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Nome del file originale: lacoronadimezzanotte.pdf
Titolo: La Corona Di Mezzanotte
Autore: Sarah J. Maas

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Il libro

Celaena è sopravvissuta ai lavori forzati nelle tremende miniere di Endovier e ha vinto la gara
all’ultimo sangue per diventare la paladina del re. Da mesi il suo compito è uccidere per conto
del sovrano, ma lei non ha mai rispettato il giuramento di fedeltà al trono: ha concesso alle
vittime la possibilità di fuggire e ne ha inscenato la morte.
Nessuno conosce il suo segreto, né il valoroso Chaol, l’amico e confidente di sempre, né il
principe Dorian, ancora innamorato di lei. Ma quando una notte, in un corridoio buio, Celaena
scorge una figura avvolta in un mantello nero, un altro segreto irrompe nella sua vita: nei
sotterranei della fortezza cova una minaccia oscura e devastante, forse legata agli antichi riti
magici banditi dal regno... È il momento delle scelte: contrastare questa magia ancestrale o
andarsene? Abbandonarsi a un nuovo amore o rinunciare?

L’autore

Sarah J. Maas, nata e cresciuta a New York, dopo la laurea nel 2008 si è trasferita nel sud
della California. Ha sempre adorato le storie di fate e il folclore, anche se preferirebbe essere
quella che fa a pezzi il drago (anziché la damigella in difficoltà). Quando non è impegnata a
lavorare, si perde tra le sue passioni: Han Solo, sgargianti smalti per unghie e la danza
classica. Per Mondadori ha pubblicato Il trono di ghiaccio.

SARAH J. MAAS

traduzione di Francesca Novajra

A Susan
la mia migliore amica
fino a quando non saremo
nient’altro che polvere
(e anche dopo)

PRIMA PARTE

LA PALADINA DEL RE

1

Uno sbattere di imposte nella bufera di vento fu l’unico segno della sua
incursione. Si era arrampicata sul muro del giardino del tetro maniero senza che
la vedesse anima viva, e fra il rombo dei tuoni e le raffiche che infuriavano al
largo del mare vicino, si era inerpicata sulla grondaia ed era saltata sul
davanzale, sgattaiolando nel corridoio del secondo piano senza farsi sentire.
Nell’udire un rumore di passi, si appiattì in una rientranza. La paladina del re si
era nascosta sotto una maschera e un cappuccio neri per confondersi nell’ombra
e diventare un’illusione del buio. Una giovane domestica si trascinò brontolando
verso la finestra aperta, per richiuderla e poi sparire dalla scala sul lato opposto.
Non aveva notato le impronte bagnate sul pavimento.
Un lampo illuminò a giorno il corridoio. L’assassina fece un respiro profondo e
ripassò mentalmente le piantine che aveva studiato per filo e per segno nei tre
giorni passati a osservare il maniero che si stagliava ai confini di Bellhaven.

Cinque porte per lato. La camera da letto di lord Nirall era la terza a sinistra.
Cercò di captare altri passaggi di domestici, ma mentre fuori infuriava la
tempesta, dentro il maniero regnava il silenzio assoluto.
Con passo felpato scivolò come un fantasma lungo il corridoio. La porta della
camera di lord Nirall si aprì con un leggero cigolio e dovette aspettare il tuono
successivo per richiudersela alle spalle.
Un altro lampo rivelò due persone che riposavano nel letto a baldacchino. Lord
Nirall non aveva più di trentacinque anni e sua moglie, una bella donna dai
capelli neri, dormiva profondamente tra le sue braccia. Quale sgarro potevano
aver mai fatto al re perché li volesse morti?
Celaena strisciò fino al bordo del letto. Non stava a lei fare domande, lei
doveva ubbidire, a costo della sua libertà. A ogni passo verso lord Nirall,
ripassava mentalmente la piantina.
Sguainò la spada con un sibilo quasi impercettibile e si fece forza prendendo
un respiro profondo.
Nel momento in cui la paladina del re gli alzò la spada sopra la testa, lord
Nirall spalancò gli occhi.

2

Celaena Sardothien percorse a grandi passi i corridoi del castello di cristallo di
Rifthold. Il sacco che stringeva in mano ciondolava a ogni falcata, sbattendole
contro il ginocchio. Nonostante il cappuccio del mantello nero che le copriva quasi
completamente il viso, le guardie non la fermarono mentre si dirigeva con passo
deciso verso la sala consiliare del re di Adarlan. Sapevano perfettamente chi
fosse e cosa facesse per il sovrano, essendo suoi sottoposti. Al castello, ormai,
erano in pochissimi a superarla in grado e ancora meno a non averne paura.
Celaena si avvicinò alle porte vetrate aperte, con il mantello che ondeggiava
alle sue spalle. Al suo cenno le guardie si misero sull’attenti, quindi entrò nella
sala consiliare. I suoi stivali neri scivolavano felpati sul pavimento di marmo
rosso.
Sul trono di ghiaccio, al centro della sala, sedeva il re di Adarlan con lo
sguardo torvo inchiodato al sacco che le penzolava dalle dita. Come aveva fatto

le altre tre volte, arrivata davanti al trono Celaena si piegò su un ginocchio e
chinò la testa.
In piedi, accanto al trono del padre, c’era Dorian Havilliard e Celaena sentiva i
suoi occhi color zaffiro che la fissavano. Alla base del palco, sempre tra lei e la
famiglia reale, c’era Chaol Westfall, il capitano della guardia. Celaena lo guardava
da sotto il cappuccio, studiandone i tratti. Dalla sua espressione avrebbe potuto
essere un perfetto estraneo, ma si erano messi d’accordo e faceva parte della
messinscena che erano diventati così bravi a recitare negli ultimi mesi. Chaol sarà
anche stato suo amico, la persona di cui aveva finito per fidarsi, ma restava pur
sempre il capitano responsabile delle vite dei reali presenti in quella sala. Il re
parlò: — In piedi.
A testa alta, Celaena si rialzò e si tolse il cappuccio.
Il re le fece un cenno con la mano e l’anello di ossidiana brillò nella luce del
pomeriggio. — Fatto?
La paladina affondò la mano guantata nel sacco e gli lanciò la testa mozzata.
L’ammasso di carne rigida e putrefatta cadde sul marmo con un rumore sordo nel
silenzio generale, rotolando sino ai piedi del palco reale. Si fermò con gli occhi
opalescenti puntati verso il ricco lampadario di cristallo. Dorian ebbe un moto di
ribrezzo e distolse lo sguardo. Chaol continuò a fissarla.
— Si è difeso — precisò Celaena.
Il re si piegò in avanti per studiare il volto straziato e i segni frastagliati sul
collo. — È quasi irriconoscibile.

Celaena sfoggiò un sorriso complice nonostante il nodo in gola. — Temo che
alle teste mozzate non faccia bene viaggiare... — E infilò di nuovo la mano dentro
il sacco per prendere qualcosa. — Ecco l’anello con il sigillo. — Si sforzò di non
badare troppo alla carne putrescente che aveva in mano, al fetore che si era
acuito col passare dei giorni. Porse la mano a Chaol che, con i suoi occhi nocciola
distaccati, la offrì al re. Storcendo la bocca, il re sfilò l’anello dal dito irrigidito per
osservarlo da vicino e gettò la mano ai piedi di Celaena. Al fianco del padre,
Dorian non riusciva a stare fermo. Quando Celaena si era battuta per vincere il
torneo, lui non aveva dato peso al suo passato. Cosa si aspettava una volta che
era diventata la paladina del re? Però Celaena immaginava che le teste e gli arti
mozzati avrebbero dato il voltastomaco a chiunque, persino dopo aver vissuto
dieci anni sotto il regno di Adarlan. E Dorian, che non aveva mai combattuto in
vita sua, che non aveva mai provato cosa significasse camminare in catene verso
i ceppi del boia… be’, era già tanto che non avesse ancora vomitato.
— E sua moglie? — le domandò il re rigirando l’anello fra le dita.
— Incatenata a quel che resta del marito in fondo al mare — rispose Celaena
con un ghigno malvagio mentre prendeva la mano diafana e sottile dal sacco.
Portava una fede dorata sulla quale era incisa la data delle nozze. Celaena la
porse al re ma lui scosse la testa. Senza riuscire a guardare né Dorian né Chaol,
ripose la mano della donna dentro il sacco di tela spessa.
— Molto bene — bofonchiò il sovrano. Celaena non si mosse nonostante gli
occhi puntati su di lei, sul sacco e sulla testa mozzata. Dopo un lungo silenzio, il

