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Lettura.All.Il.Corriere.della.Sera.21.06.2015.By.PdS .pdf



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IL DIBATTITO DELLE IDEE

NUOVI LINGUAGGI ARTE INCHIESTE RACCONTI

#186
Domenica

Anno 5 - N. 25 (#186) Poste Italiane Sped. in A.P. - D.L. 353/2003 conv. L. 46/2004 art. 1, c1, DCB Milano - Supplemento culturale del Corriere della Sera del 21 giugno 2015, non può essere distribuito separatamente

21 giugno 2015

Ugo Guarino
per il Corriere della Sera

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2 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Sommario

Il dibattito delle idee

corriere.it/lalettura

L'inserto continua online
con il «Club della Lettura»:
una community esclusiva
per condividere idee e opinioni

4

Il dibattito delle idee
La mania di profanare
i luoghi sacri
di ADRIANO FAVOLE

5

Scenari
Un leader e un patto politico
per un’Europa all’americana
di MAURIZIO FERRERA

Orizzonti

6 Progetti
Una rete con 4.000 satelliti
per creare il wi-fi globale
di MASSIMO GAGGI

9

Visual data
I cento brand più importanti:
vincono le nuove tecnologie

Archetipi Oggi il film di Garrone
e il giardino di Franco Maria
Ricci, ieri il percorso psicotico di
«Shining» e quello illuministico
del «Nome della rosa»: dal 1980
al 2015 sembra essersi verificato
un sisma capace di scuotere
le fondamenta di uno dei simboli
più persistenti della storia
umana. Che ha stregato Borges
e Calvino; Kubrick, Eco e Jung.
Ma alla fine chi ha sconfitto
il Minotauro? La rete, metafora
globale che sta cambiando
la nostra civiltà e gli edifici
del vivere e del sapere

di NICOLA SALDUTTI

Caratteri

10

Sceneggiature/1
La guerra è un videogioco
raccontata da una colf
di SERENA DANNA

11 Sceneggiature/2
Il nuovo film su Steve Jobs:
quasi un’opera teatrale
di MATTEO PERSIVALE

L’ossessione

14 Le classifiche dei libri
La pagella
di ANTONIO D’ORRICO

UN’OPERA DI FRANCO BATTIATO (PARTICOLARE)

Sguardi

16

L’appuntamento
I dipinti di Battiato,
i lucani di Cartier-Bresson:
la Milanesiana è arte
articoli di CARLO BERTELLI,
STEFANO BUCCI, ARTURO CARLO
QUINTAVALLE, ROBERTA
SCORRANESE e CRISTINA TAGLIETTI

Percorsi

20 Miti
Jordan, Owens e gli altri
11 numeri uno per 11 sport
articoli di DOMENICO CALCAGNO,
CLAUDIO COLOMBO, MARCO
IMARISIO, FABIO MONTI,
ALESSANDRO PASINI, ROBERTO
PERRONE, GAIA PICCARDI,
ARIANNA RAVELLI, MARIO
SCONCERTI, PAOLO TOMASELLI,
FLAVIO VANETTI

22 Controcopertina
Giovanni da Verona
l’ingegnere di San Benedetto
di CARLO VULPIO

di EMANUELE TREVI

N

el cinema come in ogni altra arte, i frammenti di poesia pura, con tutta la loro follia e la loro essenziale gratuità, esplodono all’improvviso come fuochi d’artificio,
come sublimi e imponderabili scherzi
dell’immaginazione. In questo mondo
dominato dalle tristi regole dell’efficacia
e dello storytelling, possono sembrare uno spreco, eppure proprio in loro consiste la vera posta in gioco. Perché
alla fine dei conti, quello che ci si porta a casa e che rimane nella memoria non è mai una trama, ma un’illuminazione, un gesto d’anarchia, un buco nel muro del senso
comune. A quest’ordine raro e prezioso di esperienze appartiene la corsa di Salma Hayek nel labirinto del palazzo
di Donnafugata, all’inizio del bellissimo Racconto dei
racconti che Matteo Garrone ha cavato fuori dallo scrigno
delle fiabe di Basile.
Di per sé, il labirinto di Donnafugata è un’anomalia, come solo la mente bizzarra di un aristocratico siciliano
dell’Ottocento poteva partorire, in barba al Verismo e a
tutte le altre effimere seduzioni della Modernità. La bellezza particolare del manufatto si deve alla povertà del
materiale di costruzione, quei muri di pietre e calce come
ce ne sono infiniti in tutte le campagne del Mezzogiorno.
Con sensibilità di pittore, Garrone mette al centro di quel
dedalo grigio, che armonizza sapientemente linee curve e
perpendicolari, il sontuoso broccato di Salma Hayek, regina che gioca felice a nascondino col suo unico figlio —
nel posto peggiore che esista al mondo, decisamente, per
giocare a nascondino. Ma ad ogni bivio, l’umore cambia,
l’allegria svanisce come se in ogni gioco fosse nascosto un
nocciolo d’angoscia che prima o poi finirà per prevalere.
Ed ecco che l’occhio del regista cambia prospettiva, e dai
corridoi del labirinto si libra in alto, concedendoci finalmente la visione d’insieme del suo disegno e in mezzo a
questo, immobile e scoraggiata, la regina edipica che ancora una volta non è riuscita a raggiungere il figlio e se ne
sta sola e immobile nella sua sconfitta, come un nuovo
Minotauro.
Non c’è bisogno di una cultura da cinefilo per afferrare,
nella sequenza di Garrone, anche l’omaggio a un’altra
caccia nel labirinto, dove è un papà a inseguire suo figlio,

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i

Film, giardini, libri
Il racconto dei racconti — Tale
of Tales è un film a episodi di
Matteo Garrone, già autore,
tra gli altri del film Gomorra.
Si tratta dell’adattamento
cinematografico della
raccolta di fiabe Lo cunto de
li cunti di Giambattista
Basile, pubblicata postuma
tra il 1634 e il 1636.
Il Labirinto della Masone è
stato creato da Franco Maria
Ricci a pochi chilometri da
Fontanellato (Parma).
L’editore l’ha progettato
assieme agli architetti Pier
Carlo Bontempi e Davide
Dutto, ed è stato realizzato a
partire dal 2005
fino al 2015. Nel parco,
oltre a una cappella
cattolica, sono presenti circa
cinquemila metri quadrati
di spazi destinati
alla cultura: un museo
con la collezione
permanente e una grande
biblioteca. Da Einaudi
è uscito il Mito di Arianna,
un saggio di Maurizio Bettini
e Silvia Romani,
che raccoglie racconti
e immagini della signora
del labirinto, dalla Grecia
a oggi (pp. 296, 30)

con intenti molto più bellicosi della regina di Basile. In
Shining, il grande labirinto dell’Overlook Hotel non è fatto di muri, ma di siepi di sempreverdi, come nel labirinto
di Fontanellato appena inaugurato da Franco Maria Ricci.
Ma il perpetuarsi di figure e situazioni è spesso ingannevole, perché suggerisce l’idea di una coerenza e di una durata nell’immaginario, che invece proprio nelle ripetizioni e nelle citazioni rivela i suoi strappi e i suoi cambi di
rotta. Da questo punto di vista, il tributo di Garrone a Kubrick è più rivelatore di interi trattati di storia del pensiero e dell’estetica. Fra il labirinto psicotico di Shining e il
labirinto-ossessione del Racconto dei racconti passa la
stessa differenza che c’è tra un corpo vivo e il suo fantasma. In altre parole, tra il 1980 e il 2015 deve essersi verificato un sisma capace di scuotere fin dalle fondamenta
uno dei simboli più resistenti e ricchi di senso della storia
umana.

Psicosi e Illuminismo
Il 1980 non è solo l’anno di Shining, ma anche quello di
un altro labirinto destinato a fare epoca: quello immaginato da Umberto Eco nel Nome della rosa. Volendo usare
una formula semplificatrice, potremmo dire che se quello di Kubrick è un labirinto «psicotico», il perfetto riflesso speculare della mente malata del protagonista, quello
eruditissimo di Eco è un labirinto «illuminista», più vicino alla concezione antica perché prevede non soltanto la
possibilità di smarrirsi al suo interno, ma anche quella di
percorrere senza errori la via che conduce all’uscita. Trovando infine, tra induzioni e deduzioni, la chiave dell’enigma. Nei celebri termini di un saggio di Italo Calvino
pubblicato nel 1962, si tratta insomma di una «sfida al labirinto» anziché di una «resa al labirinto». Ancora un
passo a ritroso nella grande letteratura del Novecento e ci
troviamo nel 1941, l’anno in cui Jorge Louis Borges compone uno dei suoi racconti più famosi, Il giardino dei
sentieri che si biforcano, nel quale il labirinto è un vecchio libro cinese, ma anche un labirinto in senso letterale, e insieme una perfetta immagine del futuro, con tutte
le sue ramificazioni di possibilità scaturite da ogni singolo evento del presente. Si potrebbero citare altre opere,
letterarie e non per rafforzare l’impressione che l’epoca

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Sopra le righe
di Giuseppe Remuzzi

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 3
Credere ai politici? Meglio gli agenti immobiliari
I politici dicono la verità? Quasi mai (sondaggio
Ipsos MORI) secondo gli inglesi. Credono di più
agli agenti immobiliari, ai banchieri, ai giornalisti.
Più dell’80% degli intervistati crede invece agli
scienziati. Meglio di tutti vanno i medici, hanno il

consenso del 90% delle persone. Così la
prossima volta che senti parlar male dei medici
o che leggi qualche articolo contro i medici
ricordati che solo il 20% degli intervistati
(almeno in Inghilterra) crede ai giornalisti.

un frammento di sapienza talmente originario che, al solo trascriverlo in una lingua moderna, si prova la sensazione di accendere una lampadina nella notte dei tempi.
Si tratta di poche parole, una semplice prescrizione di un
rituale: «Miele alla signora del labirinto». Abbastanza facile fu l’identificazione di questa «signora» con Arianna,
figlia di Minosse e sorellastra del Minotauro. Ma quelle
parole finalmente decifrate erano come il pezzo mancante di uno sterminato puzzle di testimonianze figurative e
letterarie. Fu il più grande grecista della sua epoca, Károly
Kerényi, a utilizzarle per ricomporre il quadro più credibile. Così come il labirinto poteva essere un edificio, poteva essere anche una danza. Sia la mappa dell’edificio che
il movimento della danza supponevano un itinerario che
si dirigesse verso il centro e poi cambiasse direzione, come un viaggio di andata e ritorno nel mondo dei morti, e
dunque un’iniziazione, l’inizio di una nuova vita.

La metafora della rete

del labirinto
d’oro del labirinto sia stata la modernità nel suo lungo e
fulgido tramonto (non importa se nei termini irrazionalistici della «resa» che tanto facevano orrore a Calvino, o in
quelli di una «sfida» che la complessità del mondo sembrava rendere eroica, ma pure improbabile e chimerica).
Tanto più che il Novecento non è stato solo il secolo
delle invenzioni più ardite del futuro, ma anche l’epoca
umana in cui più luci sono state gettate nelle tenebre remote del passato. E mentre uomini come Borges e Calvino (ma anche come Carl Gustav Jung) facevano del labirinto uno strumento cognitivo difficilmente sostituibile,

ILLUSTRAZIONE
DI ANGELO RUTA

l’opera meno visibile di archeologi e filologi riscopriva le
tracce di un’esperienza mitica e religiosa che sul labirinto
e sui suoi significati era completamente incentrata. Visto
che celebriamo volentieri delle ricorrenze, non è senza significato ricordare che esattamente sessant’anni fa, nel
1955, Leonard R. Palmer, insegnante di lingue indoeuropee a Oxford, scioglieva i primi nodi di quell’enigma che
era la scrittura micenea, dimostrando una volta per tutte
l’importanza di Creta e della sua civiltà nella storia spirituale e religiosa occidentale. Quei caratteri incisi su tavolette di argilla non ci restituirono un nuovo Omero, ma

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Nel suo viaggio nei secoli, il labirinto perse ben presto
l’intensità, quasi si potrebbe dire la violenza, di quei significati originari. Ma, tornando al 1980 di Shining e del
Nome della rosa, difficilmente si potrebbe indicare un
vecchio simbolo così in buona salute, così pronto all’uso,
così capace di produrre nuove immagini del mondo. Nessuno si sarebbe potuto immaginare che i due frutti dell’immaginazione di Stanley Kubrick e Umberto Eco avrebbero, in qualche modo, chiuso un’epoca. L’unica forza
che avrebbe potuto scalzare dal suo trono il vecchio leone
era una metafora più efficace. Molto meno profonda magari, molto meno densa di implicazioni millenarie e di
profonde filosofie, ma semplicemente più efficace. Non è
forse un caso che il 1980 sia un po’, nella nostra storia, come una soglia, o meglio un’alba: quella dell’età digitale.
Una tale rivoluzione non poteva che affermarsi attraverso
un’immagine, che ne rendesse percepibile la sua quintessenza. E se il labirinto trovò probabilmente il suo primo
modello nel mondo organico, cioè nei viluppi delle viscere degli animali sacrificati, la rete all’opposto si ispira al
mondo disincarnato delle invenzioni e dell’artificio.
Si potrebbe definire la rete come un labirinto malato, e
in ogni modo privo di una delle sue funzioni fondamentali, quell’inversione di marcia che consente di raggiungere l’uscita. Perché, come tutti sappiamo, la rete non è
un organo, e cresce semplicemente per addizione, nodo
dopo nodo e connessione dopo connessione. Tutta intenta ad estendersi e a replicare se stessa, non ha previsto
nessuna via d’uscita, nessun punto di svolta. Può venire
assimilata al labirinto solo in maniera approssimativa e
superficiale, perché volenti e nolenti ci si perde nella sua
complessità. Ma la pianta di qualunque labirinto, dalle
spirali babilonesi a Franco Maria Ricci, vi rivelerà la volontà di produrre una forma, che è sempre qualcosa di limitato, dotato di confini che si oppongono a tutto il resto.
La forza della rete, al contrario, consiste proprio nella sua
mancanza di forma e di confini, che la rendono particolarmente adatta allo scopo che persegue, che è quello di
sostituirsi al mondo, relegandolo al ruolo di un semplice
supporto materiale, di un gigantesco ed obsoleto hardware. E di fronte a questa potenza, con buona pace di Calvino, la «resa» sembra l’unica possibilità. Perché l’esperienza spirituale sottesa ad ogni labirinto comportava la
possibilità di un’esperienza di trasformazione totale, di
seconda nascita. Dove c’era l’iniziazione oggi c’è il suo
contrario, che è l’informazione. E non sta scritto da nessuna parte, dopo tutto, che tutto questo sia destinato a
impoverire la vita degli uomini. Anche perché tutto quello che accade nel mondo, in senso collettivo, ha certamente la sua verità, ma non necessariamente coincide
con quello che accade nei singoli individui. I singoli individui sono sempre più lenti o più veloci dell’umanità alla
quale appartengono. Ed è proprio lì che il labirinto ha trovato il suo nuovo rifugio: basta un artista come Matteo
Garrone a dimostrarlo una volta per tutte.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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4 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Sushi style

Il dibattito delle idee
Antropologia

di Annachiara Sacchi

{

DOMENICA 21 GIUGNO 2015
I re dei vicoli
I sei fratelli Nakamoto vivono nei vicoli (roji ),
brulicanti di delinquenti e disgraziati, di ladri e
fuoricasta, i burakumin. Nati in epoche diverse
e posseduti da una maledizione, i Nakamoto
sono bellissimi e crudeli, bruciano di passione

e desiderio sessuale, uccidono e rubano. I loro
destini selvaggi e sublimi, in un Giappone
altrettanto feroce, sono raccontati da Kenji
Nakagami in Mille anni di piacere (Einaudi,
pp. 278, 17,50, a cura di Antonietta Pastore).

Il caso dei ragazzi che si sono denudati sul monte più alto del Borneo è solo un esempio
degli inconvenienti che crea la smania di profanare luoghi sacri nelle località esotiche

Le disavventure del «tabuturismo»
di ADRIANO FAVOLE

P

otremmo chiamarli tabuturisti.
Sfidando divieti, tabu, convenzioni sociali, pressanti inviti al rispetto, vanno a cacciarsi in luoghi «sacri» e «proibiti». Il caso
più celebre e persistente è forse quello di
Uluru (Ayers Rock), il monolite rosso gigante nel centro dell’Australia. Da molto
tempo ormai gli aborigeni anangu, che
abitano la zona, hanno dichiarato la loro
contrarietà a che i turisti salgano fino in cima (permettendo invece la frequentazione
dei sentieri che lo costeggiano). Niente da
fare: siccome non c’è una legge australiana
che lo vieti, i tabuturisti, dopo aver pagato
laute cifre alle agenzie di viaggio, continuano, arrancando, a salire fino ai 348 metri
della sommità.
Il caso più recente è quello di un gruppo
di giovani britannici, olandesi e canadesi
che, dopo aver scalato il monte Kinabalu, la
vetta del Borneo e della Malesia con i suoi
oltre 4.000 metri, si sono denudati e hanno
postato la foto sui social media. Il loro gesto è espressione di una «tendenza» che è
stata chiamata naked tourism. Sono stati
denunciati per atti osceni in luogo pubblico e accusati — da parte di due gruppi etnici dello Stato malese di Sabah, i Kadazan e i
Dusun — di aver provocato, con il loro
comportamento profanatorio, un terremoto che ha ucciso 18 persone. I giornali ne
hanno dato notizia con la consueta enfasi
«esotica», sottolineando cioè lo scontro tra
l’atteggiamento laico e spregiudicato dei
turisti e le credenze ancestrali dei nativi,
con tanto di richiesta di «riparazione» da
parte delle autorità locali, che hanno chiesto un dono di dieci bufali.
L’esotismo mediatico nasconde spesso
«bufale» o comunque tace aspetti di realtà
importanti: nell’allegra compagnia che ha
scalato il Kinabalu, per esempio, c’era anche Emil Kaminski, un «noto nudista canadese» (Patrick Greenfield, «The Guardian», 10 giugno 2015), accusato di aver
scritto post ingiuriosi verso le popolazioni
locali, oltre ad aver reso pubbliche le foto
incriminate. Marco Aime (Diario dogon,
Bollati Boringhieri) racconta che nei suoi
viaggi in Mali ha spesso osservato una sorta di complicità tra turisti e nativi: l’imposizione di piccole ammende (un montone,
qualche pollo) a chi si avventura in aree
«non proprio consentite» crea nei turisti la
sensazione di aver calpestato un «vero»
luogo sacro e dà ai nativi l’occasione di fare
la cresta sui magri introiti del turismo etnico e culturale.

Sia come sia, il rapporto tra il turismo e
il sacro è complesso, ambivalente, storicamente profondo: basti pensare, come è
ampiamente noto, al fatto che il pellegrinaggio è l’antenato (tuttora in ottima salute, tra l’altro) del turismo moderno. E i luoghi sacri furono spesso luoghi di profanazione oltre che di devozione, come mostra
la lunga lista degli occidentali non islamici
che visitarono clandestinamente La Mecca, come il celebre esploratore Richard
Burton nel suo Viaggio a Medina e a La
Mecca (Ibis Edizioni).
L’insostenibile pesantezza del turista
moderno lo porta alla ricerca spasmodica
di culture e religioni autentiche, inesplorate, irraggiungibili, proibite, almeno nel
suo immaginario. I luoghi tabu, da questo
punto di vista, sono attraenti, isole di verginità in un oceano di aree banali e insi-



Soluzioni pragmatiche
L’imposizione di piccole
ammende a chi si spinge in
aree non consentite regala
un brivido agli occidentali
e qualche introito ai nativi

avevamo mangiato la sera (probabilmente il cibo
più grasso e calorico che abbia ingerito in vita mia);
il sentimento ci
orientava verso la
violazione del tabù. Nei sogni notturni, vedemmo animali
«totemici» (come la grande manta) che
minacciavano punizioni. Suggestioni? Certo, ne sono convinto, ma credo ugualmente
che esse nascano dalla densità simbolica
di luoghi come la falesia Lekiny, una nursery a cielo aperto in cui l’oceano rinnova la
vita e che, da tempo immemorabile, ha attratto le attenzioni ecologiche dei nativi
kanak (sulle esperienze «straordinarie» di
antropologi alle prese con luoghi e oggetti
sacri si veda il testo di David E. Young e
Jean-Guy Goulet Being Changed (Broadview Press).
A volte si rischia di essere tabuturisti
per caso, perché i luoghi proibiti sono
molto diversi da quelli che popolano il nostro immaginario. L’estate scorsa ho visitato nel Sud Est della Nuova Caledonia uno
dei tanti presidi Slow Food. La tribù di Mia
(nel comune di Canala) coltiva taro in terrazze irrigate, una tecnica ripresa da pochi
anni dopo un lungo abbandono. I turisti
che chiedono di visitare gli orti e i terrazzamenti rimangono però delusi: è loro consentito vedere un piccolo campo «dimostrativo» in cui, per altro, sono presenti solo due o tre varietà di taro, delle quasi cento censite nell’area. Orti e giardini, in
questa come in molte altre società melanesiane, sono spazi off limits, luoghi dell’intimità personale e famigliare, in cui gli
sguardi indiscreti di stranieri e turisti non
sono ben accetti.
Tessa Farmer (1978,
Birmingham, Gran
Bretagna), The
Voyager. L’installazione
è stata realizzata
nel 2013 nella
Gethsemane Chapel
dell’Abbazia di Bath

i

Bibliografia
Al tema del turismo
occidentale moderno nelle
località esotiche è dedicato il
libro di Marco Aime
L’incontro mancato. Turisti,
nativi, immagini (Bollati
Boringhieri, 2005).
Interessante a tal proposito
anche il Diario dogon dello
stesso Aime (Bollati
Boringhieri, 2000). Si
occupa di antropologia e
luoghi sacri il volume Being
Changed. The Anthropology of
Extraordinary Experience, a
cura di David E. Young e
Jean-Guy Goulet
(Broadview Press, 1994).
L’esploratore britannico
Richard Burton (18211890) ha narrato la sua
esperienza alla scoperta
delle città sante islamiche
nel volume Viaggio a Medina
e a La Mecca (a cura di
Graziella Martina, Ibis
Edizioni, 2009). Spunti
importanti su questi
argomenti si trovano inoltre
nel libro di Viviano Domenici
Uomini nelle gabbie. Dagli zoo
umani delle Expo al razzismo
della vacanza etnica, appena
pubblicato dal Saggiatore
(pagine 337, 17)

gnificanti (per il turista ovviamente). Tabu
però, come insegna il significato originario di questa parola polinesiana che indica
un oggetto, un luogo, una persona a cui avvicinarsi con attenzione, circospezione o
addirittura off limits, non è necessariamente e soltanto il «sacro» connesso a credenze di tipo religioso. Dai punti di vista di
chi abita i luoghi e accoglie (o subisce) i turisti, i luoghi tabu sono piuttosto aree a
forte «densità» simbolica, per ragioni connesse alla religione, ma anche alla politica,
all’ambiente, alla storia: è questa «densità» che li rende proibiti oppure frequentabili, ma con cautela, prudenza e attenzione.
A pensarci bene, il tabuturismo non è
un recinto in cui rinchiudere i viaggiatori
indisciplinati, ma una delle tante sfumature del viaggio a cui è difficile sottrarsi. Luoghi e oggetti culturalmente densi ci attraggono inesorabilmente. Nel 2007, quando
mi trovavo a Ouvéa, uno splendido atollo
corallino del gruppo delle Isole della Lealtà
(Nuova Caledonia), non mi ero trattenuto
dall’inoltrarmi con la mia famiglia in un
sentiero che portava alla baia di Lekiny,
protetta da una lunga falesia. Sapevo che
per addentrarsi lungo quella straordinaria
insenatura d’Oceano Pacifico, in cui pesci e
tartarughe si riproducono (proprio per
questo la popolazione locale la dichiarò tabu ben prima dell’arrivo degli europei), occorreva l’autorizzazione dei nativi. Fu una
leggerezza, dovuta al poco tempo a disposizione e ai racconti di amici che ci avevano
parlato della bellezza incantevole del luogo. La notte seguente io e mia moglie fummo colti da un improvviso e (apparentemente) serio problema di salute. La ragione attribuiva la colpa al panino di marmellata di polpa di cocco e zucchero che

