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Il Re del Castello .pdf



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SUSAN HILL – IL RE DEL CASTELLO

Titolo originale dell’opera: I’m the King of the Castle
Edizione usata per la traduzione: Penguin Books, 1989 (ristampa della prima versione della Hamish Hamilton del 1970,
e delle successive ristampe a opera di Penguin Books, con aggiunta di Postilla dell’autore)
Numero di pagine dell’edizione originale: 196 (volume)
Traduzione di: Elio Cimmaruta
Contatti: email – cimmaruta.elio@gmail.com

1

CAPITOLO UNO

Tre mesi prima sua nonna era morta, e in seguito si erano trasferiti in quella casa.
«Non ci andrò a vivere di nuovo, finché non apparterrà a me», aveva detto suo padre. Intanto il
vecchio se ne stava immobile al piano superiore, a letto, dopo un secondo infarto, e tirava avanti, senza
recare disturbo.
Il ragazzo fu portato di sopra a fargli visita.
«Non aver paura», gli disse il padre, un po’ agitato: «è molto vecchio adesso, e molto malato».
«Non ho mai paura, io». Non era altro che la verità, anche se il padre non gli credeva.
Sarà molto toccante, aveva deciso Joseph Hooper, con tre generazioni riunite e una sul letto di morte:
il figlio maggiore del figlio maggiore del figlio maggiore. Proprio lui, nella mezza età, stava
sviluppando l’idea della successione dinastica.
Ma non era stato toccante. Il vecchio aveva inspirato rumorosamente, un po’ di saliva gli era colata
dalla bocca, e non aveva più riaperto gli occhi. Nella stanza del moribondo aleggiava un odore acre.
«Ah, be’», aveva detto Mr. Hooper, dopo un colpo di tosse, «è molto malato, sai. Ma sono contento
che tu lo abbia visto».
«Perché?».
«Be’, perché sei il suo unico nipote. Il suo erede, immagino. Sì. Era giusto che fosse così».
Il ragazzo guardò verso il letto. La pelle è già morta, pensò, è vecchia e secca. Notò che attraverso di
essa si mostravano le ossa delle orbite, del naso e della mascella, e che erano lucide. Tutto di lui, dalla
penuria di capelli e peli giù fino alla piega delle lenzuola, era di un bianco pallido e grigiastro.
«Assomiglia proprio» esordì Edmund Hooper, «a una di quelle ammuffite falene morte che ha lui».
«Non è modo di parlare, questo! Devi mostrare rispetto».
Suo padre lo aveva fatto uscire. Anche se ora io dovessi mostrare rispetto, pensò, e mi comportassi
con mio padre come dovrei, perché quello sta morendo, lui ormai si è quasi completamente allontanato
da me.
Edmund Hooper, scendendo la grande scalinata verso la sala tappezzata di pannelli in legno, non
pensava a suo nonno. Più tardi, però, ricordò il biancore simile alle falene di quella pelle avvizzita.
Adesso si erano trasferiti: Joseph Hooper era il padrone nella sua stessa casa.
Gli disse:
«Di tanto in tanto dovrò andare a Londra per un po’. Non potrò rimanere qui tutto il tempo,
nemmeno durante le tue vacanze da scuola».
«Nulla di nuovo allora, no?».
A quel punto distolse lo sguardo da quello del figlio, irritato. Faccio del mio meglio, pensò, ma non è
un compito facile, senza nemmeno una donna al mio fianco!
«Ah, ma vedremo un po’ che si può fare», sembrò rassicurarlo. «Provvederò a procurarti un amico, e
anche qualcuno che badi a noi in questa casa. Vedrò di fare qualcosa, presto».
2

Non voglio che venga fatto niente, pensò Edmund: nessuno deve venire qui!. Intanto se ne andava in
giro tra gli alberi di tasso in fondo al giardino.
«Non devi andare nella Stanza Rossa senza chiedermelo. Terrò io la chiave».
«Non farei niente di male, perché non posso andarci?».
«Be’… Ci sono parecchie cose di valore lì dentro. Tutto qui. Davvero». Joseph Hooper tirò un
sospiro, seduto alla sua scrivania, nella stanza che si affacciava sul grosso prato. «E poi… non credo sia
una stanza che possa interessarti».
Per i giorni a venire la casa doveva essere tenuta come era, finché non avesse deciso di quali mobili
disfarsi e quali dei loro portarvi.
Muoveva impacciato le mani sulla pila di documenti che si trovava sulla scrivania, sommerso dai
fogli, ignaro da dove cominciare. Eppure era abituato alle scartoffie. Ma le faccende del padre le aveva
lasciate in sospeso, si sentiva a disagio con le trafile post-morte.
«Allora, posso avere la chiave adesso?».
«Potrei…» .
«Ok».
«La chiave per la Stanza Rossa?».
«Sì».
«Be’…».
Mr. Joseph Hooper mosse la mano in direzione del piccolo cassetto sulla sinistra della scrivania,
sotto quello in cui vi era sempre stata la cera per i sigilli. Poi ci ripensò. «No. No, faresti meglio a
giocare a cricket fuori, Edmund, o fare qualcos’altro. Ti è stato già mostrato tutto ciò che si trova nella
Stanza Rossa».
«Non c’è nessuno con cui giocare a cricket».
«Ah, bene, allora me ne occuperò presto. Avrai il tuo amico».
«E comunque a me non piace il cricket».
«Edmund, ti prego, non fare il difficile: ho un bel po’ di cose da fare, e non posso perder tempo in
stupidi capricci».
Hooper lasciò la stanza, desiderando di non aver mai aperto bocca. Non voleva che si prendesse
alcun provvedimento. Nessuno doveva venire lì.
Però adesso sapeva dove trovare la chiave.
È proprio come sua madre, pensò Mr. Joseph Hooper. Ha la stessa abitudine di non sprecarsi in
parole, di avere segreti, e poi la sfacciataggine e lo stesso modo di apparire calmi. Erano trascorsi sei
anni dalla morte di Ellen Hooper. Non era stato un matrimonio felice. Quando suo figlio, che tanto le
assomigliava, era a scuola, passava ore a tentare, invano, di ricordare l’aspetto della moglie.
Joseph Hooper riprese a rispondere alla lettera giunta in replica alla sua inserzione.
La casa, conosciuta col nome Warings, era stata costruita dal bisnonno del ragazzo, dunque non era
molto datata. A quel tempo c’era un vasto villaggio, e il primo Joseph Hooper possedeva gran parte dei
terreni. Adesso il villaggio era stato ridimensionato: la gente lo aveva lasciato per le città, e c’erano stati
pochi nuovi arrivi e pochi nuovi edifici. Derne era diventato come un vecchio porticciolo che venga
disertato dal mare. Tutti i terreni degli Hooper erano stati svenduti, pezzo per pezzo. Ma rimaneva
ancora Warings, costruita su un pendio che conduceva fuori del villaggio, lontano da tutte le altre case.
Il primo Joseph Hooper era stato un banchiere; si era erto in cima ai gradini della società nel mondo,
e all’età di trent’anni aveva fatto costruire quella casa. Non me ne pento, aveva detto ai suoi amici a
Londra. Di fatto ci aveva investito più denaro di quanto potesse permettersi. Sperava di poterci crescere
3

all’interno, come un bambino cresce e riempie le scarpe troppo grandi. Era un uomo ambizioso. Vi ci
aveva portato la giovane figlia di un baronetto come sua sposa, e aveva pianificato di metter su famiglia,
di consolidare la propria posizione, affinché potesse permettersi l’acquisto della casa che aveva
costruito. Ci era riuscito ma senza margine di profitto; così, appezzamento dopo appezzamento, tutti i
terreni circostanti di sua proprietà furono venduti.
«Questa è la storia di Warings», aveva raccontato l’attuale Joseph Hooper a suo figlio Edmund,
portandolo in giro con fare solenne. «Devi esserne fiero».
Lui non ne vedeva il motivo. Era una casa ordinaria, pensava, una brutta casa: niente di cui vantarsi.
Ma l’idea che fosse sua, della storia del casato, lo compiaceva.
Poi suo padre aggiunse:
«Potrai capire cosa significa essere uno Hooper quando sarai più grande.»
Però, pensava tra sé e sé, cosa significa? Significa ben poco. E allora si sentiva intimidito
dall’espressione nello sguardo del ragazzo, dalla sua aria saccente. Era proprio figlio di sua madre.
Warings era orrenda. Totalmente priva di grazia, troppo alta e angolata male, costruita con mattoni
rosso scuro. Davanti, su entrambi i lati, si estendeva il prato, pendente fino a un viale in ghiaia, che
sfociava in un sentiero, senza alberi o un manto di fiori a spezzare l’immensa e monotona distesa verde.
Lungo il viale, e sul retro della casa, incastrati tra gli alberi di tasso, crescevano rigogliosi cespugli di
rododendri.
Gli alberi di tasso si trovavano lì da prima che la tenuta, che Warings, vi venisse costruita intorno,
perché il primo Joseph Hooper ne aveva apprezzato la possanza e la ricchezza, e il fatto che fossero
piante che crescevano così lentamente, e, tra tutte, quelle vissute più a lungo. Aveva poi piantato anche i
rododendri, non tanto per il loro breve, teatrale spettacolo di colori nei mesi di maggio e giugno, quanto
per le verdi foglie scure e vellutate e la resistenza del fusto, il loro aspetto genuino. A lui piaceva la
forma del loro insieme, visibile dal fondo del viale.
All’interno della casa tutto era così ordinario: le camere dai soffitti alti con le pesanti finestre a
ghigliottina, i pannelli di legno lungo le pareti e le porte in quercia, la scalinata in quercia, e
l’ingombrante mobilio. Poco era cambiato dall’inizio.
Joseph Hooper aveva trascorso quella parte della sua infanzia prima della scuola, e gli intervalli tra
un semestre e l’altro, in quella casa, e non gli piaceva: aveva ricordi sgradevoli di Warings. Eppure
adesso, a cinquantun’anni, ammetteva di essere uno Hooper, il figlio di suo padre, e aveva cominciato
ad ammirare la compostezza e la malinconia di quel luogo. È di una bellezza dominante, pensava.
Però sapeva di essere un uomo incapace, senza alcuna forza o qualità degne di nota; un uomo che
piaceva e con cui si andava d’accordo, ma poco stimato: un uomo che aveva fallito, anche se non in
maniera plateale, come uno che cada da un’altezza spropositata e sotto gli occhi di tutti. Era un uomo
monotono, uno che tirava avanti. Pensava sempre: io mi conosco, e mi deprimo per ciò che so di me.
Ma adesso, con la morte di suo padre, poteva ergersi dinanzi a quella casa, e lasciare che questa
infondesse in lui importanza e che lo sostenesse. Poteva parlare di ‘Warings: la mia tenuta di
campagna’, gli avrebbe giovato un bel po’.
Uno stretto sentiero conduceva tra gli alberi di tasso giù verso un bosco ceduo. Questo, e un campo al
di là di esso, costituivano ciò che rimaneva delle terre degli Hooper.
La stanza del ragazzo, in alto sul retro della casa, si affacciava sul ceduo. L’aveva scelta lui.
Suo padre gli aveva detto:
«Guarda le altre, più spaziose e luminose. Dovresti prendere la vecchia sala da giochi e tenerla per
te». Ma lui aveva voluto questa: un’angusta stanzetta con un’alta finestra. Sopra di lui c’era solo l’attico.

4

Quando si svegliò, si ergeva in cielo un’enorme luna, tanto che al principio pensò fosse già giunta
l’alba e di aver perso la sua occasione. Si alzò dal letto. Si udiva un lieve e costante soffio di vento tra i
rami degli alberi di tasso, e gli olmi e le querce del ceduo, e un fruscio d’erba del prato nel campo. La
luce della luna, filtrando attraverso un piccolo spazio tra due alberi, dardeggiava un fiumiciattolo che vi
scorreva nel mezzo, così che, di tanto in tanto, quando i rami si agitavano al vento si intravedeva un
baluginio dell’acqua. Edmund Hooper guardò in basso. La notte era tiepida.
Fuori, sul pianerottolo, non c’era la luce della luna, così si fece strada nell’oscurità, sentendo prima i
tappeti che ricoprivano i gradini della scala, poi, per le ultime due rampe, le assi levigate in quercia del
pavimento. Procedeva con fare deciso, sicuro del percorso, e senza timore. Non proveniva alcun suono
dalla camera in cui dormiva suo padre. Mrs. Boland veniva in quell’ala della casa solo durante il giorno.
Non le piaceva Warings. È troppo buia, diceva, sa di non vissuto, di vecchiume, come un museo. E
cercava in tutti i modi di far entrare aria e luce dove poteva. Ma Derne era fondato su un avvallamento,
e quell’estate l’aria era ferma e pesante.
Hooper attraversò il salone. Anche qui, poiché si trovava sul davanti della casa, la luce della luna non
arrivava. Dietro di sé il legno della scalinata scricchiolava, disentendosi, dopo essere stato calpestato.
Inizialmente non riusciva a capire quale fosse la chiave. Ce ne erano tre insieme nel cassetto di
sinistra, ma una era più lunga, con una sbavatura di vernice rossa lungo il bordo. Vernice rossa per la
Stanza Rossa.
Situata sul retro della casa, la stanza si affacciava sul ceduo, che, spinta la porta per aprirla, vide
interamente immerso nel chiarore lunare, quasi luminoso quanto il giorno, quando invece bisognava
sempre accendere le luci a causa dei rami degli alberi di tasso che sovrastavano le finestre, creando
ombra.
Hooper entrò.
La stanza era stata concepita dal primo Joseph Hooper per essere una biblioteca, e vi si trovavano
ancora delle vetrine che si estendevano da terra fin sopra al soffitto, lungo le pareti, ricolme di libri. Mai
nessuno però leggeva, qui. Nemmeno il primo Joseph Hooper.
Edmund Hooper aveva esaminato i titoli di alcuni libri il giorno in cui fu portato lì a visitare il nonno
morente, e non erano di alcun interesse. C’erano volumi rilegati del Banker’s Journal e della
Stockbroker’s Gazette, e intere serie di romanzi di autori vittoriani, mai sfogliati.
Fu suo nonno, morto di recente, a far uso per primo della Stanza Rossa. Era stato un collezionista di
lepidotteri: aveva riempito la stanza di teche in vetro di falene e farfalle. Era come una stanza di un
museo, data l’assenza di tappeti sulle assi in quercia levigate; e le teche erano disposte in due lunghe
file, da un estremo della stanza all’altro. Vi erano anche esposizioni di insetti che si scorgevano nascosti
tra le nicchie nelle pareti.
«Tuo nonno era uno dei più importanti collezionisti del suo tempo», aveva detto Joseph Hooper al
ragazzo, mentre gli mostrava la stanza. «Era conosciuto e rispettato in tutto il mondo. Questa collezione
vale un bel mucchio di soldi».
Ma a che scopo? pensava, qual è il suo utilizzo, perché non dovrei venderla? La odiava con tutto se
stesso. Era stato portato lì, pomeriggio dopo pomeriggio, durante le estati della sua infanzia; in giro per
la stanza, di armadietto in armadietto, era stato istruito ed educato, costretto a guardare come gli insetti
venivano staccati da fiale di fumi venefici con delle pinzette, stesi e infilzati su di un cartellino con degli
spilli inseriti nei loro corpi irrigiditi.
«Tutto questo apparterrà a te», gli aveva detto suo padre. «Devi apprendere il valore di ciò che
erediterai».

5

Lui non aveva osato ribellarsi, ed era ritornato nella Stanza Rossa ogni dì di festa, simulando
interesse, imparando, camuffando il suo timore. Finché, finalmente, era cresciuto e aveva trovato delle
scuse per poter trascorrere le vacanze lontano da quella casa.
«È facile per te disprezzare o fare spallucce», lo aveva rimproverato il padre, vedendo come stavano
le cose. «Non presti attenzione all’operato di un uomo. Sono un’autorità internazionale, ma tu non ci
pensi affatto. Be’, vediamo se riuscirai a farti un nome da solo, in un modo o nell’altro».
Joseph Hooper sapeva che non lo avrebbe mai fatto.
Cercò di salvare parte della sua coscienza impartendo insegnamenti al ragazzo.
«È meraviglioso per un uomo diventare famoso in tutto il mondo in tal modo», gli disse. «Nel corso
della sua esistenza tuo nonno dedicò tutto il suo tempo libero – perché non era questa la sua professione,
capisci, era solo un passatempo, aveva un impiego con del lavoro da fare. Ogni goccia della sua energia,
a parte quella per il lavoro, era dedita a creare questa collezione».
E poi, un ragazzo non dovrebbe andar fiero dell’importanza della propria famiglia?
Edmund Hooper aveva concluso il giro della Stanza Rossa, osservando attentamente, senza aprir
bocca.
«Ti ho visto intrappolare le farfalle in vasetti per la marmellata e cose simili», riprese Joseph Hooper.
«Immagino che per te sia interessante. Credo proprio che seguirai le sue orme più di quanto l’abbia fatto
io».
«Le farfalle erano solo una moda dello scorso semestre. Catturavamo le larve e le guardavamo
schiudersi. A nessuno importa più niente, adesso».
Si avvicinò alla finestra e guardò fuori in direzione del ceduo, lavato dalla prima grande pioggia
estiva. Non disse se le falene, immobili nelle loro vetrinette, lo interessavano o meno.
«Perché non mi hai mai portato qui?».
«Ci sei venuto. Sei stato portato qui quando eri un neonato».
«È stato tanto tempo fa».
«Be’, sì».
«Allora litigasti con il nonno, immagino».
Joseph Hoope tirò un sospiro.
«Non è una cosa da dire, e comunque adesso non ci riguarda».
Ma lui vedeva, guardando il ragazzo, com’era stato il rapporto tra lui e suo padre; perciò sentiva ora
il bisogno di rimediare in qualche modo. Non sono un uomo duro, pensava, ho più cose da
rimproverarmi su mio figlio che lui su di me. Sapeva di aver fallito, fin dall’inizio, nel conquistarsi
l’affetto di Edmund.
La piccola chiave che apriva tutte le teche era conservata in una Bibbia su uno degli scaffali bassi.
Prima, Hooper camminò con passi leggeri su e giù per la stanza, osservando tutte le falene, adagiate
su cartoncini bianchi e le etichette sotto di esse. I nomi lo incuriosivano: Falena Sfinge, Falena Valletto,
Falena da seta. Li lesse tra sé e sé, a bassa voce. Il chiarore della luna si rifletteva attraverso la finestra,
freddo, sul vetro.
Sopra i pennelli di legno della Stanza Rossa vi erano invece gli animali: la testa dell’alce con le corna
che si diramavano verso lo stipite della porta, e i recipienti di pesci grigi, che si stagliavano sullo sfondo
dipinto di alghe e acqua; i corpi imbalsamati di donnola, ermellino, e di volpe, con occhi vitrei, e in pose
innaturali. Tuttavia, a causa della durevole malattia del vecchio e della negligenza della governante, era
da tempo che non venivano puliti. Mr. Joseph Hooper aveva disposto che gli animali venissero venduti,
non erano motivo di orgoglio per la famiglia: erano stati acquistati in lotto dal primo Joseph Hooper, che
voleva adornare la sua biblioteca alla maniera di una persona avvezza allo sport della caccia.
6

Hooper si fermò di fronte a una teca in un angolo remoto della stanza, vicino a una finestra priva di
tendaggio. Calò gli occhi su quelle fragili figure piatte. Si sentiva attratto da loro, era eccitato. Inserì la
piccola chiave e sollevò il coperchio di vetro. Era molto pesante e irrigidito dal disuso. Un soffio di aria
stantia lo investì in pieno volto.
La falena più grande di tutte era riposta al centro della teca – Acheroptia atropos – anche se riusciva
a malapena a distinguere la scritta sull’etichetta: l’inchiostro era sbiadito in un giallo scuro per la
prolungata esposizione al sole. Falena Testa di Morto.
Allungò la mano, mise il dito sotto la testa dello spillo e lo sfilò da quel grosso corpo striato. Subito
l’intera falena, già morta da anni, si disintegrò, crollando in un soffice cumulo informe di polvere nera.

