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DIARIO BINDI BIANCO .pdf



Nome del file originale: DIARIO BINDI BIANCO.pdf
Titolo: STORIA DI BINDI BIANCO
Autore: Sara

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La Campagna di Russia
Diario di Bianco Bindi

La scuola del Genio e il Fronte francese
Sono stato arruolato e chiamato alle armi con la classe 1918, in anticipo perché il Duce prevedeva
la guerra e aveva bisogno di uomini. Avevo 19 anni. Fui assegnato alla Scuola Centrale del Genio di
Civitavecchia il 3 aprile 1939.
Nel giugno 1939 partii a piedi per recarmi con altri militari a un campeggio nei dintorni di Roma,
sui colli laziali, per imparare a montare le tende da campo e successivamente al poligono di tiro a
Santa Marinella. Ottenni la qualifica di tiratore scelto e mi furono dati cinque giorni licenza premio.
Al ritorno dalla licenza raggiunsi la Compagnia Genio Artieri, nei dintorni di Civitavecchia, ove la
mia squadra venne adibita a preparare mine di ogni tipo e sostai lì qualche giorno. Lì venivano
anche gli ufficiali di fanteria per conoscere i nostri tipi di mine e incontrai così l’ avvocato Zampi
Domenico, di Ambra (comune di Bucine) a quel tempo Maggiore di Fanteria.
Nell’estate del ’39 partimmo per una marcia a piedi con tutto l’equipaggiamento e puntammo su
Narni e altri paesi dove c’era una specie di esercitazione di guerra, in pochi minuti si doveva
montare e smontare la tenda; finiti queste dure marce e finti combattimenti tornai a Civitavecchia.
Arrivato lì al reparto fui selezionato per un corso per conoscere i battelli di tipo giapponese per
attraversare fiumi di grandi correnti di acqua. Sulla sponda veniva gonfiato, era a un posto solo e
aveva diversi divisori (scompartimenti) in modo che, preso da una scheggia o altro, non veniva
sgonfiato e rimanevi a galla; aveva due mestoline tipo quelle del gioco del tennis, ci si metteva
dentro sdraiati bocconi e si metteva in azione il battellino per attraversare fino all’altra sponda.
Era giunto il dicembre 1939 e venni mandato a Verona,
aggregato a un reparto di fanteria davanti proprio alla tomba di
Giulietta e Romeo. Del genio si era in dodici, tutte le mattine
appena giorno si andava nell’ Adige che allora aveva una
corrente fortissima e lì spesso il battellino stava in bilico perché
bisognava saperci stare sennò si capovolgeva e in tal caso una
barca più grossa ci raccoglieva; avevamo anche una muta di
gomma ci facevano annaspare e imparare a nuotare. Nel
dicembre 1939 e i primi del ’40 fui mandato a Vicenza al Genio
Pontieri per conoscere i tipi di ponti e imparare a remare con le
barche a remi.
Bianco durante la Scuola del Genio di Civitavecchia,
in una foto inviata alla fidanzata Iva. (1939)

Ripartito da Vicenza raggiunsi il mio plotone comandato dal sottotenente Agati, di Roma. Ero nei
Colli Euganei di Monselice e Abano Terme per imparare a fare i ponti chiamati a secco fatti con
materiali detti di circostanza; questi ponti erano passaggi per le fanterie e bersaglieri sui dirupi,
burroni, dislivelli ma ci si esercitava anche per fare arreticolati, trincee e altro. Lì venne a trovarci
Mussolini e volle conoscere i nostri lavori, il nostro equipaggiamento e conoscerci uno per uno, poi
ci fece un discorsetto. Passai qualche mese lì, poi la tragedia:
Mussolini, dal balcone di Piazza Venezia a Roma, il 10 giugno 1940 parlò alla Nazione e dichiarò di
mettersi contro il mondo intero. La guerra era dichiarata.

Io reagii, il mio capitano ci raggiunse con la compagnia completa, si chiamava Cassata Giuseppe,
era siciliano, un vero patriota, radunò anche il mio plotone e fece un discorso proprio di guerra
avvisandoci che in pochi giorni saremmo partiti per il fronte francese. Io chiesi una licenza di due
giorni per venire a casa, lui disse “No,perché ci sono dei periodi che da un momento all’altro si può
partire per il fronte”. Io non ci stetti, partii da Mestre insieme al mio amico Billi Enzo di
Castelnuovo dei Sabbioni (AR), si salì in treno senza licenza e senza biglietto e andai a casa.
Dopo tre giorni ritornammo al reparto, sempre ad Abano Terme, giusto in tempo per partire. Per il
fronte francese partimmo il giorno seguente e raggiungemmo una località oltre Diano Marina,
nella costa ligure sul confine. Intanto il tenente del mio plotone aveva fatto rapporto al
comandante della compagnia e anziché mettere tre giorni di assenza mise solo ventiquattro ore
cosicché la punizione si ridusse al taglio dei capelli e quattro giorni per un’ora al giorno legati al
palo, cosa che non feci perché essendo in zona di guerra non era ammesso.
Scesi dai camion militari, a piedi da Diano Marina, facemmo una marcia di sei giorni; arrivati al
fronte francese a contatto con il nemico, la stessa Francia depose le armi e si arrese chiusa nella
morsa tra italiani e tedeschi.
A quel punto per diversi giorni facemmo esercitazioni di guerra con prove pratiche di messa a terra
di mine uomo e anticarro finché alla fine del 1940 rientrammo alla caserma di Civitavecchia alla
Scuola Centrale del Genio.

Sul fronte francese, Bianco è in seconda fila con la camicia bianca.

Il fronte jugoslavo
Passò qualche mese e facemmo addestramento con esplosivi e per passaggi ponti aereo. Venne la
fine del marzo 1941 e aggregati alla divisione Torino Autotrasportata anche noi del Genio fummo
equipaggiati con camion, fotoelettriche e mandati al fronte jugoslavo. Attraversammo da Fiume,
lungo la Costa Dalmata, il confine jugoslavo e lì a circa quindici chilometri incominciò qualche
sparatoria ma cosa da poco. Sì, perché si combattevano fra loro serbi e croati e i croati erano
favorevoli agli italiani, tanto è vero che quando si entrava in un paese o cittadina la folla si
accalcava tutta lungo la strada e striscioni di tricolori fatti ad arco adornavano il nostro passaggio,
donne, uomini, bambini si arrampicavano ovunque per vederci e applaudirci. Attraversammo la
città di Spalato tutta in festa per l’ arrivo degli italiani e, via via che occupavamo, la popolazione
croata ci acclamava sempre di più, finché raggiungemmo la cittadina di Ragusa, quasi al confine
con l’Albania e qui si incontrò le prime intolleranze da parte della popolazione verso noi italiani
che acclamava invece le truppe tedesche che erano entrate a occupare come noi Ragusa stessa; i
serbi ci fecero anche degli attentati e avevano il coraggio anche di schernirci. Capimmo subito il
perché, avevano bisogno di sfogo e ostinazione e in noi avevano visto il punto debole, anche
perché le nostre autorità compreso i cappellani militari avevano molta umanità nei loro riguardi:
da una parte questo è un dovere, dall’ altra loro ne approfittavano per farci del male.
Allora il generale di Divisione Torino dette a noi militari carta bianca, cioè si poteva anche sparare
a vista qualora ci avessero aggredito e insultato. Fu un’ ordinanza efficace, dal giorno seguente ci
rispettavano e ristabilimmo l’ordine pubblico fra croati e serbi e dopo qualche giorno ci
rimettemmo in marcia per puntare all’interno della Serbia sulla cittadina di Mostar e giunti lì ci
rendemmo conto del perché. I serbi avevano avvelenato l’ acqua potabile che riforniva Mostar e
tutta la vallata adiacente, lì da una montagna nasceva una sorgente di acqua di una quantità
enorme pressappoco come l’Arno. Noi del Genio avevamo l’incarico di illuminare con le
fotoelettriche tutta l’immensa cascata dell’acqua per far si che le sentinelle della fanteria
controllassero che nessuno si avvicinasse. Avevamo anche il compito di ripulire e scaricare tutte le
acque dei grandi tubi e depositi. Però la notte avvenivano dei combattimenti fra serbi e fanteria
italiana e ci furono svariati morti anche fra di noi. Anche lì ristabilimmo l’ordine pubblico poi
riconsegnammo alle truppe legali cioè ai croati la città e la sorgente e riprendemmo la via del
ritorno in Italia.
Voglio narravi un episodio, sempre a Mostar. In un grande edificio esisteva il tesoro di Stato, la
Zecca e gli slavi quando si accorsero dell’invasione, avevano murato delle stanzette invisibili piene
di lingotti di oro e d’argento da 10kg cadauno. Noi del genio eravamo in possesso del carro officina
con anche i martelli pneumatici cosicché avevamo l’incarico di smantellare questi muri e tirar fuori
l’ oro e l’ argento. Io non avrei mai pensato di rientrare subito in Italia e non mi venne in mente
minimamente di approfittare dell’occasione; quando fu dato l’ordine di rientro mi resi conto che,
tempo un paio di giorni, con i camion avrei raggiunto l’Italia e allora presi delle stoffe e dei viveri
non l’ oro perché non ero più in tempo.
Quando, per rientrare a Civitavecchia con i vagoni e camion sopra al treno, mi resi conto che si
sarebbe passati anche per la stazione di Bucine,a casa mia. Allora feci un grande pacco con le cose
che avevo preso, (anche un cappotto da ufficiale che poi prese mio fratello Bruno) con l’indirizzo
dei miei genitori di fuori ben visibile e lo gettai davanti alla stazione pregando chi lo avesse preso
di farlo recapitare ai miei familiari in località La Villa di Capannole. E così questa brava gente lo
fece. Aggiungo che se io avessi preso dell’oro mi sarei arricchito e potevo farlo perché non
avevamo controllo al momento dello sfondamento.

Rientro a Roma
Così rientrai alla Scuola Centrale del Genio a Civitavecchia ma ci alloggiai appena perché fui
trasferito a Roma per partecipare alla sfilata in onore di Hitler, del re Vittorio Emanuele e di
Mussolini. Mi aggiunsero perché io avevo una statura media di 1.70, che era l’altezza media
richiesta per non fare una sfilata zoppa. Dopo la sfilata a Roma ottenni una licenza premio agricola
di 25 giorni; tranquillo venni alla mia Villa ma non c’era pace, al decimo giorno vennero i Carabinieri di
Ambra a casa e mi fecero il foglio di via che entro 12 ore dovetti rientrare al reparto. A Roma fui
sottoposto ad un controllo medico accurato, feci analisi e tanti accertamenti senza rendermi conto
di cosa si trattasse finché mi comunicarono che ero assegnato alla fanteria 57ma Compagnia
Artieri della Divisione Torino del CSIR, il Corpo Italiano Spedizione in Russia, partenza immediata
per il fronte russo in qualità di volontario. Si perché l’Italia non avendo dichiarato guerra alla
Russia, i soldati doveva mandarli a combattere contro la Russia stessa ma aggregati con i tedeschi.
Io dissi al superiore capitano Cassata Alberto che non volevo essere volontario e non ero
nemmeno fascista, lui mi rispose “vai dal maresciallo Checcacci e fatti dare l’equipaggiamento e
così mi consegnarono il necessario per la Russia, il nastrino tricolore all’occhiello e la croce
uncinata sul petto, segno di volontario e mi prepararono per la partenza che avveniva nella prima
quindicina di luglio 1941.
Salimmo sul treno tradotta con tutto il materiale , camion, fotoelettrica carro officina ponte zero
da gettare nei fiumi con barche da spingersi a largo e tutto il resto che il Genio aveva come
dotazione attraversammo l’Austria e l’Ungheria finché nei Carpazi al
confine romeno a un paesino chiamato Falticeni in nazione romena
scendemmo dal treno con tutto l’equipaggiamento, camion
compreso. Si perché noi della divisione Torino eravamo compresi nel
corpo d’armata chiamato CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in
Russia) e viaggiavamo tutti sui mezzi propri.
Così dalla località Falticeni subito iniziammo il viaggio attraverso la
Romania e a causa dei lunghi spostamenti per arrivare a contatto
con il fronte russo i viveri a noi arrivavano di rado e allora in quelle
torbide giornate eravamo costretti a prendere galline, uova, anatre,
maiali e legumi per farci da mangiare. Buone erano le galline in
pentola e bollite, insieme a patate, cavolo, carote e altro, veniva una
specie di minestrone senza pasta, lì non esisteva, a volte mettevano
del grano eppure, vi giuro, era buono.
Con alcuni compagni della 57ma
Compagnia. Da destra,Bianco è il secondo
In prima fila

