancora
meno sostenibile.
Per Tsipras, un taglio delle pensioni sarebbe un suicidio politico. A parti invertite, lo stesso vale per la Merkel:
accettare un piano di salvataggio senza tagli a una spesa
pubblica insostenibile, sarebbe politicamente inaccettabile a casa sua, e le impedirebbe di pretendere il rispetto
dei vincoli di bilancio in Eurolandia.
Ma per superare queste barriere politiche non servono
argomentazioni tecniche. Ecco perché penso che entrambe le parti in causa puntino sul mercato per costringere
l’altro all’accordo ai propri termini. Tsipras avrebbe tutto
da guadagnare se la crisi greca provocasse una caduta
dei mercati: due settimane di crolli delle Borse e lo spread
italiano a 250 punti, all’inizio di una ripresa attesa da cinque anni, sarebbero un’ottima giustificazione per concedere un accordo favorevole alla Grecia.
Tsipras ci conta: non si spiegherebbe altrimenti l’inconcludenza nella trattativa e la retorica usata. Non sarei
sorpreso, dunque, se facesse saltare i vertici di settimana
prossima e il pagamento al Fmi del 30, innescando un possibile shock per i mercati. Guadagnerebbe potere negoziale: per un accordo c’è tempo fino al 20 luglio. Anche i
creditori però possono avere il mercato dalla loro parte
se, in mancanza di un accordo lunedì, la corsa agli sportelli e la fuga dei capitali in Grecia diventassero un fiume in
piena. Di fronte al panico dei depositanti, non c’è governo
che tenga.
I creditori hanno anche l’arma risolutiva della Bce, che
tiene in vita le banche greche con 100 miliardi di finanziamenti a fronte di 140 miliardi di depositi dei residenti; e
ammette che il 50% dei loro patrimoni sia costituito da
DTA, ovvero minori tasse (che il Governo potrebbe non
avere i soldi per concederle) sugli utili futuri (incerti). Se
la Bce stacca la spina, il sistema bancario crolla, e la Grecia è costretta a uscire dall’euro. L’euro però non sarebbe
più irreversibile: un costo enorme non solo per la Grecia,
ma per l’Eurozona intera. Un’arma atomica, dunque: deterrente sì, usarla mai.
Qualunque sia lo scenario per la prossime settimane,
una cosa è certa: gli investitori in media stanno sottostimando la volatilità dei mercati a cui andiamo incontro,
proprio perché questa è diventata strumentale al raggiungimento di un accordo. Sarò felice di essermi sbagliato.

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«Il peggior sondaggio
che abbiamo visto da quando
siamo al governo». Ma Renzi
non si è sorpreso più di tanto
per i dati di Demos pubblicati ieri da 3FQVCCMJDB. Sulla sua scrivania sono raccolti altri numeri
e la flessione viene confermata.
«Magari siamo al 34 per cento,
due punti sopra. Non cambia
granchè». Semmai è il trend degli ultimi mesi a preoccupare e
molto Palazzo Chigi. La discesa
era già cominciata a novembre
e si era arrestata a febbraio, dopo l’approvazione dell’Italicum
e le mosse sul Jobs act. Poi, c’è
stata una risalita e di nuovo
una curva declinante da maggio in avanti. La sconfitta delle
amministrative ha fatto il resto. «C’è un collegamento diretto tra quell’esito e i sondaggi»,
ammette il premier. Viene così
certificato l’insuccesso delle regionali e dei ballottaggi, anche
nei colloqui privati del segretario.
Renzi ha individuato nel Pd il
punto debole della campagna
elettorale. Non è, nelle condizioni attuali, una spalla efficace su

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ROMA. I sindacati sul piede di guerra contro le ultime mosse di Mat-

teo Renzi sulla scuola. I segretari generali di Cgil, Ciscl e Uil hanno
concordato un documento comune. «Alla vigilia della ripresa della
discussione parlamentare,- scrivonc Camusso, Furlan e Barbagallo - abbiamo chiesto che il governo cii convochi per aprire in tempi
rapidissimi un confronto vero garantendo comunque subito le assunzioni tramite decreto». I Cobas, invece, annunciano una mobilitazione masssiccia già a partire da martedì. In quel giorno, in concomitanz acon la presentazione del maxiemendamento del governo sulla scuola, i Cobas infatti saranno intorno a Plazzo Madama
per protestare. Sull’iter della “buona scuola” e sulla possibile fiducia il presidente del Senato Pietro Grasso dice. «Sono sempre per la
discussione in aula, se no rimango senza lavoro. Spero si pssano
trovare, nel lavoro della commissione, emendamenti e modifiche
condivise, evitando la fiducia».
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cui il suo esecutivo può reggersi. Roma ne è la prova lampante, non mancano però altri
esempi. I toscani del Giglio Magico, ossia i fedelissimi della prima ora, hanno vissuto come
sconfitte epocali certi duelli persi in Toscana. Arezzo in testa.
Ma, per dirne un’altra, anche
Viareggio dove il candidato renziano ha ceduto a un Pd eretico
e comunque non renziano. In
previsione delle prossime amministrative, sono segnali molto negativi. Si voterà a Torino,
Napoli, Bologna, Trieste, forse
nella Capitale, nel giugno
2016. Un risultato paragonabile a quello di due settimane orsono assesterebbe un colpo a
Renzi e al governo. «Anche perchè - ragiona Renzi parlando
con i suoi collaboratori - questi
sondaggi ci dicono già che il centrodestra, seppure diviso, al
Nord rappresenta la maggioranza degli elettori».
Scrive il premier-segretario,
nella sua newsletter periodica,
che «talvolta noi dem abbiamo
dato l’impressione di essere autoreferenziali, parlandoci addosso». Forse un’allusione agli
strappi della sinistra, anche se
non sembra in vena di guerra
interna, Renzi. Spiega che vincere «nel 2018 non sarà una
passeggiata», che bisogna «attrezzarsi bene». «Dunque formazione, organizzazione, confronto di idee», scrive ancora
pensando che su Largo del Nazareno prima o poi bisognerà intervenire. «Il Pd deve parlare
agli italiani, non alle proprie

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correnti - sottolinea Renzi - e io
per primo devo fare tesoro di
questo messaggio».
Sulla scuola, un tema che sicuramente ha un peso nella flessione dei democratici, Renzi
sta tentando un recupero. Confermando la riforma, ma ponendo l’accento sulle 100 mila assunzioni e aprendo a modifiche
sull’autonomia degli istituti.
Qui le correnti Pd c’entrano poco o nulla. «Se metto 3 miliardi
e 100 mila posti ma le contestazioni crescono, significa che
non mi sono fatto capire», ripe-

te sempre il premier. Adesso si
tenta di arrivare al traguardo.
«Non siamo noi che vogliamo
fermarci, ma le assunzioni hanno senso solo se cambiamo la
scuola - scrive nella newsletter ovvero se cambiamo il modello
organizzativo». Il premier annuncia poi 6 decreti sul fisco
per martedì: «Cambieranno
profondamente il rapporto tra
cittadini e Stato». Insieme con
questi passaggi, viene accelerato il percorso della riforma costituzionale e si procede sulle unioni civili, senza farsi condiziona-

re dalla manifestazione di ieri.
Basta per recuperare?
A Palazzo Chigi osservano
che «non esiste un governo che
cresca nei sondaggi», tanto più
in una fase intermedia. «La valutazione che conta è quella
che si fa quando le riforme sono
a regime». La sinistra soffre
dappertutto, basta vedere la
sconfitta inaspettata in Danimarca. Ma l’esecutivo ha bisogno di una scossa sul terreno sociale ed economico, pari al Jobs
Act. Non saranno le coppie gay,
per quanto importanti anche

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nel recupero del feeling a sinistra, a correggere la curva delle
rilevazioni. Renzi dice che non
c’è altra strada: proseguire con
le riforme, rilanciarle e non fermarsi.
Eppure, nei numeri di Demos, i dissidenti vedono ricono-

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ROMA. La Lega si raduna oggi sullo storico pratone di Pontida e accanto al palco
campeggerà una grande ruspa. Simbolo della nuova stagione leghista e della
leadership del suo leader Matteo Salvini che aspira alla guida del centrodestra e del paese. «L’anno prossimo saremo al 26 per cento — annuncia infatti
Salvini — andiamo al ballottaggio e lo
vinciamo».
Il raduno arriva dopo un congresso-lampo del Carroccio, il terzo in 18
mesi, svoltosi a porte chiise nella sede
di Via Bellerio, che è servito a cambiare
lo statuto e tagliare gli ultimi poteri al
fondatore Umberto Bossi. Il vecchio leader, infatti, è stato confermato presidente a vita e presidente del Comitato
di disciplina. Ma da oggi in poi potrà
riammettere nel partito solo i “padri
fondatori” e non più gli iscritti con più

di venti anni di militanza. Il Senatur
non ha naturalmente preso bene le novità politiche e il nuovo statuto. Ammette di essere «stato ridimensionato.
Ma lo avranno fatto perché forse hanno
paura». Ma questo aspetto non lo interessa particolarmente. Pensa ai militanti. «Ci sono militanti — spiega —
che hanno costruito la Lega e sono stati
messi fuori da Tosi e Maroni e non potranno più rientrare. Questo è il problema». Così attacca sulla svolta nazione
della Lega: «Per adesso Salvini non mi
piace. Se fa un partito nazionale rimane da solo». Secondo il leader storico,
«la Lega non può essere nazionale. Finché ci sono io non c’è niente di nazionale, c’è solo il nazional padano che non
può essere nazionale italiano. Il nord è
sempre contro a quello che è italiano,
contro il centralismo e il fascismo italia-

no». Salvini però replica a muso duro.
«Ho imparato tutto e devo tutto a chi
mi ha preceduto», dice il segretario leghista. Ma affonda il colpo contro Bossi:
«Se c’è qualcosa di diverso, ci sono i voti
in più e i voti in politica contano», dice.
Salvini ribadisce di avere in mente
un progetto che «guarda al di là della
Padania. E’ nostro dovere aprirci al
mondo, guardarci attorno, non solo al
Monviso che ovviamente resta nella
mia testa e cuore». Ma Bossi non vuole
saperne di aprire il partito al Sud, di andare in cerca di voti fra i meridionali. «I
voti a Salvini. dice — non glieli daranno. Quelli vogliono i soldi, mica vogliono cambiare il Paese. Hanno sempre
compartecipato con Roma ai banchetti
con i soldi rubati al nord è difficile che
cambino adesso».
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ROMA.Dopo il 40,8% delle EuroROMA.

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sciute le loro critiche. «C’è un
pezzo del nostro popolo - dice
Roberto Speranza, leader della
sinistra dem - che non ha condiviso alcune scelte fondamentali come la scuola. E stiamo pagando il prezzo». Può anche andare peggio ed è, spiegano i ribelli, uno dei motivi per cui è
stata ingaggiata la battaglia
sulla legge elettorale: non consegnare uno strumento ai populismi pensando che sarebbe servito al Pd. «Renzi - dice ancora
Speranza - deve cambiare rotta
su alcune politiche altrimenti il

saldo rischia di essere ancora
più negativo». Dopo le amministrative di giugno, l’orizzonte
dei voti nelle grandi città del
2016 si fa preoccupante. Rimane l’idea di abbinare il voto comunale al referendum confermativo della legge costituzionale. Un appuntamento in cui Renzi sarebbe in prima fila trainando i candidati. Però, il profilo
del partito diventa determinante per reggere l’urto. Ci lavora
una commissione ad hoc, finora piuttosto dimenticata.
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«Renzi ha passato l’ultimo anno in conferenza stampa,
a fare annunci. Ed ecco, alla fine la gente se n’è accorta. Il
tempo è galantuomo. Purtroppo, aggiungo, perché c’è un
gap enorme tra il mondo che descrive e quello reale». Roberto
Fico è membro del direttorio
del M5S. E osserva soddisfatto
l’exploit dei grillini descritto da
Demos.
Un anno fa Renzi vi travolse.
Ora lo tallonate. Cosa è successo?
«Siamo rimasti coerenti, senza tradirci. Alle Europee sbagliammo lo slogan, quel “vinciamo noi” era troppo proiettato
sul presente e troppo supponente. Ci siamo messi a insistere
sui temi, valorizzando il lavoro
del gruppo parlamentare».
È arrivato il direttorio a cinque. Grillo e Casaleggio si sono defilati. Fate meno paura
senza di loro?
«Il punto è un altro. Sono cresciuti i parlamentari, tutti. E gli
attivisti sul territorio, come in
un puzzle che si incastra. Il peso, che prima gravava solo sui
due fondatori, è stato distribuito su più spalle. Loro sono contenti di condividerlo, perché
proprio a questo volevano arrivare».
È cresciuto anche Di Maio.
Sarà il vostro candidato premier?
«È un ragazzo di talento, fortissimo. Ma all’idea di un unico
leader, che è dei partiti tradizionali, contrapponiamo quella di
un Movimento, di una rete.
Cambia il paradigma culturale,
insomma».
Crescete anche perché cavalcate la questione morale?
«La questione morale fu individuata da Berlinguer. Noi, con
il primo V-day, riproponemmo
il tema. Se i partiti si fossero riformati, magari non saremmo
neanche nati. Invece ci ignorarono. E noi ci siamo dati delle regole stringenti».

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A questo punto Renzi deve
avere paura del sorpasso?
«Non si tratta di avere paura.
C’è un Paese che non deve affidarsi più a una persona, ma a se
stesso. E uscire dal degrado».
Anche la Lega cresce. Vi fa
concorrenza sull’immigrazione?
«Su questo tema la Lega non
fa alcuna autocritica sul passato, anche recente. Hanno governato nove degli ultimi vent’anni e hanno firmato il regolamento di Dublino. Pensano solo a
buttare benzina sul fuoco».
E se Renzi accelerasse per andare al voto, in modo da evitare il rischio di un sorpasso?
«Se Renzi mollasse adesso, e
sarebbe un bene per il Paese visto che si è dimostrato non in
grado di governare, sarebbe
travolto. I primi che gli darebbero addosso sarebbero proprio i
membri del Pd. Tenterà il tutto
per tutto andando avanti e sperando di riuscire a fare non si sa
che cosa. Il suo marketing è ormai agli sgoccioli».
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pee, il Pd è in grave affanno.
Cesare Damiano (Pd), cos’è
cambiato da allora?
«Un anno fa Renzi era in luna di
miele, era in atto una disgregazione del centrodestra e il premier era avvertito come l’unico
in grado di cambiare radicalmente le cose. Oggi Fi e Lega,
sommate al Ncd, sono al 31%.
Noi al 32%. Grillo al 26% e con
l’Italicum può puntare al ballottaggio. Siamo in un altro mondo. L’idea della vasca, dove
escono elettori di sinistra dallo
scarico ed entrano quelli di destra dal rubinetto è archiviata.
Fallita. Il punto è l’incoerenza
del Pd, che entra nel Pse ma poi
porta avanti alcune politiche
ascrivibili alla destra».
Faccia qualche esempio.
«L’errore commesso sui licenziamenti collettivi. E poi perché agitare il tema dei controlli
a distanza?».
La minoranza ha rovinato
tutto facendo il controcanto,
accusa Renzi. Non è cosi?
«Di certo la percezione di un
Pd diviso offusca l’azione del governo e offre l’immagine di
un’incisività limitata. Di chi sono le colpe? Probabilmente di
tutti noi, maggioranza e minoranza interna: abbiamo tutti
torto».
E allora cosa potete fare per
invertire la rotta?
«Riaprire il dialogo tra il governo e il Parlamento. E tra Palazzo Chigi e le parti sociali.
Non possiamo ricercare il compromesso con i singoli ministri
e poi vederlo cancellato dalle decisioni del premier. Bisogna riscoprire una parola considerata della vecchia politica: compromesso».
E se Renzi decidesse di andare ora al voto anticipato?
«Non penso. Anzi, c’è una richiesta di continuità da parte
di elettori che si sentono spaesati. Inoltre possiamo contare sul
vantaggio di una pur lieve ripresa economica. E comunque...».

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Dica.
«Il calo di consenso è incontestabile. Ma a parziale giustificazione c’è che ci troviamo ad affrontare fenomeni incontrollabili: dai flussi migratori da esodo biblico alla crisi economica
che morde. C’è un’Europa matrigna, cinica, miope, indifferente. Che si chiude di fronte alla Grecia. E alza muri, come in
Ungheria. Ci serve questa Ue?
E c’è una corruzione sfacciata,
che mette a rischio non il Pd,
ma la convivenza civile».
Tutto vero. Ma anche assolutorio per Renzi e il Pd.
«Per nulla. Vedo una classe
dirigente - mi ci metto anche io,
naturalmente - che non è all’altezza. Domina la paura. La sinistra deve ripensare i suoi paradigmi culturali, ad esempio sulla sicurezza e sul tema della certezza della pena per chi commette reati - furti, scippi, violenze - che pesano sui più deboli. Altrimenti cadrà preda dei populismi».

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ROMA. È sempre più solo, il sindaco Marino.
Asserragliato nel bunker di Palazzo senatorio insieme al suo cerchio magico, assiste come l’ultimo dei giapponesi a un’accelerazione della crisi che potrebbe spingerlo fuori
dal Campidoglio già prima dell’estate. Travolto da una frana che - dopo il processo intentato giovedì scorso ai due assessori renziani, accusati di intelligenza con il nemico
premier e perciò ormai con la valigia in mano - rischia adesso di trasformarsi in slavina.
Senza neppure più incontrare l’argine di
Matteo Orfini, il commissario pd messo alle
strette dai “suoi” parlamentari, che non riescono a capire perché mai stia rischiando di
incrinare il rapporto con l’altro Matteo per difendere «una mina vagante».
Affondo che sembra andato a segno: «Dopo la relazione del prefetto Gabrielli faremo
una valutazione politica», ha corretto la rotta il presidente nazionale. Lasciando al vice-

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segretario Debora Serracchiani l’onere della
difesa d’ufficio: «Essere onesti non è sufficiente, ora bisogna rafforzare l’amministrazione».
Tuttavia la giunta resta in balia degli eventi. L’assessore ai Trasporti, Guido Improta,
ha già fatto capire con le sue protratte assenze in giunta di non essere più disponibile a
continuare: il 29 inauguerà l’ultimo tratto
completato della metro C, sei stazioni attraverso la periferia est della capitale, e poi saluterà tutti. Una decisione che l’ex sottosegretario del governo Monti meditava da tempo «Dal primo luglio ho preso in affitto una casa
al mare», andava ripetendo da settimane precipitata però negli ultimi due giorni, incoraggiata dalla «linea suicida» del primo cittadino. La prova che non di semplice minaccia
si tratti fornita non solo dal carattere del personaggio - scaltro e per nulla impulsivo - ma
dalla telefonata intercorsa tra lui e Marino. È
stato il sindaco, di buonora, a chiamarlo per

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chiedergli di diffondere una nota che smentisse le voci della sua dipartita, la risposta
dall’altra parte del filo è stata glaciale: «Non
ci penso proprio, fallo tu». Uno schiaffo che il
chirurgo dem non si aspettava. E che ha preso malissimo. Consapevole dell’importanza
di Improta per gli equilibri complessivi della
maggioranza: è lui che, da ufficiale di collega-

mento tra consiglio e giunta, ha riportato il
sereno dopo mesi di burrasca; sempre lui a fare lobbying con diversi ministri - insieme alla
collega Silvia Scozzese - per sponsorizzare la
causa di Roma. Perderlo può essere l’inizio
della fine. E Marino lo sa.
Non è l’unica grana di una settimana che
si preannuncia decisiva per le sorti della

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NAPOLI. Il tribunale civile si pronuncerà la

prossima settimana sul ricorso del sindaco
De Magistris contro la sospensione sancita
dalla legge Severino. Venerdì c’è stata
l’udienza, i giudici si sono riservati di
decidere. Il neo governatore De Luca
osserva con interesse: la sentenza del
tribunale sarà un precedente per l’analogo
ricorso che il presidente della Regione
dovrà a sua volta presentare contro la
Severino. Intanto l’ex governatore Caldoro
denuncia il vuoto di potere in Campania.

giunta. Pure la responsabile del Bilancio è in
sofferenza. E ha avviato le consultazioni presso autorevoli esponenti del governo e del Pd
per capire cosa fare. In rapporti stretti con il
ministro Delrio, il sottosegretario Rughetti e
il deputato-segretario regionale Melilli, con i
quali ha lavorato fianco a fianco da dirigente
dell’Anci, la Scozzese si è sfogata a lungo.
Confrontandosi anche con Paola De Micheli,
l’amica di una vita che sta all’Economia. «Le
condizioni che mi hanno portato in Campidoglio non esistono più. Io sono stata chiamata
per risanare le casse comunali, riportare la
regolarità contabile, estirpare il malaffare
che la mancanza di programmazione ha favorito per anni. Ora però mi si chiede di sforare il patto di stabilità per fare una ripicca a
Renzi. Io non ci sto».
È delusa e amareggiata, la signora dei numeri. «La domanda cruciale è: “Ma io chi ho
intorno? Con chi lavoro?”. Non è che la Cattoi
(l’assessore a capo del cerchio magico mariniano, OES) può andare in giro a dire che le
cose a Roma non si fanno per colpa mia, perché il bilancio è troppo restrittivo, e poi con
me fa la faccia dolce. Vigliaccate sbandierate
al mondo, che poi però il mondo mi riporta: io
di questi non mi fido più». Un tradimento
umano, prima che politico.
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Nell’entourage di Giovanni Malagò ormai nessuno lo
nasconde più: sui Giochi 2024 è
allarme rosso.
Non bastava l’inchiesta Mafia Capitale che rischia di «gettare un’ombra di discredito internazionale» su Roma, condizionando negativamente i 90
“grandi elettori” chiamati in
prospettiva a selezionare la città ospitante. La crisi che si va avvitando in queste ore in Campidoglio sta trasformando l’iter
olimpico in un percorso a ostacoli che allontana il traguardo
ogni giorno di più .
Colpa di tempi strettissimi e
di una tenuta politica che - nonostante le rassicurazioni della
presidente dell’aula Valeria Baglio - nessuno sembra in grado
di garantire più. Tecnicamente, infatti, è proprio l’assemblea capitolina che deve propor-

ROMA.

re la candidatura di Roma al Coni. Il quale poi avrà il compito diratificarla, in vista della scadenza del 15 settembre: termine
entro il quale l’intero dossier dovrà essere consegnato al Cio.
«Ma se salta la dead line di fine
giugno per l’approvazione della mozione in consiglio comunale, la probabilità che salti tutto
è quasi una certezza», ragionano al comitato promotore. Convinti, in uno slancio d’ottimismo, di riuscire a chiudere la
partita al consiglio nazionale
convocato per il 2 luglio a Milano. Anche per arginare la concorrenza di Parigi, la rivale più
temibile, che martedì formalizzerà la sua corsa con una grande festa officiata dal sindaco Hidalgo.
Ma con una giunta in pezzi, i
consiglieri d’opposizione sulle
barricate e quelli di maggioran-

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za in rotta, l’impresa appare
sempre più ardua: la mancanza
del numero legale vissuto come
uno spettro che torna ad abitare l’aula capitolina nel passaggio decisivo.
È il motivo per cui, alla riunione dei capigruppo convocata
dopodomani in Campidoglio
per condividere il testo della
mozione e inserirla all’ordine
dei lavori di giovedì, sono stati
invitati il presidente del Coni
Malagò, il capo del comitato
promotore Cordero di Montezemolo, il direttore generale Bugno e il vicepresidente Pancalli.
Nella speranza di ridurre anche
i più riottosi alla ragione e richiamarli all’unità per evitare
all’Italia una figuraccia planetaria. Ricordando a tutti che è stato proprio Renzi, per primo, a
mettere la faccia su questa sfida. E che non si può rischiare,

per colpire il sindaco Marino, di
affondare il Paese.
Un appello alla responsabilità che non dovrebbe lasciare indifferente nessuno. Anche se
l’imminente uscita dell’assessore Guido Improta potrebbe rappresentare un problema in più.
È stato lui, all’ultima riunione
dei capigruppo, a stringere i
bulloni, mentre più di un esponente dell’opposizione ribadiva che «se ci sei tu a coordinarci, andiamo avanti con la mozione bipartisan, ma se Marino
pensa di delegare la Cattoi, come ha già fatto, allora noi ci sfiliamo perché non ci fidiamo».
Probabile dunque che Improta
resti qualche giorno in più anche per questo: chiudere la partita olimpica. E dopo, accada
quel che deve.

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alle viste un nuovo patto del
Nazareno nella Roma politica. Nessun condominio Renzi-Berlusconi
come si era visto, fra alti e bassi, fino all’elezione di Mattarella al Quirinale. Ci
sarebbe, sulla carta, un’esigenza di solidarietà nazionale rispetto ai temi più drammatici del momento: la gestione dei migranti,
la politica verso l’Europa, le opzioni anche
militari in Africa del Nord. E, si potrebbe aggiungere, le conseguenze della crisi greca.
Ma nessuno pensa a questo genere di solidarietà politica. Se si riparla del Nazareno è solo a causa dell’indebolimento di Renzi e della maggioranza dopo il voto amministrativo.
Per meglio dire, ci si accorge all’improvviso che l’Italicum - la legge elettorale appena
approvata e fatta firmare al presidente della Repubblica - non piace più quasi a nessuno. Renzi si sta accorgendo che il ballottaggio centrato sul candidato del Pd solo contro tutti è un azzardo non da poco. Bisogna
trovare, come scrive l’ispiratore tecnico della legge, Roberto D’Alimonte, dei nomi abbastanza “trasversali” e neutri da raccogliere il consenso anche di chi non ha votato il
Pd al primo turno. Lapalissiano, ma non facile da realizzare nella pratica, dal momento
che si vota per una lista ben definita, con il
suo simbolo e la sua impronta politica, non

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per le coalizioni realizzate nei singoli collegi, come ad esempio in Francia.
Questo aspetto accresce l’incertezza di
un quadro mutato troppo in fretta. A Palazzo Chigi si riflette non senza inquietudine
sulla marea montante delle liste anti-sistema: sembrava che con Renzi si fosse trovato l’antidoto giusto per contenerle e ridurle
ai minimi termini, ma non è così. A parte i risultati delle amministrative, c’è il sondaggio Demos: quel 26 per cento attribuito ai
Cinque Stelle, più il 14 per cento di Salvini,
è una sirena che suona l’allarme nella nebbia. Il che vale per il Pd di Renzi, ridimensionato al 32 per cento, e per il partito di Berlusconi, accreditato di un 14 per cento (al pari
della Lega) che nelle attuali circostanze è
quasi un successo.
UTTAVIA, se i dati sono questi, Renzi
non ha oggi alcuna garanzia di prevalere nelle future elezioni legislative. E nemmeno, va detto, nelle grandi città dove si voterà nella primavera
2016. A sua volta Berlusconi, o chi parlerà
in suo nome nei prossimi tempi, non appare
in grado di federare una coalizione vincente. In tali condizioni, cambiare la legge elettorale appena varata rischia di essere una
tentazione irresistibile per una classe politica timorosa di essere travolta da un’intesa
di fatto (certo non sottoscritta intorno a un

5

tavolo) fra gli elettori “grillini”, leghisti e
senza partito. Uniti dal desiderio di punire il
governo.
Eppure non c’è chi non veda che modificare l’Italicum, introducendo il premio di
maggioranza alla coalizione vincente e non
più alla lista, significa far passare Renzi sotto le Forche Caudine. È la sua bandiera,
quella riforma, e ammainarla prima di averla sventolata equivale a una seria sconfitta
personale. Anche se fosse il prezzo da pagare per far passare la legge costituzionale del
Senato, a sua volta probabilmente modificata con l’introduzione di una forma di elezione diretta (con modalità tuttora controverse). Un punto è chiaro: allo stato delle cose,
se in Parlamento si registrasse una convergenza sulla riforma dell’Italicum, non sarebbe il nuovo patto del Nazareno, ma qualcosa di abbastanza diverso: un accordo fra
berlusconiani e minoranza del Pd contro i
capisaldi del renzismo. Vale a dire la legge
elettorale, certo, ma anche la trasformazione del Senato: i puntelli che hanno sorretto
in questi mesi la mitologia del rinnovamento istituzionale. Su questo terreno Renzi oggi è spinto a trattare in condizioni di inedita
fragilità, mentre i suoi avversari lo stringono d’assedio e sullo sfondo si avverte l’avanzata del populismo anti-sistema.

