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la messa .pdf



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Autore: xx

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L’eucaristia domenicale: che cosa e come celebriamo?
Di Tiziano Repetto SI

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La messa
L’Ordo Missae
Per la versione dell’Ordo Missae del 65, il card. Ottaviani (S. Uffizio) e il card. Bacci ritennero troppo protestante questo messale e chiesero a Paolo VI di ritirarlo.
“Supplichiamo perciò la Santità Vostra di non volerci togliere - in un momento di cosí dolorose lacerazioni e di sempre maggiori pericoli per la purezza della Fede e l’unità della Chiesa, che
trovano eco quotidiana e dolente nella voce del Padre comune - la possibilità di continuare a
ricorrere alla integrità feconda di quel Missale Romanum di San Pio V dalla Santità Vostra
cosí altamente lodato e dall’intero mondo cattolico cosí profondamente venerato ed amato.”
Ma il papa non lo ritirò. Tuttavia nel ’70 venne pubblicato con un Proemio che spiegava e
sottolineava la continuità di questo messale con la tradizione, poiché contiene testi liturgici
di antichissima memoria (Es. Sacramentarlo Gelasiano del 1680). Di fatto il Vaticano II conosceva non solo il messale di Pio V, ma anche quelli anteriori (appunto il gelasiano, etc.) e
ha attinto anche a testi della Didaché.
La Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli si può considerare il più venerando ed antico catechismo
cristiano, essendo stata scritta solo una sessantina di anni dopo la morte di Cristo (passi di essa si
trovano infatti nella Lettera di Barnaba scritta verso l'anno 97 della nostra era).
Per es, “Ricordati, Signore, della tua chiesa, di preservarla da ogni male e di renderla perfetta nel tuo amore; santificata, raccoglila dai quattro venti nel tuo regno che per lei preparasti. Perché tua è la potenza e la gloria nei secoli.” (Didaché Cap X, par. V).
Non c’è dubbio che l’attuale Ordo Missae è assai arricchito rispetto ai precedenti: nel 1870
l’ordo conteneva solo 8 prefazi (La preghiera che va da “Il Signore sia con voi” al “Santo”).
Nel 1962 erano 15 in quello attuale sono ben 117, molti antichi e recuperati dalla Tradizione.
Quando inizia la messa? Formalmente con il segno della croce e il saluto del sacerdote, ma
R. Guardini parla di “santi segni”, laddove il primissimo segno di assemblea eucaristica è
il suono delle campane. Il popolo sente la campana e forma la prima processione verso la
chiesa per celebrare il mistero.

Che cos’è la messa?
E’ una memoria viva ed efficace, è il “memoriale” della Pasqua del Signore: nella Santa
Cena Gesù affida ai suoi il “memoriale” della nuova alleanza, realizzata nel suo sacrificio
pasquale. Siamo noi che mostriamo al Padre, nello Spirito Santo, che ricordiamo il sacrificio compiuto dal Figlio.
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E Gesù ci esorta a farlo fa con la solennità del comando:
“Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19 e 1 Cor 11,24 - 25).
In obbedienza a questa volontà di Gesù il memoriale della Sua Cena divenne subito un atto centrale della vita della Chiesa nascente: facendo tesoro dell’esperienza dei discepoli in
cammino verso Emmaus, che lo avevano riconosciuto allo spezzare del pane (cf. Lc 24, 31),
la comunità divenne assidua nella frazione del pane (come è anche chiamata l'eucaristia,
ad esempio nelle belle descrizioni della vita della comunità delle origini nel libro degli Atti
degli Apostoli: 2,42 e 46).
Per celebrare il memoriale della Pasqua di Gesù i discepoli iniziarono a radunarsi nel
giorno della Sua resurrezione, il primo dopo il Sabato, considerato perciò l'ottavo giorno e
ben presto chiamato “Domenica” (da “Dies Dominica” = “giornata del Signore”).
Mediante questo atto la comunità e ciascuno dei credenti sapevano di poter incontrare il
Signore Risorto, per portare a Lui le domande e i bisogni della propria esistenza e ricevere
da Lui il dono della vita nuova che viene dall’alto.

