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Polizia Jo Nesbo .pdf



Nome del file originale: Polizia - Jo Nesbo.pdf
Titolo: Polizia
Autore: Jo Nesb?

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Jo Nesbø
Polizia
Traduzione di Eva Kampmann
Einaudi

JO NESBØ

POLIZIA
(Politi / Police, 10\3)
traduzione di Eva Kampamm
Prima edizione italiana
Stile libero Noir - Big 19 novembre 2013
Einaudi

Parte prima

Prologo
Dormiva là dentro, dietro la porta.
L’interno del cantonale odorava di legno vecchio, residui di polvere da sparo e
olio per armi. Quando i raggi del sole si riversavano dentro la stanza dalla finestra, un
fascio di luce a forma di clessidra penetrava nel mobile dalla toppa e, se l’inclinazione era
quella giusta, faceva luccicare debolmente la pistola sul ripiano centrale.
La pistola era un’Odessa russa, una copia della piú conosciuta Stechkin.
L’arma aveva avuto una vita vagabonda, aveva viaggiato con i kulaki dalla
Lituania alla Siberia, si era spostata da un quartier generale degli urka all’altro nella
Siberia meridionale, era appartenuta a un ataman, un capo cosacco ucciso dalla polizia
mentre la impugnava, per poi capitare in casa di un direttore carcerario di Tagil
collezionista d’armi. Infine, l’orrenda, spigolosa pistola mitragliatrice era stata portata in
Norvegia da Rudolf Asajev il quale, prima di scomparire, aveva monopolizzato il mercato
degli stupefacenti di Oslo con la violina, un oppioide simile all’eroina. E adesso l’arma si
trovava proprio in quella città, per la precisione in Holmenkollveien, nella casa di Rakel
Fauke. L’Odessa era dotata di un caricatore predisposto per venti cartucce calibro nove
per diciotto millimetri Makarov e sparava sia colpi singoli sia raffiche. Ne restavano
dodici.
Tre pallottole erano state sparate contro degli spacciatori kosovari concorrenti, ma
una sola aveva centrato il bersaglio.
I due colpi successivi avevano ucciso Gusto Hanssen, un giovane ladro e
spacciatore che si era impossessato dei soldi e della droga di Asajev.
La pistola puzzava ancora degli ultimi tre colpi che si erano conficcati nella testa
e nel petto di Harry Hole, proprio mentre l’ex poliziotto indagava sull’omicidio di Gusto
Hanssen. E anche la scena del crimine era la stessa: Hausmanns gate 92.
La polizia non aveva ancora risolto il caso Gusto, e il diciottenne arrestato in un
primo momento era stato rilasciato. Fra l’altro perché gli investigatori non erano riusciti a
trovare l’arma che aveva usato né a collegarlo a una. Il ragazzo si chiamava Oleg Fauke,
e ogni notte si svegliava con gli occhi sgranati nel buio e gli spari nelle orecchie. Non i
colpi con cui aveva ucciso Gusto, ma gli altri. Quelli che aveva esploso contro il
poliziotto che era stato come un padre per lui durante l’adolescenza. Che un tempo
sognava avrebbe sposato sua madre, Rakel. Harry Hole. Oleg vedeva il suo sguardo
ardere davanti a sé nell’oscurità, pensava alla pistola riposta lontano, dentro un cantonale,
e sperava che non l’avrebbe mai piú vista in vita sua. Che nessuno l’avrebbe piú vista.
Che quell’arma avrebbe dormito in eterno.
Dormiva là dentro, dietro la porta.
La stanza d’ospedale piantonata odorava di farmaci e di vernice. L’apparecchio
accanto al letto registrava il battito cardiaco dell’uomo.
Isabelle Skøyen, l’assessore alle Politiche sociali del comune di Oslo, e Mikael
Bellman, il capo della polizia fresco di nomina, speravano di non vederlo mai piú.
Che nessuno lo vedesse piú.
Che avrebbe dormito in eterno.

1.
Era stata una giornata di settembre calda e lunga, con quella luce che trasforma il
fiordo di Oslo in argento fuso e infiamma le basse colline già spruzzate d’autunno. Una di
quelle giornate che inducono gli abitanti della capitale a giurare che non la lasceranno
mai e poi mai. Il sole stava calando dietro Ullern, e gli ultimi raggi orizzontali lambivano
il paesaggio, le basse, sobrie palazzine che testimoniavano le origini umili della città, gli
attici lussuosi con terrazze che raccontavano l’avventura del petrolio con cui
all’improvviso la Norvegia si era trasformata nel paese piú ricco del mondo, i tossici in
cima allo Stensparken di quella piccola, ordinata città, in cui i decessi per overdose erano
otto volte piú numerosi che nelle metropoli europee otto volte piú grandi. Lambivano i
giardini con le pedane elastiche protette da reti, dove i bambini non saltavano in piú di tre
per volta, come raccomandavano le istruzioni per l’uso. E le colline e il bosco che si
addentravano a semicerchio nella cosiddetta conca di Oslo. Il sole riluttava a lasciare la
città, protendeva le sue dita raggiate come in un commiato protratto dal finestrino di un
treno.
La giornata era iniziata con un’aria tersa e fredda e una luce forte come quella
delle lampade di una sala operatoria. Con il passare delle ore la temperatura era
aumentata, il cielo aveva assunto una gradazione di azzurro piú intensa e l’aria
quell’affabile palpabilità che faceva di settembre il mese piú gradevole dell’anno. E
quando arrivò il crepuscolo, dolce e discreto, l’aria dei quartieri residenziali sulle alture
dalle parti del lago Maridal profumava di mele e di abetaie tiepide.
Erlend Vennesla era quasi arrivato in cima all’ultima salita. Nonostante l’acido
lattico cominciasse ad accumularsi, era concentrato a dare la giusta spinta verticale ai
pedali Spd, a rivolgere leggermente le ginocchia verso l’interno. Perché la tecnica era
importante. Soprattutto quando si avvertiva la fatica e il cervello aveva voglia di
cambiare postura per far lavorare i muscoli meno stanchi, ma anche meno efficienti.
Sentiva il telaio rigido assorbire e sfruttare ogni singolo watt che lui gli imprimeva con i
piedi, la velocità aumentare quando ingranava un rapporto piú basso; si alzò in piedi
cercando di mantenere lo stesso ritmo, intorno alle novanta pedalate al minuto. Lanciò
un’occhiata al cardiofrequenzimetro da polso: centosessantotto. Puntò la lampada frontale
sul display del navigatore Gps fissato al manubrio. Era dotato di una cartina dettagliata di
Oslo e dintorni e di un’antenna attiva. La bicicletta e l’attrezzatura extra erano costate piú
di quanto avrebbe dovuto spendere un agente investigativo. Ma era importante
mantenersi in forma adesso che la vita offriva altre sfide.
Sfide piú piccole, a essere sinceri.
Ormai l’acido lattico gli attanagliava le cosce e i polpacci. Faceva male, certo, ma
era anche una bella promessa di ciò che lo aspettava. Un’orgia di endorfine. Muscoli
indolenziti. Coscienza pulita. Una birra insieme alla moglie sul terrazzino se la
temperatura non fosse scesa in picchiata dopo il tramonto.
E all’improvviso scollinò. La strada si fece pianeggiante, il lago Maridal si
stendeva davanti a lui. Rallentò. Si trovava in aperta campagna. Era davvero assurdo che
dopo quindici minuti di pedalata sostenuta dal centro di una capitale europea ci si potesse
ritrovare di colpo circondati da poderi, campi coltivati e boschi fitti con sentieri
escursionistici che sparivano nel buio della sera. Il sudore gli faceva prudere la testa sotto
il casco Bell grigio antracite, che da solo era costato quanto la bici da bambina che aveva

comprato per il sesto compleanno della nipote, Line Marie. Ma Erlend Vennesla non si
tolse il casco. Le ferite alla testa costituivano la causa piú frequente di decesso fra i
ciclisti.
Lanciò un’occhiata al cardiofrequenzimetro. Centosettantacinque.
Centosettantadue. Una gradita, leggera folata portò su dalla città lontane grida di giubilo.
Venivano sicuramente dallo stadio di Ullevaal, dove quella sera c’era una partita della
nazionale, contro la Slovacchia o la Slovenia, ma per qualche secondo Erlend Vennesla
immaginò che tanta esultanza fosse per lui. Era passato parecchio tempo da quando
qualcuno lo aveva applaudito. L’ultima volta doveva essere stata in occasione della festa
d’addio in suo onore alla Kripos, su a Bryn. La torta, il discorso del capo, Mikael
Bellman, che da allora aveva puntato dritto alla carica di capo della polizia. Ed Erlend
aveva accolto l’applauso, guardato gli altri negli occhi, ringraziato e per giunta sentito un
piccolo groppo in gola al momento di pronunciare il discorso di ringraziamento,
semplice, conciso e concreto secondo la tradizione della Kripos. Come investigatore
aveva avuto i suoi alti e bassi, ma senza prendere cantonate madornali. Almeno, a quanto
gli risultava, perché in quelle faccende non c’erano risposte sicure al cento per cento.
Ovvero, adesso che le tecniche di analisi del Dna avevano fatto passi da gigante e i vertici
della polizia manifestavano l’intenzione di volerle utilizzare per riesaminare qualche
vecchio caso, si rischiava proprio di riceverle. Le risposte. Risposte nuove. Soluzioni. A
patto che fossero casi irrisolti, non c’era nulla da eccepire, ma Erlend non capiva perché
volessero spendere risorse per frugare anche in indagini ormai bell’e concluse e risolte.
Il buio si era infittito e, nonostante la luce dei lampioni, per poco non superò il
cartello di legno che indicava l’accesso al bosco. Ma eccolo là. Proprio come ricordava.
Lasciò la strada e imboccò un sentiero di morbido fondo boschivo. Proseguí alla velocità
minima che gli consentiva di mantenersi in equilibrio. Il cono di luce della lampada
frontale sul casco strisciò sul sentiero e si fermò contro il muro nero di abeti che lo
fiancheggiava su entrambi i lati. Ombre lo precedevano sfrecciando, spaventate e
frettolose, si trasformavano e si nascondevano con un guizzo. Cosí aveva immaginato la
scena quando si era calato nei panni di lei: la corsa, la fuga con una torcia in mano, e poi
finire rinchiusa e violentata per tre giorni.
E quando in quello stesso momento Erlend Vennesla vide accendersi piú avanti la
torcia nel buio, per un attimo pensò fosse quella di lei, che si rimetteva a correre mentre
lui in sella alla motocicletta la inseguiva, e raggiungeva. La luce guizzò prima di puntare
su Erlend, che si fermò e scese dalla bici. Diresse la lampada frontale sul
cardiofrequenzimetro. Già sotto i cento. Niente male.
Slacciò il sottogola, si tolse il casco e si grattò il cuoio capelluto. Oh Dio, che
bello. Spense la lampada frontale, appese il casco al manubrio e procedette a piedi verso
la luce della torcia spingendo la bici. Sentiva il casco dondolare e sbattere contro il polso.
Si fermò di fronte alla torcia, che si sollevò. La luce forte gli fece bruciare gli
occhi. E, abbagliato, gli parve di avere ancora l’affanno: strano che la frequenza dei
battiti fosse cosí bassa, pensò. Percepí un movimento, un oggetto sollevato dietro
l’ampio, vibrante cerchio di luce, udí un sibilo sommesso nell’aria, e in quello stesso
istante fu colto da uno strano pensiero. Che aveva fatto male. Che aveva fatto male a
togliersi il casco. Che il maggior numero di decessi fra i ciclisti…
Era come se quel pensiero balbettasse, per una sorta di dislocazione temporale,
come se il collegamento video fosse stato interrotto per un attimo.

Erlend Vennesla fissò sbalordito davanti a sé e si sentí solcare la fronte da una
goccia di sudore caldo. Disse qualcosa, ma le parole non avevano senso, come se si fosse
verificato un errore nel collegamento tra il cervello e la bocca. Udí di nuovo il sibilo
sommesso. Poi il suono cessò. Ogni suono: non sentiva piú neanche il proprio respiro. Si
rese conto di essere inginocchiato e che la bicicletta stava cadendo lentamente in un
fosso. La luce gialla danzava davanti a lui, ma poi sparí appena la goccia di sudore
raggiunse la sella del naso, colò negli occhi e lo accecò. E capí che non era sudore.
Il terzo colpo fu come un ghiacciolo che si conficcava nella testa, nel collo, fin
dentro il corpo. Tutto gelò.
«Non voglio morire», pensò cercando di alzare il braccio sopra la testa per
proteggersi, ma non riusciva a muovere gli arti, e capí di essere paralizzato.
Il quarto colpo non lo percepí, ma dall’odore concluse di giacere nella terra
bagnata. Batté piú volte le palpebre e riacquistò la vista da un occhio. Nel fango proprio
davanti al suo viso scorse un paio di grossi scarponi sporchi. I tacchi si sollevarono, poi
gli scarponi si staccarono un po’ dal suolo. Il movimento si ripeté. I tacchi si sollevarono
e gli scarponi si staccarono dal suolo. Come se l’uomo che lo stava picchiando saltasse
per darsi la spinta. Saltasse per aumentare la forza dei colpi. E l’ultimo pensiero che gli
balenò nella mente fu che doveva ricordare come si chiamava lei, la sua nipotina, che non
doveva dimenticare il suo nome.

2.
L’agente Anton Mittet estrasse il bicchiere di plastica mezzo pieno dalla piccola
macchina Nespresso D290 rossa, si abbassò e lo posò sul pavimento. Non c’erano mobili
su cui poggiarlo. Poi capovolse il lungo contenitore facendone uscire un’altra capsula e
controllò istintivamente che il sottile coperchio di stagnola non fosse bucato, che fosse
intatto, prima di infilarla nella macchinetta. Mise un bicchiere di plastica vuoto sotto il
becco e pigiò uno dei pulsanti luminosi.
Consultò l’orologio mentre la macchina cominciava a soffiare e a sibilare. Quasi
mezzanotte. Cambio della guardia. A casa lo aspettavano, ma era dell’idea di doverle
prima spiegare l’incarico, in fondo non era che un’allieva della Scuola di polizia. Silje:
era questo il suo nome? Anton Mittet fissò l’erogatore. Sarebbe andato a prendere il caffè
se si fosse trattato di un collega maschio? Non lo sapeva, né gliene importava, aveva
rinunciato a dare delle risposte a domande simili. Era calato un silenzio tale che udí le
ultime gocce quasi lucide cadere nel bicchiere. Ormai la capsula aveva ceduto tutto il
colore e l’aroma, ma era importante sfruttarla al massimo, la ragazza aveva davanti una
lunga notte di guardia. Senza compagnia, senza imprevisti, senza altro da fare che fissare
i nudi muri di cemento del Rikshospital. Perciò aveva pensato di bere un caffè insieme a
lei prima di andare via. Prese entrambi i bicchieri e tornò indietro. Le pareti diffondevano
il rumore dei suoi passi. Superò porte chiuse a chiave. Sapeva che dietro non c’era niente
e nessuno, soltanto altre pareti nude. Nel caso del Rikshospital, una volta tanto i
norvegesi avevano costruito per il futuro, consapevoli che sarebbero diventati di piú, piú
vecchi, piú malati, piú esigenti. Erano stati lungimiranti, come i tedeschi con le
autostrade e gli svedesi con gli aeroporti. Ma i rari automobilisti che negli anni Trenta
attraversavano le campagne tedesche in maestosa solitudine su quelle mastodontiche
strade di cemento, o i passeggeri svedesi che si affrettavano per i terminal
sovradimensionati di Arlanda negli anni Sessanta, avevano avvertito un senso di
sventura? Che, nonostante fosse tutto nuovo di zecca, immacolato, e nessuno fosse
ancora morto in incidenti stradali o aerei, regnava un senso di sventura. Che da un
momento all’altro i fari dell’auto avrebbero potuto illuminare una famiglia sul ciglio della
strada che fissava con occhi vacui la luce: coperti di sangue, pallidi, il padre infilzato, la
madre con la testa rigirata, un bambino con gli arti solo da un lato. Che dalla tenda di
plastica del nastro trasportatore agli Arrivi di Arlanda potessero sbucare all’improvviso
cadaveri carbonizzati che ancora ardevano senza fiamma, squagliavano la gomma con
urla mute nelle bocche spalancate e fumanti. Nessuno dei medici gli aveva saputo dire
quale sarebbe stata la destinazione futura di quell’ala, l’unica certezza era che dietro le
sue porte sarebbe morto qualcuno. Era nell’aria: corpi invisibili dall’anima inquieta
occupavano già i letti.
Anton svoltò un angolo, e gli si dispiegò davanti un altro corridoio, poco
illuminato, spoglio come quello prima e cosí simmetricamente squadrato da creare una
singolare illusione ottica: la ragazza in divisa seduta giú in fondo sembrava un piccolo
quadro su una parete liscia proprio di fronte a lui.
– Tieni, ne ho portato uno anche a te, – disse fermandosi davanti a lei. Vent’anni?
Un po’ di piú. Forse ventidue.
– Grazie, ma ce l’ho, – rispose lei estraendo un thermos dallo zainetto posato
accanto alla sedia. Il suo tono aveva un’inflessione quasi impercettibile, i residui di un

dialetto del nord, forse.
– Questo qui è meglio, – insisté lui con la mano ancora tesa.
La ragazza esitò. Lo prese.
– Ed è gratis, – aggiunse Anton e spostò con discrezione la mano dietro la schiena
strofinandosi i polpastrelli scottati contro la stoffa fredda della giacca. – Abbiamo la
macchinetta tutta per noi, in effetti. È nel corridoio, giú, vicino a…
– L’ho vista quando sono arrivata, – disse lei. – Ma nella consegna c’è scritto che
non dobbiamo mai allontanarci dalla porta della camera del paziente, perciò me lo sono
portato da casa.
Anton Mittet bevette un sorso dal suo bicchiere. – Sei stata previdente, ma c’è un
solo corridoio che porta qui. Siamo al terzo piano, e tra questo punto e la macchina del
caffè non ci sono porte d’accesso ad altre scale o ad altri ingressi. È impossibile evitarci,
anche se siamo andati a prendere il caffè.
– Questo mi rassicura, ma preferisco attenermi alla consegna –. Gli rivolse un
sorriso breve. E poi, forse per controbilanciare il rimprovero implicito, bevette un sorso
di caffè.
Anton sentí una punta di irritazione, e stava per fare un commento a proposito del
pensiero indipendente cui si arriva con l’esperienza, ma non fece in tempo a completare il
concetto che notò qualcosa in lontananza nel corridoio. La figura bianca sembrava venire
verso di loro sospesa a mezz’aria. Udí Silje alzarsi. La figura assunse una forma piú
consistente, tramutandosi in una donna bionda e prosperosa nella divisa da infermiera
dell’ospedale. Anton sapeva che faceva il turno di notte. E che l’indomani sarebbe stata di
riposo.
– Buonasera, – salutò l’infermiera con un sorriso faceto, alzò due siringhe e si
diresse verso la porta, strinse la maniglia.
– Un momento, – disse Silje avanzando di un passo. – Ti devo chiedere di
mostrarmi il tuo tesserino di riconoscimento. Hai anche la parola d’ordine di oggi?
L’infermiera guardò Anton sbalordita.
– A meno che il mio collega qui presente non possa garantire per te, – aggiunse
Silje.
Anton annuí: – Va’ pure, Mona.
L’infermiera aprí la porta, e Anton la seguí con lo sguardo. Nella stanza illuminata
debolmente scorse le apparecchiature intorno al letto e le dita dei piedi che spuntavano da
sotto il piumino. Il paziente era cosí alto che avevano dovuto reperire un letto fuori
misura. La porta si richiuse.
– Bene, – disse Anton sorridendo a Silje. E guardandola capí che non aveva
gradito. Che lo considerava un maschilista che aveva appena dato il voto a una collega
piú giovane. Ma per la miseria, lei era un’allieva, lo scopo dell’anno di tirocinio era
proprio quello di imparare dai poliziotti esperti. Anton indugiò oscillando sui tacchi,
incerto su come affrontare la situazione. Lei lo prevenne.
– Ripeto, ho letto la consegna. E immagino che tu abbia una famiglia che ti
aspetta.
Anton si portò il bicchiere di caffè alla bocca. Che ne sapeva lei del suo stato
civile? Aveva insinuato qualcosa, qualcosa a proposito di lui e di Mona, per esempio?
Che lui l’aveva accompagnata a casa un paio di volte a fine turno, e che la cosa non era
finita lí?