re parlò di nuovo. — C’è un movimento ribelle che sta prendendo piede qui a
Rifthold, un manipolo di dissidenti pronti a tutto pur di depormi e che stanno
cercando di interferire con i miei piani. La tua prossima missione sarà quella di
stroncarlo e di farli fuori tutti, prima che diventino una vera minaccia per il mio
impero.
Celaena strinse il sacco così forte che le fecero male le dita. Chaol e Dorian
fissavano il re come se fosse una novità anche per loro. Prima di andare a
Endovier, Celaena aveva sentito delle voci sulle forze ribelli, e poi aveva
conosciuto i ribelli che erano stati catturati e portati nelle miniere di sale. Ma che
ci fosse un movimento organizzato che stava crescendo nel cuore della capitale, e
che fosse proprio lei a dover uccidere quei cospiratori uno a uno… E i piani… di
quali piani stava parlando? Cosa sapevano i ribelli delle trame del re? Represse
quegli interrogativi per non far trapelare niente dal suo volto.
Il re tamburellò con le dita sul bracciolo del trono, continuando a giocare con
l’anello di Nirall nell’altra mano. — La lista dei sospetti traditori è lunga, ma per il
momento ti darò soltanto un nome. Il castello brulica di spie.
Chaol s’irrigidì a sentire quelle parole, ma il re fece un gesto della mano e il
capitano, impassibile, si avvicinò alla paladina per porgerle un foglietto. Celaena
riuscì a non guardarlo in faccia mentre glielo consegnava, nonostante le loro dita,
avvolte nei guanti, si fossero sfiorate. Imperturbabile, Celaena ne lesse il
contenuto. C’era un solo nome: Archer Finn.
La paladina dovette far appello a tutta la sua volontà e a tutto il suo spirito di

conservazione per non far trapelare il suo turbamento. Conosceva Archer, lo
conosceva da quando aveva tredici anni, era stato alla Fortezza dell’Assassino per
fare qualche lezione di addestramento. Aveva diversi anni più di lei ed era già un
cortigiano molto ricercato che doveva imparare a difendersi dalle clienti più
gelose. E dai loro mariti.
Non aveva scoraggiato la ridicola cotta che Celaena si era presa per lui, anzi,
la lasciava fare gettandola spesso nel più totale e comico scompiglio. Non lo
vedeva da anni ormai, da prima di Endovier, ma non lo avrebbe mai creduto
capace di una cosa del genere. Archer era attraente, gentile e gioviale, non certo
un pericoloso cospiratore di cui il re voleva la morte. Era assurdo. Chiunque
avesse fornito quell’informazione al sovrano doveva essere un vero idiota.
— Solo lui o anche le sue clienti? — chiese Celaena senza pensare.
Il re rispose con un sorriso lento. — Tu conosci Archer? La cosa non mi
sorprende affatto. — Era sarcasmo il suo, pura provocazione.
Celaena guardò davanti a sé, cercando di calmarsi, di respirare. — Lo
conoscevo. È un uomo incredibilmente guardingo, mi ci vorrà un po’ di tempo per
superare le sue difese — rispose cauta e disinvolta. Ma il tempo le sarebbe
servito a capire come Archer fosse finito in quel pasticcio, e se il re stava dicendo
la verità. Se Archer era davvero un traditore e un ribelle, be’, questo l’avrebbe
scoperto in seguito.
— Ti concedo un mese. E se per allora non sarà sottoterra, forse dovrò
riconsiderare il tuo incarico, ragazza mia.

— Vi ringrazio, Vostra Maestà — annuì lei, remissiva, docile, garbata.
— Quando avrai ucciso Archer, ti darò gli altri nomi della lista. — Per tanti anni
si era tenuta alla larga dalla politica e dai movimenti ribelli, e adesso c’era dentro
fino al collo. Fantastico.
— Fai presto. E sii discreta — le raccomandò il re. — Troverai la ricompensa
per Nirall nei tuoi appartamenti.
Celaena annuì di nuovo e si mise il foglietto in tasca. Il re la fissava. Lei
guardò altrove ma si sforzò di sorridere, di fare lo sguardo assassino. Poi
finalmente il re alzò gli occhi e le disse: — Ora riprenditi quella testa e vattene.
— Quando si mise in tasca l’anello di Nirall, Celaena dovette reprimere un moto
di disgusto. Un trofeo.
La paladina afferrò per i capelli neri la testa, raccolse la mano mozzata e
ripose tutto nel sacco. Guardò Dorian terreo in volto, si girò e uscì.
Ammutolito, Dorian Havilliard rimase lì impalato mentre la servitù riordinava
trascinando il gigantesco tavolo di legno e le sedie decorate al centro della sala.
Tre minuti dopo si sarebbe riunito il consiglio. Non si era nemmeno accorto che
Chaol se n’era andato dicendo di voler interrogare ancora Celaena. Suo padre
aveva fatto un grugnito di approvazione.
Celaena aveva ucciso un uomo e sua moglie. Ed era stato suo padre a
ordinarglielo. Dorian era riuscito a malapena a guardarli in faccia. Si era illuso di
aver convinto il padre a riconsiderare le sue politiche brutali dopo il massacro dei

ribelli a Eyllwe, prima del solstizio d’inverno, ma sembrava che non fosse servito
a niente. E Celaena…
Appena la servitù finì di sistemare, Dorian scivolò al solito posto, a destra del
padre. I consiglieri arrivarono alla spicciolata e fra questi il duca di Perrington,
che andò dritto dal re e cominciò a parlargli a voce bassa, troppo bassa perché lui
potesse sentire.
Dorian non era in vena di parlare con nessuno e si mise a fissare la brocca
d’acqua che aveva davanti. Poco prima Celaena non sembrava lei. A pensarci
bene era così da due mesi, da quando era stata nominata paladina del re. Al
posto dei bei vestiti preziosi portava una tunica nera, dritta e aderente, e
pantaloni, i capelli raccolti in una lunga coda che ricadeva tra le pieghe del
mantello nero che aveva sempre indosso. Era di una bellezza spettrale e, quando
lo guardava, era come se non lo conoscesse.
Dorian guardò verso la porta aperta dalla quale era appena uscita. Se poteva
uccidere la gente come se niente fosse, allora non doveva esserle stato molto
difficile fargli credere che provavava qualcosa per lui. Farselo alleato, farlo
innamorare al punto da affrontare suo padre per lei, per assicurarle il titolo di
paladina…
Non riuscì a finire il pensiero. Sarebbe andato a trovarla, magari domani. Solo
per capire se c’era la possibilità che si fosse sbagliato.
Ma non riusciva a non chiedersi se avesse mai contato qualcosa per Celaena.

Celaena percorse i corridoi e le scale con passo lesto e silenzioso, dirigendosi
decisa verso le fogne del castello. Era lo stesso canale che scorreva sotto la sua
galleria segreta, ma il fetore era peggiorato per via dei rifiuti che la servitù vi
scaricava quasi ogni ora. I suoi passi, e poi quelli di qualcun altro – Chaol –
risuonarono nel lungo passaggio sotterraneo. Ma non disse nulla fino a quando
non si fermò sul bordo e studiò i diversi archi che si aprivano sulle due rive del
canale. Non c’era anima viva.
— Be’ — esordì senza guardarsi alle spalle — hai anche intenzione di salutarmi
o vuoi solo seguirmi ovunque? — Si girò per guardarlo con il sacco che le
penzolava ancora dalla mano.
— E tu hai intenzione di continuare a recitare la parte della paladina del re o
vuoi tornare in te? — Gli occhi nocciola brillavano alla luce della fiaccola.
Chaol naturalmente si accorgeva della differenza, a lui non sfuggiva niente.
Celaena non capiva se la cosa le piacesse o meno, specialmente quando notava
quel leggero mordente nelle sue parole. Davanti al suo silenzio, lui le domandò:
— Com’era Bellhaven?
— Come sempre. — Celaena sapeva esattamente cosa intendeva, voleva
sapere com’era andata la missione.
— Si è difeso? — E fece un cenno col mento verso il sacco che aveva in mano.
Celaena alzò le spalle e si girò verso il fiume nero. — Niente che non potessi
affrontare. — Gettò il sacco nella fogna e restarono a guardarlo mentre si
gonfiava d’acqua e s’immergeva lentamente.