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Uomo e natura

Gli ideali libertari
di fronte ai numeri
della demografia
di ANTONIO CARIOTI

C

he tempi cupi. Lo Stato ci opprime
più che proteggerci. Il capitalismo
spreme chi lavora, ma lascia troppi
a spasso e senza reddito. Impazziscono
ambiente e clima. Logico che torni
d’attualità il libertario Henry D. Thoreau,
fautore della disobbedienza civile e della
reimmersione nella natura, cui si
riallaccia Leonardo Caffo nel libro Il bosco
interiore (Sonda), proponendo una «vita
non addomesticata», sorda alle lusinghe
di una modernità malata. D’altronde
Andrea Staid, nel saggio I senza Stato
(Bébert), nota che le società primitive
non erano affatto un inferno: mancava la
dimensione oppressiva del dominio, si
lavorava poco e i bisogni essenziali
erano soddisfatti. Verrebbe da pensare
che il progresso sia stato un inganno, se
non fosse per il fattore demografico. Gli
indigeni evocati da Staid e i nativi
americani ammirati da Thoreau vivevano
in pochissimi su vasti territori. L’umanità
di oggi si affolla in spazi ristretti e non
può rinunciare a quanto le ha permesso
di moltiplicarsi, pur tra gravi sofferenze e
inconvenienti, negli ultimi millenni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Come racconta Viviano Domenici nella
conclusione del suo ultimo libro Uomini
nelle gabbie (il Saggiatore, 2015), oggi i
viaggiatori si spingono fin nel cuore dei
luoghi più degradati delle periferie urbane
dell’Africa (lo chiamano poorism, fusione
di poor, «povero», e tourism). Slums e baraccopoli divengono luoghi proibiti di un
turismo che oscilla pericolosamente tra la
carità e il voyeurismo, tra l’aspirazione
umanitaria e la contemplazione pornografica dello «spettacolo» della povertà e della sofferenza. Dormendo e mangiando
nelle baraccopoli, questi tabuturisti sfidano il divieto di rompere le frontiere tra le
bolle del benessere da cui provengono e le
estese savane dell’emarginazione, con effetti non sempre prevedibili. A volte tutto
ciò può avvenire anche senza spingersi
molto lontano. Le immagini scattate sulla
frontiera italo-francese che abbiamo visto
in questi giorni, di profughi avvolti in fogli
di alluminio per proteggersi dal freddo
con, sullo sfondo, vacanzieri pronti al primo bagno di stagione, sono eloquenti.
Nulla quanto quelle immagini o quanto
l’idea di una nave di croceristi che avvista
un barcone di disperati nel sud del Mediterraneo illumina di più l’aspetto dissacrante e profanatorio del turismo moderno. La finzione del viaggio esotico alla scoperta dell’autentico e del sacro si infrange
contro gli scogli della diseguaglianza, in
un mondo in cui, perlopiù, il turismo rimane un’attività a senso unico.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



Una strana esperienza
Mi sentii male dopo aver
visitato una baia senza il
permesso degli indigeni.E
poi sognai animali totemici
che volevano punirmi

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Voci dal mondo

Il dibattito delle idee

di Sara Banfi

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA

5

Raif è ancora in carcere
«Quando un pensatore inizia a esprimere le
proprie idee in Arabia Saudita, centinaia di fatwa
lo accusano di essere un infedele per il solo fatto
di trattare argomenti sacri», scrisse Raif Badawi
nel 2010. Il 17 giugno 2012 fu arrestato per

oltraggio all’islam. Il suo sito incoraggiava la
libertà di parola e il secolarismo. Tre anni dopo,
Raif è ancora in prigione con una condanna —
10 anni di carcere e 1.000 frustate — in evidente
contrasto con il divieto internazionale di tortura.

Scenari Un percorso
per rifondare le istituzioni di
Bruxelles nell’analisi
di Sergio Fabbrini,
che ha in mente di sganciare
la comunità economica
dall’alveo dell’unione
federale e di disegnare,
per la seconda, un sistema
di poteri più simile a quello
degli Stati Uniti

Douglas Coupland (Vancouver, 1961),
Our Modern World (2014, installazione
dell’artista e scrittore canadese
per l’Art Berlin Contemporary)

Un leader e un patto politico
per un’Europa «all’americana»
di MAURIZIO FERRERA

I

n un articolo apparso sul «New York
Times» nell’aprile 2014, l’ex consigliere economico del presidente
della Commissione europea Barroso, Paul Legrain, sostenne una tesi
forte: in Europa vige ormai un regime di
«colonialismo fiscale». I Paesi più forti (e
la Germania in particolare) hanno messo
sotto tutela finanziaria i Paesi più deboli.
In effetti, i vincoli fiscali, le regole di sorveglianza e le minacce di sanzione introdotte durante la crisi hanno dato vita a
una inedita forma di «democrazia vigilata», che non ha quasi paragoni sotto il
profilo storico o comparato.
La clausola del no bail-out (divieto di
salvataggio) in caso di insolvenza esiste
in tutti i sistemi federali. Gli Stati americani sono individualmente responsabili
per eventuali default e quasi tutti hanno
nella propria Costituzione l’obbligo del
pareggio di bilancio. In apparenza, la situazione è simile a quella dell’Eurozona.
Ma la realtà è molto diversa. Negli Usa infatti esiste un bilancio federale che finanzia investimenti pubblici ed eroga trasferimenti agli Stati, in modo da stabilizzare
le loro economie e promuovere la crescita. È questo secondo elemento che manca oggi, drammaticamente, in Europa.
Bruxelles non dispone di risorse proprie
per far fronte a shock asimmetrici. Quando questi si verificano (l’euro-crisi) l’unica possibilità è che i Paesi più ricchi prestino soldi a quelli in difficoltà. Non per
aiutarli a crescere, ma per consentire loro
di ripagare i debiti; non per solidarietà,
ma per interesse. Dove questo sistema ci
ha condotti è ormai sotto gli occhi di tutti: stagnazione economica, risentimento
sociale e radicalizzazione politica.
L’ultimo libro di Sergio Fabbrini, Which European Union? (da poco uscito per
la Cambridge University Press), ci aiuta a
capire le ragioni profonde della crisi Ue e
a individuare possibili via di uscita. Fabbrini è un noto e autorevole comparatista, grande conoscitore dei sistemi politici europei e di quello statunitense. La Ue
— questa la sua tesi centrale — non potrà

L’euro-crisi ha fatto danni come una guerra
Ripariamoli con una nuova Costituzione

i

SERGIO FABBRINI
Which European Union?
Europe After the Euro Crisis
CAMBRIDGE
UNIVERSITY PRESS
Pagine 338, £ 19,99
L’autore
Sergio Fabbrini (1949)
insegna Scienza politica e
Relazioni internazionali
all’università Luiss Guido
Carli di Roma, dove dirige la
School of Government. Già
direttore della «Rivista
Italiana di Scienza Politica»,
è autore di diversi saggi, tra i
quali Addomesticare il
Principe (Marsilio, 2011),
L’America e i suoi critici
(il Mulino, 2005), Quale
democrazia (Laterza, 1994)
Il tema
Si parla del futuro dell’Ue in
molti libri recenti: Giuliano
Amato, Ernesto Galli della
Loggia, Europa perduta?
(il Mulino, 2014); Luigi
Zingales, Europa o no
(Rizzoli, 2014); Barbara
Spinelli, La sovranità assente
(Einaudi, 2014); Giacomo
Vaciago, Un’anima per
l’Europa (il Mulino, 2015)

mai diventare un super-stato, dotato di
un governo centrale monocratico. Può
solo evolvere verso un’«unione federale»
caratterizzata da una molteplicità di centri decisionali che si controbilanciano.
Questo tipo di regime politico può sicuramente funzionare in modo efficace. Ma
solo a patto di possedere alcuni requisiti
che la Ue ancora non ha.
A differenza degli Stati federali (che si
formano per disaggregazione dal centro:
ad esempio Belgio o Spagna, per certi
aspetti ormai anche l’Italia), le unioni federali nascono dal basso, attraverso l’aggregazione di comunità politiche preesistenti. Gli esempi paradigmatici sono
gli Stati Uniti e la Svizzera. I popoli (al
plurale) americani divennero membri di
una unione con la Dichiarazione d’indipendenza del 1776, cui seguì la Costituzione federale approvata a Filadelfia nel
1789. A loro volta, i cantoni svizzeri — per
secoli collegati in una lasca confederazione — costituirono una vera e propria
unione solo nel 1848, dotandosi di un testo costituzionale condiviso.

Le unioni federali sono sistemi compositi (compound). Il termine fu coniato
da James Madison durante la Convenzione di Filadelfia per sottolineare un’esigenza fondamentale: garantire ciascuna
entità dell’Unione contro la possibile tirannia della maggioranza. Perciò la Costituzione americana (come del resto
quella svizzera) disegnò un assetto istituzionale radicalmente anti-centralista. A
livello orizzontale, i poteri del governo di
Washington sono divisi fra istituzioni diverse (Presidenza, Congresso, Corte Suprema); a livello verticale, il potere è accuratamente diviso fra centro federale e
Stati. Certo, il carattere composito di questo assetto può dar luogo a incoerenze e
stalli decisionali. Ma l’esperienza americana dimostra che è possibile mantenere
equilibri efficaci fra poteri e competenze:
nell’esempio da cui siamo partiti, no bail-

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out degli Stati, ma responsabilità federale per la crescita.
Il processo di integrazione europea
può essere visto come cammino graduale
verso un’unione federale. Ma è stato un
cammino più tortuoso e meno «pulito»
di quelli svizzero e statunitense, soprattutto a causa delle divergenze fra gruppi
di Stati circa la destinazione finale.
Per un primo gruppo, guidato dal Regno Unito, con i Paesi nordici e, in buona
misura, quelli centro-europei, la Ue deve
limitarsi a essere una comunità economica, un grande spazio per gli scambi di
mercato. Londra non vuole sentir parlare
di federalismo. Durante i negoziati per il
Trattato costituzionale europeo, nei primi anni Duemila, gli inglesi si rifiutavano
persino di pronunciare quella parola e
usavano un’abbreviazione dispregiativa:
the f-word. Per i Paesi continentali, la Ue
deve invece trasformarsi in una vera
unione federale. Ma all’interno di questo
gruppo si oscilla fra due possibili modelli: quello dell’unione parlamentare, ossia, mutatis mutandis, una democrazia
rappresentativa modellata sull’esperienza degli Stati nazionali; e quello dell’unione intergovernativa, cioè una forma
di cooperazione stabile fra governi nazionali su alcune politiche strategiche. Tradizionalmente, Germania e Italia erano
schierate a favore del primo modello, la
Francia del secondo.
Fabbrini osserva giustamente che i tre
tipi di unione coesistono oggi l’uno accanto all’altro in maniera confusa e incoerente. Il Trattato di Lisbona (2009) ha



Conflitti paralizzanti
L’ostacolo maggiore sono
le divergenze fra gruppi di
Stati circa la destinazione
finale del cammino
intrapreso dall’Unione

cercato di fare un po’ d’ordine, ma senza
riuscirvi fino in fondo. Quel che è peggio,
durante la crisi i Paesi dell’Eurozona hanno rafforzato la cooperazione intergovernativa (vedi il fiscal compact, un trattato
separato da Lisbona per il governo macro-economico dell’Eurozona), rendendo il sistema ancora più complesso.

Che fare? Fabbrini propone una triplice ricetta: separare, ricomporre, connettere. Innanzitutto, prendere atto delle divergenti finalità fra i due gruppi di Paesi
ed estrarre la comunità economica dall’alveo dell’unione federale, delineando
per la prima un sistema di gestione semplice e leggero. Poi si deve ridisegnare
l’architettura dell’Unione, ricomponendo
le tensioni fra modello parlamentare e
intergovernativo. Qui Fabbrini ha in
mente un ordinamento «all’americana»,
imperniato su un euro-esecutivo duale
(Presidenza del Consiglio europeo e
Commissione), due euro-assemblee rappresentative (Parlamento e Consiglio dei
ministri) e la Corte di Giustizia. Infine,
occorre connettere la comunità economica allargata all’unione federale più ristretta, per il tramite di un qualche accordo flessibile.
Il cuore della proposta di Fabbrini sta
naturalmente nel «ricomporre». Giustamente l’autore sostiene che l’unione federale deve nascere attraverso un solenne patto politico (political compact) fra
gli Stati contraenti e l’adozione di una
nuova Costituzione. Una grossa sfida, che
richiede «leadership politica della più alta qualità», capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Il volume è interessantissimo nel suo complesso, originale e persuasivo nella diagnosi, ricco di spunti
(anche se da approfondire) nella prescrizione. Ma lascia il lettore con il fiato sospeso. Da dove verrà mai la leadership indispensabile per uscire dall’attuale disordine?
Diciamolo chiaro, nei due unici esempi storici di cui disponiamo, la leadership
emerse a seguito di guerre: quella di indipendenza in America e quella del Sonderbund (fra cantoni cattolici e protestanti) in Svizzera. La crisi dell’euro ha
avuto effetti simili a quelli di un evento
bellico su vasta scala, ma la leadership di
qualità non è (ancora?) emersa. L’instabilità politica e militare sui fronti Est e Sud
dell’Europa generano crescenti problemi
di sicurezza, ma certo nessuno si augura
una guerra. Leader cercansi disperatamente: questo è il messaggio di quasi tutti gli studi che si pubblicano oggi sull’Europa. Guardando i giri di valzer ormai
quotidiani fra Merkel, Hollande, Juncker
e gli invitati di turno, a noi cittadini tocca,
finché riusciamo, restare in apnea.
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6 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Orizzonti

Ettore Cinnella è il #twitterguest
Ettore Cinnella (Miglionico, 1947) ha
insegnato per molti anni Storia dell’Europa
orientale e Storia contemporanea
all’Università di Pisa. Tra i suoi libri: 1905. La
vera rivoluzione russa (2008), Carmine
Crocco. Un brigante nella grande storia
(2010), L’altro Marx (2014) e Ucraina 19321933. Il genocidio dimenticato (2015), tutti
pubblicati da Della Porta. Da oggi consiglia un
libro al giorno ai follower de @La_Lettura.

Nuovi linguaggi, scienze, religioni, filosofie

Progetti Il wi-fi terrestre non potrà mai raggiungere ogni angolo del Pianeta. Così si studiano (ambiziose) vie alternative

Una rete spaziale con 4.000 satelliti
dal nostro inviato a New York
MASSIMO GAGGI

I robot in orbita di Elon Musk e gli aerostati di Google
I sogni visionari di portare internet in tutto il mondo

«E

sperimento scientifico
innocuo: chi restituisce
questa scatola riceverà
una ricompensa».
Quando, nel 2011, Google cominciò a lanciare i primi palloni aerostatici sperimentali nei cieli della Central Valley californiana, gli incidenti erano
frequenti: i congegni nelle scatole — router come quelli che convogliano il traffico
internet in un ufficio, ma modificati per
poter funzionare come torri wi-fi sospese
in cielo anziché piantate nel terreno —
funzionavano a corrente alternata. E i palloni fatti di polietilene, una plastica non
molto differente da quella usata per i sacchi della spazzatura, spesso cedevano dopo pochi giorni per la pressione del gas
con il quale venivano riempiti, l’elio.
Qualche anno fa, quando parlavano del
loro progetto di portare internet in tutta
l’Africa con una rete di aerostati, i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin,
venivano guardati come inventori un po’
pazzi che giocano con le macchine volan-

Dall’alto: l’imprenditore Elon
Musk (1971) e Greg Wyler
(1970), ceo di OneWeb

ti. Poi ci si era messo anche il vulcanico
Elon Musk, al tempo noto più per le eleganti vetture elettriche prodotte dalla Tesla che per i missili e le astronavi della sua
SpaceX, che solo negli ultimi anni sono
diventati il «traghetto» spaziale indispensabile per la Nasa. Il visionario Musk venne fuori con un progetto ancor più ambizioso: avvolgere tutta la Terra in una rete
di quattromila piccoli satelliti low cost capaci di portare internet in ogni angolo del
Pianeta. Intanto, a Facebook, Mark Zuckerberg aveva deciso di cimentarsi anche
lui nella stessa impresa investendo su una
doppia scommessa: una rete di satelliti e
giganteschi droni alimentati a energia solare capaci di restare in volo ad alta quota
anche per anni, non avendo bisogno di rifornimento.
Miliardari un po’ annoiati che buttano
via pacchi di dollari inseguendo una chimera filantropica? Solo un sogno per fare
bella figura — l’internet planetario — e
regalare una connessione digitale anche a
quella metà abbondante dell’umanità

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confinata in regioni non raggiunte dalla
copertura delle torri wi-fi terrestri?
Non proprio: Elon Musk ha appena
chiesto al governo federale americano
l’autorizzazione a mettere in orbita i suoi
primi satelliti sperimentali. Primi lanci
l’anno prossimo usando il Falcon 9, uno
dei missili della scuderia di SpaceX. Se
tutto andrà bene, la rete di satelliti attorno
al mondo potrebbe essere completata in
cinque anni. A questo punto l’azienda californiana, oggi nota soprattutto per
l’astronave Dragon che già rifornisce costantemente la Stazione spaziale internazionale e che entro il 2017 comincerà a
trasportare anche astronauti ponendo fine all’attuale monopolio delle Soyuz russe, diventerà anche un grande fornitore di
servizi internet ad alta velocità per miliardi di persone. Altro che filantropo: portare internet a basso costo in regioni lontane o povere è comunque un grosso business.
O meglio, Musk vede se stesso anche
come benefattore dell’umanità, ma la sua

è una visione «interplanetaria»: il miliardario sudafricano trapiantato in California ripete da anni che l’uomo sta distruggendo il suo Pianeta, che — per salvarsi
— l’umanità dovrà, prima o poi, cercare
rifugio su Marte. SpaceX è nata proprio
con il fine ultimo di far sbarcare esseri
umani sul pianeta rosso. E, parlando a
una conferenza nel gennaio scorso, Musk
ha spiegato senza battere ciglio: «Quando
saremo su Marte avremo anche bisogno
di un sistema di comunicazioni planetario. Quello che stiamo sviluppando sulla
Terra potrà essere riprodotto su un altro
pianeta. Suona stravagante, lo so. Ma non
lo è».
Del resto Musk non è il solo a tentare
l’impresa dell’internet planetario: la Virgin del miliardario inglese Richard Branson si è alleata con la OneWeb di Greg Wyler con un progetto analogo: la costruzione di una rete mondiale di satelliti per la
fornitura di connessioni digitali. Lo stesso Wyler fa da tempo parte del consorzio
O3b Networks, che ha già una rete di do-

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Sapere di Dio
Marco Ventura

dici satelliti nello spazio: forniscono servizi internet ad alcuni clienti specifici come la Royal Caribbean International, con
la sua flotta di navi da crociera, la repubblica del Congo e un’università tecnologica della Nuova Guinea.
Dal business dei satelliti si è, invece, appena ritirato Mark Zuckerberg, ma non
perché lo consideri senza futuro. Ha semplicemente preso atto che Facebook non
era abbastanza avanti: comprerà servizi
internet da altri gestori satellitari e intanto ha scelto di concentrarsi sui suoi droni.
È un settore nel quale ha già investito
molto: ha assunto gli scienziati e gli ingegneri migliori, ha comprato le start-up
più avanzate nella propulsione a energia
solare degli aerei-robot. E tre mesi fa ha
sperimentato in Gran Bretagna «Aquila»,
il prototipo di un drone capace di restare
in volo per mesi trasmettendo segnali al
web da un’altezza di venti chilometri: un
velivolo davvero strano, senza fusoliera e
con ali sottilissime e lunghe come quelle
di un Boeing 737, che pesa meno di un’automobile.
Ma, in attesa della rete satellitare di
Musk, sulla quale scommette anche Google, che ha investito circa un miliardo di
dollari nell’impresa, il progetto più suggestivo e per ora più concreto resta quello
degli aerostati della società di Page e Brin.
E ciò anche a dispetto del nome, «Project
Loon», scelto con autoironia: come a dire
che il programma contiene una certa dose
di eccentricità e un pizzico di follia. Molto
è cambiato dai primi esperimenti di quattro anni fa: a forza di innovare nei materiali e di gonfiare e sgonfiare palloni nel
gigantesco hangar di Moffett, a due passi
dai laboratori Google X, un impianto che
la Nasa ha affittato al gruppo di Mountain

Pedagogia

La gentilezza si fa,
non si predica
Come essere buoni
di FEDERICA COLONNA

L’

hanno scoperto ad Harvard: la
gentilezza è come uno
strumento. Si impara meglio da
piccoli e i più bravi insegnanti sono
mamma e papà. Peccato, però, scrivono
gli autori dell’indagine Making Caring
Common, che solo il 20% dei genitori la
consideri tra le priorità educative, a
fronte di un 80% pronto ad attribuire
massimo valore al successo personale.
Come diventare, quindi, maestri di
gentilezza? Seguendo, suggeriscono gli
studiosi, le 5 regole per la didattica della
bontà. Regola numero uno: l’empatia
non si dice, si fa. Per crescere un figlio
altruista bisogna essere genitori gentili,
in grado di fare domande e di mettersi
nei panni del bambino; e offrire
occasioni (regola due) per la pratica
quotidiana della cortesia: aiutare un
amico a fare i compiti a casa, per
esempio. La gentilezza inoltre (tre) è
come una telecamera, serve a fare
zoom in (ingrandire i particolari) e zoom
out (inquadrare l’ambiente generale): i
ragazzi devono imparare a mettere a
fuoco prima i sentimenti degli individui
e poi il contesto. Fondamentale, poi
(quattro), è aiutare i figli a gestire
rabbia, gelosia, vergogna: non serve
bandirle, meglio discuterne. Perché,
scrivono i ricercatori, i bambini sono
filosofi morali. Quando riflettiamo
insieme dell’ingiustizia e del dolore
stiamo insegnando loro a prendersi
una responsabilità. Verso se stessi e
verso gli altri. Infine, la regola più
sfidante (cinque): l’umiltà, che invita gli
adulti a mettersi in gioco. Perché non
c’è nulla di peggio, per un discepolo, di
un maestro incapace di correggersi.