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«L’unico danno è quello
d’immagine che ci ha procurato
Fabrizio Barca. Sto preparando
un ricorso alla commissione di
garanzia e un esposto per diffamazione. Se no va la gente pensa
che questi sono i circoli di Mafia
capitale».
Ecco,il clima nel Pd romano è
forse anche peggiore dello sfogo
di Yuri Trombetti, ex Udc, primo
degli eletti al I Municipio, approdato ai Democratici un paio d’anni fa con la moglie. Lei, Claudia
Santoloce è la segretaria del circolo di Testaccio da novembre
2013. È tutta la mattina che risponde al telefono, fuma una sigaretta dietro l’altra e punta il dito contro Barca «l’economista»,
il «tecnico», «il ministro che nessuno ricorda», il «professore», come lo appellano, che nella mappatura preparata per il commissario Matteo Orfini ha inserito il
suo circolo tra quelli più «dannosi», nella categoria peggiore: «Il
potere per il potere».
«Ma cosa, se qui abbiamo organizzato decine di iniziative
con politici di tutte le correnti,
con tutti gli assessori, pungolando costantemente la giunta Marino. Questo un feudo? Ma di
chi?», continua Trombetti. Alle
ultime elezioni ha raccolto 1200
preferenze «prese senza farmi
aiutare dal circolo», assicura. Seduto nella sezione dove, nel
1990, Nanni Moretti girò una
parte del documentario “La Cosa”, sfoglia la relazione che sta
terremotando il Pd capitolino e
chiacchiera con altri 4-5 militanti.
«Da questa botta ci riprenderemo chissà fra quanti anni», dice Pietro, renziano: «Ma chi ci
crede che la relazione di Barca
sia asettica?». E allora? «Ci vogliono epurare, vogliono colpire
quei circoli che non sono allinea-

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ROMA. «Non è la mafia di Cosa Nostra, non è il Padrino, ma è comunque
mafia per il metodo mafioso». Lo ha detto il presidente del Senato,
Pietro Grasso, intervistato alla Festa dell’Unità a proposito della
vicenda mafia capitale. «Un metodo mafioso - ha spiegato - con
intimidazioni e violenze che è stato funzionale alle relazioni che sono
riuscite ad organizzare per infiltrarsi nella pubblica amministrazione».
Sulla possibilità che ci sia lo scioglimento del Comune di Roma, Grasso
ha sottolineato che «sarà compito del prefetto, del ministro dell’Interno
e poi del Consiglio dei ministri se ci sono o no elementi per sciogliere il
Comune di Roma. Se ci sono casi singoli di corruzione si agisce sui singoli
casi e quindi questo non comporta automaticamente lo scioglimento del
Comune».
Nello stesso tempo la seconda carica dello Stato ha avvertito che «non
possono essere i magistrati a selezionare la classe dirigente. Ci devono
pensare i partiti». Del resto «la politica deve avere futuro. I partiti
devono riformarsi, ricordo che c’è l’articolo 49 che non è mai stato
attuato e che parla proprio di come devono essere strutturati i partiti,
che devono avere una organizzazione democratica al loro interno».

Tornando a Testaccio, nella
stanzetta con alle pareti un quadretto di Enrico Berlinguer, un
paio di bandiere arrotolate, un
frigorifero in mezzo alla sala e
uno striscione che saluta un altro Enrico, Letta, che abita a 500
metri da qui, il “nemico” è sempre lui, «il professore che quando voleva iscriversi al Pd dei
Giubbonari non l’hanno nemmeno voluto tesserare». «Se il Pd fosse guidato da Barca io non ci starei — dice Trombetti, presidente del consiglio del I Municipio —
sarebbe un partito dell’800 che
sta al 10%».
La questione, oggi, però è
un’altra: questo circolo storico rischia di essere chiuso, insieme
agli altri 26 «dannosi», dal commissario Orfini. «Ci possono pure togliere il circolo, ma non il
consenso», ripete due volte la
Santoloce.
Ma quali sono le contestazioni
mosse alla sezione di Testaccio?
«Non le sappiamo — prosegue
Trombetti — dicono che ci sono
state tessere false. Noi, quando
son venuti gli assistenti di Barca
a intervistarci, abbiamo anche
registrato quel colloquio», sottolinea la Santoloce. «A nostra tutela». E a loro insaputa, ovviamente. Tanto per evidenziare il clima
di veleni che va avanti da mesi.
In questa sede le tessere nel
2013 erano quasi 400, crollate alla metà l’anno dopo. «Io ho telefonato a tanti amici per farli iscrivere, lo rivendico. Cosa dovevo
fare?», si chiede Trombetti. «E
poi i capibastone ci sono sempre
stati — dice Piero — il consenso
è sempre riconducibile a una persona. Viene premiato l’impegno
personale». «Vogliono metterci
alla gogna, mettere in difficoltà
il mondo renziano», conclude
Trombetti.
La resa dei conti è appena cominciata.

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ti», lo interrompe Claudia, la segretaria. «Vorrebbero eliminare
così le correnti? E lo fanno rafforzando quella del commissario Orfini?», riprende la parola Piero.
Il suo è il ragionamento più diffuso tra i 27 circoli “bocciati”.
All’Eur, per dire, quello retto dalla renzianissima Patrizia Prestipino è finito nella black list:
«Non vogliamo risarcimenti ma
chiarimenti — dice — chiari e forti. O, ed è una promessa, inizio
nei confronti di Barca e Orfini la
battaglia della mia vita». «Ci sentiamo lesi», dice dall’Aurelio-Cavalleggeri, il segretario Francesco Mele. A finire nel mirino è
sempre lui, Barca: «Le sue considerazioni sono il frutto di interviste a personaggi che hanno aggredito i propri rivali per ottenere una rivalsa sui circoli e sui territori», ragiona il deputato (indagato per corruzione), Marco Di
Stefano.

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MOSCA. Subito dopo il giorno dei sor-

risi e degli abbracci interessati con
l’Europa nella speranza di allentare
le sanzioni economiche, riprendono
i toni grevi da Guerra Fredda. E si comincia con quello che suona come un brutale avvertimento alla Svezia, paese Ue dalla frontiera calda reduce da una serie di incidenti e di allarmi sui cieli e
sui mari per minacciose incursioni di mezzi militari
russi. «Se vi dovesse saltare in mente di aderire alla
Nato, la Russia punterebbe subito contro di voi le
sue truppe e le sue testate atomiche». Questa durissima frase del corpulento ambasciatore russo a Stoccolma, Viktor Tatarintsev, campeggia da ieri mattina su tutti i notiziari tv e web di Svezia diffondendo

un clima di allarme in tutto il Paese. Il segnale di Mosca arriva proprio mentre è in corso un dibattito sulla possibilità di cedere alle forti pressioni Usa e accettare l’ingresso nella Alleanza atlantica. Stoccolma
viene vista, tra l’altro, con sospetto dal Cremlino, anche per le sue posizioni politiche all’interno della Ue
molto vicine a quelle delle tre repubbliche baltiche e
degli ex Paesi socialisti, tutti classificati a Mosca come “anti russi”. Per gli stessi motivi i rapporti sono
diventati sempre più difficili anche con la confinante Finlandia a sua volta tentata di assicurarsi maggiori tutele con un’annessione alla Nato. Al Presidente finnico, in visita a Mosca proprio questa settimana, Putin aveva rivolto un consiglio intriso di sottili
minacce: «Il miglior modo di garantirvi la sicurezza,
è quello di mantenere la vostra condizione di neutralità».
Bastone e carota dunque, usati con disinvoltura e

nel volgere di poche ore. Venerdì, nel clima disteso e
conciliante del Forum di San Pietroburgo, Putin aveva volutamente dimenticato l’incidente recente del
congelamento di beni russi da parte di Francia e Belgio. Nei due Paesi europei sono stati sequestrati assist di grande valore nell’applicazione di una sentenza della corte d’arbitrato dell’Aja riguardo il rimborso di oltre 50 miliardi di dollari che la Russia deve
agli azionisti del colosso petrolifero Yukos, mandato
in fallimento a seguito dell’arresto e della persecuzione giudiziaria dell’oligarca ribelle Mikhail Khodorkovskij. Ieri, finito il vertice e congedato i potenziali investitori, il Presidente ha liberamente affrontato l’argomento alla sua maniera: «Difenderemo i
nostro interessi in maniera legale. La Russia non riconosce l’autorità di questa Corte e le sue sentenze
non ci interessano».
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UASI ogni Paese europeo è ormai
riuscito a passare ad una forma di
governo democratica. Vi è tuttavia una zona dell’Europa in cui molti
problemi rimangono irrisolti. All’indomani dei fatti della Crimea e dell’Ucraina orientale in molti prevedono un
acuirsi delle tensioni, un ulteriore isolamento del nostro Paese e persino un ritorno alla Guerra Fredda. Esiste però
uno scenario alternativo che ritengo sia
destinato a concretizzarsi, nel medio o
quanto meno nel lungo periodo. Ed è
esattamente di questo che vorrei parlare: della transizione della Russia dall’isolamento all’integrazione in seno alla comunità euro-atlantica.
Cominciamo
con
l’isolamento.
Com’era prevedibile (dal momento che
la Russia moderna dispone di una quantità di risorse assai inferiore rispetto
all’Unione Sovietica di un tempo), le
sanzioni hanno seriamente compromesso l’economia russa. Tuttavia, le risorse
esistenti sono tali da poter consentire alla Russia di mantenere la situazione tesa per i prossimi dieci (o addirittura venti) anni. Occorre domandarsi: a che
prezzo? Una nuova corsa agli armamenti e l’esclusione della Russia dai circuiti
internazionali scientifici, tecnici e commerciali produrrà delle conseguenze.
Già oggi assistiamo a una redistribuzione delle spese di bilancio. Lo Stato sta
smettendo di investire nel capitale sociale per destinare i propri fondi alle armi e alle strutture di sicurezza. Nel primo trimestre del 2015 le spese militari
hanno raggiunto una percentuale record, pari al nove percento del Pil. Ciò significa che i fondi destinati a scuole e
ospedali si ridurranno, e a lungo andare
ciò determinerà un serio deterioramento nella qualità di vita delle persone.
L’attuale scontro con l’Occidente è assolutamente artificiale: il raffreddamento dei rapporti è stato infatti voluto
da quelle élite russe che non intendono
rinunciare al potere, e che hanno disperatamente bisogno di un nemico con
cui distrarre il popolo dalla corruzione e
dall’inefficienza che dilagano negli ambienti del potere. L’acuirsi degli scontri
interni ed esterni rappresenta l’unico
meccanismo (e, occorre ammetterlo: si
tratta di un meccanismo efficace) che
può garantire la sopravvivenza dell’attuale regime.
Passiamo all’integrazione. I cittadini
russi, al pari dei cittadini di qualsiasi al-

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tro Paese al mondo, vogliono sicurezza,
una vita agiata, un’istruzione di qualità
per i propri figli e la possibilità di guardare al domani con fiducia. Di fronte a
obiettivi simili non siamo diversi dal resto del mondo. Come l’ultimo secolo di
storia ci dimostra, una simile trasformazione non potrà essere raggiunta se
non saremo integrati nel mondo occidentale. La Russia è l’unico Paese del
nord del mondo che ancora non è passato a un regime democratico. Ritengo
che quando l’attuale regime uscirà di
scena, gli Stati Uniti e l’Europa Occidentale dovranno compiere ogni sforzo possibile per facilitare l’integrazione economica della Russia. L’Occidente non deve assolutamente ripetere l’errore di
non integrare del tutto il nostro Paese.
Per noi, così come per l’Occidente, è assolutamente necessario che dopo un
cambiamento di regime la Russa possa
entrare a far parte della Nato e
dell’Unione Europea — per quanto tale
obiettivo oggi possa apparire fantasioso.
Quanto agli attuali rapporti tra Russia e Occidente, ritengo che occorra
comprendere e tendere verso i seguenti obiettivi: per cominciare, la Russia di
Putin sta imboccando la strada dell’autoisolamento. Si tratta di una scelta sbagliata, e dopo Putin la situazione è destinata a cambiare.
Punto secondo: anziché garantire il
perpetuo isolamento della Russia, la società occidentale dovrà garantirne la
graduale, ancorché difficile, integrazio-

ne nel mondo euro-atlantico. Tale obiettivo è importante tanto per loro che per
noi.
Terzo: la Russia è un Paese europeo, o
diciamo pure euro-atlantico, ed è oggettivamente interessata all’integrazione
europea ed euro-atlantica. Quarto: malgrado le attuali vicende, la Russia rimane ad oggi il Paese più potente e più economicamente sviluppato nell’area
ex-sovietica. Quinto: che lo si voglia o
meno, è imperativo indirizzare l’attuale regime politico della Federazione verso una posizione convenzionale riguardo ai temi fondamentali. Sesto: è di vitale importanza che le élite americane
comprendano e magari accettino, persino, il fatto che la Russia ha degli interessi oggettivi propri. Settimo: la futura Federazione Russa potrà sviluppare insieme agli Usa e all’Unione Europa una politica comune riguardo alla Cina. Infine,
noi che vediamo la Russia in maniera diversa siamo in cerca di alleati che aiutino questo Paese a consolidare finalmente il proprio ruolo in seno all’Europa. La
Russia diventerà per l’Occidente un’opportunità per prendere parte a un nuovo “balzo in avanti” economico: un fattore importante se si desiderano neutralizzare numerose minacce globali, come il terrorismo e l’estremismo islamico. Queste sono le sfide che cercheremo
di affrontare insieme.
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VENTIMIGLIA. «Il nostro Paese continuerà a fare quan-

to necessario per assicurare ai rifugiati e ai richiedenti asilo un trattamento rispettoso dei diritti fondamentali e della dignità umana, con l’auspicabilmente crescente contributo dell’Unione europea e della
comunità internazionale». Da Palermo il presidente
della Repubblica Sergio Mattarella, nel Giornata
Mondiale del Rifugiato, ha fatto arrivare il suo messaggio di ringraziamento all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, fino al confine di Ponte San Ludovico, “chiuso” da dieci giorni ai migranti
che vogliono transitare in Francia. Anche al congresso federale della Lega, a Milano, si è parlato di immi-

grati. «La Boldrini deve essere ricoverata», ha dichiarato il segretario Matteo Salvini, dopo che la presidente della Camera aveva detto di vedere la vera
emergenza non in Italia, ma nel Mediterraneo, dove
sono morte 1.200 persone. «Io cerco soluzioni», è stata la replica, «altri soffiano sul fuoco della xenofobia». Il segretario del Carroccio ha attaccato anche
Renzi: «Quella dei migranti è una invasione pianificata, un business di milioni, orchestrato dal governo».
Il premier ha ammesso che l’Italia «non può fare tutto da sola» e ha annunciato che parlerà della questione al Consiglio Europeo di venerdì prossimo e anche
all’Expo oggi, durante un incontro con Francois Hollande.
Ad alzare la tensione al confine, ieri ci ha pensato
Jean Jacques Guithal, consigliere europeo responsa-

bile del Front National di Le Pen. Arrivato con la sua
guardia del corpo sulle aiuole spartitraffico della frontiera, ha ribadito l’urgenza di chiudere i confini, ma
ha dovuto lasciare il suolo italiano di corsa, rincorso
da parte dei 170 clandestini che da giorni vivono sugli scogli.
Nel pomeriggio la contestazione si è spostata in città, con un migliaio di antagonisti, di giovani dei centri sociali giunti da Torino, Milano, Bologna, dalle
Marche e dal Veneto. In pullman, in treno, con i mezzi propri, si sono radunati davanti alla stazione. «Siamo venuti soprattutto per solidarietà — dice una studentessa di Torino — e anche per portare alimenti,
indumenti ed altro che può servire. Stasera non so se
andremo via».
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PARIGI. «Le scene di respingimento degli stranieri al confine franco-italiano sono insopportabili, vergognose». Il filosofo bulgaro Tzvetan Todorov è
indignato dall’atteggiamento
del governo socialista che ha
blindato le frontiere, esattamente come fece quattro anni
fa l’esecutivo della destra di Nicolas Sarkozy. Le maggioranze
politiche cambiano ma la paura ancestrale dei “barbari”, che
Todorov ha raccontato nei suoi
saggi, riaffiora comunque. «Siamo responsabili in parte di questi movimenti migratori», spiega ricordando come il rigetto
dello straniero non sia nuovo
per i francesi. Centocinquant’anni fa, i “topi” da cacciare erano gli italiani che varcavano il confine per sfuggire alla
povertà. «La Francia ha sempre avuto difficoltà ad accettare il passaggio da grande a media potenza, sperimentando
nella sua Storia regolari picchi
di febbre nazionalista».
Siamo in una nuova ondata
di paura e incapacità di gestire il problema dell’immigrazione?
«Oggi il contesto è nuovo.
Siamo davanti a un aumento
dell’integrazione della popolazione mondiale, dovuto alla diffusione dell’informazione e alla facilità di spostarsi. Fino a
qualche decennio fa, l’idea di
partire per l’estero sfiorava po-

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chi. Oggi, prima grazie alla tv e
poi a Internet, assistiamo a
un’unificazione dei popoli. È
un fenomeno che ci accompagnerà ancora nei prossimi anni, e forse secoli. Rifiutarlo non
è costruttivo».
I pochi sforzi di accoglienza
che sono disposti a fare i governi ora si concentrano sulla distinzione tra migranti
economici e politici. È d’accordo?
«Non mi pare assurdo, soprattutto quando le cause politiche sono guerre che abbiamo
incoraggiato o addirittura provocato “noi”, intendo l’Unione
europea e gli Stati Uniti. Penso
in particolare ad afgani, iracheni, siriani, etiopi, libici, maliani. Noi occidentali abbiamo, almeno in parte, la responsabilità di queste persone: se non
possono restare nel loro Paese
è anche per colpa nostra. Alle
guerre, bisogna aggiungere le
persecuzioni politiche. La nostra responsabilità è meno diretta, ma se i valori che professiamo non sono pura ipocrisia
dovremmo proteggere anche
chi è perseguitato per le proprie idee».

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TREVISO. «Volete portare gli

uomini di colore qui per
bastardare la nostra razza, a
me non va bene»: la
dichiarazione shock è dell’ex
leghista Leonardo Muraro,
presidente della Provincia di
Treviso (alle Regionali era in
lista con Tosi), fatta nel
corso di una trasmissione tv
a Rete Veneta. Inoltre,
secondo Muraro, che stava
rispondendo a una
esponente del Pd in studio,
tra i migranti giunti in Italia
potrebbero esserci infiltrati
dell’Is. «Non voleva essere
un termine dispregiativo»,
si è poi giustificato con
l’agenzia Ansa.

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Allora perché le procedure
per l’asilo politico sono sempre più difficili, soprattutto
in Francia?
«La Francia è stata in prima
fila per promuovere un intervento militare in Siria. E ora è
una delle nazioni in Europa che
accoglie meno profughi siriani:
ha accettato 500 rifugiati, mentre la Germania ne ha accolti
10mila. La Francia ha anche
giocato un ruolo fondamentale
nella guerra in Libia, senza che
i dirigenti politici dell’epoca abbiano per un solo istante riflettuto sulle conseguenze disastrose dell’intervento militare,
sia sul piano della dispersione
delle armi nella regione, sia
sull’anarchia creata nel paese.
Tutti dobbiamo capire che un
atto compiuto a migliaia di chilometri può avere oggi una conseguenza molto concreta sulle
nostre vite».
E per i migranti economici,
cosa si dovrebbe fare?
«Il bisogno di partire non è
meno forte che nel caso di guerre e persecuzioni politiche.
Quando si è convinti che non si
può guadagnare onestamente
da vivere nel proprio Paese, si è

disposti a fuggire a qualsiasi
prezzo e senza badare ai pericoli. Penso che dovremmo riuscire a dare un’informazione corretta sulle condizioni di vita in
Europa: spiegare che qui non è
un paradiso. E poi sarebbe opportuno fare accordi di cooperazione per permettere ai migranti di trovare lavoro nelle loro nazioni. Anche questa è una
nostra responsabilità: siamo interdipendenti gli uni con gli altri».
Intanto però l’Europa continua a litigare davanti ai migranti in bilico sugli scogli di
Ventimiglia.
«Trovo inammissibile il comportamento di alcuni Paesi
dell’Unione europea, tra cui la
Francia. Non si può pretendere
costruire la nostra Unione, rallegrandoci della pace che finalmente c’è tra paesi europei, e
allo stesso tempo disinteressarci della protezione delle nostre
frontiere esterne. Accettare i
migranti solo perché hanno rischiato la vita e sono in pericolo di morte è una situazione assurda. Cosa sarebbe? Una sorta di “concorso d’ingresso” disumano, con un premio al più
disperato?»
I governi sono ostaggio della
xenofobia in aumento?
«La xenofobia è un sentimento più spontaneo dell’ospitalità. Non a caso, le religioni
tradizionali elogiano l’ospitalità: è l’atteggiamento più meritorio».
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Fondato nel 1865 nel
Tennessee da reduci
dell’esercito della
Confederazione, è il
più noto e antico
gruppo in America. Si
definisce come un’organizzazione
cristiana e i suoi bersagli sono
afroamericani, ebrei, immigrati e
gay. Oggi non è più potente e
radicato come un tempo: si contano
5mila membri e 35 gruppi affiliati

Fondata nel 1964 nel
carcere di San
Quintino, in
California, la Aryan
Brotherhood
(Fratellanza ariana)
è la più antica gang carceraria di
suprematisti bianchi d’America. I
suoi membri, in prigione e in libertà,
sono oggi circa 20mila. Tra le sue
attività ci sono traffico di droga,
prostituzione e gioco d’azzardo

È una delle più
pericolose e
organizzate
associazioni
neonaziste
americane. Fondata
nel 1970 da William Pierce, autore
del libro 5IF 5VSOFS EJBSJFT,
racconto che ispirò Timothy
McVeigh, l’attentatore di Oklahoma
City nel 1995. Aspira alla creazione
di una nazione di soli bianchi

Definita dall’FBI una
“minaccia
terroristica”, la
Aryan Nations è
un’organizzazione
neonazista
caratterizzata da un violento
antisemitismo. Ha avuto il suo apice
negli anni ‘80 e ‘90 quando
organizzava i suoi annuali congressi
mondiali ai quali partecipavano
neonazi, skinhead e suprematisti

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a preghiera del suprematista bianco è semplice e indiscutibile: «Questa nostra Patria è stata fondata dalla razza bianca e per la razza bianca
e ogni tentativo di trasferire il controllo
della nazione a favore di razze inferiori come la negra va palesemente contro il volere divino e la Costituzione», recitava il
“Credo” che le nuove reclute nel KuKluxKlan declamavano indossando il cappuccio a cono. Dunque, passami la corda, la torcia, la croce, il fucile, la pistola e sia fatta la
volontà di Dio e della Costituzione. Andiamo ad ammazzarci qualche “negro”. %FVT
MF WVMU
Ma con i suoi riti mistici, i suoi simboli e
costumi da Templari di un grottesco Sacro
Impero Bianco nato 150 anni or sono dalla
rabbiosa disperazione di reduci Sudisti
sconfitti nella Guerra Civile, il Klan è ormai quasi letteratura e poco più che odioso
folklore nell’America del 2105, che si ritrova dove si era illusa di non essere più: nella
palude tossica del razzismo violento e del
suprematismo bianco. Dall’elementare segregazionismo predicato nelle “Klaverne”
degli incappucciati, come loro stessi battezzano le loro sezioni, sono sgorgati centinaia di rivoli, 784 gruppi e gruppuscoli secondo il Centro per lo Studio della Povertà
nel Sud che tenta impossibili censimenti.
E non può dunque identificare predatori
solitari e micidiali come il ragazzo di Char-

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leston che da solo voleva lanciare la guerra
fra le razze.
Eppure il “profilo” di Dylann Roof, l’Angelo Vendicatore dei bianchi minacciati,
corre riconoscibile attraverso tutte le cellule inestirpabili della metastasi generata
dal KKK. Che siano 784, che il loro numero
sia in diminuzione rispetto al picco di 1018
gruppi del 2011, è soltanto un’approssimazione statistica. L’aggressività, la virulenza sono in aumento e almeno cento negli ultimi cinque anni sono state le vittime di

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“hate killings”, di omicidi condotti per puro odio razziale. Inclusi ebrei, sempre ben
presenti nella mitologia del “Bianco Anglosassone Protestante” insidiato da afroamericani, “razze inferiori” assortite, “meticci”, “latinos”, omosessuali. Da chiunque
non corrisponda all’ideale del perfetto
“ariano” americanizzato.
Non importa che indossino uniformi paramilitari con camice brune o nere come la
“Aryan Nation”, il gruppo suprematista
più conosciuto e di dichiarata ispirazione
nazista e fascista, insieme con gli Skinheads. Che si nascondano dietro la quasi

universale e blasfema etichetta “Cristiana”. Che ricorrano al nuovo strumento di
comunicazione e di relazione offerto da Internet, che ha prodotto “Stormfront”, con
l’ovvia allusione allo “Sturm” delle truppe
scelte naziste, una sorta di Facebook
dell’odio razziale, con 300mila “amici” fra
i quali fece la propria apparizione anche
Anders Breivik, lo stragista norvegese. Il
percorso umano e psicologico degli aderenti è spesso identico.
Si avvicinano a loro giovani, a volte giovanissimi bianchi, molto raramente don-

ne e spesso soltanto per compiacere i loro
uomini, travolti nel fallimento della propria vita e nell’“Accumulo di Ferite” come
le ha definite un “profiler” dell’FBI, oggi accusata di avere trascurato la violenza dei
gruppi di fuoco dell’odio, per fissarsi sulla
minaccia del terrorismo che si vuole “islamico”. Vivono quasi sempre soli, o ancora
in casa con la madre, rimbalzando fra scuole nelle quali falliscono e che abbandonano
quando cozzano contro il muro della crudele socialità dell’adolescenza.
Non sono presi sul serio dai conoscenti,

