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Le origini della crisi cinese tra Shadow Banks e città fantasma .pdf



Nome del file originale: Le origini della crisi cinese tra Shadow Banks e città fantasma.pdf
Autore: P505037

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LE ORGINI DELLA CRISI CINESE:
TRA SHADOW BANKS E CITTA’ FANTASMA
Articolo a cura di Leonardo Nistri
Personal Financial Advisor
Banca Widiba
A causare la crisi del mercato finanziario cinese non è stato il dato (-8,3%) dell’export di Luglio
2015, sarebbe limitativo addirittura definirlo come ciò che ha scoperchiato il “vaso di Pandora”.
Che il PIL della Cina non sarebbe continuato a crescere all’infinito in doppia cifra era sotto gli
occhi di tutti: i gestori definivano questo inevitabile rallentamento “hard landing” (atterraggio
difficile). Il dato sulle esportazioni di Luglio ha semplicemente alimentato i timori che il processo di
crescita cinese stesse rallentando più del previsto.
Ciò che importante comprendere sono le cause che sono intervenute ad aggravare questo
rallentamento, le quali risiedono nell’architettura del piano di sviluppo economico intrapreso dalla
Cina nel 2011.
Obiettivo di questo documento non è quindi parlare di quanto sia sceso il mercato cinese o di
quando potrà ritornare ai livelli pre-crisi, bensì tracciare un quadro dettagliato del sistema
economico sottostante a quel mercato.
Nel corso della lettura si potrà evincere che alla base dello sviluppo cinese e della crescita a doppia
cifra del suo PIL c’è un sistema caratterizzato da speculazioni, città fantasma e credito di qualità a
dir poco discutibile.

(Alcune stime parlano di 64 milioni di abitazioni disabitate che hanno originato vere e proprie “città fantasma”)

1

IL PIANO DI SVILUPPO ECONOMICO 2011 – 2016
Alla base del crollo del mercato azionario cinese avvenuto nell’Agosto del 2015 vi sono i timori che
il nuovo modello di sviluppo economico della Cina risulti inefficace se non addirittura fallimentare.
La crisi economica mondiale del 2008 ha evidenziato la debolezza dell’economia cinese a resistere
a shock esogeni, da un lato a causa del calo delle esportazioni e dall’altro a causa dell’enorme
quantità di debito pubblico estero detenuto. Tali fattori sono strettamente collegati tra loro e sono
l’emblema del modello di sviluppo economico che la Cina ha seguito per oltre 30 anni.
La Cina ha sempre acquistato titoli di Stato americani grazie alla sua eccedenza di risparmi: la sua
bilancia commerciale è infatti in attivo dal 1994 e le sue riserve valutarie, in continua crescita, sono
ad oggi pari a 3.700 miliardi di dollari. Oltre il 50% di queste riserve sono state costantemente
investite in titoli di Stato americani denominati in dollari allo scopo di contenere, almeno in parte, la
rivalutazione dello yuan rispetto alla moneta di riferimento a livello mondiale. In tal modo le
esportazioni cinesi hanno potuto beneficiare di una moneta competitiva trainando la crescita del Pil
e degli investimenti strutturali.
Nel 2008 le economie occidentali sono state però messe in ginocchio da una crisi che ha colpito
duramente il potere di acquisto dei cittadini europei ed americani, il che ha avuto inevitabilmente
ripercussioni sull’export cinese. Dal 2008 al 2009 le esportazioni cinesi sono diminuite del 16%
abbattendo di fatto il trend di crescita del Pil cinese, fino ad allora caratterizzato da rialzi annuali in
doppia cifra, cresciuto in quell’anno solamente dell’1%. Nel 2008 la disoccupazione è di
conseguenza aumentata del 7,5%, una variazione insostenibile per un paese con 1,3 miliardi di
abitanti.
Il modello di sviluppo economico cinese doveva essere riconsiderato: occorreva ridurre
l’indipendenza dal resto delle economie sviluppate e quindi dalle esportazioni.
Fu così che il governo cinese ha deciso di varare il piano quinquennale 2011-2016 basato su un
modello di crescita votato ai consumi interni piuttosto che alle esportazioni. Si trattava di un
cambiamento epocale che avrebbe dovuto portare la Cina a diventare la maggiore potenza
economica del mondo.

