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Siddharta .pdf



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Hermann Hesse

Siddharta
Dal verbo suchen (cercare) i Tedeschi fanno il participio presente, suchend, e lo
usano sostantivato, der Suchende (colui che cerca) per designare quegli uomini
che non s'accontentano della superficie delle cose, ma d'ogni aspetto della vita vogliono ragionando andare al fondo, e rendersi conto di se stessi, del mondo, dei
rapporti che tra loro e il mondo intercorrono. Quel cercare che è già di per sé un
trovare, come disse uno dei più illustri fra questi «cercatori», e precisamente sant'Agostino; quel cercare che è in sostanza vivere nello spirito.
Suchende sono quasi tutti i personaggi di Hesse: gente inquieta e bisognosa di
certezza, gente che cerca l'Assoluto, ossia una verità su cui fondarsi nell'universale relatività della vita e del mondo, e tale assoluto trovano — se lo trovano — in se
stessi. Facendo uso di un titolo pirandelliano, si potrebbe dire che «trovarsi» è
l'ansia costante di questi personaggi: pervenire a quella consapevolezza di sé che
permette alla personalità di realizzarsi completamente e di vivere, allora, realmente, quelle ore, quei giorni, quegli anni che vengono di solito sciupati nella banalità quotidiana d'una esistenza «d'ordinaria amministrazione». Con Gide, Hesse
potrebbe dire di sé: «Le seul drame qui vraiment m'intéresse et que je voudrais
toujours à nouveau relater, c'est le débat de tout étre avec ce qui l'empéche d'étre
authentique, avec ce qui s'oppose à son intégrité, à son intégration». Nella maggior parte dei romanzi di Hesse i personaggi muovono a questa scoperta di sé attraverso le circostanze esteriori del mondo moderno: Peter Camenzind, il solido
montanaro svizzero divenuto scrittore di successo, negli ambienti intellettuali di
una pacifica Europa all'inizio del secolo; Demian, o meglio il suo succube Eugen
Sinclair, nella vita studentesca delle università tedesche, agitate dal presagio dell'imminente guerra mondiale (1914), che tante vite avrebbe falciato in quella gioventù, risolvendone, o meglio lacerandone e troncandone brutalmente i problemi.
Nel racconto che qui si presenta, invece, Hesse ha preso il suo personaggio
principale, der Suchende, e l'ha collocato pari pari in un ambiente favoloso e pittoresco quale l'India del secolo VI avanti Cristo, ormai impaziente dell'antica ortodossia brahminica, e della relativa costituzione sociale, e pullulante di predicatori, profeti, anacoreti, fachiri, monaci mendicanti e digiunatori solitari. Tutti costoro interrogano, tormentano e rivolgono in tutti i sensi le affermazioni dei testi
sacri della India: gli antichissimi inni dei Veda, con i posteriori commenti in prosa dei Brahmana e delle Upanishad. Una folla sempre più numerosa s'impadronisce di questi testi, il cui studio avrebbe dovuto essere esclusivo privilegio della casta dei Brahmini, cioè dei sacerdoti di Brahma, la prima e più alta delle quattro classi sociali riconosciute dalla antica religione dell'India, esclusivi depositari

della sapienza divina, unici intermediari fra l'uomo e Dio per mezzo del complicatissimo rituale dei sacrifici, delle formule magiche ch'essi soli conoscono, dei testi
sacri ch'essi soli capiscono (o dicono di capire), e come tali superiori anche alla
classe dei Ksciatrya, guerrieri e principi, usciti dalle braccia di Brahma (mentre i
Brahmini, i = nati due volte », erano usciti dalla testa); per non parlare dei Vaicya, contadini e mercanti, usciti dal ventre di Brahma, e dei Sudra, umili manovali, usciti dai piedi del Dio. Sotto a tutti, poi, stanno i Paria, che non sono una casta, non sono uomini, non sono nulla, non hanno nemmeno il diritto di esistere.
Pesava ormai il dispotismo sacerdotale dei Brahmini. Pesava sul terreno sociale e politico. Ma poi-ché era fondato su princìpi religiosi, fu sul terreno della religione che i Brahmini vennero attaccati. Quei libri sacri di cui essi non comprendevano più lo spirito, avendone ridotto la lettera a un formula-rio meccanico e insensato, divennero oggetto di meditazione e di studio ad uomini d'altre classi che i
Brahmini. In questa terra dell'India pare che gli uomini vengano al mondo con un
dono particolare per la speculazione metafisica e la ricerca delle cause ultime. La
sete dell'Assoluto, il disprezzo della vita terrena, con i suoi agi e i suoi obblighi,
sono comuni a turbe di Diogeni cenciosi, i quali trovano naturalissimo di farsi
mendicanti per occuparsi unicamente della ricerca dell'infinito e della soluzione
dei problemi supremi. Il sole ardente che sviluppa la vegetazione lussureggiante
della giungla pare vi alimenti anche l'incontenibile vigore della fantasia, che avvolge d'ogni parte il pensiero e quasi lo soffoca in una rete inestricabile d'immagini, di miti, di strane e pittoresche personificazioni.
Poco dopo che la predicazione di Vardhamana, soprannominato Mahavira
(grande eroe) o Jina (il vittorioso) aveva dato origine alla nuova religione del
giainismo, un nuovo caso si ebbe — e più clamoroso e destinato a immensa risonanza — d'un giovane d'illustre stirpe che, toccato da una rivelazione interiore,
abbandonò la casa, la famiglia, il lusso e gli agi della vita per dedicarsi in solitudine alle più dure penitenze e iniziare quindi, in povertà, la predicazione d'una
nuova dottrina. È appena il caso di ricordare al lettore italiano l'analogia con
casi a lui ben noti, come quelli di san Francesco d'Assisi, di Jacopone da Todi.
Se il Mahavira era figlio d'un cospicuo barone a nome Siddharta, uno tra i
membri più eminenti del senato nel suo paese, il nuovo profeta, chiamato a tanta
altezza, era addirittura l'erede d'un trono. Nato a Kapilavattu nel 563 a.C., si chiamava anche lui Siddharta, ed era figlio del re Suddhodana, della famiglia Gotama
(o Gautama) e della nobile stirpe dei sakya (onde il nome di Sakyamuni, il solitario, l'eremita dei Sakya, con cui è spesso designato). Aveva moglie e figlio, 'quando a trent'anni lo toccò, per mezzo di macabre visioni, la rivelazione della vanità
di questo nostro mondo. Abbandonò gli agi del proprio palazzo, fuggì dai suoi cari
e, cambiati i propri abiti con quelli d'un mendicante, si pose alla scuola di due
dotti Brahmini. Ma, insoddisfatto dell'insegnamento ufficiale, si diede a vita d'ana-

coreta, macerandosi nelle penitenze. Un giorno, mentre meditava sotto un albero,
ebbe la rivelazione, l'illuminazione improvvisa circa la causa del dolore e il mezzo
di eliminarla: e se, fin dal suo trentaquattresimo anno egli -era stato Bodhisattva,
cioè un essere (sattva) vicino o destinato a ricevere l'illuminazione (bódhi); da
quel punto egli fu il Buddha, _cioè l'illuminato, e uscì dalla solitudine per predicare alle turbe la nuova dottrina.
Questa dottrina non costituisce una totale innovazione rispetto alle precedenti
concezioni del culto brahminico, tanto più che non ne respinge del tutto i sacri testi (i Veda, i Brahmana, e soprattutto le Upanishad), ma ne fornisce piuttosto una
nuova interpretazione. Essa raccoglie il sostanziale pessimismo della civiltà brahmana, qual è espresso nelle Upanishad: il mondo è dolore, perché perituro e instabile, sì che la pace può trovarsi sol-tanto là dove tutto. è, ed .è eterno. Ciò non si
può ottenere se non conducendosi in modo dasfuggire alla terribile legge della
trasmigrazione (samsara), in modo, cioè, da non dover più rinascere in qualche
forma individuale, ma annientarsi in-vece completamente col dissolversi nell'anima stessa dell'universo (nirvana).
La sete dell'Assoluto è quindi alla base d'ogni concezione religiosa indiana,
tanto antica e ortodossa, quanto di quelle dei riformatori. L'Assoluto è, per la dottrina ortodossa, il Brahma, ossia l'universo, Dio. Ma il punto sovrano della speculazione brahminica sta nell'identità di Brahma e dell'Atman. Che cosa è l'Atman?
L'Atman è l'interiorità dello Io, l'anima individuale in contrapposto (contrapposizione verbale, ché invece v'è identità di natura) al Brahma, principio divino
del mondo esterno, unica essenza e anima divina diffusa in tutto l'universo. L'Atman, o anima dell'individuo, è considerata identica con il Brahma e destinata, inseguito al raggiungimento della sua massima perfezione, a fondersi totalmente con
l'anima del mondo. Come scrive il Deussen, s il Brahma, la forza che ci sta davanti corporea in ogni essere, che crea, sostiene, conserva e poi riprende in sé tutti i
mondi, questa forza eterna, infinita, divina è identica con l'Atman, con ciò che noi,
dopo esserci spogliati di ogni esteriorità, troviamo in noi come il nostro essere più
intimo e vero, il nostro io, la nostra anima ».*
* Il termine Atman deriva forse dalla radice An (respirare: quindi respiro, soffio,
anima). Oppure è funzione di due radici pronominali equivalenti a questo io .. Ricorre frequentemente in sanscrito come pronome riflessivo e come sostantivo, col
significato di o la stessa >, o la propria persona >, e perciò in senso filosofico indica l'Io, l'anima in contrapposizione al corpo.
Pensare a fondo questa identità, realizzare in sé l'attualità di questo concetto:
l'universo è Brahma, e questo è l'Atman, ossia, in termini occidentali: l'universo è
Dio e Dio è la mia anima, tale è la prova suprema del panteismo indiano. Ma «
pensare » è dir poco: si tratta di « vivere » in sé questa beatificante esperienza,
non solo con la mente,.ma con tutta l'anima e il corpo. E qui entra in gioco la cor-

posa, sensuale fantasia indiana, che mal si accontenta di puri concetti (o astratti,
come si dice volgarmente). L'alternativa dell'uomo che muore senza essere riuscito a raggiungere il nirvana, cioè la scoperta dell'Atman, l'annientamento nell'anima infinita del mondo, e la samsara, cioè la trasmigrazione delle anime, questo
tragico tra-vaglio senza fine, questa penosa briga per cui la anima individuale viene travolta nel « cerchio delle vite », e rinasce a eterne sofferenze, come sciacallo,
come cane, come topo, come ogni sorta d'esseri viventi. Anche le dottrine orfiche
dei Greci e il pitagorismo conoscevano la dottrina della metempsicosi, ma erano
ben lontani dal viverla con la vivida concretezza fantastica degli Indiani, i quali
cercano fiduciosi la rivelazione dell'Atman con ogni sorta di pratiche, come la
preghiera, la concentrazione interiore, l'ipnosi, il governo e la soppressione del
respiro, lo star seduti in strane e incomode posizioni ripetendo mentalmente 1'Om,
una delle sei sillabe sacre, solenne interiezione di con-ferma e ossequio come il
nostro amen, significante la trinità Brahma-Visnù-Siva, simbolo perfetto del-l'anima onnisciente universale a cui anela di unirsi ()Toga) l'anima individuale.
Proprio su questi concetti opposti della samsara e del nirvana verte in particolare l'illuminazione ricevuta dal Sakyamuni. Nella sua predicazione egli diede
prova di un saggio razionalismo, accostabile
a certi aspetti della dottrina epicurea, mettendo da parte il concetto di Brahma,
cioè della divinità esterna, non propriamente negato, ma tralasciato come concetto razionalmente irraggiungibile. Al centro della propria concezione egli mise invece il concetto empirico del dolore, accogliendo il pessimismo fondamentale delle
Upanishad. La vita è dolore, questo è il primo dei quattro punti fonda-mentali della nuova dottrina, quale il Buddha la espose nel grande discorso di Benares. Ma
sono i punti seguenti quelli che contengono il lievito attivo, il nuovo messaggio di
speranza racchiuso nel buddhismo. L'origine del dolore è la sete di vivere, che
conduce di rinascita in rinascita, accompagnata dal piacere e dalla cupidigia.
Spegnere questa brama di vita mediante l'annientamento completo del desiderio,
tale è la condizione necessaria per conseguire la soppressione del dolore. Nel
quarto punto il Buddha forniva una specie di norma pratica, la ottuplice via per
cui si perviene allo annientamento della brama di vivere, e l'additava nella purezza: purezza di fede, di volontà, di linguaggio, d'azione, d'esistenza, d'applicazione,
di memoria, di meditazione. Con potente metafora è espressa questa concezione
fondamentale, della sete di vivere come origine della samsara, nel Dhammapada,
dov'essa viene assimilata a un infaticabile costruttore, che sempre ricostruisce l'edificio delle passioni umane e lo prolunga all'infinito, facendo sorgere, dall'appagamento di alcune, altre e sempre nuove passioni. « Per il volgere di molte nascite
corsi senza tregua cercando il costruttore della casa (cioè la causa della rinascita). Orribile è l'eterna rinascita. O costruttore, ti ho scoperto; tu non fabbricherai

più alcuna casa. Infrante son le tue travi e il tetto della casa distrutto. Il cuore, fatto libero, ha estinto ogni brama ». Non si potrebbe desiderare un'espressione più
intensa del
reale terrore dell'Indiano per la penosa catena delle trasmigrazioni. E non si
potrebbe dare una prova più luminosa della totale assenza d'ogni orgoglio umanistico che caratterizza il pensiero indiano, e lo separa radicalmente, a onta di ogni
altra analogia, da quello occidentale, che questo fatto di prendere l'immagine del
costruttore e della casa — cioè di qualcosa che noi siamo irresistibilmente portati
ad apprezzare come un bene a simbolo del peggior male che affligga l'umanità.
Quando ogni volontà .di-vivere sia realmente estinta, l'uomo entra nel nirvana,
e può entrarci, come lo stesso Buddha, ancor vivo; questo è allora un nirvana, diciamo così, di primo grado, consistente in sostanza nell'estinzione del fuoco della
concupiscenza. (Grande battaglia vi è fra gli studiosi,-se il nirvana buddhistico sia
da intendersi in modo essenzialmente negativo, come annientamento e vuoto, oppure come uno stato di coscienza cosmica. La concezione brahminica del nirvana
- assorbi-mento dell'anima individuale nel seno d'un Dio universale — non pare
più sostenibile poiché il Buddha non fa conto di Brahma. E poiché egli non si occupa nemmeno della materia, non pare nemmeno che il suo nirvana possa intendersi come la dissoluzione dell'anima in senò -agli elementi fisici. Certo è che sulla natura precisa del nirvana Buddha si astenne sempre abilmente da eccessive
precisazioni).. V'è poi il nirvana definitivo, o pari-nirvana, quello che ha luogo
dopo morte, e che si manifesta con l'abolizione della samsara, la rottura del cerchio delle esistenze, la, liberazione dal tragico travaglio delle rinascite e delle trasmigrazioni dell'anima.
Da questi cenni sulle dottrine del brahmanesimo e del buddhismo appare chiaro
come Hesse non vi si sia avvicinato a caso o per un capriccio: esse sono veramente vicine ai suoi temi più cari, come
la sete dell'Assoluto e la sua ricerca nell'lo, nella liberazione dell'Io da ogni sovrastruttura posticcia e inessenziale. I Brahmini, i Samana, gli anacoreti e i veggenti che popolano questo racconto, avvolti in bianchi manti o mal coperti da poveri cenci, sono bene i cugini primi di quei bizzarri tipi di teosofi, vegetariani, tolstoiani e naturisti, che s'incontrano tra gli studenti di Demian.
Del resto, la coincidenza di taluni aspetti delle religioni e filosofie indiane con
le posizioni fondamentali dell'idealismo tedesco(essenzialmente la coscienza d'una
realtà spirituale fuori della portata dei sensi — che gli Indiani esprimono nella
dottrina di maya, o illusione, apparenza irreale della natura — e la coscienza dell'illusoria natura che è propria del mondo fenomenico) è spesso sorprendente, in
tanta diversità d'ambiente storico e geografico e di clima intellettuale. Non a torto
uno dei divulgatori odierni delle filosofie indiane, Yoghi Ramacharaka, si appella
spesso a testimonianze del contemporaneo idealismo occidentale, e prima d'intro-