Parti della Messa






Letture
Preghiere
Canti
Eulogie (preghiere al Padre “Per il nostro Signore Gesù Cristo…”)
Silenzio

Per le letture si usa il lezionario che contiene tutte le letture per i tre anni (Vangelo A, B, C)
e i pari e i dispari per le letture propriamente dette.
Per inciso, il prete non può inventarsi le preghiere. Il fedele ha il diritto, sancito dal Codice
di Diritto canonico, di sentire la messa così come è nell’Ordo Missae. Quindi se sentite un
prete che improvvisa le formule, etc., potete dirgli, dopo, che non gli è lecito, gli rendete
un servizio…
Can. 214 - I fedeli hanno il diritto di rendere culto a Dio secondo le disposizioni del proprio rito approvato dai legittimi Pastori della Chiesa e di seguire un proprio metodo di vita spirituale, che sia
però conforme alla dottrina della Chiesa.

Struttura
 Riti d’ingresso
 Liturgia della parola
 Riti di offertorio
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 Liturgia eucaristica
 Riti di comunione
 Conclusione
Abbiamo tre riti e due liturgie oltre la conclusione. Che differenza c’è tra rito e liturgia?
Nel rito, il popolo partecipa con processioni, canti, gesti, etc. Nella liturgia il popolo sta
fermo e, possibilmente, attento.
I riti hanno sempre delle litanie (ossia una serie di petizioni cantate o recitate da un prete,
un diacono o un cantone a cui il popolo risponde con formule fisse) che li accompagnano:
 la prima litania è il Kyrie eleison,
 la seconda è la preghiera dei fedeli (Ascoltaci Signore)
 la terza è l’Agnus Dei.
I canti: i canti sono contenuti nell’Ordo Cantus Missae, alcuni si trovano anche nel messale
in modo che anche il sacerdote, se necessario, possa intonarne uno.
Non tutti i canti vanno bene per la messa. Niente canti rivoluzionari, niente cori alpini,
niente canzoni di De André…
Diceva Giovanni Paolo II: «Bisogna pregare Dio non solo con formule teologicamente esatte, ma anche in modo bello e dignitoso». «A questo proposito la comunità cristi ana deve
fare un esame di coscienza perché ritorni sempre più nella liturgia la bellezza della musica
e del canto. Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti e poco consoni all’atto che si celebra».
Per mettere un freno all’uso liturgico di musiche e testi inadatti - si ascoltano, nelle parrocchie, canti alla Vergine tratti dalla «Buona Novella» di Fabrizio de Andrè - la Conferenza episcopale italiana anni addietro ha diffuso un repertorio doc di 360 «testi», selezionati
secondo tre criteri: «pertinenza rituale, verità dei contenuti, qualità della composizione».
Ma anche nel repertorio classico ci sono capolavori «ineseguibili in chiesa», per es. la Missa sollemnis di Beethoven e la Messa di Requiem di Verdi!
Inoltre, il canto deve essere intonato da tutti, non solo dalle cinque persone che formano la
“schola”. Il canto serve per radunare le persone, per farle sentire un solo corpo, per mettere fine ai pensieri della quotidianità e farle entrare nella dimensione eucaristica vera e
propria.
Come vestirsi? E’ il sacrificio del Signore, possibilmente evitare infradito, ombelichi e mutande a vista, etc. Ci si dovrebbe vestire come per un appuntamento con una persona di
riguardo. Spalle scoperte, scollature duodenali, minigonne ascellari hanno il solo scopo di
distrarre, del resto non si viene in chiesa per esibirsi o sedurre… Qualcuno sospetta che il
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prete una volta fosse rivolto con le spalle al popolo proprio per evitare questo tipo di distrazioni!

