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La Grande Pera .pdf



Nome del file originale: La Grande Pera.pdf
Titolo: La Grande Pera

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ROMANO BIANCO

LA GRANDE PERA

Prefazione di MICHELE ARNESE
Illustrazioni di VITTORIA OLIVE

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©Romano Bianco 2015 - tutti i diritti riservati
composizione e impaginazione dell’autore

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dello stesso autore:

VIA FANI ORE 9,02
con Manlio Castronuovo
Nutrimenti
in libreria ed e-book

STORIE BIPOLARI
pubblicato in proprio
disponibile su issuu.com

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Gli storytelling di Romano Bianco sono su:
https://www.facebook.com/groups/storytellingromanobianco

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ODI ET AMO
prefazione a mo’ di ode
di Michele Arnese

È insopportabile il suo ditino alzato su tutto e su tutti.
La sua enfasi anti-casta è avvizzita.
Il suo anti-capitalismo, che vede negli imprenditori
sempre e comunque dei delinquenti in nuce, è vomitevole.
I tic e i vezzi dei fasanesi sono enfatizzati fino alla malevolenza.
Il suo giustizialismo farebbe orrore pure ad Antonio Di Pietro.
La scurrilità che scorre nelle pagine è davvero ributtante.
È un libro a tratti rivoltante, tanto che
non sono riuscito neppure a finire di leggerlo.
Ma al geniale (dunque pazzotico) talento dell'autore
si può perdonare tutto.
D'altronde solo chi ama Fasano e i fasanesi,
e non riesce a vivere senza di loro,
può a volte odiare Fasano e i fasanesi.

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INTRODUZIONE
Questa raccolta di storie, pubblicate sulla pagina Gli storytelling di Romano Bianco su Facebook, come già implicitamente quella che l’ha preceduta è dedicata a quei giovani e giovanissimi fasanesi che non ne
possono più di un paese dove si circola solo su veicoli a motore, dove
l’immagine pubblica o è omologata o è negativa, dove la politica promette
impianti sportivi e poi non mantiene, dove l’Ospedale è stato ridotto a
quasi zero, dove le strade e le campagne sono piene di rifiuti a causa di
un sistema di raccolta truffaldino e criminogeno, dove si rischia di cadere
in una buca ogni dieci metri, e dove tutto questo viene nascosto da chi
amministra sotto il tappeto delle apparizioni televisive o delle visite dei
V.I.P..
Se il modello di sviluppo imposto dal regime lellista continuerà ad essere
quello del furto di casa nostra e della nostra identità per regalarla ai forestieri, il destino dei nostri giovani sarà la fuga, e la mia generazione si
sorprenderà un brutto giorno a ritrovarsi sola alla mercé della parte peggiore di Fasano. E sarà la fine definitiva. I nostri ragazzi devono uscire di
casa, devono girare il mondo, devono vedere e conoscere, ma spero che
la maggior parte di loro ritorni poi a riprendersi casa propria, e a dotarla
di quegli strumenti di progresso appresi frequentando altri contesti.
Come l’anno scorso, doverosamente ringaziati per la preziosa collaborazione Michele Arnese e Vittoria Olive, anche stavolta questo libro nasce
senza la minima intenzione di cercarsi un editore: il successo al di là delle
più ottimistiche previsioni di Storie Bipolari ha confermato che ormai il
tempo degli improvvisati con la pubblicità in quarta di copertina o le spese
completamente anticipate dall’autore è finito. Ragazzi, fate da soli: ne
avete di cose da dire!
R.B.

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LA GRANDE PERA

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5/1/2014

Per rompere il ghiaccio con l'anno nuovo volevo far ridere, ed essendomi
tornata casualmente in testa la donnetta che mi aveva rovinato quello
precedente, non potei fare a meno di collegarla a una celebre leggenda
universitaria declinata nelle più varie versioni da circa cinquant'anni in
qua.
LEGGENDE ACCADEMICHE

12

Ci sono occasioni in cui stare in cattedra è veramente difficile. Puoi essere
il più bravo insegnante del mondo, il più stimato studioso della galassia,
il più insigne... no questo aggettivo non mi piace per motivi calcistici...
ecco, diciamo il più meritatamente celebrato luminare della tua materia,
ma in alcuni momenti non basta. Ad esempio, quando ti si siede di fronte
la classicissima puttanella consapevole ben prima dei vent'anni di essere
“seduta sulla propria fortuna”, come disse quel tale, e non davanti a un
insegnante che, dopo aver tentato di farti imparare qualcosa, ora deve
verificare non tanto le tue nozioni quanto la tua capacità di elaborarle
personalmente ed esporle. Be’, siamo pur sempre all'università mica alle
medie.
Dev'essere passato più o meno questo per la testa del professor Mario
Sansone, celeberrimo ordinario di letteratura italiana alla Sapienza di
Roma, in quel pomeriggio di esami. La puttanella era seduta lì davanti
con l'aria giuliva, la scollatura a basso contenimento, la minigonna underwear-showing e il trucco sapiente di chi è convinta di partire da 18
per il sol fatto di esistere. Ma non sapeva praticamente niente: era del
tutto evidente che non avesse studiato una mazza e che si fosse andata
a sedere all'esame solo per tentare la fortuna a colpi di sorriso magico,
occhio complice e flap flap di ciglia cariche a ciuccio, anzi, a ciuccia.
Il professor Sansone non ne poteva veramente più: l'esame doveva durare un tempo minimo per poter congedare la signorinaccia, e va bene
che era la fine degli anni Sessanta, e va bene che c'erano già la contestazione e il 18 politico, e va bene che in qualche caso erano tornati tempi
simili a quelli in cui gli squadristi fascisti andavano all'esame posando la
pistola sulla cattedra, ma quand'era troppo era troppo: la puttanella non
sapeva veramente niente e andava elegantemente congedata. Il profes-

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sore si accese una sigaretta per controllare il nervosismo, e lì gli si accese
anche la lampadina. Erano veramente altri tempi, si poteva fumare al
chiuso e non dava scandalo che insegnante ed esaminando potessero
farlo insieme durante l'esame, e poi un grande cattedratico aveva il dovere di essere anche un gentiluomo, quindi ne offrì una alla tipa, invitandola a rilassarsi. La tipa, che aveva anche questo vizio nel suo classico
curriculum, accettò
«Non abbiamo studiato molto bene, signorina, eh...?» interloquì quasi
paterno il professor Sansone: la tizia farfugliò qualcosa, ma il luminare
cercò di metterla a suo agio: «Signorina, non si preoccupi, io la promuovo
lo stesso se lei mi cita la fine dell'ultimo libro dell'Iliade». «L'ultimo libro
dell'Iliade? Ehm... ehr... io... uff... l'ultimo libro dell'Iliade dice?». «Ma sì,
quello in cui Achille contempla per l'ultima volta le rovine di Ilio in preda
all'incendio appiccato dagli Achei! Non se la ricorda?”. «Ma io... veramente...». «Niente?». «Ehm no, professore, mi dispiace...», tentando disperatamente di giocarsi in extremis la carta della lacrimuccia. «Ma come
- concluse sornione il professor Sansone allungando il libretto alla malcapitata - è famosissima... Achille guarda la città bruciare ed esclama:
Addio, Troia fumante!». E fu così che la studentessa furbastra venne
messa alla porta con la meritata bocciatura.

