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Il cacciatore di teste Jo Nesbo .pdf



Nome del file originale: Il cacciatore di teste - Jo Nesbo.pdf
Titolo: Il cacciatore di teste
Autore: Jo Nesbø

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Jo Nesbø

Il cacciatore di
teste
Traduzione di Maria Teresa Cattaneo

Einaudi

Prologo

Una collisione tra due veicoli è un
fenomeno puramente sico. L’elemento
decisivo è la casualità, che si può
comunque spiegare con l’equazione Forza
x Tempo = Massa x Variazione di velocità.
Date dei valori a queste variabili casuali e
avrete una storia semplice, vera, senza via
di scampo, in cui si descrive cosa succede
quando un Tir a pieno carico, del peso di
venticinque tonnellate e che procede a

ottanta
chilometri
all’ora,
centra
un’automobile del peso di milleottocento
chili che va alla stessa velocità. Tenendo
conto delle variabili casuali applicabili al
punto d’impatto, alla struttura della
carrozzeria e all’angolazione dei corpi
all’interno dell’abitacolo, la storia potrà
essere raccontata in mille modi diversi, ma
due elementi saranno sempre gli stessi: la
collisione nirà in tragedia e sarà l’auto a
farne le spese.
C’è un silenzio surreale; odo lo stormire
del vento tra le fronde degli alberi e il
mormorio di un ume. Il mio braccio è
come paralizzato, e mi ritrovo a testa in
giú, intrappolato tra alcuni corpi e una
carcassa d’acciaio. Dal pavimento dell’auto,
sopra di me, gocciolano sangue e benzina.
Sul soffitto a scacchi bianchi e neri, sotto di
me, scorgo un paio di forbicine per unghie,

un arto troncato, due uomini morti e un
beauty-case aperto. Il mondo non ha
bellezza, solo maquillage. La regina bianca
è a pezzi, io sono un assassino,
nell’abitacolo non respira piú nessuno.
Nemmeno io. Tra poco morirò. Chiuderò
gli occhi e mi arrenderò. È bello
arrendersi. Non ha piú senso aspettare. Ed
ecco perché ho una tale urgenza di farvi
questa cronaca, di raccontarvi questa
variante, questa storia sull’angolazione dei
corpi all’interno di un abitacolo.

Parte prima
La prima intervista

Capitolo 1
Il candidato

Il candidato era atterrito.
Per l’occasione si era recato da Gunnar
Øye, dove aveva acquistato un vestito
grigio di Ermenegildo Zegna, una camicia
su misura di Borrelli e una cravatta
bordeaux con dei disegnini tipo
spermatozoi,
probabilmente
rmata
Cerruti 1881. Riguardo alle scarpe, invece,
non avevo dubbi: Ferragamo fatte a mano.
Ne avevo di simili.

Dai documenti sulla scrivania risultava
che il candidato si era laureato
brillantemente alla facoltà di Economia e
commercio della Norges Handelshøyskole
di Bergen, aveva militato in Parlamento
per un mandato nelle le del Partito
conservatore, e da quattro anni dirigeva,
con risultati lusinghieri, un’azienda
norvegese di medie dimensioni.
Eppure
Jeremias
Lander
era
terrorizzato. Il suo labbro superiore era
imperlato di sudore.
Accostò alle labbra il bicchiere d’acqua
che la mia segretaria aveva appoggiato sul
tavolino.
– Vorrei… – gli dissi con un sorriso, ma
non con il sorriso aperto, incondizionato,
con il quale s’invita un perfetto sconosciuto
a prendere un caffè, non con un sorriso
frivolo, bensí con quel sorriso cortese, ma

distaccato, che in letteratura sta a indicare
professionalità, obiettività e approccio
analitico. Ed è questa assenza di
coinvolgimento emotivo che induce il
candidato
a
ritenere
integerrimo
l’intervistatore e che, sempre stando alla
letteratura, lo spinge a fornire informazioni
piú stringate e obiettive, convinto com’è,
ormai, che ogni tentativo di commedia
sarà
smascherato,
le
esagerazioni
denunciate, i tatticismi puniti. Io
comunque sorrido cosí non perché me lo
suggerisca la letteratura. Infatti me ne
frego alla stragrande di tutte le stronzate
scritte da esperti piú o meno autorevoli;
l’unica strategia che uso, e che è davvero
efficace, è l’interrogatorio in nove fasi di
Inbau, Reid e Buckley. Io sorrido cosí
perché io sono cosí: professionale, analitico
e senza alcun coinvolgimento emotivo.