Chaol si schiarì la gola. Lei sapeva quanto la cosa non gli andasse giù. Quando
era partita per la sua prima missione, in una tenuta sulla costa di Meah, Chaol
era così nervoso che lei pensò che le avrebbe chiesto di rinunciarvi. E quando era
tornata con una testa mozzata e le voci che circolavano sull’assassinio di Sir
Carlin, ci aveva messo una settimana solo per riuscire a guardarla negli occhi. Ma
cosa si aspettava?
— Quando comincerai la tua nuova missione?
— Domani o dopodomani. Ho bisogno di riposare — aggiunse prontamente
vedendolo incupirsi. — E poi ci metterò un giorno o due per studiare la
sorveglianza di Archer e trovare il modo di avvicinarlo. Se andrà tutto liscio, mi
servirà meno tempo del mese che il re mi ha concesso. — E se fosse andato tutto
liscio, Archer le avrebbe fornito qualche risposta su come fosse finito sulla lista
del re e a quali trame di preciso alludeva il sovrano. E a quel punto Celaena
avrebbe deciso cosa fare di lui.
Chaol la seguì continuando a fissare l’acqua putrida, dove il sacco era stato
preso dalla corrente per essere trasportato fino al fiume Avery e poi in mare
aperto. — Vorrei interrogarti.
Lei lo fissò stupita. — Spero che almeno vorrai portarmi a cena prima. — Lui
strizzò gli occhi e lei lo guardò storto.
— Non sto scherzando. Voglio sapere cosa è successo con Nirall, nei particolari.
Celaena lo allontanò con un ghigno, si asciugò i guanti sui pantaloni e fece per
avviarsi verso le scale, ma lui la afferrò per il braccio. — Se Nirall si è difeso,

potrebbero esserci dei testimoni che hanno sentito…
— Non ha fatto rumore — replicò Celaena cercando di allontanarlo mentre si
precipitava su per le scale. Dopo due settimane di viaggio voleva soltanto
dormire, le pesava perfino salire ai suoi appartamenti. — Non c’è nessun bisogno
che m’interroghi, Chaol.
Con una mano sulla spalla, cercò di fermarla di nuovo all’altezza di un
pianerottolo buio. — Quando sei partita — le disse con la luce lontana della torcia
che gli illuminava i tratti marcati — non avevo idea di cosa ti stesse succedendo.
Se eri ferita o se stavi marcendo per strada, da qualche parte. Ieri ho sentito dire
che avevano preso il sicario responsabile della morte di lord Nirall. — Avvicinò la
faccia alla sua e con voce roca proseguì: — Fino a quando non sei tornata
credevo parlassero di te. Stavo per venire laggiù a cercarti!
Adesso capiva perché aveva visto il cavallo di Chaol già sellato nelle scuderie
quando era rientrata. Le mancò il respiro e avvampò all’istante. — Fidati un po’
più di me. In fondo sono la paladina del re…
Lui la prese in contropiede: la tirò a sé per abbracciarla.
Celaena gli buttò le braccia al collo con slancio e respirò il suo profumo. Chaol
non la abbracciava dal giorno in cui aveva saputo di aver ufficialmente vinto il
torneo, ma il ricordo di quell’abbraccio ricorreva spesso nei suoi pensieri. E
mentre lo stringeva, Celaena sentì il desiderio di non lasciarlo più.
Lui le odorò la nuca ed esclamò: — Per tutti gli dei del cielo, puzzi da far

paura! — protestò.
Lei lo respinse con un sibilo e arrossì d’imbarazzo. — Portarsi dietro pezzi di
cadavere per settimane non è certo il modo migliore di avere un buon profumo! E
se avessi avuto il tempo di fare un bagno invece di essere chiamata subito a
rapporto dal re, avrei potuto… — Nel vederlo ridere s’interruppe e gli diede un
colpetto sulla spalla. — Cretino. — Celaena gli prese il braccio e lo spinse su per
le scale. — Forza! Andiamo nelle mie stanze così mi potrai riferire tutto come si
addice a un vero cavaliere.
Chaol le diede una gomitata, ma non oppose resistenza.
Quando, dopo tante feste, Zampalesta si calmò abbastanza da permettere a
Celaena di parlare senza essere leccata, Chaol si fece raccontare ogni particolare
e se ne andò promettendole di tornare per cena. E dopo che Philippa la strigliò
per bene nel bagno, deplorando lo stato di unghie e capelli, Celaena crollò a
letto.
Zampalesta le andò vicino e si acciambellò al suo fianco. Accarezzando il pelo
setoso e dorato del cane, Celaena si mise a fissare il soffitto e sentì tutta la
spossatezza dei muscoli indolenziti.
Il re le aveva creduto.
E Chaol non aveva dubitato di lei per un solo momento mentre la interrogava
sulla missione. Non capiva se questo la facesse sentire bene, male o
tremendamente in colpa. Ma le bugie le erano uscite di bocca con una tale

facilità... Nirall si era svegliato poco prima che lei lo uccidesse, aveva dovuto
tagliare la gola della moglie per impedirle di gridare e la colluttazione era stata
un po’ più dura del previsto. Aveva infarcito il racconto di particolari veri: la
finestra del corridoio del secondo piano, la bufera, la domestica con la candela…
Le bugie migliori erano sempre mescolate alla verità.
Strinse l’amuleto al petto.
L’Occhio di Elena. Non vedeva Elena dal loro ultimo incontro nella tomba.
Adesso che era diventata la paladina del re, sperava tanto che il fantasma
dell’antica regina l’avrebbe lasciata in pace. Eppure, negli ultimi mesi, da quando
Elena le aveva dato quell’amuleto che l’avrebbe protetta, Celaena aveva
cominciato a trovarlo rassicurante. Il metallo era sempre tiepido, come se avesse
una vita propria.
Lo strinse forte. Se il re avesse saputo cosa aveva fatto veramente, cosa stava
facendo da un paio di mesi a questa parte…
Si era imbarcata nella prima missione con l’intenzione di uccidere rapidamente
il suo obiettivo. Si era preparata a uccidere, si era detta che Sir Carlin non era
altro che uno sconosciuto e che la sua vita non significava niente per lei. Ma poi,
quando era arrivata nella sua proprietà e aveva visto la gentilezza con cui era
solito trattare i domestici, quando lo aveva sentito suonare la lira con un
menestrello di passaggio, quando aveva capito lo scopo di quella missione… non
ne era stata capace. Aveva provato a mettersi paura, a costringersi e
corrompersi, ma non ci era riuscita.