@fedecolonna
© RIPRODUZIONE RISERVATA

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA

7

La leadership religiosa è femminile
Su quattro candidati alla presidenza della
Comunità ebraica di Roma, tre erano
donne. Due di loro si sono contese la
vittoria. Degli undicimila aventi diritto ha
votato il 36%: in 875 hanno scelto Fiamma
Nirensztejn; Ruth Dureghello è stata eletta
con 1.679 voti. Per la prima volta nella
storia gli ebrei romani hanno un presidente
donna. Sarà femminile la leadership
religiosa del nuovo millennio.

View, Google ha
imparato a costruire aerostati
molto più robusti
e affidabili. I primi restavano in
aria assai poco.
Ma già un anno fa
Google aveva battuto in termini di durata la Nasa, i cui palloni hanno una vita media di 60 giorni. Di
recente la società di Page e Brin ha portato
il suo record oltre i sei mesi (187 giorni),
ma, soprattutto, i suoi laboratori, diretti
dal geniale Astro Teller, hanno messo a
punto un sistema di navigazione basato
su algoritmi che cercano di prevedere direzione e intensità dei venti che spazzano
la stratosfera nell’emisfero meridionale,
in modo da sincronizzare le rotte di queste moderne mongolfiere. Per avere una
buona copertura del territorio, infatti, è
necessario che gli aerostati, che trasmettono su un’area di 80 chilometri di diametro, siano relativamente vicini.
Dopo il primo tentativo coronato da
successo, nelle remote campagne della
Nuova Zelanda, Google ha intensificato
gli esperimenti anche in Australia, Cile e
Argentina: sempre nell’emisfero Sud,
quello meno coperto dalle reti wi-fi. Attualmente la società ha 75 aerostati che
volano nella stratosfera, a circa 20 chilometri di altezza, in modo da non interferire con il traffico aereo. Se tutto va secondo
i programmi, l’anno prossimo gli aerostati sparsi nei cieli dell’emisfero australe potrebbero diventare centinaia. Sempre in
attesa dei satelliti.
Tomás Saraceno
(1973), Flying
Garden/Air-Port-City,
2005. Installazione
realizzata
a Villa Manin
di Passariano, Udine
(foto Sillani)

I quattromila robot spaziali di Musk dovrebbero rappresentare la soluzione finale per le comunicazioni planetarie: potranno connettersi anche a quei 4,3 miliardi di uomini, il 60 per cento della popolazione mondiale, fin qui esclusi da
internet e, spesso, anche dalle comunicazioni telefoniche, perché i carrier non
hanno trovato conveniente costruire torri
di trasmissione in queste zone remote.
Quello di avvolgere il mondo in una rete satellitare è un sogno che viene da lontano: almeno dagli anni Novanta, quando
Bill Gates fu uno dei primi a coltivarlo. Ma
non riuscì a realizzarlo e anche altri fallirono per gli enormi costi della messa in
orbita di una flotta di satelliti e anche per
alcune difficoltà tecniche. Società come la
Teledesic, che avrebbe dovuto mettere in
orbita addirittura 840 satelliti, finirono in
bancarotta.
Nessuno ci ha più riprovato per molti
anni, anche perché erano emerse difficoltà tecniche che sembravano insuperabili.
Come quella della latenza: una sorta di
eco prodotto dal ritardo nel ritorno del segnale dovuto alla distanza del satellite che
in genere segue un’orbita a 36 mila chilometri dalla Terra.
La soluzione su cui scommette Musk è
radicalmente diversa: satelliti molto più
piccoli e leggeri (113 chili) da immettere a
costi ridotti su orbite molto più basse (poche centinaia di chilometri dalla Terra).
Funzionerà? Dovrà dimostrarlo con la
sperimentazione proposta alla Fcc,
l’agenzia federale per le comunicazioni.
Musk pensa di potercela fare grazie alla
disponibilità di tecnologie molto più
avanzate e meno costose e all’originalità
della soluzioni individuate dai suoi ingegneri. Certo, mettere in orbita satelliti costa, ma lui i missili se li costruisce in casa.
In attesa del pioniere dello spazio, Google andrà avanti con i suoi palloni, sui
quali è ormai impegnato anche Sundar
Pichai, il manager operativo di punta del
gruppo californiano: in fondo, delle meraviglie tecnologiche di Page e Brin che
fin qui hanno fatto maggiormente sognare, gli occhiali digitali sono tornati in cantiere e l’auto che si guida da sola richiederà ancora qualche anno di perfezionamenti. Le vecchie, care mongolfiere, sia
pure in versione digitale, sembrano al
momento il biglietto da visita più concreto dei laboratori che, dalla sanità ai trasporti, stanno cercando di inventare il nostro futuro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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8 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Tarli

Orizzonti Visual data
I brand

di Severino Colombo

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA

9

Il bunker delle domande (senza risposta)
Un teenager, una bambina e quattro adulti
dentro un bunker. Sono i personaggi di Bunker
Diary (traduzione di Paolo Antonio Livorati,
Piemme, pp. 300, 15, dai 16 anni). Il libro di
Kevin Brooks, vincitore della Carnegie Medal, per

temi e situazioni disturba e divide. È una storia
tesa e senza speranza dove ognuno dà il peggio
di sé. Molte le domande: Chi sono i prigionieri?
Perché si trovano lì? Quanto ci resteranno?
Infine: c’è qualcuno là fuori? Nessuna risposta.

La Millward Brown monitora il valore dei marchi. Qui vediamo i
cento più redditizi dal 2010 al 2015. Una battaglia (quasi) tutta
tecnologica. Poi imperi alimentari, banche, moda e automobili

La vecchia diligenza vale più di Nintendo

di NICOLA SALDUTTI

S

e cercate nel vostro telefonino
potrete trovare una app che
piace molto (non solo ai ragazzi): ci sono profili (incompleti)
di alcuni marchi mondiali e
vince chi riesce a indovinarne di più. È
questo ciò che sta accadendo nel tempo
dell’accesso: i marchi diventano una
specie di bussola contemporanea. La
possibilità di indirizzare i propri acquisti, di scegliere avendo come Nord un
logo, un tratto, un disegno.
Accade così sempre di più che tra i

big del mondo ci sia una gara a stare in
cima alla classifica del valore che viene
attribuito al proprio nome. Un continuo
oscillare tra Google e Apple, con l’Ibm,
quella che una volta si chiamava big
blue, che ha cambiato completamente
pelle e da società produttrice di computer si è trasformata in società di servizi.
Numeri che fanno impressione: i
principali marchi mondiali valgono tutti insieme qualcosa come 2.900 miliardi
di dollari. Così tanto che, se li scambiassimo con il debito pubblico italiano
(pari a circa 2.200 miliardi di euro), lo
azzererebbero in un attimo. Ma nella

rete che si legge qui sopra sarebbe sbagliato seguire solo il filo di una navigazione puramente contabile: quello che
emerge con più insistenza è che, se una
volta erano soprattutto i marchi del lusso a essere identificabili, nel tempo dei
bit sono soprattutto i numi tecnologici
a valere tanto. Per Google significa 159
miliardi.
Allora è bello anche andare a caso e si
scopre che la vecchia società delle diligenze, la Wells Fargo, ora solida banca
Usa, riesce a stare davanti alla Nintendo. Che eBay vale più di quella che era la
banca per antonomasia, la Jp Morgan.

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Sembra quasi un gioco seguire i nomi
dentro la rete tracciata qui sopra: dove
si può vedere come AliBaba, il gigante
cinese del commercio elettronico, sta
di gran lunga sopra la solida Ford di Detroit. Un valzer di ascese e declini dove
si può vedere come i negozi di Zara valL’autore
La visualizzazione di questa settimana è
a cura di Valerio Pellegrini, information
designer e illustratore appassionato
di digital humanities. Collabora
con studi di design in Italia e all’estero

gono molto più di marchi blasonati.
Il blasone, appunto. Nel tempo del
web scalare le classifiche o essere dimenticati può essere molto più veloce
dei ricavi che accumuli o perdi. È la percezione, quel nome cliccato sul motore
di ricerca. La memoria, non misurata in
gigabyte ma in nostalgia di un’esperienza o in voglia di farne una completamente nuova, a stabilire chi vale di più.
E chi sta in cima alla classifica. Anche
per restarci soltanto un anno. E cedere
il posto, quasi senza accorgersene, a
uno sconosciuto startupper.
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10 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Caratteri

Scatti flessibili
di Fabrizio Villa

Narrativa, saggistica, poesia, classifiche

i

Il videogioco
Sunset è il nuovo videogioco
creato e diretto da Auriea
Harvey e Michaël Samyn, in
arte Tale of Tales.
È ambientato in una città
immaginaria dell’America
Latina nel 1972. Racconta la
storia di Angela Burnes, una
turista americana che
durante un colpo di Stato si
ritrova a lavorare come
domestica nella lussuosa
casa di Gabriel Ortega.
Il videogioco, disponibile su
www.taleoftales.com e
Steam al prezzo di 19,99
euro, è stato finanziato
grazie a una campagna
fondi sul web

I personaggi
Auriea Harvey
(Indianapolis, Stati Uniti,
1971) e Michaël Samyn
(Poperinge, Belgio, 1968)
si incontrano online nel
1999 e cominciano la
collaborazione artistica con
il progetto di net art
Entropy8Zuper!. Nel 2002
fondano Tale of Tales,
focalizzando la propria arte
e il proprio talento sul
medium del videogioco,
realizzando una serie di
giochi unici per design e
sceneggiatura, tra cui The
Graveyard, The Path e The
Endless Forest. Vivono a
Gand, in Belgio
Il manifesto
Nel 2012, per il decimo
anniversario dalla nascita
di Tale of Tales, redigono
una «guida per i dieci anni
futuri di attività artistica»
in dieci punti;
dieci comandamenti
per la nuova arte:
1) Il medium è il software;
2) L’atmosfera è tutto;
3) Lavorare a lungo
ma non troppo;
4) Essere sempre originale;
5) Non disperdere
il proprio talento;
6) Essere ambizioso;
7) L’obiettivo è la bellezza;
8) La bellezza
è un atto politico;
9) Produrre bellezza,
non arte;
10) Portare gioia
e bellezza a tutti

{

DOMENICA 21 GIUGNO 2015
Ritratti in riva al lago
Vichy, in Francia, per il terzo anno consecutivo
sarà la capitale del ritratto fotografico con il
festival Portrait(s). Fino al 6 settembre la città
diventerà una mostra a cielo aperto con
allestimenti in contemporanea nel centro
storico, all’interno delle gallerie del Centro
Culturale Valery Larbaud, sulle rive del lago di
Allier e nello spazio davanti alla chiesa di SaintLouise. In giro si vedranno opere di Elliott
Erwitt, Bruce Wrighton e Martin Schoeller.

Conversazione
Pionieri della net art e autori
di progetti immersivi che
«favoriscono la riflessione»,
Auriea Harvey e Michaël
Samyn — compagni di
lavoro e vita — raccontano
come stanno cercando
di trasformare «un settore
chiuso e dominato dalla
tecnica in un laboratorio
di possibilità creative»

Qui sopra: una foto di Auriea Harvey (1971)
e Michaël Samyn (1968). A destra
un’immagine tratta dal videogioco Sunset,
nato anche grazie a un progetto
di raccolta di finanziamenti su internet

La guerra vista da una domestica:
il videogioco che sfida gli stereotipi
di SERENA DANNA

I

l videogioco più rivoluzionario sulla guerra civile non prevede mitra e
kalashnikov, ma una scopa e panni
per pulire i vetri. Si chiama Sunset
ed è l’ultima invenzione degli artisti
Auriea Harvey e Michaël Samyn, in arte
Tale of Tales.
La protagonista è Angela Burns, un’ingegnera afroamericana che si ritrova in
una città immaginaria del Sudamerica,
Anchuria, nel 1972, mentre è in corso un
colpo di Stato. L’unico impiego che riesce a trovare è quello di domestica nel
lussuoso appartamento di un uomo dai
gusti raffinati, che si scoprirà essere legato alla classe dirigente. È dalla finestra
dell’appartamento che Angela, e con lei il
giocatore, osserva la città scivolare verso
il conflitto civile mentre assolve ai suoi
compiti giornalieri di domestica. Angela
non spara, pensa. Non conquista e uccide prigionieri, ma scrive un diario.
«Abbiamo scelto i temi che ci stanno
più a cuore, immigrazione e conflitto —
spiega Harvey alla “Lettura” via Skype —,
proponendoli in una cornice anni Settanta. In realtà il contesto in cui si sviluppa la storia è molto attuale: il trattamento
riservato ad Angela Burns riguarda tantissimi migranti, che arrivano con speranze e sogni e si ritrovano “schiavi”, così
come è all’ordine del giorno l’atteggiamento passivo con cui ci siamo abituati a
guardare da lontano i conflitti in corso».
Secondo gli autori, l’unicità del medium obbliga il giocatore a un’altra identità, in cui il ruolo e le regole sono ben

definiti. «Proviamo a scalfire gli stereotipi non attraverso le teorie, ma costringendo le persone a mettersi davvero nei
panni di un altro e ad agire per lui», aggiunge Samyn.
Sunset, disponibile da fine maggio, è
stato realizzato grazie a una campagna di
crowdfunding, una raccolta di fondi sul
web che ha permesso alla coppia di raccogliere 75 mila dollari, quasi il triplo
della somma richiesta. Nonostante il risultato entusiasmante, Auriea e Michaël
— colleghi dalla fine degli anni Novanta
e marito e moglie dal 2003 — non si riconoscono nella comunità dei «gamers».

I loro videogiochi sono opere uniche
che provano, ogni volta, a elevare la riflessione sui contenuti, le possibilità di
interazione e la bellezza del design. «La
maggior parte dei prodotti in commercio sono immondizia, dove conta solo il
gioco meccanico, il trionfo dell’ingegneria e della tecnica — racconta Samyn —.
Noi realizziamo storie “immersive” per
coloro che solitamente non praticano i
videogiochi». Non è snobismo, assicurano, ma l’estro visionario di due artisti
convinti che il formato sia ancora poco
esplorato nelle sue reali possibilità. «Ci
sono libri, film e musica per tutti i gusti,
mentre la varietà di videogiochi è molto
ridotta», spiegano.
I due artisti si incontrano alla fine degli anni Novanta su Hell.com. Auriea è

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una neodiplomata alla Parsons School of
Design di New York, Michael un artista
belga con la passione per la programmazione. Sulla rete inizia la loro intesa professionale e la storia d’amore che porterà
Auriea a lasciare gli Stati Uniti per trasferirsi in Belgio. Una scelta che non ha mai
rimpianto: «Naturalmente mi mancano
la famiglia e i paesaggi americani — racconta — ma credo che in Europa si viva
meglio: qui quello che fai riguarda solo il
tuo lavoro e non la tua identità».
Dopo qualche anno dall’inizio della loro collaborazione (da cui nascono progetti pionieristici della net art come il sito The Godlove Museum, in cui mettono
insieme esperienze personali e testi sacri) decidono che internet — con tutto
quel proliferare di codici e database —
non li soddisfa più.
La nuova frontiera della creatività la
intravedono nei videogiochi. Così, nel
2002 fondano Tale of Tales, con l’obiettivo di concentrare il loro estro artistico in
quello che considerano «il medium più



Lo stile
«La storia va raccontata
anche attraverso gli
oggetti. La struttura è nel
design e chi scrive deve
tenerne sempre conto»

adatto per realizzare l’arte bellissima».
La consacrazione della scelta arriva il
giorno del matrimonio, quando — al ritorno dalla cerimonia — i neosposi festeggiano l’unione giocando a Tekken 3,
il gioco simbolo degli anni Novanta, con
una bottiglia di champagne.
I capisaldi della nuova arte — esplicitati in occasione del decimo anniversario
di vita di Tale of Tales — sono «il software, l’atmosfera, l’originalità, l’ambizione
e la bellezza». Un universo lontanissimo
dallo stato attuale dell’industria, che
continua a proporre giochi basati su un
sistema dalle regole molto rigide e poche
funzioni, ed è caratterizzata da una cultura chiusa e sessista: le pochissime donne che ci lavorano sono spesso vittime di
insulti e offese da parte della comunità.
«Al di là di alcuni nobili tentativi di
emancipazione, i videogiochi restano
dei sistemi vuoti dediti solo alla perdita
di tempo. Inoltre sono fermi: nonostante
l’incessante evoluzione tecnologica, hanno smesso di crescere, hanno trovato la
loro comfort zone», si legge in uno dei
documenti presenti sul sito.
Auriea conferma: «Di solito i videogame sono un’arma di distrazione, le
persone giocano per non pensare. Noi
lavoriamo per l’obiettivo opposto: favorire la riflessione su temi importanti».
Luxuria Superbia, ad esempio, è un
viaggio esperienziale — di musica e colori — sulla gioia e sul piacere, mentre
The Path è un percorso che porta il gio-

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Incisioni
di Renzo Matta

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 11
La cerniera del rock
Finiti (e sfiniti) i favolosi Sessanta, che cosa
rimane agli Stones? Soltanto il blues. Fanno
entrare nella band Mick Taylor e si riuniscono per
registrare nel 1971 Sticky Fingers (ora in
versione deluxe): Jagger e Richards compongono
un rock-blues maturo, levigato da influenze
country soul, spavaldo e tenero, definito in ogni
dettaglio e definitivo per potenza. Memorabile la
copertina inventata da Andy Warhol: primo
piano della cerniera di un paio di jeans.

Anteprima Abbiamo letto la sceneggiatura del nuovo film di Aaron Sorkin

Biografia di un rivoluzionario
in tre atti (quasi teatrali)
Sembra Aristotele, è Jobs
di MATTEO PERSIVALE

C

«Sunset» è l’ultimo progetto di Tale
of Tales: Angela è un’afroamericana
che osserva dalla finestra
un colpo di Stato in Sudamerica
catore a vivere «il dolore di una donna».
L’aspetto narrativo è centrale nel loro
lavoro: «Michaël scrive i testi — continua
la designer — che poi vengono rivisti da
un consulente: teniamo moltissimo alla
qualità letteraria dei nostri giochi».
Auriea, nata a Indianapolis nel 1971, si
occupa invece della direzione artistica
dei progetti: «Dei luoghi di senso in cui,
di volta in volta, vogliamo portare l’attenzione del giocatore: i temi, i paesaggi, i
palazzi, i dettagli».