7

CAPITOLO DUE

«Arriveranno delle persone oggi», annunciò Joseph Hooper. «Adesso avrai il tuo compagno».
Era infatti rimasto molto colpito dalle deliziose lettere di Mrs. Helena Kingshaw, dalla loro
franchezza e semplicità, e, in seguito, anche dal suono della sua voce al telefono. Lei, vedova,
trentasette anni, stava per diventare ciò che egli aveva definito una governante ufficiosa. A Mrs. Boland
sarebbe rimasto da pulire e in parte da cucinare.
Forse potrebbe accettare di venire per l’estate, almeno all’inizio, le aveva scritto, per far sì che lei e
suo figlio vi ambientiate, e vedere come ci troviamo, qui tutti insieme.
Warings, aveva risposto Mrs. Helena Kingshaw, sembra proprio la casa che stavamo cercando.
Joseph Hooper ne era rimasto davvero colpito. Quella notte esaminò la sua esile figura riflessa nella
specchiera psiche. «Sono un uomo solo», si era detto; e non si vergognò, in seguito, di averlo ammesso.
«Si chiama Charles Kingshaw, e ha la tua stessa età, quasi undici anni. Sforzati di accoglierlo
amichevolmente».
Edmund Hooper si avviò lentamente su per le quattro rampe di scale in camera sua. Pioveva di nuovo
a dirotto, e dense nuvole livide fluttuavano basse, sospese sul ceduo. Aveva pensato di andarci in
giornata, ma il terreno era troppo bagnato.
E poi, stava arrivando un altro bambino, con sua madre, il che significava che ci sarebbe stato sempre
qualcuno in giro per casa a tenerlo d’occhio. Avrebbe insistito perché giocassero insieme, che andassero
fuori all’avanscoperta. Ecco come erano le madri di alcuni bambini a scuola. Una volta, di recente, si era
chiesto se mai dovesse sentire la mancanza della madre, desiderare cose che solo da lei avrebbe potuto
ricevere. Ma non era stato in grado di capire la natura di queste cose. Non aveva alcun ricordo di lei.
Suo padre gli aveva detto:
«So che non sei felice, che fingiamo solamente di essere una famiglia. Ma vieni pure da me a
parlarmi: non avere paura di confidarti con me, se qualcosa ti turba».
«Ma sto bene. Va tutto bene». Diceva così perché odiava quando suo padre gli parlava in quel modo:
voleva solo tapparsi le orecchie per tenerlo alla larga. «Va tutto bene!». Dopo tutto, diceva solo la verità.
Ma Joseph Hooper cercava di andare più a fondo nella quetione, perché era stato avvertito di quanto il
ragazzo avrebbe potuto soffrire.
Hooper cominciò a modellare della plastilina con le mani per un altro strato del suo modello
geologico, in equilibrio su una base accanto alla finestra. Pensava al bambino di nome Kingshaw che
sarebbe arrivato.
È casa mia, pensava, mi appartiene: ci sono arrivato prima io. Nessuno deve venire.
Inoltre, non avrebbe condiviso nulla di suo, avrebbe potuto ignorare l’altro bambino, evitarlo,
allontanarlo. Dipendeva da come era. Avrebbe potuto fare di tutto.
Attaccò un sottile pezzo di plastilina rosso scuro seguendo i colori degli strati da una mappa. Il
modello era stato costruito su esempio delle catacombe, come quelle situate nelle distese di colline a sud
della regione. Quando fosse stato completato vi avrebbe tagliato delle fette, come in una torta, e rivelato
8

gli strati interni. Allora sarebbe passato alla sua mappa della Battaglia di Waterloo. Aveva così tanto da
fare, e voleva fare tutto da solo, non voleva tra i piedi il bambino di nome Kingshaw. Quel pomeriggio,
quando quelli arrivarono in macchina, lui chiuse a chiave la porta. Ma li spiò inclinando lo specchio
accanto alla finestra, così da poter guardare in basso senza essere visto. Stavano tutti lì, nervosi.
Kingshaw aveva i capelli rossi.
«Edmund!».
Suo padre lo chiamava a gran voce per tutta la casa.
«Edmund! È arrivato il tuo amico, non stare nascosto, è da maleducati. Vieni qui, per favore.
Edmund!».
Joseph Hooper tergiversò, improvvisamente assalito dall’ansia per l’arrivo della donna, terrorizzato
da ciò che aveva fatto. Queste persone avrebbero fatto di quella casa la loro casa, avrebbero vissuto tutti
insieme, sotto lo stesso tetto, e lui avrebbe potuto soffrirne, subire le conseguenze di quel tremendo
sbaglio.
È molto insicuro di sé, pensò Mrs. Helena Kingshaw, che altrettannto aveva vissuto per molto tempo
sola.
«Edmund, vieni qui immediatamente!».
Edmund Hooper raccolse un pezzo di carta dal tavolo, vi scribacchiò sopra qualcosa, e lo attaccò con
cura a una pallina di plastilina grigia. Guardò di nuovo fuori della finestra. Il bambino di nome
Kingshaw guardava in alto, attratto dall’improvviso riverbero di luce nello specchio. Hooper lasciò
andare la plastilina, che cadde a terra di peso. Si allontanò dalla finestra. Kigshaw si piegò in avanti.
«Vieni qui, Charles, tesoro: devi darmi una mano con le valigie. Non possiamo lasciar fare tutto a
Mr. Hooper». Mrs. Helena Kingshaw indossava un abito verde giada, e si preoccupava che potesse
apparire troppo elegante.
«Oh… Cos’è? Che cosa hai trovato?».
Era agitata, sperava che al figlio quel posto sarebbe piaciuto, che si sarebbe presto sentito a casa.
Non volevo venire, pensò Kingshaw. Non volevo venire. È solo un’altra casa di estranei a cui non
apparteniamo. Intanto aveva gettato via la pallina di plastilina.
«Non è niente. Solo un sassolino».
Camminando dietro la madre, verso il buio ingresso, riuscì in fine ad aprire il ritaglio di carta.
«NON TI VOLEVO QUI», diceva.
«Adesso lasciate che vi mostri le vostre stanze», disse Mr. Joseph Hooper.
Kingshaw infilò intimorito il messaggio nella tasca dei pantaloni.
Hooper domandò:
«Perché siete venuti qui?».
E gli si pose dinanzi, nella stanza, ostacolandogli il cammino. Kingshaw si tinse di un rosso mattone.
Guardò fisso a terra, senza rispondere. Tra i due si frapponeva un tavolino tondo. La valigia e una borsa
erano sul pavimento.
«Perché avete dovuto cercare un nuovo posto dove vivere?».
Silenzio. Adesso capisco perché è meglio possedere una casa come Warings, pensò Hooper. Ecco
perché mio padre tiene molto a quel grosso mazzo di chiavi. Noi viviamo qui, questo posto è nostro, ne
facciamo parte. Kingshaw, invece, non ha dove andare.
Camminò intorno al tavolo, diretto alla finestra. Kingshaw si allontanò mentre l’altro si avvicinava.
«Fifone!».
«Non sono un fifone!».

9

«Quando mio padre sarà morto», esordì Hooper, «la casa apparterrà a me, io sarò il padrone. Sarà
tutto mio».
«Non significa niente. È solo una vecchia casa».
Hooper ricordò con amarezza che suo nonno era stato costretto a vendere i suoi terreni. Poi aggiunse,
con voce calma:
«Al piano di sotto vi sono cose di grande valore. Cose che non hai mai visto».
«Che cosa?».
Hooper sorrise, rivolgendo lo sguardo a un punto imprecisato fuori della finestra, ma non continuò. E
poi non sapeva con certezza quanto interesse la collezione di falene potesse davvero destare.
«Mio nonno è morto in questa stanza, da poco tempo. Era proprio in questo letto, ed è morto lì.
Adesso questo è il tuo letto». Mentiva.
Kingshaw si avvicinò alla valigia e si accovacciò.
«Dove abitavate prima?».
«In un appartamento».
«Dove?».
«A Londra».
«Un appartamento vostro?».
«Sì… no. Be’, era la casa di qualcuno».
«Quindi voi eravate degli inquilini».
«Sì».
«Non era davvero vostro».
«No».
«Perché tuo padre non vi ha comprato una vera casa?».
Kingshaw si rimise in piedi.
«Mio padre è morto!». Provava rabbia, ma non si sentiva ferito. Voleva prendere Hooper a pugni, ma
non ne aveva il coraggio.
Hooper inarcò il sopracciglio. Aveva imparato a farlo da un suo superiore a scuola: pareva donasse
un aspetto autorevole.
«Be’, mia madre non può permettersi di comprare una casa. Non possiamo farci niente».
«Tuo padre avrebbe dovuto lasciarvi dei soldi, allora, non credi? Non aveva una casa, lui?».
«Sì che l’aveva. Ha dovuto venderla».
«Perché?».
«Non lo so».
«Per saldare tutti i suoi debiti».
«Non è vero! Non è vero!».
«Hai memoria di tuo padre?».
«Oh, sì. Be’… un po’. Una volta era un pilota. Era nella Battaglia di Britannia. Ho una…».
Kingshaw si mise di nuovo in ginocchio e cominciò a rovistare con fervore nella sua valigia di
tessuto scozzese:
«… ho una sua foto».
«È una foto di lui durante la Battaglia?».
«No. Ma… ».
«Non ti credo, comunque. Sei un bugiardo. La Battaglia di Britannia è stata durante la guerra».
«Questo lo so. Lo sanno tutti».
«È stato anni fa, decine di anni fa. È storia! Non può averla combattuta!».
«E invece sì!».
10

«Quando è morto, allora?».
«Ecco la foto, guarda… Lui è mio padre».
«Quando è morto, ti ho chiesto».
Hooper gli si avvicinò, minaccioso.
«Qualche anno fa, quando avevo più o meno cinque anni, o sei».
«Doveva essere parecchio vecchio allora. Quanti anni aveva?».
«Non lo so. Parecchi, immagino. Allora, guarda. Ecco la sua fotografia».
Kingshaw gli mostrò un piccolo portafogli marrone. Voleva assolutamente che Hooper la guardasse,
che gli credesse. Sentiva che doveva fare in modo di far valere la sua presenza e acquisire credibilità.
Dopo un secondo, Hooper si chinò leggermente e prese la foto. Si aspettava una persona diversa,
dall’spetto impavido, interessante. Invece era solo un individuo calvo e cadaverico, con un neo sul
mento.
«È vecchio», disse.
«Te l’avevo detto. Quando era nella Battagli di Britannia aveva vent’anni. Ed era la guerra».
Hooper non ribatté. Gettò via la foto nella valigia e ritornò alla finestra. Kingshaw sapeva di aver
vinto, tuttavia non si sentiva vincitore: Hooper non gli aveva concesso nulla.
«Dove vai a scuola?».
«Nel Galles».
Hooper inarcò ancora il sopracciglio.
«Ci saranno ameno cento scuole nel Galles. Anzi, più di cento».
«Si chiama St. Vincent».
«È una buona scuola?».
Kingshaw non rispose. Era ancora per terra accanto alla sua valigia. Aveva cominciato a disfarla, ma
adesso si era fermato: disfare la valigia sarebbe stato un gesto definitivo, come accettare il fatto che
avrebbe vissuto lì, che ci sarebbe stato un futuro lì da considerare. Fu sollevato bruscamente, da Hooper.
«Non pensare che io volessi venire, comunque», gli disse.
Hooper rifletté. Riportò alla mente il momento in cui gli era stato detto della morte del nonno. Aveva
detto: «Non voglio vivere in quella casa!».
Aprì la finestra. Aveva smesso di piovere. Il cielo era del colore di una moneta da sei penny sporca.
Le piante di rododendro ancora brillavano bagnate di pioggia, lungo tutto il viale.
«Faresti meglio a chiuderla», disse Kingshaw. «È la mia finestra adesso».
Hooper si voltò, aveva sentito una nota diversa nel suo tono di voce, ne aveva ponderato il
significato, e adesso sentiva un tremito di paura. Sollevò i pungi e si avventò su Kingshaw.
La zuffa fu breve e silenziosa ma violenta. Si spense sul nascere. Kingshaw gli tamponò il naso
sanguinante ed esaminò il fazzoletto. Sentiva il cuore battere all’impazzata. Non aveva mai combattuto
con un altro ragazzo così prima d’ora. Si chiedeva cosa gli avrebbe riservato il futuro.
Fuori, dal corridoio al piano di sotto, udiva la voce di sua madre rispondere allegra a Mr. Hooper, e
poi una porta sbattere. È colpa sua se siamo venuti qui, pensò, è solo colpa sua.
Hooper si trovava di nuovo di fianco alla finestra. Era ancora aperta. Per un po’ di tempo nessuno dei
due parlò. Kingshaw sperava che lui se ne andasse.
Poi Hooper disse:
«Non devi per forza starmi appiccicato ovunque vada: ho le mie cose da fare».
«Ma devo: è quello che ha detto tuo padre».
«Tu devi fare quello che dico io».
«Non essere stupido».
«Devo colpirti di nuovo, sta’ a guardare!».
11

Kingshaw arretrò.
«Ascolta, non pensare che sia stato io a voler venire qui», precisò. «E non credere che mi piaccia».
Pur pensando di potersi abituare a tutto, non era sceso a patti con Hooper. Cominciò a raccogliere ciò
che era caduto dalla sua valigia di tessuto scozzese.
«La tua scuola è un buon collegio?».
«Sì».
«E allora come mai tua madre può permettersi ti pagarti il collegio ma non di vivere in una casa?».
«Credo… non lo so. Forse è gratuito».
«Nessuna scuola è gratuita».
«Sì, invece!».
«Solo le scuole per poveri lo sono. I collegi no».
«Ma… Non lo so. Forse mio padre gli ha pagato molti soldi prima che io andassi. Forse ha pagato
tutte le rette insieme, così adesso non costa nulla. Sì, deve essere così: ne sono sicuro!».
Hooper gli rivolse uno sguardo freddo. Aveva vinto, e Kingshaw lo sapeva. Adesso poteva anche
ritirarsi e lasciare che la conversazione si interrompesse lì.
Kingshaw si chiese se adesso ci fosse una tregua tra loro, se si fosse conquistato il diritto di rimanere
lì. Era arrivato pronto ad assecondare Hooper, come assecondava la maggior parte della gente: era più
sicuro così. Lui era troppo debole per permettersi di farsi dei nemici.
Ma Hooper era qualcosa di ancora diverso: non aveva mai affrontato un tal livello di cattiveria. Lo
aveva sorpreso; e poi quell’aria di superiorità! Non sapeva cosa fare, e si vergognava di non sapere
come reagire. Era come la prima volta in cui era andato a scuola, cercava di ambientarsi, e osservava gli
altri per vedere come si comportavano.
Avrebbe voluto dire: sono venuto qui e non mi piace, non ci voglio restare, voglio stare da qualche
parte da solo, in un posto nostro, non a casa di qualcun altro, andiamo sempre a vivere nel posto di
qualcun altro! Ma non posso, devo restare qui. Perché è così difficile trarre il buono dalle cose? Era
disposto a esporsi, perfino a dire, in quello stesso istante, che avrebbe fatto qualsiasi cosa Hooper
volesse, lo avrebbe riconosciuto padrone del suo territorio. Ma non riusciva a mettere in pratica nulla di
tutto ciò, nemmeno dentro di sé. Aveva una marea di pensieri che si rincorrevano e sovrastavano l’un
l’altro come piccole onde. Era confuso.
Hooper lo fissava dall’altro capo del tavolino. Un livido affiorava sullo zigomo sinistro, e si
mostrava un lieve gonfiore, là dove il pugno di Kingshaw lo aveva colpito. Sembrava il più grande dei
due, eppure in altezza era il più basso. C’era qualcosa nel suo modo di camminare, nel suo sguardo.
Attese per un momento, poi lasciò lentamente la stanza. Alla porta si arrestò e si voltò.
«Non credere che di essere benvoluto qui, adesso», gli disse. «Questa non è casa tua».
Kingshaw rimase immobile a lungo, dopo che Hooper se ne fu andato. Sono solo, pensò. E aveva
ancora tutta un’estate davanti. Dopo un po’ cominciò a piangere, in silenzio, inghiottendo nel tentativo
di reprimere i gemiti. Non riusciva a fermarsi. Ma non c’era niente che avrebbe potuto dire, nessuno a
cui dirlo.
Alla fine smise. Avrebbe potuto tirar fuori il resto delle sue cose e metterle a posto. Sua madre lo
aveva portato qui, era molto emozionata: gli aveva detto che era stata come la risposta a una preghiera.
Lui si vergognava del modo in cui lei aveva parlato.
Andò spedito verso la finestra. «È la mia finestra, ora», disse, e la chiuse per bene.
Voltandosi nella stanza riportò alla mente ciò che Hooper gli aveva detto su suo nonno, che era lì, in
quella stanza, in quel letto, che era morto. Non gli sovvenne l’idea che potesse essere una bugia. Cercò
solo di non pensarci e di smorzare la paura.

12

«Edmund, perché ti sei chiuso qui dentro? Apri la porta, per favore».
Hooper rimase fermo a roteare ancora e ancora la matita nel temperino, e osservava il nastro di
truciolato che si srotolava di lato, come una falena che emerga dalla larva.
«So che sei lì dentro, non fingere di non esserci!».
Silenzio.
«Edmund!».
Alla fine dovette aprire la porta.
«Che ci fai chiuso qui dentro? Non mi sembra affatto normale, questo comportamento! Dovresti
andare fuori, a stare all’aria aperta, dovresti mostrare a Charles Kingshaw il villaggio».
Sul muro della stanza vi era appeso un enorme foglio di carta, adornato da strane linee e piccoli punti
colorati, in blocchi, insieme. In un angolo era scritto:
Verde = Fanteria di Napoleone
Blu = Cavalleria di Napoleone
Rosso =
Joseph Hooper lo guardò. Si sentiva di troppo: suo figlio stava lì, e si passava il temperino da una
mano all’altra, in attesa.
«Ma quello non è un vero campo di battaglia, è solo…!».
Fece un gesto. Voleva parlare; non voleva sentirsi un intruso, uno straniero nella camera di suo
figlio. Dovremmo essere uniti, pensò. Ci siamo solo noi due, l’uno per l’altro, dovrei essere in grado di
parargli liberamente. Più di tutto, però, lo adirava vedere la mappa del figlio attentamente studiata:
avrebbe voluto dire: non è niente, assolutamente niente… solo un semplice, per quanto minuzioso e
acuto, ma insignificante piano! Avrebbe voluto raccontargli la verità sull’argomento, trasmettergli
un’idea degli uomini, del sangue, dei cavalli, dello scoppio e del puzzo di polvere da sparo, e dei
lamenti di dolore, della terribile confusione di tutti. Ma non riuscì nemmeno a iniziare. Edmund Hooper
se ne stava lì, lo osservava, accigliato.
«Dov’è Charles Kingshaw?».
«Potrebbe essere ovunque. Io non so dov’è».
«Be’, dovresti saperlo, Edmund, dovresti essere con lui. Non sono affatto contento del tuo modo di
comportarti. Perché non sei con lui?».
«Perché non so dove sia».
«Non ribattere, per favore».
Hooper tirò un sospiro.
Se fosse più grande potrei affrontare la questione con lui, pensò Joseph Hooper; se fosse più grande e
diverso, tutto si potrebbe comprendere e giustificare come un capriccio dell’adolescenza. O almeno
credo. Ma è ancora un bambino, ha appena undici anni!
«Be’, faresti meglio a cercarlo, e poi a portarlo in giro, mostrargli la casa e il villaggio e così via,
farlo senire… insomma, farlo sentire a casa. Ci tengo davvero che sia così. Questa è casa sua, adesso».
«Oh. Ci resteranno, allora?».
«Resteranno di certo per l’estate. E sono abbastanza sicuro che…».
La voce gli venne meno, mentre era sulla soglia. Non parlava al figlio di ciò che sentiva, di quanto
sperasse che tutto fosse di gradimento a Mrs. Helena Kingshaw.
Sembra proprio vecchio, mio padre. pensò Edmund Hooper. Ha un volto così sottile.
«Voglio che tu vada d’accordo con Charles, e anche con Mrs. Kingshaw. Ci saranno giorni in cui non
sarò di ritorno fino a tardi, notti in cui dovrò restare a Londra. E tu…».
13

