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La crisi della democrazia .pdf



Nome del file originale: La crisi della democrazia.pdf
Titolo: La crisi della democrazia
Autore: Crozier, Huntington, Watanuki

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Michel J. Crozier – Samuel P. Huntington – Joji Watanuki

LA CRISI DELLA DEMOCRAZIA
Rapporto sulla governabilità delle democrazie
alla Commissione trilaterale
Prefazione di Giovanni Agnelli
Introduzione di Zbigniew Brzezinski
Traduzione di Vito Messana

Franco Angeli Editore

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La Commissione trilaterale fu costituita nel 1973 da privati cittadini dell'Europa occidentale,
del Giappone e del Nord America per promuovere tra le suddette regioni atteggiamenti e
processi di cooperazione

Titolo originale: The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the
Trilateral Commission
Copy right© 1975 by The Trilateral Commission
Traduzione italiana di Vito Messana
Copy right© 1977 by Franco Angeli Editore, Milano, Italy

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INDICE
Biografie degli autori
Prefazione all’edizione italiana, di Giovanni Agnelli
Nota introduttiva, di Zbigniew Brzezinski
1. Introduzione
1. L’attuale pessimismo sulla democrazia
2. Le minacce a cui è esposto lo stato democratico
2. Europa occidentale, di Michel Crozier
1. Stanno divenendo ingovernabili le democrazie europee?
1.1. Il sovraccarico dei sistemi decisionali
1.2. Peso burocratico e irresponsabilità civica
1.3. La dimensione europea
2. Cause sociali, economiche e culturali
2.1. L’aumento dell’interazione sociale
2.2. L’impatto della crescita economica
2.3. Il crollo delle istituzioni tradizionali
2.4. Lo sconvolgimento del mondo intellettuale
2.5. I mezzi di comunicazione di massa
2.6. L’inflazione
3. Ruolo e struttura dei valori politici
3.1. La struttura dei valori e il problema della razionalità
3.2. Le convinzioni politiche di base
3.3. L’influsso esercitato dai mutamenti sociali, economici e culturali sui principi della razionalità
e sulle convinzioni politiche di fondo
3.4. Il contrappeso dei fattori tradizionali
3.5. I rischi di regresso politico e sociale
4. Conclusioni: la vulnerabilità europea
3. Stati Uniti d’America, di Samuel P. Huntington
1. Vitalità e governabilità della democrazia americana
2. L’espansione dell’attività governativa
3. Il declino dell’autorità governativa
3.1. La contestazione democratica dell’autorità
3.2. Il declino della fiducia del pubblico
3.3. Il deperimento del sistema partitico
3.4. L’instabile equilibrio tra governo e opposizione

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4. Lo squilibrio democratico: conseguenze
5. Lo squilibrio democratico: cause
6. Conclusioni: verso un equilibrio democratico
4. Giappone, di Joji Watanuki
1. Governabilità della democrazia giapponese
1.1. Elementi esterni che condizionano la democrazia giapponese
1.2. Condizioni e possibilità interne della democrazia giapponese dopo la Seconda guerra
mondiale
1.2.1. Consolidamento della democrazia post-bellica
1.2.2. La capacità del Partito liberaldemocratico
1.2.3. Qualità della burocrazia giapponese
1.2.4. L’economia
1.2.5. I mezzi di comunicazione di massa
1.2.6. L’istruzione
1.2.7. I sindacati
2. Mutamento dei valori, nuove generazioni e loro influsso sulla governabilità della democrazia
giapponese
2.1. Credenze politiche
2.1.1. La Costituzione del 1947, intesa come “pacchetto”, in quanto credenza politica centrale
2.1.2. Emergenza di motivazioni e movimenti di “partecipazione” e di “protesta”
2.2. Valori sociali ed economici
3. Conseguenze e prospettive future per la governabilità della democrazia giapponese
3.1. Lo scarto temporale
3.2. Declino della leadership e ritardo nelle decisioni
3.3. Fluttuazione degli elettori indipendenti delle zone urbane
3.4. Il posto dei comunisti nel sistema pluralistico
3.5. Cosa succederà negli anni ’80?
5. Conclusione
1. Il nuovo contesto del regime democratico
2. Consenso senza scopo: l’emergere di una democrazia anomica
3. Le disfunzioni della democrazia
3.1. La legittimazione dell’autorità
3.2. Il sovraccarico del governo
3.3. La disaggregazione degli interessi
3.4. Settorialismo negli affari internazionali
4. Variazioni regionali
Appendici
1. Dibattito nel corso della riunione plenaria della Commissione trilaterale

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1. Campi di intervento
1.1. Efficace pianificazione dello sviluppo economico e sociale
1.2. Rafforzamento delle istituzioni di leadership politica
1.3. Rinvigorimento dei partiti politici
1.4. Ripristino dell’equilibrio tra governo e mezzi di informazione
1.5. riesame dei costi e delle funzioni dell’istruzione superiore
1.6. Un più effettivo rinnovamento nel campo del lavoro
1.7. Creazione di nuove istituzioni per la promozione cooperativa della democrazia
2. Stralci dalle osservazioni di Ralf Dahrendorf sullo studio relativo alla governabilità
3. Discussione del rapporto
2. La governabilità delle democrazie nelle prospettive canadesi
1. La minaccia alla governabilità del Canada
2. Sovraccarico del sistema
3. Le istituzioni
4. Divario tra retorica e realizzazioni concrete del governo
5. Declino della “filosofia civica”
6. Comunicazioni e governabilità
7. Conclusioni
Elenco dei partecipanti al seminario canadese
Note

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BIOGRAFIE DEGLI AUTORI
Michel Crozier è il fondatore e il direttore del Centre de Sociologie des
Organisation di Parigi e direttore di ricerca al Centre Nationale de la Recherche
Scientifique. Nato nel 1922 nel Nord della Francia, il prof. Crozier si formò
all’Università di Parigi. Ha svolto regolarmente funzioni di consigliere per il
governo francese in tema di pianificazione economica, istruzione ed
amministrazione pubblica. Ha svolto conferenze ed ha insegnato in diverse
università americane, lavorando tra l’altro per tre anni alla Harvard University
(1966-67 e 1968-70) e per due anni al Center for Advanced Study in the
Behavioral Sciences di Stanford (1959-60 e 1973-74). Tra i suoi libri: Le
phenomene burocratique (1964) (tr. it. Il fenomeno burocratico, Etas, Milano,
1969), Le monde des employes de bureau (1965) (tr. it. Il mondo degli
impiegati, Angeli, Milano, 1970) e La sociéte bloquee (1970). Nel 1970-72 è
stato presidente della Sociéte française de sociologie.
Samuel P. Huntington è professore di scienza del governo alla Harvard
University e condirettore del Harvard’s Center for International Affairs. È anche
fondatore e direttore del trimestrale Foreign Policy. Nato nel 1927 a New York,
il prof. Huntington si formò alla Yale University (dove conseguì nel 1949 il
Bachelor of Arts), alla University of Chicago (dove conseguì nel 1949 il Master
of Arts) e alla Harvard University (dove nel 1951 conseguì il titolo di Doctor of
Philosophy). Dal 1950 al 1958 insegnò alla Harvard University, poi fu
condirettore dell’Institute of War and Peace Studies della Columbia University
dal 1959 al 1962, anno in cui fece ritorno alla Harvard University. È stato
consigliere del Policy Planning Council del Dipartimento di Stato, dell’Agency
for International Development, del Segretario di Stato alla Difesa e di altri
organismi. Tra i suoi libri vanno segnalati: Political Order in Changing
Societies (1968) (tr. it. Ordinamento politico e mutamento sociale, Angeli,
Milano, 1975) e The Common Defense: Strategic Programs in National
Politics (1961). Assieme a Zbigniew Brzezinski ha scritto Political Power:
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Usa/Urss (1964).
Joji Watanuki è professore di sociologia alla Sophia University di Tokyo,
dove collabora all’Institute of International Relations for Advanced Studies on
Peace and Development in Asia. Nato nel 1931 a Los Angeles, il prof.
Watanuki si formò all’Università di Tokyo. Dal 1960 al 1971 insegnò nel
Dipartimento di sociologia di questa Università, per poi passare alla Facoltà di
sociologia della Sophia University. Ha trascorso molti anni di insegnamento e
di ricerca in università statunitensi. Nel 1962-63 fu alla Princeton University
(con sovvenzioni della Rockfeller Foundation) e nel 1963-64 alla University of
California (nell’Institute of International Studies). Nel 1969-70 fu “ professore
ospite” nel Dipartimento di scienze politiche dell’University of Iowa e nel 1973
“ Senior Scholar” presso il Communications Institute dell’East-West Center di
Honolulu. È autore di numerosi articoli e libri, tra cui si segnalano: Gendai
Seiji to Shakai Hendo (Politica contemporanea e mutamento sociale) del 1962 e
Nihon no Seiji Shakai (La società politica giapponese) del 1967.

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PREFAZIONE ALL’EDIZIONE ITALIANA
di Giovanni Agnelli
L’atto istitutivo della Commissione trilaterale, fondata nel 1973, dice
testualmente: “ La Commissione trilaterale è un gruppo di privati cittadini,
studiosi, imprenditori, politici, sindacalisti, delle tre aree del mondo
industrializzato (America Settentrionale, Europa Occidentale, Giappone) che si
riuniscono per studiare e proporre soluzioni equilibrate a problemi di scottante
attualità internazionale e di comune interesse”.
Due concetti si evidenziano in queste parole: il qualificarsi della
Commissione trilaterale in quanto organismo “ privato” e l’indicazione di uno o
più “ interessi comuni” ai paesi che rientrano nell’area geografica e socio-politica
considerata.
L’evoluzione delle relazioni internazionali negli ultimi anni, mentre da un
lato ha esasperato la peculiarità e la differenza tra quelli che potremmo definire
come sotto-sistemi del più ampio “ sistema internazionale”, dall’altro lato
hanno dimostrato, con urgenza via via maggiore, l’interdipendenza di fatto tra
tali sotto-sistemi e la conseguente necessità per essi di attiva e concreta
cooperazione.
Il mondo industrializzato, il sistema comunista e i paesi in via di sviluppo,
nel passaggio dall’epoca della guerra fredda a quella della distensione e da
questa all’attuale fase di crisi delle risorse energetiche e delle materie prime,
hanno dato vita ad una complessa dinamica delle relazioni internazionali, che si
è venuta identificando in due flussi principali: un flusso Est-Ovest e uno NordSud.
Gli esperti di politica internazionale usano chiamarli “ linee di
conflittualità”, quasi ad indicare come la componente più forte delle relazioni
internazionali continui ad essere l’antagonismo piuttosto che non la
cooperazione.
La Commissione trilaterale nasce in questo contesto. Riconosciuta la
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divisione di fatto del sistema internazionale in tre sotto-sistemi, si è posto il
problema essenziale della possibile identificazione di un “ mondo occidentale”
industrializzato e democratico, che si potesse inserire nelle relazioni
internazionali come forza ben definita, tesa a sostenere i fondamentali principi
della “ cooperazione” nella libertà internazionale degli scambi con l’obiettivo di
uno sviluppo equilibrato nel mondo.
Tale identificazione però non si sarebbe dovuta intendere come tentativo di
imporre certe regole al resto del mondo o porvisi come una sorta di élite, bensì
come necessità di conoscere se stessi, prima di rivolgere le proprie attenzioni
verso l’esterno, verso la realtà di un sistema composito e dinamico, per
intraprendere con gli altri sotto-sistemi un dialogo veramente costruttivo e
mettere a loro disposizione, e soprattutto a disposizione dei paesi emergenti, la
propria forza, le proprie esperienze.
Per svolgere il suo compito, la Commissione trilaterale, oltre agli incontri e
le discussioni a livello globale, di gruppo o di comitato esecutivo, ha scelto la
pubblicazione di “ rapporti” su argomenti concordati periodicamente in base al
loro interesse ed attualità.
La preparazione dei rapporti viene affidata a tre esperti della Commissione
(uno per ciascuna area) i quali elaborano bozze successive che, dopo la
discussione in sede di riunione plenaria della Commissione e di gruppi di
lavoro ad hoc, vengono pubblicati in forma di volumi.
Anche questo libro, nella sua versione originale, è il risultato del lavoro di
una task force composta da un europeo, Michel J. Crozier (fondatore e direttore
del “ Centre de Sociologie des Organisations” di Parigi e Senior Research
Director del “ Centre Nationale de la Recherche Scientifique”), da un americano,
Samuel P. Huntington (professore alla G. Frank Thomson della Harvard
University e Vice-direttore del Centro Affari Internazionali della Harvard) e da un
giapponese, Joji Watanuki (professore di Sociologia presso la Sophia University
di Tokyo).
Nell’elenco dei rapporti alla Commissione trilaterale, “ La crisi della
democrazia” porta il n. 8 ed è stato presentato nel corso della riunione plenaria
di Kyoto nel maggio 1975.
10

