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rudolf steiner i punti essenziali della questione sociale .pdf



Nome del file originale: rudolf-steiner-i-punti-essenziali-della-questione-sociale.pdf
Autore: Nereo Villa (Castell'Arquato)

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Rudolf Steiner
I PUNTI ESSENZIALI DELLA QUESTIONE SOCIALE
RISPETTO ALLE NECESSITÀ DELLA VITA
NEL PRESENTE E NELL’AVVENIRE
IN MARGINE ALLA TRIARTICOLAZIONE
DELL’ORGANISMO SOCIALE
con in appendice
SCIENZA DELLO SPIRITO
E PROBLEMA SOCIALE
Traduzione Schwarz-Bavastro
a cura di Nereo Villa
°°°
Ho fatto precedere ogni capitolo da una mia presentazione.
Anche le note [note del curatore = ndc] evidenziate in rosso,
i caratteri in grassetto e quelli maiuscoli sono miei.
Ho inoltre numerato ogni capoverso (capoverso = §)
in base alla 4ª ed. italiana del 1980 da me curata
per facilitare futuri studi o lavori di gruppo
Nereo Villa

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INDICE
I PUNTI ESSENZIALI DELLA QUESTIONE SOCIALE
Osservazioni preliminari in merito alle intenzioni di questo scritto - p. 7
Prefazione e introduzione alla quarta edizione tedesca - p. 10
I - Il vero aspetto della questione sociale desunto dalla vita dell’umanità moderna - p. 19
II - Tentativi per risolvere secondo realtà le questioni e necessità sociali imposte dalla vita - p. 34
III - Capitalismo e idee sociali (Capitale, lavoro umano) - p. 53
IV - Relazioni internazionali degli organismi sociali - p. 79
V - Appello al popolo tedesco e al mondo civile - p. 88

IN MARGINE ALLA TRIARTICOLAZIONE DELL’ORGANISMO SOCIALE
1 - La triarticolazione dell’organismo sociale: una necessità del nostro tempo - p. 92
2 - Le necessità della vita internazionale e la triarticolazione - p. 96
3 - Marxismo e triarticolazione - p. 101
4 - Libera scuola e triarticolazione - p. 104
5 - Quel che occorre per un nuovo assetto sociale - p. 109
6 - Capacità di lavoro, volontà di lavoro e l’organismo sociale triarticolato - p. 112
7 - Daltonismo psicologico - p. 115
8 - Inciampi sulla via della triarticolazione - p. 118
9 - Che cosa esige lo “spirito nuovo” - p. 121
10 - Profitto economico e spirito del tempo - p. 124
11 - Vita spirituale e vita economica - p. 127
12 - Diritto ed economia - p. 130
13 - Spirito sociale e superstizione socialista - p. 133
14 - La base pedagogica della Scuola Waldorf - p. 136
15 - L’errore fondamentale nel pensare sociale - p. 142
16 - Le radici della vita sociale - p. 145
17 - Il terreno della triarticolazione - p. 151
18 - Una vera illuminazione come base del pensare sociale - p. 154
19 - La via della salvezza per il popolo tedesco - p. 157
20 - La sete di pensiero della nostra epoca - p. 161
21 - Necessità di comprensione - p. 164
Appendice:

SCIENZA DELLO SPIRITO E PROBLEMA SOCIALE - p. 167

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Presentazione dell’opera
Se durante la lettura di questo libro sarai riuscito ad avvertire il benché minimo scioglimento di
qualcosa che come un nodo imprigionava o bloccava un tuo talento, sappi che ciò sarà in te come la
caduta del proverbiale sassolino da cui nasce la valanga… triarticolata dell’organismo sociale,
perché riguarderà tre interessi essenziali della tua vita: 1) l’intuizione di una vita culturale nella
libertà, 2) l’ispirazione di una vita giuridica nell’uguaglianza e 3) l’immaginazione di una vita
economica nella fraternità.
Nessuno può creare dal nulla le cose. Possiamo però trasformare quelle già esistenti, conferendo
loro un nuovo aspetto. Per riuscirvi nel modo migliore, cioè eticamente, occorre comprendere la
loro legge, intrinseca al loro momento attuale, cioè il loro attuale modo di agire che vogliamo
trasformare o a cui vogliamo imprimere una nuova direzione. Occorre dunque trovare il metodo
secondo cui quella data legge si lascia trasformare in un’altra. Questa parte dell’attività morale che
così ci fa agire poggia sulla conoscenza del mondo fenomenico con cui abbiamo a che fare; va
perciò scientificamente ricercata in quel ramo specifico. Ogni giusta azione presuppone perciò,
accanto alla facoltà immaginativa di idee morali, quella di trasformare il mondo delle cose
percepibili senza spezzare la connessione con le leggi naturali su cui poggiano in quel dato
momento. Questa facoltà è tecnica morale e la impariamo così come impariamo una scienza o
un’arte, anche se spesso siamo più adatti a trovare i concetti corrispondenti al mondo quale esso già
è, che a determinare col lavoro produttivo della nostra facoltà immaginativa azioni future non
ancora esistenti. “Perciò è possibilissimo che uomini privi di fantasia morale ricevano le
rappresentazioni morali da altri e imprimano queste abilmente nella realtà. Viceversa può anche
verificarsi che uomini dotati di fantasia morale manchino di abilità tecnica e debbano servirsi di
altri uomini per realizzare le loro rappresentazioni” (R. Steiner, “La filosofia della libertà”, cap.
12°, Ed. Antroposofica, Milano 2013, pp.163-164). Sul piano politico, ad esempio, i sedicenti
riformatori hanno, sì, voglia di trasformare il reale, senza avere però anche la cura e la pazienza
necessarie a conoscere il reale che vogliono trasformare. Così diventano dei mestieranti o dei…
truffatori.
Tutti i continui tentativi di saccheggio delle idee mal comprese di Rudolf Steiner, sono e saranno
sempre perciò destinate a fallire. La schiera di accademici, economisti, tecnici, ed esperti
nell’insegnare la moneta steineriana epurata o astratta dal suo contesto di triarticolazione sociale,
non è altro che il ripresentarsi ogni volta dei neo-proci, che si calano nelle nostre tasche come
imperterriti saccheggiatori dell’economia, della cultura e del diritto, mentre noi aspettiamo un
Ulisse a liberarci, del tutto ignari che Ulisse è ognuno di noi. La proposta di Steiner d’istituire una
periodica scadenza del denaro al fine di renderlo deperibile come i beni che, in una sana economia,
dovrebbe limitarsi a rappresentare, magari con una banda magnetica incorporata in ogni banconota,
al fine di farne diminuire il valore via via che il proprietario la conserva, così che valga 100
all’inizio, 99,9 dopo una settimana, 99,8 dopo due, ecc. (cfr. “Il dollaro con data di scadenza”, la
Repubblica, art. dell’8/9/2002, che così si apre: “Dalla crisi ci salverà una banconota deperibile,
il dollaro con data di scadenza?”) è, sì, un’idea della triarticolazione, ma la triarticolazione “è
appunto un’idea che va servita nella sua integrità, se si vuol servirla davvero” (R. Steiner,
“Necessità di comprensione” in “I punti essenziali della questione sociale”, §9). Fuori da questo
contesto, il denaro triarticolato di Steiner non sarebbe altro che un potente incentivo consumistico,
cioè atto a far spendere e consumare la gente per rilanciare l’economia. La banconota deperibile non
esiste ancora. Ma la sua introduzione è periodicamente evocata dagli economisti alle prese con le
varie “bolle” di aria fritta in cui sparisce il denaro della crisi da loro stessi provocata. L’idea di
Steiner, paragonata a quella di Silvio Gesell e di Ezra Pound, ottiene periodicamente l’avallo di
economisti di tutto il mondo senza però essere mai realizzata. Il fallimento, cioè la mancata sua
attuazione è dovuta a due ragioni. In primo luogo, perché un conto è l’idea, altro la sua prospezione
dialettica. E se lo spirito cristiano che spinge Steiner verso quell’idea è tri-unitario, quindi già
diverso dallo spirito che muoveva Gesell e Pound, non è difficile immaginare quanto più lo sia da
quello cui s’ispirano di volta in volta gli economisti della varie banche centrali del mondo. In

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secondo luogo, perché solo quando quell’idea riceve l’imprimatur dei monopolisti delle varie
economie di Stato, essa cessa improvvisamente di essere rigettata, se non addirittura irrisa o
sbertucciata, da quanti avevano avuto già modo di conoscerla. Cioè si ricorre a Steiner
manipolandolo per continuare a sostenere la stessa economia di Stato che causa la crisi. E questa è
oltretutto la triste prova di quanto il giudizio critico degli uomini odierni dipenda ancora da quelli
dell’autorità (del “conscio collettivo”, direbbe Jung), e di quanto poco il loro pensiero sia perciò
libero, critico e spregiudicato (individuale).
L’idea della scadenza del denaro rientra dunque - nella comprensione di Steiner - in quella
dell’organismo sociale triarticolato. E come dimostrano i vari economisti della banche centrali del
pianeta, che vorrebbero servirsi di tale scadenza per incentivare le spese e i consumi, espiantarla da
tale organismo, in cui sono triarticolate le “funzioni” dello Stato, per impiantarla nell’organismo
attuale, in cui sono triarticolati i “poteri” nello Stato, comporta inevitabilmente un’alterazione della
sua funzione e del suo scopo.
L’idea della scadenza del denaro, astratta dall’idea dell’organismo sociale triarticolato è dunque
come una testa tagliata dall’insieme di organi costituito dall’organismo umano completo.
“Per la vita sociale il problema del pane è un problema di pensiero” (Rudolf Steiner “La sete di
pensiero della nostra epoca” in “I punti essenziali della questione sociale”, op. cit., cap. 20° de
“In margine alla triarticolazione dell’organismo sociale”, §8). Tale necessità di pensiero è
naturalmente tanto maggiore quanto più vasti e ambiziosi sono gli obiettivi sociali perseguiti, e
dovrebbe essere pertanto massima per coloro che si dicono impegnati a creare un “mondo
migliore”. Com’è possibile, infatti, creare un “mondo migliore” se non si sa pensare il mondo in
“modo migliore”? E sanno forse pensarlo in modo migliore quanti si ispirano alle infinite varianti di
un marxismo riveduto e corretto, al cattolicesimo o a qualunque altra “dottrina” occidentale od
orientale? In altre parole: quanti non hanno ancora capito che urge non tanto pensare cose nuove,
quanto pensare in modo nuovo le cose?
“Ampie cerchie dell’umanità sono incapaci di pensare all’organismo sociale vivente [...]
Oggi è difficilissimo chiarire alla gente che occorre un pensiero nuovo, nuovissimo, aderente
alla realtà [...]. Il punto non è solo conoscere qualcosa grazie alla scienza dello spirito, ma
trasformare, cambiare il nostro pensiero grazie ad essa” (Rudolf Steiner, “La questione sociale:
un problema di consapevolezza”, Ed. Antroposofica, Milano 1992, pp. 124, 134 e 138). Oltretutto
questo punto non si apprende studiando a memoria le nozioni della scienza dello spirito
antroposofica: “Chi considera la scienza dello spirito come una somma di nozioni, potrà
naturalmente conoscere moltissime cose, ma se penserà allo stesso modo di prima non avrà
accolto la scienza dello spirito. Avrà accolto la scienza dello spirito soltanto se in certo senso avrà
modificato il modo, la formazione, la struttura del pensiero; se, rispetto a prima, sarà diventato
per così dire un altro” (Rudolf Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, Ed. Antroposofica,
Milano 1971, pp. 203-204). Sarebbe opportuno tenere presenti queste parole, in quanto ho
l’impressione che anche quei pochi (almeno in Italia), il cui impegno sociale si richiama
esplicitamente alla scienza dello spirito, non sempre abbiano chiara consapevolezza - essendo
abituati a ragionare, come tutti, in chiave di “programmi” - che l’organismo sociale triarticolato non
è una cosa materiale o un processo materiale, ma un evento tri-unitario importante come quello del
Golgota.
Il punto non è quindi “fare programmi” (Rudolf Steiner, “Risposte della scienza dello spirito a
problemi sociali e pedagogici”, Ed. Antroposofica, Milano 1974, p. 29) o “pensare a come debba
strutturarsi l’organismo sociale” (Rudolf Steiner, “La questione sociale: un problema di
consapevolezza”, op. cit., p. 88), perché l’organismo sociale triarticolato non può essere attuato con
le dettagliatissime formule degli economisti o dell’economia politica o dell’economia di Stato. Tale
organismo, “per chi lo consideri a fondo, rappresenta qualcosa che può scaturire dalle strutture
statali odierne, senza alcun dubbio o timore, nel pieno riconoscimento e rispetto di tutti i diritti
storici e delle condizioni di fatto. È dunque naturale che su quanto va così realizzato ci si astenga
dai particolari. Negli impulsi che vengono pensati in modo realmente pratico, i particolari

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emergono nel corso dell’attuazione. Solo l’utopista può escogitare fino al dettaglio, e perciò le
sue costruzioni, scaturite da un pensiero astratto, sono anche irrealizzabili” (Rudolf Steiner, “I
memorandum del 1917”, Ed. Tilopa, Roma 1991, p. 28). Il problema non è quindi quello
d’inventarsi, ad esempio, “il sistema fiscale migliore, ma lavorare alla triarticolazione. Quando
poi essa si realizzerà sempre più, dalla sua stessa attività si verrà a creare il miglior sistema
fiscale. Occorre realizzare le condizioni sotto cui si sviluppano le migliori direttive sociali. Il
punto non è infatti di pensare che uno qualsiasi, almanaccando, trovi l’idea migliore, perché non
è assolutamente realistico” (Rudolf Steiner, “La questione sociale: un problema di
consapevolezza, op. cit., p.27).
L’organismo sociale triarticolato non è dunque un “sistema” (magari “complesso”) del quale
possano essere forniti in anticipo i “dati” o i “dettagli” tecnici, né un problema che si presti a essere
affrontato e risolto in termini di “ingegneria sociale”, e neppure un “modello” o “progetto” che
abbia qualcosa a che vedere con quelli de “La repubblica” di Platone, dell’“Utopia” di Tommaso
Moro o de “La città del sole” di Campanella. Tale organismo, insomma, non è un “fatto” (da
pensare in modo lineare, o statico, o morto o “rappresentativo”), bensì un “farsi” (da pensare in
modo circolare o dinamico, o vivente o “immaginativo”).
Cosa si dovrebbe fare, dunque, per favorirlo, e per creare le condizioni sotto cui si sviluppino le
migliori direttive sociali? Si dovrebbe innanzitutto pensare che l’organismo sociale triarticolato
debba essere non tanto “creato”, quanto piuttosto aiutato a nascere o a venire alla luce. Infatti,
l’attività immateriale o spirituale o culturale, l’attività politica o giuridica e quella economica già
operano nell’odierna struttura sociale, ma vi operano in modo caotico, come fili di una matassa
“imbrogliata” (e generante, perciò, costanti “conflitti d’interesse”). Dove si pensasse davvero
questo, non si faticherebbe allora a capire che ciò che più serve, per rimediare alla “decadenza
triarticolata” (Rudolf Steiner, “Esigenze sociali dei tempi nuovi”, in F. Giorgi, “Pensare la
triarticolazione”, ospi.it), in cui siamo ancora tutti immersi, è un sagace e paziente impegno a
“sbrogliare” tale matassa, individuando di volta in volta (e in virtù delle diverse competenze) i
principali nodi da sciogliere, per rendere le tre attività sempre più libere, autonome e indipendenti
(facendo innanzitutto attenzione a tutto ciò che può servire a emancipare la vita culturale, che
abbraccia non solo la scuola, la scienza, l’arte e la religione, ma anche tutta la cultura
giurisprudenziale (soprattutto quando si erge a tutela forzosa della politica e dell’economia). Nella
“nota esplicativa” che segue il primo dei suoi due memorandum, Steiner scrive infatti: “Questa
esposizione non chiede affatto che si compia qualcosa, ma si limita a mostrare quanto già
preme per compiersi, e che vi riuscirebbe nell’istante stesso in cui gli si desse via libera”
(Rudolf Steiner, “I memorandum del 1917”, op. cit., p. 31). Più che impegnarsi a “fare” delle cose,
dovremmo dunque impegnarci a rimuovere gli ostacoli che impediscono alle cose di “farsi” da sé.
Occorre “produrre le condizioni che consentano (all’organismo sociale vivente) di formarsi da
sé” (Rudolf Steiner, “La questione sociale: un problema di consapevolezza”, op. cit., p. 87).
Perciò bisogna guardarsi, nel servire tale idea, “dallo spogliarla di ciò che ha di radicale” (R.
Steiner, “Necessità di comprensione” in “I punti essenziali della questione sociale”, op. cit., cap.
21° de “In margine alla triarticolazione dell’organismo sociale”, §9). Solo così è possibile
superare la “gattopardiana” stasi secondo la quale “tutto deve cambiare affinché nulla cambi”. Una
riforma ha senso non come “fine” ma come “mezzo”. Ecco perché la riforma reale esige di essere
costantemente orientata, illuminata e ispirata dall’idea dell’organismo sociale triarticolato (e non
“tripartito”, come Steiner stesso sottolinea) (Rudolf Steiner, “Come si opera per la triarticolazione
dell’organismo sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1988, p. 134).
Per migliorare la vita sociale è inutile cominciare, come fanno i sedicenti rivoluzionari, col
distruggere quanto già esiste. Per poter trasformare la società esistente con la giusta cura etica si
può attuare una valida “terapia” soltanto se si è operata una corretta “diagnosi”. Ed è proprio questo
il cuore del problema. Nel corso del Novecento il comunismo, il fascismo e il nazismo si
riproposero, sì, seppure in modo diverso, di rinnovare il mondo. Non tennero in alcun conto però
(così come gli odierni “rivoluzionari”) che la società “capitalistico-borghese” può essere

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trasformata in una migliore, così come anche in una peggiore. Non videro che l’approdare al primo
o al secondo di questi due esiti, dipendeva e dipende innanzitutto dall’avere o no la capacità di
scoprire le vere cause della “malattia” che affligge il mondo attuale. La storia dovrebbe averci
insegnato che gli orrori “terapeutici” del comunismo, del fascismo e del nazismo non sono stati
appunto che l’inevitabile conseguenza dei loro errori “diagnostici”.
Certo, non è facile distinguere chi vuole cambiare il mondo perché lo ama, dal Giuda che vuole
cambiarlo (ma in realtà distruggerlo) perché lo odia e perciò vuole partire solo dalle proprie rapine
di Borsa (Gv 12, 3-6). E non è facile perché ciò che li rende diversi non sta in superficie, ma nel
profondo, cioè non in quanto apertamente sostengono, ma in quanto segretamente li anima: lo
spirito. E, piaccia o no, se si vogliono risparmiare all’umanità ulteriori tragedie, occorre imparare
proprio a discernere gli spiriti. Si può comunque osservare che è assai improbabile che ami davvero
il mondo chi non ama pensarlo e conoscerlo, e non è per questo disposto a intraprendere il paziente
e amorevole lavoro di trasformazione indicato da Steiner.
Bibliografia: F. Giorgi., “Pensare la triarticolazione” (ospi.it).
Nereo Villa

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OSSERVAZIONI PRELIMINARI IN MERITO ALLE INTENZIONI DI QUESTO
SCRITTO
Presentazione del curatore - La spiritualità che non diventa contenuto di vita dell’uomo ma che si
limita alla recitazione di mantra o di orazioni è tale e quale a quella del cattolicesimo di chi nasce
cattolico senza diventare mai cristiano. È pertanto esattamente il contrario di quanto qui si intende
col questo concetto. «In questo scritto il “problema sociale” è trattato come problema
economico, giuridico e spirituale. L’autore crede di vedere come risulti il “vero aspetto” del
problema sociale dalle esigenze della vita economica, giuridica e spirituale. Solo da questa
conoscenza possono derivare gli impulsi per una sana strutturazione di quei tre campi della
vita entro l’organismo sociale» (§5).
«Agli “spirituali” le considerazioni di questo scritto appariranno dunque non spirituali, ed ai
“pratici” estranee alla vita. L’autore è del parere di poter servire a suo modo la vita del
presente proprio perché non inclina verso l’estraneità alla vita di molte persone che oggi si
considerano “pratiche”, e perché non può giustificare neppure i discorsi sullo “spirito” che
creano illusioni con le parole» (§4).