Se è vero che sono pochissimi gli sceneggiatori di qualità nel mondo del videogame (al punto che Sam Jordison sul
«Guardian» ha scritto che la «realtà virtuale ha bisogno di scrittori veri»), una
delle ragioni risiede nella difficoltà del
compito. «La struttura di un gioco —
spiega Michaël — è il design e chi scrive
deve tenerne conto in ogni momento. Si
chiama “environmental storytelling” e
consiste nel raccontare la storia attraverso gli oggetti che la compongono».
Spesso i due artisti procedono per sottrazione, eliminando le funzioni classiche della narrativa da videogioco. Ad
esempio, nell’elaborazione di The Endless Forest — in cui i giocatori sono cervi
che interagiscono con armonia «nella foresta di internet» — sono stati eliminati
genere sessuale, violenza, dialoghi e ca-

ratterizzazione dei personaggi. «Nel caso
di Sunset il nostro obiettivo era costruire
un percorso di senso intorno ad amore e
guerra, esplosione e sentimento, escludendo le figure che tradizionalmente si
associano a questi temi», illustra Samyn.
C’è stato un tempo, raccontano, in cui
sembrava davvero che l’industria dei videogiochi fosse vicina a una rinascita
«che avrebbe accolto nuove idee e sarebbe diventata accogliente e ospitale, creando prodotti per donne e per anziani».
Una promessa mantenuta solo in piccolissima parte: «Finalmente si è aperto
uno spazio per ciucciotti e caramelle —
scrivono in un documento pubblicato
sul sito — ma la funzione calmante dei
ciucciotti dura poco. E il valore nutrizionale delle caramelle è scarso. Abbiamo
ancora fame, anzi siamo affamatissimi.
Non crediamo più nei produttori quando
dicono che i videogiochi cresceranno.
Che un giorno giocheremo, invece di leggere, guardare o ascoltare musica».
Auriea Harvey e Michaël Samyn non si
fanno illusioni: la loro è una nicchia e la
frustrazione un sentimento con cui fare i
conti: «Il mio consiglio — esorta Michaël — è quello di non avere aspettative
troppo elevate». Eppure i due artisti si
augurano che il loro lavoro da pionieri
possa ispirare e incoraggiare altri a creare «intrattenimento digitale di alta qualità per tutti gli affamati di giochi».
@serena_danna
© RIPRODUZIONE RISERVATA

ome si raccontano i 56 anni
della vita straordinaria di
Steve Jobs in 178 pagine? Aaron Sorkin — lo sceneggiatore del serial The West
Wing e dei film The Social Network e
Codice d’onore — ha fatto una scelta
apparentemente radicale: la sceneggiatura, letta in anteprima da «la Lettura», con cui ha adattato — molto fedelmente — la biografia Steve Jobs di
Walter Isaacson (Mondadori) per il
film Steve Jobs — in uscita negli Stati
Uniti a ottobre (protagonista Michael
Fassbender, regia di Danny Boyle) — è
divisa, aristotelicamente, in tre. Tre
parti, o meglio tre atti.
E come raccontare la vita di un uomo che ci ha lasciato una serie di prodotti rivoluzionari? Seguendolo mentre prepara il lancio di tre di quei prodotti, il Macintosh (1984), il «cubo» di
Next (1988) e l’iMac (1998). Niente
iPod, niente iPad, niente iPhone.
Niente MacBook Air. Niente Jobs in
jeans e maglia nera. Niente malattia.
C’è, nella sceneggiatura, il mitico garage di papà Jobs: in un rapido flashback, già a pagina 36, ecco il luogo sacro della Silicon Valley. Dove il giovane
Steve trafficava con l’amico Steve Wozniak detto «Woz» e dove nacque il primo Mac (all’11161 di Crist Drive a Los
Altos, California, anche se ora il civico
è cambiato: 2066, tuttora meta di Apple-maniaci in vena di selfie davanti
alla loro San Pietro).
Ma la sceneggiatura racconta soprattutto i minuti che precedono l’entrata sulla scena, in un auditorio, del
creatore della Apple, per tre volte. Riceve, con una struttura che si ripete e
che dimostra quanto l’astuto Sorkin
conosca il teatro classico, le visite degli stessi personaggi: l’ex amico fraterno Steve Wozniak nei panni dickensiani del fantasma del Natale passato, che
gli chiede ogni volta di fare qualcosa
che lui si rifiuta, per motivi diversi, di
fare. La figlia Lisa, che Jobs per molti
anni si rifiutò di considerare sua nonostante il test del Dna. E la figura autorevole, carismatica e sfacciatamente
paterna di John Sculley, che Jobs volle
alla Apple e che lo tradì, licenziandolo
dall’azienda che aveva fondato.
Sorkin viene regolarmente criticato, a volte a sproposito: sì, è ovviamente affascinato dalle figure maschili carismatiche e pochissimo interessato ai
personaggi femminili (lo sfortunato
serial The Newsroom è l’esempio più
evidente). E fa ricorso a formule ripetitive, quasi omeriche, da un lavoro all’altro (sono stati battezzati «sorkinismi» e su YouTube ci sono montaggi
che non lasciano dubbi sul riciclo di
battute, temi, situazioni).
Un altro problema è che la ricerca di
un punto d’appoggio drammaturgico
può portarlo a falsificare la storia, vedi
The Social Network nel quale Mark
Zuckerberg inventa Facebook per vendicarsi di una ragazza carina che lo insultò in un bar. Problema: il vero Zuckerberg è fidanzato con la stessa ragazza dai tempi del college, la scena finale in cui lui cerca la ragazza che non
ha mai dimenticato non è mai successa: se mai, The Social Network è più
interessante nella lettura dello scontro
quasi antropologico tra l’impopolare
nerd ebreo e i ricchi, alti, belli e molto

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Lo sceneggiatore
Aaron Sorkin (in alto), nato
nel 1961 a New York, è lo
sceneggiatore del film Steve
Jobs, che uscirà negli Usa il 9
ottobre. È il creatore delle
serie tv Sports Night, The West
Wing e The Newsroom. Per il
cinema ha sceneggiato film
come Codice d’onore, La guerra
di Charlie Wilson, The Social
Network (che gli è valso
l’Oscar, anche se l’autore
afferma di odiare internet)
e L’arte di vincere
Il personaggio
Steve Jobs (qui sopra, San
Francisco, 1955 – Palo Alto,
2011) è stato una figura
mitica della rivoluzione
tecnologica; dato in adozione
appena nato, lasciata
l’università dopo solo sei
mesi, creò la Apple nel 1976
finanziandosi con la vendita
di un’auto: nel 1980 l’azienda
valeva già 1,8 miliardi di
dollari. Il 24 agosto 2011 si
dimise da ad di Apple e morì
di cancro il 5 ottobre
Il libro e il film
Il libro Steve Jobs del
giornalista e biografo Walter
Isaacson (1952) diventerà
un film, sceneggiato da
Aaron Sorkin e diretto da
Danny Boyle: l’attore Michael
Fassbender è Steve Jobs;
Seth Rogen è il cofondatore
di Apple, Steve Wozniak

Wasp gemelli che avevano avuto per
primi l’idea di un social network per
studenti e avevano ingaggiato Zuckerberg.
La sceneggiatura di Steve Jobs è
molto simile al libro, che Sorkin segue
con attenzione soprattutto quando si
tratta del tema portante, il tratto che
definisce la personalità di Jobs: l’essere stato abbandonato dai genitori biologici, adottato, poi restituito, e infine
affidato ai signori Jobs. Le scene con
Sculley — Sorkin piazza Jobs e Sculley
brevemente nel ristorante del padre
biologico di Jobs, da lui rintracciato:
più chiaro di così non poteva essere —
sono tutte basate sul tema dell’abbandono, del tradimento delle aspettative
e della ricerca di approvazione. Sorkin
— che ha scritto troppa tv per essere
maestro di sottigliezza — è un fuoriclasse dei dialoghi torrenziali, delle
battute fulminanti: quando Jobs chiede di far spegnere le luci delle uscite di
sicurezza nell’auditorio e gli viene fatto notare che sarebbe pericoloso, risponde che «se un incendio provoca
una fuga disordinata verso le uscite di
sicurezza ne sarà valsa la pena per
quelli che sopravvivono. Per gli altri
un po’ meno, ma sarà stata comunque
un’esperienza piuttosto bella». In una
delle frequenti invettive contro la Ibm
dice: «se sbagliamo questa presentazione, la Ibm si metterà in tasca i prossimi 50 anni, come un cattivo dei fumetti di Batman. Una volta la Bell veniva chiamata “l’azienda del telefono”,
ecco, la Ibm diventerà “l’azienda dei
computer”». Quando la madre di sua
figlia lo insulta, la fida Joanna Hoffman, manager Apple e amica, lo giustifica con queste parole: «Se passassi
ogni ora del giorno a contatto con persone più stupide di me, diventerei una
stronza anch’io» (pagina 32). Bello
leggere un dialogo fitto tra Jobs e
«Woz», nel 1988, sulla musica classica,
tra citazioni di Haendel e Vivaldi e del
maestro Ozawa che spiegò a Jobs come «gli orchestrali suonano gli strumenti, io suono l’orchestra». E quando Wozniak sgancia una bomba atomica di risentimento («Non sei un
programmatore, non sei un designer,
non sei un ingegnere», e compila una
lunga lista dei collaboratori di Jobs ai
quali lui tolse il merito di molte innovazioni), Jobs risponde semplicemente: «Io suono l’orchestra e tu sei un
buon musicista: il primo della fila, laggiù». C’è spazio per una battuta, ottima, sul nemico Bill Gates che aveva irriso la Apple come «azienda leader nei
computer colorati»: «Lui ha interrotto
gli studi in un’università migliore di
quella in cui li ho interrotti io, non so
perché ce l’abbia con me».
Ma in quella che, nonostante la
struttura in tre movimenti così simili
tra loro, è in sostanza una storia raccontata in modo molto classico (Codice d’onore, tratto dalla pièce che ha reso famoso Sorkin, è di fatto un film
anni Cinquanta girato con quarant’anni di ritardo), il finale è assolutamente
tradizionale: la riconciliazione del padre abbandonato dai suoi genitori con
la figlia rifiutata, con un paio di decenni di ritardo, e buoni sentimenti in abbondanza prima della dissolvenza al
nero.
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12 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Soglie

Caratteri Recensioni
Narrativa italiana

di Franco Manzoni

{

DOMENICA 21 GIUGNO 2015
Appunti per l’ultimo viaggio
Un commovente, straziante bilancio
esistenziale in versi. Mentre sente avanzare il
tempo del commiato, Pasquale Del Cimmuto
non smette di interrogarsi sul senso della vita
nella raccolta Come un vento serenatore

Tre racconti (Mondadori) di Pietro Grossi. Prove disuguali
che trovano unità nel culto dell’autore per la precisione espressiva

Datemi un bisturi, sarò un artista
di ERMANNO PACCAGNINI

M

i sa d’interlocutorio L’uomo
nell’armadio e altri due racconti che non capisco, con
cui Pietro Grossi torna al racconto dopo romanzi ora brevi (L’acchito, Martini), ora corposi (Incanto). Un volume con tre racconti, come quello che l’aveva imposto all’attenzione, in particolare per il notevole Pugni che dava il
titolo alla raccolta. E, come allora, racconti
di diversa fattura, nel comune sottofondo
d’una forte matrice fantastica con varie gradazioni di tinta surreale, che paion rifarsi a
certa componente sotterranea delle precedenti opere: a La scimmia (di Pugni), metamorfosi scimmiesca come fuga dal reale allorché il protagonista inizia a cogliere nel
quotidiano i segni di diversità mai prima
notati; alle fantasticherie su viaggi mai realizzati di Sofia e al mondo parallelo rispetto
alla realtà del marito Dino in L’acchito; agli
sviluppi personali dettati dal caso dei personaggi di Incanto.
Ed è alle conseguenze degli imprevisti
della vita che credo faccia riferimento quel
«racconti che non capisco»: quasi a suggerire l’idea d’una stesura propria dell’immediatezza del «dettare dentro» surrealista:
dove l’ovvio intervento riorganizzatore dell’autore comunque non sa svelare appieno
il significato delle storie né a lui, né per certi versi ai lettori. Penso in particolare al breve allegorico racconto che dà il titolo, L’uomo nell’armadio, in cui una ragazza lieve-

i
PIETRO GROSSI
L’uomo nell’armadio
e altri due racconti
che non capisco
MONDADORI
Pagine 168, € 18

Neil Mendoza, The Electric
Knife Orchestra (2015,
installazione realizzata con
sedici coltelli che eseguono
Stayin’Alive dei Bee Gees)

mente disturbata (assume tranquillanti),
affascinata da un ragazzo incontrato per caso, se lo porta silenziosamente a casa, ospitandolo in un armadio, ricambiata con lavori di pulizia e cucina. Una fantasticheria
(di dimensione più buzzatiana che kafkiana), non intervenisse la realtà satireggiata
nelle scene nate dall’effetto-curiosità sulle
amiche di lei per via di tale «anormalità»,
che ella peraltro non percepisce; e con finale da happy end che lascia perplessi, quasi
soluzione a come uscirne.

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Il rapporto fantastico-realtà si proietta
soprattutto sulle 35 pagine di Lo sgabello,
che vede un sedile prender vita e girare di
forza propria, senza spiegazione, «con una
certa eleganza e in qualche modo ipnotico,
indifferente a tutto»; mentre per nulla indifferente è il mondo nelle sue diverse
componenti (cardinale compreso, chiamato ahimè «eccellenza»), che offre le interpretazioni più disparate, sottolineate ricorrendo a vari registri. E però, quanto a concezione, il meno originale, collocandosi ta-

(Moretti & Vitali, pp. 72, 12). Nato nel 1951 a
Pescocostanzo in provincia dell’Aquila, l’autore
si predispone sulla riva per l’ultimo viaggio.
Alla fine solo la forza della Natura lo rassicura,
pur nell’incapacità di capire il mistero.

le reazione che il fantastico produce
quando si radica anche momentaneamente nella realtà, facendola implodere col suo
apparentemente assurdo, entro un preciso
filone della narrativa italiana che dal Palazzeschi del Codice di Perelà, Il doge e Stefanino passa al Flaiano di Un marziano a Roma e a Teorema di Pasolini.
Il più lungo e rifinito (85 pagine) è indubbiamente Il bisturi, in cui il ricco, nobile e candido Teo subisce la fascinazione
d’un bisturi con cui inizia ossessivamente
ad asportare la superficie degli oggetti, ben
presto traducendo tale coazione in opere
degne d’una mostra. È il risvolto metaletterario del racconto: quale possibile metafora
dell’operare artistico, con l’intervento sulla
realtà che, non solo linguisticamente, ma
rappresentativamente opera sul superfluo,
lo stereotipato e sclerotizzato; e dove l’incidere e il «levare» del bisturi va disvelando il
«buco nero», ossia il vuoto, l’assurdo e
quant’altro il singolo artista può (o crede
di) rinvenire in quella sorta di fondo dell’universo comunque sempre a sua volta
inaccessibile, che può anche identificarsi
col buio del quotidiano. Un racconto per
certi aspetti landolfiano (pur nel possibile
richiamo al Kafka del Medico di campagna); ma dal risvolto di non poco conto: ossia il tema della responsabilità del «creatore», se a prestarsi all’incisione è l’amica Livia, di fatto «annullata» dal bisturi, tanto
da portare a un’indagine di polizia.
Racconti disuguali, dunque. Che trovano
unità nel culto di Grossi (al pari di Teo) per
la precisione espressiva. Un gusto della parola che è anche nella scelta del dettaglio,
teso a rendere le sfumature dell’atto del singolo personaggio, e delle relative reazioni.
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Stile



Storie



Copertina



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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Cotture brevi

Caratteri Classici
Narrativa straniera

di Marisa Fumagalli

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 13
La vendetta dei masterchef
Chi non ha letto Restaurant Man e/o vuole
saperne di più di Joe Bastianich, l’amerikano
di Masterchef, prenda Giuseppino. Da New
York all’Italia: storia del mio ritorno a casa
(con Sara Porro, Utet, pagine 201, 14).

Anche per capire che la ristorazione negli Usa
è altra musica. Joe lo scopre dopo aver
aperto «Orsone», a Cividale del Friuli. E sul
locale si abbatte la vendetta degli ex
concorrenti del programma tv.

Pubblicata da Sellerio la traduzione del romanzo «La signorina Cormon»,
feuilleton che racconta la storia di una donna matura divisa fra tre pretendenti

La zitella di Balzac, prima eroina d’appendice
di FRANCO CORDELLI

i

R

ecensire un romanzo di Balzac
appare operazione impropria.
Tuttavia La signorina Cormon è
un caso speciale, per la letteratura italiana, ossia per la nostra
lingua (a dir poco in rapida via di trasformazione, se non di oblio di ciò che fu). Dico così perché La signorina Cormon, pubblicato nel 1836, viene ora tradotto per la
prima volta da Francesco Monciatti in un
volume a cura di un francesista tanto giovane quanto eccellente, Pierluigi Pellini, al
quale si deve la sistemazione di Zola nei
Meridiani. La signorina Cormon, in originale La vieille fille («La zitella»), è un caso
speciale non foss’altro che per una ragione storicamente determinata: fu il primo
romanzo d’appendice.
Balzac lo pubblicò dal 23 ottobre al 4
novembre per iniziativa di Émile de Girardin, direttore della «Presse», in concorrenza con il primo numero del «Siècle».
Ovviamente a Balzac quest’idea di correre,
di stringere i tempi, di battere un avversario piaceva molto, sebbene non si possa
dire che l’essere competitivo con qualcuno fosse in lui un’idea dominante, il suo
problema era (teste Ernst R. Curtius)
l’energia, la potenza in sé. Per altro l’energia, come il desiderio, da cui essa scaturisce (posto che non accada il contrario, che
non sia l’effetto a provocare la causa, a diventare esso stesso causa), non è nulla finché non si tramuti in atto, in un ben definito e riconoscibile fatto — una specie di
metafisico possesso di ciò che non era e
ora, straordinariamente, è.
Nella fattispecie, La signorina Cormon:
un romanzo a puntate (dodici, divise in
tre parti), ma non proprio, o non ancora,
un romanzo d’appendice, un feuilleton.
Balzac fu attento alla scansione del racconto, ma non ve ne era l’uso e l’intonazione comica e quella allegorica appaiono
nettamente prevalenti. L’affinità con i
Contes drolatiques si vede ovunque. Pellini fa notare come perfino il nome della
protagonista sia anagramma parziale di
Mon Cor(ps): poiché siamo nella sfera
della percezione sessuale delle umane
venture (in una chiave ai limiti della farsa)
— fondamento di ciò che realmente il
mondo è nella sua totalità. Questa totalità
venne illustrata da Fredric Jameson nel
suo L’inconscio politico del 1981: «La vieille fille, in effetti, non è tanto una farsa matrimoniale, e neppure un commento sociale alla vita provinciale: essa è soprattutto un’opera didattica e una lezione politica
obiettiva che cerca di trasformare gli
eventi della storia empirica in un esperimento in cui si possano saggiare le strategie delle varie classi sociali».

Balzac compie il suo esperimento, più
alchemico che alchimistico, rimanendo,
come è sacrosanto, con i piedi ben saldi a
terra senza mai disdegnare che si alzi la testa. A terra si vede prima di tutto Alençon,
un paese qualunque della Francia profonda (che sta appunto per la Francia intera,
esso è il primo punto dell’allegoria). Poi si
vede la signorina del titolo italiano: Rose
ha più di quarant’anni, è imponente, è fiorente, è bramosa (di matrimonio, ovvero
di carne, di sesso). In più, o soprattutto, è
proprietaria di un’antica casa: che è l’oggetto del desiderio — più di quanto non
lo sia la sua proprietaria — da parte delle
due maggiori forze in campo, in senso anche allegorico, ossia il nobile Valois e il
borghese, ex rivoluzionario, du Bousquier. Tra gli aspiranti c’è anche il giovane Anasthase, un personaggio quasi autobiografico: da buon personaggio romantico, di sicuro egli desidera più Rose che la
sua casa.
Il romanzo è la storia di questa corsa a
(relativi) ostacoli da parte dei tre pretendenti alla corona senza più aura: una corona comunque borghese. Per quanto legittimista fosse, Balzac — sempre esclamati-

Coco Capitan, Taka
& Kodak, 2014.
L’artista è in mostra
a Londra, nella
collettiva di giovani
fotografi selezionati
alla Photographers’
Gallery di Soho,
aperta fino
al 5 luglio

HONORÉ DE BALZAC
La signorina Cormon
A cura di Pierluigi Pellini
Traduzione
di Francesco Monciatti
SELLERIO
Pagine 400, 14
L’autore
Honoré de Balzac (17991850) è il grande
romanziere della Comédie
humaine, la struttura nella
quale egli stesso raccolse nel
1842 l’intera propria opera,
come una sorta di
radiografia realistica della
società francese dell’epoca.
Dopo i primi successi come
narratore con La pelle di
zigrino, nel 1831, la sua
produzione letteraria
proseguì con romanzi come
Un medico di campagna
(1833), Eugenia Grandet
(1833), Papà Goriot (1834),
Illusioni perdute (1843), La
cugina Betta (1846),
Splendori e miserie delle
cortigiane (1847), solo per
citare i titoli più conosciuti,
pubblicati in diverse edizioni.
La sistemazione delle opere
in una costruzione narrativa
coerente consente di seguire
i personaggi in momenti
diversi della loro vita; altra
caratteristica dei romanzi di
Balzac è che spesso furono
pubblicati a puntate, come
feuilleton, incontrando un
grande successo popolare.
Fitta anche la produzione di
racconti come il visionario Il
capolavoro sconosciuto
(1831) e i Contes drolatiques
citati nell’articolo qui
accanto (Storie
sollazzevoli,1837)

La nostra storia

di Dino Messina

LE BALIE DI CATANZARO, REGINE DI TUNISI

S

u 14 milioni di emigrati che
partirono dall’Italia fra il 1876 e
il 1914, una piccola ma
consistente percentuale di 230 mila
lavoratori sbarcò sulle coste
settentrionali dell’Africa. Le mete
predilette erano l’Egitto, l’Algeria e la
Tunisia, tanto che il nostro capo del
governo Francesco Crispi, irritato
dall’iniziativa di Parigi che vi istituì
un protettorato, definì quest’ultimo
Paese «una nazione italiana occupata
dalla Francia». A raccontare questo
aspetto della nostra emigrazione,
anche sulla scorta di nuove fonti, è
Francesca Fauri nel saggio
L’emigrazione italiana nell’Africa
mediterranea 1876-1914, pubblicato
nel nuovo numero della rivista «Italia
contemporanea» (Franco Angeli). Le

partenze dall’Italia erano cospicue
già prima dell’Unità, a giudicare
dall’attivismo nei centri costieri
dei consolati toscano, ligure, veneto,
siciliano, campano. E poi la cifra di
230 mila sottostima molto il nostro
contributo di manodopera in Nord
Africa, perché molti, soprattutto
provenienti dalla Sicilia, dalla
Sardegna e dalla Calabria, erano
stagionali. Agricoltori, in particolare
viticoltori molto richiesti dagli
imprenditori francesi, ma anche
minatori, pescatori di corallo e...
balie. Molto richieste quelle di alcuni
paesi della provincia di Catanzaro,
rinomate per l’affidabilità e
la bellezza. La motivazione
principale era la paga, tre o quattro
volte superiore a quella percepita