Sono un cacciatore di teste. Non è un
lavoro particolarmente difficile. Ma io sono
il migliore sulla piazza.
– Vorrei, – dissi ancora una volta, – che
adesso mi parlasse un po’ della sua vita
fuori dal lavoro.
– Perché, ne esiste una? – La sua risata
risuonò ai limiti dello sguaiato. Durante
un colloquio di lavoro è piuttosto
imbarazzante ridere di una propria battuta,
ed è altrettanto imbarazzante
ssare
l’interlocutore per vedere se l’ha capita.
– Spero proprio di sí, – replicai, mentre
la risata gli moriva in gola. – Credo che i
vertici dell’azienda siano alla ricerca di un
amministratore delegato con una vita
equilibrata, in grado di rimanere alla guida
della società per alcuni anni, un
maratoneta capace di gestire al meglio la
sua corsa e che non mostri segni di

logoramento dopo soli quattro anni.
Jeremias Lander annuí mentre beveva
un altro sorso d’acqua.
A occhio e croce avrei detto che era
quattordici centimetri piú alto di me e che
aveva tre anni in piú. Quindi doveva
averne trentotto. Un po’ troppo giovane
per quel lavoro. E lui lo sapeva bene; ecco
perché
si
era
tinto
quasi
impercettibilmente di grigio i capelli
intorno alle tempie. Quel trucco l’avevo già
visto. Avevo già visto tutto. Un candidato a
cui sudavano molto le mani era giunto al
colloquio con la tasca destra della giacca
piena di gesso e mi aveva dato la stretta di
mano piú bianca e piú asciutta che si possa
immaginare.
Lander
emise
involontariamente un verso che ricordava
quello di una chioccia. Annotai sulla guida
ai colloqui: «Motivato. Orientato alla

soluzione».
– Vedo qui che abita a Oslo, giusto? –
continuai.
Annuí. – Skøyen.
– E sua moglie si chiama… – Sfogliai i
documenti e assunsi quell’espressione
irritata con la quale faccio capire ai
candidati che tocca a loro prendere
l’iniziativa.
– Camilla. Siamo sposati da dieci anni.
Abbiamo due bambini che vanno alle
elementari.
– E come de nirebbe il suo
matrimonio? – gli chiesi senza guardarlo in
faccia. Gli concessi due lunghi secondi, e
mentre era ancora alla ricerca di una
risposta lo incalzai con un’altra domanda:
– Ritiene che sarà ancora sposato fra sei
anni, dopo aver trascorso al lavoro due
terzi della sua vita da sveglio?

Alzai lo sguardo. Come previsto, lessi lo
sconcerto nei suoi occhi. Ero stato
incoerente. Vita equilibrata. Dedizione
assoluta al lavoro. Le due cose non stavano
insieme. Rispose dopo quattro secondi,
ovvero almeno un secondo di troppo: –
Spero proprio di sí.
Sorriso sicuro, allenato. Ma non a
sufficienza. Non per me, almeno. Aveva
usato le mie stesse parole contro di me, e
avrei anche apprezzato quella capacità se la
sua ironia fosse stata intenzionale. Invece,
in questo caso, si era purtroppo limitato a
scimmiottare in modo inconsapevole le
parole pronunciate da una persona che
godeva presumibilmente di uno status
superiore. «Cattiva immagine di sé»,
annotai. Inoltre aveva risposto «spero»,
quindi non ne era certo, non aveva
progetti grandiosi per il futuro, non era

capace di leggere in una sfera di cristallo,
non dava l’idea di sapere che un manager
deve perlomeno dare l’idea di essere
chiaroveggente.
«Non è un improvvisatore. non sa
gestire il caos».
– Lavora?
– Sí. In uno studio legale in centro.
– Ogni giorno dalle nove alle quattro?
– Esattamente.
– E chi resta a casa quando i bambini
sono malati?
– Camilla. Per fortuna capita raramente
che Niclas e Anders siano…
– Quindi non avete una donna delle
pulizie o qualcun altro che si occupa della
casa durante il giorno?
Esitò, come fanno di solito i candidati
quando non sono sicuri della risposta
migliore da dare. Ciò nonostante,

