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Titolo: 1680 1..12
Autore: Senato della Repubblica

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Senato della Repubblica

XVII

LEGISLATURA

N. 1680

DISEGNO DI LEGGE
d’iniziativa dei senatori FEDELI, MARCUCCI, PUGLISI, LANZILLOTTA,
BONFRISCO, DE PETRIS, DE PIETRO, BATTISTA, BOCCHINO, ALBANO,
AMATI, BORIOLI, CANTINI, CUOMO, D’ADDA, DI GIORGI, FABBRI,
FASIOLO, FERRARA, FAVERO, GIACOBBE, IDEM, LAI, LO GIUDICE,
MANASSERO, MATTESINI, MATURANI, ORRÙ, PARENTE, PEZZOPANE,
PUPPATO, RICCHIUTI, RUSSO, RUTA, SCALIA, SPILABOTTE, VACCARI,
VALDINOSI, ZANONI e PIGNEDOLI

COMUNICATO ALLA PRESIDENZA IL 18 NOVEMBRE 2014

Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle
attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di
istruzione e nelle università

TIPOGRAFIA DEL SENATO

Atti parlamentari

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Senato della Repubblica – N. 1680

XVII LEGISLATURA – DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI

ONOREVOLI SENATORI. – La cronaca quotidiana dei rapporti conflittuali, e finanche
violenti, che spesso connotano le relazioni
di genere, anche tra i più giovani, impone
di riconsiderare i percorsi formativi offerti
dalla scuola, nell’ottica di promuovere il superamento degli stereotipi di genere, educando le nuove generazioni, lungo tutte le
fasi del loro apprendimento scolastico, al rispetto della differenza di genere. Tra gli
obiettivi nazionali dell’insegnamento nella
scuola italiana è divenuto, pertanto, indifferibile porre espressamente, come elemento
portante e costante, sia la promozione del rispetto delle identità di genere sia il superamento di stereotipi sessisti. Il che risponde
altresì all’esigenza di dare puntuale attuazione ai princìpi costituzionali di pari dignità
e non discriminazione di cui agli articoli 3,
4, 29, 37 e 51 della Costituzione.
Questo è anche il senso delle politiche
europee in materia: quasi tutti i paesi europei hanno infatti predisposto in campo educativo e scolastico strumenti di sensibilizzazione e di lotta contro gli stereotipi. In particolare, già con il Quarto Programma d’azione (l996-2000) la politica europea delle
pari opportunità si era integrata in tutti i settori e nelle azioni dell’Unione e degli Stati
membri, ivi compresa l’azione educativa
che si svolge nella scuola, pur nel rispetto
delle peculiarità e tradizioni dei singoli Stati
membri. Di conseguenza, l’Unione europea,
con l’obiettivo strategico B4, «Formazione
a una cultura della differenza di genere»,
ha stabilito la necessità «di recepire, nell’ambito delle proposte di riforma della
scuola, dell’università, della didattica, i saperi innovativi delle donne, nel promuovere
l’approfondimento culturale e l’educazione

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al rispetto della differenza di genere». In
tale prospettiva si collocano anche azioni europee e nazionali relative al settore educativo che devono procedere in due direzioni
specifiche: la prima, fissare tra gli obiettivi
nazionali dell’insegnamento e delle linee generali dei curricoli scolastici la cultura della
parità di genere e il superamento degli stereotipi; la seconda, l’intervento sui libri di
testo, riconosciuti in tutte le sedi internazionali, come un’area particolarmente sensibile
per le politiche delle pari opportunità.
Le stesse problematiche sono state di recente affrontate anche dalla risoluzione
2012/2116 (INI) del Parlamento europeo,
del 12 marzo 2013, sull’eliminazione degli
stereotipi di genere nell’Unione europea.
Nella parte riguardante la formazione è stata
anzitutto affermata la rilevanza dei programmi scolastici nel perpetuare discriminazioni di genere – e, di conseguenza, nel condizionare l’effettiva libertà delle future scelte
dei discenti, fattisi cittadini adulti, e l’accesso ai diritti loro spettanti – laddove non
correttamente orientati al superamento di
stereotipi sessisti. La risoluzione, sulla base
di indirizzi pedagogici largamente condivisi,
ha affermato che la nozione di uguaglianza
può essere instillata nei bambini sin dalla
più tenera età e che un’educazione basata
sul riconoscimento della parità è la strada
da percorrere per il superamento degli stereotipi di genere. Agli Stati membri è stato
perciò richiesto di valutare programmi di
studi e contenuto dei libri di testo nell’ottica
di una riforma complessiva che conduca all’integrazione delle questioni di genere,
quale tematica trasversale, in tutti i materiali
didattici, sia in termini di eliminazione degli
stereotipi di genere, sia in termini di mag-