OSSERVAZIONI PRELIMINARI IN MERITO
ALLE INTENZIONI DI QUESTO SCRITTO
1. La vita sociale del nostro tempo pone seri problemi che abbracciano tutto.
Compaiono richieste di nuove strutture e mostrano che, per far fronte ai nuovi
compiti, devono ricercarsi vie a cui finora non si era pensato. A seguito degli
avvenimenti attuali, forse oggi trova ascolto chi, partendo dalle esperienze della vita,
si deve riconoscere nell’opinione che il non aver pensato a vie ora diventate
necessarie ha spinto alla confusione sociale. Alla base di una tale opinione vi sono le
considerazioni svolte in questo scritto. Esse intendono parlare di quel che dovrebbe
avvenire per portare verso un volere sociale conscio dei propri fini le esigenze che
oggi vengono poste da una gran parte dell’umanità. Nella formazione di tale volere
poco dovrebbe poi influire se a qualcuno piacciano o no tali esigenze. Esse esistono,
e bisogna tenerne conto come di fatti della vita sociale. A questo devono riflettere
soprattutto coloro che, in base alla personale condizione nella vita, trovano che
l’autore di questo scritto, nella sua esposizione delle richieste proletarie, parla in un
modo che essi non gradiscono, perché per le loro vedute in merito a tali richieste
mette in rilievo troppo unilateralmente qualcosa con cui dovrebbe tener conto il
volere sociale. L’autore desidera però parlare partendo dalla piena realtà della vita
attuale, per quanto gli è possibile sulla base delle sue conoscenze appunto della vita
attuale. Gli stanno davanti agli occhi le conseguenze tragiche che devono sorgere dal
non volere vedere i fatti che si sono verificati nella vita dell’umanità moderna; anche
se non si vuol sapere nulla di quel volere, bisogna comunque tener conto dei fatti.
2. Poco soddisfatte delle esposizioni dell’autore saranno in un primo tempo anche
coloro che si considerano pratici della vita, almeno nel senso in cui oggi si assume il
concetto di “pratica della vita”, sotto l’influenza di alcune abitudini divenute
predilette. Costoro diranno che in questo scritto non parla una persona pratica della
vita. L’autore crede che proprio quelle persone dovranno rivedere a fondo le loro
idee, perché la loro “pratica di vita” appare loro come qualcosa che, a seguito dei fatti

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che l’umanità del presente ha dovuto sperimentare, si è dimostrato senz’altro un
errore: proprio l’errore che ha portato in misura illimitata al destino attuale. Tali
persone dovranno necessariamente rendersi conto che quanto appare loro come
stravagante idealismo va riconosciuto come pratico. Anche se stimano che il punto di
partenza di questo scritto è sbagliato perché nelle sue prime parti si parla poco della
vita economica e molto di quella spirituale dell’umanità moderna pure l’autore,
partendo dalla sua conoscenza della vita è dell’opinione che agli errori fatti se ne
aggiungeranno innumerevoli altri se non ci si deciderà a dedicare un’oggettiva
attenzione alla vita spirituale dell’umanità moderna.
3. Anche a coloro che nelle forme più diverse ripetono sempre la frase che
l’umanità dovrebbe smettere di dedicarsi a interessi solo materiali e rivolgersi
invece allo “spirito”, all’“idealismo”, non piacerà molto quel che dice l’autore di
questo scritto. Egli infatti non fa molto ricorso a semplici indicazioni verso lo
“spirito”, a discorsi su un nebuloso mondo spirituale. Egli riconosce solo la
spiritualità che diventa contenuto di vita dell’uomo. Nel dominio dei compiti
pratici della vita tale contenuto si mostra altrettanto efficace quanto lo è la
costruzione di una concezione del mondo e della vita che soddisfi le necessità
dell’anima. Il problema non è conoscere o credere di conoscere una spiritualità,
ma che la spiritualità sia tale da mostrarsi anche nell’afferrare le realtà pratiche
della vita. Essa allora appare non solo come una corrente collaterale riservata
all’essenza interiore dell’anima.
4. Agli “spirituali” le considerazioni di questo scritto appariranno dunque non
spirituali, ed ai “pratici” estranee alla vita. L’autore è del parere di poter servire
a suo modo la vita del presente proprio perché non inclina verso l’estraneità alla
vita di molte persone che oggi si considerano “pratiche”, e perché non può
giustificare neppure i discorsi sullo “spirito” che creano illusioni con le parole.
5. In questo scritto il “problema sociale” è trattato come problema economico,
giuridico e spirituale. L’autore crede di vedere come risulti il “vero aspetto” del
problema sociale dalle esigenze della vita economica, giuridica e spirituale. Solo
da questa conoscenza possono derivare gli impulsi per una sana strutturazione
di quei tre campi della vita entro l’organismo sociale. In tempi più antichi
dell’evoluzione dell’umanità gli istinti sociali avevano cura che quei tre campi si
articolassero nella complessiva vita sociale in un modo adeguato alla natura
umana. Oggi l’evoluzione è di fronte alla necessità di dover conquistare
quell’articolazione mediante una volontà sociale conscia dei propri fini. Per i
Paesi da considerare per tale volontà, fra il tempo antico e il presente vi è innanzitutto
un’azione reciproca di antichi istinti e di coscienza moderna non ancora adeguatasi
alle esigenze dell’umanità attuale. Gli istinti antichi continuano però ancora a vivere
in molto di ciò che oggi si considera pensare sociale cosciente dei propri fini. Ciò
rende il pensare debole di fronte ai fatti divenuti esigenze. L’uomo del presente deve
svincolarsi da ciò che non è vitale, in modo più radicale di quanto molti non pensino.

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L’autore stima che il modo in cui la vita economica, quella giuridica e quella
spirituale debbano strutturarsi nel senso di una sana vita sociale richiesta dai nuovi
tempi, può risultare solo a chi sviluppi la buona volontà di far valere quanto si è
appena detto. Quel che l’autore pensa di dover dire in merito ad una simile necessaria
strutturazione, desidera venga sottoposto con questo libro al giudizio del presente.
Egli desidera dare impulso a fini sociali adatti alle attuali realtà e necessità della vita.
Stima infatti che solo un impulso del genere possa condurre nel campo della volontà
sociale, al di là delle esaltazioni e dell’utopismo.
6. L’autore desidera pregare chi ancora volesse trovare in questo scritto qualcosa di
utopistico, di riflettere come oggi, con certe idee che ci facciamo sui possibili
sviluppi delle condizioni sociali, siamo lontanissimi dalla vita reale e come cadiamo
in esaltazioni. Pertanto si vede come utopia ciò che è tratto dalla vera realtà e
dall’esperienza di vita e che si è cercato di esporre in questo scritto. Qualcuno vedrà
perciò in questa esposizione qualcosa di “astratto”, perché per lui è “concreto” solo
ciò che è abituato a pensare, e quindi pensa che sia astratto anche il concreto che non
è abituato a considerare (1).
7. L’autore sa che teste rigidamente inserite in programmi di partito saranno
insoddisfatte delle sue esposizioni. Pure egli stima che molti uomini di partito
arriveranno presto alla convinzione che i fatti dell’evoluzione sono già ben al di là dei
programmi di partito, e che è soprattutto necessario un giudizio indipendente da quel
programmi, relativo agli scopi immediati della volontà sociale.
Inizio di aprile 1919
Rudolf Steiner
(1) L’autore ha coscientemente evitato di attenersi nella sua esposizione
esclusivamente alle espressioni in uso nei testi di economia. Conosce bene i punti dei
quali un giudizio di “esperti” dirà che è dilettantesco. Si è deciso però al suo modo di
esprimersi non solo perché desiderava parlare a persone per le quali le espressioni
della scienza economica non sono familiari, ma soprattutto per la convinzione che
l’avvenire farà apparire unilaterale e insufficiente, già nella forma espressiva, la
maggior parte delle espressioni tecniche dei testi economici. A chi pensasse che
l’autore avrebbe potuto anche indicare le idee sociali di altri che in qualche modo
potessero avvicinarsi a quanto è qui esposto, egli fa rilevare che il punto di partenza e
la via della concezione qui caratterizzati, per i quali l’autore crede di dover
ringraziare un’esperienza di decenni, ha la sua parte essenziale nella realizzazione
pratica degli impulsi dati, e non solo in pensieri formulati in un modo o in un altro.
D’altra parte l’autore come si può vedere nel capitolo quarto, ha cercato eli
impegnarsi per la realizzazione pratica, quando pensieri in apparenza simili non erano
ancora stati notati in merito ai diversi argomenti.

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PREFAZIONE E INTRODUZIONE ALLA QUARTA EDIZIONE TEDESCA
Presentazione del curatore - Già il fatto che a partire dall’infanzia gli esseri umani siano inseriti
nelle scuole di Stato, basta allo Stato per disporre poi di un consenso, costruito nel tempo e
finalizzato all’accettazione della propria degenerazione totalitaria, consistente nell’eccesso di
attribuzioni di poteri pubblici. È però sempre più evidente come lo Stato si palesi sempre più come
un apparato avente il monopolio della violenza.

PREFAZIONE E INTRODUZIONE ALLA QUARTA EDIZIONE TEDESCA
(da 41° all’80° migliaio)
1. Sfuggiranno i compiti posti dalla vita sociale del presente a chi vi si avvicini con
pensieri utopistici. In base a determinate concezioni e a determinati sentimenti si
potrà avere la fede che qualche particolare ordinamento, che ci si è immaginato,
possa rendere felici gli uomini; una simile fede può assumere una potente forza di
convinzione, ma si parlerà del tutto inutilmente sul significato attuale del “problema
sociale”, se si vorrà conservare una fede del genere.
2. Oggi si può portare questa affermazione fino alle sue ultime e impossibili
conseguenze, e si sarà pur sempre nel giusto. Si può presumere che qualcuno sia in
possesso di una “soluzione” teoricamente perfetta del problema sociale, ma egli
crederebbe ugualmente qualcosa del tutto non pratico se volesse offrire all’umanità la
“soluzione” da lui escogitata. Non viviamo infatti più in un tempo nel quale si poteva
credere di agire in questo modo nella vita pubblica. L’atteggiamento dell’anima della
gente non è più tale da poter dire nella vita pubblica: “Ecco qui qualcuno che ha
capito quali siano i necessari ordinamenti sociali, e noi dobbiamo fare quel che egli
suggerisce”.
3. La gente non vuole più accettare in quel modo idee sulla vita sociale. Questo
scritto, che ha già avuto una discreta diffusione, tiene conto di questo fatto. Chi ha
scorto in esso un carattere utopistico ha del tutto travisato gli intendimenti che vi
erano stati posti. Lo hanno fatto soprattutto coloro che vogliono pensare soltanto in
modo utopistico. Essi vedono negli altri il carattere essenziale delle loro abitudini di
pensiero.
4. Per chi pensa praticamente fa oggi parte delle esperienze della vita pubblica che
non si può fare proprio niente con delle idee utopistiche che in apparenza siano anche
molto convincenti. Pure molti credono di sentire che sia per esempio possibile
proporre simili idee ai propri contemporanei nel campo dell’economia. Essi devono
però convincersi di parlare inutilmente. I loro contemporanei non sanno che farsene
delle loro proposte.
5. Questa va considerata un’esperienza, perché indica un fatto importante dell’attuale
vita pubblica. È il fatto della estraneità alla vita di quel che si pensa in confronto per
esempio a quel che esige la realtà economica. Si può infatti sperare di padroneggiare
le condizioni confuse della vita pubblica, avvicinandosi ad esse con un pensare

11

estraneo alla vita?
6. Un problema del genere non può essere gradevole, perché presuppone
l’ammissione che si pensa in modo estraneo alla vita. Pure, senza questa ammissione
si rimarrà lontano dal “problema sociale”, poiché si raggiungerà chiarezza su che
cosa è necessario per la vita sociale soltanto esaminando questo problema come una
delle più serie questioni di tutta la civiltà del presente.
7. Questo problema rinvia alla strutturazione della vita spirituale del presente.
L’umanità moderna ha sviluppato una vita spirituale che è dipendente in grande
misura dagli ordinamenti statali e dalle forze economiche. Già da bambini si viene
inseriti nelle strutture statali dell’educazione e dell’insegnamento, e si può essere
educati solo nel modo permesso dalle condizioni economiche dell’ambiente in cui
si cresce.
8. Si potrebbe quindi facilmente credere che l’uomo dovrebbe adattarsi bene alle
condizioni di vita del presente, perché lo Stato dovrebbe avere la possibilità di
organizzare le strutture della scuola, e quindi della parte più essenziale della vita
spirituale pubblica, in modo che la comunità umana venga servita per il meglio.
Si potrebbe anche facilmente credere che in questo modo l’uomo diventi il miglior
possibile componente della comunità umana, se viene educato in accordo con le
possibilità economiche dalle quali egli deriva, e se grazie a tale educazione egli viene
inserito nel posto indicatogli dalle possibilità economiche.
9. Questo scritto deve assumere il compito, oggi poco gradito, di mostrare che la
confusione della nostra vita pubblica deriva dalla dipendenza della vita
spirituale dallo Stato e dall’economia. Deve anche mostrare che la liberazione
della vita spirituale da tale dipendenza costituisce uno degli aspetti più brucianti
del problema sociale.
10. Questo scritto mette quindi in evidenza errori molto diffusi. Da molto tempo si
vede qualcosa di salutare per il progresso dell’umanità nell’assunzione
dell’educazione da parte dello Stato, e pensatori socialisti non possono
immaginare nulla di diverso dal fatto che la società educhi il singolo per il
proprio servizio e secondo proprie disposizioni.
11. Non ci si vuole adattare a un’opinione che oggi è assolutamente necessaria in
questo campo. È l’idea che nell’evoluzione storica dell’umanità, in un tempo
successivo può diventare un errore quel che era giusto in un tempo precedente. Per il
formarsi delle condizioni dell’umanità moderna era necessario che l’educazione, e
con essa tutta la vita spirituale pubblica, venisse tolta alle forze che la dominavano
nel medioevo, e data alla responsabilità dello Stato. L’ulteriore conservazione di
questo stato è però un grave errore sociale.

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12. È quel che vuol mostrare questo scritto nella sua prima parte. Nell’ambito degli
ordinamenti statali la vita spirituale è matura per la libertà, ma non può vivere
giustamente nella libertà se non le viene data la completa autogestione. A seguito
della sua essenza, la vita spirituale richiede di essere un membro autonomo
dell’organismo sociale [Steiner chiama la società “organismo sociale” perché
intende la società non in modo astratto, lineare ed immobile, ma circolare e in
movimento, cioè concreto - ndc]. La struttura dell’educazione e
dell’insegnamento, dalla quale in sostanza deriva tutta la vita spirituale, deve
essere affidata all’amministrazione di coloro che educano e insegnano. Nulla di
ciò che è attivo nello Stato o nell’economia deve immischiarsi o essere
determinante in tale amministrazione. Chi è impegnato nell’insegnamento deve
impiegare per l’insegnamento tanto tempo in modo che gliene resti abbastanza
per amministrare il suo settore. Egli curerà l’amministrazione così come si
occupa dell’educazione e dell’insegnamento. Nessuno darà disposizioni se non
sarà contemporaneamente attivo nell’insegnamento e nell’educazione. Nessun
parlamento, nessuna personalità - che magari un tempo abbia insegnato ma che
ora non lo faccia più - dovrà interloquire. Quel che si sperimenta
immediatamente nell’insegnamento dovrà fluire anche nell’amministrazione. È
nella natura delle cose che con simili disposizioni l’oggettività e la capacità
agiscano nella massima misura possibile.
13. Naturalmente si potrà obiettare che anche con l’autogestione della vita spirituale
non tutto diverrà perfetto. Nella vita reale la perfezione non è assolutamente da richiedere. Si può solo tendere a che si realizzi il meglio. Le capacità che si formano
nel bambino verranno trasmesse veramente alla collettività se alla loro
formazione si dedicherà soltanto chi potrà esprimere il suo giudizio determinante in base a ragioni radicate nello spirito. Solo in una libera comunità
spirituale si potrà stabilite fino a che punto un ragazzo potrà venir portato in
una direzione qualsiasi. E solo da una simile comunità potrà venir stabilito che
cosa si dovrà fare per favorire giustamente la decisione presa. Da una libera
comunità spirituale lo Stato e l’economia potranno ricevere le forze che essi non
possono darsi se organizzano la vita spirituale nelle loro prospettive.
14. È nell’intendimento di quanto esposto in questo scritto che anche le strutture
e le materie di insegnamento degli istituti che servono allo Stato ed alla vita
economica siano affidate agli amministratori della libera vita spirituale. Scuole
giuridiche e commerciali, istituti agrari e industriali dovranno ricevere la loro
struttura dalla libera vita spirituale. Di necessità questo scritto deve suscitare
contro di sé molti pregiudizi, quando si tragga questa giusta deduzione da quel che si
è esposto. Da che cosa derivano tali pregiudizi? Si riconoscerà il loro spirito
antisociale vedendo che in sostanza essi provengono dall’opinione incosciente che gli
educatori debbano essere persone estranee alla vita, non pratiche, e che non ci si
possa attendere che essi possano prendere delle decisioni che servano, in modo
giusto, nei diversi settori pratici della vita. Tali decisioni dovrebbero quindi venir

13

prese da coloro che sono inseriti nella vita pratica [praxis astratta - ndc], mentre gli
educatori dovrebbero agire secondo le direttive che vengono loro date [teoria astratta;
nella vita reale non esiste la teoria da una parte e la prassi dall’altra; questo modo di
ragionare è meccanicistico e materialistico - ndc].
15. Chi pensa così non vede che gli educatori, usi a non potersi dare da soli alcuna
direttiva, dalla più piccola alla più grande, proprio per questo diventano estranei alla
vita e non pratici. Possono quindi venir date loro direttive che in apparenza derivano
da gente tanto più pratica, mentre gli educatori non riescono ad educare gente che
diventi pratica della vita. Le condizioni antisociali deriverebbero dal fatto che nella
vita sociale non vengono inserite persone che in base alla loro educazione sentano in
modo sociale. Persone che sentano in modo sociale possono però soltanto provenire
da un sistema educativo che sia guidato e amministrato da chi senta in modo sociale.
Non ci si avvicinerà mai al problema sociale se non si tratterà il problema della
scuola e della vita spirituale come una delle sue parti essenziali. Si creano elementi
antisociali non soltanto mediante provvedimenti economici, ma anche per il fatto che
la gente si comporta in modo antisociale nell’ambito di quei provvedimenti. È poi in
sostanza antisociale che si faccia educare ed istruire la gioventù da persone che si
fanno diventare estranee alla vita per il fatto di prescriver loro dal di fuori le direttive
e il contenuto del loro agire.
16. Lo Stato organizza facoltà di diritto, e pretende che vi venga insegnato un
diritto che, dal suo punto di vista, è stato emanato secondo la sua costituzione e
la sua amministrazione. Invece scuole che deriveranno interamente da una
libera vita spirituale creeranno il contenuto della giurisprudenza dalla vita
spirituale stessa. Lo Stato dovrà solo attendere ciò che gli verrà affidato dalla
libera vita spirituale. Verrà fecondato dalle idee viventi che possono nascere solo
da una simile vita spirituale.
17. Entro la vita spirituale stessa vi saranno uomini che cresceranno nella pratica
della vita movendo dal loro angolo visuale. Non diventerà però pratica di vita quel
che proviene da strutture educative disposte solo da cosiddetti “pratici”, nelle quali
insegnano persone estranee alla vita, ma solo da educatori che comprendono la vita e
la pratica sulla base delle loro visuali. Come dovrà essere strutturata nei
particolari l’amministrazione di una libera vita spirituale verrà indicato, almeno
per accenni, in questo scritto.
18. Gente che tende all’utopia porrà molte domande a questo scritto. Artisti
preoccupati e altre persone attive in campo culturale diranno: “Forse che in una libera
vita spirituale i talenti prospereranno meglio che non nella vita attualmente guidata
dallo Stato e dalle potenze economiche?” Chi così domanda deve riflettere che questo
scritto non è assolutamente pensato in senso utopistico. Di conseguenza in esso non
viene stabilito teoricamente che qualcosa venga fatta in un modo preciso. Vengono
piuttosto sollecitate comunità umane che, in base alla loro collaborazione, possano