L’introito
Una volta si diceva Introibo ad altare dei, che è un versetto di un salmo. L’introito deve essere eseguito in modo completo: il sacerdote passa lungo la navata centra per raccogliere
idealmente tutti i fedeli e portarli con sé all’altare. L’introito “teatrale” non va bene, non è
un introito vero. L’introito attraverso la navata centrale ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme la domenica delle palme. Nelle messe solenni c’è anche l’incenso, i ceri e il vangelo portato dal diacono.
L’incenso è una resina gommosa ricavata dalla corteccia di alcune piante (terebinto, ecc) dell'Etiopia e dell'Arabia. Già in uso tra i pagani, fra gli ebrei costituiva un'offerta particolare in alcuni sacrifici e si faceva al mattino e alla sera. Nel III secolo lo si adoperava solo sulle sepolture. Dal IV secolo a poco a poco entrò nell'uso liturgico. Dapprima veniva bruciato su un supporto fisso, poi su
qualcosa di mobile: il turibolo. Il profumo che emana, bruciando, indica il "buon profumo di Cristo"
(2 Cor. 2,15). Indica anche il sacrificio che si consuma e sale gradito a Dio, la preghiera, la purificazione e l'onore dovuto. Di solito lo si usa per dare maggiore solennità. Dopo la recente riforma l'uso
è facoltativo. E’ quindi il segno della preghiera che sale al cielo, ma anche un modo di pregare con i
sensi (la vista, l’olfatto). Gli ortodossi hanno un aroma di incenso diverso per ogni festa. Poi nelle
assemblee serviva anche per coprire gli odori che si formavano… (Es. Santiago de Compostela).
Il sacerdote (qui sull’altare è sacerdote, mentre è “prete”, ossia “anziano”, nella vita ordinaria) si genuflette al Santissimo (attenzione: genuflessione al Santissimo e inchino
all’altare) e bacia l’altare. L’altare è Cristo, quindi non si mettono occhiali, predica, fiori,
candelabri, etc. su di esso. Non si dovrebbe! Ma si fa… Dopo i matrimoni non si deve usare come scrivania per mettere le firme!
E dovrebbe essere un vero altare, non un triste tavolino, e con le reliquie dentro.
Poi il prete saluta: “Il Signore sia con voi. E con il tuo spirito.” Quale spirito? Si riferisce
allo Spirito Santo che il prete ha ricevuto dall’ordinazione, non si parla di altro tipo di spirito, senso dell’humor, etc.
Poi il prete, o chi è in grado, può fare una BREVE introduzione alla messa. Nelle messe per
i bimbi, va bene che la faccia per es. il catechista o un genitore, etc. Non bisogna fare
un’omelia, neppure dire “Buongiorno, come state?” o ricordare i compleanni dei fedeli,
fare comizi, etc. Bisogna arrivare quanto prima alle letture.

Atto penitenziale
“Fratelli, prima di celebrare i santi misteri…” cui segue una pausa di silenzio. E deve essere una pausa di silenzio VERA, almeno 30 secondi per pensare alle proprie mancanze. Ci
sono vari tipi di atto penitenziale, almeno tre. Quella con i tropi (ossia “Cristo che hai re5

dento i contriti di cuore, abbi pietà”) può essere adattata dal prete ossia si può improvvisare sul momento. Ma se il prete non sa improvvisare è meglio lasciar perdere, piuttosto che
dire banalità!
Segue l’assoluzione. Tale assoluzione non assolve le colpe gravi ma solo quelle lievi (veniali) serve per assolvere dai peccati giornalieri, comuni e favorisce l’unione e la riconciliazione tra i fedeli. Quindi, quando ci si scambierà la pace, i fedeli sono già riconciliati e possono con cuore leggero scambiare un segno di comunione fraterna.
Il Gloria è un inno antichissimo, che i cristiani cantavano al mattino. Essendo un inno
dovrebbe essere, a rigor di logica, cantato.
Segue la “Colletta” (dal lat. Collecta, ossia “raccolta”, perché raccoglie tutte le preghiere
e i desideri del popolo cristiano). Si compone di quattro parti.