Di tutte le ricerche e gli studi intrapresi per conto della Trilaterale, questo è
certo il più apertamente rivolto alla comprensione dei suoi problemi interni.
La sensazione diffusa di “ crisi del sistema occidentale” divenuta più forte
dopo il 1973 con il peggiorare dei suoi aspetti economici strutturali, indusse la
Commissione trilaterale a tentarne un’interpretazione che, senza avere la pretesa
di risolvere i difficili e delicati problemi, potesse almeno contribuire a capirne
meglio le origini e l’ evoluzione.
Gli autori si sono trovati di fronte ad un compito grave: essi avrebbero
dovuto in sostanza scoprire quanto di simile e quanto di diverso esiste nella
struttura sociale di ciascuna delle tre aree del mondo occidentale.
In questo “ mondo” la democrazia, come metodo di gestione della cosa
pubblica, è operante attraverso strutture più o meno analoghe di rappresentanza
della volontà popolare, di controllo sull’attività della pubblica amministrazione
e di formazione del consenso.
Leggendo le pagine di questo rapporto, è subito rilevabile tutta la
complessità e la difficoltà dell’analisi che Crozier, Huntington e Watanuki sono
stati chiamati a fare: il concetto di democrazia, per sua stessa natura, tende a
sfuggire a qualsiasi analisi sistematica.
Non resta quindi che prendere in esame le strutture attraverso le quali si
esprime il “ metodo democratico” di governo della società.
In questo senso si sono orientati i responsabili del rapporto, i quali hanno
parlato di crisi della democrazia in termini di “ governabilità” del sistema
democratico.
Dei tre, il compito più arduo è toccato certamente a Michel J. Crozier, il
quale ha dovuto fare una mediazione a livello europeo delle realtà dei singoli
paesi del nostro continente, assai diverse tra loro, come ben sappiamo noi che,
malgrado tutto, non le consideriamo ostacoli insormontabili al progetto di
unione europea.
Per Huntington e Watanuki il compito è stato relativamente più facile, per
quanto l’ esito della loro analisi possa essere condizionato dal fatto che uno
parla della situazione interna di una super-potenza e l’altro di un paese pressoché
sconosciuto, fuori dai suoi confini, in quanto a struttura sociale e modello
11

culturale.
Il primo obiettivo del lavoro potrebbe essere colto nella necessità di definire
la “ governabilità”. La più generale delle definizioni date, e quindi quella che si
può assumere per tutte e tre le aree interessate, è probabilmente quella di
Huntington: “ La governabilità di una democrazia dipende dal rapporto tra
l’autorità delle sue istituzioni di governo e la forza delle sue istituzioni di
opposizione”.
Può forse sembrare strano che si scelga come più rappresentativa una
definizione che pone la governabilità di un sistema democratico in termini di
equilibrio di forze (autorità del governo contro forza dell’opposizione) dandone
quindi un concetto instabile.
In effetti non è così. Il malinteso nasce solo per chi intenda la
“ governabilità” (capacità – oggettiva e soggettiva – di un sistema ad essere
gestito) come concetto statico, involutivo a lungo termine, anziché come
concetto dinamico, evolutivo, qual è nella sua vera accezione democratica.
Maggioranza ed opposizione in sé sono concetti generici in termini di
democrazia, mentre essenziale è il momento del confronto dialettico tra di esse.
Da questo confronto nascono aspetti ancor più qualificanti: rappresentatività
delle forze sociali, informazione, interazione, consenso e dissenso, alternanza.
Non so se tutto questo può essere applicato all’Italia, che forse è oggi un
modello alquanto anomalo di democrazia.
Infatti, la caratteristica principale italiana è la mancanza di una vera
opposizione e la poca autorità delle istituzioni di governo.
In tali condizioni il consenso-dissenso avviene per linee interne, senza veri
confronti, con negoziazioni quasi nascoste e con obiettivi che sovente appaiono
oscuri.
Il nostro sistema politico è stato finora sostanzialmente statico, e oggi
sembra aver perso la capacità di gestire il più alto grado di dinamismo delle
forze sociali: da qui le obiettive e preoccupanti difficoltà delle nostre istituzioni
democratiche.
I modi di espressione tipici della democrazia sono quindi molti, complessi e
interdipendenti. Perché un sistema democratico non sia origine della sua stessa
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fine e non precipiti verso l’anarchia occorre che ogni “ crisi di identità” (per cui i
cittadini non si riconoscono più nell’autorità) non venga considerata un
definitivo momento di rottura, ma un momento di gestione della società stessa.
La capacità di recupero di una struttura politica nell’adeguarsi ai mutamenti
della società che sottende dipende dall’equilibrio costante e dinamico tra i suoi
elementi.
È questo il pluralismo autentico che funziona, che dà al sistema democratico
la sua vitalità, rispettando gli spazi di libertà dovuti a tutti i suoi soggetti e
riuscendo così a neutralizzare ogni espressione violenta che possa turbare il
civile sviluppo della società.
Il problema è complesso, e la sua soluzione è diventata urgente.
Ma trovare tale soluzione non spetta ai membri della Commissione
trilaterale.
Ad essi spetta, invece, come a tutti i cittadini responsabili di ogni paese
democratico, il compito di denunciare errori e debolezze, fenomeni di
involuzione e pericoli che la democrazia corre e suggerire forme di cooperazione.
Non si tratta di mettere il discorso in termini di ottimismo o di
pessimismo, quanto piuttosto in termini di conoscenza e azione, senza illudersi
che il conoscere sia facile e rapido, e che l’agire porti sempre ai risultati
desiderati.
Basta si abbia comunque presente, come fine ultimo a cui tendere, la
trasformazione delle “ linee di conflittualità” in “ linee di cooperazione”.
In questo senso le pagine che seguono vanno meditate da coloro che ancora
apprezzano la libertà, la giustizia, la pace.

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NOTA INTRODUTTIVA
È in crisi la democrazia? Questo interrogativo viene posto con crescente
insistenza da alcuni tra i più eminenti uomini di stato, da columnist e studiosi,
come pure – se si deve prestar fede alle indagini demoscopiche – dal pubblico in
genere. Per certi aspetti, lo stato d’animo odierno richiama alla mente quello dei
primi anni venti, quando godevano di molta popolarità le idee di Oswald
Spengler sul “ Declino dell’Occidente”. A questo pessimismo fanno eco, con
evidente Schadenfreude [in tedesco nel testo: gioia maligna (n.d.t.)], vari
osservatori di orientamento comunista i quali parlano con certezza sempre
maggiore di “ crisi generale del capitalismo” e vi trovano la conferma alle
proprie teorie.
Il rapporto che segue non è un documento pessimistico. I suoi autori sono
convinti che, in fondo, i sistemi democratici possiedano vitalità. Credono
inoltre, che le democrazie possano funzionare a condizione che i loro pubblici
comprendano veramente la natura del sistema democratico, specie se colgono la
sottile correlazione tra libertà e responsabilità. Il proposito che anima questo
dibattito sulla “ Crisi della democrazia” è di rafforzare la democrazia nel suo
processo di crescita e incessante ampliamento. Le conclusioni a cui gli autori
giungono – e che, per certi aspetti, sono indubbiamente provocatorie – mirano a
contribuire a questo obiettivo prioritario.
La Commissione trilaterale ha deciso di intraprendere questo progetto nella
convinzione – giusta a mio avviso – che la vitalità dei nostri sistemi politici sia
un presupposto fondamentale alla creazione di un ordine internazionale stabile e
alla costruzione di rapporti di maggiore collaborazione tra le nostre regioni.
Anche se gran parte del suo interesse è rivolto a questioni inerenti alla sfera
internazionale – sia le relazioni tra i paesi del “ Trilatero”, sia le relazioni EstOvest e Nord-Sud – la Commissione trilaterale ha promosso lo studio che segue
ritenendo importante nella presente congiuntura che i cittadini delle nostre
democrazie riesaminino le premesse basilari e i meccanismi dei nostri sistemi.
14

Questo ripensamento può, così speriamo, contribuire all’avanzamento degli
obiettivi centrali del sistema democratico di governo: l’abbinamento della
libertà personale con l’intensificazione del progresso sociale.
Questo rapporto è stato preparato per la Commissione trilaterale e viene
messo in circolazione sotto i suoi auspici. La Commissione ne dispone la
diffusione per contribuire a un dibattito puntuale dei problemi trattativi. Il
rapporto fu discusso nel corso delle riunioni della Commissione trilaterale
svoltesi a Kyoto, in Giappone, il 30-31 marzo 1975. Gli autori, che sono
esperti dell’Europa occidentale, del Nord America e del Giappone, sono stati
liberi di esporre le proprie idee.
Del rapporto sono corresponsabili i tre relatori dell’apposito gruppo di
studio della Commissione trilaterale che fu istituito nella primavera del 1974 e
presentò il suo rapporto nella primavera del 1975. Il capitolo sul Giappone è
opera di Joji Watanuki; quello sull’Europa occidentale di Michel Crozier;
quello sugli Stati Uniti di Samuel P. Huntington.
Sebbene dell’analisi e delle conclusioni siano responsabili soltanto i tre
autori, questi nel corso del lavoro si poterono giovare di consultazioni con
esperti dei paesi della Trilaterale. In ogni caso, i consulenti espressero i loro
pareri a titolo individuale e non in qualità di rappresentanti delle istituzioni di
cui fanno parte. Tra le persone consultate figuravano:
Robert R. Bowie, professore di affari internazionali nella Harvard
University
Zbigniew Brzezinski, direttore della Commissione trilaterale
James Cornford, professore di politica nell’Università di Edimburgo
George S. Franklin, segretario della Commissione trilaterale per il
Nord America
Donald M. Frazer, membro della Camera dei rappresentanti degli
Usa
Karl Kaiser, direttore dell’Istituto di ricerca della Società tedesca per
la politica estera
Seymour Martin Lipset, professore di sociologia alla Harvard
15

University
John Meisel, professore di scienza politica alla Queen’s University
Erwin Scheuch, professore di scienza politica nell’Università di
Colonia
Arthur M. Schlesinger Jr., professore di lettere classiche nella City
University di New York
Gerard C. Smith, presidente della Commissione trilaterale per il
Nord America
Yasumasa Tanaka, professore di scienza politica nell’Università
Gakushuin di Tokyo
Tadashi Yamamoto, segretario della Commissione trilaterale per il
Giappone
Nel corso del suo lavoro, il gruppo di studio tenne una serie di riunioni
collegiali:
20-21 aprile 1974: i relatori e Brzezinski si incontrarono a Palo Alto,
in California, per elaborare lo schema generale del rapporto;
11-12 novembre1974: i relatori e Brzezinski si incontrarono a Londra
per esaminare le prime stesure dei capitoli regionali e fissare i
lineamenti più precisi dello studio;
22-23 febbraio 1975: i relatori si riunirono con esperti delle tre regioni
della Commissione a New Yorke presero in esame le seconde stesure
dei capitoli regionali e la bozza dell’introduzione;
31 maggio 1975: a Kyoto, l’assemblea plenaria della Commissione
trilaterale discusse la stesura definitiva dello studio.
Vorrei esprimere la mia riconoscenza a Charles Heck e Gertrude Werner per
l’energia e l’entusiasmo dedicati alla preparazione di questo libro ai fini della
pubblicazione.
Zbigniew Brzezinski
Direttore della Commissione trilaterale