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8/1/2014

Osservatorio aveva pubblicato i redditi di sindaco, assessori e consiglieri
comunali: a parte dichiarazioni da fame di troppi professionisti, mentre
quelle dei lavoratori dipendenti erano più o meno congrue, saltava all'occhio la mancata dichiarazione fra le auto di proprietà della Ferrari con la
quale abitualmente il sindaco si faceva vedere alla guida. Nessuno osò
fargli le doverose domande.
IL MISTERO DELL'AUTO MISTERIOSA
Di chi è quella macchina?
I professionisti dalla schiena dritta ma di cristallo hanno immediatamente
tempestato con questa e altre domande l'incauto amministratore che non
ha dichiarato tra le sue proprietà l'auto di lusso con la quale abitualmente
lo si vede in giro. E nemmeno ne ha giustificato l'uso. Palpabile imbarazzo
del politico, avvezzo a critiche e domande incalzanti ma stavolta in seria
difficoltà di fronte alla sete di sapere dei cronisti e di giustizia dell'opinone
pubblica. Facendo puntualmente il proprio mestiere, i mastini dell'informazione, con il consueto, stentoreo, autorevole condizionale, avrebbero
scoperto che la vettura sarebbe di proprietà di una s.r.l. di Sciurlicchio, la
Psicanaleasing, a sua volta controllata da una finanziaria di Pezze Monsignore, la Cafina, il cui pacchetto di maggioranza appartiene a una holding
con sede alle Cayman, la Sciaraballum, il cui pacchetto di controllo è detenuto da un'accomandita monegasca, la Mimino lo Spasciamacchine et
fils s.a.s..
Immediatamente gli implacabili segugi delle testate locali si sono scatenati in una guerra senza quartiere all'ultimo scoop: raggiunta Montecarlo
in autostop (e che volete? Tolto quello che serve per mangiare non è che
di pubblicità ne rimanga molta, in tre...), gli inviati hanno subito scandagliato a tappeto il Principato alla ricerca della società. Per la verità uno di
loro è arrivato prima: infatti è un'inviata, che non ha avuto difficoltà alcuna a precedere i colleghi riscuotendo molto più successo fra gli automobilisti di passaggio e approfittandone anche per arrotondare
notevolmente il magrissimo fondo cassa. Si è così potuta concedere nientemeno che un taxi da Nizza a Montecarlo, perché si sa che gli chauffeurs
oltre a saper fare meglio all'amore sanno tutto di tutti.

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Ed è stata proprio lei, grazie ad una rapida anzi sveltina dritta del tassista,
ad arrivare per prima davanti alla porta della misteriosa società. Tutto
chiuso, tutto sbarrato. Neanche una targa. Plexiglass oscurante, armadi
di colore in giacca e cravatta, probabilmente armati, che scrutano discreti
dietro ai Ray-Ban chiunque si avvicini a meno di cinquanta metri. Ma lei
non si scompone: una ritoccatina alle ciglia, un rapido cambio da minigonna a microgonna dietro il più vicino pizzulo, una riavviatina verso il
basso alla lampo della scollatura ed estratte dalla borsetta le spillo da 13
centimetri le indossa e si avvia col consueto passo cicciotocchista verso i
cavalloni da battaglia, già con gli occhi di fuori.
«Excusez-moi - esordisce con il tono flautato che ha tante volte sentito
alla Bellucci in tv - est-ce que vous savez où est le siège de l'entreprise
Mimino lo Spasciamacchine?». I due tori, già con gli occhi di fuori appena
avvistata la passeggiatrice faso-monegasca, non perdono un attimo: velocissima occhiata d'intesa, e subito afferrano la tipa. Da lontano qualcuno
osserva la scena: è il secondo inviato che, sia pur in ritardo, è riuscito ad
arrivare sul posto anche lui. Naturalmente non può che limitarsi a osservare, ed essendo un metro e venti per centodiciassette chili si guarda
bene dall'intervenire contro quelle due pantere. E poi quella lì l'ha data a
tutti tranne che a lui, li ha dati a tutti tranne che a lui quindi perché scomodarsi? Solo che da lontano non si vede bene, e non sembra che i due
allontanino la temeraria, anzi a un certo punto il terzetto non si vede più.
Che fare? Niente, ovvio. Si appoggia al gradino della porta, sperando nella
fortuna.
Arriva il terzo principe della notizia: questo qui ci sa fare un po' di più, e
un po' di dignità gli è rimasta. Studia la situazione e senza alcuna paura
bussa alla porta. Nessuna risposta. I rumori provenienti da dietro il vetro
sono però inequivocabili. La cosa curiosa è che si vede solo la collega, in
posture che non lasciano adito a dubbi, mentre non si distingue la presenza dei suoi assalitori guardando al di qua delle ante oscurate. Con autentico sprezzo del pericolo, l'eroe del giornalismo mette mano al
cellulare: «Pronto, pronto??? Lo sai che sta facendo quella muscitona???
Con due negri!!!». Quando c'è da parlare male della gente, va bene anche
dire "negri". Ma chi c'è dalla parte opposta del telefono? Non lo sapremo
mai. Terminata la telefonata, anche lui si mette lì in attesa di eventi sulla
porta, sghignazzando col collega sulla soggetta che ben altro scoop sta
facendo lì dentro.
Ingresso palazzo municipale, ore 21. Una rapida guardata alle agenzie
prima della solita cena di rappresentanza. Salta subito all'occhio un lancio

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ANSA da Montecarlo: ARRESTATI E RIMPATRIATI TRE ITALIANI PER
ADESCAMENTO E VAGABONDAGGIO. Risatina, accensione, sgasata e via
col macchinone, più tranquillo e contento di prima.

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16/1/2014

Ricorrenza della nascita di don Cosimo De Carolis, primo parroco della
Salette a Fasano, uomo e sacerdote morto per la sua città. Rievocarne la
figura è di per sé un impietoso paragone con certi personaggi pubblici di
oggi.
ANNIVERSARIO

18

C'era stata una cerimonia nel teatro della Parrocchia: la generosità era
parte fondamentale del suo carattere, e sebbene la chiesa fosse solo parzialmente agibile aveva messo a disposizione del Liceo per le assemblee
d'Istituto l'ampio locale per spettacoli e convegni che aveva voluto venisse
realizzato nel seminterrato. Quella volta si consegnavano le borse di studio dell'anno precedente, e alla fine, con alcuni compagni di classe, avevamo deciso di fare una partitella di calcio nel cortiletto davanti
all'ingresso indipendente della sala. Non c'era ancora la corte delle feste,
che all'occorrenza, prima che realizzassero gli odierni campi di fronte, si
trasformava anche in campetto polisportivo, ma lui l'aveva già prevista
perché aveva voluto prima di tutto un luogo di aggregazione per il quartiere, che fosse anche una chiesa ma non solo. Quindi, campetto e teatro.
Sapeva guardare avanti, tutto qua. Solo che per fare quella chiesa così
come l'aveva pensata lui ci volevano un sacco di energie economiche, fisiche e mentali. E molti, me per primo, pensano che sia stato proprio
quello a ucciderlo, in aggiunta ai già non indifferenti problemi di una parrocchia nella quale era tutt'altro che facile gestire le problematiche di alcuni fra i quartieri socialmente più difficili della città.
Ero passato da casa a cambiarmi, e poi ero tornato in parrocchia per giocare con gli amici: suonai al citofono, e venne ad aprirmi lui, in abito talare: a ripensarci dopo, a rivederlo adesso, è fin troppo facile pensare che
c'era già un ombra di disagio nello sguardo, nettamente percepita poco
prima quando subito dopo la fine della cerimonia mi ero avvicinato a lui
per chiedergli non so cosa. Ma quella fu l'ultima volta che l'ho visto vivo.
Nel tardo pomeriggio tornai di nuovo lì e c'era un'aria di preoccupazione
che si poteva toccare negli sguardi degli adulti. Chiesi cosa stesse succedendo e perché don Cosimo non fosse in giro, e fu un mio amico a dirmi
che aveva avuto un "collasso" ed era stato ricoverato in ospedale. Ci riu-