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iniziare ciò che ha un valore sociale. Chi infatti giudica la vita non secondo pregiudizi
teorici, ma in base all’esperienza, dirà a se stesso che chi lavora movendo dal suo
libero talento avrà possibilità di un giusto riconoscimento per il suo lavoro quando vi
sia una libera comunità spirituale che possa agire nella vita sulla base delle proprie
vedute.
19. Il “problema sociale” non è qualcosa che sia sorto ora nella vita degli uomini,
che adesso possa essere e venga anche risolto da un paio di persone o dai
parlamenti. È invece una parte costitutiva di tutta la moderna vita civile, e tale
rimarrà, dato che è sorto. In ogni istante dell’evoluzione storica dovrà venir risolto a
nuovo, poiché la vita umana è entrata con l’evo moderno in una condizione che fa
sempre sorgere l’elemento antisociale da ciò che viene strutturato socialmente. Ed
esso deve venir continuamente dominato. Come un organismo dopo qualche tempo
che si è satollato ritorna sempre nella condizione di aver fame, così l’organismo
sociale da una condizione di ordine ricade sempre nel disordine. Una medicina
universale per l’ordine delle condizioni sociali esiste tanto poco quanto un
prodotto alimentare che sfami per tutto l’avvenire. Gli uomini possono però
inserirsi in comunità tali che, attraverso la loro collaborazione vivente, venga sempre
ridata all’esistenza la direzione verso l’elemento sociale. Una simile comunità è la
parte spirituale dell’organismo sociale che si autoamministra.
20. In base all’esperienza del presente, come per la vita spirituale la libera
autogestione risulta un’esigenza sociale, così per la vita economica è il lavoro
associativo. Nella vita umana moderna l’economia si estrinseca in produzione,
circolazione e consumo di merci. Attraverso questi processi vengono soddisfatti i
bisogni umani; gli uomini si muovono in essi con la loro attività. Ognuno ha in essi i
suoi parziali interessi; ognuno deve agire in essi con la partecipazione che gli è
possibile. Soltanto ogni singolo può sapere e sentire di che cosa egli abbia veramente
bisogno; in base alle sue vedute sulle condizioni di vita generali egli vorrà giudicare
quel che deve fare. Non sempre fu così, e ancora oggi non è così dappertutto sulla
Terra; è però in sostanza così entro la parte attualmente civile della popolazione del
pianeta.
21. Nel corso dell’evoluzione umana gli individui occupati nell’economia sono
aumentati. Dalla chiusa economia curtense si è sviluppata l’economia comunale, e da
questa l’economia nazionale. Oggi viviamo in un’economia mondiale. Nel nuovo
rimane però ancora una parte rilevante dell’antico; e nell’antico era già accennato
molto del nuovo. I destini dell’umanità dipendono anche dal fatto che la riportata
sequenza evolutiva è divenuta attiva in modo predominante nell’ambito di
determinate condizioni di vita.
22. È un pensiero impossibile, irreale, voler organizzare le forze economiche in
un’astratta comunità mondiale. Le singole zone economiche sono in gran parte
confluite nelle diverse economie nazionali nel corso dell’evoluzione. Però le

15

comunità nazionali o statali sono sorte in base a forze diverse da quelle solo
economiche. Averle volute trasformare in comunità economiche ha determinato il
caos sociale dei tempi moderni. La vita economica, in base alle proprie forze,
tende a strutturarsi in modo indipendente dalle istituzioni statali, e anche dal
modo di pensare legato allo Stato. Ciò sarà possibile soltanto se, seguendo
esclusivamente prospettive economiche, si costituiranno delle associazioni nelle quali
confluiscano consumatori, commercianti e produttori. A seconda delle condizioni
della vita si regolerà da sé l’ampiezza di tali associazioni. Associazioni troppo piccole
diverrebbero care, troppo grandi lavorerebbero in modo economicamente
incontrollabile. Ogni associazione troverà il modo per trattare ordinatamente con le
altre in base alle condizioni reali. Non bisogna preoccuparsi che chi debba passare la
sua vita in continui cambiamenti di posto venga costretto, limitato, dalle associazioni.
Troverà facilmente il passaggio da una all’altra se il passaggio stesso sarà determinato non dall’organizzazione statale, ma da interessi economici. Nell’ambito
del sistema associativo sono pensabili disposizioni che agiscano con la facilità
della circolazione monetaria.
23. Entro le associazioni, in base alla competenza e all’oggettività, può dominare
un’ampia armonia di interessi. Non leggi regoleranno la produzione, la
circolazione e il consumo dei beni, ma uomini a seconda delle loro immediate vedute e dei loro interessi. Grazie al loro inserimento nella vita delle associazioni gli
uomini potranno sviluppare le opportune vedute; per il fatto che i singoli interessi dovranno contemperarsi contrattualmente, i beni circoleranno con i loro corrispondenti
valori. L’ipotizzato riunirsi secondo prospettive economiche è qualcosa di
diverso per esempio dai moderni sindacati. Essi agiscono nella vita economica,
ma non si costituiscono in base a prospettive economiche. Si sono costituiti in
base ai principi che nell’evo moderno si sono formati nel trattare questioni
statali e politiche. In essi si agisce come in un parlamento; non ci si accorda
secondo punti di vista economici per stabilire che cosa ognuno debba fare. Nelle
associazioni non vi saranno “salariati” che grazie alla loro forza chiederanno il
massimo salario possibile a un datore di lavoro, ma vi agiranno congiuntamente
lavoratori manuali, responsabili spirituali della produzione, e consumatori interessati
alla produzione, per determinare attraverso il regolamento prezzi delle prestazioni
adeguate alle controprestazioni. Questo non può realizzarsi in assemblee che
funzionino come parlamenti. Bisognerà anzi guardarsene! Infatti chi potrebbe
mai lavorare se innumerevoli persone dovessero impiegare il loro tempo per
discutere di lavoro? In trattative fra uomo e uomo, fra associazione e associazione
tutto si svolge accanto al lavoro. È solo necessario che la decisione corrisponda alle
vedute dei lavoratori e agli interessi dei consumatori.
24. In questo modo non si mostra un’utopia, perché non si dice che qualcosa va
regolato in una maniera determinata. Viene solo indicato come gli uomini potranno
organizzare le cose se vorranno agire in comunità che corrispondono alle loro vedute
e ai loro interessi.

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25. Che gli uomini si riuniscano in comunità del genere provvede da una lato la
natura umana, quando non venga impedita da intromissioni statali, perché la natura
crea i bisogni. Dall’altro può provvedervi la vita spirituale, poiché essa forma le
vedute che devono agire nella comunità. Chi pensa secondo l’esperienza deve
ammettere che le previste comunità associative possono formarsi in ogni momento, e
che non racchiudono in sé nulla di utopistico. Al loro nascere null’altro si oppone se
non il fatto che l’uomo d’oggi vuole “organizzare” la vita economica dal dì fuori, ‘nel
senso che per lui il concetto di “organizzazione” è diventato una specie di
suggestione. A un tale organizzare, che vuole determinare la gente alla produzione
dal di fuori, si contrappone l’organizzazione economica che si basa sul libero
associarsi. Mediante le associazioni il singolo si unisce col suo prossimo, e la
pianificazione complessiva nasce dalla comprensione dei, singoli. Si può chiedere
che scopo abbia che il povero si associ con il ricco. Si può obiettare che sia meglio
se la produzione e il consumo siano “giustamente” regolati da fuori. Una simile
regolamentazione organizzativa limita la libera forza creativa del singolo e
impedisce l’ingresso nella vita economica di ciò che può nascere soltanto dalla
libera forza creativa. Si provi a immaginare, malgrado tutti i pregiudizi, anche solo
un’associazione fra chi oggi non ha nulla e chi ha. Se altre forze diverse da quelle
economiche non interferiscono, chi ha dovrà di necessità pareggiare con chi non ha le
prestazioni e le controprestazioni. Oggi non si parla di questi problemi movendo da
istinti di vita derivati dall’esperienza, ma da posizioni che si sono sviluppate non da
interessi economici bensì di classe o di altro genere. Essi poterono svilupparsi perché
nell’epoca moderna, nella quale proprio la vita economica è divenuta sempre più
complicata, quest’ultima non poté venir seguita con idee puramente economiche. La
vita spirituale, non libera, lo ha impedito. Le persone attive economicamente sono inserite nella ROUTINE QUOTIDIANA e non rilevano le forze attive
nell’economia. Esse lavorano senza direttiva nel complesso della vita umana.
Nelle associazioni ognuno saprebbe dall’altro ciò che è necessario egli sappia. Si
formerebbe un’esperienza economica in merito a ciò che è possibile, perché le
persone, delle quali ognuna ha opinioni ed esperienze nel proprio campo
particolare, giudicherebbero concordemente fra loro.
26. Come nella libera vita dello spirito sono attive solo le forze che in essa
esistono, così nel sistema economico strutturato in associazioni sono attivi solo i
valori economici che si formano attraverso le associazioni. Quello che nella vita
economica il singolo abbia da fare gli risulta dal ritrovarsi assieme a coloro con i
quali è associato. Egli avrà così esattamente un’influenza sul complesso
dell’economia, corrispondente alle sue prestazioni. IN QUESTO SCRITTO SI
ESAMINA COME VENGA INSERITO NELLA VITA ECONOMICA CHI
NON È IN GRADO DI OFFRIRE PRESTAZIONI. Solo una vita economica che
sia strutturata in base alle proprie forze può difendere il debole di fronte al
forte.

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27. L’organismo sociale si dividerebbe così in due parti autonome che appunto si
sosterrebbero a vicenda per il fatto di avere ognuna una propria amministrazione
peculiare, derivata dalle proprie forze caratteristiche. Fra le due deve però viverne
una terza. È la sostanziale parte statale dell’organismo sociale. In essa si fa valere
tutto ciò che dipende dal giudizio e dal sentimento di ogni singolo maggiorenne.
Nella libera vita spirituale ognuno è attivo a seconda delle sue particolari
capacità; nella vita economica ognuno occupa il posto che risulta dalla sua
posizione nelle associazioni. Nella vita politico-giuridica dello Stato, ognuno
perviene al suo valore umano in quanto esso è indipendente dalle capacità che si
possono manifestare nella libera vita spirituale, ed è indipendente dal valore che
nella vita economica associativa assumono i beni da lui prodotti.
28. In questo libro viene mostrato come la durata e il modo del lavoro sia di
competenza della vita statale politico-giuridica. In essa ognuno è di fronte agli
altri da pari a pari, perché vi si tratta e vi si agisce nei campi in cui ogni singolo
è capace di giudicare come gli altri. I diritti e i doveri degli uomini trovano il
loro regolamento in questa parte dell’organismo sociale.
29. L’unità di tutto l’organismo sociale nascerà dall’autonomo sviluppo delle sue
tre parti. Il libro mostra come possa strutturarsi l’efficacia del capitale mobile, dei
mezzi di produzione, l’uso dei fondi e dei terreni attraverso la collaborazione delle tre
parti. Chi vuole “risolvere” il problema sociale mediante una soluzione derivata
dall’economia, escogitata o altrimenti sorta, non troverà pratico, questo scritto;
chi invece, sulla base di esperienze di vita, vuole stimolare gli uomini verso
decisioni nelle quali essi possano meglio riconoscere i compiti sociali e
dedicarvisi, forse riconoscerà all’autore del libro l’aspirazione verso una vera
pratica di vita.
30. Il libro fu pubblicato per la prima volta nell’aprile del 1919. A quel che allora fu
scritto ho aggiunto degli articoli che vennero pubblicati nella rivista “Dreigliederung
des sozialen Organismus” (Triarticolazione dell’organismo sociale) e che sono
appena apparsi in forma di libro con il titolo “In Ausführung der Dreigliederung des
sozialen Organismus” (In margine alla triarticolazione dell’organismo sociale).
31. Si potrà trovare che nei due libri si parla poco degli “scopi” del movimento
sociale e invece parecchio delle vie che devono venir seguite nella vita sociale. Chi
pensa movendo dalla pratica di vita sa che possono presentarsi singole mete in forma
diversa. Solo a chi vive in pensieri astratti tutto appare con contorni precisi.
Costui censura spesso la vita pratica perché non la determina lui e non la trova
abbastanza “chiara”. Molti che si considerano pratici sono invece teorici del tipo
accennato. Essi non pensano che la vita può assumere le forme più diverse. È un
elemento mobile. Chi vuole dunque avanzare con la vita, anche nei suoi pensieri
e sentimenti deve adattarsi a questa caratteristica di mobilità. I compiti sociali
possono venir afferrati solo con un simile pensare.

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32. Le idee di questo scritto sono ricavate dall’osservazione della vita, e vanno
anche comprese allo stesso modo.
Stoccarda e Dornach, 1920
Rudolf Steiner

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1. IL VERO ASPETTO DELLA QUESTIONE SOCIALE
Presentazione del curatore - La rimozione del giudizio critico genera un organismo sociale malato.
Il vero aspetto delle odierne problematiche sociali desunte dalla vita proviene principalmente da un
pregiudizio che ne impedisce la risoluzione in quanto ritiene il pensiero scientifico avulso dalla
natura spirituale (i.e. immateriale) che invece lo caratterizza. “Quel che il pensiero scientifico non
ha ereditato dal vecchio ordinamento della vita è l’aver coscienza del fatto che, essendo di natura
spirituale, ha radice in un mondo spirituale” (R. Steiner, “I punti essenziali della questione
sociale”, Ed. Antroposofica, Milano 1980, cap. I, §12). Coloro che oggi “credono di conoscere
‘praticamente’ la vita” (§13) e che siedono nei parlamenti per risolvere tali problematiche non si
accorgono che “il linguaggio dei fatti che si fa sentire attraverso le attuali condizioni del mondo
andrà sempre più palesando l’illusorietà di quella credenza” (ibid.). Continuando a pensare
“praticamente” che “dal campo del pensiero, dalla vita solo spirituale, non si potrà mai ricavare
un contributo efficace per risolvere le scottanti questioni sociali del nostro tempo” (§19), i
sedicenti pratici partono però ancor sempre “dal punto di vista di supposizioni teoriche” (ibid.),
“su una base puramente ideativa” (§21) costruendo la loro vita “da proletari e da non proletari”
(§6) “su dei pensieri” (§22), pur tuttavia sentendo schizofrenicamente “i pensieri come
un’ideologia astratta” (ibid.). “Se non s’intende questo fatto in tutta la sua importanza
nell’evoluzione dell’umanità moderna” (ibid.), diventa facile cadere nell’errore ideologico di
vedere la risoluzione di ogni problema sociale unilateralmente nella sfera economica: l’uomo è
indotto a credere che da quest’ultima “debba derivare tutto ciò che alla fine, gli conferirà i suoi
pieni diritti umani. Per questi egli combatte” (ibid. §29). Ma inutilmente. Perché, così facendo,
non può che cadere nell’antica schiavitù in cui “l’uomo intero veniva venduto al pari di una
merce” (§31). Infatti “il capitalismo è divenuto il potere che imprime ancora il carattere di merce
a una parte dell’essere umano: all’energia di lavoro” (ibid.) o forza-lavoro. Oggi nell’osservare
tale forza-lavoro “si dirige lo sguardo unicamente alla vita economica” (ibid.) e ci si sforza di
“trasformare il processo economico in modo che in esso l’energia del lavoro umano venga
difesa” (ibid.). Ma proprio qui sta l’errore in quanto “non si vede che è una caratteristica della vita
economica stessa quella di dare, a tutto ciò che vi si incorpora, il carattere di merce” (ibid.).
Perciò non si risolverà mai il problema finché non si riuscirà a svincolare la forza-lavoro dal
processo economico “affinché essa venga regolata da altre forze sociali che le tolgano il carattere
di merce” (ibid.). Non è lecito infatti estendere il dominio delle leggi economiche alla forza-lavoro
come se questa fosse una merce, perché questo significa vendere l’uomo come una merce e ancora
una volta come schiavo. Coloro che oggi parlano ancora di costo del lavoro parlano fatalmente di
schiavitù credendo di risolverne il problema. Ciò avviene nella misura in cui non sanno “scindere
tra loro i modi completamente diversi in cui, da un lato, s’inserisce nella vita economica quel che
come energia di lavoro è legato all’uomo, e, dall’altro, quel che, secondo la sua origine,
indipendentemente dall’uomo, segue le vie che la merce deve prendere dalla produzione al
consumo” (§32). Se lo imparassero, comprenderebbero “come la ‘questione sociale’ si articoli in
tre questioni speciali: dalla prima dovrà essere indicata la forma sana della vita spirituale entro
l’organismo sociale; dalla seconda dovrà essere indicata la posizione del lavoro giustamente
incorporato nella vita collettiva; e come terza questione potrà risultare il modo come in questa
vita sociale dovrà operare l’economia” (§33).