purtroppo, mentono di rado. Jeremias
Lander scosse la testa.
– Lei è uno sportivo, vero Lander?
– Sí, mi alleno regolarmente.
Nessuna esitazione questa volta. Tutti
sanno che le aziende non vogliono avere
dirigenti che vengono stroncati da un
infarto alla prima salita.
– Jogging e sci di fondo, forse?
– Naturalmente. A tutta la famiglia
piace la vita all’aria aperta. E abbiamo uno
chalet a Norefjell.
– Come immaginavo. E anche un cane.
Lander scosse la testa.
– Ah no? Come mai? Siete allergici?
L’uomo scosse di nuovo la testa, questa
volta con maggior energia. Annotai: «Forse
gli manca il senso dell’umorismo».
Mi appoggiai quindi allo schienale della
sedia e accostai i polpastrelli delle dita gli

uni agli altri. Un gesto assai arrogante, lo
so bene. Ma cosa ci posso fare? Io sono
fatto cosí. – Secondo lei quanto vale la sua
reputazione di manager, Lander? E in che
modo l’ha assicurata?
Aggrottò la fronte già sudata mentre si
sforzava di capire il senso delle mie parole.
Dopo due secondi chiese con aria
rassegnata:
– Che cosa vuol dire?
Sospirai come se la risposta fosse ovvia.
Mi guardai intorno alla ricerca di
un’allegoria pedagogica mai utilizzata
prima. E come al solito la trovai sulla
parete.
– È un appassionato d’arte, Lander?
– Me ne intendo un po’. La vera esperta
è mia moglie.
– È cosí anche per me. Vede questo
quadro? – Indicai Sara gets undressed ,

un’opera in latex di oltre due metri che
rappresentava una ragazza con indosso
solo una gonna verde, le braccia alzate,
intenta a s larsi un maglione rosso. – Un
regalo di mia moglie. L’artista si chiama
Julian Opie, e il quadro vale
duecentocinquantamila
corone.
Lei
possiede opere cosí costose?
– In effetti sí.
– Congratulazioni. Riuscirebbe a
stimare il valore di quest’opera?
– Solo se me lo suggerisce qualcuno.
– Per l’appunto. Nel quadro qui appeso
i tratti sono molto stilizzati, la testa della
donna è un cerchio, uno zero senza volto,
e il colore è steso in modo monotono,
senza struttura. È stato realizzato al
computer e se ne possono stampare milioni
di copie premendo un solo tasto.
– Caspita!

– L’unico motivo, sottolineo, l’unico
motivo per cui quest’opera vale
duecentocinquantamila corone è la fama
dell’artista. La sua nomea di bravo pittore,
la ducia del mercato nel suo genio.
Perché è difficile de nire concretamente
cos’è il genio, impossibile saperlo con
certezza. Lo stesso vale per i dirigenti,
Lander.
– Ho capito. La reputazione dipende
dalla
ducia che un amministratore
delegato riesce a ispirare.
Annotai: «Non è uno stupido».
– Per l’appunto, – continuai. – La
reputazione è tutto. Incide non solo sullo
stipendio, ma persino sulla quotazione in
Borsa delle società. Qual è l’opera d’arte
che avete in casa? Che valore ha sul
mercato?
– Si tratta di una litogra a di Edvard

Mu n ch . Brosjen. Non conosco la sua
quotazione, ma…
Feci un cenno d’impazienza con la
mano.
– Ma all’ultima asta è stata battuta per
trecentocinquantamila corone, – aggiunse.
– E in che modo ha assicurato
quest’opera preziosa contro i furti?
– La mia casa è dotata di un ottimo
sistema d’allarme, – speci cò. – Il Tripolis.
Lo usano anche tutti i miei vicini.
– Il Tripolis è ottimo ma costoso, ce l’ho
anch’io, – commentai. – Circa ottomila
corone l’anno. Quanto ha investito invece
nella sua reputazione?
– Che cosa intende dire?
– Ventimila corone? Diecimila? Meno?
Alzò le spalle.
– Nemmeno un soldo bucato, –
suggerii. – Lei ha un curriculum e uno