I suprematisti bianchi negli Stati Uniti
Quanti sono

784 gruppi
(tra neonazisti,
suprematisti,
nazionalisti bianchi,
skinhead razzisti)
+ 30% rispetto
al 2000

Washington
Montana
Oregon

North Dakota

Idaho
South Dakota
Wyoming
Nebraska

Nevada

Lupi solitari

Utah
Colorado

California

Kansas
Oklahoma

Arizona
New Mexico

74%
degli attacchi
è condotto
da “lupi solitari”,
non inquadrati
in nessun gruppo

Texas

57 gruppi
California

36
Texas

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Fondato dal
suprematista bianco
Don Black nel 1995,
Stormfront è il più
grande sito d’odio su
internet e
riferimento per centinaia di migliaia
di suprematisti nel mondo. Del sito,
infatti, esistono molte versioni in
lingue diverse, anche in italiano.
Oggi conta circa 300mila iscritti, tra
neonazisti e razzisti

Attivi dal 2001,
quando comparvero
con il nome Keystone
State Skinheads,
sono uno dei gruppi
skin più attivi a livello
nazionale. Predicano la supremazia
bianca e vogliono“ripulire”
l’America dalle altre “razze”. Negli
ultimi dieci anni sono stati
protagonisti di attacchi contro
alcuni afroamericani

Nata nel 1994, si
batte per una
“repubblica del Sud
indipendente”.
Considerata
un’organizzazione di
suprematisti e nazionalisti bianchi,
ha il suo quartier generale in
Alabama. I suoi membri si rifanno ad
una ideologia “ anglo-celtica” e
predicano la dominazione su neri e
altre minoranze

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NEW YORK. «Non ho altra scelta. Non posso andare da solo a

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o dalle HJSMGSJFOET, quando vantano progetti di “guerra” o di assalti armati, proprio come Roof, al quale la famiglia che lo aveva
ospitato in una roulotte diceva soltanto
che “lui era fuori di testa”, e questa è spesso la miccia che provoca l’esplosione. Usano analgesici oppiacei, spesso ordinati da
centri di disintossicazione che poi non frequentano, per attutire il dolore del fallimento che li opprime. E che attribuiscono,
invariabilmente, al complotto di neri, banchieri ebrei, politicanti corrotti come Obama l’Africano, decisi a soggiogare la razza

superiore. Loro.
L’anno fatale fu il 2008, quando la convergenza della catastrofe economica e l’assunzione di un “negro” al massimo soglio
della “loro” America sembrò confermare
in un’apoteosi diabolica la dottrina dei suprematisti angosciati. La curva della proliferazione dei tanti piccoli Klan scattò verso l’altro proprio in quei mesi, perché sotto
i deliri ideologici c’è sempre la realtà della
disoccupazione, delle porte chiuse, del rotolamento fra piccoli e saltuari lavori, friggendo polpette o potando alberi, insidiati

Lettere dell’alfabeto runico

44

Maine

New York

Croce celtica

New Hampshire

SS

Vermont

Croce uncinata
Svastica

New York

Wisconsin

Aquila nazista

Rhode Island

Michigan

Pennsylvania
Illinois Indiana

Massachusetts

Connecticut

New Jersey

Ohio
West
Virginia

40

Delaware
Maryland

Virginia

Kentucky

New Jersey

Washington D. C.
North Carolina

Tennessee
South
Carolina
Mississippi

Georgia

38

Alabama

Pennsylvania

50

Louisiana

Florida

Florida

anche dai nuovi invasori “bruni” arrivati
dal Sud della Frontiera. Si accumulano ferite che non si rimarginano e trovano qualche balsamo soltanto nell’identità del perseguitato che i gruppi offrono e dunque
nell’odio per gli invasori, gli usurpatori, i
clandestini dalla pelle scura che «stuprano, uccidono, e vivono di elemosina pubblica con i nostri soldi» come recitano i pamphlet della Nazione Aryana.
T.J. Leyden, uno “Skinhead” pentito,
già reclutatore di nuovi militanti per il suo
gruppo, raccontò i dettagli della vita nel costante stato di paranoia razzista che ossessiona questi gruppi e le loro tecniche. «Andavamo in licei di notte, a scrivere sui muri
frasi razziste che il mattino dopo gli studenti avrebbero scoperto. La reazione dei
ragazzi afroamericani o latini era garantita. Cercavano di individuare il responsabile ed era naturalmente un ragazzo bianco
che veniva isolato, minacciato, ostracizzato. Allora noi lo avvicinavamo e gli spiegavamo che la sua unica via di uscita era di
unirsi a noi, perché non era lui a odiare
quei negri, quegli asiatici, quei messicani,
ma erano loro a odiare lui e a volerlo eliminare. E quando quel ragazzo, o quei ragazzi, cadevano nella trappola della paranoia
erano nostri per sempre. Tutta la loro vita
diventava semplice e spiegabile: mi odiano perché sono bianco e vogliono impadronirsi della nazione costruita dai miei nonni
e padri».
E nell’inferno della confusione e dell’incertezza, fra razze che si mescolano senza
fondersi in un crogiolo che ribolle senza
fondere, fra sessi che si discutono, fra prediche di politicanti astuti che affondano le
grinfie nella madre di tutti gli odi, nella
paura, l’identità razziale rimane l’unica
certezza. E la pistola, comperata facilmente come un paio di scarpe o un hamburger,
l’ultima speranza. Nel nome di Dio e della
Patria.
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combattere dentro il ghetto. Ho preso Charleston perché è
la città più storica del mio Stato, e ad un certo punto ebbe
la più alta percentuale di neri nel paese. Non abbiamo skinhead, non abbiamo un vero Ku Klux Klan, nessuno fa nulla
se non parlare su Internet. Bè, qualcuno deve avere il coraggio di affrontare il mondo reale, e mi sembra che tocca
a me». E’ il Manifesto di Dylann Roof, il 21enne autore della strage di Charleston. E’ una raccolta di testi razzisti, con
pseudo-analisi dotte sull’inferiorità genetica dei neri, epiteti infamanti, odio e disprezzo a profusione. Impregnati
di nostalgia dello schiavismo di cui Charleston e la South
Carolina furono le roccaforti; di rimpianto per l’èra della segregazione; di ammirazione per i “modelli” che furono il
Sudafrica e la Rhodesia. Mentre l’America liberal e progressista s’interroga sulla necessità di dare un nuovo status criminale a questo tipo di reati, definendo “terrorismo” le stragi dell’odio razziale,
affiora alla luce del sole un’altra
America dove il passato non passa mai. Dove Roof è solo la scheggia impazzita di una popolazione benpensante e rispettabile,
bigotta e reazionaria, che la pensa come lui. Un’America dove è
normale per l’assemblea legislativa della South Carolina esibire
la bandiera dei Confederati,
che è come dire: la guerra di secessione non è mai finita, gli
schiavisti del Sud preparano la
loro rivincita.
Il Manifesto di Roof viene scovato per primo dal sito del New
York Times, sabato pomeriggio, e in poche ore fa il giro della
Rete. Non è chiaro chi ne sia l’autore, il sito che lo ospita si chiama Lastrhodesian.com cioè
“l’ultimo rhodesiano”. La Rho*- 130(3".."
desia (oggi Zimbabwe) fu pri%6& '3"4* %"- ."/*'&450
ma una colonia africana dell’impero britannico, poi uno Stato illegalmente dichiaratosi indipendente, governato da una
minoranza bianca e ferocemente razzista, che si opponeva
all’auto-determinazione della popolazione autoctona.
Roof nella sua foto su Facebook indossava una giacca con
cucite le bandiere della Rhodesia, e del Sudafrica ai tempi
dell’apartheid. Sul sito Lastrhodesian lui si esibisce vicino
a statue di cera di schiavi neri, impugna una pistola. Le foto sono state scattate in una ex piantagione di schiavi e nel
museo della Storia dei Confederati nella South Carolina. Il
titolo che introduce i testi, “Una Spiegazione”, sembra alludere ex post alle ragioni ideologiche della strage compiuta
mercoledì sera, quando Roof ha sparato a ripetizione uccidendo nove fedeli afroamericani riuniti in una chiesa metodista. Però l’incertezza su chi sia davvero l’autore di quei testi, lascia aperta la strada a uno scenario perfino peggiore,
la pista del complotto collettivo che angoscia la popolazione nera di Charleston. Se dietro Roof ci fossero altri che la
pensano come lui, la strage di mercoledì potrebbe essere
solo un inizio?
Intanto si scopre che Roof aveva un piano precedente:
sparare all’interno del campus universitario della città.
Era stato scoraggiato dai sistemi di sicurezza del college.
Lo scrive la stampa americana citando il racconto di giovani che frequentavano il ragazzo. Uno dei suoi amici, Christon Scriven, suo vicino di casa afroamericano, ha raccontato al Washington Post che di recente, una sera Roof aveva detto di voler sparare nel College di Charleston. «La mia
reazione all’epoca fu semplicemente: “Sei pazzo, cosa dici”». Scriven ha poi aggiunto, parlando con l’Nbc, che Roof
potrebbe aver cambiato proposito realizzando che l’accesso al campus era troppo complicato: «Mercoledì ha detto
semplicemente che stava per accadere tutto. Ha detto che
aveva sette giorni. Poi quando l’ha fatto ho pensato: accidenti, l’ha fatto davvero...». Per Joey Meek, altro amico di
Roof, voleva la segregazione razziale, temeva che i neri
stessero conquistando il mondo: «Diceva di aver un piano,
che lo stava elaborando da sei mesi», ha raccontato, «nessuno lo prendeva seriamente però, almeno fino all’altra sera».

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MILANO. Sono passati due mesi
e mezzo da quella mattina di
sangue e terrore al Palazzo di
giusitizia di Milano, quando
Claudio Giardiello scaricò un intero caricatore e tutta la rabbia
contro chi pensava fosse la «causa di tutte le ingiustizie subite».
Oggi la porta della cella 312 del
carcere di Monza si apre di fronte a un uomo che da quel 9 aprile appare ancora svuotato
dall’enorme tragedia che ha
messo in atto. Assente, confuso, con gli occhi che guardano
nel vuoto. Spenti. «Sono pieno
di pensieri», dice al consigliere
regionale della Lombardia che
ieri è andato a trovarlo. «Ho un
vuoto grande qui», e si batte
lentamente il petto.
Dopo due mesi di isolamento, da quattordici giorni il killer
del tribunale condivide una piccola cella al terzo piano del carcere con un altro detenuto.
Quattro mura color argento, un
lavandino, il water, un letto a
castello. Giardiello dorme su
quello più basso, dove tiene i pochi libri che si è fatto portare
dai familiari, ma che non ha
mai aperto. «I miei due figli e la
mia compagna vengono spesso
a trovarmi», dice. Ed è l’unico
momento in cui il viso sembra
distendersi e la sua mente riconnettersi con il mondo. «Chiedo sempre perdono - continua sempre, ogni volta che li vedo».
E alle famiglie delle vittime?,
chiede chi lo ha incontrato. «Anche a loro» risponde. E muove
la testa dall’altro verso il basso,
in senso affermativo.
Dal giorno della strage, Giardiello non ha mai spiegato come sia riuscito a entrare in Tribunale armato, come abbia beffato i controlli all’ingresso e sia
arrivato indisturbato nell’aula
dove si sarebbe celebrata
l’udienza del processo in cui è
imputato per la bancarotta della sua società, l’Immobiliare
Magenta. Interrogato dalla procura, prima di Milano e poi di
Brescia, dove è stata trasferita
l’indagine, non ha mai aiutato
pm e carabinieri del Nucleo in-



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vestigativo di Milano a ricostruire la dinamica di quella
mattina.
Comparso nei fotogrammi
delle telecamere dell’ingresso
posteriore di via San Barnaba,
presidiato dal metal-detector,
Giardiello entra in tribunale
già alle 8.40. Chi dovrebbe fermarlo non si accorge di quell’uomo in caduta libera, precipitato

da un passato di milioni facili
nella “Milano da bere” a un presente in cui elemosina - fino a
pochi giorni prima della strage
- un lavoro e una casa popolare
al comune di Garbagnate Milanese.
Il 9 aprile, dopo aver vagato
tra i corridoi, raggiuge l’udienza. In aula litiga col suo avvocato, il legale annuncia davanti a

tutti la rinuncia al mandato,
ma la Corte lo invita a continuare nella difesa. È in questi secondi che qualcosa scatta nella
mente del killer e scatena la
sua furia omicida.Giardiello
estrae la sua Beretta semiautomatica e fa fuoco contro il suo
ex legale, il giovane avvocato
Lorenzo Claris Appiani, 37 anni, chiamato a testimoniare pro-

prio su insistenza dell’imputato, come nella pianificazione di
una trappola. Appiani viene colpito a morte quando è ancora in
piedi davanti al banco dei testimoni. Poi la sete di vendetta si
sposta contro gli altri ex soci
coimputati. Giardiello spara prima contro il nipote, Davide Limoncelli, 40 anni, che rimane
ferito; poi ancora contro Giorgio Erba, 60 anni, centrato al
petto e ucciso. Ma nella paranoica lista di morte, c’è anche il giudice fallimentare Ferdinando
Ciampi: Giardiello, in un palazzo già sprofondato nel panico,
scende di un piano e lo fredda
con due colpi nel suo ufficio.
Mentre scappa, incontra per caso il commericalista Stefano
Verna, e lo gambizza sulle scale. Infine, ricercato in tutta la
provincia, Giardiello va in scooter a caccia di un altro ex socio,
salvo solo perché i carabinieri
lo bloccano prima.
Di questo killer, spietato pianificatore di morte, oggi non
c’è più traccia. Vestito con un
paio di jeans, camicia a righe e
scarpe da ginnastica, con barba e capelli in ordine, Giardiello
appare come un uomo disconnesso dal mondo, immerso solo
nei suoi pensieri. Non esce per
le ore d’aria, non guarda la tv,
non legge, parla poco con gli assistenti sociali di questo carcere organizzato ed efficiente,
non ha preso libri in biblioteca
e non legge quelli che gli hanno
portato i figli. «Non faccio niente, non me la sento di uscire, di
parlare con qualcuno» dice agli
agenti che hanno una stanza
proprio di fronte alla cella. Disinteressato all’inchiesta che
potrebbe costargli l’ergastolo e
al processo sulla bancarotta,
teatro della strage. E per il quale la Cassazione, il mese prossimo, deciderà sulla richiesta di
trasferimento a Brescia.
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BARI. C’era da approvare la leg-

ge per le popolazioni terremotate. «E chi sta più terremotato di
noi?». È in questa battuta che
un ex dirigente della Casa divina provvidenza fa al sostituto
procuratore, Silvia Curione, il
motivo per cui oggi la procura
di Trani chiede al Senato l’arresto del senatore Antonio Azzollini. Lo ha fatto con una richiesta, lunga appena 20 pagine,
depositata il 4 maggio scorso e
che in queste ore arriverà anche al Senato nella quale vengono ricostruiti i «gravi indizi» a
carico del senatore di Ncd.

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La Procura è certa che la legge sugli sgravi fiscali per le popolazioni terremotate sia stata
fatta approvare da Azzollini appositamente per favorire la Casa divina provvidenza. Non a caso, come dirà l’Agenzia delle en-

trate, l’unica ad usufruirne è
stata proprio Cdp. Cosa è successo lo spiega bene, in un lungo verbale, Antonio Soldani, ex
dirigente della Divina provvidenza: «Avevamo bisogno di
riorganizzarci — dice — L’unica possibilità che esisteva era
quella di sfruttare un’occasione che si era verificata. Ci fu il
terremoto... non mi ricordo quale terremoto, di quale anno,
che colpì anche Foggia. Per cui,
ogni qualvolta ci sono dei terremoti, c’è la norma che sospende il pagamento dei contributi
(...) Siccome noi siamo terremotati per natura... Anziché limitare questo discorso a Foggia che
poi in realtà manco aveva avuto tutti questi danni, (...) lo facciamo anche a tutta la Casa Di-

vina Provvidenza. Per cui, insomma, sostanzialmente, finanziati con venti milioni in
questo modo, senza interessi,
senza sanzioni e fu fatto questo
discorso». Chi erano gli interlocutori della Csp, chiedono i
pm? «Azzollini nella fattispecie».
Un’ulteriore prova in questo
senso verrebbe anche dalle intercettazioni telefoniche che la
Procura ha depositato al tribunale del Riesame. In una per
esempio Angelo Belsito, uno degli uomini di Azzollini secondo
la Procura all’interno di Cdp, dopo aver ricevuto pressioni da
suor Marcella perché si ritardavano alcune nomine, chiama
Azzollini.
Belsito: «Sono pronti i nominati-

*- #-*5;

vi? Che occorrono con urgenza!».
Azzolini: «Va bene. Ci sentiamo questo pomeriggio».
Agli atti c’è poi anche una telefonata diretta tra Azzollini e
Giuseppe Profiti, il presidente
del Bambino Gesù, commissario nominata dal Vaticano del
Cdp. Prendono un appuntamento e dopo Profiti spiega al suo
collaboratore, Domenico Pantaleo (che non è indagato) come
è andata:
Profiti: «Mi ha detto Uhé!
Dotto’! Dotto’! Commissario, là
ci deve stare uno dei nostri! Ci
deve stare. Noi siamo gente seria! Oggi pomeriggio lo vedo e
ci vado giù duro! Ci vado... Se mi
chiedono un giorno, ma perché
Bisceglie? Chi te lo fa fare? Il

dialetto. Cioè io impazzisco
ogni qualvolta li sento».
Profiti è un punto centrale di
questa vicenda, perché porta
nel Vaticano la questione Cdp,
informando gli alti vertici, com-

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OPNJOF EFJ DPOTVMFOUJ
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preso i cardinali Versaldi e Bertone di quello che sta accadendo. «Allo scopo di portare a compimento ambiziosi e sotterranei fini affaristici di riconquista
dell’Ente commissariato — dice la Procura — si attiva ai mas-

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C’è pure un maestro elementare di
Lecce tra i 17 arrestati nell’operazione “Aygor” della Polizia postale contro la pedo-pornografia. «Te l’avevo detto di togliere Internet», si è lamentato il maestro con la moglie, quando sono arrivati i poliziotti in casa per la perquisizione. Aggiungendo di
avere quel tipo di foto e video per un improbabile «scopo didattico». In arresto anche
un commesso della Regione Campania, sorpreso in flagranza mentre utilizzava e-mule, e un muratore in provincia di Taranto,
già denunciato per un furto d’auto: sul suo
computer sono state ritrovate oltre 3mila
foto scaricate tra il 2012 e il 2013, e filmati
dal contenuto definito “agghiacciante” dagli agenti.
L’indagine, di portata internazionale, è
iniziata nel 2013 dalla collaborazione tra la
Polizia Tedesca — Bka e il compartimento
di polizia postale e delle comunicazioni di
Roma, coordinati dal pool “reati sessuali”
della Procura di Roma. Sono state denunciate 92 persone su tutto il territorio nazionale, per i reati di pornografia minorile e detenzione di materiale pedopornografico.
Decine di migliaia i file divulgati da utenti
italiani e stranieri, su circuiti telematici di
file sharing, anche attraverso il deep web,
la rete nascosta. Sequestrati computer,
smartphone, tablet, hard disk protetti da
sofisticati sistemi di crittografia. La maggior parte dei video e delle immagini riguardano bambini piccolissimi abusati,
umiliati e talvolta seviziati. I responsabili
sono tutti uomini tra i 25 e i 75 anni.

GENOVA. Due clochard sono stati picchiati a

ROMA.

no rimaste ferite (di cui una decina in gravi
condizioni) dopo essere state investite ieri a
Graz da un Suv guidato a folle velocità da
uno squilibrato nel centro del capoluogo della Stiria. Fra i tre morti ci sono un bambino di
7 anni e una donna. L’uomo alla guida
dell’auto è stato arrestato. Nella sua corsa folle, marciava a una velocità di 100-150 chilometri orari. La polizia ha escluso un movente
terroristico e ha parlato di problemi psichici
dell’uomo.
Anche il sindaco di Graz, Siegfried Nagl,
ha seguito coi suoi occhi la corsa folle del Suv
ed è scampato per un pelo alla tragedia.
«Quell’assassino — racconta — ha prima buttato a terra una coppia, uccidendo sul colpo
l’uomo. Ho pensato che si sarebbe fermato
ma invece ha preso di mira me e un altro passante. Siamo riusciti a metterci in salvo, ma
non avevo mai vissuto una cosa del genere».

colpi di catene e bastoni mentre dormivano sulla pensilina della stazione ferroviaria
di Genova Quinto, nel Levante genovese.
«Barboni, andate via, non dovete stare
qua». Gli aggressori, almeno in tre, con i
cappucci delle felpe tirati giù a coprire almeno parzialmente il volto, hanno sorpreso i due uomini nel sonno, li hanno insultati
e hanno gettato contro di loro un bicchiere
di vetro, che è andato in pezzi.
I due senza fissa dimora, entrambi genovesi, rispettivamente di 38 e 43 anni, conosciuti in zona perché solitamente bivaccano nei pressi della stazione, sono stati trasportati all’ospedale San Martino di Genova, hanno lividi e ferite varie, per venti e
ventun giorni di prognosi, uno di loro è stato medicato e subito dimesso, l’altro è stato
trattenuto per accertamenti, perché è stato colpito alla testa.
Sul fatto, che è accaduto nella notte fra
martedì e mercoledì, indaga ora la squadra
mobile di Genova. Dai primi accertamenti
si tende ad escludere una spedizione punitiva organizzata, perché le ferite sono state
abbastanza lievi. La presenza del bicchiere
rotto spinge ad ipotizzare una bravata di
un gruppo di persone, probabilmente giovani, al termine di una serata trascorsa a
bere in qualche locale nelle vicinanze, ma
non è esclusa neanche la pista xenofoba.
A Genova l’anno scorso altri quattro clochard erano stati massacrati di botte, ma
in quell’occasione si era trattato di una vendetta.

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VIENNA. Tre persone sono morte e altre 34 so-

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simi livelli di potere politico per
orientare la scelta ministeriale
dei commissari e conseguentemente porre le basi per la realizzazione del programma di riacquisizione dell’Ente ormai “affrancato” dall’immenso disavanzo accumulato in decenni di
mala gestione».
E ancora: «Nell’attuazione
del programma il Profiti mette
in moto un meccanismo analogo a quello architettato per la
riacquisizione dell’Idi (Istituto
Dermatologico dell’Immacolata), muovendosi sul doppio binario, politico-ecclesiastico, anche attraverso l’interlocuzione
con i suoi altissimi referenti in
Vaticano ed in particolare i cardinali Versaldi e Bertone».
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Le cinque estinzioni di massa accertate
Milioni di anni 500

400

300

200

100

oggi

396

III ESTINZIONE

I ESTINZIONE

V ESTINZIONE

La sesta
estinzione
di massa

II ESTINZIONE

Numero di famiglie

IV ESTINZIONE

Numero
di specie estinte
negli ultimi
5 secoli

800

66

400

milioni di anni fa
200
100

440
milioni di anni fa

360
milioni di anni fa

250
milioni di anni fa

200
milioni di anni fa

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-

due secoli fa come “antropocene”: una nuova era geologica caratterizzata dall’impronta ormai
diventata
indelebile
dell’uomo.
I primi a scomparire, secondo i ricercatori americani e mes-

XVI secolo

XVII

XVIII

XX

Oggi
sicani, saranno sistemi complessi come quello dell’impollinazione delle piante da fiori (a
causa del declino di api, vespe e
simili) e della purificazione del
ciclo dell’acqua. Potrebbero bastare anche solo tre generazio-

ni umane per distruggere questi meccanismi della natura. A
quel punto si innescherebbe un
effetto domino su migliaia di altre specie. Già oggi secondo
l’Unione mondiale per la conservazione della Natura (Iucn)
il 41% delle specie di anfibi e il
26% di quelle di mammiferi sono minacciate di estinzione.
«Alcuni di questi animali sono
letteralmente dei morti viventi» sottolinea Paul Ehrlich, il biologo di Stanford che da cinquant’anni scrive e opera a favore della conservazione ambientale e contro la proliferazione nucleare. «Stiamo segando
il ramo su cui siamo seduti».
Nella “lista rossa” dell’Iucn ci
sono oggi specie di camaleonti,
rinoceronti, anatre, scimmie e
farfalle. Sulla rivista $VSSFOU
#JPMPHZ lo scorso 16 marzo è stato pubblicato l’elenco delle 15
specie più vicine all’orlo del precipizio. Vi compaiono diversi tipi di rane, salamandre, roditori
e uccelli marini. «Se permettiamo che questa estinzione di
massa continui - scrivono i ricer-

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le. Tra il 1.500 e il 1.600 si sono
perse 54 specie di vertebrati
(gli animali più facili da studiare perché lasciano tracce fossili
o registrazioni storiche). Tra il
1.600 e il 1.700 le specie sono
state 22, salite a 60 nel secolo
successivo. La rivoluzione industriale ha iniziato a farsi sentire
nel XIX secolo, quando si sono
perse 144 specie, salite a 396
nei cento anni appena trascorsi. A ritmi “non umani” (cioè al
netto del nostro intervento)
per far estinguere così tanti animali ci sarebbero voluti 10mila
anni.
La colpa, secondo lo studio,
sta in riscaldamento climatico,
deforestazione, distruzione degli habitat, cementificazione,
introduzione di specie aliene,
acidificazione degli oceani e inquinamento. Ma anche in una
crescita eccessiva della popolazione, in un «sistema economico che promuove il consumo, sopratutto fra le classi più ricche»

catori nel loro studio - la vita sulla Terra potrebbe impiegare diversi milioni di anni a rimettersi in piedi». Finora, nei 4,5 miliardi di storia del pianeta, le
estinzioni di massa sono sempre state seguite da un rifiorire
della vita.
Piante e animali che oggi popolano la Terra discendono da
quel 4% di specie che sono sopravvissute a selezione naturale, meteoriti, eruzioni e glaciazioni (il 96% degli esseri viventi si sono infatti estinti durante
i quasi 4 miliardi di anni di vita
sulla Terra). Alla fine del permiano - circa 250 milioni di anni fa - addirittura il 95% delle
specie, fra quelle che lasciano
tracce fossili, sono scomparse.
E tra le cause ipotizzate - insieme a eruzioni o asteroidi - c’è anche l’aumento dell’anidride carbonica nei mari e nell’atmosfera, con la crescita record della
temperatura.