I
IL VERO ASPETTO DELLA QUESTIONE SOCIALE
DESUNTO DALLA VITA DELL’UMANITÀ MODERNA
1. Dalla catastrofe della guerra mondiale non è forse venuto manifestandosi il
movimento sociale moderno attraverso fatti che dimostrano tutta l’insufficienza dei

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pensieri coi quali, per decenni, si era creduto di comprendere il volere del
proletariato?
2. A porre questa domanda ci costringe quel che, dalle esigenze prima represse del
proletariato, e da tutto quanto vi si connette, viene ora sospinto alla superficie della
vita. I poteri che reprimevano quelle esigenze sono ormai in parte annientati; e solo
chi ignora come siano indistruttibili certi impulsi della natura umana può voler
conservare la posizione, presa da quei poteri, di fronte agli impulsi sociali d’una gran
parte dell’umanità.
3. Molte personalità, alle quali, per la loro posizione sociale, era consentito d’influire
con la parola e col consiglio, favorendone o inceppandone l’azione, sulle forze della
vita europea che nel 1914 avevano spinto alla catastrofe della guerra, si erano
abbandonate, riguardo a quegli impulsi, alle più grandi illusioni. Potevano credere
che una vittoria del loro paese avrebbe placato l’impeto delle rivendicazioni sociali.
Ma dovettero accorgersi che proprio le conseguenze del loro contegno portarono gli
impulsi sociali a manifestarsi integralmente. Si può anzi dire che la presente
catastrofe dell’umanità si sia palesata come quell’avvenimento storico che diede agli
impulsi in questione tutta la loro forza propulsiva. Negli ultimi anni, gravi di destini,
le personalità e le classi dirigenti dovettero sempre subordinare il loro modo di agire
alle esigenze degli ambienti socialisti. Spesso avrebbero volentieri agito
diversamente, se avessero potuto non tener conto di quelle aspirazioni, i cui effetti si
protraggono nella piega presa dagli avvenimenti contemporanei.
4. Ed ora che quanto per decenni era venuto preparandosi nell’evoluzione della vita
dell’umanità è entrato in una fase decisiva, diventa tragicamente fatale che i pensieri
sviluppati durante i fatti in divenire siano inadeguati ai fatti stessi una volta divenuti.
Molte persone che s’erano formate i loro pensieri durante quel divenire, per
promuovere i fini sociali che in esso vivono, oggi poco o nulla possono di fronte ai
fatali problemi posti dai fatti stessi.
5. Eppure molte di quelle persone persistono a credere che possa realizzarsi, e poi
dimostrarsi abbastanza forte per dare una direttiva possibile agli avvenimenti
incalzanti, ciò che per tanto tempo esse hanno ritenuto necessario alla nuova
conformazione della vita umana. Si può prescindere dalla opinione di chi tuttora
s’illude che il vecchio ordinamento possa reggere di fronte alle esigenze nuove d’una
gran parte dell’umanità, e si può prendere in considerazione quel che vogliono coloro
i quali sono persuasi della necessità di riorganizzare la vita. Ma non si potrà fare a
meno di riconoscere che, quali giudizi mummificati, corrano in mezzo a noi opinioni
di partito che lo svolgimento dei fatti dimostra superate. Questi fatti esigono soluzioni
alle quali i vecchi partiti sono impreparati. I partiti si sono, è vero, sviluppati insieme
coi fatti, ma senza riuscire a tener dietro ai fatti con le proprie abitudini mentali. Non
occorre essere immodesti per credere, di fronte a opinioni oggi ancora ritenute valide,
di poter ricavare quanto or ora s’è detto dal decorso degli avvenimenti mondiali

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contemporanei. È lecito trarne la conseguenza che, appunto il nostro tempo, debba
essere sensibile al tentativo di segnalare nella vita sociale dell’umanità moderna quel
che nella sua peculiarità sfugge anche agli studiosi di questioni sociali e alle tendenze
dei partiti. Poiché potrebbe pur essere che la tragedia che si manifesta nei tentativi di
soluzione della questione sociale abbia le sue radici proprio in un malinteso delle vere
tendenze proletarie; in un malinteso anche da parte di coloro che da queste tendenze
hanno fatto scaturire le loro concezioni. Poiché non è affatto detto che l’uomo si
formi sempre il giusto giudizio intorno a quel ch’egli stesso vuole.
6. Possono perciò sembrare giustificate le seguenti domande: - Cosa vuole veramente
il movimento proletario moderno? - Corrisponde questo suo volere a ciò che
comunemente si pensa in proposito da proletari e da non proletari? - Si manifesta il
vero aspetto della questione sociale in quel che molti pensano intorno ad essa, oppure
è necessario seguire una direttiva di pensiero del tutto diversa? Ad una simile
questione non ci si potrà accostare con imparzialità se, dalle proprie vicende, non si è
stati posti in grado d’immedesimarci con la vita animica del proletariato moderno, e
precisamente di quella sua parte che maggiormente ha concorso a dare al movimento
sociale la forma ch’esso ha presa attualmente.
7. Si è parlato molto, dello sviluppo della tecnica moderna e del moderno
capitalismo. Ci si è chiesti come, da questo sviluppo, sia sorto il proletariato
contemporaneo e come, con lo svolgersi della nuova vita economica, esso sia
pervenuto alle sue rivendicazioni presenti. In tutto quanto è stato detto in proposito
c’è molto di esatto. Ma che con questo non si sia ancora toccato un punto decisivo, lo
può intendere solo chi non si lascia ipnotizzare dal giudizio che «le circostanze
esteriori danno all’uomo l’impronta della sua vita». Il punto decisivo si rivela a chi
serba libera la visione degli impulsi che operano dalle intime profondità dell’attività
interiore. È, sì, vero che le rivendicazioni proletarie sono venute sviluppandosi
contemporaneamente alla tecnica moderna e al moderno capitalismo; ma il
riconoscerlo non getta ancora nessuna luce su ciò che veramente vive in quelle
esigenze, sotto forma di impulsi puramente umani. E finché non si penetri nella vita
di questi impulsi, non ci si potrà nemmeno accostare al vero aspetto della “questione
sociale”.
8. Un’espressione, che ricorre spesso nel mondo proletario, può fare una notevole
impressione su chi è capace di penetrare nelle più profonde forze motrici della
volontà umana. Ed è questa: “Il proletariato moderno ha acquistato una coscienza di
classe”. Esso non segue più, per così dire, istintivamente, incoscientemente, gli
impulsi delle classi a lui estranee. Sa di appartenere a una classe speciale e vuol far
valere il rapporto di questa sua classe con le altre, nella vita pubblica, in un modo
corrispondente ai suoi interessi. Per chi ha la capacità d’intendere le correnti nascoste
dell’attività interiore, l’espressione “coscienza di classe”, come la usa il proletariato
moderno, sarà rivelatrice di fatti essenziali della concezione sociale della vita, propria
a quelle classi lavoratrici che si trovano nel giro della tecnica moderna e del moderno

22

capitalismo. Egli ha da porre mente, innanzi tutto, al modo in cui le dottrine
scientifiche relative alla vita economica e ai suoi rapporti col destino umano abbiano
colpito come un fulmine e infiammato l’animo proletario. Si troverà di fronte a un
fatto su cui molti di coloro che si limitano a pensare sul proletariato, ma non con
esso, avventano giudizi del tutto confusi, e per conseguenza dannosi, data la gravita
degli avvenimenti attuali. Con l’opinione che il marxismo, e lo svolgimento datogli
dagli scrittori socialisti, abbiano fatto dar di volta al cervello del proletario “incolto”,
e con tutte le altre cose che spesso si sentono dire in proposito, non si arriva alla
comprensione, oggi tanto necessaria, in questo campo della situazione storica del
mondo. Poiché, esprimendo una tale opinione, si dimostra soltanto di non voler
prendere in considerazione un punto essenziale del movimento sociale
contemporaneo. E questo punto essenziale è che la proletaria “coscienza di classe” è
tutta satura di concetti che hanno preso il loro carattere dallo sviluppo della scienza
moderna. In tale coscienza continua tuttora ad agire come disposizione interiore ciò
che animava il discorso di Lassalle su La scienza e gli operai (Ferdiand Lasalle,
1825-1864, scrittore a capo del movimento tedesco dei lavoratori. Gesammelte Reden
und Schriften Berlino 1919-20). Cose simili possono sembrare prive d’importanza a
qualcuno che si ritenga un “uomo pratico”. Ma chi vuol conquistarsi vedute
veramente feconde sul movimento operaio moderno deve rivolgere a queste cose tutta
la sua attenzione. Poiché in ciò che oggi esigono i proletari socialisti, moderati ed
estremisti, non vive la vita economica trasformata in impulsi umani, come molti
s’immaginano, ma la scienza dell’economia, dalla quale la coscienza proletaria è stata
afferrata. Ciò risulta sia dalla letteratura scientifica del movimento proletario, sia da
quella divulgata dal giornalismo, in un modo così chiaro che il negarlo significa
chiudere gli occhi davanti alla realtà dei fatti. Ed è un fatto fondamentale, decisivo
per lo stato attuale della società, questo, che il proletario moderno si fa fissare il
contenuto della sua coscienza di classe in concetti d’indole scientifica. Per quanto
lontano dalla “scienza” possa ancora essere l’uomo che lavora alla macchina, egli
ascolta tuttavia le spiegazioni che, delle sue condizioni, gli danno le persone che dalla
scienza hanno derivato i mezzi per fornirgliele.
9. Tutte le discussioni sulla vita economica moderna, sul secolo delle macchine, sul
capitalismo, possono dare qualche lume intorno ai fatti che costituiscono la base del
movimento proletario moderno, ma ciò che chiarisce in modo decisivo il presente
stato sociale non deriva immediatamente dall’applicazione dell’operaio alle
macchine, e perciò dal suo aggiogamento al carro della vita capitalistica, bensì dalla
circostanza che, mentre egli lavorava alle macchine e in dipendenza dell’ordine
economico capitalistico, nella sua coscienza di classe si formavano pensieri ben
determinati. Può darsi che le abitudini mentali dei nostri giorni inducano qualcuno a
disconoscere tutta la portata di questi fatti e a ritenere che il volerli mettere in rilievo
sia semplicemente un gioco dialettico di concetti. Ma sarà tanto peggio per chi spera
in una felice sistemazione della vita sociale; poiché non potranno certo portarvi un
contributo coloro che non siano in grado di discernerne gli elementi essenziali. Chi
vuole comprendere il movimento proletario deve prima di tutto, sapere come il

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proletario pensi. Poiché tale movimento - dalle moderate tendenze riformistiche alle
sue degenerazioni più deleterie - non è opera di forze “extra-umane” di “impulsi
economici”, ma è fatto da uomini; dalle loro rappresentazioni e dai loro impulsi
volitivi.
10. Le idee determinanti e le forze volitive del movimento sociale presente non
risiedono in quel che la macchina e il capitalismo hanno impresso nella coscienza
proletaria. Il movimento sociale ha cercato la fonte delle proprie idee nelle nuove
tendenze scientifiche, perché macchina e capitalismo non erano in grado di offrire al
proletario alcunché di adatto a riempirgli l’attività interiore di un contenuto degno
d’un essere umano. All’artigiano medioevale un tale contenuto era dato dalla sua
stessa professione. C’era, nella maniera stessa in cui quell’artigiano si sentiva
umanamente legato al suo lavoro, qualcosa che, di fronte alla sua coscienza, gli
faceva apparire la sua propria vita, nell’ambito dell’intera società umana, come degna
d’essere vissuta. Gli era dato di considerare il suo lavoro come quello che poteva
fargli realizzare ciò che ambiva di essere come “uomo”. Messo a lavorare alla
macchina e impigliato nell’ordinamento della vita capitalistica, non gli restò altro che
poggiare su se stesso, sulla propria interiorità, quando cercava una base su cui poter
fondare un’opinione su ciò che si è come “uomo”. Per formarsi una tale opinione
nessun aiuto gli veniva dalla tecnica e dal capitalismo. Ne derivò la conseguenza che
la coscienza proletaria prese la strada verso il pensiero orientato scientificamente
perché aveva perduto la connessione umana con la vita immediata. Ora ciò avvenne
in un periodo in cui le classi tendevano a una forma di pensiero scientifico che non
aveva più neppure esso la forza spirituale propulsiva capace di condurre la coscienza
a un contenuto in grado di appagarne del tutto i bisogni. Le antiche concezioni del
mondo avevano inserito l’uomo, come attività interiore, in una connessione
spirituale; invece di fronte alla scienza moderna egli appare come un essere naturale
nel semplice ordine della natura. Questa scienza non è sentita come una corrente che
fluisca nell’attività interiore da un mondo spirituale dandole un sostegno. Comunque
si voglia giudicare, del rapporto tra gli impulsi religiosi (e quanto vi si connette) e il
pensiero scientifico moderno, considerando senza preconcetti l’evoluzione storica, si
dovrà convenire che l’ideazione scientifica si è sviluppata da quella religiosa. Ma le
vecchie concezioni del mondo, che si fondavano su sostrati religiosi, non hanno
potuto comunicare il loro impulso sostenitore dell’anima alla nuova forma scientifica
del pensiero. Esse si collocarono fuori di questa e continuarono a vivere con un
contenuto di coscienza a cui non poterono rivolgersi le anime del proletariato. Per le
classi dirigenti quel contenuto di coscienza poteva ancora avere un certo valore, che,
in un modo o nell’altro, si connetteva con quanto le legava umanamente alla loro
posizione sociale. Esse non cercarono, dunque, un nuovo contenuto di coscienza
perché la tradizione della vita stessa permetteva loro di conservare il vecchio. Invece
il proletario moderno fu avulso da tutte le antecedenti connessioni. La sua vita fu
posta su di una base del tutto nuova. Con la perdita delle basi precedenti, gli venne
meno anche la possibilità di attingere alle antiche fonti spirituali, poiché queste
sorgevano nel campo da cui egli era stato avulso. Con la tecnica moderna e col

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moderno capitalismo si sviluppò simultaneamente - per quanto si possa parlare di
simultaneità riguardo alle grandi correnti storiche dei mondo - la scientificità
moderna. A questa si rivolse con fiducia, con fede, il proletariato moderno e vi cercò
il nuovo contenuto di coscienza di cui sentiva il bisogno. Ma di fronte a tale
scientificità il proletariato moderno si trovò in un rapporto del tutto diverso da quello
delle classi dirigenti. Queste non sentivano il bisogno di fare delle loro concezioni
scientifiche il sostegno della loro anima. Per quanto si compenetrassero di “mentalità
scientifica” che nell’ordine naturale vedeva una connessione causale diretta dagli
animali più bassi fino all’uomo, questa concezione rimaneva tuttavia per esse una
convinzione teoretica. Non generava l’impulso a prendere la vita, anche riguardo al
sentimento, in maniera perfettamente conforme a quella convinzione. Il naturalista
Vogt, il volgarizzatore della scienza naturale Büchner, erano certamente compenetrati
di pensiero scientifico; ma, accanto a questo, agiva nelle loro anime qualcosa che li
attaccava saldamente a connessioni di vita che hanno un senso e una giustificazione
solo là, dove regni la fede in un ordine spirituale del mondo. Ora si pensi, senza
preconcetti, a come diversamente operi il pensiero scientifico su chi ha la propria
esistenza ancorata in quelle connessioni di vita, in confronto a come può operare nel
proletario moderno dinanzi al quale, nelle poche ore serali che gli rimangono libere
dal lavoro, l’agitatore socialista parli press’a poco cosi: “La scienza moderna ha
levato dalla testa degli uomini la credenza ch’essi abbiano origine da mondi spirituali,
ed ha insegnato loro che in tempi primordiali essi hanno vissuto come animali,
sconciamente arrampicati sugli alberi, avendo tutti la medesima origine puramente
naturale”. Il proletario moderno si vide posto dinanzi ad una concezione scientifica
orientata secondo pensieri siffatti, quando egli cercava un contenuto interiore che
potesse fargli sentire i suoi rapporti di uomo con la vita universale; egli prese
radicalmente sul serio tale scientificità e ne trasse le sue conseguenze per la vita.
L’epoca della tecnica e del capitalismo lo colpì ben diversamente che non l’uomo
appartenente alle classi dirigenti. Questi stava in un ordine di vita ancora configurato
da impulsi che offrivano un sostegno per l’anima; e aveva tutto l’interesse ad inserire
le conquiste dei tempi nuovi nell’ordine già invalso. Il proletario invece era stato
psicologicamente strappato da quell’ordine, e questo non poteva più conferirgli alcun
sentimento che gli illuminasse la vita in un modo degno d’un essere umano. Un’unica
cosa poteva ormai far sentire al proletario che cosa uno sia come essere umano; e cioè
il pensiero scientifico che, sorto dal vecchio ordinamento della vita, gli appariva
dotato di una forza suscitatrice di fede.
11. Sentir parlare così di carattere scientifico a proposito del pensiero proletario potrà
forse far sorridere chi per esso intenda quel che si acquista sedendo per molti anni sui
banchi di scuola e lo opponga alla coscienza del proletario “ignorante”. Ma sarebbe
un sorridere di fatti decisivi per i destini della vita contemporanea. Fatti che
dimostrano come molti uomini dotti vivano in maniera non conforme alla scienza,
mentre il proletario ignorante orienta il suo modo di vivere e di sentire la vita secondo
la scienza, che forse neanche possiede. L’uomo istruito ha accolto la scienza; essa è
come racchiusa in una casella della sua attività interiore. Egli però continua a vivere

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in contingenze che non sono governate da tale scienza, e lascia che esse orientino i
suoi sentimenti. Il proletario è condotto dalle sue condizioni di vita ad intendere
l’esistenza nel modo conformemente allo stato d’animo che deriva dalla scienza
moderna. Quel che le altre classi chiamano “scienza” potrà anche essergli abbastanza
estraneo; tuttavia le direttive scientifiche del pensiero orientano la sua vita. Per le
altre classi sarà determinante un fondamento religioso, estetico, spirituale in genere;
per lui il “credo” per la vita diventa la scienza, sebbene spesso nelle sue estreme
conseguenze di pensiero. Molti tra gli appartenenti alle classi dirigenti si sentono
“emancipati”, “svincolati dalla religione”. Certo, nelle loro rappresentazioni vive la
convinzione scientifica; ma nei loro pensieri pulsano i residui inosservati di una fede
tradizionale.
12. Quel che il pensiero scientifico non ha ereditato dal vecchio ordinamento della
vita è l’aver coscienza del fatto che, essendo di natura spirituale, esso ha radice in un
mondo spirituale. Di tale carattere del moderno orientamento scientifico poteva anche
importare poco all’uomo appartenente alle classi dirigenti, poiché la sua vita era tutta
pervasa dalle antiche tradizioni. Non così il proletariato, al quale la nuova condizione
di vita le scacciava tutte via da sé. Egli ereditò dalle classi dominanti il pensiero
scientifico e tale eredità divenne la base della coscienza che aveva della natura
dell’uomo. Ma questo “contenuto spirituale” che portava nell’anima nulla sapeva
della sua origine da una vera vita spirituale. L’unico elemento, spirituale che il
proletario poteva assumere dalle classi dominanti rinnegava il fatto di derivare dalla
spirito.
13. Non mi è ignota l’impressione che queste idee faranno su proletari e non-proletari
che credono di conoscere “praticamente” la vita: partendo da tale credenza ritengono
estranea alla vita la concezione da me esposta. Ma il linguaggio dei fatti che si fa
sentire attraverso le attuali condizioni del mondo andrà sempre più palesando
l’illusorietà di quella credenza. Chi è capace di vedere spassionatamente quei fatti
deve riconoscere come a una concezione della vita che si attenga unicamente al loro
lato esteriore non siano più accessibili, alla fine, se non rappresentazioni che coi fatti
stessi non hanno più nulla a che fare. I pensieri dominanti si sono attenuti
“praticamente” ai fatti per tanto tempo che, in ultimo, non hanno avuto più la minima
somiglianza con essi. A questo riguardo, la presente catastrofe mondiale potrebbe
essere per molti una severa educatrice. Infatti: che cosa pensavano che sarebbe potuto
avvenire? E che cosa è avvenuto in realtà? Dovrebbe accadere lo stesso anche per il
pensiero sociale?
14. Mi sembra già di sentire anche l’obiezione che il seguace della concezione
socialista farà, partendo dalla sua disposizione d’animo: “Ecco un altro che vorrebbe
far deviare il vero nocciolo della questione sociale sopra un binario sul quale il
borghese crede di poter viaggiare comodamente!”. Ma quel socialista non vede che,
se il destino lo ha condotto alla vita proletaria, egli cerca però di destreggiarsi in essa
mediante un modo di pensare che gli è stato trasmesso in eredità proprio dalle classi