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in patria. Un operaio agricolo, che
in Sicilia prendeva da una lira
a una e mezza a giornata, in un
vigneto tunisino partiva da una base
di 3,5 lire. Mentre le balie potevano
addirittura decuplicare la paga
mensile, passando da dieci a cento
lire. Questi lavoratori spesso
partivano a bordo di navi di linea
(la compagnia di Raffaele Rubattino
per un certo periodo istituì un
viaggio bimensile) o a bordo delle
«bilancelle», piccole imbarcazioni
che offrivano il passaggio per 5 o 10
lire. Molti da stagionali divennero
stanziali e riuscirono a realizzare
il sogno di comprare un pezzo
di terra (piccole proprietà da cinque
a dieci ettari).
© RIPRODUZIONE RISERVATA

vo fino a toccare il
diapason, e che
sempre procede secondo una struttura
regressiva —, mai
mancava di alzare la
testa, e vedere che il
corso della storia
era quello che era
(per capire quanto
appena detto un
contributo viene dalla sua stessa vita, leggendo ne La morte di Balzac di Octave
Mirbeau quanto essa alla fine gli si rivoltò
contro).
Ma torniamo un momento a Curtius:
«L’assolutismo di Balzac non è che una
formula contingente di questa tendenza
antidemocratica. Esso non è affatto un
polveroso residuo di romanticismo legittimistico, né un capriccio aristocratico:
nella sua essenza antiparlamentare è un
fatto estremamente attuale (...). Egli potrebbe essere un rivoluzionario, ma non è
mai stato un democratico». Infatti, la corsa viene vinta da du Bousquier: il quale ha
le sue attrattive (per Rose) ma anche la sua
realtà, spiacevole e che troppo tardi si rivelerà come tale — ingannatrice. Il borghese du Bousquier, ridotto all’osso nelle
sue vicende economiche e fisiche (ha quel
parrucchino che in un momento cruciale
si sposterà lasciando nudo il cranio), non
faceva che mostrare la propria energia,
ovviamente sessuale.
Dopo il matrimonio, a sue spese la signorina Cormon toccherà con mano, ovvero non toccherà un bel nulla, l’essenza:
che il marito l’avrebbe lasciata vergine com’era. Per contro il nobile Valois, sebbene
nobile per modo di dire — sterile come ci
dice il dato storico che i Valois sono in via
di estinzione e come ci rivela l’allegoria
della lotta per il potere, la lotta che era in
corso in Francia dopo il 1830, dopo Luigi
Filippo —, era, anche in questo caso con
qualche ragione storica in più (secondo
Balzac), beffardamente e nascostamente
libertino, seduttore capzioso e rapace.
Proprio questo per altro è il suo limite,
egli non è un uomo del Settecento puro,
in lui non vi sono lumi se non quelli (cito
Pellini) di un Casanova, di un Cagliostro:
Valois fallisce nella sua missione poiché è
spiritualmente e storicamente inquinato,
è corrotto. In quanto ad Anasthase, non è
che un’utopia, una mediazione impossibile: la sua unica possibilità sarà di divenire Balzac in persona, colui che ne racconterà la storia con un’energia indomabile
solo con gli anni, con la maturità.
Vorrei da ultimo mettere a fuoco un
punto nero del racconto e, direi, di tutta la
Comédie humaine: il punto di contraddizione che va oltre le irresolubili contraddizioni narrate, private e storiche. Più che
narrativa, è una contraddizione che Balzac
manipola come un genio può, ma che resta ciò che è.
Perché la signorina Cormon sceglie du
Bousquier e non Valois, che più l’attraeva?
Solo perché il borghese arriva prima all’ora dell’appuntamento fatale. O meglio:
solo perché Valois arriva dopo: egli s’era
attardato un momento di troppo a farsi
bello. E insomma: Balzac dice che du Bousquier vince per caso, e noi sappiamo fin
da Curtius (1923) quanto il Caso sia il dio
della Commedia umana.
Ma non solo sappiamo, al pari di Balzac, quanto così non sia dal punto di vista
della Storia. Sappiamo anche quanto il Caso, in un qualsivoglia racconto, caso non
sia: esso non è altro che la più o meno inconscia Volontà (altro dio di Balzac) dell’autore. Solo mentendo il genio dice (o
riesce a dire) la verità.
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Stile



Storia



Copertina



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14 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

Legenda

Caratteri Le classifiche dei libri

Vola la texana Anna Todd lanciata dalla rete:
all’esordio batte il giallista Michael Connelly
La pagella
di Antonio D’Orrico

Top 10

8 1
(1)

Sonzogno

Intestino alla riscossa: S
bestseller liberatorio 2

100

ebook
di Alessia Rastelli

C

osa significa un bestseller? Nel
mondo dei libri, degli scrittori e
dei lettori è una domanda che
non ci si pone quasi mai. Ed è un
errore. Si preferisce lasciarsi
andare alle solite lamentazioni contro
l’industria culturale, il Grande Fratellastro
che imporrebbe d’imperio gli autori da
leggere (o, più esattamente, da acquistare).
Quella domanda, invece, conviene porsela.
Perché, ad esempio, L’intestino felice di
Giulia Enders ha venduto più di un milione
di copie in Germania e sta scalando le
classifiche di altri Paesi (Italia compresa)?
Cosa significa la fortuna editoriale di un
manuale che spiega in tono elegante e
spiritoso come funziona l’intestino e qual è
il modo più giusto ed efficace di fare la
cacca (che non è, ahinoi, quello quasi
universalmente diffuso)? Il libro di Giulia
Enders (microbiologa,
25enne) abbatte forse
l’ultimo tabù rimasto (e,
a giudicare dal successo
avuto, lo trasforma in
un totem) e pone riparo
a un’ingiustizia storica,
all’ostracismo da
sempre decretato nei
confronti dell’intestino
a favore di organi
Giulia Enders (1990) considerati più nobili: il
è nata a Mannheim cuore, il cervello, ma
anche il fegato, i
polmoni, lo stomaco... E la sua presa di
posizione deve aver colpito nel profondo:
all’ultimo Salone del Libro di Torino
la coda in attesa di entrare nella sala
che ospitava la presentazione del volume
era la più lunga (e anche la più allegra) e
batteva persino quella in sosta davanti
al teatrino dove era di scena Roberto
Saviano. Cosa significa, dunque, il
bestseller di Giulia Enders?
Le risposte possibili sono varie.
1) Che ci siamo tutti fermati (a cominciare
dai tedeschi) a una fase anale, come
avrebbe detto Freud, e che vogliamo
superarla? 2) Che è arrivato il momento di
essere meno intellettuali e più viscerali?
3) Che c’è un’ecologia interna forse più
importante di quella esterna? 4) Che siamo
tutti in una situazione di emme ed è ora di
trovare una via d’uscita?
© RIPRODUZIONE RISERVATA

S

78

Baldini & Castoldi, € 13

60

Carlo Rovelli
Sette brevi lezioni
di fisica
Adelphi, € 10

3
(4)

1

4

Anna Todd
After

(-)

N

55

5

Michael Connelly
La scatola nera

(-)

N

50

Piemme, € 19,90

46

Sveva Casati
Modignani
La vigna di Angelica
Sperling & Kupfer, € 19,90

41

Camilla Läckberg
Il segreto
degli angeli
Marsilio, € 19

40

Concita De Gregorio
Mi sa che fuori
è primavera
Feltrinelli, € 13

6
(3)

5

7
(6)

5

8
(-)

N

9

Stefano Benni
Cari mostri

(7)

5

38

Feltrinelli, € 17

37

Luca Bianchini
Dimmi che credi
al destino
Mondadori, € 17

10
(5)

5

Sperling & Kupfer, € 14,90

Amazon,
nuovi ereader
in Italia
Le promozioni dominano
nella classifica degli ebook
per il Kindle, il dispositivo di
lettura digitale di Amazon
(che non rende note le
proporzioni tra i titoli). Tutti
in sconto — per un giorno,
a un prezzo da 0,99 a 2,99
euro — i libri nella Top Five.
Al primo posto Un anno in
Provenza, il bestseller del
1990 di Peter Mayle. In
seconda posizione, Volevo
solo averti accanto.
Ambientato ai tempi del
nazismo, è l’esordio
dell’avvocato americano
Ronald H. Balson, che lo
pubblicò in proprio nel
2013, finendo in vetta alle
classifiche. Terzo, il saggio
di Eva Cantarella
Ippopotami e sirene. I viaggi
di Omero e di Erodoto.
Quarta, la storia romantica
Tutti i difetti che amo di te di
Anna Premoli. Quinto,
Yoshe Kalb, il romanzo
degli anni Trenta di Israel
Joshua Singer, fratello del
Nobel Isaac. Sul fronte
Amazon, il gruppo rafforza
la presenza in Italia con
l’ultima generazione di
ereader Kindle: il nuovo
Paperwhite, disponibile dal
30 giugno (ora in
prevendita), e il Kindle
Voyage, sul mercato dallo
scorso giovedì. «Abbiamo
introdotto anche un nuovo
carattere, il “Bookerly” (in
alto), esclusivo dei nostri
dispositivi — spiega Giulia
Poli, responsabile Kindle
Content di Amazon Italia
—. È tra i passi in avanti
che rendono l’esperienza
di lettura ancora più
confortevole».

al_rastelli
© RIPRODUZIONE RISERVATA

La classifica

Paolo Legrenzi

6 esercizi
facili per
allenare
la mente
Per non
commettere
errori
nelle scelte
decisive

1

Peter Mayle
Un anno in Provenza
Edt, € 7,99
Formato Kindle

Ronald H. Balson
2
Volevo solo averti accanto
Garzanti, € 4,99
Formato Kindle
3

?

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stabile

rientro

Narrativa italiana

1

Andrea Camilleri
La giostra
degli scambi
Sellerio, € 14
Giorgio Faletti
La piuma

(2)

A parità di percentuale di vendita, la
posizione è determinata dal valore
novità
decimale non indi100 titolo più venduto (gli altri in proporzione) cato in classifica

1 in salita
5 in discesa

S
R
N

Camilleri e Faletti in vetta
De Gregorio sotto il podio

voto

Giulia Enders
L’intestino felice

{

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

(2) posizione precedente

Eva Cantarella
Ippopotami e sirene
Utet, 7,99
Formato Kindle

Anna Premoli
4
Tutti i difetti che amo di te
Newton Compton, 4,99
Formato Kindle
5

I.J. Singer
Yoshe Kalb
Newton Compton, 2,99
Formato Kindle

(1) S 100

Andrea Camilleri
La giostra
degli scambi
Sellerio, € 14

Andrea Camilleri con il commissario Montalbano
resta in vetta alla top ten davanti a Giorgio Faletti.
Sale Concita De Gregorio che entra nei migliori dieci
con il romanzo di una madre, che prende avvio da un
fatto di cronaca. Migliore new entry è la Guida
astrologica per cuori infranti, commedia sentimentale
di Silvia Zucca, in corso di traduzione in sedici Paesi.

(2) S 78
2
Giorgio Faletti
La piuma
Baldini & Castoldi, € 13

(3) S 46
3
Sveva Casati
Modignani
La vigna di Angelica
Sperling & Kupfer, € 19,90

Narrativa straniera

1

(-) N 55

Anna Todd
After

(-) N 50
2
Michael Connelly
La scatola nera

Sperling & Kupfer, € 14,90

Piemme, € 19,90

Esordio con il botto per la scrittrice texana che si è
fatta conoscere attraverso la community online
Wattpad: il suo After, ispirato a Harry Styles degli One
Direction, balza al primo negli Stranieri e al quarto
posto assoluto. Todd si prende la soddisfazione di
battere una new entry eccellente: Michael Connelly
secondo con la nuova indagine di Harry Bosch.

(1) 5 41
3
Camilla Läckberg
Il segreto
degli angeli
Marsilio, € 19

Saggistica

1

(1) S 60

Carlo Rovelli
Sette brevi lezioni
di fisica
Adelphi, € 10

Non cambia la cinquina di testa nei Saggi con il
fisico Carlo Rovelli sul gradino più alto (e terzo
assoluto) davanti allo psicanalista Recalcati,
all’economista Cottarelli, ai giornalisti Cazzullo e,
insieme come coautori, Morvillo e Vespa. Sale
Vittorio Feltri che mette il dito sui limiti dell’ideologia
multiculturale, entra il magistrato Piero Tony.

(2) S 24
2
Massimo Recalcati
Le mani
della madre
Feltrinelli, € 16

(3) S 14
3
Carlo Cottarelli
La lista
della spesa
Feltrinelli, € 15

Varia

1

(2)1 26

Marie Kondo
Il magico potere
del riordino
Vallardi, € 13,90

(3)1 20
2
Giulia Enders
L’intestino felice
Sonzogno, € 16,50

Ragazzi

1

(1) 1 23

Rita Coco
Viva la frutta e la verdura!
Masha e Orso
Fabbri, € 5,90

(3) 5 22
2
R. J. Palacio
Il libro di Julian.
A Wonder Story
Giunti, € 7,90

Stati Uniti
1
Stephen King

2
Paula Hawkins

3
Anthony Doerr

Finders Keepers

The Girl
on the Train

All the Light
We Cannot See

Scribner, $ 30

Riverhead, $ 26.95

Scribner, $ 27

(8-14 giugno 2015)

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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 15

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Il podio del critico
di Andrea Brunelli

Andrea Brunelli (Brescia, 1984) è assegnista di
ricerca presso il dipartimento di Scienze ambientali,
informatica e statistica dell’Università Ca’ Foscari di
Venezia. Si occupa dello studio di nanomateriali
ingegnerizzati (particelle infinitesimali) e delle loro
conseguenze potenziali su ambiente e salute.

1
Benedetta Tobagi

2
Margherita Hack

Una stella
incoronata di buio
Einaudi, € 20

Vi racconto
l’astronomia
Laterza, € 8,50

3

Giancarlo De Cataldo
Romanzo
criminale
Einaudi, € 15

Vediamoci al reparto kids del megastore
Ormai anche per i libri non c’è più una parola in italiano. Se
oggi entrate in una grande libreria di catena e non avete
dimestichezza con le lingue, dovete imparare almeno 9
parole. Intanto perché non è più una libreria, ma un
megastore (oltre ai libri, si trovano altri prodotti e servizi), e

Il numero
di Giuliano Vigini

la prima cosa da capire è il format e il concept che ispira
l’attività di retail nell’ambito del core business del gruppo
editoriale. Afferrato il concetto, potete muovervi tra gli
spazi del marketplace, anche con la possibilità di un
servizio Help; poi vi concedete una pausa e passate al Café,

prima di andare nel reparto Kids, che una volta si
chiamavano ingenuamente bambini, ma non sono più i
bambini di una volta (tutti presi da tablet, app, touchwall...).
Ecco perché poi in un curriculum, tra la «conoscenza di
lingue straniere», c’è chi mette l’italiano al primo posto!

(Elaborazione a cura di GfK. Dati relativi alla settimana dall’8 giugno al 14 giugno 2015)

(7) 1 40
4
6 (4) 5 37
Concita De Gregorio Luca Bianchini

(-) N 25
8
Silvia Zucca

(10) S 20
(11) 5 15
(-) N 13
10
12
14
Elena Ferrante
Francesco Piccolo
Francesco Recami

(18) 1 12
(16) 5 11
(20) S 10
16
18
20
Vinicio Capossela
Susanna Tamaro
Lavinia Petti

Mi sa che fuori
è primavera

Dimmi che credi
al destino

Guida astrologica
per cuori infranti

L’amica geniale

L’uomo
con la valigia

Il paese
dei coppoloni

Un cuore
pensante

Il ladro di nebbia

Feltrinelli, € 13

Mondadori, € 17

Nord, € 16,40

e/o, € 18

Sellerio, € 14

Feltrinelli, € 18

Bompiani, € 14

Longanesi, € 14,90

(5) S 38
5
Stefano Benni

(12) 1 27
7
Anna Premoli

(6) 5 22
9
Daria Bignardi

(9) 5 17
11
13 (8) 5 14
Alessandro Baricco Fabrizio Santi

(-) R 12
15
Italo Calvino

(13) 5 11
(15) 5 11
17
19
Mauro Corona
M. Gramellini

Cari mostri

Santa
degli impossibili

La Sposa giovane

Il quadro
maledetto

Il sentiero dei nidi
di ragno

I misteri
della montagna

C. Gamberale
Avrò cura di te

Feltrinelli, € 17

Un giorno
perfetto
per innamorarsi
Newton Compton, € 9,90

Mondadori, € 12

Feltrinelli, € 17

Newton Compton, € 9,90

Mondadori, € 9,50

Mondadori, € 19

Longanesi, € 16

(-) N 34
4
Sophie Kinsella

(18) 124
6
Jane Shemilt

(3) 5 21
8
Jamie McGuire

(7) 5 15
10
E. L. James

(8) 5 15
12
14 (-) R 14
Vanessa Diffenbaugh Fred Uhlman

(10) 5 12
(12) 5 11
(-) N 11
16
18
20
Danielle Steel
Albert Espinosa
Harper Lee

Dov’è finita
Audrey?

Una famiglia
quasi perfetta

Un’incredibile
follia

Le ali della vita

L’amico ritrovato

Tradita

Mondadori, € 16

Newton Compton, € 9,90

Garzanti, € 10

Cinquanta
sfumature
di grigio
Mondadori, € 10

Garzanti, € 18,60

Feltrinelli, € 6,50

Sperling & Kupfer, € 14,90

(4) 5 29
5
John Green

(2) 5 22
7
Glenn Cooper

(11) 1 19
9
Nicholas Sparks

(6) 5 15
11
Jamie McGuire

(5) 5 14
13
Jamie McGuire

(9) 5 14
15
Markus Zusak

(13) 5 11
(14) 5 11
17
19
E. L. James
E. L. James

Città di carta

Dannati

La risposta
è nelle stelle

Una meravigliosa
bugia

Un magnifico
equivoco

Storia di una ladra
di libri

Rizzoli, € 16

Tea, € 5

Sperling & Kupfer, € 16,90

Garzanti, € 10

Garzanti, € 10

Frassinelli, € 16,90

Cinquanta
sfumature
di nero
Mondadori, € 10

Cinquanta
sfumature
di rosso
Mondadori, € 10

(4) S 13
4
Aldo Cazzullo

(9) 1 9
6
Vittorio Feltri

(11) 1 8
8
Enrico Deaglio

(8) 5 7
10
Piero Angela

(20) 1 5
12
Giuseppe Cloza

(-) R 5
16
Hannah Arendt

(-) N 4
18
Daniel Pennac

(17) 5 4
20
Vito Mancuso

Tredici miliardi
di anni

Felicità
in questo mondo

(-) N 5
14
Piero Tony

Storia vera e
terribile tra Sicilia
e America
Sellerio, € 14

Io non posso
tacere

La banalità
del male

Diario di scuola

Questa vita

Mondadori, € 19

Soka Gakkai, € 2,75

Einaudi, € 16

Feltrinelli, € 10

Feltrinelli, € 8,50

Garzanti, € 14,90

(6) 5 7
9
N. Di Matteo

(12) 1 6
11
13 (13) S 5
Z. Bauman, E. Mauro Chris Kyle

(14) 5 5
15
AA.VV.

(-) R 4
17
Edgar Morin

(18) 5 4
19
Comandante Alfa

La memoria
di Elvira

Insegnare
a vivere

Cuore di rondine

Sellerio, € 10

Raffaello Cortina, € 11

Longanesi, € 14,90

Possa il mio
sangue servire

Non abbiamo
abbastanza paura

Rizzoli, € 19

Mondadori, € 17

(5) S 11
5
7
C. Morvillo, B. Vespa
La signora
dei segreti

(7) S 9

Marco Travaglio
Slurp

S. Palazzolo
Collusi

Babel

Momenti
di trascurabile
infelicità
Einaudi, € 13

Rizzoli, € 20

Chiarelettere, € 18

Bur, € 16,50

Laterza, € 16

(con S. McEwan
e J. DeFelice)
American Sniper
Mondadori, € 18

3

4
Favij

Braccialetti
azzurri.
Ama il tuo caos
Salani, € 14,90

(5) S 10
5
Ferzan Ozpetek

(-) R 8
6
Marella Agnelli

(-) R 7
7
Andre Agassi

(10) 1 7
8
Massimo Ferrero

(-) R 6
(6) 5 6
9
10
P. Mozzi, M. Mozzi
Marco Bianchi

Sotto le cuffie

Sei la mia vita

La signora Gocà

Open.
La mia storia

Mondadori Electa, € 12,90

Mondadori, € 17

Adelphi, € 12

Einaudi, € 14

L. Ziglio
La dieta
del dottor Mozzi
Coop. Mogliazze, € 19

Io mi voglio bene

Rizzoli, € 11,50

(con A. Alciato)
Una vita al
massimo
Rizzoli, € 17

(-) N 21
3
AA.VV.

(-) N 19
4
Rita Coco

(-) N 19
5
AA.VV.

(3) S 16
6
R. J. Palacio

(23) 5 14
7
AA.VV.

(30) 1 14
8
Jeff Kinney

(-) N 14
9
AA.VV.

(-) N 14
10
AA.VV.