«Cosa?».
«Be’… I Kingshaw saranno qui, andrà tutto bene. Avrai compagnia».
Hooper si voltò di spalle.
«Edmund, ti stai comportando in maniera davvero incivile nei confronti di un ospite».
«Credevo avessi detto che questa è casa sua. Se è casa sua, non può essere un ospite, ti pare?».
Forse dovrei picchiarlo, pensò Joseph Hooper, per avermi parlato in questo modo. Forse è da deboli
fargli avere la meglio, permettergli di mostrare tanta insolenza. Non mi piace la sua espressione
arrogante. Dovrei impormi su di lui. Ma sapeva che non lo avrebbe fatto. Aveva rimandato troppo a
lungo, e adesso non poteva fare nulla. Ho cercato di non commettere gli errori di mio padre, si disse, ma
sono solo riuscito a rimpiazzarli con altri miei.
Sua moglie invece sapeva farsi valere, ma era morta senza lasciargli delle istruzioni da seguire. Se la
prendeva con lei per questo.
Se ne andò.
Hooper aggiunse meticolosamente altri due cerchi al blocco triangolare che li raggruppava, sul fondo
destro della mappa. Li colorò lentamente, in tondo in tondo in tondo, tenendo la lingua di fuori, e
respirando rumorosamente sulla carta, come un bimbo piccolo intento a usare i pastelli. Poi andò al
piano di sotto.
«Adesso devi venire con me».
«Dove?».
«Lo vedrai».
Aveva trovato Kingshaw nel vivaio, intento a puntellare il vaso di gerani con un giunco. Faceva
molto caldo.
«Su, vieni!».
«Forse non voglio».
«Ma devi e basta, lo ha detto mio padre. E se qualcuno ti scopre a colpire quei fiori saranno guai.»
«Non li ho colpiti!».
«Sì, invece, alcuni petali sono caduti sul pavimento, guarda lì!».
«Ma cadono! Cadono da soli».
Il sole arrivava, battendo attraverso la finestra, dritto sul volto di Kingshaw. La pelle del collo era già
arrossata. Ma a lui piaceva il vivaio. Puzzava di vecchio, di foglie secche e di vernice cocente, là dove
una verde panchina sgangherata veniva colpita dal sole. C’era anche un mucchio di ragnatele. Pareva
che mai nessuno vi si recasse.
Hooper se ne stava lì, in attesa, con la porta aperta. Non pensava che Kingshaw si sarebbe rifiutato di
obbedirgli.
«Dunque ve ne andate entrambi in giro a esplorare la tenuta!», esclamò Mrs. Helena Kingshaw,
facendo il suo ingresso sulla soglia. Mostrava la stessa espressione raggiante e speranzosa con la quale
era arrivata a Warings. Niente deve andare storto, è la mia occasione, e io non la manderò a monte.
Voglio solo che tutti noi siamo felici.
Così furono costretti ad andare, trascinandosi lentamente fuori dal vivaio e giù per il sentiero, uno
dietro l’altro, sotto lo sguardo di Mrs. Kingshaw, senza parlare.
«Non è che ti voglia portare da qualche parte, non illuderti. Adesso mi metterò a correre, faresti
meglio a tenermi il passo!».
«Perché mai rientri in casa? Non l’ho già vista tutta?».
«Mio padre mi ha detto di mostrarti ogni luogo, e io non faccio forse tutto ciò che dice mio padre?».
14

Il volto di Hooper si tinse di scherno, e poi lui cominciò a correre, attraverso l’entrata principale, per
l’ingresso, su per la scalinata in quercia, dentro e fuori dalle camere, una dopo l’altra, sbattendo le porte.
Canticchiava mentre lo faceva.
«Questa è la camera di mio padre, questa è libera, qui è dove vengono tenuti i bagagli, questa è la
camera di tua madre con salotto. E adesso su alla scala sul retro. Qui c’è un bagno, qui un armadio, qui
un altro bagno…» Tump, tump, tump, tump, slam, slam, slam…
Dopo un po’ Kingshaw smise di stargli dietro. Si mise a sedere sull’ultimo gradino della scalinata sul
retro. Era buio e fresco.
Vorrei allontanarmi subito da Hooper, pensò. Mi piacerebbe trovare un fiume o un bosco da solo.
Qualsiasi cosa pur di allontanarmi. Ma non osava andare da nessuna parte al di là del cancello della
casa, da solo.
Sentiva Hooper aprire e sbattere le porte lungo il corridoio di sopra. Poi, d’improvviso, lui fu di
nuovo lì, in piedi sulla cima delle scale, sopra la testa di Kingshaw.
«Ti avevo detto di seguirmi».
«E allora? Non devo mica prendere ordini da te!».
«Ti sto mostrando la casa!», disse Hooper con spavalderia.
«Sei solo uno sciocco. Ti comporti proprio da stupido».
Hooper cominciò a scendere molto lentamente le scale, ponendo delicatamente un piede davanti
all’altro, e fermandosi per un po’ ogni volta. Kingshaw sentiva il suo respiro. Non si voltò. Le gambe di
Hooper, in jeans blu, si avvicinarono dietro al suo collo. Si era fermato. A Kingshaw bastava muovere
una mano e avrebbe potuto ribaltarlo, afferrarlo da dietro le ginocchia e fargli perdere l’equilibrio, e
farlo così precipitare per la tromba delle scale. Rimase pietrificato al sol pensiero, quando gli sovvenne.
Non si mosse.
Hooper continuò a camminare, passandogli oltre con grande attenzione a evitare perfino di sfregare il
tessuto degli abiti. Da qualche parte, un topo sfrecciò sulle assi di legno del pavimento, e poi sotto una
porta.
Hooper andò via, giù per le restanti rampe di scale, e poi lungo il corridoio che portava verso l’area
principale della casa. Dopo un attimo, Kingshaw sentì una porta aprirsi e chiudersi. Altrove, forse in
cucina, c’era della musica alla radio.
A lungo rimase lì seduto.

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CAPITOLO TRE

Un sentiero conduceva a un campo incolto sul retro della casa, oltre il quale si estendevano altri campi,
sovrastanti l’un l’altro, come una pila di cuscini. Si trovava forse a due miglia da Hang Wood, che si
diramava lungo tutta la catena di monti. Sotto di essa si aprivano macchie di steppa che segnavano il
percorso, giù fino alla foresta.
Questo a ovest. A est di Warings si scorgeva il piccolo villaggio di Derne, e poi solo campagna, fino
alle strade principali.
Kingshaw aveva studiato tutto di quel luogo, seppur solo su mappa, centimetro per centimetro, prima
di giungere lì. Non ne aveva mai visto nemmeno un po’ dal vivo, aveva solo percorso il sentiero alla
base del viale e si era sporto dal cancello.
Oggi era andato oltre. Erano stati lì per oltre una settimana, e lui era stufo di vagare per casa, spiato
da Hooper. Attraversò gli alberi di tasso ma ebbe un momento di esitazione quando fu nei pressi del
ceduo. Profonde ombre scure si allungavano dall’entrata, tanto da impedirgli di vedere all’interno per
poco più di qualche metro. Ortiche pungenti crescevano alte fino al petto, celando il percorso.
Arretrò di nuovo, girò intorno al ceduo, e si ritrovò in un angolo del campo. Da lì, proseguì.
I campi si estendevano in salita. Faceva un caldo atroce. Un trattore aveva impresso profondi solchi
nel terreno, e questi si erano seccati al sole e irrigiditi, al punto che i piedi ci inciampavano di continuo.
Cercò allora di camminare sulle zolle di terra nel mezzo dei solchi, anche se era scomodo. L’erba era
fitta di ciuffi di cardo e acetosa che gli pungevano i piedi attraverso i sandali.
Kingshaw non si guardò indietro, chinò la testa e continuò a trascinarsi pesantemente avanti, a ritmo
costante, uno-due, uno-due, uno-due. Non gli importava molto dove stesse andando, doveva allontanarsi
dalla casa, e da Hooper. Doveva provare a se stesso che sapeva cavarsela in qualche modo, da solo, in
quel posto. Scavalcò un cancello. Il successivo era un campo di grano, fitto, quasi maturo.
Cercò un sentiero, ma non ve n’era traccia, nemmeno lungo tutto il perimetro esterno. In quel
momento scorse uno stretto passaggio che attraversava il campo diagonalmente, e lo seguì. Il grano gli
arrivava fino al bacino. A metà percorso si rese conto che quello era solo un percorso creato dal
passaggio di alcuni animali, e da un’altra persona che capeggiava il gruppo guidandoli. Parte di quel
grano era stato calpestato. Kingshaw si fermò. Qualcuno avrebbe potuto vederlo. Forse doveva fermarsi
e non causare altri danni, forse doveva tornare indietro.
Il campo di grano era folto, adesso. Lui si trovava proprio nel mezzo, e il sole batteva forte dall’alto,
cocente. Sentiva rivoli di sudore scivolargli lungo la schiena, e nell’incavo delle gambe. Il volto era in
fiamme. Si sedette, anche se le erbacce lo pungevano attraverso i jeans, e guardò oltre la scura linea di
alberi alle estremità di Hang Wood. Apparivano vicinissimi, ogni singolo ramo era chiaramente
delineato. I campi intorno a lui erano completamente muti.
Quando vide il corvo per la prima volta non se ne curò. C’erano parecchi corvi. Questo però volò in
picchiata, infilandosi tra il grano con le sue enormi nere ali glabre. Kingshaw gli prestò attenzione solo
quando questi, sollevandosi in aria improvvisamente, cominciò a planare in cerchio, e poi si tuffò per
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posarsi non distante da lui. Kingshaw riusciva a vedere le penne sul capo sgargianti di nero stagliarsi sul
colore ambrato delle spighe di grano. Poi questi si sollevò, volò in cerchio, e venne giù di nuovo, questa
volta non per posarsi ma per svolazzare intorno alla sua testa, battendo le ali e producendo un suono
simile a quello di strisce di cuoio percosse. Era il corvo più grande che avesse mai visto. Quando venne
giù per la terza volta, guardò verso l’alto e osservò il becco del volatile aprirsi in un grido. L’interno
della bocca era di un rosso scarlatto; gli occhi piccoli e luccicanti.
Kingshaw si mise in piedi e agitò le braccia. Per un attimo il volatile si allontanò, alzandosi in cielo.
Il ragazzo si mise a correre per tornare indietro, attraverso il campo, conlo sguardo fisso dinanzi a sé.
Era stupido aver paura di un dannato volatile. Cosa poteva fare un uccello? Però lì, in quel campo di
grano, percepiva di essere completamente solo, e aveva paura.
Per un attimo riuscì a sentire solo il rumore dei propri passi, e il suono sordo del grano che si
strofinava contro di lui al suo passaggio. Ci fu poi una sferzata d’aria nel momento in cui il corvo si
impennò verso il basso e cominciò a ruotagli intorno alla testa. Spalancò il becco e da quella bocca
scarlatta vi fuoriuscì un verso rauco, e poi un altro ancora.
Kingshaw cominciò a correre, senza pensare se calpestava il grano, con il solo desiderio di fuggire,
di andare nel successivo. Pensò che il grano fosse una specie di dispensa di cibo per un corvo e che lui
fosse stato visto come un invasore. Magari questo era solo il primo di un intero battaglione di corvi che
si sarebbe sollevato e avventato su di lui. Gettati a terra, pensò, gettati a terra, sarai al sicuro, andrà via!
Si chiedeva se lo avrebbe poi scambiato per un animale feroce che si aggirava acquattato tra il grano.
La sua avanzata procedeva lenta attraverso il campo, le spighe di grano si agglomeravano
arrestandogli il cammino, così lui doveva scacciarle di lato con le braccia. In fine raggiunse il cancello,
lo scavalcò, e scese sull’erba del campo dall’altro lato. Il sudore grondava dalla fronte e gli andava negli
occhi. Guardò in alto. Il corvo continuava a inseguirlo. Riprese a correre.
Ma non era facile nemmeno correre per questo campo, a causa dei solchi lasciati dal trattore.
Cominciò a saltellare da lato a lato, allargando le gambe quanto più poteva, e per un breve tempo gli
sembrò di andare più veloce. Il corvo si tuffò a capofitto, di nuovo, e, mentre si rialzava verso il cielo,
Kingshaw sentì l’estremità dell’ala nera sfiorargli il volto. Sussultò, colto da improvviso spavento. Poi il
piede sinistro finì in uno dei solchi e finì capovolto, dritto a terra.
Rimase disteso con la faccia sommersa dall’erba folta, respirando profondamente e scosso da
singhiozzi; il sangue gli pulsava nelle orecchie. Sentiva il sole alla base del collo; la caviglia si era
slogata, ma riuscì a rialzarsi. Sollevò il capo e si passò due dita sul volto. Venne via una striscia di
sangue da dove un filo di cardo lo aveva graffiato. Si rimise in piedi, barcollante, facendo
disperatamente scorta di aria fresca in profondi respiri. Non vedeva più il corvo.
Quando però si incamminò, comparve di nuovo, risollevatosi dall’erba poco distante, e cominciò a
volare in cerchio e a fiondarsi su di lui. Kingshaw si avventò in una terribile corsa, piangeva e cercava
allo stesso tempo di pulirsi la faccia da quella mistura di lacrime e sudore. Aveva una vescica sulla
caviglia, sfregata dalla fibia del sandalo. Il corvo era ancora lì, alto nel cielo per tenergli il passo.
Adesso Kingshaw aveva scavalcato il terzo cancello, ed era nel campo vicino a quello della tenuta
Warings. Vedeva il retro della casa. Cominciò a correre ancora più spedito.
Questa volta cadde e rimase a terra, completamente stremato. Attraverso i rivoli di sudore e i ciuffi di
capelli appiccicaticci intravide una sagoma che lo osservava dall’alto di una delle finestre dell’edificio.
Seguì un ultimo stridulo grido e il terribile battito d’ali, poi il corvo si gettò a capofitto per atterrae
sulla schiena del ragazzo.
Kingshaw pensò che doveva essere stato il suo grido a spaventarlo, poiché quell’essere in realtà non
si stava muovendo di un millimetro. Rimase a terra, chiuse gli occhi e sentì il becco dell’uccello
pizzicargli la pelle attraverso la maglietta; a quel punto iniziò a urlare in maniera bizzarra. Dopo un
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breve lasso di tempo il volatile si rialzò in volo. Credeva che avrebbe continuato a beccarlo,
riportandogli alla mente le terribili storie che si raccontavano sugli avvoltoi, che si avventavano sugli
occhi della gente ancora viva. Credeva di non avere via di scampo.
Si rimise in piedi a fatica, e corse via, e questa volta il corvo si limitò a rimanere sospeso in aria,
seppur non troppo in alto, e a seguirlo, ma muto, e senza ritornare all’attacco. Kingshaw sentì le gambe
cedere mentre scavalcava l’ultima staccionata e ritornava al luogo da dove aveva avuto inizio la sua
camminata, lungo i confini del bosco. Si guardò indietro timoroso. Il corvo volò in cerchio ancora un
paio di volte e poi si fiondò nel fitto fogliame delle betulle.
Kingshaw si ripulì il viso con il dorso della mano. Voleva andare da sua madre. Era tutto tremante.
Non andò mai da lei, però. Voleva farcela da solo: non sarebbe andato da lei per colpa di uno stupido
uccello. Poi con gli occhi colse un movimento repentino. Guardò in alto. Hooper stava alla finestra della
sua stanza. Guardava e guardava.
Dopo un po’, Kingshaw distolse lo sguardo, si voltò lentamente, e risalì attraverso gli alberi di tasso
verso casa, passando dalla porta sul retro.
«Avevi paura. Stavi correndo».
«Questa è la mia stanza. Non puoi venirci quando ti pare, Hooper».
«Dovresti chiuderla a chiave, allora, no?».
«Non c’è la chiave».
«Paura di un uccello!».
«Non è vero».
«Piangevi, lo so, potrei raccontarlo».
«Zitto. Zitto!».
«Era solo un corvo, un corvo è niente. Non avevi mai visto un corvo prima d’ora? Cosa pensavi
potesse farti?».
«Be’…».
«Cosa? Cosa ti ha fatto?» Hooper corrugò tutto il volto. «Era un corvo cattivo, allora. Ha spaventato
il cocco di mamma?».
Kingshaw scattò in avanti. Hooper si fermò. Il ricordo del pugno di Kingshaw sul suo zigomo era
ancora vivido. Scrollò le spalle.
«E poi, perché te ne sei andato? Dove credevi di andare?».
«Pensa agli affari tuoi. Non devo per forza raccontarti tutto».
«Sai una cosa, Kingshaw?» Hooper gli si avvicinò tutto d’un tratto, spingendolo contro la parete e
alitandogli in volto. «Stai diventando un bambino molto maleducato, eh? Ti sei fatto arrogante tutto a un
tratto. Fa’ attenzione. Solo questo».
Kingshaw gli morse con forza il polso. Hooper lasciò la presa, indietreggiò di uno o due passi, ma
continuò a fissarlo.
«Ti dirò una cosa, poppante: non osare andare nel ceduo!».
Kingshaw non ribatté.
«Ci sei andato, hai guardato e ti sei fermato, perché sei un fifone. È buio lì dentro».
«È perché avevo cambiato idea, tutto qui».
Hooper agguantò una sedia accanto al letto.
«Molto bene», disse, in un tono mellifluamente minaccioso. «Ok, vacci pure, ti sfido. Io starò a
guardare. O nel bosco grande, se ne hai il coraggio. Oh sì, non oserai entrare nel bosco grande. Ma se ci
andrai, ne saranno felici».
«Chi ne sarà felice?».
«Delle cose».
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«Non mi fai paura, Hooper».
«Bugiardo».
«Posso andare nel bosco quando voglio».
«Bugiardo».
«Non m’importa se mi credi o no».
«Invece sì. Bugiardo, bugiardo, bugiardo!».
Silenzio. Kingshaw si chinò e cominciò ad armeggiare con la fibia del sandalo. Non si era mai
trovato dinanzi a una tale ostinata persecuzione.
«Ti sfido ad andare nel ceduo, allora».
«Oh, piantala!».
Hooper gli ficco le mani su entrambi i lati della testa e cominciò a picchiettare con le dita. Trovava
Kingshaw frustrante. Non capiva come poter abbattere quel muro di pietra di quel suo sguardo fisso,
vacuo. Non poteva far altro che continuare a punzecchiarlo e tormentarlo, e vedere fin dove si sarebbe
spinto, cercando di pensare a nuove torture. Disprezzava Kingshaw, ma ne era anche incuriosito; lo
aveva visto cambiare da quando erano arrivati, una settimana prima. Era più misterioso, sospetto.
Hooper voleva sapere cosa gli frullasse per la testa. Si mise a sedere sulla sedia, e rimase a osservarlo.
«Ti tengo d’ochio», disse distaccato.
Kingshaw voleva che se ne andasse. Ma, in fondo, non aveva idea di cosa fare, era a corto di idee:
avrebbe potuto costruire un modellino, o leggere. Se avesse fatto un modellino di un galeone ci sarebbe
voluto parecchio tempo: erano difficili. Ma non riusciva a pensare ad altro.
Era preoccupato per la faccenda del ceduo e del bosco grande. Adesso avrebbe dovuto andarci.
Doveva sempre fare le cose in cui gli altri lo sfidavano. Cose terribili.
Quando aveva circa cinque anni, era andato con suo padre in una piscina all’aperto. C’era un
bambino di nome Turville. Turville aveva visto che lui aveva paura dell’acqua, non solo perché non
sapeva nuotare, ma anche per altri motivi piuttosto difficili da spiegare. Quel blu plastico e lucido, e il
modo in cui il corpo delle persone sembrava più grande sott’acqua, e pallido, e gonfio. Ma più cresceva
la paura, più si convinceva di doversi tuffare. Si sentiva un peso sullo stomaco. Stava male. Mentre
saltava in acqua, e dopo che ebbe saltato, non si era sentito meglio, anzi: la realtà gli si era rivelata
peggiore di quanto potesse immaginare.
Turville glielo aveva fatto rifare ancora e ancora, finché non si era ritenuto soddisfatto, mentre il
padre di Kingshaw e quello di Turville guardavano e ridevano, e poi avevano distolto lo sguardo, ciechi,
ignari. Kingshaw aveva continuato a tuffarsi e ad avere paura; era la paura ad averlo guidato, e la
vergogna che ne derivava.
Adesso sarebbe andato in quel ceduo, o sarebbe entrato nel bosco. Tirò un sospiro, guardando in
basso dalla finestra della sua camera, verso il pallido prato. Fa’ che vada via, pensava, fa’ che vada via!
Hooper se ne andò di punto in bianco, sbattendo la porta, senza dire una parola. Kingshaw continuò a
tenere lo sguardo fisso fuori della finestra. Continuiamo a spostarci da un luogo a un altro, pensò: luoghi
pessimi, e continuiamo a stare in posti in cui non apparteniamo. Voglio tornare a scuola.
Non c’era niente da fare.
Hooper andò in mansarda. Non appena gli era venuta quell’idea in mente fu su di giri per
l’emozione, anche se ne era un po’ spaventato: non aveva mai fatto una cosa del genere prima d’ora.
Non avrebbe mai immaginato il fascino che emanava avere Kingshaw lì da lui, pensare a quale castigo
infliggergli.
C’erano diverse mansarde, collegate l’una all’altra tramite piccoli stretti archi, come delle
catacombe. Tutto era stato impilato, e le pile erano ricoperte da spessi strati di polvere. Aveva trascorso
un intero pomeriggio lì, e alla fine aveva trovato un vecchio baule pieno di rocce di diversi colori e
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composizione. Le voleva. C’erano anche oggetti appartenuti a suo nonno, lampade e brocche e reti: tuto
aveva a che fare con la collezione di falene. Le reti stavano andando a male, emanavano uno strano
odore.
Ciò che voleva trovare adesso si trovava nell’ultima mansarda. Ricordava di averlo visto il giorno
prima, quando era andato a cercare un album di francobolli. Il sole brillava raggiante attraverso le alte
finestre, facendo danzare il pulviscolo nell’aria, per poi lasciarlo cadere con strane movenze sulle assi
del pavimento. Tutto puzzava di vecchio, di arido e calura. Si spostò di fianco a una scatola di cartone, e
un grosso ragno, con una schiena rigonfia, color verde acido, sgusciò fuori e sfrecciò via tra delle pile di
giornali. Hooper pensò quasi di acchiapparlo. Ma così avrebbe causato solo guai, e poi i ragni morivano
subito. Lo avrebbe usato per spaventare Kingshaw, ma fu illuminato da una nuova brillante idea.
Spinse via la scatola, lontano, sollevando un mare di polvere che lo fece starnutire. Poi si chinò, e
sollevò quel coso con delicatezza. Pensava che avrebbe potuto disintegrarsi da un momento all’altro,
come la grossa falena della Stanza Rossa. Ma c’era solo polvere. La scrollò via. È davvero grosso. E
vecchio, pensò. Per un attimo, Hooper si convinse a cambiare idea, poiché lui stesso ne era un po’
spaventato. Lo reggeva, tenendolo con cura, e a debita distanza da sé. Poi trovò una scatola di vecchie
magliette al rovescio. Ne prese una e ve lo avvolse all’interno. Il tessuto era impregnato di uno strano
odore.
Lasciò la mansarda.
Kingshaw si svegliò. La camera era immersa nel silenzio. Forse lo aveva sognato.
Si rimise disteso, gli occhi serrati, e pensò alle possibili ragioni per le quali Hooper si era assentato
per il resto della giornata. Aveva atteso di vederlo avvicinarsi e dire: Adesso devi andare nel ceduo, io
me ne andrò alla finestra e ti terrò d’occhio. Devi andare fin dentro; se non lo farai…
Ma Hooper non era venuto.
Kingshaw pensava che Hooper non era davvero avvezzo a fare bullismo. Ci prova, si disse, sta solo
imparando. Non era come i soliti bulli che aveva conosciuto a scuola. Con loro riusciva a cavarsela in
qualche modo. Quelli erano dei sempliciotti, trasparenti: prevedeva le loro mosse. A ogni modo, adesso
non lo infastidivano più così tanto; e poi, sapeva come comportarsi con loro: aveva i suoi metodi.
Hooper, invece, era imprevedibile. Furbo. Creativo.
Si udì un suono provenire dal pianerottolo, fuori, una sorta di strascichio di passi. Ma Warings era
quel genere di casa: si muoveva, scricchiolava; era vecchia e le porte e le finestre non si chiudevano
bene.
Kingshaw voltò la testa e aprì gli occhi per guardare la sveglia. Non gli piaceva aprire gli occhi in
quella stanza, di notte: non riusciva a smettere di pensare al nonno di Hooper, morto in quel letto.
Ciò che vide dapprima però non fu la sveglia. Un leggero bagliore lunare penetrava dalla finestra
illuminando la stanza, e rivelò una sagoma sul suo letto, verso la pediera. Non riusciva bene a
distinguerne le fattezze. Si mise in ascolto. Qualcuno doveva essere entrato nella stanza, ma non udiva
alcun rumore, adesso, provenire da fuori alla porta.
Fammi accendere la luce, pensò. Non devo avere paura: devo vedere! Tuttavia non osava allungare la
mano. Al contrario, se ne stava disteso, gli occhi spalancati. Tutto era immobile. Lui era immobile.
Eppure doveva vedere, doveva sapere.
Fa’ che io… Fammi riuscire ad accendere la luce!
Allungò la mano sinistra e tastò in cerca dell’interruttore, lo trovò e lo premette prima di fermarsi e
cambiare idea. Guardò.
Si rese subito conto che il corvo non era vero, che era morto, impagliato. In qualche modo, questo lo
rendeva anche più spaventoso. Il becco stringeva le lenzuola. Era enorme.
20