26

“dirigenti”. Egli vive da proletario, ma pensa da borghese. Ora i nuovi tempi esigono
non solo che ci si orienti in una vita nuova, ma anche in un ordine di pensieri nuovi.
Il modo di pensare scientifico potrà diventare un sostegno per la vita soltanto sé, per
la formazione di un contenuto interiore veramente umano, saprà sviluppare alla sua
maniera un’energia propulsiva altrettanto forte di quella che, alla loro maniera, hanno
sviluppato le concezioni antiche.
15. Con ciò è indicata la via che conduce a scoprire il vero aspetto di uno degli
elementi del movimento proletario moderno. In fin dei conti si sente sorgere
dall’anima proletaria la convinzione: io aspiro alla vita spirituale. Ma questa vita
spirituale è ideologia, è soltanto quel che nell’uomo si rispecchia dei processi
esteriori del mondo; non deriva da un mondo spirituale speciale. Quel che l’antica
vita spirituale è divenuta nel trapasso ai tempi nuovi è sentito, dalla concezione
proletaria, come un’ideologia. E chi vuol comprendere lo stato d’animo del
proletario, che poi si estrinseca nelle attuali rivendicazioni sociali, deve essere in
grado di comprendere quali effetti possa produrre l’opinione che la vita spirituale sia
un’ideologia. Si potrà obiettare: “Ma che cosa sa il proletario di media levatura di
questa opinione perturbatrice che si agita nelle teste più o meno istruite dei suoi
capi?”. Chi dice così parla, e anche agisce, senza tener conto delle vere realtà della
vita. Non sa che cosa si sia svolto nella vita proletaria degli ultimi decenni; non sa
quali fili corrano dalla credenza che la vita spirituale sia un’ideologia alle esigenze e
alle azioni del socialista radicale, che ritiene “ignorante”, e anche alle azioni di coloro
che per oscuri impulsi “fanno la rivoluzione”.
16. Il tragico errore dell’incomprensione delle rivendicazioni sociali contemporanee
sta nel fatto che in molti ambienti non si ha il minimo senso di quel che affiora ora
alla superficie della vita negli animi di larghe masse umane, e che si è incapaci di
vedere quanto avviene veramente nell’intimo degli uomini. Pieno di paura, il nonproletario tende l’orecchio alle rivendicazioni che salgono dal proletariato, e sente
proclamare che “solo con la socializzazione dei mezzi di produzione esso potrà
conseguire un’esistenza degna di un essere umano”. Ma non sa formarsi una
rappresentazione del fatto che, nel trapasso dal vecchio al nuovo tempo, la sua classe
non solo ha chiamato il proletario a lavorare con mezzi di produzione non suoi, ma
non ha nemmeno saputo aggiungere al suo lavoro qualcosa che potesse dargli un
sostegno per l’attività interiore. Chi, nel modo che abbiamo accennato più sopra,
trascura, sia nella conoscenza, sia nell’azione, di tener conto delle vere realtà della
vita, potrà obiettare: “Ma, infine, il proletario, non vuol altro, che pervenire a una
posizione sociale pari a quella delle classi dirigenti! Che c’entra qui la questione
dell’attività interiore?” Persino al proletario stesso verrà fatto di dire: “Dalle altre
classi io non voglio nulla per la mia attività interiore; chiedo solo che sia loro
impedito di sfruttarmi più oltre; voglio che le attuali differenze di classe
scompaiano!” Tali discorsi non toccano però l’essenza della questione sociale; nulla
rivelano del suo vero aspetto. Infatti, nell’attività interiore della popolazione
lavoratrice, una coscienza che dalle classi dirigenti avesse ereditato un vero contenuto

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spirituale, proclamerebbe le rivendicazioni sociali in tutt’altro modo da come lo fa il
proletariato moderno che nella vita spirituale ereditata non può veder altro, che
un’ideologia. Questo proletariato è convinto del carattere ideologico della vita
spirituale, ma appunto a causa di questa sua convinzione diventa sempre più infelice.
E gli effetti di questa infelicità della sua attività interiore, di cui egli non è cosciente,
pur soffrendone intensamente, hanno per la situazione sociale del nostro tempo un
peso infinitamente più importante di tutte le rivendicazioni, pur giustificate nel loro
genere, che riguardano il miglioramento delle condizioni materiali della vita.
17. Le classi dirigenti non riconoscono se stesse come autrici di quella concezione di
lotta continua che ora nel proletariato si trovano di fronte. Eppure proprio in loro è la
causa di quell’atteggiamento, perché della loro vita spirituale hanno saputo
trasmettere al proletariato solo qualcosa che esso deve sentire come semplice
ideologia.
18. Quel che da’ al movimento sociale contemporaneo la sua impronta essenziale non
è la richiesta di un mutamento nelle condizioni di vita d’una classe, sebbene ciò ne
sia l’elemento più ovvio, bensì il modo in cui, dagli impulsi di pensiero di questa
classe, la richiesta del cambiamento è tradotta in realtà. Si osservino
pregiudicatamente i fatti da questo punto di vista, e si vedrà come certe personalità,
che pure vogliono tenere il loro pensiero nella stessa direzione degli impulsi proletari,
sorridano quando si accenna a voler contribuire alla soluzione della questione sociale
per mezzo di questo o quel provvedimento d’ordine spirituale. Esse ne sorridono
come di un’ideologia, d’una teoria astratta. Pensano che dal campo del pensiero, dalla
vita solo spirituale, non si potrà mai ricavare un contributo efficace per risolvere le
scottanti questioni sociali del nostro tempo. Eppure, se si guarda meglio, s’impone il
fatto che il nerbo, il vero impulso causale dell’attuale agitazione proletaria non sta in
quel che il proletario d’oggi dice, ma nei suoi pensieri.
19. Il movimento proletario moderno, come forse mai nessun altro movimento del
genere, si palesa, a chi l’osservi fino in fondo, scaturito da pensieri. Io non lo
asserisco come una opinione maturata solo dalla riflessione sul movimento sociale,
ma dall’esperienza. Se mi è lecito inserire qui una osservazione personale, voglio
ricordare che per anni ho insegnato materie varie in una scuola di coltura operaia, a
operai proletari; e durante questo insegnamento credo d’aver imparato a conoscere
quel che urge e si fa sentire nell’attività interiore del proletario moderno. Ho avuto
anche occasione di seguire da vicino quel che fermenta tra le maestranze delle varie
categorie di operai e negli artigiani. Perciò non parlo dal punto di vista di
supposizioni teoriche, ma esprimo quanto credo di essermi conquistato nella vita
attraverso una vera esperienza.
20. Chi ha imparato a conoscere il movimento operaio moderno (cosa purtroppo
alquanto rara fra i dirigenti intellettuali) là, dove questo è promosso da operai, sa di
che grave portata sia appunto il fatto che una certa tendenza di pensiero abbia

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afferrato con la massima intensità gli animi di un gran numero di persone. Se oggi è
tanto difficile prendere posizione di fronte ai problemi sociali, ciò è dovuto alla
troppo scarsa possibilità di comprensione reciproca delle diverse classi. Quelle
borghesi hanno molta difficoltà a penetrare nell’attività interiore del proletario, a
comprendere come nella sua ancora nuova intelligenza sia riuscita a penetrare
un’ideazione che, come quella di Karl Marx - comunque si voglia valutare il suo
contenuto - pone al pensiero esigenze sommamente ardue.
21. Certo, il sistema di pensiero di Karl Marx può essere accettato o respinto, con
ragioni che possono sembrare altrettanto buone in un caso come nell’altro, e ha
potuto essere sottoposto ad una revisione da parte di coloro che, dopo la morte di
Marx e del suo amico Engels, considerarono la vita sociale da un punto di vista
diverso. Non voglio affatto entrare nel merito di questo sistema che non mi pare
l’essenziale nel movimento proletario moderno. Più importante mi pare il fatto che
nel mondo dei lavoratori agisca un sistema di pensiero come impulso di suprema
potenza. Si può dire: Mai prima d’ora un movimento con intenti pratici come questo
movimento proletario moderno, un movimento per la rivendicazione delle più comuni
esigenze della vita umana, poggiò così, quasi esclusivamente, su una base puramente
ideativa. Si può persino affermare che, tra le agitazioni del genere, questa è la prima
che si sia collocata sopra una base puramente scientifica. Ma un tal fatto deve essere
giustamente considerato. Se si guarda a tutto quello che il proletario moderno può
formulare coscientemente, come programma, sulle sue intenzioni, sulla sua volontà, e
sul suo sentimento, ad un’indagine approfondita ciò non appare assolutamente come
l’elemento di maggiore importanza.
22. Veramente importante deve invece apparire il fatto che nel sentire del proletario è
divenuto decisivo per la totalità dell’uomo ciò che nelle altre classi è radice solo di
una singola parte della vita dell’attività interiore: la base di pensiero della concezione
della vita. Ciò che nel proletario è in tal modo una realtà interiore egli non può
confessarlo coscientemente. Né lo trattiene il fatto che la vita del pensiero gli è stata
trasmessa come semplice ideologia. Egli, dunque, costruisce la sua vita su dei
pensieri; eppure sente i pensieri come un’ideologia astratta. Non si può comprendere
la concezione proletaria della vita e la sua realizzazione attraverso le azioni dei suoi
rappresentanti, se non s’intende questo fatto in tutta la sua importanza
nell’evoluzione dell’umanità moderna.
23. Dalla descrizione qui abbozzata della vita spirituale del proletario moderno, si
può riconoscere che nella rappresentazione del vero aspetto del movimento sociale
essa deve occupare il primo posto. Poiché nel modo in cui il proletario sente le cause
della situazione sociale che lo scontenta e agisce per eliminarle, è essenziale il fatto
che il suo sentire e il suo agire ricevono le direttive dalla vita spirituale. Eppure,
presentemente, egli non può far altro che respingere con derisione o collera l’idea che
in queste basi spirituali del movimento sociale risieda una forza propulsiva di grande
importanza. Come potrebbe infatti riconoscere che la vita spirituale ha un potere

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propulsivo, dal momento che deve sentirla come un’ideologia? Da una vita
spirituale sentita in tal modo non ci si può aspettare l’indicazione d’una via d’uscita
da una posizione sociale che non si vuole sopportare più oltre. Per i1 proletario
moderno che ha un modo di pensare orientato dalla scienza, non solo la scienza
stessa, ma l’arte, la religione, la morale, il diritto sono diventati elementi
dell’ideologia umana. In quel che vive in questi rami della vita spirituale egli non
vede nessuna realtà che prorompa nella sua esistenza, e abbia il potere di
aggiungervi qualche elemento nuovo; per lui non contengono altro che riflessi e
immagini della vita materiale. Anche se una volta generati reagiscano
indirettamente sulla vita umana, improntandola, sia attraverso le rappresentazioni, sia
attraverso gli impulsi volitivi, nondimeno originariamente sorgono però da questa
vita come strutture ideologiche. Quindi non essi, di per sé, possono offrire
qualcosa che conduca a superare le difficoltà sociali; solo nell’ambito dei fatti
materiali stessi può sorgere quel che conduce alla meta.
24. La vita spirituale moderna è stata trasmessa dalle classi dirigenti
dell’umanità al proletariato in una forma che, per la coscienza di questo, ne
distrugge la forza. Questo si deve comprendere anzi tutto quando si pensa alle
forze capaci di risolvere la questione sociale. Se questo fatto perdurasse e agisse
più oltre, la vita spirituale dell’umanità dovrebbe vedersi condannata
all’impotenza di fronte alle esigenze sociali presenti e future. Di tale impotenza è
in realtà persuasa una gran parte del proletariato moderno; e ciò si sente
espresso nelle fedi marxiste e simili. Si dice: “La vita economica moderna si è
sviluppata dalle sue forme antecedenti quella attuale del capitalismo. Tale sviluppo
ha posto il proletariato in una posizione insostenibile di fronte al capitale. Lo
sviluppo proseguirà ancora; ucciderà il capitale con le forze stesse che in esso
operano, e dalla morte del capitalismo verrà la liberazione del proletariato”. Dai
pensatori socialisti più recenti questa convinzione è stata spogliata del carattere
fatalistico, che aveva assunto per una certa cerchia di marxisti; ma l’essenziale è
rimasto anche qui; e ne risulta che a nessuno che voglia pensare da autentico
socialista verrà in mente di dire, ad esempio: “se in qualche luogo, ricavata dagli
impulsi del tempo e radicata in una realtà spirituale, si manifesterà una vita interiore
che sia per gli uomini un sostegno, da essa potrà irradiare la forza adatta a dare il
giusto impulso anche al movimento sociale”.
25. Il fatto che oggi l’uomo costretto a condurre vita proletaria non possa attendersi
questo dalla vita spirituale contemporanea, è quello che da’ alla sua attività interiore
l’intonazione fondamentale. Egli ha bisogno di una vita spirituale che generi una
forza capace di conferire alla sua interiore attività il senso della sua propria
dignità di essere umano, perché impigliandosi nell’economia capitalistica
moderna, i suoi bisogni interiori più profondi s’indirizzarono verso la vita
spirituale ma la vita spirituale che gli fu trasmessa come ideologia dalle classi
dirigenti gli vuotò l’anima. E questo è ciò che imprime all’attuale movimento
sociale la forza direttiva: che nelle esigenze del proletariato moderno agisce

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l’aspirazione a una connessione con la vita dello spirito del tutto diversa da
quella che gli può dare l’ordinamento sociale presente. Questo fatto però non è
giustamente compreso, né dalla parte proletaria dell’umanità, né da quella nonproletaria, dato che quest’ultima non soffre dell’impronta ideologica della
moderna vita dello spirito che essa stessa ha causato. La parte proletaria invece
ne soffre; e questa impronta ideologica della vita spirituale che ha ricevuto in
eredità, le ruba ogni fede nella forza sostenitrice dei valori spirituali come tali.
Dipenderà dalla giusta comprensione di questo fatto se si saprà o no trovare una
via d’uscita dall’attuale confusione sociale dell’umanità. L’ordinamento sociale
stabilitosi col sorgere della nuova forma economica sotto l’influsso delle classi
dirigenti ha chiuso l’accesso a questa via. SI DOVRÀ CONQUISTARE LA
FORZA PER RIAPRIRLO.
26. In questo campo si arriverà a trasformare ciò che si pensa attualmente se si
imparerà a sentire nel modo giusto tutta l’importanza del fatto che a una
convivenza sociale in cui la vita dello spirito agisca come ideologia manca una
delle forze che rendono vitale l’organismo sociale. Il nostro è reso malato
dall’impotenza della vita spirituale; e la malattia è peggiorata dalla repulsione
che si ha a riconoscerne l’esistenza. Se invece la si riconoscerà, si acquisterà una
base sulla quale poter sviluppare un modo di pensare adeguato al movimento
sociale.
27. Oggi, quando il proletario parla della sua coscienza di classe, crede di
toccare una forza fondamentale della sua attività interiore. Ma la verità è che,
da quando è stato impigliato nell’ordinamento economico capitalistico, cerca
una vita spirituale che possa sostenergli l’attività interiore, e dargli la coscienza
della sua dignità umana, mentre la vita spirituale, sentita come ideologia, non è
in grado di conferirgliela. Di questa coscienza andava in cerca, e con la coscienza
di classe nata dalla vita economica ha surrogato quel che non poteva trovare.
28. Il suo sguardo è stato avvinto esclusivamente dalla vita economica, come da una
potente forza suggestiva. Ed ora non crede più che possa esservi, all’infuori di quella,
l’impulso di qualcosa di animico o di spirituale capace di produrre quel che
necessariamente dovrebbe accadere nel campo sociale. Crede che possa prodursi tale
condizione dignitosa esclusivamente dallo sviluppo della vita economica, avulsa da
ogni elemento animico o spirituale. In tal modo fu spinto a cercare la salvezza
solamente in una trasformazione della vita economica. Fu spinto a pensare che con la
semplice trasformazione della vita economica sarebbero scomparsi tutti i danni
derivanti dall’impresa privata, dall’egoismo del singolo datore di lavoro, e
dall’impossibilità in cui questo singolo datore di lavoro si trova, di rendere giustizia
alle aspirazioni di dignità umana che vivono nel lavoratore. Così il proletario
moderno è arrivato a vedere l’unica salvezza possibile per l’organismo sociale nel
passaggio di ogni possesso privato dei mezzi di produzione all’azienda socializzata, o
addirittura alla proprietà comune. Una tale opinione è il risultato dell’avere in certo

31

modo distolto lo sguardo da tutto ciò che è attività interiore e spirito per rivolgerlo
esclusivamente al mero processo economico.
29. Da ciò derivarono tutti i contrasti insiti nel movimento proletario moderno. Il
proletario d’oggi crede che dall’economia, dalla vita economica stessa, debba
derivare tutto ciò che alla fine, gli conferirà i suoi pieni diritti umani. Per questi egli
combatte. Se non che, in seno al suo sforzo, si palesa qualcosa che mai potrebbe
derivare come conseguenza della sola vita economica. È il fatto eloquente,
importantissimo, che proprio in mezzo ai vari aspetti della questione sociale, dalle
necessità della vita dell’umanità presente, sorge qualcosa che si crede derivato dalla
vita economica stessa, ma che mai potrebbe, in realtà, derivare solamente da essa,
mentre giace invece sul diretto binario che dall’antica schiavitù conduce, attraverso
alla servitù della gleba dell’epoca feudale, su su fino al proletariato moderno.
Comunque si siano oggi configurati la circolazione delle merci e del denaro, il
capitale, la proprietà, i problemi dei fondi terrieri ecc., in seno a questa vita moderna
è venuto formandosi qualcosa che non viene chiaramente espresso in parole, né
coscientemente sentito dal proletario moderno, ma che è il vero e proprio impulso
fondamentale del suo volere sociale. Si tratta di questo: che, in ultima analisi il
moderno ordinamento economico capitalistico, non conosce, nel suo campo,
null’altro che merci, e la formazione dei valori di queste merci; e che, nell’organismo
capitalistico, dei nostri tempi, è diventato merce anche un fattore del quale il
proletario d’oggi ha il sentimento che merce non può e non deve essere.
30. Quando una volta si comprenderà tutto l’orrore che, come uno degli impulsi
fondamentali del movimento sociale proletario moderno, vive negli istinti, nei
sentimenti subcoscienti dell’operaio d’oggi, per dover vendere la sua energia di
lavoro all’imprenditore come si vendono le merci sul mercato, e perché, sul mercato
della mano d’opera, la sua energia di lavoro si contratti, secondo la domanda e
l’offerta, come le merci del mercato; quando si scoprirà quale importanza abbia nel
movimento sociale questa esecrazione per il lavoro ridotto a merce; e, senza
preconcetti, si riconosca che quanto è qui in gioco non viene espresso abbastanza
energicamente e radicalmente nemmeno dalle teorie socialiste, allora, in aggiunta al
primo impulso, cioè alla vita spirituale sentita come ideologia, si sarà trovato il
secondo, del quale si può dire che rende oggi la questione sociale imperiosa, anzi
addirittura scottante.
31. Nell’antichità c’erano gli schiavi. L’uomo intero veniva venduto al pari di una
merce. Qualcosa di meno, ma pur sempre una parte dell’essere umano stesso,
s’incorporava nel processo economico mediante la servitù della gleba. Il capitalismo
è divenuto il potere che imprime ancora il carattere di merce a una parte dell’essere
umano: all’energia di lavoro. Non voglio dire che ciò non sia stato, osservato. Al
contrario: nella vita sociale contemporanea lo si è sentito come un fatto di
fondamentale importanza, di somma portata per il movimento sociale moderno; solo
che nel considerarlo si dirige lo sguardo unicamente alla vita economica. Del