“Preghiamo”
Silenzio
Preghiera
Amen del popolo.

Anche il silenzio è parte della preghiera, quindi durante questo silenzio bisogna avere un
poco di tempo per pensare a una preghiera.

Le letture
Le letture non sono lette con scopo didattico, si sta celebrando una liturgia, è il Cristo con
la sua parola che di parla. La scrittura è lettera che diventa parola viva. Non è liturgico
usare i foglietti domenicali per leggere le letture e il vangelo, occorre il lezionario, o meglio
ancora l’evangeliario, con una bella copertina, che viene portato in processione.
Inoltre quando il lettore legge, è bene ascoltare la Parola piuttosto che leggerla sul foglietto
in contemporanea al lettore, perché l’assemblea liturgica presuppone un ascolto comunitario e non una lettura individuale.
Per questo il lettore deve leggere distintamente e con voce chiara, lentamente, dando
espressione al testo e rispettando le pause.
Meglio avere uno o più fedeli con il ministero del lettorato (solo uomini secondo il CIC…)
però poi anche le donne leggono, benché senza il ministero del lettorato.
Can. 230 - §1. I laici di sesso maschile che abbiano l'età e le doti determinate con decreto dalla
Conferenza Episcopale, possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori e di accoliti; tuttavia tale conferimento non attribuisce loro il diritto al
sostentamento o alla rimunerazione da parte della Chiesa.

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E’ bene che il lettore/trice si presenti vestito/a in modo decoroso, niente ciabatte, abbigliamento stravagante, etc. Nulla che attragga l’attenzione su di lui/lei a scapito della Parola.
La lettura si proclama dall’ambone, che rappresenta la pietra rovesciata del sepolcro da cui
l’angelo proclama la resurrezione. Sarebbe bene avere due amboni distinti, uno riservato
alla parola, uno riservato alla predica. Sarebbe bello usare il pulpito, se presente! Ci sono
di norma tre letture: l’AT (Nella Pasqua si leggono gli Atti), l’Apostolo e il Vangelo.
Non è consentito leggere altre letture, brani di giornali, romanzi, etc. e neppure riassumere
a voce la lettura anziché proclamarla.

L’omelia.
Dura tra i 7 e gli 8 minuti non oltre. E’ sempre il centro della liturgia. Il concilio dice che
l’omelia deve essere come l’annuncio delle meraviglie operate nella storia della salvezza e
come esse si compiono oggi per il popolo (Cf Lc 4 in cui Gesù legge Isaia e poi lo commenta dicendo “oggi si è compiuta la salvezza”)
Si può commentare il solo Vangelo o tutte e tre le letture.
Non si deve “usare” l’omelia per i propri scopi, per rimproverare, per fare propaganda,
perché il popolo non può replicare, quindi occorre cautela. Se incontrate un prete che usa
l’omelia per i suoi scopi potete, anzi dovete, riprenderlo oppure dirlo al suo vescovo o superiore.
Si dice che “In cinque minuti si annuncia Dio, in dieci se stessi, in quindici il dem onio…”
Un’omelia sproporzionata non è liturgica. Solo ai vescovi è concessa un’omelia “lunga”,
qualora le circostanze lo richiedano. E comunque nessuno può riprenderli, se non il papa
stesso…

La preghiera dei fedeli.
Le intercessioni della preghiera eucaristica (“ricordati Signore dei tuoi fedeli…” sono per
la chiesa tutta. Nella preghiera dei fedeli propriamente detta, i fedeli pregano per il mondo
intero. Attenzione a evitare preghiere troppo personali “Ti affido mia cognata, mio cugino,
etc.” La risposta tipica è “Ascoltaci Signore” però purtroppo spesso si risponde con altre
formule “strane”.