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nimmo nel cortiletto che faceva da campetto di calcio, per stabilire se andarlo a trovare, e considerammo che per quella sera non era il caso e sarebbe stato bene rimandare al giorno dopo, «tanto starà sicuramente
meglio», disse qualcuno.
Altro che meglio: la mattina dopo arrivando a scuola venni informato da
un bidello che nella notte aveva perso conoscenza ed era stato trasportato d'urgenza in terapia intensiva a Lecce. Non era operabile, l'ictus era
troppo profondo. Era chiaro che fosse spacciato. Cominciarono così le
quarantotto ore più lunghe della vita dei molti che gli stavano più o meno
vicini: quando sei credente, hai sempre un motivo per sperare che succeda qualcosa di imponderabile; è contemporaneamente la nostra forza
e la nostra debolezza. Ma l'11 maggio 1987 cessò di vivere a Lecce. Venne
organizzata una veniale messa in scena, forse per poter esporre la salma,
altrimenti sarebbe stata sigillata in ospedale: lo portarono a casa già
morto in ambulanza e con una flebo al braccio, credo sia per quello che
sulla lapide come data di morte è indicato il 12. Il funerale fu il 13: come
frequentatore della parrocchia volli dare una mano; feci cordone all'arrivo
della salma in chiesa la sera precedente e passai la serata lì a disposizione
degli adulti. Non mi venne permesso di partecipare alla veglia che durò
tutta la notte. La mattina del 13 prima di andare a scuola ripassai, e nel
pomeriggio naturalmente non mancai al funerale.
Sull'altare c'erano più di ottanta sacerdoti. Presiedevano la cerimonia
quattro vescovi: il titolare della Diocesi, i suoi due predecessori all'epoca
ancora vivi e l'unico vescovo fasanese che c'era. Dentro non si respirava:
forse c'era più gente in piedi che seduta. Fuori era uno spettacolo indimenticabile: c'erano non meno di quattromila persone. Per un funerale.
Per un uomo buono, lungimirante, pacato, che sapeva prima di tutto
ascoltare, che parlava con l'esempio. Mi sono rimaste stampate in testa
due cose di quel funerale: la preghiera dei fedeli di un prete che proveniva
da un paese campano terremotato nel 1980, il quale pregò per lui perché,
disse, non poteva dimenticare quello che don Cosimo aveva fatto per loro
in quella tragedia; e la domanda di un bambino sui dieci anni alla sua
mamma alla vista di tanta gente: «Ma è venuto il Papa a Fasano oggi?».
Don Cosimo De Carolis aveva 44 anni, li aveva compiuti il 16 gennaio;
oggi ne compirebbe 71.

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20/1/2014

Voglia irrefrenabile di litigare, di dire peste e corna, di fare male. Purtroppo lo potevo fare solo in absentia, ma meglio le brutte parole, meritatissime in verità, della violenza fisica che certi individui mi ispirano.
CHE CI FAI ANCORA QUI?
Voglio stare bene. Non hai il diritto di irrompere ancora nella mia memoria
perché sei un mostro che stritola lo stomaco degli uomini solo per la sua
gloria.
Sparisci. Non ti voglio più sentire arrivare quando non me l'aspetto, non
voglio più aver bisogno di auto-esorcismi per farti scomparire: non devi
proprio esserci. Meriti di essere strizzata come un vecchio straccio sporco,
e che le tue peggiori lacrime cadano a guisa d'acqua in un lavandino che
nessuno pulisce mai, come la tua coscienza.
Soffri. Come tutti quelli ai quali concedi e neghi. Come quanti inciampano
irretiti dal tuo narcisismo, usati e gettati per il tuo apparire. Ma quelle
come te cadono sempre in piedi, sostenute da qualcuno che compra a
poco prezzo il loro profumo.
Muori. Com'è morta l'allegria per colpa del tuo istrionismo, come muore
il buonumore strappato dal tuo pensiero. Come muore ogni sincero perdono rivivendo la tua ipocrisia.
Vivi. Vivi la vita vera, in cui ti accorgerai troppo all'improvviso che il tuo
tempo è finito, e che altre farfalle giovani come tu eri giovane, belle come
tu eri bella, avranno preso il tuo posto.

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24/1/2014

Manifestazione contro il salasso della TARES a Fasano: erano anni, da
non ricordare nemmeno quanti, che non si vedeva tanta gente per strada
in una sincera e appassionata dimostrazione democratica di dissenso. Ero
lontano, e mi tenni informato a distanza: mi colpì a prima vista un particolare.
LA SIGNORA IN PRIMA FILA

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In prima fila, al centro. E reggeva uno striscione. Non poteva non saltarmi
subito all'occhio quella presenza oggi alla manifestazione antilellista: una
signora, di non meno di settant'anni a essere generosi. Bianca, rugosa,
stanca, anzi sfinita. Sfinita da una malapolitica che ha scippato una città
intera dalle mani della gente che ha lavorato tutta la vita, per regalarla ai
forestieri che nemmeno sanno dove sia; che sta mettendo le mani nel
portafogli delle persone con conti sballati e servizi vergognosi; che non è
nemmeno capace di dire «Scusate, abbiamo sbagliato» ma di trasformare
la tragedia in farsa abbaiando alla folla «Guardate che ho la pistola in
tasca, eh?!?». Ma stavolta, i fasanesi hanno dimostrato che dopo i panini
con la salsiccia e i biglietti da venti euro allungati fuori dai seggi una, almeno una cosa ancora arrivano a capirla: la tasca. E in prima fila c'era
quella signora, che uno s'aspetta di incontrare ovunque tranne che per
strada, a manifestare, con uno striscione fra le mani.
Non sono bastati vent'anni di Retequattro, di veline, olgettine, di lusso
sfrenato ostentato senza limiti, di favole raccontate al telegiornale, di
ignoranza e cafonaggine solleticate senza vergogna: la signora in prima
fila oggi ci ha ricordato che la democrazia, quando proprio si arriva in
fondo al pozzo e si tocca la feccia, ha degli anticorpi straordinari. Nello
sguardo quasi smarrito di questa donna c'erano una città e un Paese che
non ne possono più; c'era una vita di lavoro probabilmente manuale, un
passato di fatica, un futuro breve, un presente angoscioso e immeritato.
Le sue rughe ci dicevano che le ore a schiena curva sono state tante, e
molte sotto il sole; nel Sessantotto era giovane anche lei, ma in faccia le
si leggeva anche che probabilmente è la prima volta in vita sua che
scende in strada, perché questo è veramente l'ultimo stadio della sopportabilità.

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Non avrà studiato tanto, ma una pensione sempre più indignitosa e ora
anche un trattamento da gallina da spennare fra rifiuti e topi per strada,
questo no, questo non può esistere. Il suo sguardo è quello del popolo,
quel popolo che ha sbagliato per ignoranza, sì, che ha concesso troppa
fiducia a berlusconi e berlusconicchi, a donatidecarolis, vitiammirabili e
lellidibari, che si è fatto infinocchiare per quasi una generazione. Quel popolo che non chiede lo scontrino, che non ha mai posato il culo su una
sella in vita sua, a meno che non ci fosse sotto un motore, che ieri si lamentava delle file al Comune oggi si lamenta perché si devono fare le
cose con internet, che al portone di casa ieri teneva il ciuccio e oggi la
macchina, che non ha mosso un dito quando gli hanno distrutto il mare
e la collina sotto gli occhi. Quel popolo che si è ricordato di avere una dignità solo con le mani degli amministratori nelle tasche, ma la dignità dei
fasanesi, ce lo ha detto forte la signora, è l'ultima cosa che ci è rimasta
e l'unica cosa che non può essere in vendita, a nessun prezzo.