Kingshaw rimase disteso, irrigidito, ma non urlò, non emise alcun suono. Era ammutolito e sul punto
di svenire dalla paura, anche se il suo cervello era ancora lucido. Sapeva bene chi lo aveva messo lì;
sapeva che Hooper era ancora in attesa nel corridoio: doveva aver visto la luce accesa. Hooper voleva
che lui si spaventasse, urlasse e si mettesse a piangere chiamando la mamma. Ma lui non fece nulla di
tutto ciò. Non c’era nulla, assolutamente nulla, che poteva fare. Avrebbe voluto sollevare in fretta la
gamba dal letto, scalciare via il corvo e gettarlo a terra, lontano dalla sua vista, non averlo lì, a fare
pressione sulla gamba. Ma se avesse fatto il movimento errato, avrebbe potuto farlo cadere nella
maniera sbagliata, forse più vicino a lui. E non avrebbe mai avuto il coraggio di toccarlo con mano.
Doveva spegnere la luce. Hooper attendeva impaziente, in ascolto. Kingshaw riuscì a spegnerla, alla
fine, ma non osava rimettere la mano sotto le lenzuola. Rimase disteso con gli occhi serrati, e un ardente
bruciore alla vescica. Temeva di bagnare il letto, ma non poteva fare niente, niente. In fine, nelle prime
ore del giorno, riuscì ad addormentarsi.
Quando si risvegliò erano solo le sei del mattino. Il corvo sembrava ancor più finto, eppur più grosso.
Rimase in attesa di vedere il becco spalancarsi, con la sua bocca scarlatta; si aspettava che si sollevasse
e che si fiondasse contro di lui, in picchiata, in direzione degli occhi. Che idiozia, pensò. Che idiozia! È
solo uno stupido uccello della malora. Tirò un lungo sospiro, chiuse gli occhi, arrotolò le coperte, e si
alzò. Poi, corse via. Rimase chiuso in bagno per un bel po’. La casa era ancora addormentata.
Si chiese cosa avrebbe potuto fare con quell’essere, anche se forse avrebbe potuto semplicemente
disfarsene. Adesso, alla luce del giorno, avrebbe avuto ancor più paura a toccarlo a mani nude, ma non
avrebbe detto a nessuno della sua presenza in camera sua. L’avrebbe lasciato stare lì dov’era, sul
pavimento di fianco al letto, notte dopo notte, fino a quando Mrs. Boland non fosse venuta a fare le
pulizie e lo avesse rimosso.
Quando tornò in camera, però, il corvo era sparito.
Hooper riportò l’animale su in mansarda. Sapeva che Kingshaw si era svegliato durante la notte,
aveva acceso la luce e non aveva fatto più nulla, perché non c’era stato alcun rumore. La luce era stata
di nuovo spenta. Era seguito il silenzio. Alla fine Hooper si era rimesso in piedi e aveva fatto ritorno in
silenzio in camera sua, intirizzito dal freddo.
A colazione, lo fissava di continuo, cercando di cogliere lo sguardo di Kingshaw. Kingshaw non lo
guardò, e non parlò.
Sul fondo della confezione di cereali c’era un modellino in plastica di un sottomarino. Bastava
immergerlo in una vasca d’acqua e sapone, e sarebbe tornato a galla su una scia di bolle. Fu Kingshaw a
raggiungere il fondo della confezione. Tirò fuori la bustina di plastica idrorepellente e ne scartò il
sottomarino. Hooper attese.
Kingshaw esaminò accuratamente il modellino. Lesse le istruzioni che vi erano allegate su una
fascetta in gomma. In seguito lo ripose sul tavolo, lontano da lui, e riprese a mangiare i suoi cereali,
senza alzare lo sguardo.
«Va tutto bene», disse Hooper: «puoi tenerlo, se vuoi». Gli sfoggiò un sorriso dolce.
Kingshaw sollevò lentamente il capo e fulminò Hooper con un’occhiata carica d’odio. Poi, riprese a
mangiare. Il sottomarino di plastica rimase, senza essere toccato, lì sul tavolo.
«Be’, è bello vederli andare così d’accordo, tutto sommato», disse Mr. Joseph Hooper a Mrs.
Kingshaw, qualche istante dopo, quando i ragazzi avevano lasciato la stanza. «Credo che abbiano fatto
amicizia».
Hooper lo vide arrivare dal viale. Di colpo si incamminò dal selciato verso il prato, e camminò con
attenzione lungo il perimetro, fino a quando non si fu avvicinato a lui di qualche metro.

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Kingshaw se ne stava con le mani accoppate intorno al viso tentando di spiare attraverso la finestra
l’interno della Stanza Rossa. Hooper attese cercando di non venire riflesso nel vetro. Kingshaw si
sbilanciò un poco, essendosi messo sulle punte dei piedi.
«Cosa stai spiando?».
Si voltò di colpo. Hooper gli stava venendo incontro.
«Non ci puoi entrare, è chiusa a chiave. È la Stanza Rossa, ed è privata. Mio padre conserva la
chiave».
«Per quale ragione? C’è solo un sacco di vecchi libri e pesci morti».
«È quello che sai tu».
«Cos’altro allora?».
«Roba di valore, te l’ho già spiegato. Cose che non avrai mai nemmeno visto».
Kingshaw era curioso, aveva cercato di immaginare cosa potessero contenere quelle teche di vetro.
Però non gli piaceva l’aspetto della Stanza Rossa, e nonostante tutto non credeva di volerci davvero
entrare. Si allontanò dalla finestra.
«Vuoi che te la faccia vedere?»
Kingshaw scrollò le spalle. Pensò: non devo far capire a Hooper quel che penso davvero, mai,
riguardo a niente. Non voleva andare in quella stanza.
«Possiamo andarci insieme dopo cena», concluse Hooper.
Kingshaw se ne stava nel salone di ingresso, in piedi ad aspettare. Hooper non era ancora arrivato.
Forse era meglio così; magari se ne era dimenticato, o aveva cambiato idea e non sarebbe venuto.
Kingshaw stava per andarsene.
«Ora ho la chiave», disse Hooper, giungendo alle sue spalle.
Era buio pesto nella Stanza Rossa. Oltre le finestre il cielo era di un grigio acciaio, e la pioggia
cadeva incessante. I rami degli alberi di tasso si piegavano sotto la sua violenza.
Kingshaw fece solo qualche passo all’interno della stanza, poi si arrestò. Sapeva che sarebbe stato
così, che non gli sarebbe piaciuta. Stagnava un puzzo di morte, e le scarpe scricchiolavano debolmente
sul pavimento di legno lavorato. Hooper stava di fianco alla porta, con le chiavi in mano.
«Avanti, su», disse con voce sottile, «ti tocca guardare, adesso. Dovresti considerarti fortunato per
essere stato guidato qui da me. Avanti!».
Kingshaw si fece coraggio e mosse alcuni piccoli passi verso la prima teca di vetro. Trattenne il
respiro disgustato.
«Falene!».
«Tutti i tipi di falena del mondo!».
«Chi… Da dove sono state prese?».
«Mio nonno. Non hai mai sentito parlare di lui? Sei tarato, eh! Mio nonno è stato il più famoso
collezionista al mondo. Ha scritto ogni sorta di libro sulle falene».
Kingshaw non sapeva cosa fosse peggio, le falene vive, con le loro vibranti ali variopinte, o queste
falene, schiacciate e infilzate con un ago, morte. Si riusciva a vedere gli occhi schizzati fuori, e le
venature delle ali. Sentì un prurito dietro al collo. Fin da piccolissimo aveva sempre avuto paura delle
falene. Entravano in camera sua, di notte, quando lui e la mamma vivevano ancora a casa loro; e suo
padre gli aveva sempre fatto tenere una finestra aperta. Così lui se ne stava a letto, al buio, e udiva il
soffice sfarfallio delle ali contro le pareti o i mobili, e poi il silenzio. Se ne stava in attesa, temendo che
una di esse si avvicinasse e gli si posasse sul viso. Falene!
Hooper gli si avvicinò di soppiatto.
«Apri una di queste teche», lo esortò. «Hai il mio permesso». E gli porse una piccola chiave.
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«No».
«Perché no?».
«Io… Le vedo bene da qui, ecco».
«Sì, ma non puoi toccarle, così. Devi toccarle».
«No».
«Perché no? Il poppante fifone ha paura delle falene!».
Kingshaw rimase in silenzio. Hooper avanzò, infilò la chiave nella serratura e spinse in alto il pesante
coperchio di vetro.
«Prendine una».
Kingshaw si fece indietro. Non ne avrebbe mai toccata una, per nulla al mondo; né voleva che lo
facesse Hooper.
«Cosa c’è, piccolino?».
«Niente. Non voglio toccarle, questo è quanto».
«Non ti faranno male».
«No!».
«Sono morte, vedi? Sono morte da molto, molto tempo».
«Sì».
«Di cosa hai paura? Ti spaventano le cose prive di vita?».
«No».
Kingshaw continuava ad arretrare. Voleva solo uscire dalla stanza. Se Hooper lo avesse afferrato e
avesse tentato di fargli toccare con mano una delle falene, lui avrebbe opposto resistenza, non importa
quanto avrebbe dovuto combattere.
«Vieni qui a guardare, Kingshaw».
«Non voglio!».
«Beh, io le tocco. Ne prendo una, e la tengo in mano. Io posso fare tutto».
«Non dovresti».
«Perché no?». Hooper lo scrutava in volto, curioso. «Perché?».
«Potresti danneggiarla. Se davvero valgono così tanto, ti cacceresti nei guai, no?».
Immaginò il corpo peloso della falena contro i polpastrelli di Hooper. Si vergognava di avere così
tanta paura, ma non poteva farci niente. Voleva solo uscire da lì, non vedere più quelle orribili falene
morte. Hooper lo osservava.
Ci fu un momento in cui entrambi si scambiarono sguardi in silenzio. Poi, Hooper sfrecciò di lato e
sorpassò velocemente Kingshaw senza preavviso, e in un attimo era fuori: girava con decisione la
chiave nella serratura. Dopo un po’ i suoi passi riecheggiarono giù nel salone. Una porta si chiuse da
qualche parte, sbattendo.
Immediatamente Kingshaw si precipitò alla finestra, cercando di evitare di far cadere il suo sguardo
sulle falene. La pioggia adesso si riversava sul prato, sugli alberi di tasso, battente, sui vetri della
finestra. Era ben prima delle nove, ma già si era rabbuito il cielo, a causa delle dense nuvole scure.
Le finestre erano serrate. Gli ci volle parecchio tempo per tirar su il ferro arrugginito. Gli si spezzò
un’unghia su di un lato. Le maniglie delle finestre erano sudice. Non osava volgere lo sguardo
all’interno della stanza, verso quei corpi rigidi di animali, e ai pesci morti, e alle file di falene
schiacciate sotto i loro coperchi di vetro. Strattonò e cercò invano di sollevare le alte finestre della
stanza fino a sentire la pressione sulle braccia e nella cavità della spalla, e il petto dolorante. Non riuscì
a smuoverle, nessuno le aveva aperte per anni. Tuttavia continuò a provarci, anche molto dopo aver
compreso che era inutile: fintanto che rimaneva rivolto verso la finestra non avrebbe dovuto voltarsi
verso l’interno della stanza muta. Alla fine si arrese, e cominciò a piangere per la rabbia.
23

Dopo un po’, cominciò a pensare: sono solo le otto circa, sono tutti ancora in piedi, se mi metto a
urlare dovranno venire a salvarmi. Ma lui sapeva che non avrebbe urlato. Non avrebbe fatto niente che
facesse assaporare a Hooper la vittoria. Alla fine sua madre sarebbe pur sempre andata a letto, e a quel
punto avrebbe bussato forte contro la porta per farsi sentire, e qualcuno lo avrebbe trovato. Bisognava
solo attendere, tutto qui.
Si mise a sedere sul davanzale della finestra. Se solo Hooper fosse tornato allora, lo avrebbe… ma
non riusciva a immaginare cosa gli avrebbe fatto. La zuffa con Hooper il primo giorno lo aveva
traumatizzato, anche se non era stato lui a rimanere ferito.
Un’esplosione di pioggia si abbatté contro la finestra.
Guardando fuori sul prato vedeva le ombre degli alberi di tasso, scossi dal vento. Pensò subito a delle
figure umane, nascoste nell’ombra, acquattate, che lo spiavano, in agguato. I rododendri erano
ammassati nelle forme più disparate su ambo i lati del viale. Non osava continuare a guardare, voltò la
schiena al giardino e camminò nei recessi ombrosi della stanza.
Dovrei accendere la lampada a stelo e cercare negli armadi un libro da leggere, pensò. Non devo
comportarmi da moccioso. Quando passeranno di quà li chiamerò, tutto qui. Ma non avrebbe fatto il
nome di Hooper.
Sapeva che la lampada avrebbe generato ombre, ma solo nell’angolo più remoto della stanza, vicino
alle librerie, il resto sarebbe rimasto solo parzialmente immerso nell’ombra. Credeva che non ci avrebbe
fatto caso se si fosse seduto vicino ai libri, nel cerchio di luce della lampada….
Era di vitale importanza per lui non cedere di fronte a Hooper, anche se solo lui avrebbe saputo che
lo aveva fatto. Era la cosa più importante.
Kingshaw sollevò la mano per accendere la lampada a stelo. Quando la luce si fu accesa una falena
emerse dall’ombra, strofinandosi sulla mano mentre si alzava in alto, e cominciò a svolazzare nel
bagliore di luce.
Alla fine arrivarono, attraversando l’ingresso per andare alle scale, ridevano. Li chiamò. Loro
aprirono la porta.
Allora disse in tono asciutto: «Sono rimasto chiuso dentro».
Sua madre rimase attonita, corrugando la fronte mentre si voltava verso Mr. Hooper in cerca di
supporto. Mr. Hooper fece qualche passo e si avvicinò a Kingshaw.
«Sto bene», gli disse. «Va tutto bene. Sono solo rimasto chiuso dentro. Buonanotte». E corse via su
per le scale prima che potessero attaccare con le domande. In bagno si sentì terribilmente male.
L’indomani Hooper si giustificò dicendo: «È stupido. Perché allora non ha urlato? Non sapevo fosse
lì. Non so mai cosa fa Kingshaw».
Kingshaw non faceva altro che pensare: non può durare per sempre. Perché in fondo il tempo sarebbe
trascorso e non ci sarebbe stata più quella orribile casa, niente più Hooper. Bisognava solo aspettare, e
trovare qualcosa da fare. Non voleva pensare alle prossime vacanze. Per allora tutto poteva cambiare,
avrebbero vissuto altrove. Da quando suo padre era morto le cose erano cambiate, e spesso anche. Una
volta, avevano vissuto in albergo. Lo aveva odiato.
Di notte, diceva: mio Dio, fa’ che Hooper ci disprezzi, che non sia felice di averci qui, che ci mandi
via. Anche se si chiedeva cosa sarebbe stato di loro dopo, se mai il luogo successivo sarebbe stato anche
peggio.
Pensava alla scuola. Lì, si sentiva a casa: lo conoscevano tutti, lui era diventato la persona che tutti
volevano. Era al sicuro. Il primo giorno in cui era arrivato, quando la macchina si era fermata di fronte
al Primo Blocco, aveva avuto la certezza che tutto sarebbe andato per il meglio, che quello era ciò che
voleva. Parecchi altri bambini piangevano, e le loro mamme, pallide in volto, stringevano le loro
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manine. Lui non aveva pianto. Aveva voluto entrare e guardarsi intorno, vedere le porte e la coperta del
letto, sentire tutti gli odori. Si era sentito teso per l’emozione. Poi, sentendo il selciato sotto i piedi,
avrebbe voluto dire alla madre: va’ pure, va’ via, così che tutto possa avere inizio.
«Com’è coraggioso!», aveva ammesso la madre di qualcuno.
«Oh, ma non sempre loro mostrano tutto. Lui si sta trattenendo. Ha solo sette anni, e questa non è
l’età, assolutamente no».
«Charles è un bambino molto sensibile», aveva detto Mrs. Helena Kingshaw. «Eppure… Sì, mi
chiedo spesso se stiamo facendo la cosa giusta per lui, se non sia troppo piccolo…».
Ma l’avevano fatta, oh sì che l’avevano fatta, pensava Kingshaw, toccando lo stemma in rilievo sulla
sua giacca. Era tutto a posto, era ciò che voleva. Anche se fosse stato diverso, non avrebbe saputo
immaginarlo altrimenti.
La terza settimana del trimestre, era stato malato. Si trovava in una stanza speciale, e tutti erano
venuti a trovarlo quando volevano, e riceveva tutti i libri e i biscotti e le bibite che chiedeva. Il soleva
risplendeva dalla finestra sul suo letto. Va tutto bene, pensava. Questo è il posto ideale dove stare.
Quando si alzava poteva andare a casa del preside a guardare la tv e mangiare frutta.
Aveva scritto a casa: Mi piace molto qui, è magnifico.
«È davvero un bambino coraggioso», si era detta Mrs. Kingshaw, leggendo la lettera e versando
qualche lacrima.
In quella scuola, l’aveva pregata Kingshaw. Fammi restare alla St. Vincent, per sempre. Per sempre.