L’offertorio.
O meglio si tratta di preparazione dei doni, perché l’offertorio vero e proprio è quando si
offre il sacrificio di Cristo al Padre.
Le tre parti, ossia l’offertorio, la preghiera eucaristica, e i riti di comunione derivano dai
gesti di Gesù. Le offerte possono essere in natura o in denaro. Per esempio nelle messe pa7

pali ci sono molti che offrono oggetti. In questo caso però gli oggetti devono essere pertinenti, ossia offrire una bicicletta, un quadro d’autore o una pianta non ha molto senso. Ma
per esempio un vaso di miele o uno scatolone di spaghetti per i poveri ha senso, perché è
utile al Corpo Mistico della Chiesa, anche se di solito non si usa, ma si usava nel tempo antico, in cui i partecipanti all’Eucaristia portavano anche cibo e vestiario e lo offrivano alla
Chiesa per chi non aveva nulla.
I doni tipici sono però il pane e il vino e le offerte in denaro, che non sono una tassa ma
un’offerta e deve essere portata sull’altare e non direttamente in sacrestia! Queste offerte in
denaro non servono per il prete etc. ma contribuiscono a coprire le spese vive:
l’illuminazione, le ostie, il vino, le candele, etc.
Se c’è il canto il prete prega in silenzio per la preparazione dei doni. Se non si canta, si risponde “Benedetto nei secoli il Signore”.
La patena (ossia il piattino che contiene le particole) o la pisside (una coppa più grande
usata quando occorrono molte particole) e il calice non devono essere posate direttamente
sul corporale (pezzo di tessuto che si stende sull’altare su cui si effettua la consacrazione).
L’accolito o il diacono deve infatti prima passare la pisside e il calice direttamente al prete
che dice la preghiera e solo dopo li posa sul corporale, perché deve vedersi l’atto di offerta
al Signore. Questo gesto deriva da
Levitico 23:9-11 9 Il Signore aggiunse a Mosè: 10 "Parla agli Israeliti e ordina loro: Quando sarete
entrati nel paese che io vi dò e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia
del vostro raccolto; 11 il sacerdote agiterà con gesto rituale il covone davanti al Signore, perché sia
gradito per il vostro bene; il sacerdote l'agiterà il giorno dopo il sabato.
In cui appunto si offrivano al Signore i covoni della mietitura.
Nel calice del vino (che era presente nella cena ebraica) si versano alcune gocce d’acqua,
dicendo una formula opportuna. Quest’acqua ha il senso della nostra trasformazione: siamo acqua ma diventiamo vino puro nella liturgia, ma alcuni la intendono come il sangue e
l’acqua che sgorgarono dal costato del Crocifisso.
Dopo la preparazione dei doni, il sacerdote si lava le mani dicendo una formula. Questo
perché anticamente era necessario, il popolo portava cibi e bevande (Pesci, pane, vino) e
questo poteva effettivamente sporcare le mani, quindi era proprio necessario lavarle. Col
tempo, questo divenne un rito detto “lavabo” (dal lat. “laverò” derivato da un versetto del
salmo 25 che dice “Inter Innocentes lavabo manus meas”). Oggi il lavabo è inteso anche
come il lavandino domestico…
Dopo si dice l’orazione sui doni. Ci si alza durante questa orazione, non durante la preghiera eucaristica (“Il Signore sia con voi”).
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La preghiera eucaristica.
In oriente si chiama “anafora” in latino “canone”. Anticamente era una sola, il canone romano o preghiera eucaristica prima. Oggi ne abbiamo una decina.
Intanto è un’eucaristia (un ringraziamento). Il motivo del ringraziamento può essere duplice: un motivo legato al giorno stesso o un motivo generale.
Si compone di un prefazio (dal “Il Signore sia con voi” fino al “Santo”) e dal canone vero e
proprio. Tutta la preghiera è consacratoria e si compone dell’anamnesi, ossia del racconto
(“La sera della sua passione…”) e poi della consacrazione vera e propria (parole
dell’istituzione “Prendete e mangiatene tutti…”), Quello che raccontiamo si rende presente per la forza evocatrice. Nel canone romano si dice “Prese questo glorioso calice”.
Dopo il prefazio c’è l’epiclesi, ossia la richiesta al Padre di inviare lo Spirito Santo per santificare i doni. Durante l’epiclesi, ci si inginocchia se è possibile, non prima o dopo. Le
norme liturgiche prescrivono che ci si inginocchi, se le condizioni lo permettono.
La transustanziazione, ossia il cambiamento del pane e vino in corpo e sangue, avviene
nel corso della preghiera eucaristica, e l’elevazione è il momento culminante. Ma non è
detto che avvenga proprio in quel momento. Ossia, non lo sappiamo e basta…
Durante le parole dell’istituzione, non si deve spezzare il pane. Alcuni lo fanno, pensando
che il gesto chiarisca meglio le parole (“prese il pane lo spezzò”) ma allora dovrebbero anche darlo a tutti i partecipanti (“lo diede ai suoi discepoli”, il che non è possibile se i partecipanti sono centinaia). La messa non è una rappresentazione teatrale di quello che Gesù
fece, ma invece è ricca di simboli che richiamano il mistero. Inoltre dovrebbe sempre essere il celebrante che dà la comunione ai fedeli, quindi non si dovrebbe lasciare corpo e sangue sull’altare, lasciando che i fedeli facciano un self service…
Poi c’è la dossologia (Per Cristo, con Cristo…) e l’amen. La dossologia è riservata al sacerdote, quindi il popolo non deve dirla, anche se a volte si sente detta dal popolo.
Segue il Pater Noster con l’embolismo finale (Tuo è il regno…).
La Pace. Alcuni sacerdoti fanno pregare il popolo con la formula riservata al celebrante
(Signore Gesù Cristo…). Non è corretto. Al popolo è riservata solo l’invocazione Amen.
Ossia, se il popolo prega assieme al celebrante non è detto che la richiesta di pace sia più
forte… La pace si scambia solo con i vicini, si sconsiglia di percorrere tutta la chiesa dando
la pace a chiunque. Prima del Concilio era limitata ai presbiteri. Si dice un segno di pace,
quindi può essere una stretta di mano, un abbraccio, un bacio. E’ chiaro che due sposi non
si stringeranno solo la mano, ma è auspicabile che si bacino…