La Cina si apprestava quindi a passare da un’economia di esportazione ad un’economia di
consumo.

Come tutti i piani di sviluppo, sulla carta anche quello della Cina era encomiabile. Si fondava sul
semplice principio che, per far si che i consumi interni aumentassero, era necessario rafforzare il
potere di acquisto della popolazione. Ciò significava aumentare i salari, ridurre le tasse, creare
nuovi posti di lavoro e promuovere forme di incentivazione statale a privati e imprese. Col Pil
trainato dai consumi interni, la dipendenza dalle esportazioni sarebbe calata e ciò avrebbe permesso
alla Cina di proseguire nel suo sviluppo in modo sostenibile, aumentando il reddito pro capite e le
condizioni di vita dei propri cittadini.

2

Di seguito una tabella riepilogativa degli obiettivi del piano 2011-2016:

Secondo tale schema, il primo passo da percorrere per innescare il trend rialzista dei consumi interni
era quello di aumentare il potere di acquisto dei consumatori.
Così nel Settembre 2011 il Ministero delle Imposte Cinese ha varato la nuova normativa fiscale
riguardo la soglia minima del reddito personale tassabile, passato da 2.000 RMB (circa 200 dollari)
a 3.500 RMB (circa 350 dollari) al mese.
Lo scopo di tale generosità era che i contribuenti utilizzassero le somme non versate allo Stato per
acquistare beni di consumo.
Nel 2010 i consumi privati in Cina rappresentavano soltanto il 35% del PIL, grazie all’incremento
del potere di acquisto della popolazione dovrebbero teoricamente arrivare nel 2020 al 51% del Pil.

3

Purtroppo la storia insegna che prima di intervenire sul welfare occorre attuare le necessarie
riforme strutturali, vero tallone d’Achille della Cina.
Senza un’adeguata normativa su settori come quello immobiliare, fiscale, del credito, della
giustizia, del lavoro e del mercato dei capitali, l’avidità che spinge ogni singolo essere umano a
cercare una vita migliore, può condurre a squilibri che col tempo diventano insostenibili.
Con queste premesse si sono formate le tre bolle speculative cinesi: quella immobiliare, quella
creditizia e di conseguenza quella borsistica.
Obiettivo di questo articolo non è fornire raccomandazioni di investimento, per cui non sarà trattata
l’evoluzione del mercato cinese e la sua influenza sulle altre piazze mondiali. Ritengo sia molto più
importante capire come si sono originate le turbolenze sul mercato cinese e la risposta a tale quesito
è semplice: dagli immobili e dal credito.