16

1. INTRODUZIONE
1. L’attuale pessimismo sulla democrazia
Per quasi un quarto di secolo i paesi del “ Trilatero” hanno avuto un comune
interesse tripartitico nella sicurezza militare, nello sviluppo ecomomico e nella
democrazia politica. Hanno coordinato i loro sforzi per provvedere alla loro
comune difesa. Hanno collaborato nei compiti di ricostruzione economica,
sviluppo industriale e nella promozione del commercio, degli investimenti e del
benessere entro un quadro di istituzioni economiche internazionali comuni.
Hanno apportato gli agi – e le inquietudini – della condizione medio-borghese a
una maggioranza crescente delle loro popolazioni. Più o meno parallelamente,
hanno, inoltre, ognuno a proprio modo, sviluppato e consolidato le proprie
specifiche forme di democrazia politica, comprendente il suffragio universale,
elezioni regolari, la competizione tra i partiti, la libertà di parola e di riunione.
Non sorprende che, a distanza di un venticinquennio, sia necessario rivedere e
modificare, alla luce delle mutate circostanze, i presupposti e le politiche iniziali
in materia di sicurezza militare. Né sorprende che occorra una radicale revisione
delle politiche e delle istituzioni del sistema economico post-bellico, basate
sulla preminenza del dollaro. Dopo tutto, condizione tradizionale dell’esistenza
dei governi è stata quella di affrontare i problemi della sicurezza e dell’economia
e di adeguare le loro politiche al riguardo ai mutamenti ambientali.
Ciò che è molto più allarmante, perché più sorprendente, è l’estensione di
questo processo di riesame, il quale sembra dovere investire non solo questi
consueti settori della politica governativa, ma anche la struttura istituzionale
attraverso cui i governi esercitano la loro opera. In discussione oggi non
vengono soltanto poste le politiche economiche e militari, ma anche le
istituzioni politiche ereditate dal passato. È la democrazia politica, quale oggi
esiste, una forma di governo attuabile per i paesi industrializzati dell’Europa,
17

del Nord America e dell’Asia? Possono questi paesi, nell’ultimo quarto del
ventesimo secolo, continuare a funzionare con le forme di democrazia politica
sviluppate nel corso del terzo quarto dello stesso secolo?
Negli ultimi anni, acuti osservatori di tutt’e tre i continenti hanno previsto
un futuro grigio per lo stato democratico. Prima di lasciare l’incarico, Willy
Brandt si sarebbe dichiarato convinto che “ all’Europa occidentale non
rimangono che altri 20 o 30 anni di democrazia; dopo di che scivolerà nel mare
circostante della dittatura, poco importando che la sua imposizione provenga da
un politburo o da una giunta”. Se la Gran Bretagna persiste nella sua incapacità
di risolvere i problemi apparentemente irrisolvibili dell’inflazione con
depressione in prospettiva, osservò un alto funzionario britannico, “ la
democrazia parlamentare finirà con l’essere sostituita da una dittatura”. “ La
democrazia giapponese crollerà”, ammonì Takeo Miki nei primi giorni del suo
incarico, a meno che non si possano attuare importanti riforme e non si possa
ristabilire “ la fiducia popolare nella politica”1. L’immagine che ricorre in queste
e altre affermazioni è quella della disgregazione dell’ordine civile, del
disfacimento della disciplina sociale, della debolezza dei leader e
dell’estraniazione dei cittadini. Perfino quelle che si pensava fossero le più
civiche delle società industrializzate sono state ritenute vittime di questi mali,
come dicono gli osservatori a proposito di vietnamizzazione dell’America e di
italianizzazione della Gran Bretagna.
Questo pessimismo sul futuro della democrazia ha coinciso con un
corrispondente pessimismo sul futuro delle condizioni economiche. Gli
economisti hanno riscoperto il ciclo cinquantennale di Kondratieff, stando al
quale il 1971 (al pari del 1921) avrebbe dovuto segnare l’inizio di un
prolungato declino economico dal quale il mondo capitalistico industrializzato
non si risolleverebbe fin quasi la fine del secolo. Ciò implica che come gli
sviluppi politici degli anni 1920 e 1930 produssero come conseguenza ironica –
e tragica – una guerra combattuta per assicurare al mondo la democrazia, così gli
anni 1970 e 1980 potrebbero costituire la premessa politica analogamente
ironica per un ventennio di costante sviluppo economico destinato in parte a
rendere il mondo abbastanza prospero per la democrazia.
18

Il pensiero sociale dell’Europa occidentale e del Nord America tende ad
attraversare periodi di ottimismo e di pessimismo facili. Il fatto che oggi
prevalga il pessimismo non vuol dire che esso sia necessariamente ben fondato.
Né il fatto che tale pessimismo non abbia avuto un solido fondamento nel
passato implica ch’esso sia necessariamente infondato oggi. Uno degli obiettivi
principali di questo rapporto è di individuare ed analizzare le minacce che si
profilano per lo stato democratico nel mondo odierno, di verificare le basi
dell’ottimismo o del pessimismo per il futuro della democrazia e di proporre
quelle innovazioni che possano apparire adatte a rendere più attuabile la
democrazia in avvenire.

19

2. Le minacce a cui è esposto lo stato democratico
L’attuale pessimismo sembra scaturire dalla concomitanza di tre tipi di
minacce per il sistema di governo democratico.
Ci sono anzitutto le minacce contestuali che derivano dall’ambiente esterno
a quello in cui le democrazie operano e che non sono un diretto risultato del
funzionamento dello stato democratico stesso. Il governo cecoslovacco, per
esempio, è oggi meno democratico di quanto avrebbe potuto essere in altre
circostanze, e non per causa di qualche cosa su cui esercitasse un controllo. È
probabile che una violenta inversione nei rapporti con l’estero, ad esempio un
fallimento militare o una umiliazione diplomatica, presenti una minaccia per la
stabilità di un regime. La sconfitta in guerra è in genere fatale a qualsiasi sistema
di governo, compreso quello democratico (per contro, nelle società complesse il
numero dei regimi che siano stati rovesciati in circostanze che prescindessero da
una sconfitta dall’estero è estremamente piccolo: tutti i regimi compresi i
democratici, si avvalgono di una “ legge di inerzia politica” che li mantiene in
funzione fin quando non si intromette qualche forza esterna). Così, inoltre, la
depressione o l’inflazione mondiale possono essere provocate da fattori che sono
esterni a una particolare società e non sono conseguenza diretta dell’azione del
governo democratico; eppure esse possono presentare gravi problemi per il
funzionamento della democrazia. Il genere e la gravità delle minacce contestuali
possono variare significativamente da paese a paese, rispecchiando differenze di
grandezza, di storia, di ubicazione geografica, di cultura e di livello di sviluppo.
Combinandosi, questi fattori possono creare poche minacce contestuali alla
democrazia, come generalmente accadde, per esempio, nell’America del
diciannovesimo secolo, oppure possono determinare una situazione che, come
nel caso della Germania di Weimar, renda estremamente difficile l’attuazione
della democrazia.
I mutamenti intervenuti nella distribuzione internazionale del potere
economico, politico e militare, e nei rapporti sia tra le società del “ Trilatero”,
sia tra queste e il Secondo e Terzo Mondo, oggi pongono di fronte alle società
democratiche una serie di minacce contestuali reciprocamente connesse quali non
20

esistevano un decennio addietro. I problemi dell’inflazione, della penuria di
materie prime, della stabilità monetaria internazionale, dell’organizzazione
dell’interdipendenza economica e della sicurezza militare collettiva, riguardano
tutte le società del “ trilatero” e costituiscono i temi decisivi all’ordine del
giorno del dibattito politico in vista di un’azione comune2. Al tempo stesso,
tuttavia, determinate decisioni pongono particolari problemi a determinati paesi.
Gli Stati Uniti, con la politica estera più attiva di qualsiasi altro paese
democratico, sono in questo campo di gran lunga più esposti a sconfitte degli
altri governi democratici, i quali, impegnandosi di meno, rischiano anche di
meno. Dato il relativo declino della loro influenza militare, economica e politica
la possibilità che gli Stati Uniti negli anni a venire si trovino di fronte a un
grave capovolgimento militare o diplomatico è maggiore che non in ogni altro
precedente periodo della loro storia. Se ciò si verificasse, per la democrazia
americana potrebbe trattarsi di un grosso trauma. Gli Usa, d’altra parte, sono
abbastanza ben preparati ad affrontare molti problemi economici che
costituirebbero seri pericoli per un paese il quale, come il Giappone, scarseggi
di risorse naturali e dipenda dallo scambio internazionale.
Queste minacce contestuali porrebbero nelle migliori circostanze problemi
considerevoli di politica e di innovazione istituzionale. Esse, però, sorgono in
un momento in cui i governi democratici si trovano a fronteggiare
contemporaneamente altri gravi problemi derivanti dall’evoluzione sociale e
dalla dinamica politica delle loro società. La vitalità della democrazia in un
paese è chiaramente connessa alla struttura e alle tendenze sociali esistenti nel
paese stesso. Una struttura sociale in cui la ricchezza e il sapere fossero
concentrati nelle mani di pochissimi non condurrebbe alla democrazia, né vi
tenderebbe una società profondamente divisa in due gruppi etnici e regionali
polarizzati. Nella storia dell’Occidente, l’industrializzazione e la
democratizzazione avanzarono lungo percorsi alquanto paralleli, anche se in
Germania la seconda rimase indietro rispetto alla prima. Fuori dell’Europa,
anche in Giappone il ritardo fu considerevole. In generale, comunque, lo
sviluppo delle città e il sorgere della borghesia diversificarono le fonti del
potere, portarono all’affermazione dei diritti personali e di proprietà contro lo
21

stato e contribuirono a rendere il governo più rappresentativo dei principali
gruppi esistenti nella società. Il potere dei gruppi aristocratici tradizionali ostili
alla democrazia tese verso il declino. In seguito, le tendenze democratiche furono
messe in discussione, in alcuni casi con successo, dall’insorgere di movimenti
fascisti che facevano appello alle incertezze economiche e agli impulsi
nazionalistici dei gruppi piccolo-medio-borghesi, suffragati dalla struttura
autoritaria tradizionale che ancora rimaneva. Anche il Giappone subì una
dirigenza militare reazionaria, contro cui la borghesia si trovò troppo debole per
lottare e poter coesistere. Inoltre, in molti paesi i partiti comunisti acquisirono
una notevole forza in mezzo alla classe operaia, propugnando il rovesciamento
della “ democrazia borghese” in nome del socialismo rivoluzionario. L’eredità
politica ed organizzativa di questa fase in Francia e in Italia permane ancora, per
quanto non sia affatto altrettanto chiaro d’una volta che la partecipazione
comunista al governo di uno di questi paesi costituisca il preludio della fine
della democrazia in esso esistente. Così, in un’epoca o nell’altra, i pericoli per
la vitalità del governo democratico sono venuti dall’aristocrazia, dalle forze
armate, dalle classi medie e dalla classe operaia. È probabile che con il procedere
dell’evoluzione sociale ulteriori minacce scaturiscano da altre componenti della
struttura sociale.
Oggi, una minaccia rilevante proviene dagli intellettuali e gruppi collegati
che asseriscono la loro avversione alla corruzione, al materialismo e
all’inefficienza della democrazia, nonché alla subordinazione del sistema di
governo democratico al “ capitalismo monopolistico”. Lo sviluppo tra gli
intellettuali di una “ cultura antagonista” ha influenzato studenti, studiosi e
mezzi di comunicazione. Gli intellettuali, come dice Schumpeter, sono
“ persone che esercitano il potere della parola e dello scritto, ed uno dei tratti che
li distingue da altre persone che fanno le stesse cose è l’assenza di responsabilità
diretta delle questioni pratiche”3. In una certa misura, le società industriali
avanzate hanno dato origine a uno strato di intellettuali orientati dai valori, i
quali spesso si votano a screditare la leadership, a sfidare l’autorità ed a
smascherare e negare legittimità ai poteri costituiti, mettendo in atto un
comportamento che contrasta con quello del novero pure crescente di
22