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XIX

ª3*130%6;*0/& 3*4&37"5"

Le specie stanno
scomparendo
a un ritmo

114 volte più rapido
rispetto all’epoca
in cui l’uomo
non esisteva

allora le estinzioni erano:

2

marco.giannini@repubblica.it

sul pianeta ha lo
stesso effetto di un meteorite. Alla nostra specie infatti viene attribuito l’inizio della sesta estinzione di
massa che – dopo quella che 66
milioni di anni fa eliminò i dinosauri – sta cancellando specie
viventi a un ritmo 114 volte più
rapido del normale.
Come un boomerang, il maltrattamento che infliggiamo alla natura questa volta rischia di
ritorcersi contro di noi. «Non
c’è dubbio, siamo ormai entrati
nella sesta estinzione di massa
e gli uomini con tutta probabilità faranno parte delle specie
che spariranno» scrivono i ricercatori delle università americane di Stanford, Berkeley, Princeton e di quella del Messico.
Il loro studio, uscito venerdì
sulla rivista 4DJFODF "EWBODFT,
ha calcolato il ritmo normale di
estinzioni sulla Terra e lo ha
confrontato con quello innescato dall’attività dell’uomo a partire dalla rivoluzione industriaUOMO

e che «alimenta uno sfruttamento eccessivo delle risorse
naturali a fini di profitto». Di tale portata sono ormai gli interventi della nostra specie sulla
natura da aver spinto gli studiosi a battezzare l’epoca iniziata

60

54

ogni 10mila specie

ogni 100 anni
DAL 1900 SI SONO ESTINTE PIÙ DI

400
specie di
vertebrati

SONO MINACCIATE DI ESTINZIONE

41%
delle specie
di anfibi

26%
delle specie
di
mammiferi

Le cause
riscaldamento
climatico

Deforestazione

Inquinamento

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Yoga

Alcuni tipi di Yoga

(dalla radice sanscrita Yuj, "aggiogare, unire")

è un sistema di conoscenze frutto della cultura indiana

Le tecniche
dello Yoga

Le posizioni

si fondano
sulla isiologia
indiana:
il corpo umano
è attraversato
da canali
nei quali scorre l’energia

sono concepite
per aumentare
la flessibilità
del corpo e il tono
muscolare

Bhakti Yoga
(Yoga della
devozione)

Karma Yoga
(Yoga
dell'azione)

Le nadi
sono oltre 40.000
i tre canali

Ashtanga Yoga Dhyana Yoga
(Yoga regale,
(Yoga della
mentale)
meditazione)

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sono i cultori
dello yoga

Stati Uniti
20,4 milioni

di persone
praticano yoga

Italia
oltre 1,5 milioni
gli appassionati
di yoga

NEW YORK — E’ il trionfo dello
yoga o è la fine dello yoga? Oggi
viene celebrato nel mondo intero su decisione delle Nazioni
Unite.
Quest’antica disciplina indiana, che ha fatto proseliti in massa nel resto del mondo, riceve
una consacrazione ufficiale e solenne. La giornata viene festeggiata con raduni all’aperto, uno
dei quali avverrà di fronte al Palazzo di Vetro qui a New York.
Coincide con il solstizio d’estate, felice sovrapposizione: chi
pratica lo yoga cerca anche un

Kundalini Yoga

Posizione del Loto

Posizione dell'Albero

detta anche Padmasana.
E' la più adatta alla meditazione.
Schiena dritta, seduti per terra.
Gambe ripiegate:
la sinistra appoggia
il piede sulla coscia destra
con la pianta rivolta verso l'alto,
la destra poggia
il piede sulla coscia sinistra
 

detta anche Vikrasana.
Richiede concentrazione,
equilibrio e forza.
In piedi si porta il piede
destro e si appoggia
la pianta all'interno
della coscia sinistra
e si uniscono
le mani sopra la testa
 

Posizione dell'Aratro

Posizione della Lepre

detta anche Halasana.
Contribuisce ad alleviare
il mal di schiena e favorisce
il sonno. Seduti per terra,
le gambe vengono distese
all'indietro ino a toccare
a terra. Successivamente
si raccolgono le braccia
intorno alla testa

detta anche 
Sasamgasana.
Seduti sui talloni,
si solleva il bacino e si porta
al suolo, fra le mani,
la sommità del capo.
Si portano le braccia distese
indietro e si mantiene
la posizione

Posizione dell'Aquila

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India
100 milioni

Kriya Yoga

Cinque posizioni dell'Hatha Yoga

più importanti sono ida,
pingala e sushuma
che scorrono intorno
alla colonna vertebrale

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Mantra Yoga
(Yoga delle
formule
o mantra)

detta anche Garudasana.
La gamba destra si attorciglia intorno alla sinistra su cui
si mantiene l'equilibrio. Il braccio destro si attorciglia
intorno al braccio sinistro.
Raggiunta la posizione le mani devono essere unite
palmo contro palmo
 

diano scatenato dal viaggio dei
Beatles nel 1968. Ma il vero
boom è ancora più recente e si
collega con la moda del salutismo di massa. Lo stesso documento delle Nazioni Unite fa ri-

ferimento alle raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, per promuovere
quelle attività fisiche che possono contrastare le malattie cardiovascolari, il diabete, forse

perfino il cancro. 177 Stati
membri hanno aderito all’iniziativa, convinti che «lo stile di
vita, individuale e collettivo, è
un fattore determinante della
salute».

Lo yoga si è innestato su questa nuova consapevolezza,
adattandosi bene anche alla nostra demografia: è un’attività
soft, che non conosce limiti di
età, praticabile senza contro-indicazioni anche da parte degli
anziani. Nella versione laica
non presuppone alcuna adesione a religioni orientali. Diventando una moda di massa ha
avuto, com’era inevitabile, anche i suoi eccessi e le sue deformazioni: soprattutto qui negli
Stati Uniti ci sono degli yogi-star o guru-celebrity, i cui corsi sono degli status symbol per
ricchi. Su un business complessivo da 10 miliardi di dollari di

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equilibrio olistico, una sintonia
con la natura. Ma i puristi di
questa disciplina guardano con
apprensione all’uso politico che
ne sta facendo il premier indiano. La proclamazione Onu è anche un suo successo. Dietro c’è
l’ideologia nazionalista, con elementi d’integralismo indù: la
tradizione al servizio di un partito politico (Bjp) che nel passato
fu complice di violenze contro
altre minoranze etniche o religiose.
«Lo yoga è un’antica disciplina fisica, mentale e spirituale,
la parola viene dal sanscrito e significa unire, fondere, simbolizza l’unione tra il corpo e la coscienza. Oggi lo yoga viene praticato in varie forme in tutto il
mondo e la sua popolarità continua a crescere». Così recita il documento dell’Onu che lancia
questo primo Yoga Day.
Si stima che in America siamo almeno 20 milioni a praticarlo, in proporzione alla popolazione è una percentuale non
molto lontana da quella indiana (100 milioni su 1,25 miliardi). Proprio l’America fu la prima testa di ponte per lo sbarco
dello yoga all’estero: risalgono
alla fine dell’Ottocento i primi
episodi di yoga-manìa tra le élite newyorchesi e californiane.
Poi vennero gli hippy di San
Francisco, e l’incantesimo in-

fatturato annuo, è nata una
marca di abbigliamento yoga,
Lululemon, che cavalca l’infatuazione delle ricche americane per questa disciplina (curiosamente più femminile qui, più
maschile in India). Si sono scatenate le controreazioni, come
il movimento Yoga to the People che cerca di tornare alle origini, e denuncia la mercificazione.
L’ultima tappa nelle vicissitudini dello yoga è quella maturata a New Delhi. Da quando, poco più di un anno fa, Narendra
Modi ha vinto le elezioni e ha
spodestato il partito del Congresso della dinastia Gandhi. E’
da quel momento che ha inizio
una rivalutazione di tutta la tradizione indiana in chiave nazionalista. Modi in persona, oggi
presiede ad un mega-raduno yoga dove sono attesi 35.000 partecipanti, a New Delhi. L’inizio
è fissato alle 7 del mattino, come si conviene per “il saluto al
sole” (una serie di movimenti
yoga). Scuole e uffici pubblici
sono stati precettati per una
partecipazione di massa della
popolazione. Non era proprio
così democratico lo yoga, alle
origini: praticato soprattutto
dai bramini al vertice della piramide sociale, per secoli fu vietato alle caste inferiori.

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la Repubblica DOMENICA 21 GIUGNO 2015

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Sullepasserelle
diMilano
icompletiinseta
stampatadei
duestilisti.
Donatella
Versace
celebra
ilmaschio
avventurieroe
Hogangiocasu
teschiecuoriper
icapidestinati
aigiovani

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LA GIACCA

Un capo iconico e senza
tempo in tessuto tecnico
di Piero Guidi

ANNI ’80

TRASGRESSIVO

Pantaloni con teschi
stampati nella
collezione di Hogan

Abiti in seta e camicie
simili a tuniche
per Donatella Versace

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IL DENIM

Il denim blu di Jacob Cohen
si porta sempre con
l’orlo risvoltato

LA SCARPA/1

Pupi e pagode
Dolce & Gabbana
sedotti dalla Cina

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Divo o sportivo
le due facce
di Ralph Lauren
Dalla
eleganza
hollywoodiana al
classico stile
sportivo,
declinato
con i codici
di Ralph
Lauren. Ieri,
nel quartier
generale di
Milano, che
ricrea gli
ambienti
amati dallo
stilista
americano, è stata presentata
la collezione “Purple Label”,
suddivisa in due categorie. Da
una parte quella sartoriale,
made in Italy, con smoking
color cioccolato e completi in
seta e lino, compresi quelli
gessati o jacquard, da
indossare la sera con la
cravatta nera. I revers sono a
lancia o sciallati. Per
il tempo libero ci sono invece
delle tute da ginnastica in
cachemire e le giacche in
coccodrillo, color indigo,
proposte con pantaloni cargo
super slim, dai colori accesi.

-"63" "4/"()*
MILANO. L’esotismo cinese in sal-

sa siciliana. Lo propongono i Dolce & Gabbana che essendo grandi amanti dell’isola e delle sue
bellezze non smettono mai di
esplorarla e valorizzarla. Questa
volta sono rimasti affascinati dalla “casina cinese” dentro al Parco della Favorita di Palermo con i
suoi pannelli in stoffa, le tappezzerie e le rappresentazioni esotiche con draghi, pavoni, uccelli e
pagode. E, così, mixando queste
meraviglie con pupi siciliani, limoni, aranci, cactus e nappe, so-

$03/&-*"/*

no nate le nuove stampe per la
prossima estate, che trionfano
sui completi pigiama in seta, le
t-shirt da indossare con bermuda o i jeans con l’immagine della
Madonna racchiusa in cornici di
passamaneria oro. Nei completi
colorati, che accarezzano il corpo, non mancano i disegni naïf
dei carretti siciliani guidati però
da dignitari cinesi. «La Cina è vicina alla Sicilia» dicono sorridendo i due stilisti che offrono sempre sfilate spettacolari, rapide,
veloci e di grande effetto. In sette minuti di show hanno mandato in passerella 102 modelli, in

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ORIGINALE

I motivi
orientali e
quelli della
tradizione
siciliana
si fondono
per Dolce &
Gabbana

gran parte italiani e qualche asiatico con i completi dalla classica
allacciatura laterale. Hanno sfilato a ritmo di marcia, con la musica delle bande dei carabinieri.
E con la stessa velocità la moda milanese passa dalla Cina palermitana dei Dolce & Gabbana
ai deserti amati dal maschio avventuriero di Donatella Versace
che dedica la collezione «agli uomini che hanno il coraggio di essere pionieri ogni giorno della loro vita». La passerella è ricoperta di sabbia, 300 foulard sospesi
nell’aria creano un effetto tenda
nel deserto. La sfilata si apre con

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CHIC

MINIMAL

SPORTIVO

Giacca di gusto sartoriale
e bermuda per Corneliani

Abiti-uniforme e giacche
camicia per Marni

Les Hommes punta su
neoprene e pantaloni scuba

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Il mocassino di Church’s
con frangia e nappine
modello “Oreham”

la musica del film Lawrence
d’Arabia, una colonna sonora
perfetta per quegli abiti in seta
portati con lunghe camicie, simili a tuniche, e turbanti con stampe tie&die le stesse di giacche e
pantaloni che si abbinano a maglie che coprono i fianchi o con tagli alla Fontana. In passerella il
giovane modello Lucky Blue Smith, assediato in strada dalle sue
fan. Che vanno in visibilio quando sentono che in sfilata lui viene accolto dal suono di centinaia
di fischietti, distribuiti a tutto
pubblico. La moda milanese è come sempre molto sfaccettata e
ricca di proposte. Quella destinata ai giovani che fanno parte del
mondo di Hogan, gioca su teschi
e cuori, con una ispirazione disco
anni ‘80. Lo stilista Simon Holloway usa le stampe disegnate
dall’artista Julie Verhoeven per
farne felpe, completi e pantaloni
che “duettano” con altre stampe
ispirate a Warhol o con motivi camouflage, indossati con sneaker
ologrammate. Corneliani pensa
alle nuove generazioni, che amano la giacca di gusto sartoriale
portata però con il bermuda chic
o la t-shirt in pelle e impermeabili lunghi fino ai piedi. Marni offre
abiti-uniforme con giacche camicia zippate, maglie spesse come
i calzini abbinati ai sandali. Neoprene a go-go per i surfisti di Les
Hommes che esaltano il loro corpo con pantaloni scuba super fascianti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

LA SCARPA/2

Eleganti e informali
le scarpe ricamate
di Sergio Rossi

IL PANTALONE

Jeans con ricami per
la collezione di Care Label
con Italia Independent

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LE CALZE

Sono lavorate a coste,
in fresco di lino francese
le calze délavé di Bresciani

ESSENZIALE

Capi in nylon o in lattice
per Jil Sander

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ROCK

Pantaloni in pelle
per Costume National

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SEXY

FUSION

Ermenegildo Zegna gioca
sulle trasparenze dei tagli
sartoriali e i colori decisi

Emporio Armani punta
sulle contaminazioni
tra oriente e occidente

LA GIACCA/1

&MPHJP
EFMMB
TFOTVBMJUË

L’eleganza di Zegna e Emporio Armani
MILANO. È una moda colta, raffi-

ROMANTICO

Abiti dal taglio raffinato
per Andrea Pompilio

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GLOBAL

Stampe con i motivi grafici
della kefiah per Neil Barrett

nata pensata per uomini che
amano svelare il loro lato romantico e sensuale, senza inibizioni
e preconcetti. Stefano Pilati è lo
stilista di Ermenegildo Zegna
che, di stagione in stagione, riesce a dare una nuova impronta
all’abito sartoriale. Questa volta
ha giocato sulle trasparenze, utilizzando tessuti che di solito fanno parte del guardaroba femminile. Ma dietro questa infinita
leggerezza dell’abito Zegna ci sono sapienti costruzioni sartoriali, colori decisi come il bianco e il
nero, tessuti Madras accoppiati
con il voile di cotone e giacche
sottili proposte con pantaloni
ampi. «Il mio è un uomo dall’allure sexy, certamente romantico,
sicuro di sé — spiega Stefano Pilati — e la mia collezione anche
se usa tessuti femminili non è
genderless». Quello di Pilati è un
uomo che si prende la libertà di
indossare spolverini leggeri come vestaglie, di portare maglie
con scollo a “v” sotto le giacche e
osare scarpe con frange e disegni che ricordano i graffiti anche
con completi molto importanti.
Su tutto questo trionfa l’eleganza che fa da filo conduttore anche della collezione di Emporio
Armani. Per rinnovare il guardaroba dei suoi giovani fan, Armani ha lavorato su un mix, ben calibrato, di contaminazioni tra occidente e oriente, ma senza mai
usare elementi etnici troppo
espliciti. Ecco allora la camicia
con il collo alla coreana indossa-

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ta sotto la giacca o i disegni paisley stampati su maglie e completi. I colori sono armaniani puri, come il blu, il grigio, il fango, il
beige sabbia e il suo amato “grige”. In passerella sfilano anche
giovani con gli occhi a mandorla,
filiformi e così chic con i nuovi
pantaloni della collezione Empo-

rio che vanno in controtendenza
rispetto a quelli stretti a sigaretta che imperversano nelle strade. Quelli nuovi hanno pinces in
vita e arrivano al malleolo lasciando scoperta la caviglia, meglio se abbronzata perché più
sensuale. Armani non ama le
stravaganze maschili che ridico-

*-$"40

Omaggio all’estetica anni ’70
per la maglieria firmata Iceberg
Tutta la collezione Iceberg per la
prossima estate si ispira a “Zabriskie
point”, il film di culto di Michelangelo
Antonioni e all’estetica degli anni
Settanta. Lo stilista Federico Curradi
si concentra sulla maglieria, che da
sempre rappresenta il punto di forza
del marchio che fa capo alla famiglia
Gerani. Partendo dai colori delle
rocce delle montagne e da quelli delle
sabbie del deserto, Iceberg ha
realizzato polo e camicie in maglia
sottile, con righe, scozzesi o blocchi di
colore. A volte la lana viene
mescolata a sottili fili di nylon per
dare al tessuto un aspetto nuovo.
In collezione anche maglie che
sembrano di velluto a coste ma sono
frutto di speciali lavorazioni a
maglieria. I pantaloni sono corti alla
caviglia o con orli risvoltati, una
tendenza che ormai detta legge sulle
passerelle di Milano.

lizzano l’uomo, ma l’unica concessione che fa sono i mocassini
che si chiudono dietro con un cinturino da sandalo.
«È lo stile che deve vincere sul
trend» teorizza Ennio Capasa
che per il suo marchio Costume
National riesce a fondere insieme tutte le sue grandi passioni:
dal rock al biker, passando per il
vintage che si rifà agli indiani
d’America. I capi simbolo della
collezione sono i giubbini con le
frange, i pantaloni in pelle alla
Mick Jagger, gli stivaletti con le
borchie e spettacolari giubbini
in alluminio, fatti con tessuti usati anche nelle sale operatorie. Da
Jil Sander, Rodolfo Paglialunga
propone capi minimal in nylon
impalpabile, che sembra seta, o
in lattice, rispettando lo stile minimalista del marchio. Molti i
bermuda portati con i parka e le
scarpe dalla suola spessa.
I giovani stilisti amano mettersi in luce e mostrare il loro vero Dna. E Andrea Pompilio che
celebra i suoi primi cinque anni
di carriera, ha fatto sfilare abiti
«per bravi ragazzi dall’intensa vita notturna ma molto amati dalle nonne». Portano maglie e camicie di taglio raffinato ma con
scritte perentorie “Love me forever or never”. I bermuda sono un
must, insieme alle giacche da
motociclista. Molto global è la
moda di Neil Barrett che nel suo
guardaroba raffinato e rigoroso
usa stampe con i motivi grafici
della kefia.
(l.a.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Ha un taglio classico,
con bottoni in vero corno,
il nuovo modello Moorer

LA GIACCA/2

Il classico tessuto Madras
per la giacca Ernesto
sfoderata e light

LA BORSA

È firmata La Martina
la sacca da week-end
con ricami argentini

LA POLO

I filati preziosi e leggeri
di Cruciani per la maglia
con effetti speciali

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MILANO. Quasi completato il

blitz sui vertici della Cassa
Depositi resta da capire quali
saranno gli indirizzi strategici
futuri. In attesa che i nuovi
responsabili Claudio
Costamagna e Fabio Gallia
illuminino la via si possono fare
solo delle ipotesi, anche se il
cammino appare stretto. «Il
tema non può essere solo
riferito a chi dirige - ha detto
Susanna Camusso -. La cosa che
non si capisce è che cosa voglia
fare il governo della Cassa
depositi e prestiti». In qualche
modo gli ha risposto Giuseppe
Guzzetti: «Cdp non cambierà la
sua missione. La Cassa deve
continuare a finanziare gli enti
pubblici, deve intervenire a
sostegno dell’economia reale,
quella sana e non quella
decotta».
Di sicuro la prima
preoccupazione di Renzi e
Padoan sarà quella di
mantenere il bilancio della Cdp
fuori dal perimetro della
pubblica amministrazione, in
modo da non gravare sul
debito pubblico. La condizione
qualificante è che Cdp, anche
se fosse totalmente a capitale
pubblico, si comporti come una
“market unit”. Cioè non

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intermedi denaro pubblico ma
solo risparmio privato, come in
effetti è quello raccolto presso
gli sportelli postali. La
presenza nel suo capitale di
enti privati come le
Fondazioni, non è condizione
necessaria ma aggiuntiva volta
a rassicurare la Ue. Se poi alla
Cassa è richiesto di entrare in
società in perdita, come è stato
per l’Ilva, non può certo farlo
direttamente. Può però dare
un aiuto nella forma di un
prestito assistito da garanzia
dello stato, ma facendo in
modo che il rendimento del
prestito sia superiore, anche di
poco, al costo della garanzia. In
questo modo Cdp può
sostenere di operare come un
privato con il profitto in testa ai
suoi pensieri. Cdp poi non può
essere banca, come ha
rischiato di diventare se
passava il progetto di Banca
Sace, altrimenti dovrebbe
avere ben altri indici di
patrimonializzazione. Dunque
i paletti sono molti e non sarà
facile allargare l’ambito di
operatività della Cassa se non
trattando preventivamente
con Bruxelles. Ma Costamagna
e Gallia, si spera, avranno già la
soluzione in tasca.

Senza unità i sindacati
conteranno sempre meno. Lo
scrive Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, in una
lettera inviata ai colleghi di Cisl
e Uil, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Una lettera
per rilanciare il progetto unitario e per provare a far uscire
dall’angolo le organizzazioni
dei lavoratori. «Se non supereremo lo stallo e la burocratizzazione del lungo periodo che abbiamo alle spalle — scrive la Camusso — tutto congiurerà per
nuove divisioni e l’ininfluenza
nelle scelte».
Da anni ormai l’unità sindacale si è arenata per colpa delle
divisioni sul merito delle proposte, sul modello sindacale ma
anche, e spesso soprattutto,
per le differenti posizioni rispetto alla politica. Cgil, Cisl e Uil
marciano separate e — come
ammette ora anche la Camusso
— non colpiscono più. Quelle divisioni però — secondo il segretario della Cgil — appartengono al passato. La crisi ha messo
a dura prova il movimento sindacale (non solo in Italia) ma
ha fatto riscoprire anche le ragioni a favore dell’unità.
La mossa della Camusso,
dunque, punta a cambiare lo
scenario ed è maturata subito
dopo il successo dello sciopero
generale nella scuola del mese
scorso, nato unitariamente e in
grado, strada facendo, di conquistare nuovo consenso presso l’opinione pubblica. È questo
l’esempio che va seguito, secondo la Camusso. Ed è dalle cose
che uniscono che si deve far ripartire il confronto sull’unità:
pensioni, fisco, Mezzogiorno,
politica industriale, contratti e
gestione della crisi. Tutti temi
su cui le tre confederazioni o
hanno già espresso posizioni
convergenti o sono in grado di
avvicinarsi tra loro. D’altra parte l’accordo sulla rappresentanza firmato all’inizio dello scorso
anno con la Confindustria risolve molti dei problemi. Entro la
fine di questo mese l’Inps dovrebbe rendere note le deleghe
sindacali: si saprà quanti sono
davvero gli iscritti ai sindacati.
E sulla base degli iscritti e dei
voti ottenuti nelle elezioni delle
Rsu (le rappresentanze in
azienda) la rappresentatività
delle singole sigle non sarà più
presunta ma reale. Saranno
questi i dati che permetteranno l’accesso alla contrattazione
e poi all’approvazione dei contratti. Una svolta. Che solo la
Fiom di Maurizio Landini non
ha condiviso, creando un problema all’interno della Cgil.
Con quell’accordo le regole della competizione tra sindacati
sono ormai chiare. Ma è sulla capacità di sostenere le proprie

ROMA.

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proposte che Cgil, Cisl e Uil sono deboli. In questo ha inciso —
non c’è dubbio — la linea del governo Renzi non solo contrario
alla concertazione ma anche de-

terminato a ridurre gli spazi di
intermediazione dei soggetti
sociali nel rapporto tra la politica e i cittadini-elettori. Strategia incrinata per la prima volta

ROMA. Sei mesi, 94 miliardi di euro. È quanto la Banca centrale
europea ha erogato alle banche italiane da settembre 2014 a
marzo di quest’anno, grazie a tre operazioni straordinarie di
rifinanziamento, note con la sigla di Tltro (settembre,
dicembre e marzo). Ebbene, questo mare di denaro non si è
riversato come avrebbe dovuto nell’economia reale, visto lo
scopo del programma finanziario. Al contrario, i prestiti erogati
dagli istituti di credito italiani alle imprese, nel periodo
indicato, si sono addirittura contratti per 13,2 miliardi, mentre
sono cresciuti seppur di poco solo quelli diretti alle famiglie, di
3,4 miliardi, calcola la Cgia di Mestre. «In buona sostanza,
nonostante le iniezioni di liquidità messe sul mercato dalla Bce i
soldi arrivano con il contagocce, mentre il rubinetto del credito
alle imprese continua a rimanere chiuso», commenta Giuseppe
Bortolussi, segretario degli artigiani veneti. Entro la fine di
giugno dovrebbe andare in porto una quarta operazione Tltro,
per la quale le banche italiane hanno già prenotato altri 14,3
miliardi. Negli ultimi tre anni la contrazione di prestiti al
sistema economico è stata di 91 miliardi, calcola la Cgia (-9%).

proprio dallo scontro sulla “Buona scuola”. Sulla scia di questo
— è il ragionamento della Camusso — bisogna impedire che
la politica invada il campo del
sindacato. E approfittare del
fatto che l’Esecutivo ha scelto
di rinviare, in attesa proprio di
un accordo sindacale, la disciplina del salario minimo legale la
cui introduzione finirebbe per
minare dall’interno la stabilità
delle relazioni industriali con il
progressivo superamento del
contratto nazionale di categoria e la possibilità per le aziende
di uscire dalla Confindustria o
dalle altre associazioni di rappresentanza. Il rinvio del governo consente alle parti sociali di
riprendersi il campo di gioco.
Ma il tempo non è tantissimo:
più o meno i mesi estivi. «Serve
discontinuità nelle relazioni tra
noi», scrive Camusso a Furlan e
Barbagallo. L’obiettivo non è il
“sindacato unico”, lanciato da
Renzi, bensì il “sindacato unitario” nel quale possano convivere le diverse culture del sindacalismo italiano. Di certo l’iniziativa della Cgil sarà ben accolta
dalla Uil, più freddezza ci si
aspetta dalla Cisl.