32

carattere di merce dato al lavoro umano, si fa una semplice questione economica, e si
crede che dalla stessa vita economica debbano scaturire le forze che valgano a creare
una condizione per la quale il proletario non possa più sentire, come indegna di sé,
l’incorporazione della sua energia di lavoro entro l’organismo sociale. Si vede come
la moderna forma dell’economia sia sorta nella vita storica dell’umanità; si vede
anche come questa forma dell’economia abbia impresso al lavoro umano il carattere
di merce; ma non si vede che è una caratteristica della vita economica stessa quella di
dare, a tutto ciò che vi si incorpora, il carattere di merce. La vita economica consiste
infatti nella produzione e nell’adeguato consumo di merci. Perciò non è possibile
togliere al lavoro umano il carattere di merce, se non si trova la possibilità di
svincolarlo dal processo economico. Gli sforzi non devono esser diretti a trasformare
il processo economico in modo che in esso l’energia del lavoro umano venga difesa,
bensì a risolvere il problema: come riuscire a svincolare dal processo economico
questa energia di lavoro, affinché essa venga regolata da altre forze sociali che le
tolgano il carattere di merce? Il proletario anela a una vita economica in cui il suo
lavoro assuma il posto che gli compete. Vi anela perché non vede che il carattere di
merce della sua energia di lavoro deriva appunto dall’esser egli interamente
impigliato nel processo economico. Pel fatto di dover dare al processo economico, la
sua forza-lavoro, egli vi resta aggiogato con tutta la sua persona. Il processo
economico tende, proprio in ragione delle sue essenziali caratteristiche, a consumare
la forza-lavoro nel modo più utilitario, come fa appunto con le merci; e questa
tendenza continuerà sempre finché la regolazione del lavoro verrà lasciata
all’economia. Quasi ipnotizzati dalla potenza della vita economica moderna, si fissa
lo sguardo soltanto su ciò che agisce in essa. In questa direzione non si riuscirà mai a
fare in modo che la forza-lavoro non abbia più bisogno di essere una merce, dato che
un’altra forma di economia non farà che renderla merce in un’altra maniera. La
questione del lavoro, nel suo vero aspetto, non si potrà mai giustamente inserire nella
questione sociale finché non si vedrà come, nella vita economica, la produzione, lo
scambio e il consumo di merci si svolgano secondo leggi che vengono determinate da
interessi, ai quali non è lecito estendere il proprio dominio alla forza-lavoro.
32. Il pensiero moderno non ha imparato a scindere tra loro i modi completamente
diversi in cui, da un lato, s’inserisce nella vita economica quel che come energia di
lavoro è legato all’uomo, e, dall’altro, quel che, secondo la sua origine,
indipendentemente dall’uomo, segue le vie che la merce deve prendere dalla
produzione al consumo. Se a un sano modo di pensare, orientato in questa direzione,
si mostrerà da un lato il vero aspetto del problema del lavoro, gli si paleserà pure,
dall’altro, quale posizione debba assumere la vita economica in un sano organismo
sociale.
33. Già da quanto precede emerge come la “questione sociale” si articoli in tre
questioni speciali: dalla prima dovrà essere indicata la forma sana della vita
spirituale entro l’organismo sociale; dalla seconda dovrà essere indicata la
posizione del lavoro giustamente incorporato nella vita collettiva; e come terza

33

questione potrà risultare il modo come in questa vita sociale dovrà operare
l’economia.

34

2. TENTATIVI PER RISOLVERE SECONDO REALTÀ LE QUESTIONI E NECESSITÀ
SOCIALI IMPOSTE DALLA VITA
Presentazione del curatore - In “Tentativi per risolvere secondo realtà le questioni e necessità
sociali imposte dalla vita”, secondo capitolo de “I punti essenziali della questione sociale”, sono
mostrate le possibilità dinamiche del sano sviluppo dell’organismo sociale, in base alla similitudine
con quelle della triplice organizzazione dell’organismo umano, studiate secondo i criteri usati nelle
scienze naturali, come risulta nel libro “Enigmi dell’anima”, scritto da Steiner dopo trent’anni di
osservazioni fisiologiche, psicologiche e sociologiche. Se per esempio ci si chiede come si mantiene
lo Stato di diritto, cioè lo Stato politico, entro la triarticolazione sociale nella quale coesistono gli
altri due “Stati”, lo stato economico e lo stato culturale (o spirituale, o immateriale, che dir si
voglia), la risposta è la seguente. Così come nell’organismo umano sano il mantenimento della
funzionalità cardiaca risulta dall’armonia fra sistema respiratorio, sistema nervoso e sistema
metabolico, in modo che non vi siano interferenze di un sistema sull’altro, allo stesso modo
nell’organismo sociale triarticolato, il mantenimento dello Stato politico è fornito da un “diritto
d’imposta” risultante dall’armonizzazione delle esigenze della vita giuridica con quelle della vita
economica. Questa armonia è possibile, così come è contemplabile nella libera vita culturale la vita
umana nei suoi tre sistemi vitali nonostante siano essenzialmente diversi fra loro. Fuori da questa
armonia, perfino il trinomio “liberté, égalité, fraternité” della rivoluzione francese, risulta
impossibile perché in contraddizione tale da non potersi mai attuare.
Il fatto che tale triade non si sia mai realizzata e che ci troviamo continuamente in crisi mondiali
irrisolvibili dimostra in modo inequivocabile che ogni rivoluzione cruenta è incapace di attuare ciò
che si propone, e che ogni tentativo per risolvere questioni e necessità sociali imposte dalla vita non
può che risultare fallimentare se non si riesce a farlo poggiare sulla realtà di ciò che è vivente.
Lo stesso può essere detto del cattolicesimo, generatore di cattolici che mai diventano cristiani. Se
esistesse oggi un cristianesimo reale o se vi fosse nella storia un minimo aspetto di esso, non vi
sarebbero stati nella storia massacri di infedeli da parte della chiesa cattolica (cfr. la pag.: “Il
primato dello sterminio appartiene alla chiesa cattolica“), né tanto meno gli attuali massacri di
“cristiani”. Anzi, se vi fosse un po’ di cristianesimo non vi sarebbero “Santi Padri” (“non chiamate
nessuno Padre”, Mt 23,9), né la chiesa cattolica stessa materialisticamente ingessata nel suo
“tempio” materiale, dato che il vero “tempio” dovrebbe essere il corpo di ognuno (Gv 2,21), e che
del tempio materiale non sarebbe dovuto restare in piedi una pietra (Mt 24,2; Mc 13,2; Lc 19,44;
21,6). Ecco perché anche l’odierna “crisi delle vocazioni religiose” non è segno di mancanza di
spirito ma di sua presenza. E lo spirito è santo nella misura in cui, essendo sano, libera
scientificamente dall’ipocrisia tutta la vita religiosa degli esseri umani. Ed ecco perché: “la vita
religiosa dell’umanità moderna, in unione con tutta la vita spirituale liberata, svilupperà la sua forza
sostenitrice per l’anima umana” (vedi più avanti al §38).
Se osserviamo il secolo che precede la nostra era ci accorgiamo di essere rimasti indietro di duemila
anni, intorpiditi e instupiditi dal “religionismo” o da ideologie politiche o scientistico-materialiste,
che sono altre forme di creduloneria. Già Marco Tullio Cicerone (106 - 43 a.C.) aveva denunciato
nelle sue “Orazioni” gli eccessi del sistema romano di esazione fiscale. L’esazione era affidata
come oggi a personaggi privi di scrupoli. E come si protestava duemila anni fa, così si fa anche oggi
con pseudo rivolte contenute stavolta nel televisore in giornaliere trasmissioni serali e spettacolari
del tutto improduttive, dato che siamo ancora fermi a problemi irrisolti di tassazione, esattamente
come allora. Quando, ad es., l’imperatore Vespasiano (9 - 79), alle prese coi soliti problemi di
bilancio, decide di applicare la tassa anche sulla raccolta delle urine (utilizzata per tingere le stoffe,
dato il suo contenuto di ammoniaca) c’è in Roma una mezza rivolta e i romani bollano l’imperatore
chiamando col suo nome gli orinatoi pubblici. La rivolta ha portato a questa ripicca, anche se oggi
sono in pochi a sapere del “vespasiano”. Altro esempio risalente ad un secolo prima: grazie a Gaio
Licinio Verre (ca. 120 - 43 a.C.) il diritto romano, il cosiddetto “civis romanus”, è ancora oggi
considerato una specie di brodo di maiale - come dall’antico gioco di parole “giustizia di Verre” in
cui Verre è appunto il verro o il porco, andato a male. Anche questo fatto sembra sconosciuto per la

35

scuola dell’obbligo o per la “cultura di Stato”: nel 70 a.C. si celebrò uno dei processi più clamorosi
dell’intera storia della giurisprudenza. Il politico Verre, governatore propretore della Sicilia dal 73
al 71, fu accusato dai siciliani di aver manovrato a suo piacimento il sistema degli appalti e la
giustizia, di aver razziato opere d’arte, e di avere imposto tributi esorbitanti fino a ridurli in miseria.
Dalla parte di Verre si schierarono Ortensio Ortalo Quinto, elegante e incontrastato principe del
foro, e l’intero ordine senatorio; i siciliani assunsero Cicerone che era allora un giovane e ancora
poco conosciuto avvocato. Le seguenti sue parole sembrano quelle di un telegiornale di oggi:
“Scopro, giudici, un sistema di far bottino di questo genere: il governatore, che dovrebbe
acquistare il frumento, invece di acquistarlo, lo vende (165), e storna e incamera tutte le somme
di denaro che dovrebbe versare alle varie città. Tutto ciò non mi sembrava più un semplice furto,
ma una assurdità incredibile: rifiutare come cattivo il frumento delle città e giudicare buono il
proprio; dopo aver giudicato buono il proprio, fissare un prezzo per questo frumento; dopo averlo
fissato pretendere una somma dalle città, e tenersi la somma ricevuta dal popolo romano”
(Cicerone, “Il processo a Verre”, Vol. 2°, traduzione e note di Laura Fiocchi e Dionigi Vottero,
Testo latino a fronte, Ed. BUR, Milano 2004, pagg. 748-749). La nota 165 relativa alla parola
“vende” è inequivocabile: «“Vendat” non va inteso nel senso che Verre effettivamente vendesse il
suo grano alle città, dalle quali invece avrebbe dovuto comprarne. La contrapposizione “non emat
sed vendat” è soltanto un’efficace descrizione della situazione paradossale per cui i coltivatori, a
causa della prepotenza e della disonestà di Verre, da creditori dello Stato romano divenivano
debitori. Bocciando sistematicamente come cattivo il grano che avrebbe dovuto acquistare, e anche
approfittando del fatto che molti coltivatori, spogliati dagli esattori delle decime, non avevano più
grano da vendere, Verre ne pretendeva il valore in denaro, in virtù del suo diritto di acquisto. Con
questo denaro avrebbe dovuto acquistare al mercato libero il quantitativo di grano di buona qualità
che era tenuto a inviare a Roma. Invece, disponendo di tutto il sovrappiù di grano estorto
nell’esazione della decima, si limitava a prelevarne il quantitativo da inviare a Roma come
“frumentum emptum”, e teneva per sé sia le somme pretese dalle città, sia il denaro stanziato dallo
Stato» (ibid.). Ecco perché Cicerone in quel processo dice pure: “L’enormità dei suoi oltraggi è
tale che la gente preferisce subire qualsiasi ritorsione piuttosto che protestare e lamentarsi per la
sua scelleratezza”. Esattamente come oggi, tempo in cui l’unica alternativa all’ingiustizia del
tartassato è il suicidio. Cosa c’è infatti di diverso dai tempi odierni, con Equitalia per esempio?
Verre è diventato il prototipo del tangentocrate incallito e del rapinatore legalizzato. “Si è calcolato
che rubò all’erario romano oltre quaranta milioni di sesterzi e depredò la provincia in modo
scientifico” (C.A. Brioschi, “Breve storia della corruzione dall’età antica ai giorni nostri”. Ed. Tea,
Milano, 2004). Faccio notare che un sesterzio di allora equivaleva al valore odierno di circa 6 euro!
E non si può nemmeno dire che questa fosse un’eccezione o un caso unico, dato che “lo stesso
Cicerone, che aveva un palese interesse nel presentarlo come un caso esemplare di avidità al
potere, affermò al contrario che la sua condotta rappresentava la norma in buona parte
dell’impero romano”. Oltretutto, Plutarco narra che «Verre riuscì a corrompere lo stesso Cicerone,
ottenendo di limitare l’ammenda punitiva a “soli” tre milioni di sesterzi» (ibid.). Più o meno come
oggi, era quindi “normale” che i magistrati si arricchissero grazie alla propria carica. Anche se nel
caso di Verre si racconta che “le tangenti offerte ai giudicanti non furono comunque sufficienti ad
assolvere l’imputato” (ibid.).
Oggi la situazione è peggiorata di molto rispetto a quei tempi, anche perché si è riusciti a persuadere
la gente che è giusto così, e cioè che “democrazia è bello” e che è il massimo bene possibile.
Certamente la democrazia è un bene, ma questo non significa che la nostra democrazia sia benefica
se continua a produrre povertà, suicidi, e schiavitù. “L’attuale tendenza all’astrazione, operante
soprattutto nella vita giuridica dello Stato, porta infatti la gente ad agire in modo totalmente
separato dall’interesse concreto per i vari campi della vita e, soprattutto nel settore della
circolazione dei capitali, in modo addirittura antieconomico” (Cfr. Rudolf Steiner, “Polarità fra
Oriente e Occidente”, 10ª conferenza, Vienna 11/06/1922). Ciò avviene perché nella cosiddetta
economia politica tutto ciò che riguarda la circolazione del capitale (moneta, stampa tipografica

36

della moneta, emissione della moneta, monopolio e monopsonio dell’emissione monetaria, ecc.)
non è studiato “in modo corrispondente alla realtà” (cfr. ibid.). Oggi come ieri i professori di
economia politica, quelli che fanno conoscere agli uomini i concetti economici, sono persone
massimamente sprovvedute: “del tutto senza risorse nei confronti della realtà” (Rudolf Steiner,
“Esigenze sociali dei tempi nuovi”, 11ª conferenza, Dornach 14/12/1918).
Nulla di strano dunque se la logica catallattica (o degli scambi) degli odierni asura del “do ut des”
domina il reticolo mondiale della “normale” corruzione. La storia del sistema in cui viviamo,
testimonia che il sistema di amministrazione romana nelle province e il funzionamento della
giustizia di duemila anni fa sono purtroppo ancora quelli vigenti oggi. Ecco perché l’esigenza
sociale della triarticolazione dei poteri si pone come idea prospettica di risoluzione della questione
sociale finora mai risolta.

II
TENTATIVI PER RISOLVERE SECONDO REALTÀ
LE QUESTIONI E NECESSITÀ SOCIALI IMPOSTE DALLA VITA
1. Quel che di caratteristico ha condotto, nei tempi moderni, appunto alla forma
particolare della questione sociale, può essere espresso cosi: la vita economica
sostenuta dalla tecnica, il capitalismo moderno, hanno agito con una certa necessità
naturale e portato la società contemporanea a un certo ordinamento interiore. Mentre
l’attenzione umana andava concentrandosi sulle conquiste della tecnica e del
capitalismo, essa era distolta da altri campi ed da altri rami dell’organismo sociale.
Ma la coscienza umana deve assegnare anche a questi la loro giusta azione, se si
vuole che l’organismo sociale possa svilupparsi in modo sano.
2. Per esporre chiaramente quel che vuol essere caratterizzato qui come impulso
motore verso un’osservazione esauriente, complessiva della questione sociale, mi sia
lecito prendere le mosse da una similitudine. Ma si tenga presente che questa va
intesa appunto solo come una similitudine, la quale tuttavia può aiutare la nostra
comprensione a mettersi nella direzione necessaria per poterci formare delle
rappresentazioni sul risanamento dell’organismo sociale.
3. Chi da questo punto di vista contempla il più complicato organismo naturale,
l’organismo umano, deve rilevare che esso palesa la sussistenza di tre sistemi,
operanti l’uno accanto all’altro, ciascuno però con una certa autonomia rispetto agli
altri. Questi tre sistemi operanti l’uno accanto all’altro si possono qualificare a un
dipresso come segue. Nell’organismo naturale dell’uomo uno dei tre campi è
costituito da quel sistema che comprende in se la vita dei nervi e degli organi sensori.
Si potrebbe anche chiamarlo organismo della testa, dato che in questa
importantissima parte dell’organismo la vita dei nervi e dei sensi ha, in certo modo, il
suo centro.
4. Come secondo sistema dell’organismo umano va considerato, se si vuole
acquistare una vera comprensione di esso, quello che vorrei chiamare il sistema

37

ritmico, consistente nella respirazione, nella circolazione del sangue, e in tutto quanto
si esprime in processi ritmici dell’organismo umano.
5. Come terzo sistema, va considerato tutto il complesso di organi e di attività
connessi col vero e proprio ricambio della materia.
6. In questi tre sistemi si contiene tutto quanto e necessario, se organizzato con
reciprocità d’azione, al sano funzionamento complessivo dell’organismo umano
(l’articolazione qui intesa non riguarda le parti del corpo spazialmente delimitate, ma
le attività - funzioni - dell’organismo. Il termine “organismo del capo” si può usare in
questo senso solo tenendo presente che nel capo ha il suo centro in prima linea la vita
dei nervi e dei sensi. Naturalmente però esistono nel capo anche le attività del ritmo e
del ricambio, come nelle altre parti esiste l’attività nervo-sensoriale. E nondimeno i
tre generi di attività sono nettamente distinti tra loro nella loro natura essenziale).
7. In pieno accordo con quanto già oggi può dire l’indagine scientifica naturale, ho
tentato di descrivere questa triplice organizzazione dell’essere naturale umano nel
mio libro “Enigmi dell’anima” (l’argomento è trattato nella sesta appendice del libro
citato, intitolata “Le connessioni fisiche e spirituali dell’entità umana”) , [Ed.
elettronica integrale PDF: “Enigmi dell’anima” - ndc], per ora molto sommariamente.
Sono certo che la biologia, la fisiologia e tutta la scienza naturale concernente
l’uomo, saranno portate a riconoscere, in un futuro molto prossimo, come questi tre
sistemi: della testa, della circolazione (o del petto) e del ricambio, mantengano il
funzionamento generale dell’organismo umano perché operano con una certa
autonomia, senza che vi sia un assoluto accentramento nell’organismo umano; e
perché ciascuno di questi tre sistemi abbia un rapporto speciale, per se stante, col
mondo esterno; il sistema della testa, per mezzo degli organi di senso; il sistema della
circolazione o ritmico, per mezzo della respirazione; e, il sistema del ricambio
mediante gli organi della nutrizione e del movimento.
8. I metodi delle scienze naturali non sono ancora abbastanza avanzati da portare a un
riconoscimento generale, anche negli ambienti scientifici, nella misura che sarebbe
desiderabile per il progresso della conoscenza, quanto ho qui accennato e che,
partendo dai fondamenti scientifico spirituali, ho cercato di applicare alle scienze
naturali. Ciò significa, però, che le nostre abitudini di pensiero, tutto il nostro modo
di rappresentarci il mondo, non sono ancora interamente adeguati a quanto, ad
esempio, nell’organismo umano si presenta come l’intima essenza, dell’opera, di
natura. Si potrebbe rispondere: “Ebbene, la scienza naturale può attendere! Essa si
avvicinerà a poco a poco ai suoi ideali e arriverà anche a riconoscere e ad
appropriarsi una tale maniera d’indagine”. Ma riguardo alla considerazione, e
specialmente all’azione, dell’organismo sociale non si può aspettare.
In questo campo occorre che non soltanto in qualche specialista, ma in ogni attività
interiore umana (poiché ogni attività interiore umana partecipa all’attività proorganismo sociale), esista almeno una conoscenza istintiva di ciò che ad esso è