– L’adesivo con l’orsetto sulla tua sacca, – gli disse sorridendo.
Lui bevette un lungo sorso. Si schiarí la voce. – Non ho fretta. Visto che è la tua
prima guardia, se hai qualche dubbio è il momento di approfittarne. Sai, non c’è sempre
scritto tutto nella consegna –. Spostò il peso del corpo. Sperava che lei avesse sentito e
colto l’antifona.
– Come vuoi, – disse Silje con quella sicurezza irritante che ci si può permettere
solo se si ha meno di venticinque anni. – Il paziente là dentro, chi è?
– Non lo so. C’è scritto anche questo nella consegna. È anonimo e tale deve
restare.
– Però tu sai qualcosa.
– Ah sí?
– Mona. Non ti rivolgi a una persona chiamandola per nome se non ci hai
scambiato qualche parola. Che cosa ti ha detto l’infermiera?
Anton Mittet la guardò. Certo, era carina, ma fredda e priva di fascino. Un po’
troppo magra per i suoi gusti. Capelli spettinati e il labbro superiore che sembrava tenuto
su da un tendine troppo corto e scopriva due incisivi irregolari. Però aveva la giovinezza.
Un corpo sodo e in forma sotto la divisa nera, ne era sicuro. Quindi, se le avesse detto
quello che sapeva, lo avrebbe fatto perché secondo i suoi calcoli inconsci un
atteggiamento disponibile avrebbe aumentato le probabilità di riuscire a portarsela a letto
dello 0,01 per cento? Oppure perché le ragazze come Silje sarebbero state promosse
ispettrici o agenti speciali investigativi nel giro di cinque anni, diventando suoi superiori
mentre lui sarebbe rimasto agente semplice, un misero agente per colpa del caso
Drammen, che sarebbe sempre stato là, come un muro, una macchia indelebile.
– Hanno tentato di ucciderlo, – disse Anton. – Ha perso molto sangue, dicono che
quasi non aveva piú polso quando lo hanno portato qui. È sempre stato in coma.
– Perché il piantonamento?
Anton si strinse nelle spalle. – Potenziale testimone. Se dovesse sopravvivere.
– Che cosa sa?
– Storie di droga. Ad alto livello. Se dovesse risvegliarsi, probabilmente potrà
dare informazioni utili a incastrare personaggi importanti del traffico di eroina a Oslo.
Oltre a rivelare chi ha tentato di ucciderlo.
– Quindi pensano che l’assassino tornerà per finire il lavoro?
– Se dovesse venire a sapere che è vivo e dove si trova, sí. Per questo siamo qui.
Lei annuí. – E ce la farà?
– Pensano di riuscire a tenerlo in vita per qualche mese, ma le probabilità che si
risvegli dal coma sono minime. Comunque… – Anton spostò di nuovo il peso del corpo,
alla lunga lo sguardo scrutatore della ragazza era imbarazzante. – Fino a quel momento
dovremo proteggerlo.
Anton Mittet la lasciò con un senso di sconfitta, scese le scale dall’accettazione e
uscí nella sera autunnale. Solo al momento di salire in macchina nel parcheggio si
accorse che il cellulare squillava.
Era la centrale operativa.
– Maridalen, un omicidio, – disse Zero Uno. – Lo so che sei smontato di servizio,
ma hanno bisogno di una mano per delimitare la scena del crimine. E visto che sei già in
divisa…
– Quanto tempo?

– Avrai un rimpiazzo nel giro di tre ore, al massimo.
Anton era sbalordito. Negli ultimi tempi facevano i salti mortali pur di evitare che
la gente facesse gli straordinari, il regolamento rigido combinato con il budget non
permetteva neanche variazioni di ordine pratico. Aveva il presentimento che si trattasse di
un omicidio particolare. Sperava che la vittima non fosse una bambina.
– Bene, – rispose Anton Mittet.
– Ti mando le coordinate Gps –. Era la grande novità: il navigatore dotato di
cartina dettagliata di Oslo e dintorni e di antenna attiva che permetteva alla centrale
operativa di localizzarti. Probabilmente lo avevano chiamato per questo: era il piú vicino.
– Perfetto, – disse Anton. – Tre ore.
Anche se era andata a dormire, a Laura piaceva che lui tornasse direttamente a
casa dal lavoro, perciò le mandò un sms prima di innestare la marcia e dirigersi verso il
lago Maridal.
Anton non ebbe bisogno di guardare il navigatore. All’imbocco di
Ullevålseterveien c’erano quattro autopattuglie parcheggiate, e un po’ piú avanti nastri
segnaletici arancione e bianchi indicavano dove andare.
Prese la torcia dal vano portaoggetti e si diresse verso l’agente piazzato di fronte
alla recinzione. Vide le torce guizzare nel boschetto, ma anche i proiettori della
Scientifica che facevano sempre pensare a riprese cinematografiche. E quell’associazione
non era neanche tanto lontana dalla verità: oggigiorno non scattavano solo istantanee,
utilizzavano anche videocamere hd con cui oltre alle vittime riprendevano tutta la scena
del crimine, per poterla riesaminare in un secondo momento, fermare l’immagine e
ingrandire particolari che di primo acchito non avevano ritenuto importanti.
– Di che si tratta? – domandò al collega tremante che indugiava a braccia conserte
davanti al nastro segnaletico.
– Omicidio –. L’uomo aveva la voce velata. Gli occhi iniettati di sangue nel viso
di un pallore innaturale.
– Questo me l’hanno detto. Chi dirige?
– La Scientifica. Lønn.
Anton udí il vocio proveniente dal bosco. Erano in molti. – Ancora nessuno della
Kripos o dell’Anticrimine?
– Arriveranno, il cadavere è appena stato scoperto. Sei venuto per darmi il
cambio?
Sarebbero aumentati ancora. E ciononostante gli avevano assegnato gli
straordinari. Anton guardò meglio il collega. Indossava un cappotto pesante ma il tremore
era peggiorato. E dire che non faceva nemmeno freddo.
– Sei stato il primo ad arrivare sulla scena del crimine?
L’agente annuí senza aprire bocca, abbassò gli occhi. Batté forte i piedi sul
terreno.
«Maledizione, – pensò Anton. – Una bambina». Deglutí.
– Ah, Anton, ti ha mandato Zero Uno?
Levò lo sguardo. Non aveva udito i due, anche se erano usciti dalla fitta boscaglia.
Aveva già visto come i tecnici della Scientifica si muovevano sulla scena del crimine,
sembravano ballerini un po’ goffi, si abbassavano e si contorcevano per non toccare nulla,
poggiavano i piedi quasi fossero astronauti sulla luna. O forse erano le tute protettive
bianche a fare venire in mente quell’associazione.

– Sí, devo dare il cambio a qualcuno, – rispose alla donna. Sapeva chi era, lo
sapevano tutti. Beate Lønn, il capo della Scientifica, aveva fama di essere una sorta di
rain man al femminile per le sue spiccate doti di fisionomista che venivano sfruttate per
identificare i rapinatori nei video di sorveglianza sgranati e sfarfallanti. Si diceva che
fosse capace di riconoscere perfino i rapinatori ben mascherati se erano recidivi, che
avesse un database di migliaia di foto segnaletiche nella sua testolina bionda. Quindi,
quell’omicidio doveva essere particolare, non mandavano i capi sulla scena del crimine in
piena notte.
Accanto al viso pallido, traslucido della donna esile, quello del collega sembrava
quasi arrossato. Le guance lentigginose erano ornate da basette che parevano due
penisole rosso fiammante. Gli occhi erano un po’ sporgenti, come se dietro la pressione
fosse un po’ eccessiva, e gli conferivano un’espressione leggermente sbalordita. Ma il
particolare piú vistoso era il copricapo che divenne visibile appena si tolse il cappuccio
bianco. Un grosso berretto rasta nei colori della bandiera giamaicana: verde, giallo e nero.
Beate Lønn mise una mano sulla spalla del poliziotto tremante. – Adesso va’ a
casa, Sivert. Non dire che te l’ho detto io, ma ti consiglio un drink forte e poi a letto.
L’agente annuí, e dopo tre secondi la schiena ricurva fu inghiottita dal buio.
– È una roba raccapricciante? – domandò Anton.
– Non ti sei portato il caffè? – chiese il berretto rasta aprendo un thermos. Ad
Anton bastarono quelle poche parole per capire che non era di Oslo. Veniva dalla
campagna, certo, ma come la maggioranza di chi abitava nelle città dell’Østland Anton
non aveva né orecchio né un interesse particolare per i dialetti.
– No, – rispose Anton.
– Conviene sempre portarsi il caffè sulla scena del crimine, – disse il berretto
rasta. – Non sai mai quanto tempo ci devi passare.
– Piano, piano, Bjørn, guarda che si è già occupato di un omicidio, – intervenne
Beate Lønn. – Drammen, vero?
– Esatto, – rispose Anton oscillando sui talloni. Si era già occupato di un omicidio
per modo di dire, sarebbe stato piú esatto. E purtroppo pensava di sapere perché Beate
Lønn si ricordasse di lui. Trasse un respiro. – Chi ha trovato il corpo?
– Lui, – rispose Beate Lønn indicando con un cenno della testa l’auto dell’agente,
che in quello stesso istante fu messa in moto e mandata su di giri.
– Volevo dire: chi ha trovato il corpo e dato l’allarme?
– La moglie ha telefonato non vedendolo rientrare dal suo giro in bicicletta, –
rispose il berretto rasta. – Avrebbe dovuto durare al massimo un’ora e lei temeva per il
suo cuore. Aveva con sé un navigatore con antenna attiva, perciò lo hanno trovato subito.
Anton annuí lentamente, immaginando la scena. Due poliziotti, un maschio e una
femmina, che suonano alla porta. Tossicchiano, guardano la donna con espressione grave
per dirle quello che presto dovranno ripetere a parole, parole impossibili. Il viso della
donna che resiste, non vuole, ma poi ecco che sembra rivoltarsi, mostrare l’interno,
mostrare tutto quanto.
L’immagine di Laura, sua moglie, gli affiorò nella mente.
Un’ambulanza stava venendo verso di loro, senza sirena né lampeggianti azzurri.
E allora Anton capí. La reazione immediata a una normale denuncia di scomparsa.
Il navigatore munito di antenna. Il grande spiegamento di forze. Gli straordinari. Il
collega talmente scosso da quello che aveva visto da dover essere mandato a casa.

– È un poliziotto, – disse sottovoce.
– Immagino che la temperatura qui fosse inferiore di un grado e mezzo rispetto
alla città, – disse Beate Lønn digitando un numero sul cellulare.
– Sono d’accordo, – disse il berretto rasta bevendo un sorso dalla tazza del
thermos. – La pelle non ha ancora cambiato colore. Quindi, tra le otto e le dieci?
– Un poliziotto, – ripeté Anton. – È per questo che sono venuti tutti, non è vero?
– Katrine? – disse Beate. – Potresti controllare una cosa per me? Si tratta del caso
Sandra Tveten. Esatto.
– Porco cane! – esclamò il berretto rasta. – Li avevo pregati di aspettare l’arrivo
dei sacchi porta-cadavere.
Anton si voltò e vide due uomini uscire a fatica dalla boscaglia con una lettiga
della Scientifica. Sotto la coperta spuntava un paio di scarpe da ciclista.
– Lo conosceva, – insisté Anton. – Per questo tremava tanto, non è vero?
– Ha detto che avevano lavorato insieme a Økern prima che Vennesla passasse
alla Kripos, – rispose il berretto rasta.
– Hai la data? – domandò Lønn al telefono.
Si udí un’esclamazione.
– Ma che… – disse il berretto rasta.
Anton si girò. Uno dei barellieri era scivolato nella cunetta. Il fascio di luce della
sua torcia lambí la barella. La coperta che era caduta. E poi… poi cosa? Anton fissò lo
sguardo. Era una testa? La cosa all’estremità di quello che indubbiamente era un corpo
umano, era veramente stata una testa? Negli anni in cui aveva prestato servizio
nell’Anticrimine, prima del grande sbaglio, Anton aveva visto molti cadaveri, ma nessuno
ridotto in quello stato. Quella massa a forma di clessidra gli fece venire in mente la
colazione della domenica a casa, l’uovo bazzotto di Laura con i pezzetti di guscio ancora
attaccati e, dal punto in cui si era rotto, il tuorlo giallo colava rapprendendosi sopra il
bianco solidificato ma ancora morbido. Era mai possibile che fosse una… testa?
Anton batté le palpebre nel buio mentre guardava sparire i fanalini di coda
dell’ambulanza. E si rese conto che era una replica, che aveva già visto tutto quanto. Le
figure vestite di bianco, il thermos, i piedi che spuntavano da sotto la coperta, aveva
appena visto tutto al Rikshospital. Come se fosse stato un presagio. La testa…
– Grazie, Katrine, – disse Beate.
– Che c’è? – domandò il berretto rasta.
– Ho lavorato insieme a Erlend proprio qui, – rispose Beate.
– Qui? – disse il berretto rasta.
– Proprio qui. Lui dirigeva la squadra investigativa. Sono sicuramente passati
dieci anni. Sandra Tveten. Stuprata e uccisa. Non era che una bambina.
Anton deglutí. Bambina. Replica.
– Mi ricordo quel caso, – disse il berretto rasta. – Il destino è davvero strano:
morire nello stesso luogo di un omicidio su cui hai indagato, pensa. Sbaglio, o anche il
caso Sandra era in autunno?
Beate non rispose, limitandosi ad annuire adagio.
Anton batté le ciglia ripetutamente. Non era vero, lui aveva visto un cadavere
somigliante.
– Porco cane! – imprecò sottovoce il berretto rasta. – Non starai dicendo che…?
Beate Lønn gli sfilò di mano la tazza del thermos. Bevette un sorso. Glielo

restituí. Confermò con un cenno della testa.
– Maledizione, – bisbigliò il berretto rasta.

3.
– Il déjà vu, – disse Ståle Aune guardando la neve turbinare fitta sopra
Sporveisgata mentre il buio della mattina di dicembre cedeva a un giorno breve. Poi si
rigirò verso l’uomo seduto dall’altra parte della scrivania. – Il déjà vu è la sensazione di
vedere qualcosa che si è già visto. Non sappiamo cosa sia.
Con quella prima persona plurale intendeva gli psicologi in generale, non solo i
terapeuti.
– Secondo alcuni quando siamo stanchi si verifica un ritardo nell’invio delle
informazioni alla parte cosciente del cervello, cosicché giungono a destinazione dopo
essere rimaste nell’inconscio per un po’ di tempo. E perciò ci sembra di riconoscere
l’evento. La stanchezza spiegherebbe perché la frequenza dei déjà vu aumenti alla fine
della settimana lavorativa. Ma questo è piú o meno tutto quello che la ricerca è in grado
di dire. Che il venerdí è il giorno dei déjà vu.
Forse Ståle Aune aveva sperato in un sorriso. Non che i sorrisi incidessero in
qualche modo sui suoi sforzi professionali per indurre la gente ad aggiustare sé stessa,
bensí perché la situazione lo imponeva.
– Non intendevo questo genere di déjà vu, – disse il paziente. L’utente. Il cliente.
La persona che di lí a una ventina di minuti avrebbe pagato alla reception contribuendo
cosí a coprire le spese comuni dei cinque psicologi che avevano uno studio ciascuno
nell’anonimo e allo stesso tempo antiquato palazzo a quattro piani in Sporveisgata, nella
semielegante zona ovest di Oslo. Ståle Aune lanciò un’occhiata furtiva all’orologio sulla
parete dietro la testa dell’uomo. Diciotto minuti.
– È piuttosto una specie di sogno che faccio in continuazione.
– Una specie di sogno? – Ståle Aune scorse di nuovo con lo sguardo il giornale
che teneva aperto nel cassetto spalancato della scrivania per evitare che il paziente lo
vedesse. Oggigiorno quasi tutti i terapeuti sedevano di fronte al paziente, e quando Ståle
si era fatto portare l’ingombrante scrivania nello studio, i suoi colleghi sghignazzanti gli
avevano ricordato che secondo la moderna teoria terapeutica era meglio avere meno
barriere fisiche possibili tra sé e il paziente. La sua risposta era stata concisa: «Meglio per
il paziente, forse».
– È un sogno, che faccio.
– I sogni ricorrenti sono normali, – disse Aune portandosi una mano alla bocca
per nascondere lo sbadiglio. Pensò pieno di nostalgia al caro vecchio divanetto che era
stato portato via dal suo studio e adesso era di là nello spazio comune, dove con sopra un
portapesi e un bilanciere costituiva una facezia psicoterapeutica per iniziati. I pazienti sul
divanetto avevano infatti facilitato ancora di piú la lettura spudorata del giornale.
– Ma è un sogno che non voglio fare –. Un sorriso misurato, presuntuoso. Capelli
radi, in ordine.
«Benvenuto dall’esorcista dei sogni», pensò Aune sforzandosi di rispondergli con
un sorriso altrettanto misurato. Il paziente indossava un gessato, una cravatta a righe
grigie e rosse e un paio di scarpe nere lucide. Da parte sua Aune era in giacca di tweed,
allegro papillon sotto i doppi menti e scarpe marrone che non vedevano una spazzola da
parecchio tempo. – Mi puoi raccontare che cosa accade nel sogno?
– L’ho appena fatto.
– Appunto. Ma forse puoi aggiungere qualche particolare?