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In alcuni Paesi (Malta per esempio) alla Pace la gente si volta e fa solo un sorriso senza
strette di mano o baci.
Poi c’è il Beati gli invitati che è tratto dall’Apocalisse e parla del banchetto escatologico. Il
popolo risponde con le parole del centurione, ossia diciamo che comunque non siamo degni di partecipare alla mensa. Se ne fossimo degni, probabilmente non ne avremmo bisogno!
La comunione si prende in processione. Si formano due file nella navata centrale e poi si
ritorna al proprio posto percorrendo le navate laterali, qualora sia possibile, diversamente
si intralcia il traffico. La comunione si può prendere in mano o direttamente nella bocca,
senza mordere le dita del celebrante… Occorre sporgere la lingua quel tanto che basta perché il sacerdote deponga la particola su di essa. Chi la prende in mano è tenuto a consumarla subito davanti al celebrante. Se si vede qualcuno che torna al posto con la particola
in mano, va fermato, con gentilezza, e bisogna dirgli di consumare la particola subito.
Qualcuno dice che le mani compiono tanti peccati, quindi non conviene prendere con esse
la particola. Ma la lingua invece non compie peccati?
Dopo la comunione si fa una preghiera di ringraziamento (eucaristia=ringraziare) in ginocchio o seduti, come meglio aiuta.
Seguono gli avvisi e i riti di conclusione. Bisogna evitare di fare un’altra omelia durante gli
avvisi! Al termine della messa, si attende che il celebrante esca, non ci si precipita
all’uscita, ma si dovrebbe cantare il canto finale.

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