durre il lettore al « più alto pinnacolo del pensiero filosofico nel sistema V,edanta,
si vale di questa metafora di pretto conio hegeliano. « Lo studioso ansima sullo
stretto sentiero del ragionamento per poter respirare nella sottile, rarefatta atmosfera di quelle eccelse cime e si sente pervadere tutto dalla rigida aria della montagna ». Che è bene il « salto nell'Assoluto », il mancamento di respiro che Hegel
preannunciava a chi lo volesse seguire dalla sfera del Verstand a quella della Vernunft, dal comune raziocinio del-l'intelletto pratico al dominio dei concetti puri.
Dopo Herder e Goethe, l'interesse per le dottrine indiane non venne più meno in
Germania. Le analogie tra il buddhismo e il pessimismo di Schopenhauer (che dichiarava la lettura delle Upanishad essere stato l'unico conforto della sua vita)
sono
state più d'una volta dottamente illustrate. Tanta, insomma, la simpatia della
cultura tedesca per il pensiero indiano, che si venne, come a tutti è noto, alla dottrina razziale della pretesa eredità esclusiva della razza tedesca dalla razza ariana. A proposito della quale dottrina il Prampolini osserva, dopo le debite riserve:
= una valutaziome obiettiva non può negare che i due popoli hanno comune una
spiccata tendenza alla contemplazione, alla speculazione astratta, al panteismo e
perciò al Weltshmerz, cioè a sentire il dolore cosmico
Siddharta di Hesse può a buon diritto considerarsi come un felice concretamento artistico di queste affinità spirituali tra i due popoli, maturate attraverso una riflessione culturale e storica ormai più che secolare. L'India di questo racconto è
un'India tutta metafisica e contemplativa, così diversa dall'India di Kipling, tutta
concreta, affaccendata' e brulicante d'umanità. O per lo meno è l'altra faccia, l'aspetto eterno ed extra temporale, di quel-la stessa India. Qui, in Siddharta, v'è
poco di caratteristicamente individuato e concreto, poco d'informazione geografica e antropologica tipo « libro di viaggi ». Il color locale è affidato quasi unicamente alla suggestione verbale dei nomi — Siddharta, Vasudeva, Govinda, Jetavana — alla frequente presenza, anche in occasionali metafore, dei grandi alberi
dell'India e dei loro frutti tropicali. E poi quella folla di monaci, mendicanti,
straccioni, fachiri, anacoreti, col loro saio giallo e la loro ciotola delle elemosine:
quella onnipresenza della religione, quei Brahmini dalle bianche tuniche, quel
senso continuo d'un popolo cui non è patria questa terra, ma è destino il cielo.
Ma, appunto, si tratta non d'un'India storica, così e così individuata, ma della India eterna, metafisica, astrale, popolata di cercatori dell'Assoluto, e non di agenti
del Secrer Service.
La trasfusione del consueto personaggio di Hesse (l'uomo che cerca se stesso)
in questo mondo così propizio avviene con naturale felicità. La stessa assenza di
compiacimenti descrittivi e pittoreschi contribuisce alla spontaneità, alla naturalezza della operazione con cui temi e motivi del pensiero occidentale vengono travasati nell'ambiente indiano. Ricorderemo, fra questi temi, alcuni che più sono fa-

miliari al pensiero europeo e alla nostra saggezza pratica d'uomini occidentali.
Anzitutto, l'irrealtà del tempo, questa conquista del pensiero moderno su cui, dopo
Bergson, quasi tutti i grandi spiriti della nostra età si sono soffermati, e che a
poco a poco la scienza stessa viene corroborando con le sue esperienze. La necessità che i figli ripetano gli errori dei padri; la coincidenza degli opposti, per cui
d'ogni verità anche il contrario è vero, quando ci si sollevi dalla illusoria e limitata apparenza del mondo fenomenico. L'esistenza di due modi di sapere: uno che
riguarda solamente la mente, ed è un sapere puramente intellettuale e astratto, e
uno che è un sapere con l'esperienza di tutto il corpo e l'anima, sapere con la fatica delle proprie membra, sapere col dolore della propria esistenza, sapere che è
vita, partecipazione intensa che impegna tutta la persona. L'individuazione come
pena, come tormento, come limitazione: il bisogno di evadere dai limiti del proprio Io e spaziare nella panica immensità del Tutto, respirare il divino, vivere nell'eterno. La superiorità del lavoro intellettuale su quello pratico e interessato: la
facilità con cui Siddharta — che sapeva solo digiunare, attendere e pensare — riesce nel commercio. Ma in realtà, che cosa è più facile che pensare? Quid autem
secundum litteras difficillimum esse artificium? Quale mestiere più difficile che
quello di mettersi davanti a una pagina bianca con l'impegno di riempirla di cose
belle, intelligenti e nuove? Chi veramente sia riuscito in questo, chi veramente sappia pensare, non troverà più nulla di difficile al mondo, e, contrariamente alla opinione
corrente, riuscirà, purché realmente lo vo- . glia, buon commerciante, uomo d'affari, banchiere, generale, ministro. E, già che abbiamo messo insieme questo elenco di motivi filosofici dell'ispirazione dello scrittore, non vorremmo vedere nel.
remo spezzato, con cui il figlio di Siddharta- ammonisce il padre a non inseguirlo,
un esempio perfetto del vichiano -parlare eroico, per imprese e per segni?
Questi temi, dunque, sono i reali personaggi del narratore Hesse, i veri argomenti dei suoi racconti. Narratore di spiccato temperamento lirico; racconti che
tengono sempre alquanto della meditazione. Ciò nonostante, Hesse non ha nessun
titolo e — verosimilmente - -nessuna pretesa di passare per un « filosofo ». Le sue
creazioni nascono sotto il segno della fantasia . e si pongono sotto la categoria
dell'arte. Questo è ciò che le rende così limpide, gradevoli, accessibili anche a
quei lettori che con la filosofia delle scuole abbiano una questione personale. Chi
legge Siddharta vedrà come il con-tenuto ideologico esposto in questa introduzione, che può esser parso magari complicato e astruso, si concreti agevolmente in
totalità d'immagini nitide e vive, e nel ritmo stesso della prosa, imbevuta di saggia
pace contemplativa. Le avventure mondane di Siddharta, l'amore della cortigiana
Kamala, costituiscono l'episodio più vivace ed estrinsecamente vario del racconto,
-con una vivida lucentezza di colori da lacca orientale. Ma la vetta poetica dell'opera è probabilmente da ricercare altrove, e cioè nelle pagine dedicate al fiume, a

quel grande fiume che scorre lento lento — il Gange,
il Brahmaputra, l'Indo,- il Godovari? — sotto le . fronde ricurve d'alberi giganteschi, e parla con la
sua voce .millenaria, compendio di tutte le voci del mondo, a chi lo sappia intendere, parla ai due vecchi barcaioli che passano le sere seduti su una rustica
panca fuor della loro capanna, immersi nella silenziosa intimità dell'amicizia, distrutta ogni bar-riera fisica individuale nella tacita felicità della mutua comprensione, gli occhi perduti dietro al lento fluire della massa verdastra delle acque, l'anima assorta nella contemplazione e aperta al linguaggio della natura.
I due perfetti: i risvegliati, gli illuminati, Siddharta e Vasudeva, uomini piùsaggi
dello stesso Buddha, perché questa saggezza l'hanno vissuta con tutto l'essere
loro, l'hanno conquistata con quel secondo modo di sapere, che è partecipazione
intima e totale dell'uomo, compenetrazione panica della vita dello universo. L'esperienza- di Siddharta supera quella del Buddha e in certo modo la completa secondo un modo di vedere occidentale, in quanto la puri-fica da quel che a noi può
in essa apparire disumano: la rinuncia alla vita, la negazione della vita. Siddharta
invece non si tiene cautamente ai margini della vita: ci s'immerge, insoddisfatto
d'ogni dottrina, d'ogni religione, d'ogni sapere astratto, e alle medesime conclusioni del Buddha arriva attraverso una coraggiosa e intiera esperienza. Alla propria sete di vita egli non nega alcun appaga-mento: eppure riesce anch'egli a debellare la samsara, senza far uso di quella malinconica arma che è la rinuncia. La
vita egli l'attraversa e ne emerge. Il Buddha rimane, nel romanzo, come una figura
laterale, indimenticabile nei suoi sobri tratti. Ma vive, soprattutto, nella formazione stessa del protagonista, che va, sì, oltre il Buddha, ma trae pur dalla sua figura
e dalla sua vita molti tratti della propria individualità e della propria biografia, a
cominciar dal nome: e la fuga dalla casa paterna, e l'episodio del cambio dei ricchi abiti, e l'illuminazione sotto l'albero in riva al fiume. E se si considera quanto
poco ci vuole perché una nuova concezione della vita e del mondo si affermi come
religione, oppure rimanga sepolta nell'oblio d'una perfezione individuale, se si
pensa quanto poco di-penda dalla verità intellettuale del sistema il fatto che un
cristianesimo o un islamismo dilaghino come irresistibili maree nella vita pratica
e nella storia, e gli Esseni e i Terapeuti rimangano sètte eretiche locali senza conseguenza, se si osserva da quali estrinseche circostanze e da quali doti inessenziali
dipendono la sorte diversa d'un Gesù o d'uno qualsiasi fra i tanti assertori del logos neo-platonico pullulanti intorno allo sfacelo del mondo antico, la sorte diversa d'un Lutero o d'un Socino, allora ameremo vedere in Siddharta uno dei tanti
Buddha potenziali, uno dei tanti virtuali fondatori di religioni, spariti senza lasciar traccia, che pullularono durante quell'irrequieto germoglio d'ideologie filosofiche e religiose in cui si manifestò l'esaurimento dell'antica ortodossia brahminica e della sua civiltà.

M. M.

SIDDHARTA
PARTE PRIMA
a Romain Rolland con rispettosa amicizia
IL FIGLIO DEL BRAHMINO
Nell'ombra della casa, sulle rive soleggiate del fiume presso le barche,
nell'ombra del bosco di Sal, all'ombra del fico crebbe Siddharta, il bel figlio del Brahmino, il giovane falco, insieme all'amico suo, Govinda, anch'egli figlio di Brahmino. Sulla riva del fiume, nei bagni, nelle sacre
abluzioni, nei sacrifici votivi il sole bruniva le sue spalle lucenti. Ombre
attraversavano i suoi occhi neri nel boschetto di mango, durante i giochi
infantili, al canto di sua madre, durante i santi sacrifici, alle lezioni di
suo padre, così dotto, durante le conversazioni dei saggi. Già da tempo
Siddharta prendeva parte alle conversazioni dei saggi, si esercitava con
Govinda nell'arte oratoria, nonché nello esercizio delle facoltà di osservazione e nella pratica della concentrazione interiore. Già egli sapeva
come si pronuncia impercettibilmente 1'Om, la parola suprema, sapeva
assorbirla in se stesso pronunciandola silenziosamente nell'atto di inspirare, sapeva emetterla silenziosamente nell'atto di espirare, con l'anima
raccolta, la fronte raggiante dello splendore che emana da uno spirito luminoso. Già egli sapeva, nelle profondità del proprio essere, riconoscere
l'Atman, indistruttibile, uno con la totalità del mondo.
Il cuore del padre balzava di gioia per quel figlio così studioso, così
avido di sapere; era un grande sapiente, un sommo sacerdote quello ch'egli vedeva svilupparsi in lui: un principe fra i Brahmini.
La gioia gonfiava il petto di sua madre quand'ella lo guardava, quando
lo vedeva camminare, quando lo vedeva sedere e alzarsi: Siddharta, così
forte, così bello, che procedeva col suo passo snello, che la salutava con
garbo così compìto.
L'amore si agitava nel cuore delle giovani figlie dei Brahmini, quando
Siddharta passava per le strade della città, con la sua fronte luminosa,
con i suoi occhi regali, così slanciato e nobile nella persona.
Ma più di tutti lo amava l'amico suo Govinda, il figlio del Brahmino.

Amava gli occhi di Siddharta e la sua cara voce, amava il suo passo e il
garbo perfetto dei movimenti, amava tutto ciò che Siddharta diceva e faceva, ma soprattutto ne amava lo spirito, i suoi alti, generosi pensieri, la
sua volontà ardente, la vocazione sublime. Sapeva bene Govinda: questo
non diventerà un Brahmino come ce n'è tanti, un pigro ministro di sacrifici, o un avido mercante d'incantesimi, un vano e vacuo retore, un prete
astuto e cattivo, e non sarà nemmeno una buona, sciocca pecora_ nel
gregge dei molti. No, e anch'egli, Govinda, non voleva diventare tale, un
Brahmino come ce ne son migliaia. Voleva seguire Siddharta, il prediletto, il magni-fico. E se un giorno Siddharta fosse diventato un dio, se fosse asceso un giorno nella gloria dei ce-lesti, allora Govinda l'avrebbe seguìto, come suo amico, suo compagno, suo servo, suo scudiere, sua ombra.
Così_ tutti amavano Siddharta. A tutti egli dava gioia, tutti ne traevano
piacere.
Ma egli, Siddharta, a se stesso non procurava pia-cere, noti era di gioia
a se stesso. Passeggiando sui sentieri rosati del frutteto, sedendo nell'ombra azzurrina del boschetto delle contemplazioni, purificando le proprie
membra nel quotidiano lavacro di espiazione, celebrando i sacrifici nel
bosco di mango dalle ombre profonde, con la sua perfetta compitezza
d'atteggiamenti, amato da tutti, di gioia a tutti, pure non portava gioia incuore. Lo assalivano sogni e pensieri irrequieti, portati fino a lui dalla
corrente del fiume, scintillati dalle stelle della notte, dardeggiati dai raggi del sole; sogni lo assalivano, e un'agitazione dell'anima, vaporata dai
sacrifici, esalante dai versi del Rig-Veda, stillata dalle dottrine dei vecchi testi brahminici.
Siddharta aveva cominciato ad alimentare in sé la scontentezza. Aveva
cominciato a sentire che l'amore di . suo padre e di sua madre, e anche lo
amore dell'amico suo, . Govinda, non avrebbero fatto per sempre la sua
eterna felicità, non gli avrebbero dato la quiete, non l'avrebbero saziato,
non gli sarebbero bastati. Aveva cominciato a so-spettare che il suo. degnissimo padre e gli altri suoi maestri, cioè i saggi Brahmini, gli avevano già impartito il più e il meglio della loro saggezza, avevano già versato interamente i loro vasi pieni nel suo recipiente in attesa, ma questo recipiente non s'era riempito, lo spirito non era soddisfatto, l'anima non era