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LA BOLLA IMMOBILIARE
Come accade ogni qualvolta un paese intraprende un percorso di modernizzazione, la ricchezza
tende ad essere generata nelle città piuttosto che nelle campagne.
Il processo migratorio della popolazione cinese dall’entroterra verso la costa e le grandi città è in
atto da diversi anni. Nel 2011, per la prima volta nella sua storia, la Cina ha registrato più abitanti
urbani che rurali. Il culmine della migrazione è stato raggiunto nel 2014. Durante quell’anno, 18
milioni tra contadini e abitanti delle zone rurali si sono spostati verso le città in cerca di migliori
condizioni di vita, istruzione e servizi sociali, spingendo il tasso di urbanizzazione del paese al 60%.
Urbanizzazione significa più abitanti nelle città, ovvero più case da costruire per contenerli.
Il settore immobiliare è indiscutibilmente considerato il motore di un’economia. Per costruire case
servono architetti, ingegneri e muratori. Per acquistarle servono agenti immobiliari, finanziatori e
altri intermediari. Per renderle abitabili servono arredamenti, elettrodomestici, impianti idraulici,
condutture del gas, elettricità ed un’infinità di altri prodotti e servizi.
Se molti analisti si dicono attualmente preoccupati dalla “droga” che le Banche Centrali di molti
paesi stanno iniettando nel sistema finanziario, tutto ciò non è niente se paragonato alla droga che
un sistema immobiliare surriscaldato è capace di immettere nell’economia reale sotto forma di
ricchezza priva di sottostante.
Si parla di “ricchezza priva di sottostante” quando non si stanno producendo beni di consumo
realmente destinati al consumo.
Per spiegare meglio questo concetto avvaliamoci di un esempio.
“Ipotizziamo il caso di un’impresa che produce divani, divani che come tali sono destinati ad
essere acquistati dai proprietari di case.
Se l’imprenditore nota che il numero di case in costruzione aumenta ogni anno in concomitanza
all’aumento del numero di case vendute, si premurerà di aumentare la produzione così da poter
soddisfare la domanda crescente.
Per produrre più divani sarà costretto ad acquistare altri macchinari (beni di lungo periodo),
assumere altro personale (contribuendo a ridurre la disoccupazione) e a indebitarsi per sostenere
le spese (prendendo denaro a prestito dalle banche).
Il ritorno economico di tali investimenti però non sarà immediato, bensì avverrà proporzionalmente
alla crescita della domanda ed alla sua soddisfazione. Questo equilibrio ponziano1 permane sino a
quando la domanda di nuove abitazioni (e quindi la domanda di divani) continua a crescere.
La domanda di nuove abitazioni però ne provoca l’aumento del prezzo. Nel momento in cui i prezzi
Lo schema Ponzi è un modello economico di vendita truffaldino che promette forti guadagni alle vittime a patto che
queste reclutino nuovi "investitori", a loro volta vittime della truffa. Lo schema di Ponzi permette a chi comincia la
catena e ai primi coinvolti di ottenere alti ritorni economici a breve termine, ma richiede continuamente nuove vittime
disposte a pagare le quote. I guadagni derivano infatti esclusivamente dalle quote pagate dai nuovi investitori e non da
attività produttive o finanziarie. Il sistema è naturalmente destinato a terminare con perdite per la maggior parte dei
partecipanti, perché i soldi "investiti" non danno alcuna vera rendita né interesse, essendo semplicemente incamerati dai
primi coinvolti nello schema che li useranno inizialmente per rispettare le promesse.
1

5

delle abitazioni superano il potere di acquisto degli acquirenti, la miccia si accende: la domanda di
nuove case smette di crescere e inizia gradualmente a calare (per la legge della domanda e
dell’offerta).
Se si vendono meno case va da se che si venderanno memo divani in quanto nelle case disabitate
non servono i divani. L’imprenditore ha però ormai acquistato i macchinari e non può venderne
una parte in quanto si tratta di beni indivisibili; allo stesso tempo sarà costretto a licenziare alcuni
lavoratori per adeguare la sua produzione alla domanda. Nel frattempo l’istituto di credito esigerà
comunque la stessa quantità di capitale e di interessi, nonostante i ricavi dell’imprenditore siano
diminuiti.
Essendo calata la domanda di nuove abitazioni, in quanto i consumatori non possono più
permettersele, i prezzi degli immobili continueranno fisiologicamente a scendere fino a quando il
potere di acquisto e il costo delle abitazioni non saranno riallineati. Durante questa fase
l’imprenditore vedrà contrarre costantemente i propri ricavi (in quanto venderà meno divani di
quanto aveva previsto) non riuscendo così a rimborsare interamente l’istituto di credito.
La conseguenza sarà che l’imprenditore ed i suoi dipendenti avranno meno potere di acquisto e
perciò consumeranno meno, mentre la banca dovrà registrare in bilancio una perdita su crediti. Si
causerà quindi un danno sia alla popolazione che agli istituti di credito.
La ricchezza priva di sottostante di cui si è parlato prima non è altro che il numero di divani che
l’impresa ha prodotto basandosi non su una domanda reale, bensì sulla convinzione (priva di
fondamento) che questa sarebbe cresciuta ancora.”
Pur essendo solo un aneddoto, la situazione che si è verificata in Cina è addirittura peggiore...
Per gestire l’enorme flusso migratorio in atto verso le città, il mercato immobiliare cinese è
cresciuto a dismisura. Nel 2009 il governo ha prestato alle imprese attive nel settore immobiliare
oltre 4.250 miliardi di yuan (pari a 500 miliardi di euro) affinché fossero edificati grattacieli, case
ed appartamenti.
Per avere un’idea di quante risorse siano state destinate alla cementificazione, un’analisi di JP
Morgan stima che nel 2011, per ogni cittadino cinese, sono state utilizzate 1,5 tonnellate di cemento
(da sottolineare che la popolazione cinese è superiore a 1,3 miliardi).
La domanda di nuove abitazioni è stata però ampiamente “sovrastimata” provocando una crescita
incontrollata dei prezzi.
L’aumento dei prezzi ha fatto si che i lavoratori migrati nelle città, per i quali erano state costruite
le nuove abitazioni, non avessero il potere di acquisto necessario per acquistarle.
Le conseguenze di uno scenario simile sono state che, mentre venivano e tutt’ora continuano ad
essere edificate vere e proprie città fantasma, il numero di abitanti delle baraccopoli o delle case
scatola (larghe poco più di un metro quadro) è aumentato vertiginosamente.