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lupo ha appena chiuso le celebrazioni per il 241esimo anniversario della Guardia di Finanza, che
comanda dal 2012. Un bilancio
ricco di numeri e di operazioni
concluse con successo. «Ma non
bisogna abbassare la guardia —
avverte — perché la sicurezza
economica è fondamentale per
un paese: noi dobbiamo contrastare evasione fiscale, corruzione, contraffazione, tutti fenomeni che quotidianamente compromettono la crescita e l’occupazione italiana, e in sostanza sono una minaccia per la democrazia».
Generale, in queste settimane ancora una volta si parla
di corruzione, dopo Venezia e
Milano è la volta di Roma. La
corruzione è una incurabile
malattia italiana?
«Che ci sia corruzione in Italia
è un dato oggettivo, ma è un cancro che colpisce anche molti altri paesi. Non è un dato fisiologico, ma patologico, la grande
maggioranza dei dipendenti
pubblici è sana e fa il proprio dovere in silenzio, con dedizione e
con mezzi sempre più ristretti.
Certo i numeri parlano da soli:
nei primi 5 mesi del 2015 abbiamo concluso 2.238 indagini, delegate dalle procure di tutta Italia, e denunciati circa 1400 soggetti, 87 dei quali sono stati arrestati. Abbiamo costituito un Nucleo speciale anticorruzione, ed
abbiamo allo studio un progetto
per creare sezioni specializzate
all’interno dei nostri nuclei di polizia tributaria per il contrasto ai
reati contro la pubblica amministrazione».
Il cerchio non sempre si chiude, come dimostra il caso di
Mafia Capitale. Cosa state
scoprendo lì dentro?
«Le indagini sono state condotte in modo eccellente soprattutto dai Carabinieri, noi ci occupiamo del profilo patrimoniale e
finanziario. Proprio qualche
giorno fa abbiamo sequestrato
16 milioni di euro. C’è un’eccellente collaborazione tra Procura, Carabinieri e Guardia di Finanza».
Poi c’è l’evasione fiscale. Cresce quello che recuperate, il
che dimostra che sono tanti
quelli che cercano di non pagare le tasse.
«E noi siamo sempre più efficaci nella lotta. Sarò chiaro: i blitz tipo Cortina e Capri non servono, dobbiamo evitare tutto quello che può danneggiare il sistema economico. La strada è un’al-

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tra: sul fronte della repressione
aumentare i controlli, gli investimenti in tecnologia, la cooperazione nazionale e internazionale, calibrare meglio gli interventi. Sul fronte della collaborazione sostenere i contribuenti onesti, far capire che lo Stato è dalla
loro parte: a questo mira la delega fiscale».
Tra i controlli pensa che serva anche un monitoraggio
dei conti correnti bancari?

«Noi ci battiamo da sempre
per la tracciabilità dei flussi finanziari. Che questo accada attraverso la fatturazione elettronica o la limitazione dell’uso del
contante poco importa. Ma va
fatto perché chi vuole frodare lo
Stato è abile. I nostri investigatori conoscono molto bene i metodi usati per nascondere flussi
reddituali e finanziari nei paradisi fiscali e poi riportarli in Italia. E’ un impegno consistente e





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continuo: lo scorso anno il 43%
dei risultati ottenuti contro
l’evasione ha riguardato aspetti
internazionali, e i redditi evasi
tramite operazioni con l’estero
nei primi 5 mesi sono cresciuti
del 70% rispetto ad un anno fa.
Un altro aspetto pericoloso che
stiamo scoprendo è che le tecniche proprie dell’evasione, a partire dalla fatture per operazioni
inesistenti, sono oggi usate anche per commettere altri illeciti,

come il riciclaggio del denaro e il
pagamento di tangenti. Poi ci sono i paradisi fiscali, e quelli un
po’ per volta li stiamo neutralizzando, sia con accordi diretti,
sia attraverso la voluntary disclosure. Svizzera, Liechtenstein, Monaco. E anche il Vaticano».
Ora lo IOR ha cominciato a
collaborare, dopo anni di resistenza. Ma ci sono ancora dei
conti di cui non si conosce
l’identità. Si riuscirà a capire
a chi appartengono?
«Il Vaticano si è adeguato alle
normative antiriciclaggio, ha stipulato di recente un accordo con
lo Stato italiano, risponde alle rogatorie. I conti ancora coperti?
Non sappiamo né possiamo o
dobbiamo entrare nei loro sistemi. Resta la curiosità di scoprire
se i flussi finanziari hanno ricadute fiscali in Italia. Sa, un finanziere è curioso per natura…»
Cos’è che penalizza ancora il
nostro sistema economico?
«Una piaga gigantesca è la falsificazione dei prodotti. Le contraffazioni producono un danno
enorme al sistema economico, e
Internet è un mare da cui arriva
di tutto. Lo scorso anno abbiamo chiuso 262 siti che trattavano prodotti falsificati, e sequestrato 290 milioni di pezzi: borse, vestiti, scarpe, elettronica,
persino pezzi di ricambio di aerei. Il fenomeno è in aumento:
nei primi 5 mesi dell’anno abbiamo bloccato 57 milioni di articoli, il 24% in più dello scorso anno. Ora ci stiamo attrezzando
per frenare sia la criminalità nazionale, sia quella internazionale: abbiamo creato il Siac, il sistema informativo anti-contraffazione, e aperto un dialogo con
l’industria nazionale. Non è un
aspetto secondario della nostra
attività, perché spesso la contraffazione ha ricadute fiscali e
anche di corruttela».
Un fronte caldo riguarda i
grandi colossi internazionali
che sfuggono alla tassazione
dei profitti generati dalle loro attività italiane. E in tutto
il mondo cresce l’attenzione
nei confronti di Google ed Apple.
«In casi del genere i nostri Reparti hanno, in talune occasioni,
contestato la stabile organizzazione. Non possiamo lasciare alla discrezionalità delle aziende
del settore di individuare gli Stati ove pagare le imposte. In ogni
caso si tratta di verifiche molto
complesse ma un principio deve
essere chiaro: le tasse debbono
pagarle tutti».
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<SEGUE DALLA PRIMA PAGINA

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SENTIR loro è l’indistinzione dei sessi, che
sarebbe la conseguenza sia di una educazione che insegni a maschi e femmine a rispettarsi reciprocamente e a non chiudersi
(e non chiudere l’altra/o) in ruoli stereotipici e rigidi, sia del riconoscimento della omosessualità come
un modo in cui può esprimersi la sessualità, della legittimità dei rapporti di amore e solidarietà tra persone dello stesso sesso e della loro capacità genitoriale. Stravolgendo le riflessioni di sociologhe/i, filosofe/i, antropologhe/i, persino teologhe/i sul genere come costruzione storico-sociale che attribuisce
ai due sessi capacità, destini (e poteri) diversi e
spesso asimmetrici, attribuiscono ad una fantomatica “teoria del genere” e alla sua imposizione nelle
scuole - e la parola HFOEFS spiccava ieri sui cartelloni
innalzati in piazza - la negazione di ogni distinzione
tra i sessi e la volontà di indirizzare i bambini e i ragazzi verso l’omosessualità o la transessualità, quasi che l’orientamento sessuale sia esito di scelte intenzionali e possa essere orientato dall’educazione.
Timore, per altro, paradossale e contraddittorio in
chi pensa che solo l’eterosessualità sia lo stato di natura. Rifiutando di distinguere tra conformazione
sessuata dei corpi, ruoli sociali, orientamento sessuale, considerano chi propone questa distinzione
come un pericoloso sostenitore UPVU DPVSU dell’androginia indifferenziata. Timorosi della “normalità”, e dello stigma e del disgusto che l’accompagnano, sono a loro agio solo nella perfetta, e unidimensionale, sovrapposizione delle
tre dimensioni, che non dia
adito a dubbi, in cui ciascu1"3"%044* no “sta al proprio posto”, assegnato da una natura priva di varietà, storia, cultura, intenzioni.
Per questo ce l’hanno tanto con l’omosessualità e il riconoscimento delle coppie
omosessuali, perché non vi
vedono solo uomini e donne
che sono attratti da e amano persone del proprio sesso pur sentendosi rispettivamente maschi e femmine, ma uomini e donne che
sconfinano dal proprio sesso, che non ne riconoscono
le regole, sul piano della sessualità, ma anche della identità, incrinando perciò
l’ordine di un mondo in cui maschile e femminile sono nettamente separati e l’eterosessualità non è solo una forma di sessualità, ma una norma sociale
che assegna a ciascuno i propri compiti e posto in base al sesso di appartenenza.
In agitazione continua contro ogni proposta di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, a prescindere dalla affettività e solidarietà che le lega
non diversamente dalle coppie di sesso diverso (migliaia di emendamenti alla proposta di legge Cirinná), da qualche tempo hanno aperto un fronte anche nei confronti della scuola, dalla materna in su.
Se la prendono con le iniziative che mirano a contrastare sia il bullismo omofobico sia la stereotipia di
genere (due fenomeni distinti, anche se la seconda
può favorire il primo) e ad aiutare i bambini e ragazzi a comprendere la varietà delle forme famigliari in
cui di fatto vivono. Purtroppo, come a suo tempo per
l’educazione sessuale di cui hanno con successo impedito avvenisse a scuola, hanno trovato ascolto
presso il ministero dell’educazione e la ministra
Giannini, che dopo la manifestazione di ieri sarà ancora più attenta alle pressioni di chi non vuole che si
tocchino questi temi a scuola.
Resta da vedere che cosa ha da dire il presidente
Renzi, se si farà impaurire anche lui, che si propone
come un innovatore, rimandando ancora una volta
il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso e lasciando fuori dalla “buona scuola” quei temi che, se
affrontati serenamente e con consapevole legittimità, aiuterebbero ad evitare molte paure e molte violenze.

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docenti. Secondo la mia esperienza, se si vuole essere certi di offrire un servizio di qualità, in questo caso
l’insegnamento, la valutazione di chi lo offre è non solo doverosa ma indispensabile. Insegnare non è un
mestiere qualunque: la nostra “clientela” è al contempo delicata e importante, ha diritto al personale migliore
cioè insegnanti qualificati, autorevoli capaci di appassionare in modo contagioso. Al di là di ogni ipocrisia
sappiamo tutti di essere quotidianamente valutati: dagli alunni, dal dirigente, dai genitori, dai colleghi, nel mio
caso di insegnante di scuola media, anche dai colleghi degli istituti superiori, che accolgono in uscita i nostri
studenti. Come insegnante e come madre mi sento di affermare che tutti sappiamo esattamente quali sono gli
insegnanti che lavorano bene e quali no. Ma l’insegnante meritevole non è per questo premiato né invitato ad
allontanarsi il secondo. Credo che tutti noi lavoreremmo meglio sapendo che il nostro operato è valutato e che da
questa valutazione dipende il proseguimento del nostro lavoro.
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O RICEVUTO un numero quasi equivalente di let-

tere pro e di lettere contro la riforma della scuola sulla quale il governo Renzi sembra essersi al
momento impantanato. Per dare un’idea del
contrasto esistente, pubblico insieme alla lettera della
prof Marchisio quella di Maria Giuseppina Baldi che si firma “docente di scuola secondaria”. Scrive: «Il ddl “La Buona Scuola” è l’ultimo colpo inferto ad una già agonizzante
scuola italiana, ma che, almeno, si poteva chiamare ancora “pubblica”. Questa legge, se verrà applicata, porterà alla distruzione definitiva della scuola italiana pubblica di
cui parla la Costituzione. Darà inizio alla tratta degli insegnanti, alle lotte fratricide nelle scuole, allo svilimento
della relazione educativa con gli studenti, all’ingresso del
malaffare e della corruzione in un mondo, quello della “nostra” buona scuola, dove si è sempre lavorato per il bene
dei ragazzi nonostante e contro tutte le difficoltà prati-

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Anche quest’anno le tracce
d’esame chiedono agli studenti
ciò che il ministero non dà. Perché la Convenzione dell’Onu
sui diritti del fanciullo che si catapulta nella rivendicazione di
Malala o la Silicon Valley sono
tracce delle quali nella scuola
italiana non c’è traccia. In ambito scolastico poi il Mediterraneo è esclusivamente trattato
nella sua visione storica. L’attualità rimane un solco incolto
in cui il ministero non ha volontà di seminare. L’unica disciplina che spiegava e contribuiva
ad un’indelebile consapevolezza sul mondo vero era geografia economica; disciplina da
sempre assente nei licei e moribonda negli istituti tecnici commerciali tolta come materia di
indirizzo e scagliata dal triennio al biennio.

scadrà e non potrà rinnovarsi.
L’unica proposta dell’Ateneo è
di continuare il mio corso per
tremila euro lordi. Annui. Dovrò aspettare un concorso a ricercatore. Ma sono anni ormai
che non ne vedo nel mio settore
scientifico. Nell’attesa mi sono
detto che sarei potuto tornare a
scuola. Magari con una nomina
annuale. Peccato che il governo
voglia togliere la terza fascia in
cui mi trovo. Se così fosse, ringrazierei l’esecutivo per aver
fatto di me (e probabilmente di
altri nelle mie stesse condizioni) un nuovo disoccupato e non
per mio demerito .

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Quattro anni fa, mentre lavoravo come insegnante in un istituto superiore, ho partecipato a
un concorso pubblico per un assegno di ricerca, vincendo. In
questi anni ho anche tenuto dei
corsi nel mio ateneo a titolo gratuito, come prevede la legge: fa
esperienza e curriculum. Ho tenuto lezioni in Italia e all’estero, ho partecipato come relatore a seminari e convegni internazionali e incrementato notevolmente la mia produzione
scientifica. A breve il mio curriculum dovrebbe permettermi
di presentarmi all’abilitazione.
Peccato che sia tutto fermo. Il
prossimo anno il mio contratto

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ARO Augias, insegno dal 1988 e più volte mi sono confrontata con colleghi e amici sulla “valutazione” dei

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7

che ed economiche». Non sono in condizione di valutare
quali sarebbero le conseguenze pratiche del progetto ove
mai fosse applicato nell’attuale formulazione. Devo però
dire che i timori manifestati dalla prof Baldi mi paiono eccessivi. Non li avrei nemmeno riferiti se non comparissero con piccole varianti anche in altre lettere ugualmente
sgomente. Poiché, se ho capito bene, sulla scuola ci sarà
prossimamente un incontro ad alto livello — che speriamo costruttivo — sarà bene che chi vi parteciperà chieda
e ottenga il massimo possibile di chiarimenti soprattutto
su un tema portante che finora è stato in effetti eluso: quale idea generale di scuola si vuole costruire con questo
ddl? Quale sarà il ruolo della scuola pubblica nel sistema
generale dell’insegnamento? Le preoccupazioni su questi punti sono molto più importanti e concrete dei fantasmi agitati sulla “tratta degli insegnanti”.
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Ogni giorno ci imbattiamo in
piccoli gesti di disonestà quotidiana sui quali non riflettiamo
più. Io ho studiato a fondo le abitudini di un ambulante in un
mercato di Torino che ti vende
un kg di verdura e la metà del
peso è data dall’acqua usata
per bagnarla. Non è l’unico che
fa questo scherzetto ma il suo
mezzo litro è da record.

Ieri ho preso il regionale da Santa Maria Novella a Firenze delle
10.53. Dovevo scendere a Forte
dei Marmi. Bene, anzi male: si
sono bloccati i maniglioni rossi.
Come da copione horror, non
son potuta scendere finendo a
Massa dove un forzuto ragazzo
tirando forte e facendo leva con
la gamba è riuscito a farmi scendere. Lo abbiamo fatto presente al capotreno ma comunque
ho dovuto pagare 25 euro di taxi per tornare indietro. Sarò stata sfortunata? Chissà, ma il mio
autista mi ha raccontato che
quel che è accaduto a me succede regolarmente. Il nuovo slogan pubblicitario di Frecciarossa recita: “Così bello che non
vorresti scendere”. Peccato che
invece dal Regionale io volessi
scendere e alla stazione che avevo scelto.

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ENTISETTE circoli del Pd romano sono “dannosi”.

Un quarto del totale. Circoli chiusi, rami sterili il
cui scopo non è fare discussione politica e ascoltare
i cittadini, ma congelare piccoli poteri e coltivare
piccoli interessi. Lo dice il Pd stesso, per la voce autorevole
di Fabrizio Barca, al quale è stato affidato un paziente
check-up del partito. Lo dice e dunque dice di sé che è ammalato: e già saperlo è una mezza guarigione. Tutt’altro
che scontata l’altra mezza. Prevederebbe che la politica
credesse ancora nella propria natura di strada, nella possibilità di incarnarsi nelle persone e nelle città: come effettivamente è stato fino a non troppi anni fa, quando le sezioni
di partito erano parrocchie laiche, piene di gente e di parole. Ora pensiamo (tutti!) che la società sia come smaterializzata. Che tutto accada, nel bene e nel male, on line, e a
parte rari e molto solenni raduni di massa non serva dividere la stessa stanza, stringersi la mano e prendere fisicamente la parola, magari spegnere lo smartphone mentre
gli altri parlano (non lo fanno più nemmeno i deputati in
Parlamento, nemmeno i ministri nel talk-show). Puntare
sui circoli e sulla partecipazione fisica della gente parrebbe, dunque, del tutto anacronistico. Una scommessa passatista contro un mutamento implacabile. Forse lo pensa anche Renzi, che del Pd è il segretario; e lo pensano i suoi ministri, che hanno il tablet perennemente acceso sotto il naso. Se lo pensano, però, lo dicano. Ringrazino Barca del prezioso lavoro. E dicano che, in buona sostanza, è stato solo
un lavoro di archivista, per censire quello che rimane di un
partito che, come tutti i partiti, non è più fatto di carne.

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Sono figlio di un agricoltore ex
produttore di latte e parmigiano reggiano: ogni anno, a partire dal 2003, ci tocca pagare una
multa suddivisa in 14 rate da
20000 euro per aver sforato le
quote latte: per i governi siamo
delinquenti perché abbiamo lavorato troppo. Questa vergognosa multa in aggiunta a tutte le tasse su terreni e edifici
agricoli e la riforma sulle pensioni che non manda in pensione i lavoratori precoci come
mio padre, sta facendo chiudere un sacco di imprese agricole.
Occorrerebbe almeno un condono, sulle ultime tre rate.
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<SEGUE DALLA PRIMA PAGINA
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.

I HA molto colpito per-

ché somiglia terribilmente a quanto accaduto nelle “regionali”
di pochi giorni fa e rischia di diventare una crescente tendenza
degli elettori italiani.Sono ciechi? Sono lucidi? I potenti di oggi
si rendono conto di quanto è accaduto e può ripetersi aumentando
sempre di più e sempre peggio?
Ne stanno ricercando le cause?
***
Cerchiamo anche noi le cause.
Il primo tema da affrontare è l’Europa. Noi siamo in Europa, i nostri principali problemi riguardano l’Europa e la nostra presenza,
il nostro ruolo, le nostre capacità
di proposta, il nostro sguardo lungo sul futuro di questo continente nella società globale che ci circonda.
Alcuni giorni fa il nostro ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, scrisse un articolo su 3F
QVCCMJDB con un titolo molto significativo: «Così cambiamo il governo dell’Ue». Sullo stesso tema
Padoan dette poi alcune interviste ad altri giornali e talk show televisivi. La tesi era chiara: «È necessario un livello crescente di integrazione fiscale basata su un bilancio comune, componente essenziale di qualunque unione monetaria. In una unione monetaria è necessario consolidare la
condivisione dei rischi. È vero
che nel lungo termine la costruzione di istituzioni più ambiziose
potrebbe richiedere una modifica dei Trattati, tuttavia le regole
vigenti consentono già oggi di
istituire un fondo contro la disoccupazione e un budget dell’Eurozona con finalità diverse dal budget della Ue già esistente».
Queste proposte mi hanno
molto incuriosito: senza dirlo
esplicitamente, secondo me indicano come obiettivo ultimo gli
Stati Uniti d’Europa, probabilmente limitato ai Paesi membri
dell’Eurozona e ad altri che volessero comunque entrarvi pur
mantenendo, almeno in una prima fase, una moneta propria.
Per meglio chiarire gli obiettivi di Padoan ho avuto con lui una
lunga conversazione dalla quale
sono emersi esplicitamente i seguenti punti: Paodan ritiene che
uno Stato europeo federato sia indispensabile in una società globale; ritiene che quest’obiettivo abbia bisogno, per esser costruito,
di un periodo di alcuni anni che
deve però essere avviato subito;
gli Stati membri della Ue hanno
già effettuato alcune cessioni di
sovranità (per esempio il Fiscal
Compact) ma ancora insufficienti: bisogna farne altre e non solo
economiche ma anche politiche;
per esempio è impensabile che la
Bce non abbia un unico interlocutore politico, come è sempre avvenuto in tutti gli Stati. Questa lacuna va colmata. La Bce non può
rispondere ai ministri dell’Economia di 19 Paesi, è necessario un
ministro del Tesoro unico che
rappresenti politicamente l’intera Eurozona.
Ho chiesto a Padoan se aveva
concordato con il presidente del
Consiglio questi suoi pensieri. Mi
ha risposto che quando ritiene
opportuno rendere pubbliche le
sue idee non consulta nessuno,
dice e scrive quello che pensa.
Infine gli ho chiesto chi è secondo lui la personalità più impegnata nel suo stesso senso, ammesso che vi sia. La risposta è stata: Mario Draghi. Il presidente
della Bce sta ponendo le basi di
un’Unione monetaria ben più
consistente di quella che esiste
attualmente e i risultati li vedremo già nel 2016 e sempre più, fin
quando le economie dei Paesi europei saranno arrivate a un tale

punto di integrazione che il salto
politico diventerà inevitabile e
quasi automatico. Non c’è il pericolo — ho obiettato — che i capi
di governo dei Paesi dell’Ue, consapevoli dell’inevitabilità della
Federazione europea, ne intralcino il percorso? Il rischio c’è, mi
ha risposto, ma contro la realtà è
molto difficile opporsi. Solo movimenti antieuropei e che si dichiarano apertamente tali possono
bloccare la dinamica europeista,
soprattutto disaffezionando i popoli nei confronti dell’Europa.
Questo rischio deve essere sgominato.
Personalmente mi auguro che
Padoan abbia ragione ed è inutile dire che su Draghi la penso
esattamente come lui, ma vedo
però il pericolo che una ripresa di
nazionalismo non antieuropeo
ma fermo alla Confederazione,
non sia da sottovalutare. Ne avevo parlato di recente in un’intervista sull’&TQSFTTP con Romano
Prodi. Aveva idee esattamente
identiche a quelle di Padoan ma
era più preoccupato di lui sui

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“confederali” e sul loro “nazionalismo”.
La risposta determinante ha
un solo nome: la Germania di Angela Merkel. Vuole gli Stati Uniti
d’Europa? Io credo di sì, anche
perché il Paese con maggiore peso politico in una Federazione sarebbe il suo.
Ma i tedeschi, la maggioranza
del popolo tedesco, vuole l’Europa federata? Per quanto consta a
me, direi di no. Il popolo tedesco
è in gran parte autoreferenziale.
È convinto — sbagliando — che
la Germania non sarebbe irrilevante in una società globale e navigherebbe nelle acque della globalità anche da sola. Sbagliano,
ma ne sono convinti. L’Europa
confederale gli va benissimo, ma
non più di questo.
Riuscirà la Merkel a convincerli? Questo è l’interrogativo del
prossimo futuro. La vera e fondata speranza è che Draghi incastri
le tessere di questo complicatissimomosaico finoacostruire il disegno che noi ci auguriamo. Bisognerebbe che gli europei e gli ita-

liani consapevoli rileggessero la
storia di Abramo Lincoln e della
guerra americana di secessione.
Sarebbe una lettura molto istruttiva e dovrebbero rileggere anche il discorso di Winston Churchill a Zurigo del 1946, appena
vinta l’ultima guerra mondiale.
L’ho ricordato più volte quel discorso e lo ricordo di nuovo: sosteneva che l’Inghilterra aveva solo
due strade dinanzi a sé: entrare a
far parte degli Stati Uniti d’America o promuovere gli Stati Uniti
d’Europa. E in qualche caso la moneta comune sarebbe stata la
sterlina, la lingua ufficiale l’inglese, l’istituzione finanziaria principale la City. Chissà se Cameron se
l’è riletto quel discorso e chissà se
Tony Blair non faccia il “mea culpa”.Sbagliarono tuttiinInghilterra, conservatori e laburisti.
Concludo questo paragrafo citando alcuni passi molto significativi del discorso tenuto all’Accademia americana di Berlino il
17 di questo mese per il conferimento del Premio Kissinger. Eccoli: «Ho dedicato sempre più le

mie energie e così continuerò a
fare fino a quando la piena unificazione dell’Europa sarà compiuta sulla base di libertà, democrazia e pacifica cooperazione. Il
mondo di questi ultimi anni è
cambiato radicalmente; esso appare molto diverso dalle aspettative ottimistiche seguite alla fine
della Guerra fredda. Questa situazione può essere affrontata
solo con l’integrazione europea e
la coesione transatlantica, a condizione che l’Europa diventi un
attivo partecipante alla costruzione di un nuovo ordine mondiale piuttosto che consumare se
stessa nelle proprie problematiche interne. È questo il messaggio che dobbiamo trasmettere ai
cittadini e ai leader di oggi».
Non si poteva dir meglio, carissimo Giorgio Napolitano.
***
Ci sono molte altre questioni
da esaminare ma dedicherò ad
esse poche righe perché nei prossimi giorni saranno chiuse in un
modo o nell’altro e noi la sfera di
cristallo per leggere il futuro non

l’abbiamo.
La Grecia: entro fine mese la
va o la spacca. Personalmente
scommetto che si risolverà. Ma è
appunto una scommessa.
La riforma del Senato. Anche
qui: si farà subito o sarà rinviata?
Scommetto che si farà subito
questa pessima riforma e questa
purtroppo è una scommessa persa in partenza perché la cosiddetta dissidenza interna del Pd non
è un diamante che non si spezza.
La “buona scuola” si farà con
alcune concessioni di basso profilo, ma il folto popolo dei docenti
resterà con l’amaro in bocca e se
ne vedranno i riflessi elettorali.
La riforma della Rai. Su questo
punto Renzi ha detto cose giuste
sulle funzioni di servizio pubblico della principale azienda culturale del nostro Paese. Cose giuste
che dipendono però da chi sarà la
persona prescelta per guidare
culturalmente quell’azienda.
La Cassa depositi e prestiti.
Renzi ne ha cambiato la gestione
e il profilo. Gli è costato molta fatica perché le resistenze erano plurime, ma alla fine l’ha avuta vinta, compensando in vario modo
le vecchie cariche e mettendo al
loro posto persone competenti e
di riguardo. Ma c’è un punto che
è stato alquanto trascurato: la Eurostat che è l’istituzione europea
cui è affidata la vigilanza su alcuni mutamenti che avvengono nelle istituzioni economiche dei Paesi membri, sta seguendo con severa attenzione quanto accade e
soprattutto accadrà nella nuova
Cassa depositi e prestiti. Se si rivelerà una agenzia che interviene di dritto e di rovescio al salvataggio di aziende decotte, l’Eurostat agirà per far rientrare la Cassa nel pubblico bilancio dal quale
da tempo è stata tirata fuori. I debiti della Cassa diventeranno in
tal modo debito pubblico. Le dimensioni minime di questo ipotetico evento sono di 100 miliardi
di euro ma possono essere anche
assai maggiori. Qualora si verificasse sarebbe una vera catastrofe finanziaria con ripercussioni
assai serie sulla nostra economia.
Infine: i sondaggi del nostro Ilvo Diamanti e del suo istituto,
pubblicati venerdì sul nostro
giornale, sono assai preoccupanti per il Pd: è passato dal 41 per
cento delle europee dell’anno
scorso al 32, mentre Salvini è al
14, Forza Italia è anch’essa al 14
ei Cinquestelle al 26. Nel frattempo aumenta l’astensione. Perché? Perché la sinistra di governo non c’è più e i lavoratori che inclusi gli autonomi, le famiglie e
l’indotto, sono milioni e milioni,
non sono per niente contenti.
Fanno lucidamente quello che Saramago aveva previsto nel suo romanzo.
Post scriptum. A proposito di
Rai, sere fa ho visto, anzi rivisto
dopo anni ed anni, nell’ultima
puntata di Fabio Fazio “Che tempo che fa” Renzo Arbore in “Quelli della notte”. Un godimento e sapete perché? Perché Arbore è stato il vero grande innovatore della
televisione. «Quelli della notte” e
prima alla radio “Alto Gradimento” e poi in tv le sue altre trasmissioni, sono state un’innovazione
continua, uno scenario volutamente senza copione e — come
Renzo diceva — con un finale
sconclusionato. L’uomo è sconclusionato nel senso che è pieno
di contraddizioni. Non si riesce a
cancellarle quelle contraddizioni
perché è impossibile, ma bisogna esserne consapevoli perché
solo così vengono tenute a freno
e possono diventare un fatto esteticamente apprezzabile. Dall’etica all’estetica, diceva Arbore.
Ma se non c’è né etica e neppure estetica, allora sì, è un guaio
molto serio.
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ROMA
AFIA CAPITALE. UN RACCONTO NUOVO CHE RISCRIVE
COMPLETAMENTE la narra-

zione del potere romano.
Perché mafia a Roma?
Com’è possibile? Come è potuto succedere che una banda di pluripregiudicati sia
riuscita a decidere buona parte degli appalti del Comune di Roma per anni? Il
grande romanzo di Mafia Capitale va affrontato e interpretato parola per parola,
luogo per luogo.