Atti parlamentari

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XVII LEGISLATURA – DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI

giore visibilità del contributo e del ruolo
delle donne nella storia, nella letteratura o
nell’arte, anche nei primi livelli dell’istruzione. Gli Stati membri sono stati altresì sollecitati a predisporre specifici corsi di orientamento, nelle scuole primarie e secondarie
e negli istituti di istruzione superiore, finalizzati a informare i giovani in merito alle
conseguenze negative degli stereotipi di genere, nonché a incoraggiarli a intraprendere
percorsi di studi e professionali superando
visioni tradizionali che tendano a individuarli come tipicamente «maschili» o «femminili».
Questi gli obiettivi che ci si propone di
raggiungere con il presente disegno di legge,
altresì in ossequio alla Convenzione del
Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la
lotta contro la violenza nei confronti delle
donne e la violenza domestica, firmata a
Istanbul l’11 maggio 2011, ratificata dall’Italia con legge 27 giugno 2013, n. 77, ed
entrata in vigore lo scorso 1º agosto 2014.
La piena attuazione della cosiddetta Convenzione di Istanbul, infatti, implica necessariamente l’adozione di conseguenti interventi di
integrazione e modificazione della legislazione e della regolamentazione nazionale
che consentano la realizzazione degli obiettivi e delle misure da essa recati. Tra questi
un ruolo fondamentale potranno svolgerlo
progetti di formazione culturale che accompagnino i percorsi scolastici dei ragazzi, a
partire dal primo ciclo di istruzione, fornendo adeguati strumenti di comprensione
e di decostruzione critica dei modelli dominanti tuttora alla base delle relazioni tra i
sessi.
A riguardo, il capitolo III della citata
Convenzione si esprime sufficientemente
nel merito delle politiche di prevenzione da
adottare: l’articolo 12, paragrafo 1, obbliga
le parti ad adottare «le misure necessarie
per promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli
uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica ba-

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sata sull’idea dell’inferiorità della donna»; il
paragrafo 4 richiede alle parti di adottare «le
misure necessarie per incoraggiare tutti i
membri della società, e in particolar modo
gli uomini e i ragazzi, a contribuire attivamente alla prevenzione di ogni forma di violenza che rientra nel campo di applicazione
della presente Convenzione»; al paragrafo
5 si legge poi che «le Parti vigilano affinché
la cultura, gli usi e i costumi, la religione, la
tradizione o il cosiddetto “onore” non possano essere in alcun modo utilizzati per giustificare nessuno degli atti di violenza che
rientrano nel campo di applicazione della
presente Convenzione», mentre al paragrafo
6 si prevede che le parti adottino «le misure
necessarie per promuovere programmi e attività destinati ad aumentare il livello di autonomia e di emancipazione delle donne».
Ancora rilevanti indicazioni si possono
trarre agli articoli 13 e 14 della Convenzione
di Istanbul: mentre al paragrafo 2 dell’articolo 13, rubricato «Sensibilizzazione», si dispone che «Le Parti garantiscono un’ampia
diffusione presso il vasto pubblico delle informazioni riguardanti le misure disponibili
per prevenire gli atti di violenza che rientrano nel campo di applicazione della presente Convenzione», l’articolo 14, rubricato
«Educazione», definisce sul piano dell’istruzione le attività dei Governi rispetto agli atti
di violenza che rientrano nel campo della
Convenzione, obbligando le parti sottoscrittrici della medesima ad un ripensamento
complessivo di saperi e di modalità di relazione all’interno dei sistemi scolastici nazionali, al fine di combattere ogni forma di violenza basata sui modelli socio-culturali di
donne e uomini per sradicare i pregiudizi,
i costumi, le tradizioni e le altre pratiche basate sull’idea dell’inferiorità della donna o
su ruoli stereotipati per donne e uomini, in
particolare introducendo «nei programmi
scolastici di ogni ordine e grado dei materiali didattici su temi quali la parità tra i
sessi, i ruoli di genere non stereotipati, il reciproco rispetto, la soluzione non violenta