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2/2/2014

La Junior Fasano va in finale di Coppa Italia: la manifestazione però non
si gioca a Fasano, a causa di trent'anni di promesse non mantenute di
una politica grassa e fellona.
SOGNO E SON DESTO
Stamattina mi sono svegliato bene. Ero riposato, sereno, in pace interiore,
come ci si dovrebbe sentire ogni mattina dopo otto ore di sonno, tanto
c'è sempre tempo perché gli affanni della vita tornino alla mente. Non ricordavo da quanto non provassi questa sensazione, e mi chiedevo cosa
l'avesse provocata. Di solito non ricordo mai in dettaglio i sogni che faccio, a malapena l'argomento, o le persone sognate. Stavolta però dopo
pochi istanti mi sono ricordato tutto: mi sono svegliato così bene perché
ho fatto un gran bel sogno.
Ho sognato centinaia di fasanesi tutti vestiti di biancoazzurro, tutti allegri,
festosi, vocianti. Tutti orgogliosi di essere fasanesi. Ho sognato giovani
ultras con tamburi e cori seduti accanto a famiglie con bambini, e ognuno
tifava a modo suo, e tutti erano felici. Ho sognato giocatori e tifosi vestiti
con le stesse maglie, tutti uniti verso lo stesso obiettivo. Ho sognato i tifosi avversari di fronte ma nessuno che se li filasse, perché i fasanesi pensavano solo alla propria squadra. Ho sognato la squadra trovarsi in
difficoltà in momenti importanti, ma reagire alla fasanese: con la voglia
di fare, la grinta, l'orgoglio. Ho sognato un giocatore fasanese fatto entrare da un allenatore fasanese al posto di un forestiero dare la svolta
alla partita. Ho sognato un portiere fasanese tirare fuori gli attributi negli
ultimissimi minuti e prendere i tre palloni decisivi dopo minuti difficili per
lui.
Ho sognato un deflusso comodo a fine gara, parcheggi ordinati, forze dell'ordine organizzate, a degna conclusione di un degno spettacolo in un
degno impianto. Poi mi sono ricordato che non era un sogno: era tutto
vero, tranne una cosa. Il palazzetto dello sport dove tutto questo è accaduto non è a Fasano, è a Martina Franca. E sono tornato a dormire.
25

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4/2/2014

Come sempre, tutti bravi a saltare sul carro dei vincitori: il vice sindaco e
l'assessore allo sport si erano precipitati in radio a fare passerella nello
speciale sulla conquista della Coppa Italia da parte della Junior. Ma tra
una parola e l'altra senza controllo e senza ritegno, la celebrazione della
vittoria diventa una Caporetto del regime lellista.
LA GARA

26

Il vicepodestà e l'assessrice entrarono timorosi nel locale, basso e non
molto luminoso. Si erano allenati tutta la settimana in previsione della
difficile prova: se la squadra avesse vinto, dopo tutto il casino che stava
succedendo sul rummato, era prevedibile che venissero convocati a rispondere del loro inoperato. Il capoccia aveva sparso la voce di non stare
bene, ottimo motivo per non comparire inducendo anche a pietà il popolino, quindi da quel lato non c'era problema. Ma ora toccava a loro. Ce
l'avrebbero fatta? In fin dei conti non è che avessero davanti Bob Woodward e Carl Bernstein, non ci voleva molto a cucinarseli.
Ai corsi berlusconiani c'erano andati, e per molto tempo: i guru della comunicazione e della fregatura pidiel-forzitaliota li avevano formati a dovere. Sapevano tutto: cosa dire, cosa non dire, quali promesse fare, quali
rinnovare, quali cambiare. Come attirare il popolo-coniglio e con quali
succose carotine. Come rintuzzare le critiche delegittimando chi le fa.
Come non rispondere alle domande rilanciando con bugie e insulti. Ma
stavolta non ci sarebbe stato bisogno di arrivare a tanto: troppo scafati
loro due per alzare il tono. A questo punto, la gara poteva cominciare.
Ma dopo pochissimi minuti, cambiò completamente le aspettative: invece
di un serrato confronto testa a testa con implacabili opinion makers, la
battaglia si trasformò. I due infatti si stavano annoiando, e scattò in loro
una sorta di allucinazione competitiva: in assenza di avversari, il compagno diventa avversario e vuoi far vedere di essere più bravo tu. Partì
quindi fra i due compari la corsa a chi sparava la puttanata più grossa:
-Il palazzetto è stato promesso dalla precedente amministrazione, non
da questa!
-Ho avuto un'offerta di contributo da un imprenditore per prendere Basic!
-Potremmo chiedere un'offerta a qualche azienda!

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-Il palazzetto costa sette milioni di euro!
-Se lo paghino i fasanesi con l'imposta di scopo!
-TARES è bello!
-La Tradeco è una ditta efficiente!
-La videosorveglianza funziona perfettamente!
-La Fasano-Selva è attuale ed ecologica!
-Il traffico in piazza Ciaia è chiuso 24 ore su 24 anche ai residenti!
-I portici sono puliti e pieni di famiglie che sorseggiano thè al limone!
-Questa giunta mantiene le promesse!
-La campagna è pulita e accogliente!
-L'antennone alla Selva abbellisce il paesaggio!
-I siti archeologici sono valorizzati e fruibili!
-Le migliori spiagge sono gratuite e a disposizione dei fasanesi!
-La politica della mobilità è moderna e sostenibile!
-Il traffico è ordinato e disciplinato!
-Le strade sono scorrevoli e sicure!
-Io sono giovane e bella!
-Io sono intelligente!
A questo punto l'arbitro suonò il gong: era veramente troppo. Il match
venne subito sospeso per colpi bassi sotto la cintura. Il pubblico aveva
da tempo abbandonato la sala.

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6/2/2014

Definitivamente tramontata la possibilità che la storia dell'arte tornasse a
essere materia di studio nelle scuole superiori: occasione per un necessario omaggio a un'insegnante veramente degna di questo nome e per
amare considerazioni sull'Italia
NON CI CREDO PIÙ

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Soltanto due domeniche fa sono andato ad una mostra, all'Ara Pacis, pittori impressionisti. Era esposto non solo tutto il consueto Gotha della corrente, ma c'erano anche tanti interessanti autori minori. Ero con Vittoria
che studia all'Accademia e ne sa molto di più, ma ho constatato con piacere che dopo tanti anni sono ancora in grado di distinguere Manet da
Monet, e che lo devo ad una sola persona.
Erano gli anni Ottanta, andavo al Liceo: lei aveva qualche chiletto in più
di oggi, e portava un paio di occhialoni grandi come quelli che sono tornati
di moda in questi ultimi mesi. Entrava in classe con una camminata molto
personale: per prenderla in giro dicevo che girava intorno al suo asse.
Maria De Mola aveva e ha due palle così: ricordo ancora molto nitidamente le prime lezioni di storia dell'arte che ci impartì, perché non avevo
mai sentito parlare in vita mia di Simone Martini ma di fronte alla Maestà
di Siena, e alla sua spiegazione dell'opera chiara, completa, esauriente,
interessante e coinvolgente, è diventato uno dei miei autori preferiti. Soprattutto mi ha fatto scoprire la pittura gotica, mi ha insegnato a contestualizzarla nell'epoca, mi ha fatto capire perché in Europa spopolava
mentre noi in Puglia andavamo ancora dal Romanico. Avevamo un testo
classico ma molto pesante, l'Argan: non lo usavamo mai. Ci bastava prendere appunti durante le sue lezioni. Vere, autentiche, senza fronzoli. Poteva anche non sedersi dietro la cattedra: non ne aveva bisogno. E oltre
al gotico mi ha fatto apprezzare, e come a me penso a tutti quelli che l'hanno avuta in classe, qualunque pittore, scultore, architetto, imbrattatele
o genio compreso di cui parlasse. Insomma, è stata una dei pochissimi
autentici insegnanti tra tanti professori che ho avuto. Di gran lunga la migliore insieme all'insegnante di musica delle medie, Lina Petruzzi. Devo
solo a loro se ancora oggi entro in una sala da concerto o in un museo,
e non più tardi dell'estate scorsa sempre da lei ho imparato chi ha "in-