intellettuali tecnocratici e orientati alla politica. In un’epoca di grande diffusione
dell’istruzione secondaria e universitaria, di invasione dei mezzi di
comunicazione di massa e di sostituzione del lavoro manuale con impieghi
burocratici e attività professionali, questo sviluppo rappresenta per il sistema
democratico una minaccia altrettanto grave, almeno potenzialmente, di quelle
poste in passato dai gruppi aristocratici, dai movimenti fascisti e dai partiti
comunisti.
Oltre all’apparizione degli intellettuali antagonisti e della loro cultura, una
tendenza parallela e forse connessa, che incide sulla vitalità della democrazia,
riguarda i più ampi mutamenti a livello dei valori sociali. In tutte le tre regioni
della Trilaterale è in corso uno spostamento in tal senso, dai valori
materialistici, orientati dal lavoro, consci delle esigenze sociali, a quelli che
pongono l’accento sulla soddisfazione individuale, sul tempo libero e sul
bisogno di “ realizzazione di sé sul piano affettivo, intellettuale ed estetico”4.
Senza dubbio, questi valori si evidenziano soprattutto nella generazione più
giovane. Spesso coesistono con il più grande scetticismo nei confronti dei leader
e delle istituzioni politiche e con la massima estraniazione dai processi politici.
Nella loro portata tendono ad essere privatistici. L’origine di questo complesso
di valori è probabilmente connessa con la relativa opulenza di cui, nelle società
del “ Trilatero”, la maggior parte dei gruppi sociali furono partecipi durante
l’espansione economica degli anni ’60. È possibile che i nuovi valori non
sopravvivano a una recessione e a una penuria di risorse. Ma se vi resistono,
pongono allo stato democratico un ulteriore nuovo problema in relazione alla
sua capacità di mobilitare i cittadini per il raggiungimento di fini sociali e
politici e di imporre loro i sacrifici che ciò comporta.
Infine, e aspetto forse più grave, ci sono le minacce intrinseche alla vitalità
del sistema democratico che sgorgano direttamente dal funzionamento della
democrazia. Il governo democratico non opera necessariamente secondo modi
che regolino o mantengano automaticamente l’equilibrio. È possibile, invece,
che funzioni in modo tale da dare vita a forze e tendenze le quali, se non
controllate da qualche intervento esterno, finiscano col condurre
all’indebolimento della democrazia. Fu questo, certamente, un tema centrale nei
23

presentimenti di De Tocqueville sulla democrazia; esso riapparve negli scritti di
Schumpeter e di Lippman; esso è un elemento-chiave nell’attuale pessimismo
riguardo al futuro della democrazia.
Le minacce contestuali differiscono, come abbiam visto, a seconda di
ciascuna società. Le variazioni che intervengono nella natura delle istituzioni e
dei processi democratici peculiari di ciascuna società, possono far sì che alcuni
tipi di minacce intrinseche siano più rilevanti in una società che in un’altra. In
complesso, però, quelli intrinseci sono pericoli generali, in una certa misura
comuni all’operare di tutti i sistemi democratici. Anzi, più democratico è un
sistema, più probabilità esso ha di esporsi ai pericoli intrinseci, i quali, in
questo senso, sono più gravi dei quelli estrinseci. Le democrazie possono
riuscire a evitare, contenere o imparare a convivere con le minacce contestuali
alla loro vitalità. C’è motivo più fondato di pessimismo se i pericoli per la
democrazia sorgono ineluttabilmente dalle attività inerenti al processo
democratico stesso. Appare, tuttavia, che queste abbiano negli ultimi anni
generato un cedimento dei mezzi tradizionali di controllo sociale, una negazione
di legittimità a quella politica ed altre forme di autorità, nonché un sovraccarico
di richieste al governo, eccedente la sua capacità di risposta. L’attuale
pessimismo sulla praticabilità del sistema democratico di governo discende in
gran parte dall’ampiezza con cui negli ultimi anni si sono manifestati
simultaneamente i pericoli contestuali, le tendenze societarie e le minacce
intrinseche. Un sistema democratico che non sia stato travagliato da debolezze
interne derivanti dal proprio operato in termini di democrazia potrebbe affrontare
molto più agevolmente le minacce politiche contestuali. Un sistema al quale,
dall’ambiente esterno non siano state poste esigenze così gravi, potrebbe
correggere le insufficienze derivategli dalle proprie azioni. Ad ogni modo, a fare
della governabilità della democrazia una questione vitale e davvero impellente
per le società della Trilaterale è la concomitanza tra i problemi politici che
sorgono dalle minacce contestuali, la decomposizione della base sociale della
democrazia manifestatasi con la formazione di intellettuali che si schierano
all’opposizione e di giovani estranei alla vita sociale, oltre che gli squilibri che
derivano dalle attività democratiche stesse.
24

Questo concorso di minacce sembra creare una situazione nella quale la
necessità di obiettivi e priorità a lungo termine e di più ampia formulazione, il
bisogno di una maggiore coerenza complessiva di indirizzo politico, si
manifestano nello stesso momento in cui la crescente complessità della
compagine sociale, le crescenti pressioni politiche sul governo e la sempre
minore legittimità di quest’ultimo gli rendono sempre più difficile il
raggiungimento di questi scopi.
Le richieste al governo democratico si fanno più pressanti, mentre le sue
possibilità ristagnano. Questo, sembra, è il dilemma di fondo della
governabilità della democrazia manifestatosi in Europa, Nord America e
Giappone negli anni’70.

25

2. EUROPA OCCIDENTALE
di Michel Crozier

1. Stanno divenendo ingovernabili le democrazie europee?
È andata facendosi continuamente strada nell’Europa occidentale la
sensazione vaga ma persistente che le democrazie siano diventate ingovernabili.
Il caso della Gran Bretagna è diventato l’esempio più vistoso di questa
inquietudine, non perché si tratti dell’esempio peggiore, ma perché la Gran
Bretagna, che si era sottratta a tutti i capricci della politica continentale, era stata
sempre e dovunque considerata la madre e il modello dei processi democratici.
Le sue difficoltà del momento presente sembrano annunciare il crollo di questi
processi democratici o, almeno, la loro incapacità di rispondere alle minacce dei
tempi moderni.
Nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale le apparenze
rimangono, certamente, salve, ma quasi dappertutto le coalizioni governative
sono deboli e vulnerabili, mentre quelle alternative sembrano essere altrettanto
deboli e forse ancora più contraddittorie. Al tempo stesso, si devono prendere
decisioni le cui conseguenze possono essere di vasta portata, mentre i processi
di governo, a causa della concomitanza di pressioni contraddittorie, non
sembrano essere in grado di produrre che risultati irregolari.
Queste difficoltà vengono rese ancora più gravi dall’esistenza del problema
Europa. L’ingorgo di ciascun sistema nazionale di governo ha via via ristretto il
margine di libertà su cui può fondarsi il progresso dell’unificazione europea. La
burocrazia europea, che per un certo tempo era stata un meccanismo protettivo
capace di rendere più accette le soluzioni razionali, ha ormai perduto il suo
ruolo. Le contraddizioni a livello governativo tendono, pertanto, ad accrescersi,
mentre i governi sono costretti a imperniarsi molto di più sulla nazione e
presentano molto minore credibilità.
26

Ciascun paese, è ovvio, è sostanzialmente diverso. La principale
caratteristica dell’Europa occidentale è la sua varietà. Ma, al di là delle prassi e
delle razionalizzazioni ampiamente differenti, due sono le caratteristiche
essenziali riguardanti il problema di fondo della governabilità:
I sistemi politici europei sono sovraccarichi di partecipanti e di
richieste e incontrano sempre maggiore difficoltà nel dominare la
complessità che è proprio il risultato naturale della loro crescita
economica e del loro sviluppo politico.
La coesione burocratica che devono sostenere per mantenere la loro
possibilità di prendere ed attuare decisioni tende a incoraggiare
l’irresponsabilità a la dissoluzione del consenso, il che, a propria
volta, accresce la difficoltà del loro compito.
1.1. Il sovraccarico dei sistemi decisionali
La superiorità delle democrazie è stata spesso attribuita al loro carattere
fondamentalmente aperto. I sistemi che possiedono questa apertura, tuttavia,
danno buoni risultati solo in certe condizioni. Se non sono in grado di
mantenere e sviluppare opportune regolamentazioni vengono minacciati da
entropia. Le democrazie europee sono state solo in parte, e talvolta solo in
teoria, aperte. Le loro regolamentazioni si fondavano su un minuto vaglio di
partecipanti e richieste; e se, nonostante il progresso conseguito nel far fronte
alla complessità, possiamo parlare di sovraccarico, è perché questo modello
tradizionale di vaglio e di governo a distanza si è gradualmente sfaldato al punto
che le regolamentazioni necessarie sono quasi scomparse.
Sono parecchie le ragioni connesse a questa situazione. Anzitutto, gli
sviluppi sociali ed economici hanno reso possibile la coalescenza di una grande
quantità di gruppi e interessi nuovi. In secondo luogo, l’esplodere
dell’informazione ha reso difficile, se non impossibile, il mantenimento della
distanza tradizionale che si reputava necessaria per governare. In terzo luogo,
l’ethos democratico rende difficile che si impedisca l’accesso e si restringa
27

l’informazione, mentre la permanenza dei processi burocratici collegati ai
sistemi tradizionali di governo rende impossibile il controllo a un livello
abbastanza basso. A causa dell’attuale modello dell’informazione e di questa
mancanza di sottosistemi autoregolatori, ogni genere di conflitto secondario
diventa un problema di governo.
Queste convergenze e contraddizioni hanno dato origine a un paradosso
sempre più marcato. Mentre si è per tradizione creduto che la forza dello stato
dipendesse dalla quantità di decisioni ch’esso era in grado di prendere, più sono
le decisioni che lo stato moderno si trova ad adottare, più esso diventa debole.
Le decisioni non danno soltanto forza, esse arrecano anche vulnerabilità. La
debolezza di fondo dello stato europeo moderno consiste nell’essere soggetto
alla strategia del ricatto.
Un’altra serie di fattori che tendono a sovraccaricare tutti i sistemi sociali
industriali o post-industriali si sviluppa dall’ovvia complessità che è il risultato
della crescita organizzativa, dell’interdipendenza sistemica e del restringimento
di un mondo dove sono sempre meno le conseguenze che possano essere trattate
alla stregua di esteriorità accettabili. Le società europee non solo non si
sottraggono a questa generale tendenza, ma neppure l’affrontano col dovuto
miglioramento delle capacità di governo. Politici ed amministratori hanno
trovato più facile e più conveniente arrendersi alla complessità. Essi tendono ad
adattarvisi e perfino a servirsene come di utile cortina fumogena. Si può dare
accesso ad altri gruppi e ad altre richieste senza dover dire di no e si può
mantenere ed espandere la propria libertà d’azione o, in termini più sgradevoli,
la propria irresponsabilità1.
Oltre un certo livello di complessità, nessuno, tuttavia, è in grado di
controllare i risultati di un sistema; la credibilità di un governo viene meno, le
decisioni vengono da chissà dove; L’estraniazione dei cittadini progredisce e il
ricatto irresponsabile aumenta, retroagendo conseguentemente nel circolo.Si
potrebbe sostenere che intervenga, a dare un ordine spontaneo a questa
contrattazione caotica, il “ mutuo aggiustamento di parte” secondo il modello di
Lindblom, ma così non sembra perché i campi sono, al tempo stesso,
insufficientemente strutturati e privi di regolamentazione2.
28

