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DIARIO BINDI BIANCO.pdf


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Il fronte jugoslavo
Passò qualche mese e facemmo addestramento con esplosivi e per passaggi ponti aereo. Venne la
fine del marzo 1941 e aggregati alla divisione Torino Autotrasportata anche noi del Genio fummo
equipaggiati con camion, fotoelettriche e mandati al fronte jugoslavo. Attraversammo da Fiume,
lungo la Costa Dalmata, il confine jugoslavo e lì a circa quindici chilometri incominciò qualche
sparatoria ma cosa da poco. Sì, perché si combattevano fra loro serbi e croati e i croati erano
favorevoli agli italiani, tanto è vero che quando si entrava in un paese o cittadina la folla si
accalcava tutta lungo la strada e striscioni di tricolori fatti ad arco adornavano il nostro passaggio,
donne, uomini, bambini si arrampicavano ovunque per vederci e applaudirci. Attraversammo la
città di Spalato tutta in festa per l’ arrivo degli italiani e, via via che occupavamo, la popolazione
croata ci acclamava sempre di più, finché raggiungemmo la cittadina di Ragusa, quasi al confine
con l’Albania e qui si incontrò le prime intolleranze da parte della popolazione verso noi italiani
che acclamava invece le truppe tedesche che erano entrate a occupare come noi Ragusa stessa; i
serbi ci fecero anche degli attentati e avevano il coraggio anche di schernirci. Capimmo subito il
perché, avevano bisogno di sfogo e ostinazione e in noi avevano visto il punto debole, anche
perché le nostre autorità compreso i cappellani militari avevano molta umanità nei loro riguardi:
da una parte questo è un dovere, dall’ altra loro ne approfittavano per farci del male.
Allora il generale di Divisione Torino dette a noi militari carta bianca, cioè si poteva anche sparare
a vista qualora ci avessero aggredito e insultato. Fu un’ ordinanza efficace, dal giorno seguente ci
rispettavano e ristabilimmo l’ordine pubblico fra croati e serbi e dopo qualche giorno ci
rimettemmo in marcia per puntare all’interno della Serbia sulla cittadina di Mostar e giunti lì ci
rendemmo conto del perché. I serbi avevano avvelenato l’ acqua potabile che riforniva Mostar e
tutta la vallata adiacente, lì da una montagna nasceva una sorgente di acqua di una quantità
enorme pressappoco come l’Arno. Noi del Genio avevamo l’incarico di illuminare con le
fotoelettriche tutta l’immensa cascata dell’acqua per far si che le sentinelle della fanteria
controllassero che nessuno si avvicinasse. Avevamo anche il compito di ripulire e scaricare tutte le
acque dei grandi tubi e depositi. Però la notte avvenivano dei combattimenti fra serbi e fanteria
italiana e ci furono svariati morti anche fra di noi. Anche lì ristabilimmo l’ordine pubblico poi
riconsegnammo alle truppe legali cioè ai croati la città e la sorgente e riprendemmo la via del
ritorno in Italia.
Voglio narravi un episodio, sempre a Mostar. In un grande edificio esisteva il tesoro di Stato, la
Zecca e gli slavi quando si accorsero dell’invasione, avevano murato delle stanzette invisibili piene
di lingotti di oro e d’argento da 10kg cadauno. Noi del genio eravamo in possesso del carro officina
con anche i martelli pneumatici cosicché avevamo l’incarico di smantellare questi muri e tirar fuori
l’ oro e l’ argento. Io non avrei mai pensato di rientrare subito in Italia e non mi venne in mente
minimamente di approfittare dell’occasione; quando fu dato l’ordine di rientro mi resi conto che,
tempo un paio di giorni, con i camion avrei raggiunto l’Italia e allora presi delle stoffe e dei viveri
non l’ oro perché non ero più in tempo.
Quando, per rientrare a Civitavecchia con i vagoni e camion sopra al treno, mi resi conto che si
sarebbe passati anche per la stazione di Bucine,a casa mia. Allora feci un grande pacco con le cose
che avevo preso, (anche un cappotto da ufficiale che poi prese mio fratello Bruno) con l’indirizzo
dei miei genitori di fuori ben visibile e lo gettai davanti alla stazione pregando chi lo avesse preso
di farlo recapitare ai miei familiari in località La Villa di Capannole. E così questa brava gente lo
fece. Aggiungo che se io avessi preso dell’oro mi sarei arricchito e potevo farlo perché non
avevamo controllo al momento dello sfondamento.