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La simbologia, anche semplicemente
relativa a salire o scendere una scalinata,
fa capire dove c’è mafia. Chi non conosce il
galateo del potere è destinato a non prendere potere. Antonio Lucarelli è il capo segreteria del sindaco Alemanno ai tempi in

cui Salvatore Buzzi lo cerca. Buzzi ha bisogno che sia sbloccato un versamento di trecentromila euro alla sua cooperativa. Chiama, manda messaggi, richiama: niente.
Allora il braccio economico dell’organizzazione informa il capo militare, Massimo
Carminati. Carminati chiama Lucarelli e
poi richiama Buzzi: «Vai alle tre, tranquillo» gli dice. Ma non è questa la vittoria. Er
Cecato conosce benissimo le regole comportamentali del potere. «Scende e viene
a parlare con te». Scendere le scale del
Campidoglio per andare a confermare che
i soldi sono stati sbloccati: questo sì che è
vincere. È il Comune, cioè in quel momento lo Stato, che va dall’uomo dell’organizzazione, e non quest’ultimo che sale le scale per chiedere. Dirà Buzzi, chiosando:
«C’hanno paura de lui, c’hanno paura». La
paura fa scendere le scale al potere.
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AR EUCLIDE

È questo il primo luogo dove si prendevano le decisioni organizzative più importanti. Affittare una casa è rischioso
(vicini sospettosi, telecamere…): un bar invece è aperto, visibile. E la visibilità spesso è il miglior modo per nascondersi. Ma i Ros riescano a “cimiciarlo”. È sotto il gazebo del bar
Euclide di piazza Vigna Stelluti che Carminati, parlando con
il suo uomo Riccardo Brugia, teorizza il loro nuovo ruolo,
molto di più del violento recupero crediti: “È nella strada
che glielo devi dire. Comandiamo sempre noi, non comanderà mai uno come te nella strada, nella strada tu c’avrai sempre bisogno”. Senza il livello della strada non si governa. Intimidire, avere gli strumenti per minacciare, significa avere un’azienda con macchinari efficienti.

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Anche qui è simbolo, mangiare insieme è “mangiare nello stesso piatto”. Quando fu arrestato nel 2004 Morabito il Tiradritto e gli fu dato un panino da mangiare prima di portarlo in carcere il boss si alzò dal tavolo in caserma, tra magistrati e carabinieri, e lo mangiò faccia al muro. Non si divide la tavola del cibo con chi non si riconosce. “Dar Bruttone”
in zona San Giovanni, qui il 23 luglio 2013 Domenico e Luca Gramazio, padre e figlio, ex
senatore e capogruppo di Forza Italia in Regione, incontrano proprio Carminati. Serve
un nome per la commissione Trasparenza del Campidoglio e la mafia capitolina vuole deciderlo: è quello l’organismo che deve controllare la regolarità degli appalti.

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La parola “amici” compare nelle intercettazioni 186 volte, la parola “amico” 312. La parola nemico compare solo 8 volte. Roma è rapporti. Roma è amicizia. Tutti conoscono tutti, chi non conosce tutti non ce la fa, non procede. Si è amici anche di chi si detesta, si è
amici di chi serve. Carminati chiama Luca Gramazio “l’amico mio” Per definire un politico o un amministratore disponibile l’espressione è “amico nostro”. Riccardo Mancini
(ora ex) ad dell’ente Eur è chiamato “l’amico porcone”. Nelle telefonate Carminati risponde quasi sempre “eccomi amico mio” Quando Buzzi deve imporre a Figurelli, capo
della segreteria della presidenza del consiglio comunale, il nome di Politano come responsabile dell’anticorruzione del Campidoglio, gli basta definirlo “un amico nostro”. Il

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mondo romano è invaso da amici. Amico è
la parola in codice per tutti, perché dice
Carminati: “Dall’amicizia nasce un discorso di affari insieme”

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Il corrotto si muove per il danaro, il mafioso si muove per il potere: questo è il passaggio fondamentale per comprendere anche il diverso ruolo tra gli uomini di Mafia

capitale e i corrotti. Carminati e Buzzi guadagnano, certo, ma il loro margine di utile
è il potere. Questa l’espressione usata da
Procura e carabinieri: “Signoria criminale”. Tutto quel che accade anche se non c’è
lucro deve esser “autorizzato, permesso”.
La Signoria agevola gli affari.

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Questa è la domanda che aleggia sull’in-

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chiesta. A Roma e Ostia gli omicidi ci sono,
eccome. C’è un accordo, citato nel libro *
3F EJ 3PNB, che racconta la logica della
pax mafiosa: “La pax deve regnare esclusivamente dentro il territorio circoscritto
dal Grande raccordo anulare”. Nel 2011
undici omicidi avevano destato attenzione
mediatica e giudiziaria. I grandi numeri
cui siamo abituati nelle faide delle mafie
storiche non ci sono ancora perché stiamo
parlando di una mafia autoctona agli albori. E poi Roma è sotto una luce costante: le
questioni militari vanno risolte lontano.

di pulito, non desta sospetti. La battaglia
mafiosa è anche una battaglia semantica.
È qui la forza di Buzzi, l’ex detenuto che
vende la sua storia di omicida redento. In
un paese in crisi come l’Italia, dove non si
produce (e quindi il racket boccheggia) e
gli investimenti criminali si fanno all’estero, gli affari si realizzano con il terzo settore. Immigrati, appalti di servizi, rapporti
pubblici: “Tu c’hai idea di quanto ci guadagno con gli immigrati? Il traffico di droga
rende meno”. I messaggi di Buzzi confermano che il sistema cooperativo è il più
esposto all’infiltrazione mafiosa.

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Cosa c’entra? Il 27 novembre del 1979
un commando di Nar assalta una banca, la
filiale all’Eur della Chase Manhattan
Bank. Carminati è l’autista, e verrà condannato per questo a tre anni e mezzo. Era
la banca dei Rockfeller. Come può un condannato per rapina riuscire a muoversi
con così agilità? La sua forza è proprio l’essere compromesso: gli dà titolo nel costruire una caratura criminale. Una persona
sotto osservazione della magistratura o in
odore di inchiesta, è considerata pericolosa da avvicinare. Chi invece ha già condanne alle spalle ed è chiaramente invischiato, è una garanzia: perché ha superato il
problema, perché se ha ancora potere nonostante l’inchiesta ne viene addirittura
rafforzato.

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Oggi si ha bisogno di nomi puliti. Cooperativa rimanda a una tradizione nobile, sa

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Sistema per finanziare la politica. Il meccanismo che ha sostituito le tangenti, immediate ma più rischiose. Il giorno successivo all’aggiudicazione dell’appalto sulla
raccolta differenziata, le società riconducibili a Buzzi pagano in “tavoli alle cene”
trentamila euro alla Fondazione Nuova Italia riconducibile a Panzironi e Alemanno.
Lecito, in apparenza. Il sistema delle Fondazioni non rende chiaro il flusso di dana-

ro. Come le coop, anche le fondazioni sono
lo strumento semantico (il termine fondazione richiama un progetto culturale) e organizzativo più esposto alle mafie.

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È colui che sa consigliare come muoversi per ottenere un risultato istituzionale.
Lobbista direbbero negli Usa. Luca Odevaine, ex capo di gabinetto di Veltroni, si difende definendosi il facilitatore di Buzzi, e
per questo ne riceve uno stipendio (in nero). Perché accetta questi cinquemila euro
al mese, una cifra che non giustifica la compromissione del suo patrimonio politico?
Questo punto è il più importante per comprendere i fenomeni di corruzione italiani.
Pannunzi, broker del narcotraffico mondiale, aveva una teoria sulla corruzione
“leggera”: se paghi molto, per esempio, un
agente della dogana perché chiudendo un
occhio ti farà gudagnare milioni, questo
non ci dormirà la notte per quei soldi, insospettirà i colleghi, la famiglia cambierà status. E il senso di colpa potrà portarlo o a
confessare o a chiedere sempre più. Biso-

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gna invece corrompere con poco. Un’utilitaria, biglietti per la partita: se corrompi
con nulla, il corrotto sente di non star facendo nulla di male.

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I magistrati Pignatone e Prestipino con
la loro squadra (carabinieri, polizia ecc.)
hanno cambiato il destino di Roma. Hanno
messo insieme i pezzi di reati e negoziazioni che, singolarmente presi, sembravano
semplici favori, piccoli scambi, tipiche pastette locali, e hanno avuto prudenza: in
un’inchiesta del genere avrebbero potuto
arrestare centinaia di persone e nomi eccellenti, per finire sotto i riflettori. Invece
hanno investigato come si fa sui grandi
gruppi mafiosi storici: comprendendone le
dinamiche, i linguaggi e gli affari, i movimenti, usando le intercettazioni solo come
traccia da cui partire (e non basandovi
l’impianto accusatorio: la difesa di tutti gli
intercettati, che per questo parlano impunemente senza troppi pudori, è “tutte millanterie”). Infine gli inquirenti hanno ricostruire il quadro generale.
La corte di Cassazione ha emesso il 10
marzo una sentenza storica sostenendo
che si tratta di intimidazione di stampo
mafioso anche quando l’organizzazione
compromette il destino economico di
un’azienda e una persona, non solo quando ne minaccia la vita con un’arma o con la
violenza. La Cassazione è chiara: truccare
appalti, tenere vincoli e gestire rapporti è
già violenza. Non sono solo “mazzette”.
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ti: «Benvenuti, cari spettatori, ad un nuovo episodio del nostro programma $IJ
WVPMF VDDJEFSOF VO NJMJPOF Nell’ultima puntata abbiamo avuto ospite Hosni
Mubarak, che ha fatto tremila vittime. Prima c’era stato Muammar Gheddafi,
con ventimila morti. Oggi vi presentiamo un nuovo concorrente e ci aspettiamo che riesca ad uccidere un milione di persone: ecco a voi, dalla Siria, Bashar
al-Assad!!». Inizia così una delle puntate più viste di 5PQ (PPO * EJBSJ EJ VO QJD
DPMP EJUUBUPSF, show di marionette creato dal collettivo di artisti siriani Masasit
Mati che per due anni ha raccontato su Youtube e Facebook l’evoluzione in chiave comico—satirica della rivoluzione siriana. Nata dall’idea di nove ragazzi che
hanno scelto le marionette «perché erano facili da far passare ai posti di blocco», 5PQ (PPO è stata una delle voci della Siria libera, quella che aspirava a liberarsi di Bashar e guardava con preoccupazione alla crescita delle frange più estreme nella
rivolta: «Fate attenzione quando combattete i mostri, perché potreste trasformarvi in
uno di loro», concludeva, citando Nietzsche, uno degli ultimi episodi. Oggi che 5PQ (PPO è
stato sospeso, la parte da protagonista la fa %BZB BM 5BTFI, una serie creata da un piccolo
gruppo di artisti e filmaker fuggiti in Turchia per scappare dalla doppia minaccia del regime e dello Stato islamico: in uno degli episodi più famosi, il califfo dell’Is, Abu Bakr al-Baghdadi, beve alcool di nascosto dai suoi uomini.
Insomma, potranno non trovare particolarmente divertenti le caricature e le vignette
stile $IBSMJF )FCEP, ma anche gli arabi ridono. E parecchio. Lontani dagli occhi occidentali
(e anche a causa della barriera linguistica) si prendono gioco di tutto: dittatori di turno,
estremisti religiosi, sesso, democrazia (o mancanza di), guerra, morte. «L’umorismo in
queste zone del mondo risale a tempi antichissimi e sfida lo stereotipo dell’arabo truce
che brandisce una scimitarra o, più recentemente, un kalashnikov — conferma Paolo
Branca, autore de *M TPSSJTP EFMMB NF[[BMVOB — Con le Primavere arabe poi, questa tendenza storica non ha fatto altro che aumentare».
Gli esempi non mancano: si va da Dawlat al—Khurafa (-P TUBUP GJUUJ[JP), serie tv prodotta dalla tv di stato irachena "M *SBRJZZB per
prendere in giro l’Is; a /P 8PNBO OP %SJWF,
il video che ironizza sul divieto di guida imposto dall’Arabia Saudita alle donne sulle
note di Bob Marley: messo in rete lo scorso
anno, in coincidenza con la ripresa della
campagna pro-guida, ha ottenuto tredici
milioni di click. C’è poi il successo di comici
come Maz Jobrani, statunitense di origine
iraniana, che da anni fa ridere l’America
puntando su temi come il nucleare. E di Tima Shomali, “la Tina Fey del mondo arabo”: 70mila followers su Twitter e oltre
270mila like su Facebook, fanno dell’attrice giordana e del suo 'F .BMF4IPX una delle realtà più famose della risata arab-style,
incentrata su battute e sketch che prendono di mira i conservatori. «Parliamo e ridiamo di tutto — sorride Khalid Albaih, sudanese, vignettista, tra i simboli della Primavera araba — il punto è DPNF: puoi criticare
o prendere in giro ciò che vuoi, ma devi

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sempre riflettere sul come. Se disegni una
donna nuda per attaccare i conservatori, si
parlerà del corpo di quella donna e non dei
diritti negati alle donne».
Non è un caso che siano i social media,
privi di filtri per definizione, la culla delle
voci più trasgressive: qui impazzano personaggi come Omar Hossein, 26nne star di
Youtube in Arabia Saudita, che in tre anni
di web-show ha catturato l’attenzione di
milioni di persone prima di arrendersi alle
pressioni e chiudere il programma. O i quattro trentenni che stanno dietro a 4IFOP
:B OJ, altra serie trasmessa via internet
dal Kuwait che non si ferma neanche davanti a tabù come l’omosessualità.
Personaggi famosi, ma anche molto scomodi. Quanto rischiano lo racconta la storia di Ali Ferzat: il più famoso vignettista siriano, sessantatré anni, nel 2011 è stato rapito in pieno centro a Damasco. Venne poi
rilasciato con le dita spezzate: autore
dell’attacco, un gruppo di uomini che mentre lo picchiava gli rinfacciava i disegni in
cui criticava il presidente. Molti avrebbero
posato la matita: Ferzat non lo ha fatto e dopo la fuga è tornato a raccontare la Siria in
disegni amari e commoventi. «In arabo c’è
un proverbio che recita: “peggio va, più
non ci resta che ridere”» continua Albaih.
«Il boom della satira negli ultimi anni è un
segnale chiaro: dice che i governi non affrontano i problemi. E a noi giovani non resta che scherzarci su: con amarezza».
Come da anni fanno gli abitanti di Kafranbel: questo piccolo villaggio nel nord
della Siria ha acquisito notorietà per i cartelloni in cui, in stile hollywoodiano, prende in giro i protagonisti della guerra civile.
Negli striscioni, diffusi in tutto il mondo
grazie a un sapiente uso dei social media, Is
e Bashar appaiono come due teste dello
stesso mostro. E per Thanksgiving il presidente divide la tavola con l’iraniano Khamenei, il russo Putin e l’americano Obama
per cibarsi, invece che del consueto tacchino, di un bimbo siriano. La mente che sta
dietro alla «rivolta creativa» di Kafranbel si
chiama Raed Fares: un uomo minacciato
dal governo e sfuggito per miracolo a un attentato degli estremisti di Al Nusra, (il ramo siriano di Al Qaeda) che gli hanno sparato alla testa.
«Chi lavora dall’interno di questi paesi è
eroico — commenta da Londra Karl Sharro, architetto-umorista libanese cresciuto
nel mito di Woody Allen e creatore del blog
,BSMSFNBSLT DPN, miniera di barzellette,
freddure e strisce sulla politica e la società
mediorientale — Certo: la satira non è
un’arma vera, non ferma i dittatori o i terroristi. Ma è un modo per togliere spessore e
autorevolezza a chi pretende di parlare in
nome di tutti». Un mezzo importante e, allo stesso tempo, molto fastidioso. 4ZSJB
4QFBLT, un libro da poco pubblicato dalla casa editrice libanese Saqi, lo racconta molto
bene: è un’antologia della “resistenza creativa” siriana, con un’ampia parte dedicata
a chi a resistere si è impegnato con il sorriso. Vignettisti, autori di poster e spettacoli
satirici che si sono opposti a Bashar e agli
estremisti, a volte al costo della vita.
Egiziano, Bassem Youssef ha una storia
simile. Il più famoso comico del Paese, nel
suo show tv aveva preso in giro sia il potere
del presidente Hosni Mubarak che quello
dei Fratelli musulmani: da qualche mese
ha salutato il suo pubblico e si è trasferito
in America, non sopportando più le minacce che gli arrivavano da gruppi vicini al nuovo presidente Abdel Fatah al-Sisi. Ma non
ha affatto smesso di lottare: il documentario che sta girando, dal titolo provocatorio
di 5JDLMJOH (JBOUT (qualcosa come “Fare il
solletico ai giganti”) uscirà l’anno prossimo. E promette di fare molto rumore. E forse anche un po’ ridere.
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IDERE, SI SA, PRODUCE ANCHE DISINCANTO. Lo sapeva

bene il vecchio Jorge, severo e mortifero
custode del secondo libro della Poetica di
Aristotele ne Il nome della Rosa di Eco, convinto
che da quel libro potesse nascere l’aspirazione a
distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura.
Anche nella visione dell’Islam radicale, come in ogni
concezione totalizzante del mondo, religiosa o politica,
l’ironia o il ridere sono ritenuti riprovevoli quando mettono in
discussione i cardini delle credenze che gli danno forma. Là
dove si vuole costruire l’Uomo Nuovo di turno, come nello
Stato Islamico, non si deve ridere troppo. Perche il riso
presuppone, lo ricordava Bergson, distanza e mantenimento
della posizione dello spettatore: ciò di cui si ride non deve
coinvolgere troppo da vicino. E, invece, nella costruzione di
quella drammatica, regressiva e coercitiva utopia che è lo
Stato Islamico, non si vogliono spettatori, ma fedeli a oltranza.
Disposti a tutto, anche a sacrificare la vita, per la causa.
Certo, sarebbe assurdo pensare che gli jihadisti non ridano.
Ridere è dell’umano e, sebbene possa sconvolgere chiamarli
così, anche quelli sono uomini. Ma, come si può vedere dai
molti video di Al-Hayat e Al- Furqan, solo per restare ai
principali rami della macchina di propaganda dell’Is, il riso ha
funzione essenzialmente retorica e celebrativa, non
dissacrante. L’eccessivo carico di odio per tutto quel che si

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muove fuori dall’ideologia non lo consente. Il Nemico va
annientato e non dissacrato. Così, si ride o irride, nelle fila
della comunità del fronte combattente, per mostrare la
felicità per i passi avanti sulla via della vittoria. Del resto, in
una comunità che abbonda di martiropatici, decisi sino in
fondo all’“essere per la morte”, non può che essere così. Tanto
che i ludici, quelli che tra gli jihadisti si realizzano in una vita
vissuta avventurosamente, artefici di un’individualizzata
“creatività militare” che rasenta l’indisciplina e una
concezione romantica della battaglia, sono spesso
rimproverati perche fautori di un’ estatica vertigine della
guerra fine a se stessa. Nei ludici, sorridenti senza quella
piega all’ingiù del viso che contraddistingue le espressioni dei
martiropatici, il riso è soprattutto di sfida. Per aver mostrato
che si può assumere il rischio della dilapidazione di sé.
Mettendo nel conto, e non cercando, la morte.
Ma nella concezione radicale questa eccessiva sovranità su
di sé, che pure presuppone un’esistenza liberata dalla paura e
dal limite della morte, è anch’essa riprovevole. La soggettività
inquieta sempre i fautori del controllo dei corpi e delle
emozioni. Solo andare verso la morte desiderandola è lecito.
Quel riso diventa una sfida inaccettabile per gli Jorge di ogni
latitudine e credo. La propaganda esige solo espressioni del
viso politicamente corrette. E “martiri” felici di esserlo.
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“Meno bianco nei testi”, “Più aria in quella
pagina”, “Cambierei la dedica”, “Non sarebbe
meglio togliere « poesie di...»?”. Escono
in Francia, in una nuova edizione arricchita
dai disegni di Rodin, le correzioni infinite
che Baudelaire sottoponeva all’editore
prima che i suoi “Fiori del Male” vedessero
finalmente la luce. E che lui, per quei suoi
versi scandalosi, finisse in tribunale

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PARIGI

4

I SPAZIENTISCE ogni giorno di

più l’editore Auguste Poulet-Malassis: «Mio caro Baudelaire, da due mesi stiamo
rileggendo * GJPSJ EFM .BMF e
ne abbiamo stampato solo
cinque pagine». Non può
mandare in tipografia il fatidico volume fino a quando
non riuscirà a sottrarne il
manoscritto dalla mani del
poeta. Che oltre a essere
dandy, bohème e maledetto, è anche un maniaco della
precisione, un perfezionista, correttore di se stesso a oltranza. Le bozze di stampa del 1857 sono un campo di
battaglia. Note a margine, passaggi sbarrati, altri aggiunti, dubbi, intuizioni, commenti per l’editore e il tipografo. Baudelaire controlla tutto, non solo i suoi versi,
ma anche la grafica, l’impaginazione, la grandezza dei
caratteri.
Il manoscritto originale de -FT GMFVST EV .BM non è
mai stato ritrovato. L’unica traccia che resta del continuo travaglio intellettuale di Baudelaire sono le bozze
utilizzate dall’autore e dall’editore, pubblicate ora per
la prima volta in Francia in un’edizione facsimile in tiratura limitata dalle Éditions des Saints Pères. Ogni pagi-

insieme il contratto per -FT 'MFVST EV .BM il 30 dicembre
1856 e il manoscritto viene consegnato subito, il 6 febbraio 1857. L’editore immagina di poter andare in stampa qualche settimana dopo. Ma si sbaglia. La rilettura
dura più di quattro mesi. Come Balzac o Proust, Baudelaire corregge fino all’ultimo i suoi testi. Il poeta è attento non sono alla metrica, a ogni aggettivo, ma anche
all’ortografia, alla punteggiatura, critica la grafica, chiedendo «più aria» o «meno bianco» nei testi. Nonostante i
continui richiami dell’editore, l’autore non è disposto ad
accorciare i tempi. Si abbandona a ogni tipo di esitazione. Come sulla poesia #FOFEJ[JPOF nella quale Baudelaire si domanda se è il caso di scrivere «CMBTQIÐNF», «#MB
TQIÐNF» o forse jCMBTQIÒNF». Fa anche autocritica. Accanto a 4QMFFO *7, annota il numero di pagine della raccolta: «245, pietoso, molto pietoso. E non c’è rimedio perché non mi preoccupo di scrivere nuovi versi e sonetti».
Il lavoro di bozze è così puntiglioso e sofferto che Poulet-Malassis sembra quasi rassegnato. E confida agli
amici: «I 'JPSJ EFM .BMF usciranno quando vorrà Dio, e
Baudelaire».
Prima di dare finalmente il i#PO Ë UJSFS”, il WJTUP TJ
TUBNQJ, il poeta aggiunge in extremis ancora qualche
modifica. La dedica iniziale a Théophile Gautier viene
cancellata: Baudelaire chiede a Gautier di fare da «padrino» ai suoi «fiori malaticci». Il poeta sceglie un più sobrio
«Al mio amico e maestro». «Mi sembrerebbe meglio abbassare la dedica in modo da farla apparire a metà pagi-

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na è stata restaurata, come in un quadro. Un oggetto
preziosissimo, al quale sono stati aggiunti disegni inediti di Auguste Rodin. L’editore des Saints Pères si è specializzato nella pubblicazione di manoscritti originali.
In poco più di un anno ha già stampato in tirature limitate -B TDIJVNB EFJ HJPSOJ di Boris Vian, 7JBHHJP BM UFSNJ
OF EFMMB OPUUF di Céline. Una piccola casa editrice creata
da una ragazza, Jessica Nelson, appassionata di libri.
Non di ebook, come tanti della sua generazione, ma di libri di carta, da toccare e ammirare nella migliore versione possibile.
Le bozze di stampa de * GJPSJ EFM .BMF furono acquistate dalla Biblioteca nazionale di Francia nel 1998. Lo
straordinario documento letterario venne messo
all’asta da Drouot a Parigi e la Bnf esercitò il diritto di
prelazione pagando la cifra colossale di 3,2 milioni di
franchi (quasi cinquecentomila euro). Ne valeva la pena. Sfogliando la nuova edizione, pagina dopo pagina
sembra di rivivere il tormento del poeta ad ogni riga. Prima di stampare il libro, il 25 giugno 1857, con l’editore
Poulet-Malassis et de Broise, Baudelaire esercita un’attenzione ossessiva sulla rilettura, anche se il capolavoro
dell’inventore dello 4QMFFO e irriducibile GMÉOFVS è già
pronto da tempo: la maggior parte delle poesie sono state scritte tra il 1841 e il 1850. È riuscito però con una certa fatica a far pubblicare le sue poesie su giornali e riviste, organizzando invece letture nei café parigini. L’incontro con Poulet-Malassis è dunque decisivo. Firmano