Atti parlamentari

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dei conflitti nei rapporti interpersonali, la
violenza contro le donne basata sul genere
e il diritto all’integrità personale, appropriati
al livello cognitivo degli allievi».
È allora evidente l’importanza dell’introduzione di una consapevole prospettiva di
genere nei processi educativi: ciò importa
primariamente la decostruzione critica delle
forme irrigidite e stereotipate attraverso cui
le identità di genere sono culturalmente e
socialmente plasmate, stimolando al contempo l’auto-apprendimento della e nella
complessità. Il processo riformatore che ha
investito il nostro sistema di istruzione ha
infatti sì cercato di rispondere alle istanze
di una società pluralista, multietnica e sempre più diversificata al suo interno, ponendo
al centro della sua azione lo sviluppo della
«persona» come un’identità consapevole e
aperta all’interno dei princìpi della Costituzione e della tradizione culturale europea,
eppure non pare ancora aver realizzato una
scuola intesa come luogo in cui «nella diversità e nelle differenze si condivide l’unico
obiettivo che è la crescita della persona».
Pur nel rinnovato contesto scolastico in cui
al centro è posta la «persona» quindi, le differenze di genere risultano, sul fronte normativo, come diluite, essendo assimilate
alle altre differenze. Si pensi al decretolegge 12 settembre 2013, n. 104, convertito,
con modificazioni, dalla legge 8 novembre
2013, n. 128, e recante misure urgenti in
materia di istruzione, università e ricerca,
che all’articolo 16, rubricato formazione
del personale scolastico, «Al fine di migliorare il rendimento della didattica, con particolare riferimento alle zone in cui è maggiore il rischio socio-educativo, e potenziare
le capacità organizzative del personale scolastico», al comma 1, lettera d), autorizza per
l’anno 2014 la spesa di euro 10 milioni, oltre alle risorse previste nell’ambito di finanziamenti di programmi europei e internazionali, «per attività di formazione e aggiornamento obbligatori del personale scolastico»
con particolare riguardo «all’aumento delle

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competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari
opportunità di genere e al superamento degli
stereotipi di genere», peraltro in attuazione
di quanto previsto dall’articolo 5 del decreto-legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119, cosiddetto decreto-legge
sul femminicidio.
Similmente non si può prescindere da un
corretto linguaggio anche a livello legislativo e amministrativo quanto a sensibilità rispetto alle differenze di genere: non si tratta
infatti di un mero artificio, in quanto una riflessione sull’uso del linguaggio nella stesura degli atti normativi e amministrativi è
indifferibile affinché si affermino modelli
educativi e di comportamento in grado di
mettere in comunicazione e in rapporto tra
loro tutte le differenze, e in primis quella
tra uomini e donne. In tal senso inappropriata appare la nota che si legge nell’introduzione alle Indicazioni per il curricolo per
la scuola dell’infanzia e per il primo ciclo
d’istruzione, pubblicate dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca nel
settembre 2012, dove si legge: «Nel testo
si troveranno sempre termini quali: “bambini, adolescenti, alunni, allievi, studenti,...”
Si sollecita il lettore a considerare tale scelta
semplicemente una semplificazione di scrittura, mentre nell’azione educativa bisogna
considerare la persona nelle sue peculiarità
e specificità, anche di genere».
Diversamente, il riconoscimento del linguaggio come strumento di azione politica
all’interno del processo ormai da tempo avviato per la realizzazione della «parità di
fatto, cioè a dire l’uguaglianza delle possibilità di ciascun individuo di entrambi i sessi
di realizzarsi appieno in ogni campo», è
stato testimoniato dalla direttiva del Presidente del Consiglio dei ministri 27 marzo
1997 (Gazzetta Ufficiale 21 maggio 1997,
n. 116), recante azioni volte a promuovere
l’attribuzione di poteri e responsabilità alle
donne, a riconoscere e garantire libertà di