Attraversai tutta la Romania finché un bel giorno arrivammo in Bessarabia e via sempre avanti
mangiando e dormendo come capitava, spesso sul camion nel cassone all’aperto si perché
andavamo avanti talmente veloci che difficilmente avevamo il tempo di montare la tenda.
Passarono i mesi e arrivammo in principio di autunno 1941 in Ucraina. Lì ci aspettava il nemico ma
erano più gli amici perché il popolo ucraino non voleva saperne del comunismo e così anche molte
truppe si ribellavano al potere sovietico perciò appena i civili costatavano che eravamo italiani
questi si schieravano tutti dalla nostra parte e potemmo finalmente dormire in quelle casupole
fatte di sterco di mucca, paglia e terra sansinosa ma già era qualcosa. Intanto era giunto il pieno
autunno 1941. Le strade diciamo che non esistevano, salvo che qualche grande arteria tutta
rovinata (anche questa strada che conduceva a Stalino era l’unica e qualche tratto vicino alla

cittadina aveva il selciato, le più però erano a sterro.) Venne il problema più grosso delle truppe e
carri armati nemici.

Romania, luglio 1941. Bianco è il primo da destra.

Avvenne questo, che i nostri comandanti non avevano previsto, l’ impantanamento dei mezzi. I
camion, trovandosi a contatto con le strade a sterro e in qualche terreno nero e argilloso, giravano
le ruote su se stesse e non riuscivano a muoversi; dovevamo scendere dai mezzi e spingere per
andare avanti ma nemmeno così era sufficiente perché bastava una piccola salitina e non eravamo
in grado di andare avanti, il nemico ai lati ci attaccava allora ci fabbricavamo da noi stessi per ogni
mezzo dei graticci, si trattava di tondelli di legno fissati uno con l’ altro con della lega, al momento
del bisogno li gettavamo per terra e li avevamo fatti almeno per 50 metri si poteva in qualche
modo andare avanti rifacendoli man mano che si rompevano ma era una tragedia inimmaginabile
perché andammo avanti poi migliaia di chilometri in queste condizioni, immaginate… i viveri non
arrivavano allora anche qui eravamo costretti a fare la legge del più forte per la sopravvivenza;
catturavamo delle galline anche maiali e in altri casi anche vitelli, mucche e ogni plotone di truppa
faceva il rondaggio per proprio conto (in questo periodo presi la malaria, febbre per 15 giorni a
40°-41°). In questo cammino che va dalla località romena (paese di Falticeni) potrei narrare ancora
mille episodi ma i più significanti era quella della mala organizzazione, mancanza di viveri e oltre
che combattere fare ponti sui fiumi sia con le barche che con mezzi trovati sul posto, dovevamo
procurarci tutto quasi da soli.

Al confine con l’Ucraina, Bianco è il secondo in piedi da sinistra.

Il fiume Dnepr
Arrivammo al fiume Dnepr, fiume larghissimo per le sue immense pianure ristagnanti,nell’
autunno del 1941 avanzato e li si incominciò il vero fronte e le vere battaglie,. Noi del Genio
avevamo il compito di fare un ponte composto di barche. Come? Su ogni barca di legno larga nove
metri al centro erano degli ingranaggi di ferro a sua volta venivano innestate dei tavoloni lunghi 10
metri una volta innestate barca e tavole venivano spinte in avanti sull’acqua, avevamo due grandi
cavi per l’ ancoraggio a riva, finché non raggiungeva l’ altra sponda ma purtroppo il caso del Dnepr
non faceva per noi perché la sua larghezza raggiungeva circa un chilometro e dove l’ acqua era più
bassa provvedemmo con pilastri in legno incrociati e tavole tolte dalle case più lussuose (ci perché
i pavimenti anziché essere fatti di materiale laterizio erano di legno). Si ottenne così il passaggio
delle prime truppe di fanteria, bersaglieri e artiglieria ma quando tutto andava bene incominciò il
cannoneggiamento russo e qualche proiettile andò a segno così rimase metà truppa al di qua del
fiume e metà al di là a confronto con le truppe sovietiche. Noi in questo caso dovevamo
assolutamente ripristinare il transito e così anche sotto il cannoneggiamento lavoravamo. Nel giro
di quattro giorni il fronte sul Dnepr era tutto in mano nostre perciò l’ avanzata continuò verso la
cittadina di Rikovo, paese ucraino a pochi chilometri da Stalino.
I soldati ucraini a centinaia di migliaia si arresero perché erano contro quella guerra, in poche
parole erano contro il comunismo e poi vedemmo una cosa davanti ai nostri occhi che ci fece
inorridire: le truppe caucasiche e cosacche che non vollero arrendersi era tutto morte lungo
l’arteria che conduceva a Stalino.
Posso dire con sincerità che nel tratto di 150 chilometri non potevano essere meno di 500mila
soldati distesi morti, erano stati mitragliati dai tedeschi e stritolati dai carri armati.
Le cittadine e i paesi che man mano conquistammo erano tutti in fiamme, incendiati sia dai nostri
sia dai russi stessi che davano fuoco a tutto quello che pensavano a noi potesse servire, molto
grano e cereali che erano ammassati nei capannoni bruciavano a migliaia di quintali come una
carbonaia, noi del Genio mobilitavamo con ordinanze affisse in vari punti del paese tutti i civili dai
12 ai 75 anni per separare il grano e cereali buoni dall’incendio.
Rikovo e Iuncon
Finché, dopo tanta sofferenza, andando avanti una volta sopra ai camion una volta mettendo i
graticci sotto le ruote e spingendo fuori dalla melma il proprio mezzo arrivammo alla città di
Stalino, anche lì zona più che agricola industriale, nella fine novembre del 1941. Noi ignari di tutto
pensavamo di trovarci vicino a delle montagne. Di fronte a noi vedevamo delle colline tipo
montagnette ma sapete cosa erano? Spurghi di lignite che estraevano con i carrelli e li
ammassavano come montagne. Ad ogni modo ci appartammo lì sistemati nelle case, nelle scuole,
nelle fabbriche, insomma, dove si poteva. Ci impaurivamo di tutto, a circa cinque chilometri si
sentivano le mitragliatrici russe che sparavano verso di noi. Difatti nel momento ci difendemmo
abbastanza bene, eravamo troppo superiori a loro, poi però venne il bello..
Incominciò il freddo anche a 40 gradi sotto zero, le nostre scarpe con i chiodini sotto gelavano ai
piedi, le nostre armi gelavano e si inceppavano e quasi ogni notte ci trovavamo il nemico sotto le
finestre e dovevamo difenderci anche a bombe a mano, non dormivamo, poco e vestiti. Un
inverno da bestie. Incominciarono le prime brutte avventure, i soldati di frontiera più esposti in
trincea morivano oltre che dai mortai e dalle mitragliatrici russe anche di freddo, congelati. Finché
venne l’ordine, con l’appoggio delle truppe corazzate tedesche, di attaccare verso il Natale 1941.

In pochi giorni il fronte venne spostato di venti chilometri circa per motivi strategici. Io con Billi
Enzo di Castelnuovo dei Sabbioni e un certo Martella Vincenzo di Macerata e un certo Matassini,
marchigiano, fummo trasferiti a Iuncon paesino di una cinquantina di casupole tra Rikovo e
Kantemirovka, tutte di terra e paglia abitate tutte da vecchi, bambini e qualche uomo poco
valevole.

Durante l’avanzata in Russia, Bianco al centro tra i compagni Enzo Billi (a sinistra) e Ferrari.

Prendemmo alloggio in una di queste casupole; il nostro compito era quello di requisire i civili e
tenere sgombro dalla neve e dalla bufera un tratto di carreggiata che serviva alla truppa di prima
linea per rifornimenti al fronte che era a circa dieci chilometri a Malorlov. Come facevo? Requisivo
l’uomo più valido e il più dotato di ogni agglomerato di case e facevo mettere un foglio scritto a
mano in ogni angolo e scrivevo così in lingua russa: “A tutti i civili da 12 a 75 anni uomini è
assolutamente obbligatorio presentarsi presso la locale casa per lavori sgombero strade muniti di
pala. Chi non si presenterà verrà ritenuto sovversivo pertanto obbligato e in secondo tempo
internato nel campo di concentramento. Inoltre a tutti gli abitanti in dette località che vorranno
venire volontarie verrà concesso un vitto e, chi non fosse in grado di lavorare per causa salute, si
presenti ugualmente per essere sottoposto alla visita medica; qui Iuncon, comando
cinquantasettesima Genio Artieri divisione Torino, Esercito Italiano.”
Si presentarono tutti indistintamente, forse tenendo conto che avrebbero ricevuto quello che
assolutamente gli mancava e cioè il pane e altro e così andammo avanti vari mesi durante
l’inverno 1942, tenendo sgombre le strade. Durante questa sosta e questo compito ogni tanto
dovevamo andare anche di notte tempo col sergente Alberto Schiavone, specializzato nel deporre
le mine tedesche sia di truppa che di autocarro. Per metterle ogni tanto qualcuno ci perdeva la vita
sia per qualche errore sia perché venivamo scoperti dai russi e mitragliati. Però forse fu il
momento per me meno duro almeno spesso dormivamo senza le scarpe e nei pagliericci dentro
case.