Però doveva inscenare il delitto e produrre un cadavere. Aveva dato a lord
Nirall la stessa scelta che aveva lasciato a Sir Carlin: morire subito o fare finta di
essere morti e scappare, e non usare mai più il proprio nome. Finora tutti e
quattro gli uomini che doveva uccidere avevano scelto di fuggire.
Non era stato difficile farsi consegnare i loro anelli col sigillo o altri oggetti. Ed
era stato ancora più facile farsi consegnare le loro camicie da notte per tagliarle
secondo le ferite che avrebbe raccontato di aver inferto loro. E poi anche i
cadaveri si potevano comprare facilmente.
Gli ospedali erano pieni di corpi. Non era difficile trovarne uno che
assomigliasse al suo obiettivo, soprattutto quando il delitto era perpetrato
abbastanza lontano da dare alla carne il tempo di imputridire.
Non sapeva di chi fosse veramente la testa di lord Nirall, ma solo che aveva
una capigliatura simile alla sua e che con qualche taglio sul viso e il tempo di
lasciar decomporre il tutto, era fatta. Anche la mano proveniva dallo stesso
cadavere. E quella della donna… apparteneva a una ragazzina che doveva essersi
sviluppata da poco, stroncata da una malattia dalla quale un buon curatore
avrebbe potuto guarirla facilmente dieci anni prima.
Ma da quando la magia era stata bandita e i saggi guaritori erano stati messi
al rogo o impiccati, la gente moriva come mosche per malattie banali e un tempo
curabili. Si girò per affondare la faccia nel pelo morbido di Zampalesta.
Archer. Come avrebbe simulato la sua morte? Era così popolare e riconoscibile.
Non riusciva a immaginare un suo possibile legame con quel movimento

clandestino. Ma se figurava sulla lista del re, doveva aver sfruttato le sue doti per
diventare potente negli anni in cui non lo aveva più visto. Ma quali informazioni
sulle trame del re poteva aver mai carpito quel movimento ribelle, da diventare
una vera e propria minaccia? Il re aveva ridotto l’intero continente in schiavitù,
cos’altro poteva fare?
C’erano altri continenti, certo. Altri continenti con reami ricchi come Wendlyn,
quella landa remota oltre il mare. Finora aveva resistito agli attacchi navali ma,
prima di Endovier, Celaena non aveva quasi sentito nominare quella guerra. E
perché mai un movimento ribelle avrebbe dovuto preoccuparsi dei reami di altri
continenti quando aveva già il proprio di cui occuparsi? Le trame del re dovevano
per forza riguardare quel territorio, quel continente.
Celaena non voleva saperlo. Non voleva sapere cosa stesse tramando il re,
cosa avesse in mente per il suo impero. Avrebbe usato quel mese per capire cosa
fare con Archer e fingere di non aver mai sentito quella parola tremenda: trame.
Cercò di non rabbrividire. Stava facendo un gioco molto, molto pericoloso. E
adesso che i suoi obiettivi erano a Rifthold, adesso che si trattava di Archer…
Doveva trovare il modo di giocare meglio le sue carte. Perché se il re fosse
venuto a sapere la verità, se avesse scoperto cosa faceva… L’avrebbe uccisa.

3

Celaena si dileguò nell’oscurità del passaggio segreto, ansimando. Si guardò
indietro per vedere Caino che sogghignava, con gli occhi che sembravano tizzoni
ardenti.
Per quanto corresse veloce, il suo inseguitore riusciva a starle dietro
facilmente. Emanava una scia di segni di Wyrd verdi fluorescenti, con strane
forme e simboli che illuminavano gli antichi pietroni. E dietro Caino, con le lunghe
unghie che raschiavano il pavimento, torreggiava il ridderak.
Celaena incespicò ma riuscì a restare in piedi. A ogni passo era come avanzare
nella melma. Non poteva sfuggirgli, l’avrebbe presa. E una volta raggiunta… non
osava guardare di nuovo quei denti smisurati che gli spuntavano dalla bocca o
quegli occhi impenetrabili che brillavano dal desiderio di divorarla un pezzetto
alla volta.
Caino ridacchiava e la sua risata echeggiava fra le pareti di pietra. Era vicino

ormai. Abbastanza vicino da graffiarle il collo. Mormorò il suo nome, il suo vero
nome e lei gridò come…
Si svegliò ansimante, stringendo l’Occhio di Elena. Controllò la stanza in cerca
di ombre scure, segni di Wyrd fluorescenti, segni che la porta segreta dietro
l’arazzo fosse stata aperta, ma c’era solo il crepitio del fuoco che stava morendo.
Si ributtò fra i cuscini. Era soltanto un incubo. Caino e il ridderak non c’erano più,
ed Elena non l’avrebbe più tormentata. Era finita.
Zampalesta dormiva sotto diversi strati di coperte e appoggiò la testolina sul
grembo di Celaena. Si sistemò un po’ più in là, abbracciando il cane e chiuse gli
occhi. Era finita.
Nella gelida foschia dell’alba, Celaena lanciò un bastone nel grande prato della
riserva di caccia. Zampalesta schizzò come un lampo tra l’erba pallida, così veloce
che Celaena le lanciò un fischio di apprezzamento. Accanto a lei, Nehemia
schioccò la lingua ammirata seguendo il cane con gli occhi. Con Nehemia
impegnata com’era a lavorarsi la regina Georgina e a carpire informazioni sulle
trame del re per Eyllwe, l’alba era l’unico momento in cui potevano vedersi. Il re
sapeva che la principessa era una delle spie di cui aveva parlato? Non poteva
saperlo, altrimenti non si sarebbe mai fidato di Celaena come paladina, data la
sua nota amicizia con Nehemia.
— Perché Archer Finn? — si chiese sotto voce Nehemia nella lingua di Eyllwe.
Celaena le aveva raccontato della sua ultima missione, senza soffermarsi sui

dettagli.
Zampalesta prese il bastone e trottò verso di loro, agitando la lunga coda. Pur
non essendo ancora adulta, era già fin troppo grande. Dorian non le aveva mai
detto con quale razza sospettava che si fosse incrociata la madre. Con quella
stazza avrebbe potuto essere un cane per la caccia al lupo. O un lupo vero.
Alla domanda di Nehemia, Celaena alzò le spalle, riparandosi le mani nelle
tasche foderate di pelliccia del mantello.
— Il re pensa… pensa che Archer faccia parte di qualche movimento segreto
che sta cospirando contro di lui. Un movimento qui a Rifthold per destituirlo.
— Nessuno sarebbe così audace. I ribelli si nascondono sulle montagne e nei
boschi o dove i locali possono nasconderli e aiutarli, non certo qui. Rifthold
sarebbe una trappola mortale.
Celaena alzò di nuovo le spalle quando Zampalesta ritornò per farsi rilanciare il
bastone. — Sembra di no. E sembra che il re abbia una lista di persone che
ritiene abbiano un ruolo chiave in questo movimento contro di lui.
— E tu… devi ucciderli tutti? — Il colorito olivastro di Nehemia impallidì
leggermente.
— Uno per uno — rispose Celaena, lanciando il bastone più lontano che poteva
nella foschia.
Zampalesta ripartì a razzo mentre l’erba secca e la neve rimasta le
scricchiolavano sotto le grosse zampe. — Darà un nome alla volta. Un po’ teatrale
se permetti… Ma pare che stiano interferendo con le sue trame…

— Quali trame? — domandò Nehemia bruscamente.
— Speravo che lo sapessi tu — rispose delusa Celaena.
— No. — Ci fu un momento di tensione. — Semmai dovessi scoprire qualcosa…
— cominciò Nehemia.
— Vedrò quello che posso fare — mentì Celaena. Non era nemmeno sicura di
voler sapere veramente cosa avesse in mente il re e tanto meno di voler
condividere quell’informazione con altri. Era stupido ed egoista forse, ma non
poteva dimenticare dell’avvertimento che il re le aveva lanciato il giorno in cui
l’aveva nominata sua paladina: se faceva un passo falso, se lo tradiva, avrebbe
ucciso Chaol, Nehemia e poi la famiglia della principessa.
E tutto questo, ogni morte simulata, ogni bugia detta, li metteva in pericolo.
Nehemia scosse la testa ma non replicò. Celaena non sopportava quando la
principessa o Chaol o Dorian la guardavano in quel modo. Ma dovevano credere
alle sue bugie, per il loro bene.
Nehemia cominciò a torcersi le mani e i suoi occhi si fecero distanti. Celaena le
aveva visto spesso quell’espressione nell’ultimo mese. — Se ti stai preoccupando
per la mia incolumità…
— No, tu sai cavartela.
— Allora che c’è? — Celaena sentì una morsa allo stomaco. Non sapeva quanto
avrebbe retto se Nehemia continuava a parlare dei ribelli. Sì, lei voleva liberarsi
del re, come paladina e come cittadina di un paese che era stato conquistato, ma
non voleva avere niente a che fare con gli eventuali complotti che stavano