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(A sinistra un classico appartamento “scatola” di Hong Kong; a destra la città fantasma di Hangzhou, progettata nel
2001 come riproduzione di Parigi per contenere oltre 100.000 famiglie cinesi, sebbene ad oggi ne contiene circa 6.000)

Se da un lato la classe medio-bassa non poteva permettersi l’acquisto di una casa a causa dei prezzi
troppo alti e in continua crescita, dall’altro questa situazione rappresentava un’occasione di
investimento per la classe medio alta.
Sfruttando la continua crescita del valore degli immobili, era infatti possibile speculare sul mercato
immobiliare indebitandosi per acquistare un immobile e rivendendolo poco dopo ad un prezzo
superiore.
L’opalescenza del mercato immobiliare e l’approssimazione della disciplina giuridica hanno
favorito una situazione in cui migliaia di appartamenti sono stati venduti e rivenduti sempre sulla
carta. Molte persone hanno venduto la casa ed hanno utilizzato il ricavato per l’acquisto a leva di
altri appartamenti indebitandosi con un mutuo.
Alla fine del 2008 a Shanghai tre quarti dei prestiti erogati erano destinati al settore immobiliare, la
quota di progetti immobiliari finanziata dalle banche consisteva nell’80% dei valori presunti di
vendita ed i mutui rappresentavano il 48% dei crediti a medio e lungo termine.
La bolla immobiliare ha potuto perciò continuare a gonfiarsi grazie alla speculazione della classe
medio-alta, evitando di scoppiare non appena il livello dei prezzi degli immobili ha superato il
potere di acquisto della classe medio-bassa.
Non appena però gli immobili hanno iniziato a diventare inaccessibili anche alla classe medioalta la bolla è scoppiata.
Per far fronte all’imminente tracollo del mercato immobiliare, il Governo cinese, a partire dal
secondo semestre del 2009, ha messo in atto una serie di misure volte a scoraggiare la salita del
prezzo degli immobili.
Escludendo il 2015, anno dello scoppio della bolla finanziaria cinese, tra i vari provvedimenti i più
significativi sono stati:



Aumento dell’importo del deposito per l’acquisto della prima casa dal 20% al 30% del
prezzo dell’immobile.
Aumento dell’importo del deposito per l’acquisto della seconda casa dal 50% al 60% del

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prezzo dell’immobile.
Continui incrementi del coefficiente di riserva obbligatoria delle banche allo scopo di
scoraggiare l’erogazione di crediti di scarsa qualità.
Fissazione di un limite massimo di capitale erogabile dalle banche per mutui diretti
all’acquisto immobili.
Incremento degli interessi esigibili sui mutui.
Divieto di acquistare più di due case per ogni abitante.
Introduzione della “Property tax” tramite un’aliquota dello 0,6 % applicata alle seconde
case.