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necessario. Un sano pensare e sentire, un sano desiderare e volere rispetto all’assetto
dell’organismo sociale, può svolgersi soltanto se ci si renda chiaramente conto, sia
pure in modo più o meno istintivo, che questo organismo, affinché possa essere sano,
va articolato in tre sistemi al pari dell’organismo umano naturale.
9. Orbene, da quando Schäffle ha scritto il suo libro sulla struttura dell’organismo
sociale si è tentato di ricercare delle analogie fra l’organizzazione di un essere
naturale, diciamo, dell’uomo, e la società umana come tale. Si è voluto stabilire che
cosa sia, nell’organismo sociale, la cellula, che cosa l’aggregato di cellule, i tessuti
ecc. È comparso anzi di recente un libro di Merey, “Weltmutation”, nel quale certe
leggi e certi fenomeni naturali sono semplicemente applicati all’organismo della
società umana. Quanto qui si vuole esporre non ha assolutamente nulla a che fare con
un simile giocherellare con le analogie. E chi credesse che anche in questa trattazione
ci si voglia baloccare in tal modo con delle analogie tra l’organismo naturale e quello
sociale, mostrerebbe soltanto di non essere penetrato nello spirito di quel che si è
inteso dire. Poiché qui, lungi dal voler trapiantare nell’organismo sociale qualche
verità inerente a fatti scientifici, si vuole una cosa del tutto diversa, e cioè che dallo
studio dell’organismo naturale il pensare ed il sentire umani imparino ad avvertire ciò
che ha possibilità di vita, per poi essere in grado di applicare questo modo di sentire
all’organismo sociale. Se, come spesso accade, si trasporta semplicemente
nell’organismo sociale quanto si crede di aver imparato nei riguardi dell’organismo
naturale, si dimostra soltanto di non volersi conquistare da sé e indipendentemente la
capacità di considerare l’organismo sociale investigando le sue proprie leggi, come si
sa di dover fare per comprendere l’organismo naturale. Dal momento in cui, come lo
scienziato della natura studia l’organismo naturale, ci si ponga obiettivamente e
autonomamente di fronte all’organismo per scoprire le sue proprie leggi particolari,
ogni gioco di analogie cessa di fronte alla serietà dell’osservazione.
10. Si potrebbe anche pensare che a base di questa nostra concezione stia la credenza
che l’organismo sociale debba essere “costruito” secondo un’astratta teoria copiata
dalla scienza naturale. Ma ciò è quanto mai lontano dalla verità. A tutt’altro s’intende
accennare. La crisi storica attuale dell’umanità esige che in ogni singolo individuo
umano nascano certi sentimenti, e che lo stimolo a questi sentimenti sia dato
dall’educazione e dalla scuola allo stesso modo in cui si insegnano le quattro
operazioni aritmetiche. In avvenire ciò che produsse inconsapevolmente le vecchie
forme di organismo sociale, non sarà più valido. Fra gli impulsi evolutivi che d’ora in
avanti vogliono entrare come elementi nuovi nella vita umana vi è questo: che i detti
sentimenti siano richiesti da ogni singolo individuo allo stesso modo in cui da tempo
si richiede un certo grado d’istruzione. Ciò che d’ora in poi si esigerà dagli uomini è
che imparino a sentire sanamente come devono operare le forze dell’organismo
sociale, affinché questo si dimostri vitale. Si dovrà acquisire il sentimento che il voler
prender posto in questo organismo senza tali sentimenti è insano, è antisociale.

39

11. Si sente dire oggi che la “socializzazione” è una necessità dei tempi. Ma la
socializzazione non sarà un processo di risanamento, bensì una cura ciarlatanesca e
magari anche un processo distruttivo per l’organismo sociale, se non si richiama nel
cuore e nell’anima degli uomini la conoscenza, almeno istintiva, della necessità della
triarticolazione dell’organismo sociale. Questo, se deve operare sanamente, deve
sviluppare in sé tre strutture diverse, secondo le leggi che sono proprie a ciascuna.
12. Una di queste è la vita economica, Cominciamo da questa perché è evidente che
con la tecnica e il capitalismo essa si è fatta predominante in tutta la moderna società
umana. La vita economica deve essere nell’organismo sociale una struttura
relativamente autonoma, come lo è il sistema neurosensoriale nell’organismo
umano. La vita economica comprende tutto quel che riguarda la produzione, la
circolazione e il consumo delle merci.
13. Come seconda struttura dell’organismo sociale va considerata la vita del diritto
pubblico, la vita politica, quella che nel senso dell’antico Stato politico, poteva essere
designata come la vera e propria vita statale.Mentre la vita economica comprende
tutto quanto l’uomo ricava dalla natura e dalla propria produzione, cioè le merci, la
loro circolazione ed il loro consumo, questa seconda struttura dell’organismo sociale
può abbracciare soltanto quel che sorge da substrati puramente umani e riguarda i
rapporti tra uomo e uomo. Per la conoscenza delle tre strutture dell’organismo sociale
è essenziale approfondire la differenza tra il sistema del diritto pubblico, che può
contemplare solo relazioni tra uomo e uomo poggianti su profondi sostrati umani, ed
il sistema economico che ha solo a che fare con la produzione, la circolazione e il
consumo di merci. Nella vita occorre fare questa distinzione col sentimento affinché,
come conseguenza, la vita economica si scinda da quella politica, così come
nell’organismo naturale dell’uomo l’attività polmonare d’inspirazione ed espirazione
dell’aria esterna si scinde dai processi della vita neurosensoriale.
14. Come terza struttura che, altrettanto autonoma, va posta accanto alle altre due,
occorre comprendere nell’organismo sociale quel che riguarda la vita spirituale; o
meglio, dato che forse l’espressione “vita spirituale” o tutto quanto vi si riferisce non
è mai molto preciso: tutto quanto poggia sulle doti naturali del singolo individuo
umano, e che deve entrare nell’organismo sociale sulle basi di tali sue facoltà
naturali, sia spirituali, che fisiche. La prima struttura, il sistema economico, ha a che
fare con tutto quel che deve esistere affinché l’uomo possa regolare il rapporto della
sua vita materiale col mondo esterno. La seconda struttura ha a che fare con quel che
deve esistere nell’organismo sociale per regolare i rapporti tra uomo e uomo. La terza
struttura ha a che fare con quel che deve germogliare da ogni singola individualità
umana per poi inserirsi nell’organismo sociale.
15. Come è vero che la tecnica moderna e il moderno capitalismo hanno dato
l’impronta alla nostra vita sociale, così è necessario che le ferite ad essa inferte da
quella parte siano risanate col mettere l’uomo e la vita collettiva umana in un giusto

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rapporto con le tre strutture dell’organismo sociale. Ai nostri tempi la vita economica
ha, semplicemente per forza propria, preso forme ben determinate. Per la sua attività
unilaterale si è inserita nella vita umana con una potenza tutta speciale. Le altre due
strutture della vita sociale non sono state finora in grado di farsi valere giustamente
nell’organismo sociale, secondo le leggi loro proprie, in modo altrettanto ovvio. Per
esse occorre che gli uomini, mossi dai sentimenti sopra accennati, intraprendano
l’articolazione della struttura sociale, ciascuno al suo posto, cioè al posto nel quale si
trova. Riguardo ai tentativi che qui si propongono per la soluzione delle questioni
sociali, ogni singolo individuo ha, nel presente e nell’avvenire, il suo proprio compito
sociale.
16. Quel che costituisce la prima parte dell’organismo sociale - la vita economica - si
basa innanzitutto sul fondamento della natura, così come il singolo individuo, in
rapporto a ciò che da sé può divenire mediante l’istruzione, l’educazione, la vita,
dipende dall’attitudine del suo organismo spirituale e corporeo. Questo fondamento
di natura è quello che da’ la sua impronta alla vita economica e con ciò a tutto
l’organismo sociale. Ma questo fondamento naturale esiste e non può essere
creato nelle sue radici da alcuna organizzazione sociale né da alcuna
socializzazione. Esso va posto a base dell’organismo sociale così come
all’educazione dell’uomo va posta a base l’attitudine che lui ha nei diversi campi, la
sua capacità naturale del corpo e della mente. Ogni socializzazione, ogni tentativo di
dare una configurazione economica alla vita collettiva umana deve tener conto del
fondamento naturale, dato che a base di ogni commercio e di ogni genere di lavoro
umano, come anche di ogni vita spirituale, c’è, come primo elemento originario, ciò
che lega l’uomo a una parte determinata della natura. La connessione dell’organismo
sociale col fondamento che la natura pone, dovrebbe essere considerata così come,
rispetto all’apprendimento, si dovrebbero considerare le condizioni delle attitudini
naturali di ogni singolo individuo. Per chiarire questo concetto si può ricorrere
all’esempio di un caso estremo. Si pensi, ad esempio, a certe parti della terra in cui le
banane offrono un facile mezzo di nutrizione; lì, per la vita collettiva umana, si
considera quel genere di lavoro necessario per portare le banane dal loro luogo
d’origine ad un altro luogo determinato, e farne un genere di consumo. Se si
confronta il lavoro che si richiede per rendere le banane un genere di consumo per la
società umana, col lavoro indispensabile nei paesi d’Europa per fare del frumento un
genere di consumo, si trova che il lavoro richiesto dalle banane è per lo meno
trecento volte minore di quello che si richiede per il frumento.
17. Certamente questo è un caso estremo per le sue proporzioni; ma simili differenze,
rispetto alla quantità necessaria di lavoro in rapporto al fondamento naturale, si
riscontrano anche nei generi di produzione di qualsiasi organismo sociale d’Europa.
Non con la differenza radicale che si è vista fra le banane ed il frumento, ma la
differenza c’è. È dunque insito nell’organismo economico che, dal rapporto
dell’uomo col fondamento naturale della sua economia, sia condizionata la misura di
lavoro ch’egli deve portare nel processo economico. Valga, ad esempio, il rapporto

41

seguente. In Germania, in paesi di media produttività, la produzione di frumento è
tale da dare in raccolta circa da sette ad otto volte la semina; nel Cile la stessa media
raggiunge le dodici volte, nel Messico del Nord le diciassette volte, nel Perù le venti,
ecc. (Cfr. Jentsch: “Volkswirtschaftslehre”, pag, 64).
18. Tutto questo complesso di processi, che cominciano col rapporto dell’uomo con
la natura e proseguono in tutto ciò che l’uomo può fare per trasformare i prodotti
della natura e per portarli fino allo stadio di generi di consumo, tutto questo lavorio, e
soltanto esso, costituisce la parte economica di un sano organismo sociale. Questa
parte economica sta all’organismo sociale così come il sistema della testa sta
all’organismo umano nel suo insieme (da cui dipendono le attitudini individuali).
Così come questo sistema della testa dipende da quello del cuore e da quello dei
polmoni, allo stesso modo il sistema economico dipende dal lavoro dell’uomo.
Come però la testa non può di per sé regolare la respirazione, così il sistema del
lavoro umano non dovrebbe essere regolato dalle stesse forze operanti nella vita
economica.
19. L’uomo si inserisce nella vita economica per soddisfare i propri interessi. Questi
hanno il loro fondamento nei bisogni della sua attività interiore e del suo spirito.
Come agli interessi possa essere corrisposto nel modo più soddisfacente in seno
all’organismo sociale, affinché tramite esso il singolo individuo pervenga alla
migliore soddisfazione del proprio interesse e possa anche collocarsi nel modo più
vantaggioso entro l’economia, è una questione che va risolta praticamente con
provvedimenti dell’organismo economico. Il che può verificarsi solo se gli interessi
possano farsi liberamente valere e se sorga pure la volontà e la possibilità di fare ciò
che è necessario alla loro soddisfazione. L’origine degli interessi sta al di fuori dei
limiti della vita economica. Si formano con lo svolgersi dell’essere umano, animico e
naturale. È compito della vita economica prendere i provvedimenti atti a soddisfarli.
Questi provvedimenti non possono riguardare altro che la produzione e lo scambio
delle merci, cioè la produzione di beni che ricevono il loro valore dal bisogno
dell’uomo. La merce infatti riceve il suo valore da chi la consuma. Dal fatto che la
merce riceve il suo valore dal consumatore, deriva che essa è collocata
nell’organismo sociale in modo del tutto diverso da altre cose che hanno valore
per l’uomo quale appartenente a questo organismo. Chi consideri senza
preconcetti la vita economica, di cui fanno parte la produzione, lo scambio e il
consumo delle merci, riconosce - non per via di mera speculazione - l’essenziale
differenza fra il rapporto da uomo a uomo, nella misura in cui l’uno produce
merci per l’altro, e quello che si fonda sui diritti degli esseri umani come tali. Da
tale considerazione si arriverà alla pratica esigenza che nell’organismo sociale
tutto ciò che è diritto sia del tutto separato dalla vita economica. Dalle attività
che gli uomini devono svolgere nell’ambito degli ordinamenti riguardanti la
produzione e lo scambio di merci, non possono derivare in modo immediato gli
impulsi migliori per i rapporti di giustizia che devono esistere fra loro. Negli
ordinamenti economici l’uomo si rivolge all’uomo, perché l’uno serve agli

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interessi dell’altro; negli ordinamenti della giustizia il rapporto che passa fra un
uomo e l’altro è fondamentalmente diverso.
20. Si potrebbe credere che per realizzare questa distinzione richiesta dalla vita sia
già sufficiente che negli ordinamenti della vita economica stessa si provveda anche ai
diritti che devono esistere nei reciproci rapporti degli uomini che vi partecipano. Ma
una tale credenza non ha le sue radici nella realtà della vita. L’uomo può sentire
vitalmente il vero rapporto di giustizia che deve sussistere fra lui e gli altri uomini
solo se lo sperimenta, non sul terreno economico, ma su un terreno del tutto separato
da quello. Nel sano organismo sociale si deve perciò svolgere, accanto alla vita
economica e indipendentemente da essa, una vita in cui siano stabiliti e regolati i
diritti tra uomo e uomo. La vita giuridica è però quella propriamente politica, statale.
Se sono gli uomini a portare gli interessi a cui devono servire nella loro vita
economica, dentro la legislazione e l’amministrazione statale della giustizia,
allora i diritti che ne nascono rispecchiano tali interessi economici. Se è invece lo
Stato a provvedere alla vita economica, perde l’attitudine a regolare i diritti
degli uomini; perché in tal caso le sue norme e le sue istituzioni dovranno servire
al bisogno umano di merci, e con ciò saranno distolte dagli impulsi diretti verso
la giustizia.
21. Il sano organismo sociale esige, come sua seconda struttura, uno Stato politico
autonomo, accanto all’organizzazione economica. Nell’organizzazione economica,
pure essa autonoma, gli uomini, con le forze della vita economica, provvederanno a
quegli ordinamenti che rispondono, nel migliore modo possibile, alla produzione e
allo scambio di merci. Invece nell’organizzazione statale politica saranno stabilite
disposizioni che valgano a orientare i rapporti vicendevoli tra uomini e gruppi di
uomini in modo corrispondente alla coscienza umana della giustizia.
22. Il punto di vista qui prospettato sulla necessità di una totale separazione dello
Stato politico dal campo economico risiede nella vita reale dell’uomo; non così il
punto di vista di chi vuole riunire l’una funzione all’altra. Gli uomini che si trovano
in mezzo alla vita economica, hanno naturalmente anch’essi il senso della giustizia,
ma cureranno la legislazione e l’amministrazione della giustizia ispirandosi soltanto a
tale coscienza e non agli interessi economici, dovendo giudicare in uno Stato di
diritto che, in quanto tale, non abbia alcuna ingerenza nella vita economica. Questo
Stato di diritto avrà un suo proprio corpo legislativo ed un suo proprio corpo
amministrativo, ambedue organizzati secondo i principi fondamentali dettati dalla
coscienza dei diritti umani del nuovo tempo. Il sistema economico genererà i suoi
organi legislativi ed amministrativi dagli impulsi della vita economica. Il necessario
rapporto tra le direzioni dei corpi giuridico ed economico si svolgerà press’a poco
come al presente si svolgono i rapporti fra i governi di Stati sovrani. Con questa
articolazione, ciò che si svolge in uno di tali corpi, potrà esercitare la dovuta azione
su ciò che si forma nell’altro. Tale azione è invece impedita se l’uno vuole svolgere
in se stesso, ciò che gli deve provenire dall’altro.

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23. Come la vita economica è soggetta da un lato alle condizioni naturali (clima,
natura del suolo, ricchezza del sottosuolo ecc.), cosi, dall’altro, dipende dai rapporti
di diritto che lo Stato crea fra persone e gruppi di persone dediti all’economia.
Tramite lo Stato sono designati i limiti di ciò che l’attività della vita economica può e
deve abbracciare. Così come la natura crea condizioni prime poste fuori dalla sfera
economica e che l’uomo accetta come qualcosa di dato sulle cui basi soltanto egli può
costruire la sua vita economica, allo stesso modo, tutto ciò che nel dominio
economico stabilisce un rapporto di diritto da uomo a uomo, nel sano organismo
sociale va regolato dallo Stato politico che, al pari del fondamento naturale, si svolge
come qualcosa di autonomo, di fronte alla vita economica.
24. Nell’organismo sociale che si è formato nel divenire storico dell’umanità e che,
col dominio delle macchine e con la moderna forma economica del capitalismo, ha
dato la sua impronta al movimento sociale, la vita economica abbraccia più di quello
che in un organismo sociale sano dovrebbe abbracciare. Oggi nel giro economico, in
cui dovrebbero circolare solamente merci, circolano pure diritti ed energia umana di
lavoro [la cosiddetta forza-lavoro - ndc]. Cosi accade che nell’organizzazione
economica, che si basa sulla divisione del lavoro, presentemente si possano
scambiare non solo merci contro merci, ma, per lo stesso processo economico, anche
merci contro lavoro e merci contro diritti (chiamo merce qualsiasi cosa che mediante
l’attività umana sia divenuta tale che, dovunque sia avviata dagli uomini, va verso il
suo consumo. Questa definizione può sembrare disadatta o insufficiente a qualche
economista, ma può servire benissimo a far capire ciò che deve far parte della vita
economica; in un’esposizione fatta per servire la vita, non importa dare definizioni
derivate da una teoria, bensì idee che raffigurino quel che nella realtà ha una parte
vitale. La parola “merce”, usata nel senso detto sopra, accenna a qualcosa che l’uomo
sperimenta. Qualsiasi altro concetto di “merce”, o tralascia o aggiunge qualcosa, così
che il concetto non copre totalmente i processi della vita nella loro vera realtà). Se
qualcuno compera un fondo, l’acquisto va visto come uno scambio del fondo contro
merce (rappresentata da denaro d’acquisto). Il fondo stesso però nella vita economica
non fa la parte di una merce. Tale fondo sta nell’organismo sociale grazie al diritto
che l’uomo ha di usufruirne ma è qualcosa di essenzialmente diverso dal rapporto che
un produttore di merce ha con la merce stessa. La natura del rapporto che il
produttore di merci ha con le merci è tale che non invade il campo delle relazioni - di
tutt’altra specie - che si stabiliscono tra uomo e uomo per il fatto che a un individuo
spetta l’uso esclusivo di un fondo. Il proprietario del fondo sottopone alla sua
dipendenza altre persone che per il proprio sostentamento si impiegano su quel fondo,
o che vi devono abitare. Invece in un effettivo scambio di merce, che si produce o che
si consuma, non si stabilisce nessuna analoga dipendenza da uomo a uomo.
25. A chi esamini questa circostanza senza preconcetti appare chiaro che essa deve
pur trovare la sua espressione istituzionale in un sano organismo sociale. Finché nella
vita economica si scambiano merci contro merci, la loro valutazione resta