Atti parlamentari

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scelte e qualità sociale a donne e uomini,
che ha posto tra gli obiettivi prioritari volti
a promuovere la parità di opportunità tra uomini e donne «la formazione a una cultura
della differenza di genere». Lo stesso documento ha altresì individuato, tra le azioni
immediate dell’obiettivo, l’aggiornamento
dei materiali didattici, oggetto dell’apposito
progetto Pari opportunità nei libri di testo
(POLITE), promosso dal Dipartimento per
le pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri tra il 1999 e il 2001, nell’ambito del Quarto programma di azione a
medio termine per la parità di opportunità
tra le donne e gli uomini (1996-2000), volto
a garantire che i nuovi libri di testo e i materiali didattici fossero realizzati in modo da
favorire lo sviluppo dell’identità di genere e
da rimuovere gli stereotipi presenti in tali
strumenti di formazione.
Nei provvedimenti normativi di ambito
scolastico adottati negli anni successivi, tuttavia, neppure questo iniziale progetto di rivisitazione del materiale didattico e formativo è stato effettivamente raccolto e regolato, anche a causa dei processi di riforma
intervenuti nella scuola, spesso contraddittori, che hanno sottratto spazio nel dibattito
pubblico alle questioni di genere. Si è così
verificato un processo di dispersione delle
buone prassi, invece che la loro ottimizzazione, con il conseguente ritorno ad attività
e strumenti didattici che si auspicava fossero
ormai superati. Eppure molte sono state le
sperimentazioni attuate, nel quadro dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, per il
superamento di stereotipi sessisti e l’avvio
di buone pratiche educative di genere, i
cui risultati sarebbe auspicabile venissero
tra loro collegati e organizzati in un’apposita
rete destinata allo scambio e alla condivisione dei percorsi seguiti e dei risultati conseguiti. In questo contesto, ad esempio, si
colloca anche l’impegno dell’Associazione
italiana editori (AIE) a darsi un codice di
autoregolamentazione volto a garantire che,
nella progettazione e nella realizzazione dei

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libri di testo e dei materiali didattici, vi sia
attenzione allo sviluppo dell’identità di genere e alla rimozione degli stereotipi, come
fattore decisivo nell’ambito dell’educazione
complessiva dei soggetti in formazione.
Come detto, però, il codice POLITE, non
è mai stato recepito come norma specifica
da valere erga omnes e tutt’ora è stata vanificata la pur lodevole e necessaria iniziativa.
È necessario, al contrario, che ogni ciclo
scolastico e ciascuna disciplina siano consapevolmente orientati all’apprendimento di
una cultura di relazioni tra individui liberi,
consapevoli dei ruoli di ciascuno nel rispetto
delle differenze, anche di genere, condizione
questa certamente pregiudiziale sia a una
cultura della non violenza, sia al superamento della prevaricazione, intesa come modalità di affermazione di singoli e di gruppi
sociali. La società civile stessa interroga su
questo il legislatore: non a caso, di recente,
attraverso una petizione pubblica alla quale
hanno aderito più di dodicimila persone, è
stata chiesta l’adozione di provvedimenti
da introdurre in ambito scolastico volti a
perseguire la cultura del rispetto e della consapevolezza delle identità di genere analogamente a quanto avviene in quasi tutti i Paesi
membri dell’Unione europea – e, in particolare, l’adozione del codice POLITE, con
l’introduzione di azioni specifiche da attuare
in campo scolastico-educativo attraverso metodologie e contenuti volti alla diffusione di
una cultura rispettosa delle identità di genere
e alla rimozione degli stereotipi sessisti.
Oggi, anche a fronte degli innumerevoli
casi di femmicidi e femminicidi che continuano a registrarsi in tutto il Paese, per contrastare tali fenomeni appare prioritario accompagnare le misure di contrasto sul piano
penale, pure recentemente introdotte e riviste
ad opera del citato decreto-legge n. 93 del
2013, con disposizioni volte specificatamente a prevenire discriminazioni e sessismi
prima che essi degenerino in meccanismi patologici di violenze nei confronti delle
donne. Tale azione, per la sua specifica va-

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lenza, è da svolgere in campo educativo attraverso interventi non estemporanei o generici, ma da programmare all’interno del sistema scolastico, sulla scia di quanto avviene già a livello europeo. Il presente disegno di legge intende quindi introdurre disposizioni volte a dare seguito concreto alla risoluzione 2012/2116 (INI) del Parlamento
europeo, del 12 marzo 2013, sull’eliminazione degli stereotipi di genere nell’Unione
europea, nonché alla realizzazione del cosid-

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detto obiettivo strategico B4 dell’Unione europea, in particolare fissando tra gli obiettivi
nazionali dell’insegnamento e delle linee generali dei curricoli scolastici la cultura della
parità di genere e il superamento degli stereotipi da un lato, e intervenendo sui libri
di testo, riconosciuti in tutte le sedi internazionali come un’area particolarmente sensibile per le politiche delle pari opportunità
dall’altro.