– Come ho già detto, inizia nel punto in cui finisce The Dark Side of the Moon.
Eclipse sfuma mentre David Gilmour canta… – L’uomo increspò le labbra prima di
passare a un inglese cosí affettato che Aune quasi vedeva la tazza di tè avvicinarsi alla
bocca. – «… and everything under the sun is in tune but the sun is eclipsed by the moon».
– Ed è questo che sogni?
– No! Sí. Insomma, il disco finisce cosí anche nella realtà. Con una nota
ottimistica. Dopo tre quarti d’ora di morte e di pazzia. Perciò pensi che tutto andrà bene.
È tornata l’armonia. Ma poi, mentre l’album sfuma, senti una voce in sottofondo
mormorare qualcosa. Sei costretto ad alzare il volume per distinguere le parole. Allora, in
compenso, le senti benissimo: «There is no dark side of the moon, really. Matter of fact,
it’s all dark». È tutto oscuro. Capisci?
– No, – rispose Aune. Secondo il manuale avrebbe dovuto chiedergli: «Per te è
importante che io capisca?» o qualcosa di questo tenore. Ma non ce la faceva.
– Il male non esiste perché tutto è malvagio. Lo spazio è oscuro. Nasciamo cattivi.
Il male è il fondamento, la condizione naturale. Poi, di tanto in tanto, compare una luce
piccolissima. Ma non è che un fatto momentaneo, dobbiamo tornare all’oscurità. Ed è
questo che succede nel sogno.
– Continua, – disse Aune, si girò sulla sedia e guardò fuori della finestra con aria
assorta. Cercò di dissimulare la sua voglia di vedere qualcosa di diverso dalla faccia
dell’altro, che esprimeva autocommiserazione mista ad autocompiacimento. Quell’uomo
si considerava evidentemente un caso eccezionale, allettante per uno psicologo. Senza
dubbio in passato era già stato in terapia. Aune vide giú in strada un ausiliario del traffico
avanzare dondolando a gambe larghe come uno sceriffo, e si chiese quali altri lavori si
confacessero a Ståle Aune. E arrivò subito alla conclusione. Nessuno. E poi amava la
Psicologia, amava navigare nella zona tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo,
combinare la sua pesante zavorra di nozioni concrete con l’intuito e la curiosità. O
almeno, questo era quanto si ripeteva tutte le mattine. E allora perché se ne stava seduto
là impaziente che quella persona chiudesse la bocca e sparisse dal suo studio, dalla sua
vita? Il motivo era la persona, o il lavoro di terapeuta? Era stato l’ultimatum di Ingrid,
taciuto e malcelato, che gli aveva chiesto di lavorare meno ed essere piú presente per lei e
per la figlia Aurora, a imporre i cambiamenti. Aveva rinunciato alla ricerca, che portava
via molto tempo, alle consulenze per l’Anticrimine e alle lezioni alla Scuola di polizia.
Era diventato un terapeuta a tempo pieno con orari di lavoro fissi. Gli era sembrata
un’ottima scelta. Quali rimpianti gli lasciavano le cose cui aveva rinunciato? Forse quello
di di fare il profiling di menti malate che uccidevano la gente con un’efferatezza tale da
guastargli il sonno, e – ammesso che riuscisse a dormire – di essere svegliato dal
commissario Harry Hole che pretendeva risposte pronte a domande impossibili? Che
Hole lo avesse trasformato a sua immagine e somiglianza in un cacciatore monomaniaco
esausto e sfinito per la carenza di sonno, che scattava con chiunque lo disturbasse mentre
lavorava all’unica cosa che riteneva importante, e pian piano ma inesorabilmente
allontanava colleghi, familiari e amici?
Ne aveva eccome, di rimpianti, per la miseria. Rimpiangeva l’importanza.
Rimpiangeva la sensazione di salvare vite umane. E non quella del maniaco
suicida razionale che di tanto in tanto lo spingeva a porsi la domanda: se per una persona
la vita è tanto dolorosa e noi non siamo in grado di cambiarla, perché non dovremmo
semplicemente permetterle di morire? Rimpiangeva il suo ruolo attivo, di quello che

interviene, che salva l’innocente dal colpevole, che fa ciò di cui nessun altro è capace
perché lui, Ståle Aune, è il migliore. Era tanto semplice. Sí, aveva nostalgia di Harry
Hole. Aveva nostalgia di sentire al telefono la voce di quell’uomo alto, scontroso,
alcolizzato, dal grande cuore incitarlo, o meglio, chiamarlo al servizio della comunità,
pretendere che sacrificasse la vita familiare e il sonno per catturare uno scarto della
società. Ma all’Anticrimine non c’era piú un commissario di nome Harry Hole, e nessun
altro lo aveva cercato. Il suo sguardo scorse di nuovo le pagine del giornale. C’era stata
una conferenza stampa. Erano passati quasi tre mesi dall’omicidio dell’agente a
Maridalen, e la polizia non aveva ancora né indizi né sospettati. Era uno di quei casi per i
quali in passato gli avrebbero telefonato. L’omicidio era stato commesso nello stesso
luogo e nello stesso giorno di un vecchio caso irrisolto. La vittima era un poliziotto che
aveva partecipato alle indagini sul primo delitto.
Ma era acqua passata. Ora Aune doveva occuparsi dell’insonnia di un uomo
d’affari sovraffaticato che gli era antipatico. Di lí a poco gli avrebbe posto le domande
che con tutta probabilità avrebbero escluso disturbi da stress post traumatico. La
funzionalità dell’uomo che aveva di fronte non era compromessa dagli incubi, lui voleva
soltanto riportare la sua produttività al massimo. Dopo di che Aune gli avrebbe dato una
copia dell’articolo Imagery Rehearsal Therapy di Krakow e… non ricordava piú gli altri
nomi. Gli avrebbe chiesto di annotare l’incubo e di portarlo la prossima volta. Allora
avrebbero elaborato insieme un finale alternativo, lieto, e poi avrebbero fatto degli
esercizi per memorizzarlo, in modo che il sogno sembrasse piú gradevole oppure sparisse
completamente.
Aune sentiva il ronzio monotono, soporifero della voce del paziente e pensò che
l’omicidio di Maridalen era a un punto morto fin dal primo giorno. Neanche quando
erano emerse le ovvie corrispondenze con il caso Sandra, il giorno, il luogo e la persona,
la Kripos e l’Anticrimine avevano fatto progressi. E ora incoraggiavano la gente a
riflettere bene e a telefonare per dare delle dritte, anche se sembravano irrilevanti. Era
stato questo il nocciolo della conferenza stampa del giorno prima. Aune sospettava che
fosse tutta scena, nient’altro che il bisogno della polizia di dimostrare che faceva
qualcosa, che non era paralizzata. Anche se dava proprio quest’impressione: i
responsabili delle indagini impotenti e molto criticati che si rivolgevano rassegnati alla
cittadinanza con un «vediamo se voi riuscite a fare di meglio».
Guardò la foto della conferenza stampa. Riconobbe Beate Lønn. Gunnar Hagen, il
capo dell’Anticrimine, che somigliava sempre di piú a un monaco con quei capelli spessi
e folti che sembravano formare una corona di alloro intorno al cocuzzolo lucido e
scintillante. Perfino Mikael Bellman, il nuovo capo della polizia, era presente: dopo tutto
si trattava dell’omicidio di uno dei suoi uomini. Il viso teso. Piú magro di come lo
ricordava Aune. Evidentemente la capigliatura fotogenica, ai limiti della lunghezza
eccessiva, era stata sacrificata a un certo punto tra l’incarico di capo della Kripos e
dell’Orgkrim e l’ufficio dello sceriffo vero e proprio. Aune pensò alla bellezza quasi
femminile di Bellman, sottolineata dalle ciglia lunghe e dall’abbronzatura con le
caratteristiche macchie bianche. Nella foto non si vedeva niente di tutto questo.
Chiaramente l’omicidio irrisolto di un poliziotto costituiva il peggior inizio possibile per
un capo della polizia che aveva fondato la sua carriera fulminea sul successo. Aveva tolto
di mezzo le bande di spacciatori di Oslo, ma quell’impresa rischiava di essere dimenticata
presto. Certo, tecnicamente il pensionato Erlend Vennesla non era stato ucciso in servizio,

ma i piú avevano capito che in qualche modo la sua morte aveva a che fare con
l’omicidio Sandra. E infatti, Bellman aveva mobilitato tutti i suoi uomini e tutte le risorse
esterne possibili e immaginabili. Eccetto lui, Ståle Aune. Era stato depennato dalla lista.
Ovviamente, dato che lo aveva chiesto lui.
E ora l’inverno era arrivato presto portando con sé la sensazione che la neve si
posasse sopra le tracce. Tracce fredde. Tracce mancanti. Beate Lønn aveva parlato
proprio di questo durante la conferenza stampa, dell’assenza quasi singolare di tracce.
Naturalmente avevano controllato tutte le persone che in un modo o nell’altro avevano
avuto a che fare con il caso Sandra. Sospettati, parenti, amici, addirittura colleghi di
Vennesla che avevano partecipato alle indagini. Ma neanche questo aveva dato risultati.
Nella stanza era calato il silenzio, e dall’espressione del paziente Ståle Aune capí
che gli aveva appena rivolto una domanda e aspettava una risposta.
– Mhm, – disse, appoggiò il mento sul pugno e guardò l’altro negli occhi. – Tu
cosa ne pensi?
Lo sguardo dell’uomo era confuso, e per un momento Aune temette che avesse
chiesto un bicchiere d’acqua o qualcosa del genere.
– Cosa ne penso del fatto che lei sorrida? O della luce intensa?
– Tutt’e due.
– A volte penso che lei sorrida perché le piaccio. Altre volte penso che sorrida
perché vuole che faccia qualcosa. Ma quando smette di sorridere, quella luce intensa nei
suoi occhi si spegne e allora è troppo tardi per saperlo, perché lei non vuole piú parlare.
Perciò penso che forse la spiegazione è l’amplificatore, o no?
– Ehm… l’amplificatore?
– Sí –. Pausa. – Quello di cui ho parlato. Quello che papà spegneva sempre
quando entrava in camera mia e mi diceva che avevo ascoltato quel disco anche troppo,
che la mia fissazione rasentava la follia. E poi ho detto che la lucina rossa accanto
all’interruttore diventava sempre piú debole fino a sparire. Come un occhio. O un
tramonto. E allora pensavo di averla perduta. Ecco perché tace alla fine del sogno. Lei è
l’amplificatore che ammutolisce quando papà lo spegne. E allora non posso piú parlarle.
– Ascoltavi dischi e pensavi a lei?
– Sí. In continuazione. All’incirca fino ai sedici anni. E non dischi, ma il disco.
– The Dark Side of the Moon?
– Sí.
– Ma lei non ti voleva?
– Non lo so. Può darsi. Non allora.
– Mhm. La seduta è finita. Ti do qualcosa da leggere per la prossima volta. E poi
voglio che cambiamo il finale del sogno. Lei deve parlare. Ti deve dire qualcosa.
Qualcosa che vorresti ti dicesse. Che le piaci, magari. Ci pensi per la prossima volta?
– Va bene.
Il paziente si alzò, prese il cappotto dall’appendiabiti a stelo e si diresse verso la
porta. Aune rimase seduto, consultò l’agenda sullo schermo luminoso del pc. Metteva
tristezza per quanto era già strapiena. E poi si rese conto che gli era successo di nuovo:
aveva completamente dimenticato il nome del paziente. Lo trovò nell’agenda. Paul
Stavnes.
– Fra una settimana, stessa ora, va bene?
– Benissimo.

Ståle prese nota. E quando levò di nuovo lo sguardo Stavnes era già uscito.
Si alzò, prese il giornale e raggiunse la finestra. Dove accidenti si era cacciato il
tanto promesso riscaldamento globale? Abbassò lo sguardo sul quotidiano, ma
all’improvviso non ne ebbe piú voglia, lo buttò da una parte: settimane e mesi di studio
dei giornali potevano bastare. Ucciso. Colpi di una violenza efferata alla testa. Erlend
Vennesla lascia la moglie, un figlio e una nipotina. Amici e colleghi sotto choc. «Una
persona affabile e gentile». «Impossibile non trovarlo simpatico». «Buono, onesto e
conciliante, non aveva assolutamente nemici». Ståle Aune trasse un respiro profondo.
There is no dark side of the moon, really. Matter of fact, it’s all dark.
Guardò il telefono. Loro avevano il suo numero. Ma era muto. Proprio come la
ragazza del sogno.

4.
Gunnar Hagen, il capo dell’Anticrimine, si passò una mano sulla fronte, poi la
spinse lungo il canale lagunare sulla sommità della testa. Il sudore che si raccolse nel
palmo fu assorbito dal folto atollo di capelli che copriva la nuca. La squadra investigativa
sedeva davanti a lui. Nel caso di un omicidio di ordinaria amministrazione normalmente
sarebbe stata formata da dodici elementi. Ma l’omicidio di un collega era un fatto
eccezionale e fino all’ultima sedia della sala «K2» era occupata: poco meno di cinquanta
persone. Se si contavano anche quelle in malattia, il gruppo arrivava a cinquantatre
agenti. Ed entro breve altri ancora si sarebbero messi in malattia, la pressione dei media
cominciava a farsi sentire. L’unica nota positiva di quel caso era che aveva avvicinato di
piú le due maggiori unità investigative della Norvegia, l’Anticrimine e la Kripos. Ogni
rivalità era stata messa da parte, e una volta tanto avevano collaborato come una sola
squadra, con l’unico obiettivo di trovare chi aveva ucciso il loro collega. Nelle prime
settimane avevano lavorato con una convinzione e una grinta tali da convincere Hagen
che avrebbero risolto il caso presto nonostante la mancanza di reperti, testimoni, possibili
moventi, possibili sospettati e indizi possibili o impossibili. Semplicemente perché la
volontà era formidabile, le maglie della rete fittissime, le risorse a disposizione quasi
illimitate. E invece.
I visi stanchi e grigi lo fissavano con un’apatia che era diventata sempre piú
evidente nelle ultime settimane. E la conferenza stampa del giorno prima – che purtroppo
era sembrata una capitolazione con quella richiesta d’aiuto a chiunque fosse in grado di
darne – non aveva risollevato il morale. Oggi erano arrivati altri due certificati di
malattia, e dire che non si trattava di persone abituate a gettare la spugna per qualche
starnuto. Come se non bastasse il caso Vennesla, quello di Gusto Hanssen da chiuso era
stato classificato irrisolto dopo il rilascio di Oleg Fauke e la conseguente ritrattazione di
Chris «Adidas» Reddy. Comunque, il caso Vennesla aveva un lato positivo: l’omicidio
del poliziotto eclissava la morte del tossico Gusto a tal punto che la stampa non aveva
neanche menzionato la riapertura di quell’indagine.
Hagen guardò il foglio che teneva sul leggio. C’erano scritte due righe. E basta.
La riunione della mattina in due righe.
Gunnar Hagen si schiarí la voce. – Buongiorno a tutti. Come la maggior parte di
voi sa, dopo la conferenza stampa di ieri ci sono arrivate diverse segnalazioni.
Ottantanove in totale, e ne stiamo vagliando alcune.
Non c’era bisogno che dicesse quello che tutti sapevano, ossia che dopo quasi tre
mesi erano arrivati a raschiare il fondo, che il novantacinque per cento delle segnalazioni
era inattendibile, i soliti mattoidi che telefonavano sempre: alcolizzati, fissati che
volevano gettare sospetti sull’uomo che era scappato con la loro fidanzata, sul vicino che
saltava il suo turno di pulizia delle scale, burloni o semplicemente gente bisognosa di un
po’ di attenzione, di qualcuno con cui parlare. Con «alcune» intendeva quattro. Quattro
segnalazioni. E quando aveva detto «stiamo vagliando» era una bugia, lo avevano già
fatto. Per ritrovarsi esattamente al punto di partenza: da nessuna parte.
– Oggi abbiamo un ospite illustre, – disse Hagen accorgendosi subito che il suo
annuncio poteva essere preso per sarcasmo. – Il capo della polizia è voluto venire a dire
due parole. Mikael…
Hagen chiuse la cartellina e la sollevò, battendo il fondo contro il piano come se