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ventato" la Selva nel XVI secolo, lo spagnolo Pedro Afàn De Ribera: basterebbe questo per ricordarla tutta la vita! Quando c'è una visita guidata
da lei e sono a Fasano non manco mai, e purtroppo questo non può combinarsi sempre.
Leggo in questi giorni che un emendamento che voleva ripristinare l'insegnamento della storia dell'arte nelle scuole superiori è stato bocciato.
Questa è una decisione da paese di merda che non si salverà mai. Questa
è una decisione da paese che ha deciso, dopo vent'anni di dittatura telecratica, di passare direttamente a quella via web. Questo è un paese nel
quale gli ignoranti, i nullacapenti e nullaessenti dell'eterna onagrocrazia
italiana, come denunciava un secolo fa Benedetto Croce, hanno purtroppo
trovato con i social network il modo che mancava loro per darsi un senso
nella società che non fosse quello di tacere. Non voglio passare il resto
della vita a leggere robe come: «Ieri ho visto uno che frugava tra le scatole di puzzle al grido di 'Ahò, sto a cercà quello co i due che se toccano
i diti!’» (rozza allusione al pannello di Dio e Adamo della Genesi di Michelangelo nella Cappella Sistina). E ho letto di un altro che ha sentito con
le sue orecchie alla mostra a Bologna un animale umano affermare ad
alta voce: «Ah, ma dopo il film hanno fatto il quadro?»: ho già prenotato
per andare a vedere La ragazza dall'orecchino di perla di Vermeer, che
esce dall'Olanda per la seconda volta nella storia, perché grazie all'insegnante che ho avuto sento di perdermi qualcosa di importante se non ci
vado.
Ma questa gentaglia ha il paese in mano perché troppo poche sono le
Maria De Mola dietro le cattedre. Ed è per questo che poi abbiamo le
strade piene di rifiuti e di topi, ci arrivano le cartelle TARES da migliaia di
euro, non abbiamo palazzetto dello sport, ci hanno cacciato dalle nostre
spiagge e abbiamo una città dove o vai in macchina o non vai, peraltro
fra le buche: perché abbiamo permesso ai peggiori di rivendicare il diritto
di essere i peggiori, e di vantarsene anche, invece di provare la voglia di
migliorare se stessi e fare sacrifici per migliorare i propri figli. I miei, se
ci fossero, li avrei già sistemati all'estero senza esitare.

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13/2/2014

San Valentino sarebbe anche una bella ricorrenza, se non fosse per l'uso
squallidamente commerciale che se ne fa. Vecchia tecnica del “ribaltamento” applicata alla leggenda del Santo e a qualche interpretazione
molto moderna della sua figura. E ho risparmiato i ristoratori solo perché
sono uno dei pochi conforti della mia vita...
PROCESSO SOMMARIO
Come sempre prese posto sul punto più alto, quello del Giudice supremo
e, in questo caso, unico. Già non era granché bello da vedere, e in più
era anche di pessimo umore. La sua figura assommava così tutte quelle
sembianze che incutono la peggior paura a chi deve essere sottoposto al
giudizio di un'autorità. Era brutto, brutto, col naso adunco, le orecchie
larghe e appuntite, le sopracciglia ruvide e nere, le gote cascanti di rughe
e cattiveria, il collo aggrinzito che i paramenti sacri facevano fatica a nascondere alla vista. Nello sguardo scuro ma ugualmente gelido la perfidia
di chi non sta per applicare con equilibrio una legge entrata in vigore
prima del fatto commesso, ma sta per dare forza di legge al proprio arbitrio. Il pastorale sembrava una clava spinosa brandito dalla sua sinistra,
la mitria ancora più appuntita fino a far male agli occhi senza alcun contatto, e gli armìgeri di scorta davano un ancor maggiore senso di sopruso
alla scena.
Venne introdotto il primo incolpato in ceppi. «Voi! - tuonò il Giudice Avete permesso che il MIO sacro nome venisse abbassato alla stregua di
un marchio commerciale. Come avete osato?» fu il primo tuono del temporale. «Io... io... - biascicò il malcapitato – volevo solo che la gente si
scambiasse cartoline d'amore... che facesse circolare leggiadri pensieri...
che portasse parole di conforto a chi è nella solitudine, nella tristezza...».
«BALLE! - esplose il Giudice – Inganni! Menzognere giustificazioni! Voi
volevate soltanto profittare della mia figura per liberarvi della vostra carta
colorata invenduta, e per dare sfogo alla fantasia di qualche scribacchino
fallito in vena di sdolcinatezze! Mangerete quella carta per il resto della
vostra inutile vita. Naturalmente dopo averla usata per i vostri bisogni
corporali, così imparerete come giunge il sapore di certe frasi alle mie auguste orecchie! Portatelo via!» E mentre gli aguzzini trascinavano il con-

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dannato fuori dalla spelonca, le sue grida si confondevano con i mugugni
di timore degli astanti per il successivo, tremendo giudizio.
Tremava l'imputato prima ancora di entrare nell'antro del Giudice e, ritmicamente smosse da quel tremore, le sue catene davano un senso di
superiore sgomento a chi aveva la sventura di assistere. Il Giudice abbassò lievemente il capo alla ricerca non tanto della giusta concentrazione
quanto dell'adeguata quantità di rancore bisognevole per punire con la
massima perfidia quel malnato. «Voi! - ricominciò – Eravate un mastro
cioccolataio rifinito e rispettato; avevate una clientela selezionata e numerosa, ma come sempre succede a chi è troppo ricco avete voluto elevare il superfluo a regola di vita, il lusso a misura del vostro successo, il
troppo a discapito del giusto!». «Ma, sacra Eminenza... - tentò di farfugliare il povero accusato - ritenevo di aver soltanto avuto una buona idea,
che avrebbe ingrandito la mia attività e mi avrebbe permesso di dare
ancor più lavoro ai giovani del mio contado...». «BASTA CON QUESTE
SCUSE!!! - lo interruppe urlando il Giudice – Il ricatto del lavoro è sempre
il più facile da invocare quando si commettono abominii come il vostro!
Il vostro contado fin da' tempi degli Etruschi addivenne a gloria per l'opra
sapiente di mille e mille onesti artigiani prima di voi, che assicurarono
prosperità e lavoro bastevole a tutto il popolo tant'è vero che Augusto in
persona volle gratificarla del proprio titolo. Augusta Perusia la chiamavano, e a Terni invidiavamovi non poco! Senza bisogno di usare sdolcinati
bigliettini che abusassero della mia personale rispettabilità di martire!».
«Sacra Eminenza - tentò il tutto per tutto il processato - non ceda la vostra saggezza a basse considerazioni di campanile, e consideri piuttosto
tutto il bene ispirato dal lieve nome dei nostri dolci...» ma fu interrotto
senza alcuna pietà: «Campanile?!? Come vi permettete! Quanto al lieve
nome di cui cianciate esso non può essere invocato ad attenuante ma
aggrava la vostra colpa! Un bacio è un apostrofo salivoso fra le parole
'vieni, fornichiamo', ed è vostra esclusiva responsabilità averlo permesso!
Passerete il resto della vostra grama esistenza nutrendovi dei vostri dolcetti di cioccolato, bigliettini compresi, ma non certo per bocca...» e mentre l'angolo inferiore destro della propria si deformava in un pauroso
ghigno lasciando intravedere denti neri e storti, misti di sarcasmo e di
cattiveria, il Giudice si volse verso il Boia: «Mio fedele, ti affido questo
sciagurato affinché gli infligga il meritato castigo»; il tremendo figuro,
sbattendo voluttuosamente le ciglia con lo sguardo verso il condannato
e praticamente saltellando su se stesso nonostante la pesante armatura
ne brandì la mano e lo condusse fuori dalla grotta cantando: «Per Santo

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Valentino si fa una bella cosa: la verginella sposa andiamo a deflorar!»,
mentre tutti i presenti a mani giunte e capo chino intonavano in coro
«Kyrie, eleison! Christi, eleison!» per coprire le invocazioni di pietà del
misero.