Ci si potrebbe pure chiedere perché le nazioni europee debbano subire una
complessità e un sovraccarico maggiori degli Stati Uniti, i quali ovviamente
possiedono un sistema più complesso, aperto a più partecipanti. Ma la
complessità e il sovraccarico sono semplicemente relativi alla capacità di farvi
fronte e l’attuale debolezza delle nazioni europee deriva dal fatto che la loro
capacità è molto minore perché la loro tradizione non le ha messe in grado di
sviluppare sistemi decisionali basati su queste premesse. Questo giudizio sulle
capacità decisionali degli stati-nazione europei può apparire sorprendente, dato
che ci sono paesi, quali la Gran Bretagna e la Francia, che vantano il possesso
del miglior apparato possibile di professionisti delle decisioni, per molti versi
meglio addestrati o se non altro meglio selezionati dei loro corrispondenti
americani. Si può intendere l’apparente paradosso se si accetta l’idea che il
decidere non è soltanto l’opera di alti funzionari statali e di politici, ma è pure il
prodotto di processi burocratici che si svolgono nelle organizzazioni e sistemi
complessi. Se questi processi sono orientati dalla routine e lenti, e queste
organizzazioni e sistemi troppo rigidi, le comunicazioni saranno difficili,
nessuna regolamentazione impedirà il ricatto e una struttura insufficiente
aumenterà il sovraccarico. Nonostante tutta la loro raffinatezza, le moderne
tecniche decisionali non hanno finora giovato molto, essendo il problema
politico o sistemico, non tecnico.
Uno degli esempi migliori del loro insuccesso è stato mostrato in un recente
studio comparativo sul modo in cui, in tempi diversi, rispettivamente negli
anni 1890 e 1960, furono prese a Parigi due decisioni analoghe: la decisione di
costruire la prima metropolitana parigina e la decisione di costruire il nuovo
sistema regionale di trasporto veloce. Questo raffronto fa vedere un sensazionale
calo della capacità di prendere decisioni razionali da un’epoca all’altra. La
decisione degli anni 1890 diede vita a un dibattito politico irto di difficoltà, ma
molto animato; fu si una lenta sequenza decisionale, ma vi si giunse su solide
premesse, sia dal punto di vista finanziario, che economico, che sociale. La
decisione degli anni 1960 fu presa quasi in segreto, senza una pubblica
discussione politica, ma con la spinta di innumerevoli manovre di corridoio ed
un violento conflitto infraburocratico. Sotto il profilo dei vantaggi sociali,
29

economici e finanziari, i suoi risultati, se se ne analizzano le conseguenze,
furono manifestamente più scadenti. Sembra che i nuovi specialisti delle
decisioni, pur potendo usufruire di strumenti raffinati e nonostante non fosse
certamente maggiore la complessità tecnica della decisione, non siano riusciti a
cavarsela altrettanto bene dei loro meno brillanti predecessori. La sola differenza
impressionante è l’enorme aumento di livello di complessità del sistema ed il
suo considerevole sovraccarico, dovuti alla sua centralizzazione confusionaria3.
È vero, sotto questo profilo, esistono, tra i diversi paesi europei, molte
differenze e non si dovrebbe parlare troppo frettolosamente di condizioni europee
comuni. C’è, ad esempio, un contrasto abbastanza forte tra un paese come la
Svezia – che ha sviluppato una notevolissima capacità di affrontare problemi
complessi, sollevando il personale ministeriale dal peso delle decisioni
amministrative e tecniche ed assegnando considerevoli poteri decisionali alle
rafforzate autorità locali – ed un paese come l’Italia – dove una burocrazia
debolissima ed un sistema politico instabile non riescono a prendere decisioni e
a favorire il raggiungimento di alcun tipo di accordo. Però la maggioranza dei
paesi europei sono alquanto più vicini al modello italiano e la Svezia sembra,
per il momento, costituire una lampante eccezione. E non pare che si tratti di
eccezione dovuta all’ampiezza territoriale o al tipo di problemi, dal momento
che piccoli paesi, come il Belgio oppure l’Olanda e la Danimarca, sono
anch’essi vittime del sovraccarico e della complessità, dovuti alla rigidità e alla
complessità dell’attaccamento al gruppo e alla frammentazione del sistema
politico.
1.2. Peso burocratico e irresponsabilità civica
La governabilità delle nazioni europeo-occidentali è intralciata da un’altra
serie di problemi connessi che si dipartono dalla generale accentuazione del
dominio burocratico, dalla mancanza di responsabilità civica e dalla
dissoluzione del consenso.
Ovunque si sviluppa un problema fondamentale: l’opposizione tra il gioco
decisionale ed il gioco dell’attuazione. All’uno e all’altro livello intervengono
30

logiche completamente diverse. Nel gioco decisionale, la capacità di dominare
una coalizione vincente per un accordo finale e delimitato è una funzione della
natura e delle regole del gioco di cui la decisione è un risultato. Dal momento
che gli stessi partecipanti fanno lo stesso gioco per un numero abbastanza
considerevole di decisioni cruciali, la natura del loro gioco, le risorse dei
partecipanti e i rapporti di forza tra essi possono valere ai fini della previsione
dei risultati tanto quanto la sostanza del problema e la sua possibile soluzione
razionale. Nel gioco dell’attuazione, tuttavia, compaiono attori i cui quadri di
riferimento non hanno nulla a che vedere con la contrattazione decisionale
nazionale e il cui gioco è fortemente influenzato dalla struttura di potere e dai
tipi di rapporto esistenti, sia nella burocrazia, sia nel sistema politicoamministrativo nel quale la decisione va attuata. Assai spesso succede che i due
giochi si svolgano in maniera diversa, se non addirittura in totale
contrapposizione. Può pertanto esistere un divario tra la razionalità di coloro che
prendono decisioni e i risultati della loro attività, il che significa che la
regolamentazione collettiva delle attività umane in un sistema complesso è
sostanzialmente frustrante. Tale situazione viene riprodotta ed esemplificata al
livello politico superiore in cui tutti i sistemi democratici moderni risentono di
una generale separazione tra quella che può essere una coalizione elettorale ed il
processo di governo. A seconda che si debba ottenere una maggioranza elettorale
o si debbano affrontare problemi di governo, occorre una serie del tutto diversa
di alleanze. Questi problemi esistono anche negli Stati Uniti e nel Giappone,
ma nei paesi europeo-occidentali essi si presentano con particolare acutezza a
causa della frammentazione dei sistemi sociali, delle grandi difficoltà di
comunicazione e delle barriere tra i diversi sottosistemi che tendono a chiudersi
e a operare isolatamente.
Ad ogni modo, nell’Europa occidentale predominano due modelli differenti.
Il primo, che ha conseguenze peggiori per la governabilità, è il modello
burocratico associato a una mancanza di consenso. È Quello esemplificato
specialmente da paesi come la Francia e l’Italia, dove una parte molto
consistente dell’elettorato continua a votare per partiti estremi, sia di sinistra,
sia, in misura minore, di destra, che non accettano i requisiti minimi del
31

sistema democratico. In questi paesi il controllo sociale viene imposto ai
cittadini grazie a un apparato statale estremamente isolato dalla popolazione. Le
regolamentazioni politico-amministrative agiscono secondo un circolo vizioso
di fondo: il potere burocratico, separato dalla retorica politica e dalle esigenze
dei cittadini, incoraggia in essi l’estraniazione e l’irresponsabilità, le quali
formano il contesto indispensabile al progressivo venir meno del consenso. La
mancanza di consenso rende a sua volta indispensabile il ricorso al potere
burocratico, non potendosi correre il rischio di impegnare cittadini che non
accettano le regole minime del gioco. In genere, quando il controllo sociale sia
stato tradizionalmente realizzato per mezzo di una forte pressione burocratica, il
consenso democratico non si è sviluppato pienamente e c’è la possibilità
endemica di sfaldamenti consensuali. Tutti i paesi europei mantengono alcuni di
questi meccanismi di controllo tradizionali.
Per contro, un modello alternativo è esemplificato dai paesi dell’Europa
nord-occidentale, nei quali si è raggiunto abbastanza presto e si è costantemente
rafforzato un ampio consenso, impedendo così alla burocrazia statale di dominare
in modo troppo esclusivo. La Svezia, con il suo solido sistema decisionale
locale, con il suo sistema di contrattazione fondata sul consenso dipendentidirigenti e con i suoi meccanismi di tutela antiburocratica (basati sul ricordo
all’ombudsman), costituisce l’esempio migliore di questo modello.
Cionodimeno, anche in questi paesi, e perfino in Svezia, esiste una generale
tendenza all’estraniazione, all’irresponsabilità e alla dissoluzione del consenso.
Col tempo, il ritmo della contrattazione collettiva si è fatto sempre più
monotono, cioè sempre più burocratico, e tra i lavoratori, se non tra i cittadini
in genere, si è sviluppata la tendenza a sentirsi estraniati come quelli
dell’Europa rivoluzionaria. In Danimarca, Olanda e Gran Bretagna, il consenso
sociale democratico va affievolendosi, mentre i rapporti tra i gruppi sono
diventati così complessi ed incerti che i cittadini sono sempre più frustrati. La
politica diventa un che di separato dai sentimenti dei cittadini e persino dalla
realtà. Tendono quindi a crearsi dei circoli viziosi che portano questi paesi
quanto mai più vicino a quelli dell’Europa continentale. A tutto ciò non si è
sottratta neppure la Svezia, almeno nel campo dei rapporti di lavoro4.
32

1.3. La dimensione europea
Tutti questi problemi vengono certamente moltiplicati dalla nuova
dimensione delle questioni internazionali, la quale ha fatto dello stato nazionale
europeo un’entità alquanto obsoleta. Si potrebbe ovviamente immaginare un
sistema federale europeo, basato su strutture decisionali locali e regionali
fortemente decentrate e quindi in grado di ridurre il sovraccarico al vertice, di
limitare il carattere burocratico dei processi di intermediazione e di contenere
l’estraniazione dei cittadini. Ma gli sforzi di unificazione fin qui fatti, hanno
avuto la tendenza a rafforzare gli apparati burocratici nazionali, come se questi
centri nevralgici tradizionali degli affari europei non potessero far altro che
rinvigorire. Così, l’Europa occidentale si trova davanti a uno dei dilemmi più
assurdi. I suoi problemi hanno carattere sempre più europeo, mentre la sua
possibilità di affrontarli risiede in strumenti istituzionali di carattere burocratico
e nazionale, che sono sempre più inadeguati, ma che, nello stesso tempo,
tendono a rafforzare la loro influenza sul sistema.
Nell’Europa occidentale, inoltre, è stata utilizzata nelle questioni nazionali e
internazionali la personificazione del potere per superare gli scogli burocratici e
incoraggiare l’identificazione dei cittadini quando la partecipazione non poteva
essere efficace. I risultati di quest’uso sono, però, sempre deludenti. I leader
diventano prigionieri della propria immagine e sono troppo vulnerabili per
agire. Diventano personaggi da public relations, creando così un vuoto di
credibilità ed estendendo l’incomprensione tra i cittadini e il loro sistema
decisionale.
Non si deve, tuttavia, esagerare la generale tendenza all’irresponsabilità e
all’impotenza nei singoli stati europei e nell’Europa nel suo insieme. I
problemi sono minacciosi, la capacità di affrontarli sembra essersi ridotta, ma ci
sono ancora molte zone nelle quali, a confronto con quelli dei passati governi,
con quelli di altre zone del “ Trilatero” e con quelli del resto del mondo, i
risultati del governo sono soddisfacenti. Quelle europee sono ancora società ad
alto livello di civiltà, i cui cittadini sono ben difesi e in cui gli agi e le
possibilità di divertimento sono stati, non solo mantenuti, ma anche estesi ad
33

un grandissimo numero di persone. L’Europa, inoltre, subisce il disordine
sociale e il crimine in misura minore degli Stati Uniti.
Nondimeno, sono sempre di più le zone nelle quali si è drasticamente
indebolita la capacità dei governi di agire e di rispondere alla sfida posta dalle
richieste dei cittadini. L’istruzione secondaria e le università, nonché, spesso, le
amministrazioni delle metropoli, l’utilizzazione dei suoli e il rinnovamento
urbano sono in crisi. In molti paesi, questo indebolimento di capacità è
l’aspetto che comincia a prevalere nella contrattazione tra i gruppi, nella
ridistribuzione del reddito e nel trattamento dell’inflazione.