fervendo a Rifthold e con qualsiasi assurda speranza che i ribelli potevano ancora
nutrire. Mettersi contro il re sarebbe stata una mera follia.
Sarebbero morti tutti.
Ma poi Nehemia disse: — Il campo di lavoro di Calaculla sta scoppiando. Ogni
giorno arrivano nuovi ribelli di Eyllwe. La maggior parte pensa di essere viva per
miracolo. Da quando i soldati hanno massacrato quei cinquecento ribelli… Il mio
popolo ha paura. — Zampalesta tornò e stavolta fu Nehemia a prendere il
bastone dalla bocca del cane e lanciarlo nell’alba grigia. — Ma le condizioni in cui
vivono a Calaculla…
Fece una pausa, probabilmente stava pensando alle tre cicatrici sulla schiena
di Celaena, un segno permanente che le ricordava la crudeltà delle miniere di
sale di Endovier, e anche se lei era libera, migliaia di persone stavano ancora
soffrendo e morendo laggiù. Calaculla era un campo come quello di Endovier ma,
a quanto dicevano, ancora peggiore.
— Il re non mi darà udienza — disse Nehemia che adesso si era messa a
giocare con una delle sue belle trecce sottili. — Gli ho chiesto già tre volte di
parlare delle condizioni di Calaculla e ogni volta dice di essere occupato. Troppo
occupato a cercare persone da farti uccidere, a quanto pare.
Davanti alla durezza del tono di Nehemia, Celaena arrossì. Zampalesta ritornò
ma Nehemia prese il bastone e stavolta lo tenne in mano.
— Devo fare qualcosa, Elentiya — disse Nehemia chiamandola con il nome che
le aveva dato la sera in cui Celaena aveva ammesso di essere un’assassina. —

Devo trovare il modo per aiutare la mia gente. Quando finirà questa raccolta di
informazioni? Quando agiremo?
Celaena deglutì. La parola “agire” la spaventava più di quanto non volesse
ammettere. Peggio della parola “trame”. Zampalesta si sedette ai suoi piedi,
scodinzolando come se aspettasse che le lanciassero il bastone.
Ma quando Celaena non disse niente, non promise niente, come faceva
sempre quando Nehemia parlava di queste cose, la principessa lasciò cadere il
bastone e si avviò lentamente verso il castello.
Celaena aspettò che Nehemia si fosse allontanata e fece un lungo respiro.
Pochi minuti dopo doveva incontrare Chaol per la corsa mattutina, ma poi… poi
sarebbe andata a Rifthold. Archer poteva aspettare il pomeriggio.
Dopotutto, il re le aveva dato un mese di tempo e, nonostante i suoi stessi
interrogativi su Archer, aveva voglia di andarsene dal castello per un po’. Doveva
spendere i soldi della ricompensa.

4

Chaol Westfall fece uno scatto attraverso la riserva e Celaena riuscì a stargli
dietro. L’aria gelida del mattino, tagliente come il vetro, gli sferzava i polmoni e il
respiro si condensava in nuvolette. Si erano vestiti più che potevano senza
appesantirsi, con diversi strati di maglie e guanti, ma nonostante il sudore che
scendeva lungo il corpo, Chaol si sentiva congelato.
E sapeva che anche Celaena si stava congelando, la punta del naso era
diventata rossa, le guance colorite e le orecchie color porpora. Sentendosi
osservata, Celaena gli fece un sorriso con quei suoi incredibili occhi turchesi pieni
di luce. — Stanco? — chiese per provocarlo. — Lo sapevo che non ti sei
preoccupato di allenarti mentre ero via.
Chaol si mise a ridere ansimando. — Di sicuro non ti sei allenata nemmeno tu
quando eri in missione. È la seconda volta stamattina che devo rallentare per
causa tua…

Una bugia bella e buona. Adesso Celaena riusciva a stargli dietro facilmente,
agile come un cervo che saltella nei boschi. Certe volte era difficilissimo per lui
non guardarla… non guardare come si muoveva.
— Se vuoi raccontartela — replicò lei e si mise a correre un po’ più veloce.
Chaol aumentò l’andatura, non voleva restare indietro. I domestici avevano
aperto un sentiero nella neve che ammantava la riserva, ma il terreno sotto i
piedi era ancora ghiacciato e insidioso. Se ne stava rendendo conto sempre di
più, non sopportava quando lei lo lasciava indietro, non sopportava quando lei
partiva per quelle maledette missioni e non si metteva in contatto con lui per
giorni o settimane. Non sapeva come o quando fosse successo, ma in qualche
modo cominciava a importargli se lei ritornava o no. E dopo tutto quello che
avevano già passato insieme…
Aveva ucciso Caino al duello. Lo aveva ucciso per salvarla. Una parte di lui non
ne era pentita, una parte di lui lo avrebbe fatto di nuovo, senza esitazioni, ma
c’era un’altra parte che si svegliava ancora nel cuore della notte, madida di un
sudore che ricordava tanto il sangue di Caino.
— Che c’è? — gli domandò Celaena guardandolo.
Lui cercò di dominare il senso di colpa. — Guarda dove metti i piedi o
scivolerai.
Per una volta Celaena gli diede retta. — Ti va di parlarne?
Sì. No. Se c’era una persona che avrebbe potuto capire il senso di colpa e la
rabbia che lo assaliva al pensiero di aver ucciso Caino, quella era lei. — Pensi

spesso alle persone che hai ucciso? — le domandò ansimando.
Lei si girò di scatto, poi rallentò. Non aveva voglia di fermarsi e avrebbe potuto
continuare a correre ma lei gli prese il braccio e lo costrinse a fermarsi. Fece
un’espressione seria con la bocca. — Se pensi che sia una buona idea giudicarmi
prima che abbia fatto colazione…
— No, no, non intendevo… — la interruppe lui con il respiro corto. Poi riprese
un po’ di fiato e le disse: — Non ti stavo giudicando. — Se fosse riuscito a
riprendere quel maledetto fiato le avrebbe spiegato cosa intendeva.
Gli occhi di lei erano raggelati come la riserva, ma poi chinò la testa di lato e
gli chiese: — È per Caino?
Nel sentir pronunciare quel nome, Chaol strinse le mascelle e annuì con un
cenno.
Il ghiaccio negli occhi di Celaena si era sciolto definitivamente. Chaol
detestava vederle quella compassione, quella comprensione in faccia.
Lui era il capitano della guardia reale, avrebbe dovuto uccidere qualcuno prima
o poi. Aveva già visto e fatto abbastanza in nome del re, aveva combattuto, ferito
altri uomini, perciò non avrebbe nemmeno dovuto provare quei sentimenti, e
soprattutto, non avrebbe dovuto parlarne con lei. Da qualche parte c’era una
linea fra loro ed era sicuro di averla sfiorata più di una volta in quei giorni.
— Non dimenticherò mai le persone che ho ucciso — disse lei. Il suo respiro si
era condensato fra loro due. — Persino quelli che ho ucciso per salvarmi. Vedo
ancora le loro facce, ricordo ancora il colpo preciso che ho sferrato per ucciderli.