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17/2/2014

Renzi presidente del Consiglio con una squallida congiura di palazzo: Italia
al terzo governo consecutivo non uscito dalle urne.
IL DALAI RENZI
Matteo Craxi ce l'ha fatta: finalmente è riuscito a conquistare il palazzo
d'Inverno. L'āyatollāh Napolitini, al termine di una lunga riunione del Consiglio dei guardiani della Rivoluzione, gli ha conferito l'incarico di formare
il nuovo Sinodo dei vescovi. Inequivocabili sono apparse ai Saggi, riuniti
in solenne conclave, le innumerevoli prove che il Prescelto fosse lui, il
quale, senza bisogno di nascere tra le aspre vette del Tibet sarà quindi a
pieno titolo il nuovo Dalai Renzi. Subito l'Unto del PD partirà per un viaggio nel paese reale, per rendersi veramente conto della realtà della crisi
e delle profonde ferite che ha lasciato nel tessuto economico. Non saranno tuttavia trascurati i distretti produttivi più innovativi, che resistono
con la creatività e la fantasia alle enormi difficoltà congiunturali: tra le
prime tappe Città del Faso, la ridente capitale del turismo del sistema solare, città che vanta il maggior numero di presenze di visitatori nella Via
Lattea, città alla quale basta aprire uno stand anche alla fiera della scorreggia per registrare chilometri di coda di visitatori bramosi di baciare la
pantofola all'assessrice alla Fasano-Selva.
Il Caro Leader è molto curioso di conoscere la prima città d'Italia col sindaco sospeso per una condanna in primo grado: a tal proposito, Kim-IlRenz ha già pronta l'onorificenza da conferire a questo amministratore
primatista per premiarlo del suo record, l'Ordine al merito dell'Abuso d'ufficio, e sempre nel culo ai magistrati! Il Partito Democratico della Città
del Faso si sta da tempo preparando perché la visita del Viceré d'Italia
sia un successo e il partito faccia una bella figura: a questo proposito la
fidanzata del segretario cittadino ha regalato al suo amato per S. Valentino un ovetto con sorpresa sapientemente preparato dal direttivo del
partito: all'interno un biglietto per un viaggio-premio per due persone in
Papuasia, guardacaso negli stessi giorni della visita. Uno squillante striscione accoglierà il Duce: «Onore al più giovane presidente del Consiglio
della storia!». Iscritti e militanti del Partito sono stati già ammoniti ad evitare di chiedere chi fosse il precedente detentore del record.

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21/2/2014

Quel giorno ricevetti la visita a Roma della giornalista di una rivista locale
di Milano che con le sue inchieste aveva ottenuto il primo scioglimento
della storia per mafia di un comune in Lombardia. Ha la metà dei miei
anni ma professionalmente la ammiro molto. Ha la faccia rotondetta, la
pelle un po' scura e soprattutto non ha bisogno di farsi notare: per lei
parlano i fatti.
GIORNALISTI E GIORNALAI
Faccia di Luna è arrivata in autobus. Faccia di Luna sembra ancora più
piccina, perché sorride sempre ed è sempre cordiale. Faccia di Luna era
già stata a Roma. Faccia di Luna ama passeggiare. Faccia di Luna fa onore
alla tavola, e non è di quelle signorine per bene che non ritengono conveniente mangiare di gusto: lei mangia tutto e se le piace è felice e lo
dice, altro che superiore distacco. Faccia di Luna beve il caffè amaro. Faccia di Luna va ai funerali dei mafiosi, ma non perché ce la manda il direttore: ci va di suo, perché là c'è la notizia. Faccia di Luna parla
perfettamente inglese perché da sempre passa due mesi l'anno a Londra.
Faccia di Luna è amica dei No-Tav, ma non si accontenta della loro versione: in Val di Susa ci va di persona, e ha scoperto che lì ci sono la guerra
civile e la nuova Resistenza. A Faccia di Luna è piaciuto il centro del centro, con i suoi scorci e le piazzette. Faccia di Luna ha un talento cristallino,
e il suo talento è stata aria fresca tutta da respirare. Faccia di Luna si può
permettere di essere placida e tranquilla, perché niente grida forte quanto
i fatti. Faccia di Luna passa le giornate nei tribunali, perché un processo
si segue sul posto, non da casa, altrimenti non se ne può scrivere. Faccia
di Luna non vuol mollare, perché crede nel suo Paese. Faccia di Luna è
ancora precaria, mentre in un Paese normale farebbero a gara per averla.
Faccia di Luna non ha bisogno d'essere sgargiante e calda come il sole,
perché nella notte anche la luce tenue della luna ci indica la strada.

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25/2/2014

Pessimismo cosmico: passano gli anni, nulla cambia e nulla cambierà mai.
I difetti di Fasano si aggiornano, si adattano ai tempi nuovi ma non migliorano. E dopo più di trent'anni di risultati migliori di quelli degli altri,
non ne posso veramente più.
LA GRANDE PERA
Fasano è quel posto dove la gente piscia per terra e dice che piove, tu gli
fai notare che non piove e loro ti dicono che sei uno stronzo.
Fasano è quel posto dove si va in macchina anche al cesso, e se uno attraversa piano sulle strisce gli si suona il clacson, e se il finestrino è aperto
gli si bestemmiano anche i morti.
Fasano è quel posto dove la precedenza spetta alla strada più larga, e a
parità di strada spetta alla macchina più grossa, e a parità di strada e di
macchina spetta al conducente con la fedina penale più macchiata.
Fasano è quel posto dove gli assessori si presentano in pubblico in veste
ufficiale con i pantaloni rosa.
Fasano è quel posto dove il sindaco si presenta in pubblico in veste ufficiale con la camicia aperta fino al terzo bottone compreso.
Fasano è quel posto dove basta vestirsi da mignotta, prima o poi uno potente che ti sistema lo trovi (però gliela devi dare, nemmeno qui ti danno
niente gratis).
Fasano è quel posto dove si distruggono i siti archeologici per fare gli alberghi.
Fasano è quel posto dove la schiavitù si chiama lavoro.
Fasano è quel posto dove le invasioni barbariche si chiamano turismo.
Fasano è quel posto dove si muore di fame ma si fanno debiti fino al 3014
per comprarsi l'ultima macchina.
Fasano è quel posto dove si gira con le pezze al culo ma il bambino alla
Comunione deve avere lo smartphone.
Fasano è quel posto dove non pagare il biglietto allo stadio è una medaglia d'oro al merito di guerra, ma se la società non fa la squadra per vincere il campionato si contesta.
Fasano è quel posto dove nel centro storico si piscia, si spaccia e ci si lamenta che non c'è niente da fare.

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Fasano è quel posto dove se la sera non esci in un altro paese sei un poveraccio, e più lontano vai più sei figo a poterlo raccontare il giorno dopo;
Fasano è quel posto dove meno conosci la gente più particolari racconti
su di essa.
Fasano è quel posto che si mantiene in piedi poggiando su due pilastri:
l'invidia e la maldicenza.
Fasano è quel posto dove si passa il tempo a trovare il modo di metterlo
nel culo al proprio compaesano.
Fasano è quel posto dove chi è meglio di te è delinquente o raccomandato, oppure ha una fortuna sfacciata che magari avessi avuto tu.
Fasano è quel posto dove i foderi combattono e le spade stanno al muro;
Fasano è quel posto dove se uno dice tre fesserie e tu tre cose giuste e
precise, il pesante sei tu.
Fasano è quel posto dove se tre amici non sanno che fare fanno un giornale.
Fasano è quel posto dove non esistono fatti da raccontare, solo comunicati stampa da copiare.
Fasano è quel posto dove non so quanta gente saprebbe rispondere alla
domanda: «Chi ha scritto il diario di Anna Frank?».