stipendio annuo che valgono dieci volte il
quadro di cui stiamo parlando. Eppure
non c’è nessuno che se ne occupi, nessuno
che li valorizzi. Perché lei non lo ritiene
necessario. Perché crede che i suoi risultati
presso l’azienda per cui lavora parlino da
soli. Non è vero?
Lander non rispose.
– Be’, – dissi, sporgendomi in avanti e
abbassando la voce come se stessi per
rivelargli un segreto. – Le cose non stanno
affatto cosí. Il successo è come i quadri di
Opie, pochi tratti stilizzati con alcuni zeri,
senza volto. I quadri non contano nulla, la
reputazione è tutto. Ed è quanto noi
possiamo offrire.
– La reputazione?
– Lei si trova qui nel mio ufficio perché
è uno di sei ottimi candidati a una
posizione di amministratore delegato. Non

credo però che verrà scelto. Perché non ha
una reputazione.
Lander aprí la bocca come per
formulare una protesta che non giunse
mai. Mi buttai contro lo schienale della
poltrona, che prese a cigolare.
– Ma non si rende conto? Lei si è
candidato a questo lavoro! Avrebbe dovuto
trovare qualcuno che ci facesse il suo
nome, e
ngersi sorpreso quando
l’avremmo contattata. Un supermanager
deve farsi scovare dopo una lunga caccia,
non arrivare in tavola già pronto e servito.
Vidi che avevo fatto centro. Il
candidato era profondamente scosso.
Questa non era la solita intervista di
lavoro, questo non era il Cute, il Disc o
qualcun altro di quegli stupidi questionari
inutilizzabili,
concepiti da qualche
psicologo da strapazzo o da specialisti delle

risorse umane assolutamente privi di
risorse. Riabbassai il tono di voce.
– Spero che sua moglie non rimarrà
troppo delusa quando oggi pomeriggio, di
ritorno a casa, le darà la notizia. Quando le
racconterà che il lavoro da sogno è
sfumato. Che anche quest’anno non farà
carriera. Come l’anno scorso del resto…
Lander sussultò sulla sedia. Centro!
Non poteva essere altrimenti. Perché
Roger Brown, la stella piú fulgida del
rmamento dei recruiter, era entrato in
azione.
– L’anno… scorso?
– Perché, non è vero?, lei si è candidato
alla posizione di amministratore delegato
in Denja. Maionese e paté di fegato. Non
era lei?
– Credevo che queste informazioni
fossero con denziali, – rispose Jeremias

Lander in tono sconsolato.
– Infatti. Il mio lavoro è raccogliere le
informazioni. Ed è quello che faccio. Con i
metodi che ho a disposizione. È stupido
proporsi per dei lavori e venire scartati,
soprattutto nella sua posizione, Lander.
– Nella mia posizione?
– In base ai suoi titoli di studio, ai suoi
risultati lavorativi, ai test e all’impressione
che mi ha fatto, mi sembra che lei abbia
tutte le carte in regola. L’unica cosa che le
manca è la reputazione. E la reputazione si
ottiene solo con l’esclusività. Cercare un
lavoro a destra e a manca non fa di lei una
persona dotata di questa prerogativa. Lei
non è un dirigente a caccia di una s da
qualunque,
ma della s da. Di un
particolare lavoro. Che le verrà proposto.
Su un piatto d’argento.
– Veramente? – chiese Lander

provando di nuovo a sfoderare il suo
sorriso accattivante. Peccato che non
funzionasse piú.
– Mi piacerebbe che lei entrasse a far
parte della nostra rosa di candidati. Però
non dovrà proporsi per altri lavori. Non
dovrà accettare le offerte apparentemente
irresistibili di altre agenzie di selezione del
personale. Dovrà rimanere con noi.
Mantenere un’aura di esclusività. Saremo
noi a occuparci della sua reputazione. A
prendercene cura. Ci dia la possibilità di
diventare per la sua reputazione quello che
il Tripolis è per casa sua. Entro due anni
potrà annunciare a sua moglie di essere
stato scelto per un lavoro molto piú
remunerativo di quello di cui stiamo
parlando ora. Può starne assolutamente
certo.
Jeremias Lander si passò il pollice e

l’indice sul mento sbarbato con cura. –
Ehm. Questa conversazione ha preso una
piega inaspettata.
La scon tta l’aveva indotto ad assumere
toni piú pacati. Mi sporsi verso di lui.
Spalancai le braccia. Rivolsi i palmi delle
mani verso l’alto. Cercai il suo sguardo.
Dagli studi è emerso che la prima
impressione durante un colloquio di lavoro
si basa per il settantotto per cento sul
linguaggio del corpo, e solo per l’otto per
cento su quanto viene detto. Gli altri
elementi
che
contano
sono
l’abbigliamento, l’odore emanato dalle
ascelle, l’alito, ciò che è appeso alle pareti.
Io possiedo in realtà una straordinaria
comunicazione non verbale. In quel
preciso momento stavo trasmettendo
apertura e ducia. Finalmente lo invitai a
entrare e a prendere un caffè.