tranquilla, non placato il cuore. Buona cosa le abluzioni, - certo: ma erano acqua, non lavavano via il peccato, non guarivano la sete dello spirito, non scioglievano gli affanni del cuore. Eccellente cosa i sacrifici e la
preghiera agli dèi: ma questo era tutto? Davano i sacrifici la felicità? E
come stava 'questa faccenda degli dèi? Era realmente Prajapati che aveva creato il mondo? Non era invece 1'Atman, l'unico, il solo, il tutto?
Che gli dèi non fossero poi forme create, come tu e io, soggette al tempo, caduche? Anzi, era poi bene, era giusto, era un atto sensato e sublime
sacrificare agli dèi? A chi altri si doveva sacrificare, a chi altri si doveva
rendere onore, se non a Lui, allo unico, all'Atman? E dove si poteva trovare 1'At man, dove abitava, dove batteva il suo eter-no cuore, dove altro mai se non nel più pro(on o del proprio io, in quel che di indistruttibile ógnu
porta in sé? Ma dove, dov'era questo Io, questa interiorità, questo assoluto? Non era carne e ossa, non era pensiero né coscienza: così insegnavano i più saggi. Dove, dove dunque era? Penetrare laggiù, fino all'lo, a me, all'Atman: c'era forse un'altra via che mettesse conto di esplorare? Ahimè! questa via nessuno la insegnava, nessuno la conosceva,
non il padre, non i maestri e i saggi, non i pii canti dei sacrifici! Tutto sapevano i Brahmini e i loro libri sacri, tutto, e perfino qualche cosa di più;
di tutto s'erano occupati, della creazione del mondo, della natura del linguaggio, dei cibi, dell'inspirare e dell'espirare, della gerarchia dei cinque
sensi, dei fatti degli dèi ...cose infinite sapevano ... Ma valeva la pena saper tutto questo, se non si sapeva l'uno e il tutto, la cosa più impor-tante
di tutte, la sola cosa importante?
Certo, molti versi dei libri santi, specialmente nelle Upanishad di Samaveda, parlavano di questa interiorità e di quest'assoluto; splendidi versi. « La anima tua è l'intero mondo »: così vi stava scritto. E vi stava
scritto che l'uomo nel sonno, nel pro-fondo sonno, penetra nel proprio Io
e prende stanza nell'Atman. Meravigliosa saggezza stava in questi versi,
tutta la scienza dei più saggi stava qui radunata in magiche parole, pura
come miele. No, non si doveva certo far poco conto della prodigiosa conoscenza che qui era stata raccolta e conservata da innumerevoli generazioni di Brahmini. Ma dov'erano i saggi, dove i sacerdoti o i penitenti, ai
quali fosse riuscito, non soltanto di conoscerla, questa profondissima

scienza, ma di viverla? Dove era l'esperto che sapesse magicamente richiamare dal sonno allo stato di veglia l'esperienza dell'Atman, ricondurla nella vita quotidiana, nella parola e nell'azione? Molti degni Brahmini
conosceva Siddharta, suo padre prima di tutti, il puro, il dotto, degno sopra ogni altro. Ammirabile era suo padre, nobile e calmo il suo contegno, pura la sua vita, saggia la sua parola, squisiti e alti pensieri avevan
dimora dietro la sua fronte... ma anche lui, che tanto sapeva, viveva forse
nella beatitudine, possedeva la pace, non era anche lui soltanto un uomo
che cerca, un assetato? Non doveva egli sempre riattingere, come un assetato, alle sacre fonti, sacrifici, libri, conversazioni dei Brahmini? Perché doveva anche lui, l'irreprensibile, purificarsi ogni giorno dal peccato,
affannarsi per le abluzioni, sempre da capo, ogni giorno? Dunque non
era in lui 1'Atman, non zampillava nel suo cuore la fonte originaria? Eppure era questa che bisognava trovare: scoprire la fonte originaria nel
proprio Io, e impadronirsene! Tutto il resto era ricerca, era errore e deviazione.
Tali erano i pensieri di Siddharta, questa era la sua sete, questo il suo
tormento.
Spesso egli recitava a se stesso le parole di una Chandogya-Upanishad: « In verità, Satyam è il nome di Brahma: in verità, chi sa questo,
ascende ogni giorno nel mondo celeste ». Spesso gli pareva vicino, il
mondo celeste, ma mai l'aveva raggiunto interamente, mai aveva spento
l'ultima sete. E di tutti i saggi e dottissimi ch'egli conosceva, valendosi
del loro insegnamento, non uno ve n'era che l'avesse raggiunto interamente, il mondo celeste, non uno che interamente l'avesse spenta, l'eterna sete.
« Govinda, » disse Siddharta all'amico « Govinda, caro, vieni con me
sotto il banano: vogliamo esercitarci nella concentrazione ».
Andarono verso il banano, sedettero a terra, qui Siddharta, vènti passi
più in là Govinda. Mentre sedeva, pronto a pronunciare 1'Om, Siddharta
ripeteva mormorando i versi:
Om è l'arco, la saetta è l'anima, bersaglio della saetta è Brahma, da
colpire con immobile certezza.
Quando il tempo consueto della concentrazione fu trascorso, Govinda

si alzò. Era calata la sera, era tempo di cominciare l'abluzione vespertina. Govinda chiamò Siddharta per nome, ma non ottenne risposta. Siddharta sedeva assorto, i suoi occhi era-no fissati rigidamente sopra una
meta lontana, la punta della lingua spuntava un poco fra i denti: pareva
ch'egli non respirasse. Così sedeva, immerso nella concentrazione, pensando 1'Om, l'anima indi-rizzata a Brahma come una saetta.
E un giorno passarono i Samana attraverso la città di Siddharta: asceti
girovaghi, tre uomini secchi e spenti, né vecchi né giovani, con spalle
impolverate e sanguinose, arsi dal sole, circondati di solitudine, estranei
e ostili al mondo, forestieri nel regno degli uomini come macilenti sciacalli. Spirava da loro- un'aura di cheta passione, di devozione fino all'annientamento, di spietata rinuncia alla personalità.
A sera, dopo l'ora dell'osservazione, Siddharta comunicò a Govinda: «
Domani mattina per tempo, amico mio, Siddharta andrà dai Samana. Diventerà un Samana anche lui ». A queste parole Govinda impallidì, e nel volto immobile dell'amico
lesse la decisione, inarrestabile come la saetta, scagliata dall'arco. Subito, al primo sguardo, Govinda si rese conto: ora comincia, ora trova Siddharta la sua via, ora comincia il suo destino a germogliare, e con il suo
il mio. E divenne pallido, come una buccia di banana secca.
«O Siddharta, » esclamò « te lo permetterà tuo padre?
Siddharta sollevò lo sguardo, come uno che si ridesta. Fulmineamente
lesse nell'anima di Govinda: vi lesse la paura, vi lesse la dedizione.
«O Govinda, » rispose sommessamente « è inutile sprecar parole.
Domani all'alba comincerò la vita del Samana. Non parliamone più ».
Siddharta entrò nella camera dove suo padre sedeva sopra una stuoia
di corteccia, s'avanzò alle sue spalle e rimase là, fermo, finché suo padre
s'accorse che c'era qualcuno dietro di lui. Disse il Brahmino: « Sei tu,
Siddharta? Allora di' quel che sei venuto per dire ».
Parlò Siddharta: « Col tuo permesso, padre mio. Sono venuto ad annunciarti che desidero abbandonare la casa domani mattina e recarmi fra
gli asceti. Diventare un Samana, questo è il mio desiderio. Voglia il cielo
che mio padre non si opponga ». Tacque il Brahmino: tacque così a lungo che nella piccola finestra le
stelle si spostarono e il loro aspetto mutò, prima che venisse rotto il si-

lenzio nella camera. Muto e immobile stava ritto il figlio con le braccia
conserte, muto e immobile sedeva il padre sulla stuoia, e le stelle passavano in cielo. Finalmente parlò il padre: « Non s'addice a un Brahmino
pronunciare parole violente e colleriche. Ma l'irritazione agita il mio
cuore. Ch'io non senta questa preghiera una seconda volta dalla tua bocca ».
Il Brahmino si alzò lentamente; Siddharta restava in piedi, muto, con
le braccia conserte.
« Che aspetti? » chiese il padre.
Disse Siddharta: « Tu lo sai ».
Irritato uscì il padre dalla stanza, irritato cercò il suo giaciglio e si coricò.
Dopo un'ora, poiché il sonno tardava, il Brahmino si alzò, passeggiò in
su e in giù, uscì di casa. Guardò attraverso la piccola finestra della stanza, e vide Siddharta in piedi, con le braccia conserte: non s'era mosso.
Come un pallido bagliore emanava dal suo mantello bianco. Col cuore
pieno d'inquietudine, il padre ritornò al suo giaciglio.
E venne di nuovo dopo un'ora, venne dopo due ore, guardò attraverso
la piccola finestra, vide Siddharta in piedi, nel chiaro di luna, al bagliore delle stelle, nelle tenebre.
E ritornò ogni ora, in silenzio, guardò nella camera, vide quel ragazzo in
piedi, immobile, ed il suo cuore si riempì di collera, il suo cuore si riempì di disagio, il suo cuore si riempì d'incertezza, il suo cuore si riempì di
compassione. Ritornò nell'ultima ora della notte, prima che il giorno
spuntasse, entrò nella stanza, vide il giovane in piedi, e gli parve grande,
quasi straniero.
«Siddharta, » chiese « che attendi? ».
«Tu lo sai ».
«Starai sempre così ad aspettare che venga giorno, mezzogiorno e
sera? ».
«Starò ad aspettare ».
«Ti stancherai, Siddharta ».
«Mi stancherò ».
« Ti addormenterai, Siddharta ».
«Non mi addormenterò ».

«Morirai, Siddharta ».
«Morirò ».
«E preferisci morire, piuttosto che obbedire a tuo padre? ».
«Siddharta ha sempre obbedito a suo padre ». « Allora rinunci al tuo
proposito? ».
« Siddharta farà ciò che suo padre gli dirà di fare ». Le prime luci del
giorno entravano nella stanza. Il Brahmino vide che Siddharta tremava
legger-mente sulle ginocchia. Nel volto di Siddharta, in-vece, non si vedeva alcun tremito: gli occhi guardavano lontano. Allora il padre s'accorse che Siddharta non abitava già più con lui in quella casa: Siddharta
l'aveva già abbandonato.
Il padre posò la mano sulla spalla di Siddharta. « Andrai nella foresta,
» disse « e diverrai un Samana. Se nella foresta troverai la beatitudine,
ritorna, e insegnami la beatitudine. Se troverai la delusione, ritorna: riprenderemo insieme a sacrificare agli dèi. Ora va' a baciar tua madre,
dille
dove vai. Ma per me è tempo d'andare al fiume e di compiere la prima
abluzione ».
Tolse la mano dalla spalla di suo figlio, e uscì. Siddharta barcollò,
quando provò a muoversi. Ma fece forza alle sue membra, s'inchinò davanti al padre e andò dalla mamma, per fare come suo padre aveva prescritto.
Quando alle prime luci del giorno, lentamente, con le gambe indolenzite, lasciò la città ancora silenziosa, un'ombra, ch'era accucciata presso
l'ultima capanna, si levò e s'unì al pellegrino: Govinda.
«Sei venuto » disse Siddharta, e sorrise.
«Sono venuto » disse Govinda.
PRESSO I SAMANA
La sera di quello stesso giorno essi raggiunsero gli asceti, gli scarni
Samana, cui si offersero compagni e discepoli. Vennero accolti.
Siddharta fece dono del suo abito a un povero Brahmino incontrato
sulla strada. Non portava più che il perizoma e una tonaca color terra,
senza cuciture. Mangiava soltanto una volta al giorno, e mai cibi cotti.
Digiunò per quindici giorni. Poi digiunò per ventotto giorni. Dalle cosce
e dalle guance gli sparì la carne. Dai suoi occhi smisurata-mente ingran-

diti parevano prendere il volo ardenti visioni, unghie lunghissime uscivano dalle sue dita rinsecchite, e sul mento germogliava un'arida barba
stopposa. Gelido diventava il suo sguardo quando incontrava donne; la
sua bocca si contraeva con disprezzo quand'egli doveva accompagnarsi
con uomini ben vestiti. Vedeva i mercanti commerciare, i principi andare a caccia, la genté in lutto piangere i suoi morti, le meretrici far copia
di sé, i medici affannarsi per i loro ammalati, i preti stabilire il giorno
per la semina, gli amanti amare, le madri cullare i loro bimbi — .e tutto
ciò non era degno dello sguardo dei suoi occhi, tutto mentiva, tutto puzzava, puzzava di menzogna, tutto simulava 'un significato di bontà e di
bellezza, e tutto era inconfessata putrefazione. Amaro era il sapore del
mori do. La vita, tormento.
Una meta si proponeva Siddharta: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più lui, trovare la pace del cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua
meta. Quando ogni residuo dell'lo fosse superato ed estinto,
quando ogni brama e ogni impulso tacesse nel cuore, allora doveva
destarsi l'ultimo fondo delle cose, lo strato più profondo dell'essere,
quello che non è più Io: il grande mistero.
Tacendo Siddharta restava in piedi sotto il sole a picco, ardendo di dolore, ardendo di sete, finché non sentisse più né dolore né sete. Tacendo
stava in piedi sotto la pioggia; l'acqua gli cadeva dai capelli sulle spalle
gelate, sui fianchi e sulle gambe gelate, e il penitente restava in piedi,
finché spalle e gambe non fossero più gelate, ma tacessero e stessero
chete. Tacendo egli s'accoccolava sul giaciglio di spine, e dalla pelle
riarsa gocciolava il sangue, il marcio gemeva dalle piaghe, e Siddharta
rimaneva rigido, immobile, finché più nulla pungesse, finché più nulla
bruciasse.
Siddharta si tirava su a sedere e imparava l'economia del respiro, imparava a emettere poco fiato, imparava a sospendere la respirazione. Imparava, partendo dal respiro, ad assopire il palpito del cuore, imparava a
ridurne i battiti, finché fossero pochi. e sempre più radi.
Istruito dal più vecchio dei Samana, Siddharta praticò la spersonalizzazione, praticò la concentrazione, secondo le strane norme di quegli

asceti. Un airone volava sopra il boschetto di bambù e Siddharta assumeva quell'airone nella propria anima, volava sopra boschi e montagne,
era airone, mangiava pesci, provava la fame degli aironi, parlava la lingua gracchiante degli aironi, moriva la morte- degli aironi. Uno sciacallo
morto giaceva sulla rena del fiume, e l'anima di Siddharta penetrava in
quella carogna, era sciacallo morto, giaceva sulla spiaggia, si gonfiava,
puzzava, marciva, era dilaniata dalle iene, scuoiata dagli avvoltoi, diventava scheletro, polvere, si librava sulla campagna. E poi l'anima di Siddharta faceva ritorno, era stata morta, putrefatta, polverizzata, aveva gustato la torbida ehbrezza del cerchio delle vite, e ora si tendeva ansiosamente per una
nuova sete, come un cacciatore all'agguato, verso lo spiraglio per il quale si potesse sfuggire al circolo delle trasformazioni, dove si spezzasse la
catena delle cause ultime e cominciasse la pace dell'eterno. Egli uccideva i propri sensi, uccideva la propria memoria, sgusciava fuori dal proprio Io in mille forme estranee, era bestia, era carogna, era pietra, era legno, era acqua, e ogni volta si ritrovava al risveglio — splendesse il sole
oppur la luna — era di nuovo quello stesso Io, rientrava nel circolo delle
trasformazioni, sentiva sete, superava la sete, sentiva nuova sete.
Molto apprese Siddharta dai Samana, molte vie imparò a percorrere
per uscire dal proprio lo. Per-corse la via della spersonalizzazione attraverso il dolore, attraverso la volontaria sofferenza e il superamento del
dolore, della fame, della sete, della stanchezza. Percorse la via della
spersonalizzazione attraverso la meditazione, attraverso lo svuota-mento
dei sensi da ogni immagine per mezzo del pensiero. Queste e altre vie
apprese a percorrere, mille volte abbandonò il proprio Io, per ore e per
giorni indugiò nel non-Io. Ma anche se queste vie uscivano inizialmente
dall'Io, all'Io la loro fine riconduceva pur sempre. Mille volte Siddharta
poteva sfuggire dal suo Io, indugiare nel nulla, trattenersi in una bestia,
nella pietra; inevitabile era il ritorno, inesorabile l'ora in cui egli —
splendesse il sole oppure la luna, sotto la pioggia o nell'ombra — ritrovava se stesso, ed era di nuovo l'Io-Siddharta, e di nuovo provava il tormento di non poter sfuggire al circolo delle trasformazioni.
Accanto a lui viveva Govinda, come la sua ombra, percorreva le stesse
vie, si sottoponeva agli stessi sforzi. Raramente parlavano tra loro di