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5/3/2014

Questo storytelling era stato scritto per uno spettacolo teatrale, con
grande entusiasmo perché sarebbe stato il mio debutto come autore. Poi
la cosa non andò in porto ma me l'ero tenuto buono per una futura occasione, che si presentò dato il riferimento al Carnevale e al fatto che in
pratica fosse una specie di sviluppo dei concetti contenuti nella storia precedente.
FASANESITÀ NEL DNA
Ho sempre fatto notare ai miei amici che in qualunque paese al mondo
quando si ha bisogno di un artigiano, che so: idraulico, falegname, meccanico, si entra in un laboratorio e si chiede a chi capita: «Mi scusi, avrei
bisogno di conferire con il titolare al fine di commissionargli un lavoro, è
presente in bottega in questo momento?». A Fasano no. A Fasano non
sprechiamo fiato né inutili giri di parole. A Fasano bastano tre vocali e tre
consonanti: «… Sta Lui?». Con la lettera maiuscola, come fosse un Ipse
aristotelico, un'autorità assoluta, un despota, del resto quando si lavora
in bottega non si dice forse: «Sto sotto un Maestro»? Sempre maiuscolo,
ovvio.
Non ne parliamo poi del rito del caffè al bar: in ogni città fa sempre piacere offrire qualcosa a un amico o a una bella signora, meglio se impegnata con qualcun altro. Ma non esiste paese al mondo dove l'insistenza
di chi ti offre al bar è paragonabile al fasanese: provate a schernirvi un
attimo alla proposta di un caffè, magari a quel bar alla moda in piazza,
come si chiama... l'Orrenda Ferrara?: «Ehm no, grazie, l'ho appena
preso». Il fasanese professionista ti squadra con uno sguardo più offeso
che meravigliato e nemmeno ti dà il tempo di ragionare: «Ooooohei!
Sciàaa, na scè fasciann cumplemind, pigghiate naaaaaaaaa caus, oooohei!». Ché poi a Fasano in quel momento diventiamo tutti comunisti: «Nù
cafè allu cumbagne mè!» ed è impossibile tirarsi indietro: «No dai, veramente... ho detto che l'ho già preso!». Ma non c'è scampo nemmeno
così, perché subito c'è il rilancio: «Iiii sciàaaa, pigghie n'ataaaaaaaaaaa
cause! Scià! Pigghie n'apereteive! Scià, na scì fascianne uuuuu loffe!».
Ma anche a Carnevale ci dobbiamo distinguere: a Fasano ci siamo inventati una maschera tipica fasanese, non lo sapevate? Sì sì, come tutte le

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città più famose: Venezia-Arlecchino, Napoli-Pulcinella, Torino-Gianduia
eccetera. anche noi abbiamo la nostra maschera, si chiama Uagnunastro.
Il Uagnunastro fasanese di Carnevale gira con un costume rigorosamente
così composto: tuta Sparco blu con cerniera rimediata dal meccanico o
dal gommista, spesso essi stessi ansiosi di vestirsi così a Carnevale risparmiando pure, casco integrale di quelli che oggi praticamente si vedono solo in pista, e bastone di gomma colorata gonfiato a dismisura.
Questo è Uagnunastro. In genere non gira mai da solo ma in branchi di
cinque-sei-sette esemplari in barba alle più elementari norme di ordine
pubblico, ma si sa che a Lellandia non stiamo mai a badare tanto alle formalità. Del resto diceva Ennio Flaiano, che era nato proprio il 5 marzo,
«La rivoluzione in Italia non possiamo farla perché ci conosciamo tutti»:
è vero, ma per questo stesso motivo non possiamo fare nemmeno rispettare le regole. Ad esempio: i vigili urbani. Anzi, gli “Operatori di polizia
municipale”, che cacchio... e manco il nome giusto? No perché a Fasano
abbiamo gli unici vigili che si incazzano se non li chiami polizia municipale,
poi se come le polizie vere devono arrestare qualcuno perché spascia il
centro storico non ci stanno mai, chissà perché!
Ma la colpa è nostra: senza la macchina non ci alziamo nemmeno dal
letto la mattina! Ma l'avete mai vista Fasano alle sette di sera di tutti i
giorni di tutti i mesi da una cinquantina d'anni? Tutta una coda. Alle sette
di ogni sera che Dio mette in terra tutti i fasanesi sono in macchina a farsi
il “giro”. E allora tu vedi i corsi, la piazza, via Nazionale dei Trulli, via Rosselli, l'intero centro storico eccetera eccetera tutto pieno di macchine,
tutte con sopra... UNA persona!!! Una persona che tutto l'anno alle sette
di sera gira sempre alla stessa maniera. Fateci caso in questi giorni: siamo
in inverno, si muore di freddo, e come vanno i girettatori delle sette di
sera? Finestrino abbassato... gomito fuori... può arrivare la sirrindina a
dodici sottozero e loro niente... gli si forma il ghiaccio sotto l'orecchio e
loro impassibili, quando devono fare una curva girano lo sterzo con il
palmo della mano aperta e poi, ovviamente, se sei riuscito a non rompere
il semiasse in una buca nell'asfalto, c'è sempre il problema dei problemi:
il parcheggio. Be’ non è che a Fasano ci facciamo tanti problemi a parcheggiare eh??? Facciamo un sondaggio dài, forza su, via le inibizioni, via
le false ipocrisie: alzi la mano chi non ha messo almeno una volta le quattro frecce in doppia fila! Alzi la mano chi non ha spostato almeno una
volta una transenna! Alzi la mano chi è passato almeno una volta sotto il
Comune spostando QUELLA transenna. Alzi la mano chi ha parcheggiato
sulle strisce blu senza pagare! E per finire, alzi la mano chi prima di man-

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dare affanculo l'ausiliare, non ha tentato di dirgli: «Scià dai, che due minuti alla farmacia devo andare!».
Ragazzi, a parte gli scherzi dobbiamo cambiare mentalità! Dài che fino a
pochissimi anni fa pretendevamo di parcheggiare sugli scogli a mare!
Adesso sento di gente che si lamenta di non poter andare con la macchina
alla messa. Infatti sembra che don Carmelo, noto esemplare maestro di
codice della strada, si sia attirato le proteste di molti invidiosi perché
quando celebra al Purgatorio parcheggia la Panda dietro l'altare, sotto il
coro ligneo. Ma chissà perché stavolta la fotografia della Panda parcheggiata non l'ha data né al farmacista né all'edicola affianco! Meno male
però che almeno da qualche tempo sono in netta diminuzione quelli che
si facevano lo stereo da tremila watt e mettevano il volume a “dieci”, ché
tu stavi al semaforo di via Roma e si sentivano quando andavano dall'Ospedale. Matò... l'Ospedale! Vi ricordate l'Ospedale???
Però in una cosa almeno bisogna riconoscere che noi fasanesi siamo indubbiamente superiori agli altri: come sapete in tanti paesi in Puglia è
usanza chiamare ancora oggi le bambine con il nome della Madonna protettrice o titolare del santuario vicino. Ad esempio a Foggia c'è la Madonna
dell'Incoronata e molte donne si chiamano Incoronata, oppure c'è la Madonna dell'Altomare e le bambne vengono chiamate Maria Altomare, fino
ad arrivare a robe da Telefono Azzurro come le bambine che si chiamano
Sterpèta perché la mamma è devota alla Madonna dello Sterpeto, vi giuro
che è vero! Ma anche più vicino a noi, scusate, sapete come si chiama il
santo protettore di Oria? San BARSANÒFIO! E vi assicuro che se andate
a Oria trovate un sacco di persone che si chiamano Barsanofio. Ora, tutto
abbiamo fatto a Fasano: ci siamo mangiati l'artigianato, ci siamo mangiati
la Selva, ci siamo mangiati la costa, ma almeno le bambine non le abbiamo mai chiamate Maria Pozza!

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13/3/2014

Qualche settimana prima era stato annunciato da qualche sito locale il
matrimonio fra una illustre sconosciuta popstar nippo-statunitense e un
cameriere di Pezze trapiantato a Londra. Dei piccioncini continuarono a
lungo a essere fornite notizie su qualsiasi fesseria li riguardasse.
PEZZE DI TOKYO

-Del Giappone sei, eh?
-Amò, mi è sparato un dolore, mi fai uno di quei bei massaggi sciazzu
che sai fare tu?
-Amò, prima di partire alla turnè ricordati di buttare la medicina al crisantemo!
-Amò, a medonn ce bell chimono che ti sei menata oggi!
-Amò, azzingo ti vai dimenticando che domani sera sta il concerto!
-Amò mi è scazzicata una fame... mi fai un susci?
-Amò, le chiavi della Suzuki vicino le hai lasciate, eh?
-Amò scià, pigliati una cosa... lo vuoi un espressino?
-Amò ma sta un posto aperto la domenica per comprargli le paste a tua
madre?
-Amò ma che processione è? Noi portiamo la Madonna e voi una pizza di
due metri alta? I murt du scintoisme...
-Amò ma qua co sti treni andate come i pazzi!!!
-Amò ma sulla Selva di Tokyo si può lasciare la macchina in centro?
-Buon Natale signò!!! ...mè? I purcè mamt m ste fasce a faccia brutte
mù???