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na» chiede però Baudelaire all’editore, anche se poi aggiunge: «Mi affido al suo gusto». Poi però imperversa ancora: «Sarebbe meglio mettere 'MFVST in corsivo, o in
stampatello corsivo» visto che si tratta, dice, di un «UJ
USF DBMFNCPVS», ovvero un titolo che è anche gioco di parole.
-FT 'MFVST EV .BM viene finalmente stampato ad Alençon, in Bassa Normandia, pubblicato il 25 giugno
1857. La raccolta dà scandalo. Il 5 luglio il critico del 'JHB
SP, Gustave Bourdin, parla di un’opera in cui «l’odioso
s’accompagna all’ignobile» e «il repellente sporca l’infetto». Due giorni dopo la procura di Parigi apre un fascicolo per “attentato alla morale pubblica, alla morale religiosa e al buon costume”. Gli stessi capi d’imputazione
di Flaubert per .BEBNF #PWBSZ.
Per la seconda edizione, Baudelaire cambierà ancora
l’architettura della raccolta, di cui solo lui ha il segreto:
toglie le sei poesie bandite dai giudici ma ne aggiunge altre trentacinque. Poi sarà costretto all’esilio, in Belgio, e
morirà pochi anni dopo con la consapevolezza di aver
scritto un capolavoro. «Mi viene rifiutato tutto: lo spirito
d’invenzione e persino della lingua francese» scriveva alla madre nel luglio 1857, durante il processo. «Mi faccio
scherno di tutti questi imbecilli, e so che questo volume,
con le sue qualità e i suoi difetti, farà il suo cammino nella memoria del pubblico letterato, accanto alle migliori
poesie di Hugo, Gautier e persino di Byron».
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LCUNIDEI VERSI EROTICI per cui an-

dò a processo per immoralità,
Baudelaire li aveva presi direttamente dalla Bibbia. “Il ventre e i
suoi seni, grappoli della mia vigna” (“che i tuoi seni siano per me come grappoli della vigna”, Cantico dei Cantici, VII, 9).
È la poesia * HJPJFMMJ (l’amante, la splendida
mulatta Jeanne Duval dalle reni “polite come
olio”, si è lasciata addosso solo i gioielli tintinnanti: “-B USÒT DIÏSF ÏUBJU OVF FU DPOOBJT
TBOU NPO DPFVS, / &MMF O BWBJU HBSEÏ RVF TFT
CJKPVY TPOPSFT”). Ma le poesie che il pubblico
ministero Pinard lesse nella requisitoria di
un torrido 20 agosto 1857 restano ancora
smaglianti, atroci e lesive (“Fare al tuo fianco
attonito una ferita larga e profonda / e, vertiginosa dolcezza! Attraverso quelle nuove labbra…infonderti il mio veleno, o sorella!” (la
“ferita” di quali nuove profonde labbra? E
quale “veleno” — il seme, la sifilide?).
Lesse, Pinard, della «maschia Saffo, la
amante e il poeta» che onora dei suoi pallori
d’amore l’isola di Lesbo (dove i baci vanno

“HMPVTTBOU” — Mérimée aveva appena appreso, in carcere, il verbo tecnico onomatopeico
degli amori saffici, HOVHOPUUFS). Del resto
nell’arringa il temibile Pinard — intimidito
dalla scoperta che il poeta della bohème parigina si era rivelato figliastro di un senatore
amico di Napoleone III — mostrò piena lucidità critica: l’imputato Baudelaire aveva sì scelto il partito della classicità, dei ritmi regolari,
«monotoni»: e però alla fin fine «arriva alla testa, inebria i nervi; turba, dà le vertigini, e
può anche uccidere». Il verdetto riconobbe
l’impeccabile eleganza formale della raccolta, ma per il loro effetto «funesto» comminò
al poeta un’ammenda, e la soppressione di
sei poesie.
Sono stanco di essere considerato un lupo
mannaro, scrisse a un amico Baudelaire. Girando per la città, raccoglieva, per farne poesia — come facevano nella notte i fraterni
straccivendoli con i rifiuti delle metropoli da
cui ancora si possa ricavare dell’oro — i diseredati del moderno, le vecchine “smembrate” che sono state donne, i ciechi che volgono

al cielo, come una preghiera vuota, i globi incolori, gli operai che vanno a bere nelle bettole fuori città, dove il vino è meno caro. Il deluso del Progresso (la rivoluzione è turpe “come un trasloco”) traccia su un foglietto un ritratto di Blanqui, bello come un Satana. E, sul
retro, appunta i versi di Longfellow e di Gray
che citerà nel (VJHOPO, “la scalogna”: e se il
sonetto fosse un ritratto malinconico del
grande utopista? E se — come voleva la sua
fredda eleganza artificiale di dandy — considerava le donne naturali e perciò abominevoli, come mai cita Théroigne, la femminista rivoluzionaria? Nella vita, i suoi sentimenti andavano verso le piccole prostitute del Quartiere latino, come Sara l’Ebrea (“metteresti l’intero universo nel tuo letto”), o a povere attrici che non potevano disdegnare gli amori venali — anche se bastava uno sguardo, e una
1BTTBOUF in gramaglie dal maestoso dolore
poteva suggerire al poeta uno dei più bei versi dei piaceri irrealizzati: “Oh tu che avrei
amato! Oh tu che lo sapevi.”
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IO SALVI LA REGINA: PERCHÉ FU LEI A SALVARE IL ROCK. Sì, la rivolu-

zione degli Who comincia un giorno d’estate di cinquant’anni fa per colpa di una macchina fatta spostare dalla Regina
Madre. Ok, ok: probabilmente è una leggenda. E naturalmente metropolitana visto il luogo — Belgravia, quartiere nobilissimo di Londra — del misfatto. Ma perché non crederci? Elisabetta madre che fa rimuovere una Packard 1936 dal suo percorso mattutino perché, dice, quel carro funebre vintage,
che le ricorda il funerale del marito, è chiaramente parcheggiato lì per la provocazione di qualche pischello arricchito. Il
fatto poi che quel pischello si chiami Pete Townshend e assieme al cantante Roger Daltrey è il leader degli Who, l’ultima
band appena sbocciata nel Regno della beatlemania, beh, sì, in fondo potrebbe anche essere un accidente della storia. Ma come non dare ragione, invece, alla saggezza della cabala? Nulla succede per caso. E infatti. «Quell’incidente — scrive Mark Blake in 1SFUFOE
:PV SF JO B 8BS, “Immagina di essere in guerra”, mai titolo più azzeccato per la biografia
di una band così militante — accresce l’ira di Townshend verso la Famiglia reale e il sistema di classe inglese in generale: ”Mi sentii umiliato — ricorderà Pete — . E questo sarebbe
il mondo in cui viviamo?”».
E questa sarebbe l’origine di .Z (FOFSBUJPO? L’arrabbiatura di un signorino della Swinging London per il carro funebre che gli hanno portato via? Dio salvi comunque la Regina.
Anche perché così la Regina salvò, involontariamente, il rock, che appena nato già naufragava in una mare di innocui “Yeah Yeah Yeah” e “Sha-La-La-La”. Concepita in quell’estate,
uscita il 29 ottobre del 1965 per dare poi il nome all’intero album di debutto degli Who (3
dicembre sempre 1965) .Z (FOFSBUJPO
cambiò davvero tutto. Dice: capisco il mata — come nei blues dei primordi nelle
buonismo dei Beatles — ma i Rolling piantagioni, come si conviene a questi moStones? E per carità. Proprio in quegli derni schiavi (della società), questi “White
stessi giorni * $BO U (FU /P
4BUJTGBD Negros” che sono diventati i giovani ribelli
UJPO metteva in musica — con una secondo la felicissima definizione di Nortrentina d’anni di ritardo — -B OBV man Mailer — segue sempre la stessa “reTFB di Sartre. Ma volete mettere .Z sponse”, la stessa risposta: “Talkin’‘bout
(FOFSBUJPO? Certo che è sempre la my generation”. Sto parlando della mia gerabbia del singolo: ma per la prima nerazione, sto parlando della mia generavolta in una prospettiva genera- zione. Fino a quella sferzata che è la strofa
zionale. “La gente cerca di smi- finale: “I hope I die before I get old”. Spero
nuirci / Per il solo fatto che esistia- di morire prima di invecchiare.
Sì, .Z (FOFSBUJPO è più che una canzomo / Ma tutto quello che fa è così
orribilmente freddo”. E a ogni ne: è un manifesto programmatico, è un infrase, a ogni “call”, a ogni chia- vito alla rivolta, è rivoluzionaria perfino

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NEW YORK

1

ROPRIO COSÌ, se

non fosse stato
per Pete Townshend oggi non
starei qui a strimpellare sulla
mia Fender Telecaster. Era
l’estate del ’66 o del ’67, non sono sicuro, comunque era il primo tour americano a cui partecipavano gli Who. Stavo
facendo una lunga fila che dalla Convention Hall si snodava lungo la passerella, e
sul cartellone c’era scritto, a caratteri cubitali, Herman’s Hermits, poi gli Who.
Ero un adolescente con la faccia piena di
brufoli che era riuscito a racimolare abbastanza soldi per andare a vedere il suo primo concerto rock. Pete e gli Who erano adolescenti con la faccia piena di brufoli, un
contratto discografico, un tour e una magia acerba e aggressiva. Suonarono probabilmente non più di trenta minuti prima
che Pete, in una nuvola di fumo, distruggesse la sua chitarra sbattendola ripetutamente sul pavimento. Io sapevo solo che per
qualche motivo quella musica, vedere quei
bellissimi strumenti fatti a pezzi, mi riempiva di una gioia incredibile. C’era qualcosa
di meraviglioso nel distruggere senza alcuna ragione dei beni commerciali. Era la gioia e il senso di vertigine della rivolta, che gli
Who riuscivano non so come a esprimere in
modo più o meno rassicurante. Io sapevo solo che mi rendevano incredibilmente feli-

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nell’uso del balbettio di Roger Daltrey
(“People try to put us d-down/ Just because we g-g-get around”), che secondo il neorealismo musicale degli Who è il modo migliore di rendere la parlata anfetaminica
dei Mods, i giovani “Modern” che vogliono
buttare all’aria l’ancien regime — l’ancien
regime, dal canto suo, reagisce come sempre censurando, anche senza sapere bene
il perché: la canzone (ricorda Roy Shuker
nel suo mitico 6OEFSTUBOEJOH 1PQVMBS .V
TJD) viene bandita dalla Bbc non per il messaggio rivoluzionario ma perché avrebbe ridicolizzato i ragazzi con quell’handicap...
E insomma che botta, che schiaffo, anzi
che calcio in faccia all’Inghilterra che da
operaia si sta facendo piccolo borghese grazie agli sforzi del governo labourista di Harold Wilson di allargare il welfare state, lo
stato sociale, lo stato che proprio in quegli
anni cancella la pena di morte, legalizza
l’aborto e riconosce l’omosessualità. E no.
Ai quattro doctor Who non basta: “Spero di
morire prima di invecchiare”.
La storia, per fortuna, li accontenta soltanto a meta. Keith Moon, il batterista che
metteva la dinamite nei tamburi (letteralmente, per farla esplodere alla fine degli
show) stramazza di droga nell’anno del Signore 1978, pochi giorni dopo l’uscita di
8IP "SF :PV, l’album che vende di piu —
più delle rock opera 5PNNZ e 2VBESPQIPF
OJB che diventeranno pure due film — e
che non riesce a centrare il primo posto in
hit parade solo perché lì si pianta la colonna sonora di (SFBTF (O tempora! O mores!). John Entwistle, il basettone che in
.Z (FOFSBUJPO esegue l’assolo di basso più
famoso del rock, lo segue quasi un quarto
di secolo dopo, 2002, stroncato come un riccone qualsiasi nella suite di un hotel di Las
Vegas da una notte di coca e probabilmen-

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ce, mi entusiasmavano, mi ispiravano.
Mi ispirarono al punto che con la mia
band giovanile — i Castiles: avevo circa sedici anni e quel fine settimana avevamo un
concerto nel seminterrato della scuola cattolica Santa Rosa da Lima, per il ballo
dell’Organizzazione giovanile cattolica —
uscii a comprare un fumogeno e una luce
stroboscopica e li portai al concerto. E verso la fine della serata, non avendo cuore di
distruggere la mia chitarra — era l’unica
che avevo, cercate di capirmi — alla fine
della serata accesi il fumogeno nel seminterrato della scuola. Azionai la luce stroboscopica e mi arrampicai in cima al mio amplificatore Danelectro, con in mano un vaso di fiori che avevo rubato da una delle aule al piano di sopra. E con un grande gesto
plateale sollevai teatralmente il vaso di fiori, mentre il tremolio accecante della luce

stroboscopica mi illuminava, con il fumo
tutto intorno, e le suore che mi guardavano
inorridite, presi e lo frantumai sulla pista
da ballo. Poi saltai giù dall’amplificatore e
calpestai le petunie, infliggendogli una
morte precoce. Devo essere sembrato davvero ridicolo, un pazzo. Quel vaso di fiori
non aveva la magnificenza della Telecaster
nuova di zecca ridotta in mille pezzi, ma
questo passava il convento, perciò… Tornai
a casa sorridente, sentendo che fra me e Pete Townshend c’era una specie di legame
di sangue, e da allora non sono più tornato
indietro.
Crescendo, mi sembrava che la musica
degli Who crescesse con me. La frustrazione sessuale, la politica, l’identità. Queste
cose mi scorrevano nelle vene con ogni album degli Who che usciva. Mi sono sempre
ritrovato in qualche pezzo della loro musi-



te qualcos’altro con una fan molto più giovane di lui.
Spero di morire prima di invecchiare? Diciamo invece speriamo che me la cavo. I
due sopravvissuti imparano la lezione e oggi eccoli qui a festeggiare il tour — l’ultimo,
giurano — del cinquantesimo. Roger è sempre stato il più moderato e a 72 anni ha ancora il fisico asciutto da ex pugile — anche
se ha rinunciato a mostrare come un tempo il torso nudo in concerto dopo un rimbrotto del /FX :PSL 5JNFT. Pete ha chiuso
da un pezzo con droghe e alcol: ultima perversione conosciuta, l’accusa piovutagli addosso — proprio a lui, abusato da bambino
— dopo che la sua carta di credito sembrava finita in un sito per pedofili. Una sentenza l’ha riabilitato: era solo un sito porno.
I ragazzi che volevano morire prima di invecchiare sono dunque ancora tra noi. E domenica prossima saliranno sul palco inglese di Glastonbury per accendere il festival
rock piu prestigioso del mondo e celebrare
insieme ai Foo Fighters (quel che resta dei
Nirvana di Kurt Cobain) e a Kanye West (il
re dell’hip hop oggi mangiatutto) i loro prima cinquant’anni di vita ormai non più spericolata. E .Z (FOFSBUJPO? È ancora tra
noi: ma ormai è diventata la generation di
tutti. Mine, Yours, Theirs. La mia, la vostra,
la loro. Basta vedere i ragazzi di ogni età,
dai Baby Boomers ai Millennials, che affollano gli ultimi show. D’accordo: ogni vero
classico è eternamente contemporaneo.
Ma gli Who lo dimostrano plasticamente finanche nella presenza scenica: al posto di
Keith Moon oggi alla batteria indovina chi
c’è? Zak Starkey, il figlio di Ringo dei Beatles, che in questi giorni ha compiuto lui
stesso 50 anni. Dio salvi la Regina: a salvarsi, gli Who, ci hanno pensato da soli.
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ca. Per esempio 5IF 4FFLFS: il cercatore è il
ragazzo di #PSO UP 3VO. Non ci sarebbe nessun EPXO JO KVOHMF CB EB CBN MBOE, (ritornello della canzone di Springsteen +VO
HMFMBOE, ndt) senza quell’attacco feroce e
sanguinario di Pete al suo strumento. Pete
è il miglior chitarrista ritmico di tutti i tempi. Ha un ritmo incredibile e ci ha dimostrato che non dobbiamo interpretare nessun
ruolo. È una cosa incredibile da vedere, sul
serio. Pete è riuscito a prendere il corrotto
mondo del rock and roll e a renderlo spirituale, a trasformarlo in una ricerca. Magari
non gli farà piacere sentire questo genere
di cosr, ma la verità è che lui ha individuato
il luogo nobile del rock e non ha avuto paura di andarci.
Mi sono portato dietro molto di tutto questo negli anni. Perciò, Pete, sono qui per dirti, complimenti; e anche per dirti grazie:
non solo per 8IP T /FYU, e per 8IP "SF
:PV, ma anche per XIP * BN, per quello
che sono diventato io.
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LONDRA
O SPETTACOLO ANTICHISSIMO, MA SEMPRE DI GRAN RICHIAMO, delle teste mozza-

te. Il sangue giovane che rallenta l’Alzheimer. L’efficientissima EBSL OFU, provincia criminale della rete, come possibile futuro di internet. È solo un assaggio del sincretismo culturale di cui le conferenze TED (Technology Entertainment Design, le ispirazioni originarie) sono ormai sinonimo. #FZPOE UIF &E
HF, oltre il limite, è il lasco titolo di quella che si è tenuta giovedì a Londra. In
un format inedito: mezza giornata, di cui fino all’ultimo si ignorava il programma, contro le solite quattro; eccezionalmente gratis contro i seimila dollari del biglietto Global o i settemila e cinquecento del californiano; banditi
cellulari e tablet sin qui fastidiosamente onnipresenti in platea. «Era un esperimento. Mi sembra che sia andato molto bene. Lo ripeteremo altrove» commenta Bruno Giussani, l’ex giornalista svizzero che dal 2005 cura l’edizione
internazionale. Un appuntamento al buio, con trecentocinquanta invitati per ascoltare dodici relatori assai diversi tra loro, ma cucinati nella tipica salsa TED che il video iniziale riassume meglio di qualsiasi manifesto. Un blob di un tipo che fa un doppio carpiato sugli scii, uno sulla carrozzina che salta
nel cerchio di fuoco o un altro che fa un canestro impossibile di spalle.
Frammenti del canale Youtube 1FPQMF BSF BXFTPNF dove «gente ordinaria fa cose straordinarie».
"NB[JOH, stupefacente, qui è il termine più ripetuto. Il sottotesto ideologico che, in tempi di disuguaglianze e precarietà ai massimi, ha decretato il successo dello show che ribadisce l’attualità del sogno
americano: se davvero vuoi, puoi ottenere qualsiasi cosa. Così, un talk da diciotto minuti alla volta, le
barbose relazioni di una volta diventano sexy e motivazionali, in una sorta di spettacolare terapia di
gruppo.
Turbo riassunto delle puntate precedenti. Il TED nasce in California nell’84 come club riservato a
gente che è disposta a pagare per intuire dai bene informati cosa ci riserva il futuro prossimo. Nel
2000 subentra l’editore inglese Chris Anderson, che nel 2005 aggiunge all’evento originario quello

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Global. Ma il fenomeno esplode
l’anno successivo quando mettono
online gratis le conferenze. Nel 2009 si
inventano i TEDx, quattordicimila a oggi,
organizzati indipendentemente (EJTDMPTVSF: il
vostro cronista ne ha curati tre). Eppure, nonostante questa abbondanza, c’è ancora tanta gente che preferisce sborsare migliaia di dollari per
assistere dal vivo alle performance. Un po’ per lo
status di un appuntamento diventato la versione
hipster di Davos. Un po’ per la possibilità, nelle
pause tra le sessioni, di scambiare due chiacchiere e magari un biglietto da visita con le stelle più
brillanti del tuo firmamento professionale.
Ma torniamo nelle ultime file centrali del gremito Faraday Theatre. Lo storico israeliano Yuval Nohah Harari è l’autore di una storia dell’homo sapiens. «Se rimanessimo su un’isola deserta
io e uno scimpanzé», spiega, «scommetterei sulla scimmia quanto a possibilità di sopravvivenza.
Ma ciò che ci ha fatto avere la meglio, evolutivamente, è la nostra capacità di inventarci concetti
astratti (dio, il denaro eccetera) e di cooperare
nel loro nome». Troppo facile obiettare che per
poche altre cause ci si è scannati di più. Il prof è
dotto e divertente e l’interazione col pubblico
non è prevista.
Frances Larson è l’antropologa di Oxford che

ha scritto una storia delle decapitazioni. Spiega
che la ghigliottina non piaceva tanto al popolo
perché era troppo rapida, non dava soddisfazione. Mentre dal video del decollamento di Nick
Berg, uno dei termini più cercati su Google
all’epoca, agli scempi dell’Is (con un milione e
duecentomila britannici che hanno visto la lama
sul collo di James Foley) il genere è di tremenda
attualità. Perché c’è un pubblico «che dovrebbe
smettere di guardare, ma che non lo farà». Grandi applausi, anche se verosimilmente sta criticando anche noi (come in quel TED in cui un WFOUVSF
DBQJUBMJTU di Shanghai si era conquistato un’ovazione dando del pirla all’uditorio, sostenenedo la
presunta superiorità del capitalismo cinese).
Johann Hari ha scritto un libro sul monumentale fallimento delle politiche di guerra alla dro-

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ga. Aggancia emotivamente il pubblico raccontando di quando si accorse che un suo familiare
era un tossico. Porta l’esempio del Portogallo,
unico paese ad avere totalmente decriminalizzato le droghe, che in quindici anni ha dimezzato la
dipendenza. E chiude sulla nota positiva che la
platea apprezza sempre: invece di arrabbiarvi
scrivete canzoni per i tossici, perché solo l’amore
li recupererà.
Il menu perfetto di un TED prevede alcune portate di autocritica. Ci pensa Jon Ronson, specialista di psicopatici, che ha da poco pubblicato un libro su quella spietata gogna mediatica che i social network possono diventare. Ricorda la storia
di Justine Sacco, che prima di decollare per il Sudafrica aveva postato su Twitter un demenziale
commento razzista (“Spero di non prendere

l’Aids. Scherzo. Sono bianca!”) e
mentre era in volo, e non poteva replicare, è stata letteralmente spellata viva
dalla rete, perdendo poi il posto di lavoro (capo delle relazioni esterne di una grossa società
che possiede una trentina di siti web, anche famosi), il sonno e la sua vita per com’era prima.
Tempo fa 8JSFE fece un diagramma del talk
perfetto: uno per cento di grafica suggestiva, cinque di barzelletta iniziale, ventitré di fallimento
personale, quarantanove di tesi controintuitiva
e via elencando. La tesi a sorpresa, ma immensamente promettente, è quella del neurologo Tony
Wiss-Coray. A Stanford ha sperimentato come il
sangue di giovani topi trasfuso in topi con malattie neurodegenerative abbia un effetto ringiovanente (parabiosi) sui cervelli compromessi. Ora
è la volta del test sugli umani. Lo applaudono, ma
non tanto quanto meriterebbe.
Sicuramente meno di Alice Phoebe Lou, un’artista di strada vagamente somigliante a Scarlett
Johansson, che rivendica di creare, con la sua musica, «bolle di serenità che, a loro modo, migliorano il mondo, anche se è un cliché». Qui c’è gente
che non si vergogna a dire cose che farebbero arrossire i nove decimi degli adulti europei. Un candore BNFSJDBOP che, quello sì, noi ci sognamo.

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L TEQUILA È UNA PALLIDA FIAMMA che attraversa i muri/ e vola

sopra le tegole come sollievo alla disperazione/ Il tequila non
è per i naviganti, perché offusca gli strumenti di navigazione/
e non obbedisce ai taciti ordini del vento/ Però il tequila, in
cambio, è grato a chi viaggia in treno e ai macchinisti/ perché
è fedele, cieco nella sua lealtà al delirio parallelo delle rotaie/ e
ai fugaci saluti nelle stazioni, dove il treno si ferma per testimoniare/ il suo imperscrutabile destino errante”.
Álvaro Mutis, nato in Colombia ma messicano di cuore e di
casa fino alla morte, era un cultore del distillato d’agave, passione condivisa con l’amico di sempre García Márquez. Per
questo, non gli deve essere stato difficile dedicare una poesia,
1POEFSBDJØO Z TJHOP EFM UFRVJMB, al suo liquore preferito.
Del resto, il tequila abita la quotidianità di una larghissima fetta della popolazione messicana, bevuto in (quasi) beata solitudine — la mano come un piccolo vassoio, un pizzico di sale nella
tabacchiera anatomica tra pollice e indice e una fettina di limone appena più in là — o sapientemente miscelato nella preparazione di un’agguerrita pattuglia di cocktail. Limone e sale svolgono un’azione millenaria e necessaria per bilanciare con cloruro di sodio e acido citrico il sapore
pungente (dal solfuro d’idrogeno) dell’agave. Senza dimenticare che le temperature dei Tropici, assommate ai superalcolici, provocano sudorazioni abbondanti e conseguente perdita di sali
e vitamine. Così, si beve tequila e se ne i tamponano gli effetti negativi con sale e limone.
Così, all’interno delle bottiglie la quota di agaDopo aver sostituito i vini fortificati spagno- ve Weber blu fermentata (QVMRVF) e distillata
li, cacciati da bar e scaffali dopo la raggiunta in- è scesa in maniera inversamente proporzionadipendenza, il tequila ha varcato trionfalmen- le al crescere della quantità di zucchero, che
te i confini messicani grazie alle prime produ- costa assai meno.
zioni hollywoodiane made in Acapulco, distilLe distillerie più prestigiose rivendicano la
lato esotico e trasgressivo, alternativo agli qualità del prodotto scrivendo “100% agave”
americanissimi gin e bourbon. Mezzo secolo in etichetta. Una diatriba che ha favorito la repiù tardi, la cucina dei QVFCMPT — espatriata in- surrezione del NF[DBM, il distillato ottenuto da
sieme ai migranti messicani — ha conquistato una miscela di varietà differenti di agave (una
mezzo mondo perché popolare nei prezzi e ruf- trentina, tra le oltre centocinquanta diffuse in
fiana nei sapori: OBDIPT e HVBDBNPMF, UBDPT e Messico). L’unica aggiunta autorizzata è quelGBKJUBT, il tutto innnaffiato da irresistibili caraf- la di un verme della pianta, il HVTBOP, accredife di Frozen Margarita.
tato di virtù allucinogene e afrodisiache, abiPeccato che negli anni, complice la massic- tualmente consumato fritto con sale e pepecia crescita dei consumi, il tequila abbia smar- roncino, insieme a un bicchierino di distillato.
rito il meglio di sé, preservato nei territori del- In caso di visioni paradisiache, incolpate il mala produzione — lo stato di Jalisco — ma non gico mangia-e-bevi e ripetete l’esperimento.
sempre nella purezza della ricetta originaria.
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ATOTONILCO (MESSICO)
RA LA REVOLUCION A SORSI. Ribelle e

sovversiva. Sudore e pugni sinistri
alzati. Il mondo che si muoveva dal
basso. Ora è l’happy hour del mondo. Calmava ogni sete, shakerava
ogni tipo di rivoluzione: politica, artistica, sessuale. Cocktail da sballo: murales e colpi di pennello, ballate e sesso scorretto, ingiustizie e tenerezze. Zapata e Villa. Diego e Frida. L’Elefante e
la Colomba. Rivera e le donne. Anche Frida con

le donne, senza tralasciare gli uomini. Leon in
esilio e Tina desnuda. Trotsky, sessantenne, che
scongiura Frida di non lasciarlo. Chavela Vargas
vestita da uomo, una ranchera con sigaro e pistola, che seduce le signore e canta: “Dal viale dei sogni rotti, passano alla larga i terremoti e c’è un
tequila per ogni dubbio”.
Quel Messico lì, maschio e corposo, indigeno e
internazionalista: ponchi rossi e serpenti piumati. Sogni e dolori, utopie e calvari. La Casa Azul di
Coyoacan dove Frida con il corpo rotto, dipinge-