– Mi ascolti bene, Lander. Domani il
presidente
del
consiglio
di
amministrazione e il direttore commerciale
verranno qui per un colloquio con uno dei
candidati. Mi piacerebbe che incontrassero
anche lei. Va bene a mezzogiorno?
– Perfetto –. Aveva risposto senza far
nta di dover controllare la propria
agenda. Mi risultò immediatamente molto
piú simpatico.
– Vorrei che lei stesse a sentire quanto
hanno da dire e che poi, con gentilezza,
spiegasse come mai non è piú interessato
alla loro offerta, che è alla ricerca di s de
di un altro genere, e quindi augurasse loro
buona fortuna.
Jeremias Lander inclinò la testa. – Ma
se mi ritiro in questo modo, non mi
giudicheranno una persona poco seria?
– Nient’affatto: la considereranno una

persona ambiziosa, uno che conosce il
proprio valore. Che fornisce i propri servizi
in modo selettivo. E questo è l’inizio della
storia che noi chiamiamo… – Feci un
cenno con la mano.
– Reputazione?
– Reputazione. Abbiamo un accordo,
allora?
– Entro due anni.
– Glielo garantisco.
– E come può garantirmelo?
Annotai:
«Passa
velocemente
all’offensiva».
– Raccomandandola per una delle
posizioni di cui le parlavo.
– E con questo? Non è lei a prendere le
decisioni.
Socchiusi nuovamente gli occhi.
Quando mia moglie Diana scorgeva questa
mia espressione, diceva che assomigliavo a

un leone indolente, a un tiranno sazio.
Amavo la sua definizione.
– Ciò che io consiglio è anche ciò che
decide il cliente, Lander.
– Che cosa vuol dire?
– Come lei non si candiderà piú per un
lavoro che non è sicuro di ottenere, cosí io
non consiglio mai candidati che poi non
vengono assunti.
– Veramente? Mai?
– Non che io ricordi. Se non ho la
certezza assoluta che il cliente seguirà il
mio consiglio, evito di presentargli un
candidato oppure lascio che l’incarico vada
a uno dei concorrenti. Per no se ho tre
candidati eccellenti e sono sicuro al
novanta per cento.
– E come mai?
Sorrisi. – La mia risposta inizia per R.
Tutta la mia carriera si basa su quello.

Lander scosse la testa e rise. – Infatti
gira voce che lei sia uno squalo, Brown.
Adesso capisco cosa intendono.
Sorrisi e mi alzai. – Ora le suggerisco di
tornarsene a casa e di raccontare alla sua
bella moglie che ri uterà questo lavoro
perché ha deciso di puntare piú in alto.
Secondo me l’attende una piacevole serata.
– Perché fa una cosa del genere per me,
Brown?
– Perché la provvigione che ci pagherà il
suo datore di lavoro è pari a un terzo del
suo salario lordo del primo anno. Sa che
Rembrandt andava sempre alle aste per
tirar su il prezzo dei propri quadri? Perché
dovrei venderla per due milioni all’anno
quando, lavorando un po’ sulla sua
reputazione, la posso vendere per cinque?
Tutto quello che le chiediamo è di far
parte in esclusiva della nostra rosa di

candidati. Affare fatto? – Gli porsi la
mano.
Me la strinse con foga. – Ho
l’impressione che questa sia stata una
chiacchierata proficua, Brown.
– Sono d’accordo, – risposi, facendomi
l’appunto mentale di dargli un paio di
suggerimenti su una corretta stretta di
mano prima dell’incontro con il cliente.
Ferdinand si precipitò nel mio ufficio
non appena ne fu uscito Jeremias Lander.
– Puah! – esclamò con una smor a di
disgusto e agitando la mano. – Eau de
camouflage.
Annuii mentre aprivo la nestra per
cambiar l’aria. Con quelle parole
Ferdinand aveva voluto dire che il
candidato
si
era
profumato
abbondantemente per camuffare il sudore