Bene, essendo specializzato nel tipo di mine uomo e anticarro di tipo tedesco un giorno come altre
volte passò il sergente Schiavone con un caporalmaggiore, si chiamava Baldassini era marchigiano
e per ordine del comando la mattina con un freddo e una temperatura di 20 gradi sotto zero
dovemmo andare in prima linea per collocare delle mine prima che facesse giorno: sono vivo
anche in questo caso per miracolo, sentite perché. Mentre eravamo intenti a mettere le mine
anticarro tutti e tre il sergente si rivolge a me e dice “ Bindi vai a prendere il coperchio e le
mascherine delle mine, sono nel camioncino a circa duecento metri nel canalone.” Era lì perché il
nemico non lo avvistasse. Mentre tornavo verso di loro ero a circa 150 metri e saltarono per aria il
sergente e il caporal maggiore. Tutti e due a pezzi; forse nel mettere la sicura, il congegno di
scatto, col freddo si era congelata e sbagliarono e perciò per loro arrivò la morte e doveva essere
anche per me perché di solito il materiale quando si incomincia questa operazione, deve essere
tutto sul posto per non essere avvistati dal nemico.
In quel caso i Russi, trattandosi di un grande boato, pensarono ad un attacco perciò cominciarono
a mitragliare vicino a me e con i mortai distrussero l’automezzo col quale saltarono per aria anche
le mine e l’esplosivo che era dentro. Mi salvai per puro miracolo facendo di corsa 10 chilometri
tornando a Iuncon al posto di servizio. Del fatto della morte del Sergente e del graduato avvertì
immediatamente il comandante del mio reparto che la sera stessa quando si fece notte inviò la
croce rossa insieme a me e riportammo i resti dei morti al cimitero di Rikovo.
Sì, dico cimitero perché lì ad un crocevia avevamo fatto un raduno delle salme che potevamo in
qualche modo recuperare, costruendo una croce di legno con i dati e il suo elmetto sopra.
Passai l’inverno lì a Iuncon ma verso i primi di marzo si ricominciò di nuovo a muoversi e
riprendere l’avanzata.
Malorlov
Combattemmo uniti verso Malorlov che era oltre la prima piccola collina da superare. Per sfondare
ci furono dei grossi combattimenti, finalmente però avemmo via libera, andavamo avanti a tratti
quando noi sopra agli autocarri quando spesso eravamo noi a spingere questi stessi a causa della
neve e del fango che in quelle steppe non esistevano altre strade, ci si doveva arrangiare anche
con del materiale del posto, tornelli di legno collegati col filo di ferro e metterglieli sotto le ruote
fino a quando non trovavamo il terreno sano.
Si superò anche l’ostacolo del paesino di Malorlov dove trovammo tutte le casette e una scuola
distrutte perciò dovendo sostare per rifocillarsi lì per più diversi giorni venne il problema di come
fare per dormire e avere un po’ di conforto. Allora ci appostammo nei capannoni agricoli lì vicino a
delle cataste di paglia a volte dentro gli stessi automezzi militari ma il freddo ancora era sempre
pungente. Ripartimmo da Marlorov verso la fine di marzo aprendoci il fronte dopo tre giorni di
combattimento e puntammo subito sul centro industriale di Voroscliovgrad, Millerovo e
Kantemirovka facendo fronte unici con le truppe corazzate tedesche. Arrivavamo su questi
obiettivi, bene accolti noi italiani anche dalla popolazione della Russia Bianca. Anche questi
apertamente si pronunciavano contro quel regime totalitario comunista. Lì si poteva respirare
anche perché essendo tre cittadine vicine una dall’ altra abbastanza grandi si poteva alloggiare in
scuole, fabbriche, etc… il fronte lo avevamo a parecchi chilometri e allora noi del Genio si andava
di tanto in tanto al fronte per collocare mine o per mettere dell’ esplosivo e far saltare dei boschi o
canali in vista. Rimasi lì per qualche periodo forse venti giorni o un mese poi venne l’ordine di
ripartire puntando su Stalingrado ma prima si trattava di arrivare al Fiume Don e fare i conti con i
Russi lì appostati per contrattaccarci.
Noi del Genio, un plotone, eravamo aggregati all’ 82° Reggimento della divisione Torino,
arrivammo a circa un chilometro dal famoso fiume Don in un paesino mi pare si chiamasse Seraiew

che sovrastava le sponde del fiume e li si fece il fronte e il trinceramento. A questo punto per me
venne la fine ma con la mano della fortuna scampai la morte. Si perché questo è un episodio fra
quelli più pericolosi….
Eravamo nella fine dell’autunno ’42 quando dal comando generale venne l’ ordine di attaccare i
Russi oltre il fiume Don o quantomeno di provare la reazione nemica. Così venne deciso che con
otto battelli o gommoni che avevamo in dotazione noi del Genio avremmo trasportato all’ altra
riva del Don dodici soldati della fanteria e bersaglieri per attaccare i Russi. Ogni gommone era
composto da quattro genieri che remavano e dodici soldati e sottufficiali con mitraglia che giunti a
riva dovevano attaccare ma nel caso di retrocessione noi dovevamo attendere i fanti per portarli
indietro e fare la ritirata.
Annoto: questi battelli fatti a zaino giunti a riva si dovevano gonfiare ed erano composti da 24
divisori in modo che se veniva colpito un scomparto rimaneva sempre qualche altro per facile
salvezza. Così verso le ore tre del mattino ci preparammo per l’ agguato, ci imbottimmo di alcol e
altro e ci incamminammo a riva, quando qualche battello già raggiungeva l’altra riva e io col mio
ero prossimo, i Russi ci scoprirono e incominciarono prima coi razzi per illuminarci poi l’inferno di
mortai e mitragliatrici; le nostre artiglierie, che erano allerta anche loro, cominciarono a
cannoneggiare l’altra riva e ciò si protrasse per svariate ore finché vicino all’ altra riva la situazione
migliorò quel tanto da poter ripiegare nelle proprie posizioni.
Io mi ritrovai con altri quattro del Genio e diversi fanti rimasti fra i quali qualche ferito non grave in
balia della corrente. In quel tempo il fiume Don aveva parecchia acqua impetuosa. Si riuscì a venire
a riva dalla parte nostra, a circa cinque chilometri da dove eravamo partiti tutti zuppi di acqua e
con le sparatorie alle spalle. Non potevo parlare ci alleggerimmo di tutto e abbandonammo battelli
zaini e gommone togliendoci cappotto e giacca per buttarli via, per alleggerirci del bagnato di
dosso; rimanemmo con pochi indumenti indosso portandosi dietro le armi sennò se ci si salvava e
si abbandonavano si rischiava grosso, anche la fucilazione e guardandosi dalle raffiche dei mitra si
ripiegò verso le nostre linee. Quando fummo a qualche chilometro dai nostri si lanciò dei razzi
segnali per far capire che eravamo noi in ripiegamento e così più morti che vivi riuscimmo a
rientrare in linea nostra. Quando nel tardo pomeriggio il comando fece la conta più della metà
mancavano.
Io come tanti altri che scamparono alla battaglia comandavo un battello coi remi ero molto sudato
e affaticato. Mi venne a mancare la voce ed un forte shock nervoso così per qualche giorno rimasi
in infermeria ma fu qui che forse mi salvai un’ altra volta la vita.
Sentite perché. Avevo tanti amici ma in particolare due che devo ringraziare e l’ho anche fatto ma
non quanto basta. Sono Parigi Athos, carabiniere porta ordine in motocicletta al comando della
divisione Torino, di Levane e Granchi Ascanio, Caporal Maggiore del Genio infermiere presso la
compagnia di Donoratico, Livorno.
Parigi dopo circa dieci giorni che avevo fatto quell’ attacco un giorno viene a cercarmi. Lui sapeva
che dopo tre giorni si doveva ripetere più a monte un altro sbarco. Portava lui gli ordini e lo venne
a sapere non so come, so soltanto mi avvertì del pericolo e che era furbo e anche molto esperto e
intelligente.
Granchi, infermiere mi disse che il capitano medio dell’ 82° reggimento fanteria mi aveva fatto il
foglio di guarigione e dovevo lo stesso giorno riprendere servizio però mi aggiunse: “Tu ti devi
salvare e io ti aiuto hai avuto uno shock e io lo giustifico perciò tu fai da matto e questo è il modo
per farti avere un’ esenzione. Cominciare ad avere dei sintomi di pericolosità: quello che dovresti
fare è portare sedici fanti e armi nel battello, non è cosa da trincea, tu in questo caso hai in mano

la vita e la sicurtà non solo dei venti componenti ma anche degli altri, fai da matto, ammazza se
vuoi anche qualcuno tanto se vai lì non torni”. E così feci.
La mattina seguente marcai visita, Granchi chiama l’ infermeria della fanteria e viene l’
autoambulanza. Il certificato diceva “Segnalo che il caporale Bindi Bianco ha dato in
escandescenze, reduce dallo sbarco di dieci giorni fa, venite con mezzi necessari.” Arrivano, mi
parlano mi portano in infermeria. Mi visita il capitano medico e mi trova in stato depresso e con i
nervi a pezzi, battito di cuore e polsi fuori fase.
Allora chiamò di urgenza il Caporal Maggiore del Genio cioè Granchi Ascanio e domandò cosa era
successo a questo individuo e se aveva avuto altre volte crisi del genere; questo che sapeva tutto
gli raccontò cosa mi era capitato, disse “Questo è uno di quelli che si sono salvati dalla battaglia
del Don ed è rimasto scosso e va sempre peggiorando anche se qualche momento è lucido ma in
certi momenti è pericoloso anche”, disse il capitano medico mentre io ero disteso tutto nudo in un
lettino per essere controllato bene, “Ho capito, fatelo rivestire e aiutatelo.” Non poteva essere
diversamente. Il medico va al suo tavolino e incomincia a scrivere. Ascanio mi tira un pizzicotto e
dice “Bianco, è fatta”.
Mi ricaricano e mi riportano all’ accampamento dove Ascanio non mi mollava, arrivati lì fa per
avvertire Athos, il carabiniere; arriva anche lui dice Granchi al Parigi “Bisogna tu porti questa
lettera al comando del Genio” che era a circa trenta chilometri indietro dalla prima linea. Lui capii
tutto, partì in motocicletta dopo un’ ora circa ritorna Parigi con un camioncino spa e oltre
all’autista c’ erano due soldati del genio per darmi il cambio.
Il referto del capitano medico di fanteria, mi disse Parigi, diceva pressappoco così: “Attesto e
certifico che il caporale del Genio Bindi Bianco qui aggregato aveva partecipato allo sbarco nel
fiume Don, è in stato di forte depressione e in stato di shock con sintomi di palpitazioni, per
questo non serve né infermiere né ospedale deve rientrare immediatamente al comando Genio,
per essere messo a riposo e tenuto sotto controllo.
Appena arrivato al comando Genio il capitano Rainati Alberto, fiorentino, un vero patriota uomo
alto ingegnere di 28 anni, mi chiama, mi osserva, mi scruta si ricorda bene di me, mi stimava, mi da
la mano poi mi dice “ senti Bindi, io fermo non ti tengo e non pensare di andare in ospedale e non
fare il lavativo, non marcare visita, e so che ti riprenderai, il tuo corso è regolare e io ti aiuto e dice
al furiere maresciallo “ Chiamami il magazziniere Romanelli e l’autista del camionicino, servizio
rifornimenti, viveri; questi arrivano e con un tono secco e deciso dice: “ ti ricordi di Bindi cioè vi
ricordate?”. “Come no?”, dicono questi “è un amico”. “ Allora da questo momento farà servizio
con voi dovunque andiate o dovunque siete anche nei momenti di riposo ha bisogno di voi perché
gli è capitato questo e questo e tu Bianco nel tuo possibile aiutali e sforzati, buona fortuna, puoi
andare”.
Da quel momento io andai al magazzino viveri nei primi due o tre giorni in effetti ero scosso dopo
tutto quello che avevo affrontato ma lì non mancava niente e dormivo al caldo, quando i miei
amici vennero a sapere per mia affermazione che non ero poi così matto e agitato come il medico
aveva pronosticato mi affidarono il compito di andare col caporal Maggiore Ferrari autista di
rifornimenti e viveri con camioncino di marca Spa. Ferrari; era di Pescia e abitava da civile in un
paesino collinare. Andavamo tutte le mattine a fare rifornimento quando a Certkovo quando a
Kantemirovka così nel giro di un mese e mezzo ritornai normale.
Intanto dall’ Italia giungevano col treno fino a Malorlov le nuove truppe per darci il cambio a noi
del CSIR cioè il primo corpo di spedizione italiano giunto in Russia e dopo qualche giorno
avrebbero preso posizione. Un po’ alla volta nel giro di qualche mese noi si doveva rimpatriare
perché eravamo sfiniti, difatti quando partimmo da Roma ci fecero una visita accuratissima ed