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CAPITOLO QUATTRO

Una settimana più tardi, Kingshaw trovò la stanza. Hooper era andato a Londra per un giorno, con suo
padre.
Era sita nel corridoio dell’ultimo piano, nell’ala est della casa. Nessuno ci dormiva. Della stanza gli
piacevano le dimensioni minute e il fatto che non sembrava avere alcuna funzione particolare. Aveva
una finestra che si affacciava sul campo che conduceva al villaggio. C’erano anche una sedia bassa,
riccamente imbottita, senza braccioli, ricoperta di uno sbiadito tessuto a tema floreale, e un tavolo
rettangolare posto sotto la finestra. Il tavolo aveva un cassetto, e dietro c’era una sedia di vimini. Sul
lato opposto della stanza, alla parete, vi era una credenza con le ante in vetro, all’interno vi risiedevano
delle bambole, decine di piccole bambole, tutte femmine, fatte di fil di ferro ricoperto in lana, come dei
sottili scovolini, con i volti ricamati a mano. Le vesti, la crinolina e i veli che indossavano erano tutti
sbiaditi in tonalità di beige e grigio e seppia, e i volti erano quasi del tutto consumati.
Kingshaw aveva aperto le ante ed esaminato le bambole, prendendole una alla volta. Ne sollevò le
gonne e rivelò sottane e culottes, finemente ricamate sul corpo in lana nera, allo stesso modo dei volti.
Gli piacevano. Gli piaceva la sensazione che provava tenendole tra le mani. Le poggiò tutte sul tavolo e
si mise a guardarle.
Forse, un tempo, quella era stata la cameretta di una bambina, ma non gli sembrava plausibile. I
mobili sembravano essere stati scaricati lì senza un criterio logico, dopo aver assolto al loro dovere in
una diversa area della casa. La stanza non aveva particolare carattere, e quindi pensò di potersene
appropriare. In fondo odiava la camera che gli era stata assegnata; vi si recava solo per dormire. Spostò
il kit di costruzione del modello del galeone spagnolo nella nuova stanza e si mise a lavorare lì. La porta
era provvista di serratura. Se Hooper poteva chiudersi in camera da solo, perché non avrebbe dovuto
fare anche lui lo stesso? Era un modo per difendersi.
Non gli dispiaceva stare da solo, ci era abituato, e poi solo con se stesso era al sicuro. Tutti gli altri
erano imprevedibili. Non gli era mai mancato suo padre. Ma aveva davvero un mucchio di tempo libero;
e quando avesse completato il modellino avrebbe dovuto pensare a cos’altro fare. Quella mattina era
giunta una lettera da parte dei Devereux, da Norfolk:
Viaggiamo ogni giorno in barca. C’è il sole. Ci sono tante persone qui e barche ben potenti. Sto
imparando un sacco su di loro. A presto!
Avrebbe tanto voluto andare con i Devereux. Glielo avevano chiesto: Mrs. Devereux gli aveva
scritto una lettera, e anche altri glielo avevano chiesto; avrebbe potuto andare con i Broughron-Smith in
Italia. Ma al tempo stavano per arrivare a Warings. E poi, sua madre aveva detto che non le piaceva
l’idea di viaggiare per mare, né il pensiero di andare all’estero, o che lui se ne andasse quando già lo
vedeva così poco. Tu sei tutto ciò che mi è rimasto, gli aveva detto una volta. Lui si era voltato
imbarazzato: odiava sentirsi dire quelle cose.
Sapeva che Hooper cercava di capire dove fosse adesso. Ma lui si stava facendo furbo. Non si srebbe
fatto seguire. Poteva aspettare che Hooper andasse al bagno, oppure poteva dirgli che qualcuno lo
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cercava da qualche parte, Mrs. Boland per esempio, o suo padre. Altrimenti avrebbe semplicemente
corso nella direzione opposta alla sua, filando per i corridoi, entrando in diverse camere e
nascondendosi, in attesa, per far perdere le sue tracce. Era incredibile quante volte avesse già
funzionato, ma non sarebbe durato a lungo.
Sapeva di odiare semplicemente Hooper, adesso. Tutto qui. Non aveva mai odiato nessuno prima, e
ne sentiva il forte sapore in bocca, era sorpreso dalla sua intensità. Gli era sempre stato detto che odiare
è una brutta cosa, ma aveva a stento prestato attenzione, perché gli sembrava un’emozione che non lo
avrebbe mai riguardato. Voleva bene a molte persone. Anche se non gli piaceva Crup, per esempio –
che non piaccia una persona però non significa che la si odi; e poi sapeva come affrontare Crup, adesso.
Invece, dopo i primi giorni, aveva constatato che ciò che provava per Hooper era odio. Era spaventato
da quel sentimento, voleva che svanisse, ma sapeva che non lo avrebbe mai abbandonato, non finché
fosse rimasto in quella casa, con Hooper.
Allora pensò: forse non devo per forza restare qui con lui. Posizionò il pezzetto di plastica al proprio
posto, sovrappensiero.
Sul treno di ritorno da Londra, Joseph Hooper esordì:
«Spero che tu vada d’accordo con il piccolo Charles Kingshaw, adesso.Ultimamente non vi ho visto
parecchio in giro insieme».
Hooper alzò gli occhi da Il Flagello del Mostro della Palude.
«Be’, non posso farci niente se si rinchiude in camera sua».
«In camera sua?».
«Da qualche parte. In una stanza o l’altra. Che ne so, io?».
«Mi sembra un comportamento molto strano. Per quale ragione, cosa fa?».
Hooper scrollò le spalle.
“Lentamente, senza remora, retta da piedi giganteschi, l’enorme bestia avanzava. Il puzzo di palude
la attorniava e la melma sulla pelle squamosa era un fango risalente all’alba dei tempi. Il sangue e la
morte di cui era assetata…”
«Devo parlarne con sua madre».
Il treno attraversò alcuni stazionamenti.
«Ma immagino sia così perché è un po’ timido. Cerca di capirlo, Edmund; questo tipo di amicizie è
sempre basato sul dare e il ricevere. È una lezione che spero tu impari presto nella vita. E poi, tieni a
mente che lui non ha un padre».
Hooper sollevò brevemente lo sguardo, inarcando il sopracciglio.
Mr. Hooper tossì, si voltò di lato, e si rigirò nel posto a sedere. Chissà, pensò, forse lui ricorda
davvero qualcosa di sua madre. Non si può leggere nella mente dei bambini. Era a disagio per la propria
mancanza di perspicacia. Cercò di trovare qualche indizio nel volto del figlio che potesse fargli capire
cosa gli passasse per la testa, ma c’era solo il vuoto. Non ricordava nulla di se stesso a quell’età, tranne
che disprezzava suo padre.
Ma ci sono passato anch’io, disse a se stesso, e direi che ne sono uscito abbastanza normale, e che,
nonostante tutto, non c’è nulla che non va in me. Non permetterò ai sensi di colpa di assalirmi. Edmund
sarà un ragazzo in salute come tutti gli altri. Non avrò nulla da rimproverarmi.
Guardò l’imbrunirsi della campagna e poi, dopo un po’, tornò alla sua rivista, più concentrato. Si
sentiva più leggero.

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Edmund Hooper guardava il dito scorrere sulla striscia a fumetti, quella pelle raggrinzita e la cresta
rovinata dell’unghia. Immaginò come sarebbero state le sue mani in un unico blocco di pelle, se non ci
fosse stata una spearazione tra le dita. Le dita erano qualcosa di strano, ma era incredibile pensare a
quante cose non avrebbe potuto fare senza. Al di sotto della mano vi erano le raccapriccianti
raffigurazioni del Mostro della Palude.
Domani scoprirò cosa combina Kingshaw, pensò. Lo aspetterò ed entrerò in ogni stanza della casa,
una dopo l’altra, con discrezione. Non gli andava a genio il pensiero che quel ragazzo potesse in qualche
modo sfuggire al suo controllo, che prendesse delle iniziative. Era lì da appena tre settimane!
Non se lo aspettava: Kingshaw non era affatto quel tipo di ragazzo. Hooper vedeva chiaramente che
lui non era abituato a essere tormentato e disprezzato e respinto. Per un po’, all’inizio, ne era rimasto
attonito, sorpreso: indietreggiava, domandandosi come reagire. Ma era intelligente, aveva imparato a
difendersi bene, ora.
Dopo la faccenda del corvo impagliato, Hooper aveva malvolentieri nutrito del rispetto per lui, ma se
l’era rimangiato, furioso, il mattino successivo, quando Kingshaw lo aveva deriso. E adesso aveva
cominciato a isolarsi da qualche parte in casa, una camera che Hooper non sapeva fosse diventata la
fortezza di Kingshaw.
Joseph Hooper gli diceva:
«Dovreste entrambi approfittare del bel tempo per andare a fare una gita, non manterrà a lungo. Non
ricordo di essere mai stato con le mani in mano, qui, durante le vacanze estive quando io avevo la tua
età».
Anche se ricordava che gli veniva raramente concesso di andare oltre il giardino sul retro. Gli
dicevano: le bimbe ti seguirebbero, e accadrebbe di sicuro qualche incidente. Ma non era per questo. Era
stato convocato da suo padre ad andare a sedersi nella Stanza Rossa e osservare le falene nella fiala dei
veleni, a sentire l’odore di vecchi libri e di donnole impagliate, e guardare i raggi del sole diramarsi su
tutto il giardino, da dietro quelle alte finestre.
Osservandolo adesso, capì cos’era di suo figlio che tanto gli ricordava il se stesso di quegli anni. Era
pallido. I ragazzi del villaggio di Derne andavano sempre in giro seminudi, i loro corpi imbruniti come
quelli degli Indiani, durante l’estate, ma Joseph Hooper usciva di rado, e mai gli era stato permesso di
togliersi la maglietta, quindi era venuto su pallido. E ora anche suo figlio era pallido.
«Dovreste stare un po’ all’aria aperta e al sole, non sempre rintanati in casa. Non mi sembra un
andamento salutare. Insisto che usciate in giardino domani, dopo aver fatto colazione».
Hooper sollevò il fumetto fino a coprirsi il volto. Gli avrebbe voluto urlare: non voglio fare nessun
gita, non voglio fare niente né andare da qualche parte con Kingshaw!, ma non disse nulla,
domandandosi se non sarebbe stato proprio Kingshaw a rifiutarsi di andare con lui. Pensava di averlo
spaventato abbastanza, ormai.
Il treno rallentò all’interno del tunnel. A Warings, Kingshaw andò a letto presto e rimase sveglio nel
buio, progettando piani. Andrà tutto bene, si ripeteva; so cosa devo fare. Non durerà ancora a lungo.
Fece piani per molto tempo, quasi una settimana. Tutto era stato stabilito, eccetto il giorno. Doveva
trovare quello giusto. Ma, tanto per cominciare, era più dura di quanto pensasse far coincidere le due
cose. Lui era un metodico calcolatore, e procedeva con cautela.
Fintanto che avesse agito come aveva sempre fatto, e non avesse compiuto azioni che non ci si
aspettava da lui, Kingshaw sapeva che sarebbe stato preso sul serio. Anche se lo faceva per se stesso;
solo, non gli importava cosa avrebbero pensato gli altri. Non gli sovvenne l’idea che potesse fallire,
eppure falliva spesso nelle altre cose. In fondo sarebbe stato solo un’azione qualunque, e loro

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l’avrebbero accettata per quel che era. Non gli sembrava una cosa bizzarra da pianificare, e non certo un
gioco. Era necessario, ecco tutto. Non era né coraggioso, né superficiale.
Quando ebbe pronte tutte le sue cose se le portò nella nuova stanza con le bambole, chiudendo la
porta e togliendo la chiave dalla serratura ogni qual volta si allontanava. Anche se, ormai, adesso era
sicuro di essere stato scoperto da Hooper. Era solo questione di tempo.
Un giorno, pioveva ininterrottamente, Mr. Hooper lo fermò, mentre era sulla scala principale.
«Ah, eccoti. Ti stavo cercando».
Kingshaw si fermò. Sua madre gli aveva detto: Comportati in maniera educata con Mr. Hooper. È
stato molto gentile con noi fin da subito. Ci tiene a occuparsi di te, Charles; mi ha già parlato della tua
istruzione e del tuo futuro. Le brillavano gli occhi, i bracciali le scorrevano su e giù lungo il braccio.
Non rovinarmi questo momento, sembrava voler dire, non privarmi di questa possibilità. A Kingshaw
non piacevano questo suo nuovo entusiasmo e la sua speranza, ora che era a Warings.
Era cambiata parecchio.
Devi essere educato verso Mr. Hooper. Ma non gli veniva in mente mai niente da dire.
«Dov’è Edmund?».
«Forse in… Non lo so, non l’ho visto».
Mr. Hooper si sporse un po’ in avanti, indossò una giacca blu scuro, e prese a lisciarsi i radi capelli
con la mano. Aveva una bocca stretta e piccola.
«Bene. Ho due cose per voi, le ho trovate questa mattina. Ho trovato delle pedine da dama e un
tavolo per il biliardino. Le pedine sono alquanto atipiche, di valore, dovevano essere… ma immagino
non ti interessino queste storie. Dovresti andare a cercare Edmund, così potrei portarvi queste cose. C’è
un tavolo nel salotto dell’ala nord, potreste andare lì».
Kingshaw si trascinò lentamente su per le scale. Mr. Hooper può dirci tutto ciò che vuole perché mia
madre viene pagata per lavorare per lui, e questa non è casa nostra, pensava. Mi toccherà andare in
salotto a giocare al biliardino con Hooper.
«Oh, è gentile da parte sua! Che bella idea!», esclamò Mrs. Helena Kingshaw, sorridendo entusiasta
nella sala per la colazione. «È proprio quel che ci vuole in un giorno di pioggia. Non hanno fatto nulla di
speciale in questi giorni, non penso che… ma ora possono giocare insieme, a questi giochi, e così
vedremo consolidarsi per davvero la loro amicizia. È un ottimo suggerimento!».
Joseph Hooper si lisciò di nuovo i capelli radi, mai come allora soddisfatto di Mrs. Helena
Kingshaw.
«Non penserai mica che me stia rinchiuso qui dentro con te?! Aspetta solo che mio padre vada via.
Non può sapere cosa farò dopo».
«Ma ci sarà mia madre. Lei lo verrebbe a sapere. Ti tocca restare con me».
A Hooper scappò un risolino di scherno.
«E cosa farai se non uscirà, se deciderà di rimanere qui per tutto il giorno invece di andare a
Londra?».
Hooper non rispose.
Kingshaw pensò, tutto a un tratto: potrebbe andare tutto bene. Potremmo continuare a giocare a dama
o altro; lui potrebbe cambiare, e potremmo perfino diventare amici. Allora io ritornerò a scuola: tutto
potrebbe andare per il meglio.
Ma si rese subito conto, guardando Hooper di spalle, che mai niente sarebbe andato per il meglio.
Non poteva certo tornare al principio, quando non voleva venire in quel luogo ma nonostante tutto
pensava che avrebbe potuto fare amicizia con Hooper! Nulla poteva cambiare: aveva già stabilito il suo
piano d’azione.
29

Dopo essersi deciso, si sentì come una grossa nuvola che si sollevi. Non poteva più farsi tentare di
lasciar perdere, nonostante si svegliasse notte dopo notte, ricordando cosa steva pianificando di fare, e
con la mente ottenebrata dalla paura. Lo avrebbe fatto a ogni costo. Non importava cosa sarebbe
accaduto tra lui e Hooper.
«È un tavolo da biliardino», disse Hooper: «è molto antico. Vale la pena di averlo, te lo garantisco».
Kingshaw vi gettò uno sguardo.
«Allora, dovremmo giocarci».
Ci fu una pausa. Le ossa alla base dell’esile collo di Hooper sporgevano da sopra il colletto della Tshirt. Kingshaw si irrigidì, al pensiero del corvo impagliato sul suo letto, e tentava di pensare a cos’altro
Hooper potesse fargli.
«Ok», disse Hooper incurante. «In effetti potremmo».
Si allungò per raggiungere il tavolo e lo sollevò. «Muovi queste pedine», lo esortò. Kingshaw esitò.
Poi eseguì: non aveva senso discutere a riguardo. Conscio ormai della sua decisione, dei suoi piani per il
futuro, poteva permettersi di restare lì, con Hooper, e giocare al biliardino. Poteva rilassarsi un po’.
A stento si scambiarono qualche parola, Hooper teneva il punteggio e così giocarono i loro turni,
estremamente concentrati. Le piccole sfere argentee si scontravano contro i chiodi. Fuori il cielo si
rabbuiò, e si intensificò la pioggia. Alla fine, Joseph Hooper non andò a Londra.
Alle undici in punto, Mrs. Helena Kingshaw entrò con dei bicchieri di latte, esclamando:
«Be’, ma che gioco splendido. Cosa è meglio di questo in un giorno di pioggia!». Parlò con voce
allegra.
I due presero le bevande e mormorarono un grazie. Non ci fu altro.
Kingshaw aveva ancora altro da portare nella stanza con le bambole. Attese fino a dopo pranzo. Ma
doveva pensare a qualcosa per farci entrare tutto.
Si guardò intorno con circospezione, sul pianerottolo e su per la prima rampa di scale. Non c’era
nessuno. E in ogni caso, se Hooper ormai era a conoscenza della stanza, non aveva più importanza,
adesso.
Tutte le porte su quel piano erano verniciate di marrone, e dopo il primo pianerottolo non c’era più
tappeto. Odio questa casa, pensò Kingshaw, la odio: è il peggior luogo in cui abbiamo mai vissuto! Dal
primo momento in cui l’aveva adocchiata, dal finestrino dell’auto, l’aveva odiata. Non sembrava
qualcosa di cui Hooper dovesse andare fiero.
Camminò lungo uno stretto passaggio buio e uscì sul corridoio. E lì vide Hooper. Era seduto a terra
con la schiena contro la porta della camera e le gambe distese in avanti. Kingshaw si inchiodò sul posto.
«Vai da qualche parte?».
«Va’ al diavolo, Hooper!».
«Dov’è la chiave? Ascolta, questa non è casa tua, sai. Chi credi di essere, per andare in giro e
chiudere a chiave le porte?».
«Sta’ zitto!».
«Non ci puoi entrare finché non te lo dico io».
Kingshaw poggiò a terra la piccola scatola che portava in mano, seccato. Hooper era davvero molto
infantile.
«Non credere che mi sposti, però. Posso restare così tutto il giorno. Anche la notte, se voglio. Posso
restare così per sempre. Questa è casa mia!».
«Perché non ti decidi a crescere?».
«Voglio sapere cosa c’è qui dentro».
«Nulla».
30