— Guardò gli alberi scheletriti. — Ci sono giorni in cui ho l’impressione che sia
stata un’altra persona a fare quelle cose. E nella maggior parte dei casi sono
felice di aver messo fine a quelle vite. Al di là della causa, però, ogni volta è
come perdere un pezzetto di sé. Perciò non credo che li dimenticherò mai.
Incrociò di nuovo il suo sguardo e Chaol annuì.
— Ma Chaol — disse lei stringendogli il braccio, benché lui non si fosse
nemmeno accorto delle sue dita — quello che è successo con Caino non era un
assassinio e nemmeno un delitto a sangue freddo. — Lui cercò di indietreggiare,
ma lei non mollò la presa. — Quello che hai fatto non è stato disonorevole e non
lo dico solo perché mi stavi salvando la vita. — Fece una lunga pausa. — Non ti
dimenticherai mai di aver ucciso Caino — disse poi, e quando incrociò i suoi occhi,
Chaol sentì il cuore battergli così forte da percepirlo in tutto il suo corpo. — Ma
nemmeno io dimenticherò mai quello che hai fatto per salvarmi.
L’istinto di godersi quel calore svanì, Chaol arretrò svincolandosi dalla sua
stretta e annuì di nuovo.
C’era una linea di separazione fra loro. Il re poteva anche non aver notato la
loro amicizia, ma oltrepassare quella linea sarebbe stato fatale per entrambi, il re
avrebbe dubitato della sua lealtà, del suo lavoro, di tutto.
E se mai si fosse trovato a dover scegliere fra Celaena e il re… pregava Wyrd
di non doversi mai trovare a prendere quella decisione. Restare da quella parte
della linea era la scelta più logica e anche la più onorevole visto che Dorian…
Aveva notato come Dorian guardava ancora Celaena. Non avrebbe tradito il suo

amico così.
— Be’ — disse Chaol sforzandosi di essere spiritoso — immagino che un debito
con l’Assassina di Adarlan potrebbe tornarmi utile…
— Al suo servizio — gli disse lei con un inchino.
Il sorriso del capitano stavolta era sincero.
— Forza capitano — disse riprendendo a correre piano — ho fame e non voglio
stare qui a congelarmi il sedere oltre.
Lui ridacchiò e ripresero a correre attraverso il parco.
Finita la corsa, a Celaena tremavano le gambe e le facevano così male i polmoni
per il freddo e lo sforzo che le sembrava potessero sanguinare. Rallentarono
bruscamente l’andatura a un passo normale e si avviarono verso il calduccio del
palazzo e la pantagruelica colazione, che Celaena non vedeva l’ora di divorare.
Entrarono nei giardini del castello e percorsero i viottoli di ghiaia fra le siepi
torreggianti. Celaena si teneva le mani sotto le braccia, aveva le dita intirizzite
nonostante i guanti. E le facevano male le orecchie. Forse doveva cominciare a
mettersi una sciarpa sulla testa, anche se Chaol l’avrebbe presa in giro senza
pietà.
Gli lanciò un’occhiata di traverso, Chaol si era tolto qualche strato e si vedeva
la maglietta che aderiva al corpo tanto era sudata. Svoltarono a una siepe e
Celaena roteò gli occhi alla vista di ciò che l’aspettava all’orizzonte.
Ogni mattina, sempre più dame di corte trovavano una scusa per fare una

passeggiata nei giardini, poco dopo l’alba. All’inizio erano poche ragazze che si
fermavano a guardare Chaol e i suoi vestiti sudati e aderenti. Celaena avrebbe
giurato che avessero gli occhi fuori dalle orbite e la lingua per terra. Poi il mattino
dopo erano comparse di nuovo, con abiti sempre più graziosi. E il giorno seguente
si erano moltiplicate e quello dopo ancora. E adesso in ogni vialetto che portava
dalla riserva al castello, c’era almeno un drappello di giovani dame appostate in
attesa che passasse Chaol.
— Oh no! — esclamò Celaena quando superarono le due donne che lo
guardavano dai loro manicotti sbattendo le ciglia. Dovevano essersi alzate prima
dell’alba per essere così ben vestite.
— Cosa? — domandò Chaol stupito.
Celaena non sapeva se non se ne fosse semplicemente reso conto o se non
volesse esprimersi a riguardo, però… — I giardini sono piuttosto frequentati per
essere un mattino d’inverno — commentò cauta.
Lui alzò le spalle. — C’è gente che dà i numeri a forza di stare chiusa in casa
per tutto l’inverno.
O invece volevano solo godersi lo spettacolo del capitano della guardia reale e
dei suoi muscoli.
Ma si limitò a dire solo: — Giusto — e non aggiunse altro. Non era il caso di
rimarcarlo se lui era così ingenuo. Specialmente visto che qualche ragazza era
particolarmente carina.
— Oggi andrai a Rifthold per spiare Archer? — chiese Chaol piano, quando il

vialetto era finalmente sgombro di fanciulle sghignazzanti e rosse in viso.
Celaena annuì. — Voglio farmi un’idea dei suoi movimenti, probabilmente lo
seguirò.
— Perché non vuoi che ti aiuti?
— Perché non ho bisogno del tuo aiuto. — Sapeva che probabilmente l’avrebbe
presa per arroganza, e in parte lo era, ma… se fosse stato coinvolto le cose si
sarebbero complicate al momento di portare Archer in salvo. Cioè, dopo che si
era fatta dire la verità e aveva scoperto le trame del re.
— Lo so che non hai bisogno del mio aiuto. Pensavo solo che potessi voler… —
Si allontanò, poi scosse la testa come per rimproverarsi. Celaena avrebbe voluto
sapere cosa stava per dirle, ma era meglio lasciar cadere l’argomento.
Svoltarono a un altro angolo, con il castello così vicino che Celaena quasi
gemette al pensiero del delizioso tepore, ma poi…
— Chaol. — La voce di Dorian risuonò nell’aria frizzante del mattino.
A Celaena sfuggì un gemito, quasi impercettibile. Chaol la guardò sorpreso e
poi si girarono per vedere Dorian che andava loro incontro con un giovane biondo
al seguito. Celaena non lo aveva mai visto, era ben vestito e sembrava coetaneo
del principe. Chaol s’irrigidì.
Il giovane non sembrava una minaccia, anche se Celaena sapeva che era
meglio non sottovalutare nessuno in quella corte. Portava solo un pugnale alla
cintola e la sua faccia pallida aveva un’aria alquanto gioviale, nonostante il
mattino così gelido.

Dorian la fissava con un mezzo sorriso, un guizzo divertito negli occhi che le
fece venire voglia di prenderlo a schiaffi. Il principe guardò Chaol e si mise a
ridacchiare. — E io che pensavo fossero uscite così presto per me e Roland!
Quando si prenderanno tutte un brutto raffreddore, dirò ai loro padri che sei tu il
responsabile.
Chaol arrossì leggermente. Allora non era così ignaro di quel pubblico
mattutino come voleva farle credere. — Lord Roland — disse all’amico di Dorian
con un inchino.
Il giovane ricambiò. — Capitano Westfall. — Aveva una voce abbastanza
gradevole, ma c’era qualcosa che le diede da pensare. Non era divertimento o
arroganza o rabbia… Non sapeva dire cosa fosse con esattezza.
— Permettimi di presentarti mio cugino — le disse Dorian dando una pacca
sulla spalla a Roland. — Lord Roland Havilliard di Meah. — Il giovane tese la
mano a Celaena. — Roland, ti presento Lillian. Lavora per mio padre.
Usavano ancora quello pseudonimo quando non poteva evitare di imbattersi
nei membri della corte, anche se, in parte, quasi tutti sapevano che non si
trovava a palazzo per questioni amministrative o politiche.
— Il piacere è mio — rispose Roland con un grande inchino. — Siete nuova a
corte? Non credo di avervi mai vista gli anni scorsi.
Il suo modo di parlare le diceva già molto del suo atteggiamento con le donne.
— Sono arrivata quest’autunno — rispose lei un po’ troppo dimessa.
Roland le lanciò un sorriso da cortigiano. — E che genere di lavoro svolgete per

mio zio?
Dorian cominciò a dondolare nervosamente sui piedi e Chaol si paralizzò, ma
Celaena ricambiò il sorriso e rispose: — Seppellisco i nemici del re dove nessuno
li potrà mai trovare.
Roland ridacchiò, con sua sorpresa. Celaena non osò guardare Chaol che più
tardi le avrebbe fatto sicuramente una lavata di testa. — Avevo sentito parlare
della paladina del re, non pensavo che fosse così… graziosa.
— Cosa vi porta al castello, Roland? — chiese il capitano. Quando Chaol la
guardava in quel modo le veniva sempre voglia di correre nella direzione
opposta.
Roland sorrise di nuovo. Sorrideva un po’ troppo… e con un modo un po’ troppo
mellifluo.
— Sua Altezza mi ha offerto un posto di consigliere. — Gli occhi di Chaol
guardarono Dorian, che gli fece un cenno di conferma. — Sono arrivato ieri sera e
comincio oggi.
Chaol sorrise, se quello poteva dirsi un sorriso, ma era più che altro uno
sfoggio di denti. Sì, si sarebbe messa a correre davvero se Chaol continuava a
guardarla così.
Anche Dorian si accorse di quell’occhiata e fece una risata studiata. Ma prima
che il principe potesse parlare, Roland continuò a scrutare Celaena, un po’ troppo
intensamente. — Forse noi due dovremmo lavorare insieme, Lillian. Il tuo lavoro
m’incuriosisce. —