eravamo destinati a non rimanerci più di 12 mesi, perché quel freddo non lo potevamo sopportare
più di un anno. Prima ancora che arrivassero i cambi per il CSIR il Comando Supremo tedesco e
italiano decise di inviare altre tre divisioni che formarono un Corpo d’Armata: la Divisione
Ravenna, Sforzesca e Julia ed altre componenti romene e ungheresi. Queste arrivate fresche
fresche non ressero all’ impatto delle truppe russe composto da truppe siberiane, carri armati, la
potente katiuscia e ogni tanto sfondavano la linea. Solo gli alpini riuscirono a resistere bene
mentre il nostro corpo d’ Armata CSIR composto dalle divisioni Torino, Pasubio e Celere
rispondeva con sforzi impossibili cosicché tutte le riserve vennero rinviate sul fronte in prima linea
e anche a me toccò quella sorte per rimpiazzare i feriti e i morti che mancavano all’ appello. Ma
avvenne il peggio, la divisione Sforzesca cedette del tutto e i Russi si precipitarono subito addosso
alle truppe fresche che venivano a darci il cambio appena scese dal Reno a Malorlov e li le
decimarono fra morti e prigionieri riducendoli alla metà.
Da questo momento incomincia la fine del mondo, la vera odissea dei soldati del fronte russo.
I Russi sfondarono su tutti i fronti e puntarono con ogni mezzo ma di più carri armati nei punti
strategici e incominciarono i primi accerchiamenti. Noi della divisione Torino combattevamo non
solo davanti ma da ogni lato e qui dalla prima linea dove io con altri avevamo tentato lo sbarco
sbarcarono invece i Russi e venimmo a tu per tu anche con le truppe cosacche e caucasiche, gente
agguerrita e con pellicce di animali addosso. Mi ricordo che la nostra artiglieria sparava
all’impazzata senza nemmeno calcolare i tiri al bersaglio ma di questa gente più ne ammazzava e
più arrivavano come le formiche. Ci difendemmo come si poteva. Intanto qualche carro armato
Russo di tanto in tanto si infiltrava in mezzo a noi sparando all’ impazzata. Poi in qualche modo
vennero fermati, scapparono così la fanteria, i bersaglieri, gli alpini andarono all’attacco all’ arma
bianca con le baionette. Noi del Genio difendemmo l’ accampamento, erano venuti a darci una
mano anche dei fanti perché il nostro era un equipaggiamento di fotoelettriche, ponti
radiotrasmittenti, mine, attrezzatura in genere, era importantissimo per la ritirata e andava
salvato compreso il carro officina.
Arrivò così la notte e a questo punto potemmo riorganizzarci. I Russi si ritiravano a qualche
chilometro e tutto faceva pensare che qualcosa di grosso stavano preparando. Venne ordine dal
comando generale di ripiegare, ritirarsi immediatamente. Lì con precipitazione lasciammo in parte
viveri, materiale e altro e via, in ritirata.
Ma appena fatto qualche chilometro ci trovammo di fronte ai carri armati Russi e non potevamo
uscire da nessuna parte; ma venne il peggio, quella famosa arma che i civili ucraini quando
avanzavamo ci dicevano chiamarsi Organo di Stalin, detto col vero nome, la katiuscia 1 che era un
1

Katjuša (russo: Катюша, a volte traslitterato anche come Katyusha) è il soprannome dato a due modelli
di lanciarazzi multipli in uso inUnione Sovietica durante la seconda guerra mondiale, rispettivamente il BM8 da 82 mm e il BM-13 da 132 mm (BM è l'acronimo diБоевая Машина – Boevaja Mašina –, veicolo da
combattimento).
Il sistema d'arma era generalmente composto di una motrice avente una struttura di sostegno per il lancio di
un numero variabile tra i 16 e i 48 razzi, che partivano in salve consecutive. Una squadra di lanciarazzi in
assetto da combattimento appariva generalmente allineata, con lo scopo di creare un nutrito fuoco di
sbarramento o disseminare una linea compatta di distruzione sull'obiettivo. Il loro formidabile potenziale di
fuoco era però compensato da una strumentale imprecisione di tiro, dovuta alla relativa condizionabilità della
traiettoria e alla difficoltà di correzione una volta che fosse partita la prima salva.
Il progetto dei razzi di quest'arma si deve ad un gruppo di scienziati guidati da Georgi Langemak. I razzi del
sistema BM-13, chiamati RS-132 (RS sta per Реактивный Снаряд, Reaktnivnyj Snarjad = Razzo
autopropellente) erano alti circa 1,8 metri, del diametro di 132 mm e di 42 kg di peso. Il lancio avveniva per
mezzo di un propulsore solido a base di nitrocellulosa disposta nel motore in acciaio del razzo. Il razzo era
stabilizzato da alettoni incrociati in latta d'acciaio. L'ogiva esplosiva, con possibilità di predisporla con

cannone sopra un carro armato, con otto bocche da fuoco che sparava a ripetizione come una
mitragliatrice. Incominciò a sparare e gettare proiettili come la grandine, creò in mezzo a noi
panico e sterminio e un fuggi fuggi. Durò qualche ora. All’ improvviso il silenzio completo. Si
sentivano tanto davanti come dietro dei grandi combattimenti, un cannoneggiare come quando
venisse il temporale, i lamenti nella notte fonda dei feriti. Da qualunque parte mi muovevo,
inciampavo o nei feriti o nei morti; mi fermai, mi rannicchiai sotto un mezzo militare trovando
oltre alle mie coperte da campo anche altre dei morti e lì passai qualche ora della notte.
Perché tutto quel silenzio?
Nel giro di un’ora si incominciò a sentire un grande stridio di cingoli di carro armato e sempre più
un rombo assordante finchè giunti a pochi chilometri le nostre riceventi del Genio ci segnalavano l’
arrivo di una divisione corazzata tedesca in piena efficienza fra le più forti e più armate della
Germania, dei grossissimi carri armati, tir e cavalleria con slitte insieme con battaglioni di alpini
sciatori con tute tutte bianche d’assalto con mitragliatori. Anche i tedeschi e alpini batterono in
ritirata perciò facemmo uno grosso di quattro divisioni più gli alpini.
Difatti quando giunsero a circa due chilometri da noi incominciarono a spararsi tedeschi e truppe a
piedi siberiane e i tedeschi e gli alpini annientarono completamente i Russi e si immisero con noi
facendo forza unica. E l’ odissea continuò.
Al mattino dopo tutto quello che era capitato venne un po’ di quiete e avemmo così la possibilità
anche noi sbandati di organizzarci almeno provvisoriamente e rimetterci in cammino per tentare
di ritirarsi.
Io in quell’ occasione mi incontrai di nuovo col caporal maggiore Ferrari col quale andavo a
prendere i viveri col camioncino Spa. Chiesi al comandante della compagnia se potevo salire sul
mezzo con lui. Dato che tutti cercavano di trovarsi un mezzo e i posti c’ erano mi disse si. Facevano
l’ incolonnamento per riprendere la marcia per la ritirata e subito i Russi ci attaccavano da tutti i
lati, impedivano di muoversi, allora i tedeschi che erano equipaggiati con carri armati ed erano in
piena efficienza uscirono dalla pista di neve e con l’ ausilio degli alpini sciatori si aprirono un varco.
Noi con mezzi gommati con diversi centimetri di neve, non potevamo andare avanti se non

capacità di penetrazione o frammentazione, era di un peso di 22 kg. Il raggio d'azione arrivava fino ai 8,5
km.
Queste macchine assunsero il nomignolo, non ufficiale ma immediatamente diffusosi nell'Armata Rossa, dal
titolo di una canzone popolare in auge durante la Grande guerra Patriottica:Katjuša. Essa narrava di una
ragazza che si strugge di nostalgia per il suo amore lontano, partito per il servizio militare.
Il sistema d'arma era anche conosciuto come l'"Organo di Stalin", perché i soldati tedeschi avevano l'uso di
chiamarlo a questo modo, per via del rumore dei razzi in partenza.
I razzi Katjuša furono montati su diverse piattaforme in combattimento, come autocarri (i più usati erano gli
ZIS-5 e 6, Ford, Studebaker e Chevrolet), scafi di carri armati obsoleti (soprattutto i T-60), o come
piattaforma mobile trainata per mezzo di trattori da artiglieria (come l'STZ-5). È stato registrato un uso dei
razzi anche su imbarcazioni fluviali, navi da guerra eaerei: in quest'ultimo caso, il primo utilizzo risale
addirittura agli incidenti di confine tra URSS e Giappone a Khalkhin Gol nel 1939.
Lo sviluppo dei lanciarazzi BM-8 e BM-13 dotati di razzi Katjuša nacque dall'esigenza di opporre una
risposta ferma al Nebelwerfer e al Panzerwerfer tedeschi, che stavano di fatto dimostrando l'efficacia dello
sbarramento da parte di potenti lanciarazzi lungo le direttrici di movimento delle linee nemiche.
Gli studi sull'artiglieria sovietica cominciarono nel 1938 e i primi BM-8 da 82mm videro approvato il loro
ingresso in guerra il 21 giugno 1941. Il battesimo del fuoco avvenne il 14 luglioseguente, quando una
batteria sperimentale di sette lanciatori fu utilizzata contro l'esercito tedesco a Orsha, in Bielorussia al
comando del capitano Flerov. I primi otto reggimenti di Katjuša (36 lanciarazzi per ogni reggimento) furono
creati in data 8 agosto dello stesso anno. Più di 1800 lanciarazzi furono costruiti fino alla fine della Seconda
guerra mondiale. (wikipedia)

esclusivamente su quella specie di tratta fatta da tempo sulla neve perché altrimenti si intoppava
nei cumuli anche alti 10 metri che la tormenta ammassava.
La prima sacca di accerchiamento avvenne verso la fine di novembre 1942. I Russi sfondarono e
chiusero nella sacca la divisione Ravenna, Sforzesca e Pasubio, un battaglione alpini sciatori tuta
bianca e una divisione tedesca.
Ben presto avvenne il panico fra le divisione appena arrivata cioè l’ ARMIR (Divisione Ravenna e
Sforzesca).
Parte degli ufficiali si digradavano, si travestivano e si disarmavano e anche i soldati si trovarono
sfasati e gettarono le armi.
Mentre i tedeschi e alpini come dico riuscirono ad aprirsi un varco e a ricongiungersi con noi
intanto i russi approfittarono dei ritardatari che rimanevano in coda e li prendevano prigionieri,
almeno 5000.
Arrivarono le notti fredde con 25 gradi sotto zero, cominciarono le tormente di neve e i russi
cercarono di farci dormire o sostare all’aperto, occupavano tutti i paesini e casolari isolati, i viveri
non c’erano, le nostre scarpe gelavano ai piedi, le ciglia degli occhi, la lunga barba faceva i
ghiaccioli sulla faccia. Si incominciò a vedere soldati congelati alle mani e ai piedi.
Si incominciò a vedere le prime disperazioni, soldati uscivano dalla pista di neve tracciata dai carri
armati, parlando da soli, immaginando di andare a un punto di ristoro, una casa, una catasta di
pagliai, un qualcosa di salvazione e invece erano i più deboli che non ce la facevano più e a pochi
metri cadevano a terra e in pochi minuti morti.
Ringrazio e vorrei proporle una medaglia d’oro al mio capitano comandante della compagnia
Genio era di Firenze, laureato in ingegneria, aveva allora 28 anni mi sembra si chiamasse Rainati
Alberto.
Questo fu l’ atto eroico di questo valoroso capitano. Noi del Genio avevamo il compito di tenere
contatti con la fanteria perciò il grosso, tedeschi, alpini etc…
Erano avanzati in ritirata di circa 10 chilometri a questo punto noi si doveva raggiungere un
paesino per pernottarci. Ad un tratto un agguato russo e così un attacco in grande stile proprio al
nostro reparto; questo capitano si precipitò con pochi soldati e male armati, eravamo quasi
arrivati allo sfondamento in cima ad una collina, una raffica di mitra falciò le gambe al
comandante, nonostante questo seguitò a urlare “Avanti Savoia” e il capitano fu caricato su un
mezzo militare e portato con noi in ritirata.
Ma quello che di questo episodio mi colpì di più fu il fatto che non disse una parola né di aiuto e né
di lamenti, solo incitava noi ad andare avanti e non l’ aiuto per sé ma la salvezza con noi. Così
riprendemmo la ritirata e cercando di ricongiungerci con la colonna tedesca e alpini. Ci aprivamo la
strada combattendo e lasciando morti e feriti dappertutto.
Camminavamo su una pista fatta da carri armati e blindati, non avevamo un momento di sosta,
bisognava non rimanere troppo indietro per non essere tagliati in fondo alla colonna e presi
prigionieri o mitragliati.
Passarono un paio di giorni sempre camminando e combattendo finché giungemmo in una località
chiamata Arbusov, da noi e dalla storia poi soprannominata “la balca della Morte”.
Era un’ insenatura che potrebbe essere circa 400 ettari, si entrava da un solo lato pianeggiante e
poi da tre lati veniva chiuso da colline nude non troppo in salita.
In questa valle c’erano poche casupole di contadini fatte di terra e paglia mescolata, però avanti
che arrivassimo noi i Russi le avevano distrutte, lì non c’erano combattimenti lì si parlava di
salvezza si diceva che sarebbe stata l’ultima sacca, insomma si sognava perché ancora non erano
poco più che all’inizio delle sacche.
Così si fece notte, ci accantucciammo in massa vicino ai muri disfatti delle case vicino ai mezzi e a
dei cavalli che i tedeschi possedevano con slitte, si può dire che eravamo tranquilli, in parte.