«Vuol dire che c’è qualcosa. Faresti meglio a dirmelo».
«Sta’ zitto».
«Voglio sapere per quale motivo continui a venire qui. Non credere che non sappia dove vai. Lo so
da settimane, da molto tempo».
Kingshaw rimase in silenzio. Se ne stava lontano da Hooper, col viso in ombra. Si udiva il suono
della pioggia sul tetto. In effetti avrebbe potuto far entrare anche Hooper. Lui ci sarebbe entrato
comunque, avrebbe insistito, altrimenti sarebbe rimasto lì impalato per ore intere. Non credeva di avere
buone possibilità contro Hooper. O chiunque altro. Non era codardo. Solo realistico, rassegnato. Non si
arrendeva davanti gli altri: semplicemente partiva fin dall’inizio convinto che ne sarebbe uscito
sconfitto. Significava che non avrebbe avuto sorprese, o delusioni, su niente.
Quindi, poteva di certo far entrare Hooper nella stanza e farla finita. Se proprio doveva scoprirlo, era
meglio che accadesse perché Kingshaw aveva scelto di farglielo scoprire. Ma lui aveva la situazione in
pugno, in qualche modo, e ci teneva. Hooper vinceva sempre.
Kingshaw allungò la mano nella tasca posteriore dei jeans e tirò fuori la chiave.
«Non c’è nemmeno niente qui dentro… Che stanza inutile. Cosa ci vieni a fare?».
Silenzio.
«Il galeone era già qui?».
«No».
«Lo hai fatto tu?».
«Sì».
Hooper gli si avvicinò e lo esaminò attentamente.
«Non lo hai incollato bene. Lo si vede dalle giunture».
«E allora?».
«Cadrà a pezzi, tutto qui».
«Lascialo stare, lascialo!».
«E queste cosa sono, Kingshaw?».
«Cose».
«Fai il misterioso, eh?».
«Non devo sempre raccontarti ogni cosa!».
«Guardiamo nel sacchetto».
«No, va’ via Hooper».
Si dimenò, ma Hooper alzò le mani in alto, fuori dalla sua portata.
«La aprirò, invece. Sto per aprirla. La sto aprendo adesso… la… Oh!».
«Ridammela, non ha niente a che fare con te, sono cose personali!»
«Che devi farci con i fiammiferi?»
Kingshaw si allontanò, mise le mani in tasca e prese a guardare fuori della finestra. Lascialo fare,
allora, pensava. Dietro di lui Hooper rovistava all’interno del pacco strappando a metà la carta del
sacchetto. Ripose il contenuto sul tavolo.
«Hai rubato tutto questo! Ladro, ladro, ladro!».
«Non ho rubato!».
«Non avresti potuto comprarli».
«Sì, invece!».
«Bugiardo!».
«Be’, non ho comprato i fiammiferi».
«Dove li hai presi, allora?».
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«Erano…».
«Allora?». Hooper gli si avvicinò e gli sbatté il volto dinanzi al suo, minaccioso.
«Allora?».
«Erano in giro. Credo li abbia comprati mia madre».
«Io credo di no, ladruncolo. Niente in questa casa è tuo, appartiene a noi; e se lo prendi, quello è
rubare. Sei un ladro».
Hooper si fece improvvisamente indietro quando Kingshaw si inarcò in avanti per colpirlo, e il colpo
andò a segno nel vuoto. Hooper continuò a fissare gli oggetti sul tavolo, mettendo il cervello in moto.
Tutto a un tratto gli si illuminò il volto, sgranò gli occhi, e arrossì visibilmente, eccitato, quando elaborò
la risposta.
«Tu vuoi…».
Si interruppe e fissò Kingshaw. Poi si lasciò sfuggire un lungo fischio.
«Astuto!».
«Tu non sai niente, proprio niente. E pensi forse che te lo direi?».
Il volto di Hooper esprimeva un oscuro entusiasmo.
«So perché lo stai facendo. È a causa mia! Hai paura di me, Kingshaw! Sei il piccolo fifone, cocco di
mamma. E non sai cosa io potrei farti. Potrei farti di tutto. Ecco perché!».
«Non essere sciocco!».
Ma Hooper rideva, sapeva che quella era la verità. O parte di essa. Perché c’era più di questo, adesso,
oltre alla sola paura di Hooper: c’erano molte altre cose, ben peggiori.
«Potrei farmelo scappare».
«E cosa diresti? Non ho detto niente, non sai di cosa si tratta».
Calò il silenzio. Kingshaw vide che Hooper faceva avanti e indietro nel tentativo di capire come
trarre vantaggio dalla situazione. Sapeva che ciò che Kingshaw sosteneva era in parte vero. Non aveva
detto niente, e se lui ne avesse parlato con Mrs. Kingshaw o con suo padre avrebbero solo riso di lui.
Aveva posizionato tutti gli oggetti in due file perfettamente uguali, come un’esibizione da museo, e
le prendeva una alla volta per osservarle, pensieroso. Non c’è nulla che lui possa fare, pensò Kingshaw:
non cambierà niente, solo per ciò che Hooper sa. Andrà tutto bene, non dovrò stare più qui.
Hooper esordì, guardando Kingshaw di sbieco, da dietro le ciglia: «Verrò con te».
Kingshaw sapeva che era serio su ciò che diceva. Ci pensò su per l’intera settimana, continuò a
ricordare la voce di Hooper, e il suo sorriso ambiguo. Lui correva per cercare di allontanarsi da Hooper
– era la sua unica strada. Fintanto che restava lì, le cose sarebbero solo andate peggio: Hooper avrebbe
potuto fare qualsiasi cosa, e lui avrebbe dovuto ricambiare, pronto a difendersi. Non c’era modo di
sapere quando sarebbe finita. Hooper non lo voleva qui; ebbene, lui non ci sarebbe rimasto.
Si era reso presto conto che non c’era possibilità di tregua tra di loro. L’uno aveva evitato l’altro, si
erano isolati. Ma questo era soltanto l’inizio, in attesa di ulteriori sviluppi, non poteva certo durare a
lungo! Perfino se fosse successo a scuola, le cose sarebbero potute andare meglio, avrebbero potuto
essere protetti dalla folla. Qui no.
Sapeva di aver fatto ciò che poteva per difendersi al meglio da Hooper. Non se la cavava bene,
continuava a perdere e perdere, non ce l’avrebbe mai fatta. Hooper era subdolo. E lui odiava Hooper.
Ma c’era dell’altro. Il modo in cui sua madre era così raggiante e desiderosa di piacere a Mr. Hooper,
totalmente priva di orgoglio. Non gli piaceva guardarla in quello stato. Lui era orgoglioso. E poi c’era la
casa, Warings, con la sua tetraggine e la sua arcana natura, e il suo odore strano. Aveva paura, quando
era lì.

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Non andava più bene, perciò se ne sarebbe andato. Gli appariva una cosa semplice. Aveva una
mappa, aveva riflettuto a lungo. Tutto era pianificato. Solo che adesso Hooper gli aveva detto che lo
avrebbe seguito. Avrebbe atteso, e sarebbe stato a spiare e ad asoltare: non c’era modo di scappare da
quella casa senza che lui lo venisse a sapere. E avere Hooper al suo fianco, a tormentarlo e prendersi
gioco di lui, a snervarlo, era quanto di peggio potesse immaginare. Anche peggio di andare via da solo.
Joseph Hooper si sentiva un uomo nuovo. Progettava di chiamare i decoratori e ripulire le mansarde,
persino di dare un ricevimento domenicale per un aperitivo mattutino, dando inizio alla sua era di
Padrone di Warings. Sarebbero arrivati i suoi amici da Londra; avrebbe anche contattato i vicini nella
regione, e consolidato la sua posizione in quell’area.
«Mi hai portato via un peso che gravava su di me», disse a Mrs. Helena Kingshaw. «Mi hai donato
una nuova forza. Non mi sento più tanto solo».
Rimase sorpreso di se stesso per il suo modo di parlare, perché era un uomo chiuso, e un po’ freddo.
Erano grati l’uno all’altra, e della piega che avevano preso le loro vite. Era facile dire: i ragazzi
hanno legato così bene! Com’è bello vederli divertisti insieme! È così bello che non siano più soli!.
Perché in fondo parlavano tanto dei loro figli, ma non conoscevano la verità.
Mrs. Helena Kingshaw si gettò a capofitto nel progetto di pianificazione del ricevimento domenicale,
al quale numerose persone di spicco erano invitate. La mia vita sta cambiando, pensò: tutto sta andando
per il meglio. Oh, è stato davvero un bene venire qui!

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CAPITOLO CINQUE

«Vado a Londra per un giorno, con Mr. Hooper», annunciò sua madre.
Il cuore prese a martellargli in petto. Sapeva che non avrebbe avuto un’altra occasione simile.
«Ce ne andremo domattina presto, con il primo treno», soggiunse Mrs. Helena Kingshaw, eccitata
come una ragazzina. C’era una gran quantità di cose da acquistare per il ricevimento domenicale, e
sperava anche di riuscire a trovare un nuovo abito elegante. Quella gita era stata una piacevolissima.
Joseph Hooper aveva biascicato le parole, un po’ rigido, palesemente imbarazzato, mentre faceva la
proposta, ma lei pensava che era stato contento del suo entusiasmo: le aveva mostrato un piccolo, timido
sorriso.
«Oh, ma come facciamo con i ragazzi? Non possiamo mica lasciarli soli per un’intera giornata?».
Adesso lei si preoccupava di prendersi cura di entrambi allo stesso modo, non aveva preferenze per
suo figlio.
«C’è Mrs. Boland a badare ai ragazzi, e poi loro sono responsabili, non sono più dei bambini. Sarà un
po’ come un’avventura per loro: si godranno un po’ di libertà!».
Mrs. Kingshaw guardò fuori alla finestra della sua anticamera. Io gli piaccio, pensò. Mi porta con sé
a Londra. Anche se, in verità, lei avrebbe solo viaggiato in sua compagnia, andata e ritorno, poiché poi
lui avrebbe trascorso la giornata nel suo ufficio, nella City.
Si sentiva un po’ in colpa di non voler portare con sé anche Charles. Lui le aveva detto: Non vorrei
comunque venire, preferirei restare qui. Non se l’era bevuta. In realtà si preoccupava di non essere brava
come madre: non le sembrava di dire mai le cose giuste o di essere a proprio agio, in sua presenza.
Adesso, si disse tentando di darsi un po’ di coraggio, devo pensare un po’ più a me stessa; e aprì la
porta del guardaroba per fare una scernita dell’abito da indossare.
Vi si sarebbe recato molto presto, prima della loro partenza. Sarebbe andato all’alba. Non avrebbero
mai pensato di guardare in camera sua. Dopo di che avrebbe avuto un giorno intero, fino a sera tardi,
prima che qualcuno potesse scoprire tutto. Mrs. Boland avrebbe pensato che era andato a fare un picnic
da qualche parte. Mrs. Boland non faceva mai caso a nulla.
Ma quando sua madre fosse tornata da Londra avrebbe potuto dare un’occhiata nella sua camera.
Doveva rischiare, ecco tutto, camuffare i cuscini e gli abiti per la notte. No, non avrebbe funzionato: lei
si chinava sempre sul suo viso per baciarlo. Lo avrebbe scoperto, se fosse salita in camera. Se non lo
avesse fatto, allora aveva tempo fino alla colazione del mattino seguente. Più di un giorno e una notte.
Aveva anche un mucchio di soldi. Aveva conservato il denaro che avrebbe dovuto mettere sul suo
libretto postale in una saccoccia di cotone blu navy, all’interno di una scatola di Lego. La gente gli dava
una sterlina e dieci scellini a Natale e al compleanno; gli davano di più perché non aveva un padre. E poi
c’erano i suoi risparmi. Non spendeva mai parecchio. In tutto aveva quasi sette sterline.
Se avesse camminato fino alla stazione di Crelford, lungo la strada, qualcuno avrebbe pur dovuto
notarlo. Sarebbe andato per i campi, a partire da Hang Wood. Doveva andare in Hang Wood, che fosse
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necessario o meno. E lì poteva nascondersi: non avrebbero mai pensato di cercarlo lì, in un primo
momento.
«Ti porterò un regalo», gli disse Mrs. Helena Kingshaw quella sera. «Ti porterò qualcosa di molto
speciale. Non pensare che mi dimentichi di te». Il braccialetto tintinnava lungo il braccio. Kingshaw
odiava quel bracciale, odiava il modo in cui lei agitava il braccio, per metterlo in mostra. Non sarebbero
mai dovuti venire qui.
Agguantò la tazza blu di Ovomaltina che gli stava porgendo la madre.
«Buonanotte».
Mentre saliva la seconda rampa di scale vide Hooper, dinanzi alla sua porta, che lo osservava.
Indossava un pigiama color verde bottiglia che gli faceva apparire la pelle ancora più pallida. Kingshaw
lo ignorò, ma sapeva che Hooper si poneva domande, sarebbe stato persino in grado di leggere nella sua
mente e scoprire tutto. Non c’era fine a ciò che Hooper poteva fare.
Domani me ne sarò andato, pensò. Domani nulla avrà più importanza.
«Ho messo su un bel fuoco in salotto», disse Mr. Hooper lisciandosi i capelli, in attesa, sulla soglia
della cucina. «Forse potrebbe farle piacere venire a sedersi, farmi compagnia e così via. Tanto per
cambiare».
Mrs. Helena Kingshaw arrossì e fece un piccolo gesto di sorpresa e piacere.
Aveva impostato la sveglia sulle cinque e mezza; poi, dopo averci pensato un po’ su, aveva spostato
la lancetta sulle cinque. Ci sarebbe stata già luce per allora, e lui voleva andare via quanto prima. Aveva
messo insieme tutto ciò che aveva intenzione di portarsi dietro, anche dall’altra stanza, la sera prima,
mentre Hooper guardava Gunlaw in tv. Adesso era tutto sotto il letto.
Dopo aver setacciato per giorni la casa, aveva scovato una vecchia cartella, nel cassetto di una delle
camere vuote. Non aveva le cinghie, ma riuscì a legarla con delle cordicelle di spago, così da farla stare
sulle spalle.
Il cibo era stato difficilissimo da procurare. Lo aveva preso dalla cucina, mentre sua madre era
assente, e si chiedeva se quello fosse rubare. A scuola gli avevano ripetuto tante volte che rubare era la
peggior cosa che si potesse mai fare, lo aveva colpito fin dalla prima settimana. Ma alla fine aveva
deciso che quello non era rubare: il cibo che aveva preso era quello che avrebbe dovuto mangiare, se
non se ne fosse andato via; era parte di ciò per cui sua madre lavorava lì. A ogni modo, non stava
portando via molto. Biscotti, due pacchetti di gelatine, che avrebbe mangiato cubetto per cubetto, delle
patatine e mezza scatola di formaggio confezionato a pezzetti. Aveva comprato del cioccolato al
villaggio, e un tubo di mentine. Poteva bastare. Avrebbe sempre potuto comprare dell’altro, non appena
si fosse allontanato di più da Derne. L’acqua era un problema. Non aveva con sé un recipiente. Una
bottiglia di vetro sarebbe stata pensante e avrebbe potuto rompersi, e in ogni caso non ne aveva trovata
una vuota. Alla fine decise di bere parecchio prima di andare via, e di trovare un fiume lungo la strada, o
un negozio che vendesse limonate. Non si era mai avventurato per la regione prima d’ora, ed era
convinto di poter scovar eun fiume da qualche parte.
Oltre al cibo, mise in cartella anche una torcia, il suo coltellino svizzero, dei cerotti adesivi, dei
calzini, e un rotolo di spago. Non era riuscito a trovare una cartina, solo quella che Mr. Hooper teneva
nella sua scrivania, che lui poteva consultare ma non osava prendere. Non c’era altro che gli venisse in
mente. E poi, la cartella era piena fino all’orlo, seppur leggera, quando se la provò indosso. Era in
camera sua, reggeva le cinghie di spago, e pensava: sto andando via, me ne sto andando. Sentiva una
strana sensazione nello stomaco.

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Si svegliò poco dopo le quattro. Era ancora buio, non c’era fretta di andare. Restò disteso sulla
schiena, rigido, con gli occhi aperti.
Aveva paura. Sapeva come sarebbe stato. È tutta un’avventura. Era quanto aveva detto Mr. Hooper.
Forse altri lo avrebbero fatto per quello, per puro divertimento, come Peverell e Blakey quando si erano
recati in montagna, lo scorso trimestre invernale, per creare scompiglio. Tutte le avventure sono belle,
aveva concluso il preside, in seguito.
Ma lui non era il tipo da fare una cosa del genere, a meno che non fosse costretto. Per lungo tempo
aveva pianificato questo viaggio, aveva provato una strana sensazione, non immaginava che sarebbe
davvero accaduto. Pensava: magari Hooper morirà, o una sua zia all’estero vorrà vederlo; magari
Hooper litigherà con noi e ci verrà chiesto di lasciare Warings, all’improvviso. Aveva abitato in una
casa a Londra per quattro settimane, una volta, e poi l’aveva lasciata di corsa, per delle cose che alla
madre non piacevano affatto, delle cose spiacevoli. Era Natale, ed erano andati a vivere in albergo.
Sapeva che non c’era speranza che Hooper lo facesse andare via da solo, ecco tutto. La fortuna non
lo assisteva; al contrario, attirava la sfortuna. Cose brutte accadevano, niente di bello, e non faceva
alcuna differenza cosa sentiva, faceva o pensava.
Dire che aveva paura era poco. Si sentiva svuotato e intontito dalla realtà, adesso che il mattino era
giunto. La mente continuava a pensare a tutte le possibili disgrazie che potevano accadere, e lui doveva
ancora prendere altre cose, alla svelta.
Sapeva che avrebbe dovuto prendersi cura di sua madre, preoccuparsi di come si sarebbe sentita;
aveva l’impressione che ci fosse qualcosa di sbagliato in lui, perché non gli importava di lei. Lei lo
aveva portato qui, e adesso se ne andava a Londra con Mr. Hooper; lo guardava, eppure non capiva.
Charles si sta trovando così bene, aveva detto, e Kingshaw era rimasto allibito, nell’ascoltarla, anche se
non davvero sorpreso. Lei non aveva mai saputo niente di lui, e lui non aveva mai voluto che sapesse.
Preferiva tenersi tutto dentro. La gente non vedeva mai chiaramente le cose come stavano, e lui era
abituato a essere lasciato a vedersela da solo.
Rimase a letto finché l’oscurità della stanza si assottigliò visibilmente in un leggero grigiore.
Mancavano venti minuti alle cinque. Non sarebbe ancora andato: non aveva il coraggio di andarci al
buio. Ma non riusciva più a stare disteso. Si alzò e si vestì, e si mise accanto alla finestra, forzandosi di
contare i respiri fino a dieci, inspirare espirare, in attesa che suonasse la sveglia.
Fuori era tutto molto strano. Non si era mai alzato a quell’ora. Uscì dalla porta sul retro, girò intorno
al sentiero, attraverso gli alberi di tasso. Quando giunse alla staccionata che conduceva al campo di
grano, proprio accanto al bosco ceduo, si guardò alle spalle. La casa appariva enorme, vista da lì, con
tutte le finestre serrate e buie come occhi chiusi. La odio, pensò Kingshaw. La odio, la odio!
Si incamminò.
Faceva più freddo di quanto si aspettasse. Indossava un paio di jeans, un maglione su una T-shirt, e il
suo giubbotto. Ma non bastava. Ovunque fluttuava una sottile nebbia cinerea, che filtrava umida negli
abiti.
Scavalcò la staccionata e immediatamente sussultò spaventato, non riusciva a vedere lontano: davanti
a sé la nebbia era molto fitta. Ma conosceva il primo miglio circa, da quella volta, il giorno in cui era
stato inseguito dal corvo. Aggiustò le cinghie di spago sulla cartella e cominciò a calpestare il prato
erboso. Era molto umido. Fili di acetosa e romice si strofinavano sulle gambe e inumidendogli subito i
jeans. Il terreno era scivoloso: doveva guardare bene dove metteva i piedi. A terra, tra l’erba, i dente di
leone brillavano come dobloni.
Giunse a un avvallamento più profondo, e lo riconobbe come il luogo in cui era caduto, quando il
corvo gli si era avventato contro e gli aveva pizzicato le spalle. Ricordava la sensazione del becco che
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affondava nella carne, il peso dell’uccello, e il suo gracchiare. Tremò. Dopo un po’ si voltò di nuovo per
guardarsi indietro. Non vedeva più la casa, era stata completamente avvolta nella nebbia.
Non aveva mai sperimentato questo silenzio. Sembrava provvisto di una densità, in parte a causa
della nebbia, e poi perché non c’era vento, non un alito, solo freddezza sul volto. Non si udivano uccelli
dal centro del campo, appena un debole fruscio nelle orecchie. E i piedi che raschiavano e
scricchioliavano mentre camminava sull’erba bagnata.
Raggiunse la staccionata. Di nuovo tutto ciò che era dinanzi a lui sembrava sbiadito dalla nebbia, ma
il grigiore del cielo si era leggermente schiarito. Vi era una siepe di biancospino, adornata da ragnatele
imperlate. Kingshaw vi infilò un dito al centro, e di colpo il filamento vi si attaccò intorno e venne via,
freddo e appiccicaticcio. Un insetto nero gli camminò sull’unghia, e ritornò tra i resti spezzati della
ragnatela.
Procedette. Si sentiva solo, come se non ci fosse nessun altro al mondo. Camminando nella nebbia,
pensava che sarebbe potuto cadere dal bordo di qualcosa, giù in mare, o in una fossa profonda. Ma non
aveva più paura, era troppo concentrato sul suo percorso. Sentiva l’estremità dei jeans bagnati
sventolare intorno alle caviglie.
Quando giunse in prossimità del campo di grano, la nebbia sembrava essersi diradata parecchio.
Rriusciva già a distinguere la buia sagoma di Hang Wood, in lontananza. Il grano era di un bizzarro
beige alla prima luce del mattino, e immobile. Al confine col campo si scorgeva un trattore. Gli apparve
in lontananza, improvvisamente, fuori dalla nebbia. Avrebbe potuto benissimo essere nato da radici, e
cresciuto lì nel campo: non sembrava affatto che qualcuno lo avesse portato lì, a meno che non fosse
stato scaricato e abbandonato in quel luogo, come di un detrito sulla superficie lunare.
Gli si avvicinò. Si erano formate delle ragnatele, intessute tra i raggi del volante e i perni in metallo.
Dopo un attimo di esitazione mise il piede sul gradino del trattore e si issò. Il sedile era duro e freddo. Si
chinò in avanti e afferrò il volante. Scivolava umido tra le dita. La scolpitura degli pneumatici era farcita
di fango, concime e paglia schiacciata. Intorno al trattore stagnava uno strano odore di olio e ruggine.
Kingshaw si sentiva irraggiungibile, in qualche modo potente: era come sedere in groppa a una possente
bestia. Immaginava la sensazione, sotto il proprio corpo, di muoversi e avanzare spedito, dritto, sospesi
al di sopra del terreno irregolare, attraverso una qualche giungla ombrosa. Qualsiasi cosa sarebbe
fuggita dinanzi a lui, e lui sarebbe stato il padrone, il conquistatore.
Una leggera brezza attraversò improvvisamente il campo di grano. Kingshaw riusciva a fatica a
scendere, così tirò il cuoio della cartella, impigliatosi nel cambio delle marce del trattore. Temeva di
spingere qualche leva e far muovere le macchina, farla scivolare via, e di venire sbalzato indietro e finire
schiacciato sotto una di quelle grosse ruote. Sudò freddo, voltandosi da un lato e dall’altro nel tentativo
di raggiungere con la mano sinistra la cordicella di spago dietro di lui e slegarla. Poi questa cedette, e lui
quasi cadde in avanti, sul terreno bagnato. Non si era fatto male, ma la corda della cartella si era
spezzata. Aveva già affondato dei solchi sulle spalle. Dopo tutto non era stata di grande utilità. Ma
doveva arrangiarsi. Legò di nuovo la corda di spago, strinse il nodo come meglio poteva, e si gettò la
cartella sulle spalle.
Dopo essersi accovacciato per passare sotto la staccionata col filo spinato, si trovò nel campo di
grano; si guardò indietro di nuovo: adesso riusciva a vedere più lontano. La nebbia si stava lentamente
diradando. Il trattore appariva molto più grande, man mano che si allontanava, ma anche più ordinario.
Del semplice metallo.
Dinanzi a sé scorgeva la distesa di querce dalle scure sfumature verde e blu, con gli spazi vuoti tra i
tronchi. Si incamminò in direzione del campo.