Le parole gentili.
Masha e Orso

Il bagnetto.
Masha Orso

Colori in festa.
Masha e Orso

Wonder

Frozen

Fabbri, € 5,90

Fabbri, € 6,90

Giunti, € 9,90

Disney, € 3,50

Ricetta
per un disastro.
Masha e Orso
Fabbri, € 8,90

Attenti a Masha!
Masha e Orso

Fabbri, € 5,90

Diario
di una Schiappa.
Sfortuna nera
Il Castoro, € 12

(4) 1 18

Philippe Daverio
La buona strada

(1)5 17

Inghilterra

Francia

Il buio
oltre la siepe
Feltrinelli, € 8

Mondadori, € 18,50

Fabbri, € 6,90

Germania

1
Victoria Hislop

2
Lynda La Plante

3
James Patterson

1
E.L. James

2
Riad Sattouf

3
Anna Gavalda

1
Donna Leon

2
Dörte Hansen

3
Jussi Adler-Olsen

The Sunrise

Twisted

Burn

Grey - Fifty
shades

L’Arabe du future

Des vies en mieux

Tod zwischen
den Zeilen

Altes Land

Verheißung

Headline Review, £ 7.99

Simon & Schuster, £ 7.99

Arrow, £ 7.99

JC Lattès, € 17

Allary Eds, € 20,90

J’ai Lu, € 7,80

Diogenes, € 23,90

Knaus, € 19,98

Dtv, € 19,90

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16 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

La Milanesiana

Con 5 mostre
ostree
in 3 città
il festivall
si fa galleria
eriia

A

c
ccostamenti
imprevedibili e inatttesi segnano la sedicesima edizione della Milanesiana, che si svoln
domani, lunedì 22 giugno, fino al
gerà da do
21 luglio, aaccompagnata da cinque mostre
Bergamo e Torino. Come una
a Milano, B
pinacoteca diffusa, la rassegna propone a
di Franco Battiato, all’UniMilano I ritratti
rit
Iulm; le Immagini di una terra ritroversità Iulm
del fotografo Henri Carvata sulla Lucania
L
tier-Bresso nel foyer della Sala Buzzati;
tier-Bresson
co
l’inedito confronto
Cagnaccio di San Pietro/
Pr
Ferroni. Preghiera
laica, al Museo DiocesaFotogra contemporanea invece per il
no. Fotografia
rep
e orttage intorno
i
reportage
al mondo di Theo Volpatti, Ho visto cose, alla Galleria Ceribelli di

Sguardi

Sulla strada
di Davide Francioli

Pittura, scultura, fotografia,
a,, d
a
design,
esign, mercato

Franco Battiato

di STEFANO BUCCI

Bergamo, e arte visiva
con le contaminazioni
di maestri come Delacroix e Velázquez, per
l’esposizione Il nome
della rosa dell’artista
catalano Santi Moix al
Circolo dei lettori di
Torino. Nel programma degli incontri di
letteratura e cinema, la manifestazione
ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi (nel
ritratto in alto) e dedicata quest’anno al
tema Manie e ossessioni, si inaugurerà
ufficialmente a Milano domani, lunedì 22,
con il reading di David Grossman al Teatro

{

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Rodin sul grattacielo di Hong Kong
Secondo uno studio dell’Onu, nel 2014 la Cina
è stato il Paese più pericoloso per gli artisti. Lo
street artist spagnolo Pejac è intervenuto
ugualmente con una piccola creazione: ha
realizzato sulla finestra della sua camera
d’albergo un disegno del Pensatore di Rodin,
che, se osservato dalla giusta prospettiva,
contempla la città seduto sulla cima dei
grattacieli. Re-Thinker ricorda nel ritmo
frenetico di Hong Kong di fermarsi e riflettere.

Allo Iulm di Milano 19 ritratti del cantante, compositore e regista:
«Sono ben consapevole dei miei limiti, ma non mi interessa,
quello che voglio è riuscire a cogliere l’anima dei miei soggetti»

Lo so bene, non so dipingere
Ma anche van Gogh...

L

a biografia di Franco Battiato
«da pittore» potrebbe tranquillamente fare da testo per una
delle sue canzoni più celebri,
una di quelle dove la memoria,
l’ironia e la voglia di spiritualità si fondono alla perfezione, una di quelle che
compaiono nei suoi album, Patriots o La
voce del Padrone, Mondi Lontanissimi o
L’ombrello e la macchina da cucire: «A
scuola prendevo sempre “uno” in disegno — racconta a “la Lettura” alla vigilia
della mostra che la Milanesiana dedica
ai suoi ritratti —. A un mio compagno di
classe, bravissimo in disegno, sapendo
che suonavo la chitarra, proposi uno
scambio: io gli avrei insegnato gli accordi
di una canzone di
Neil Sedaka che
mi aveva chiesto,
lui avrebbe fatto il
compito al posto
mio. Certo non
era credibile che
di colpo mi illuminassi… Lo
sporcai volutamente. Il professore, giustamente, mi dette tre e
mezzo ».

Nella pagina, alcuni dei ritratti di Franco
Battiato in mostra per la Milanesiana: qui
sopra, dall’alto, Fleur Jaeggy, Dervishes,
Gilgamesh. A destra: Derviscio con rosa.
In alto, il ritratto di Elisabetta Sgarbi. Le
tecniche prevalentemente adoperate
da Battiato sono quelle «a olio» e
mediante uso di terre o pigmenti puri

Grassi (ore 21, calendario completo sul sito
www.lamilanesiana.eu). Nei giorni successivi saranno ospiti scrittori come Paolo
Giordano e Joël Dicker (il 24), Michael Faber e David Nicholls (il 25), il regista Bernardo Bertolucci il 1° luglio, e il Nobel sudafricano John M. Coetzee il 4 luglio. Tra i cicli
di incontri, da citare il «Viaggio in Italia» in
Sala Buzzati dal 30 giugno con la scrittrice
Carmen Pellegrino, mentre i recital annoverano il 28 giugno lo spettacolo in anteprima
dedicato al Testamento di Maria, di e con
Colm Tóibín e con Michela Cescon, e il 29 il
reading teatrale di Sandro Veronesi dal suo
libro sul Vangelo di Marco. (i. bo.)

Grandi saggi
(cominciando da
Gilgamesh) e poi dervisci che più o meno
«ruotano sulle spine dorsali» e altri (più
giovani) con una rosa in mano, amici soprattutto, qualche celebrità di Hollywood (come Willem Dafoe e la moglie Giada
Colagrande) e persino un condor, una teiera e un parassita, più precisamente un
esemplare di Rhipicephalus sanguineus,
la comunissima «zecca dei cani», dipinta
come una sorta di guerriero manga: sono
loro i protagonisti dei 19 ritratti, dagli anni Novanta a oggi, esposti nella Sala dei
146 dello Iulm di Milano.
Tutti realizzati ad olio, tranne un paio
con pigmenti puri («una tecnica affascinante ma difficilissima»). Nel suo carnet
di pittore, il settantenne cantautore siciliano — ma anche compositore e regista
— nato a Jonia, in provincia di Catania, il
23 marzo 1945 può contare un’ottantina
tra tele e tavole dorate (sua tra l’altro la
rosa dell’album Fleurs, diventata il simbolo della Milanesiana). Oltre a una serie di personali a Roma e Catania, Stoccolma, Miami, Firenze, Göteborg e Istanbul.

gue: il miglioramento». Per questo la sua
idea di «incapacità» non appare negativa, anzi: «Pensavo che la mia totale incapacità nel disegno dipendesse dalla
mancanza di una naturale predisposizione, come lo stonato che non riesce a
emettere la stessa nota che ha in testa.
Con il tempo ho scoperto invece che
quello che mi mancava era la possibilità
di cogliere la persona nella sua esatta forma. Perché ho iniziato a dipingere? Per
sfida. E per terapia riabilitativa: per cercare di togliermi quella superficialità che
è il peggior difetto di certa consacrata
pittura moderna».

Ma chi è Battiato pittore? «Un autodidatta con un coraggio talmente spudorato da non aver voluto modelli — confessa
—, ma anche uno perfettamente consapevole dei propri limiti: quando ho iniziato, sapevo bene di non essere in grado
di dipingere, ma sapevo anche bene che
noi esseri umani possiamo essere capaci
di superare qualunque cosa. Poco importa, insomma, se siano ritratti più o meno
“belli”, non mi interessa, quello che conta è che quegli uomini e quelle donne
che ho raffigurato “siano proprio loro”».
E aggiunge: «Quando penso a tutti
questi quadri che ho dipinto fino a oggi,
mi sorprendo. Quando ho cominciato mi
sentivo davvero un incapace. In qualche
modo ho vinto una scommessa, ho dimostrato che anche solo un po’ di talento
può bastare». Più volte cita a proposito
del proprio percorso artistico Socrate,
Platone, Aristotele, Avicenna, Averroè,
Al-Ghazali, Farid al-Din ’Attar, i filosofi
greci e la fisiognomica.
Ma quello che lo guida è «l’ideale, anacronistico e ridicolo, che da sempre inse-

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i
Franco Battiato. I ritratti,
Milano, The Bridge / Sala dei
146 Università Iulm (via Carlo
Bo, 1), dal 24 giugno al 17
luglio (inaugurazione 24
giugno, ore 18). Battiato
(1945, sopra) è cantautore,
compositore, regista, pittore

Bisogna, insomma, guardare sempre
oltre la superficie dorata oppure ocra dei
ritratti di Battiato, per coglierne il senso.
Esattamente come aveva fatto l’amico Gesualdo Bufalino che qualche anno fa aveva scritto: «La pittura di Battiato, qualora
pretendessimo di canalizzarla in un comodo alveo di neoprimitivismo, dimenticando la ricchezza operativa e intellettuale che la sorregge, rischierebbe di apparirci l’hobby d’un artista episodico e
dimezzato; mentre, viceversa, osservandola con tutti e due gli occhi, della natura
e della cultura, ne vedremo i colori sposarsi affettuosamente alle note, alle parole, alle meditazioni dell’autore e in quest’alleanza, per non dire connivenza,
spiegarci la cifra inconfondibile di
un’anima». Tanto per citare un altro dei
suoi lavori musicali, quello che conta è,
spiega Battiato, «l’occhio interiore» (titolo di un album di cover del 2009) perché
«se ti concentri profondamente su quello che stai facendo, le cose cambiano,
l’occhio ti apre un’altra dimensione».

Ci sarà però qualche artista che Battiato ama più di altri? «Molti dell’Ottocento.
Renoir per esempio lasciò Parigi per andare a convincere Wagner a farsi ritrarre
e gli riuscì». E van Gogh: «Andavo alle
mostre e mi dicevo che aveva i miei stessi
difetti di prospettiva, era disarmonico e
forse proprio per questo mi piace». Mentre Battiato non ama una buona parte
dell’arte contemporanea, perché in qualche modo «lo butta giù» esattamente come accadeva con la musica contemporanea, i cori russi e il finto rock nel suo Centro di gravità permanente.
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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 17

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Museo Diocesano (Milano)

Circolo dei lettori (Torino)

«Cagnaccio» e Ferroni faccia a faccia
Un dialogo sulla luce e sulla fede

«L’arte è come un orto: coltivi e te la godi»
Santi Moix dipinge «Il nome della rosa»

di CARLO BERTELLI

di CRISTINA TAGLIETTI

i

U

na certa idea di luce e di fede
sono i motivi che giustificano l’imprevedibile accostamento di due maestri così distanti
come Cagnaccio di San Pietro (Natale Scarpa, 1897-1946) e Gianfranco Ferroni (1927-2001). La luce, a
volte violenta e spietata, di Cagnaccio è quella della pittura del Quattrocento, mentre quella di Ferroni è
energia che si raggruma in oggetti.
La religione è per Cagnaccio
condivisione di sentimenti popolari; per Ferroni intima e sospesa meditazione. Una luce forte e cruda irrompe nei dipinti di Cagnaccio,
spietati nella evocazione del vero,
capaci di un’esaltazione allucinata
dei corpi che fa pensare ai grandi
maestri del passato, come Carlo
Crivelli. L’assenza, l’attesa, l’affettuosa osservazione delle forme e la
solitudine sono alla base del rifles-

Cagnaccio di San Pietro /
Ferroni. Preghiera Laica,
Milano, Museo Diocesano
(corso di Porta Ticinese, 95),
dal 29 giugno al 19 luglio,
inaugurazione il 29 giugno
(ore 17). Sopra, da sinistra:
Cagnaccio di San Pietro
(1897-1946), Rosario /
Famiglia sulla spiaggia
(1932-34, olio su tela,
cm 120 x 100, collezione
privata); Gianfranco Ferroni
(1927-2001)
Oggetti e panneggio
(1983, tecnica mista, cm 23
x 16, collezione privata)

sivo Ferroni. Entrambi isolati nel
loro tempo, Cagnaccio per un orgoglioso spirito di libertà che si opponeva all’orchestrazione del regime,
Ferroni per una precisa scelta di rigore.
Ferroni trattiene appena la memoria dell’ accaduto. Al contrario le
figure di Cagnaccio sono statuarie
nella loro immobile materialità. Se,
a volte, la sagoma di qualcuno appare sul margine d’un disegno o
d’un dipinto di Ferroni, si tratta
d’una traccia furtiva, e un letto disfatto conserva l’impronta di chi
l'ha occupato. Pittori assai colti. Cagnaccio riprende il tema cinquecentesco della sfida tra pittura e
scultura, mentre per Ferroni il solo
ricordo del passato che viene in
mente è il muro bianco della Madonna delle Ombre dell’Angelico.

i

«I

l mio studio è come un orto, ci sono pomodori, insalate, zucchine. Li fai crescere, li porti tutti in tavola e poi te
li godi». Questa è l’arte — almeno
la «sua arte» — secondo Santi Moix, artista catalano (è nato a Barcellona nel 1970), studi e viaggi in giro per il mondo, da Parigi all’Italia
(dove conosce Federico Fellini)
dall’Africa a New York (sulle tracce
di Warhol e Basquiat).
Nelle opere di questo artista che
in Italia è stato portato per la prima
volta dalla galleria milanese M77,
confluiscono tutti i viaggi fatti, e
tutti gli artisti amati, da Delacroix
a Velázquez, da Mutsuo Takahashi
a Francis Bacon. Ma Santi Moix è
altrettanto attratto dagli scrittori e
dai personaggi letterari se è vero
che la sua più recente personale
ruota attorno al personaggio di

La mostra di Santi Moix,
Il nome della rosa, si può
visitare al Circolo dei lettori
di Torino dal 26 giugno al 16
luglio. Inaugurazione il 26
giugno (ore 18). Con l’artista
interviene Luca Beatrice,
presidente del Circolo e
curatore della mostra.
L’allestimento è di Luca
Volpatti, l’organizzazione di
Galleria M77, Milano e
Galleria Paul Kasmin, New
York. Il catalogo ( 20)
contiene testi di Elisabetta
Sgarbi, Maurizia Rebola.
Luca Beatrice e Santi Moix

Mark Twain, Huckleberry Finn.
Per questo, in occasione della
Milanesiana, Luca Beatrice, presidente del Circolo dei lettori di Torino, lo ha sfidato a una rilettura
de Il nome della rosa di Umberto
Eco, che quest’anno compie 35 anni. Santi Moix ha risposto con una
cinquantina tra disegni, acquerelli, schizzi che reinterpretano personaggi, situazioni, intrighi del celebre romanzo. Il novizio Adso da
Melk, il maestro Guglielmo da
Baskerville, Jorge da Burgos, la
scena dell’arrivo al monastero dei
due protagonisti, i manoscritti e la
biblioteca rivivono in una atmosfera picaresca in linea, ricorda Beatrice nel catalogo, con quello di un
suo grande avo catalano, «Salvador Dalí, che negli anni Sessanta illustrò il capolavoro di Cervantes».
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Galleria Ceribelli (Bergamo)

Foyer di Sala Buzzati (Milano)

Pescatori di granchi, case sfinite dalla crisi La Lucania di Henri Cartier-Bresson:
Tutte le voci delle foto di Theo Volpatti
«sezione aurea» per una terra contadina
di ROBERTA SCORRANESE

di ARTURO CARLO QUINTAVALLE

H

C

he cosa unisce le case abbandonate nei quartieri
sfiancati dalla crisi automobilistica di Detroit ai caranguejeiros (pescatori di granchi)
brasiliani, fusi con la terra da una
melma fertile? Una strana rabdomanzia, come se fossero alla ricerca di qualcosa senza una giusta direzione, sguardo allucinato.
Questo senso di sospensione
si avvita nelle fotografie di Theo
Volpatti, classe 1977, fotografo
documentarista che con la mostra Ho visto cose, apre la sezione
artistica della Milanesiana a Bergamo, alla Galleria Ceribelli. È
una selezione dei numerosi reportage che l’artista ha realizzato
in giro per il mondo, dalle terre
sudamericane ai ghiacci siberiani, catturando «storie che si intrecciano, collidono, si fondo-

i

Theo Volpatti.
Ho visto cose,
Bergamo, Galleria Ceribelli,
(Via San Tomaso, 86),
dal 23 giugno al 31 luglio,
inaugurazione 21 giugno
(ore 18). Theo Volpatti è
nato nel 1977, in Valtellina.
Dopo gli studi al Politecnico
di Milano e allo Ied,
nel 1999 si è trasferito
a New York (attualmente
vive e lavora a Brooklyn),
per specializzarsi in
fotografia. Sopra: Capitani
della notte (2010, resina su
multistrato, 144,5 x 108 cm)

no», come scrive Elisabetta Sgarbi nel catalogo (Lubrina editore)
che accompagna la mostra.
Interessante, nello sguardo di
Volpatti (e nella sua tecnica: pittura su foto stampate), è la capacità di restituire a ciascun mondo
la propria voce, i propri colori.
Così i pescatori brasiliani di
granchi si vestono del grigio del
fango, mentre i marinai di Bahia
si fanno nebbia e sabbia. Qui
«ogni immagine è una scena, un
atto di colore, un incontro», annota Laura Marconi nel testo critico dell’esposizione. Ma forse la
sezione più bella è quella «rubata» dal finestrino della Transiberiana, la ferrovia più lunga del
mondo che viviseziona la Russia:
cappotti, colori e neve antica diventano un unico paesaggio.
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e n r i C a r t i e r - B re s s o n
(1908-2004) scatta immagini di nascosto e insegue
l’istante decisivo? Mitologia o verità? Il fotografo nel 1951 dichiara:
«Ci crede
che in alcune delle
mie immagini la
composizione rispetta esattamente,
quasi al
millimetro,
la sezione
aurea?». E
in un’altra,
invece, del
1981:«Ho
una passione per la
geometria
ed è una
gioia essere sorpresi
da una bella disposizione delle
forme. Solo
così il soggetto acquista tutto
il suo spessore e il suo
impatto».
Ecco, le
foto scattate agli inizi dei Cinquanta e ancora venti anni dopo
in Basilicata raccontano una storia di composizioni attente, di rigorose costruzioni. Così Valle del
Basento con quell’albero che fa
da fulcro al centro, così la appiat-

i

La Lucania di Henri CartierBresson, Milano, foyer Sala
Buzzati (via Balzan, 3)
dal 23 giugno al 14 luglio,
inaugurazione 23 giugno
(ore 11). Sopra: Henri CartierBresson (1989, foto Reuters)

tita veduta di Matera, così il largo
paesaggio con davanti le mucche
chiare. Un’altra foto: case a sinistra con la vespa, a destra il maiale e ombre di colline, è scandito
secondo la
sezione aurea
mentre, a Potenza, ecco la
scala e tre
vecchi chiusi
nello schema
piramidale.
Foto meditate attentamente: negli
anni Cinquanta ecco
la scoperta
dell’architettura del naturale, quindi il
confronto fra
civiltà del
consumo e
tradizione
contadina.
Nel 1974
Giacometti e
Cartier-Bresson indicano
i pittori prefe r i t i : Pa u l
Cézanne, i
Van Eyck, Paolo Uccello,
P i e ro d e l l a
Francesca. Da
una parte la prospettiva policentrica dei fiamminghi, dall’altra
quella unicentrica di Piero. Matrice di queste foto è dunque l’arte
rinascimentale unita a una civile
meditazione sulla lunga durata.
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18 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Due parole in croce

Sguardi Le mostre

di Luigi Accattoli

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 19
La Madonna delle quattro
Un aneddoto narra di un vescovo assediato da
una veggente perché cambiasse l’abito della
statua della Vergine che era in cattedrale: «Mi è
apparsa alle 12 ed era in azzurro». «Ma io l’ho
vista alle 16 ed era in bianco», sarebbe stata la

risposta del vescovo. Bergoglio deve aver
conosciuto quelle fitte dispute a Buenos Aires,
se qualche giorno fa ha esclamato: «Dove
sono i veggenti con la lettera che la Madonna
ci manderà alle quattro del pomeriggio?».

Archeologia Riapre a Pontremoli dopo il restauro il Museo delle Statue Stele Lunigianesi. Una vicenda culturale affascinante

Calendario

PARIGI
L’epopea dei Tudor
Una famiglia protagonista
della storia inglese del XVI
secolo. Cinque sovrani
(Enrico VII, Enrico VIII,
Edoardo VI, Maria la Cattolica,
Elisabetta I) le cui vite sono
raccontate da ritratti e
oggetti (sopra: Nicholas
Hilliard, 1547-1619, Ritratto
con la fenice, 1575 ca).
Musée du Luxembourg
Fino al 19 luglio
Tel +33 1 40 13 62 00

di VANNI SANTONI

S

e oggi, al solo nominare la Lunigiana,
l’immaginazione subito corre ai volti
enigmatici delle Statue Stele, assurte ormai a simbolo di questa terra, è frutto
del lavoro di due generazioni di archeologi che hanno riportato alla luce e ricollocato al
centro dell’immaginario locale tali opere. Emerse dal sottosuolo come segnacoli di un passato
tanto remoto quanto ancora capace di emozionare, le Statue Stele sono legate al territorio della
Lunigiana anche nella storia dei loro ritrovamenti: la maggior parte sono state infatti scoperte lavorando i campi; alcune erano finite incassate in mura di cinta o addirittura a far da fastigio a
una fontana; il ritrovamento forse più importante, quello di Groppoli, è avvenuto nel corso dello
scavo di una trincea da parte dell’Enel. Se un
tempo (le più antiche risalgono all’Età del Rame,
dalla metà del IV alla fine del III millennio a.C., le
più recenti alla piena Età del Ferro, tra il VII e il VI
secolo a.C.) le Statue Stele punteggiavano l’intero
bacino del fiume Magra, tra gli Appennini, le
Apuane e il mar Tirreno, oggi ne sono sopravvissute solo ottantadue.
Molte di quelle giunte fino a noi furono probabilmente sepolte perché lasciassero il passo ai
nuovi dei, romani o cristiani a seconda dell’epoca, e il fatto che siano state deliberatamente frante depone in favore di tale ipotesi; ma in alcuni
casi pare che la ragione della sepoltura fosse opposta: un ultimo gesto di devozione, volto proprio a risparmiare loro la furia iconoclasta dei
seguaci dei nuovi culti. E tuttavia quelle lunari
effigi non erano propriamente dei. Erano uomini — definiti dal pugnale — e donne — definite
dai seni in rilievo — e ancora bambini, più piccoli e asessuati: se la loro funzione esatta costituisce tuttora un mistero per gli archeologi, si è arrivati a stabilire, anche grazie al confronto con ritrovamenti analoghi effettuati altrove in Italia ed
Europa, che rappresentassero antenati mitici
della comunità, a cui ci si rivolgeva in quanto tramite con il divino, o ai quali si riservava devozione essendo coloro da cui si era ricevuta la terra.