Non aveva niente in contrario a lavorare con Roland, solo non nel modo che
intendeva lui. Il suo modo prevedeva un pugnale, un badile e una tomba
anonima.
Come se potesse leggerle nel pensiero, Chaol le mise una mano sulla schiena.
— Stiamo facendo tardi per colazione — disse chinando la testa verso Dorian e
Roland. — Congratulazioni per la sua nomina. — Suonò come se si fosse bevuto
del latte rancido.
Mentre seguiva Chaol all’interno castello, si rese conto di aver un disperato
bisogno di un bagno. Non tanto per il sudore, ma per le occhiate viscide e
spudorate di Roland Havilliard.
Dorian vide Celaena e Chaol scomparire dietro le siepi, il capitano continuava a
tenerle la mano sulla schiena e Celaena non fece niente per divincolarsi.
— Una scelta insolita per tuo padre, e quel torneo poi… — borbottò Roland.
Dorian dovette controllarsi prima di rispondergli. Suo cugino non gli era mai
piaciuto molto, lo vedeva due volte l’anno da quando erano bambini.
Chaol odiava profondamente Roland e ogni volta che il nome del cugino
saltava fuori nella conversazione era accompagnato da epiteti come “subdolo
spregevole” o “stupido frignone viziato”. Almeno, era quello che aveva
bofonchiato tre anni fa dopo avergli dato un pugno in faccia così forte da fargli
perdere conoscenza.
Ma Roland se l’era meritato tanto che l’episodio non aveva scalfito

l’immacolata reputazione di Chaol e la sua nomina a capitano della guardia reale.
Anzi, aveva aumentato la sua credibilità agli occhi delle altre guardie e dei nobili
minori.
Se Dorian avesse avuto il coraggio, avrebbe chiesto al padre cosa gli fosse
saltato in mente per nominare Roland consigliere. Meah era una piccola ma
prosperosa cittadina sulla costa di Adarlan, ma non aveva un vero potere politico,
non aveva un esercito a parte le sentinelle della città. Roland era figlio del cugino
di suo padre, forse il re sentiva che c’era bisogno di avere più sangue Havilliard
nella sala consiliare. Ma Roland era inesperto ed era sempre sembrato più preso
dalle ragazze che dalla politica.
— Da dove viene la paladina di tuo padre? — chiese Roland riportando Dorian
alla realtà.
Dorian si girò verso il castello, guardando un’entrata diversa da quella che
avevano preso Chaol e Celaena. Si ricordava ancora la loro faccia quando li aveva
sorpresi abbracciati negli appartamenti di Celaena dopo il duello, due mesi prima.
— Sarà Lillian a raccontartelo — mentì Dorian. Semplicemente non se la sentiva
di raccontare del torneo a suo cugino. Era già abbastanza che suo padre gli
avesse ordinato di far fare una passeggiata a Roland, quella mattina. L’unica cosa
bella era stato vedere Celaena che pensava chiaramente a come seppellire il
giovane lord.
— È a uso personale di tuo padre o anche dei consiglieri?
— Non è passato nemmeno un giorno da quando sei arrivato e ti sei già fatto

dei nemici da eliminare, cugino?
— Noi siamo degli Havilliard, cugino. Abbiamo sempre qualche nemico da
eliminare.
Dorian s’incupì. Però non aveva tutti i torti. — Il suo contratto è esclusivo con
mio padre. Ma se ti senti minacciato, allora posso chiedere al capitano Westfall di
nominare un…
— Oh, non serve. Era semplice curiosità la mia.
Roland era un rompiscatole e troppo consapevole dell’effetto che i suoi sguardi
e il suo nome provocavano sulle donne, però era inoffensivo, vero?
Dorian non conosceva la risposta e non era sicuro di volerla conoscere.
Il compenso di paladina del re era cospicuo e Celaena se lo spese tutto, fino
all’ultimo centesimo. Scarpe, cappelli, tuniche, vestiti, gioielli, armi, gingilli per
capelli e libri. Libri su libri su libri. Così tanti che Philippa dovette procurarle
un’altra libreria. Quando Celaena tornò nelle sue stanze, quel pomeriggio, carica
di cappelliere, borse colorate piene di dolci e profumi, e libri confezionati in carta
da pacco che doveva assolutamente leggere subito, trovò Dorian Havilliard
seduto nell’anticamera e la sorpresa fu tale che le cadde quasi tutto dalle mani.
— Santi numi! — commentò il principe aiutandola con i pacchi.
Ed era soltanto la metà. Quello che era riuscita a portare. Aveva ordinato
molto di più e presto le avrebbero recapitato il resto.
— Be’ — disse appoggiando sul tavolo le borse che stavano per cadere su

quella montagna di carta e nastri — almeno oggi non sei vestita di quell’orribile
nero!
Celaena lo fulminò da dietro le spalle. Indossava un vestito lilla e avorio, un
po’ vivace per la fine dell’inverno a dire il vero, ma l’aveva scelto con la speranza
che la primavera sarebbe arrivata presto. E poi presentarsi ben vestita nei negozi
le garantiva un servizio migliore. Con sua sorpresa molti negozianti si ricordavano
di lei nonostante fosse passato qualche anno e si bevvero la sua bugia di un
lungo viaggio nel Continente meridionale.
— E a cosa devo il piacere? — Si slacciò il mantello di pelliccia bianca, un altro
regalo che si era fatta, e lo buttò su una delle poltroncine intorno al tavolino
dell’anticamera. — Non ti ho già visto stamattina nei giardini?
Dorian se ne restò seduto con il suo ghigno da ragazzino.
— Gli amici non possono vedersi più volte al giorno, forse?
Lei lo guardò. Non era sicura di riuscire a essere amica di Dorian. Non quando
lui aveva sempre quella luce negli occhi color di zaffiro, e non quando lui era il
figlio dell’uomo che aveva in mano il suo destino. Ma dal giorno in cui, due mesi
prima, aveva messo un punto a qualunque cosa ci fosse stata fra loro, si era
accorta che spesso Dorian le mancava, non tanto i suoi baci e il suo
corteggiamento, ma lui, semplicemente.
— Che vuoi Dorian?
Uno sprazzo d’ira gli balenò in faccia e si alzò. Celaena dovette buttare la testa
all’indietro per guardarlo. — Avevi detto che volevi rimanere mia amica — le

disse a voce bassa.
Celaena chiuse gli occhi per un momento — E lo pensavo.
— Allora sii mia amica — la pregò lui con voce normale. — Cena con me, gioca
a biliardo con me. Dimmi che libri stai leggendo… o comprando — aggiunse
ammiccando verso i pacchetti.
— Oh? — fece lei costringendosi a fargli un mezzo sorriso. — E hai così tanto
tempo in questi giorni da poter trascorrere ancora qualche ora con me?
— Be’, ho sempre il mio stuolo di donne da seguire, ma per te il tempo lo trovo
sempre.
— Ne sono davvero onorata — rispose Celaena sbattendo le ciglia. Il solo
pensiero di Dorian con altre donne le faceva venire voglia di fracassare una
finestra, ma non era il caso che lui lo sapesse. Lanciò un’occhiata all’orologio sul
tavolino vicino al muro.
— A dire il vero devo tornare a Rifthold adesso — disse lei. Non era una bugia.
Le restavano poche ore di luce, sufficienti per sorvegliare l’elegante casa di
Archer e cominciare a seguirlo per farsi un’idea dei suoi movimenti abituali.
Dorian annuì con un sorriso smorzato.
Calò il silenzio interrotto solo dal ticchettio dell’orologio sul tavolino. Celaena
incrociò le braccia e si ricordò del suo profumo, del sapore delle sue labbra. Ma
quella distanza fra loro, quell’orribile baratro che aumentava ogni giorno… era
meglio così.
Dorian fece un passo verso di lei mostrandole i palmi delle mani. — Vuoi che

combatta per te? È questo che vuoi?
— No — rispose lei piano — voglio solo che mi lasci in pace.
Negli occhi di Dorian brillarono le parole non dette. Celaena lo guardò,
immobile, fino a quando lui non uscì in silenzio.
Rimasta sola nell’anticamera, Celaena cominciò ad aprire e chiudere
nervosamente i pugni, improvvisamente nauseata da tutti quei bei pacchetti sul
tavolo.