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Hang Wood non era poi così grande, pensò. Si infoltiva sul lato più nascosto. Lui lo avrebbe
attraversato e sarebbe sbucato nel campo di sterpaglia. Sul fondo della sterpaglia si trovava Bernard’s
Forest, che si estendeva per circa sette miglia, distesa come il manto di un animale sulla schiena della
regione, fino a giungere alla successiva. Non ci sarebbe arrivato nemmeno lontanamente vicino. Quando
fosse uscito da Hang Wood, avrebbe attraversato la sterpaglia, e da lì si sarebbe diretto a ovest, in aperta
campagna, verso le prime pianure. Dopo circa dieci miglia, avrebbe potuto forse raggiungere la strada.
Non aveva un’idea chiara di quante fossero dieci miglia, ma doveva assolutamente riuscire a farcela
senza difficoltà. Dopo Hang Wood, avrebbe potuto affrontare di tutto.
Non doveva in alcun modo lasciarsi scoraggiare. Sapeva fin dall’inizio, aveva sempre saputo, anche
se nella sua mente si dimenava da pensieri che potessero distoglierlo dal suo intento. Era ciò di cui
aveva paura, qualcosa che albergava in lui, a fargli sempre compiere strane azioni.
Hang Wood. Hooper gliene aveva parlato. Lui si era recato fin lassù e aveva visto di persona, il
giorno in cui era stato inseguito dal corvo. Non pensava ad altro. Hang Wood. Hooper lo aveva sfidato a
recarsi in quel luogo, o ad andare nel bosco ceduo sul retro della casa. Quello era stato l’inizio di tutto.
Ma almeno era l’ultimo posto in cui sarebbero andati a cercarlo. Se non fossero andati a Londra,
dopo tutto, o se Mr. Boland e Hooper fossero usciti a cercarlo, sarebbero andati prima giù al villaggio.
Specialmente Hooper, che sapeva che Kingshaw aveva troppa paura del bosco. Perché Hooper avrebbe
capito cosa era accaduto, di sicuro, se ne sarebbe reso conto non appena Kingshaw non si fosse fatto
vedere a colazione. Ma per allora, gli altri sarebbero stati già diretti verso la stazione.
Kingshaw affrettò il passo attraverso il campo di grano. Si sentì improvvisamente esposto. Era un
luogo in alto, quello lì, e una volta che la nebbia si fosse diradata completamente chiunque avrebbe
potuto vederlo, da miglia di distanza. Da casa si riusciva a vedere il campo; e ciò che più temeva,
adesso, era essere trovato da Hooper.
Nel momento in cui raggiunse l’estremità del bosco, il sole era sorto, e penetrava debole attraverso la
nebbia. Faceva ancora molto freddo. Kingshaw vide che il grano su quel lato, in prossimità degli alberi,
era stato strappato via, e appiattito, in semicerchi. Non sapeva da cosa. Ricordò i corvi.
Era stato facile parlare di entrare in Hang Wood. Adesso si rendeva conto che non sarebbe stato così
semplice. C’era un fossato, ricoperto da unao spesso strato di erba, e al di sopra cresceva una folta siepe
irsuta. C’era anche del filo spinato. Kingshaw provò a immergere il piede nell’avvallamento, e la
vegetazione gli arrivava fin quasi alle ginocchia. Era troppo umida. Poi il bordo scendeva verso la siepe,
sembrava impossibile da attraversare. Lui riusciva a vedere alcuni metri all’interno del bosco, e tra i
tronchi dei primi alberi. Era buio lì dentro, riusciva persino a sentirlo, l’odore, dalla sua postazione: un
umido odore di terra.
Uscì dall’avvallamento e camminò lentamente lungo il perimetro del campo. La nebbia continuava
ad assottigliarsi, al punto che riusciva a distinguere il trattore e il filo spinato proprio dall’altro lato del
campo. Il sole era più intenso, adesso. Guardò l’orologio. Erano quasi le sei del mattino. Gli impiegava
sempre più tempo del previsto, quando si andava a piedi.
Forse gli altri erano già in piedi, a casa, si stavano preparando. Se avessero voluto vederlo, prima di
partire, lo avrebbero fatto in qualsiasi momento a partire da ora, o entro la mezzora successiva. Scrutò
all’orizzonte del campo, aspettandosi di vedere delle figure ergersi e camminare nella sua direzione: sua
madre in un elegante abito verde, e Mr. Hooper, alto e snello, buio, come un corvo.
Si sentiva meglio, adesso, perché si udivano dei suoni, per lo più uccelli. Una o due volte scorse una
sagoma sfrecciare tra gli alberi. Le foglie si muovevano.
Il bosco procedeva in tondo e lui seguì il percorso, finché non fu più possibile vederlo dalla
staccionata e dal trattore. C’era molto più grano lì, che si estendeva fino a valle, sconfinato, per quanto
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gli riuscisse di vedere, tagliato ai bordi in curiose mezzelune. Qualcosa, qualcosa era stato lì. Preferiva
non pensarci, poteva essere di tutto.
Il cielo era di un pallido grigio perla, e la nebbia si sollevava in grossi banchi, lungo le estremità del
campo, e fitta all’orizzonte. Ma il sole adesso splendeva. Fece una sosta, slegò la cartella e si sfilò il
giubbotto. Non entrava nella cartella; doveva tirar fuori il coltellino e il rotolo di spago, tagliarlo, e poi
con quello legare il giubbotto. Ci volle del tempo.
Andava piuttosto fiero di sé. Aveva fatto tanti piani, e adesso li stava mettendo in pratica. Si sentiva
motivato ad andare avanti, e vedeva dinanzi a sé infinite opportunità di risolvere i problemi che andava
affrontando: non c’erano limiti alle sue possibili azioni future.
Non era mai stato così bravo in qualcosa. Né era mai andato male. Non in maniera così disastrosa e
irrecuperabile al punto che tutti lo considerassero esempio di qualcosa, come facevano con Leek. Leek
se la cavava per la sua mostruosa incompetenza. Tutti prendevano in giro Leek, eppure ne andavano
fieri, lui era un tipo strambo, andava malissimo in tutto. Tutti sfoggiavano indulgenti sorrisi compiaciuti,
quando parlavano di lui. Veniva deriso da tutti.
Kingshaw non era così. Non eccelleva, ma nemmeno andava male. Era il tipo di ragazzo il cui nome
veniva presto dimenticato. Lo incontravano nei corridoi, lo additavano, lo mandavano a consegnare
messaggi. Veniva sempre mandato a portare messaggi. In pratica, gli dicevano: «Tu, ehm…».
Perciò era fiero di sé, adesso, perché aveva raggiunto il confine di Hang Wood, ed era andato tutto
bene; era fiero del modo in cui aveva pianificato tutto, fiero della cartella che aveva ben legato, e di ciò
che vi era dentro.
Andava tutto bene, per il momento.
Tuttavia, quando risollevò la cartella, notò una verruca sul dorso del dito medio. Non c’era prima.
Sentì un tonfo allo stomaco per la paura. Era successo: era vero. Glielo avevano detto che sarebbe
accaduto.
Broughton-Smith aveva avuto le verruche, a decine, sulle ginocchia. Erano gravi, avevano dovuto
mandarlo da un dottore.
Casey diceva: «Ti faranno le iniezioni».
«Ti infilano un ago al centro di ognuna. Ecco cosa faranno!».
«Fa male da morire».
Broughton-Smith aveva abbassato lo sguardo, preoccupato, sulle ginocchia ricoperte di verruche. Lui
era quello che aveva pianto tutta la notte quando gli era stato tolto un dente. Fenwick aveva riso di lui.
Alla fine, Gough era andato a chiamare suo fratello.
«Non andrai dal dottore», disse questi, «perché mio fratello conosce un po’ di magia nera: conosce
un modo per trattare le verruche, così poi spariranno!».
Il fratello di Gough un giorno aveva portato Broughton-Smith nei laboratori di quelli del quinto anno,
al corridoio due, prima di cena. Gli altri erano rimasti ad aaspettare sul pianerottolo, al buio. Nessuno
apriva bocca, né osava gettare un’occhiata all’interno, attraverso il vetro della porta del laboratorio.
Kingshaw ricordò il loro odore, mentre stavano lì accalcati tutti insieme. Aveva avuto paura. Poteva
succedere qualsiasi cosa.
Alla fine Broughton-Smith era uscito da lì, sfoggiando un sorriso enigmatico.
«Cosa ti ha fatto?».
«Cosa è successo?».
«È un incantesimo?».
«Non ti è permesso praticare la magia nera, è un peccato orribile!».
«Potresti morire, adesso».
«Sì, ti ha avvelenato. Scommetto che morirai durante la notte».
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«Facci vedere».
Ma Broughton-Smith si era divincolato ed era fuggito via dalla calca, nel buio, e giù per le scale. La
campanella era suonata.
Il mattino successivo, le sue verruche si erano tinte di un colore brunastro. Broughton-Smith aveva
continuato a spostare il ginocchio da sotto al banco per osservarle. Sembrava spaventato. Due giorni
dopo, erano sparite. Aveva mostrato a tutti la sua gamba, allungandola da sotto le lenzuola del letto del
dormitorio, e facendo dare a tutti un’occhiata alla pelle ormai liscia. Quando le luci furono spente, ne
avevano parlato.
Fu Clarke a parlare.
«Passano a qualcun altro», disse. «Fa parte dell’incantesimo. Per farle andare via, devi desiderare che
passino a qualcun altro».
«Chi?».
«Uno qualsiasi?».
«No, le passi a qualcuno che non ti piace».
Kingshaw era disteso e pensava. Verranno a me. Era inevitabile. Non era mai piaciuto a BroughtonSmith. Continuava a ripetersi di non credere a niente del genere, ma doveva crederci, perché le verruche
di Broughton-Smith erano sparite, e il giorno successivo Kingshaw vide che lui lo guardava, e ricambiò
lo sguardo. Ecco com’erano andate le cose.
Si mise a fissare a lungo la sua verruca. Si chiedeva se potesse farla diventare nera e passarla a
qualcun altro. A Hooper. Si chiedeva se dovesse provarci. Aveva paura, non voleva tenersela sulla sua
mano.
Al momento in cui lui trovò l’apertura, il sole era già alto, il cielo limpido. C’era un varco nella
siepe, ma qui gli alberi erano diversi: il gruppo si distingueva tra gli altri, nel bosco principale. Kigshaw
pensava si trattasse di larici. Il sole brillava dall’alto, dritto su di loro, così da permettergli di vedere
all’interno, in profondità. C’erano felci e altre foglie attorcigliate sul suolo, e la luce del sole che filtrava
tra i rami degli alberi era di un verde ramato, come la luce solare sott’acqua. Sembrava tutto a posto. Lo
pensava. Sicuro.
Attraversò il fossato, sentiva il sole battere sulle spalle, anche se l’aria intorno era gelida. C’era
parecchia rugiada. I suoi jeans erano fradici, adesso.
Poi saltò in avanti, nel fossato, e fece una dozzina di lunghi passi, svelto, tenendo gli occhi chiusi.
Quando li riaprì, era all’interno di Hang Wood.