contenesse un mucchio di nuovi documenti interessanti invece di quell’unico foglio A4,
sperò di essere riuscito a rimediare a quell’infelice «illustre» chiamando Bellman per
nome, e rivolse un cenno della testa all’uomo in piedi in fondo alla sala, accanto alla
porta.
Il giovane capo della polizia si appoggiò al muro con le braccia conserte, aspettò
qualche istante per dare tempo a tutti di voltarsi a guardarlo e poi, con un movimento
energico, parve staccarsi a forza dal muro e si avviò a passi rapidi e decisi verso il podio.
Aveva un sorrisetto sulle labbra come se pensasse a qualcosa di divertente e, arrivato
davanti al leggio, si girò con agilità e disinvoltura, vi poggiò gli avambracci e si sporse in
avanti fissandoli, quasi a sottolineare che non si era preparato un discorso scritto. Hagen
pensò che gli conveniva mantenere le promesse di quell’entrata in scena.
– Forse alcuni di voi sanno che faccio roccia, – esordí Mikael. – E quando mi
sveglio in giornate come questa, guardo fuori della finestra e c’è visibilità zero e le
previsioni dicono che cadrà altra neve e il vento rinforzerà, penso a una montagna che
una volta avevo intenzione di scalare.
Bellman fece una pausa, e Hagen constatò che quell’introduzione inaspettata
funzionava; aveva catturato l’attenzione generale. Almeno per il momento. Ma Hagen
sapeva che quel gruppo sovraffaticato aveva una soglia di tolleranza delle sciocchezze
molto bassa, e che non si sarebbe sforzato di nasconderlo. Bellman era troppo giovane,
occupava la poltrona di capo da troppo poco tempo e ci era arrivato un po’ troppo in fretta
perché la squadra gli consentisse di mettere alla prova la sua pazienza.
– Combinazione vuole che quella montagna porti lo stesso nome di questa sala.
Ed è anche lo stesso con cui alcuni di voi chiamano il caso Vennesla. K2. È un bel nome.
La seconda vetta del mondo. The savage mountain, la montagna selvaggia. La piú
difficile da scalare. Per ogni quattro persone che ci hanno provato, una è morta. Avevamo
intenzione di scalare il versante sud di quella montagna, detto anche the magic line, la via
magica. L’impresa è stata compiuta soltanto due volte e molti la considerano un suicidio
ritualizzato. Il minimo cambiamento delle condizioni atmosferiche, e tu e la montagna vi
ritrovate in balia della neve e di temperature alle quali nessuno può sopravvivere, almeno
non con una quantità di ossigeno per metro cubo inferiore a quella che c’è sott’acqua. E
siccome parliamo dell’Himalaya, sappiamo tutti che i cambiamenti delle condizioni
atmosferiche sono certi.
Una breve pausa.
– E allora perché volevo scalare proprio quella montagna?
Un’altra pausa. Piú lunga, come se aspettasse che qualcuno rispondesse. Ancora
quel sorrisetto. La pausa si fece lunga. Troppo lunga, pensò Hagen. Ai poliziotti non
piacciono i gigionismi.
– Perché… – Bellman batté un indice sul leggio, – perché è la piú difficile del
mondo. Dal punto di vista sia fisico sia mentale. Quella scalata non promette neanche un
secondo di gioia, soltanto preoccupazione, fatica immane, paura, mal di montagna,
mancanza d’ossigeno, panico a livelli pericolosissimi e un’apatia ancora piú pericolosa. E
una volta conquistata la vetta, non ti godi il trionfo, il tuo unico pensiero è di procurarti la
prova di averla raggiunta, una foto o due, non ti devi illudere che il peggio sia passato, o
abbandonarti a un piacevole torpore, ma devi tener desta la concentrazione, eseguire i
tuoi compiti con la sistematicità di un robot programmato, e contemporaneamente non
devi mai smettere di valutare la situazione. Devi valutare la situazione incessantemente.

Come sono le condizioni atmosferiche? Quali segnali mi manda il fisico? Dove siamo?
Da quanto tempo ci troviamo qui? Come stanno i compagni di cordata?
Indietreggiò di un passo dal leggio.
– Perché il K2 è salita e avversità dall’inizio alla fine. Anche quando cominci a
scendere. Salita e avversità. Ed era per questo che volevamo provare.
Sull’aula calò il silenzio. Un silenzio assoluto. Nessuno sbadiglio ostentato o
rumore di piedi sotto le sedie. «Oh, Signore, – pensò Hagen, – ce li ha in pugno».
– Due parole, – continuò Bellman. – Non tre, solo due. Resistenza e unione. Ho
considerato l’idea di includere anche l’ambizione, ma questa parola non è abbastanza
importante, non è abbastanza grande rispetto alle altre due. Allora, forse, mi chiederete
quale sia il punto della resistenza e dell’unione se non c’è uno scopo, un’ambizione. La
lotta per la lotta? L’onore senza il premio? Sí, rispondo io, la lotta per la lotta. L’onore
senza il premio. Quando, fra molti anni, si parlerà ancora del caso Vennesla, sarà a causa
dell’avversità. Perché sembrava un’impresa impossibile. Perché la montagna era troppo
alta, le condizioni atmosferiche proibitive, l’aria troppo povera d’ossigeno. Perché tutto
era andato per il verso sbagliato. Ed è proprio il racconto dell’avversità a trasformare il
caso in mito, a farlo diventare una delle leggende che sopravvivranno. Proprio come la
maggior parte degli scalatori nel mondo non riuscirà mai ad arrivare neanche ai piedi del
K2, si può lavorare come investigatore per una vita senza far parte di un’indagine del
genere. Avete pensato che se fosse stato risolto entro le prime settimane, questo caso
sarebbe stato dimenticato nel giro di pochi anni? Che cosa, esattamente, accomuna i casi
di omicidio leggendari?
Bellman aspettò. Annuí come se gli avessero dato la risposta che ripeté:
– Ci è voluto tempo. Ci sono state delle avversità.
Accanto a Hagen si udí un bisbiglio: – Churchill, eat your heart out, mangiati il
fegato –. Lui si voltò e scorse Beate Lønn che gli si era fermata vicino con un sorriso
sghembo.
Annuí brevemente e guardò i presenti. Vecchi trucchi, forse, però funzionavano
ancora. Là dove pochi minuti prima aveva visto solo un falò nero, spento, Bellman era
riuscito a ravvivare i tizzoni soffiando. Ma Hagen sapeva che non avrebbe potuto ardere a
lungo se i risultati continuavano a farsi attendere.
Tre minuti dopo Bellman concluse il suo pistolotto e lasciò il leggio accogliendo
gli applausi con un ampio sorriso. Anche Hagen batté le mani senza convinzione mentre
esitava a riprendere la parola. Per provocare l’anticlimax garantito, per annunciare che la
squadra sarebbe stata ridotta a trentacinque persone. Ordini di Bellman, però avevano
concordato che non sarebbe stato lui a dare l’annuncio. Hagen si fece avanti, posò la
cartellina, si schiarí la voce, finse di sfogliarla. Levò lo sguardo. Tossicchiò di nuovo e
fece un sorriso sghembo. – Signore e signori, Elvis ha lasciato l’edificio.
Silenzio, nessuna risata.
– Bene, abbiamo molte cose da affrontare. Alcuni di voi saranno assegnati ad altri
casi.
Silenzio di tomba. Un mortorio.
Nell’istante in cui uscí dall’ascensore nell’atrio della centrale, Mikael Bellman
vide di sfuggita una figura entrare in quello accanto. Era Truls? Improbabile, era ancora
in quarantena dopo il caso Asajev. Bellman varcò la porta principale e a fatica si diresse
verso la macchina nella nevicata fitta. Quando si era insediato come capo della polizia gli

avevano spiegato che in teoria disponeva di un autista, ma che i suoi ultimi tre
predecessori ci avevano rinunciato perché convinti che un simile privilegio mandasse i
segnali sbagliati, visto che dovevano far fronte a tagli in tutti gli altri settori. Bellman
aveva interrotto quella pratica dichiarando senza mezzi termini che non avrebbe
permesso a una piccineria socialdemocratica del genere di compromettere l’efficienza
delle sue giornate lavorative e che era piú importante segnalare ai gradini piú bassi della
gerarchia che il duro lavoro e le promozioni comportavano certi benefici. In seguito il
responsabile delle Relazioni con il pubblico lo aveva preso in disparte suggerendogli, se
la stampa gli avesse fatto domande in proposito, di limitare la risposta all’efficienza delle
giornate lavorative tralasciando di nominare i benefici.
– Al municipio, – disse Bellman accomodandosi sul sedile posteriore.
L’auto si immise sulla carreggiata, girò intorno alla chiesa di Grønland e si diresse
verso il Plaza e il Palazzo delle poste che, nonostante l’urbanizzazione intorno all’Opera,
dominava ancora la modesta skyline di Oslo. Ma oggi non c’era nessuna skyline, solo
neve, e Bellman concepí tre pensieri distinti. Maledetto dicembre. Maledetto caso
Vennesla. E maledetto Truls Berntsen.
Mikael non parlava con Truls né lo vedeva da quando, i primi di ottobre, era stato
costretto a sospendere il suo amico d’infanzia e subalterno. O meglio, gli era sembrato di
vederlo davanti al Grand Hotel la settimana precedente, in un’auto in sosta. Erano stati
gli ingenti versamenti in contanti sul conto corrente di Truls a portare alla quarantena.
Poiché non poteva – o non voleva – dare spiegazioni, in veste di capo Mikael non aveva
avuto scelta. Ovviamente Bellman sapeva da dove venivano quei soldi: dagli incarichi di
pompiere – distruzione di prove – che Truls aveva svolto per conto dei trafficanti di droga
che facevano capo a Rudolf Asajev. Soldi che quell’idiota aveva versato direttamente sul
proprio conto corrente. L’unica consolazione era che né i soldi né Truls potevano portare
a lui. Al mondo c’erano solo due persone in grado di svelare la sua collaborazione con
Asajev. Una era l’assessore alle Politiche sociali e sua complice, l’altra era in coma in
un’ala chiusa del Rikshospital, in fin di vita.
Attraversarono Kvadraturen. Bellman guardò affascinato il contrasto fra la pelle
nera delle prostitute e la neve bianca che si posava sui loro capelli e sulle loro spalle.
Notò anche che nuove squadre di spacciatori avevano riempito il vuoto lasciato da
Asajev.
Truls Berntsen. Aveva seguito Mikael fin dalla loro infanzia a Manglerud come un
pesce ventosa segue lo squalo. Mikael con il cervello, la personalità del leader, l’eloquio,
la bella presenza. Truls «Beavis» Berntsen con l’intrepidezza, le mani pesanti e la lealtà
quasi infantile. Mikael che trovava amici ovunque si girasse. Truls che era talmente poco
simpatico da essere scansato da tutti. Eppure erano sempre insieme quei due, Berntsen e
Bellman. Avevano risposto all’appello uno dopo l’altro, prima in classe e poi alla Scuola
di polizia, prima Bellman e subito dopo Berntsen. Mikael si era messo con Ulla, ma Truls
era sempre lí, a due passi di distanza. Con gli anni Truls era rimasto indietro, non
possedeva assolutamente la determinazione innata di Mikael nella vita privata e nella
carriera. Normalmente era facile controllare e decifrare Truls. Normalmente bastava che
lui gli dicesse «Salta» e lui saltava. Ma a volte il suo sguardo si incupiva, e allora
sembrava trasformarsi in una persona che Mikael non conosceva. Come era successo con
quel fermato, il ragazzino, che Truls aveva accecato a furia di manganellate. Oppure con
il tizio della Kripos che si era rivelato gay e ci aveva provato con Mikael. Poiché qualche

collega aveva assistito alla scena, Mikael aveva dovuto correre ai ripari per non far
sembrare che passava sopra a certe cose. Allora si era fatto accompagnare da Truls a casa
del tizio, lo aveva attirato giú nei garage, e là il suo amico ci aveva dato dentro con lo
sfollagente. Dapprima con colpi controllati, poi con sempre piú furore, ed era come se via
via il buio si espandesse nel suo sguardo, finché era parso sotto choc con gli occhi neri
sgranati e lui lo aveva dovuto bloccare per impedirgli di ammazzare l’uomo. Certo, Truls
era fedele. Ma era anche una scheggia impazzita, e proprio per questo una fonte di
preoccupazione per Mikael Bellman. Quando gli aveva spiegato che la Commissione
assunzioni aveva deciso di sospenderlo fino a quando non fosse stato chiarito da dove
venivano i soldi del suo conto corrente, Truls si era limitato a ripetere che era una
faccenda personale, aveva fatto spallucce come se non avesse importanza, e se ne era
andato. Quasi che Truls «Beavis» Berntsen avesse qualcosa a cui tornare, una vita al di
fuori del lavoro. E Mikael aveva visto il nero nei suoi occhi. Era stato come accendere
una miccia, vederla allontanarsi bruciando nella galleria di una miniera e poi non succede
nulla. Però non sai se la miccia sia molto lunga oppure si sia spenta, e allora aspetti in
preda alla tensione, perché qualcosa ti dice che piú tempo ci vuole piú forte sarà il boato.
L’auto accostò sul retro del municipio. Mikael smontò e salí i gradini diretto
all’ingresso. Qualcuno sosteneva che quella fosse l’entrata principale vera e propria –
cosí come l’avevano concepita negli anni Venti gli architetti Arneberg e Poulsson – che il
disegno fosse stato girato per sbaglio. E quando, verso la fine degli anni Quaranta, era
stato scoperto l’errore, i lavori erano talmente avanzati che la cosa era stata messa a
tacere e si era fatto finta di niente, nella speranza che chi arrivava nella capitale
norvegese via mare dal fiordo di Oslo non notasse che ad accoglierlo era l’ingresso
secondario.
Le suole di cuoio italiano ticchettavano dolcemente contro il pavimento di pietra
quando Mikael Bellman marciò verso la reception, dove la donna dietro il banco gli
rivolse un sorriso raggiante.
– Buongiorno, signor Bellman. L’aspettano. Nono piano, in fondo al corridoio a
sinistra –. Mentre saliva Mikael si scrutò nello specchio dell’ascensore. E pensò che stava
facendo proprio questo: stava salendo. A dispetto di quel caso di omicidio. Si aggiustò la
cravatta di seta che Ulla gli aveva comprato a Barcellona. Doppio nodo Windsor. Al liceo
aveva insegnato a Truls a farsi il nodo alla cravatta. Ma solo quello semplice, piccolo. La
porta in fondo al corridoio era socchiusa. Mikael l’aprí con una leggera spinta.
L’ufficio era spoglio. La scrivania sgombra, gli scaffali vuoti e sulla carta da
parati c’erano zone piú chiare lasciate dai quadri che prima vi erano appesi. Lei era
seduta su uno dei davanzali. Il suo viso era di quella bellezza convenzionale che le donne
chiamano appariscente, ma privo di dolcezza e di grazia nonostante i capelli biondi da
bambola sistemati in ghirlande ridicole. Era alta e atletica, larga di spalle e di fianchi, che
per l’occasione erano fasciati da una gonna di pelle aderente. Le cosce erano accavallate.
L’elemento mascolino del suo viso – sottolineato da un pronunciato naso aquilino e due
occhi azzurri e freddi da lupo – combinato con lo sguardo allegro, provocante e sicuro di
sé, aveva indotto Bellman a fare un paio di supposizioni sfacciate la prima volta che
l’aveva vista: Isabelle Skøyen era un puma che prendeva l’iniziativa e amava il rischio.
– Chiudi a chiave, – gli disse.
E aveva visto giusto.
Mikael si chiuse la porta alle spalle e girò la chiave. Si avvicinò a una delle altre

finestre. Il municipio svettava sopra il modesto agglomerato di edifici a quattro e cinque
piani. Sull’altro lato di Rådhusplassen, la fortezza di Akershus con i suoi sette secoli
troneggiava sugli alti bastioni, con gli antichi cannoni danneggiati dalle guerre puntati sul
fiordo che tremolava sotto le gelide raffiche di vento e sembrava avere la pelle d’oca.
Aveva smesso di nevicare, e sotto le nubi plumbee la città si stendeva lambita da una luce
azzurrognola. Come il colore di un cadavere, pensò Bellman. La voce di Isabelle
rimbombò tra le pareti nude: – Allora, caro. Che te ne pare del panorama?
– Grandioso. Se non ricordo male, l’ufficio dell’assessore alle Politiche sociali
precedente era piú piccolo e a un piano piú basso.
– Non quel panorama, – disse lei. – Questo qui.
Bellman si voltò verso di lei. Il nuovo assessore alle Politiche sociali e alle
dipendenze di Oslo aveva allargato le gambe. Le mutandine erano sul davanzale accanto
a lei. Isabelle aveva detto ripetutamente di non capire il fascino della fica depilata, ma
mentre fissava quel fitto cespuglio Mikael pensò che dovesse pur esserci una via di
mezzo e borbottando ripeté l’aggettivo qualificativo del panorama. Decisamente
grandioso.
Lei batté i tacchi contro il parquet e lo raggiunse. Gli tolse un granello di polvere
invisibile dal revers della giacca. Anche senza i tacchi a spillo lo avrebbe superato di un
centimetro, ma cosí svettava sopra di lui. La cosa però non lo intimoriva. Anzi, il suo
fisico imponente e la sua personalità dominante costituivano una bella sfida. Esigeva di
piú da lui come uomo di quanto non facessero la figura esile e la mite arrendevolezza di
Ulla. – Mi sembra giusto che sia tu a inaugurare il mio ufficio. Senza il tuo… spirito
collaborativo non avrei mai ottenuto questo incarico.
– E viceversa, – disse Mikael Bellman. Inspirò il suo profumo. Era familiare.
Era… quello di Ulla? Quel profumo di Tom Ford, come si chiamava? Black Orchid. Che
lui le doveva comprare quando capitava a Parigi o a Londra perché in Norvegia era
irreperibile. La coincidenza aveva dell’inverosimile.
Scorse la risata negli occhi di Isabelle appena lei lesse lo sbigottimento nei suoi.
Poi lei intrecciò le dita intorno alla nuca di Mikael e si reclinò ridendo all’indietro. – Mi
spiace, non ho resistito.
Accidenti a lei: dopo la festa d’inaugurazione della casa Ulla si era lamentata
dicendo che il flacone di profumo era sparito, che qualcuno dei suoi illustri ospiti doveva
averlo rubato. Da parte sua, era abbastanza sicuro che fosse stato uno del quartiere, un
abitante di Manglerud, per la precisione Truls Berntsen. Sapeva benissimo che Truls era
innamorato perso di Ulla fin da giovane. Ovviamente, non ne aveva mai fatto parola né
con lei né con Truls. E neanche della storia del flacone di profumo. Era sempre meglio
che Truls sgraffignasse il profumo di Ulla invece delle sue mutandine.
– Hai mai pensato che forse questo è il tuo problema? – disse Mikael. – Il fatto
che non riesci a resistere.
Lei fece una risata sommessa. Chiuse gli occhi. Le sue dita lunghe e larghe si
allentarono dietro la nuca di Mikael, scivolarono giú fino ai suoi lombi e poi si infilarono
sotto la cintura. Lo guardò con un’espressione leggermente delusa.
– Che hai, torello mio?
– I medici dicono che lui non morirà, – rispose Mikael. – E l’ultima notizia è che
dà segni di essere sul punto di risvegliarsi dal coma.
– Cioè? Si muove?