Verso le cinque del mattino incominciarono le prime avvisaglie di combattimento, i russi prima
mandarono civili e partigiani e si infiltrarono proprio a ridosso di noi nelle colline adiacenti e
cominciarono a sparare a vista contro di noi. Poi incominciarono ad arrivare le truppe russe e carri
armati e cominciò la battaglia. Noi non avevamo riparo e così senza un vero comando c’ eravamo
ammassati tutti lì come le pecore. Si dice che lì morirono circa sessantamila soldati e ufficiali,
italiani in maggioranza, poi tedeschi, rumeni e via dicendo. Qui avvenne una vera tragedia, una
carneficina vera e propria. Sì perché verso le ore 6 del mattino incominciò l’aviazione artiglieria
russa ma questo non era niente. I russi possedevano le katiusce, i cannoni semoventi che
gettavano proiettili dirompenti che nel cadere a terra deflagravano riducendosi in mille schegge e
anche da parte dell’aviazione tedesca e italiana era impossibile colpirla perché si spostava
continuamente.
Così intorno a noi non esisteva che terra bruciata, soldati dilaniati, cavalli sventrati, mezzi
incendiati. Ho un brutto ricordo, agghiacciante: stavo dietro una massa di macerie per tentare di
ripararmi. A un certo momento mi trovai quasi schiacciato da dei cavalli che camminavano solo
con due o tre zampe, in parte dilaniati e feriti. Io dovevo scappare da lì. Nel muovermi sentii il
movimento dei carri armati, senti le urla dei miei compagni gridare “Al Savoia!” vidi che la massa
rimanente si stendeva su una collina, qualcuno aveva detto che da quella parte potevamo uscire
dalla sacca. Era un carabiniere del comando divisione che era impazzito e portò all’ assalto tutto o
quasi la truppa a piedi, diciamo al mitragliamento o alla morte. Si perché si affacciavano alla collina
e lì le mitragliatrici russe facevano piazza pulita. Allora io tornai indietro e rimasi lì qualche altra
ora sotto il fuoco della katiuscia,mi distesi tra i cadaveri dei cavalli e fu la mia salvezza. Finché a
giorno notai a qualche km da una collina una colonna di carri armati tedeschi e alpini sciatori all’
attacco per lo sfondamento. Capii subito che quello si poteva essere il vero sfondamento della
sacca. Mi alzai da morto che potevo essere e ripresi a camminare sopra la neve. Rampiconi e
dietro i mezzi in movimento, raggiunsi il grosso della colonna che si era riorganizzata per lo
sfondamento. Fu tutta la giornata una battaglia incredibile. Forse si facevano 100 metri all’ora e si
perdevano uomini e mezzi ma roba da poco perché lì era arrivato anche qualche aereo tedesco a
disturbare l’attacco russo però il grosso sfondò e si riprese a camminare ma i russi erano già pronti
per fare un’altra sacca. Arrivati in cima alla collina, forse meno della metà che eravamo entrati, in
un momento la bufera e la tormenta di neve fece coprire la vallata. Potei notare una grande
distesa di pianura e poi un’altra collina quasi pianeggiante che superammo. In fondo a questa un
paesetto agricolo. Anche qui voce di fante fra di noi si pensava di essere salvi perché non si vedeva
più e non si sentiva nemmeno un colpo nella vallata. Era la calma. Ci avvicinammo in fondo alla
valle,il paesino di misere casette era intatto. Ma la colonna nostra proseguiva la ritirata. Io seguii la
colonna ma quando appena passato un piccolo fiumicello si bloccò tutta la colonna e iniziò di
nuovo il combattimento e ci sparavano di dietro e davanti e la colonna nel finale fu tagliata quasi
all’ altezza del paesino. Io mi trovavo proprio all’altezza del caseggiato. Mi accorsi che dai
sotterranei, dalle casette, uscivano scariche di mitragliatrice verso di noi. Prontamente alpini e
tedeschi retrocedettero verso il paesino, annullarono coi carri armati le scariche russe. Era un
tradimento perché ci lasciarono passare in ritirata e poi ci spararono alle spalle,allora le forze
armate annientarono questa angheria russa e partigiana. Le truppe ancora in forze si misero all’
uscita dei rifugi di queste casette che erano anche nei sotterranei, buttando i nostri soldati bombe
a mano e mitragliarono all’impazzata dentro le botole.
Si sostò circa due ore perché dei carri armati nemici ci impedivano di ripartire ma poi si ritirarono
ai lati della pista di neve a pochi chilometri. Avevano il solito sistema,cioè lasciavano passare il
grosso della colonna e poi prendevano la coda dei più deboli disarmati e li facevano fuori o
prigionieri.

Si perché se indovinavi soldati ucraini ti potevano far prigionieri ma se erano truppe cosacche o
caucasiche ti mitragliavano senza farti neanche prigioniero. Per uscire da questa valle dovevamo
attraversare una pendice di circa cinque chilometri. Io con un sergente e due altri miei amici
eravamo al centro della colonna in ritirata. Ad un tratto un granata di mortaio ci esplose a pochi
metri. Il sergente che era al mio fianco destro fu preso da una scheggia nella pancia e lo sventrò
completamente. Rimase lui e altri morti sul colpo. Un mio grande amico che cercai di ritirarlo
dietro.
Intanto da un canale cominciò a venir fuori le truppe cosacche coi cavalli e cominciarono a sparare
per dividerci dal grosso. Io non mollai ma abbandonai il ferito, gli amici deboli e cercai di mettermi
di corsa per non perdere il contatto con il grosso della colonna. Qui in questo paesino dove
avvenne il tranello ci fu un particolare agghiacciante, successo anche altre volte. Una strage di
soldati. Era un paese puramente agricolo e ogni casa aveva un pezzetto di terra di circa duemila
metri adiacente a quelle casupole (isbe). Nel sottosuolo avevano costruito un rifugio per
conservare durante l’inverno miele e bidoni di carote, barbabietole,cetrioli,sedano, tutto ciò che
producevano d’estate li mettevano lì in salamoia. I soldati affamati erano senza mangiare da
diversi giorni, scendevano lì dentro e si abbuffavano ma non riuscivano poi a uscire perché altri
continuavano ad entrare allucinati dalla fame e sfiniti e lì molti morirono almeno 250 soldati.
Riprendo la marcia in ritirata da dove ero rimasto in precedenza. Quando fui vicino a scollinare la
vallata le mitragliatrici nemiche mitragliavano i nostri soldati e qualcuno cadeva a terra da me a
pochi metri e li non si soccorreva nessuno anche se ferito. In quel momento pensai alla mia fine.
Mi girai e vidi ai lati sulla neve un punteggio di truppe cosacche a piedi e con cavalli, sparavano
all’impazzata verso di noi. Mi feci coraggio. Vedevo davanti a me che mancavano pochi metri per
scollinare. Mi resi conto che ero in luoghi simili a quelli dell’avanzata. Intanto arrivava l’oscurità e
non vedevamo nessun segnale di paesi o cataste di paglia o isbe. Era un gran gelo, quaranta gradi
sotto zero, la neve, se uscivi dalla pista era anche altra molti metri, la tormenta la sollevava e
l’appiccicava nel passamontagna. Ai cigli degli occhi e al naso era tutta un tegola di ghiaccio. Un
particole se volete anche curioso: ad un tratto notai davanti a me due militari di fanteria e
ascoltandoli parlare sentii che parlavano toscano e forse delle mie parti. Difatti li raggiunsi e li
interpellai. Uno era della mia provincia di Arezzo, del comune di Bucine, abitava a Pietraviva, un
certo Matteucci soprannominato Baschino e l’altro era un pistoiese. Baschino aveva preso una
gallina e con la cintura l’aveva legata per il collo e le gambe. Mi pregò di stragli vicini perché alla
fermata successiva si sarebbe bollita e mangiata con una piccola pentola che aveva. Io immaginate
era diversi giorni che non mangiavo. Quale fortuna avevo incontrato. Ma tutto questo fu breve
perché una cannonata a pochi metri, il pistoiese ferito a morte cadde a terra e lo spostamento
d’aria ci scaraventò uno a destra e uno a sinistra e ci perdemmo. Io mi rialzai, mi scrollai di dosso la
neve, mi resi conto che non avevo ferite e allungai il passo, mi guardai ai lati se avevo nemici.
Scorsi che alla mia destra a circa duecento metri c’era un punteggio color cacao. Erano soldati russi
sdraiati sulla neve che aspettavano il momento giusto perché la colonna diminuisse per prendere
una quantità di morti o prigionieri. A questo punto sfruttai le poche forze che mi era rimasto e
incominciai a correre come impazzito per cercare di ricollegarmi con il grosso della colonna. Difatti
arrivai a scollinare e raggiunsi i tedeschi che erano più armati di noi. Arrivammo in cima alla collina
diciamo un altipiano e lì ci ricongiungemmo con altri reparti italiani, rumeni,tedeschi, tutti allo
sbando. Ai lati faceva da cornice una lunga distesa di cavalli e uomini morti, mezzi incendiati, spinti
fuori strada per far passare la ritirata, una carneficina. Ma non è tutto, la tragedia avvenne in
seguito. I tedeschi che avevano ancora dei camion erano costretti a fermarsi per non andare fuori
pista e spesso avevano tolto il telone almeno dai lati per poter sparare ai russi che dai lati per
distruggerci ci bersagliavano.