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CAPITOLO SEI

Kingshaw tratteneva il respiro. Un continuo flusso d’aria soffiava nel bosco, sopra la testa le foglie si
sfregavano in un fruscio setoso. Erano di un pallido verde, quasi trasparenti sotto la luce del sole che vi
filtrava attraverso: si riuscivano a vedere tutte le venature. Ai suoi piedi, tra il fogliame che avvolgeva
ogni cosa, giaceva un letto di foglie color ruggine, e secche sulla superficie e ricoperte di muffa al di
sotto.
Appena davanti a lui vi era il ceppo di un albero caduto. Vi si sedette sopra. La corteccia era rivestita
di uno spesso strato di muschio grigio verdastro. Aveva la consistenza di un tessuto in pelle al tatto. Dei
funghi facevano capolino dalle crepe, e alla base di un ramo, in piccoli insiemi spugnosi.
Gli piaceva stare lì. Non era mai stato in un posto simile, e non era affatto come se lo era
immaginato. Gli piaceva l’odore, e la sensazione di stare nascosto. Intorno a lui appariva tutto
incontaminato; riusciva a vedere molto lontano da lui, e non sembrava esserci nulla di strano. Persino i
cespugli di agrifoglio e biancospino sul confine della radura sembravano innocui sotto la luce del sole.
Vari uccelli intonavano il loro canto, ma in lontananza, non ne vedeva, tranne di tanto in tanto delle
sagome che sfrecciavano tra i rami in alto. Si udivano dei piccioni tubare dall’interno del bosco. Poi
vide un coniglio. Spuntò fuori dalla vegetazione, non lontano da lui, con un bizzarro salto in avanti, si
mise seduto in un fascio di luce e cominciò a leccarsi come un gatto.
Kingshaw trattenne il respiro.
Avevano dei conigli a scuola, nelle gabbiette, grassi e bianchi, con occhi rosa, vacui. Questo però era
diverso: in esso la vita vibrava pulsante. Lo guardò per quel che gli sembrarono secoli. Ma quando si
mosse per slegare la cartella e tirarne fuori del cibo, il coniglio saltò via.
Prima di lasciare la casa, era andato in cucina e aveva tagliato una spessa fetta di pane imburrato. La
mangiò insieme a uno dei pezzetti di formaggio. Non appena ebbe finito, gli venne sete. Era stato
stupido a non cercare una bottiglia. Be’, non aveva niente da bere, era meglio distrarsi e non pensarci.
Dunque si alzò, e si diresse dall’altro lato della radura. C’era uno stretto sentiero, ma era ricoperto da
una fitta vegetazione. Rami bassi e cespugli lo attraversavano da parte a parte, ed era così spesso
costretto a passarci sopra o sotto, a scostare con mano rovi e ramoscelli. Vide un cespuglio di agrifoglio,
si punse accidentalmente il polpastrello del pollice con una spina. Quando succhiò la grossa perla di
sangue, ne assaporò il gusto dolce, ferroso. Poi un rovo gli graffiò il viso. Capì che doveva
accovacciarsi ancora più in basso. Infine arrivò in una nuova radura. Si alzò di nuovo.
Era più buio qui, si poteva dire che si fosse addentrato piuttosto a fondo nel bosco. Sopra di lui le
foglie si chiudevano, sigillate tra loro, al punto da impedire al sole di filtrare. Vedeva gli uccelli
schizzare via allarmati, tra gli alti rami degli alberi. Si strofinò il naso e il labbro superiore sul braccio.
In quel momento udì quel suono. Capì subito di averlo già sentito prima ma di non averci fatto molto
caso, scambiandolo uno dei rumori che produceva al suo passaggio. Lo udì di nuovo. Proveniva da
lontano, dall’estremità del bosco. Sentì il proprio respiro diventare pesante. Poi il rumore cessò. Gli
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uccelli si erano zittiti. Si mise in attesa. Nulla. Ancora silenzio. Poi, un sottile sibilo fece capolino tra le
piante di felce.
C’era un folto cespuglio di agrifoglio di fianco al sentiero. Kingshaw si chinò basso e cominciò a
strisciare in direzione di quel cespuglio. Cercava di muoversi sulle punte dei piedi, ma le foglie
scricchiolavano sotto i suoi passi. Non aveva idea da cosa si stesse nascondendo. Doveva essere un
animale. Non sapeva cosa ci fosse lì, eccetto il coniglio che aveva visto prima. E qualsiasi cosa fosse,
aveva mangiato il grano. Non credeva si trattasse di qualcuno della casa: giungendo, avrebbero preso a
urlare il suo nome attraverso i campi, tuffandosi a capofitto nel bosco. Questi invece erano suoni furtivi.
Forse qui ci venivano a caccia, o forse era un guardiacaccia. Immaginò la creatura sul punto di passare.
Si accucciò dietro il cespuglio di agrifoglio. Un piccolo insetto color ruggine gli camminò sul piede.
L’interno del cespuglio di agrifoglio aveva un odore acre. Dal profondo del bosco un uccello emise un
suono stridulo, poi un altro ancora, dopo giunse una breve pausa. Sembrava la risata isterica di un matto.
Poi il silenzio. Nemmeno lo scricchiolio di un rametto.
Nel preciso istante in cui stava per rimettersi in piedi e uscire da dietro al cespuglio, alcuni rami si
scansarono di lato, e di lì fece il suo ingresso Hooper.
Non aveva fatto rumore, né emesso suono, o urlato il nome di Kingshaw. Era come se sapesse
esattamente a cosa stava andando incontro, come se lo avesse sempre saputo.
Kingshaw provò un vago senso di ineluttabilità. Non era spaventato, nemmeno arrabbiato. La buona
sorte non aveva retto, forse non lo aveva mai accompagnato. Scappare di casa, andare così lontano, con
tale semplicità: era stato tutto un’illusione. Da qualche parte, Hooper lo aveva tenuto d’occhio.
Non aveva idea di cosa fare, adesso.
Hooper si era fermato. Le gambe e le braccia avevano assunto uno strano colorito bianco, alla debole
luce del bosco. Era in ascolto e si guardava intorno, seppur senza alcun movimento del capo. Per un
attimo, le speranze di Kingshaw si rianimarono. Forse non mi ha seguito, pensò; magari è solo venuto a
fare una passeggiata; e magari posso restare qui senza essere visto e alla fine lui tornerà indietro.
Hooper esordì calmo.
«Puoi venire fuori, Kingshaw».
Kingshaw si sentì raggelare. Seguì il silenzio. Il tubare gutturale dei piccioni ricominciò, dal
profondo del bosco.
«Sei dietro quell’agrifoglio, lo so, riesco a vederti i piedi, non c’è bisogno di fingere».
Molto lentamente Kingshaw si sollevò, esitò ma poi si fece avanti. I due si trovavano l’uno di fronte
all’altro, separati dal sentiero.
«Ti avevo detto che sarei venuto con te. Avevo detto che non saresti riuscito a farla franca».
«Come hai fatto a vedermi?».
«Come, secondo te? Dalla mia finestra, no?».
«Sì, ma io non ho…».
Hooper tirò un sospiro. «Ma sei stupido, o cosa? Era ovvio che sarebbe stato oggi, no?».
Kingshaw non replicò. Sono stupido, pensò: proprio uno stupido!
Perché aveva scelto oggi, e Hooper lo aveva scoperto. Era stata l’unica occasione in settimane intere!
E poi, Hooper sapeva sempre tutto, ecco come stavano le cose.
«Be’, non puoi venire con me».
«Posso fare quello che voglio».
«Ma verranno a cercarti!».
«Cercheranno anche te, allora».
Fu allora che Kingshaw notò una piccola borsa di tela in groppa alle spalle di Hooper. Dunque faceva
sul serio, quando diceva che sarebbe andato con lui.
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«Solo perché non sai pensare niente di testa tua», disse con voce infantile. «Devi fare ciò che faccio
io».
Hooper sghignazzò.
«Non avresti interesse per il luogo in cui sono diretto. Non vorrebbero te tra loro!».
«Dov’è che vai?».
«Non te lo dico».
«Come fai a sapere che loro ti vogliono?».
«Lo so».
«Come?».
«Non importa».
«Ascolta, Kingshaw, risparmiati il fiato e non credere di poter fare quello che vuoi, con me. Sei
piombato qui all’improvviso: non è il tuo posto, e devi fare come ti dico perché tua madre lavora per
noi».
«Non è così. Chiudi quella fogna, Hooper!».
«È una domestica, tutto qui: viene pagata, e deve fare ciò che dice mio padre, e questo vuol dire che
tu devi fare come dico io».
«Chi lo ha detto?».
«Mio padre».
Deve essere così, pensò Kingshaw. Ovunque avessero vissuto, aveva dovuto tener conto di quello
che gli altri dicevano. Sua madre gli aveva sempre ripetuto: Devi essere gentile, non devi dare fastidio, è
casa loro, non nostra.
«Quindi, se voglio venire con te, ci verrò».
Kingshaw ribatté con foga.
«Ma a quale scopo? Non capisco perché tu debba venire. Non vuoi scappare via di casa, e non è
perché vuoi andare da qualche parte con me, no? io nemmeno ti piaccio!».
«No».
«Perché, allora?».
Hooper rimase in silenzio, si limitò a sorridere. Kingshaw avrebbe voluto colpirlo, colpirlo forte;
senza contare che aveva paura quando lui lo faceva sentire così. Hooper distruggeva ogni minima idea
plausibile che potesse avere. Sembrava che qualcosa si sciolgliesse per ribollirgli in testa, quando
Hooper gli stava davanti in quel modo, e a quel punto non riusciva a far altro che fallire miseramente in
ogni cosa: mancava l’obiettivo, era incapace di fermarsi, e farfugliava come un bambino. Adesso era
giunto il momento di mostrare il suo valore, così disse:
«Sono venuto qui, visto? Dicevi che non avrei osato entrare nel bosco ceduo, ma qui è più grande.
Scommetto che non pensavi che sarei venuto fin qui completamente solo!».
Hooper scrollò le spalle. «Non è mica questa gran cosa!».
Si chinò e frugò tra il fogliame finché trovò un grosso e spesso ramo. Lo agitò in aria, per provarlo, e
si udì un fischio sordo.
«Cos’hai intenzione di fare con quello?».
«Qualsiasi cosa. Bisogna sempre avere un bastone quando si va nei boschi».
Le sue parole suonavano altisonanti, sagge. Rimasero lì per alcuni minuti. Poi, seppur riluttante,
Kingshaw non riuscì a trattenersi, e gli domandò:
«Hai qualcosa da bere con te, Hooper?».
«Tu no?».
«No».
«Hai sete?».
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«Un po’».
«Che stupido».
«Non importa, comunque, me lo stavo solo chiedendo».
«Non aspettarti qualcosa da me. Avresti dovuto pensarci da solo, visto che sei così intelligente!».
Kingshaw si voltò di spalle e cominciò a camminare più veloce che poteva, attraverso la radura, e in
direzione della successiva distesa di vegetazione. Sapeva che avrebbe sentito Hooper seguirlo dietro di
lui. Dopo un po’ lo sentì. Tuttavia per diverso tempo non aprì bocca.
Non era più rilassato e felice di stare lì nel bosco, aveva perso il suo interesse per tutto ciò che aveva
udito e visto. Pensava a cosa Hooper potesse fargli, adesso che si trovava solo con lui. Nonostante
Hooper non potesse toccarlo e tormentarlo come a casa. Questo era il territorio di Kingshaw, si sentiva
padrone. Lì erano quasi sullo stesso livello.
Poco dopo, Kingshaw si accorse che il sentiero era d’un tratto svanito. C’erano solo lo spesso tappeto
di foglie brune e verdi, i rametti, fuscelli, e le sinuose radici degli alberi, che spuntavano dal suolo come
corde. Ovunque il paesaggio era identico: avrebbero potuto prendere una qualsiasi direzione. Decise di
continuare dritto davanti a sé. Era la strada per l’uscita dall’altra parte. Tuttavia non aveva un’idea
precisa di quanto distasse; continuava ad aspettarsi di vedere la fine, che non arrivava mai.
Il sole scoccava, di tanto in tanto, i suoi dardi luminosi tra la fitta rete di foglie, lasiando che
scivolassero lungo i tronchi degli alberi come acqua. Eppure le foglie erano così fitte da non far filtrare
parecchia luce. Era tutto così angusto, adesso che si erano inoltrati più a fondo nel bosco: l’aria che
respiravano dalla bocca era calda, e in qualche modo più densa del normale. Kingshaw si sentiva la pelle
appiccicosa sotto la T-shirt. Presto dovette fermarsi e togliersi il maglione.
Era dura avanzare. Si spingeva attraverso una fitta vegetazione, agglomerati di cespugli, incapace di
vedere a più di qualche metro di distanza. Poi si ritrovò in un’altra radura. Continuava sempre uguale
per un po’. Sentiva Hooper dietro di lui. Ma adesso almeno avevano un’idea del posto, e procedevano
senza far troppo rumore.
Fu quando si chinarono per passare sotto un groviglio di rovi, con gli abiti che si impigliavano e loro
che dovevano fermarsi per liberarli dalla presa, che Kingshaw udì per la prima volta quel rumore. Era un
suono bizzarro, un verso acuto e forte, come di un maiale o un cavallo, eppure dissimile da entrambi. In
un attimo era cessato. Dietro di lui, Hooper mosse qualche passo e si fermò quando fu più vicino.
Kingshaw riusciva a sentirne il respiro. Il suono acuto si ripeté, ancora, poi si udì uno spostamento, un
ramo spezzato.
«Cos’è stato?».
Kingshaw si voltò leggermente e guardò il volto di Hooper. Aveva denti squadrati, con lieve
frastagliature alla base, e un grosso spazio tra i primi due incisivi. Dalla fronte fino al labbro superiore
scorreva una dritta linea di gocce di sudore. Ma allora è umano, pensò Kingshaw: nel suo corpo ci sono
sangue e acqua. Per qualche motivo si sentiva rassicurato dalla presenza di Hooper, dal suo odore
familiare. Dopo tutto, poteva forse fargli male, ora?
«Era un rumore. C’è qualcosa da queste parti».
«Che cosa?».
«Che ne so, io?».
«Non poteva essere una persona, non era il rumore che farebbe un essere umano».
«No».
«Adesso ha smesso».
«Forse è andato via».
Scricchiolò un altro rametto, e si udì un rumore felpato di passi sulle foglie ricoperte di muffa,
proprio dietro i cespugli.
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«Va’ a guardare».
«Potrebbe essere…».
«Cosa?».
«Non lo so!».
«Va’ a guardare!».
Silenzio.
«Hai paura».
«Anche tu, mi pare».
«Non essere stupido».
«Perché non ci vai tu, allora?».
«Io l’ho detto per primo, devi andarci tu. Avanti, va’…!».
Stavano sussurrando. Dopo un po’ Kingshaw si spostò in avanti, spingendo cautamente di lato i rami
con le mani, ignaro di ciò che vrebbe visto di lì a poco. Ebbe un’improvvisa visione di cose che lo
osservavano, da una postazione in mezzo agli alberi: occhi scintillanti, e oggetti appuntiti in vista. Si
percepiva tensione nel bosco, un senso di vitalità e mistero. Ricordò di aver letto che i cinghiali selvatici
si recavano a caccia nei boschi e i cacciatori li attendevano, poi saltavano fuori e ne infilzavano il corpo
con delle lame, nella gola, negli occhi. C’erano anche maiali con sudici aculei velenosi. Udì ancora quel
verso acuto. Si mosse con cautela in avanti di un altro passo.
Vide una piccola radura e un raggio di luce; poi dirimpetto, tra due alberi, un cervo. Era del colore
della sabbia: il corpo scosso da sussulti, e gli occhi grandi e lucidi. Kingshaw capì che aveva paura, più
di quanta non ne potesse avere lui stesso. Scivolò indietro nei cespugli.
«È un cervo».
«Di che tipo?».
«Non lo so, di qualche tipo. Però ha dei corni come dei rami».
«Corna, stupido».
«Quelle».
«Non ne ho mai visto uno».
«Devi averne visto uno, allo zoo!».
«Non sono mai andato allo zoo».
Kingshaw emise un fischio di stupore. Non aveva mai immaginato di poter stare un passo avanti a
Hooper in qualcosa.
«Che cosa facciamo adesso?».
«Be’, non ci farà del male».
«Ok. Allora faremmo meglio ad andare avanti».
Kingshaw si fece da parte. Ricordò che non voleva affatto stare con Hooper. Hooper lo strattonò per
poter passare. I rami balzarono subito indietro, nascondendolo quasi del tutto. Per un secondo,
Kingshaw si sentì di nuovo solo. Poi, il cervo ricominciò a emettere il suo verso di richiamo.
«Per quale motivo lo fa?», gli sussurrò Hooper attraverso i cespugli.
«Credo sia spaventato. Forse sta avvertendo gli altri».
«Oh. Credi ce ne siano parecchi altri?».
«Non lo so. Credevo che tu sapessi tutto di tutto».
«Sta’ zitto».
«Non ci sarebbe mai solo uno fuori dal branco, lo sanno tutti ».
«No. Senti, Kingshaw, perché non lo seguiamo? Potremmo vederne centinaia e centinaia. Potremmo
vedere tutto!».

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Kingshaw sentì Hooper avanzare precipitosamente, e poi l’improvviso rumore del cervo che si
scontrava con le piante di felce e correva via. Avanzò nella radura. In quel preciso istante una volpe
sfrecciò davanti a loro, tra alcuni alberi.
«Forza, andiamo!», disse Hooper.
Kingshaw lo seguì. Si diressero verso gli alberi di quercia, dove era stato il cervo, e si addentrarono
ancor più a fondo nel bosco.
Dopo un po’ Hooper gli rivolse la parola.
«Smettila di fare tutto questo rumore! Devi seguirli in silenzio, questo è ciò che fanno i cacciatori».
«Ma noi non siamo cacciatori».
«Sì, invece. Tu vuoi seguirlo, no?. Allora, se vuoi vedere qualcosa, non fare tutto questo baccano!».
Kingshaw non rispose. Era incuriosito da Hooper, perché così all’improvviso era subentrato
sbucandogli davanti e gli aveva ordinato cosa fare. Questo invece riguardava solo lui. Almeno per il
momento, però, pareva più interessato a seguire le tracce del cervo, e non stava facendo nulla di male a
Kingshaw. Per lui si trattava di una gita, un’avventura, nulla di serio. Dopo un po’, Kingshaw pensò di
sfruttare la sua idea. Quando Hooper si mise a correre, lui lo imitò, anche se stavano facendo tanto di
quel rumore che per allora il cervo doveva esserne scappato via lontano. Hooper faceva degli strani e
scattanti saltelli, balzando da una parte all’altra. Poi ricadeva gattoni, e cominciava a farsi strada intorno
a un albero.
«Siamo cacciatori», ripetè. «Devi fare assoluto silenzio. Ci sono cinghiali selvatici, e orsi».
«Non nello stesso bosco, è impossibile».
«Sta’ giù, sta’ giù!».
Kingshaw obbedì. I rametti e le foglie secche di agrifoglio gli graffiavano le ginocchia. Il bosco
sembrava diverso da lì: le foglie erano più alte e molto più lontane, e i tronchi in un’angolazione strana.
Lo faceva star male guardarli di lato dal basso verso l’alto. L’odore dolce e rancido del compost di
foglie gli saliva tra le ginocchia, e dal palmo delle mani quando le appoggiava a terra, comprimendolo.
Vide un mucchio di insetti, ragni, e scarafaggi dalla lucida corazza segmentata, brulicare tra i rami a
terra. C’era anche della muffa, parte di questa aveva un colorito rosato, ed era simile ad alghe. Era
viscida al tatto.
Tutto a un tratto Hooper cadde in avanti, sullo stomaco e rimase a terra, con i piedi quasi all’altezza
del volto di Kingshaw. Strisciò attraverso i cespugli.
«Eccolo lì!».
Kingshaw strisciò in avanti. Il cervo era poco più distante, pronto a scattar via. Il suo collo sembrava
teso fino al punto di spezzarsi.
«Ce ne devono essere altri», disse Hooper. «Scendono verso il corso d’acqua, credo».
«Quale acqua?».
«Be’, ci sarà un ruscello, o qualcosa del genere, no? Potrebbe perfino esserci un fiume».
«Non so».
«Ma certo, ce ne sono sempre, in un bosco».
«Oh».
Hooper si mise in piedi e avanzò lentamente, inseguendo il cervo. Il terreno cominciava a farsi
scosceso adesso; e nonostante ci fossero radure più larghe, il fogliame s’infittiva: in alcuni punti c’erano
ortiche ed edera rampicante alte fino alle ginocchia. Era umido lì. Quando Kingshaw tirava su il piede
sentiva un distinto risucchio. Faceva caldo, sembrava che l’aria mancasse del tutto. Kingshaw si asciugò
il sudore dal volto.
«Devo fermarmi. Ho troppo caldo in questo pullover».

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Subito si domandò perché mai lo avesse detto. Non era insieme a Hooper, lui lo aveva appena
preceduto e aveva dato inizio alla faccenda della caccia, non doveva digli cosa voleva fare. Si rese conto
però che adesso aveva accettato la presenza di Hooper, che ne era persino felice, perché erano lontani
all’interno del bosco. Ma era furioso con se stesso per aver riconosciuto Hooper come capo. Cercò di
pensare a come poter riprendere il comando.
Mentre si sfilava il pullover l’occhio si posò sul suo orologio. Segnava le otto passate: erano stati nel
bosco per più di due ore. Quel pensiero lo spaventò.
Hooper se ne stava qualche metro più avanti a grattare via il compost di foglie con il piede.
«Fa’ presto, Kingshaw!».
«Non voglio giocare a questo gioco adesso».
Il voto di Hooper si corrugò in un’espressione di disprezzo. «Quale gioco? Stiamo inseguendo le
tracce di un cervo, mi pare. Almeno io. Tu, fa’ pure quello che ti pare».
«Io voglio andare via. Sarebbe ora di uscire».
«Uscire da dove?».
«Da qui. Attraverserò i campi dietro al bosco e poi…».
«E poi, cosa?».
«Non importa. Niente. Tu però dovrai tornare indietro».
Hooper scosse il capo.
«Io vado».
Kingshaw aveva infilato il pullover all’interno della cartella. Alle sue spalle si trovavano i cespugli
dai quali era venuto. Si diresse dritto verso di loro.
«Dove stai andando?».
«Te l’ho detto, voglio uscire di qui, adesso».
«A casa?».
«Fatti gli affari tuoi. No».
«Dall’altra parte del bosco, allora?».
«Sì».
«Non è la strada giusta».
«Invece sì».
«Non lo è. Eravamo proprio lì, abbiamo girato in tondo».
Kingshaw esitò. C’erano ciuffi di vegetazione tutt’intorno. Cercò di acuire il suo senso
dell’orientamento. Se fosse andato nella radura, sulla sua sinistra, allora si sarebbe diretto verso la fine
di Hang Wood. Doveva essere al confine, ormai. Camminò ancora per un po’. Poi, sentì Hooper
corrergli dietro.
La radura si stringeva, ma non c’erano i grovigli di fogliame, lì: si riusciva a camminare in avanti. I
rami degli alberi si chiudevano serrati sopra le loro teste. Era buio. Kingshaw si fermò. Si faceva sempre
più buio da quel che riusciva a vedere. Se fosse stato prossimo al confine del bosco avrebbe dovuto
esserci più luce.
Si voltò lentamente. Identico. Ovunque sembrava tutto uguale.
«Cosa ti prende, adesso?».
Kingshaw sentì per la prima volta una nota di paura nella voce di Hooper, e seppe che era il capo,
adesso, di nuovo.
«Per quale motivo ti sei fermato?».
Con movimenti decisi, Kingshaw infilò le dita sotto la corda di spago che legava la cartella e se la
sfilò di dosso. Slegò il giubbotto e lo distese sul terreno, e poi ci si sedette sopra. Hooper stava sopra di
lui, muoveva gli occhi nervoso: il volto pallido quanto i suoi arti alla debole luce del bosco.
47

Kingshaw parlò.
«Ci siamo persi», disse. «Faremmo meglio a rimanere qui e pensare cosa fare».
Hooper fece una smorfia. Si inginocchiò sul terreno, un po’ distante da Kingshaw, e cominciò a
girare un dito tra le foglie, il capo chino.
«È colpa tua», s’infervorò. «È tutta colpa tua, Kingshaw. Avresti dovuto fare come ti dicevo».
«Oh, sta’ zitto».
Si udì un verso stridulo, e un possente sbattere di ali, come di nacchere di legno. Kingshaw guardò in
alto. Due ghiandaie volavano dritte attraverso il bosco, le ali fendevano l’aria producendo un ronzio.
Quando se ne furono andate, tornò a regnare il silenzio, e sembrava fosse diventato anche tutto più buio.
Poi, una leggera brezza attraversò gli alberi nella loro direzione, e passò, smuovendo l’aria calda. Di
nuovo il silenzio. Un merlo iniziò a intonare un forte ed energico canto di avvertimento. Hooper guardò
in alto allarmato. Da qualche parte, lontano, giunse il primo rombo di tuono.

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CAPITOLO SETTE

«Era un tuono!», disse Hooper, dopo qualche minuto passato in silenzio.
«Sì. Se ci sarà una tempesta, dovremo trovare riparo. Pioverà».
Kingshaw notò che Hooper guardava nella sua direzione mentre parlava: il suo volto strano e
contratto. Quando aprì bocca per rispondere, le labbra gli si serrarono, come se stesse assaporando
qualcosa di acido.
«Sto sempre male», disse con voce provata, «durante i temporali. Li odio. Non posso mai stare
all’aperto quando ce n’è uno».
Le scure pupille nei suoi occhi si erano ridotte a due puntini. Ha paura, pensò Kingshaw: una paura
matta. Non l’ho mai visto spaventato prima d’ora, ma adesso lo è.
Se fosse stato un tipo vendicativo, questa sarebbe stata la sua occasione con Hooper. Ma lui non lo
era. Non gli interessava poi molto, fintanto che venisse lasciato in pace.
«Qui dovremmo essere sufficientemente al sicuro».
«Siamo sotto a degli alberi. Non dovresti mai ripararti sotto a un albero, è la cosa più pericolosa di
tutte!»
«Questo, però, quando c’è solamente un singolo albero, in un campo o qualcosa del genere. Ma qui
va bene: è diverso».
«Perché?».
«Non lo so. Qui gli alberi sono più cmpatti, credo. È… diverso».
Un tuono rombò di nuovo, non lontano da lì.
«Lo odio. Mi fa stare male».
«Va bene stare male. Non è un problema».
«Kingshaw, perché non scappiamo da qui? Se ci mettiamo a correre, usciremo da questo posto:
potremmo tornare a casa in tempo, prima che cominci il temporale!».
«Ma comincerà presto. Ci siamo allontanati di miglia, ricordi? E comunque, per prima cosa, non
sappiamo come uscire di qui, quindi come facciamo a correre a casa, stupido?».
«Possiamo provarci, possiamo semplicemente andare nella direzione da cui siamo venuti».
«Ma non conosciamo la direzione! E poi, io non voglio tornare a casa. Tu puoi fare quello che vuoi,
puoi andare».
«Non me ne starò da solo in un temporale!».
La voce di Hooper era acuta, rasentava il panico. Qualsiasi forma di decoro ci fosse era sparita; a lui
non interessava se Kingshaw vedeva che aveva paura: voleva che lui sapesse, in realtà voleva essere
protetto.
Kingshaw non si sentì affatto dispiaciuto per lui. Era distaccato. Ma non avrebbe lasciato Hooper,
sapeva che doveva occuparsi della faccenda.
Cresceva un moto di tensione nel bosco, mentre il cielo si oscurava. Ogni singolo movimento degli
uccelli risuonava distinto, anche se proveniente da lontano. Kingshaw aveva caldo. Voleva che
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