– No, però hanno notato dei cambiamenti nell’Eeg, perciò lo stanno sottoponendo
a una serie di esami neurofisiologici.
– E allora? – Isabelle aveva accostato le labbra alle sue. – Hai paura di lui?
– Non ho paura di lui, ma di quello che potrebbe raccontare. Su di noi.
– Perché dovrebbe commettere una sciocchezza simile? È solo, non avrebbe nulla
da guadagnarci.
– Lascia che ti spieghi, cara, – disse Mikael scansando la mano di Isabelle. –
L’idea che ci sia qualcuno in grado di testimoniare che io e te abbiamo collaborato con un
trafficante di droga per fare carriera…
– Stammi a sentire, – disse Isabelle. – Non abbiamo fatto altro che intervenire con
prudenza impedendo al mercato di avere il controllo assoluto. È buona, collaudata
politica da partito laburista, caro. Abbiamo permesso ad Asajev di ottenere il monopolio
del traffico, e arrestato tutti gli altri signori della droga perché quella di Asajev causava
meno decessi per overdose. Qualsiasi altra scelta sarebbe stata cattiva politica nella lotta
contro gli stupefacenti.
Mikael non riuscí a trattenere un sorriso. – A quanto sento hai limato la retorica ai
corsi di comunicazione.
– Vogliamo cambiare argomento, caro? – Avvolse la mano intorno alla sua
cravatta.
– Capisci come verrebbe presentata in un processo, questa faccenda? Come se io
fossi stato nominato capo della polizia e tu assessore alle Politiche sociali perché
abbiamo dato l’impressione di avere personalmente ripulito le strade di Oslo e ridotto il
numero dei decessi. Mentre in realtà abbiamo permesso ad Asajev di distruggere le prove,
di eliminare la concorrenza e di smerciare una droga che ha quattro volte piú potenza e
capacità di assuefazione dell’eroina.
– Mhm. Mi eccito da morire quando parli cosí… – Lo tirò a sé. Gli infilò la lingua
in bocca, e Mikael udí il fruscio della calza quando gli strofinò una coscia contro la sua.
Poi indietreggiando lo trascinò verso la scrivania.
– Se dovesse risvegliarsi nel letto d’ospedale e mettersi a blaterare…
– Zitto, non ti ho fatto venire qui per discutere –. Le dita di Isabelle armeggiavano
con la cintura.
– Isabelle, abbiamo un problema e lo dobbiamo risolvere.
– Ho capito, ma ora che sei il capo della polizia devi rispettare le priorità, caro. E
in questo preciso istante il tuo Comune dà la priorità a questo.
Mikael schivò il colpo quando arrivò la mano di Isabelle.
Lei sospirò. – Bene. Allora sentiamo: cosa hai pensato?
– Bisogna minacciarlo di morte. In maniera credibile.
– Perché minacciare, perché non ucciderlo subito?
Mikael scoppiò a ridere. Poi capí che lei diceva sul serio. E che non aveva
neanche avuto bisogno di riflettere prima.
– Perché… – la guardò negli occhi e parlò in tono risoluto. Si sforzò di essere lo
stesso irresistibile Mikael Bellman che mezz’ora prima aveva arringato la squadra
investigativa. Si sforzò di trovare una risposta. Ma lei lo prevenne:
– Perché non ne hai il coraggio. Vogliamo vedere se troviamo qualche nome sotto
la voce «eutanasia» sulle Pagine gialle? Tu disponi la revoca del piantonamento, in
quanto utilizzo sbagliato delle risorse e bla bla bla, dopo di che il paziente riceverà una

visita inaspettata dalle Pagine gialle. Inaspettata per lui, si intende. Oppure, no, a
proposito, puoi mandare l’ombra. Beavis. Truls Berntsen. Quello fa qualsiasi cosa per
soldi, non è vero?
Mikael scosse incredulo la testa. – Innanzitutto è il capo dell’Anticrimine, Gunnar
Hagen, ad aver ordinato il piantonamento. Se il paziente venisse ucciso subito dopo che
io ho battuto Hagen, la cosa mi metterebbe in cattiva luce, per cosí dire. E poi non ci sarà
nessun omicidio.
– Stammi a sentire, caro. Nessun politico è migliore dei suoi consulenti. Perciò, il
presupposto per arrivare in cima è circondarsi di persone piú intelligenti di te. E comincio
a dubitare che tu sia piú intelligente di me, Mikael. Per prima cosa, non riesci a catturare
l’assassino del poliziotto. E adesso non sai come risolvere il semplice problema di un
uomo in coma. Perciò, visto che non vuoi neanche scoparmi, sono costretta a chiedermi:
«Che me ne faccio di te?» Mi sai dare una risposta?
– Isabelle…
– Lo prendo come un no. Quindi stammi a sentire, perché risolveremo la faccenda
in questo modo…
Non poteva fare a meno di ammirarla. Quell’aria controllata e quasi freddamente
professionale, ma allo stesso tempo intrepida, imprevedibile, che induceva i colleghi a
spostarsi verso il bordo della sedia. Qualcuno la considerava una scheggia impazzita, ma
non aveva capito che seminare insicurezza faceva parte del gioco di Isabelle Skøyen. Era
il tipo di persona che arrivava piú lontano e piú in alto degli altri in meno tempo. E che –
ammesso e non concesso che lo avrebbe fatto – sarebbe caduta piú in basso e
rovinosamente. Certo, Mikael Bellman si riconosceva in quella donna, però Isabelle
Skøyen era la sua versione estrema. E la cosa strana era che, invece di trascinarlo, lo
rendeva piú prudente.
– Per il momento, il paziente non si è ancora risvegliato, perciò non facciamo
nulla. Conosco un infermiere anestesista di Enebakk. Un tipo poco raccomandabile. Mi
procura le pillole che come politica non posso arrischiarmi a comprare per strada. Come
Beavis, quel tizio fa qualsiasi cosa in cambio di soldi. E qualsiasi cosa in cambio di sesso.
A proposito…
Si era seduta sulla scrivania. Sollevò e allargò le gambe, gli slacciò i bottoni della
patta con un unico movimento brusco. Mikael l’afferrò forte per i polsi: – Isabelle,
aspettiamo fino a mercoledí al Grand.
– Non aspettiamo fino a mercoledí al Grand.
– Sí, invece. Io voto a favore.
– Ah, sí? – disse lei, poi liberò le mani e gli aprí i pantaloni. Sbirciò dentro. Con
voce gutturale disse: – Il risultato della votazione è due contro uno, caro.

5.
L’oscurità e la temperatura erano scese e i raggi pallidi della luna si riversavano
dentro la finestra della sua cameretta, quando Stian Barelli udí la voce della madre nel
soggiorno al piano di sotto.
– È per te, Stian!
Stian aveva sentito squillare il telefono fisso sperando che non fosse per lui. Posò
il telecomando della Wii. Era dodici colpi sotto il par e gli restavano tre buche da giocare,
in altre parole aveva ottime probabilità di qualificarsi per i Masters. Giocava come Rick
Fowler, perché era l’unico giocatore fico di Tiger Woods Masters, e aveva quasi la sua
stessa età, ventun anni. E a entrambi piacevano Eminem e i Rise Against e vestirsi di
arancione. Ovviamente, Rick Fowler poteva permettersi una casa sua, mentre Stian
doveva ancora accontentarsi della sua cameretta. Ma era solo temporaneamente, fino a
quando avrebbe ottenuto la borsa di studio per quell’università in Alaska. Ammettevano
tutti gli sci-alpinisti norvegesi appena passabili in base ai risultati dei campionati
nazionali juniores eccetera. Ovviamente, il problema era che finora nessuno aveva
imparato a sciare meglio frequentandola. E allora? Donne, vino e sci. Si poteva forse
chiedere di meglio? Magari anche un esame ogni tanto, se ne avesse trovato il tempo.
Una laurea gli avrebbe potuto procurare un lavoro decente. I soldi per un appartamento
suo. Una vita migliore di questa, in cui dormiva nel letto un po’ troppo corto sotto le foto
di Bode Miller e Aksel Lund Svindal, mangiava le polpette della mamma e rispettava le
regole del padre, allenava mocciosi maleducati che secondo i genitori abbacinati dalla
neve avevano il talento di un Aamodt o di un Kjus. Badare allo skilift di Tryvannskleiva
per una paga oraria che non avrebbero osato proporre ai bambini operai in India, cazzo.
Perciò Stian sapeva che al telefono c’era il presidente del club di sci alpino. A quanto gli
risultava era l’unico che evitava di chiamare la gente al cellulare perché costava un po’ di
piú, e preferiva farla correre giú per le scale di quelle caverne dell’età della pietra che
erano ancora dotate di telefono fisso.
Stian prese il ricevitore dalla mano tesa della madre.
– Sí?
– Ciao, Stian, sono Bakken –. Si chiamava veramente cosí: pista. – Mi hanno
telefonato per segnalarmi che lo skilift di Kleiva è in funzione.
– A quest’ora? – domandò Stian consultando l’orologio. Le undici e un quarto.
L’impianto chiudeva alle nove.
– Puoi farci un salto e verificare che cosa succede?
– A quest’ora?
– A meno che tu non sia occupatissimo, chiaro.
Stian non badò al tono ironico del presidente. Sapeva benissimo di aver fatto due
stagioni deludenti, e secondo il presidente non era per mancanza di talento, ma per una
sovrabbondanza di tempo che Stian faceva del suo meglio per riempire con la pigrizia, il
decadimento fisico e un ozio generale.
– Non ho la macchina, – rispose Stian.
– Puoi prendere la mia, – disse subito la madre. Anziché spostarsi era rimasta
accanto a lui a braccia conserte.
– Mi dispiace, Stian, ho sentito, – disse in tono reciso il presidente. – Di sicuro è
qualche skatista delle rampe di Heming che ha scassinato la porta tanto per divertimento.

Stian impiegò dieci minuti a percorrere la strada serpeggiante che conduceva su a
Tryvannstårnet. La torre della televisione s’ergeva come una lancia alta centodiciotto
metri conficcata nel terreno sulla vetta a nord-ovest di Oslo.
Fermò l’auto nel parcheggio coperto di neve e notò che l’unica altra macchina era
una Golf rossa. Estrasse gli sci dal portasci chiuso, li agganciò e pattinando superò
l’edificio principale fino al punto in cui la maggiore attrazione, la seggiovia veloce
Tryvann Ekspress, contrassegnava la cima del comprensorio sciistico. Da lí riusciva a
vedere fin giú al lago e al piú piccolo skilift Kleiva con le ancore. Nonostante il chiaro di
luna, era troppo buio per capire se le aste con le sedute a T si muovevano, però si udiva.
Il ronzio degli ingranaggi in basso.
E quando partí scendendo in lunghe, pigre curve, notò lo strano silenzio che c’era
lassú di notte. Era come se per la prima ora dopo che avevano chiuso l’impianto la pista
continuasse a echeggiare delle grida gioiose dei ragazzini, dei finti strilli di spavento delle
ragazzine, degli spigoli d’acciaio contro la neve battuta e il ghiaccio, delle urla al
testosterone dei ragazzi che invocavano attenzione. Perfino quando spegnevano i
proiettori, la luce sembrava indugiare ancora per un po’. Ma poi, a poco a poco, tutto si
faceva piú silenzioso. E buio. E ancora piú silenzioso. Infine il silenzio riempiva ogni
avvallamento del terreno, e il buio arrivava strisciando dal bosco. E allora Tryvann
sembrava trasformarsi in un altro posto, un posto che perfino a Stian, che lo conosceva
come le sue tasche, appariva cosí estraneo che avrebbe potuto benissimo essere un altro
pianeta. Un pianeta freddo, buio e disabitato.
La mancanza di luce lo costrinse a usare la sensibilità, a cercare di prevedere
come la neve e il terreno si sarebbero sollevati e abbassati sotto gli sci. Ma era proprio
questo il suo talento, grazie al quale dava sempre il meglio di sé quando la visibilità era
pessima, nevicava, c’era la nebbia, la luce piatta: riusciva a sentire ciò che non vedeva,
era dotato di quella sorta di chiaroveggenza che alcuni sciatori hanno e altri – la maggior
parte – no. Poi arrivò in fondo e girò, fermandosi davanti al gabbiotto dello skilift.
La porta era sfondata.
Schegge di legno erano sparse sulla neve, e il vano della porta si spalancava nero
davanti ai suoi occhi. Soltanto allora Stian si rese conto di essere solo. Che era notte
fonda, che si trovava in un posto al momento deserto dove era appena stato commesso un
reato. Probabilmente un semplice atto vandalico. Però non lo sapeva per certo. Che si
trattava di un semplice reato. E di essere solo.
– Ehi! – gridò per coprire il ronzio del motore e lo sferragliare delle ancore che
andavano e venivano appese al cavo d’acciaio sibilante sopra la sua testa. E subito si
pentí. L’eco tornò indietro dal pendio portando il suono della sua paura. Sí, aveva paura.
Perché il suo pensiero non si era fermato a «reato» e a «solo», ma aveva proseguito. Fino
a quella vecchia storia. Di solito alla luce del giorno non ci pensava, ma ogni tanto,
quando faceva il turno pomeridiano e c’erano pochissimi sciatori, quella storia arrivava
strisciando dal bosco insieme al buio. Era successo fuori stagione, una notte d’estate alla
fine degli anni Novanta. Probabilmente la ragazza era stata drogata giú in centro da
qualche parte e poi trasportata lassú in macchina. In manette e cappuccio. L’avevano
portata di peso dal parcheggio fin lí, e dopo aver sfondato la porta l’avevano violentata
dentro il gabbiotto. Stian aveva sentito dire che la quindicenne era talmente piccola ed
esile che, se priva di sensi, lo stupratore – o gli stupratori – non avrebbe avuto difficoltà a
trasportarla fino allo skilift dal posteggio. C’era da sperare che fosse rimasta svenuta per

tutto il tempo. Ma Stian aveva anche sentito dire che era stata infilzata al muro con due
grossi chiodi conficcati in ciascuna spalla sotto la clavicola, perché l’uomo o gli uomini
potessero stuprarla in piedi riducendo al minimo il contatto con le pareti, il pavimento e
la ragazzina. Che per questo motivo la polizia non aveva trovato né tracce di Dna, né
impronte digitali, né fibre del vestiario. Ma forse non era vero. Sapeva invece per certo
che avevano rinvenuto la ragazzina in tre posti diversi. In fondo al Tryvann avevano
trovato il tronco e la testa. Nel bosco, ai piedi della pista di Wyllerløypa, metà addome e
una gamba. In riva al lago Aurtjern l’altra metà. E poiché le ultime due parti erano state
scoperte a una grande distanza l’una dall’altra e in direzioni opposte rispetto al luogo in
cui era stata violentata, la polizia aveva ipotizzato che i colpevoli fossero due. Ma questa
era l’unica cosa che aveva: teorie. I colpevoli – ammesso che fossero uomini, non c’era
sperma a confermarlo – non erano mai stati trovati. Il presidente e gli altri buontemponi
però si divertivano a raccontare ai soci giovani al loro primo turno serale all’impianto di
Tryvann che stando alle voci qualcuno nelle notti silenziose aveva udito rumori
provenienti dal gabbiotto. Grida che quasi coprivano l’altro rumore. Quello dei chiodi che
venivano conficcati nel muro.
Stian sganciò gli sci e si diresse verso il vano della porta. Si piegò leggermente
sulle ginocchia, spinse i polpacci all’indietro contro gli scarponi, cercò di ignorare la
frequenza del suo polso che era aumentata.
Dio buono, cosa si aspettava di vedere? Sangue e viscidume? Fantasmi?
Tese la mano oltre la porta, trovò l’interruttore, lo girò.
Fissò la stanza illuminata.
Sul muro di pino grezzo vide una ragazza appesa a un chiodo. Era quasi nuda,
solo un bikini giallo copriva i cosiddetti punti strategici del corpo abbronzato. Il mese era
dicembre, e il calendario era dell’anno prima. Una sera particolarmente tranquilla di
qualche settimana addietro Stian si era masturbato guardando quella foto. Certo, lei era
molto sexy, ma a eccitarlo di piú erano le ragazze che gli passavano davanti proprio
dall’altra parte della finestra del gabbiotto, in coda per lo skilift. L’idea di stare seduto là
con il membro duro in mano ad appena mezzo metro da loro. Soprattutto le ragazze che
prendevano un’ancora da sole, che con gesto esperto sistemavano l’asta rigida tra le cosce
e poi stringevano. Il gancio a T che sollevava i glutei. Le schiene inarcate nel momento in
cui la molla tesa fissata tra l’asta e il cavo si comprimeva e le tirava via da lui fino a farle
sparire, su per il tracciato dell’impianto di risalita.
Stian entrò nella guardiola. Era evidente che c’era stato qualcuno. L’interruttore di
plastica che azionavano per avviare e bloccare lo skilift era staccato. Giaceva in due pezzi
sul pavimento e solo l’anima di metallo sporgeva dal pannello di controllo. Strinse il
freddo perno con pollice e indice e cercò di girarlo, ma gli scivolò tra le dita. Raggiunse
la piccola scatola dei fusibili nell’angolo. Lo sportelletto di ferro era serrato ma la chiave,
di solito appesa per una cordicella al muro lí accanto, non c’era piú. Strano. Tornò al
pannello di controllo. Cercò di staccare la plastica degli interruttori che azionavano i
proiettori e la musica, ma capí che avrebbe finito col rompere anche quelli, che doveva
essere incollata oppure saldata. Aveva bisogno di un attrezzo con cui stringere forte la
leva di metallo, una tenaglia o qualcosa del genere. Mentre apriva un cassetto della
scrivania davanti alla finestra ebbe un presentimento. Lo stesso che aveva quando sciava
alla cieca. Sentiva quello che non vedeva: fuori nell’oscurità c’era qualcuno che lo
spiava.