Oggi, la più rilevante collezione di Statue Stele
— quaranta, quasi la metà del totale finora scoperto — trova una nuova e più grandiosa collocazione: il Castello del Piagnaro di Pontremoli presenterà infatti sabato 27 giugno il nuovo allestimento del Museo delle Statue Stele Lunigianesi.
Firmato da Canali e associati, studio di architettura famoso per aver progettato musei come la
Pilotta a Parma, l’ex Ospedale di Siena o il Museo
del Duomo di Milano, il nuovo allestimento riposiziona le Statue Stele in un contesto di massima
suggestione, capace di suggerire di nuovo, dopo
millenni, tale ponte tra l’umano e il trascendente. Angelo Ghiretti, direttore del museo, esprime
soddisfazione per il completamento di un percorso partito nel 2009, che ha incluso anche il restauro dello stesso castello, la cui storia in epoca
contemporanea è sempre stata legata alle Statue
Stele, dato che il primo restauro, nel 1975, trovò
finanziamento proprio in virtù della destinazione a museo. «Già Tiziano Mannoni, uno dei pio-

Antenati di 3.000 anni fa:
l’anello tra uomo e divino

i

La riapertura
Il Museo delle Statue
Stele Lunigianesi
verrà inaugurato,
nel nuovo allestimento,
sabato 27 giugno
(ore 16.30)
nel Castello del Piagnaro
di Pontremoli, provincia
di Massa Carrara (Info
Tel 0187 83 14 39,
www.statuestele.org).
Biglietto intero, 4;
ridotto 2; orario:
9-12.30; 15-18;
chiuso il lunedì
Gli spazi
Il progetto è firmato
dallo studio Canali
Associati di Parma,
su incarico del Comune,
con il finanziamento
della Regione Toscana,
della Provincia di Massa
e Carrara, dell’Ente Cassa
di Risparmio di Firenze
e il contribuito
della Soprintendenza
Archeologica. Il museo
sarà diviso in sei sale
che ospiteranno
una quarantina di pezzi.
Nel percorso espositivo
si potranno vedere
anche le incisioni
rupestri, saranno
illustrate le tecniche
di realizzazione
e la ricostruzione
del ritrovamento,
avvenuto nel 1968,
del «Minucciano III»
Le immagini
Nella foto grande:
l’allestimento
di una delle nuove sale
(Cbp foto). A destra
dall’alto: il Castello
del Piagnaro
e il ritrovamento
di una stele

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VIENNA
La modella reporter
Una mostra sulla modella e
compagna di Man Ray, Lee
Miller (1907-1977), prima
fotografa autorizzata a
seguire le truppe Usa in
Europa. Del 30 aprile 1945 è
lo scatto che la ritrae nella
vasca di Hitler a Monaco dopo
la visita a Dachau (sopra).
Albertina
Fino al 16 agosto
Tel +43 1 53 483

LIVERPOOL

nieri dello studio e dell’ostensione delle Statue
Stele — racconta Ghiretti —, aveva notato l’effetto ipnotico che si innescava nei visitatori quando
giungevano al loro cospetto. L’idea è stata di valorizzare ancor più questo fascino arcano, tramite un allestimento di grande impatto, che prevede una certa separazione tra spazi espositivi e
apparati di divulgazione, e un più largo uso di
strumenti multimediali».
Il risultato è quello di un vero e proprio nuovo
museo, dato che lo spazio espositivo è raddoppiato e l’organizzazione delle opere interamente
ripensata, sfruttando anche il piano terra, in particolare una manica del castello rimasta integra
dal XV secolo, e cercando una maggior interazione tra le opere e l’architettura medievale che le
ospita. «L’idea alla base del nostro lavoro —
spiega l’architetto Guido Canali, ideatore del
nuovo allestimento — è semplice: puntare alla
massima valorizzazione delle opere, tentando
quando possibile un’ambientazione che evochi
l’impressione originaria. Ma, si badi bene, non
mi riferisco alla riproduzione artificiale di un
contesto: si tratta piuttosto di porre le opere in
ambiti nuovi, fornendo informazioni implicite
sulla situazione precedente: se al Museo del
Duomo di Milano le statue un tempo murate sui
fianchi della cattedrale sono ora sospese nel
vuoto, qui a Pontremoli abbiamo scelto di montare le Statue Stele su supporti sottili, in modo da
non nascondere neanche un centimetro quadro
della pietra scolpita — peraltro con strumenti
primitivi, che rendono i risultati ancor più sorprendenti — da questi artisti di tremila anni fa:
neanche la parte che originariamente stava conficcata nella terra».
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La pittura d’azione
Dal 30 giugno una mostra
dedicata a Jackson Pollock
(1912-56), pioniere
dell’action painting, dimostra
come seppe influenzare l’arte
del XX secolo. Una nuova
mostra che esplora, dopo 30
anni, la carriera dell’artista
(sopra: Yellow Islands, 1952).
Tate Liverpool
Fino al 18 ottobre
Tel +44 15 17 02 74 00

NEW YORK
Non solo girasoli
La mostra è stata inaugurata
125 anni dopo la settimana in
cui Vincent van Gogh (185390) scrisse al fratello che
stava lavorando a dipinti con
iris e rose. Le tele, due del Met
(sopra: Iris, 1890), due ad
Amsterdam e Washington,
riunite per la prima volta.
Metropolitan Museum
Fino al 27 settembre
Tel +1 212 535 77 10

a cura di
CHIARA PAGANI

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20 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Percorsi
Storie, date, biografie, inchieste, reportage

Atletica leggera

Nessuno come Owens:
Bolt e Bikila rincorrono
di FABIO MONTI

S

iccome l’atletica è anche una storia di numeri, nessuno
più di James Cleveland (Jesse, dal nome che si era autoimposto, in risposta a una domanda della sua maestra)
Owens merita di essere considerato il più grande di sempre.
Ci sono i 4 ori olimpici a Berlino 1936 (100, 200, 4x100 e salto
in lungo, davanti a Hitler, che faceva il tifo per il tedesco Long,
argento con 19 cm in meno), attraverso 12 gare (eliminatorie
comprese) fra il 2 e il 9 agosto. E ci sono i quattro record mondiali in 45 minuti nel «Giorno dei giorni», il 25 maggio 1935,
Ann Arbor, Michigan: ore 15.15, 100 yards in 9”4 (eguagliato);
15.25: un solo salto in lungo con m 8,13 (il primato sarebbe
durato 25 anni); ore 15.45: 20”3 nelle 220 yards in rettilineo;
ore 16: 22”6 nelle 220 yards ostacoli in rettilineo. Al secondo
posto, ecco Usain Bolt, 6 titoli olimpici (100, 200 e 4x100) fra
2008 e 2012; 8 titoli mondiali, il tutto correndo i 100 in 9”58
(37,57 km/h) e i 200 in 19”19 (37,52 km/h) . Record sensazionali. Scelta tremenda quella per il terzo posto. Alla fine, avanti
con Abebe Bikila, etiope, l’uomo che ha vinto due volte l’oro
olimpico (1960 e 1964), che ha rivoluzionato il modo di correre la maratona (la prima volta a piedi nudi e non perché fosse
povero) e che ha fatto da apripista all’esplosione dell’Africa.
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Automobilismo

Schumi su Senna e Fangio
Professionista assoluto
di ARIANNA RAVELLI

M

ichael Schumacher, perché ha vinto più di tutti (7 titoli
mondiali, 91 Gp) e lo ha fatto in un mondo più complicato (non solo dal punto di vista tecnico), un automobilismo adulto in cui si sbagliava (lui per primo) da professionisti.
Ayrton Senna, perché è la velocità che ha preso forma umana, il
talento purissimo, la personalità più seducente e ci ha lasciati
con la possibilità di fantasticare su quello che sarebbe potuto
essere. Juan Manuel Fangio, perché con lui tutto ha avuto inizio:
le tremende gare su strada, l’idea della morte come compagna
fissa (e l’intelligenza di fermarsi in tempo), i record (5 mondiali,
l’ultimo a 46 anni), il fair-play e la continua (modernissima) ricerca della macchina migliore. Questi tre. In quest’ordine, ma
anche in ordine diverso, perché confrontare la F1 dei caschi a
scodella con quella del Circus milionario è impresa ardua. Schumi su tutti perché gli sono toccati tempi meno romantici e li ha
cambiati a suo vantaggio: è stato il primo a trasformare il pilota
in un atleta di alto livello (la preparazione fisica gli consentiva di
restare in perfette condizioni per tutta la gara) e il primo a capire
che la F1 è sport di squadra: neanche lui avrebbe potuto vincere
da solo e come nessuno ha saputo valorizzare il lavoro di tutti.
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»»»

I fuoriclasse
d’ogni tempo

Tra gli appassionati di sport,
uno degli argomenti di
conversazione più
gettonato consiste nel
paragonare campioni di
epoche differenti. Chi è
stato il più forte in
assoluto? Chi ha colpito in
maniera più incisiva
l’immaginario dei tifosi? Un
tema che appassiona e
divide, anche perché risulta
quanto mai opinabile e
scivoloso. Cambiano i
metodi di allenamento e di
gioco, cambiano gli
strumenti e i materiali a
disposizione (soprattutto
nei motori, ma altrettanto
nel tennis o nello sci). Come
si fa a trovare un metro
oggettivo di giudizio? E poi
chi è venuto dopo non ha
potuto ammirare i grandi
del passato, delle cui gesta
molto spesso non è rimasta
neppure una soddisfacente
documentazione filmata. La
questione si presenta
dunque piena di difficoltà,
che la rendono tuttavia
ancora più appassionante
da affrontare. È del tutto
evidente che non si tratta
soltanto di chiacchiere, ma
che serve una certa
competenza tecnica. Perciò,
partendo dal primato
pressoché indiscusso di
Michael Jordan nel basket,
di cui esce in questi giorni
una biografia per l’editore
66thand2nd, abbiamo
chiesto agli esperti della
redazione sportiva del
«Corriere della Sera» di
compilare i podi d’ogni
epoca nelle discipline più
popolari: atletica leggera,
automobilismo, calcio,
ciclismo, motociclismo,
nuoto, pugilato, rugby, sci e
tennis. Una straordinaria
rassegna di fenomeni, sulla
quale ovviamente il
dibattito è destinato a
rimanere aperto. Se no, che
gusto ci sarebbe?

Miti Una biografia senza sconti della leggenda suprema del basket

Immenso Michael Jordan
(ma non il più amato)
di MARCO IMARISIO

«B

e like Mike», certo. Ma c’è stato un
momento in cui nessuno avrebbe
potuto desiderare di essere come
Mike. L’11 settembre del 2009
c’erano tutti a Springfield, Massachusetts. Nel primo anno in cui è diventato eleggibile, Michael Jeffrey Jordan viene introdotto nella Hall
of Fame, l’arca della gloria del basket.
Se qualcuno vuole andare su Google a cercare
quel che Jordan disse dal palco, lo troverà alla voce
«infamous speech», il discorso dell’infamia. Era solo un lungo elenco di torti subìti, veri o presunti, segnato da un rancore che mise a disagio il pubblico.
Citò l’antica rabbia per il posto negato nella squadra
del liceo, umiliando l’allenatore responsabile della
scelta, che lui stesso aveva invitato per sottoporlo alla gogna. Rimproverò Dean Smith, il suo mentore all’Università del North Carolina, per aver preteso che
sulla copertina di «Sports Illustrated» non ci fosse
solo lui, ma anche gli altri giocatori della squadra.
Ebbe parole di disprezzo per i dirigenti dei «suoi»

Chicago Bulls. Arrivò a ricordare una discussione
con Pat Riley, monumento del basket, per una stanza di hotel alle Hawaii.
Phil Jackson, l’allenatore dei suoi sei titoli con i
Chicago Bulls, ricorda di aver guardato la cerimonia
in un bar affollato, e le reazioni degli avventori, stupiti da tanta sgradevolezza. Capì che quello era invece un modo di Jordan per mettersi a nudo, dire al
mondo: ecco, io sono così, l’origine della mia leggenda è questa. Momenti negativi difficili da capire
nella loro piccolezza, ingigantiti invece fino a sembrare ingiustizie supreme.
Roland Lazenby, uno dei più importanti scrittori
di sport americani, ci ha messo anni a scrivere Michael Jordan, la vita, biografia definitiva del primo
sportivo a diventare icona globale, adesso ben tradotta e pubblicata da 66thand2nd. Non ci sono
sconti, nel racconto di un uomo che non ha saputo
reggere il passo della sua grandezza. Le luci del campo cedono spesso il passo alle ombre della vita privata: l’ego smisurato, la violenza fisica e verbale eser-

Calcio

Ciclismo

Motociclismo

Il vero leader è Maradona
Pelé è un caso a parte

Cima Merckx e cima Coppi
sono le vette inarrivabili

Ago primo, Rossi secondo
Però se vince il «decimo»...

di MARIO SCONCERTI

di PAOLO TOMASELLI

di ALESSANDRO PASINI

U

l ciclismo è un castello con mattoni molto antichi, solidi e
alcune torri che svettano, fino a confondersi con le montagne: la cima Merckx e la cima Coppi sono le vette inarrivabili. Sul terzo gradino del podio dei podi si può aprire un dibattito, oltre al cuore dell’orgoglio nazionale, che batte per Gino
Bartali. Ma ci sale con merito un francese, Bernard Hinault,
anche per dare l’idea dell’evoluzione di questo sport: dopo
l’epoca dei pionieri (Girardengo, Binda) ci sono i conquistatori,
quelli che come Fausto e Gino disegnano le mappe del ciclismo
moderno. Negli anni 60 è il momento della prima rivoluzione
industriale, tra sponsor, costruttori di bici e tv: Merckx come
Muhammad Ali e Pelé diventa un marchio di fabbrica che produce centinaia di vittorie, nessuna uguale all’altra. L’evoluzione
della specie, dall’Airone Coppi al Cannibale Eddy, porta al Tasso
Hinault: dopo l’epica e la storia, è l’era del professionismo. Con
una costante: i grandi campioni sono quelli che vincono su tutti
i terreni, dalla Parigi-Roubaix al Tour fino al Mondiale. Dagli
anni 90 l’era della specializzazione esasperata ha cambiato tutto, lasciando il ciclismo a cullarsi nell’antico dilemma, risolto
con classe dal maestro Jacques Goddet, direttore del Tour:
«Merckx è stato il più forte, Coppi il più grande». E così sia.

I

I

na premessa: bisogna parlare di calcio prima della televisione e dopo. Quello che si è potuto vedere o no. Tra Pelé
e Maradona la discriminante è questa. Pelé si è visto in tv
solo in due mondiali e ha giocato solo in Brasile. Maradona è
stato di tutti. È probabile che Meazza fosse sulla loro linea, ma
non è dimostrabile. Discorso analogo per Valentino Mazzola e
Di Stefano. Chi li ha visti racconta di giocatori inarrivabili, ma
non è rimasto nulla se non la memoria di pochi. In generale
credo non si sbagli molto se si mette al primo posto Maradona,
al secondo Messi e al terzo Di Stefano. Pelé è un oggetto a parte,
non confrontabile. Mentre Maradona è stato analizzato sotto
ogni aspetto, nel bene e nel male. Era un leader, riferimento di
tutta la squadra, e segnava molto. Il giocatore più decisivo della
storia. Messi è certo il miglior attaccante. La sua velocità di esecuzione è stata misurata dagli scienziati e risulta del 35% superiore a quella dei migliori. Di Stefano rappresenta il calcio delle
grandi idee di gioco, prima che la trasformazione fisica mettesse tutto nelle mani della velocità. Resta da notare che Maradona, Messi e Di Stefano sono tre argentini cresciuti in Europa.
Dimostrazione che la scuola argentina è la migliore, ma la mescolanza con la logica europea è determinante.
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l primo è Giacomo Agostini: 15 Mondiali (8 in 500, 7 in 250),
il record di Gran premi vinti (123), in lui primati e leggenda
coincidono, e non sempre succede. Ha corso in un’altra era
(1963-1977), ma la sua popolarità nel mondo è immutata. Merito
anche del suo appeal fuori pista: fotoromanzi, pubblicità, gossip, simpatia, Ago non si è fatto mai mancare niente. Il primo
vero «atleta personaggio» italiano.
Il secondo è il suo erede naturale, Valentino Rossi. Nove Mondiali (7 in 500/MotoGp, 1 in 250, 1 in 125), lui è il sole e la luna, i
simboli che porta sul casco: genio dell’artista e rigorosa etica del
lavoro, popolarità da rockstar e disciplina di un ingegnere giapponese. Caduto e risorto mille volte, a 36 anni è ancora in sella:
se vincerà il 10° titolo, il migliore di sempre diventerà lui.
Il terzo è Freddie Spencer, americano: «solo» 3 Mondiali ma,
dopo quello dell’83 in 500 a 21 anni, gli altri li ha conquistati
tutti in un colpo, nell’85, classe 250 e 500 insieme. Impresa titanica, nessuno più l’ha ripetuta. Enfant prodige, rivoluzionario
nella guida, misterioso nella vita, diceva di possedere «superpoteri» visivi, stava con Miss Louisiana ma non la toccava per motivi religiosi. Dalla gloria è sceso nella polvere in un lampo. Una
fiamma bruciata presto. Tutti lo chiamano ancora Fast Freddie.
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CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 21

DOMENICA 21 GIUGNO 2015
ILLUSTRAZIONE
DI GUIDO ROSA

Tennis

Federer contro Nadal:
la partita è sempre questa
di GAIA PICCARDI

I

i

citata sui compagni di squadra, il gioco d’azzardo
come prosecuzione dell’incredibile agonismo, fino
a perdere un milione di dollari per una scommessa
sul golf.
Pochi mesi fa il sito ufficiale della Nba ha lanciato
un referendum destinato alla scelta del «second
best ever». Il secondo più grande giocatore di sempre. Nel calcio ci scanniamo tra Pelé, Maradona o
Messi, nel tennis vengono messe a confronto epoche diverse per capire se il Migliore sia Roger Federer o Björn Borg. L’abituale disputa è negata agli appassionati di basket. Come disse Phil Jackson ai suoi
giocatori, indicando la volta della palestra: «Michael
sta lassù, tutti voi altri siete molto più in basso». E
quindi la personale classifica dello scrivente comprende solo quattro nomi: Tim Duncan, Magic Johnson, Larry Bird, LeBron James.

Gara 5 della finale contro i Los Angeles Lakers,
quella che potrebbe assegnare il primo titolo ai Bulls. Jordan è sempre raddoppiato. Ma la gloria deve
essere sua, solo sua. Jackson chiama il minuto di sospensione per l’azione decisiva. «Michael, chi è libero?». Nessuna risposta. «Michael, chi è libero?». Alla
fine Jordan alza lo sguardo e con riluttanza da bambino dice «John Paxson». E Jackson: «Bene. Allora
passagli quella cazzo di palla». La più grande gioia
sportiva della sua vita viene quasi estorta all’incapacità di fidarsi degli altri.
Questa non è una biografia sportiva. Anche i momenti di basket sul campo sono funzionali all’ostinato tentativo di capire qual era il fuoco che bruciava
dentro quest’uomo speciale e isolato. Lazenby co-

ROLAND LAZENBY
Michael Jordan, la vita
traduzione
di Giulio De Martino
66THAND2ND
Pagine 784, 23
In libreria dal 25 giugno

l Migliore della storia è vivente, giocante e vincente. 17 Slam,
302 settimane da re (237 consecutive) e non ha ancora finito
(scommettiamo?). Federer Roger, basta il nome. E pesa, in
questa classifica impossibile che l’enormità del sublime svizzero
rende un po’ più digeribile, il privilegio di poterlo vedere in azione a Melbourne, Parigi, Londra e New York, i luoghi dell’anima
(del tennis) in cui si costruisce la grande bellezza di una carriera.
Di Rafa Nadal, che di puro muscolo si prende l’argento, ci piace
il fil di ferro che lo innerva: lo spagnolo più resiliente del pianeta
butta giù dal podio altri immortali carenti di Slam (Pete Sampras:
14 titoli ma nessun Roland Garros; Bjorn Borg: 11 titoli e zero Us
Open), con buona pace di un talento che non tutti i puristi sono
disposti a riconoscergli. Però 14 Slam sbranati con rabbia famelica
non si vincono per caso. Più della mostruosità dei 9 Roland Garros vinti nella terra (rossa) d’elezione, colpiscono i 2 Wimbledon,
di cui uno — il primo — sfilato a Federer, con cui Rafa ha innescato la miccia di una delle più appassionanti rivalità dello sport.
Al terzo posto, un déjà vu. Rod Laver. 11 Slam, 200 titoli, numero 1 per sette anni su tutte le superfici. Il prototipo del tennista
poliedrico e moderno, ma cinquant’anni fa. Senza il mancino di
Rockhampton, bye bye pronipoti.

mincia da Wilmington, profondo Sud degli Usa, dove Michael fa in tempo a vivere la prima elementare
in una classe ancora segregata. Trova una normalità
da cartolina d’America, il papà che monta il canestro
in cortile, le sfide con il fratello maggiore, anche se
poi quella famiglia verrà travolta dalla troppa ricchezza. La ricerca continua nel quartier generale
della Nike, dove nasce un binomio indissolubile tra
azienda e atleta, destinato a cambiare le regole del
marketing. Quando firma il contratto per le famose
«Air Jordan», è un ragazzo afroamericano di 21 anni,
oggetto di un investimento enorme. I dirigenti della
multinazionale gli chiedono quale sia il suo desiderio più grande, lui dice di volere solo una macchina.
La spietata durezza mentale potrebbe essere conseguenza del cinismo di un mondo in cui venne gettato fin dall’adolescenza. Ma neppure questa è una risposta definitiva.
Jerry Krause, il proprietario dei Bulls, sostiene che
la sua forza risiede nella convinzione che il mondo
sia in debito con lui. Per questo Jordan si è rifugiato
in un individualismo sfrenato. Quando dalla sua
North Carolina gli chiedono di prendere posizione a
favore di un candidato democratico opposto a un
conservatore noto per le sue crociate razziste, motiva così il rifiuto: «Anche i repubblicani comprano le
scarpe». I suoi pochi amici hanno espresso delusione per come è andata la vita dopo il basket. Avrebbe
dovuto restituire qualcosa all’umanità, come fece
Muhammad Ali. È sempre stato troppo concentrato
su se stesso per immaginare uno sforzo del genere.
Il rancore è stato la forza del campione e la debolezza dell’uomo. Michael Jordan è il più grande di sempre. Il più rispettato, il più temuto. Non il più amato.
Ma forse a lui non interessa neppure.

oiché lo sci è legato a filo doppio all’evoluzione dei materiali e agli sviluppi della tecnologia, una classifica di ogni
epoca dei campioni risulta quasi impossibile. Noi ci proviamo ugualmente, scusandoci in anticipo con tanti fuoriclasse
che saranno esclusi. Se guardiamo al periodo scherzosamente
definito giurassico, quello degli sci di legno e degli scarponi di
cuoio, la scelta cade sull’austriaco Anton Engelbert Sailer, detto
Toni, che consideriamo però secondo in senso assoluto: 3 ori
olimpici e 7 iridati (più un argento), il «lampo di Kitzbühel» fu
il primo, a Cortina ’56, a vincere tutte e tre le gare che all’epoca
formavano il programma dei Giochi. Divenne anche attore, uno
tra i primi sportivi «trasversali». Nell’età di mezzo, cioè dagli
anni Settanta all’inizio dei Novanta, c’è il più grande di tutti, lo
svedese Ingemar Stenmark, rivale della nostra Valanga Azzurra:
immenso sia per il palmares (nel quale spicca il record tuttora
imbattuto di 86 vittorie nella Coppa del mondo) sia per le novità introdotte nella sciata. Nei tempi moderni, come terzo in
assoluto, indichiamo l’austriaco Hermann Maier: «Herminator» portava in pista potenza, coraggio e un senso di invincibilità che lo rendeva una specie di Odino delle nevi.