34

2. Cause sociali, economiche e culturali
Per meglio comprendere questi tratti generali dei sistemi socio-politici
dell’Europa occidentale e poter suggerire degli orientamenti generali per
l’analisi del cambiamento possibile, dovremmo per prima cosa cercare di
puntualizzare le cause sociali, economiche e culturali degli attuali momenti di
crisi. Cause ed effetti sono, però, sostanzialmente interdipendenti, ed è
impossibile districarli. Cercheremo, pertanto, di mettere a fuoco, una dopo
l’altra, alcune delle principali problematiche che possano servire a una migliore
comprensione della situazione attuale.
Cercheremo, anzitutto, di valutare il contesto socio-economico generale, che
può essere caratterizzato, sul piano sociologico, dall’esplosione dell’interazione
sociale e, sul piano economico, dall’effetto sconvolgente della crescita continua.
Cercheremo poi di analizzare il collasso generale delle istituzioni tradizionali,
che può ritenersi il retroterra immediato della crisi. Ci sposteremo quindi sul
problema delle istituzioni culturali, concentrando soprattutto l’attenzione sugli
intellettuali, sull’istruzione e sui mezzi di comunicazione. Concluderemo,
infine, riesaminando un ultimo problema congiunturale che ha avuto un effetto
di accelerazione: il problema dell’inflazione.
2.1. L’aumento dell’interazione sociale
In ogni paese sviluppato l’uomo è diventato un animale molto più sociale
che in passato. Si è avuto un esplodere di interazione umana e, correlativamente,
c’è stato un aumento enorme della pressione sociale. La trama sociale della vita
umana è diventata e diviene sempre più complessa e la sua organizzazione più
difficile. La dispersione, la frammentazione e l’ordine elementare sono stati
sostituiti dalla concentrazione, dall’interdipendenza e da una strutturazione
complessa. I sistemi organizzati sono diventati estremamente più complessi e,
in un sistema sociale molto più composito e intricato, tendono a prevalere sulle
forme più semplici del passato. L’organizzazione della compagine sociale, a
35

causa della fondamentale importanza della sua complessità odierna, riveste un
significato cruciale, che suscita il problema del controllo sociale sull’individuo.
L’Europa, avendo un lungo passato di controllo sociale tradizionalmente
imposto sull’individuo da autorità collettive, in particolare lo stato, e
istituzioni religiose gerarchiche, si trova in una situazione del tutto particolare.
Vero è che tali autorità e istituzioni nel corso dei secoli che ci separano
dall’assolutismo sono state liberalizzate; pur tuttavia, persiste ancora una forte
connessione tra controllo sociale e valori gerarchici, il che implica la tendenza al
riapparire di una contraddizione di fondo. I cittadini avanzano pretese
inconciliabili. Sollecitando un’azione più decisa per risolvere i problemi che
devono affrontare, essi esigono maggiore controllo sociale. Nello stesso tempo,
però, respingono ogni tipo di controllo sociale che sia associato con i valori
gerarchici che hanno appreso a scartare e rigettare. il problema è, se si vuole,
universale, però è più esasperante in Europa, dove la disciplina sociale non è
oggetto di culto come lo è ancora in Giappone e dove non si sono sviluppate
forme più indirette di controllo sociale come nel Nord America.
I paesi europei hanno, quindi, da sormontare problemi più difficili per
oltrepassare un certo livello di complessità nei loro sistemi politicoamministrativi, sociali ed anche economici. Ci sono differenze in ogni paese,
avendo ciascuno conservato un sistema collettivo specifico di controllo sociale.
Ma ognuno di questi sistemi appare ormai incapace di risolvere i problemi del
momento. E ciò vale tanto per la Gran Bretagna, ritenuta da sempre maestra
nell’arte di governo, quanto per l’Italia, che ha potuto essere un esempio di
“ non-governo” stabile. Anche la Francia possiede un apparato centrale sempre
meno adeguato alla direzione dei sistemi complessi moderni e diventa quindi
più vulnerabile. La Germania in una certa misura trae vantaggi dal profondo
trauma del nazismo, da cui è derivato necessariamente un più sostanziale
cambiamento nell’organizzazione della compagine sociale; cionondimeno essa
soggiace allo stesso genere di tensioni.
2.2. L’impatto della crescita economica

36

L’impatto della crescita economica può meglio comprendersi considerando
queste tensioni di fondo. Negli anni 1950 e all’inizio degli anni 1960, si
credeva che il grande problema delle nazioni europee fosse la realizzazione della
crescita economica. Sarebbe bastato che il loro pnl potesse crescere per un
periodo abbastanza lungo che sarebbe gradualmente scomparsa la maggior parte
delle loro difficoltà di entità politiche disunite e non consensuali. Questo
convincimento veniva accolto in modo così schiacciante che per lungo tempo la
linea ufficiale dei partiti comunisti consisteva nel negare la realtà del progresso
materiale della classe operaia e nel sostenere che lo sviluppo capitalistico aveva
causato un calo, non solo relativo, ma anche assoluto, del reddito dei lavoratori.
Tuttavia, non si poté alla fine non riconoscere certe realtà: vale a dire, gli
enormi miglioramenti goduti nel trascorso ventennio da tutti i gruppi sociali e
dai lavoratori in particolare. Ma le conseguenze di tutto ciò sarebbero state
l’opposto di quanto ci si era aspettato. Anziché acquietare le tensioni, il
progresso materiale sembra averle esasperate.
Tre sembrano essere i fattori che occorre considerare per spiegare il
paradosso. In primo luogo, è naturale che il cambiamento provochi delle
crescenti aspettative che non possono essere soddisfatte dai suoi risultati
necessariamente limitati. Una volta constatato che le cose possono cambiare, la
gente non può più accettare con facilità quegli aspetti di base della propria
condizione che una volta si davano per scontati. L’Europa è stata
particolarmente vulnerabile perché il suo boom economico senza precedenti era
seguito a un lungo periodo di stagnazione con sentimenti repressi di
frustrazione. Inoltre, i suoi cittadini sono stati più complicati in politica e
particolarmente soggetti ai paragoni tra categoria e categoria mossi dall’invidia.
Un secondo fattore da prendere in esame è il ruolo particolare svolto
dall’ideologia radicale nella politica della classe operaia europea. A un livello
elementare, le ideologie rivoluzionarie e non consensuali dei partiti e sindacati
operai dell’Europa erano connesse al ritardo economico e culturale che non
consentiva ai lavoratori un’equa partecipazione ai vantaggi della società. Ma
l’ideologia è soltanto in parte una conseguenza della frustrazione; essa è anche
uno strumento di azione. E nel contesto europeo essa rimane il mezzo più
37

efficace disponibile ai fini della mobilitazione. Quando l’ideologia viene meno,
viene pure meno la possibilità dei sindacati di ottenere dei risultati. Inoltre, i
processi di contrattazione collettiva ordinata, anche quando danno dei risultati,
tendono a diventare così complessi e burocratici da produrre disaffezione. La
massa lavoratrice non si riconosce in un tale processo burocratico e tende a
“ sbandare”, il che vuol dire che più i sindacati e i partiti operai accettano
procedure regolari, più si indebolisce la loro capacità di mobilitare i propri
seguaci e fare veramente pressione sul sistema. Sono quindi costretti a riscoprire
l’estremismo. Ciò vale di più per i paesi latini, che non hanno mai raggiunto
un sistema di contrattazione soddisfacente, ma anche nell’Europa nordoccidentale la spinta estremista è stata molto forte. In genere, anche se i
lavoratori si sono integrati meglio nel sistema sociale complessivo, rimangono
tuttavia fondamentalmente frustrati e delusi per le forme di contrattazione che
non consentono loro molta partecipazione. È necessaria, pertanto, un’ideologia
radicale che li metta in grado di impegnarsi nel gioco sociale. Questa situazione
si fa particolarmente sentire in molti paesi dove i gruppi di classe operaia non
hanno beneficiato del benessere nella misura in cui avrebbero dovuto o potuto.
Invece, i paesi dove il progresso dei salariati è stato, rispetto agli altri, maggiore
o più costante, ad esempio la Germania, sono anche quelli la cui resistenza
all’inflazione e alla deriva ideologica è più forte.
Un terzo fattore è forse ancora più essenziale. È la conseguenza più
disgregante del cambiamento accelerato. È abbastanza vero che il cambiamento
spesso arreca risultati materiali maggiori e che la gente, quantunque abbia
potuto per lungo tempo negare i propri miglioramenti, ha saputo alla fine
riconoscerli e apprezzarli. Però il cambiamento accelerato presenta un costo in
termini di disgregazione che è enorme. Esso implica che molte branche e
imprese si indeboliscano e addirittura scompaiano, mentre altre attraversano una
crescita eccezionale. C’è gente costretta alla mobilità, sia geografica che
occupazionale, dei cui costi psicologici ci si può rendere conto. È ovvio che,
avendo dovuto affrontare una nuova forma di incertezza, paragoni più spesso le
proprie sorti con quelle di altri gruppi. Le tensioni sono, quindi, destinate a
crescere.
38

Questi processi hanno, inoltre, esercitato un influsso diretto e profondo sui
tipi di controllo sociale operanti nella comunità. Ed è in ciò, che l’Europa è
stata molto più vulnerabile rispetto, sia agli Stati Uniti, sia al Giappone. In una
società nella quale il controllo sociale si sia tradizionalmente basato sulla
frammentazione, sulla stratificazione e sulle barriere sociali alla comunicazione,
l’effetto dirompente del cambiamento, tendente ad abbattere queste barriere,
costringendo la gente a comunicare, fa si che sia sempre più difficile governare.
Nel Nord America, che nell’insieme è sempre stato una società molto più
aperta, il problema non si è mai presentato in modo così grave; né possiede la
stessa ampiezza il Giappone, il quale, pur subendo un cambiamento economico
perfino maggiore, è stato in grado finora di conservare le sue forme di controllo
sociale.
Tra le assai differenti nazioni europee persistono grandi diversità di
direzione. L’Italia e, in una certa misura, la Francia, avendo conservato una
struttura sociale più gerarchica, sono state sconvolte in modo meno immediato5.
In tutto il mondo gli individui hanno perduto gran parte dei loro quadri di
riferimento e non hanno trovato dei surrogati nei loro rapporti con la collettività.
Per i giovani c’è stato ovunque un aumento di anomia; i gruppi sono più labili
ed il controllo sociale è molto più debole. Nel tempo stesso, l’effetto diretto
delle disgregazioni economiche e geografiche esige un trattamento adeguato;
richiede l’imposizione di autocontrolli collettivi, il cui sorgere è impedito da
queste disgregazioni stesse6.
La soluzione non è certo un’economia di non-crescita, come la Gran
Bretagna ha chiaramente dimostrato. Nessun paese può tagliarsi fuori dal
cambiamento generale. La società britannica poté subire una disgregazione
minore delle altre società del Continente, però è adesso vittima del suo
mediocre rendimento economico. Il popolo britannico continua forse ad avere
meno tensioni individuali rispetto a quelli del Continente, però il morale
collettivo sta cominciando ad abbassarsi. Le pressioni dell’egualitarismo e della
partecipazione di massa sono cresciute come altrove ed il divario tra le promesse
e le aspettative si è ampliato anche più, portando a conflitti reiterati e frustranti
tra la burocrazia e diversi settori del grande pubblico, a risultati governativi
39