Allora avvenne questo: i soldati, la maggior parte italiani disarmati, affamati, congelati e sfiniti, a
massa si lanciavano alle sponde dei camion dei tedeschi con le mani si aggrappavano alle sponde
del mezzo. I tedeschi per risposta gli battevano il fucile e la baionetta e con il genio si tagliavano le
mani ma non pochi, a centinaia, migliaia. Ricordo la stessa fine la fece un mio collega del genio che
ci incontrammo in quell’occasione. Vincenzo Martella, abruzzese. Volle anche lui salire sul camion
per risposta gli infilarono la baionetta in testa e lì lo lasciai agonizzante. Era una questione di
sopravvivenza e non posso condannare i tedeschi che in questo modo non potevano avanzare. Io
riprendo la marcia in ritirata dopo questa tragedia e mi accorgo dove i mezzi cingolati stavano
scoprendo un selciato di pietre come spesso era vicino ai paesi e da lì capii che eravamo vicino ad
un paese. Ai lati della strada, una pista di neve, vidi una camionetta tedesca, con due ufficiali
dentro che guardavano la carta tipografica. Appeso alla sponda avevano un binocolo, io lo strappai
dalla camionetta tenendo presente che mi serviva per guardare nelle immense pianure e subito mi
rimmischiai con altri sbandati. Feci un gesto di sopravvivenza perché se mi avessero visto mi
avrebbero sparato. Da lontano vidi un villaggio che assomigliava a Malorslov, era un paesino semi
distrutto forse da quando facemmo l’avanzata. Detti forza alle poche energie che mi erano rimaste
e con una corsa pazzesca per giungere fra i primi nel buio fitto per trovare un buchino fra le
macerie e qualche catasta di paglia. Così fu. Giunto sul posto potei costatare che anche durante
l’avanzata del fronte avevo combattuto da quelle parti, in quelle casupole danneggiate dai
proiettili trovai un rifugio. Mi imbattei con le truppe tedesche che anche loro tentavano di
rifugiarsi ma grazie a Dio non fecero opposizione e un buchino potè toccare anche a me tenendo
bene gli occhi aperti. Appena da circa tre ore ricominciò il cannoneggiamento e via via attacchi con
mitragliatrici dovetti rimettermi in movimenti ma purtroppo io e un altro italiano che eravamo in
quella casupola eravamo rimasti a piedi. Per potersi salvare e sfondare la cerchia dovevamo per
forza raggiungere il grosso della colonna formato da alpini, tedeschi e parte di italiani.
Ad un certo momento fui fortunato. Trovai in una tana di paglia un cavallo con una slitta e a fianco
di questa due tedeschi morti. Io con il mio amico presi il cibo, scatolette, pane, poi insieme
prendemmo cavallo e slitta e a gran velocità sopra la neve ci mettemmo all’ inseguimento alla
testa della colonna. Fatti circa dieci chilometri all’improvviso quattro tedeschi mi puntarono il
mitra, presero il cavallo e la slitta ma poco male perché lo scopo era raggiunto. Avevo raggiunto la
colonna. Ci incamminammo in colonna mattino e sera finché a notte fonda giunsi in una cittadina
anche questa assomigliante a quelle ucraine. Mi annidai in una casetta di campagna, in una isba,
sopra ad una stufa vi erano due vecchietti a riscaldarsi, dietro una specie di mobile notai due
tedeschi che al nostro arrivo ci accolsero a moschettate. Ci buttammo a terra, ci tirammo fuori
quell’arma che ci era rimasta, la baionetta, che i tedeschi temevano tremendamente, a quel gesto
scapparono e noi si potè alloggiare. Poi in un sotterraneo adiacente alla casupola uscirono mamma
e figlia che ci dettero delle patate cotte. A noi italiani i civili ucraini ci volevano bene perché
durante l’avanzata noi gli portavamo il massimo rispetto. Ma lì durò poco perché come al solito i
russi stringevano la cerchia per prenderci prigionieri se andava bene sennò se capitavi in mano ai
siberiani ti potevano anche uccidere immediatamente. Io e un certo Baldassini dalla grande
stanchezza e dal benessere ci eravamo addormentati. In quell’istante senti toccarmi. Mi voltai e
vidi un familiare della casetta che sottovoce mi disse “Navait italiano!”, “Vai via italiano!”. Sentii
un crepitio di mitraglia e le porte scrollate, mi gettai dalla finestra che era bassa e nel buio. Mi
spararono addosso ma solo una pallottola mi forò il cappotto. Mi separai dai compagni e non seppi
più niente di loro. Scappai per una grande pianura e feci tanto con il mio fisico di raggiungere il
grosso della colonna e lì camminammo tutta la notte. Finchè alle prime luci dell’alba eravamo una
fiumana di uomini e messi tutti in fila in una pista tracciata sulla neve larga come i cingoli dei carri
armati. La colonna era talmente lunga che non si scorgeva la fine. A dieci chilometri si vedevano i
mezzi e le truppe in ritirata visibile nel bianco della steppa.

All’ improvviso a 150metri da terra, aerei sovietici cominciarono a mitragliarci. Io mi gettai a terra
e quando mi rialzai vidi attorno a me morti e feriti in ogni metro, lamentii e un fuggi fuggi e
camminando sempre in ritirata per sei sette chilometri camminavo sopra a dei cadaveri. Camminai
per tutto il giorno e a tarda sera raggiunsi un villaggio che era puramente agricolo e lì vi erano dei
colcos, una specie di cooperative agricole. Avevano dei rifugi per il bestiame e cereali ma si capisce
non esisteva più niente,però almeno potemmo organizzarci fra le casette e canastoni di paglia e
fieno. La notte era anche a 40° sotto zero. Io in un sotterraneo di famiglia avevo scoperto delle
barbabietole e qualche patata e le mangiammo crude e prima del giorno i russi ci sloggiarono a
mitragliate. Anche qui ci aprimmo un varco, ci incolonnammo, ci difendemmo, lasciando tanti
nostri amici congelati. Lì non esisteva strada ma in quelle immense pianure non potevi sbagliare
tanto che esistevano dei canaloni di acqua ma gelati completamente cercando di eliminare i
cumuli di neve. Seguitò ad aumentare la tramontana e alzare la neve da terra e a nevicare
fina,quasi da non vedere. S’ appiccicava tutta addosso e lì rimaneva, come un cristallo, impedendo
di andare in ritirata ma bisognava farsi forza perché se ci fermava si rimaneva subito assiderati.
Si gelavano le ciglia, la barba, il fiato, faceva una specie di crosta, ad alcuni si congelavano i
testicoli quando cercavano di fare i bisogni, una cosa indescrivibile.
Camminammo nella steppa senza pausa, due giorni e una notte, senza trovare una casa, una
catasta di paglia, un qualcosa su cui riposare almeno un’ora. Niente, i russi tagliavano la colonna
dei più deboli e disarmati e poi ti rastrellavano e quelli che non ce la facevano a camminare ci
fucilavano sul posto. Finché verso sera ci avvicinammo a dei combattimenti e più si andava
avvicinandosi e più si udiva il rumore della battaglia a circa 30 km da noi. Mi resi conto che quella
città o cittadina era abbastanza grande forse quando facemmo l’avanzata ci avevo anche sostato,
proprio in quella città i tedeschi in ritirata che venivano dal Caucaso una colonna prima che
arrivassimo noi aveva attaccato i russi e questa città era Kantemirovka e noi pensavamo, essendo
deserta che fossimo liberi. Un arrivo incredibile credetemi.
Appena arrivati alla periferia si vedevano carri armati incendiati, bruciavano camion dell ’esercito
tedesco e russo, tantissimi cadaveri, in questa cittadina c’era anche una ferrovia con i vagoni sopra
pronti per partire. Occupammo la cittadina senza trovare resistenza. Noi come cani randagi
andammo a caccia di viveri e riparo, vagai verso la stazione distrutta e fra i vagoni ferroviari notai
molti soldati in rissa che si combattevano ma non sentivo sparare, così mi avvicinai e con orrore
vidi che avevano trovato delle botticelle di legno del nostro cognac italiano, destinato a noi.
Questi lo bevevano come acqua e di lì a poco rimanevano svenuto morendo quasi all’istante. Io
fra i rottami e i morti trovai scatolette e potei rifocillarmi. Intanto cominciò a circolare voce che lì
eravamo liberi, fuori dalle sacche, ufficiali italiani e tedeschi si rimisero i gradi. Passarono delle ore
e venne la notte e ci rifugiammo tra le macerie. Al mattino circolavano automezzi invitando feriti e
congelati a radunarsi in certi fabbricati vicino alla stazione, quelli ancora un po’ sufficienti e da lì
sarebbero stati visitati e messi nei vagoni per essere mandati nelle retrovie e poi in Polonia. Io
nonostante non ero né ferito né congelato mi recai in questi punti di recapito e con meraviglia
proprio in uno di questi ritrovai i miei due migliori affezionati amici. Granchi Ascanio, il caporal
maggiore infermiere e Billi Enzo di Castelnuovo dei Sabbioni (AR). Essendo congelati ai piedi,
credendo a quello che gli avevano detto venne loro la brutta idea di togliersi gli scarponi e le fasce
e quasi mi avevano convinto anche me a farlo. Se l’ avessero fatto certamente non sarei qui
adesso a scrivere il diario.
E si, perché essendo mesi che non ci toglievamo le scarpe al momento che le toglievi i piedi
diventavano gonfi e non te le potevi più rimettere. Questi amici li lasciai lì, appoggiati al muro,
seduti con un po’ di stracci intorno ai piedi. Io li lasciai lì e cercai nei dintorni un po’ di cibo per
tornare a portarglielo ma nel giro di poche ore mi resi conto che di quello che avevano detto non

era vero niente. Non eravamo liberi. Difatti sentivamo in lontananza i cannoni e qualche aereo
luccicante nel cielo freddo e sereno che ci spiava. Verso notte le mitragliatrici le mitragliatrici
ricominciarono a darsi battaglia. Io scappai dal mio rifugio e mi accorsi che le forze tedesche e
alpine si allontanavano per aprirsi un varco combattendo. Già la sacca cominciava a stringersi, i
russi erano a poche centinaia di metri per riconquistare la città. Corsi verso l’abitato dove avevo
lasciato i miei amici credendo che la Croce Rossa si fosse riorganizzata e avesse potuto portare
questi amici con noi in ritirata sennò se credevo non sarei andato a mortificarli. Appena giunto nel
buio in questo locale al centro vidi un fuocherello acceso e tutti in un lamentio, saranno stati circa
150, tutti ammassati.. E qualcuno che aveva le mani buone dava da mangiare a chi le avevi ferite e
congelate. Vedevi diversi con i piedi per aria perché il sangue non circolava. Quei poveretti
avevano già capito che non eravamo libero e quello crepitio di mitraglie annunciavano i russi. Se
erano quelli bene li portavano in Siberia sennò li potevano anche accettare in qualche famiglia. Io
ero speranzoso. Io cercavo loro, i miei cari amici, pensavo di poterli portare con me, speravo che
qualche camion li potesse caricare. Ma mi illudevo, forse anche io allucinato oramai. Ascanio mi
vide per primo, tentò di alzarsi zoppicando, mi abbracciò, capì tutto, mi indicò l’ altro omarone di
21 anni, di 1.90, “Lì c’è Enzo” mi disse “ma sta peggio di me, ha tutti e due i piedi congelati e non si
muove”. Mi avvicinai, lo baciai, scappai per non rimanere prigioniero ma a nulla valse il tentare di
muoverli perché l’ erano e li dovevano subire la sorte. Passarono circa 30 minuti, ero terrorizzato,
alle porte della città fermo sdraiato per terra con tutto un inferno da tutte le parti, la notte
illuminata dalla battaglia. Si ripartì, la colonna retrocedeva per uscire dall’ inferno, un istante mi
girai e vidi i razzi illuminare la città e dove avevo lasciato i miei amici era già occupato dai russi.
Avevo una sola speranza per i miei amici in quella cittadina; forse eravamo passati durante
l’avanzata di lì o comunque nelle vicinanze e a noi italiani portavano il massimo rispetto perché tali
eravamo noi nei loro confronti mentre non era così per i tedeschi; così pensai e così fu perché in
quel locale tutti italiani e soldati dell’esercito non camice nere non li avrebbero ammazzati e
neanche portati in Siberia come prigionieri.
Io ero finito, fisicamente e mentalmente ma reagii e ripresi a camminare sotto il tiro delle
mitragliatrici russe. Dall’alto con i bengala e i razzi luminosi ci illuminavano per bersagliarci, pareva
ormai la fine, alla periferia della città raggiunsi il grosso della colonna formata dalla maggior parte
delle truppe e da mezzi tedeschi e lì trovai tutto fermo, non andavano né avanti né indietro e mi
resi conto che li avevano accerchiati un’altra volta in pochi minuti e poi cercammo di sfondare la
linea; carri armati tedeschi e alpini italiani sciatori andavano fuori pista in mezzo ai cumuli di neve
e sfondavano la linea perché presero i russi alle spalle, allora sotto il cannoneggiamento ripresero
la via del ritorno ma a prezzo altissimo perché ogni tanto i proiettili andavano a segno e
spazzavano via decine di uomini e mezzi. Ogni tanto sulla pista libera dalla neve dovevi camminare
sui morti; fatti circa 10 chilometri in un tratto abbastanza lungo e largo non scorgevo più neve. Era
già giorno e constatai che la neve c’era eccome ma era coperta di cadaveri e mezzi russi e perciò
tutto rosso sangue e di carburante uscito dai mezzi; lì calcolai che non potevano esserci meno di
diecimila morti e feriti a lamentarsi; la maggior parte erano russi cosacchi e caucasici. Questa era
una grande valle di decine di chilometri, camminammo tutto il giorno col sole che faceva brillare la
neve e la tormenta di vento. A metri e intanto veniva addosso e ci gelava la lunga barba, i baffi, le
ciglia e qualche coperta che avevo sulle spalle diventava come una tegola gelata e rigida; allora mi
alleggerii, intanto si faceva notte e come una liberazione scorgevo in lontananza qualcosa di scuro
come un paese, io ero finito e non mi rendevo conto se sognavo o era vero ma man mano che mi
avvicinavo scorsi che era proprio un grande raggruppamento di case agricole, insomma di fattoria
detta colcos ma arrivato lì il posto non era per tutti perché le migliori casette erano devastate e le
poche rimaste compreso magazzini e scuola erano presi dal comando e dai primi arrivati.