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Sci

Al vertice c’è Stenmark
Sfidò la Valanga Azzurra
di FLAVIO VANETTI

P

Nuoto

Pugilato

Rugby

Phelps è irraggiungibile
Poi «Thorpedo» e Tarzan

Ali stende ancora tutti
come uomo e sportivo

Un drop di Wilkinson
cambiò anche la geografia

di ROBERTO PERRONE

di CLAUDIO COLOMBO

di DOMENICO CALCAGNO

ul più grande nuotatore di sempre, a differenza di altri
sport dove la discussione è aperta, non ci sono dubbi. Il
numero 1 è Michael Phelps, il cannibale di Baltimora che
detiene il record assoluto di medaglie olimpiche: 22, di cui 18
d’oro, 8 conquistate in una sola edizione, a Pechino 2008, altro
primato. Atleta versatile, completo, specialista della farfalla e
dei misti, ma soprattutto continuo, capace di dominare la scena per 10 anni e 3 Giochi olimpici. Alle sue spalle c’è Ian Thorpe, australiano, 5 ori olimpici, grande specialista dello stile
libero, soprannominato «Thorpedo», capace di nuotare tutte
le distanze dai 100 ai 1500. Thorpe sta sul podio anche perché è
stato il primo nuotatore milionario della storia. Prima di lui il
nuoto era come la poesia del famoso detto: carmina non dant
panem. Vera star globale, la sua carriera è durata meno del
previsto, naufragando tra depressione, alcolismo e altri problemi. Per la medaglia di bronzo c’è un ex aequo: Alexander
Popov, lo zar della velocità, splendido interprete del crawl, oro
nei 50 e 100 stile libero in due Olimpiadi (1992-1996). Con lui
Johnny Weissmuller, diventato poi famoso come il Tarzan di
Hollywood, campione dei 100 sl nel 1924-1928. Gli unici nuotatori capaci di imporsi due volte nella gara regina.

S

uhammad Ali il più grande: per ciò che è stato da
pugile (un po’ ape, un po’ farfalla), ma soprattutto
per ciò che ci ha trasmesso come uomo. Joe Louis
dietro di lui: sommo talento e onestà massima in un periodo
(anni 30 e 40) in cui la boxe era terra di malaffare. Rocky Marciano terzo: forza, coraggio e l’intelligenza di ritirarsi imbattuto dopo 49 combattimenti senza un attimo di respiro.
Il resto è rimpianto, discussione, esclusione: i due Sugar
Ray (Robinson e Leonard), il duo Jack & Jake (Dempsey e La
Motta, quest’ultimo reso immortale dal più bel film sportivo
di sempre, Toro scatenato), fino ad arrivare ai tempi nostri
con Marvin Hagler, Carlos Monzon e Julio Cesar Chavez. Ma è
tutta la storia dello sport, e del pugilato in particolare, a contemplare l’imperfetta consuetudine di stilare classifiche che
attraversano spazio, tempo e, nel nostro caso, categorie di
peso diverse. Andatevi a vedere le graduatorie pound-forpound delle riviste di pugilato più famose: non ne troverete
una uguale, ma tutte sono, a loro modo, apprezzabili. Quanto
alla nostra, zero italiani nei primi dieci (tante scuse, ma non è
uno scandalo) e soprattutto niente Tyson: sorry Mike, con
quei primi tre del podio non avresti avuto scampo.

M

S

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ono almeno due le epoche del rugby: dall’anno di nascita
ufficiale, il 1823, quando il futuro pastore protestante William Webb Ellis segnò la prima meta sui campi da football
della scuola di Rugby, e il 1995, quando il gioco aprì al professionismo. La prima epoca ha riscontri meno certi e la cronaca sconfina
spesso nell’epica. Il migliore di quei primi 170 anni ha però un
nome e un cognome, Gareth Edwards, mediano di mischia gallese
che giocò tra i 60 e i 70.
La classifica dell’era pro — più partite, più televisione e più
certezze — vede invece al primo posto Jonny Wilkinson seguito da
Richie McCaw e Jonah Lomu. Wilkinson, inglese, ritiratosi un
anno fa, è stato il miglior match winner di sempre: se l’Inghilterra
è l’unica Nazione dell’emisfero nord ad aver vinto una Coppa del
Mondo lo deve a lui, che decise con un drop nei supplementari la
finale del 2003. McCaw, terza linea, due volte giocatore dell’anno,
è il «capitano», il primo a raggiungere le 100 presenza con la maglia nera degli All Blacks, il primo a raggiungere le 100 presenze da
capitano. Terzo Lomu, il primo giocatore extralarge (1,96 di altezza, 120 chili di peso e meno di 11’’ sui 100): quando apparve, nel ’95,
lasciò il mondo senza parole e l’Inghilterra senza difese nella semifinale del Mondiale: 4 mete e un’ora di rugby mai visto prima.
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22 LA LETTURA CORRIERE DELLA SERA

DOMENICA 21 GIUGNO 2015

Percorsi Controcopertina
La preghiera
e il lavoro
Firenze
TOSCANA

Siena

Abbazia di Monte
Oliveto Maggiore
(Asciano)

ITALIA

Roma

Nella foto grande: il Sodoma (1477-1549), Come
Benedetto compie la edificazione di dodici monasteri;
in alto a destra, Luca Signorelli (1445-1523),
Come Benedetto evangelizza gli abitanti di
Montecassino. Nelle altre foto, dall’alto: la
biblioteca dell’abbazia, un chiostro, la porta lignea
intarsiata da Giovanni da Verona (servizio
fotografico di Lucia Casamassima/Ag. Lara)

L’ingegnere di San Benedetto
dal nostro inviato ad Asciano (Siena)
CARLO VULPIO

Giovanni da Verona è la sorpresa più clamorosa
del monastero di Monte Oliveto Maggiore:
le sculture, gli intarsi e l’architettura della devozione

T

rentaquattro monaci vestiti di
bianco in fila per due, seguiti dal
loro abate, sfilano in processione
dal monastero alla chiesa, passando davanti al magnifico ciclo di affreschi sulla vita e le opere di San
Benedetto da Norcia che decorano
il chiostro grande dell’abbazia. È il 19 marzo, festa di San Giuseppe, «uomo giusto, prescelto come sposo di Maria», e i monaci benedettini olivetani dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore,
come fanno sempre nelle occasioni solenni, procedono lentamente cantando l’Introito, che una
volta giunti nella chiesa della Natività di Maria,
dove attendono i fedeli, lascerà il posto al Kyrie
Eleison («Signore, sii benevolente»), sempre
cantato. Comincia e finirà così, cantata in gregoriano, la Messa celebrata in questo giorno di festa, che è anche il giorno dell’accoglienza nella
comunità monastica del giovane don Benedetto,
pronto ma emozionato per la professione di fede
che si appresta a fare.
L’abbazia di Monte Oliveto Maggiore, fondata
nel 1319 da Giovanni Tolomei — diventato monaco e poi proclamato santo con il nome di Bernardo —, è nel posto giusto. Lo vedono gli occhi,
ammaliati dalle ondulazioni delle Crete senesi,
colline d’argilla i cui colori vengono decisi dalle

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stagioni e dalle ore del giorno, e lo si capisce dalle centinaia di commenti scritti sul registro dei
visitatori, tutti incantati dalla spiritualità del luogo e dalla sua bellezza naturalistica. Un luogo, ha
scritto il poeta Mario Luzi, che è «una plaga singolare, anomala per la Toscana, aspra e misterica», e che ancor prima che sorgesse questa abbazia — la più importante tra le abbazie benedettine olivetane — era già luogo frequentatissimo
da tutti coloro che percorrevano la Via Francigena da un capo all’altro dell’Europa per raggiungere le principali mete di pellegrinaggio, Santiago de Compostela, Roma e, attraverso i porti pugliesi, la Terra Santa.
Quando la fondò, Giovanni Tolomei decise
che l’abbazia sarebbe stata benedettina. Avrebbe
cioè adottato la Regola di San Benedetto e formato «monaci», con un chiaro riferimento all’esempio orientale, votati alla vita claustrale, e
non «frati» (quali sono ad esempio francescani,
agostiniani, domenicani, cappuccini, carmelitani), più portati al contatto con il mondo secolare
e alla predicazione, diremmo oggi, «in mezzo alla gente». Naturale, quindi, che i muri del chiostro grande dell’abbazia parlino di San Benedetto, e lo facciano attraverso un ciclo di trentasei
meravigliosi affreschi che ne illustrano «le storie», così come le aveva raccontate Papa Grego-

rio I, meglio noto come San Gregorio Magno, nel
suo secondo libro dei Dialoghi. Un racconto da
contemporaneo, quello di Gregorio I (aveva sette
anni quando Benedetto da Norcia morì, nel 547),
che sarà tradotto negli affreschi di Monte Oliveto
Maggiore quasi mille anni dopo, prima da Luca
Signorelli, che cominciò a lavorarci nel 1497, e
poi da Giovanni Antonio Bazzi detto il Sodoma,
che arrivò nel 1505 e li completò.

Luca Signorelli crebbe sotto l’ala di Piero della
Francesca, lavorò con il Perugino alla Cappella
Sistina, fu molto apprezzato dovunque poté
esprimere il proprio talento artistico, e ancora
oggi le sue opere parlano per lui al Louvre, alla
National Gallery di Londra, negli Uffizi di Firenze. Giovanni Antonio Bazzi, il Sodoma, che era
un tipo bizzarro (in una delle storie del santo si è
autoritratto in primo piano) ma non meno talentuoso — basti ricordare il suo San Sebastiano
custodito agli Uffizi —, fu penalizzato dal fatto di
essere un contemporaneo di Raffaello. Ma entrambi, Signorelli e il Sodoma, per quanto diversissimi, con i loro affreschi delle storie di San Benedetto hanno reso indimenticabile il chiostro

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DOMENICA 21 GIUGNO 2015

In punta di piedi
di Giovanna Scalzo

{

CORRIERE DELLA SERA LA LETTURA 23
21 giugno 1850, in questo camerino nasce la danza
Il suo destino era scritto fin dalla nascita:
Enrico Cecchetti nacque in un camerino del
Teatro Apollo di Roma il 21 giugno 1850. Figlio
d’arte, studiò con Carlo Blasis del Teatro alla
Scala, autore di un libro di teoria della danza.

Cecchetti approfondì queste teorie, creando un
metodo di studio basato su principi tecnici ed
estetici, organizzato sui giorni della settimana.
Un metodo che è alla base di tutti gli altri: in
quel camerino è nata anche la danza italiana.



Una copertina
un artista

Il Pollock di Ugo Guarino

anche il re dei Goti, Totila, che dopo aver cercato
di ingannarlo si inginocchia davanti a lui. San
Benedetto domina sempre la scena, ma in due
«storie» i veri protagonisti sono gli avvenimenti
e i personaggi ritratti in secondo piano.

grande di questa abbazia e aiutato non poco
Monte Oliveto Maggiore a diventare punto di riferimento indiscusso delle altre abbazie omologhe sorte in Italia, che nel 1525, momento di
massima espansione per i benedettini olivetani,
arrivarono complessivamente a contare 816 monaci.
San Benedetto è il fondatore del monachesimo occidentale e basterebbe questo a giustificare tanta considerazione artistica e tanta devozione, anche da parte degli stessi giovani monaci
che come don Carlo — al secolo Carlos Roberto
Castro Baraone, «indigeno di El Salvador», ci tiene a precisare lui — si prodigano nelle attività
quotidiane del monastero, non ultima quella
della produzione, dai sette ettari di vigneto dell’abbazia, dell’ottimo vino Monaco Rosso, Sangiovese tagliato con Cabernet Sauvignon e Merlot. Non c’è più invece il laboratorio di restauro
dei libri, nonostante la bellissima biblioteca sia
ricca di duemila volumi (una volta erano quarantamila), di quattro preziosissimi codici miniati
restaurati (gli altri 16 sono stati rubati negli anni
Settanta e mai più ritrovati) e sia forse l’ambiente, insieme con la farmacia, più affascinante dell’intera abbazia.
Si entra nella biblioteca aprendo la maestosa
porta in legno di noce intarsiato di Giovanni da
Verona, un capolavoro, e dopo aver goduto della
visione di un altro affresco del Sodoma, L’Incoronazione della Madonna, e degli affreschi secenteschi di Antonio Müller di Danzica, che decorano l’intera volta del primo piano. Ma è tutto
il complesso chiesa-monastero che in ogni suo
angolo custodisce un tesoro. Come la Madonna
del Rosario di Francesco Bartalini del XVI secolo,
che con le sue quindici scene dei misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi è solo uno dei più suggestivi esempi. Preghiera e lavoro («Ora et labora»),
ma anche i miracoli, sono i temi principali degli
affreschi del chiostro grande, che ritraggono
non soltanto San Benedetto, ma anche i suoi
monaci, compresi quelli che un paio di volte tentano di assassinarlo porgendogli cibo e bevande
avvelenati e quelli che violano la Regola e vengono per questa ragione puniti con pene corporali,
percossi dal santo in persona. Il quale stupisce

Le iniziative

La Via Francigena
patrimonio dell’umanità
Appello in Parlamento
Via Francigena
Pavia

Parma

Santiago di
Compostela

Roma

Siena
Brindisi

Gerusalemme
Stupisce soprattutto che non lo sia già:
tutti i gruppi parlamentari hanno
firmato per candidare la Via Francigena
— un percorso di monasteri e luoghi di
culto che dall’Europa porta a Roma — a
diventare Patrimonio materiale
dell’Umanità dell’Unesco. La mozione è
stata depositata e ora il governo
potrebbe proporre di inserire il percorso
entro il 30 gennaio 2016. Intanto, la Via
è affollata di iniziative di riscoperta e
conoscenza: il festival europeo Via
Francigena Collective Project 2015
Culture e colture dei paesaggi,
attraversa il continente come le strade
dei pellegrini, animando un’infinità di
mostre ed eventi dalla Norvegia alla
Puglia (www.festival.viefrancigene.org).
E c’è una nuova app gratuita sul
percorso della Via dal Gran San
Bernardo a Roma, 1.000 chilometri in
45 tappe, creata da SloWays con
l’associazione europea Vie Francigene
(www.movimentolento.it).

Nella prima storia — la costruzione del monastero benedettino di Monte Cassino —, si vedono alcuni monaci che con le funi abbattono una
statua di Apollo, chiara testimonianza di un fanatismo molto simile a quello talebano e jihadista dei giorni nostri, che colpisce opere d’arte e
simboli di culto altrui. E che dopo l’Editto di Tessalonica (Teodosio I, 380 d.C., con cui si proclamava il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero) e i Decreti teodosiani (391-392 d.C., con cui
si proibivano i culti pagani) provocò la distruzione mirata di templi e opere d’arte stupendi, come quello di Marnas a Gaza e quello di Serapide
ad Alessandria, per citare solo due esempi tra i
più noti e significativi.
Nella seconda storia, invece, il vero protagonista, ritratto in secondo piano, è un monaco intento a maneggiare un filo a piombo. Si tratta del
già citato Giovanni da Verona, che in questa abbazia ha contato più di tutti. Come architetto, intarsiatore e scultore. Giovanni da Verona è infatti
lo scultore dei capitelli delle colonne della biblioteca, l’autore della magnifica porta, l’intarsiatore del coro ligneo della chiesa dell’abbazia,
oltre che di altre imponenti e preziose tarsie che
si possono ammirare a Napoli, Siena, Roma, Verona, Lodi, e a Santa Maria in Organo (Verona),
dove Giovanni nacque e dove progettò anche il
campanile della chiesa. Scrive Pier Luigi Bagatin
in Preghiere di legno (Centro Editoriale Toscano), che «Giovanni da Verona per trent’anni è
stata la voce più potente della tarsia rinascimentale». E infatti, i papi Giulio II e Leone X, che agli
inizi del Cinquecento si erano circondati dei migliori artisti in circolazione — Bramante, Raffaello, Michelangelo —, non si fecero sfuggire
Giovanni da Verona, al quale vennero affidate le
tarsie dei riquadri delle porte della Stanza della
Segnatura, nei Musei vaticani, dove esplode il
genio di Raffaello (e dove lavorò anche il Sodoma).
È lui, Giovanni da Verona, la «sorpresa» di
Monte Oliveto Maggiore. E infatti ne è l’architetto
in tutti sensi, anche in quello comune di «chi sta
dietro» (e non solo nella scena dell’affresco che
lo riguarda) a qualcosa che richieda un coordinamento, una direzione, una regia. Nell’arte della tarsia però, che in quegli anni veniva sempre
più riconosciuta come arte e non soltanto come
forma di alto artigianato, Giovanni da Verona è
sempre «in primo piano», semplicemente perché è il migliore, perché riesce meglio di tutti a
far tesoro dei traguardi raggiunti nella prospettiva da Leon Battista Alberti, Brunelleschi e Piero
della Francesca. Tanto che lo stesso Giorgio Vasari, che pure considerava la tarsia inferiore alle
altre arti, del monaco veronese dice che «in tal
magisterio nessuno fu più valente di disegno e
d’opera di lui». E il già citato Bagatin sottolinea
che se venne smentito «il luogo comune che riteneva la tarsia frutto più della pazienza che non
della bravura», fu soprattutto grazie alle opere di
Giovanni da Verona, il quale si dimostrò un fuoriclasse anche nella scelta dei legni, dei tagli,
della stagionatura e «nella creazione di effetti
cromatici con bagni di oli bollenti, zolfo, verderame, solimato (arsenico raffinato, ndr) per dare
l’illusione del vero».
Si potrebbe (e si dovrebbe) parlare ancora a
lungo di questa fascinosa abbazia e delle tante
opere d’arte che custodisce, ma soltanto chi decida di immergersi in questa macchia di cipressi
e dentro queste mura — dove scoprirà anche la
Sala capitolare, il Refettorio, l’appartamento per
le vacanze di Leopoldo di Toscana, gli altri due
chiostri, la sacrestia, la cappella del Crocifisso —
potrà capire perché i monaci non hanno abbandonato il canto gregoriano e perché un’altra liturgia, qui, arriverebbe un po’ più tardi al Cielo.

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© RIPRODUZIONE RISERVATA

Scrive Dino Buzzati:
«Anche il più nobile
sentimento si atrofizza, se
nessuno intorno ne fa più
caso. A desiderare il
Paradiso non si può essere
soli». Così, in un
pomeriggio del 1952, Buzzati, incontrando
un ragazzo con una cartella di disegni, ne
intuisce il genio e lo fa subito collaborare
con «La Domenica del Corriere». Quel
giovane era Ugo Guarino, che diventerà una
delle firme del «Corriere». Ma Guarino
(Trieste, 1927) è molto più di un illustratore,
seppur geniale: pittore, scultore, giornalista
è soprattutto un intellettuale irregolare
animato dalla passione civile: ha
combattuto per «Psichiatria Democratica»
di Basaglia, ha realizzato molti libri,
reinterpretando in modo giocoso anche
Cuore di de Amicis. Al suo attivo numerose
mostre: la prossima, da mercoledì al Museo
Revoltella nella «sua» Trieste. Molti lettori lo
ricorderanno per il disegno surreale,
semplice e fulminante che accompagnava
sul «Corriere» la rubrica delle lettere, di
Montanelli prima e di Mieli e Romano poi.
L’ironia assoluta è la sua forza. La stessa
che troviamo nella nostra copertina, con
l’omaggio a Pollock (e all’arte)come un
pollo avvolto da mille colori. Il suo mondo
visionario e dolcemente sarcastico, resta il
simbolo della libertà di pensiero. Quella
libertà, ricorda Hugo, che «comincia con
l’ironia». (gianluigi colin)

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del 21 giugno 2015 - Anno 5 - N. 25 (#186)
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