qualcosa altro che non fosse il culto e gli esercizi che il culto richiedeva.
Talvolta andavano loro due attraverso i villaggi, a mendicare il cibo per sé e per i loro maestri.
« Che ne pensi, Govinda? » disse una volta Siddharta durante una di
queste peregrinazioni per elemosina « che ne pensi tu? Abbiamo fatto
progressi? Abbiamo raggiunto la meta? ».
Rispose Govinda: « Abbiamo imparato, e impariamo ancora. Tu diventerai un grande Samana, Siddharta. Hai appreso così in fretta ogni
esercizio, spesso i vecchi Samana si sono meravigliati di te. Un giorno tu
sarai un santo, o Siddharta ».
Disse Siddharta: « Io non sono di questo parere, amico mio. Ciò che
ho imparato finora presso i Samana, o Govinda, avrei potuto impararlo
più presto e più semplicemente. In qualunque bettola di malaffare, tra
carrettieri e giocatori di dadi, l'avrei potuto imparare ».
Disse Govinda: « Siddharta si prende gioco di me. Come avresti potuto imparare, là, tra quegli sciagurati, la concentrazione, la sospensione
del re-spiro, l'insensibilità alla fame e al dolore? ».
E Siddharta disse piano, come se parlasse a se stesso: « Che è la concentrazione? Che l'abbandono del corpo? Che cos'è il digiuno? la sospensione del respiro? Tutto questo è fuga di fronte all'Io, breve pausa
nel tormento di essere Io, è un effimero stordimento contro il dolore insensato della vita. La stessa evasione, lo stesso effimero stordimento
prova il bovaro all'osteria, quando si tracanna alcuni bicchieri di acquavite o di latte di cocco fermentato. Allora egli non sente più il proprio Io,
allora non sente più le pene della vita, allora prova un effimero stordimento. E prova lo stesso, sonnecchiando sul suo bicchiere di acqua-vite,
che provano Siddharta e Govinda, quando riescono a sfuggire, grazie a
lunghi esercizi, dai loro corpi, e a indugiare nel non-Io. Così è, o Govinda ».
Disse Govinda: « Così dici tu, amico mio, eppure sai bene che Siddharta non è un bovaro, né un Samana un ubriacone. Certo il beone trova
lo stordimento, certo trova breve tregua ed evasione, ma egli ritorna dalla sua ebbrezza e ritrova tutto come prima, non è diventato più saggio,
non ha raccolto conoscenza, non è salito di un gradino più in alto ». E
Siddharta replicò con un sorriso: « Non lo so, non sono mai stato un

beone. Ma che io, Siddharta, nelle mie pratiche e concentrazioni trovo
soltanto una passeggera ebbrezza e rimango tanto lontano dalla saggezza, dalla soluzione, quanto lo ero in-fante nel ventre della madre, questo
lo so, Govinda, questo lo so ».
E un'altra volta che Siddharta con Govinda aveva lasciato il bosco per
andare a mendicare nel villaggio un po' di cibo per i loro fratelli e maestri, di nuovo Siddharta prese a parlare e disse: « Ma ora, o Govinda, siamo veramente sulla retta via? Ci accostiamo davvero alla conoscenza?
Ci avviciniamo davvero alla soluzione? O non ci aggi-riamo piuttosto in
un cerchio, noi che pur pensavamo di sottrarci al circolo delle trasformazioni elementari? ».
Disse Govinda: « Molto abbiamo appreso, Siddharta, molto rimane
ancora da apprendere. Non ci moviamo in cerchio, ci moviamo verso
l'alto, il cerchio è una spirale, e di molti gradini siamo già ascesi ».
Rispose Siddharta: « Che età credi che abbia il più vecchio dei nostri
Samana, il nostro venerabile maestro? ».
Disse Govinda: « Il più vecchio potrà avere un sessant'anni ».
E Siddharta: « Sessant'anni è vissuto, e il nirvana non l'ha mai raggiunto. Ne vivrà settanta, ottanta, e tu e io, anche noi, diverremo vecchi
e faremo i nostri esercizi, digiuneremo, mediteremo. Ma il
nirvana non lo raggiungeremo: non lo raggiungerà il maestro, non lo
raggiungeremo noi. O Govinda, di tutti i Samana che esistono non uno,
io credo, neanche uno, raggiunge il nirvana. Troviamo con-forti, troviamo da stordirci, acquistiamo abilità con Ie quali cerchiamo d'illuderci.
Ma l'essenziale, la strada delle strade non la troviamo ».
« Non pronunciare, » disse Govinda « non pronunciare così terribili
parole, Siddharta! Come sarebbe possibile che fra tanti sapienti, fra tanti
Brahmini, fra tanti austeri e venerabili Samana, fra tanti uomini che cercano, fra tanti uomini che si applicano coh tutta l'anima loro, fra tanti
santi non uno debba trovare la strada delle strade? ».
Ma Siddharta rispose, con una voce in cui trapelavano a un tempo tristezza e dispetto, una voce lieve, un po' triste, ma anche alquanto beffarda: « Presto, Govinda, il tuo amico abbandonerà questa via dei Samana
che ha così a lungo percorso con te. Io soffro la sete, o Govinda, e su
questa lunga via dei Samana la mia sete non si è per nulla placata. Sem-

pre ho sofferto sete del sapere, sempre sono stato pieno d'interrogativi.
Ho inter-rogato i Brahmini, d'anno in anno, ho interrogato i sacri Veda,
d'anno in anno. Forse, o Govinda, sarebbe stato altrettanto saggio e altrettanto utile interrogare il rinoceronte o lo scimpanzè. Lungo tempo ho
impiegato, Govinda, e non ne sono ancora venuto a capo, per imparare
questo: che non si può imparare nulla! Nella realtà non esiste, io credo,
quella cosa che chiamiamo « imparare ». C'è soltanto, o amico, un sapere, che è ovunque, che è Atman, che è in me e in te e in ogni essere. E
così comincio a credere: questo sapere non ha nessun peggior nemico
che il voler sapere, che l'imparare ».
Govinda si fermò di botto in mezzo alla strada, alzò le mani e disse: «
Non crucciare, Siddharta,
non spaventare l'amico con simili discorsi! In verità, paura svegliano
le tue parole nel mio cuore. Ma pensa dunque: che ne sarebbe della santità dei Samana, se fosse così come tu dici, se non fosse possibile imparare?! Che ne sarebbe, o Siddharta, che ne sarebbe allora di tutto ciò che
sulla terra v'ha di santo, di venerabile, di degno?! ».
E Govinda mormorò un versetto tra sé e sé, un versetto di una Upanishad:
Chi s'immerge meditando, con puro intelletto, nell'Atman, Parole non
v'hanno ad esprimere la beatitudine del suo cuore.
Ma Siddharta taceva. Pensava le parole che Govinda gli aveva dette, e
le pensava a fondo. Sì, pensava a testa bassa, che rimane dunque ancora
di tutto ciò che ci pareva sacro? Che rimane? Che cosa resta
confermato? E scosse il capo.
Un giorno — eran circa tre anni che i due giovani vivevano coi Samana, partecipando ai loro esercizi spirituali — un giorno giunse fino a
loro, passata per mille bocche, una notizia, una voce, una fama: un uomo
era apparso, chiamato Gotama, il Sublime, il Buddha, che aveva superato in sé il dolore del mondo ed era riuscito a fermare la ruota delle rinascite. Passava per la terra insegnando, circondato di giovani, senza ricchezze, senza casa, senza donna, avvolto nel giallo saio del pellegrino,
ma con fronte serena: un beato. E principi e Brahmini si inchinavano a

lui e diventavano suoi discepoli. Questa fama, questa voce, questa leggenda risuonava qua e là, si propagava, nelle città ne parla-vano i Brahmini, nella foresta i Samana, e sempre quel nome di Gotama, il Buddha,
ritornava alle orecchie dei giovani, in un'aureola or buona or cattiva, oggetto di lode e di scherno.
Come quando in un paese infierisce la peste, e sorga la notizia che in
qualche luogo ci sia un
uomo, un saggio, un mago, cui la parola o il respiro bastino a guarire
ogni vittima del contagio, e come allora questa novella percorre la terra e
ognuno ne parla, molti credono, molti dubitano, ma molti anche si mettono senz'altro in cammino per cercare il saggio, il salvatore, così percorse la terra quella leggenda, diffondendosi come un profumo, la leggenda di Gotama, il Buddha, il saggio della stirpe dei Sakya. A lui era
congenita, così affermavano i suoi fedeli, la somma sapienza, egli si ricordava della sua precedente esistenza, egli aveva raggiunto il nirvana e
non sarebbe rientrato mai più nel circolo delle reincarnazioni, mai più
sarebbe stato sommerso nella torbida corrente delle forme. Si riferivano
di lui cose magnifiche e incredibili: aveva fatto miracoli, aveva sottomesso il demonio, aveva parlato con gli dèi. Ma i suoi nemici e gli increduli dicevano che questo Gotama era un vacuo seduttore, che passava i
suoi giorni nelle mollezze, disprezzava i sacrifici, non aveva alcuna dottrina e non 'praticava esercizi né mortificazione.
Dolce suonava la leggenda ciel Buddha, un incanto si sprigionava da
queste notizie. Certo il mondo era malato, dura da sopportare era la vita,
ed ecco, qua sembrava che sgorgasse una fonte, qua sembrava che risuonasse un messaggio consolatore, benigno, pieno di nobili promesse.
Dappertutto dove la fama del Buddha si spandeva, in ogni paese dell'India ascoltavano i giovani attentamente, con desiderio e speranza, e tra i
figli dei Brahmini delle città e dei villaggi ogni pellegrino e ogni straniero era benvenuto, se portava notizie di lui, del sublime, del Sakyamuni.
Anche ai Samana nel bosco, anche a Siddharta, anche a Govinda era
pervenuta la voce, lentamente, a gocce, e ogni goccia grave di speranza,
ogni goccia grave di dubbio. Non ne parlarono a lungo,
poiché il più anziano dei Samana non sentiva volentieri questo discorso. S'era fatto l'idea che quel sedicente Buddha fosse stato precedente-

mente un eremita e fosse vissuto nella foresta, ma poi avesse fatto ritorno alle mollezze e ai piaceri del mondo; non faceva quindi alcuna stima
di questo Gotama. « O Siddharta, » così parlò una volta Govinda al suo
amico « quest'oggi fui al villaggio e un Brahmino m'invitò a entrare nella sua casa, e nella sua casa c'era il figlio d'un Brahmino di Magadha:
costui ha visto coi suoi occhi il Buddha e l'ha sentito predicare. In verità,
il cuore mi dolse in petto, e io pensai tra me: o potessimo dunque anche
noi, Siddharta e io, vivere quell'ora in cui sentiremo la dottrina dalla
bocca di quell'uomo perfetto! Parla, amico mio, non vogliamo anche noi
andar laggiù ad ascoltare la dottrina dalla bocca del Buddha? ». Disse
Siddharta: « Sempre, o Govinda, avevo pensato che Govinda sarebbe rimasto fra i Samana, sempre avevo creduto che fosse suo scopo diventar
vecchio, di sessanta, di settant'anni, e sempre continuare a praticare le
arti e gli esercizi che adornano il Samana. Ma guarda un po', io non conoscevo abbastanza Govinda, poco sapevo del suo cuore. E ora ecco che
tu vuoi, carissimo, prendere un'altra strada e andare laggiù dove il Buddha annuncia la sua dottrina ».
Disse Govinda: « A te piace burlare, Siddharta. Ma possa tu sempre
continuare a burlarmi! Forse non s'è destato anche in te un desiderio, un
ardore di ascoltare questa dottrina? E non m'hai detto una volta che non
avresti più seguìto per molto la via del Samana?
Allora sorrise Siddharta, del suo sorriso, mentre sul tono della sua
voce si stendeva un'ombra di tristezza e anche un'ombra di canzonatura,
e disse: « Bene, Govinda, bene hai parlato: il tuo ricordo è stato molto a
proposito. Ma vogliti anche ricordare del resto che hai udito da me, e cioè che sono diventato diffidente
e stanco verso le dottrine e verso l'apprendere, e che scarsa è la mia fede
nelle parole che ci vengono dai maestri. Tuttavia sta bene, mio caro,
sono pronto ad ascoltare quella dottrina, sebbene nel mio cuore io creda
che di tale dottrina il meglio l'abbiamo già sperimentato». Disse Govinda: « La tua deliberazione rallegra il mio cuore. Ma dimmi, come potrebbe esser possibile? Come potrebbe la dottrina del Buddha, prima ancora che noi l'abbiamo intesa, aver maturato per noi i suoi frutti
migliori? ».
Disse Siddharta: « Godiamoci. questi frutti, o Govinda, e attendiamo

quelli che verranno! Ma il frutto di cui già ora andiamo debitori a Gotama consiste in ciò, ch'egli ci porta via dai Samana! Se poi egli abbia anche altro e di meglio da darci, questo, o amico, lo vedremo: attendiamo
intanto con cuore tranquillo ».
Quello stesso giorno Siddharta notificò al più vecchio dei Samana la
propria decisione di volerlo lasciare. Ciò gli rese noto con quella cortesia
e quel- la modestia che si addicono a un giovane e a un discepolo. Ma il Samana andò in collera a sentire che i due giovani lo volessero abbandonare, e alzò la voce con grossolane parole di oltraggio.
Govinda si spaventò e rimase altamente imbarazzato, ma Siddharta accostò la bocca all'orecchio di Govinda e gli sussurrò: « Ora voglio mostrare al vecchio che qualcosa con lui ho pure imparato ». Collocandosi
ben vicino di fronte al Samana, con l'anima tutta concentrata, colse col
proprio sguardo lo sguardo del vecchio e lo avvinse, lo fece ammutolire,
disarmò la sua volontà e l'assoggettò alla propria, ordinandogli di fare,
senza tante storie, ciò ch'egli desiderava da lui. Il vecchio ammutolì
sbarrando gli occhi, la sua volontà si allentò, le braccia gli caddero penzoloni, e impotente egli dovette
subire la fascinazione di Siddharta. Anzi, i pensieri di Siddharta s'impadronirono del Samana, ed egli dovette eseguire ciò che essi gli comandavano. Per-ciò il vecchio s'inchinò parecchie volte, eseguì gesti di benedizione, pronunciò balbettando un pio augurio di buon viaggio. E i
giovani ricambiarono lo augurio e salutando si dipartirono.
Per strada disse Govinda: « O Siddharta, non sapevo che tanto avessi
appreso dai Samana. È difficile, molto difficile ipnotizzare un vecchio
Samana. In verità, se tu fossi rimasto con loro, avresti presto imparato a
camminare sulle acque ».
« Non desidero camminare sulle acque », rispose Siddharta. « Queste
arti le lascio volentieri ai vecchi Samana ».
GOTAMA
Nella città di Savathi anche i bambini conoscevano il nome del sublime Buddha, e ogni famiglia si dava d'attorno per riempire le ciotole delle elemosine ai discepoli di Gotama, che mendicavano in silenzio. Nei

dintorni della città si trovava il soggiorno preferito di Gotama, il boschetto jetavana, che il ricco mercante Anathapindika, un devoto ammiratore del Sublime, aveva offerto in dono a lui e ai suoi discepoli.
Nella loro peregrinazione in cerca del soggiorno di Gotama, i due giovani pellegrini s'erano informati del cammino da seguire: e tutte le risposte ricevute, come in genere i racconti uditi, li indi-rizzarono a questo
luogo. Come giunsero a Savathi, subito, nella prima casa alla cui porta si
fermarono a chiedere, venne loro offerto cibo; ed essi accettarono il cibo
e Siddharta interrogò la donna che glielo porgeva: «Vorremmo sapere, o
donna gentile, dove abita il Buddha, il Venerabilissimo, poi-ché noi siamo due Samana del bosco, e siam venuti per vedere lui, il Perfetto, e apprendere la dottrina dalle sue labbra».
Disse la donna: « Veramente in buon punto siete arrivati voi, Samana
del bosco. Sappiate che a Jetavana, nel giardino di Anathapindika si trova il Sublime. Là potrete passar la notte, voi, pellegrini, poiché là appunto vi è spazio sufficiente per le folle innumerevoli che affluiscono a sentire la dottrina dalle sue labbra ».
Si rallegrò allora Govinda e pieno di gioia esclamò: «Bene dunque,
così la nostra meta è raggiunta e il nostro cammino finito! Ma dicci, tu,
buona madre dei pellegrini, lo conosci tu il Buddha, l'hai visto coi tuoi
occhi?».
Disse la donna: « Molte volte l'ho visto, il Sublime. Spesso. accadeva
di vederlo passare per le strade, silenzioso, nel suo mantello giallo: tacendo porge la ciotola delle elemosine alle porte delle case e la ritrae
colma di offerte ».
Govinda ascoltava entusiasmato e avrebbe ancor voluto chiedere e sapere tante cose. Ma Siddharta Io esortò a procedere oltre. Ringraziarono
e partirono, e raramente ebbero ancor bisogno di chiedere la strada, perché molti pellegrini e monaci della comunità di Gotama erano in cammino per Jetavana. Come vi giunserò, nella notte, era un continuo movimento di nuovi arrivi, continue domande e risposte tui gente che chiedeva e otteneva ospitalità. I due Samana, avvezzi alla vita nel bosco, trovarono presto e senza rumore un ricovero, e vi riposarono fin al mattino.
Al sorgere del sole videro con stupore qual folla di credenti e curiosi
avesse pernottato in quel luogo. Per tutti i sentieri del magnifico bo-