Queste misure, seppure abbiano funzionato da cure palliative, non hanno risolto uno dei problemi di
fondo del mercato immobiliare: l’investimento immobiliare in Cina è rimasto un investimento
troppo attraente per scoraggiare i potenziali investitori.
In tal senso il governo di Pechino ha deciso di intervenire riformando il settore degli strumenti di
investimento del risparmio privato alternativi all’acquisto dell’immobile. Sono state così varate la
Riforma Bancaria del 2009 e la Social Insurance Law del 2011 le quali, per la prima volta, hanno
disciplinato in modo strutturato il sistema previdenziale gettando così le basi per introdurre
strumenti di investimento come le polizze di risparmio forzoso, valide alternative di investimento
all’acquisto immobiliare.
Tutte queste riforme non sono riuscite però a congestionare il mercato immobiliare, il quale ha
mediamente continuato a crescere (i prezzi degli immobili in Cina variano in modo sostanziale da
zona a zona, restando estremamente elevati soprattutto nelle metropoli):

6500

5791

6000
5500

5032

5357

6237

5000
4500

3800

4000

3367

3500

2778

3000
2500

2063

2112

2250

2000
1500
1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013
(Dati in yuan al metro quadro)

Average Selling Price of Commercialized Buildings

Tale crescita però non è stata dovuta all’incontro tra domanda e offerta, bensì al perseguire
dell’incontrollata attività edilizia. Basti pensare che tra il 2013 e il 2014 i prezzi degli immobili
sono cresciuti del 3,5% mentre il numero di case comprate dalle famiglie per scopo abitativo è
sceso al livello più basso dell’ultimo decennio.
Il motivo per cui il mercato edilizio continua a crescere incessantemente nonostante abbia assunto
ormai i connotati della speculazione finanziaria dello schema Ponzi, risiede nella modalità del

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calcolo del Pil in Cina. Questa tiene presente infatti non solo del numero di costruzioni vendute,
bensì del numero di costruzioni avviate. Da qui è possibile evincere le ragioni della discrepanza tra i
dati ufficiali di crescita del Pil cinese e quelli reali, dati che invece di descrivere il reale stato delle
cose sono a detta di molti manipolati per ottenere consenso e ridurre il malcontento popolare.
L’unico modo per porre fine alla crisi immobiliare cinese è far si che i cittadini acquistino
effettivamente le abitazioni costruite.
A tal riguardo il governo cinese ha recentemente attuato un’azione congiunta tramite il Ministero
delle Finanze e la Banca Centrale annunciando una serie di misure che dovrebbero entrare in vigore
entro la fine del 2015.
Tra queste particolare importanza assumono:





L’abolizione dell’imposta di bollo di proprietà;
L’abolizione dell’imposta sul valore aggiunto sui terreni;
La riduzione all’1% della tassa sul contratto di acquisto della prima casa con una superficie
superiore ai 90 metri quadri.
Un taglio di 0,27 punti percentuali del tasso di interesse sui mutui per l’acquisto della prima
casa.

Se queste misure si riveleranno efficaci o meno non è dato saperlo. Ciò che è importante
sottolineare però è l’attivismo del governo di Pechino e della sua Banca Centrale, i cui
provvedimenti secondo molti analisti si stanno muovendo nella giusta direzione.
Purtroppo la bolla immobiliare, nel mentre si gonfiava, ha alimentato (ed allo stesso è stata
alimentata da) un’altra bolla speculativa: la bolla creditizia.

LA BOLLA CREDITIZIA
Per acquistare una casa, per costruire una palazzina di uffici o per avviare un cantiere occorrono
capitali di debito, capitali che sono stati erogati dagli istituti bancari (tradizionali e non tradizionali)
e che hanno contribuito alla crescita incontrollata del credito.
In un sistema bancario sano, l’erogazione di un prestito da parte di un istituto di credito è sottoposto
a severe analisi legate fondamentalmente a due aspetti: da un lato il rischio che il debitore risulti
insolvente, dall’altro l’importanza strategica dell’operazione per l’istituto di credito.
Se l’importanza del merito creditizio del debitore non richiede ulteriori spiegazioni, l’aspetto
strategico dell’operazione per la banca è connesso al contenimento dell’esposizione della stessa in
un determinato settore. Infatti se le dinamiche di quel settore diventassero recessive, le perdite che
ne scaturirebbero inficerebbero le altre scelte allocative della banca, aumentandone il fabbisogno di
capitale di vigilanza e congelando risorse, le quali smetterebbero di conseguenza di produrre ricavi.
In Cina purtroppo non funziona così…

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Le ragioni della cecità che hanno portato gli istituti di credito a sovrappassare i prestiti immobiliari
nei loro portafogli di impieghi sono molteplici:





Il processo di urbanizzazione che ha spinto milioni di cinesi ad emigrare nelle città;
L’assenza di adeguati requisiti per l’accesso al credito, gli alti rendimenti offerti dagli
investimenti immobiliari;
La possibilità di cartolarizzare i crediti in sofferenza e distribuirne il rischio;
L’assenza di prodotti assicurativi che si pongano da alternative al mattone.