Girovagai per una mezz’ora finche intravidi un grandissimo capannone per ricovero attrezzi e nei
dintorni della paglia tanta però tutta ruzzolata e mischiata con la neve; entrai nel capannone e vidi
uomini chi buono, chi ferito, chi congelato. Mi associai con loro , presi un po’ di paglia, vidi
qualcuno già morto e gli presi le coperte e mi rannicchiai come un cane; non avevo niente da
giorni da mangiare però la notte la passai bene sempre con le scarpe ai piedi da tempo, guai a
levarsele ti gonfiavano i piedi e non te le mettevi più. Lì era tutto tranquillo senza nemmeno una
fucilata.
Venne il mattino venne anche la fame. Io dal vecchio CSIR ero ormai pratico avendo fatto anche
l’avanzata essendo del genio avevo avuto la possibilità di conoscere l’abitudine dei coltivatori del
colcos. Questi operai agricoli dipendevano tutti dallo Stato questo però a seconda del formato
della famiglia dava loro la casetta fatta di terra e paglia e dai mille ai tremila ettari di terra da
coltivare in proprio tenendo una mucca e mucchino (vitello) con cinque galline o sennò un cavallo
pagando un tot di affitto. Su questo terreno sempre in prossimità della casa ognuno sotto terra
faceva una stanza a secondo anche dei componenti della famiglia e qui potevi trovare non più il
mucchino o animali, questi ormai li avevano fatti fuori sia da noi in avanzata o dai russi stessi ma
tornando al sottosuolo se uno non lo sapeva la buca non la trovavi. Come era composta: al pari
della terra c’è una botola 0,80 m per 0,8 questa botola aveva un coperchio fatto di terra paglia e
sterco di mucca tutto questo permetteva di essere leggero e resistente anche a pesi e anche
quando non c’era la neve non notavi niente, per trovarlo dovevi notare qualcosa di pestato e poi
con u ferro e legno grosso battere il terreno per sentire il vuoto. Trovato scendevi per sei sette
scalini e li ti trovavi in una stanza per circa dodici metri quadri e qui potevi trovare in tempi
normali riservate perché non le prendesse la gelata patate, barbabietole e insalata russa in un
bidone di legno con barbabietole, cavolo, carote, cipolline etc…in qualche caso mettevano lì al
riparo anche il miele e gli alveari insomma da poveri ma potevi trovare tutto.
Io mi misi a lavoro però fui fortunato, trovai dei casolari dove c’erano dei civili e anziani e mi
spiegai un po’ in lingua russa, gli feci capire che avevo fame e che sotto la neve intorno alla casa
avevano un rifugio con qualcosa da mangiare; questi facevano finta di non capirmi allora io pratico
gli dissi vieni dietro e con mani e piedi allargai lo spazio coperto di neve e gli indicai la botola di
entrata al ripostiglio e poi con voce alterata gli dissi “sono italiano, ho fame o mi dai qualcosa da
mangiare o entro dentro e prendo tutto e vedono gli altri soldati quello che hai e ti lasciano a te
senza cibo”. Allora questi si parlarono fra loro e mi chiamarono portandomi dentro un loggiato e li
mi dettero delle patate cotte e una specie di pane fatto con grano schiacciato con le pietre.
Intanto io verificai l’ambiente come poteva essere per trovarmi un riparo finché non ripartivamo
da lì; mi posi la prima domando chi sono questi civili? Partigiani? Voglio colloquiare un po’ con loro
e vedere cosa ne pensano. Mi resi subito conto che erano stati invasi dagli italiani in avanzata e
avevano avuto del vitto da questi e ne parlavano molto bene e sapevano anche delle parole
italiane; gli spiegai che volevo riposare e che mi trovassero un rifugio pregandoli che non mi
facessero del male e che ogni movimento mi avessero avvertito; capii che ero passato lì vicino
nell’autunno precedente, mi indicarono una stanzina vicino una finestra bassa circa due metri dal
terreno e con un po’ di stracci li mi coricai; intanto dentro la cucina e nei fondi si accumulavano
altri soldati in silenzio, forse misti a tedeschi.
Verso il far del giorno senti grande screpitio di mitraglie e in un attimo un civile russo, un omone
sulla settantina, mi prese per un braccio e mi indicò la finestra dicendomi “alla porta ci sono i
partigiani e le truppe russe sono all’attacco coi tedeschi, vai via!”. Mi gettai dalla finestra,
inciampai in dei feriti intanto in cucina sentii le urla che si sparavano e combattevano all’arma
bianca, scappai sui cumuli di neve finché raggiunsi un accampamento di truppa e carri armati
tedeschi e un battaglione fu decimato di alpini italiani sciatori, mi misi con loro e cercavamo di

aprire un varco sull’accerchiamento che i russi cosacchi ci avevano teso, intanto però i partigiani ci
sparavano alle spalle e fuori era un inferno. Facevano un passo avanti e poi fermi per tutta la
giornata si fece notte solo allora si ripartì sotto il cannoneggiamento avanti a passo quasi di corsa
per tutta la notte non so quanti chilometri ma penso cinquanta, sessanta… incominciò a farsi
giorno e la colonna si bloccò in una immensa pianura e da lì non potevi scorgere segno di case o
colline, niente; era una giornata luminosa di tormenta e li non avevi riparo e il vento di accatastava
appiccicosa fina come la sabbia la neve, ti intirizziva intanto da una porta ordine a cavallo che
faceva la spola sulla colonna.. Venni a sapere che eravamo fermi perché le truppe russe ci avevano
tagliato la strada e c’erano diverse divisioni corrazzate e capì che se non interveniva l’aviazione
tedesche da lì era la fine, non ripartivamo. Passò l’intera giornata e li accartocciati uno con l’altro
passavamo la notte, molti vicino e ne morivano per assideramento, molti si congelavano. Al
mattino arrivarono i primi segni di speranza alti altissimi appena sentivamo il rumore apparivano
aerei prima poche decine poi a centinaia e li si dettero battaglia, ogni tanto ne cadeva qualcuno al
suolo.
Ma venne il peggio. Gli aerei alleati sparirono e presero il sopravvento i russi e si abbassavano a
bassa quota ma noi oramai eravamo sopravvissuti e loro aerei russi facevano come gli pare,
incominciarono in quell’immensa pianura in fila indiana all’altezza di 100 metri e mitragliava la
colonna lunga una decina di chilometri a ripetizione per almeno sette ore finché verso sera di
incominciò a vedere sul cielo nuovi combattimenti aerei e nella lontananza nel far della sera un
grande bombardamento e un chiarore a giorno per tutta la notte e nei giorni successivi.
Io ricordo che per riprendere la marcia in ritirata dovevo camminare sui morti e feriti e uscire fuori
pista ogni tanto perché nella carreggiata non era altro che neve pestata e gelata e ostruita da
materiali distrutti, camion, cavalli e uomini che con la forza della sopravvivenza si spingevano
sempre a camminare per mantenere il grosso della colonna in ritirata ma oramai ridotta agli
stremi con poche centinaia di migliaia di uomini e poche decine di carri armati.
Ogni tanto si fermava la ritirata davanti però sentivo dei grandi combattimenti capì subito che lì
veniva deciso la nostra sorte; erano difatti le truppe alleate tedesche che ripiegavano dal Mar
Nero e lì i russi vennero presi nella morsa provvisoriamente si capisce quel tanto però sufficiente
per darci il via libera; lì finirono i combattimenti e come un fantasma mi mischiai con i tedeschi,
rumeni, ungheresi…e cammina cammina piedi giorno e notte per non rimanere nella trappola di
un altro accerchiamento,
In Romania quando si arrivò dall’Italia nella cittadina di Falticeni (nei Carpazi) presi la malaria e
non l’avevo più avvertita ma proprio nel bello della provvisoria pensata salvezza mi riprese la
febbre malarica a 40-41 gradi e mi paralizzava finchè dopo qualche giorno mi venne di nuovo la
broncopolmonite cercavo lo stesso di tirare a camminare però crollai a terra e li dovevo morire.
Intanto avevo perso i sensi e del tutto la voce. Non so non ricordo se lo feci a proposito oppure fu
il male ma caddi al centro della carreggiata della strada mi vidi davanti una camionetta tedesca
con quattro uomini e riconobbi la divisa, erano della croce rossa appunto tedeschi militari.
Mi aprirono la bocca mi ascoltarono il respiro e li notavo ma non potevo parlare. Parlarono un
attimo fra di loro poi andarono alla camionetta presero delle coperte mi rinvoltarono e parti con
loro. Li persi tutti in sensi per circa otto giorni non ero più io e non ricordo assolutamente niente. I
tedeschi dopo otto giorni mi dissero cosa avevo e mi raccontarono tutto. “Tu in questo momento
sei in ospedale da campo tedesco fatto in una scuola; sei nella cittadina di Gomel; sei l’unico
italiano qui; ti abbiamo tagliato capelli barba e altro a zero a causa dei pidocchi; diagnosi di
malattia: la malaria ti ha portato al broncopolmonite e poi il peggio ti ha portato la pleurite al
polmone sinistro , tu hai una bella fibra; qui ti ha portato la croce rossa tedesca in camionetta per