schetto passeggiavano monaci in tunica gialla, sedevano, qua e là sotto
gli alberi, immersi nella contemplazione o in elevati discorsi; le aiuole
ombrose presentavano l'aspetto d'una città, piene di uomini ronzanti
come api. La maggior parte dei monaci uscivano con la ciotola delle elemosine, onde raccogliere in città il cibo per l'unico pasto giornaliero,
quello di mezzogiorno. Anche il Buddha. stesso, l'Illuminato, soleva fare
di mattina il suo giro per mendicare.
Siddharta lo vide, e lo riconobbe subito, come se un dio gliel'avesse
additato. Lo vide, un ometto semplice, in cotta gialla, che camminava
tranquillo con la sua ciotola in mano per le elemosine.
«Guarda là!» disse piano Siddharta a Govinda. «Quello là è il Buddha
».
Attentamente guardò Govinda il monaco in cotta gialla, che non pareva distinguersi in nulla dai cento e cento altri monaci. E tosto anche Govinda si rese conto: sì, era quello. E lo seguirono, osservandolo.
Il Buddha andava per la sua strada, modesto e immerso nei propri pensieri; la sua faccia tranquilla non era né allegra né triste, solo pareva illuminata da un lieve sorriso interiore. Con un sorriso nascosto, cheto, tranquillo, non, dissimile da un bambino sano e ben disposto, camminava il
Buddha; portava la tonaca e posava i piedi tale e quale come tutti i suoi
monaci, esattamente secondo la regola. Ma il suo volto e il suo passo, il
suo sguardo chetamente abbassato, la sua mano che pendeva immota, e
perfino ogni dito della mano penzolante immota, esprimevano pace,
esprimevano perfezione: nulla in lui che tradisse la ricerca, l'aspirazione
a qualche cosa, egli respirava dolcemente in una quiete imperitura, in
una imperitura luce, in una pace inviolabile.
Così camminava Gotama verso la città, per raccogliere elemosine, e i
due Samana lo riconobbero unicamente alla perfezione della sua calma,
alla tranquillità della sua immagine, in cui non v'era ricerca, non vi era
desiderio, non aspirazione, non sforzo, ma solo luce e pace.
«Oggi ascolteremo la dottrina dalle sue labbra» disse Govinda.
Siddharta non rispose. Era poco curioso della dottrina, non credeva
ch'essa gli potesse apprendere qualcosa di nuovo; non meno di Govinda,
ne aveva già sentito tante e tante volte esporre il contenuto, sia pure grazie a resoconti di seconda e terza mano. Ma egli fissava attentamente la

testa di Gotama, le sue spalle, i suoi piedi, la mano penzolante immota, e
gli pareva che ogni articolazione in ogni dito di quella mano fosse dottrina, parlasse, spirasse, emanasse, riflettesse verità. Quest'uomo, questo
Buddha era intriso di verità, fin nell'ultimo atteggiamento del suo dito
mignolo. Quest'uomo era santo. Mai Siddharta aveva tanto stimato un
uomo, mai aveva tanto amato un uomo quanto costui.
I due seguirono il Buddha fino alla città e ritornarono silenziosi: per
quel giorno contavano di astenersi dal cibo. Videro Gotama ritornare, lo
videro consumare il pasto nel cerchio dei suoi discepoli — ciò che egli
mangiò non avrebbe saziato nemmeno un uccello — e lo videro ritirarsi
nella ombra degli alberi del mango.
Ma verso sera, quando il calore decrebbe e la vita si rianimava nell'accampamento e tutti si raggrupparono, udirono il Buddha predicare. Udirono la sua voce, e anche questa era perfetta, di perfetta calma, piena di
pace. Gotama predicò la dottrina del dolore: l'origine- del dolore, la via
per superare il dolore. Tranquillo e chiaro fluiva il suo pacato discorso.
Dolore era la vita, pieno di dolore il mondo, ma la liberazione dal dolore
s'era trovata: l'avrebbe trovata chi seguisse la via del Buddha.
Con voce dolce ma ferma parlava il Sublime: in-segnò i quattro punti
fondamentali, insegnò l'ottuplice strada, pazientemente ripercorse la
consueta via della dottrina, degli esempi, delle ripetizioni. Limpida e calma si librava la sua voce sugli ascoltatori, come una luce, come una stella nel cielo. Quando il Buddha — già era scesa la notte — con-chiuse il
suo discorso, diversi pellegrini si fecero avanti e pregarono d'essere accolti nella comunità, manifestando il desiderio di convertirsi a quella
dottrina. E Gotama li accolse dicendo: « Bene ave-te appreso la dottrina,
bene vi è stata annunciata. Avanzate nel cammino e peregrinate in santità, per preparare la fine d'ogni dolore
Ed ecco anche Govinda s'avanzò, il timido Govinda, e disse: « Anch'io
voglio rifugiarmi presso il Sublime e la sua dottrina » e pregò d'essere
accolto nella comunità dei discepoli, e fu accolto.
Subito dopo, poiché il Buddha s'era ritirato per il riposo della notte,
Govinda si volse a Siddharta e parlò con fuoco: « Siddharta, non a me
s'addice di muoverti rimprovero. Tutti e due abbiamo ascoltato il Sublime, tutti e due abbiamo appreso la dottrina. Govinda ha sentito la dottri-

na e s'è rifugiato in lei. Ma tu, mio degno amico, non vuoi anche tu seguire il sentiero della liberazione? Vuoi indugiare, vuoi aspettare
ancora? a.
Siddharta si destò come da un sogno, quando sentì le parole di Govinda. A lungo lo fissò nel volto. Poi parlò sommessamente, e nella sua
voce non c'era scherno, questa volta: « Govinda, amico mio, ora tu hai
fatto il passo, ora tu hai scelto la tua strada. Sempre, Govinda, tu sei stato mio amico, sempre tu m'hai seguìto a distanza di un passo. Spesso
avevo pensato: non farà mai, Govinda, un passo da solo, senza di me,
non ad altri ubbidiente che alla sua anima? Ed ecco, ora tu sei diventato
un uomo, e scegli da te la tua strada. Possa tu per-correrla fino alla fine,
amico mio! Possa tu trovare la liberazione! ».
Govinda, che non comprendeva ancora pienamente, ripeté con un tono
d'impazienza la sua domanda: « Parla dunque, ti prego, carissimo! Dimmi che certamente non può essere altrimenti: anche tu, mio dotto amico,
verrai a rifugiarti presso il Buddha sublime! ».
Siddharta posò la mano sulla spalla di Govinda: « Tu non hai badato
al mio augurio e alla mia benedizione, Govinda. Te lo ripeto: possa tu
per-correre questa via fino in fondo! Possa tu trovare la liberazione!
In questo istante Govinda capì che l'amico l'aveva abbandonato, e cominciò a piangere.
« Siddharta! » chiamò tra i singhiozzi.
Siddharta gli parlò benignamente: « Non dimenticare, Govinda, che
ora appartieni ai Samana del Buddha! A patria e parenti hai rinunciato;
hai rinunciato al tuo ceto e ai tuoi successi, alla tua personale volontà, e
all'amicizia. Così vuole la dottrina, così vuole il Sublime. Così tu stesso
hai voluto. Domani, o Govinda, ti lascerò ».
Ancora a lungo passeggiarono gli amici nel boschetto, a lungo giacquero senza trovar sonno. E sempre Govinda ricominciava a insistere
presso lo amico, perché non volesse anch'egli convertirsi alla dottrina di
Gotama, quali difetti vi trovasse dunque. Ma Siddharta si sottraeva sempre alle spiegazioni e diceva: « Sta' contento, Govinda! Ottima è la dottrina del Sublime, come potrei trovarvi un difetto? ».
Assai per tempo attraversò il giardino un seguace di Buddha, uno dei
suoi monaci più anziani, e chiamò a sé tutti i neofiti che -si erano con-

vertiti alla dottrina, per imporre loro la tonaca gialla e istruirli circa le
prime norme e i primi doveri del loro stato. Allora Govinda si fece forza,
abbracciò ancora una volta l'amico della sua giovinezza e si riunì alla
cerchia dei novizi.
Ma Siddharta passeggiava pensieroso attraverso il boschetto.
S'imbatté così in Gotama, il Sublime, e lo salutò rispettosamente, e
poiché lo sguardo del Buddha era pieno di bontà e di dolcezza, il giovane si fece animo e chiese al degno uomo il permesso di parlargli. Con un
cenno silenzioso, il Sublime acconsentì.
Parlò Siddharta: « Ieri, o Sublime, mi fu dato di ascoltare la tua mirabile dottrina. Insieme col mio amico io venni da lontano per ascoltare la
dottrina. E ora il mio amico rimarrà coi tuoi uomini, egli si rifugia in te.
Ma io riprendo ancora il mio pellegrinaggio ».
« Come ti piace » disse il degno uomo cortesemente. « Troppo ardite
son le mie parole » continuò Siddharta « ma non vorrei lasciare il Sublime senza avergli esposto schiettamente il mio pensiero. Vuole il Venerabile prestarmi ascolto ancora un momento? ».
Con un cenno silenzioso il Sublime assentì.
Disse Siddharta: « Una cosa, o Venerabilissimo, ho ammirato soprattutto nella tua dottrina. Tutto in essa è perfettamente chiaro e dimostrato;
come una perfetta catena, mai e in nessun luogo inter-rotta, tu mostri il
mondo: una eterna catena, con-testa di cause e di effetti. Mai ciò è stato
visto con tanta chiarezza, né esposto in modo più irrefutabile; certamente
più vivo deve battere il cuore-in petto a ogni Brahmino quand'egli, guidato dalla tua dottrina, senza soluzioni di continuità, limpido come un
cristallo, non dipendente dal caso, non dipende dagli dèi. Se esso sia
buono o cattivo, se la vita in esso sia gioia o dolore, può forse rima-nere
oscuro (può anche essere che questo non sia la cosa essenziale); ma l'unità del mondo, la connessione di tutti gli avvenimenti, l'inclusione di
ogni essere, grande e piccolo, nella stessa corrente, nella stessa legge
delle cause ultime, del divenire e del morire, questo risplende chiaramente dalla tua sublime dottrina, o Perfettissimo. Ma ora, secondo la tua
stessa dottrina, in un punto è inter-rotta questa unità e consequenzialità
di tutte le - cose, attraverso un piccolo varco irrompe ìn questo mondo
unitario qualcosa che prima non era e che non può essere indicato né di-

mostrato: e questo varco è la tua dottrina del superamento del mondo,
della liberazione. Ma con questo piccolo spiraglio, con questa piccola
rottura viene di nuovo infranto e compromesso l'intero ordinamento del
mondo unitario ed eterno. Voglimi perdonare, se ho osato proporti quest'obiezione ».
Tranquillo e immobile l'aveva ascoltato Gotama. Quindi parlò a sua
volta, il Perfetto: parlò con la sua voce benigna, con la sua voce chiara e
cortese: « Tu hai udito la dottrina, o figlio di Brahmino, e torna a tuo
onore di avervi riflettuto così profondamente. Tu vi hai trovato una frattura, un errore. Possa tu andar oltre col pensiero. Per-metti solo ch'io ti
metta in guardia, o tu che sei avido di sapere, contro la molteplicità delle
opinioni e contro le contese puramente verbali. Le opinioni non contano
niente, possono essere belle o odiose, intelligenti o stolte, ognuno può
adottarle o respingerle. Ma la dottrina che hai udito da me, non è mia
opinione, e il suo scopo non è di spiegare il mondo agli uomini avidi di
sapere. Un altro è il suo scopo: la liberazione dal dolore. Questo è ciò
che Gotama insegna, null'altro
«Perdona il mio ardire, o Sublime » disse il giovane. « Non per avere
una discussione con te, una discussione puramente terminologica, ti ho
parlato poc'anzi in questo modo. In verità, hai ragione: contano poco
le opinioni. Ma permettimi di dire ancora questo: non un minuto io ho
dubitato di te. Non un minuto ho dubitato che tu sei Buddha, che tu
hai raggiunto la meta, la somma meta verso la quale si affaticano tante
migliaia di Bramini e di figli di Brahmini. Tu hai trovato la liberazione
dalla morte. Essa è venuta a te attraverso la tua ricchezza, ti è venuta
incontro sulla tua stessa strada, attraverso il tuo pensiero, la concentrazione, la conoscenza, la rivelazione. Non ti è venuta attraverso la dottrina! E — tale è il mio pensiero, o Sublime — nessuno perverrà mai
alla liberazione attraverso una dottrina! A nessuno, o Venerabile, tu
potrai mai, con parole, e attraverso una dottrina, comunicare ciò che
avvenne in te nell'ora della tua illuminazione! Molto contiene la dottrina del Buddha cui la rivelazione è stata largita: a molti insegna
a vivere rettamente, a evitare il male. Ma una cosa non contiene questa
dottrina così limpida, così degna di stima: non contiene il segreto di ciò
che il Sublime stesso ha vissuto, egli solo fra centinaia di migliaia. Que-

sto è ciò di cui mi sono accorto, mentre ascoltavo la dottrina. Questo è il
motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un'altra e
migliore dottrina, poiché lo so, che non ve n'è alcuna, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri e raggiungere da solo la mia meta o
morire. Ma spesso ripenserò a questo giorno, o Sublime, e a questa ora,
in cui i miei occhi videro un Santo ».
Chetamente fissavano il suolo gli occhi del Buddha, chetamente raggiava in perfetta calma il suo viso imperscrutabile.
« Voglia il cielo che i tuoi pensieri non siano errori! » parlò lentamente il Venerabile. « Possa tu giungere alla meta! Ma dimmi, hai tu visto la
schiera dei miei Samana, dei molti miei fratelli che si sono convertiti alla
dottrina? E credi tu, o Samana forestiero, credi tu che per tutti costoro
sarebbe meglio abbandonare la dottrina e rientrare nella vita del mondo e
dei piaceri? ».
« Lungi da me un tal pensiero! » gridò Siddharta. « Possano essi rimaner tutti fedeli alla dottrina, possano raggiungere la loro meta. Non tocca
a me giudicare la vita di un altro. Solo per me, per me solo devo giudicare, devo scegliere, devo scartare. Liberazione dall'lo è quanto cerchiamo
noi Samana, o Sublime. Se io diventassi ora uno dei tuoi discepoli, o Venerabile, mi avverrebbe — temo — che solo in apparenza, solo illusoriamente il mio Io giungerebbe alla quiete e si estinguerebbe, ma in realtà,
esso continuerebbe a vivere e a ingigantirsi, poiché lo materierei della
dottrina, della mia devozione e del mio amore per te, della comunità con
i monaci! ».
Con. un mezzo sorriso, con immutata e benigna serenità Gotama guardò lo straniero negli occhi e lo congedò con un gesto appena percettibile.
« Tu sei intelligente, o Samana » disse il Venerabile. « Sai parlare con
intelligenza! ».
Il Buddha s'allontanò, e il suo sguardo e il suo mezzo sorriso rimasero
per sempre incisi nella me-. moria di Siddharta.
Mai ho visto un uomo guardare, sorridere, sedere, camminare a quel
modo, egli pensava, così vera-mente desidero anch'io saper guardare,
sorridere, sedere e camminare, così libero, venerabile, mode-sto, aperto,
infantile e misterioso. Così veramente guarda e cammina soltanto l'uomo
che è disceso nell'intimo di se stesso. Bene, cercherò anch'io {li discen-