Alzò lo sguardo.
E vide un viso che lo fissava con due occhi enormi e sgranati.
Il suo viso, i suoi occhi atterriti nell’immagine riflessa a doppia esposizione nella
finestra.
Stian trasse un sospiro di sollievo. Accidenti, quanto si spaventava facilmente.
Ma poi, appena il cuore riprese a battere e abbassò lo sguardo sul cassetto, gli
parve di intravedere un movimento all’esterno, un viso che si staccava dall’immagine
riflessa e spariva rapidamente sulla destra. Rialzò di scatto lo sguardo. E di nuovo vide
soltanto la propria immagine. Ma non era a doppia esposizione come prima. Oppure sí?
La sua era sempre stata una fantasia troppo vivace. Glielo avevano detto Marius e
Kjella quando aveva ammesso che pensare alla ragazza violentata lo eccitava. Non il fatto
che fosse stata violentata e uccisa, ovviamente. O forse sí, pensava anche… alla storia
dello stupro, aveva spiegato. Ma soprattutto che era delicata, delicata e carina, per dire. E
che era stata lí nel gabbiotto, nuda, con un cazzo ficcato nella fica, e questo… sí, era un
pensiero che riusciva a eccitarlo. Marius aveva detto che era «malato», e ovviamente
quello stronzo di Kjella aveva fatto la spia, e nella nuova versione della storia che poi era
giunta al suo orecchio Stian sosteneva che gli sarebbe piaciuto aver partecipato a quello
stupro. Bell’amico, pensò Stian rovistando nel cassetto. Skipass, timbro, tampone, penne,
scotch, un paio di forbici, un coltello da caccia, un blocchetto delle ricevute, viti, bulloni.
Maledizione! Passò al cassetto successivo. Niente tenaglie, niente chiavi. E allora gli
balenò l’idea che gli sarebbe bastato trovare l’asta con il freno d’emergenza che di solito
era conficcata nella neve davanti al gabbiotto, con cui, se succedeva qualcosa, gli addetti
potevano bloccare immediatamente lo skilift premendo il bottone rosso in cima
all’attrezzo. E succedeva sempre qualcosa: ragazzini che venivano colpiti alla nuca
dall’ancora, principianti che cadevano all’indietro al momento dello strappo e restavano
aggrappati lasciandosi trascinare lungo la linea. Oppure idioti che per mettersi in mostra
si tenevano con l’incavo di un ginocchio intorno all’ancora e deviavano dal tracciato per
pisciare al volo al margine del bosco.
Frugò negli armadi. Non doveva essere difficile trovare l’asta, che era lunga circa
un metro, di metallo e a forma di palanchino con un’estremità appuntita per poterla
conficcare nella neve compatta e ghiacciata. Stian scostò guanti, berretti e occhiali da
slalom dimenticati. L’armadio successivo: l’estintore. Secchio e stracci. Cassetta del
pronto soccorso. Una lampada tascabile. Ma nessuna asta.
Ovviamente, potevano averla dimenticata alla chiusura dell’impianto.
Prese la torcia e uscí, fece il giro intorno al gabbiotto.
Neanche lí trovò l’asta. Maledizione: l’avevano rubata? E lasciato gli skipass?
Stian ebbe l’impressione di sentire un rumore e si voltò verso il limitare del bosco. Puntò
la luce sugli alberi.
Un uccello? Uno scoiattolo? Capitava che qualche alce scendesse fin là, però non
cercavano di nascondersi. Se solo fosse riuscito a fermare quel maledetto skilift, in modo
da poter udire meglio.
Stian rientrò nel gabbiotto, pensò che si sentiva piú a suo agio al chiuso. Raccolse
dal pavimento i due pezzetti dell’interruttore di plastica, provò a stringerli intorno al
perno di metallo e girarlo, ma si staccarono.
Guardò l’orologio. Quasi mezzanotte. Aveva voglia di finire quel giro di golf ad
Augusta prima di andare a letto. Considerò l’idea di chiamare il presidente. Accidenti,

bastava ruotare quel perno di mezzo giro!
Alzò d’istinto la testa e il suo cuore smise di battere.
Era successo cosí in fretta che non sapeva se lo avesse visto oppure no.
Qualunque cosa fosse, non era un alce. Stian fece il numero del presidente, ma gli
tremavano le dita e sbagliò piú volte prima di comporre quello giusto.
– Sí?
– Sono Stian. Qualcuno si è introdotto qui e ha sfasciato l’interruttore, e l’asta
d’emergenza è sparita. Non riesco a spegnere l’impianto.
– La scatola dei fusibili…
– Chiusa, e la chiave è sparita.
Udí il presidente imprecare sottovoce. Trarre un respiro rassegnato. – Non ti
muovere. Arrivo.
– Porta una tenaglia, eccetera.
– Una tenaglia, eccetera, – ripeté il presidente senza dissimulare il disprezzo.
Stian aveva capito da un pezzo che il rispetto del presidente era sempre
proporzionale al posto che occupavi in classifica. Infilò il cellulare in tasca. Fissò
l’oscurità di fuori. E si rese conto che con la luce accesa nel gabbiotto chiunque poteva
vederlo ma non viceversa. Si alzò, chiuse la porta di schianto e spense la luce. Aspettò.
Le ancore vuote scendevano dal pendio sopra di lui, sembravano accelerare nel momento
in cui giravano intorno al capo dello skilift e prima di iniziare la risalita.
Stian batté le palpebre.
Perché non ci aveva pensato prima?
Girò tutti gli interruttori del pannello di controllo. E mentre la luce dei proiettori
si accendeva sulla pista, Empire State of Mind di Jay-Z risuonò dagli altoparlanti sulla
vallata. Ecco, cosí l’impianto era piú accogliente.
Tamburellò con le dita, guardò di nuovo il perno di metallo. Era forato in cima. Si
alzò, spiccò la cordicella accanto alla cassetta dei fusibili, la mise doppia e la infilò nel
buco. L’avvolse per un giro intorno al perno e tirò con delicatezza. Poteva funzionare.
Tirò un po’ piú forte. La cordicella teneva. Ancora un po’ piú forte. Il perno si mosse.
Tirò con violenza.
Il rumore della motrice dello skilift cessò con un gemito prolungato che si ridusse
a un sibilo.
– Ecco fatto, figlio di puttana! – gridò Stian.
Si chinò sopra il cellulare per chiamare il presidente e dirgli che la missione era
compiuta. Gli venne in mente che il presidente non avrebbe gradito sentire una musica
rap a palla dagli altoparlanti di notte e la spense.
Ascoltò gli squilli del telefono, ormai udiva solo quelli, di colpo c’era un silenzio
assoluto. Forza, rispondi! E poi, eccola di nuovo. Quella sensazione. La sensazione che ci
fosse qualcuno. Che qualcuno lo spiasse.
Stian Barelli alzò lentamente lo sguardo.
E sentí il freddo espandersi dalla nuca, come se si raggelasse, come se fissasse il
volto della Medusa. Ma non era lei. Era un uomo con indosso un lungo cappotto di pelle
nera. Aveva gli occhi sgranati di un pazzo e la bocca aperta di un vampiro con strie di
sangue che colavano dagli angoli. E sembrava librarsi in aria.
– Sí? Pronto? Stian? Ci sei? Stian?
Ma Stian non rispose. Si era alzato, aveva rovesciato la sedia, era indietreggiato

fino a premere le spalle contro il muro dove aveva strappato Miss Dicembre dal chiodo
facendola cadere sul pavimento.
Aveva trovato l’asta del freno d’emergenza. Spuntava dalla bocca dell’uomo che
era infilzato a una delle ancore.
– Quindi, ha continuato a girare sullo skilift? – domandò Gunnar Hagen, inclinò
la testa di lato ed esaminò il cadavere sospeso davanti a loro. La forma del corpo era
strana, sembrava una figura di cera che si stesse squagliando allungandosi verso il suolo.
– Cosí ci ha raccontato il ragazzo, – rispose Beate Lønn battendo i piedi e levò lo
sguardo verso il tracciato dell’impianto di risalita illuminato, dove i suoi colleghi vestiti
di bianco quasi si confondevano con la neve.
– Trovata qualche traccia? – chiese il caposezione e dal tono sembrava che
conoscesse già la risposta.
– Tantissime, – rispose Beate. – La traccia di sangue sale per quattrocento metri
fino all’arrivo dello skilift e poi torna giú.
– Intendevo tracce che mostrino qualcosa oltre all’evidenza.
– Orme nella neve che scendono dal parcheggio lungo la scorciatoia e si fermano
qui, – aggiunse Beate. – Il disegno delle suole corrisponde alle scarpe della vittima.
– È sceso quaggiú con le scarpe ai piedi?
– Sí. Ed è venuto da solo, abbiamo trovato soltanto le sue orme. Nel parcheggio
c’è una Golf rossa, controlliamo subito a chi è intestata.
– Nessuna traccia del colpevole?
– Tu cosa dici, Bjørn? – chiese Beate e si girò verso Holm che li stava
raggiungendo con in mano un rotolo di nastro segnaletico.
– Finora no, – rispose senza fiato. – Non ci sono altre orme. Ma molti solchi di
sci, ovviamente. Niente impronte digitali visibili, niente capelli né stoffa, finora. Magari
troviamo qualcosa sullo stuzzicadenti –. Con un cenno della testa Bjørn Holm indicò
l’asta che spuntava dalla bocca del cadavere. – Altrimenti non ci resta che sperare che
trovino qualcosa quelli di Medicina legale.
Gunnar Hagen rabbrividí sotto il cappotto. – Da come parlate sembrate già
convinti che non troveranno nulla di importante.
– Be’, – disse Beate, un «be’» che Hagen riconobbe: era l’espressione con cui di
solito Harry Hole introduceva le brutte notizie. – Neanche sulla scena del crimine
precedente c’erano tracce di Dna o impronte digitali.
Hagen si domandò se a fargli venire i brividi fosse la temperatura, il fatto di
essere arrivato sul posto direttamente dal letto o quello che aveva appena affermato il
capo della Scientifica.
– Che vuoi dire? – domandò preparandosi al peggio.
– Voglio dire che so chi è, – rispose Beate.
– Mi era parso di capire che non gli avete trovato addosso nessun documento
d’identità.
– Esatto. E ho impiegato un po’ a riconoscerlo.
– Tu? Credevo che non dimenticassi mai una faccia.
– Il giro fusiforme si confonde quando entrambi gli zigomi sono sfondati. Ma
quello là è Bertil Nilsen.
– E chi è?
– Ti ho chiamato proprio per questo. È… – Beate Lønn sospirò.

«Non dirlo», pensò Hagen.
– Un poliziotto, – disse Bjørn Holm.
– Lavorava nell’ufficio della polizia rurale di Nedre Eiker, – spiegò Beate. –
Prima del tuo arrivo all’Anticrimine abbiamo indagato su un omicidio. Nilsen si mise in
contatto con la Kripos dicendo che secondo lui presentava delle analogie con un caso di
stupro e omicidio avvenuto a Krokstadelva di cui si era occupato, e si offrí di venire a
Oslo per darci una mano.
– E?
– Cilecca. Ci raggiunse, ma in realtà non fece che ritardare le indagini. Il
colpevole, o i colpevoli, non fu mai preso.
Hagen annuí. – Dove…
– Qui, – rispose Beate. – Stuprata e squartata nel gabbiotto. Una parte del corpo fu
rinvenuta qui, nel lago, un’altra un chilometro a sud, e la terza a sette chilometri nella
direzione opposta, sulle sponde dell’Aurtjern. Per questo eravamo convinti che ci fosse
piú di un colpevole.
– Appunto. E la data…
– … Esattamente la stessa.
– Quanto tempo…
– Nove anni fa.
Un walkie-talkie gracchiò. Hagen vide Bjørn Holm portarselo all’orecchio,
parlare sottovoce. Riabbassarlo. – La Golf del parcheggio è intestata a una certa Mira
Nilsen. Stesso domicilio di Bertil Nilsen. Sicuramente è la moglie.
Hagen espirò con un gemito e il vapore gelato gli uscí dalla bocca come una
bandiera bianca. – Dovrò informare il capo della polizia, – disse. – Tenete la bocca chiusa
sull’omicidio della ragazza.
– La stampa lo scoprirà.
– Lo so. Ma consiglierò al capo della polizia di lasciare la paternità esclusiva di
queste congetture alla stampa, per il momento.
– Saggia mossa, – commentò Beate.
Hagen le rivolse un breve sorriso, per ringraziarla di quell’incoraggiamento di cui
aveva tanto bisogno. Levò lo sguardo lungo il pendio, verso il parcheggio e il percorso di
ritirata che lo aspettava. Fissò il cadavere. Rabbrividí di nuovo. – Sai chi mi viene in
mente quando vedo un uomo alto e magro come quello?
– Sí, – rispose Beate Lønn.
– Vorrei che potessimo contare su di lui adesso.
– Non era alto e magro, – disse Bjørn Holm.
Gli altri due si voltarono verso di lui. – Harry non era…
– Mi riferisco a lui, – disse Holm indicando l’uomo appeso al cavo con un cenno
della testa. – Nilsen. Si è allungato nel corso della notte. Se lo toccaste, sentireste che il
corpo sembra gelatina. Ho visto la stessa cosa succedere a persone precipitate da una
grande altezza fratturandosi tutte le ossa. Con lo scheletro disintegrato il corpo non ha piú
un sostegno e la carne si affloscia, segue la forza di gravità finché il rigor mortis non la
blocca. Buffo, non è vero?
Guardarono il cadavere in silenzio. Poi Hagen si girò bruscamente e si allontanò.
– Troppe informazioni? – domandò Holm.
– Forse qualche dettaglio superfluo, – rispose Beate. – E anch’io vorrei che lui

fosse qui.
– Tornerà, secondo te? – domandò Bjørn Holm.
Beate scosse la testa. Bjørn Holm non sapeva se in risposta alla sua domanda o a
commento della situazione in generale. Si voltò e con la coda dell’occhio vide un ramo
d’abete che oscillava leggermente ai margini del bosco. Lo strido gelido di un uccello
riempí il silenzio.

Parte seconda

6.
Il campanello sopra la porta emise un tintinnio stridulo quando Truls Berntsen
entrò nel caldo umido dalla strada gelida. Il locale odorava di capelli marci e di
brillantina.
– Taglio? – domandò il giovane dalla chioma nera lucida che Truls era sicuro si
fosse fatto tagliare da un altro parrucchiere.
– Duecento? – domandò Truls togliendosi la neve dalle spalle con la mano.
Marzo, il mese delle promesse infrante. Indicò con il pollice dietro di sé per assicurarsi
che il cartello esposto fuori dicesse ancora la verità. Uomini 200. Bambini 85. Pensionati
75. Truls aveva visto clienti portarsi i cani dentro il negozio.
– Come sempre, amico, – rispose il parrucchiere con accento pakistano
indicandogli una delle due poltrone libere. La terza era occupata da un uomo che Truls
catalogò subito come arabo. Uno sguardo cupo da terrorista sotto un ciuffo nuovo di
zecca incollato alla fronte. Uno sguardo che si distolse appena incrociò quello di Truls
nello specchio. Forse l’uomo aveva sentito l’odore di bacon, o riconosciuto lo sguardo da
sbirro. In tal caso probabilmente era uno di quelli che spacciavano dalle parti di Brugata.
Solo hashish, gli arabi si tenevano alla larga dalla roba piú pesante. Che il Corano
mettesse lo speed e l’eroina insieme all’arrosto di maiale? Protettore, forse, la catenina
d’oro faceva pensare di sí. Uno piccolo, in tal caso, Truls conosceva i musi di tutti quelli
grossi.
Gli fu messo il bavaglino.
– Sei diventato capellone dall’ultima volta, amico.
A Truls non piaceva essere chiamato «amico» dai paki, particolarmente non dai
paki gay e ancora piú particolarmente dai paki gay che stavano per mettergli le mani
addosso. Ma il vantaggio di questi gay tosatori qui era che non ti premevano l’anca
contro la spalla, non inclinavano la testa di lato, non ti passavano la mano nei capelli
mentre incrociavano il tuo sguardo nello specchio chiedendoti se li volevi cosí o cosà. Si
mettevano al lavoro e basta. Non ti chiedevano se volevi che ti lavassero i capelli unti, si
limitavano a bagnarteli con uno spruzzatore, e ignorando eventuali richieste ci davano
dentro di pettine e di forbici come se partecipassero al campionato australiano di tosatura
delle pecore.
Truls guardò la prima pagina del giornale che stava sulla mensola davanti allo
specchio. Il solito ritornello: qual era il movente del cosiddetto macellaio dei poliziotti?
Quasi tutte le congetture propendevano per un folle che odiava la polizia oppure un
anarchico estremista. Qualcuno nominava i terroristi stranieri, ma quelli di solito
volevano attribuirsi l’onore delle azioni riuscite, e nessuno aveva rivendicato niente. Che
i due omicidi fossero collegati tra loro era certo; la data e il luogo escludevano qualsiasi
dubbio, e per un po’ la polizia aveva cercato un criminale che sia Vennesla sia Nilsen
avessero arrestato, interrogato o offeso in altro modo. Ma non era approdata a nulla.
Allora, per un periodo, aveva seguito l’ipotesi che l’omicidio di Vennesla fosse stato
commesso da un individuo per vendicarsi di un arresto, per gelosia o per un’eredità o per
uno qualsiasi dei soliti moventi. E che dietro l’omicidio di Nilsen ci fosse tutto un altro
colpevole con un altro movente, che però aveva avuto l’accortezza di imitare l’omicidio
di Vennesla per indurre le forze dell’ordine a pensare a delitti seriali e a non cercare nei
luoghi piú ovvi. Quindi la polizia aveva fatto proprio questo, aveva cercato nei luoghi piú