Nessuno di questi fattori è però paragonabile, per importanza e per danni cagionati, al sistema delle
Local Investment Companies.
Le Local Investment Companies (LIC) si sono sviluppate nel 2008 in seguito al pacchetto di stimoli
varato dal governo per far fronte alla crisi economica globale.
Parte delle risorse che lo Stato aveva programmato di erogare doveva provenire dalle
amministrazioni locali, gli enti maggiormente a contatto con l’economia reale.
Per legge però in Cina le amministrazioni locali non possono ottenere finanziamenti diretti dal
mercato in quanto il governo di una provincia non può emettere e vendere bond.
In questo contesto sono nate le LIC, agenzie finanziarie gestite dalle stesse persone che
amministrano politicamente il territorio, le quali hanno ottenuto dalle banche il capitale di cui
avevano bisogno (per finanziare il pacchetto di stimoli del governo) fornendo come garanzia i
terreni delle amministrazioni locali.
Siccome in Cina la terra è di proprietà dello stato, le banche non potevano che considerare tali
garanzie come di valore e perciò hanno acconsentito all’erogazione del credito. A questo punto le
amministrazioni locali, tramite le LIC, hanno utilizzato quel denaro per progetti infrastrutturali e
immobiliari, dei cui ritorni economici cui non vi sono sufficienti dati vista la reticenza del governo
cinese a condividere le proprie statistiche (ed i relativi metodi di calcolo) col resto del mondo.
Secondo un rapporto della China Banking Regulatory Commission (lʼauthority bancaria cinese)
risalente al luglio del 2010, le LIC avrebbero ottenuto prestiti per 7.660 miliardi di yuan (893
miliardi di euro), dei quali il 23% classificabile come credito in sofferenza e il 50% dall’esito
“incerto”.
Le LIC, insieme a tutti gli altri fattori elencati in precedenza, hanno provocato una crescita a
doppia cifra del credito.

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Fonte: Peoples Bank of China

I dati della società di consulenza McKinsey indicano che l’indebitamento, soprattutto a carico di
banche e imprese, abbia raggiunto livelli insostenibili: il debito totale, che nel 2000 ammontava al
121% del Pil, è salito al 158% nel 2007 per impennarsi fino al 282% nel 2014.
Il problema è che il credito fino ad ora considerato è soltanto quello ufficiale, ossia quello erogato
da istituti di credito riconosciuti e come tali regolamentati.
Ciò che ha contribuito maggiormente al formarsi della bolla creditizia è il micro-credito erogato al
di fuori di questi circuiti, ossia proveniente dal “Sistema bancario ombra” (Shadow Banking
System).
Standard & Poor’s definisce lo Shadow Banking System come “tutte le attività finanziarie al di
fuori del sistema bancario tradizionale”. Tali attività vengono negoziate tramite le cosiddette
banche ombra, ossia una varietà di veicoli di investimento, di conduits e di altre strutture al di fuori
del sistema bancario.
Le banche ombra sono specializzate nell’erogazione del micro-credito, ossia di finanziamenti
caratterizzati da un alto tasso di interesse destinati a quelle imprese e privati che non abbiano i
requisiti necessari per accedere al sistema bancario ordinario.
Allo stesso tempo gestiscono una grossa parte del settore del wealth management e dei fondi
fiduciari, fornendo prodotti di investimento estremamente rischiosi ma altrettanto redditizi.
In un contesto in cui molte imprese stavano producendo beni destinati a soddisfare consumatori che
non potevano permetterseli (vedi l’esempio del produttore di divani destinati ai futuri proprietari di
case e non a quelli attuali) o che si stavano indebitando per restare solvibili con le banche ordinarie
allo scopo di ottenere nuovi finanziamenti dalle stesse, è facile immaginare come prima o poi lo
schema di Ponzi sarebbe dovuto giungere al suo termine.
Inoltre in Cina le società fiduciarie facenti parte del sistema bancario ombra permettono alle aziende
fortemente indebitate, a quelle con poco cash-flow, alle società di qualità inferiore e alle società
limitate dai regolamenti (come quelle del settore immobiliare) di raccogliere fondi attraverso
prodotti fiduciari a rendimenti più elevati.