da nervosismo che pervade gli uffici in cui
si svolgono le selezioni del personale.
– Almeno era un Clive Christian, –
dissi. – Comprato dalla moglie. Come
l’abito, le scarpe, la camicia e la cravatta,
del resto. Ed è sempre lei che ha avuto
l’idea di fargli tingere le tempie di grigio.
– E tu come lo sai? – Ferdinand si
sedette sulla sedia occupata no a poco
prima da Lander, ma nell’avvertire il caldo
umido del corpo trattenuto dal
rivestimento si alzò di scatto, con un moto
di repulsione.
– È sbiancato in volto non appena ho
premuto il tasto «moglie», – spiegai. – Gli
ho fatto presente quanto la sua dolce metà
sarebbe rimasta delusa nel sapere che lui
non avrebbe ottenuto il lavoro.
– Il tasto «moglie»! Ma come ti vengono
in mente, Roger? – Ferdinand si era

seduto su un’altra sedia e aveva disteso i
piedi su una copia piuttosto a buon
mercato di un tavolino Noguchi. Aveva
preso un’arancia e la stava sbucciando,
spruzzandosi una cascata quasi invisibile di
goccioline sulla camicia appena stirata.
Ferdinand era incredibilmente goffo per
essere un omosessuale. E incredibilmente
omosessuale per essere un headhunter.
– Inbau, Reid e Buckley, – dissi.
– Me lo hai già accennato altre volte, –
ribatté Ferdinand. – Ma di cosa si tratta
esattamente? È meglio del Cute?
Risi. – Si tratta della tecnica
d’interrogatorio in nove fasi dell’Fbi,
Ferdinand. È una macchina da guerra in
un mondo di onde, uno strumento
superefficace che non fa prigionieri ma dà
risultati rapidi e tangibili.
– Che risultati, Roger?

Sapevo bene dove voleva andare a
parare, e la cosa non mi creava problemi.
Voleva scoprire quale fosse il mio asso
nella manica, come mai fossi il migliore
sulla piazza mentre lui, almeno per il
momento, non lo era. E io gli fornivo
quello che lui mi chiedeva. Perché le
regole sono queste, il sapere va condiviso.
E poi non sarebbe mai diventato migliore
di me, avrebbe continuato a presentarsi
con camicie che odoravano d’agrumi e a
chiedersi se qualcuno aveva un modello,
un metodo, un’arma vincente migliore
della sua.
– Sottomissione,
– risposi.
–
Confessione. Verità. I principî base sono
molto semplici.
– Puoi farmi un esempio?
– È importante iniziare l’interrogatorio
rivolgendo al sospetto domande sulla sua

famiglia.
– Bah, – commentò Ferdinand. –
Questo lo faccio anch’io. L’interrogato si
sente piú a suo agio se conosce
l’argomento, se si trova a parlare di
qualcosa che lo riguarda intimamente. Ed
è piú facile che si lasci andare alle
confidenze.
– Appunto. E poi cosí riesci a capire
meglio quali sono le sue debolezze, qual è
il suo tallone di Achille, che sfrutterai
contro di lui in una fase successiva
dell’interrogatorio.
– Ma che cazzo di terminologia usi?
–
Nella
fase
successiva
dell’interrogatorio, quando inizierai a
chiedergli cosa lo fa stare cosí male,
quando parlerai di ciò che è successo,
dell’omicidio di cui è sospettato, di ciò che
lo fa sentire solo e abbandonato da tutti e

che lo spinge a volersi nascondere, sarai
cosí gentile da mettere un rotolo di scottex
sul tavolo, appena al di fuori della sua
portata.
– E perché mai?
– Perché l’interrogatorio sta seguendo
un suo crescendo naturale ed è giunto il
momento di premere il tasto dei
sentimenti. Gli chiederai che cosa
penseranno i suoi gli di lui quando
verranno a sapere che il loro papà è un
assassino. E nel momento stesso in cui gli
si riempiranno gli occhi di lacrime, tu gli
porgerai il rotolo di scottex. Sarai quello
che lo sa capire, quello che è pronto ad
aiutarlo, l’amico a cui può con dare tutte
le sue malefatte, quell’omicidio cosí
stupido, ma cosí stupido, che è
praticamente successo da solo.
– Omicidio? Non capisco di che parli.