ovvi come se fossero due normali omicidi a sé stanti. Ma anche cosí non era approdata a
nulla.
Allora era tornata al punto di partenza. All’assassino di poliziotti. E lo stesso
aveva fatto la stampa, domandando con insistenza: perché la polizia non riesce a catturare
la persona che ha ucciso due dei suoi uomini?
Quando gli capitava di vedere quei titoli Truls provava soddisfazione e rabbia allo
stesso tempo. Probabilmente Mikael aveva sperato che, con l’arrivo delle feste di fine
anno, la stampa si sarebbe concentrata su altri argomenti, dimenticando gli omicidi,
lasciandoli lavorare in pace. Lasciandolo continuare a essere il nuovo, fico sceriffo della
città, the wiz kid, il difensore della città. E non l’uomo sconfitto, pasticcione, che sedeva
là davanti ai flash con la faccia da perdente e trasudava una rassegnata inefficienza alle
Ferrovie di stato.
Truls non aveva bisogno di sfogliare i quotidiani, li aveva già letti a casa. Aveva
riso ad alta voce delle fiacche dichiarazioni di Bellman riguardo allo stato delle indagini.
«Al momento non è possibile dire…» e «Non sussistono informazioni su…» Erano frasi
prese pari pari dal capitolo sul rapporto con i media di Metodi d’indagine di Bjerknes e
Hoff Johansen, un libro di testo della Scuola di polizia in cui c’era scritto che i poliziotti
dovevano usare quelle pseudo-frasi generiche perché «no comment» gettava i giornalisti
in preda alla frustrazione. E che in generale i funzionari di polizia dovevano evitare gli
aggettivi.
Truls l’aveva cercata nelle foto, l’espressione disperata di Mikael, quella che di
solito gli veniva quando i ragazzi grandi del vicinato a Manglerud decidevano che era ora
di tappare la bocca a quel presuntuoso dalla bellezza effeminata e lui aveva bisogno
d’aiuto. Dell’aiuto di Truls. E ovviamente Truls accorreva. Ed era lui che tornava a casa
con un occhio nero e il labbro gonfio, non Mikael. Il suo viso rimaneva intatto e bello.
Bello abbastanza per Ulla.
– Non troppo corti, – disse Truls. Nello specchio studiò i capelli che cadevano
dalla fronte pallida, alta e un po’ sporgente. Per via di quella fronte e del prognatismo
marcato spesso la gente lo prendeva per stupido. E a volte era un vantaggio. A volte.
Chiuse gli occhi. Cercò di stabilire se nelle foto della conferenza stampa l’espressione
disperata di Mikael ci fosse davvero oppure la vedesse solo lui perché la voleva vedere.
Quarantena. Sospensione. Espulsione. Esclusione.
Percepiva ancora lo stipendio. Mikael si era scusato con lui. Gli aveva messo una
mano sulla spalla dicendo che era per il bene di tutti, compreso il suo. In attesa che i
procuratori chiarissero quali conseguenze comportava il fatto che un poliziotto avesse
ricevuto del denaro sulla cui provenienza non poteva né voleva dare spiegazioni. Per
giunta Mikael aveva fatto in modo che Truls continuasse a ricevere alcune indennità.
Perciò non era costretto ad andare da barbieri economici. Si era sempre servito da questo.
Ma adesso gli piaceva ancora di piú. Gli piaceva farsi fare lo stesso identico taglio
dell’arabo seduto nella poltrona accanto. Il ciuffo alla terrorista.
– Perché ridi, amico?
Truls ammutolí di colpo non appena udí la propria risata-grugnito. Quella che gli
era valsa il soprannome Beavis. Era stato Mikael ad affibbiarglielo. Quella volta alla festa
del liceo, quando tutti gli altri erano scoppiati a ridere rendendosi conto che sí, accidenti,
a vederlo e a sentirlo Truls Berntsen era proprio sputato al personaggio dei cartoni su
Mtv. Ulla: c’era anche lei? Oppure Mikael era seduto con il braccio stretto intorno a

un’altra? Ulla dallo sguardo mite, il maglione bianco, la mano esile che una volta aveva
posato sulla sua nuca avvicinandolo a sé, gridandogli nell’orecchio per coprire il rombo
della Kawa una domenica a Bryn. Gli aveva soltanto chiesto se sapeva dove fosse
Mikael. Ma lui ricordava ancora il calore della sua mano, la sensazione che lo avrebbe
squagliato, lo avrebbe fatto sciogliere là, sul viadotto sopra l’autostrada, nel sole della
mattina. E il respiro di Ulla contro l’orecchio e la guancia, i sensi in tensione che gli
permettevano – perfino là in mezzo ai fumi della benzina, ai gas di scarico e al puzzo di
gomma bruciata delle motociclette giú in basso – di riconoscere la marca del dentifricio,
di appurare che il suo gloss era al sapore di fragola, che il maglione era lavato con Milo.
Che Mikael l’aveva baciata. Se l’era fatta. O era pure questo frutto della sua
immaginazione? Comunque, ricordava di averle risposto che non aveva idea di dove
fosse Mikael. Anche se lo sapeva. Anche se una parte di lui avrebbe voluto dirlo. Avrebbe
voluto distruggere quel suo sguardo mite, puro, innocente e ingenuo. Distruggere lui,
Mikael.
Ma, ovviamente, non lo aveva fatto.
Perché avrebbe dovuto? Mikael era il suo migliore amico. Il suo unico amico. E
che cosa avrebbe ottenuto dicendole che Mikael era a casa di Angelica? Ulla avrebbe
potuto avere tutti gli uomini che voleva, ma non voleva lui, Truls. E fintanto che Ulla
stava con Mikael, se non altro lui poteva ronzarle intorno. Aveva avuto l’occasione, ma
non il movente.
Non allora.
– Cosí, amico?
Truls si guardò la nuca nello specchio tondo di plastica che il frocio tosatore
teneva alzato.
Taglio alla terrorista. Ciuffo alla kamikaze. Grugní. Si alzò, posò il biglietto da
duecento corone sul giornale per evitare il contatto fisico. Uscí incontro a marzo, che
continuava a essere semplicemente una voce non confermata sull’arrivo della primavera.
Lanciò un’occhiata in alto verso la centrale. Quarantena. Si diresse verso la stazione della
T-bane di Grønland. Il taglio di capelli era durato nove minuti e mezzo. Alzò la testa,
affrettò il passo. Non aveva impegni impellenti. Proprio nessuno. Anzi, uno l’aveva. Ma
non richiedeva granché, bastavano le cose che aveva già: tempo per pianificare, odio,
disponibilità a perdere tutto. Lanciò un’occhiata alla vetrina di uno dei negozi di
alimentari asiatici lungo la strada pedonale. E constatò, finalmente, di sembrare quello
che era.
Gunnar Hagen era seduto e guardava la carta da parati sopra la scrivania e la
poltrona vuota del capo della polizia. Guardò i riquadri piú scuri lasciati dalle foto che
erano state appese là da sempre, a quel che ricordava. Erano ritratti di capi della polizia
precedenti e con tutta probabilità volevano essere uno sprone, ma evidentemente Mikael
Bellman ne faceva volentieri a meno. Dell’espressione inquisitoria con cui soppesavano i
successori guardandoli dall’alto in basso.
Avrebbe voluto tamburellare il bracciolo con le dita, ma non c’erano braccioli.
Bellman aveva sostituito anche le sedie. Sedie di legno basse e dure.
Hagen era stato convocato, e l’assistente nell’anticamera lo aveva fatto
accomodare dicendo che il capo della polizia sarebbe arrivato a momenti.
La porta si socchiuse.
– Eccoti!

Bellman fece il giro della scrivania e si lasciò cadere nella poltrona. Si portò le
mani dietro la testa.
– Novità?
Hagen si schiarí la voce. Sapeva che Bellman sapeva che non c’erano novità
perché aveva l’ordine permanente di comunicargli qualsiasi sviluppo nei due casi di
omicidio. Quindi non lo aveva convocato per questo. Rispose comunque alla domanda,
spiegò che ancora non avevano trovato piste a sé stanti né collegamenti tra i delitti, a
parte il fatto ovvio che le vittime erano entrambe poliziotti rinvenuti cadavere sulla scena
del crimine di un precedente omicidio irrisolto alle cui indagini avevano partecipato.
Bellman si alzò nel bel mezzo della spiegazione, raggiunse la finestra e si fermò
dandogli le spalle. Oscillò sui talloni. Finse di ascoltare per un po’, poi lo interruppe.
– Hagen, devi sistemare questa faccenda.
Gunnar Hagen tacque. Aspettò il seguito.
Bellman si voltò. Le strie bianche del suo viso si erano tinte di rosso.
– E poi devo obiettare alla precedenza che dài al servizio di piantonamento
continuo al Rikshospital mentre vengono ammazzati dei poliziotti onesti. Non dovresti
assegnare al caso tutti gli uomini disponibili?
Hagen lo guardò sbalordito. – Per quello non utilizziamo i miei uomini, ma agenti
della stazione Centro e tirocinanti della Scuola di polizia. Non penso che le indagini ne
risentano, Mikael.
– Ah no? – ribatté Bellman senza voltarsi. – Voglio comunque che riesamini la
disposizione di piantonamento. Secondo me il paziente non rischia piú di essere ucciso,
dopo tutto questo tempo. Sanno che comunque non sarà in grado di testimoniare.
– A quanto pare, invece, dà segni di miglioramento.
– Quel caso non ha piú la precedenza –. La risposta del capo della polizia fu
immediata, quasi stizzita. Prima di trarre un respiro e sfoderare il suo sorriso accattivante
aggiunse: – Ma naturalmente spetta a te decidere sul piantonamento. Io mi guardo
dall’intromettermi. Intesi?
Hagen fece per rispondere con un no spontaneo, ma riuscí a trattenersi e annuí
brevemente cercando di capire dove Mikael Bellman volesse andare a parare.
– Bene, – disse Bellman giungendo i palmi per segnalare che il colloquio era
finito. Hagen fu sul punto di alzarsi, confuso come quando era arrivato. Invece, rimase
seduto.
– Pensavamo di tentare un metodo leggermente diverso.
– Ah?
– Sí, – disse Hagen. – Dividere la squadra investigativa in gruppi piú piccoli.
– E per quale motivo?
– Per dare spazio alle idee alternative. I gruppi numerosi hanno la competenza,
ma non sono adatti a pensare fuori dagli schemi.
– E c’è bisogno di pensare… fuori dagli schemi?
Hagen finse di non cogliere il sarcasmo. – Cominciamo a girare a vuoto e a non
vedere piú niente a furia di fissare lo stesso punto.
Guardò l’altro. Come ex investigatore naturalmente il capo della polizia
conosceva quel fenomeno: il gruppo restava bloccato al punto di partenza, le congetture
si trasformavano in rigidi fatti e si perdeva la capacità di vedere ipotesi alternative.
Ciononostante, Bellman scosse la testa.

– Con le squadre piccole si perde la capacità esecutiva, Hagen. La responsabilità
si disintegra, la gente si intralcia a vicenda e lo stesso compito viene eseguito piú volte. È
sempre preferibile un’unica squadra grande e ben coordinata. A patto che abbia un capo
forte ed efficiente…
Hagen sentí la superficie frastagliata dei molari quando serrò i denti sperando di
non lasciar trapelare l’effetto dell’insinuazione di Bellman.
– Ma…
– Quando un capo comincia a cambiare tattica, la sua iniziativa si presta
facilmente a essere presa per disperazione o addirittura per una mezza ammissione di
fallimento.
– Ma noi abbiamo fallito, Mikael. Siamo in marzo, e questo significa che sono
trascorsi sei mesi dall’omicidio del primo poliziotto.
– Nessuno è disposto a seguire un capo che fallisce, Hagen.
– I miei collaboratori non sono né ciechi né stupidi, sanno che siamo a un punto
morto. E sanno anche che un buon capo deve essere in grado di cambiare rotta.
– I buoni capi sanno come spronare i propri uomini.
Hagen deglutí. Mandò giú quello che aveva voglia di dire. Che aveva tenuto
lezioni sulla leadership alla Scuola militare quando Bellman ancora giocava con la
fionda. Che se Bellman era tanto bravo a spronare i suoi subalterni, perché non spronava
un po’ lui, Gunnar Hagen? Ma era troppo stanco, troppo frustrato per reprimere le parole
che sicuramente avrebbero irritato moltissimo Mikael Bellman:
– Abbiamo avuto successo con la squadra indipendente guidata da Harry Hole,
ricordi? Quegli omicidi di Ustaoset non sarebbero stati risolti se…
– Penso che tu mi abbia sentito, Hagen. Piuttosto considererei un avvicendamento
alla guida dell’indagine. Il capo è responsabile della forma mentis della sua squadra, che
a questo punto non sembra abbastanza orientata ai risultati. Se non c’è altro, fra poco
avrei una riunione.
Hagen stentava a credere alle sue orecchie. Si alzò sulle gambe intorpidite, come
se il sangue avesse completamente smesso di circolare per il breve lasso di tempo in cui
era rimasto seduto su quella sedia stretta e bassa. Si diresse verso la porta a passi rigidi.
– A proposito, – disse Bellman alle sue spalle, e Hagen lo udí soffocare uno
sbadiglio. – Novità nel caso Gusto?
– Come hai detto tu stesso, – rispose lui senza voltarsi, proseguendo dritto verso
la porta per evitare di mostrare a Bellman le vene del viso, che al contrario di quelle delle
gambe sembravano sotto sforzo. Ma la voce gli tremò lo stesso per la rabbia: – Quel caso
non ha piú la precedenza.
Mikael Bellman aspettò che la porta si richiudesse e udí il caposezione salutare la
segretaria nell’anticamera. Poi sprofondò nella poltrona di pelle dallo schienale alto e si
accasciò. Non aveva convocato Hagen per interrogarlo sugli omicidi dei poliziotti, e
sospettava che lui lo avesse capito. Lo aveva fatto in seguito alla telefonata di Isabelle
Skøyen di un’ora prima. Come c’era da aspettarsi, aveva continuato a insistere sullo
stesso ritornello, dicendo che per colpa degli omicidi irrisolti di quei due poliziotti
stavano facendo entrambi la figura degli incapaci e dei deboli. E che a differenza di
Mikael lei dipendeva dal favore degli elettori. Lui aveva risposto «sí» e «ah», aspettando
che Isabelle finisse per poter riagganciare, quando lei aveva fatto esplodere la bomba.
«Sta per uscire dal coma».

Bellman era seduto con i gomiti puntati sul tavolo e la fronte tra le mani. Fissava
lo smalto lucido della scrivania che rifletteva la sua sagoma deformata. Le donne lo
trovavano attraente. Isabelle glielo aveva detto senza mezzi termini: che era questo il
motivo, che le piacevano gli uomini belli. Che era questo il motivo per cui era andata a
letto con Gusto. Quel ragazzo bellissimo. Di una bellezza alla Elvis. Spesso nel caso di
un uomo bello la gente fraintendeva. Mikael ripensò all’agente della Kripos, quello che ci
aveva provato con lui, che voleva baciarlo. Pensò a Isabelle. E a Gusto. Immaginò quei
due insieme. Loro tre insieme. Si alzò di scatto dalla poltrona. Raggiunse di nuovo la
finestra.
Le cose si erano messe in moto. Isabelle aveva detto proprio cosí. Messe in moto.
Lui non doveva fare altro che aspettare. Avrebbe dovuto sentirsi piú calmo, piú
bendisposto verso il mondo circostante. E allora perché aveva affondato e rigirato il
coltello nella carne di Hagen? Per vederlo contorcersi? Unicamente per vedere un’altra
faccia tormentata, né piú né meno di quella che prima era riflessa sulla laccatura della
scrivania? Comunque, presto sarebbe finita. Adesso tutto era nelle mani di Isabelle. E una
volta fatto quel che andava fatto, avrebbero potuto continuare come prima. Dimenticare
Asajev, Gusto e in particolare l’uomo che nessuno riusciva a smettere di nominare: Harry
Hole. Cosí era, tutti e tutto prima o poi finivano nel dimenticatoio, e col tempo lo
avrebbero fatto anche gli omicidi di quei poliziotti.
Tutto come prima.
Mikael Bellman fu sul punto di verificare se lo volesse veramente. Ma poi decise
di lasciar perdere. Sapeva benissimo di volerlo veramente.