sempre più scadenti e a un diffuso senso di estraniazione politica.
2.3. Il crollo delle istituzioni tradizionali
La contraddizione riguardante il controllo sociale è stata allargata dal
disfacimento della struttura di autorità tradizionale su cui poggiavano i processi
di controllo sociale. Il crollo è in parte dovuto all’effetto dirompente del
cambiamento, ma può anche essere considerato come la conseguenza logica di
un’evoluzione generale del rapporto dell’individuo con la società.
In tutto l’Occidente la libertà di scelta dell’individuo è aumentata
straordinariamente. Con lo sgretolarsi delle vecchie barriere ogni cosa appare
possibile. I propri lavori, i propri amici, i propri compagni, si possono non
solo scegliere senza essere forzati dalle convenzioni di un tempo, ma questi
rapporti possono anche essere interrotti più facilmente. La gente, la cui gamma
di opportunità è più estesa e la cui libertà di cambiamento è maggiore, può
essere molto più esigente e non può accettare di essere vincolata da relazioni che
durino tutta una vita. Naturalmente ciò vale molto di più per i giovani. Questo
quadro si è ulteriormente rafforzato con lo sviluppo della libertà sessuale e con la
messa in discussione del posto della donna nella società. In tale contesto non si
poteva non porre in discussione l’autorità tradizionale, la quale non solo si
scontrava con la nuova eccezionale ondata di affermazione dell’individuo, ma
veniva perdendo quella capacità di controllo sulla gente priva di alternative, che
aveva mantenuto per un periodo di tempo troppo lungo.
Gli ultimi anni sessanta hanno costituito una svolta importante. Il
cambiamento basilare si manifestò in tutta la sua drammatica ampiezza nel
subbuglio politico del periodo, che impose una specie di prova di forza morale a
una certa forma di autorità tradizionale. Il suo senso fu frainteso giacché sembrò
che la rivolta mirasse ad obiettivi politici. Appare ora che la posta in gioco
fosse, molto più che quella politica, l’autorità morale: più che le istituzioni
politiche ed anche economiche, le chiese le scuole e le organizzazioni culturali.
Nel breve arco di alcuni anni, le chiese sembrano essere state le istituzioni
più profondamente sconvolte. In gran parte dell’Europa si è verificata una rapida
40

e fondamentale modificazione che le ha private della loro autorità politica, e
persino morale, sui propri greggi e all’interno della società in genere. La chiesa
cattolica è stata la più duramente colpita poiché era rimasta la più autoritaria.
Tuttavia, come si rileva dai sondaggi d’opinione, i sentimenti e i bisogni
religiosi permangono. Essi sono stati addirittura riattivati dalle inquietudini del
nostro tempo, così che le chiese alla fine saranno in grado di riconquistare parte
del terreno perduto. Per riuscirvi dovranno aprirsi ed abbandonare quanto rimane
dei loro princìpi tradizionali.
Ciò può essersi già realizzato dal momento che lo stampo autoritario sta
scomparendo. La crisi è molto più palese all’interno della gerarchia che non tra i
laici. I preti continuano a lasciare le chiese a un ritmo crescente; non possono
essere sostituiti e quanti rimangono non accettano più con l’obbedienza di un
tempo l’autorità burocratica dei superiori e le coercizioni del dogma. Sono in
condizione di esigere un trattamento di gran lunga migliore, e lo ottengono. Per
contro, si sentono meno capaci di esercitare l’autorità morale tradizionale di cui
disponevano sui laici. Sarebbe esagerato ritenere che il sistema secolare
costitutivo della chiesa, fondato sui doveri morali e sulla guida spirituale, sia
andato in frantumi; esso è tuttora attivo, solo che nell’ultimo decennio è mutato
di più che negli ultimi due secoli. Il nuovo fermento che si è sviluppato intorno
a questo cambiamento, può essere analizzato come prova di vitalità. È possibile
che emergano nuove razionalizzazioni attorno a cui il sistema si stabilizzi. Ma
appare abbastanza evidente fin d’ora, che il modello tradizionale, che per così
lungo tempo aveva costituito una delle principali roccheforti ideologiche delle
strutture societarie europee, si sia disintegrato. Ciò rappresenta indubbiamente
un’importante cambiamento per le società europee. Tale modello forniva una
costante fondamentale dell’ordine sociale e veniva, in ultima analisi, utilizzato
per rafforzare il controllo sociale, anche nei cosiddetti paesi laici, come la
Francia, dove si riteneva che la chiesa cattolica avesse soltanto un’influenza
secondaria. Il mutamento alla base dei valori avrà un influsso molto esteso, e
neppure gli ambienti non religiosi, che nonostante la loro opposizione ai
princìpi cattolici avevano mantenuto analoghi modelli di controllo sociale,
riusciranno ad opporsi al cambiamento, per quanto, a prima vista, sembrino
41

meno direttamente toccati.
L’istruzione, in quanto istituzione morale, si trova davanti allo stesso
problema e costituisce forse il principale esempio di questa analogia tra
tradizioni opposte. Quali che fossero le influenze filosofiche esercitate su di essa
in determinati paesi, l’istruzione incontra gravi difficoltà in tutta l’Europa
occidentale. Essa ha perduto l’autorità che possedeva una volta. Gli insegnanti
non riescono più a credere nella loro “ sacra” missione e gli studenti non
accettano la loro autorità con la medesima facilità di un tempo. Così come
avviene per la logica religiosa dell’ordine sociale, l’autorità scolastica non
resiste più. Il sapere è ampiamente diffuso. Gli insegnanti hanno perso il loro
prestigio all’interno della società e sono scomparsi i rigidi rapporti gerarchici
che ne facevano delle figure assai influenti tra gli studenti. Ciò che permette al
sistema di andare avanti è la routine, e se esso continuerà ancora ad operare è
puramente per la necessità e per l’importranza delle sue funzioni. Il malessere è
profondo. La struttura dogmatica si disintegra; nessuno sa come intervenire
senza una struttura, né sembrano emergere forme nuove. Siamo ancora nella fase
di destrutturazione in cui le sole risposte costruttive al malessere sembrano
ancora consistere in generose utopie.
Forse l’istruzione superiore, segnata da uno sconvolgimento più
spettacolare, è stata in parte rivitalizzata, tuttavia sono ancora molti i paesi e i
settori dove perdura una situazione di caos. Le università europee non offrono
alcun tipo di leadership istituzionale. Non rappresentano delle vere istituzioni
per i propri studenti. Sono pochissimi gli insegnanti in grado di proporre
modelli d’impegno, positivi e non-ideologici, sui valori, che possano essere
accolti dagli studenti. Di conseguenza, il potenziale delle università non può
essere utilizzato come stimolo al cambiamento nella società e le energie
giovanili vengono facilmente deviate verso lotte senza senso e negative.
Anche altre istituzioni, seppure in modo meno grave, sono sconvolte dal
crollo dell’autorità morale. Tra queste, l’esercito, almeno nei suoi ruoli di
scuola di formazione alle tecniche di organizzazione, nonché di simbolo e
incarnazione dei valori patriottici, ha perduto la sua forza d’attrazione morale e
psicologica. È sempre più possibile affidare i compiti di difesa ad eserciti
42

professionali. La loro fedeltà può essere fuori discussione, però l’esercito di
coscrizione, come scuola per il cittadino e come modello di autorità, è in
declino. Esso ha perduto ogni significato finale ed è assolutamente tagliato fuori
dal corso dei rapporti umani. Scompare, così, un altro pilastro dell’edificio
morale delle società occidentali.
A confronto, il problema dell’autorità nelle organizzazioni economiche,
considerate da sempre i più difficili campi di battaglia della società industriale,
appare – cosa abbastanza curiosa – meno esplosivo. Le difficoltà non hanno certo
mancato di ripresentarsi durante il terremoto degli ultimi anni sessanta., tuttavia
le sanzioni economiche e l’evidenza dei risultati danno ai partecipanti sufficienti
ragioni per impegnarsi nello sforzo collettivo. Nondimeno, le imprese europee
sono, nell’insieme, più deboli in quanto istituzioni delle corrispondenti
americane o giapponesi. Difettano di consenso, sia per quanto riguarda il
sistema di autorità, sia per quanto riguarda il sistema di allocazione ottimale
delle risorse e difettano pure di una sufficiente capacità d’intesa sulle regole del
gioco nelle situazioni conflittuali.
I problemi si presentano più difficili quando il sistema sociale abbia
conservato qualcuno dei tratti rigidi di una precedente società di classe e quando
esista il convincimento che l’autorità venga imposta dall’alto. La situazione è
considerevolmente più precaria in Italia e in una certa misura anche in Francia,
che non in Scandinavia e in Germania, dove la disciplina è stata per lungo
tempo interiorizzata7. Nondimeno, il problema in Europa rimane più acuto che
negli Stati Uniti, dove la gente ha gradualmente appreso forme più moderne di
controllo sociale, o in Giappone, dove le vecchie forme di controllo sociale
permangono riadeguandosi in maniera molto dinamica alle esigenze del
momento.
Da questa debolezza istituzionale sono scaturite due importanti serie di
conseguenze. In primo luogo, l’integrazione della classe lavoratrice nel gioco
sociale non è che parziale, specie nei paesi latini e in Francia. In secondo luogo,
il peso esercitato dai ceti medi dell’organizzazione – medi dirigenti e capi
intermedi – costituisce una forza conservatrice, in definitiva paralizzante.
La mancanza di integrazione della classe operaia non solo impedisce la
43

contrattazione e l’intesa dirette, il che rende più vulnerabili le imprese europee,
ma è pure all’origine della generale riluttanza dei giovani ad accettare i lavori
manuali generici, umilianti e sottoretribuiti. Gli imprenditori europei hanno
trovato una facile soluzione al problema della forza lavoro nel ricorso agli operai
immigrati dal Sud Europa e dal Nord Africa. Tuttavia, questa politica, che per
un certo periodo di tempo ha avuto un grande successo e che ha alimentato lo
sviluppo industriale dell’Europa occidentale negli anni del suo boom, ha
comportato nuovi e difficili problemi nella vita comunitaria delle città europeooccidentali. Da quando i lavoratori immigrati hanno cominciato a porre in
discussione il loro posto e la loro gamma di possibilità nel sistema sociale ed
economico, si è gradualmente sviluppato un nuovo fattore di instabilità.
Gli sforzi di promuovere le occupazioni operaie e di migliorare il lavoro
salariato, integrandolo nelle linee generali dello sviluppo industriale sono falliti
per il peso della gerarchia. E le categorie gerarchiche intermedie hanno rallentato
la modernizzazione del tessuto istituzionale delle organizzazioni economiche. I
loro atteggiamenti contribuiscono inoltre a mantenere in queste organizzazioni
europee quella rigidità di controllo sociale che impedisce la modernizzazione e
la crescita.
Invero, se le imprese in Europa appaiono più sane delle chiese e delle
scuole, ciò si spiega anche col fatto che continuano a basarsi di più sul vecchio
modello di controllo sociale. Si può supporre che le organizzazioni economiche
dovranno comportarsi come le altre, il che probabilmente significa
disgregazione. Le differenze tra i paesi permangono notevoli. La Svezia ad
esempio è in anticipo nell’elaborazione di un nuovo modello, mentre l’Italia si
trova in una fase di parziale disgregazione.
2.4. Lo sconvolgimento del mondo intellettuale
Un’altra causa fondamentale di disgregazione delle società occidentali
scaturisce dal mondo intellettuale. Daniel Bell ha giustamente sottolineato
l’importanza basilare della cultura nell’avvento della società post-industriale. Il
sapere tende a diventare la risorsa principale dell’umanità. Gli intellettuali, in
44