dere nell'intimo di me stesso.
Ho visto un uomo, pensava Siddharta, un uomo unico, davanti al quale
ho dovuto abbassare lo sguardo. Davanti a nessun altro voglio mai più
abbassare Io sguardo: a nessun altro. Nessuna dottrina mi sedurrà mai
più, poiché non m'ha sedotto la dottrina di quest'uomo.
Il Buddha m'ha derubato, pensava Siddharta, m'ha derubato, eppure è
ben più prezioso ciò ch'egli mi ha donato. M'ha derubato del mio amico,
di colui che credeva in me e che ora crede in lui, che era la mia ombra e
che ora è l'ombra di Gotama. Ma mi ha donato Siddharta, mi ha fatto
dono . di me stesso.
RISVEGLIO
Quando Siddharta lasciò il boschetto nel quale rimaneva il Buddha, il
Perfetto, e nel quale rimaneva Govinda, allora egli sentì che in questo
boschetto restava dietro di lui anche tutta la sua vita passata e si separava
da lui. Su questa sensazione, che lo riempiva tutto, egli venne riflettendo
mentre s'allontanava a lento passo. Profondamente' vi pensò, come attraverso un'acqua profonda si lasciò calare fino al fondo di questa sensazione, fin là dove riposano le cause ultime, poiché conoscere le cause ultime, questo appunto è pensare — così gli pareva — e solo per questa via
le sensazioni diventano conoscenze e non vanno perdute, ma al contrario
sí fanno essenziali e cominciano a irradiare ciò che in esse è contenuto.
Rifletteva Siddharta nel suo lento cammino. Stabilì che non era più un
giovinetto, ma era diventato un uomo. Stabilì che una cosa l'aveva abbandonato, così come il serpente viene abbandonato dalla sua vecchia
pelle, che una cosa non era più presente in lui, che l'aveva accompagnato
durante tutta la sua giovinezza, e gli era appartenuta: il desiderio di avere
maestri e di conoscere dottrine. L'ultimo maestro che era apparso sulla
sua strada, il sommo e sapientissimo maestro, il più santo di tutti, il Buddha, anche questo egli l'aveva abbandonato, aveva dovuto separarsi da
lui, non aveva potuto accogliere la sua dottrina.
Sempre più lento andava il pensieroso e si chiedeva frattanto: « Ma
che è dunque ciò che avevi voluto apprendere dalle dottrine e dai maestri, e che essi, pur avendoti rivelato tante cose, non sono riusciti a insegnarti? ». Ed egli trovò: « L'Io era, ciò di cui volevo apprendere il senso
e l'essenza.

L'Io era, ciò di cui volevo liberarmi, ciò che volevo superare. Ma non
potevo superarlo, potevo soltanto ingannarlo, potevo soltanto fuggire o
nascondermi davanti a lui. In verità, nessuna cosa al mondo ha tanto occupato i miei pensieri come questo mio Io, questo enigma ch'io vivo,
d'essere uno, distinto e separato da tutti gli altri, d'essere Siddharta! E su
nessuna cosa al mondo so tanto poco quanto su di me, Siddharta!
Colpito da questo pensiero s'arrestò improvvisamente nel suo lento
cammino meditativo, e tosto da questo pensiero ne balzò fuori un altro,
che suonava: « Che io non sappia nulla di me, che Siddharta mi sia rimasto così estraneo e sconosciuto, questo dipende da una causa fondamentale, una sola: io avevo paura di me, prendevo la fuga da-vanti a me stesso! l'Atman cercavo, Brahma cercavo, e volevo smembrare e scortecciare il mio Io, per trovare nella sua sconosciuta profondità il nocciolo di
tutte le cortecce, l'Atman, la vita, il divino, l'assoluto. Ma proprio io, intanto, andavo perduto a me stesso
Siddharta schiuse gli occhi e si guardò intorno, un sorriso gli illuminò
il volto, e un profondo senti-mento, come di risveglio da lunghi sogni, lo
per-corse fino alla punta dei piedi. E appena si rimise in cammino, correva in fretta, come un uomo che sa quel che ha da fare.
« Oh! » pensava respirando profondamente « ora Siddharta non me lo
voglio più lasciar scappare! Basta! cominciare il mio pensiero e la mia
vita con 1'Atman e col dolore del mondo! Basta! uccidermi e smembrarmi, per scoprire un segreto dietro le rovine! Non sarà più il Yoga-Veda a
istruirmi, né 1'Atharva-Veda, né gli asceti, né alcuna dottrina. Dal mio
stesso Io voglio andare a scuola, voglio conoscermi, voglio svelare quel
mistero che ha no-me Siddharta ».
Si guardò attorno come se vedesse per la prima volta il mondo. Bello
era il mondo, variopinto, raro e misterioso era il mondo! Qui era azzurro,
là giallo, più oltre verde, il cielo pareva fluire lentamente come i fiumi,
immobili stavano il bosco e la montagna, tutto bello, tutto enigmatico e
magico, e in mezzo v'era lui, Siddharta, il risvegliato, sulla strada che
conduce a se stesso. Tutto ciò, tutto questo giallo e azzurro, fiume e bosco penetrava per la prima volta attraverso la vista in Siddharta. non era
più l'incantesimo di Mara, non era più il velo di Maia, non era più insensata e accidentale molteplicità del mondo delle apparenze, spregevole

agli occhi del Brahmino, che, tutto dedito ai suoi profondi pensieri, scarta la molteplicità e solo dell'unità va in cerca. L'azzurro era azzurro, il
fiume era fiume, e anche se nell'azzurro e nel fiume vivevan nascosti
come in Siddharta l'uno e il divino, tale era appunto la natura e il senso
del divino, d'esser qui giallo, là azzurro, là cielo, là bosco e qui Siddharta. Il senso e l'essenza delle cose erano in qualche cosa oltre e dietro
loro, ma nelle cose stesse, in tutto.
« Come sono stato sordo e ottuso! » pensava, e camminava intanto rapidamente. « Quand'uno legge uno scritto di cui vuol conoscere il senso,
non ne disprezza i segni e le lettere, né li chiama illusione, accidente e
corteccia senza valore, bensì li decifra, li studia e li ama, lettera per lettera. Io invece, io che volevo leggere il libro del mondo e il libro del mio
proprio Io, ho disprezzato i segni e le lettere, a favore d'un significato
congetturato in precedenza, ho chiamato illusione il mondo delle apparenze, ho chiamato il mio occhio e la mia lingua fenomeni accidentali e
senza valore. No, tutto questo è finito, ora son desto, mi sono risvegliato
nella realtà e oggi nasco per la prima volta
Mentre rivolgeva tali pensieri, si fermò tuttavia improvvisamente,
come se un serpente fosse apparso sulla strada davanti ai suoi piedi.
Poiché improvvisamente anche questo gli si era rivelato: egli, che nella realtà si trovava come un risvegliato o come un nuovo nato, doveva ricominciare interamente la sua vita. Ancora in quello stesso mattino,
quando aveva lasciato Jetavana, il boschetto di quel Sublime, e già era in
atto di ridestarsi, già era sulla strada che riconduce a se stesso, era stata
sua intenzione e gli era parso perfettamente ovvio e naturale, dopo gli
anni del suo noviziato ascetico, far ritorno a casa sua, da suo padre. Ma
ora per la prima volta, proprio in quello istante in cui egli s'era arrestato
come se un serpente giacesse sulla sua strada, s'era destata in lui anche
questa idea: « Io non sono più quel che ero, non sono più eremita, non
sono più prete, non sono più Brahmino. Che dunque vado a fare a casa
di mio padre? Studiare? Offrire sacrifici? Praticare la concentrazione?
Tutto questo è passato, tutto questo non si trova più sul mio. cammino
Immobile restò Siddharta, e per un attimo, la durata d'un respiro, un
gelo gli strinse il cuore, ed egli lo sentì gelare nel petto come una povera
bestiola, un uccello o un leprotto, quando s'accorse quanto fosse solo.

Ora Io sentiva. Sempre, finora, anche nella più profonda concentrazione,
egli era rimasto il figlio di suo padre, era stato Brahmino, d'alto ceto, un
sacerdote. Adesso non era più che Siddharta, il risvegliato, e nient'altro.
Trasse un profondo sospiro, e per un attimo si sentì gelare. Rabbrividì.
Nessuno era così solo come lui. Non v'era un nobile che non appartenesse all'ambiente dei nobili, non v'era un manovale che non appartenesse
all'ambiente dei manovali; e fra i loro pari tutti trovavano ricetto, ne condivide-vano la vita, ne parlavano la lingua. Non v'era un Brahmino che
non fosse annoverato tra i suoi colleghi e non vivesse con loro, non v'era
un eremita che non potesse trovar ricetto nella società dei Samana, e anche il più sperduto solitario della foresta non era uno e solo, anche lui
era circondato da aderenti, anche lui apparteneva a una categoria che gli
faceva da patria. Govinda s'era fatto monaco, e mille monaci erano suoi
fratelli, porta-vano un abito come il suo, condividevano la sua fede, parlavano il suo linguaggio. Ma lui, Siddharta, a quale comunità apparteneva? Di chi condivideva la vita? Di chi avrebbe parlato il linguaggio?
Da questo momento in cui il mondo circostante parve disciogliersi intorno a lui, in cui egli rimase abbandonato come in cielo una stella solitaria, da questo momento di gelo e di sgomento Siddharta emerse, più di
prima sicuro del proprio Io, vigorosamente raccolto. Lo sentiva: questo
era stato lo ultimo brivido del risveglio, l'ultimo spasimo del nascimento.
E tosto riprese il suo cammino, mosse il passo rapido e impaziente, non
più verso casa,. non più verso il padre, non più indietro.
PARTE SECONDA
a Wilhelm Gundert mio padrino in Giappone
KAMALA
A ogni passo del suo cammino Siddharta imparava qualcosa di nuovo,
poiché il mondo era trasformato e il suo cuore ammaliato. Vedeva il sole
sorgere sopra i monti boscosi e tramontare oltre le lontane spiagge popolate di palme. Di notte vedeva ordinarsi in cielo le stelle, e la falce della
luna galleggiare come una nave nell'azzurro. Vedeva alberi, stelle, animali, nuvole, arcobaleni, rocce, erbe, fiori, ruscelli e fiumi; vedeva la rugiada luccicare nei cespugli al mattino, alti monti azzurri e diafani nella
lontananza; gli uccelli cantavano e le api ronzavano, il vento vibrava ar-

gentino nelle risaie. Tutto questo era sempre esistito nei suoi mille aspetti variopinti, sempre erano sorti il sole e la luna, sempre avevano scrosciato i torrenti e ronzato le api, ma nel passato tutto ciò non era stato
per Siddharta che un velo effimero e menzognero calato da-vanti ai suoi
occhi, considerato con diffidenza e destinato a essere trapassato e dissolto dal pensiero, poiché non era realtà: la realtà era al di là delle cose visibili. Ma ora il suo occhio liberato s'indugiava al di qua, vedeva e riconosceva le cose visibili, cercava la sua patria in questo mondo, non cercava
la « Realtà », né aspirava ad alcun al di là. Bello era il mondo a considerarlo così: senza indagine, così semplicemente, in una disposizione di
spirito infantile. Belli la luna e gli astri, belli il ruscello e le sue sponde,
il bosco e la roccia, la capra e il maggiolino, fiori e far-falle. Bello e piacevole andare così per il mondo e sentirsi così bambino, così risvegliato,
così aperto all'immediatezza delle cose, così fiducioso. Diverso era ora
l'ardore del sole sulla pelle, diversamente fredda l'acqua dei ruscelli e dei
pozzi, altro le zucche e le banane. Brevi erano i giorni, brevi le notti,
ogni ora volava via rapida come vela sul mare, e sotto la vela una barca
carica di tesori, piena di gioia. Siddharta vedeva un popolo di scimmie
agitarsi su tra i rami nell'alta volta del bosco e ne udiva lo strepito selvaggio e ingordo. Siddharta vedeva un montone inseguire una pecora e
congiungersi con lei. Tra le canne di una palude vedeva il luccio cacciare affannato verso sera: da-vanti a lui i pesciolini sciamavano a frotte rapida-mente, guizzando e balenando fuor d'acqua impauriti; un'incalzante
e appassionata energia si sprigionava dai cerchi precipitosi che l'impetuoso cacciatore ti acciava nell'acqua.
Tutto ciò era sempre stato, ed egli non l'aveva mai visto: non vi aveva
partecipato. Ma ora sì, vi partecipava e vi apparteneva. Luce e ombra attraversavano la sua vista, le stelle e la luna gli attraversavano il cuore.
Cammin facendo Siddharta si ricordò anche di tutto ciò che gli era
successo nel giardino Jetavana, della dottrina che vi aveva ascoltato, del
Buddha divino, della separazione da Govinda, della conversazione col
Sublime. Gli ritornarono alla mente le sue stesse parole, quelle che aveva detto al Sublime, ogni parola, e con stupore si accorgeva che in quella
occasione aveva detto cose di cui, allora, non aveva ancora esatta coscienza. Ciò ch'egli aveva detto a Gotama: che il segreto e il tesoro di

lui, del Buddha, non era la dottrina, ma l'inesprimibile e. ininsegnabile
ch'egli una volta aveva vissuto nell'ora della sua illuminazione, questo
era appunto ciò che egli cominciava ora a esperimentare. Di se stesso
doveva far ora esperienza. Già da un pezzo s'era persuaso che il suo stesso Io era l'Atman, di natura ugualmente eterna che quella di Brahma. Ma
mai aveva realmente trovato questo suo Io, perché ave-va voluto pigliarlo con la rete del pensiero. Anche se il corpo non era certamente quest'Io, e non lo era il gioco dei sensi, però non era l'Io neppure il pensiero,
non l'intelletto, non la saggezza acquisita, non l'arte appresa di trarre
conclusioni e dal già pensato dedurre nuovi pensieri. No, anche questo
mondo del pensiero restava di qua, e non conduceva a nessuna meta uccidere l'accidentale Io dei sensi per impinguare il non meno accidentale
Io del pensiero. Belle cose l'una e l'altra, il senso e i pensieri, dietro alle
quali stava nascosto il significato ultimo; a entrambe occorreva porgere
ascolto, entrambe occorreva esercitare, entrambe bisognava guardarsi
dal disprezzare o dal sopravvalutare, di entrambe occorreva servirsi per
origliare alle voci più profonde dell'Io. A nulla egli voleva d'ora innanzi
aspirare, se non a ciò cui la voce gli comandasse d'aspirare, in nessun
luogo indugiarsi, se non dove glielo consigliasse la voce. Perché un giorno Gotama, nell'ora fatidica, s'era seduto sotto l'albero del bo, dove l'illuminazione scese in lui? Aveva udito una voce, una voce nel proprio cuore, che gli ordinava di cercar riposo sotto quell'albero, ed egli non aveva
anteposto penitenze, sacrifici, abluzioni o preghiera, non cibo o bevanda,
non sonno né sogni; egli aveva obbedito alla voce. Obbedire così, non a
un comando esterno, ma solo alla voce, essere pronto così, questo era
bene, questo era necessario, null'altro era necessario.
Nella notte, mentre dormiva nella capanna di paglia d'un barcaiolo
sulla riva del fiume, Siddharta ebbe un sogno: Govinda gli stava innanzi,
in una gialla tonaca da monaco. Triste sembrava Govinda, e triste chiedeva: perché mi hai abbandonato? Allora egli abbracciava Govinda, lo
cingeva con le braccia, e mentre lo tirava al proprio petto e lo baciava,
non era più Govinda, ma una donna, dallo abito della donna sfuggiva un
seno rigonfio a cui Siddharta s'attaccava e beveva: dolce e forte il
sapore del latte di quel seno. Sapeva di donna e d'uomo, di sole e di
bosco, di bestia e di fiore, d'ogni frutto, d'ogni piacere. Inebbriava e pri-