11

Se ci si aggiunge anche il fatto che migliaia di piccoli risparmiatori, attratti da un mercato azionario
in continuo rialzo, si sono indebitati a leva per investire in titoli dei quali non conoscevano nulla,
allora il panic selling che ha caratterizzato i mercati nell’Agosto 2015 non appare più cosi
ingiustificato.
Il sistema bancario ombra è infatti estremamente fragile.
A differenza degli istituti di credito riconosciuti, le banche ombra non possono raccogliere denaro
tramite i depositi dei risparmiatori od accedendo alla liquidità della Banca Centrale.
L’unico modo che hanno per finanziare la propria attività è l’emissione di commercial paper e di
strumenti cartolarizzati, il tutto a fronte di un collaterale non solo di dubbia liquidità (data la natura
dei propri clienti) ma anche di un non sempre corretto meccanismo di stima, gestione e
trasferimento del rischio.
Ciò ha costretto le banche ombra a finanziarsi tramite il sistema bancario tradizionale per non
incorrere in una liquidazione dei propri assets.
Le banche tradizionali a loro volta hanno finanziato indirettamente le banche ombra tramite
l’acquisto dei titoli cartolarizzati da loro emessi in quanto caratterizzati da rendimenti estremamente
elevati (dato il rischio intrinseco che contengono).
Il rischio così assunto dalle banche ordinarie è stato ignorato in quanto non adeguatamente stimato
(stesso problema dei titoli tossici americani del 2008) e quindi compatibile con la logica di
diversificazione delle attività degli istituti finanziari.
Con questo meccanismo il sistema bancario tradizionale e quello ombra sono diventati sempre
più interconnessi, sino a diventare l’uno dipendente dall’altro.
Secondo diversi analisti a fine 2012 il complesso delle attività sommerse poteva essere valutato
intorno ai 20.500 miliardi di yuan (3.350 miliardi dollari), a fronte di un dato ufficiale di 14.600
miliardi di yuan (2.390 miliardi dollari).
In un’economia che continua a rallentare è evidente come la leva creditizia si stia rivelando sempre
meno efficace, mentre si accumulano sovraccapacità produttiva, investimenti infrastrutturali di
dubbia redditività e crediti difficilmente riscuotibili.
L’enorme quantità di “Non Performing Loans” (NPL, ossia crediti di cattiva qualità) in
circolazione, essendo stati erogati per finanziare attività generatrici di ricchezza priva di sottostante
(come alcuni progetti immobiliari o speculazioni finanziarie), è destinata infatti a non avere un
ritorno economico.
Per fronteggiare il problema dei NPL il governo ha così deciso di instituire quattro società di
gestione, dette “Asset Management Companies” (AMC) il cui mandato si sostanzia, sotto la
supervisione della Banca Centrale, nella ristrutturazione dei crediti in sofferenza di ciascuna delle
quattro banche commerciali di stato (ossia delle banche preposte al finanziamento delle grandi
imprese).