quanto gruppo sociale, vengono sospinti all’avanguardia delle lotte sociopolitiche ed i rapporti del mondo intellettuale con la società mutano
radicalmente. Però, né Daniel Bell, né alcun altro futurologo, ha previsto
l’importanza e l’asprezza di un tale processo di cambiamento. Non v’è motivo
di credere che la rivoluzione culturale contemporanea sarà più pacifica delle
rivoluzioni industriali del passato.
Sembra che stiamo, di fatto, attraversando una crisi culturale la quale, nella
misura in cui la nostra incapacità di elaborare meccanismi decisionali adeguati –
l’ingovernabilità delle nostre società – costituisce un fallimento culturale, può
rivelarsi la più grande minaccia contro le società occidentali. Sotto questo
aspetto, l’Europa è la più agitata e vulnerabile delle regioni della Trilaterale,
soprattutto perché la forza e la centralità della sua tradizione intellettuale rendono
più difficile l’elaborazione di nuovi modelli.
Il primo elemento della crisi è il problema del grande numero. L’avvento
della società trans-industriale implica un enorme aumento del numero di
intellettuali, aspiranti intellettuali e para-intellettuali. Non solo si sviluppano le
precedenti professioni intellettuali, ma ne appaiono di nuove, e molte
occupazioni non-intellettuali diventano professionali. Però, più sono gli
intellettuali, minore è il prestigio di ognuno. E qui ancora una volta perveniamo
al paradosso: più una professione diventa centrale, minori sono l’influenza e il
prestigio dell’individuo medio che l’esercita. Non sorgerebbe alcun problema se
il processo di socializzazione e di istruzione fosse adeguato alle nuove situazioni
sociali. Ma la gente continua ad essere educata secondo l’ethos aristocratico
tradizionale dei ruoli prestigiosi del passato. Essa è, così, preparata a
prospettarsi un modello di attività e rapporti con il mondo esterno del tutto
diverso dalla realtà. Inoltre gli effetti cumulativi degli sforzi individuali volti a
migliorare e modernizzare i ruoli, tendono piuttosto a svilirli e a renderli
monotoni.
Si sviluppa, quindi, una nuova stratificazione tra le persone che possono
svolgere realmente una funzione di primo piano e quelle che invece sono
costrette ad accettare uno status più modesto. Ma questa stratificazione
costituisce, a sua volta, un fattore del malessere, poiché in molti paesi, specie in
45

Francia e Gran Bretagna, i privilegiati acquisiscono e mantengono le loro
posizioni grazie a prassi monopolistiche restrittive.
Un altro fattore di malcontento deriva dall’importanza della tradizione
aristocratica nella sfera culturale europeo-occidentale. Secondo questa tradizione,
gli intellettuali sono figure romantiche che acquistano naturalmente una
posizione di rilievo grazie a una sorta di esaltazione aristocratica. Questo
atteggiamento è ancora attivissimo e dominante a livello subconscio. Eppure,
gli intellettuali, in quanto agenti di cambiamento e guide morali in un’epoca di
rapidi mutamenti, dovrebbero essere, ed effettivamente sono, all’avanguardia
della lotta contro la tradizione aristocratica. Così, non solo essi operano per la
distruzione dei privilegi che inconsciamente bramano, ma molti subiscono una
crisi morale, una cui facile soluzione è spesso data da una presa di posizione
radicale.
Lo sconvolgimento interno ai ruoli intellettuali tradizionali, che per i loro
nuovi occupanti non si rivelano in grado di soddisfare le aspettative che avevano
stimolato il proprio impegno personale, è aumentato, se non si è moltiplicato, a
causa dell’esistenza di un fortissimo spostamento all’interno del mondo
intellettuale stesso. Mentre una lunga tradizione ha conferito agli interessi
umanistici una posizione d’onore, l’orientamento odierno favorisce le nuove
professioni intellettuali suscettibili di una maggiore utilizzazione pratica. Più la
società post-industriale si intellettualizza, più essa tende a sostituire le
discipline intellettuali tradizionali, orientate dal valore, a favore di quelle
orientate dall’azione, cioè a favore di quelle discipline in grado di svolgere un
ruolo diretto nel processo politico.
Ciò non vuol dire, però, che gli intellettuali orientati dal valore scompaiano
o si decimino. Essi trovano sbocchi nuovi e in rapido sviluppo, nei settori delle
comunicazioni. Ma un tale nuovo orientamento può rivelarsi moralmente
gravoso, potendo essere ritenuto un po’ degradante. In ogni caso, l’opposizione
tra le due culture, descritta da C.P. Snow, si è modificata di molto. Si è
trasformata in una battaglia tra le persone che si comportano da spettatori, anche
se è un tipo di protesta, e quelle che contribuiscono al processo decisionale.
Così, la crisi di fondo dell’ambiente intellettuale è una crisi d’identità in un
46

mondo in rapido cambiamento, dove sono stati posti seriamente in discussione
i meccanismi essenziali di regolazione.
Naturalmente, intervengono anche molti altri fattori. Il mondo della cultura
può considerarsi come una cassa di risonanza per le altre forme di malessere
delle società occidentali. Ma va sottolineato che questa cassa di risonanza svolge
un proprio ruolo autonomo importantissimo, anzitutto perché amplifica le
insicurezze e le gravi inquietudini che va esprimendo e, in secondo luogo,
perché proietta sull’intera società le crisi d’identità che le sue componenti vanno
vivendo.
Nonostante le molte differenze tra i paesi, si può chiaramente riconoscere, nel
mondo artistico e in quello letterario, una tendenza generale verso un
atteggiamento di protesta e persino di rivolta, che ha decisamente plasmato il
contesto culturale in cui si muovono le generazioni più giovani.
L’importanza di una tale tendenza non va sottovalutata. È abbastanza vero
che si può, correttamente, non dare peso al suo influsso politico immediato e
riconoscere la superficialità dei suoi aspetti di moda, però non vi si possono non
cogliere un significato e un’influenza a livello più profondo. Essa è espressione
di un essenziale indebolimento della capacità di determinazione, di guida e di
governo dell’Europa occidentale. Soprattutto, è all’origine di una profonda
scissione tra i gruppi dirigenti e i giovani d’ingegno.
Anche se non tocca il grande pubblico, incline a reagire contro il
pessimismo intellettuale, l’atteggiamento complessivo delle società occidentali
è permeato da una generale tendenza culturale. I valori europeo-occidentali non
vengono ringiovaniti in modo persuasivo. Dalla “ deriva” culturale odierna non
emerge alcun modello di civiltà, nessuna richiesta di riforme e di esplorazione di
nuove vie. Il ritualismo e l’autocommiserazione costituiscono ancora la corrente
di fondo che scorre sotto l’arrogante critica radicale che prevale in superficie. Le
vaghe utopie non controbilanciano di certo il più forte nichilismo apocalittico
che compone la trama della nostra cultura d’avanguardia. D’altro canto, non c’è
dialogo possibile tra l’élite dominante e la nuova generazione. La
frammentazione e la stratificazione, che soffocavano la società classista
tradizionale, sembrano perpetuarsi attraverso nuove sfaldature culturali.
47

Potrebbero essere già all’opera altri meccanismi di regolazione che noi non
riusciamo ancora a distinguere. È ben possibile che a questa lunga fase di letargo
segua una nuova fioritura. Ma non possiamo non guardare al fatto che stiamo
attraversando il momento più vulnerabile del ciclo di cambiamento o, per
meglio esprimersi, del processo di transizione alla società post-industriale.
2.5. I mezzi di comunicazione di massa
La vulnerabilità del mondo culturale e la sua importanza per l’insieme della
società sono amplificate per la funzione ch’esso ricopre in due sottosistemi
basilari delle società moderne: istruzione e mezzi di comunicazione.
Nel campo dell’istruzione si esemplificano alcune delle contraddizioni di
fondo del mondo della cultura. Il prestigio degli insegnanti è diminuito con
l’enorme aumento del loro numero, mentre le loro aspettative sono ancora
grandemente influenzate dall’atmosfera liberale tradizionale della loro
occupazione. Ed ancor più direttamente di altri intellettuali, si vengono a trovare
faccia a faccia con la rivoluzione nei rapporti umani che sconvolge il loro modo
tradizionale di controllo sociale. Allo stesso tempo, nella sua deriva culturale, la
società ha perduto la stimolante guida morale di cui ha bisogno.
Conseguentemente, la trasmissione delle norme sociali, politiche e culturali è
stata profondamente sconvolta, il che ha avuto un effetto di retroazione nella
società nel suo insieme. I risultati della ricerca mostrano già la portata della
disgregazione e del disorientamento intellettuali che prevalgono in molti settori
della popolazione. In verità, ciò non incide sul comportamento di massa, ma la
gente non può più fare assegnamento su una razionalizzazione logica del proprio
contesto ed avverte di non riuscire a trovare il modo di rapportarsi alla società.
La rivolta anomica, l’allontanamento dalla società e l’alienazione, a causa di
questo vuoto culturale, si sono indubbiamente sviluppati in maniera rischiosa.
I mezzi di comunicazione non si trovano in una situazione di crisi altrettanto
grave come quella dell’istruzione. Tuttavia, sono stati trasformati dall’esplodere
ed espandersi delle comunicazioni e dal nuovo ruolo svolto dagli intellettuali
orientati dal valore. La loro influenza sulla politica e sulla governabilità è molto
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più diretta di quella dell’istruzione; essi svolgono una funzione estremamente
determinante nell’attuale corso delle società occidentali. Nella misura in cui
contribuiscono all’abbattimento delle vecchie barriere di comunicazione,
costituiscono una causa abbastanza importante di disintegrazione delle vecchie
forme di controllo sociale. Sotto questo riguardo, un ruolo particolarmente
rilevante è stato quello della televisione, che ha reso impossibile il
mantenimento della frammentazione e gerarchia culturali necessarie al
rafforzamento delle forme tradizionali di controllo sociale. Il suo influsso è stato
più recente ed ha incontrato maggiori ostacoli che non negli Stati Uniti o nel
Giappone, a causa della molto maggiore resistenza delle società frammentate e
stratificate d’Europa. Il suo uso è ancor più differenziato a seconda delle
categorie o classi sociali. Nondimeno, la sua forza d’attrazione è tale da aver
provocato un completo mutamento della vita pubblica e sociale e da aver anche
aiutato indirettamente la stampa a ristrutturarsi. L’impatto principale di questi
cambiamenti risiede senz’altro nella “ visibilità”. Il solo evento reale è quello
riferito e visto. Così, i giornalisti hanno la funzione decisiva di custodi di una
delle dimensioni fondamentali della vita pubblica.
I media sono, così, diventati una forza autonoma. Non è una novità parlare
di Quarto Stato. Ma stiamo assistendo a un mutamento decisivo nel momento
in cui la professione tende ad autoregolarsi in modo da resistere alla pressione
degli interessi finanziari o governativi. La televisione, che in molti paesi è
fortemente condizionata dal controllo governativo, opera molto meno
liberamente dei giornali; l’autoregolazione è, comunque, in aumento
dappertutto. In ciò si può vedere uno straordinario progresso. Allo stesso
tempo, però, questi meccanismi di autoregolazione dei mezzi di comunicazione
sono inclini a una forte distorsione. Avendo la possibilità di creare avvenimenti,
i giornalisti esercitano un influsso strutturante sulla vita pubblica e sociale. E se
nel sollevare i fatti la loro logica di fondo è quella di raggiungere il pubblico più
vasto possibile, tenderanno a influire sull’interazione sociale in modo tale che le
personalità di rilievo debbano agire in funzione del suddetto pubblico assai più
che in funzione dei risultati reali. Ne derivano molte conseguenze.
In primo luogo, i mezzi di comunicazione diventano un’immensa cassa di
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