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va a letto, in quel sarcofago di gesso e di ferro
che poi Madonna con i suoi corsetti renderà di
moda. Morfina e alcol. Amori e disamori. Sopra e
sotto il vulcano. Mariachi, sombreri, teschi di
zucchero. E una bottiglia di tequila sempre a portata di mano. La letteratura messicana non ne
può fare a meno, non c’è rigo, storia, pagina, dove non compaia: da Roberto Bolano a Octavio
Paz passando per Carlos Fuentes. Le apocalissi
del paese ne sono innaffiate. Ce n’erano due bicchieri sul comodino anche la sera che Frida morì, forse per mettere in fuga la Pelona, la Cagna
Spelacchiata, come lei chiamava la morte. Bevanda macha, rozza, proletaria. Esuberante, ma
anche dolce e mielosa. Da tracannare. Un misto
di fatica e di desiderio.
L’agave blu. Pianta grassa a foglie spinose. Un
simbolo, una leggenda, un’identità. Al maschile. Tanto che i suoi campi sono stati dichiarati
paesaggi culturali dall’Unesco e inseriti nella lista dei siti protetti come Patrimonio dell’Umanità. La leggenda dice che il tequila è figlio di un fulmine. In sintesi: durante il regno azteco una saetta centrò un agave spaccandola in due. Il succo
della pianta, in quel clima caldo, cominciò a fermentare. Il dio Quetzacoatl, preoccupato della
tristezza che affliggeva tutti gli uomini, fece
scendere la dea innamorata Mayahuel e la trasformò in albero. La nonna della dea, gelosa, la
incenerì. Lì nacque l’agave. Amore non vinto. La
pianta d’agave è una madre che nutre il Messico. Serve a tutto: come filo da cucire, ago, carta
da scrivere, come tessuto e rivestimento.
Dal ‘78 esiste la denominazione di origine controllata, tequila è solo questa, duecento milioni
di litri l’anno, prodotta nella regione del Jalisco,
fuori Guadalajara, duemila metri sul livello del
mare. Il lavoro sui campi è infame, nessun mezzo meccanico, solo braccia. Si chiamano, KJNBEP
SFT, tagliano le foglie e le radici dell’agave con
una scure, dalla lama lunga e arrotondata, che
ogni tre mesi va cambiata. Quella che resta è la
piña, che va dai 12 ai 45 chili, e che dal cesto sul
dorso degli asini finirà nei camion. Poi ci sarà cottura, macinazione, fermentazione.
Un distillato di eccessi. Consumato da chi voleva sovvertire l’odine sociale e poi da chi voleva
scombinarsi e basta. I romanzi hard boiled. James Crumley, ex giocatore di football, ex trotzkista, che si fa di tequila e scrive - VMUJNP WFSP CB
DJP. Bicchiere da artisti che vanno in direzione
ostinata e contraria. Ne va pazzo anche quel genio del cinema di Orson Welles, che già a sette
anni recitava Re Lear, e che al sedicesimo bicchiere confessa sobriamente a Oriana Fallaci
che lui diventerà presidente degli Stati Uniti.
Quello sballo oggi è un sofisticato rito mondiale.
Piace anche a George Clooney che una sera esagera e si mette per sbaglio nel letto di Cindy Crawford.
A Città del Messico il “Limantour” è nella lista
dei cinquanta migliori bar del mondo grazie alla
riscoperta di tequila di qualità. «Era il nostro prodotto povero, quasi ce ne vergognavano, non ci
sembrava all’altezza di whisky e champagne,
ora invece grazie a Don Julio è diventato una raffinatezza metropolitana di chi la sera in America Latina non si sente inferiore a New York e a
Londra». È don Julio Gonzales che cambia faccia
al tequila. Lo chiamano JM GPOEBUPSF. Ha diciassette anni quando gli muore il padre, a casa sono
in nove fratelli, lui va in giro a vendere tequila,
ma è troppo piccolo e lo arrestano. Si fa pagare la
cauzione da un parente, si fa prestare soldi, nel
‘47 compra una distilleria ad Atotonilco, la chiama Primavera, e in due anni la fa funzionare a
pieno regime. Niente più bevanda povera, frettolosa, senza qualità. Don Julio fa in modo che le
agavi blu abbiano il tempo di crescere e di maturare al sole, sceglie i terreni migliori, ricchi di rame, lascia fermentare bene, non ha fretta. Un
made in Mexico originale, ma più moderno, che
va giù a testa alta. Non rinnega le sue origini, ma
le rivisita e le esalta. Don Julio lancia una moda
tra terra e cielo. Perché il Messico è così: mischia
sempre. Lo diceva anche Frida: «Annego le mie
pene nel tequila, ma quelle maledette hanno imparato a nuotare».
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“A vent’anni mi facevo schifo, finalmente adesso mi godo le
cose, non cambierei nulla al mondo per tornare indietro. E
poi basta con questa moda della nostalgia, la tristezza ad
ogni costo è solo noiosa, i figli del dramma mi hanno stancato”. Sereno e in gran forma, a trentacinque anni il cantante riparte da Torino con un gran tour negli stadi — “roba da atleti” — e ormai non scappa più: “Il mio talento è puro istinto e artigianato. E poi c’è la parola, è lei Brachetti (del resto, a Torino...), passerella sul ponte elettronico a 360 gradi,
prove in Belgio, musicisti da paura. E musica con poca elettronica
e tanta voce, tutta voce. «Mi è scappata la mano: una roba del genere non la riche mi ha salvato: tenere un dia- lunghissime
peterò mai più, per cui guardatela bene».
Perché un artista è tante cose e non sta mai fermo, «se entra nella gabbia
maniera è finito». Un po’ spiazzante questo bilancio che arriva a trentario, scrivere canzoni, l’analisi. della
cinque anni: prestissimo. «Ma ho scritto proprio tanto. E non penso ci siano
tanti miei colleghi che dopo soli cinque dischi potessero reggere due ore e mezsingoli, in fila. La casa discografica mi aveva chiesto di celebrare i dieci anMi sento bene. Si ricomincia. Da zani didiattività,
ho rifiutato, non era il momento e questa antologia non arriva allo scoccare di una data, non c’è nessuna cifra tonda, nessun anniversario, solo
scaletta che regge un concertone». Il bello della diretta è proprio bellissimo.
dove? Anche dal rispetto per il la«Guardi
la gente negli occhi, la senti e capisci che magari un cd si può piratare,
un live no. La scena è un valore, dono reciproco e bisogna darsi senza paura.
Credo che concerti del genere fossero per me quasi un dovere, oltre che un priproprio corpo”
vilegio. E in tempi di profondissima crisi dell’industria musicale, solo l’esibizio-

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TORINO
E SCARPE DA GINNASTICA SONO GIALLE, la maglietta invece è rossa con

sopra i Robot Transformer. E lui, Tiziano Ferro, sdraiato sul divano
del camerino appare come una creatura serena, pacificata. In fondo, un po’ robot transformer siamo tutti. Prende le cialde, prepara
e offre caffè. «Non bevo un goccio di vino da settembre, niente formaggio, niente latte, niente aperitivi e sto benone, dormo che è una meraviglia, al massimo mi concedo trasgressioni decaffeinate».
Sorride, e l’ombra svanisce da questo volto di ragazzo che conosciamo da
tanti anni, la sua strada, il successo immediato, il disagio, la fuga, il ritorno,
smettere di far finta di niente, smettere di nascondersi. «A vent’anni mi
facevo schifo, adesso mi godo le cose e non cambierei nulla per tornare
indietro». Il passato, dice lui, è una culla per rigenerarsi, però basta
con questa moda della nostalgia. «Non l’ho inventato io: per ieri e per
domani non si può fare niente, per oggi invece sì. Vedo certi miei coetanei così tristi, mi chiedono “ti ricordi?”, a un certo punto mi sembrava che non si potesse scrivere qualcosa di bello senza stare male.
E Fellini, allora? Quel tripudio di colori? Lui era un genio grandissimo
e gioioso, non un sofferente. La tristezza a ogni costo è solo noiosa, mi terrorizza diventare così. Da qualche tempo le mie
canzoni sono più luminose, meno crepuscolari, i figli del
dramma mi hanno un po’ stancato». Mica è un meccanismo automatico: «Bisogna prendersi la responsabilità di
confrontarsi con quello che non va e non mentire a se

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stessi. Dopo, andrà meglio».
Tiziano Ferro ha ordinato la sua autobiografia
in una smisurata raccolta di brani e l’ha squadernata in un concerto da stadio. Debutto ieri sera
all’Olimpico di Torino, poi ci saranno anche San Siro (due volte) e lo stesso a Roma. «Una cosa da folli,
sembra l’idea di un malato bipolare vittima di una cura
che non sta andando tanto bene». Ventisette canzoni, «tutti i miei singoli sparati a bomba», si comincia con lui che fa
CVOHFF KVNQJOH al contrario, tirato su da un gancio, poi capriola, atterraggio e qui parte il primo brano. Botte di vita: arrampicate sugli schermi (la grafica digitale è bellissima),
danze e altre acrobazie, sciabolate di un laser sperimentale
che segue la mappatura del corpo, cambi d’abito quasi alla

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ne dal vivo ristabilisce un po’ l’equilibrio. La leggenda del milione di copie è
perduta per sempre». Cosa poi sia questa scrittura, meglio non domandarlo a
Tiziano. «Perché non lo so, non me ne intendo e rifiuto gli inviti ai dibattiti
sull’uso della parola. All’inizio era un lavoro per larga parte inconsapevole, anche se non ne sottovalutavo il valore terapeutico. Il mio talento è puro istinto e
artigianato, natura e mestiere. Mi hanno insegnato a fare, buttare e rifare. I
colleghi più giovani a volte mi sembrano frettolosi, non è tutta colpa loro, glielo chiede il mercato. Io, però, dal ’98 al 2001 sono stato in bottega a prendere
schiaffi finché non arrivava la canzone giusta».
Si alza, infila un’altra cialda nella macchinetta del caffè. «L’unica droga mai
praticata, e alla mia età penso di essere immune da rischi maggiori». Fuori dal
camerino c’è rumore di temporale. «Io ascolto tanto, non sarei capace di scrivere se non lo facessi. Cerco di non sottovalutare nessuno, di non giudicare. E scrivere mi ha sempre fatto solo bene, anzi mi ha proprio salvato. Il diario, le canzoni, il lavoro cominciato con l’urgenza dell’analisi e della terapia e poi continuato perché mi piace, mi serve come mantenimento». Cercare dentro di sé le cose, tutte, anche quelle sgradevoli, specialmente quelle. «E poi sentirsi meglio,
cominciando dal rispetto del proprio corpo. Lo dico ai ragazzi: bere è stupido,
diventa una gestualità sociale priva di scopo. Stai in compagnia, ordini uno
TQSJU[, poi un altro e non diventi mica meno annoiato. In compenso, magari da
annoiato ti ubriachi. Ha senso?». Il tempo che passa fa dire cose poco ovvie, poco comode. Tipo: «I social network andrebbero messi fuori legge, abbrutiscono le persone». Ohibò, lo pensa pure Umberto Eco. «Molti vivono su Twitter o
Facebook come se quella fosse la vita reale, litigano per piccolezze, sfogano frustrazioni profonde, anche patologiche, svelano dolori, lutti, la necessità di un
commiato. Ed è insopportabile l’esibizione di tutte queste fotografie di bambini, queste invasioni dentro esistenze che non possono difendersi. E poi, i social
sono anche il rifugio di chi non ha niente da fare. Perché chi ha da fare, fa».
La vita in piazza, dal droghiere alla rockstar, e la piazza è fasulla, è guardona. «Io appartengo a una generazione cresciuta con l’amore per gli artisti del

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mistero, penso a Freddy Mercury o David Bowie, e davvero non immagino un selfie di Mercury in vestaglia la sera, prima di andare a dormire.
Poi, per carità, so che anche Paul McCartney si fa qualche selfie». Ma oggi
un personaggio pubblico può fare a meno di Twitter? «Per certe cose è rapido, immediato, dunque necessario, però il mio profilo lo gestiscono i collaboratori, io non ho neppure la password per entrare.
Quando ho qualcosa da dire, giro il messaggio e finisce lì». Invece delle praterie della parola superflua ed egocentrica, appiattita in un linguaggio liofilizzato, «meglio i vecchi territori
dell’inconscio che all’inizio percorrevo senza rendermi conto
quasi di nulla, poi il mestiere e l’esperienza mi hanno aiutato. L’indole non si cambia, io continuo a viaggiare al massimo dell’emotività però alzo l’asticella».
Tiziano Ferro ha passato tutta la settimana a provare il
suo debutto ginnico e matto, martedì non ha smesso di diluviare, le nuvole della grafica sul palco raddoppiavano quelle del cielo, nerissime. Ma lui si è divertito come non mai.
«Adesso è tutto bello, vivo con più praticità e meno sogni,
non sembri riduttivo». Si è fatto legare come un salame e issare come un trapezista, ha guardato il mondo a testa in
giù come l’astronauta Samantha, forse è davvero tutto un
segreto di punti di vista e coraggio, compreso l’abbandonare la forza di gravità. Basta un attimo, poi si torna giù. «Roba
da atleti: lo stadio, in questo senso è un luogo perfetto». Tiziano ha chiamato a raccolta tutte le sue canzoni, quelle della terapia e quelle della compagnia, le ha diversamente colorate, pure
quelle d’amore. L’amore: una cosa semplice, come dice quel titolo? «Alla fine, sì. Troppe complicazioni dovrebbero far capire che
non durerà. Io mi attengo all’evidenza dei fatti, sapendo che il mestiere dello stare insieme non è una passeggiata».
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he sia alla Queen’s Gallery di Buckingham Palace,
o al Padiglione Swatch
della Biennale, il tema del
giardino come spazio sacro e interiore risorsa dello spirito si impone. A Londra, in mostra è la pittura del paradiso, il
modo in cui il giardino nei secoli ispira la
fantasia di artisti diversi e lontani, da Leonardo a Carl Fabergé. A Venezia, una immensa istallazione di Joana Vasconcelos di
fiori luminescenti su uno sfondo acustico di
suoni ci trasporta in un’atmosfera di incanto. Analizzando poi le ultime e più interessanti uscite editoriali, troviamo sotto i riflettori i più diversi giardini. Da *M HJBSEJOP
DIF WPSSFJ di Pia Pera ai (JBSEJOJ JO UFNQP
EJ HVFSSB di Teodor Cedric (entrambi pubblicati da Ponte alla Grazie), a 1JDDPMB QFEB
HPHJB EFMM FSCB 3JGMFTTJPOJ TVM HJBSEJOP
QMBOFUBSJP di Gilles Clément (DeriveApprodi), fino a #SFWF TUPSJB EFHMJ BMCFSJ EB MFUUV
SB di Giuseppe Barbera (Edizioni Henry
Beyle),
Del resto, già Keats nell’0EF B 1TJDIF del
1819 aveva donato alla Fantasia l’appellativo di “giardiniera”, che intreccia ghirlande
di fiori i più vari, mai gli stessi, sempre nuovi. Più o meno un secolo dopo, nell’0EF BMMB
HJBSEJOJFSB Neruda vedeva Eva stessa come “un’agricoltora” che maneggia radici e
umidi semi. Sì, proprio Eva, che è nata
nell’Eden, e l’ha perduto. Non solo per sé,
ma per tutti noi, che nel ricordo di quel primo giardino, non facciamo che provare a ricrearne altri. Un bisogno costante che però
si trasforma, in questo periodo, in una tendenza editoriale molto forte, con un boom
di libri di vario genere dedicati al mondo
dei giardini, della botanica e delle piante.
Quella del giardino è non solo una fanta-

sia poetica, in cui sfoga un desiderio di felicità e bellezza e armonia con la natura, in
cui crede fermamente il poeta, romantico e
non — da Milton a Rilke, da Esiodo a Dante.
Dal giardino degli dei di Gilgamesh alle Isole dei Beati dei greci, dall’Accademia di Platone al giardino di Epicuro, dal Jardin du
Luxembourg a Parigi a Villa Borghese a Roma, il “giardino” è anche e soprattutto
un’allegoria morale, in cui si rappresenta
la passione d’amore che il cavaliere-giardiniere tributa alla dama-terra, alla quale è
pronto a donarsi con tutto il suo fervore,
proprio perché riconosce che da lei viene
ogni bene.
Ben sa il giardiniere amante e solerte servitore che la vita esiste soltanto laddove il
dare ecceda il prendere. Senonché, nella
proporzione tra l’uno e l’altro gesto, via via
nei secoli lo scambio s’è fatto sempre più
ineguale. Il che preoccupa in particolare il
giardiniere post-moderno, e non a caso in
tanti libri di oggi l’idea del giardino sembra prendere forma nel modo di un pensiero che si presenta come Cura, dove pensare
significa esattamente questo: essere heideggerianamente pieni di preoccupazioni
e ansie.
Il giardino è dunque un modo per riflettere sulla condizione umana. Non a caso anni
fa Robert Pogue Harrison intitolava un suo
libro: (JBSEJOJ 3JGMFTTJPOJ TVMMB DPOEJ[JP
OF VNBOB (Fazi). E sempre non a caso, le
parole “cultura” e “coltura” sfumano l’una
nell’altra, e la coltivazione di sé e dello spirito sgorgano dal medesimo verbo, che può
valere per l’atto di coltivare la terra o educare lo spirito. La verità è che viviamo di corrispondenze, e pensiamo per analogie, sì che
la natura è in noi e noi nella natura in un
rapporto insieme naturale e culturale, che
tuttavia ogni volta ciascuno di noi dovrà ri-

formulare nel suo proprio modo e nella sua
propria lingua. Ecco perché il giardino ha
per lo più il medesimo significato, e al tempo stesso si offre secondo incarnazioni le
più diverse. Il giardino all’italiana non è
quello giapponese, né quello inglese somiglia a quello italiano. Epperò, in ogni patria
l’impulso a creare il giardino manifesta, se
non altro la medesima volontà di custodire
dentro e fuori di noi un rapporto con la natura, che non sia di sopraffazione, ma di cura,
appunto. È un farmaco, il giardino, un modo di allearsi con la Bellezza. Che è un piacere, ma anche un bisogno.
A i nuovi libri che
escono, le rassegne
d’arte che si allestiscono ci pongono la
domanda: che cos’è
un giardino? Richiede fatica, ma è propriamente lavoro? O piuttosto creazione?
Il giardiniere è un artista? O un operaio?
Andare in villa, come fanno i giovani fiorentini nel %FDBNFSPO, nel momento in cui la
peste divora la vita in città, è una fuga vile?
O non piuttosto un modo colto e sapiente di proteggere la vita, di custodirla? In
tempi davvero bui, insegna Hannah
Arendt, quando la condizione umana è sotto assedio, fuggire dalla realtà è un modo
non di ignorarla, ma di non aderirvi. Per osservarla. Per trasformarla.
Intendo dire che in giardino non siamo
per forza fuori del mondo. Questi libri lo dimostrano: il giardino non è un eremo, un ritiro, ma il luogo da cui ripensare la realtà.
Nella sua 1JDDPMB QFEBHPHJB EFMM FSCB, Gilles Clément ci offre riflessioni, grazie alle
quali riformulare questioni che non sono affatto nuove, ma antiche come il mondo; le
domande essenziali, di sempre — che nascono proprio in quel recinto, o Garten appunto; e cioè, in quello spazio eletto con
una speciale funzione. In questa parte o
porzione di terreno messa in parentesi dalla recinzione, ci si occupa del vivente, diciamo così, in modo intensivo. Qui il giardiniere custodirà la natura, ma in che modo?
con quanto rispetto del vivente? Che farà,
ad esempio, delle erbacce? Nel famosissimo primo monologo della sua tragedia Amleto descrive la Danimarca come «un giardino che va in seme».
ià, nessuno in quel giardino strappa le erbacce: è un cattivo giardino, quello in cui trionfano le malerbe. Ma non
sarà del tutto artificiale
un mondo naturale,
senza ciò che da sé spontaneamente sboccia? Senza quelle che Clément chiama le
“erbe vagabonde”? Se non vogliamo solo
dei giardini-reliquiari, dovremo accettare
l’ordine dinamico della natura, rispetto al
quale già Amleto dubitava che nel caso la
gara si decidesse su questi parametri,
senz’altro la malerba trionferà. D’altra parte, «la vita non deve molto alle catastrofi»?
E non c’è «dell’amoralità nel pensiero ecologico»? È quanto ci chiede Clément: domanda inquietante. A cui dovremmo istruirci a
rispondere.
L’avvenire della terra è in pericolo, non
bisogna essere raffinati ecologisti per saperlo. In $PSQP DFMFTUF Anna Maria Ortese
scriveva pagine bellissime su questo tema,
dimostrando una sensibilità straordinaria
alla natura, quasi che il poeta sia la creatura più intonata a interpretarne la profonda
necessità. Era già, la sua, “green literature”, per riprendere la felice formula di Duccio Demetrio?
Nel suo (SFFO "VUPCJPHSBIZ Demetrio
ci persuade che è la natura a fornirci la lingua per raccontare la vita. In uno scambio
fecondo tra interiorità ed esteriorità, tra visioni e percezioni, ascoltiamo noi stessi. Sì
che l’uomo è giardiniere sempre, perché è
insieme uomo di sogni, oltre che di esperienza, e crea ed è creato nel suo rapporto
con ciò che lo circonda. In primis, la Natura.

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essant’anni fa, il 18 aprile 1955,
moriva Albert Einstein, il più grande
scienziato moderno. Quindici anni fa
la rivista 5JNF lo designò “uomo del XX
secolo”, a riprova del fatto che la sua
influenza andò ben oltre il campo scientifico.
In particolare, la sua opposizione a Hitler e
la sua adesione al pacifismo lo promossero al
rango di opinionista universale, interpellato
sui più disparati argomenti. Uno dei quali
era la religione, alla quale alludeva spesso il

4

suo linguaggio oracolare. Ad esempio,
quando gli fu comunicato che gli
esperimenti avevano confermato le
previsioni della sua relatività generale,
qualcuno gli domandò cosa avrebbe pensato
se fosse successo il contrario, e lui rispose:
«Mi sarebbe dispiaciuto per il buon Dio,
perché la teoria è corretta». Altrettanto
famosa è la sua espressione «Dio non gioca a
dadi», a proposito del possibile ruolo del caso
nei fenomeni quantistici.

^

La scorsa settimana sono state vendute
all’asta 27 sue lettere private, alcune delle
quali relative alla sua fede. In una di queste
egli toglie ogni dubbio e dichiara: «Ho detto
più volte che credere in Dio è una
superstizione infantile, e per questo mi puoi
definire agnostico, ma non condivido lo
spirito crociato dell’ateo militante.
Preferisco un atteggiamento di umiltà
intellettuale nei confronti del grande
mistero della Natura e dell’essere».

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Hi non vede
un futuro non
pianta un giardino» dice Paolo Pejrone. Architetto di giardini per gli
Agnelli, i Rotschild, l’Aga
Khan e i Borghese - solo per fare alcuni nomi - di futuro deve
vederne tanto, se si conta tutto il verde che ha piantato. Allievo di Russell Page, ha contribuito anche lui a diffondere la
nuova mania per i giardini,
pubblicando libri come -B QB
[JFO[B EFM HJBSEJOJFSF (Einaudi) e * NJFJ HJBSEJOJ (Mondadori Electa).
Pejrone, come spiega questo interesse sempre più diffuso?
«Il giardino è un rifugio. Un
luogo dove rintanarci e scappare dalla folla. Questo nuovo interesse va di pari passo con il ritorno dell’introspezione: è una
reazione al bombardamento
tecnologico. In Italia, negli ultimi due anni, c’è stato un vero e
proprio boom. Si moltiplicano
pubblicazioni e mostre dedicate al tema. Il verde è uno dei risultati migliori dell’Expo di Milano. Ma il fenomeno è europeo: Francia e Inghilterra ci
hanno preceduto. L’ultima edizione del Chelsea Flower
Show, a Londra, ha dovuto ridurre lo spazio espositivo per
fare posto ai visitatori che sono
sempre di più. Paradossalmente questa nuova mania mette
in pericolo i giardini».
Perché?
«L’eccesso di visitatori non
giova. In Gran Bretagna, al Castello di Sussinghurst, il famoso giardino di Vita Sackville-West, la compagna di Virginia Woolf, è ipervisitato e ha bisogno sempre di più cure. Lo
stesso accade a quello di Isola
Bella sul Lago Maggiore: il lunedì e il martedì mattina viene
riordinato dopo il passaggio
dei turisti nel fine settimana. I
giardini vengono uccisi dal loro stesso successo».
Non è paradossale che in
tempi in cui si riduce la soglia di attenzione, ci si abitua a comunicazioni e connessioni veloci, si riscopra il
giardino che, come si sa, è il
frutto di pazienza e di attesa?
«È proprio una reazione a
tutto questo, un contrappasso.
Si tratta di cedere le armi al

tempo. Si scopre il compiacimento della lentezza. In più il
giardino offre la bellezza della
casualità, del non pulito. Non
tutto appare perfetto e in ordine. E ci sono tanti contrasti, paradossi: l’infimo è legato al sublime. Dal letame vengono fuori le rose e le peonie. I tempi,
poi, non sono così lenti come si
crede. Oltre a quella dei giardini, si sta diffondendo anche la
moda degli orti, che possono
essere coltivati in casa e permettono di applicare i principi
dell’ecologia con risultati veloci. I comuni della cintura di Milano hanno regolamentato i
nuovi orti cittadini».
Se piantare un giardino significa vedere il futuro, è anche un atto di altruismo?
«Assolutamente no. Non c’è
nulla di altruistico. Il rapporto
con la terra e con il tempo è individualistico. Si pianta per se
stessi. Per i propri occhi, per un
conforto personale».
Com’è cambiato il gusto per
il verde, ora che è diventato
così popolare?
«Se prima era appannaggio
di un’élite, adesso si fa giardinaggio in qualsiasi posto. È tutto più libero. E i giardini estesi,
quelli di una certa importanza,
sono diventati più sobri e sostenibili. Il lusso di grandi alberi e
prati a cui bisognava lavorare
tutti i giorni della settimana
non è più pensabile. In questo
pesa molto la diffusione
dell’ecologia. Non si abusa più
dell’acqua. La lavanda va di
moda perché non ha bisogno
di essere innaffiata. Si realizzano giardini a secco. Uno dei
nuovi pionieri della materia,
Olivier Filippi, giardiniere di
Montpellier, ha inventato il
giardino senz’acqua».
Non c’è il rischio di una deriva? Di una banalizzazione
del verde, come è accaduto
per la cucina tra reality
show e ricettari infiniti?
«Gli scenari sono differenti:
il tempo e la pazienza fanno da
moderatori a tutti questi entusiasmi. Una frittata si fa presto
a farla. Piantare un albero no.
Il giardinaggio è di moda, ma
non subisce gli strappi della
moda. Ha dei buoni anticorpi.
In Inghilterra i grandi giardinieri stanno diventando pop
come i cuochi, ma non prevedo
l’effetto .BTUFSDIFG».
Cosa non sappiamo ancora
del mondo vegetale?
«I più ignorano la reciproca
simpatia delle piante. Certe
amano vivere con noi, muoiono senza la nostra compagnia.
È un rapporto di convivenza: si
vive e si cresce insieme. A me
piace moltissimo dar loro da
mangiare: è un momento di
grande gioia interiore».
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