750 km sei stato fortunato. Stai qui fermo a letto se hai bisogno da questo momento della toeletta
chiama il piantone, ti puoi solo alzare per i tuoi servizi.”
Ben rinvoltato erano passati ormai otto, nove giorni forse più e non mi rendevo conto cosa
veramente era successo, ero incredulo, la mattina dopo avevo avuto delle buone cure; volli
tentare di andare alla toelette mi accompagnò una crocerossina e lì trovai uno specchio: Paura
paura paura di non essere io, di circa i miei 70 kg il peso mi dissero era 37 kg… lo specchio mi fece
vedere la mia pelle bianca carta, gli zigomi e i miei orecchioni e tutto rasato a zero. Tornai subito a
letto dopo poco passò un medico un po’ alla meglio gli feci capire se morivo o guarivo. Lui mi
rispose “se dovevi morire era già capitato ma il tuo fisico è forte e guarirai e fra un mese ti
manderemo in Italia”
La mia permanenza nell’ospedale tedesco: fui curato come uno di loro, mi facevano iniezioni
giorno e notte non so di che tipo, mangiavo riso pasta carne ma tutto senza o pochissimo sale,
patate prese alla panna o latte in pochi giorni ripresi e incominciai a camminare, conversare ,
avere notizie del fronte. Fui trattato che oggi nel miglior ospedale non sarebbe possibile.
Non so da quando arrivai lì quanto passò, forse un mese più non so. So solo e riconosco che senza
il loro intervento sarei morto. Ricordo dopo un po’ di tempo anche a Gomel a quell’ospedale
incominciò l’ora di dove sgombrare perché si sentiva il cannoneggiamento che si avvicinava.
Un giorno mi chiama il comando tedesco e ci dissero di preparare se avevo qualcosa mi dettero
una specie di divisa italiana “stai pronto che qui c’è anche la ferrovia che funziona e domani e solo
domani dovrebbe passare dalla stazione un treno campo dalla maggior parte italiani, ungheresi
etc…ti consegneremo al capo convoglio.
E aggiunse anche “Noi si parte perché questo ospedale è in pericolo di essere preso dai Russi”,
difatti facevano valigie anche loro smontavano. Questo avvenne vero il marzo del ’43. La mattina
seguente un sottufficiale e due soldati tedeschi mi caricarono su autoambulanza e mi
consegnarono alla stazione dei generali in Polonia e un cappellano militare italiano il quale mi
condusse in un vagone ove erano ammucchiati feriti ammalati di varia nazionalità li in treno ci
arrangiammo un po’ alla meglio però mancava ogni servizio e non avevano viveri meno male che
rientrando in località senza guerra ogni tanto almeno due volte al giorno alla stazione ci fornivano i
civili locali qualcosa da mangiare; il viaggio durò dai sei ai sette giorni finché un bel giorno giunsi in
Italia e mi consegnarono a un reparto di alpini in località Vipiteno.
Qui a Vipiteno la prima cosa mi spogliarono di quegli stracci oramai ridotti in quei sette giorni
carichi di pidocchi e un’altra volta mi rasarono tutte le parti del corpo e una particolare la
disinfezione che mi fecero fu ed è tutt’ora un ricordo da non dimenticare.
Mi portarono in una stanza insieme ad altri e mi fecero spogliare come la natura ci ha creato e con
una macchinetta da capelli tagliavano quello che capitava un altro crocerossina con una
pennellessa da imbianchini ci disinfettava con certa roba che puzzava e ungeva. Non somigliava
per niente alla disinfezione che mi fecero nell’ospedale tedesco. Poi mi dettero una divisa nuova, il
ricambio e venni a fare la famosa chiamata in contumacia a Falconara. Serviva perché entro circa
30 giorni potevano sorgere delle malattie infettive allora prima di mandarci qualche giorno a casa
dovetti stare lì chiuso in contumacia 27 giorni. Arrivò il famoso aprile ’43 che potei venire a casa
dai familiari…
Tornai a la Villa, comune di Bucine, dalla mia famiglia composta dal padre Cesare, madre Anita, lo
zio fratello del babbo Domenico i fratelli Alfonso e Bruno, le sorelle Bruna e Bianca.

Ma lì che ero in licenza per 20 giorni non ebbi pace perché si riaccese il focolare della pleurite al
lato sinistro e il dottore di condotta mi consigliò di rientrare al reparto che mi era stato assegnato
alla 57ma campagna Genio artieri di Bolzano. Io, pur avendo una continua febbriciattola e dei
dolori non volli ripartire e così passarono venti giorni, finiti i quali si partì per Bolzano…
Intanto l’aria di campagna mi aveva tolto la febbre ma il mio fisico ridotto a poco più di un
fantasma dato che la notte, a causa della grande debolezza che mi dava la febbre, continuavo a
sudare… I miei familiari e poi anche i militari del reparto mi
dicevano che camminavo sui pericoli senza neanche
rendermene conto.
Al reparto marcai visita ma i tempi erano duri a causa della
guerra e per essere riconosciuti malati bisognava avere
anche la febbre; io la cercavo,la volevo, il male c’era e
bastava avere la temperatura alta. Ma niente, mi
riconobbero solo lo stato depresso con otto giorni di
servizi interni. Lo spiegai ai dottori, ripetei le malattie
avute in Russia e poi in Polonia ma non esistevano
documenti; in quel periodo io potevo essere stato
prigioniero o imboscato due mesi e mezzo, per il reparto
non esistevo, ero già morto.
Dopo il ritorno, con Nello Nesterini nella
Compagnia Artieri a Bolzano, 1943

Venne il momento di partire da Bolzano per Santa Maria Capua Vetere a sbarrare lo sbarco
americano ci rifornirono di automezzi, armi e un carro officina, macchinari e arrivammo in
primavera inoltrato, stabilendoci in un villaggio dove c’era una specie di fattoria, magazzini,etc..
Controllavamo che non sbarcassero gli alleati, intanto ci esercitavamo con le mine anticarro e
illuminavamo con le fotoelettriche. Eravamo a fine estate 1943, tutto sembrava tranquillo.
Ma nei primi di settembre cominciò a circolare la voce che l’esercito italiano era prossimo
all’armistizio, con gli alleati americani e inglesi. Infatti gli ufficiali davano ordini superficiali,
praticamente non davano più ordini, finché arrivò l’8 settembre che Badoglio proclamò la
cessazione delle ostilità e perciò dopo l’armistizio appena avvenuto iniziò il caos.
C’era chi voleva organizzarsi e combattere contro i tedeschi, chi voleva aspettare la sorte senza
combattere, chi voleva scappare senza le armi mettendosi qualcosa di borghese e andarsene.
Difatti la maggioranza fu per questa ultima soluzione e anche io scappai con altri cinque amici e
appena fuori ci buttammo nella campagna viaggiando tutta la notte per sfuggire i tedeschi, finchè
il primo mattino del 9 settembre 1943 ci fermammo davanti ad un ostacolo, sulla riva del fiume
Volturno.
Lì in quella località l’acqua era ristagnante e alta forse un paio di metri e più, tutti e sei sapevamo
nuotare ma era ancora buio e non potevamo sapere quanto era profondo il fiume, quanto era
largo e i pericoli che nascondeva; ci guardammo attorno per non essere visti dai tedeschi, era già
l’alba di un mattino di settembre, tra noi c’era anche un sergente esperto di nuoto.
Ci dice “Ragazzi qui se ci vogliamo salvare bisogna spogliarsi e con gli abiti facciamo una lunga
cordata. Io vado in testa nuotando e voi mi seguite come meglio potete, lasciatevi solo le
mutande”. Così facemmo e arrivammo nella riva opposta; arrivati lì venne preso una decisione di
comune accordo, dividersi in due gruppi, tre per gruppo, senza preferenza alcuna, dice il sergente
“sarà più facile che qualche famiglia ci dia abiti borghesi, trovare più facilmente da sfamarsi ed
essere meno visti dai tedeschi” e partiamo però tutti verso l’Abruzzo, verso Sulmona
attraversando le montagne facendo qualche giorno di sosta a Gallo Matese.

Lasciammo lì tutti i panni zuppi di acqua e via in mutande, io e altri due amici che erano con me,
uno di Bologna e l’altro di Como, trovammo subito dalle prime famiglie dei panni da campagnoli
da mettersi addosso e qualcosa da mangiare.
Ma non sostammo lì perché era molto transitato dai tedeschi e fascisti, era giorno e vedevamo a
poche decine di chilometri le prime montagne; avevamo attraversato in pochi svariate colline e
montagne sempre a piedi arrangiandoci da qualche famiglia più isolata dai paesi, elemosinando
qualcosa da mangiare.
Avvistammo un paese tutto in cima alla montagna, fatto di piccole casupole attaccate alla roccia,
ci guardammo e ci si chiese “ma sarà proprio quello Gallo Matese?” Era proprio quello, sperduto
fra i monti ma abbastanza grande e ospitale.
Andammo vagando in quelle viuzze strette, la gente usciva da dentro quasi preoccupata nel
vedere questi tre giovani messi un po’ male, nessuno ci apriva le porte né per darci da mangiare
né per offrirci un rifugio, si fece notte e cercammo di ripararci in un fienile alla periferia del paese,
ma al mattino io avevo la febbre a 40 e avevo un gran freddo e tremavo tutto, i miei due bravi
amici si intimorirono, erano più giovani di tre anni di me, non avevano fatto la campagna come
me, mi alzarono, mi rinvoltarono e a braccetto mi aiutavano a camminare, andando al centro del
paese a cercare un medico. Subito venne trovato dai paesani, tutti premurosi mi portarono in
ambulatorio, il dottore subito dichiarò che era malaria, io dicci a lui che in Romania l’avevo avuta e
in Russia e in Ucraina; mi interpellò su tutte le altre malattie così gli raccontai tutto quello che
avevo passato; intanto attorno all’ambulatorio si era fatto un gruppo di cittadini che vollero
accertarsi dal medico se eravamo dei tedeschi o dei fascisti. Con un consiglio immediato tra
dottore, il parroco e altre persone tra cui diversi vecchietti, dicemmo loro tutte le nostre
generalità, sia da borghesi che da militari e tutto quello che era necessario far sapere loro.
Fatto tutto questo da parte loro venne presa una decisione che il malato doveva essere portato
subito in una famiglia adiacente a quella del dottore e curato immediatamente, i miei due amici
messi lì vicino in un’altra casetta, ospiti della comunità, perché moralmente dovevano seguirmi e
promettere di non lasciarmi finché era possibile.
Il paese di prese cura di noi anche perché io ero reduce dalla Russia e volevano sapere di più di
qualche paesano, di parenti figli là dispersi e altri, per sapere ancora come viveva il popolo
sovietico a quel tempo.
Io ero debolissimo ma la febbre m prendeva solo dalle 14.30 alle 18 poi niente più. Intanto le mie
condizioni si aggravavano in seguito a sintomi di debolezza che mi creava la febbre di malaria; il
medico locale mi curava come mi curava la gente del posto, facevano a gara per procurarci il
necessario.
Ma ben presto capimmo che i tedeschi e fascisti anche lassù a Gallo Matese cominciavano a dar
fastidio ai civili,facendo domande e capimmo che non era più il caso di stare lì, creando un
pericolo di repressione alla cittadinanze così in segreto noi tre decidemmo di ripartire per
avvicinarci a casa nostra.
Partimmo dopo qualche giorno puntando sulla cittadinanza di Sulmona pensando si trovare il
sistema di prendere qualche treno, tenendo presente le mie condizioni di salute dovevamo
rischiare e i miei amici non erano sicuri a lasciarmi solo.
Così a piedi per vari giorni scalammo colline su colline e ci ritrovammo a Sulmona con un po’ di
precauzione riuscimmo a prendere il treno, mascherandosi fra altre persone facevamo i
mendicanti (essere più vecchi di quello che eravamo con la barba lunga i capelli incolti e attenti ai
vicini di carrozza). Era un rischio in quel momento del 90% di essere preso e andare a finire in
Germania prigionieri dei tedeschi ma dovevamo rischiare a tutti i costi, non c’era altro da fare.
Così sotto i sedili delle carrozze e dietro ai gabinetti nel corridoio del treno arrivammo ad Arezzo
per poi cambiare per Bucine. Arrivati per miracolo a Bucine ci dividemmo, il bolognese venne alla

Villa a casa mia e l’altro proseguì per la sua destinazione. Il bolognese si trattenne qualche giorno
da me e dopo ripartì.
Ormai eravamo all’autunno del 1943, io ripresi la mia vita normale in famiglia insieme ai miei
genitori, lo zio capofamiglia , due fratelli maggiori,due sorelle minori ma la mia salute non era
buona. Difatti prima mi riprese la bronchite quindi si riformò la pleurite avuta in Russia. Dopo che
iniziarono a passare mi riprese la malaria che avevo preso in Romania con la febbre alta due ore al
giorno.
Nonostante questo dovevo lavorare con la famiglia e mi misi a tagliare le scope per rimediare
qualcosa per mangiare e vestirsi dopo che a Capannole le truppe inglesi mi levarono la malaria.
Andai anche a lavorare per la ricostruzione del ponte della ferrovia di Bucine, che era stato
bombardato. Nel 1944 avvenne il passaggio del fronte, giorni terribili che affrontammo con la mia
fidanzata (poi mia moglie) Iva e le sue sorelle e la sua mamma. Aiutavamo le truppe americane e
inglesi dandogli vitto e protezione nei boschi di Gavignano, nella Valdambra. Partecipai anche alla
bonifica della Valdambra segnalando le mine anticarro che erano nei campi di cereali e che i
tedeschi avevano messo nei punti nevralgici.

A cura di Sara Bindi
Contatti: sarawbindi@gmail.com
Blog: http://biancobindi.blogspot.it/


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