Noi ci occupiamo solamente di selezione
del personale, il nostro compito non è far
condannare i candidati per omicidio.
– Il mio invece sí, – replicai afferrando
la giacca appoggiata sulla sedia. – Ed è per
questo che sono il cacciatore di teste piú
bravo della città. A proposito, sarai tu a
condurre il colloquio con Lander e con il
cliente domani a mezzogiorno.
– Io?
Uscii dalla porta e imboccai il corridoio,
con Ferdinand che trotterellava alle mie
spalle mentre passavamo davanti agli altri
venticinque uffici di Alfa, una società di
selezione del personale di medie
dimensioni che era riuscita a sopravvivere
per quindici anni e che aveva un fatturato
annuo tra i quindici e i venti milioni di
corone; gli introiti, dopo il pagamento di
bonus troppo modesti ai migliori di noi,

nivano nelle tasche del proprietario a
Stoccolma.
– Sarà un gioco da ragazzi. Trovi le
informazioni nel file. Okay?
– Okay, – rispose Ferdinand. – A una
condizione.
– Condizione? Sono io che ti sto
facendo un favore.
– Il vernissage che c’è stasera nella
galleria di tua moglie…
– Cosa c’entra?
– Posso venire?
– Sei stato invitato?
– È proprio questo il punto. Sono
sull’elenco?
– Credo proprio di no.
Ferdinand si arrestò di colpo e
scomparve dal mio campo visivo. Io
continuai a percorrere il corridoio, ben
sapendo che lui se ne stava là, con le

braccia a penzoloni, lo sguardo sso su di
me, meditando sul fatto che anche questa
volta non avrebbe brindato con gli
esponenti del jet set di Oslo, le regine della
notte, le celebrità, i miliardari, non
avrebbe avuto accesso a quel profumo di
glamour che si respirava ai vernissage di
Diana, non avrebbe potuto stringere
contatti con persone potenzialmente
candidate a una posizione, a un letto o a
qualche rapporto peccaminoso. Mi faceva
pena.
– Roger? – Era la ragazza dietro il
bancone della reception. – Ci sono due
telefonate per te. Una…
– Non ora, Oda, – le risposi senza
fermarmi. – Sto fuori tre quarti d’ora. Non
prendere messaggi.
– Ma…
– Se è qualcosa di davvero importante

richiameranno.
Una bella ragazza, Oda, ma aveva
ancora bisogno di un po’ d’addestramento.
A proposito, si chiamava Oda o Ida?

Capitolo 2
Il terziario

L’acre odore salino dei gas di scarico
nell’aria autunnale mi faceva pensare al
mare, all’estrazione di petrolio e al
prodotto nazionale lordo. La luce
abbagliante
del
sole
batteva
perpendicolarmente sui vetri degli uffici,
gettando ombre nitide e rettangolari su
quella che un tempo era stata un’area
industriale e ora era una sorta di quartiere
con boutique troppo costose, appartamenti

troppo costosi e uffici troppo costosi per
consulenti troppo costosi. Da dove mi
trovavo vedevo tre centri tness, sempre
strapieni da mattina a sera. Un giovanotto
in abito Corneliani e con occhiali alla
moda, da intellettuale, mi salutò con
deferenza, e io ricambiai cortesemente il
saluto con un cenno del capo. Non avevo
idea di chi fosse, ma probabilmente si
trattava di qualcuno che lavorava in
un’altra agenzia di selezione del personale.
Da Edward W. Kelley, forse? Solo gli
headhunter salutano con riverenza gli altri
headhunter. In parole povere: non c’è
nessun altro che mi saluti, nessuno sa chi
io sia. Innanzitutto frequento una ristretta
cerchia sociale quando non sono insieme a
mia moglie Diana. In secondo luogo lavoro
per una società che – proprio come Kelley
– appartiene a un’élite, non ama stare sotto

la luce dei ri ettori. Non l’hai mai sentita
nominare; poi un giorno ti candidi per una
posizione da top manager e a quel punto ti
capita di ricevere una telefonata, e ti si
accende come una lampadina: Alfa, dov’è
che ho già sentito questo nome? È stato a
un incontro con la dirigenza o alla nomina
del nuovo direttore di una divisione? In
realtà tu hai già sentito parlare di noi, ma
non sai nulla sul nostro conto. Perché la
discrezione è la nostra principale nonché
unica virtú.
Infatti passiamo la maggior parte del
tempo a contar balle, e anche della peggior
specie, come quando alla ne della
seconda intervista ripeto invariabilmente:
«Lei è proprio la persona che stavo
cercando per questo lavoro. Un lavoro per
il quale lei, ne sono assolutamente
convinto, è perfetto. E ciò signi ca che il