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DISEGNO DI LEGGE

Art. 1.
(Introduzione dell’insegnamento
dell’educazione di genere)
1. Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro delegato per le pari opportunità, d’intesa
con le regioni e con le province autonome
di Trento e di Bolzano, nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, adotta i
provvedimenti necessari a integrare l’offerta
formativa dei curricoli scolastici di ogni ordine e grado con l’insegnamento a carattere
interdisciplinare dell’educazione di genere
finalizzato alla crescita educativa, culturale
ed emotiva, per la realizzazione dei princìpi
di eguaglianza, pari opportunità e piena cittadinanza nella realtà sociale contemporanea.
2. In attuazione di quanto disposto dal
comma 1, i piani dell’offerta formativa delle
scuole di ogni ordine e grado adottano misure educative volte alla promozione di cambiamenti nei modelli comportamentali al fine
di eliminare stereotipi, pregiudizi, costumi,
tradizioni e altre pratiche socio-culturali fondati sulla differenziazione delle persone in
base al sesso di appartenenza e sopprimere
gli ostacoli che limitano di fatto la complementarità tra i sessi nella società.
Art. 2.
(Linee guida dell’insegnamento
dell’educazione di genere)
1. Il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro delegato per le pari opportunità, d’intesa
con le regioni e con le province autonome
di Trento e di Bolzano, nel rispetto dell’au-

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tonomia delle istituzioni scolastiche, definisce linee guida dell’insegnamento dell’educazione di genere che forniscano indicazioni
per includere nei programmi scolastici di
ogni ordine e grado, tenuto conto del livello
cognitivo degli alunni, i temi dell’uguaglianza, delle pari opportunità, della piena
cittadinanza delle persone, delle differenze
di genere, dei ruoli non stereotipati, della soluzione non violenta dei conflitti nei rapporti
interpersonali, della violenza contro le donne
basata sul genere e del diritto all’integrità
personale.

Art. 3.
(Formazione e aggiornamento del personale
docente e scolastico)
1. Al fine di garantire l’acquisizione delle
conoscenze e delle competenze per la realizzazione delle finalità di cui agli articoli 1 e
2 e l’integrazione dell’educazione di genere
nei processi di insegnamento e apprendimento, il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado attivano corsi
di formazione obbligatoria o integrano i programmi di quelli esistenti, per il personale
docente e scolastico.

Art. 4.
(Università)
1. Le università provvedono a inserire
nella propria offerta formativa corsi di studi
di genere o a potenziare i corsi di studi di
genere già esistenti, anche al fine di formare
le competenze per l’insegnamento dell’educazione di genere di cui all’articolo 1.

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Art. 5.
(Libri di testo e materiali didattici)
1. A decorrere dall’anno scolastico 2015/
2016, le istituzioni scolastiche di ogni ordine
e grado adottano libri di testo e materiali didattici corredati dall’autodichiarazione delle
case editrici che attestino il rispetto delle indicazioni contenute nel codice di autoregolamentazione «Pari opportunità nei libri di testo» (POLITE), realizzato da Presidenza del
Consiglio dei ministri – Dipartimento per le
pari opportunità, Associazione italiana editori, Centro innovazione sperimentale educativa Milano, Poliedra, Federación de gremios de editores de España e Commissão
para a igualdade e para os direitos das
mulheres del Portogallo e approvato dal
Consiglio del settore editoriale educativo
dell’Associazione italiana editori l’11 maggio 1999.

Art. 6.
(Copertura finanziaria)
1. Agli oneri derivanti dall’attuazione
della presente legge, valutati in 200 milioni
di euro a decorrere dall’anno 2015, si provvede mediante corrispondente riduzione
complessiva dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale, di cui all’allegato
C-bis del decreto-legge 6 luglio 2011,
n. 98, convertito, con modificazioni, dalla
legge 15 luglio 2011, n. 111, con l’esclusione delle disposizioni a tutela dei redditi
di lavoro dipendente e autonomo, dei redditi
da pensione, della famiglia, della salute,
delle persone economicamente o socialmente
svantaggiate, del patrimonio artistico e culturale, della ricerca e dell’ambiente. Con
uno o più regolamenti adottati con decreti
del Ministro dell’economia e delle finanze,
ai sensi dell’articolo 17, comma 3, della
legge 23 agosto 1988, n. 400, sono stabilite

Atti parlamentari

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le modalità tecniche per l’attuazione del presente comma con riferimento ai singoli regimi interessati.

E 1,00



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