12

Tale ristrutturazione può avvenire secondo due strade.
La prima, più elaborata, avviene tramite la raccolta e la vendita dei NPL, la loro conversione in
equity tramite i debt-equity swap, l’emissione di prestiti obbligazionari, l’ottenimento di
finanziamenti dalle istituzioni finanziarie ed infine l’assistenza finanziaria alle società per la
quotazione. La seconda, decisamente più drastica, consiste nella vendita all’asta dei beni delle
società insolventi.
Riuscire a sanare una situazione del genere è un’operazione molto complessa, la cui evoluzione
potrà essere verificata analizzando il tasso di crescita e la qualità del credito erogato dagli istituti
finanziari tradizionali.
Se le famiglie ed i piccoli imprenditori non edili potessero infatti avere maggior accesso al credito
bancario, si farebbe un minore ricorso al credito ombra.
Qualche risultato in questa direzione lo si può già riscontrare.
Nell’Agosto del 2015 il credito è aumentato del 50% rispetto al mese precedente e del 13% su base
annua. A contribuire a questa impennata sono stati soprattutto i prestiti bancari all’economia reale,
cresciuti su base annua del 10%.
Se il credito tradizionale cresce di qualità oltre che di quantità, quello ombra è destinato a contrarsi:
l’erogazione di entrusted loan, ossia prestiti erogati su base fiduciaria e cambiali bancarie, è scesa
di 208 miliardi di RMB a luglio e di 6 miliardi di RMB ad agosto.
Da non sottovalutare anche la crescita delle emissioni di obbligazioni corporate, le quali hanno
raggiunto quota 288 miliardi di RMB ad agosto crescendo del 49% rispetto allo stesso periodo
dell’anno scorso. Ciò significa che in Cina si sta sviluppando una combinazione migliore per la
formazione del credito, fenomeno che contribuisce a ridurre il rischio di concentrazione del sistema
bancario in generale.
La costante espansione del credito alle famiglie sarà un parametro fondamentale da monitorare nei
prossimi mesi, insieme alle spese totali per i consumi quale percentuale del PIL cinese.

CONLUSIONI
Per capire (almeno in teoria) come una situazione del genere possa evitare di terminare il un nuovo
crac finanziario, che a causa dell’interconnessione dei marcati avrebbe inevitabilmente ripercussioni
sull’economia globale, occorre ripercorrere i singoli fattori che hanno provocato la formazione della
bolla del credito ed agire su ognuno di essi con idonee riforme strutturali.
Causa

Intervento

Crescita del mercato immobiliare a causa della
migrazione della popolazione dalle zone rurali
alle città.

Allineare il reddito della popolazione ai prezzi
degli immobili tramite una riduzione della
tassazione sulla compravendita e sul
mantenimento delle prime case.

13

Assenza di adeguati requisiti per l’accesso al
credito bancario tradizionale.

Limitare la sovraesposizione delle banche al
settore immobiliare.

Scarsa propensione del sistema bancario a
finanziare progetti a basso rendimento, ossia
diversi da quelli immobiliari ed edili.

Sganciare parzialmente gli obiettivi delle
banche principali al numeratore (la
performance), aumentando invece il peso del
denominatore (il rischio).

Elevati rendimenti offerti dagli investimenti
immobiliari e dai prodotti cartolarizzati.

Fornire strumenti di investimento alternativi agli
immobili, come i prodotti assicurativi, nei quali
convogliare i risparmi delle famiglie.

Assenza di un’adeguata normativa riguardo le
cartolarizzazioni dei crediti in sofferenza.

Prevenire la crescita del credito ombra (che poi
viene cartolarizzato) favorendo l’accesso al
credito tradizionale a quelle piccole e medio
imprese sane fino ad ora respinte in quanto
considerate poco redditizie.

Interconnessione tra banche tradizionali e
banche ombra a causa dei prodotti cartolarizzati
con sottostanti di scarso valore.
Fragilità del sistema bancario tradizionale
dovuto al basso livello di adeguatezza
patrimoniale e all’ingente quantità di crediti in
sofferenza.

Sottoporre il sistema bancario cinese agli
standard occidentali di regolamentazione e
vigilanza.
Gestire al meglio i crediti in sofferenza tramite
società specializzate.

Le autorità cinesi stanno intervenendo su ognuna di queste criticità, sulle cui misure di risanamento
avremo a breve importanti informazioni non appena sarà varato il prossimo piano quinquennale che
seguirà quello 2011-2016.
Se sul mercato immobiliare sono già state adottate diverse misure restrittive, su quello del credito la
questione dei crediti in sofferenza è ancora molto complessa.
In conclusione, gestire la più grossa fase di transizione economica della Cina moderna, da
un’economia di esportazione ad una liberale e orientata sui consumi interni, richiederà tempo e
capacità.
Sicuramente non sarà un processo privo di errori.

Dott. Nistri Leonardo
Personal Financial Advisor Widiba
Cell: 3298450773
Mail: leonardo.nistri@pfwidiba.it
Viale Gramsci 32, 50132, Firenze.

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