lavoro è perfetto per lei. Mi creda».
Bene. Meglio non credermi.
Sí, secondo me era uno di Kelley.
Oppure di Amrop. Con un abito simile di
certo non lavorava per una di quelle
grandi agenzie, prive di charme, senza
alcun
pizzico
d’esclusività,
come
Manpower o Adecco. Ma nemmeno per
una di quelle agenzie minuscole e
supercool come Hopeland, perché in quel
caso l’avrei conosciuto. Ovviamente poteva
darsi che appartenesse a una delle agenzie
di grandi dimensioni e di un certo appeal
come Mercuri Urval o Delphi, o a una
delle piccole, un po’ scialbe, anonime, che
di solito reclutano i funzionari di medio
calibro e che solo in rare occasioni hanno
la possibilità di concorrere con noi big
boys. Ovviamente perdono, e quindi
ritornano a occuparsi del reclutamento di

direttori di negozi e capo contabili. E
salutano con deferenza persone come me,
nella speranza che un giorno mi ricordi di
loro e gli offra una posizione.
Non esistono classi che ufficiali sulla
bravura degli headhunter o ricerche sul
loro valore come accade nel settore dei
broker, né cerimonie in cui vengono
assegnati i premi ai guru dell’anno come
per la tv e la pubblicità. Ma a noi non
servono. Noi sappiamo chi è il migliore
sulla piazza, chi sono gli s danti, chi si
trova sull’orlo del precipizio. I grandi
trion sono celebrati nell’ombra, i funerali
sono accompagnati da un silenzio tombale.
Il tizio che mi aveva appena salutato
sapeva bene che io ero Roger Brown,
l’headhunter infallibile, che all’occorrenza
manipola, forza e costringe in un angolo i
candidati, la cui capacità di giudizio gode

della ducia illimitata dei clienti che non
esitano a mettere il futuro della loro
azienda nelle sue mani, e solo nelle sue
mani. Per dirla tutta: l’anno scorso non è
stato l’Ente portuale di Oslo ad assumere il
nuovo direttore del traffico, non è stata
Avis ad assumere il nuovo direttore
dell’area scandinava e tanto meno il
Consiglio comunale ad assumere il
direttore della centrale elettrica di Sirdal.
Sono stato io.
Decisi di appuntarmi qualche nota sul
collega. «Ben vestito. Sa a chi mostrare
rispetto».
Telefonai a Ove da una cabina
telefonica a anco del chiosco di Narvesen
mentre controllavo il cellulare. Otto
messaggi. Li cancellai.
– Abbiamo un candidato, – dissi
quando Ove finalmente rispose al telefono.

– Jeremias Lander, Monolitveien.
– Devo controllare se è sulla lista?
– No, so per certo che c’è. È stato
convocato domani per la seconda
intervista. Da mezzogiorno alle due.
Dammi un’ora. Te lo sei segnato?
– Chiaro. Hai qualcos’altro da dirmi?
– Le chiavi. Da Sushi & Coffee tra venti
minuti?
– Fra mezz’ora.
Percorsi la strada lastricata che portava
a Sushi & Coffee. Il motivo per cui hanno
scelto un manto stradale piú rumoroso, piú
inquinante e piú costoso del normale
asfalto, è probabilmente il bisogno di
ricreare un idillio, la nostalgia per qualcosa
di primordiale, durevole e autentico. Piú
autentico,
certamente,
di
questo
pseudoquartiere dove un tempo le cose

venivano create con il sudore della fronte,
i prodotti forgiati nel fuoco incandescente
e si udiva il clangore del martello. Ciò che
si sentiva adesso era invece il ronzio delle
macchine da caffè espresso e lo stridore del
ferro sul ferro dei centri tness. Perché qui
si assiste al trionfo del terziario sul lavoro
operaio, al trionfo del design sulla penuria
di case, al trionfo della nzione sulla
realtà. Ed è una cosa che mi piace.
Guardai gli orecchini di diamanti nella
vetrina dell’ore ce di fronte a Sushi &
Coffee. Sarebbero stati benissimo a Diana.
E disastrosi per le mie tasche. Scacciai il
pensiero, attraversai la strada ed entrai nel
locale in cui, stando all’insegna, viene
preparato il sushi, ma stando al palato
viene servito pesce morto. Il loro caffè,
però, è buono. Il locale era semipieno,
affollato di donne slanciate, biondo


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