vava della coscienza. Quando Siddharta si svegliò, palli-do, scintillava il
fiume attraverso la porta della capanna e nel bosco echeggiava profondo
e sonoro l'o-scuro richiamo della civetta.
Quando il giorno fu cominciato, Siddharta pregò il suo ospite, il barcaiolo, di traghettarlo oltre il fiume. Il barcaiolo lo fece salire sulla sua
zattera di bambù; l'ampia distesa d'acqua s'imporporava nella luce del
mattino.
« Un bel fiume « diss'egli al suo compagno.
« Sì, » rispose il barcaiolo « bellissimo fiume, io Io amo più d'ogni altra cosa. Spesso lo ascolto, spesso lo guardo negli occhi, e sempre ho
imparato qualcosa da lui. Molto si può imparare da un fiume ».
« Ti ringrazio, mio benefattore » disse Siddharta quando saltò sull'altra riva. « Non ho alcun dono con cui ricambiare la tua ospitalità, né ho
denaro per pagarti il traghetto. Non ho casa, io, sono un figlio di Brahmino e un Samana =.
« L'avevo ben visto, » disse il barcaiolo « e non m'aspettavo nessun
compenso da te, e nessun dono in cambio dell'ospitalità. Mi darai il dono
un'altra volta
«Lo credi? » chiese Siddharta di buon umore. « Sicuramente. Anche
questo ho imparato dal fiume: tutto ritorna! Anche tu, o Samana, ritornerai. Ora addio! Possa la tua amicizia essere il mio compenso. Ricordati di me quando sacrifichi agli dèi ». Si separarono sorridendo. Sorridendo si rallegrò Siddharta dell'amicizia e della cortesia del barcaiolo. « È come Govinda, » pensava sorridendo
«tutti coloro che incontro sul mio cammino sono come Govinda. Tutti
sono riconoscenti, mentre avrebbero essi stessi diritto a riconoscenza.
Tutti
sono sottomessi, tutti desiderano essere amici, desiderano obbedire e
pensare meno che si può. Bambini son gli uomini ».
Verso mezzogiorno passò attraverso un villaggio. Davanti alle capanne di loto bambini ruzzolavano sulla strada, giocavano con scorze di
zucca e con-chiglie, gridavano e s'azzuffavano, ma scapparono tutti spaventati davanti al Samana forestiero. Alla estremità del villaggio la strada attraversava un ruscello, e sulla riva del ruscello era inginocchiata
una giovane donna e lavava. Come Siddharta la salutò, ella levò il capo e

lo guardò sorridendo, sì che egli le vide balenare il bianco degli occhi.
Egli le gridò un augurio, come si suol fare tra viaggiatori, e le chiese
quanto cammino ci fosse ancora fino alla città grande. Allora ella si alzò
e gli si avvicinò: bella le splendeva la bocca nel giovane volto. Scambiò
con lui alcune parole scherzose, gli chiese se avesse già mangiato, o se
fosse vero che i Samana di notte dormono soli nei boschi e non possono
tener donne con sé. Ciò dicendo pose il piede sinistro sul destro e fece
un movimento come fa la donna quando invita l'uomo a quella forma di
godimento d'amore che i libri della dottrina chiamano « l'arrampicata
sull'albero ». Siddharta si sentì divampare il sangue e poiché in quell'istante gli ritornò in mente il suo sogno, egli si chinò un poco verso la
donna e le baciò la bruna punta del seno. Quindi sollevando lo sguardo
vide il suo volto sorridere vogliosamente e gli occhi rimpicciolirsi e quasi dissolversi nel desiderio. Anche Siddharta sentì desiderio, e si commosse la sua virilità; ma, come non aveva ancora mai toccato donna, le
sue mani, già pronte ad afferrare, esitarono un momento. E in quel momento udì, rabbrividendo, la voce della sua coscienza, e la voce diceva:
no. Allora sparì ogni incanto dal volto sorridente della giovinetta, egli
non vide più altro che l'umido sguardo d'una bestiola in calore. L'accarezzò affettuosamente sulla guancia, si distolse da lei, delusa, e scomparve davanti ai suoi occhi con passo leggero nel canneto di bambù.
Quello stesso giorno raggiunse, in serata, una gran-de città, e si rallegrò, poiché desiderava ardente-mente trovarsi fra gli uomini. A lungo
era vissuto nei boschi, e la capanna di paglia del barcaiolo, in cui aveva
dormito quella notte, era stata, dopo molto tempo, il primo tetto che si
trovasse ad avere sul capo.
All'ingresso della città, presso un bel boschetto cintato, s'imbatté nel
pellegrino una piccola schiera di servitori carichi di ceste. In mezzo a
loro, in un'adorna lettiga portata da quattro persone, se-deva su cuscini
rossi, sotto un parasole variopinto, una signora, la padrona. Siddharta si
fermò presso l'ingresso del giardino e contemplò la sfilata del corteo,
guardò i servi, le ancelle, guardò la lettiga e vide nella lettiga la dama.
Sotto neri capelli acconciati a guisa di torre egli vide un volto luminoso,
molto tenero, molto vivace, una bocca rossa come un fico appena spezzato, sopracciglia curate e dipinte in alto arco, occhi neri intelligenti e

viva-ci, collo fragile e sottile che emergeva dal corpetto verde e oro; le
candide mani riposavano lunghe e strette, con larghi cerchi d'oro ai polsi.
Siddharta vide quanto fosse bella, e rise il suo cuore. S'inchinò profondamente quando la lettiga s'avvicinò, e rialzandosi spiò nel caro volto lumino-so, lesse per un istante nei vividi occhi sotto l'alto arco delle sopracciglia, respirò una ventata di pro-fumo ignoto. Sorridendo accennò
un saluto la bella donna, per un attimo, quindi sparì nel boschetto, e dietro a lei i servi.
Così mi accosto a questa città, pensò Siddharta, sotto un dolce presagio. Avrebbe avuto voglia di entrare subito in quel giardino, ma si trattenne, e solo allora si rese conto del modo con cui servitori e ancelle l'avevano considerato all'ingresso, con quanto disprezzo, con quanta diffidenza, con quanta repulsione.
Sono ancora un Samana, pensò, ancor sempre un eremita e un mendicante. Non posso rimanere in questo stato; non così posso pretendere di
entrare nel giardino. E rise.
Dalla prima persona in cui s'imbatté per strada s'informò del giardino
e del nome di quella donna, e apprese che quello era il giardino di Kamala, la celebre cortigiana, e che oltre a quel boschetto ella possedeva
una casa in città.
Allora egli entrò in città. Adesso aveva uno scopo. Perseguendo questo scopo si lasciò inghiottire dalla città, s'immerse nella corrente delle
strade, si fermò nelle piazze, riposò sui gradini di pietra in riva al fiume.
Verso sera strinse amicizia con un garzone barbiere che aveva visto lavorare nell'ombra di un portico e poi aveva ritrovato, intento alla preghiera, in un tempio di Visnù. Gli raccontò le storie di Visnù e di Lakschmi, poi passò la notte dormendo presso le barche ormeggiate in riva
al fiume e di buon mattino, prima che i primi clienti entrassero nella bottega, si fece radere la barba e tagliare i capelli dal garzone barbiere, nonché pettinare la chioma e ungere di essenze profumate. Poi andò a bagnarsi nel fiume.
Nel tardo pomeriggio, quando la bella Kamala giungeva in lettiga al
suo boschetto, Siddharta stava all'ingresso, s'inchinò e ricevette il saluto
della cortigiana. Ma all'ultimo dei servi che sfilavano in corteo egli fece

un cenno e ordinò di annunciare alla signora che un giovane Brahmino
desiderava parlarle. Dopo un poco ritornò il servo, lo invitò a seguirlo, lo
condusse silenziosamente in un padiglione dove Kamala riposava su di
un divano, e lo lasciò solo con lei.
«Non sei tu ch'eri là fuori già ieri e che m'hai salutata? » chiese Kamala.
«Certo: ti ho già vista ieri e ti ho salutata ».
«Ma ieri non avevi la barba, e i capelli lunghi e impolverati? ».
«Bene hai osservato, nulla è sfuggito al tuo sguardo. Tu hai visto Siddharta, il figlio del Brahmino, che ha abbandonato casa sua per diventare un Samana e per tre anni è stato veramente un Samana. Ma ora ho
abbandonato quella strada, e venni in questa città, e la prima in cui
m'imbattei, allo ingresso di questa città, fosti tu. Per dirti questo sono
venuto, o Kamala! Tu sei la prima donna a cui Siddharta parli altrimenti che con occhi bassi. Mai più voglio abbassare gli occhi, quando
una bella donna mi sta di fronte ».
Kamala sorrise e giocherellò col suo ventaglio di penne di pavone. E
chiese:
«E solo per dirmi questo Siddharta è venuto a me? ».
« Per dirti questo e per ringraziarti di essere così bella. E se non ti dispiace, Kamala, vorrei pregarti d'essere mia amica e maestra, poiché non
so ancora nulla dell'arte in cui tu sei maestra ».
Questa volta Kamala rise a voce spiegata.
«Mai mi è successo, amico, che un Samana venisse da me dal bosco
per mettersi alla mia scuola! Mai mi è successo che venisse a me un
Samana dai capelli lunghi e in vecchio abito stracciato da penitenza!
Molti giovanotti vengono a me, e tra questi anche figli di Brahmini,
ma vengono ben vestiti, ben calzati, uno squisito profumo nei capelli e
molto denaro in tasca. Così, o Samana, sono fatti i giovanotti che vengono a trovarmi ».
Parlò Siddharta: a Ecco che già comincio a imparare da te. Anche ieri
ho già imparato. Già ho smesso la barba, ho pettinato e profumato i capelli. Poco è ciò che ancora mi manca, o bellissima: abiti eleganti, scarpe fini, denaro in tasca. Sappi che Siddharta s'è proposto
scopi ben più difficili che queste bagattelle, e c'è riuscito. Perché mai

non dovrei riuscire in ciò che ieri mi son proposto: diventare tuo amico e
apprendere da te le gioie dello amore! Tu mi sarai maestra, Kamala: ho
appreso cose ben più difficili di ciò che mi devi insegnare. E ora dunque:
non ti basta Siddharta così com'è, coi capelli profumati, ma senz'abiti,
senza scarpe, senza denaro? ».
Ridendo esclamò Kamala: a No, caro mio, ancora non mi basta. Abiti
devi avere, abiti eleganti, e scarpe, scarpe fini, e molto denaro in tasca, e
doni per Kamala. Lo sai ora, Samana del bosco? Te ne sei ben preso
nota? ».
«Ben me ne sono preso nota » rispose Siddharta.
«Come non dovrei prendermi nota di ciò che viene da una tal bocca!
La tua bocca è come un fico appena spezzato, Kamala. Anche la mia
bocca è rossa e fresca, e piacerà alla tua, vedrai. Ma dimmi, bella Kamala, non hai proprio nessuna paura del Samana del bosco che è venuto a imparare l'amore? ».
«Perché mai dovrei aver paura di un Samana, uno sciocco Samana del
bosco, che viene dal regno degli sciacalli e ancora non sa che siano le
donne? ». « Oh, ma è forte, il Samana, e non ha paura di nulla. Egli
potrebbe costringerti, bella fanciulla. - Potrebbe rapirti. Potrebbe farti
male ».
« No, Samana, di questo non ho paura. Ha mai avuto paura, un Samana o un Brahmino, che qualcuno potesse venire ad afferrarlo e gli strappasse la sua dottrina, la sua devozione e la profondità del suo ingegno?
No, perché questi beni appartengono a lui in proprio, ed egli ne dona
solo ciò che vuoi dare, e solo a chi vuole. E lo stesso, proprio lo stesso è
per Kamala e per le gioie dello amore. Bella e rossa è la bocca di Kamala, ma provati a baciarla contro il volere di Kamala, e non ne trarrai una
goccia di dolcezza, da quella bocca che tanta dolcezza sa distillare! Tu
sei un sapiente, o Siddharta; ebbene, impara anche questo: l'amore si può
mendicare, comprare, regalare, si può trovarlo per caso sulla strada, ma
non si può estorcere. Quella che hai escogitato è una via sbagliata. No,
sarebbe un peccato se un bel giovanotto come te volesse cominciare così
male ».
Siddharta fece un inchino, e sorrise. « Peccato sarebbe, Kamala, quanto hai ragione! Soprattutto sarebbe peccato. No, non una goccia di dol-

cezza della tua bocca deve andarmi perduta, né a te della mia. Dunque
resta inteso: Siddharta ritornerà quando abbia ciò che ancora gli manca:
abiti, scarpe, denaro. Ma dimmi, cara Kamala, non puoi dar-mi ancora
un piccolo consiglio? ».
«Un consiglio? E perché no? Chi non darebbe di buon grado un consiglio a un povero Samana ignorante, che arriva dai boschi degli
sciacalli? ». « Cara Kamala, allora consigliami: dove devo andare a.
trovare al più presto quelle tre cose? ». « Caro mio, questo è quanto
molti vorrebbero sa-pere. Devi eseguire ciò che hai imparato e farti
dare in cambio denaro, abiti, scarpe. Non c'è altro mezzo, per un povero, di procurarsi denaro. Che cosa sai fare, dunque?
« Io so pensare. So aspettare. So digiunare ».
«Nient'altro? _.
« Niente. Però ... so anche comporre versi. Vuoi darmi un bacio per
una poesia? ».
« Te lo darò se la tua poesia mi piace. Sentiamo un po'
Siddharta si raccolse un momento; quindi pronunciò questi versi:
Nel suo ombroso boschetto entrava la bella Kamala, all'ingresso del
boschetto stava il bruno Samana.
Profondamente s'inchinò quando vide il Fior di Loto, con un sorriso
ringraziò Kamala.
Più ameno, pensò il giovane, che sacrificare agli déi, più ameno è sacrificare alla bella Kamala.
Kamala batté le mani con forza, sì che i braccialetti d'oro tintinnarono.
« Belli sono i tuoi versi, bruno Samana, e vera-mente io non ci faccio
un cattivo affare se ti do in cambio un bacio
Ella lo invitò a sé con gli occhi, chinò il proprio volto sul suo e gli
posò la bocca sulla bocca, ch'era come un fico appena spezzato. Lungamente lo baciò Kamala, e con profondo stupore Siddharta sentì quanto
ella lo istruisse, quanto fosse sapiente, quanto lo dominasse, ora respingendolo e ora attirandolo, e soprattutto intuì come dietro a questo primo
bacio stesse una lunga, una bene ordinata, bene esperimentata serie di
baci, l'uno dall'altro diverso, che ancora lo attendevano. Rimase lì esterrefatto, respirando profondamente, e in quel momento era come un bambino stupito per la copia del sapere e per la quantità di cose da imparare

che gli si schiudono davanti agli occhi.
«Bellissimi sono i tuoi versi, » esclamò Kamala « se fossi ricca li pagherei a peso d'oro. Ma ti riuscirà difficile guadagnare coi versi tanto
denaro quanto te ne occorre. Perché occorre molto denaro, se vuoi.
diventare l'amico di Kamala ».
« Come sai baciare, Kamalal » balbettò Siddharta. « Sì, so baciare
bene, e appunto per questo non mi mancano abiti, scarpe, braccialetti e
ogni sorta di belle cose. Ma che sarà di te? Non sai fare nient'altro che
pensare, digiunare e verseggiare? _.
«Conosco anche le canzoni dei sacrifici, » disse Siddharta « ma non
le voglio più cantare. Conosco anche formule magiche, ma non le
voglio più pronunciare. Ho letto le Scritture ... s.
«Un momento » lo interruppe Kamala. « Sai leggere? E scrivere?
«Certo che so. Tanti sanno leggere e scrivere ».
«Mica tanti come credi. Io per la prima. Va benissimo che tu sappia
leggere e scrivere, molto bene. Anche delle formule magiche avrai ancora bisogno ».
A questo punto arrivò di corsa un'ancella e sussurrò qualcosa all'orecchio della padrona.
«Mi arriva una visita » esclamò Kamala. « Svelto, sparisci, Siddharta;
nessuno deve vederti qui, ricordati! Ci rivedremo domani ».
Ma ella comandò ancora all'ancella di dare al pio Brahmino un mantello bianco. Senza ben rendersi conto come ciò avvenisse, Siddharta si
vide spinto via dall'ancella, per sentierini traversi condotto in un padiglione del giardino, fornito d'un mantello, guidato in mezzo al boschetto
e insistentemente ammonito a scomparire al più presto e non visto dal
giardino.
Tutto contento, fece come gli era stato comandato. Avvezzo alla foresta, fu un gioco per lui scavalcare la siepe e uscire silenziosamente dal
boschetto. Ritornò soddisfatto in città, portando sottobraccio il mantello
arrotolato. Giunto a un albergo frequentato da viaggiatori, si piazzò accanto alla porta, mendicò in silenzio un po' di cibo, in silenzio si mangiò
un pezzo di torta di riso. Forse già domani — pensava — non mendicherò più il cibo da nessuno. Improvviso divampò in lui l'orgoglio. Non era
più un Samana, era indegno di lui il mendicare. Gettò la torta di riso a un