5

Celaena si era acquattata dietro un comignolo sul tetto di un quartiere di Rifthold
molto alla moda e rispettabile, infastidita dal vento gelido che arrivava dal fiume
Avery. Era già la terza volta che guardava l’orologio da taschino. I due precedenti
appuntamenti di Archer Finn erano durati solo un’ora ciascuno, ma da quando era
entrato in quella casa oltre la strada, ne erano passate quasi due.
Non c’era niente d’interessante in quella casa signorile dal tetto verde e non
era riuscita a sapere chi ci vivesse, solo il nome della cliente, una certa Lady
Balanchine. Per ottenere quella piccola informazione aveva sfruttato lo stesso
trucchetto delle altre due case: si era spacciata per un corriere con un pacchetto
per Lord Tal dei Tali e quando il maggiordomo o la governante avevano risposto
che in quella casa non c’era nessun Lord Tal dei Tali, aveva finto imbarazzo e
aveva chiesto di chi fosse la casa attaccando un bottone al domestico, poi se ne
era andata.

Celaena cambiò la posizione delle gambe e ruotò il collo. Il sole era quasi
tramontato, la temperatura scendeva ogni minuto che passava. Se non fosse
entrata di persona, non avrebbe scoperto molto altro. E dato che probabilmente
Archer stava facendo ciò per cui era stato pagato, non aveva fretta di entrare. Era
meglio scoprire dove andava, chi vedeva e poi fare il passo successivo.
Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che aveva fatto una cosa del
genere a Rifthold, da quando si era appostata sui tetti color smeraldo e aveva
scoperto tutto ciò che poteva sulla sua preda. Quando il re la mandava a
Bellhaven o nella tenuta di qualche lord era diverso. Lì a Rifthold, adesso, era
come se…
Era come se non se ne fosse mai andata. Come se potesse guardarsi alle
spalle e trovare Sam Cortland acquattato accanto a lei. Come se a fine nottata
potesse tornare alla Fortezza dell’Assassino all’altro capo della città, anziché al
castello.
Celaena fece un sospiro e si mise le mani sotto le braccia per mantenere le
dita calde e agili.
Era passato più di un anno e mezzo dalla sera in cui aveva perso la libertà, un
anno e mezzo da quando aveva perso Sam. E da qualche parte, in quella città,
c’erano le risposte di come fosse potuto accadere. Se ne avesse avuto il coraggio,
avrebbe saputo dove trovarle, ma ne sarebbe uscita distrutta un’altra volta.
Si aprì la porta della casa e Archer scese i gradini per salire sulla carrozza che
lo stava aspettando. Celaena ne intravide i capelli biondi e i vestiti preziosi prima

che sgattaiolasse via.
Con un gemito si rialzò e scese subito dal tetto. Dopo una discesa accidentata
e qualche salto, toccò il ciottolato della strada.
Nascondendosi fra le ombre seguì la carrozza di Archer che attraversava la
città, fortunatamente rallentata dal traffico. Se non aveva fretta di scoprire la
verità sulla sua cattura e sulla morte di Sam, e se era abbastanza sicura che il re
si fosse sbagliato sul conto di Archer, una parte di lei si chiedeva se la verità sul
movimento ribelle e le trame del re non avrebbe ucciso anche lei.
E non solo lei, ma tutto quello a cui teneva.
Assaporando il tepore del fuoco crepitante, Celaena appoggiò la testa alla
spalliera del divanetto con i piedi che penzolavano dai braccioli imbottiti. Le righe
del foglio che aveva davanti agli occhi cominciarono a diventare confuse; era
normale alle undici passate ed essendo in piedi da prima dell’alba.
Disteso sul tappeto rosso e logoro davanti a lei, c’era Chaol intento a leggere
carte e a firmare e scribacchiare, con la penna di cristallo che riverberava la luce
del fuoco. Quando lo sentì sospirare, Celaena abbassò il foglio che aveva in
mano.
A differenza della sua suite spaziosa, la camera da letto di Chaol era una
grande stanza con un tavolo vicino alla finestra e un vecchio divano davanti al
caminetto. Alle pareti di pietra grigia erano appesi alcuni arazzi, c’era un
imponente armadio di legno di quercia in un angolo, e un letto a baldacchino con

un piumone rosso liso e stinto. Un bagno, non grande come il suo ma abbastanza
spazioso da contenere una vasca, e una piccola libreria traboccante di volumi ben
allineati, in ordine alfabetico, conoscendo Chaol. E probabilmente solo i suoi
preferiti, a differenza di Celaena che si teneva ogni libro che trovava, che le
piacesse o meno. A parte la libreria dall’ordine maniacale, a Celaena piaceva la
stanza di Chaol, era accogliente.
Aveva cominciato a venirci qualche settimana fa, quando i pensieri su Elena e
Caino e i passaggi segreti l’avevano spinta a uscire dalle sue stanze. E pur
avendo brontolato per quell’invasione di privacy, Chaol non l’aveva mai lasciata
fuori o obiettato alle sue frequenti visite serali.
— Su cosa stai lavorando? — le domandò Chaol fermando la penna.
Celaena si adagiò sulla schiena agitando il foglio in aria. — Sulle abitudini di
Archer. Clienti, ritrovi preferiti, spostamenti quotidiani…
Gli occhi nocciola del capitano si confondevano alla luce del fuoco. — Perché
darti tanta pena a inseguirlo quando potresti ucciderlo e farla finita? Avevi detto
che era ben protetto, ma sembra che oggi tu sia riuscita a seguirlo facilmente.
Celaena si accigliò, Chaol era troppo in gamba e questo avrebbe potuto
metterlo in pericolo. — Perché se ci fosse veramente un gruppo che cospira
contro il re, allora dovrei raccogliere più informazioni che posso prima di uccidere
Archer. Magari, seguendo Archer, troverò altri cospiratori, o almeno degli indizi
sui loro covi. — Era la verità e proprio per quel motivo aveva seguito la carrozza
di Archer per le strade della capitale.

Ma nelle ore in cui l’aveva seguito, lui aveva avuto pochi appuntamenti e poi
se n’era tornato a casa.
— Giusto — disse Chaol. — Allora stai solo memorizzando… quelle
informazioni?
— Se stai cercando di dirmi che non ho motivo di restare e che dovrei
andarmene, parla chiaramente.
— Stavo solo cercando di capire cosa poteva essere così soporifero da farti
appisolare dieci minuti fa.
— Non è vero! — si difese Celaena sollevandosi sui gomiti.
— Ma se ti ho sentita russare! — replicò meravigliato Chaol.
— Sei un bugiardo, Chaol Westfall! — esclamò lanciandogli il foglio e
adagiandosi sul divano. — Chiudo gli occhi solo un momento.
Lui scosse la testa e tornò a lavorare.
— Dimmi che non ho russato… — gli chiese Celaena arrossendo.
— Come un orso — rispose lui serio.
Lei diede un pugno al cuscino e lui rise. Celaena fece il broncio e poi, con il
braccio penzoloni, si mise a tirare i fili del tappeto fissando il soffitto. — Dimmi
perché odi Roland.
Chaol la guardò. — Non ho mai detto di odiarlo.
Lei aspettò che proseguisse.
— Credo che tu possa intuirne la ragione — sospirò Chaol.
— Ma c’è stato qualcosa…


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