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indipendente dal rapporto giuridico fra persone e gruppi di persone. Appena però si
scambiano merci contro diritti, si tocca il rapporto stesso di giustizia, non lo scambio
come tale, che è l’elemento necessario alla vita dell’organismo sociale che si fonda
sulla divisione del lavoro; ma si tratta di questo: che nello scambio di diritto contro
merce, il diritto stesso, sorgendo nella vita economica, diventa merce. Ciò si potrà
evitare solo se nell’organismo sociale vi siano da un lato disposizioni aventi per
scopo solo di effettuare nel migliore dei modi il giro delle merci e, dall’altro, ve ne
siano altre che regolino i diritti vigenti nello scambio mercatorio tra le persone che
producono, commerciano e consumano. Questi diritti non si differenziano per la loro
natura da altri che devono sussistere tra persona e persona nei rapporti del tutto
indipendenti dallo scambio di merci. Se nella vendita di una merce io danneggio o
reco vantaggio ai miei simili, quel danno o quel vantaggio appartiene allo stesso
campo della vita sociale a cui appartiene un danno e un utile (per negligenza o per
attività) che non abbia la sua espressione immediata in uno scambio di merci.
26. Nella condotta di vita del singolo individuo confluiscono assieme gli effetti
provenienti dalle istituzioni che difendono i diritti, e gli effetti provenienti
dall’attività puramente economica; nel sano organismo sociale tali effetti devono
derivare da due diverse direzioni. Nell’organizzazione economica quel che deve
suggerire alle personalità dirigenti i dovuti punti di vista è la competenza acquistata
con l’educazione ad un dato ramo dell’economia, e quella dell’esperienza fatta in
questo ramo. Nell’organizzazione della giustizia è realizzato, dalla legge e
dall’amministrazione, ciò che il senso della giustizia esige, come rapporto
vicendevole di singoli uomini, o di gruppi di persone. L’organizzazione economica
farà raggruppare persone che hanno interessi comuni di professione o di consumo, o
bisogni comuni sotto altri riguardi, in associazioni che, nel reciproco movimento
di scambio, attivino tutto il complesso economico. Questa organizzazione si costruirà
su basi associative e sul rapporto reciproco delle associazioni, che svolgeranno
un’attività puramente economica. La base giuridica su cui esse operano verrà a loro
dall’organizzazione giuridica. Quando simili associazioni economiche potranno far
valere i loro interessi economici nei corpi rappresentativi ed amministrativi
dell’organizzazione economica, esse non svilupperanno più l’impulso a
inframmettersi nella direzione legislativa o amministrativa dello Stato politico (per
esempio, come lega degli agricoltori, come partito industriale, come democrazia
sociale economica) [fazioni o partiti del 1920 - ndc] per cercarvi ciò che non è loro
possibile ottenere in seno alla vita economica. E quando lo Stato politico non
s’immischierà in nessuno dei rami economici, creerà soltanto provvedimenti sorgenti
dal senso di giustizia degli uomini che ne fanno parte. Anche se, come è naturale,
nella rappresentanza dello Stato politico si trovano le stesse persone impegnate nella
vita economica, data la radicale separazione della vita economica da quella politica,
non si potrà verificare un’influenza della prima sulla seconda, che danneggi la salute
dell’organismo sociale, come può accadere se l’organizzazione politica stessa dello
Stato si occupa dei diversi rami della vita economica e se i rappresentanti della vita
economica votano le leggi ispirandosi ai propri interessi economici.

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27 Un esempio tipico di mescolanza della vita economica con quella politica offriva
il governo dell’Austria con la costituzione che si era data tra il ‘6o e il ‘70 del secolo
XIX. I rappresentanti del Consiglio Imperiale (“Reichsrat”) erano scelti dai quattro
rami della vita economica e cioè: dai grandi proprietari terrieri, dalle Camere di
commercio, dalle città (mercati e centri industriali) e dai comuni rurali. Si vede che,
in tale composizione della rappresentanza dello Stato, non si pensava in prima linea
ad altro se non che la vita politica dovesse risultare dalla valorizzazione dei rapporti
economici. Certo è che al recente crollo dell’Austria hanno contribuito in modo
notevole le forze, tra loro in lotta, delle sue nazionalità. Ma è altrettanto certo che
un’organizzazione politica, che avesse potuto svolgere la sua attività accanto a quella
economica, avrebbe potuto sviluppare, dalla coscienza della giustizia, una
conformazione dell’organismo sociale, in cui la convivenza dei popoli sarebbe stata
possibile.
28. L’uomo odierno interessato alla vita pubblica rivolge ordinariamente lo
sguardo a cose che andrebbero considerate solo in seconda linea. Ciò avviene
perché la sua abitudine di pensiero lo porta a vedere l’organismo sociale come
una istituzione unitaria. Per una istituzione così strutturata non si può però
trovare un sistema di elezione conveniente, dato in ogni sistema di elezione gli
interessi economici e gli impulsi della giustizia non possono che disturbarsi nei
corpi rappresentativi. E ciò che proviene per la vita sociale da questo
perturbamento non può che portare a sconvolgimenti della compagine sociale. È
necessario che oggi la vita pubblica si sforzi in prima linea di raggiungere la
meta di una decisa separazione della vita economica dall’organizzazione politica.
Nell’adattarsi a questa separazione le organizzazioni che devono separarsi
troveranno nelle loro proprie basi le modalità più adeguate per le elezioni dei
loro legislatori e amministratori. In ciò che al presente urge verso una soluzione
vengono perciò in secondo piano le questioni delle modalità elettive, nonostante
la loro capitale importanza. Dove persistono ancora le vecchie condizioni si
dovrebbe operare partendo da lì. Dove invece l’ordine antico è già scomparso o è in
procinto di dissolversi, i singoli individui ed i corpi esistenti dovrebbero tentare
l’iniziativa di un rinnovamento che s’incammini nella direzione designata. Volere
effettuare dall’oggi al domani un cambiamento della vita pubblica è considerato
chimerico anche dai socialisti ragionevoli. Essi aspettano il risanamento, come essi lo
intendono, da un cambiamento graduale, in accordo con la realtà dei fatti. Che però
adesso le forze dell’evoluzione storica dell’umanità rendano necessaria una
ragionevole volontà verso un rinnovamento sociale, possono insegnarlo
luminosamente i fatti ad ogni mente spregiudicata.
29. Chi ritiene “praticamente fattibile” solo ciò a cui si è abituato a pensare in un
ristretto orizzonte di vita, vedrà come “non pratico” quanto si prospetta qui. Se costui
non è capace di convertirsi e nonostante ciò abbia un’influenza su qualsiasi ramo
della vita, non coopererà al risanamento, ma a un ulteriore peggioramento

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dell’organismo sociale, come hanno fatto le persone del suo modo di vedere e sentire
nel prodursi delle presenti condizioni.
30. Alla tendenza presa dalle classi dirigenti dell’umanità, che aveva portato a
trasferire certi rami della vita economica (poste, ferrovie, ecc.) nell’orbita dello Stato,
deve sostituirsi il distacco sempre più completo di ogni azienda economica dalla sfera
dello Stato politico. Pensatori che credono di trovarsi con la loro volontà nella
direttiva di un sano organismo sociale traggono l’estrema conseguenza degli sforzi di
statizzazione effettuati dalle sfere finora dominanti. Essi chiedono la socializzazione
di tutti i mezzi della vita economica in quanto sono mezzi di produzione. Un sano
sviluppo darà alla vita economica la sua indipendenza, ed allo Stato politico la
capacità di agire, mediante l’ordinamento legale, sui corpi economici in modo che
l’individuo non senta la sua incorporazione nell’organismo sociale in opposizione
alla sua coscienza di giustizia.
31. Si può riconoscere come i pensieri qui svolti abbiano il loro fondamento nella vita
reale dell’umanità, quando si rivolga lo sguardo al lavoro che l’uomo compie con la
sua forza fisica a favore dell’organismo sociale. Nella forma economica
capitalistica questo lavoro si è incorporato nell’organismo sociale in modo che il
padrone lo compera dall’operaio come una merce. Si effettua così uno scambio
tra il denaro (come rappresentativo di merci) e il lavoro. Ma un tale scambio
non può proprio effettuarsi in realtà, anche se in apparenza sembra che si
effettui (è senz’altro possibile che nella vita certi processi siano non solo spiegati
in senso falso, ma anche compiuti in senso falso. Denaro e lavoro non sono valori
che si possano tra loro scambiare; solo denaro e prodotto del lavoro possono lo
sono. Quindi se io do’ del denaro per del lavoro, “faccio” qualcosa che è falso;
creo un processo apparente, illusorio. Perché in verità posso solo dare denaro
per un prodotto di lavoro). In realtà il datore di lavoro riceve dall’operaio merci,
che possono essere prodotte solo se l’operaio per la loro produzione fornisce la
sua mano d’opera. Dell’equivalente di queste merci l’operaio riceve una parte, il
padrone l’altra. La produzione si effettua grazie alla collaborazione dell’operaio
e del padrone. Soltanto il prodotto del lavoro comune entra nel giro della vita
economica. Per la produzione della merce occorre un rapporto di diritto fra
lavoratore e datore di lavoro. Questo però può essere trasformato dall’economia
capitalistica in un rapporto determinato dalla superiorità economica del datore
di lavoro rispetto all’operaio. Nel sano organismo sociale deve riuscire palese
che il lavoro non può essere pagato, perché al lavoro non può essere attribuito
un valore economico rispetto ad una merce. Un valore può averlo soltanto la
merce prodotta dal lavoro rispetto ad altre merci. La maniera e la misura in cui
un uomo deve lavorare per la sussistenza dell’organismo sociale, vanno regolate
secondo la sua capacità e secondo ciò che è condizione di un’esistenza degna
dell’uomo. Il che può avvenire soltanto, se questo regolamento è emanato dallo
Stato politico indipendentemente dalle amministrazioni della vita economica.

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32. Mediante una simile norma è creata per le merci una base di valutazione
confrontabile con l’altra, dovuta alle condizioni naturali. Come il valore di una
merce aumenta di fronte a quello di un’altra perché l’acquisto delle materie
prime è per quella più difficile che per questa, così il valore delle merci deve
dipendere dalla qualità e dalla quantità di lavoro da dedicarsi, secondo
l’ordinamento dei diritti, alla produzione delle merci stesse (un tale rapporto del
lavoro con l’ordinamento giuridico obbligherà le associazioni attive nella vita
economica a tener conto di “ciò che è giusto” come di un necessario
“presupposto”. In tal modo però si consegue che l’organismo economico sia
dipendente dall’uomo e non l’uomo dall’ordinamento economico).
33. In tal modo la vita economica è sottoposta da due parti alle sue necessarie
condizioni: da parte del fondamento di natura, che l’umanità può prendere
com’è dato, e da parte del fondamento del diritto, che, sorgendo dal senso di
giustizia, va creato sul terreno dello Stato di diritto, indipendente dalla vita
economica.
34. È facile scorgere come in tale indirizzo dell’organismo sociale il benessere
economico scemerà o aumenterà a seconda della quantità di lavoro che la
coscienza sociale consentirà di applicare. Una tale dipendenza del benessere
economico è necessaria nel sano organismo sociale. Essa sola può impedire che
dalla vita economica l’uomo sia logorato così da non sentire più la sua esistenza
come degna dell’uomo, sentimento che, veramente, è la causa di tutte le
perturbazioni dell’organismo sociale.
35. Vi è una possibilità di non diminuire in misura troppo forte la prosperità
dell’economia nazionale da parte del diritto, analoga alla possibilità di miglioramento
del fondamento naturale. Un terreno poco produttivo si può rendere più fertile con
espedienti tecnici; cosi, per ovviare a una troppo accentuata diminuzione della
prosperità, si può modificare la qualità e la quantità del lavoro. Ma tale modificazione
non deve derivare direttamente dalla vita economica, bensì dalla comprensione che si
sviluppa sul terreno della vita giuridica, indipendente dalla vita economica.
36. In tutto ciò che è prodotto nell’organizzazione della vita sociale mediante la vita
economica e la coscienza del diritto, opera inoltre ciò che deriva da una terza
sorgente, e cioè dalle attitudini individuali di ogni singolo uomo. Questo campo
abbraccia tutto, dalle più elevate prestazioni spirituali a quello che, nell’opera
dell’uomo, proviene dalla migliore o peggiore sua capacità fisica per prestazioni utili
all’organismo sociale. Ciò che sgorga da questa sorgente deve penetrare nel sano
organismo sociale in tutt’altra maniera da come vi penetra quanto avviene nello
scambio delle merci, e quanto può provenire dalla vita statale. Non vi è altra
possibilità di far sì che questo contributo vi affluisca in maniera sana, se non
facendolo dipendere dalla libera ricettività degli uomini e dagli impulsi che derivano

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dalle attitudini individuali stesse. Se le prestazioni umane derivanti da tali attitudini
sono influenzate artificialmente dalla vita economica o all’organizzazione
statale, si toglie ad esse, in massima parte, il fondamento della loro propria vita, che
può consistere soltanto nella forza che devono sviluppare da se stesse. Se
l’accoglimento di simili prestazioni è direttamente condizionato dalla vita economica,
o organizzato da parte statale, ne resta paralizzata la libera ricettività degli uomini,
che è la sola condizione per cui esse affluiscono in forma sana nell’organismo
sociale. La vita spirituale, con la quale nella vita umana si collega per innumerevoli
fili anche lo sviluppo delle altre attitudini individuali, avrà una sana possibilità di
sviluppo soltanto se ogni produzione poggi sui suoi propri impulsi e sia in un
rapporto di piena comprensione con gli uomini che ne ricevono le prestazioni.
37. Quella che è indicata qui come sana condizione di sviluppo della vita
spirituale non è attualmente riconosciuta perché la giusta visione è offuscata a
causa della fusione di una gran parte di questa vita con quella dello Stato
politico, fusione che si è prodotta nel corso degli ultimi secoli e alla quale ci
siamo assuefatti. Si parla, è vero, di “libertà della scienza e dell’insegnamento”,
ma si considera naturale che lo Stato politico amministri la “libera scienza” e il
“libero insegnamento”. Non si avverte come questo Stato metta così la vita
spirituale in dipendenza dei suoi bisogni statali. Si pensa: lo Stato crea i posti nei
quali si impartisce l’insegnamento, ma poi coloro che coprono questi posti
possono svolgere “liberamente” la vita spirituale. Abituati a un tale modo di
pensare, non si tiene conto di quanto il contenuto della vita spirituale sia
strettamente legato con l’intima natura umana in cui si svolge; e di come questo
svolgimento possa essere libero solo se non sia inserito nell’organismo sociale da
altri impulsi che non siano quelli derivanti dalla vita stessa dello spirito. Il fatto è
che, per la fusione con la vita dello Stato, non solo l’amministrazione della
scienza e della parte della vita spirituale che vi è connessa, hanno ricevuto
l’impronta dello Stato, ma l’ha ricevuta altresì la sostanza medesima.
Certamente ciò che si produce in matematica o in fisica non può subire
un’influenza immediata da parte dello Stato. Ma si pensi alla storia e alle scienze
umane. Non sono state forse un riflesso di ciò che, per i bisogni della vita
politica, è risultato dalla connessione dei loro rappresentanti con la vita dello
Stato? Appunto per questo loro carattere, gli attuali concetti di colorito
scientifico, dominanti la vita spirituale, hanno agito sul proletariato come
un’ideologia. Il proletariato ha osservato come ai pensieri umani sia impresso, dai
bisogni della vita dello Stato, un dato carattere che corrisponde agli interessi delle
classi dirigenti. Il pensiero proletario ravvisò un riflesso degli interessi materiali e
della lotta d’interessi, e ciò generò in esso la convinzione che tutta la vita spirituale
non sia altro che ideologia, non sia altro che un riflesso dell’organizzazione
economica.
38. Una tale opinione inaridente la vita spirituale dell’uomo scompare se si può far
sorgere il sentimento che nel campo spirituale domina una realtà che va al di là della

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vita materiale esteriore, e porta in se stessa il suo contenuto. Ma è impossibile che si
formi questo sentimento se la vita spirituale non è liberamente svolta e regolata
nell’organismo sociale dai suoi propri impulsi. Solo nell’ambito di una tale direzione,
gli uomini fattivi della vita spirituale possono avere la forza di dare alla vita spirituale
la dovuta importanza nell’organismo sociale. Arte, scienza, filosofia, e tutto ciò che
a queste si connette, abbisognano di tale posizione indipendente nella società
umana. La libertà dell’una non può prosperare senza la libertà dell’altra, dato
che nella vita spirituale tutto è collegato. Anche se la matematica e la fisica, nel
loro contenuto, non sono direttamente influenzabili dai bisogni dello Stato, ciò
che si ricava da queste, il modo in cui gli uomini pensano il loro valore, l’effetto
che l’occuparsene può avere su tutto il resto della vita spirituale, e molto altro
ancora, è assoggettato ai bisogni dello Stato, se esso regola i diversi rami della
vita spirituale. Altro è se il maestro che svolge la sua azione nei primi gradi della
scuola segue gli impulsi della vita politica, o se li riceve da una vita spirituale che
poggi su se stessa. Anche in questo campo il socialismo ha solo ricevuto in eredità,
dalle sfere dirigenti, abitudini di pensiero e consuetudini. Esso considera come suo
ideale il ripetere la vita spirituale dalle istituzioni sociali fondate sulla vita
economica. Seguendo questo ideale potrebbe soltanto continuare sulla via che ha
portato al deprezzamento della vita spirituale. Ha sviluppato unilateralmente un
sentimento giusto chiedendo di far della religione un affare privato, perché nel sano
organismo sociale tutta la vita spirituale dev’essere, nel senso qui indicato, un “affare
privato” di fronte allo Stato e all’economia. Ma il socialismo, nell’assegnare alla
religione un campo privato d’azione, non parte dal concetto che nell’organismo
sociale sia data così al patrimonio spirituale una posizione in cui possa svilupparsi in
maniera più desiderabile e più elevata di quella che può conseguire sotto l’influenza
dello Stato. Crede che l’organismo sociale debba, coi suoi mezzi, coltivare soltanto
quanto è per sé bisogno di vita, e che non lo sia il bene spirituale religioso.
Estromesso così unilateralmente dalla vita pubblica un ramo della vita spirituale, non
può prosperare se il resto dei beni spirituali è inceppato. La vita religiosa
dell’umanità moderna, in unione con tutta la vita spirituale liberata, svilupperà
la sua forza sostenitrice per l’anima umana.
39. Non solo la produzione deve avere la propria base nel libero bisogno dell’anima,
ma anche l’accoglienza di vita spirituale da parte dell’umanità. Insegnanti, artisti e
simili, che nella loro posizione sociale siano solo in diretta connessione con una
legislazione e con un’amministrazione sorgenti dalla stessa vita spirituale, e che
siano sostenuti solo da impulsi derivanti dalla medesima, potranno, per la
qualità della loro attività, sviluppare ricettività per le loro prestazioni in persone
che saranno preservate dal dover soggiacere alla mera costrizione del lavoro, ed
avranno dal diritto - dallo Stato politico reso autonomo - anche quei riposi che
svegliano la comprensione dei beni spirituali. A tal proposito, coloro che si
credono “pratici della vita” potranno pensare che se lo Stato provvede a quei riposi, e
se la frequenza scolastica è rimessa alla libera comprensione dei singoli, gli uomini
passeranno il tempo del loro riposo all’osteria, e che si ricadrà nell’analfabetismo.



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