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16/3/2014

Non un'autorità, non un fiore, non un minuto di silenzio la sera prima
nella palestra che porta il nome di Franco Zizzi: mi resi quindi ancora di
più conto di come non smettere mai di ricordare, per quanto si può, sia
doveroso, anche quando i ricordi diventano nebulosi perché il tempo
passa.
QUELLA MATTINA

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La storia l'ho raccontata varie volte ma mai per iscritto, e ci sarà qualcuno
che non l'ha ancora sentita. Non ricordo che tempo facesse quella mattina: nuvoloso? Soleggiato? Non lo so. Non ricordo niente di particolare
nel tragitto da casa a scuola, del resto durava due minuti d'orologio, dato
che abitavo in via del Calvario e andavo alle elementari in via Collodi, lì
di fronte. Non ricordo niente di quello che accadde nella prima ora, ora
e mezza di lezione, buio totale. Avevo sette anni, facevo la seconda ma
non ricordo nemmeno che materia stessimo facendo. Ricordo però una
cosa: era giovedì.
Facevamo sempre lezione con la porta chiusa, e il primo particolare che
emerge è proprio questo, che da solo racconta l'eccezionalità del momento: la porta aperta. Venimmo messi a fare forse un compito, un esercizio, un qualcosa per tenerci buoni, e non ricordo neanche se l'obiettivo
venne raggiunto o, come al solito, ne approfittammo per fare baraonda.
Ma, nella fila dei non-ricordi, l'ultimo riguarda il motivo che mi spinse ad
affacciarmi sulla porta. In fin dei conti la maestra non c'era, che me ne
importava? Fino a quando non fosse tornata potevo fare quello che volevo
con i miei compagni, ma quella volta non fu così. Ci sarà stata un'aria
particolare, forse un remoto sentore d'evento epocale ci avrà raggiunti e
coinvolti, come la lingua sottile di una fiamma che brucia lontana ma
scotta la mano tesa al camino, o forse sarà stato solo istinto, sta di fatto
che a un certo punto comparvi sulla soglia della porta di classe.
Il corridoio in quel momento lo ricordo luminoso, e non pieno di gente.
C'erano solo le maestre, forse anche i bidelli ma grosso trambusto non
ce n'era. Parlavano fra di loro, senza nemmeno fare grande chiasso, come
si faceva una volta, quando la sacralità di certi luoghi, come la scuola,
consigliava da sola l'atteggiamento rispettoso da tenere, ma quello che

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dicevano si capiva perfettamente. Si parlava di un fatto grave, anzi, gravissimo. Addirittura una sparatoria, per di più con morti. «A Fasano? pensai – I bevà...». Un momento però l'ho focalizzato nettamente, e per
tutta la vita, per sempre, perché ho la netta sensazione che non se ne
andrà mai: a un certo punto guardai alla mia destra, dove c'era una delle
maestre che avevano la classe sullo stesso corridoio della nostra, e la vidi
congiungere le mani verso il basso mentre, alle colleghe che si avvicinavano, diceva: «Non è morto, è ferito gravissimo». Quella maestra era la
cugina di Franco Zizzi.
Dopo questo ricordo nitido, il buio assoluto: in trentasei anni, è comprensibile. Ma un altro sprazzo ce l'ho ancora, legato a un ulteriore particolare
del tutto inconsueto: il televisore acceso in casa quando rientrai da scuola.
Non mangiavamo mai con la tv ma con la radio accesa: quella volta invece
c'era la televisione che mia madre, mentre preparava il pranzo, teneva
sulla diretta non stop che i telegiornali della R.A.I. stavano dando su entrambe le reti allora esistenti. Fu lei a spiegarmi più o meno quello che
era successo, e solo allora capii che la sparatoria non era avvenuta a Fasano, chissà perché mi ero convinto addirittura in piazza, ma a Roma e
che un fasanese, fratello di due amiche dei miei genitori, era in pericolo
di vita. Franco Zizzi sopravvisse solo tre ore e mezza, senza riprendere
conoscenza, e morì al policlinico Gemelli attorno alle 12,30. Era il 16
marzo 1978: non aveva mai fatto servizio di scorta prima di quel giorno.
Con lui le Brigate Rosse uccisero altri due poliziotti e due carabinieri per
sequestrare Aldo Moro, poi assassinato anche lui il 9 maggio, oggi giornata di commemorazione delle vittime del terrorismo e delle stragi.
Ieri sera sono andato a vedere la partita nella palestra scolastica che
porta il nome di Franco Zizzi, dove c'è la lapide che, con sobria oggettività,
ricorda che è stato una vittima del terrorismo, senza specificazioni, senza
nomi, senza colori politici, perché com'è giusto che sia non è quello il
posto per le verità storiche e giudiziarie, che sono scritte nei documenti,
ma solo quello del ricordo. Nessuna autorità ha ritenuto di dover portare
nemmeno un fiore.

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24/3/2014

Giornalista querelata per 150.000 euro da un presunto collettore di voti
della 'ndrangheta: avevo scritto questo storytelling la sera prima, dopo
una lunga chiacchierata su Whatsapp sul suo futuro e sulla sua granitica
voglia di rimanere in Italia per non mollare, e la mattina dopo alla notizia
della querela i motivi per scriverlo erano diventati due.
SE FOSSI MIA FIGLIA

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Se tu fossi mia figlia ti vorrei un bene pazzesco. Bè, non è una grande
cosa da dire, tutti i padri vogliono un bene pazzesco alle figlie, o almeno
la maggior parte. Ma se tu fossi mia figlia, ti vorrei un bene più pazzesco
degli altri, perché almeno due volte al giorno ringrazierei Iddio di averti
fatta proprio come ti volevo: carina ma senza malizia, femminile ma dinamica, intelligente ma umile, consapevole del proprio valore ma non inguaribilmente narcisa «come quel caprone del padre». Innamorata della
mia stessa cosa ma molto, molto più brava di me. E se fossi anche tu ansiosa e incline ad aver paura di tutto, a differenza mia non lo daresti a intendere per niente, anzi avresti una faccia molto, molto più da schiaffi
della mia per infilarti lì dove succedono le cose. E questo, qualcosa mi
dice che è già così nella realtà.
Se tu fossi mia figlia non muoverei un dito per sistemarti, perché non ne
avresti minimamente bisogno e, almeno in questo, avresti preso da papà!
Ma non commetterei con te l'errore che hanno fatto con me: non scambierei il dovere di abituare i figli a tenere i piedi per terra con l'umiliazione
e la denigrazione gratuita. Sarei il tuo primo tifoso, ti difenderei a oltranza
con tutti in pubblico, pronto a prenderti a schiaffi in privato se te lo fossi
meritato. E non ti avrei certo fatto crescere in un ambiente dove appena
mostri di essere meglio degli altri cominciano le invidie, le maldicenze, le
calunnie. Non avrei permesso che in un'aula di scuola pubblica il figlio di
pescatore analfabeta ti apostrofi davanti a tutti al grido di «Figlio di professore!», com'è successo a me, e ti insegnerei che se quel figlio di pescatore analfabeta vuol diventare insegnante universitario deve avere il
diritto e le possibilità di farlo e che tocca proprio a te difendere questo
diritto e queste possibilità, per quello che hai scelto di fare nella vita.
Se tu fossi mia figlia ti manderei all'estero che ti piaccia o no, se neces-

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sario a costo di morire di fame perché, a differenza tua, io non ci credo
più. E guarderei tua madre con occhi riconoscenti, anche se fra me e lei
fosse finita, come fosse ogni volta un grazie. Ma ti voglio bene lo stesso,
piccola e grande donna, e se per accidente non sei mia figlia, mi piacerebbe essere... la tua guardia del corpo! Perché non possiamo proprio
permetterci di perderti.

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