7.
Ståle Aune sospirò. Si trovava davanti a uno di quei bivi nel percorso terapeutico
in cui doveva fare una scelta. La fece: – Forse c’è qualcosa di irrisolto nella tua
sessualità.
Il paziente lo guardò. Un abbozzo di sorriso. Occhi stretti. Le mani affusolate
dalle dita esageratamente lunghe si alzarono, parvero intenzionate ad aggiustare il nodo
della cravatta sopra la giacca gessata, ma desistettero. Ståle gli aveva visto fare quel gesto
altre volte, e gli ricordava pazienti che erano riusciti a liberarsi di atti compulsivi
concreti, ma mantenevano i rituali preliminari: la mano che sta per fare qualcosa,
un’azione incompiuta che è ancora piú insensata di quella originaria, involontaria, ma
perlomeno interpretabile. Come una cicatrice, una zoppia. Un’eco. Un monito per
rammentarti che nulla sparisce completamente, che tutto si deposita in qualche modo, da
qualche parte. Come l’infanzia. Gente che hai conosciuto. Qualcosa che hai mangiato e ti
ha fatto male. Una passione provata. Memoria cellulare.
Il paziente lasciò cadere le mani in grembo. Tossicchiò brevemente e la sua voce
risuonò stentata e metallica: – Che accidenti vuol dire? Hai intenzione di attaccare con le
cazzate freudiane, adesso?
Ståle guardò l’uomo. Aveva visto per caso in tv una serie poliziesca in cui
leggevano la vita emotiva delle persone basandosi sul linguaggio non verbale. Anche se il
linguaggio non verbale era accettabile, si lasciavano tradire dalla voce. I muscoli delle
corde vocali e della gola sono tarati con tanta precisione da essere in grado di emettere
onde sonore sotto forma di parole riconoscibili. Ai tempi in cui insegnava alla Scuola di
polizia, Ståle faceva sempre notare agli allievi quanto questo fosse un vero e proprio
miracolo. Eppure esisteva uno strumento ancora piú sensibile: l’orecchio umano. Il quale
non solo è capace di suddividere le onde sonore in vocali e consonanti, ma anche di
individuare la temperatura, il livello di tensione, le emozioni di chi parla. Negli
interrogatori era piú importante ascoltare che guardare. Un aumento minimo o un
tremolio quasi impercettibile del registro erano segnali piú significativi delle braccia
conserte, dei pugni chiusi, della dimensione delle pupille e di tutti quei fattori cui la
nuova scuola di psicologi attribuiva un grande peso, ma che secondo l’esperienza di Ståle
il piú delle volte confondevano e fuorviavano l’investigatore. Certo, il paziente che aveva
davanti faceva uso di parolacce, ma era soprattutto la pressione contro i suoi timpani a
rivelargli che era guardingo e arrabbiato. Normalmente questo particolare non avrebbe
preoccupato uno psicologo esperto. Al contrario, spesso le emozioni forti significavano
che era imminente una svolta nella terapia. Ma il problema con quel paziente era che
arrivava nell’ordine sbagliato. Nonostante mesi di sedute a cadenza regolare, Ståle non
era riuscito a instaurare una relazione: mancava la confidenza, la fiducia. In effetti i loro
incontri erano stati cosí infruttuosi che Ståle aveva considerato l’idea di proporgli di
interrompere la terapia, ed eventualmente indirizzarlo a un collega. La rabbia in un clima
rassicurante, confidenziale, era positiva, ma nel caso di quel paziente poteva significare
che si stava chiudendo ancora di piú, che si stava scavando una trincea ancora piú
profonda.
Ståle sospirò. Evidentemente aveva fatto la scelta sbagliata, ma era troppo tardi, e
decise di insistere.
– Paul, – disse. Il paziente aveva messo in chiaro che il suo nome si pronunciava

«Pol» e non com’era scritto. E non alla norvegese, bensí con la l inglese, solo che Ståle
non riusciva a sentire la differenza. Questo particolare, insieme alle sopracciglia ben
delineate e alle due piccole cicatrici sotto il mento lasciate da un lifting, gli avevano
permesso di inquadrarlo a dieci minuti dall’inizio della prima seduta.
– L’omosessualità repressa è molto comune anche nella nostra società
apparentemente tollerante, – riprese Aune osservando l’uomo per controllarne la
reazione. – Fra i miei pazienti ci sono diversi poliziotti, e uno che era in terapia da me mi
disse che personalmente aveva accettato la sua omosessualità, ma non poteva mostrarla
sul lavoro perché gli altri lo avrebbero escluso. Gli chiesi se ne era sicuro. Spesso la
repressione dipende dalle aspettative che abbiamo nei confronti di noi stessi, e dalle
aspettative che attribuiamo alle persone che ci circondano. Soprattutto quelle piú vicine,
gli amici e i colleghi.
Si interruppe.
Il paziente non rivelava nessuna dilatazione delle pupille, nessun cambiamento di
colorito, nessuna resistenza a farsi guardare negli occhi, nessuna parte del corpo che si
voltasse dall’altra parte. Al contrario, sulle sue labbra sottili si era formato un sorrisetto
beffardo. Ma con sua sorpresa, Ståle Aune si sentí arroventare le guance. Santo cielo,
quanto odiava quel paziente! Quanto odiava il suo lavoro.
– E il poliziotto? – domandò Paul. – Seguí il tuo consiglio?
– La seduta è finita, – disse Ståle senza guardare l’ora.
– Sono curioso, Aune.
– E io devo rispettare il segreto professionale.
– Chiamiamolo X, allora. E dalla tua espressione capisco che non hai gradito la
domanda –. Paul sorrise. – Seguí il tuo consiglio e andò a finire male, non è vero?
Aune sospirò. – X passò il segno, fraintese una situazione e cercò di baciare un
collega nei bagni. E fu tagliato fuori. Il punto è che sarebbe potuta andare bene. Ti va
almeno di rifletterci per la prossima volta?
– Ma io non sono gay –. Paul si portò le dita alla gola, le riabbassò.
Ståle Aune annuí brevemente. – La settimana prossima, stessa ora?
– Non lo so. Non sto migliorando, vero?
– Lentamente, ma fai progressi, – disse Ståle. La sua risposta fu automatica come
il movimento della mano del paziente che cercò il nodo della cravatta.
– Sí, me lo hai ripetuto piú di una volta, – disse Paul. – Però io ho l’impressione
di pagare senza avere niente in cambio. Che sei inutile come quei poliziotti che non
riescono neanche a catturare un maledetto serial killer e stupratore… – Con una certa
sorpresa Ståle notò che il tono del paziente si era abbassato. E che era diventato piú
calmo. Che sia la voce sia il linguaggio non verbale contraddicevano le sue parole. Quasi
guidato dal pilota automatico, il cervello di Ståle aveva cominciato ad analizzare perché il
paziente fosse ricorso proprio a quell’esempio, ma la soluzione era cosí ovvia che non
c’era bisogno di approfondire. I giornali che teneva sulla scrivania fin dall’autunno.
Erano sempre stati aperti sulle pagine che parlavano degli omicidi dei poliziotti.
– Catturare un serial killer non è cosí semplice, Paul, – disse Ståle Aune. – Ne so
qualcosa di serial killer, anzi, sono la mia specialità. Esattamente come questa attività.
Ma se vuoi interrompere la terapia, o preferisci passare a un altro collega, basta che tu me
lo dica. Ho una lista di psicologi bravissimi e potrei aiutarti…
– Che fai, mi pianti, Ståle? – Paul aveva inclinato la testa un po’ di lato, le

palpebre dalle ciglia incolori erano calate leggermente e il sorriso si era allargato. Ståle
non riusciva a stabilire se quella battuta volesse alludere all’ipotesi omosessuale, oppure
se Paul avesse mostrato uno scorcio del suo vero io. O l’una e l’altra cosa.
– Non fraintendermi, – disse Ståle, sicuro di non essere frainteso. Voleva liberarsi
di lui, ma i terapeuti professionisti non cacciavano a pedate i pazienti difficili.
Aumentavano gli sforzi, o no? Si aggiustò il papillon. – Sono disposto ad averti come
paziente, ma è importante che ci fidiamo l’uno dell’altro. E ora come ora mi pare di
capire…
– Ho soltanto una giornata storta, Ståle –. Paul allargò le braccia. – Scusami, lo so
che sei bravo. Ti sei occupato di delitti seriali giú all’Anticrimine, non è vero? Hai
partecipato alla cattura di quello che disegnava pentagrammi sulle scene del delitto.
Insieme a quel commissario.
Ståle scrutò il paziente, che nel frattempo si era alzato e riabbottonato la giacca.
– Sí, sei piú che bravo per me, Ståle. La settimana prossima. Intanto mi chiederò
se sono gay.
Ståle rimase seduto. Udí Paul canticchiare fuori nel corridoio mentre aspettava
l’ascensore. La melodia aveva un che di familiare.
Proprio come alcune cose che Paul aveva detto. Aveva utilizzato il gergo della
polizia dicendo «delitti seriali» invece del solito «omicidi seriali». Parlando di Harry
Hole lo aveva definito commissario, mentre la maggior parte della gente non ci capiva
nulla di gradi della polizia. E si ricordava approssimativamente i particolari cruenti delle
cronache nere dei giornali, non dettagli superflui come un pentagramma inciso in una
trave accanto al cadavere. Ma soprattutto Ståle aveva notato – per l’importanza che
poteva avere ai fini della terapia – che Paul lo aveva paragonato ai «… poliziotti che non
riescono neanche a catturare un maledetto serial killer e stupratore…»
Ståle udí l’ascensore arrivare e ripartire. Si era ricordato quale melodia era.
Perché aveva ascoltato The Dark Side of the Moon alla ricerca di spunti per interpretare il
sogno di Paul Stavnes. La canzone s’intitolava Brain Damage. Parlava dei pazzi. Dei
pazzi che sono sull’erba, che sono nell’ingresso. Che avanzano.
Stupratore.
I poliziotti uccisi non erano stati stuprati.
Naturalmente il suo interesse per il caso poteva essere cosí scarso che aveva
confuso i poliziotti uccisi con le vittime precedenti sulle stesse scene del crimine. Oppure
riteneva una verità assodata che i serial killer siano anche stupratori. Oppure sognava
poliziotti stuprati: un particolare, questo, che rafforzava la teoria dell’omosessualità
repressa. Oppure…
Ståle Aune si bloccò nel bel mezzo del gesto, si guardò sbalordito la mano
nell’atto di salire verso il papillon.
Anton Mittet bevette un sorso di caffè e abbassò lo sguardo sul paziente che
dormiva nel letto. Non avrebbe dovuto essere concessa un po’ di gioia anche a lui? La
stessa gioia cui Mona aveva fatto riferimento, definendola «uno di quei piccoli miracoli
per i quali vale la pena sgobbare come infermiera»? Sí, certo, era bello quando un
paziente in coma dato per spacciato all’improvviso ci ripensava, tornava a fatica indietro
verso la vita e si risvegliava. Ma quell’uomo disteso nel letto, quel viso pallido e
devastato sul guanciale, non significava niente per lui. Significava soltanto che il suo
incarico volgeva alla fine. Naturalmente, questo non significava che si avvicinasse anche

la fine della loro relazione. In fondo, non era là che avevano vissuto i momenti piú
appassionati. Anzi, ora non avrebbero piú dovuto preoccuparsi che i colleghi notassero gli
sguardi teneri che si scambiavano ogni volta che lei entrava o usciva dalla camera del
paziente, le chiacchierate un po’ troppo lunghe che si concedevano, e l’eccessiva
bruschezza con cui le interrompevano quando arrivava qualcuno. Ma Anton Mittet era
tormentato dalla sensazione che fosse stato proprio questo il presupposto della loro storia.
La segretezza. Il proibito. L’emozione di guardare, ma di non poter toccare. Di dover
aspettare, di dover uscire di casa furtivamente, propinare a Laura la bugia dell’ennesimo
turno di guardia straordinario, bugia che, anche se era diventata sempre piú facile da
pronunciare, gli cresceva in bocca tanto da convincerlo che prima o poi lo avrebbe
soffocato. Sapeva che l’infedeltà non lo rendeva un uomo migliore agli occhi di Mona,
che probabilmente lei riusciva a immaginare il giorno in cui le avrebbe rifilato le stesse
scuse. Gli aveva raccontato di esserci passata con altri uomini, che la tradivano. E allora
era piú magra e piú giovane di adesso, quindi se lui avesse lasciato la donna grassa e di
mezza età che era diventata, non ne sarebbe certo rimasta sconvolta. Lui aveva cercato di
spiegarle che non doveva parlare cosí, che non doveva dirlo, anche se lo pensava. Perché
si metteva in cattiva luce. Metteva lui in cattiva luce. Lo faceva sembrare l’uomo che
approfittava dell’occasione, per cosí dire. Però adesso era contento che lei lo avesse detto.
Doveva finire prima o poi, e lei gli aveva semplificato le cose.
– Dove hai trovato il caffè? – domandò l’infermiere nuovo aggiustandosi gli
occhiali tondi mentre consultava la cartella clinica che aveva sganciato dalla sponda del
letto.
– C’è una macchina espresso in fondo a quel corridoio. La uso soltanto io, ma se
vuoi…
– Ti ringrazio, – disse l’infermiere. Anton notò che c’era qualcosa di strano nella
sua pronuncia. – Ma non bevo caffè –. L’infermiere aveva preso un foglio dalla tasca
della casacca e lesse. – Vediamo… devo somministrargli il Propofol.
– Non so che significa.
– Significa che dormirà per un bel po’.
Anton studiò l’infermiere mentre infilava l’ago di una siringa nella stagnola di un
flaconcino di liquido trasparente. L’uomo era piccolo e mingherlino e somigliava a un
attore famoso. Non a uno di quelli belli. A uno di quelli che avevano sfondato
ugualmente. Quello con i denti brutti e il nome italiano impossibile da ricordare.
Esattamente come aveva già dimenticato il nome con cui si era presentato l’infermiere.
– I pazienti che escono dal coma sono problematici, – disse l’infermiere. – Sono
molto fragili e devono essere accompagnati con cautela verso lo stato cosciente.
Un’iniezione sbagliata, e rischiamo di rimandarli là dov’erano prima.
– Capisco, – disse Anton. L’uomo gli aveva mostrato il cartellino di
riconoscimento, aveva pronunciato la parola d’ordine e aspettato che lui chiamasse il
reparto per farsi confermare che era assegnato a quel turno.
– Quindi, hai una lunga esperienza con le anestesie e roba del genere? – domandò
Anton.
– Sí, ho lavorato nel reparto di anestesiologia per parecchio tempo.
– E adesso non ci lavori piú?
– Ho viaggiato per due o tre anni –. L’infermiere alzò la siringa verso la luce.
Fece uscire uno zampillo che si dissolse in una nuvola di goccioline microscopiche. –

Questo paziente ha l’aria di aver avuto una vita dura. Perché non c’è scritto il nome nella
cartella?
– Deve restare anonimo. Non te lo hanno detto?
– Non mi hanno detto niente.
– Avrebbero dovuto farlo. Qualcuno potrebbe cercare di ucciderlo. Per questo
sono seduto fuori in corridoio.
L’altro si abbassò e accostò il viso a quello del paziente. Chiuse gli occhi. Parve
inspirare il respiro dell’altro. Anton rabbrividí.
– L’ho già visto, – disse l’infermiere. – È di Oslo?
– Devo rispettare il segreto professionale.
– E io no, secondo te? – L’infermiere arrotolò la manica del camice del paziente.
Schioccò le dita sull’interno dell’avambraccio. C’era qualcosa, nel suo modo di parlare,
qualcosa che Anton non riusciva a individuare con sicurezza. Rabbrividí di nuovo quando
la punta dell’ago affondò nella pelle, e nel silenzio assoluto gli parve di udire lo stridio
dell’attrito nella carne. Il sibilo del liquido nella siringa mentre lo stantuffo veniva
abbassato.
– Ha vissuto a Oslo per parecchi anni prima di fuggire all’estero, – disse Anton e
deglutí. – Ma poi è tornato. A quanto dicono per via di un ragazzo. Un tossicodipendente.
– Che storia triste.
– Già. Però a quanto pare avrà un lieto fine.
– È presto per dirlo, – disse l’infermiere estraendo l’ago. – Molti pazienti
comatosi sono soggetti a brusche ricadute.
A quel punto Anton lo individuò. Il difetto di pronuncia. Si udiva a malapena, ma
c’era: la S moscia. Era bleso.
Uscirono, e appena l’infermiere sparí in fondo al corridoio Anton tornò dal
paziente. Esaminò il monitor che registrava il battito cardiaco. Ascoltò il bip ritmico, che
sembrava il segnale del sonar di un sottomarino in fondo agli abissi. Non sapeva perché,
ma imitò l’infermiere, si chinò verso la testa del malato. Chiuse gli occhi. E sentí il suo
respiro contro il viso.
Altmann. Anton aveva guardato attentamente il suo cartellino prima che andasse
via. L’infermiere si chiamava Sigurd Altmann. La sua era soltanto una sensazione di
pancia, ma aveva deciso che l’indomani lo avrebbe controllato meglio. Non sarebbe
andata a finire come il caso Drammen. Questa volta non avrebbe commesso errori.

8.
Katrine Bratt sedeva con i piedi sulla scrivania e un telefono stretto fra la spalla e
l’orecchio. Gunnar Hagen la mise in attesa. Le sue dita correvano sulla tastiera che aveva
davanti. Sapeva che dietro di lei, di là dalla finestra, Bergen si stendeva sotto i raggi del
sole. Che le strade bagnate scintillavano della pioggia caduta incessantemente dal mattino
fino a dieci minuti prima. E che, con il rispetto che quella città aveva per le leggi della
natura, di lí a poco avrebbe ripreso a scrosciare. Ma in quel preciso momento c’era uno
squarcio di sole, e Katrine Bratt sperava che Gunnar Hagen si sbrigasse a concludere
l’altra telefonata, per riprendere quella che aveva interrotto con lei. Voleva
semplicemente comunicargli le informazioni che era riuscita a trovare e poi lasciare la
centrale di Bergen. Uscire nella fresca aria dell’Oceano Atlantico, che aveva un sapore
molto piú buono di quella che il suo ex caposezione stava inspirando al momento giú a
est, nella capitale. Per poi buttarla fuori sotto forma di un grido indignato:
– Come sarebbe a dire che non possiamo ancora interrogarlo? È uscito dal coma,
sí o no? Sí, lo so che è debole, ma… cosa?
Katrine sperava che il risultato delle ricerche che aveva fatto negli ultimi giorni
avrebbe migliorato l’evidente malumore di Hagen. Sfogliò le pagine, tanto per
ricontrollare quello che sapeva già.
– Me ne frego di cosa dice il suo avvocato, – sbraitò Hagen. – E me ne frego di
cosa dice il primario. Voglio che venga interrogato adesso!
Katrine Bratt lo sentí sbattere il ricevitore del telefono fisso. Poi finalmente tornò
a lei.
– Che è successo? – gli domandò.
– Niente, – rispose Hagen.
– Si tratta di lui? – insisté.
Hagen sospirò. – Sí, si tratta di lui. Si sta risvegliando dal coma, ma lo tengono
sedato con i farmaci e dicono che dobbiamo aspettare almeno due giorni prima di
parlarci.
– Non è meglio essere prudenti?
– Senza dubbio. Però lo sai, abbiamo urgente bisogno di risultati. Questo caso dei
poliziotti uccisi ci sta mettendo ko.
– Due giorni piú, due giorni meno?
– Lo so, lo so. Ma ogni tanto devo fare la voce grossa. È uno degli scopi per cui
uno sgobba per diventare capo. O no?
Quanto a quella precisa domanda Katrine Bratt non aveva una risposta. Non
aveva mai ambito a diventare capo. E se anche lo avesse fatto, aveva comunque il
sospetto che un’agente con alle spalle un ricovero psichiatrico non sarebbe stata fra i
primi candidati al momento dell’assegnazione degli uffici piú spaziosi. La sua diagnosi
era cambiata da maniaco-depressiva a borderline a bipolare a sana. Almeno finché avesse
continuato a prendere le pilloline rosa che la tenevano in equilibrio. Potevano criticare
quanto volevano l’uso di farmaci in psichiatria, per Katrine aveva significato una vita
nuova e migliore. Certo, si era accorta che il capo la teneva d’occhio, e che i suoi
incarichi operativi erano ridotti al minimo. Ma le andava benissimo: le piaceva stare nel
suo piccolo ufficio con un potente pc, una password e un accesso esclusivo a motori di
ricerca di cui perfino la polizia ignorava l’esistenza. Esplorare, cercare, trovare.


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