cane e restò senza cibo.
« Semplice è la vita che si conduce qui nel mondo pensava Siddharta.
« Non presenta difficoltà di sorta. Tutto era difficile, faticoso e, in definitiva, privo di speranze, quand'ero ancor Samana. Ora tutto è facile, facile come la lezione di bacio che Kamala mi ha impartito. Ho bisogno
d'abiti e denaro, e nient'altro. Bell'affare! Queste sono piccolezze, a portata di mano, non son problemi che ci si debba perdere il sonno =.
S'era subito informato circa la casa di città di Kamala, e là si trovò il
giorno dopo.
« Andiamo bene a ella gli gridò incontro. « Sei aspettato da Kamaswami, il più ricco mercante del-la città. Se gli vai a genio, ti assumerà in
servizio. Sii furbo, bruno Samana. Da altri gli ho fatto par-lare di te. Sii
cortese con lui: è molto potente. Ma non essere troppo modesto! Non
voglio che tu divenga un suo servo; devi diventare un suo pari, altrimenti non sarò soddisfatta di te. Kamaswami comincia a diventare vecchio e
pigro. Se gli vai a genio, può darsi che ti affidi grandi cose
Siddharta la ringraziò e rise, ed ella, come apprese che non aveva toccato cibo né ieri né oggi, gli fece portare pane e frutta e lo rifocillò.
« Hai avuto fortuna » gli disse all'atto di separarsi. « Le porte ti si
aprono innanzi l'una dopo l'altra. Come fai? Hai qualche incantesimo?
Siddharta disse: « Ieri ti raccontai che so pensare, aspettare e digiunare, ma tu trovasti che ciò non serve a nulla. Eppure serve molto, Kamala,
lo vedrai. Vedrai che gli sciocchi Samana del bosco imparano molte belle cose e possono ciò che voi non potete. Ier l'altro ero-ancora un mendicante dalla barbaccia incolta, ieri ho già baciato Kamala, e presto sarò un
mercante e avrò denaro e tutte quelle cose di cui tu fai tanto conto
«È un fatto » ammise Kamala. « Ma come ti troveresti senza di me?
Che saresti se Kamala non ti aiutasse?
«Cara Kamala, » disse Siddharta, drizzandosi in tutta la sua altezza «
quand'io venni nel tuo boschetto feci il primo passo. Era mio proposito
imparare l'amore da questa bellissima donna. Dal momento in cui formulai il proposito seppi anche
che- l'avrei attuato. Sapevo che mi avresti aiutato, ne fui certo fin dal
tuo primo sguardo all'ingresso del boschetto ».
« Ma se io non avessi voluto? ».

« Tu hai voluto. Vedi, Kamala, se tu getti una pietra nell'acqua, essa si
affretta per la via più breve fino al fondo. E così è di Siddharta, quando
ha una meta, un proposito. Siddharta non fa nulla. Siddharta pensa,
aspetta, digiuna, ma passa attraverso le cose del mondo come la pietra
attraverso l'acqua, senza far nulla, senza agitarsi: viene scagliato, ed egli
si lascia cadere. La sua meta lo tira a sé, poiché egli non conserva nulla
nell'anima propria, che potrebbe contrastare a questa meta. Questo è ciò
che Siddharta ha imparato dai Samana. Questo è ciò che gli stolti chiamano magia, credendo che sia opera dei demoni. Ognuno può compier
opera di magia, ognuno può raggiungere i propri fini, se sa pensare, se sa
aspettare, se sa digiunare
Kamala lo ascoltava. Amava la sua voce, amava lo sguardo dei suoi
occhi.
Forse è così, » disse piano « così come tu dici, amico. Forse è anche
così che Siddharta è un bello uomo, il suo sguardo piace alle donne, e
per questo la fortuna gli corre incontro ».
Siddharta prese congedo con un bacio. « Così sia, mia maestra. Possa
sempre piacerti il mio sguardo, possa sempre da te corrermi incontro la
fortuna!
TRA GLI UOMINI-BAMBINI
Siddharta andò dal mercante Kamaswami. Gli _ fu indicata una bella
casa; fra preziosi tappeti, servi lo condussero a una camera, dove rimase
in attesa del padron di casa.
Entrò Kamaswami, un uomo vivace e duttile, dai capelli fortemente
grigi, occhi accorti e guardinghi, bocca avida. L'ospite e il padron di
casa si salutarono cortesemente.
«Mi è stato detto » cominciò il mercante « che tu sei un Brahmino
molto istruito, ma che cerchi un impiego presso un mercante. Sei caduto in miseria, Brahmino, per cercare impiego? ».
«No, « disse Siddharta « non sono caduto in mi-seria e non son mai
stato in miseria. Sappi che vengo dai Samana, presso i quali• sono
vissuto per molto tempo ».
« Se vieni dai Samana, come fai a non essere in miseria? Non vivono i
Samana in assoluta povertà? a.

«Povero lo sono, » disse Siddharta « non possiedo niente, se è questo
che intendi dire. Certamente son povero. Ma lo sono volontariamente,
quindi non sono in miseria ».
«Ma di che vuoi vivere se non possiedi nulla? ». «Non ci ho mai pensato, signore. Per più di tre anni sono vissuto nella
più assoluta povertà, e non ho mai pensato di che potessi vivere ».
« Allora sei vissuto dei beni degli altri
«Probabilmente è così. Anche il mercante vive dei beni degli altri ».
«Ben detto. Ma egli non prende la roba agli altri per nulla; dà in cambio la propria merce ». « Così pare, difatti, che stia la cosa. Ognuno
pren de, ognuno dà. Così è la vita ».
«Ma permetti: se tu non possiedi nulla cosa vuoi dare? ».
« Ognuno dà di quel che ha. Il guerriero dà la forza, il mercante la
merce, il saggio la saggezza, il contadino riso, il pescatore pesci ».
«Benissimo. E che cos'è dunque che tu hai da dare? Che cosa hai appreso, che sai fare? ». « Io so pensare. So aspettare. So digiunare ». «
E questo è tutto? A.
« Credo che sia tutto ».
«E a che serve? Per esempio il digiunare: a che serve? ».
«È un'ottima cosa, signore. Quando un uomo non ha niente da mangiare, digiunare è la più bella cosa che possa fare. Se, per esempio,
Siddharta non avesse imparato a digiunare, oggi stesso dovrebbe assumere qualche impiego, da te o in qualunque altro posto, perché la
fame ve lo costringerebbe. Ma invece Siddharta può aspettare tranquillo, non conosce impazienza, non conosce miseria, può lasciarsi a
lungo assediare dalla fame e ridersene. A questo, signore, serve il digiuno ».
«Hai ragione, Samana. Ora attendi un momento ». Kamaswami uscì
e ritornò con un rotolo, che porse al suo ospite, chiedendo: « Sai leggere questo? a. Siddharta esaminò il rotolo, in cui era redatto un contratto commerciale, e cominciò a leggerne il con-tenuto.
«Benissimo » disse Kamaswami. « E vuoi scrivermi qualcosa su questo foglio? ».
Ciò dicendo gli porgeva un foglio e uno stilo: e Siddharta scrisse e restituì il foglio.

Kamaswami lesse: « Scrivere è bene, pensare è meglio. L'intelligenza
è bene, la pazienza è meglio « Scrivi magnificamente » lodò il mercante.
« Di molte cose avremo ancora da discorrere insieme, noi due. Per oggi,
ti prego, sii mio ospite e prendi dimora in questa casa
Siddharta ringraziò e accettò, ed ecco, ora abitava nella casa del mercante. Gli furono portati abiti e scarpe, e tutti i giorni un servo gli preparava il bagno. Due volte al giorno si serviva un ricco pasto, ma Siddharta
prendeva cibo soltanto una volta al giorno, e non mangiava carne né beveva vino. Kamaswami gli narrò del proprio commercio, gli mostrò merci e magazzini, gli espose i propri conti di cassa. Molte cose nuove apprese Siddharta, ascoltò molto e parlò poco. E, memore delle parole di
Kamala, non si assoggettò mai al mercante, bensì lo costrinse a trattarlo
come un suo pari, anzi, meglio che come un suo pari. Kamaswami conduceva i propri affari con accuratezza e spesso con passione, ma Siddharta considerava tutto ciò come un gioco, le cui regole egli si sforzava
d'apprendere esattamente, ma al cui contenuto restava indifferente il suo
cuore.
Non era passato molto tempo da che era entrato in casa di Kamaswami, e già egli diventava compartecipe al commercio del suo padron di
casa. Ma ogni giorno, all'ora ch'ella gli aveva stabilito, ben vestito, elegantemente calzato, visitava la bella Kamala, e ben presto prese anche a
portarle regali. Molto gli apprese la sua bocca rossa, sapiente. Molto gli
apprese la sua tenera, morbida mano. A lui, che in amore era ancora un
ragazzo, e perciò incline a precipitarsi ciecamente e insaziabilmente nel
piacere come in un abisso, ella insegnò a fondo la dottrina che non si ottiene piacere senza dare piacere, e che ogni gesto, ogni carezza, ogni
con-tatto, ogni sguardo, ogni minima posizione del corpo ha il suo segreto, la cui scoperta avvia alla consapevole felicità. Gli apprese che,
dopo una festa d'amore, gli amanti non debbono separarsi se non compresi di reciproca ammirazione, se non vinti e vincitori a un tempo, cosicché in nessuno dei due insorgano sazietà e squallore e il sentimento cattivo d'avere abusato o d'aver subito un abuso. Ore meravigliose egli trascorse presso la bella ed esperta artista, e divenne suo scolaro, suo amante, suo amico. Qui, presso Kamala, era il senso e il pregio
della vita ch'egli ora conduceva, non nel commercio di Kamaswami.

Il mercante lo incaricò della redazione di lettere e contratti importanti,
e prese l'abitudine di consigliarsi con lui in tutte le occasioni gravi. Ben
presto s'accorse che in fatto di riso e di lana, di navigazione e commercio
Siddharta ci capiva poco, ma aveva la mano felice, e inoltre lo superava
in quanto a calma e a ponderatezza, e anche nell'arte di stare ad ascoltare
e d'insinuarsi in mezzo a gente estranea. « Questo Brahmino » disse un
giorno a un amico « non è un vero commerciante e non lo diventerà mai;
mai la sua anima conoscerà la passione degli affari. Ma possiede il segreto di quegli uomini ai quali il successo corre dietro, o che si tratti di
magia, o di qualcosa ch'egli abbia imparato dai Samana. Con gli affari,
ha sempre l'aria di giocarci; mai essi lo assorbono, mai s'impossessano di
lui. Non l'ho mai visto aver paura d'un insuccesso, né inquietarsi per una
perdita ». L'amico consigliò al mercante: « Sugli affari che fa per te, dagli un terzo del guadagno, ma imponigli anche la stessa partecipazione
alle perdite, quando ce ne sono. Così s'impegnerà con maggior zelo
Kamaswami seguì il consiglio. Ma Siddharta non mostrò di farci caso.
Guadagnava? intascava il guadagno con indifferenza. Perdeva? ci faceva
su una risata e diceva: « Oh guarda, anche questa è andata male!
In realtà, sembrava che gli affari gli fossero indifferenti. Una volta
fece un viaggio a un villaggio per comprarvi una grossa partita di riso.
Ma quando giunse, il riso era già stato venduto a un altro
mercante. Tuttavia Siddharta rimase diversi giorni in quel villaggio,
offrì banchetti ai contadini, regalò monetine di rame ai loro marmocchi,
prese parte a una festa di nozze e finalmente ritornò soddisfattissimo dal
suo viaggio. Kamaswami lo rimproverò: perché non era tornato subito?
perché aveva sciupato tempo e denaro? Siddharta rispose: « Non mi sgridare, caro amico! Non è ancora mai successo che sgridando si concludesse qualcosa. Se c'è stata perdita, addossala pure a me. Io sono molto
con-tento di questo viaggio. Ho conosciuto ogni sorta d'uomini, un Brahmino è diventato mio amico, ho fatto ballare bambini sulle ginocchia, i
contadini mi hanno mostrato i loro campi, nessuno mi ha trattato come
un mercante ».
« Tutto questo è molto bello, » esclamò Kamaswami indispettito « ma
il fatto è che tu sei precisamente un mercante, se non mi sbaglio! Oppure
hai voluto fare soltanto un viaggetto di piacere? ».

Siddharta rise: « Certo, certo, ho viaggiato per mio piacere. Per che altro mai? Ho conosciuto uomini e paesi, ho goduto cortesie e confidenze,
ho trovato amicizie. Vedi, amico, se io fossi stato Kamaswami, sarei subito ripartito in fretta e pieno di dispetto, appena visto sfumato l'affare, e
allora tempo e denaro sarebbero stati realmente perduti. Ma così ho trascorso delle belle giornate, ho imparato, ho goduto la compagnia di amici, non ho danneggiato né me né il prossimo col dispetto e la fretta. E se
mai capiterà ch'io debba ritornare un'altra volta laggiù, forse per comprare il prossimo raccolto, oppure per qualunque altro scopo, quegli uomini,
che già mi sono amici, mi accoglieranno lietamente, e io avrò soltanto da
lodarmi di non aver mostrato questa volta né fretta né irritazione. Dunque lascia perdere, amico, e non farti torto con l'ira! Quando venga il
giorno, in cui tu ti debba accorgere: questo Siddharta mi fa del danno, allora di' una parola, e Siddharta se n'andrà per la sua strada. Ma fino allora restiamo soddisfatti l'un dell'altro ».
Vani furono anche i tentativi del mercante per convincere Siddharta
che egli mangiava il suo pane, suo di lui, Kamaswami. Siddharta mangiava il proprio pane, o meglio — diceva — entrambi mangiava-no il
pane degli altri, il pane di tutti. Mai una volta che Siddharta porgesse
orecchio ai fastidi di Kamaswami, e non è a dire quanti fastidi avesse
Kamaswami. Se un affare in corso minacciava di fallire, se una spedizione di merce pareva perduta, se un debitore aveva l'aria di non poter pagare, mai poté Kamaswami persuadere il suo collaboratore che servisse a
qualche cosa sciupare parole d'affanno o d'ira, farsi venir le rughe sulla
fronte, perderci il sonno. Una volta che Kamaswami gli rinfacciò che
tutto quello ch'egli sapeva lo aveva appreso da lui, Siddharta sbottò in
questa risposta: « Non avrai la pretesa di abbindolarmi con queste sto.
ie! Da te ho imparato quanto costa una cesta di pesci, e quale interesse si
deve esigere per il denaro dato a prestito. Questa è la tua scienza. Ma a
pensare non ho imparato da te, caro Kamaswami, cerca piuttosto tu d'imparare da me ». Ma in realtà la sua anima non era in quel commercio.
Buona cosa gli affari, perché gli procuravano denaro per Kamala; e gliene procuravano ormai più del necessario. Del resto tutto l'interesse e la
curiosità di Siddharta erano per gli uomini, i cui affari, mestieri, affanni,
piaceri e pazzie gli erano stati un tempo lontani ed estranei come la luna.



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